Geografia (Strabone) - Volume 1/Prolegomeni

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Prolegomeni di Adamanzio Coray alla Geografia di Strabone

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Strabone - Geografia - Volume 1 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1827)
Prolegomeni di Adamanzio Coray alla Geografia di Strabone
Avviso del Tipografo Annotazioni

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PROLEGOMENI

DI ADAMANZIO CORAY

ALLA GEOGRAFIA DI STRABONE

TRADOTTI DAL GRECO

E COMMENTATI

DA ANDREA MUSTOXIDI

CORCIRESE.



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I.


Amasia città segnalata del Ponto (1), che tuttavia conserva l'antica sua denominazione, produsse Strabone. Chi e quale fosse il padre di lui non è a noi manifesto, ma intorno alla madre egli medesimo ne insegna quanto segue. Dorilao, uomo pratico nell’arte militare, originario di Creta (2), generò due figliuoli chiamati Stratarca e Lageta. Il fratello di Donrilao appellasi Filetero, ed aveva pur egli un figliuolo, che come il zio si nomò Dorilao. La figliuola di Lageta partorí la madre di Strabone (3), il padre della quale era per avventura indigeno della Cappadocia, o del Ponto, o almeno uno de’ greci colà domiciliati (4), secondochè appare dal barbarico nome del fratello suo Moaferne, che così Strabone appella il paterno zio della madre (5). Di questi pontici o cappadoci è probabile fosse eziandio il marito di lei, padre di Strabone, forse non menò illustre de’ materni suoi progenitori (6), i quali si mostrarono in molte circostanze uomini di grande riputazione.

Il militare Dorilao fu amico e capitano di Mitridate re del Ponto, soprannomato Evergete (7). Ritrovatosi in Creta quando i Cnossj pugnavauo coi Cortinj, egli fu eletto da questi per capitano, e in breve compí la guerra. Ma come ebbe appresa colá la morte di Mitridate (8), si rimase [p. 4 modifica]in Cnosso (9), ove ammogliatosi a Sterope, donna macedone, generò i prefati Stratarca e Lageta, nomi significanti l’eccellenza di Dorilao nell’arte militare (10). Di costui il nipote, pur Dorilao, figliuolo di Filetero che rimaso era nel Ponto, educossi coll’erede di Mitridate Evergete, Mitridate Eupatore, che lo insigní di grandi onori (11), e suo generale l’instituí nella guerra contra i Romani (12). E dal medesimo Mitridate Eupatore fu preposto a prefetto della Colchide il poco fa mentovato Moaferne (13), zio della madre di Strabone.

Visse Strabone certamente nell’intervallo che corse fra parte della vita del Magno Pompeo e di Cesare e parte di quella di Tiberio, ma non è noto precisamente il tempo in cui egli cominciò e cessò di vivere. Quanto è possibile sapersi in questo particolare si congettura dai seguenti raziocinj, i quali separatamente osservati nulla provano, ma collettivamente creano una qualche probabilità.

Pompeo contemporaneo e rivale di Cesare, fu chiaro principalmente ai tempi di Mitridate Eupatore, al cui servigio, come abbiam veduto, si dedicarono i parenti di Strabone. Un anno avanti ch’egli vincesse Mitridate (verso l’anno 687 della fondazione di Roma, 65 prima di Cristo) (14) dissipò dall’intero mare mediterraneo tutti i pirati, tanto più difficili a vincersi, quanto n’era grande il numero, ed erano più i luoghi per li quali spargevansi, e moltiplici ed implicatissimi i mezzi della loro malvagitá (15). Queste due vittorie fecero famoso, come niun altro, per tutto il mondo il nome di Pompeo.

Suppongo per ora che Strabone nascesse all’epoca, [p. 5 modifica]o poco dopo, delle geste di Pompeo, cioè circa l’anno 687 di Roma. Ma questa si consideri al presente una mera ipotesi, sintantoché ne sia dato a conoscere dai successivi fatti s’ella concordi colle rimanenti circostanze dell’istoria.

Strabone quando andò a Corinto giá atterrata da Mummio, trovolla novellamente riedificata (16). Ma la sua riedificazione, o almeno il decreto che la ordinava fu promulgato pochi mesi prima dell’uccisione di Cesare, e quest’uccisione accadde l’anno 710 di Roma (42 avanti Cristo). Se noi riflettiamo al lungo giro che Strabone per la terra intraprese onde raccorre la materia necessaria alla sua Geografia, viaggiato avendo, come dice egli stesso (17), dall’Armenia insino alla Tirrenia, e dall’Eussino Ponto insino ai confini dell’Etiopia (18), occorre ch’egli toccasse per lo meno il trentesimo anno dell’etá sua, quando vide Corinto, cioè vide questa cittá sette anni dopo la morte di Cesare, verso l’anno 717 di Roma (35 prima di Cristo). Adunque probabile cosa è ch’egli nascesse, come abbiamo supposto, l’anno 687 di Roma (65 innanzi Cristo) (19).

Strabone narra (20) di aver veduto Publio Servilio, il cognominato Isaurico per le vittorie sue contra gl’Isauri. Le vittorie di Servilio accaddero l’anno 676 di Roma (76 prima di Cristo), cioè dieci anni avanti la nascita di Strabone. Questo Servilio morì decrepito l’anno medesimo 710 di Roma (42 avanti Cristo), in cui ucciso fu Cesare (21), e quando Strabone contava il vigesimo terzo anno dell’età sua, s’egli come abbiamo supposto, nacque l’anno 687 di Roma. Ma in tale etá non poteva [p. 6 modifica]egli aver conosciuto Servilio in Asia, donde costui partito era già da gran tempo. Videlo dunque in Roma, dove è probabile che si recasse poco avanti la morte di Servilio, e la sua andata a Corinto (22).

Parla Strabono di Giuba re dei Mauritani (23), e del figliuolo di lui Giuba il giovane, del quale trionfò Giulio Cesare l’anno di Roma 708 (44 prima di Cristo) (24), e ne parla come di suoi contemporanei (25). Se crediamo ad Ateneo, conobbe Strabone personalmente anche Posidonio, stoico filosofo. Sappiamo da Plutarco che Pompeo vide e conversò in Rodi con Posidonio ritornando dalla guerra mítridatica (26); lo stesso anche si deduce da Cicerone, secondo il quale l’incontro di Posidonio con Pompeo accadde quando questi tornava di Siria, cioè verso l’anno 693 di Roma (60 prima di Cristo (27). Non pertanto Strabone dice che Pompeo andò a Rodi nel tempo in cui militava contea i pirati (28), cioè l’anno medesimo della nascita di Strabone, come abbiamo anteriormente supposto. Ma perchè Posidonio, conforme scrive Luciano, visse ottantaquattr’anni (29), Strabone, se nol conobbe personalmente, giunto era a bastante adolescenza quando quegli morí, onde esser annoverato da Ateneo fra i contemporanei di Posidonio (30).

Strabone conobbe eziandio Elio Gallo, e gli fu così amico, che accompagnollo nella sua spedizione contra gli Arabi (31), la quale accadde l’anno di Roma 739 (prima di Cristo 23). Per contrarre sì stretta amicizia col romano duce è probabil che fosse almeno nel quarantesimo degli anni suoi, se pensiamo massimamente che i [p. 7 modifica]Romani, per l’orgoglio del dominio e per la maggiore sagacitá de’ Greci, tenevanli in diffidenza, di modo che uopo era onde dimostrassero ad essi grande famigliaritá che lunga prova avessero del saper loro e della costumata lor vita (32). E trarre non si può la conseguenza che tanta allor fosse l’etá di Strabone se non supponghiamo la nascita sua contemporanea alle splendide geste di Pompeo.

Quando Strabone scriveva il quarto libro della sua Geografia, erano, com’egli espressamente l’attesta (33), passati anni trentatrè dacché i Carni ed i Norici (34) ubbidivano ai Romani. La soggezione di questi due popoli accadde l’anno 739 di Roma (13 anni avanti Cristo). Giusta l’ipotesi che Strabone fosso nato l’anno 687 di Roma scriveva egli il quarto libro quasi nel cinquantesimo secondo anno della sua vita (35). Ed è probabile che etá piú giovane di questa egli non avesse, se riflettiamo ai lunghi suoi viaggi, nei quali appena gli era dato di ragunare i materiali per la Geografia, e per la intera istoria che prima ancora della Geografia aveva compilata in quarantasettc libri, come vedremo fra poco, e forse per altri a noi ignoti componimenti.

Nel libro XIII della Geografia dice intorno ai Ciziceni ch’eglino ancora colle proprie leggi si governavano (36). E perchè i Romani tolsero ai Ciziceni la libertá l’anno di Roma 778, il quale coincide col 26 dopo Cristo, ne segue che Strabone non era piú fra vivi, quando i Ciziceni divennero soggetti a’ Romani (37). Se noi supponghiamo adunque la morte di Strabone in questo o in qualche altr’anno di poco anteriore, si arguisce [p. 8 modifica]esser egli morto quasi nonagenario, poiché dall’anno 65 prima di Cristo, in cui abbiamo supposto la nascita sua, sino al 26 dopo Cristo, formasi il numero d’anni 91. Se tanto precisamente non fosse il tempo della vita di Strabone, non s’inganna, io stimo, chiunque dice che egli molto visse oltre gli anni ottanta.

La coincidenza della nascita del Geografo con le straordinarie geste di Pompeo, può taluno renderla probabile eziandio dallo stesso nome di Strabone. Imperciocché un tal nome, quantunque greco, non era tuttavia in uso appo i Greci. Da Strabone in fuori, figliuolo del favoloso Tiresia (38), non credo che altri cosí si nominasse. Al contrario i Romani il trasportarono nella lingua loro, e se ne valsero come cognome di più famiglie (39). Il padre suo soprannomavasi Strabo (40), ed è probabile che il figliuolo non lasciasse il primo cognome, se non per porsi invece quello di Magno. Adunque si può credere che anche il padre del Geografo appellasse Strabone il figliuol suo, perché il generò in quell’anno medesimo quando la portentosa, per dir così, fama di Pompeo Strabone, soprannomato Magno, si sparse per le genti, e per ogni bocca profferivasi, ed ogni udito dominava (41). È nota la consuetudine dei genitori d’imporre a’ figliuoli i nomi dei grandi uomini, come ammaestramento, e in certa guisa felice augurio della ventura loro condotta. Di ciò soltanto taluno potrebbe biasimare il padre di Strabone, che tolse a prestito un nome romano, trascurando la non certamente povera di splendidi nomi greca nazione.

Quale ella siasi la congettura intorno al nome, più è [p. 9 modifica]da pregiarsi che Strabone ricevesse dal padre suo educazione e disciplina tale per le quali divenne chiaro (42) vivente, e chiarissimo dopo morte. Come, allorché udiamo il nome Poeta subito la mente nostra corre ad Omero, e il nome Oratore ne rammenta Demostene, similmente udendo il Geografo, altro non intendiamo se non che Strabone (43).

Ma non era egli solamente geografo. Annoverasi anche fra gli storici, e di maggior conto, ove si giudichi la smarrita sua istoria dalla Geografia ch’è infino a noi pervenuta. Non pertanto egli non si sarebbe illustrato nè nella istoria nè nella geografia, se stato non fosse filosofo. E quando formalmente filosofo non l’appellassero Plutarco (44) e il bizantino Stefano (45), basta a rappresentanelo tale l’opera sua (46).

Strabone fu ammaestrato nella greca letteratura da Tirranione grammatico, in quel tempo specialmente famoso (47). Le aristoteliche dottrine le udì da Senarco (48), e fu condiscepolo di Boeto (49). Nondimeno, come fu pure da altri osservato, s’ingannarono quanti perciò Strabone reputarono filosofo peripatetico (5o). E certo dalla testimonianza di Strabone medesimo ch’egli studiasse anche le dottrine peripatetiche, come per avventura studiò quelle di altre filosofiche sette, ma nella sua Geografia si rinviene un maggiore novero di testimonianze per le quali è palese ch’egli abbracciasse specialmente la setta stoica, come il suo condiscepolo Boeto, stoico illustre, secondochè apparisce da Cicerone (51), Plutarco (52) e Diogene Laerzio (53). I filosofi di Grecia erano divisi in varie sette, perciocché [p. 10 modifica]tale esser doveva anche allora la condizione dell’una ed indivisibile filosofia. Tuttavia molti fra essi avevano questo di commendevole, che quando s’erano istruiti nei dommi dell’una, ascoltavano anche delle altre sette gl’insegnamenti, e se in molte parti ingannavansi, almeno mostravano cosí che altro scopo non avevano se non se l’investigazione e il trovamento della veritá. Ma questo pregio nè universale era, nè per gran tempo si conservò, ed a misura che la greca sapienza si diminuiva, generavasi e aumentavasi il mutuo feroce odio de’ suoi così detti sapienti, i quali da filosofi finirono ad essere ridicoli scolastici, come facetamente li punge Luciano quasi dugento anni dopo Strabone (54).

Ciò che principalmente stoico dimostra Strabone sono i nomi di famigliarità ch’egli dá agli stoici. Suo sozio chiama lo stoico Atenodoro (55)} quando parla del principe della setta stoica Zenone, dice, Zenone il nostro (56); quando biasima Eratostene che sostiene essere fine del poeta il dilettare e non l’insegnare la virtù, soggiunge: Ma i nostri anche dissero solo poeta essere 11 sapiente: (57) dove, come notò pure il Casaubono, manifestamente intende gli stoici, dei quali era domina altresì che solo il sapiente è poeta, e retore, e giudice, e re, e sacerdote, e libero (58). Un tal domina fu deriso non solamente dai comici sulla scena al segno che il parodiarono dicendo, solo il sapiente saper comporre gustose vivande (59), ma conturbò anche lo stesso buon Plutarco (60). E nondimeno null’altro nelle bocche degli stoici significava, nè altro significar puote appresso quanti giudicano imparzialmente le persone e [p. 11 modifica]le cose, se non se che nessun negozio o ufficio della vita trattasi rettamente da chiunque non abbia a duce la filosofia. Un secolo prima di Zenone disse Platone, che allora cesseranno i mali delle città e degli uomini quando i filosofi regneranno o filosoferanno i re (61), e veruno in ciò non derise Platone, quantunque il suo detto dal detto degli stoici il solo sapiente è re, non differisca che nelle parole. Ritorno a Strabone dovend'io parlare primamente della smarrita sua istoria.

Questa intitolavasi Memorie istoriche ('Ιστορικὰ ὑπομνήματα) come ne dice lo stesso padre di essa Strabone (62), e dopo Strabone, Plutarco (63). Suida scrive che fosse in quarautatrè libri, e comprendesse le cose dopo Polibio (64), cioè quelle che accaddero dopo questo istorico. Ma perchè Strabone medesimo nomina il sesto libro della sua istoria secondo dopo Polibio (65), si congettura che questi dopo Polibio incominciassero dal quinto libro, c che nei quattro precedenti, si esponessero i fatti anteriori e contemporanei a Polibio, in guisa che tutta l’istoria di Strabone compievasi in quarantasette libri, i quali con gran danno rapiti furonci dal tempo (66).

Oltre questa generale istoria reputano alcuni (67) che Strabone scrivesse eziandio una particolare istoria del magno Alessandro, e il congetturano da quel passo della sua Geografia, nel quale egli biasimando le menzogne degli istorici del Macedone dice: E già a noi cade in acconcio il considerare la maggior parte di queste cose, memorando i fatti d’Alessandro (68). Da tali parole solamente deduccsi che negli istorici [p. 12 modifica]menlai’j scrisse come di molti altri anche i fatti d'Alessandro: ma non già ch’ei componesse un particolare libro, intitolato dal nome d’Alessandro.

Dopo l’istoria Strabone si volse a comporre la Geografia. Per giudicarne, come è giusto, il merito, egli è necessario che io esponga brevemente in quale stato ci trovasse la scienza della descrizione della terra, e quanto progredir la facesse. Dico brevemente perchè nè tempo ho, nè intendimento di esporre l'intera storia dell’antica geografia. Chiunque avesse desiderio di più compiuta notizia intorno ad essa potrá soddisfarlo colla lettura di molle e buone opere moderne, delle quali mi basta nomare il tedesco Mannert (69), il francese Gossellin (70), e l’inglese Rennell (71).

II.

Non solamente principe dell’antica geografia, se crediamo a Strabone, ma eziandio accuratissimo geografo è Omero. Ride taluno anche suo malgrado nel leggere le lunghe e frequenti digressioni di Strabone contra coloro, i quali biasimano qualche grande o picciolo geografico errore di Omero. Che questo sommo Poeta, noverando molte città e principalmente le greche, serbasse certo ordine naturale della lor posizione, e quinci descrivesse il paese, non v’ha dubbio. Ma quando Strabone si sforza a dimostrarci che il giustamente da tutti ammirato Poeta è parimente ottimo geografo, non altro ci dà a conoscere, se non che gli stessi filosofi non sono affatto liberi da pregiudizj (72).

Incomparabilmente con maggior giustizia ponsi in [p. 13 modifica]cima degli antichi geografi Anassimandro il milesio, il quale fiorì l’anno 570 avanti Cristo. Egli primo delineò una tavola geografica, e formò la sfera, come attesta Diogene Laerzio {73). È probabile che la tavola fosse delineata in rame, simile a quella che circa settanta anni dopo (500 prima di Cristo) Aristagora il concittadino di Anassimandro mostrava al re di Sparta Cleomene (74).

Ecateo contemporaneo e concittadino di questo Aristagora, scrisse primo un’opera geografica (75), e perfezionò, come dice Agatemero (76), anche la tavola di Anassagora. Ciò non è improbabile. Ma il dice Agatemero, non, come altri credettero, Strabone. Le parole di Strabone son queste (77): Anassimandro fu il primo che desse fuori tavola geografica, ed Ecateo che lasciasse lo scritto, il quale per altra sua scrittura si crede che di lui fosse (78).

Fra i geografi si colloca anche Democrito (79), il quale fiori quasi 450 anni prima di Cristo. Nel lungo catalogo delle opere di questo filosofo rapiteci dal tempo (80), trovasi anche un libro intitolato Geografia. Non so donde imparasse Suida (81) che dei molti scritti di Democrito solamente il μέγας διάκοσμος, Del grande Ordine, ossia dell’Ordine dell’Universo e il περὶ φύσεος κόσμου intorno la natura del mondo fossero genuini. Ma perchè il tempo distrusse i lavori di Anassimandro , di Ecateo, e di Democrito, primo geografo nominiamo Erodoto contemporaneo di Democrito (82). Ed ancorchè l’opera sua sia propriamente istorica, contiene ella tuttavia molte osservazioni geografiche, delle quali l’esattezza, del pari che quella delle storiche [p. 14 modifica]notizie, si scopre e conferma di giorno in giorno, quanto più la sapienza progredisce appo i moderni, e si moltiplicano vie maggiormente le opere de’ viaggiatori: nè mostrarono se non ignoranza, o almeno disattenzione, che non merita scusa, tutti quegli antichi e moderni i quali biasimarono Erodoto come favoleggiatore, senza distinguere in lui ciò ch’ei narra qual testimonio oculare, da ciò ch’egli espone per averlo da altri udito, e ch’ei stima obbligo suo di non passare sotto silenzio, come già fu osservato dal celebre apologista d’Erodoto, l’inglese Rennell (83). Di questa disattenzione si è fatto colpevole (chi il crederebbe?) anche lo stesso Strabone (84).

Se taluno per sé stessi esamina gli errori geografici di Erodoto, pochi non sono ma se gli riferisce al tempo in cui egli scriveva, reca stupore che più non sieno, massimamente quando si consideri che non solo i geografi greci e romani a lui posteriori, ma sino quelli delle illuminale moderne nazioni non ha guari ingannavansi in cose sulle quali Erodoto aveva un’idea giusta (85).

Fra le cose ignorate da Erodoto la maggiore è quella che riguarda la parte dell’astronomia, ch’è necessaria alla certezza della geografia e s’egli conosciuta l’avesse si saria rimasto dal deridere coloro i quali credevano sferica la figura della terra, nè caduto sarebbe in altri errori, conseguenza necessaria di questa ignoranza (86).

Non so se io deggia dopo o prima d’Erodoto collocare Annone, perciocchè i cronologi ancora non riuscirono a fissare il tempo in che egli visse e fiorì. Annone duce o ammiraglio de’ Cartaginesi, fu spedito dai [p. 15 modifica]suoi cittadini con sessanta navi e trenta mila uomini, per istabilire colonie nei litorali dell’Africa al di fuori delle Colonne d’Ercole. Se, vero è che Cartagine fu edificata l’anno 65 prima di Roma, il quale coincide col 819 prima di Cristo (87), egli è opportuno il supporre che per pervenire a tanto incremento onde spedir colonie, uopo ebbe almeno d’anni 25 o, cioè Annone si mosse da Cartagine quasi 570 anni prima di Cristo. Non pertanto alcuni posero il viaggio di Annone nel 500, altri nel 448 i altri nel 440, in cui fiorì anche Erodoto; altri nel 407, altri nel 340; altri nel 300 avanti Cristo (88). La differenza di tali opinioni è dal più al meno d’anni 270, ossia suppone Annone d’anni 150 anteriore o posteriore ad Erodoto. Quanto varia da questi il Vossio che vuole Annone più antico dello stesso Omero e d’Esiodo! (89) Si studia egli di raffermare la sua sentenza in Appiano, secondo il quale Cartagine fu edificata cinquant’anni prima della presa di Troia (90), e in Strabone, a detta del quale le colonie dei Fenicj furono inviate poco dopo di quell’avvenimento (91). La presa di Troia accadde, conforme computa il Larcher, l’anno 1270 avanti Cristo (92). La sentenza del Vossio, con qualche mutazione, oggi è accettata dal dotto Gosselin, poichè egli pone il viaggio d’Annone 1000 anni prima di Cristo (93), onde ne segue che Annone sia di anni 56 o più antico d’Erodoto. In questa discordanza d’opinioni egli è diffícile distinguere il vero. Ma comunque la cosa sia, il Periplo d’Annone quale noi l’abbiamo oggidì, non di tutta l’opera, ma del suo solo sommario quasi è la traduzione, la quale nemmeno sappiamo quando e da chi fatta fosse (94). [p. 16 modifica]

Prima d’Erodolo piú rettamente farebbesi ricordanza di Scilace cariandese se l’opera geografica conservataci col nome suo fosse veramente produzione di Scilace. Chiunque ne legge il titolo Periplo di Scilace cariandese ad altri non corre naturalmente col pensiero, sennonché a quello Scilace cariandese più antico d’Erodoto di circa cinquant’anni, il quale, come dice il medesimo Erodoto, inviossi dal re dei Persiani Dario ad investigare le foci del fiume Indo (95).

Non pertanto ella è opinione di certuni, che di lui non sia il Periplo a noi pervenuto, ma di tal altro posteriore che con lui ebbe comune e il nome e la patria. Il cariandese Scilace, dicono essi, spedito da Dario ad investigare le foci dell’Indo, non limitossi alla sola investigazione di quel fiume, ma è probabile che esaminasse e descrivesse anche altre parti dell’India, terra ch’egli primo osservò, e tanto diversa per la natura e pei costumi da quante altre fino allora vedute aveva. E tuttavia non solamente nulla di tutto ciò, ma nemmeno il nome dell’India non appare nel Periplo di Scilace che possediamo, perciocché egli ristringesi al mare mediterraneo, e non esce nell’Oceano piú oltre di quanto avanzossi Annone. A questo proposito accresce il dubbio Suida, dicendo che Scilace scrisse eziandio contra Polibio (96). Ma Polibio è quasi 350 anni piú giovane di quello Scilace che Dario inviò all’India (97). Hannovi anche altre obbiezioni contra l’antichitá del Periplo, le quali può taluno, ove il voglia, trovarle nella Biblioteca del Fabricio (98), per lo che mi basta fare una sola avvertenza intorno al [p. 17 modifica]dialetto di Scilace, la quale non so se alcuno dei critici l’abbia mai fatta. Carianda dista pochi stadj da Alicarnasso, a cui è opposta l’isola Coo. In tutto quel circuito parlavasi la lingua dorica. Adunque Scilace scriver doveva doricamente, o almeno (ciò ch’è più probabile), ad imitazione dell’alicamasseo Erodoto e del coo Ippocrate, ionicamente. E tuttavia il Periplo che porta il suo nome, è scritto in lingua attica, e non già nella pura, che nell’etá di Scilace non era anche surtanei libri, ma in quella scadente e contemporanea ai successori di Alessandro.

Quanti per lo contrario reputano padre del pervenutoci Periplo l’antico Scilace nominato da Erodoto, sciolgono le obbiezioni degli avversarj in tal modo. Il Periplo che possediamo ò indubitatamente di Scilace, ma non giá per intero, come quegli lo scrisse, ma accomodato da posteriore ignoto scrittore, il quale tralasciata tutta l’India, limitossi alla sola descrizione del mare Mediterraneo, la quale anche talvolta mutò con molte ommissioni ed aggiunte. La testimonianza, dicono, di Suida non è gran fatto meritevole di fede.

Egli è probabile che anche in questo, come in altri molti casi, confondesse e tempi e persone. Lo Scilace che scrisse contra Polibio non ha nulla di comune con quello rammentato da Erodoto, ma è l’alicarnasseo Scilace, matematico illustre, discepolo di Panetio, come il nomina Cicerone (99), e per conseguenza contemporaneo di Polibio. Queste cose dicono probabilmente coloro, i quali credono autore del serbatoci Periplo l’antico Scilace. [p. 18 modifica]

Il dubbio che io ho aggiunto intorno alla diversitá del dialetto, si risolve anch’esso dalla diversità dei tempi. La lingua dorica, lingua materna di Scilace, pare che mai in prosa non si perfezionasse, come la ionica (100).

Questa Scilace non era alto per avventura a scriverla in quella guisa che la scrissero Erodoto ed Ippocrate, e il suo dorismo parer doveva stranissimo agli Attici, e specialmente a coloro che vennero dopo l’etá d’Alessandro.

Adunque sará strano il supporre che colui, il quale ardí recidere ed ampliare la narrazione di Scilace, nella lingua del tempo suo ne mutasse parimente il dialetto e la frase? II gran nocumento che ne recò questo rifacitore di Scilace, si è quello d’averci privato delle narrazioni intorno all’India. Delle cose che Erodoto inserí nella sua istoria intorno a questa regione, probabilmente la maggior parte trassele egli da Scilace; e se poscia gli storici ed i geografi non si valsero della costui testimonianza sull’India, n’è colpa lo stesso Scilace, il quale avendo mescolato molte favole colle veritá, riportò, come dice l’inglese Robertson, la pena meritala dai menzogneri, di non essere creduli nemmeno allorquando sono veridici (101).

Poco innanzi alla guerra peloponnesiaca, contemporanco d’Erodoto fiorì Damaste, nato in Sigeo, cittá della Troade. Da molli si noma come istorico e geografo. I suoi libri geografici s’intitolavano Catalogo delle nazioni e delle città (102), c la maggior parte, se crediamo ad Agatemero, trass’egli da Ecateo. Strabone dà a Damaste biasimo di mendace (103).

Dopo (104) Damaste è Eudosso cnidio (105), geografo, [p. 19 modifica]astronomo e medico, amico e discepolo di Platone, in compagnia del quale, secondochè vogliono alcuni, viaggiò anche in Egitto. Scrisse il Circuito della terra (106), e un’Astronomia in versi (107). Quanto amore Eudosso avesse alla sapienza si manifesta da ciò che disse intorno al sole; auguravasi appressarsi a questo splendido astro, per conoscerne la natura, nè gli caleva di rimanerne incontanente arso, come un altro Faetonte (108). Posidonio trovò in Cnido la nomata Specola di Eudosso (109), donde questi mirava il cielo per fare le astronomiche sue osservazioni. Quanta e qual fosse la sua riputazione il diè a conoscere la patria sua, che ricercò ed ottenne da lui leggi. Il nome suo fu mutato in Endosso (110), e la storia fu sollecita a serbarci anche il nome delle tre sue figliuole Attide, Filtide, e Delfide. Delle molte sue opere nulla n’è rimasto, se eccettui le poche testimonianze elie di lui adducono Gemino e Ptolemeo (111).

Intorno quasi ai medesimi tempi con Eudosso fiorì il cumeo Eforo, discepolo d’Isocrate. Scrisse una storia in trenta libri (112), nella quale sovente adempieva lo veci di geografo ad imitazione d’Erodoto; il perchè Strabone si vale di quella storia che il tempo ne ha tolto (113), e dell’altra scrittura di lui, similmente smarrita, delle Invenzioni (114). Altri libri citansi col nome di Eforo, dei quali quello intorno le Città de’ Traci: non è giá libro distinto con tale titolo, come suppose il Vossio, ingannato da una frase di Arpocrazione male interpretata (115), ma è bensì parte dei trenta libri dell’istoria.

Dopo Eforo si nomini Aristotele. Se giudichiamo dal [p. 20 modifica]lungo catalogo che dello opere sue compilò Diogene Laerzio (116), questo filosofo non iscrisse nulla di peculiare intorno alla geografia; ma in diverse parti degli scritti che di lui ci sono pervenuti trovansi sparse alcune poche osservazioni geografiche. Dimostra la figura sferica della terra, contra quanti la reputavano schiacciata, ed accetta l’opinione di certi astronomi, secondo i quali la periferia della terra era di 400,000 stadj (117). Il mar Caspio rettamente stima diviso e dall’Oceano o dal Mediterraneo (118), e non già golfo dell’Oceano, come stimavanlo molti dopo di lui. Ma circa l’Islro aveva egli la comune erronea opinione del tempo suo, cioè che si dividesse in due rami, de 1 quali l’uno scaricavasi nel Ponto, e l’altro nell’adriaco mare (119).

Più proprio alla geografia che non Aristotele è il discepolo suo Dicearco. L’opera sua intitolata, Vita dell’Ellade, e divisa in tre libri, egli dedicò al suo condiscepolo ed amico Teofrasto. Ma di quest’opera non ci è rimasta se non piccola reliquia scritta in versi iambici, qua e là di prosa interrotti o dallo stesso Diccarco, o da tal altro di posteriore età. E forse da lui trassero esempio quei Francesi, i quali scrissero viaggi scherzosi in discorso misto di versi e prosa. L’epigrafe Vita dell’Ellade è probabile che fosse suggerita dall’indole stessa del componimento, perciocché Dicearco non si limita alla geografia delle greche città, ma descrive e la vita e i costumi degli abitanti, ora lodandoli ora deridendoli con comico lepore. Oltre la Vita dell’Ellade, dettò molti altri componimenti e geografici e di di versa materia, dei quali i nomi trovansi in Ateneo [p. 21 modifica]ed in Cicerone. Quest’oratore romano s’infiammò di tale entusiasmo alla lettura di essi, sino ad esclamare scrivendo ad Attico, O magnum hominem (120). Giustifica quest’entusiasmo di Cicerone la stima in che i Lacedemoni tennero Dicearco. Decretarono essi che ogni anno ai giovani raccolti nel palazzo degli Efori, si leggesse 1 ’ opera di Dicearco intorno la Repubblica degli Spartani (121), la quale intitolavasi parimente Tripolitico , o piuttosto era parte del Tripolitico (122).

Dopo Aristotele ed il discepolo suo Dicearco deve collocarsi il marsigliese Pitea, se veramente fiorì ai tempi di Ptolemeo filadelfo, come congettura il Vossio (123). Il Filadelfo cominciò regnare l’anno primo della 124.ª olimpiade (282 anni avanti Cristo), cioè 37 anni dopo la morte d’Aristotele, e 4 dopo quella di Teofrasto, al quale premorì probabilmente Dicearco, poiché Teofrasto visse oltre cent’anni (124). L’allemanno Mannert per lo contrario sospetta anteriore Pitea ad Aristotele, perciocché Aristotele nomina nell’opera Del Mondo due isole, Albio e (125) Ierna (126), le quali conoscere non potevansi da altri fuorché da Pitea. Ma che l’opera Del Mondo non sia d’Aristotele bastevolmente il dimostrarono i critici (137), la cui opinione almeno vietar doveva al Mannert di proporre come probabile che Aristotele leggesse gli scritti di Pitea (ta8). Cotesto Pitea molti degli antichi, e parecchi dei moderni biasimarono come mendace, in molte parti giustamente, ma per lo più così ingiustamente che il loro giudizio sembra derivare anzi da passione che da accurato esame. Severo principalmente mostrassi in questo [p. 22 modifica]giudizio Polibio, e piú di lui severissimo Strabone. Per giudicare oggidì rettamente e Pitea e gli accusatori suoi, uopo sarebbe avere intera l’opera sua; ma di essa rimasero soltanto pochi frammenti, conservatici da Plinio, il quale spesso non intendeva quanto leggeva negli scrittori greci, e da Strabone, la cui severità inspira naturalmente temenza in chiunque voglia essere imparziale. Non è, a cagion d’esempio, strano che Polibio, e Strabone il quale riferisce la testimonianza di Polibio (129), neghino il viaggio di Pitea, perchè Pitea era {dicono essi) uomo privato, povero, e per conseguenza non atto alla spesa di lungo viaggio, come se molto più giusto e più probabile non fosse stato per essi il supporre che egli fu inviato a spese del Comune dei Marsigliesi, i quali ricchi, dediti al commercio, potenti in mare, e sovra tutto rivali de’ Cartaginesi, desiderarono naturalmente aver notizia e comunicazione con luoghi lontani. Allorché le città o i governanti, abbisognano di chi soddisfaccia a tal desiderio, non eleggono il più ricco, ma il più idoneo dei cittadini.

Detto ho che Plinio spesso non intendeva i greci scrittori, nè l’ho io detto pel primo. Bastami l’esempio, innanzi me indicato da altri (130), per mostrare al lettore, quanto sia pericoloso il portare un giudizio allorché appoggiasi sulle testimonianze, e non sul proprio sentimento dei giudicanti. Pitea, giusta le parole di Plinio (131), dice che nella Tule il giorno era di sei mesi, e di sei mesi la notte. Ciò veramente accade nel Polo, dove Pitea nè andò, nè andar poteva; e se della Tuie avesse così favellato, sarebbe la sua [p. 23 modifica]impudentissima menzogna. Pure chi crederemo? Plinio, o le stesse parole di Pilea, le quali ne son conservate testualmente da Gemino. «A questi luoghi pare che andasse eziandio il marsigliese Pitea». Die’ egli adunque pei luoghi intorno all’Oceano ov’egli andò. «Mostravanci i barbari dove il sol dorme; perciocché accadeva circa quei luoghi che la notte fosse del tutto piccola, quando di due, quando di tre ore, in guisa clic breve intervallo dopo il tramonto sorgeva subito il sole (132)».

E notisi, che Gemino parlando progressivamente della diversa lunghezza dei giorni, secondo la diversità dei climi, si riduce anche a dire del giorno semestrale, e quivi non riferisce di veruno il nome. «Oltre v’ha certa regione, che verso settentrione giace, in cui il polo sovrasta verticalmente. Appo loro il giorno più lungo è di sei mesi, e la notte similmente». Degno è d’osservazione altresì, che Strabone, il quale non crede nemmeno le verità di Pitea, e le menzogne ne rimprovera con molta amarezza, tuttavia tace su questo proposito, e rettamente, perchè, o noi disse Pitea, o sei disse, il riferisce per scienza al polo stesso, e non per oculare inspczionc alla Tule (133).

Consimile è forse anche quanto dice Plinio, recando Pitea in testimonio, intorno al crescimento dell’Oceano: Octogenis cubitis supra Britanniam intuinescere æstus Pytheas Massiliensis auctor est. (134). Ora chi ne può dimostrare che tale iperbole uscisse della bocca di Pitea, e non sia anzi nata dalla disattenzione di Plinio o dei copisti? Se invece di Octogenis, tu ponga Octo (135), e computi pari il cubito ad un piede e [p. 24 modifica]mezzo, troverai Pitea concorde colle odierne osservazioni, secondo le quali nell’occidentale lido di Francia, il gonfiamento dell’Oceano ordinariamente monta a dodici piedi (136). Ma se anche supponghiamo Pitea aver narrato che superiormente alla Britannia il gonfiamento dell’Oceano monta a ottanta cubiti di altezza, nemmen così egli mentì, se narrò unicamente il fatto come accaduto qualche volta, e non già come solito ad accadere, secondochè intese Plinio. Se nelle isole al disopra della Britannia, chiamate Orcadi, come affermano gli odierni istoriografi della natura (137), quando soffiano violenti venti sale l’escrescenza dell’Oceano a 200 piedi d’altezza, più presto che mentitore, fu Pitea assai moderato, dicendo 80 cubiti, cioè piedi 120.

Negar non si può che ne’ frammenti conservatici di Pitea trovatisi alcune favole, da lui o foggiate come vogliono Polibio e Strabone, o piuttosto udite e leggermente credute. Non pertanto a Pitea resta il pregio e della scoperta di molte verità, e la gloria d’aver egli pel primo messo in opera le astronomiche osservazioni onde fissare la posizione delle città (138). Primo eziandio Pitea si studiò d’esporre le cagioni delle escrescenze dell’Oceano, come dice Plutarco (139), e come il sapremmo più accuratamente, se pervenuta ne fosse l’opera di Pitea intorno l’Oceano, rammentataci da Gemino (140). Primo ancora fra i Greci Pitea conobbe il Baltico mare (141), e le parti al di là del Baltico, o che la Tule fosse, secondo reputano alcuni, la presente Schetlandia, o l’Islanda, secondo l’opinion d’altri (142).

Ma quante cose nomò o descrisse Pitea nell’opera [p. 25 modifica]sua, le descrisse per averle vedute egli stesso, ovvero uditele da altri vantolle sue proprie? Questo dubbio fu diversamente sciolto fra gli antichi, come fra i moderni. E fra questi e quelli opinarono alcuni, aver oltrepassato Pitea il promontorio sacro (143), ed essersi avanzato alle isole britanniche, e più innanzi ancora fino alla Tule; e per lo contrario altri negarono, come ho già detto, e il viaggio di Pilea, e Pitea stesso quale impudentissimo bugiardo ardirono convincere. Ma perchè è mio intendimento esporre soltanto brevemente quali fossero i geografi a Strabone anteriori, e non già il dare una diligente istoria dell’antica geografia, chiunque desidera più piena notizia intorno a Pitea volgasi agli scritti de’ moderni (i44)j dai quali potrá egli da per sè stesso giudicare se deggia favorire o l’una parte o l’altra, o ciò ch’è più sicuro, distare da entrambe.

Se a taluni incerta parve l’età in cui visse Pitea, vieppiù oscuro è il quando visse il marsigliese Eutimene, e s’egli o anteriore o posterior sia del suo concittadino Pitea. Non so d’onde taluni congetturassero che ei fosse contemporaneo di Pitea (145). Questo solo è certo, che si annovera da Marciano nel catalogo dei geografi, e (146) Plutarco una sola volta il nomina fra i fisici che indagarono le cagioni dell’escrescenza del Nilo (147). Clemente alessandrino (148) rammenta anche un’istoria di Eulimene col titolo di Croniche, ma non è chiaro se ella attribuire si deggia a quel marsigliese, ovvero ad altrui che portasse l’ugual nome d’Eutimene.

Sin qui la geografia, se tu eccettui alcune poche astronomiche osservazioni di Pitea, limitavasi [p. 26 modifica]unicamente alla misura delle distanze da luogo a luogo. Ma di quinci comincia ella a divenire di più in più disciplina filosoGea, valendosi dell’aiuto dell’astronomia. Principe di questa filosofica geografia fu Eratostene il cireneo, discepolo in Atene del chio Aristone.

Costui fu invitato dal terzo Ptolemeo, e destinato a prefetto e custode della biblioteca alessandrina, famosa e pei lumi che sparse nel mondo, e per quanta tenebre proccurò poscia la sua distruzione. Eratostene nutrendo il suo studio con sì gran tesoro a lui affidato, divenne eruditissimo filologo (149). Ma perchè d’ordinario avviene in coloro che sanno molte cose ch’eglino le sappiano come l’omerico Margile, il quale

Opre molte sapea, e tutte male,

stimavasi Eratostene da’ suoi contemporanei dotto di cognizioni e scienza superficiale in quanto ei professava (150). Laonde il soprannomarono, altri per derisione, ed altri per più fiera passione dell’animo, Beta (151), significando così che in ogni disciplina propriamente aveva le secondarie parti, e in nessuna non era il primo. Comunque la cosa sia, se non nel rimanente, l’invidia sola ardisce negare che Eratostene non fu l’Alfa della geografia.

Egli primo, dietro la guida de’ suoi predecessori, c principalmente del marsigliese Pitea, e di molle altre notizie di contrade c cittá, quante ne scoprirono le spedizioni di Alessandro e dei re successori, perfezionò la tavola d’Anassimaudro, e compose un intiero geografico sistema, fondato in osservazioni [p. 27 modifica]che, e diviso in tre libri, il quale con qualche cangiamento Strabone segui, e in compendio comprese nei primi due libri della sua geografia.

Il più splendido fra gli altri pregj d’Eratostene è l’impresa della nuova misura di tutta la terra, intorno la quale, oltre Strabone (152), uopo è leggere quanti fra i moderni favellarono di essa estesamente, senza dar tuttavia gran fede a coloro che tentano di sostenere, questa misura essere avanzo della sapienza di più antica nazione, nazione innominata che fiorì prima del dilùvio (153). Quest’opinione non suppone certamente un fatto impossibile, ma egli è, cred’io, più convenevole e più sicuro le cose note e scritte da uomo noto di nota nazione attribuire a questa nazione, anzichè congetturare, o immaginare sin dove progredissero le scienze presso genti delle quali nè si puote i libri mostrare, nè con certezza fissare il nazional nome.

Al dir d’Eratostene il perimetro della terra è di stadj 252,000 (154). Prima di questa, altra misura della terra nelle scritture de’ Greci non appare, se non se quella rammentata da Aristotele, dei 400,000 stadj (1 55), come opinione di certi matematici del tempo suo. Non m’è ignota la sentenza di coloro, i quali sostengono queste due misure non differire quasi che nel nome, e pressochè pareggiarsi, ove tu supponga due diversi stadj, quelli che settecento fanno un grado di periferia e gli altri che 1111 compiono lo stesso grado (156), e che Eratostene dei primi si valse, ed Aristotele dei secondi. Il medesimo pareggiamento adattano ad altre tre misure della terra, fondandosi nella uguale ipotesi della [p. 28 modifica]diversitá degli stadj (iSj). La probabilitá dell’ipotesi non è poca; ma tanto è lungi dall’essere comune a quanti scrissero intorno l’antica geografia, che fu anche fortemente combattuta da altri geografi (158).

Tuttavia supponendo pure che la misura della terra fosse invenzione più antica d’Eratostene, la gloria dell’invenzione tutta rimane a lui, perchè primo egli s’accinse a dimostrarla metodicamente, e molti de’ geografi ed astronomi posteriori, insino a Ptolemeo, e la riconobbero come ideata da lui, e se ne valsero nelle osservazioni loro. Quasi due mila anni prima di Copernico, opinò, o piuttosto felicemente indovinò il pitagorico Filolao (159) il moto della terra, opinione, come immaginò l’istorico dell’astronomia (160), più antica di Filolao, e nata nelle teste degli uomini autidiluviani; non pertanto la gloria dell’opinione non appartiene tanto a Filolao, quanto a Copernico, che il moto della terra metodicamente dimostrò.

Il geografico sistema d’Eratostene, se il paragoni colle odierne nostre geografie è indubitatamente assai manchevole. Ma colui solo perciò ardirebbe biasimarlo che mai non pensò come cominciano e come si perfezionano le umane cognizioni, nè sospetta che eziandio la presente geografia dai nostri posteri sará incomparabilmente perfezionata. (161). Egli è ingiusto ricercare ad Eratostene tali cognizioni geografiche, quali era impossibile che le avessero i Greci di que 1 tempi (162).

Oltre la geografia scrisse Eratostene altre opere poetiche e prosaiche di diverso argomento (163). Tra queste è la nominata da Plutarco Della ricchezza (164), il cui [p. 29 modifica]perfetto titolo era Della ricchezza e della povertà (165). Similemente in Strabone troviamo citata un’altra opera di Eratostene Dei beni (166), più esattamente intitolata dall’alessandrino Clemente Dei beni e dei mali (167).

Quanto egli è possibile indovinare l’indole dell’anima dall’indole della narrazione, i frammenti degli scritti d’Eratostene serbatici da Strabone e da altri nel manifestano per uomo ornato di vivace e faceta fantasia. Tale è il giudizio intorno ad Omero (168). Esponendo il poeta gli errori di Ulisse in Sicilia e nelle isole vicine, dice che Eolo donò ad Ulisse un otre pieno di venti per valersene nel viaggio (169). Questa grossolana invenzione altri degl’interpreti la riferivano alla poetica libertà, ed albi molte allegorie vi vedevano espresse, per timore che da ciò non riportasse nocumento la riputazione d’Omero. Ma Eratostene, il quale considerava anche lo stesso viaggio d’Ulisse, come invenzione dell’omerica fantasia, soleva dire facetamente (170), che allora taluno, avria potuto trovare per quai luoghi viaggiasse Ulisse, quando trovasse il coiaio che cucito aveva l’otre dei venti (171).

Prima di lasciar Eratostene, è giusto ch’io il liberi da certe calunnie. Egli, come ho narrato testò, fu combattuto o giustamente o ingiustamente dai dotti suoi contemporanei, quale uomo di scarsa sapienza. Molti anche posteriormente il combatterono pe’ suoi geografici errori. Tra questi sono Ipparco, Polibio, Artemidoro, Posidonio e lo stesso Strabone. E ciò è lecito, se ha per iscopo unicamente la scoperta del vero, nò offende i riguardi che si deggiono a chi ha ignorato la verità, e [p. 30 modifica]massimamente quando il discorso cade sui costumi di lui.

Eratostene fu ammaestrato nella filosofia in Atene dal chio Aristone (172), ascoltò eziandio il maestro di Arnione e principe della setta stoica, Zenone. E nondimeno Polemone che descrisse l’orbe e fiori verso la fine della vita d’Eratostene (173), osò dire, che Eratostene non andò affatto in Atene. Questa turpe mendacia di Polemone si biasima anche da Strabone medesimo, il quale attesta il contrario, e ciò che più è da notarsi, l’attesta quando accusa con molta ira Eratostene di aver nominato Aristone ed altri filosofi che trovavansi in Atene e vie , tacendo del più illustre fra gli altri, Zenone (17 4 )Non dee recar meraviglia nè il silenzio d’Eratostene, perciocché egli è probabile che disprezzasse, come il precettore suo Aristone, i domini degli stoici; nè l’ira dello stoico Strabone, perchè quegli tacque il nome del principe della stoica setta, Zenone; ma sana strano ch’egli non avesse biasimalo come ingannatore Eratostene, se fosse del tutto probabile la calunnia di Polemone (175). Del pari è improbabile che Eratostene rubasse lo scritto di Timostene. Il sospetto di simil plagio nacque unicamente da queste parole di Marciano. «Eratostene il cireneo, non so da quai ragioni mosso, trascrisse tutto il libro di Timostene, poche cose aggiungendo , in guisa che non si astenne nemmeno dal proemio, ma le medesime parole prepose alla propria sua opera (176)». Altro è nondimeno il trascrisse, ed altro il rubò. S’egli non nominò Timostene, la trascrizione è plagio, se il nominò, la trascrizione si reputa testimonianza d’aver egli trovato il [p. 31 modifica]componimento tanto buono, che nulla ebbevi da cangiare. E grazie a Strabone, dal quale impariamo che Eratostene non solo nomò Timostene, ma anche il lodò: Eratostene... e Timostene che scrisse de’ Porti, il quale è dal primo lodato sopra ogni altro (177)- Poscia, perchè alcun creda un tal furto, bisogna ch’ei supponga stolto Eratostene, come colui che rubava ciò che non poteva nascondere. L’opera di Timostene non era solamente cognita a lui, ma eziandio a molti altri sapienti d’Alessandria, fra i quali indubitatamente sarebbonsi trovati alcuni per manifestare il plagio d’Eratostene, e specialmente quanti il cognominavano Beta. È facile che lo stesso Timostene tuttavia vivesse, o almeno gli amici e congiunti suoi convivevano con Eratostene, e come avrebbero negletto di pungerlo pel suo plagio (178). E questo basti intorno ad Eratostene.

Dopo Eratostene è Ipparco niceo, astronomo fra suoi contemporanei primo, creato dalla natura per iscoprire e trasmettere molte verità ai posteri. Che se propriamente egli non attese alla geografia, contribuì non pertanto mollo al progresso di essa. Accettò la misura della terra di Eratostene (179), e in altre parti molte ne seguì il sistema; ma in molte si studiò pur di distruggerlo, non però sempre ragionevolmente. Aiutato da osservazioni astronomiche fissò le posizioni di certi luoghi, dei quali cercò anche, primo egli, segnare le vere distanze da oriente ad occidente, colla osservazione delle ecclissi lunari (180). Di Ipparco vogliono probabilmente alcuni essere il trovato della proiezione delle tavole geografiche (181), cioè il metodo di trasferire sulla tavola [p. 32 modifica]la superficie sferica della terra, in guisa da conservare, per quanto il consente il piano della tavola, la curvezza, o convergenza dei circoli paralleli e meridiani delineati nella sfera (182).

Fra i molti scritti d’Ipparco, dei quali il catalogo ne hanno conservatogli studiosi della greca sapienza (i83), intero non è rimasto sin oggi che quello intitolato Spiegazione dei Fenomeni d’Aralo ed Eudosso, inserito dal Petavio nel suo Uranologio (184). Dell’opera contra Eratostene abbiamo certi frammenti in Strabone (185), il quale ad un tempo biasima il troppo severo giudizio che Ipparco portò sulla geografia d’Eratostene.

Dopo Ipparco nomasi Polibio, storico di professione, ma utile alla geografia, perchè di que’ fatti che espose quale storico, determinò sovente anco e la posizione e la distanza dei luoghi, ove essi accaddero, siccome fece Erodoto. Tuttavia Gemino nomina pure un’opera peculiarmente geografica di Polibio intitolata: Dell’abitazione dell'equinozio (186), dalla quale opera è probabile che traesse Strabone (187) quanto disse della divisione della sfera in zone.

A Polibio succede Artemidoro l’efesio. La sua geografia comprendevasi in undici libri, e di essa solo ne rimane l’epitome composta da Marciano (188).

Dopo Artemidoro è Scimno chio, il quale descrisse in versi iambici il Giro per la terra, e lo dedicò a Nicomede re di Bitinia. Novecento settantasette versi e non più, si conservano tuttavia di quel Giro. Molte cose ei descrive come oculare testimonio, poiché percorse tutta la Grecia, l’Italia, la Sicilia, e gran parte della Libia. [p. 33 modifica]Nelle cose che apprese dagli altri, segui per lo più Eratostene, cli’ei loda come geografo diligentissimo (189).

Contemporaneo, o di poco posteriore a Scimno è Posidonio, stoico filosofo, istorico pregevolissimo, e pregevolissimo uomo, come fu manifesto per la stima in che il tennero i Greci ed i Romani dell’etá sua. I Rodj non solamente il crearono precettore della loro scuola, ma eziandio pritano della repubblica (190). Tra i Romani aveva amici ed ammiratori della sapienza sua Cicerone, il magno Pompeo, ed altri uomini illustri. I frammenti che ne furono conservati della storia da Posidonio (191) scritta in cinquantadue libri, tali sono da procurarci grande afflizione per lo smarrimento. Strabone nomollo filosofo dottissimo fra tutti quei del suo tempo (192), e lo annovera parimenti fra’ geografi, per le notizie geografiche contenute nella sua storia, e massimamente pel particolare suo trattato intorno all’Oceano, nel quale parla ampiamente delle cagioni delfiusso e del riflusso. Il Vossio (193), ingannato da Suida, attribuisce questo trattato ad altro Posidonio, olbiopolita. Se la cosa fosse cosí, non sarebbe scusabile la negligenza di Strabone, perchè adducendo egli di frequente la testimonianza di Posidonio, non fece tal distinzione.

Secondo Cleomede (194), Posidonio calcolò il perimetro della terra di stadj 240,000. Strabone rammenta un’altra misura di stadj 180,000, ch’ei riferisce a Posidonio (195). La differenza anche di queste, come delle misure sopra indicate, sta, secondo l’opinione di alcuni illustri geografi, unicamente nella differenza degli stadj. [p. 34 modifica]Posidonio scrisse parimente molti altri libri di diverse materie. tra i quali i meteorologici furono compendiati da Gemino. In questi è probabile che si trovasse l’opinione sull’altezza dell’atmosfera, tanto più degna d’osservazione, quanto non differisce nulla dall’opinione (sebbene ancor non provata) di certi moderni. Fra questi il De la Hire (196) stende sino a quasi diciassette leghe di Francia una tale altezza, e Posidonio stimavala di quattrocento stadj, che equivalgono, meno alcun che, a diciassette leghe (197)....

Qui finisce il catalogo di coloro che precedettero Strabone nel trattare spezialmente di geografia, o che in qualche altra guisa contribuirono al progresso della scienza geografica (198).

III.

A Posidonio vien dietro Strabone, stoico filosofo al par di quello, e più di quello propriamente geografo. Ho dimostrato poco avanti, che se egli non conobbe personalmente Posidonio, era nondimeno nato alquanti anni prima che quegli morisse. Detto ho ancora ch’ei segui, con piccola mutazione, il sistema geografico di Eratostene. Restaci a considerare cosa aggiunse, cosa tolse Strabone alla geografia di Eratostene, o quali emendazioni vi praticasse.

E primieramente, pe’ suoi lunghi viaggi aveva Strabone oculare notizia di molti luoghi (199). Secondariamente, giovossi delle emendazioni che sulla geografia di Eratostene fecero, o tentarono di fare Ipparco, [p. 35 modifica]Polibio, Artemidoro, Posidonio. E per terzo, a quante locali notizie raccolse Eratostene da coloro che esposero i fatti del magno Alessandro, poteva Strabone aggiungere (e veramente assai ne aggiunse) quante scoperte fecero i non meno d’Alessandro devastatori e dominatori delle regioni altrui, i Romani (200).

Oltre questi, ha la geografia di Strabone anche il pregio che la parte politica è arricchita con buon numero di notizie acquistate non solamente dai geografi, ma eziandio da molti altri istorici, dei quali oggi, del nome in fuori, nulla più ci è palese. Alla matematica e fisica descrizione di varj luoghi, aggiunse quella del governo, delle leggi, de’ costumi e delle usanze degli abitanti, le fondazioni e le mutazioni delle città, le colonie o le successioni delle nazioni; in una parola frammischiò il diletto all’utile, in guisa che la sua geografia a’ contemporanei divenne apparecchio di utile peregrinazione, e a noi (dico principalmente a’ Greci) procura la cognizione di assai fatti e cose, che non riscontriamo in altri istorici, ed il giovamento che di tal cognizione deriva, qualora da noi paragonisi l’odierna misera condizione delle greche città, collo splendore in cui Strabone o udì o le vide ancora fiorire.

Nondimeno questi pregj della geografia di Strabone, come accade in tutto ciò che l’uomo fa, non sono oro purissimo. Ha ella due specie di difetti; ma difetti nemmeno nomarsi deggiono quelli ch’evitar ci non poteva nel periodo dell’etá sua: perciocché come la giornalmente progressiva scoperta di nazioni e città, o la investigazione più diligente facevanlo più dotto dei geografi [p. 36 modifica]anteriori, così di necessità doveva esser men dotto di coloro che vennero dopo lui. Chiunque il biasima per tal motivo, può del pari biasimare noi che tuttavia viviamo, perchè n’è ignoto quanto sarà conosciuto da’ posteri nostri. Pur v’ha un’altra specie di difetti, scusabile tanto meno negli scrittori, quanto più facilmente da essi, ove prestino attenzione, puossi schivare. Ella consiste nel mostrarsi non inteso di ciò che gli antecessori conobbero, ovvero i contemporanei conoscono intorno alla scienza od arte di cui si scrive, o nel disprezzare senza esame queste cognizioni siccome nuove, attenendosi alle antiche, quasi la ruggine dell'antichità potesse in oro trasmutar il ferro.

Adunque biasimato è Strabone primieramente per la soverchia sua riverenza verso di Omero, la quale spesso l’indusse, onde combattere i contraddittori, ad abbandonare il soggetto principale, e ad errare in lunghe digressioni, tanto più fastidiose, quanto sono esse inutili al lettore. Probabile, o piuttosto certa, come ho già detto, è la diligenza di Omero nella geografia di molte contrade e città greche; ma ch’egli eziandio conoscesse luoghi, dei quali nemmeno coloro che vennero molti e molti anni dopo, non ebbero chiara idea, e ch’egli avesse cognizioni astronomiche proprie alla geografia, chi può mai crederlo? Se il credevano i grammatici, perchè altro non erano che grammatici, trovavansi nonpertanto anche sapienti all’età di Strabone (201), i quali come poeta ammiravano Omero incomparabilmente più che come geografo.

Di altro errore ben più strano è ripreso il nostro [p. 37 modifica]Geografo, cioè della sua negligenza verso di Erodoto. Quanto egli onorò il gran poeta Omero, tanto egli spregiò il non meno degno di stima istorico Erodoto. Contuttociò avrebbe evitato molti errori geografici, col prestargli maggiore attenzione, e col non reputarlo un cianciatore favoloso (202). Non è, a cagion d’esempio, cosa strana che Erodoto sappia il mar Caspio per ogni dove chiuso dalla terra, e separato dall’Oceano (203), e che Strabone quattrocent’anni dopo, e senza dubbio ornato di maggior dottrina che non fu Erodoto (204), creda ancora quel mare un golfo dell’Oceano (205). S’egli non porgeva fede ad Erodoto, era in debito almeno di farci manifesta l’opinione di lui su questo argomento. Altra giustificazione per avventura aver non può Strabone, se non che del Caspio mare con sentenza ugualmente erronea favellarono il suo predecessore Eratostene, il suo contemporaneo Dionisio il periegete, e Plinio, e Mela che poscia vennero, e lo stesso Arriano, insino a Ptolemeo, il quale risuscitò la verità di Erodoto soffocata per cinquecento anni (206).

Udì il lettore quanto Strabone sprezzasse il marsigliese Pitea, ma questo eccessivo dispregio spinselo in altro fallo peggiore del primo, cioè nel credere ancora ai tempi di Tiberio, i luoghi al di là di Ierna (207) e del Boristene (208) inabitati pel freddo.

S’egli rigettò Erodoto, Pitea ed alcuni altri, giudicandoli immeritevoli di fede alcuna, tuttavia generalmente preferiva molto più i greci scrittori ai romani, e giustamente (209). Ma forse pel suo amore verso quelli, [p. 38 modifica]spregiò oltre il dovere questi, dai quali apprender poteva molte cose giovevoli alla sua geografia, e specialmente dal suo contemporaneo Agrippa. Così spesse volte si nomina da Strabone, per le altre sue illustri azioni, ma non mai come geografo, sebbene Plinio, di cinquanta anni quasi più recente che Strabone, adduca spesso Agrippa per testimonio in fatto di geografia. Il perchè alcuni supposero (210) che per anche pubblicata non fosse in Roma la descrizione della terra da Agrippa composta, quando Strabone componeva la sua. Pur Agrippa, genero di Augusto Cesare, morì nell’anno 742 di Roma, cioè 36 anni prima della morte di Strabone, e il suocero suo prese cura di terminare quanto mancava ancora al compimento delle geografiche tavole (211).

Ma ove tu eccettui queste colpe che a Strabone si appongono, restano ancora molti e gran pregj nella sua geografia, di modo che debbesi gran lode ad esso per la fatica sostenuta in comporla, e grazie al tempo che non ce la rapì, come la storia di lui. Per gli argomenti in essa trattati è ricchissima, ma non meno commendevole n’è la narrazione. L’indole del discorso di Strabone, sebbene talora negletta, è tuttavia senza affettazione , vibrata (212), pura, chiara, dove il suo testo non fu offeso dalle penne d’ignoranti amanuensi (ai 3). Ma sventuratamente patì anche il libro di questo sapiente Geografo ciò che patirono quasi tutti gli scritti degli antichi. Tanti sono gli errori intrusi nel testo, che prima che esso fosse edito dal Casaubono, era quasi impossibile leggerlo senza fastidio. Prima di questo tentò di emendare Strabone il secondo suo traduttore [p. 39 modifica]Xilandro (214), ma le emendazioni e le interpretazioni del Casaubono ridussero più comune la lettura e la cognizione del Geografo. Dopo il Casaubono nuovi critici di Strabone corressero ancora molti altri passi.

Se io dicessi, che appresso queste molte correzioni, sono in maggior copia quelle che restan da farsi, coloro solamente noi crederebbero, i quali non sanno che siasi edizione d’antico scrittore, o da altri mai non appresero. ch’egli è impossibile purgarlo perfettamente (215), se prima passato non sia per li crogiuoli di molti editori. Forse più facilmente li persuaderò, se io confesso (e la confessione è schietta) che anco dopo le molte mie fatiche rimangono in Strabone (216) molte emendazioni, le quali eserciteranno critici più sapienti o più felici di me.

Quando m’invitò il Governo francese a cooperare alla traduzione di Strabone nel francese idioma, ho accolto l’invito, prendendo animo dai dotti miei cooperatori (217), dalle molte fatiche dei critici antecedenti, e dai manoscritti che si conservano nella regia biblioteca di Parigi; ma non ho tardato a convincermi che d’uopo era oltre questi di un maggior numero d’aiuti. Altr’è il leggere semplicemente uno scrittore, altro è il tradurlo. Spesso il leggente contentasi di aver compreso in un qualsisia modo lo scrittore, e gli errori del testo non destano la sua attenzione, se non se quando essi totalmente rompano la connessione di questo testo coi suoi precedenti e susseguenti. Il traduttore per lo contrario è costretto a pesare ogni frase ed ogni voce per ritrovarne l’equivalente nella lingua straniera, e un tale obbligo [p. 40 modifica]diventa in qualche modo esperimento della buona o della cattiva lezione del testo. Quando questo non è errato, la traduzione non riesce assai difficile, come all’opposto l’impossibilità del tradurre genera subito sospetto di guasto nel testo.

In tale necessità trovatomi ben di frequente, mentre io traduceva la parte di Strabone a me assegnata, doveva io per conseguenza indagare il modo di rimediarvi, nè ciò riuscirmi poteva senza l’esame ed il paragone di altre parti parallele della sua geografia. Guidato da questo esame ho proposto molti mutamenti nella traduzione, i quali ora quasi tutti ho collocati nel testo della mia edizione con molti altri di più che ho praticati dopo la traduzione. Non pertanto parte di questi mutamenti si appoggia sulle varie lezioni de’ codici o delle edizioni, o sulle correzioni dei critici precedenti... (218).

Gli editori che mi precedettero collazionarono il maggior numero dei codici di Strabone, i quali pochi non sono. La sola biblioteca di Parigi ne possiede sei. Ma fra questi non ho io profittato nella traduzione francese più che da uno, segnato col numero 1393, e confrontato anche prima da altri, e di esso mi valgo eziandio nella presente edizione. Dei rimanenti le lezioni diverse m’è bastato saperle dalle ultime edizioni altrui.

La prima edizione, o piuttosto impressione, del greco testo di Strabone fu fatta in Venezia l’anno 1516 (219).

Avanti crasi già pubblicata la sola traduzione latina, intorno la quale fra poco favellerò. Chiunque esser vuole convinto del giovamento che ne deriva alle opere degli antichi, quando sono pubblicate da varj editori [p. 41 modifica]successivamente, confronti questa prima edizione, vero letame d’Augea, colle altre che fatte furono in appresso.

Nel 1549 fu edito per la seconda volta Strabone in Basilea dall’Heresbach e dall’Operino, i quali appena poterono correggere alcuni pochi degl’innumerevoli errori della prima edizione. Eglino unirono al testo l’antica versione latina emendata.

Nella stessa città di Basilea, più dotto degli antecedenti editori lo Xilandro pubblicò nel 1571 il testo di Strabone con nuova traduzione latina, ed alcune poche annotazioni. Vantasi ne’ suoi prolegomeni di averlo purgato ed interpretato in moltissime parti meglio de’ suoi antecessori, nè il suo vanto è jattanza. Fece quanto gli permetteva fare la mancanza di manoscritti, e la commendabile sua povertà, e l’epoca in cui giunta non era l’arte critica a quella perfezione, alla quale la ridussero poscia le longeve fatiche di molti uomini.

Incomparabilmente migliori delle precedenti sono l’edizione e la traduzione dello Xilandro, ma parimente maggiore che dei passi corretti e il novero dei non corretti rimasti nel testo e quindi nella traduzione. Nondimanco giusto era che il Casaubono gli accusasse con più indulgenza, perciocché e la dottrina dello Xilandro egli dalla verità costretto lodò spesso, e senza la scorta di lui, egli medesimo probabilmente non avrebbe proceduto tant’oltre nella emendazione ed interpetrazione del Geografo, per modo di farsi ai posteri utilissima guida.

Due edizioni di Strabone intraprese il Casaubono serbando in ambedue la traduzione latina dello Xilandro, ma dichiarando con molte e dotte note più parti del [p. 42 modifica]testo, ed altre correggendone o per congettura o colle varie lezioni di quattro manoscritti. La prima edizione del Casaubono fu stampala in Ginevra nel 1587 (220), quando quest’illustre critico era appena giunto nei vigesimo ottavo anno dell’etá sua (221). Rivedendola poi e di bel nuovo emendandola ed aumentandola, preparò una seconda edizione, la quale dopo la morte di lui fu pubblicata dal Morell nel 1620, pei torcili della reale tipografia di Parigi, coll’aggiunta di alcune poche sue annotazioni, e colla tavola dei nomi. Questa edizione parigina fu ristampata in Amsterdam nel 1707, e non differisce dalle altre se non perchè l’Almelovven (222), il quale presiedette all’impressione, aggiunse alle annotazioni del Casaubono quelle che altri critici fecero di passaggio in molte parti del testo, e le Crestomatie, cioè il compendio della geografia di Strabone, formato da un Greco anonimo del decimo secolo, siccome taluni congetturano (223).

Dopo i lavori del Casaubono, e tante altre annotazioni di altri filologi a Strabone, i cultori delle lettere avevano diritto d’attendersi un testo più genuino, o almeno più greco, da colui che primo intraprendere doveva la nuova edizione di Strabone; dico più greco, perchè oltre gli errori della scrittura, e le aggiunte, ed i troncamenti, le trasposizioni, e le alterazioni del testo che ne rendono oscura l’intelligenza, una quantità infinita di solecismi e barbarismi deturpano ancora Strabone. Se taluno dubitasse del perchè in esso trasandò tante deformità il Casaubono, esamini cosa fossero le antecedenti edizioni di Strabone, e se coll’esame non [p. 43 modifica]scioglie il dubbio, imprenda egli l’edizione di uno scrittore qual più gli piaccia fra quelli che pubblicati non furono da dotto editore. Rifletta inoltre, che la seconda edizione del Casaubono (1620) fu messa in luce sei anni dopo la morte sua. In tutto questo intervallo se fosse vivuto il Casaubouo, è mai probabile ch’egli non l’avesse riveduta e ricorretta? e dopo queste correzioni anche durante la impressione fatte non ne avrebbe per avventura altrettante? A chi se non se a coloro i quali fanno le edizioni oggetto di mercimonio e di traffico, non è noto che di molte correzioni nasce il pensiero nel tempo medesimo in che si leggono le prove di stampa? Se dunque errori moltissimi in questa seconda edizione rimasero, non è di essi colpevole il non più allora vivente Casaubono; assai più giustamente degni di biasimo sarebbero quelli che la pubblicarono come fu per essi trovata nella biblioteca del defunto, ove non si dovesse professar grazie a chiunque reputa bastevole il rendere comuni i beni altrui, quando tempo o potere non ha di porgerne dei migliori. E tanto sia detto intorno la seconda edizione del Casaubono, la quale si annovera quinta nella serie delle edizioni. Veggiamo ora qual emendazione e ornamento al testo aggiunsero più oltre gli editori che vennero dopo di lui.

Molti anni dopo s’accinse in Parigi ad una nuova edizione il francese Brequigny, e pubblicò in un tomo i tre primi libri della geografia colla latina versione. Questo editore aveva senza dubbio più sussidj che il Casaubono, onde giustamente attendevasi da lui anche una più corretta edizione. Ella è tale? se tu eccettui alcuni [p. 44 modifica]pochi passi emendati coll’aiuto dei codici, e specialmente di quello numerato 1393, Strabone rimase di bel nuovo quasi nella condizione medesima in cui lasciato lo avevano le fatiche del Casaubono. Chi non s’acqueta al mio giudizio, già prima che da me pronunziato da altri (224), esamini quell’edizione, impressa in Parigi nel 1763. Oltredichè quest’editore, coll’abbandono di ciò che gli restava da fare giudicò il già fatto. Si stancò quasi d’insopportabile peso in quei tre libri, e non volendo progredire innanzi, tutto quanto il materiale delle varie lezioni che aveva raccolto mandò in Inghilterra (225), dove si meditava allora e quindi pubblicossi un’intera edizione di Strabone. Ma prima che di quest’inglese edizione l’ordine cronologico richiede che io favelli della germanica.

Incominciossi nel 1796 in Lipsia l’edizione del testo di Strabone, e si compiè nel 1811 da due tedeschi. Il Siebenkees, editore dei primi sei libri, fu interrotto dalla morte, e gli succedette nell’edizione del settimo libro e dei successivi sino all’ultimo il Tzschucke, il quale oltre i codici dal suo predecessore confrontati in Italia, aveva anche il confronto d’un codice di Mosca (226). Ingiustamente taluno giudicherebbe questi due dotti editori, se negasse ad essi il merito della correzione di molte parti di Strabone. Vuol nondimeno giustizia che noi confessiamo aver eglino trascurate altre ben molte, quantunque di agevole emendazione, e che non sempre mostraronsi felici nella scelta delle varie lezioni.

N’è rimasta l’ultima ed inglese edizione, settima in [p. 45 modifica]numero, se ella vuolsi reputare edizione, ma ella non è quasi che ristampa della quinta edizione, ossia della seconda del Casaubono impressa in Amsterdam. Così confessa lo stesso inglese Falconner (227) che l’ha pubblicata nel 1807 in Oxford (228), ed una tal confessione saria bastevole a liberarlo da ogni colpa, se egli almeno purgato avesse Strabone dai solecismi e barbarismi. Questo ripulimento ha il lettore diritto di esigere dagli editori anche senza la testimonianza dei manoscritti, e si sdegna poi se noi trova quando gli stessi manoscritti l’indicano solennemente {229).

Ma se colui che imprende una nuova edizione per provarne la necessità è costretto di accennare i difetti de’ suoi precessori, sarebbe egli poi reputato ingiusto, ove questi difetti accennasse unicamente, e passasse i pregj sotto silenzio. Adunque in quest’edizione inglese il testo di Strabone non è, come ho detto, se non semplice ristampa. Ha non pertanto due pregj, utili ai futuri editori, come il furono a me. Il primo è l’aumento delle note, il secondo è il paragone d’un maggior numero di codici, e l’indicazione non solamente delle varie lezioni in essi trovate, ma eziandio di quelle che altri trassero da altri codici. In simil guisa l’editore avendo innanzi agli occhi sufficiente materiale pel suo lavoro, guadagna tutto il tempo che avria dovuto consumare per raccogliere quel materiale da molli codici, o molte edizioni, nè ha più d’uopo se non che di giudizio nella scelta. E tante sono le edizioni di Strabone anteriori alla mia (230). Versioni di esso si annoverano le seguenti.

Primamente Strabone fu tradotto in latino dal [p. 46 modifica]veronese Guarino, e dal tifernate Gregorio (231), e fu stampato dal 1469 (o 1471) sino al 1559, dodici volte; e la decimaterza nell’anno 1652 (232). La versione è barbara, e in molti luoghi è pure erronea, perchè seguì codice, il cui testo non era per anche impresso, nè emendato da nessuno. Ha nondimeno questo pregio, che i traduttori trasformarono in parole e frasi latine, tutto ciò che trovarono scritto, con tanto rispetto e fede, che ancora oggidì la versione loro vale siccome un codice (233). Abbiamo veduto superiormente che questa versione, ma alcun poco emendata, fu pubblicata nel 1549 unita al testo.

Nella nuova edizione della Biblioteca greca di Fabricio accenna l’Harles anche un’altra traduzione latina nel 1540 (234) pubblicata dal Pircimero. Egli non la giudica, nè io giudicarla posso, poiché non l’ho mai conosciuta.

Nel 1571 fu impressa col testo la nuova latina versione dello Xilandro, intorno alla quale ho antecedentemente favellato.

Nelle lingue vive abbiamo due traduzioni per intero della geografia di Strabone, ed una del terzo libro soltanto. Primo voltò e pubblicò in idioma italiano tutto Strabone nel 1552 il Bonacciuoli (235). La sua traduzione ha gli errori dell’antica latina, perchè fu fatta su testo scorretto al par di quella, ma è ugualmente fedele, onde anch’essa talora giova all’emendazione del Geografo.

La seconda versione è in lingua tedesca, e fecela nel 1775 il Penzel, com’egli dice, dal greco. [p. 47 modifica]Trovansi nondimeno in essa molli indizj, ch’egli segui per lo più la latina versione dello Xilandro. Là dove lo Xilandro rettamente traduce, cammina diritto anche il traduttore tedesco, dove quegli erra, questi pure vacilla, e spesso per non cadere, lascia da banda parole e frasi intere di Strabone (236). Alla versione, oltre le note del Casaubono, aggiunse alcune sue, delle quali poche aiutano l’interpretazione, e quasi nessuna la correzione del testo.

Terzo traduttore, nella lingua spagnuola, nominiamo il Lopez, geografo del re di Spagna, s’egli è giusto nominar traduttore chi volse unicamente il terzo libro della geografia, il quale comprende la descrizione della Spagna, e questo pure non immediatamente dal greco testo, ma dalla versione dello Xilandro. Ei diede in luce la sua traduzione nel 1787 aggiungendo anche una tavola geografica dell’antica Spagna (237).

Terza è la traduzione in lingua francese, ancora non compita, della quale io con due altri dotti cooperatori tuttavia m’occupo (238). Ho già toccato più sopra, e tra poco parlerò più ampiamente di un tal lavoro (239). Qui ha fine il giudizio intorno l’edizioni e le versioni; cd esso non mirava già a biasimare gli editori che mi precedettero, dei quali e l’intenzione stimo, e le fatiche tanto più di buon grado commendo, quanto più alleggerirono le mie proprie; ma voleva io dimostrare, come ho detto, che Strabone aveva d’uopo di una novella edizione. Ora il lettore s’aspetta intendere se io abbia supplito a tale necessità. Nè io ardisco dirlo, nè egli, se io il dicessi, mi dovrebbe credere. Quanto mi è [p. 48 modifica]lecito di palesare, senza pericolo d’ingannarmi, o d’ingannarlo, è ciò che segue.

Delle mutazioni del testo, e mutazioni qui intendo non emendazioni di solecismi e di barbarismi, le quali non procacciano lode al correttore, come forse nemmeno gran biasimo a chi le trascura, delle mutazioni, dico, del testo il numero è grande. Altre ne ho fatte guidato da varie lezioni, altre da emendazioni di anteriori critici, le quali i primi editori non ardirono introdurre nel testo. Forse non è minore il numero di quelle che ho ardito fare per congettura, indotto dal senso, da altri passi paralleli di Strabone, o dalla usata proprietà del suo dire. Facilmente il crederà chiunque avrà la pazienza di confrontare poche pagine della mia edizione coll'edizione di Lipsia, la quale ho in certa guisa posto per base della mia.

Delle mie correzioni, le felici (perocchè non mi stimo così sciagurato di aver mal riuscito in tutte) io le debbo agli aiuti che ho avuto in maggior copia che gli altri editori, le non felici da coloro mi saranno perdonate, i quali sono dall’esperienza ammaestrati quanto sia difficile l’edizione d’uno scrittore alterato dai copisti. Sennonchè a taluni parerà non degno di scusa l’aver io, anzichè proposte nelle annotazioni, inserite nello stesso testo le mie congetture. Ma primo non sono a tentare simili ardimenti, e forse più ardito m’ha fatto alcune fiate lo sdegno di vedere greci scrittori deformati con molti errori di dizione, e non per altro, fuorché per quel superstizioso rispetto che certi hanno verso del testo. E se le lezioni medesime [p. 49 modifica]senza sospetto greche, ed alla intelligenza adatte, sono spesso spurie, e procedenti da esposizioni di più genuine, ma non del pari conosciute lezioni, come giudicare dovransi quante contraine si veggono al buon ellenismo, o alla consuetudine propria dello scrittore?..(240).

Dice Strabone intorno all’Erasino, fiume del Peloponneso. Τὸν ἐκδιδόντα ἐκ τῆς Στυμφαλίδος λίμνης εἰς τὴν Ἀργείαν νυνί, πρότερον δ᾽ οὐκ ἔχοντα ἔκρυσιν, τῶν βερέθρων, ἃ καλοῦσιν οἱ Ἀρκάδες Ζέρεθρα, τυφλῶν ὄντων καὶ μὴ δεχομένων ἀπέρασιν (241). L’ultima parola rimase così nei testi precedenti al mio, perchè è non solo greca, ma perspicua all’intelligenza. Certamente stolto, non critico, nominare a buon diritto si dovrebbe colui, il quale tentasse, senza testimonianza di codici, sostituirle altra voce. Ma egli è quasi dimostrato che Strabone non scrisse ἀπέρυσιν, ma ἀπέρασιν (242), come trovasi in cinque codici, dei quali quattro ne aveva dinanzi agli occhi l’editore tedesco (243).

Ho avuto cura in questa mia edizione di segnare nel margine le pagine secondo l’edizione del Casaubono (1620), come le ha segnate anche il tedesco editore, e prima l’amsterdamese. Primieramente, perchè così agevolo al lettore l’indagine e il ritrovo delle annotazioni del Casaubono, s’egli ha l’edizione del 1620, o del 1707, e delle varie lezioni, se ha l’edizione tedesca. (244) Agevolo in secondo luogo anche il confronto della nostra versione francese, e la cognizione delle appostevi note; poichè nel margine di essa fu similmente segnata l’impaginatura dell’edizione del Casaubono. Per tal modo mi [p. 50 modifica]libero anch’io dalla fatica delle greche annotazioni, giacchè il lettore istruito nella francese favella (ed oggi chi non lo è?) paragonando col testo la traduzione e le note, può da queste le cagioni apprendere di molti mutamenti del testo, o diverse interpretazioni, e noi traduttori giudicare, Giudicare! gran parola! almeno per la parte che io ho tradotta. De’ miei errori ne ho pur io scoperti alcuni, e in sul finire della stampa spero accennarne la correzione. Perchè la traduzione di scrittore qual si è questo, esca scevra d’errori, o almeno pochi ne abbia, gioverebbe ch’ella non fosse stampata prima del totale suo compimento. L’avanzarsi a poco a poco nel testo ci avvezzerebbe allo stile di Strabone, e conseguentemente ne impedirebbe di errare molto, o almeno ne porgerebbe il tempo opportuno per emendare taluni di que’ falli. Ma costretti di stampare quanto di mano in mano da noi si traduceva, meritiamo scusa, se siamo talvolta caduti, prima che avere il tempo di preservarci dalla caduta. Pur il dico di nuovo, questa difesa vaglia almeno per quella parte che fu per me tradotta, e la quale ora io devo al lettore indicare.

Dei diciassette libri della Geografia, il III, IV, VII, VIII, XII, XIII, XIV e XV (245) furono interamente da me tradotti, e mie sono ugualmente le sottopostevi annotazioni, da quelle in fuori che hanno un G in fine, le quali sono del dotto geografo Gossellin. Nondimanco alcune di esse sono comuni ad entrambi, e di ciascuno la parte si distingue con questa linea —. Dei rimanenti libri il I, II, V, VI, IX, X e XI la traduzione è del mio dotto cooperatore Du Theil, nè io ho ad essa [p. 51 modifica]cooperato, se non con poche congetture o correzioni del testo nel I e nel II libro, quante ha egli stimato accettare. Egli attendeva parimente alla traduzione dei due ultimi libri XVI e XVII quando la morte il rapì alla fine del mese di maggio del presente anno 1815, nè ancor so se essi trovansi compiuti nella sua biblioteca (246).

Se l’impaginatura del Casaubono facilita al lettore, come ho detto, il ritrovamento delle annotazioni francesi, vi sono contuttociò molte parti del testo cangiate nella mia edizione, senza che le cagioni sieno indicate nella traduzione francese, o perchè sì minuta esposizione era soverchia in traduzione priva di testo, o perchè il cangiamento fu ideato dopo la traduzione. Alcune di queste mutazioni hanno tanto più d’uopo di essere indicate, quanto che fanno il senso del testo diverso dalla versione. Oltracciò desidera naturalmente il critico lettore sapere se le mutazioni poggiano su varie lezioni di codici, o sulle altrui emendazioni, o sulle congetture dell’editore. Per siffatti motivi adunque penso dopo l’impressione di tutto il testo, aggiungere alcune poche annotazioni spieganti i motivi che m’hanno indotto a fare questi nuovi cangiamenti. Ma perchè, come dice il proverbio: molte cose stanno fra il bicchiere e l’estremo del labbro (247), cade in acconcio che io porga al lettore i mezzi di giudicare la presente edizione anche quando l’editore avrà cessato di vedere la luce.

Un solo codice ho detto poco anzi aver io confrontato, segnato col numero 1393. E questo è quello che io cito spesso nelle annotazioni francesi, e che fu [p. 52 modifica]parimente confrontato dall’editore dei tre primi libri Brequigny, e del quale le varie lezioni dal principio alla fine furono segnate nell’inglese edizione, e dall’ottavo libro fino alla fine nella tedesca. Dei rimanenti codici le varie lezioni, quante furono da me inserite nel testo, le ho tolte dagli altri editori che le raccolsero. Accade talvolta che io riassuma nel mio testo le lezioni di quello del Casaubono, quando giudico che sieno senza ragione rifiutate dall’editore tedesco... (248) Adunque allorchè la mia lezione non concorda con nessuna delle accennate, nè colle correzioni del Casaubono, o di altri critici, ella procede da correzioni che io ho fatto per congettura. Di queste correzioni molte forse sono errori del mio cattivo giudizio; non pertanto poche ne troverà il lettore tali da pervertire il retto testo di Strabone. Se mai ad una sconciatura ne ho sostituita un’altra, l’infelice mia correzione potrebbe forse anzichè danno procacciar guadagno, offerendo ad altri occasione di trovare ciò che vanamente ho cercato. Non v’ha critico che colle sue infelici congetture non abbia già guidato altri critici alla felice scoperta del vero. Dei non pochi passi di Strabone, i quali com’io diceva, rimangono non corretti, ve ne ha di due specie; altri ch’egli è impossibile correggere mai col mezzo dei codici sinora conosciuti, perchè in tutti trovasi interruzione di parole o frasi, delle quali lo smarrimento smarrir fece la mente ed il legame del testo; altri comechè in apparenza non interrotti, tuttavia senza sintassi e di difficile intelligenza. Io dunque gli ho lasciati quali lasciarongli i miei predecessori, nè più del convenevole [p. 53 modifica]ho voluto parere audace, quando eglino spesso si smarrirono là dove pur ardire dovevano. In una parola ho fatto quanto mi hanno permesso di fare il poco aiuto dei codici, e la mia poca forza... Che se in ogni parte non è il testo della mia edizione buono, è almeno più greco, e in più luoghi tale da porgere occasione altrui a pubblicarne un migliore. Il perchè posso anch’io, come prega Strabone difendendo la sua Geografia, pregare i lettori a giudicare i miei errori paragonandoli non coi lavori felici dei futuri editori, ma colle sviste allora inevitabili dei miei precessori, delle quali molte mancano nell’edizione presente..... (249)