Dal tuo al mio/II

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Cap. II

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I III
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II.


Almeno alla zolfara, dove s’erano dovuti ridurre padre e figli dei Navarra, non si vedevano facce di creditori, e non si udiva ogni momento il campanello dell’uscio. Lisa, anche vestita di cotone, era come una regina. Lì i crucci e i seccatori bisognava andare a cercarli apposta, al paese. È vero che il babbo doveva andarci spesso, e Nina, poveretta, restava in mezzo ai guai della paga, il sabato sera; ma era anche una [p. 77 modifica]festa, con tutti quei carusi che facevano il chiasso, laggiù, aspettando. Quel giorno il barone era corso al paese prima dell’alba, prima ancora che s’alzasse Nina, la quale s’alzava presto la mattina, e i zolfatai avevano smesso prima del solito, con quella bella giornata di luglio, chè doveva farci caldo assai nella miniera. Nardone aveva tirato fuori la fisarmonica, e Bellòmo sgolavasi a cantare, mentre carusi e ragazze ballavano allegramente, nel cortile.

Lisa scappò su di corsa, ridendo, accesa in viso, perchè Luciano non la cogliesse a metà scala, dinanzi a tutti quanti. Tutt’e due che parevano ubbriachi, per quattro salti e un po’ di fisarmonica. — Giovinezza! Luciano però si fermò in cima alla scala, senza osare d’entrare, colle braccia tese: [p. 78 modifica]

— Ah no!... Lì no!

— Vedi? — disse lei trionfante, mentre riannodava le trecce scomposte.

— Lì no! Lì no!

Essa con uno scoppio di risa gli sbattè in viso tutti in una volta i fiori che aveva in mano:

— Allora prendi!

— E va bene! — rispose lui passandosi sulla faccia la manica della giacca. — Avete ragione voi, adesso.

— S’intende! Sono la tua padrona, sì o no?

Egli disse di sì cogli occhi che se la mangiavano, col viso sfavillante.

— Siete la mia padrona!... La mia padroncina cara!...

Si chinò a raccattare uno dei fiori caduti, e fece anche per baciarlo, fissandola con quegli occhi: ma se lo mise soltanto all’occhiello. [p. 79 modifica]

— Come sei bello con quel fiore! — gli disse la ragazza provocante anche nel sorriso ironico. — Sembri un cavaliere.

— Io non sono un cavaliere, lo sapete bene! — rispose lui con amarezza, buttando via il fiore.

— Quanto sei sciocco!

— No, sono pazzo, volete dire!

L’occhiata ch’essa gli scoccò! E come stettero a guardarsi, gli occhi che si miravano negli occhi!

Lisa stornò il capo, quasi per stornare il discorso, dissimulando sotto la gaiezza il turbamento interno:

— Almeno state allegri laggiù! Qui par di morire. Chi è che canta adesso?

— Nardone. Quello non farebbe altro che cantare.... “Amore, amore, che m’hai fatto fare?...„

Lei era seduta alla scrivania, col [p. 80 modifica]mento sulla mano. — Egli col gomito appoggiato allo stipite, e il capo sulla mano anche lui, turbati, cercando le parole. Fuori ogni cosa splendeva e rideva, nelle ali delle allodole, nel cielo azzurro, di là del muro merlato, di là delle colline brulle, lontano, lontano.

— Non farebbe altro che cantare, Nardone. Ha il cuore contento, lui!

— E tu, no?

— Anch’io?... Tanto!... Alle volte sì e alle volte no.... Non mi sembra neanche vero, alle volte! Sorte infame, che ci abbiano ad essere ricchi e poveri a questo mondo!...

S’interruppe, facendole segno che veniva donna Nina dall’altra stanza. Poi seguitò a voce più alta, cambiando tono, quasi continuasse un discorso incominciato:

— Sicuro, c’è un gran malumore [p. 81 modifica]nella zolfara. Vogliono cresciute le paghe....

Lisa si alzò bruscamente, voltandosi verso la sorella.


*


Questa stette un momento ferma sulla soglia, e in quel momento le passò un’ombra sul viso, con un rapido aggrottar di ciglia. Luciano si fece subito avanti quasi giungesse proprio allora, dandosi un gran da fare per cercare qualcosa in tasca, levandosi il cappello e passandolo da una mano all’altra. Infine se lo rimise in testa e cavò uno scartafaccio, dicendo:

— Ah, ecco! Eccolo qua.... Ero venuto a fare il conto della settimana se volete, vossignoria.

Nina, seria seria, non rispose e alzò soltanto gli occhi al cappello che lui [p. 82 modifica]teneva in testa. Luciano, sempre più imbarazzato, se lo cavò nuovamente:

— Però.... se non foste comoda, vossignoria....

Essa si era messa a sedere alla scrivania; ne prese un registro, e stette aspettando, colla penna in aria, ma senza guardare in viso Luciano. Lisa si morse le labbra, e andò a guardar di fuori, accigliata.

— Questo è lo zolfo spedito alla stazione.... Non serve, per ora.... Paghe della settimana.... Ecco!

Luciano posò lo scartafaccio sulla sponda della tavola, e fece rispettosamente un passo indietro.

— Cos’hanno laggiù? — disse Nina seccamente, accennando col capo alla finestra verso il cortile. — Non si fa nulla con quel chiasso.

Luciano corse subito a sgridare e minacciare: [p. 83 modifica]

— Sst! Sst!... A voi dico!... laggiù!...

Ma Lisa, dal terrazzino, si voltò a ribattere amaramente:

— Oh Dio!... Lasciateli ridere un poco.... almeno loro!

— Ecco quelli che mancano nel libro di vossignoria — riprese Luciano tornando a leggere nello scartafaccio: — Cannata, sei; Bongiardo, pure sei; Nardone, cinque; Bellòmo, quattro e mezzo, stavolta.

— Perchè?

— È malato. La terzana se lo mangia vivo, Bellòmo. Viscardo, sei anche lui. Ora poi si guastò la macchina e non si va più avanti.

— Come si fa per riempire il vagone?

— Si potrebbe tentare nella galleria vecchia, ma e troppo pericolosa. Nessuno ci si arrischia. [p. 84 modifica]

— Bisognava pensarci prima, invece di star qui a perdere il tempo — osservò Nina bruscamente, alzando il capo e guardandolo in viso solo allora.

— Io non sto a perdere il tempo, donna Nina! — ribattè Luciano, punto al vivo.

Essa fece una spallucciata, e chinò di nuovo il viso sul libro, accennando colla penna al chiasso che facevasi laggiù, in cortile.

— Tutti quanti siete!

— Io, se comandate, ci vo anche subito nella galleria vecchia, con qualchedun altro di buona volontà.... uno di quelli che badano più al pane che alla pelle....

Sempre china sul registro ella rispose soltanto:

— Son quattrocento.... quattrocento settantacinque lire, compreso il resto dell’altra settimana. [p. 85 modifica]

— Col resto dell’altra settimana.... giusti come l’oro, vossignoria — disse Luciano dopo aver guardato il suo conto.

Ripose in tasca lo scartafaccio e rimase aspettando.

Ora toccava a Nina d’essere imbarazzata. Vedendo che l’altro non si moveva, gli disse arrossendo:

— Adesso non c’è denari.... Aspettiamo papà stasera.

— Almeno per Bellòmo, perchè gli servono quei pochi soldi. Dice che deve andare a curarsi.

— Farò quel che potrò — rispose lei cercando nel cassetto. — Così lo facessero gli altri, il dover loro!

— Il mio dovere io lo fo, donna Nina!

In quel momento Lisa annunziò dal terrazzino: [p. 86 modifica]

— La zia Bianca! È arrivata la zia Bianca!

— La zia Bianca?... Qui?... Così all’improvviso?... — esclamò Nina.

— Scende adesso dall’asinello. Zia? Zia?...

Nina diede a Luciano quei pochi che aveva potuto raggranellare in fondo al cassetto, dicendogli in fretta:

— Ecco questi intanto. Pel resto puoi aspettare sino a stasera?

— Eh, per me aspetto anche sino a domani — rispose Luciano facendo ballare i denari che stavano tutti in una mano. — Per me non fiaterei.... Non verrei qui a seccarvi.... e a farvi dire che sto a perdere il tempo....

— Però non si potrà spedir lo zolfo lunedì! — osservò Nina seccamente, voltandogli le spalle per andare incontro alla zia.

Luciano le tenne dietro dicendo: [p. 87 modifica]

— Per me, se comandate, ci vo io stesso nella galleria vecchia....

— Non c’è bisogno d’andarci tu! — lo interruppe vivamente Lisa, fermandolo mentre stava per uscire anche lui.

— Per forza. Chi volete che vada, se non vo io?

— Tu no! Non voglio! — essa ripetè a mezza voce, ma con una voce e uno sguardo che lui ne fu quasi inebbriato.

— Ah sì! — disse ridendo. — Gli altri! Un branco di poltroni! Avete visto quando stava per scoppiare la macchina? Tutti che gridavano, ma se tardavo ancora un po’....

Essa gli sorrise — quasi l’accarezzasse con quel sorriso. Egli volse uno sguardo rapido e significativo verso l’uscio.

— Chi lo sentiva poi don [p. 88 modifica]Nunzio, se gli facevano scoppiare la macchina?

Lisa rispose con una spallata:

— Ah, don Nunzio!...

— Quello è un boia, lo so. Ma è lui che paga adesso. Come si farebbe senza don Nunzio?


*


Quel gendarme della zia Bianca entrò senza salutare nessuno, più arcigna del solito, sbrigandosi con Nina:

— Sì, sì, ti dirò poi.... — e abbracciò pure Lisa distrattamente: — Cara Lisa.... — A Luciano però rivolse proprio il viso della festa, dicendogli:

— Troppi pensieri vi prendete voi, capomastro!

Vide forse d’essersi lasciata andare un po’ oltre, e cercò di rimediare con Lisa: [p. 89 modifica]

— Come stai?... Hai una certa faccia, tu!... — Ma allora non seppe più frenarsi con quell’altro: — Se siete capomastro, dovete fare il capomastro e badare alla zolfara, invece di star qui a chiacchierare.

— Ah, per giunta! — esclamò Luciano.

— Per giunta v’immischiate in ciò che non vi riguarda. Paghi Tizio o paghi Filano, purchè siate pagato, voi!...

— La bella paga!

— Bella o brutta, non si sa donde prenderla. Lo sai anche questo? — gli rispose Nina. E la zia, senza tante cerimonie:

— Bella o brutta se non vi piace ve ne andate.

— Sissignora! Tutti quanti ce ne andiamo! Vi piantiamo la baracca tutti quanti! Sono tutti malcontenti. [p. 90 modifica]

— E c’è chi soffia nel fuoco! — ribattè Nina amaramente

— Ciascuno soffia sotto la sua pentola, signora mia. Voi qui mangiate pasta e carne, mentre i poveri diavoli che lavorano per voi devono contentarsi di mangiare pane e cipolla.

La zia Bianca si cacciò i pugni sui fianchi e alzò la voce:

— Ma voi che siete insomma? Capomastro? capopopolo? Che diavolo fate qui?

— O capomastro o capopopolo, sono figlio di uno che ci ha lasciato le ossa al servizio di questa casa.

— Basta, basta, per carità! — interruppe Lisa colle mani nei capelli. — Ne abbiamo tanti dei guai!

— No, donna Lisa! So bene perchè parlo! So bene perchè sono trattato così! Il sangue ce l’ho anch’io [p. 91 modifica]in faccia! Se voi siete figlia di barone, io sono figlio di un galantuomo, e quei soldi che ho in tasca li ho guadagnati onestamente col mio lavoro....

E si batteva di gran pugni sul petto, dalla concitazione e dal dispetto di vedersi trattato a quella maniera davanti a lei, e per lei! dalla mortificazione che quasi lo faceva piangere e l’accecava e gli faceva dire quel che non doveva dire....

— Non è sangue di poveretti, come le migliaia e le centinaia che portava in dote il figlio di Rametta!...

Lisa avvampò in viso. Nina invece impallidì. La zia Bianca prese Luciano per le spalle, e lo spinse verso l’uscio:

— Basta, basta, abbiamo sentito.

Ma lui, eccitatissimo, ostinavasi a sbraitare: [p. 92 modifica]

— Queste son le cose che fanno ribellar la gente! Allora, quando la gente dà addosso ai cappelli per chiedere la sua parte al sole....

— Basta, Luciano! — ripetè Lisa, sconvolta anche lei.

Al giovane caddero a un tratto le braccia e la collera. La guardò commosso e stralunato, e rispose colla voce ancora tremante:

— Ah!... Con voi è un altro conto.... Voi potete far di me tutto quello che volete.... Basta, me ne vo.

— Troppa confidenza gli date a costui! — borbottò la zia Bianca dopo che Luciano se ne fu andato.

Nina volse di nascosto una rapida occhiata alla sorella e rispose timidamente:

— È cresciuto in casa.... Ora poi Rametta lo tiene alla miniera per badare ai suoi interessi.... [p. 93 modifica]

— Alla miniera, sia. Ma qui non ci ha che fare. Siete due ragazze sole.... Mi spiego?

— Che possiamo farci? Il papà deve arrabattarsi di qua e di là.... Ora è andato a parlare con Rametta che ci ha prestato del denaro e non vuol più aspettare....

— Lo so, lo so.

— Povero papà! Ne ha tanti dei guai! Bisogna aiutarlo come possiamo.

— Tu sì! tu sì! — esclamò la zia Bianca stringendola fra le braccia, cogli occhi lustri. Tosto si ravvide e abbracciò anche Lisa: — E tu pure.... Non gliene darai altri dispiaceri al pover’uomo.... Tua madre era una santa donna.... Siete figlie di chi siete....

— Ah, sì! le anche d’Anchise! — proruppe Lisa infine, [p. 94 modifica]sciogliendosi da quell’abbraccio di condiscendenza.

Donna Bianca, rimasta un momento a bocca aperta, scattò allora, irritata:

— Pigliatela con Domeneddio che ti ci ha fatto nascere.

Lisa fece un’alzata di spalle, e andò a sedere in un canto, accigliata.

— Zia! — supplicò Nina tristamente.

— Non le posso sentire certe cose!

— Al punto in cui siamo ridotte, ci fanno assai le anche d’Anchise! — brontolò Lisa, senza voltarsi.

— Fa! fa! Che avete tutti gli occhi addosso!

— Ah, ormai.... Chi volete che si occupi di noi?

— Chi? tutto il paese! Ci son le male lingue da per tutto!

Lisa rimase lì, com’era, con quella [p. 95 modifica]testa dura e ostinata dei Navarra; ma sua sorella si sbiancò in viso.

— Che intendete dire, zia? — balbettò essa.

— Parlo per quel povero galantuomo di vostro padre, chè dispiaceri non gliene mancano....

Si rivolse così dicendo a quell’altra che contava i mattoni del pavimento, col gomito appoggiato alla scrivania e il viso sulla mano, dura anch’essa come un mattone:

— Sai cos’è venuto a fare quel ladro di Rametta? Vuol prendergli la zolfara!... per un pezzo di pane! Gli ha dato corda lunga per mangiarselo vivo!...

— Ah, Signore! — esclamò Nina.

— Quello neanche al diavolo crede. Se ha prestato del danaro a tuo padre fu per mettergli il laccio al collo. Ora l’ha citato e vuol porre anche [p. 96 modifica]il sequestro. Vostro padre non v’ha detto nulla, che da un pezzo va da Erode a Pilato, e combatte col giudice e colla carta bollata?

— No, poveretto. Li tiene tutti per sè i suoi crucci.

— Non avrà avuto il coraggio di dirvelo. Ma è storia che dura da un pezzo. È ridotto colle spalle al muro. Rametta s’era messo in testa d’avere la zolfara per un pezzo di pane, e c’è arrivato!

— Bisognava aspettarselo, tosto o tardi — disse infine Lisa, sempre con quel viso che tirava gli schiaffi, se la zia Bianca fosse stata sua madre, Dio liberi!

— Bene! Eccoti servita! — le rispose essa infuriata. — Quando non vi resterà più nulla, poi, andrai a fare la serva.

— Questo lo so già. [p. 97 modifica]

— Taci! taci! — interruppe Nina colle lagrime agli occhi. — Scusateci, zia Bianca. Non sappiamo neppure quel che diciamo, tanto l’angustia!... Non ci voltate le spalle anche voi, zia!

— No, cara, no! Vedi che son corsa a rompicollo, appena seppi che venivano a mettere il sequestro. Siamo parenti? Siamo cristiani, sì o no?

— Povero papà!... Quel che ci avrà in cuore adesso!...

— Coraggio. Vedremo quel che si può fare. Vado un momento a lavarmi le mani. Vedi che sole? Ho le ossa rotte dalla cavalcatura.


*


Appena rimasta sola Nina s’avvicinò rapidamente alla sorella, supplicandola a mani giunte, senza dire [p. 98 modifica]una parola — una cosa che non osava dire e che lei sola doveva comprendere....

— Lisa!... Lisa mia!

— E la zia che mi faceva la predica! — rispose invece quella, sorridendo amaramente.

— Povero papà! Poveretti noi! Questa è la rovina completa.

Ma Lisa non voleva sentire, non voleva capire di qual altra rovina parlava sua sorella. Scoteva il capo, col viso duro, chiuso, ostinato.

— Non lo vedevi dove s’andava a finire?

— Che faremo? Che sarà di noi, Vergine Santissima!...

— Faremo le serve. Hai sentito? Che vuoi fare?

Allora Nina le afferrò le mani, sbigottita, piegando quasi i ginocchi dinanzi a lei: [p. 99 modifica]

— No, Lisa! Non parlare a quel modo! Mi fai paura quando ti vedo così!

— Tanto, a che giova?... Al punto in cui siamo ridotte!... Le figlie del barone! — e scoppiò in una risata tagliente come una lama di coltello. — C’è rimasto il baronaggio, come un sasso al collo, per buttarsi a fiume. Giusto appunto la zia Bianca mi faceva la predica!

— No, Lisa! No!

Era tale sgomento, tale angoscia in quelle due parole, che Lisa stessa, così sconvolta, così ferita nell’intimo del cuore, n’ebbe compassione — compassione nella quale insorgeva pure e gridava forte il suo segreto.

— E tu pure!... Ti facevano sposare il figlio di Rametta per salvare la casa!... Allora la zia Bianca non li tirava in campo gli antenati! [p. 100 modifica]

— Non ho potuto.... — Non vi ho giovato a nulla.... Non valgo nulla.... — rispose Nina umilmente, piegando il capo e celandosi il viso fra le mani.

— Cosa volevi fare, povera Nina? Ti pare che non lo sappia il piangere che hai fatto di nascosto?...

— Taci! taci! — interruppe lei tutta tremante.

— Ti pare che non lo sappia il bene che volevi a quell’altro?

Allora la povera Nina aprì il cuore alla sua Lisa, confidandole le sue pene segrete e il rimorso di non avergliele saputo nascondere...

— T’ho dato il cattivo esempio.... Perdonami! Dimmi che mi perdoni e che tu pure, tu pure.... non soffrirai come io ho sofferto. — Giacchè noi non possiamo amare, voleva dirle accennando col capo, poichè il [p. 101 modifica]pianto e la vergogna la soffocavano, baciandole le mani, guardandola supplichevole e ansiosa perchè volesse intendere: — Non so.... Non so come dire.... Non oso.... Dammi le mani. Lisa!... qui, nelle mie!... Ascoltami, sorella mia.... come fossi la mamma.... la nostra povera mamma che ne avrebbe tal dolore!...

Ah, che strazio era anche il suo, povera Nina, di dover parlare di queste cose a sua sorella! di temere anche per lei le stesse angoscie! Come le aveva solcato il viso e offuscati gli occhi quel dolore, più di ogni altra angustia della vita triste di privazioni e di sollecitudini che l’avevano fatta incanutire anzi tempo!

— Ormai son vecchia, vedi! Tanto tempo è passato! tante cose!... tante cose tristi, in questi due anni.... che non ci penso più a.... a quel tempo!... [p. 102 modifica]Vedi, non mi vergogno a parlarti di queste cose.... di quel tempo.... Confidati anche tu a tua sorella, senza arrossire....

— È arrivato il padrone, con un mondo di gente — venne a dire in quel punto donna Barbara. — Come si fa a dar da mangiare a tutti quanti?

— Ah, il papà!...

Nina fece per corrergli incontro, ma prima volle dire ancora a sua sorella, stringendola fra le braccia, coprendola di baci:

— No, è vero, Lisa? No?... — Tante cose voleva dirle! — Ne ha tante altre amarezze adesso il povero papà!...


*


— Senza tante chiacchiere!... In due parole!... — gridò in quel punto don Rocco entrando a precipizio. — [p. 103 modifica]Gli volete bene a vostro padre? Gli volete bene, sì o no?

— Perchè? Che intendete dire? — rispose Nina quasi spaventata.

— Prima rispondete: Volete salvare vostro padre, proprio dall’ultimo capitombolo? Non vi restano gli occhi per piangere a voi e a lui, se no! — Nina e Lisa si guardarono in viso. — Sì, lo so che cuore avete! Poi c’è anche l’interesse vostro. Parlo nel vostro interesse, per la santa parentela ch’è fra noi. Vedete che son venuto dal paese sin qui a rotta di collo!

— Ma che dobbiamo fare?

— Niente, lasciate fare a me. Voi aiutatemi a persuadere vostro padre. A don Nunzio penso io.

Giusto in quel punto si udirono il barone e Rametta che altercavano giù in cortile. La voce del barone [p. 104 modifica]tremava dalla collera — quella di Rametta sembrava invece il belato di un agnello in mano al beccaio.

— Sentite? sentite?

— Sì! sì! — esclamò Nina facendo per correre.

Don Rocco la fermò per un braccio:

— Non è niente, vi dico. Leticano fra di loro. Ciascuno difende il suo interesse, si sa.

E alzò la voce anche lui, riscaldandosi:

— Mettiamoci nei suoi panni. Gliel’ha dato il suo danaro, don Nunzio? Vorrei vedervi voi!

— Mai gliel’avesse dato! — rispose Lisa. — Fu quella la rovina.

— Questo e quello che si dice dopo, al momento di pagare. Prima invece son suppliche e benedizioni. Non dico che Rametta sia un santo da metterlo sull’altare, ma infine il [p. 105 modifica]suo danaro ce l’ha speso qui!... macchine, soccorsi, anticipazioni....

— Così ci ha messo il laccio al collo!

— To’, perchè ve lo siete lasciato mettere?

— Ma infine, che possiamo far noi? — chiese Nina timidamente.

— Aiutatemi a persuadere vostro padre, ch’è una bestia.... per la testa dura che ha, intendo. Dice che non vuol spogliare del tutto le sue figliuole; che non può cedere la miniera perchè c’è su la dote di vostra madre.... Un mondo di chiacchiere.

Per concludere andò senz’altro alla finestra, vociando e sbracciandosi a chiamare coloro che stavano a disputarsi lì fuori, al sole:

— Qui, qui, venite qui. Potete discorrere anche qui, con maggior comodo. [p. 106 modifica]


*


Il barone era così turbato entrando, che parve non vedesse neppure le sue figliuole. Invece Rametta aveva la faccia placida e rassegnata dei cristiani martiri, come si dipingono nei libri santi, tentennando il capo, volgendo gli occhi di qua e di là. Don Rocco affaccendavasi dall’uno all’altro per persuaderli e metterli d’accordo, dandosi un gran da fare, parlando loro all’orecchio, sgridandoli tutti quanti. Il notaio Zummo, calmo, cerimonioso, metteva buone parole: “Niente, niente„. L’usciere rimase fuori dell’uscio, con le carte sotto il braccio, e dietro, un mucchio di teste, carusi e minatori che stavano a guardare, mentre Sidoro portava delle seggiole, come la sera dello sposalizio. [p. 107 modifica]

— Coraggio, papà! Non importa — disse Nina abbracciando suo padre.

— Non importa di noi, papà — aggiunse Lisa.

— Sì, sì, colle belle maniere s’accomoda ogni cosa — ripeteva il notaio. — “Attacca la lite che l’accordo viene„, dice il proverbio. Ehi, signor barone, a voi dico!

Il poveraccio chinò il capo e rispose con un gesto vago, aprendo le braccia, mentre si lasciava cadere sulla seggiola colle gambe rotte. Il notaio si rivolse pure a Rametta:

— Sentite anche voi, testone!

Don Nunzio piegò il capo e sedette lui pure dall’altro lato della scrivania, colle braccia e il fazzoletto madido penzoloni fra le gambe.

— Son qua.... come Gesù all’Orto. Sono nelle vostre mani. Fate di me quel che volete. [p. 108 modifica]

A un tratto scattò di nuovo in piedi, colle mani giunte, quasi colle lagrime agli occhi, lagnandosi col barone:

— Avete visto se vi ho usato dei riguardi! se ho pazientato finchè ho potuto! Sapete il rispetto che ho per voi e per la famiglia!...

E tacque guardando in faccia or questo e or quello, quasi a vedere cosa potessero rispondergli. Poi alzò di nuovo le braccia al cielo, lagnandosi:

— Ma, santo Dio, ciò ch’è giusto e giusto! V’ho dato il sangue mio!

— Povero galantuomo! Cosa volete che dica di più? — osservò il notaio.

— Ah, eccovi! — esclamò invece donna Bianca che entrava in quel punto, salutando Rametta con un’occhiataccia.

— Anche qui avete da fare con [p. 109 modifica]galantuomini, don Nunzio — riprese il notaio mettendogli una mano sulla spalla. — Ci accomoderemo senza bisogno dell’usciere. — Anzi si voltò a quest’ultimo, che stava preparando i ferri del mestiere: — Per ora non abbiamo bisogno di voi, don Calogero. Potete scendere in giardino intanto, a cogliere quattro fiori.

— Ma che giardino e che fiori! — rispose l’altro bruscamente. — Non mi lasciate due ore al sole almeno.

Il notaio respirò, come quello se ne fu andato, e si mise a sedere, con fare conciliativo, fra i due litiganti.

— Sediamoci, per star più comodi. Qui, qui, signor barone, vicino a me. Dunque, dicevamo.... Avere di don Nunzio, fra capitale e interessi.... Don Nunzio, date qui il conto. [p. 110 modifica]

Si voltò allora contro tutti quei curiosi che stavano all’uscio, mentre lì parlavasi di cose serie, e li sgridò:

— Che volete voi altri? Che aspettate? C’è l’opera di Pulcinella?

Sidoro corse anche lui, mentre ragazzi e zolfatai scappavano in branco. Il barone, nell’agonia di quei preparativi, vide anche i visi pallidi e disfatti delle sue figliuole, e disse loro:

— Voi altre che ci state a far qui?... Andate di là almeno voi, poverette!

— No, papà, lasciateci stare — rispose Nina.

— Lasciatele stare — aggiunse la zia Bianca. — È giusto che sentano anche loro.

Il notaio, col libraccio aperto davanti, aspettò discretamente che terminasse quella scenetta di famiglia, e poi tornò a mettersi gli occhiali e [p. 111 modifica]riprese a leggere il conto con un brontolìo:

— Dunque.... dicevamo.... Il vostro debito con don Nunzio Rametta, qui.... capitale e interessi....

— Al dodici e mezzo per cento! — proruppe il barone.

— Questo non dovete dirlo ora. Ora dovete vedere se il conto torna. Guardate.... Qui, vicino a me.... Guardate.

Il barone chinò di nuovo il capo, rassegnato, e si strinse nelle spalle, accennando a Rametta con un gesto vago, quasi per rimettersene alla sua coscienza. Questo, dall’altro lato, rispose al modo stesso, indicando il barone col pugno in cui teneva il fazzoletto fradicio dei suoi sudori. Il notaio, in mezzo a loro due, alzò la voce in collera:

— È vero, sì o no? Guardate! [p. 112 modifica]

— Fate voi altri. Come volete voi — rispose don Nunzio.

— Come vogliono i vostri stessi conti, don asino! — Rametta tornò a fare lo stesso gesto remissivo. — Avanti.... Reddito della miniera.

Adesso però Rametta lo interruppe.

— Cosa state a cercare? Niente!

— Come, niente? — scattò pure il barone.

— Nientissimo! Io non ho avuto un soldo! Non ho fatto altro che pagare. Ecco!

Rametta, eccitatissimo, cavò di tasca il conto suo, e lo sbattè sulla tavola, accanto a quell’altro.

— Ecco! Settemila lire! Ottomila e cinquecento!... Ancora settemila!... — col dito tremante correva dietro ai suoi denari, sulla carta. — Novemila tonde! Queste alla vigilia del santo Natale, giorno segnalato! [p. 113 modifica]

Il notaio, che era stato a sentire tranquillamente, riprese calmo e persuasivo, mettendogli di nuovo il librone sotto gli occhi:

— Scusate, questo lo sappiamo. Li avete tutti qui, in colonna; i vostri denari.

— Se li ho in colonna vuol dire che non li ho in tasca! — ribattè don Nunzio infuriato.

Sino a quel punto don Rocco, per convenienza, non aveva voluto aprir bocca; ma allora gli parve il momento di dover mettere una buona parola anche lui:

— Per questo siamo qui a discorrere, don Nunzio. Mio cugino il barone vi rimborserà fino all’ultimo centesimo. — E scoppiò a gridare anche lui, a un tratto, quasi volesse prendersela con qualcheduno per esser creduto: — Siamo galantuomini, corpo di Bacco! [p. 114 modifica]

— Non li ho mangiati i vostri danari! — aggiunse il barone eccitandosi e commovendosi lui pure. — S’è dovuto far tutto di nuovo, macchine, gallerie, condotti d’acqua.... Lo sapete anche voi!

— Vediamo prima queste spese, dunque — conchiuse il notaio; — passiamo al passivo, — E si mise a ridere. — Bella, ho fatto un verso.!

— Vi basta l’animo di scherzare anche? — gli rimbeccò severamente donna Bianca.

— No, parola! L’ho fatto naturale, — Tornò a farsi serio, e continuò a leggere: — Spese generali.... Spese d’amministrazione.... Mantenimento....

— E devo mantenerli io, tutti quanti? — interruppe don Nunzio battendo il pugno sulla tavola.

— Voi? — urlò il barone aizzandosi in piedi. [p. 115 modifica]

— Cosa volete mantener voi, che avete fatto morir la moglie tisica? — gridò donna Bianca che sapeva tutta la storia di Rametta, e del paese intero.

— Ah! — sbuffò allora don Nunzio alzandosi per andarsene. — Se sono venuto per sentirmi dire....

Don Rocco lo afferrò per la giacca e urlò in faccia al cugino:

— Siete come i ragazzi, parola d’onore!

— Se la prendiamo così non la finiamo più — osservò il notaio seccato, e facendo atto di chiudere il libro. — Insomma la miniera per ora non dà nulla. Ebbene? che volete fare?

Rametta, si calmò a un tratto a quelle parole, stringendosi nelle spalle; prese tabacco e aspettò la risposta. [p. 116 modifica]

— Io? Devono dirlo loro quel che vogliono fare.

Don Rocco, poichè gli altri tacevano e si guardavano in faccia, saltò fuori allora lui con una proposta.

— Voglio dire la mia.... sia per non detta.... Lasciatemi dire una bestialità anche a me.

— Dite, dite, siamo qui per questo — rispose il notaio.

— La miniera non ha fruttato nulla sinora perchè ci si è dovuto spendere.

— Questo è vero.

— Ma col tempo.... Non dico quanto.... Un valore lo ha la zolfara, sì o no? — chiese infine scaldandosi e alzando la voce di nuovo.

— Giusto.

— Basta, cosa volete concludere? — domandò Rametta sospettoso.

— Mio cugino vi cede [p. 117 modifica]bonariamente la zolfara, a sconto del suo debito.... per dieci anni, mettiamo....

— No! no! — interruppe il barone.

— Mettiamo quindici. Voi vi godete la miniera per quindici anni....

— Io ho dato del denaro contante! — strillò don Nunzio — e in cambio mi si dà la zolfara che non val niente!

— Non val niente la mia zolfara? — gridò il barone.

— Ecco! — gli rispose Rametta soffiando sul palmo della mano.

— Questo lo dite per carpirmela!

— Dunque sono un ladro?

— Zitto, parole di negozio — tornò a intromettersi don Rocco. — Voi gli cedete la zolfara per quindici anni, e voi gli assicurate un tanto al mese, acciò amministri per conto vostro.... Ha da mangiare anche lui! [p. 118 modifica]— proruppe infine scaldandosi per la giustizia.

Il notaio approvò:

— È un’idea. Questo si può fare,

— Un tanto al mese, come un servitore! — brontolava il barone.

Don Rocco allora non si tenne più:

— Ah, se avete ancora la boria! — esclamò voltandogli le spalle. Rametta voleva farsi pregare lui pure:

— No, non mi lascio prendere in questi imbrogli. Ho una sentenza di tribunale....

Don Rocco voltò le spalle a tutt’e due e si rivolse agli altri:

— Benone! Quand’è così fate conto che non v’abbia detto nulla. Andiamo via. Lasciamoli fare.

— Ci vuol poco. Metto il sequestro.

— Fate conto che non abbia parlato. Ho sudato una camicia a [p. 119 modifica]persuadere anche loro. — E chiamava le ragazze a testimonianza: — Dite voi.

— Persuaderle a che cosa? Colla roba mia? Io ho dato il sangue mio! Anche voi che venite a chiedermi denari in prestito ogni momento e poi mi tirate al cuore!...

Ah, questa poi!

Don Rocco, ferito al cuore, scattò come un ossesso, cogli occhi fuori della testa, battendosi i pugni sul petto:

— Io vi tiro al cuore? Io?

Agguantò Rametta per la giacca e lo spinse in un canto, parlandogli concitato all’orecchio, scuotendolo duramente per fargli intender ragione. — Ma non capite che fo il vostro interesse, don asino? Mio cugino non vuol cedervi la zolfara per non spogliar del tutto le [p. 120 modifica]figliuole.... C’è su la dote della loro madre.... Farete cent’anni di liti prima di arrivare alla zolfara! Vi ridurrete poveri e pazzi tutti quanti siete!

— Col mio denaro? Col sangue mio? Dopo tutto quello che ho speso e anticipato? — ostinavasi a dire don Nunzio colla schiuma alla bocca.

— La miniera vale di più. Lo sapete a nelle voi.

— Ma allora ditemi che volete anche la pelle! Par d’essere in un bosco, parola d’onore!

— In un bosco di ladri, ditelo! — urlò il barone furioso.

Il notaio s’intromise di nuovo per calmarli, colle mani e colla voce: “Ssst!... ssst!...„ mentre tacevano ansanti tutti e due.

— Don Nunzio parla delle liti che non vi lascerebbero la camicia addosso.... “A fabbriche e liti non vi [p. 121 modifica]mettete„.... Io parlo contro il mio interesse....

— Si ribella la natura, caro notaio.... — balbettò il barone. — Si ribella lo stesso sangue nelle vene. Anche un agnello, se gli mettete il coltello alla gola....

— Siamo tutti galantuomini, capperi! Nessuno vuol mettervi il coltello alla gola.

— Spogliarmi della zolfara.... dopo aver subito gli interessi al dodici e mezzo per cento!...

— Cioè, cioè.... — interruppe don Rocco.

— Io non ho visto un soldo! — protestò Rametta.

— Ora lo vedrete — rispose il notaio. — Ora la miniera ricomincia a fruttare.

— Io non posso aspettare.

— Lo dite adesso che lo tenete [p. 122 modifica]pel collo! — gli rinfacciò donna Bianca.

— Fate quel che volete, — proruppe infine il barone risolutamente. — Io non firmo! Dovevano tagliarmi le mani quando firmai la prima cambiale. Mi son rovinato; mi son levato il pan di bocca; ho durato morte e passione tutta la vita.... Ma spogliare del tutto le mie figliuole ora....

E tacque, asciugandosi gli occhi. Nina che si struggeva in silenzio, lo supplicò colla voce piena di lagrime:

— No, papà! Non dite così!

— Non firmo, dovessero ammazzarmi!

Allora don Rocco afferrò lui pel petto, come aveva fatto prima a quella altro, e lo cacciò contro il muro, per dirgli a quattr’occhi il fatto suo.

— Ma come farete senza denari? E la lite?... E gli avvocati?... E la [p. 123 modifica]carta bollata?... Non capite?... — Voltavasi indietro perchè non sentissero gli altri. — Siete proprio una bestia, lasciatemi dire! È per la santa parentela che mi arrabbio! Ridurrete le vostre figliuole all’elemosina!... Ma aiutatemi voi altre! Venite qua.

— Che possiamo fare? — balbettò Nina.

— Il padrone è lui — aggiunse Lisa.

— Fatelo per queste povere creature innocenti! — concluse don Rocco, respingendo il cugino con un ultimo scossone affettuoso. — Avrete così un pane assicurato per voi e per loro.

— Rinunziare alla miniera, adesso che comincia a fruttar di nuovo!...

— Questo e un altro par di maniche. Ora vedremo quel che frutta.

— Questo è giusto, vedremo i conti — aggiunse il notaio. [p. 124 modifica]

— Che conti volete vedere? — interruppe don Nunzio.

— Dacchè siamo venuti a capo dell’acqua, la sola galleria nuova ha dato....

— Non è vero!

— Se non mi lasciate parlare! Per altro lo sapete anche voi.... Apposta siete venuto adesso a mettere il sequestro.

— Vediamo, vediamo — fece il notaio compiacente, sfogliando il registro.

— Cosa volete vedere? — gridò Rametta cercando di strapparglielo di mano.

— Lì non c’è il conto della galleria vecchia — disse il barone. — L’ho notato qui, nel mio taccuino.

— Voi potete scriverci quel che vi pare. [p. 125 modifica]

— Chiamiamo Luciano. A lui gli crederete.

— Io non credo niente.

— A lui potete credere — osservò don Rocco. — Lo pagate apposta per guardarvi le spalle.

— Appunto perchè lo pago. Oggi per un bicchiere di vino....

— Luciano è un galantuomo — aggiunse il notaio, e corse a chiamarlo dal terrazzino: — Luciano? Luciano?

Don Nunzio, furioso contro tutti loro che volevano metterlo in sacco, si mise a urlare:

— È un galantuomo perchè è iscritto nella vostra lega dei lavoratori!

— A sentir voi siamo tutti ladri.

— Io non so niente.

— Se facciamo così restiamo qua sino a domani — disse don Rocco. [p. 126 modifica]


*

Luciano venne dì mala voglia, guardando accigliato or Nina e ora donna Bianca.

— M’hanno chiamato? Vengo perchè son stato chiamato.

— Sentiamo, voi che fate qui? — incominciò il notaio.

— Ancora? Dunque perchè mi chiamano?

— Dice, che impiego avete? — spiegò don Rocco — Chi è che vi paga adesso?

— Don Nunzio. Mi tien qui per badare ai suoi interessi.

— Benissimo — riprese Zummo. — Vuol dire che sapete quel che rende la zolfara.

Lui finse di non aver capito, per pigliar tempo a rispondere, [p. 127 modifica]guardingo, spiando di sottecchi Rametta e il barone:

— Quello che rende la zolfara?...

Il notaio replicò, spazientito:

— Insomma, la miniera rende adesso, sì o no?

— Sicuro che deve rendere.... Allora perchè si lavora?

Rametta invece gli troncò le parole in bocca:

— Bravo! Vediamo quel che costa.

Don Rocco non si diede per vinto.

— C’è la galleria nuova. Vediamo cosa dà la galleria nuova.

— Una miseria! — ribattè don Nunzio.

— Una miseria? — esclamò il barone, mostrando a tutti il quadernetto che gli tremava fra le mani. — Il conto è qui! giorno per giorno!

— Devi avercelo anche tu il conto! [p. 128 modifica]— disse allora Nina a Luciano, accesa in volto.

— Vediamolo questo conto — ripetè don Rocco.

Infine anche il notaio, seccato, domandò al capomastro:

— Insomma l’avete o non l’avete questo conto?

Luciano, messo fra l’incudine e il martello, cercava il conto di qua e di là, frugandosi nelle tasche.

— Certo.... Dovrei avercelo.... Non so dove l’abbia messo....

Infine donna Bianca perse la pazienza:

— Cercate bene. Il conto dovete averlo. Siete pagato per questo.

Luciano lasciò di cercare, scattando:

— Ogni momento me la buttano in faccia quella misera paga!

Subito Rametta colse la palla al balzo: [p. 129 modifica]

— E non sono mai contenti, vedete! — Faceva di nuovo il viso del santo martire per dir le sue lagnanze. — Vorrebbero anche la camicia! L’altro si ostinò:

— Vogliamo quello che è giusto. Allora don Nunzio tornò di botto al naturale, investendolo irato:

— Il fatto vostro è il fatto mio! Sono i miei denari!

— Questo non c’entra — osservò il notaio. — Non sviate il discorso. Vediamo il conto.

— Mostragli il conto, Luciano! — esclamò infine Lisa, eccitata e fremente. — Vediamo chi è il ladro qui,

Luciano, rosso in viso anche lui, ricominciò a cercarsi in tasca risolutamente, senza guardar nessuno.

— Il conto devo avercelo.... Gli do il conto e me ne vo.... Ecco! ecco! [p. 130 modifica]

— Ecco! Lo sapevo! — rispose don Nunzio, sogghignando.

— Date qua — disse il notaio a Luciano.

— Ma io non son tanto bestia! Scommetto che è suo carattere! — gridò Rametta, accennando al barone col dito tremante di collera.

Quello impallidì, come fosse davvero reo, tanto fu il colpo.

— Che intendete dire, don Nunzio?

— Dico quel che dico!

— Badate a quel che dite! — strillò la zia Bianca, investendolo lei pure.

Il notaio tentava invano di calmarli:

— Sst!... Sst!...

— Non mi fate parlare! — mugghiò Rametta, mettendosi la mano sulla bocca.

— Siamo tutti d’accordo per imbrogliarvi? [p. 131 modifica]

Le due ragazze cercavano dì trattenere il barone furibondo, supplicandolo:

— Papà!... Papà!...

— Sono venduto come Cristo all’Orto! — ripetè don Nunzio. — Non mi fate parlare!

— Ma chi è che vuol vendervi, chi? — gli disse il notaio, prendendolo per un braccio.

Lisa gli gridò in faccia:

— Voi piuttosto!... che ci avete assassinati!

Don Nunzio, messo colle spalle al muro, fuori di sè al vedere che tutti davano addosso a lui, furioso sopratutto contro Luciano che gli mangiava il pane a tradimento, spiattellò quello che non voleva dire:

— E questo mi fa il Giuda perchè chiudete un occhio anche voi!... [p. 132 modifica]

— Io, ora?... Io? — esclamò Luciano.

— Che intendete dite, don coso? — urlò il barone andandogli addosso coi pugni levati.

Rametta scappò dietro la scrivania, seguitando a sbraitare:

— Lo sanno tutti quello che succede in questa casa. E voi che siete il padre chiudete gli occhi!

Don Rocco gli chiuse la bocca con tutt’e due le mani:

— Zitto! Che dite!...

Il barone rimase un momento a bocca aperta, stralunato, quasi gli avessero data una mazzata sul Capo. Poi brandì una seggiola, precipitandosi su Rametta:

— Ah!... ah!... Le mie figlie! Assassino!... Anche le mie figlie!...

Nina gli si avvinghiò al collo:

— Papà! Papà mio!... [p. 133 modifica]

Ma Lisa s’era fatta bianca come un cencio, colle braccia stese e tremanti che dicevano sole: No! no!...

— Signor barone! — fece il notaio frapponendosi lui pure.

Don Rocco invece si cacciò le mani nei capelli, sbuffando.

— Santo e santissimo! Questo si chiama darsi colla zappa nei piedi!

— Briccone! Pezzo d’usuraio! Ladrone che siete! — vomitava intanto, con altri vituperi, donna Bianca addosso a Rametta. Costui girò intorno alla scrivania, sguisciò dietro alla gente, e prese l’uscio strillando:

— Signori miei!... Siatemi testimoni che voleva anche ammazzarmi!


*

Il barone, ancora fremente, lasciò ricader la seggiola, seguitando a minacciare: [p. 134 modifica]

— L’ammazzo! Com’è vero Dio l’ammazzo!

— Ora siamo da capo! — osservò don Rocco. Non s’accorda più questa canzone!

— Vìa, parole di collera — intervenne il notaio. — Alle volte, nella collera si dice quello che non si dovrebbe dire.

— Non avete un’oncia di giudizio, tutti quanti siete! — esclamò don Rocco vedendo che il barone continuava a smaniare.

— Il sangue mio! Quel briccone mi assassina anche le mie creature!

— Abbaia contro tutti per farsi ragione — disse Luciano, che si vedeva in causa.

Donna Bianca lo prese per le spalle:

— Andatevene, galantuomo! Andatevene!

Il barone gli spalancò gli occhi [p. 135 modifica]in viso anche lui, e lo respinse minaccioso, gridandogli:

— Vattene! Vattene!

— Papà! — balbettò Lisa più morta che viva.

— Ve la pigliate con me adesso? — volle dire il giovane; ma il notaio stimò meglio condurlo via:

— Andiamo, andiamo, pro bono pacis....

Don Rocco, rimasto solo in quella gabbia di matti, se la prese lui invece col barone:

— Ah, sentite! Io vi pianto e me ne vo. Non si fanno così gli affari. Sbrigatevela coll’usciere.

E fece finta d’andarsene davvero; ma si fermò all’uscio, poichè nessuno pensava a trattenerlo, voltandosi per vedere cosa intendessero fare.

Il barone prese a sfogarsi colle [p. 136 modifica]

— Me la piglio con tutti quanti, perchè gli avete dato troppa confidenza a colui! Dico a te, che sei la maggiore.... La gente parla perchè ve lo vede sempre fra i piedi!...

Nina chinò il capo in silenzio. Ma Lisa sempre più sconvolta, volle rispondere:

— No, papà....

— Ve la pigliate adesso con chi non c’entra — aggiunse pure la zia Bianca.

A quel punto don Rocco tornò indietro alla carica:

— Chi gliel’ha messo fra i piedi? Voi!

— Andatevene al diavolo! — urlò il barone dandogli uno spintone.

E donna Bianca aggiunse:

— Non è questa la maniera! Tacete!

— Non sono io che parlo! È il [p. 137 modifica]sangue.... la parentela! Grida lo stessa sangue al vedere dove son ridotte queste povere ragazze.

— Per colpa mia, ditelo?

— Io non so per colpa di chi. Dico che bisogna pensare al rimedio.

— Per colpa mia che vi ho rovinate, figliuole mie! — continuò il barone colle lagrime agli occhi, e picchiandosi il petto davanti a loro.

Lisa non ci resse, proprio, e si nascose il viso fra le mani.

— No, papà! Non dite questo! — ripeteva Nina piangendo.

— Che l’avete fatto apposta? — disse donna Bianca.

— Non l’avete fatto apposta, — aggiunse don Rocco — ma questa è la conseguenza. Che diavolo! avete i peli bianchi.... Dovete saperlo come va il mondo!

— Come va il mondo? — Che [p. 138 modifica]mentre io correvo dì qua e di là.... come un pitocco.... come un disperato.... per cercar di riparare!... Alle volte l’usciere andavo ad aspettarlo lassù, in cima al sentiero, perchè loro non sapessero.... Quando tornavo al paese che don Nunzio mi aveva sbattuto l’uscio in faccia!...

Il pover’uomo sembrava addirittura fuor di sè, pallido, stralunato, guardando or questo e or quello. A un tratto scoppiò a piangere come un bambino, col viso fra le mani.

— Papà mio! papà mio!

— Poverette, le vedete? anche loro qui.... sole in campagna.... come lupi.... in mezzo a contadini.... Che volete?...

— Come, che voglio?

— Caspita! Doveva venire un re di corona a innamorare vostra figlia?

L’altro rimase sbalordito alla prima [p. 139 modifica]Ma quando ebbe capito poi, per sua disgrazia, parve che impazzisse. Infuriò contro il cugino, contro le figliuole, tartagliando:

— Che vuol dire?... Nina?... Parla tu, Lisa!...

— Cosa volete; che dica? — rispose don Rocco alzando le spalle.

Il povero padre, davanti alla sua Lisa che continuava a tacere, guardandolo fisso, cogli occhi spaventati, tremando dalla testa ai piedi, indietreggiando passo passo, smarrivasi anch’esso, si confondeva, alteravasi in viso, ripetendo:

— Parla!... parla!...

Ad un tratto essa perdè la testa interamente e volle fuggire. Allora egli le corse dietro coi pugni chiusi, con un grido terribile, un grido che agghiacciò il sangue nelle vene a tutti quanti: [p. 140 modifica]

— Ah!.... ah!...

— Papà mio! — gridò Nina cadendogli dinanzi in ginocchio.

— Era vero dunque?... Era vero?... Lo sapevano tutti?...

Lisa rimase lì, impietrita. Nina gemeva e supplicava:

— No! no!.

— Don Mondo! — esclamò la zia trattenendolo pel vestito.

— Il mio sangue!... L’onor mio!

— Ma che onore? Cosa andate dicendo?

Don Rocco volle condur via Lisa, perchè non succedessero altri guai:

— Togliamoci di qua, per ora. Leviamo l’occasione.

Ma lei rispose “No!„ e rimase ferma dinanzi a suo padre, pallida come una morta, ma a testa alta.

— La superbia l’hai!... con tuo padre!... L’hai nel sangue la [p. 141 modifica]superbia!... Ma per scendere sino a colui!...

— Ma che scendere e salire! — lo interruppe don Rocco.

— Mia figlia!... Una Navarra! — continuava a smaniare il povero barone strappandosi i capelli bianchi.

— L’altra volevate pur darla al figlio di Rametta che non discende dal Re Pipino!

— Mia figlia sulle bocche di tutti!

— Ma che siete pazzo? — lo sgridò pure donna Bianca.

Lui non ascoltava più nessuno. Faceva davvero come un pazzo:

— Giacchè lo vuole.... È vero che lo vuoi?...

Tutti gli altri a scongiurarlo, a trattenerlo, a dargli sulla voce. Essa sola non si mosse, e disse di sì col capo. [p. 142 modifica]

— No, Lisa!... No, papà! — gridò la desolata Nina buttandosi addosso a sua sorella, e stringendola disperatamente fra le braccia, quasi per difenderla da se stessa: — Perdonatele, padre mio! Non sa quel che si dica.... Siamo tanto disgraziati! tanto! tanto!...

E accarezzava con le mani convulse la sorella, cercava coi baci quella bocca che le sfuggiva.

— Hai detto di sì? Hai detto di sì? — ripeteva intanto il barone, dibattendosi fra coloro che lo trattenevano.

Lisa si svincolò dalla sorella e rispose ferma:

— Sì papa!

— Sei pazza! Sei pazza! — gridò Nina chiudendole colle mani la bocca.

— Sposalo! Sposalo! Io non ti do nulla. Non ho nulla da darti! [p. 143 modifica]

— Questo già lo sa — rispose don Rocco.

— E vattene!... subito! Via di casa mia! Vattene a scavar zolfo insieme a tuo marito!

Lisa chinò il capo, e alla sorella che le si aggrappava alle vesti singhiozzando: “No! no!„ disse invece:

— Lasciami andare.

— Lasciala andare! — urlò il padre furioso — o.... o....

— Per carità! Cosa facciamo! — esclamò la zia Bianca spaventata, e condusse via Lisa.

Dopo, mentre Nina piangeva e si disperava da una parte, e suo padre smaniava ancora dall’altra, don Rocco disse il fatto suo:

— Barca rotta è questa casa! A fondo deve andare!

Il barone si fermò a guardarlo, stralunato, quasi cadesse dalle nuvole. [p. 144 modifica]Chinò il capo, e gli disse come potè, colla voce ancora rotta dall’affanno e soffocata dalla vergogna:

— A don Nunzio ditegli che gli domando scusa.... Se vuol darmi ancora quell’impiego.... Ditegli che sono nelle sue mani....

— Sia lodato Iddio! — sospirò finalmente don Rocco levando le braccia al cielo. — Questo si chiama parlare.