Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo IV/Libro III/Capo III

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Capo III – Poesia italiana

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Capo III.

Poesia italiana.

I. Mentre la poesia provenzale facea le delizie di molti de’ più leggiadri ingegni italiani, altri non men valorosi si esercitavano poetando nel natìo loro linguaggio, e con questo esercizio da rozzo e informe, qual prima era, il venivan rendendo gentile e colto. E parve per qualche tempo che queste due lingue tra lor contendessero del primato, e si disputassero il campo. [p. 561 modifica]teazo 56i Not abbiaui rendali elogi a coloro che cantarono in una lingua straniera: ragion vuole che non ne frodiamo coloro che poetarono nella nostra j e tanto più che quelli di cui ora dobbiam parlare, furono i primi che sapessero di una lingua ancor nascente valersi nel verseggiare; e aprirono col loro esempio la via agli eccellenti poeti, che non sarebbono stati eccellenti , se essi non gli avessero preceduti. Noi entriamo in un vastissimo argomento, su cui non si è scritto ancor tanto, che molto non rimanga a scriverne e a disputarne. Il Crescimbeni e il Quadrio ci han date due Storie della volgar Poesia, nelle quali essi non han perdo* nato a diligenza e a fatica, per raccoglier su ciò le migliori e le più copiose notizie. Ma il Crescimbeni scriveva in un tempo in cui nè la critica avea ancor fatti que’ felici progressi che a discernere il vero dal falso erano necessarii, nè le biblioteche e gli archivii erano stati ricercati con quella erudita curiosità che ci ha arricchiti in questi ultimi anni di tante e sì pregevoli cognizioni. Il Quadrio, benchè abbia scritto a tempi più rischiarati, e benchè fosse uomo d’indefessa applicazione, ciò non ostante, qualunque ragione se ne fosse, ci ha data un’opera in cui alla vastissima erudizione non sempre vedesi corrispondere una saggia critica e un giusto discernimento. Altra assai migliore opera si aspettava l’Italia su questo argomento dal ch. Apostolo Zeno , prima che il Quadrio pensasse a compilare la sua. Niuno vi ebbe per avventura giammai che più di lui fosse a questa impresa opportuno. Uomo fornito di una privata Tim no.suu, Vol. IP. 3t> [p. 562 modifica]f>6a LIBRO copiosissima biblioteca, stretto in amicizia e in corrispondenza co’ Magliabecchi, co’ Muratori, co’ Maffei e con altri dottissimi uomini di quell’età , minutissimo osservatore e discernitore accortissimo in ciò e ch’è di codici mss. e di antiche edizioni, dotato per ultimo di grande memoria, di facile ingegno, di esatto criterio, e di un certo giustissimo natural sentimento, qual piena e compita storia della volgar Poesia ci avrebbe egli data ì Egli ne ragiona spesso nelle sue lettere (t. 1, p. i3, 36, 42? 93, 99, 171, 403, ec.), dalle quali veggiamo che non poco erasi in essa avanzato. Ma la sua chiamata alla corte di Vienna, e il carico addossatogli di poeta Cesareo, gli fece prima interrompere , e poscia deporre interamente il pensiero di opera così grande; e le memorie di’ egli per essi avea già raccolte e disposte, si conservano ora nella libreria del convento de’ PP. Predicatori detto delle Zattere in Venezia , a cui egli di tutti i suoi libri fece liberalissimo dono. Io ben conosco quanto sia lungi dal potermi paragonare con sì grand’uomo. Ma ancorchè io avessi que’ lumi e quegli ajuti medesimi ch’egli avea a tal fine, parmi nondimeno che all’idea di questa mia opera non si convenga una piena e compita storia della poesia e de’ poeti italiani. Essa mi condurrebbe tropp’oltre a que’ confini ch’io mi sono prefisso; e a voler trattare interamente e esattamente questo solo argomento, tanti volumi si richiederebbono per avventura, quanti hanno, secondo il mio disegno, a comprendere la Storia tutta della Letteratura Italiana. Qui dunque più [p. 563 modifica]TERZO 563 rhe altrove mi fa bisogno di scelta; e perciò rinnovo qui la protesta fatta altre volte, ch’io non intendo di parlare di tutti i poeti italiani, ma sol di quelli de’ quali è rimasta più chiara fama, e a’ quali è in particolar modo tenuta la poesia italiana di quella perfezione a cui è salita. Ma i primi padri, per così dire, e i primi istitutori d’ogni arte vogliono esser rammentati con qualche particolar distinzione; e perciò riguardo a’ poeti dell1 epoca di cui ora scrivo, ricercherò ciò che ad essi appartiene, con estensione e minutezza maggiore di quella ch’io penso poscia di usare riguardo a quelli dell’età posterioi i. II. Nel terzo tomo di questa Storia abbiam dimostrato che le volgari poesie che da alcuni produconsi, fatte nel 1135 e nel 1184, non son troppo sicure, perchè possiam recarle in pruova che fin d’allora si poetasse in lingua italiana. Abbiam pure accennato quel Lucio Drusi pisano che dicesi vissuto circa il 1170. Ma di lui, come abbiamo allora promesso, dobbiam qui ricercare più esattamente. Pier Francesco Giambullari recita un sonetto di Agatone Drusi pisano a Cino da Pistoia (Orig. della Lingua fiorent, p. 133), da cui ei pretende provare che fin dal 1170 fu coltivata la poesia italiana. Ecco il sonetto medesimo: Se V grande Avolo mio, che fu ’l primiero Che ’l parlar Siei/ian gitin e col nostro, Lassato avesse un opera d’inchiostro, Come sempre rh e visse ebbe in pensiero. Non sarebbe oggi in pregio il buon Romiero Arnoldo Provenzal!, nè Beltram vostro’ , Che questo dei poeti unico mostro Terria di tutti il trionfante impero [p. 564 modifica]LIBRO Hi ili ’Vnteiiiie et eTeirhorosi eletti Gli vinse et di dolcissime parole; Ma nella invention vinse se stesso. Non Brunellesco o Dante sai iati leni; Che la luce di questo unico sole Sola riluceria lungi et da presso. t Or da questo sonetto così argomenta il Giainbullari. 11 grami Avolo di Agatone , cioè non l’avolo, nè il bisavolo, nè l’arcavolo, ma uno de’ primi antenati, fu il primo a congiungere il parlar siciliano col volgare italiano, cioè, come spiega il Giambullari medesimo, a terminare con una vocale all’usanza de’ Siciliani le voci che prima latinamente terminavansi per lo più con una consonante. Questo grand’Avolo devesi credere vissuto almeno cinque età prima di Agatone, cioè circa i5o anni5’ed essendo Agatone insiem con Cino da Pistoia fiorito circa il 1320, egli dovette fiorire verso il 1170. In fatti dicono, continua il Giambullari, ch’ei si chiamò Lucio Drusi uomo faceto e dotto, il quale scrisse in rima un libro della virtù, ed un altro della vita amorosa, i quali portando egli in Sicilia al Re, per fortuna gli perse in mare, di che dolendosi fuori di modo, poco dopo se ne morì. Dal che argomenta lo stesso scrittore che il re di Sicilia, a cui Lucio recava i suoi libri, fosse Guglielmo II, di cui si dice che era splendido protettore de’ «.lotti la). (a) Che Guglielmo II re di Sicilia fosse: splendido protettore de’ poeti, affermasi anche da Francesco da Buti scrittore del scroio xiv nel suo commento inedito sulla (Commedia di Dante, in cui al xx canto del Purgatorio ha queste parole riportate da Giammaria [p. 565 modifica]TERZO 565 Ma tutto questo ragionamento del Giambullari è egli appoggiato a buon fondamento? Il sonetto di Agatone Drusi, anzi lo stesso Agatone, ha mai avuta esistenza fuorchè nel libro del Giambullari? Certo niun di lui ci ragiona, niuno ha altrove veduto il mentovato sonetto; e il libro che il Giambullari rammenta, mostratogli da Pietro Orsilago, in cui quel sonetto e più altri si contenevano, è stato sempre sconosciuto ad ogni altro. Io so che non è abbastanza valevole questo argomento a provare impostura, o inganno. Ma parmi ancora che basti a farcene dubitare (*). Oltreché, se Lucio Drusi, come Barbieri nel suo trattato ms. dell’Origine della Poesia volgare, di cui altrove lio ragionato: Gtiilielmo fue un homo jlisto et ragionevole.... Costui era liberalissimo. Non era Cavaliere nè d’altra conditione homo, che fosse in sua Corte, o che passasse per quella contrada,.che da luì non fosse provveduto; et era lo dono propor’ionato a sua vertude.... In essa Corte si trovava d’ogni perfetlìone gente. Quivi erano li buoni dicitori in rima d’ogni conditione; e quivi erano gli cxceUentissimi Cantatori, quivi erano persone d’ogni solazzn , rhc si puh pensare , rerfudio so et honrsto. t *) Il ch. sig. D. Jacopo Morelli ha recate assai buone ragioni a provare che nel secolo xiv vivesse veramente il poeta Agatone Drusi pisano, di cui un altro sonetto conservasi nella libreria Nani in Venezia (Codici MSS. deila L:b. Nari, p. i 3c>), e un sonetto a Cino da Pistoia, e quattro di Cino al Drusi furono già pubblicati nel"1559) da Niccolò Pilli tra le Rime di (’.ino. « Anzi il sonetto accennato dal sig. D. Jacopo Morelli è stato stampato nelle Memorie per le belle Arti. che si pubblicano in Roma {ari. 17b.S, Fonia, ¡1. /¡ot 1). Diasi dunque per certo che visse nel secolo xiv il poeta Agatone Drusi. e che scrisse il sonetto pubblicato dal C» a’ ml’ullai 1 ed altri ancora, Ma da esso non proverassi mai che quel Lucio poetasse fin dal secolo xu », [p. 566 modifica]566 LIBRO dal Giarubiillari si afferma, era pisano, e se non soggiornava in Sicilia, come dal Giambullari medesimo si raccoglie, in qual maniera potè dire di lui Agatone, ch’ei congiunse il siciliano dialetto col volgare italiano? Finalmente ancorchè si conceda che vivessero veramente e Lucio e Agatone Drusi, e che Agatone seri- I vesse il riferito sonetto, troppo debole è l’argomento tratto da quelle voci il grand’Avolo mìo, per inferirne che Lucio vivesse a’ tempi di Guglielmo II. Il senso più naturale della voce grande è di un aggiunto di lode, non di un termine di parentela, che non è punto usato nella lingua italiana; e il grande congiunto coll’Avolo nulla più significa, a mio parere, che , congiunto col padre. Anche il Crescimbeni du-1 bilò mollo di supposizione nel riferito sonetto, J e adduce, a conferma del suo, il sentimento J del celebre Antonmaria Salvini (Comment. della volg. Poes. t. 1 , p. 403); benchè poscia sembri aver cambiato parere (t. 2, pars 1, p. 3), ma senza addurne ragione che sciolga i dubbii che noi abbiamo proposti, e che ad ognuno si offrono facilmente. III. Forse con più ragione si concede il primato di antichità nella poesia italiana a Ciullo, ossia Vincenzo d’Alcamo, o, come altri scrivono, dal Camo siciliano. Leone Allacci nella sua Raccolta degli antichi Poeti, e dopo lui il Crescimbeni (Comment. t 3, p. 2) ne han pubblicata una canzone, ciascheduna stanza della quale è composta di cinque versi, co’ primi tre che sono una spezie di \crsi martelli ani, rimati insieme tra loro, e tra loro insieme 1 [p. 567 modifica]TERZO 667 due ullimi che sono endecasillabi; ma scritta in lingua siciliana più che italiana: Rosa fresca aulentissima capari inver l’estate Le donne te desiano pulì elle maritate: Traheme deste focora se tesse a bolontate Per te non ajo abento nocte e dia Pensando pur di voi Madonna mia. Il terzo di questi versi vien riportato da Dante, ma senza nominarne l’autore (De vulgari Eloq. l. 1, c. 12), a esempio del dialetto rozzo e plebeo della Sicilia; il che non è troppo onorevole elogio di questo poeta, ma che sarebbe compensato abbastanza, quando si potesse provare ch’ei fosse tra tutti il più antico. Or a provarlo, gli scrittori siciliani, e il Mongitore singolarmente (Bibl. sic. t. 1, p. 140), riflettono che Ciullo fa ne’ suoi versi menzione di Saladino e del Soldano d’Egitto, perciocchè volgendosi alla sua donna, così le dice: Se tanto avere donassimi quanto a lo Saladino, E per ajunta quanto lo Soldano, Tocca reme non polena la mano. Dal che essi inferiscono che Ciullo scriveva allor quando celebri erano in Europa i nomi di Saladino e del Soldano, non già di Egitto, come scrive il Crescimbeni (Istor. della volg. Poes. p. 2), perciocchè egli era il medesimo Saladino, ma d’Iconio, cioè Solimano che fu parimente famoso a quei tempi. Or il nome di Saladino dovette rendersi celebre singolarmente l’anno 1187 in cui egli tolse a’ Cristiani Gerusalemme; e sembra perciò probabile che non molto dopo scrivesse Ciullo la sua canzone; e [p. 568 modifica]568 LIBRO molto più che Sabbino, secondo tulli gli storici, morì l’anno 1193. Al Crescimbeni però non sembra abbastanza certa questa opinione. Anche al presente, egli dice, benchè già da tanti secoli sia morto Creso, pur sogliam dire, un uom più ricco di Creso. Poteva dunque, dic’egli, ancor Ciullo nominar le ricchezze di Saladino, benchè questi già da più anni più non vivesse. Ma si rifletta di grazia: Ciullo non dice: se tu mi donassi le ricchezze di Saladino; nel qual caso l’espressione sarebbe dubbiosa; ma se tu mi donassi tante ricchezze, quante ne ha Saladino. Or io non credo certo che alcuno, per quanto rozzo egli fosse, scriverebbe al presente: io ho tante ricchezze, quante ne ha Creso, poichè questa maniera di favellare non si usa che riguardo ad uomo ancor vivente. E parmi perciò che si possa asserire con fondamento che la canzone di Ciullo fu scritta al più tardi l’anno 1193. Ma di questo poeta null’altro sappiamo, e niun’altra pruova ci è rimasta del suo valore in poesia. IV. Or se tra’ Siciliani vedesi coltivata la poesia italiana alcuni anni innanzi alla fine del secolo XII pare ch’essi possano a buon diritto arrogarsi la gloria di essere stati i primi che ad essa si rivolgessero, finchè almeno non si scuopra altro poeta che sia certamente più antico. E io penso che il Petrarca ne’ due passi da noi altrove allegati (t. 3), ove egli sembra affermare che i Siciliani fossero gl’inventori delle rime, non altro volesse dirci, se non che essi furono i primi che poetassero nel volgar gainostro linguaggio. Il Crescimbeni mal volentieri [p. 569 modifica]TERZO £>(>9 comlucesi acl accordare a’ Siciliani un tal v anto (l. cit.)\ e ad opporre loro altri non meno antichi poeti, nomina primieramente-Folcacchiero de’ Folcacchieri cavalier sanese, di cui l’Allacci , e poscia il medesimo Crescimbeni (Comment. t 3 , p- 6) han pubblicata una canzone. Egli secondo il suddetto Allacci, visse circa il ^aoo, e fu padre di Ranieri padre di Meo detto l’Abbagliato, di cui ha fatta menzione Dante (Inf. c. 29, v. 132). Ma di questa genealogia f Allacci non adduce alcun fondamento; ed ella, come osserva il medesimo Crescimbeni (t. 2, par. 2 , p. 3), fu sconosciuta all’Ugurgieri. Concedasi nondimeno che Folcacchiero vivesse al tempo dall’Allacci e dal Crescimbeni assegnato. Forse potè avvenire ch’ei poetasse ancora prima di Ciullo; ma potè anche avvenire che egli il facesse più anni dopo. Non è dunque certo in qual tempo Folcacchiero poetasse. Al contrario con assai forte argomento si pruova che Ciullo scrisse la sua canzone al più tardi l’anno 11 y3. A lui dunque deesi il pregio della maggiore antichità, finchè più valide pruove non se ne rechino pel Folcacchieri. il Crescimbeni inoltre nomina alcuni altri poeti che certamente vissero nel secolo XIII, come Federigo II, Pier delle Vigne, Guido Guinicelli ed altri; e dice ch’essi poterono ancor poetare prima che quel secolo cominciasse, e perciò verso il tempo stesso di Ciullo. Diasi pure che il potessero; ma non si reca ragione a provare che così fosse di fatto, come si reca a favore di Ciullo, il quale perciò, come abbiam detto, debb’esser considerato come il più antico poeta [p. 570 modifica]r>ro LIBRO italiano di cui ci rimangano alcuni versi, finché non si trovino altre poesie, e si dimostri ch’esse sono più antiche. V. E veramente il vedere la poesia italiana - pregiata assai e coltivata nella corte di Fede. rigo II, che salì sul trono della Sicilia I’an¡no 1197, è un altro non ispregievole argomento a provare che tra’ Siciliani ella nascesse. Abbiam già altrove recato (l. 1,c. 2) il passo in cui Dante altamente commenda la magnificenza e lo splendore di Federigo nell’allettare alla sua corte i più leggiadri ingegni di quell’età; anzi abbiamo ivi allegato il detto del medesimo Dante, che può servir di conferma a ciò che poc’anzi si è stabilito, cioè clic tulio "ti«!> ch% allora scriveasi in lingua italiana, dicevasi scritto in lingua siciliana; come se quest’isola, avendo data la nascita alla volgar poesia, avesse ancora voluto imporle il suo proprio nome. Aggiugnerò qui ancora un passo che mi è avvenuto di leggere nelle cento Novelle antiche, da cui sempre più si conferma ciò che abbiamo affermato. Lo Imperadore Federigo, dicesi ivi (nov. 20), fue nobilissimo Signore, e la gente, ch’avea bontade, veniva a lui da tutte parti, perchè /’ huomo donava molto volentieri, e mostrava belli sembianti; e chi havea alcuna speciale bontà, a lui veniano, Trovatori, Sonatori, e belli parlatori, huomini d’arti, Giostratori, Schernitori, d’ogni maniera genti. Nè sol Federigo onorò del suo favore i poeti, ma volle coltivar egli stesso la poesia italiana. Abbiamo in fatti una canzone di questo principe, data alla luce dall’Allacci, dal Crescimbeni (Comment. t. 3,p. 1 j > [p. 571 modifica]TERZO 5^1 e da altri, in cui pure si vede la lingua italiana non ancor ben purgata da’ siciliani idiotismi. Rechiamone i primi versi: Poichè ti piace Amore Cli co deggia trovare Faronde mia possanza, Ch’eo vegna a compimento, Dato haggio lo meo core In voi Madonna amare. Il Crescimbeni, forse per conferma del suo parere nel negare a’ Siciliani il primato nella volgar poesia, fissa il tempo di questa canzone verso l’anno 1230, ma non ne adduce ragione alcuna; nè ei potrà persuaderci così facilmente che Federigo allora, mentre avea tutt’altro in pensiero che cetera e versi, volesse occuparsi in cantar d’amore. Egli è assai più probabile che in ciò Federigo si esercitasse nei giovanili suoi anni, prima che se ne andasse in Germania r anno 1212. Lo stesso Crescimbeni rammenta alcune altre poesie di Federigo (Comment. t. 1, par. 2, p. 13), che si conservano manoscritte, e un frammento di esse che dal Trissino è stato dato alla luce. Enzo figliuol naturale di Federigo e re di Sardegna piacquesi egli ancora di poesia, e una canzone ne abbiamo nella Raccolta de’ Poeti antichi del Giunti (p. 219,ed.di Fir. 1727), e un sonetto pubblicato dal Crescimbeni (Comment. t. 3,p. 24), il quale parla ancora (/Vi, t. 2, par. 2, p. 19) di più altre poesie che scritte a mano conservansi in alcune biblioteche (a). Anche di Arrigo figlio (a) Aiulie da F. Saliinbene nella sua Cionarn a | >g. ”5 Jl« [p. 572 modifica]5-3 LIIIRO legittimo del medesimo Federigo, che ribellatosi poi al padre e (da lui fatto prigione morì in Puglia l’anno 1242, dicesi che fosse poeta, e il Mongitore afferma (Bibl. sic. t. 1, p. 269) di aver avuta notizia dal celebre Apostolo Zeno di una canzone di questo principe, che questi avea presso di sè. Ma parmi assai ragionevole il ’ dubbio del Crescimbeni (Comment. t. 2 , par. 2, p. 15), che l’Arrigo poeta altri non sia che lo stesso Enzo, perciocchè a lui ancora veggiam dato un tal nome. Lo stesso Pier delle Vigne cortigiano e cancelliere di Federigo, di cui abbiam a suo luogo lungamente parlato, volle seguire il genio del suo signore, e poetò in lingua italiana. Un sonetto ne ha pubblicato , dopo l’Allacci, il Crescimbeni (ivi, t.3,p.9), il quale pure ne ha inserita nella sua opera una canzone (ivi, t. 1, p. 45) pubblicata già dal Corbinelli nelle giunte alla Bella Mano di Giusto de’ Conti, oltre alcune altre scritte a mano, che da lui si accennano (ivi, t. 2, par. 2 , p. 7). Finalmente Manfredi, altro figliuol naturale di Federigo II e re di Sicilia, dilettavasi egli pure di poesia; e benchè niuna cosa ci sia di lui rimasta, come osserva il Crescimbeni (ivi, p. 38), nondimeno non solo Dante a lui pure, come si accennan gli sludi podici del re Enzos Erat nutriti Rex Hrncius naturali* , idest non ir“Itiruus filiuv Eridurici Imperatoris quondam depositi, et erat vallili homo et valdr cordatiti, idest magnifici cordi*, et pròbus, amativi, et solati asm, homo , quando volebat, et cantionum inventar, et multimi in bello audneter se expottcbal prriculU. Puirher homo futi niediocrisque stature. [p. 573 modifica]TERZO 5^3 a Federigo,•concede la lode di aver chiamati alla sua corte ed onorati i poeti, ma inoltre Matteo Spinello scrittore contemporaneo così di lui ne racconta nel suo dialetto napolitano all’anno 1258. Lo Re spesso la notte esce va per Barletta cantando strambotti et canzuni, che iva pigliando lo frisco, et con isso ivano due Musici Siciliani, c/i erano gran Romanzatori (Script Rer. Ital. vol. 7, p. 1 o<j5).- ’Tulli i quai personaggi della corte e della famiglia di Federigo II ho io qui voluto raccogliere in un sol luogo, perchè si vegga quanto ad essa, come tutti gli altri studi, così anche la poesia italiana sia debitrice. Or volgiamoci addietro, e torniamo a’ primi coltivatori della medesima. VL 11 Crescimbeni tra i più antichi poeti rammenta (Comment t. 2, par. 2, p. 5; t. 3 , p. 273) Lodovico della Vernaccia, famiglia fiorentina, com’egli dice, che poi dal castello di Apecchio, ove fu trasportata, passò, ha circa due secoli, in Urbino, e di lui narra che fiorì circa il 1200, che fu uomo pe’ suoi tempi assai dotto; che applicossi a formare la lingua italiana e a ristabilir la latina; che dicesi varie orazioni essere da lui state composte, altre nell’una ed altre nell’altra lingua, e inoltre molti, versi volgari, delle quali cose aggiugne che molte se ne conservano presso il P. Pier Girolamo Vernaccia delle Scuole Pie di lui discendente, da cui egli avea avuto l’ultima stanza di una canzone e un sonetto di questo autore ch’egli ha dato alla luce (t. 3, p. 8). Al Crescimbeni stesso però nacque qualche sospetto che questo autore non al secolo XIII fosse vissuto, ma [p. 574 modifica]5^4 LIBRO al xiv; sospetto che a me pare troppo ben fondato, perchè lo stile ne è rozzo bensì, ma di quella rozzezza appunto che vedesi in molti poeti di tre o quattro secoli addietro. Certo esso non ha punto del fiorentin dialetto del secolo XIII, qual esser dovrebbe se allor vivea Lodovico, e se era natìo di Firenze. E inoltre io non crederò così di leggeri che al principio del secolo XIII si scrivessero orazioni volgari; giacchè non si è ancora trovato, ch’io sappia, monumento alcuno di prosa italiana anteriore alla metà incirca di questo secolo. VII. A questo poeta, di cui forse doveasi parlare due secoli appresso, un altro il Crescimbeni ne aggiugne, fissandone con grave errore l’età circa il 1213, mentre non potè vivere che verso la fine di questo secolo. Fiorì, dice egli, Mico da Siena a’ tempi del re Pietro d Aragona, cioè circa il 1213, al quale fu molto caro (t. 2, par. 2, p. 5). Ma come mai non ha il Crescimbeni avvertito che Pietro d’Aragona non giunse al regno di Sicilia, ove solo ei conobbe Mico, che l’anno 1282? Ciò che è più strano, si è che anche il Quadrio ha fedelmente copiato questo errore dei Crescimbeni (Stor. della Poes. t. 2, p. 156), senza osservazione di sorte alcuna. Il Boccaccio è il solo che di questo poeta ci abbia conservata memoria (Decam, g. 10, nov. 7), narrando ch’egli assai buon dicitore in rima a que’ tempi compose una canzone in nome di Lisa figliuola di Bernardo Puccini spezial fiorentino, ch’era a Palermo, da cantarsi al re Pietro di Raona Signor della Isola. Questa canzone vedesi ivi [p. 575 modifica]TERZO 5jT> riferita distesamente. Ma non potrebbesi sospettare ch’ella fosse opera del Boccaccio medesimo? Il Crescimbeni dice ch’essa trovasi ancora in un codice MS. di poesie antiche dall’Allacci raccolte. Ma forse l’Allacci aveala tratta da questo fonte medesimo; e gli altri autori che il Crescimbeni adduce, i quali fan menzione di Mico, poterono essi ancora non averne altronde contezza che da questa Novella. Quindi io non so intendere come il chiarissimo Manni affermi (Stor. del Decam, p. 559) che l’Ugurgieri e il Gigli lodando Mico sulla testimonianza del Boccaccio, confermino l’autorità di questo racconto, poichè se essi non ne adducono altra pruova che questa Novella, rimane ancora a vedere se il Boccaccio in essa ci abbia narrata una storia, ovvero un apologo. Vili. Chi crederebbe che tra’ più antichi poeti dovessimo vedere ancor S. Francesco con due de’ suoi primi compagni? E nondimeno abbiamo alcune poesie italiane di argomento sacro composte da S. Francesco, e pubblicate dal P. Wadingo (inter Op. S. Frane.)-, e nelle Cronache de’ Minori vedesi un cantico intitolato il Sole, opera del medesimo santo, il quale benchè ivi sia scritto distesamente a foggia di prosa, è nondimeno in versi sciolti, come mostra il Crescimbeni (Comment. t. 1 , p.), cd è forse il primo esempio che trovasi di cotai versi (38). () Il ch. P. Irenco Affò nella sua erudita dissertazione de’ Cantici volgari di S. Francesco d’ -Issisi, stampata in Guastalla nel 1777, ha assai ben combattuta la comune opinione da me ancora a questo luogo seguita , cioè die S. i rancesco sia fauloie degli accennali [p. 576 modifica]5"6 LIBRO Morì S. Francesco l’anno 1226, ed ei dee per ciò annoverarsi tra’ primi poeti italiani. Il celebre frate Elia, compagno e poi successore di S. Francesco, ma da lui troppo diverso, vuolsi che fosse ei pure poeta; perciocchè il Crescimbeni racconta (t. 2, par. 2, p. 11) di aver veduto un trattato manoscritto di Alchimia da lui composto, nel quale erano ancora alcuni sonetti sul medesimo argomento; ed egli stesso ne ha pubblicato uno (t. 2, p. 13). Ma essendo il suddetto codice di moderno carattere, ei dubita che qualche moderno scrittore vi abbia posta la mano; e il Quadrio crede (t 2, p. 156), e parmi a ragione, che quel trattato sia una delle consuete imposture degli alchimisti, i quali hanno spesso ardito di attribuire ad uomini illustri le lor follie, per ottenere presso gl’incauti più certa fede (*). poetici cantici, ed ha mostrato eh’egli veramente gli scrisse in prosa, e che furon poscia da qualche altro posti in lima I ’) L’opinione da me qui sostenuta che un trattato d’Alchimia attribuito al celebre F. Elia da Cortona gli sia supposto, confermasi da un codice di un somigliante trattato, che conservasi presso il suddetto P. Affò, che ha per titolo: Opusculum acutissimi celeberrimique Philosophi.Aeliae Canossae Messinensis in Arte Alchimie a r434. Nella prefazione ei si dice dell’Osservanza di S. Francesco, e al fin di essa si sottoscrive: Datum Mediolani ex Ædibus nostris jamdudum per nos redactis anno millesimo quadringentesimo trigesimo quarto, die quarta Julii: Era ter Elias Canossae Messinensis Ordinis Minorum. Non è dunque inverisimile che si sia attribuita a F. Elia da Cortona l’opera di F. Elia da Messina (scrittore non conosciuto dal Mongitore), benchè in questo codice non si trovino i sonetti indicati dal Crescimbeni. [p. 577 modifica]TERZO 577 L’aldo de’ compagni di S. Francesco, di cui dicesi che fosse poeta, benchè non trovisi in alcun codice cosa alcuna in tal genere da lui composta, è F. Pacifico di nazione marchigiano. S. Bonaventura racconta che mentre S. Francesco predicava in S. Severino nella Marca, trovossi ad udirlo un famoso poeta che pel suo valore in verseggiare avea dall’impera dorè avuto l’onore della corona, ed era detto Re de’ versi5 e ch’egli se gli diè a seguace, e fu detto F. Pacifico: quidam saecularium cantionum curiosus inventor, qui ab imperatore propter hoc fuerat coronatus, et exinde rex versuum dictus (Acta SS. oct. t. 2, p. 752, ed. Antuerp.). Il dirsi canzoni secolari i versi che da questo poeta si componevano, non ci lascia luogo a dubitare, per quanto a me sembra, che qui non debba intendersi di poesia italiana. Ma che direm noi dell’onore della corona conferito a questo poeta? Il Crescimbeni (t. 2, par. 2, p. 11) c il Quadrio (/. cit.) hanno senza difficoltà adottato questo racconto; anzi essi aggiungono che l’imperadore fu Federigo II. Il Wadingo, che narra il fatto medesimo (Ann. Minor, ad an. 1212, n. 39), lo assegna all’anno 1212. Federigo avea allora 18 anni di età, nè giunse all’impero che l’anno 1220. Quindi l’anno 1212 non avea egli potuto, almeno come imperadore, concedere un tal onore a questo poeta. Vero è nondimeno che S. Bonaventura, autore di questo racconto, non segna in qual anno ciò accadesse, e potè forse ciò avvenire dopo l’anno 1220. Ma a dir vero, la solenne coronazion di un poeta parmi che avrebbe di Tiuauoscui, Fot. IV. 37 [p. 578 modifica]578 LIBRO questi tempi risvegliata sì gran maraviglia, che gli storici tutti ce n’avrebbon serbata memoria. Or io non ne trovo un sol motto in tanti scrittori che delle cose di Federigo han ragionato. L’autorità di S. Bonaventura che avea conosciuto questo poeta, e poteva aver ciò udito da lui medesimo, è certamente di un gran peso, perchè non debbasi rigettare assolutamente tra’ favolosi un tal fatto; ma ciò non ostante il silenzio di tanti scrittori in cosa di cui molto sarebbesi facilmente parlato, non lascia di renderci alquanto dubbiosi (a). (a) I dubbii da me qui mossi sulla coronazione di questo poeta sembrano or dissipati per un documento comunicatomi dal soprallodato P. Affò. Nell’archivio de’ Conventuali di Assisi si è trovata la Vita di S. Francesco scritta per la seconda volta da F. Tommaso da Celano Fanno I244i e non n,ai pubblicata. Or in essa si legge il fatto medesimo in questo modo: Erat in Marchia Anconitana saecularis quidam sui oblitus et Dei nescius, qui se totum prostituerat vanitati. Vocabatur nomen ejus Rex ver su uni, eo quod Princeps foret lasciva cantantium, et inventor saecularium cantionum. Ut paucis dicam: usque adeo gloria mundi extulerat hominem , quod ab Imperatore fuerat pomposissime coronatus. Cum itaque sic in tenebris ambulans iniquitatem traheret in funiculis vani talis, miserata divina pietas miserum cogitat revocare , ne pereat qui abjectus erat. Occurrerunt sibi invicem divina providentia B. Franciscus et ipse ad quoddam Monn.slrrium pauperum inclusarum. Venerat illuc Beatus Pater ad filias cum sociis suis; venerat ille ad quamdam suam consanguineam cum sodalibus multis, ec. Descrive poscia in qual modo il poeta fosse convertito da S. Francesco, e così conchiude il racconto: Altera die induit eum Sanctus, et ad Dei pacem reductum Fratrem Pacìfìcum nominavi t. ITujhs conversio eo magis edificatoria fuit multo rum , quo letior fuerat vanorum turba sodalium. Da [p. 579 modifica]TERZO 579 IX. JSiuuo ile’ poeli da noi linor rammentati ha avuto l’onore di esser nominato da Dante nel suo libro della Volgare Eloquenza, ove egli parla di molti di quelli che innanzi a lui aveano verseggiato. Solo il siciliano Ciullo di Alcamo, come si è detto, egli ha tacitamente indicato, ma con non molta lode, recandone un verso. Quegli di cui egli fai maggiori elogi, è Guido Guinicelli , eli’ egli in uu luogo chiama nobile (Conviv. p. 258, ed. Zatta), in un altro massimo (De Eloq. p. 27), e di cui più volte recita alcuni versi (ib. p. 2.58, 271, 292, 296). Ma più a lungo ei ne ragiona nel suo Purgatorio , ove ei lo ritrova fra color che purgavano le lor sozzure (Purg. c. 26, v. 92). Guido gli ragiona dapprima senza scoprirsi, e gli dice per quai peccati egli ed altri si stessero ivi penando; poscia se gli dà a conoscere. Son Guido Guinicelli, e già mi purgo Per ben dolermi prima eli allo stremo; cioè a dire , io son già entro del Purgatorio, e non nelle istanze di esso esteriori, perciocchè mi pentii innanzi morte, e non sono perciò costretto, come gl’indugiatori della penitenza, a starmene mille anni prima di entrare nel Purgatorio. Dante si rallegra al sommo nel trovar questa autorevole fonte trasse poscia il racconto S. Bonaventura. Ed è ad avvertire che T incontro del santo e del poeta l’alio presso un monastero di Clarisse ci mostra che assai più tardi del 1212 seguì quel fatto; perciocché solo molli anni dopo cominciarono a Ibridarsi monasteri di quelle religiose. [p. 580 modifica]58o LIBRO Guido, cui egli chiama padre suo e di tutti gli altri poeti. (Quali nella tristizia di Licurgo Si fer due figli a riveder la madre, Tal mi fed io, ina non a Unito inmrgo , (titillar io udì nomar se stesso il padre • Mio, e degli altri miei miglior, che mai Rime; d’amor usar dolci e leggiadre. Guido interroga Dante per qual ragione avvenga che tanto si rallegri al vederlo. Ecco la risposta di Dante: Ed io a lui: li dolci detti vostri Che, quanto durerà l’uso moderno, Faranno cari ancora i loro inchiostri. L’allegrezza di Dante nel veder Guido, il nome, di cui l’onora, di padre suo e di tutti i poeti, la fama ch’egli promette alle rime da lui dettate, tutto ciò ci dimostra in quanta stima fosse avuto da Dante. Ma chi era egli questo sì valoroso poeta? Ch’ei fosse bolognese, lo afferma il medesimo Dante (De Eloq. p. 27 i, cil. Zalla), il quale forse in riguardo al Guinicelli diede sì grandi lodi al dialetto di quella città, esaltandolo sopra tutti quelli d’Italia (ib. p. 270). Benvenuto da Imola ne’ suoi Comenti più lungamente ragiona di Guido, e dice (Antiq. Ital. t 1, p. 1228) ch’egli era uomo di guerra, di nobilissima famiglia di Bologna detta de’ Principi , la quale ne fu cacciata, perchè era addetta al partito imperiale, Io trovo in fatti in un compromesso , che si accenna dal Ghirardacci all’anno 1249 (Stor. di Bol. t. 1, p. 178), [p. 581 modifica]TERZO 581 nominato Guinicello de’ Principi, e questi era probabilmente il padre di Guido, che perciò, secondo il costume di quell’età, diceasi Guido di Guinicello. Aggiunge Benvenuto che Guido era uom saggio , eloquente e buon rimatore, ma insieme di poco onesto costume. Di lui abbiamo una canzone in cui tratta filosoficamente d’amore, nelle Rime antiche de’ Giunti (p. 207, ed. 1727); un’altra ve n’ha nella Raccolta dell’Allacci da me non veduta5 e molte altre se ne leggono aggiunte alla Bella Mano di Giusto de’ Conti (p. 173, ed. 1715), benchè nelle antiche edizioni di essa ei venga confuso con Guido Ghislieri, che dee da lui distinguersi, come fra poco vedremo. La maggior parte degli scrittori , e dopo loro il Crescimbeni (Comment t. 2, par. 2, p. 7), affermano ch’ei fiorì verso l’anno 1220. Il Quadrio più giustamente ne fissa l’età dopo il 1250 (t. 2, p. 161). Ei ne reca in pruova i sonetti a lui scritti da Buonaggiunta Urbiciani amico di Dante, e da Dino Compagni. E abbiamo in fatti nelle Rime aggiunte alla Bella Mano di Giusto de’ Conti un sonetto di Buonaggiunta a Guido p. 169) colla risposta di questo. Ma che Buonaggiunta fosse amico e contemporaneo di Dante, benchè non sia improbabile , non parmi però certo abbastanza) perciocchè Dante il nomina bensì (De Eloq. p. 267), ma non in maniera che se ne inferisca conoscenza o amicizia alcuna. Miglior sarebbe l’argomento tratto dal sonetto di Dino Compagni a Guido pubblicato dal Crescimbeni (t. 3, p. 73), se fosse certo che il Guido, a cui egli ragiona; fosse il Guinicelli. e non anzi [p. 582 modifica]58u unno il Cavalcanti, come parmi che si possa a ragion dubitare. Ma ciò non ostante io inclino a creder col Quadrio che il Guinicelli vivesse verso la fine del XIII secolo; il che mi sembra provarsi e dall’essere egli probabilmente figlio di quel Guinicello dei Principi che vivea, come si è detto, nel 1249 , e dalla maniera con cui Dante lo introduce a parlare nel Purgatorio, dicendo: Son Guido Guinicelli, e già mi purgo. Come se dir volesse: benchè non sia gran tempo passato dalla mia morte, pure già sono nel Purgatorio, e non mi sto, come altri, ad aspettare più anni innanzi di esservi introdotto (a). X. Dante, ove ragiona con sì gran lode del dialetto bolognese, come abbiamo poc’anzi accennato, oltre il Guinicelli, nomina ancora ed esalta alcuni altri poeti di quella città: limassimo Guido Guinicelli, Guido Ghislieri, Fabricio ed Onesto, ed altri Poeti,... che furono dottori illustri e di piena intelligenza nelle cose volgari, e di ciaschedun di essi soggiunge un verso, trattone del Ghislieri; di cui però e insiem di Fabrizio ragiona altrove (p. 309), e gli annovera tra coloro che nel tragico, cioè nello stil sublime, hanno dallo eptasillabo cominciato; e reca tre loro versi, senza spiegarci a («7) Un bellissimo articolo intorno a Guido Guiriicdli si può leggere nppli Scrittori bolognesi del co Fanluzzi, e io mi compiaccio di non essermi ingannato nel crederlo figlio di Guinicello, e vissuto verso la fine del secolo sui, perciocché ivi si dimostra cli’ei mori uel 1276 (/. 4, p. 345). [p. 583 modifica]TERZO 583 chi ili essi ciascuno appartenga. Nè altro abbiam del Ghislieri; perciocchè, comunque net;li antichi poeti pubblicati dopo la Bella Mano di Giusto de’ Conti veggansi alcune poesie a lui attribuite, il Crescimbeni però (t. 2, par. p■ 9) ’1 Quadrio (t. 2, p. 156) affermano di aver vedute quelle rime medesime in codici antichi attribuite al Guinicelli. Di Fabrizio ancora nulla ci è rimasto (a), e non abbiano neppure argomento che ci determini il tempo a cui essi precisamente fiorirono; benchè il parlarci che Dante fa di essi, come di persone già trapassate, ci mostri che dovean già esser morti innanzi alla fine del secolo XIII, il che è ciò solo, a mio credere, che intorno ad essi si può stabilire. Di Onesto alcune poesie ha pubdicate l1 Allacci; ma esse sono, come avverte il Crescimbeni (l. cit. p. 43) j le più infelici e scipite; e migliori son quelle che ne han pubblicate i Giunti (p. 206, 263, ec.), tra le quali veggonsi alcuni sonetti di proposta e di risposta tra lui e Cino da Pistoja; de’ quali poeti (due altri somiglianti sonetti si trovano dopo la Bella Mano di Giusto de’ Conti (p. 124). Egli, secondo alcuni autori allegati dal Crescimbeni e dal Quadrio (l. cit. p. 173), fu figliuolo del celebre giureconsulto Odofredo, secondo altri ne fu nipote per mezzo di Alberto figliuolo dello stesso Odofredo. Inoltre, secondo alcuni, (ai Di questo Fabrizio, eh- più propriamente dovrebbe (tirsi Fabbruzzo, e che tu della nubilissima lamblia de’ Lambertazzi, e cosi pure di Guido Ghislieri, esatte notizie si posson vedere presso il sopì addetto ro. Gio[p. 584 modifica]XI. TiunnngitmU da Lun a , Gallo pisano ed altri. 584 MURO ei fu medico, secondo altri, giureconsulto.!Ma il P. ab. Sarti, a cui possiamo con (tutta sicurezza affidarci, ci assicura (De Prof. Bon. t. 1, pars 1 , p. 154) che in tutta la famiglia e in tutta la discendenza di Odofredo, comprovata co’ più autentici monumenti, altro Onesto non trovasi che un fratello dello stesso Odofredo. Il P. Sarti però crede che questi non possa essere il poeta, perciocchè, ei dice, Onesto visse con Cino da Pistoja; Cino al fine del XIII secolo era in Bologna scolaro di Dino dal Mugello. Or essendo morto Odofredo l’anno 1265, non par probabile che Onesto alla fine del secolo stesso avesse talento e brio per poetare; e molto più che, come raccogliesi da un altro monumento pubblicato dal medesimo P. Sarti (ib. p. 175, not. f), egli fin dallo stesso anno 1265 avea emancipati due suoi figliuoli. Nondimeno, poichè Dante ne fa menzione come di poeta il qual più non vivea, dicendo di lui e degli altri che furono dottori illustri, converrà dire ch’ei morisse al più tardi al principio del xiv secolo, e dovea perciò aver qui luogo. Certo in niun modo si può sostenere l’opinione del Quadrio che il vuole fiorito verso l’anno 1330; perciocchè è certo ch’egli era illustre poeta, mentre vivea Dante, il qual mori l’anno i3ai. XI. Molti altri sono i poeti che da Dante vengono nominati nel più volte citato libro della Volgare Eloquenza. Egli parlando del guasto e rozzo dialetto di cui allora usavano i Romani, i Marchigiani e gli Spoletini, dice (p. 264) che un cotal Fiorentino, nominato il Castra, a [p. 585 modifica]TERZO 585 deridere que’ dialetti avea composta una canzone dirittamente e perfettamente legata, che cominciava: Una ferina va scopai da Cassoli Cita cita sen gia grande, aina. Ma di lui non ci è rimasta alcun1 altra notizia. Quindi passando Dante a parlare de’ dialetti che si usano da’ Toscani, de’ quali egli ragiona in maniera che ni un crederebbe che ei fosse toscano, dice eli1 essi pretendono, ma contro ogni dritta ragione, che il dialetto loro volgare sia quell’illustre e cortigiano eh’ ci tanto esalta; e che alcuni Toscani perciò han poetato nel volgar loro dialetto, come fu, dice egli (p. 267), Guittone d’Arezzo, il (quale non si diede mai al volgare cortigiano, Buonagiunta da Lucca, Gallo pisano, Mino Mocato senese, Brunetto fiorentino. Di Guittone d’Arezzo parie* remo tra poco; di Brunetto sarà luogo più opportuno a ragionare nel capo quinto di questo libro. Buonagiunta da Lucca è quello stesso Buonagiunta Urbiciani da noi nominato poc1 anzi. Egli ancora fu da Dante veduto nel Purgatorio punito insiem co’ golosi, dal qual vizio convien dire che nol rendesse esente la poesia: Questi (e mostrò col dito) è Buonagiunta, Buonagiunta da Lucca. Purg. c. 24, v. 19. E che tra Dante e questo poeta fosse passata amicizia, si raccoglie da ciò che quegli poco appresso soggiugne: Ma come fa chi guarda e poi fa prezza Più. di’un che (T altro, fe io a quel da Lucca, Che più parea di me aver contezza. [p. 586 modifica]580 LIBRO Essi poi vengono a’ complimenti, e Buonagiunta confessa che Dante nel poetare il superava di troppo. Sul qual passo l’antico comentatore di Dante Benvenuto da Imola ci avvisa che quest’amico del poeta fu Buonagiunta de Urbisanis, vir honorabilis de civitate Lucana, luculentus Orator in lingua materna et facilis inventor rythmorum, sed facilior vinorum, qui noverat auctorem in vita, et liquando scripserat sibi (Antiq. Ital. t 1, p. 1225, ec.). Una canzone di questo poeta abbiamo alla stampa nella Raccolta de’ Giunti (p. 209), e un sonetto a Guido Guinicelli in quella del Corbinelli (p. 169, ed. Fir.), dal che raccogliesi ch’ei visse non già circa il 1230, come scrive il Quadrio (t. 2, p. 1 £>9), ina verso la fine del secolo XIII. Di altre rime di Buonagiunta, che conservansi manoscritte in alcune biblioteche, veggasi il Crescimbeni (t. 2, par. 2, p. 31). Di Gallo pisano non ci è rimasto alcun verso, se pur, come dubita il suddetto Crescimbeni (ib. p. 26), ei non è quel Galletto da Pisa, che dal Redi si nomina alcune volte nelle annotazioni al suo Ditirambo, e di cui il Crescimbeni medesimo ha pubblicata una canzone (t. 3,p. 31) scritta appunto in dialetto pisano misto di provenzale. Il Quadrio ci assicura (l. cit. p. 162) che Galletto da Pisa è certamente lo stesso che Carlo pisano, ma non ci dice qual pruova ei n’abbia trovato. Di Mirso Mocato finalmente, detto anche Bartolommeo Maconi, abbiamo una canzone che dopo l’Allacci è stata pubblicata dal Crescimbeni (t. 3, p. 36, ec.). [p. 587 modifica]TERZO 587 XII. Dopo avere in tal modo parlato di que’ Toscani che vollero poetando usare del volgar dialetto plebeo, passa Dante a parlare di quelli che conobbero, com’egli dice, l’eccellenza del volgar cortigiano; cioè Guido Lapo e un altro fiorentini, e Cino pistoiese (DeEloq.p. 268). Del primo non ci è rimasta memoria alcuna, come ci avverte il Crescimbeni (t. 2, par. 2, p. 54); benchè egli stesso non molto prima avesse detto (ib. p. 40) che questi è Lapo degli Uberti figliuolo del celebre Farinata. Il medesimo Crescimbeni pensa che sotto il nome di un altro Dante voglia intender se stesso; il che non è inverisimile. Cino da Pistoja è un de’ poeti di cui Dante faccia più onorevole e più frequente menzione; ma ei sopravvisse al medesimo Dante, nella cui morte scrisse un sonetto che conservasi manoscritto nella biblioteca di S. Marco in Venezia (Zannetti Bibl. Ven. t. 2, p. 247). Quindi come noi ci riserbiamo a parlare di Dante nel quinto tomo di questa Storia, perchè al) xiv secolo appartiene la principale sua opera, così pure ci riserbiamo a trattare allora di Cino. Due poeti faentini ancora veggiam nomimati da Dante, perciocchè egli parlando del dialetto di Romagna dice: Bene abbiamo inteso che alcuni di costoro nei poemi loro si sono partiti dal suo proprio parlare, cioè Tommaso ed Ugolino Bucciola faentini (l. cit. p. 269). Di amendue conservansi in alcune biblioteche poesie manoscritte, e fra le altre un sonetto di Ugolino a messer Onesto (Crescimb. t. 2, par. 2, p. 44), il qual ci mostra che questo poeta, e l’altro ancora probabilmente, che forse gli fu XII. Altri poeti rammentati da Uiult. [p. 588 modifica]588 LIBRO fratello, vissero al tempo medesimo con Onesto, cioè verso la fine del XIII secolo. Un sonetto di Ugolino e un madrigal di Tommaso è stato dato alla luce dal Crescimbeni (t. 3 , p. 51 ma il primo non corrisponde, a dir vero, all’elogio che Dante ha fatto di questo poeta, perciocchè è scritto in un sì rozzo dialetto, ch’io non so se alcuno possa aver la sorte d’intenderlo. Eccone i primi versi: Ocli del Conte ond’eo mender nego Effero in truschana di eo viva Abbia merce del anima gaittiva Digando ke per me vi pluzza il prego. Che dialetto è egli mai questo? Qui certo Ugolino non si è distaccato dal suo volgare plebeo, perciocchè Dante osserva appunto che i Romagnoli in vece di occhio solevano dire oclo, come qui ancora veggiamo usato. Soggiugne Dante (p. 270) che tra i Veneziani parimente egli ha veduto uno partire dal suo materno parlare, e ridursi al parlare cortigiano, e questo fu Brandino padovano, che nell’originale latino chiamasi Ildebrandino. Il Crescimbeni il chiama Bandino (t. 2, par. 2, p. 25), e ne recita un sonetto (t. 3,p. 30) il quale parimente non corrisponde in alcun modo all’elogio che ne fa Dante: e chi sa che non sien forse due diversi poeti Bandino e Brandino ossia Ildebrandino? Ma ciò che dice il Quadrio (t. 2, p. 162), che Brandino da Padova sia lo stesso che Bandino d’Arezzo, di cui si hanno alcune poesie manoscritte, e ch’egli da amendue le città prendesse il suo nome, perchè in una [p. 589 modifica]TERZO 589 fosse nato, e nell’altra tenesse scuola, sarebbe a bramare che da lui si fosse non solamente asserito, ma provato ancora (*). Un altro poeta ancora veggiam rammentato da Dante che ne reca un verso, cioè Rinaldo d’Aquino (p. 292) che è forse (quel Rainaldo d’Aquino che noi veggiam rammentato in un antico Necrologio, ma senza spiegar in che anno morisse (Script. Rer. ital. vol. 2, p. 297), o alcun di quelli del medesimo nome, che dal co. Mazzucchelli si annoverano (Script. ital. t. 1, par. 2, p. 915). Alcune poesie ne ha pubblicate l’Allacci, e alcuni frammenti, che il Crescimbeni dice migliori di esse (t. 2, par. 2, p. 27), ne son citati dal Trissino e da altri autori che dallo stesso Crescimbeni si annoverano. Nel medesimo luogo Dante recita un verso del Giudice di Colonna da Messina, cioè di quel medesimo Guido Colonna di cui fra gli storici abbiam parlato; e di lui in fatti abbiamo alcune poesie nella Raccolta dell’Allacci, e una canzone in quella de’ Giunti (p. 215). Finalmente Dante parla con molto onore di Gotto mantovano (p.312), di cui dice che molte belle canzoni avea composte, e di cui abbiam detto, nel precedente capo, che è probabilmente il medesimo col famoso Sordello. (’) Oltre Bandino da Padova, un altro più antico poeta volgare ebbero i Padovani, di cui però ignorasi il nome, e il eli. ab. Giovanni Brunacci ne ha pubblicato e dichiarato un componimento poetico nella sua Lezione d’ingresso nell’Accademia de’ Ricoprati, stampata in Venezia nel 1759. [p. 590 modifica]XIII. Notizir della Tita e delle opere di Guittone di A rezzo. 5yo LIBRO XIII. Di tutti questi poeti ragion voleva che si facesse parola almen brevemente, poichè ! Dante gli ha reputati degni di essere nominati nel suo libro della Volgare Eloquenza. Ma due ancora ne restano da lui pur nominati che degni sono di più distinta menzione, perchè più chiara ne è rimasta la fama, cioè F. Guittone d’Arezzo, e Guido Cavalcanti. Di F. Guittone hanno scritto con diligenza l’avvocato Mario Flori, gentiluomo aretino, in un’erudita sua lettera premessa alle Lettere dello stesso Guittone, e il co. Giammaria Mazzucchelli (l.citp. 1026, ec). Noi ne sceglieremo le più importanti notizie, e avremo anche il piacere di aggiugnere qualche cosa alle ricerche di questi dotti scrittori. Ch’ei fosse natìo di Arezzo, il nome medesimo cel manifesta. Pietro Aretino, citato dal co. Mazzucchelli , vuole che ei nascesse in Subbiano luogo di quella diocesi £ ma ei certamente era cittadino (li Arezzo, il che ci dimostra un monumento pubblicato negli Annali camaldolesi (t. 5, App. p. 295), in cui egli è detto Frater Guittonus civis Aretinus; nè alcun fondamento ha l’opinione di Girolamo Squarciafico che va a cercare la patria di Guittone fino in Calabria, ov’è un luogo di questo medesimo nome. Ei fu figliuolo di Viva di Michele, come da una delle sue lettere si raccoglie (Lettere, p. 48); ma di qual famiglia fosse, non vi ha monumento che cel discuopra, e troppo grave è l’errore d’alcuni scrittori citati e confutati dall’avvocato Flori, i quali l’hanno confuso con Guido Bonatti. A qual Religione ei fosse [p. 591 modifica]TERZO 5gi ascritto, ricavasi dal documento stesso che abbiam poc’anzi allegato, in cui egli è detto de Ordine Militie gloriose Virginis Marie, cioè di quell’Ordine stesso che dicevasi de’ Cavalieri, intorno al qual Ordine degno è da leggersi ciò che scrive con erudizione e con esattezza non ordinaria il celebre monsignor Giovanni Bottari editor delle Lettere di F. Guittone nella prefazione ad esse premessa. Della pietà di questo antico poeta ci fa pruova la fondazion da lui fatta del monastero degli Angioli dell’Ordine camaldolese in Firenze. L’anno 1293 ei ne stabili il disegno con Frediano prior di Camaldoli; e le condizioni di questa fondazione sono state date alla luce da’ dottissimi autori degli Annali camaldolesi (l. cit. p. 202, etApp. p. 295); e in un’antica relazione dagli stessi storici riferita si legge che F. Guittone a ciò si condusse per amore di solitudine e di ritiro: vir quidam Aretinus civis Frater Guittonus nuncupatus solitariae vitae amator divino numine inspiratus pro solitaria et eremitica vita habenda, ec. L’anno seguente 1294 lo stesso prior Frediano diè licenza ad Orlando o Rolando, religioso del suo Ordine, di ricevere il suddetto luogo ove fondar doveasi il monastero. Ma F. Guittone non ebbe tempo a veder compito il suo desiderio; perciocchè nell’anno stesso ei morì, come pruovasi da un Necrologio antico citato da’ sopraddetti Annalisti (ib. p. 211), con che viene a stabilirsi fuor d’ogni contesa l’età di Guittone, su cui non erano stati finora molto concordi gli eruditi. Queste son le notizie che della vita di F. Guittone ci son rimaste. Dante [p. 592 modifica].*>92 LIBRO lo annovera tra coloro che non vollero mai usare scrivendo del volgar cortigiano (Eloq. p. 267). Ma ciò non ostante ei fu avuto in grandissima stima, benchè poscia, al sorger di Dante e di altri più colti poeti, ella si scemasse di assai. A ciò sembra alludere lo stesso Dante, il quale introduce Guido Guinicelli, che parlando di alcuni che sono avuti in istima per una cotal favorevole prevenzione, dice: Così fer molti antichi di Guittone Di grido in grido pur lui dando pregio, Finchè l’ha vinto ’l ver con più persone. Purgat c. 26, v. 12.4. Al qual luogo l’antico comentatore di Dante Benvenuto da Imola aggiugne: Et vult (dicere in effectu, quod sicut opinio Provincialiumfuit fallax in illo de Lemosì, ita opinio Tuscorum in fratre Guittono, donec veritas per peritiores fuit demonstrata.... Iste vocatus fuit Frater Guittonus de Aretio. Bonas sententias adinvenit, sed debilem stilum, sicut potest intelligi ex libro, quem fecit, ut vidi (Antiq. Ital. t. 1 , p. 1 23o). E lo stesso sembra essere stato il sentimento del Petrarca, il quale ci rappresenta Guittone in compagnia di Dante e di Cino da Pistoja , e in atto quasi sdegnoso, perchè a lui più non diasi il primo luogo cui già possedeva: Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia, Ecco Cin da Pistoia, Guitton d’Arezzo Che di non esser primo par ch’ira aggia. Trionfo d’Amore, c. 4Nella Raccolta de’ Poeti antichi de’ Giunti il [p. 593 modifica]TERZO - 5l)3 libro ottavo è composto di sonetti e di canzoni di F. Guittone, oltre più altre poesie che leggonsi in altre Raccolte, le quali si posson vedere diligentemente annoverate dal co. Mazzucchelli. Di lui abbiamo ancora quaranta lettere italiane pubblicate in Roma l’anno 1745 dal dottissimo monsignor Giovanni Bottari, ed illustrate con molte ed erudite note gramaticali. Esse son testo di lingua, ed è il più antico esempio che abbiavi di lettere scritte nel volgar nostro linguaggio. XIV. Più celebre ancora è il nome di Guido Cavalcanti, di cui perciò prenderem qui a trattare colla maggior esattezza che per noi si possa. Filippo Villani ne ha scritta la Vita, che dal co. Mazzucchelli è stata data alla luce c nell1 originale latino e nella \ ersione italiana (Vita d’ill. Fiorent, p. 96). Un’altra Vita assai poco diversa ne ha scritta Domenico di Bandino aretino, la quale pure abbiamo alle stampe e in latino e in italiano per opera del ch. abate Mehus (praef.ad Epist. Ambros. camald p. 133,et Vita ejusd. p. 165). Ma amendue non contengono che assai generali notizie, cioè che Guido fu un dotto filosofo, di egregi costumi; che scrisse dell’Arte Rettorica in versi volgari; che compose una eccellente Canzone sopra l’amore, che fu poi comentata da Egidio Colonna, da Dino del Garbo e da più altri; che rilegato per le civili discordie a Sarzana, e richiamato poscia a Firenze, ivi morì. Anzi così il Bandini, come il Villani, almeno secondo l’originale latino, han preso errore nel nominare il padre di Guido, perciocchè essi dicono che Tiiusoscm, Voi IV. 38 XIV. Notizie (iella viUi «li (jtiulo Cavalcanti. [p. 594 modifica]5g4 LIBRO fu figliuolo di un altro Guido. Nel che deesi fede alla versione italiana in cui egli dicesi figliuolo di messer Cavalcante cavaliere della casa de’ Cavalcanti. In fatti così ci assicura il Boccaccio, che da un detto di Guido ha tratto l’argomento d’una sua novella (Decam. g. 6, nov. 9). Perciocchè egli racconta che tra le molte brigate di gentiluomini ch’erano in Firenze, n era ima di Messer Berto Brunelleschi, nella quale Messer Berto e’ compagni s’eran molto ingegnati di tirare Guido di Messer Ca~ calcante de’ Cavalcanti, et non senza cagione, perciocchè oltre a quello), ch’egli fu uno de’ migliori Loici, che havesse il mondo, et ottimo philosopho naturale (delle quali cose poco la brigata curava) si fu egli leggiadrissimo et costumato et parlante uomo molto, et ogni cosa che far volle et ad gentile huom pertenente seppe meglio ch’altro huom fare, et con questo era ricchissimo, et a chiedere a lingua sapeva honorare, cui nell’animo gli capeva che il valesse. Ma a Messer Betto non era mai potuto venir fatto cT liaverlo, et credeva egli co’ suoi compagni, che ciò avvenisse , perciò che Guido alcuna volta speculando molto astratto dagli huomini diveniva , et perciò ch’egli alquanto teneva della opinione degli Epicurei, si diceva tra la gente volgare, che queste sue speculazioni eran solo in cercare, se trovar si potesse, che Iddio non fosse. E quindi siegue il Boccaccio a riferire un leggiadro motto con cui Guido rispose alla brigata di messer Betto, che in lui un giorno avvenutasi avea preso a proverbiarlo sulla sua solitudine, e su’ pensieri [p. 595 modifica]TERZO 5t)5 il’ateismo che andava volgendo pel capo. Il co. Mazzucchelli nelle erudite sue note alla citata Vita di Guido cerca di difenderlo dalla taccia d’Epicureo (nota 4), che qui dal Boccaccio gli veggiam data, e che gli si dà parimente, per lasciare in disparte molti moderni, da Filippo Villani, almen secondo l’originale latino, e da Domenico Bandino, e da Benvenuto da Imola, che questa novella ha inserita ne’ suoi Comenti su Dante (Antiq. Ital. t. 1, p. 1186). Egli crede che il Boccaccio qui abbia finto, come spesso suole nelle Novelle; e riflette che nel suo Comento su Dante nulla dice di tale accusa. E certo non è inverisimile che essendo egli figliuolo di Cavalcante, il quale si pone da Dante tra gli Epicurei nell’Inferno (c. 10), si credesse da molti, benchè senza bastevole fondamento, che il figliuolo ancora fosse infetto de’ medesimi errori; sul qual argomento fondati il detto co. Mazzucchelli e il canonico Biscioni (Note alla Vita nuova (di Dante p. 33, ed. Zatta) han rigettata, come non ben fondata, cotale accusa. Ma a giudicarne con sicurezza, converrebbe avere sotto degli occhi qualche opera di Guido, in cui egli ci spiegasse i suoi sentimenti; e dalle poesie che di lui ci sono rimaste, non si può, a mio parere, trarne alcun argomento o a difenderlo, o ad accusarlo. XV. A qual tempo ei vivesse, cel mostrano gli antichi storici fiorentini che di lui ci ragionano. Ricordano Malespini (Stor. fior. c. 185, Script. Rer. ital. vol. 7, p. 1008) seguito poi e copiato secondo il costume da Giovanni Villani [p. 596 modifica]5j)6 LIBRO (Star.. I. 7, c. i5), racconta che l’anno 12R6 Messer Cavalcante Cavalcanti diede per moglie a Guido suo figliuolo una degli Uberti, cioè, come spiega il Villani, la figliuola di messer Farinata degli Uberti. La casa de’ Cavalcanti era allora tra le più illustri e potenti, come dice lo stesso Villani (l. 8, c. 38), e fu avvolta nelle civili discordie da cui era agitata quella città, e Guido singolarmente era nemico di messer Corso Donati, uomo esso pure prepotente a que’ tempi nella città medesima. Un giovane gentile , dice l’antico storico Dino Compagni (Script. Rer. ital. vol. 9, p. 481), figliuolo di messer Cavalcante Cavalcanti nobile cavaliere chiamato Guido, cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario, e intento allo studio , nimico di messer Corso, avea più volte deliberato offenderlo. Messer Corso forte lo temea, perchè lo conoscea di grande animo , e cercò di assassinarlo andando Guido in pellegrinaggio a S. Jacopo , e non gli venne fatto. Il perchè tornando a Firenze, e sentendolo, inanimò molti giovani contro a lui, iquali gli promisero essere in suo ajuto. Essendo un dì a cavallo con alcuni di casa i Cerchi con un dardo in mano spronò il cavallo contro a messcr Corso, credendosi esser seguito da’ Cerchi per farli trascorrere nella briga, e trascorrendo il cavallo lanciò il dardo, il quale andò invano. Era quivi con messer Cors o Simone suo figliuolo forte e ardito giovane, e Cecchino de’ Bardi, e molti altri con le spade, e corsongli dietro, ma non lo giugnendo li gittirano de’ sassi, e dalle finestre gliene furono gittati per modo che fu ferito nella mano. 11 pellegrinaggio [p. 597 modifica]TERZO fatto da Guido a S. Jacopo di Gallizia diede probabilmente occasione all’amor ch’egli prese verso una cotal Mandetta in Tolosa, di cui spesso parla nelle sue poesie; e se questo fu l’unico frutto che dal suo pellegrinaggio ei raccolse, meglio avrebbe fatto a starsene in sua casa. Giovanni Villani racconta ancora (ib. c. 40) un assalto ch’egli con altri dal suo partito dierono a quelli di messer Corso, da cui però furono con perdita loro respinti. Anzi lo stesso anno 1300, in cui ciò avvenne, avendo il Comun di Firenze, per ricondurre a pace quell’infelice città, cacciati in esilio i primarii capi de’ due diversi partiti, Guido fu in essi compreso e rilegato a Serazano, come dice il Villani (ib. c. 41)• Ma questa parte , aggiugne egli, vi stette meno a’ confini, che furono revocati per lo infermo luogo, et. tornonne malato Guido Cavalcanti, onde morì, et di lui fu grande danneggio, perciocchè era come Filosofo virtudioso huomo in molte cose, se non ch’era troppo tenero et stizzoso. Da questo suo esilio scrisse, s’io non erro, Guido quella canzone o ballata, che è l’undecimo dei suoi componimenti pubblicati da’ Giunti, e che comincia: Perch’io non spero di tornar già mai, Ballatetta , in Toscana; nella quale egli parla ancora della sua infermità e della morte che teme vicina. Morì dunque Guido o lo stesso anno 1300, o al cominciar del seguente, e quindi si voglion correggere quegli scrittori che di più anni 11’ lian di fieri tri la morte, e vuolsi ancora emendare un errore [p. 598 modifica]5y8 libro de! Bayle, il quale ha parlato di Guido nel suo Dizionario, come ben gli conveniva di fare, trattandosi di un uomo ch’era stato da alcuni creduto ateo. Or egli afferma (Dict. art. Cavalcanti, note. E) che Guido vivea ancora quando Dante scrivea il canto x dell’Inferno, in cui nomina Cavalcante di lui padre. Se il Bayle avesse esaminato attentamente quel passo , avrebbe veduto che Dante ne parla come d’uomo già morto. Perciocchè Cavalcante l’interroga per qual ragione non siasi con lui accompagnato il figlio Guido; e Dante sì gli risponde: Ed io a lui: da me stesso non vegno: Colui, ch’attende là (Virgilio), per qui mi mena, Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. Quella voce ebbe muove dubbio nel padre, che il figlio sia morto; ne interroga Dante; questi esita a rispondere, e il padre per dolore si nasconde di nuovo dentro la tomba in cui stava racchiuso: Di subito drizzato gridò: come Dicesti. Egli ebbe? non viv’egli, ancora? Non fiere gli occhi suoi lo dolce lume? Quando s’accorse d’alcuna dimora Ch’i’ faceva dinanzi alla risposta, Supin ricadde, e più non parve fuora. Il) qual esitare di Dante nel rispondere all" interrogazione del padre,ci scuopre che Guido era morto , e che Dante non avrebbe voluto funestare il padre con tale avviso (*). (*) l versi di Dante da me a questo luogo recati mi han fatto credere ch’ei parlasse di Guido Cavalcanti , [p. 599 modifica]TERZO 5g9 XVI. Guido era grande amico di Dante, il quale ne ragiona assai spesso nelle sue opere, e il chiama primo tra’ suoi amici (Vita nuova p. 7, 3a, ed. Zatta); e ne’ suoi libri della Volgare Eloquenza ne reca talvolta de’ versi, benchè allora comunemente il chiami Guido da Fiorenza (p. 196, 308, 310). Egli ne fa ancora menzione nella sua Commedia, dicendo che questo Guido avea oscurata la fama delT altro più antico , cioè del Guinicelli. Così ha tolto l’uno all’altro Guido La gloria della lingua , ec. Purg. c. 11, p. 97. Intorno a che veggansi le riflessioni di Cristoforo Landino citate dal conte Mazzucchelli (nota 6), nelle quali dimostra quanto fosse il Cavalcanti superiore nel poetare agli altri poeti non sol più antichi di lui, ma ancora contemporanei. A ciò nondimeno sembra opporsi ciò che abbiam veduto poc’anzi affermarsi da Dante, cioè che Guido pareva che poco pregiasse Virgilio, il che a valoroso poeta troppo si disdirebbe. Ma il Boccaccio nel suo Contento a come se fosse già morto, quando questo poeta scrivevi! il canto x dell’Inferno. Ma , a dir vero , nel medesimo canto al v. ito Dante ci mostra ch’egli era allora ancor vivo, perciocché cosi dice: Aliar come di mia colpa compunto Dissi: or direte dunque a quel caduto, Che ’l suo nato è co* viri ancor congiunto. E perciò non deesi notar d’errore il Bayle che avea asserito raccogliersi da questò canto che Guido ancora vivea. [p. 600 modifica]600 LIBRO questo passo di Dante, citato dal conte Mazzucchelli e dal canonico Biscioni (Note alla Vita nuova di Dante p. 33), lo spiega in diversa maniera; ed ecco l’elogio che in tale occasione ei fa di Guido. Qui adunque è da sapere , che costui, il quale qui parla coll’autore, fu un cavaliere Fiorentino , chiamato messer Cavalcante de’ Cavalcanti leggiadro e ricco cavaliere: e seguì i opinioni d Epicuro in noti credere, che I anima dopo la morte del corpo vivesse; e che il nostro sommo bene fosse de’ diletti carnali: e per questo, siccome eretico, è dannato. E fu questo cavaliere padre di Guido Cavalcanti, uomo costumatissimo, e ricco, e d’alto ingegno: e seppe molte leggiadre cose fare meglio che alcuno altro nostro cittadino: et oltre a ciò fu nel suo tempo reputato ottimo loico e buon filosofo: e fu singolarissimo amico deili autore, siccome esso medesimo mostra nella sua Vita Nuova: e fu buon dicitore in rima; ma perciocchè la Filosofia gli pareva , siccome ella è , da molto più che la Poesia , ebbe a sdegno Virgilio e gli altri Poeti. Ma se Guido preferiva la filosofia alla poesia, a questa però più che a quella egli è debitore del nome che ha ottenuto tra’ posteri: perciocchè nulla ci è rimasto di lui, che cel mostri profondo filosofo; ma solo ne abbiamo le poesie che cel mostrano poeta pe’ tempi suoi assai colto e leggiadro; se non che in esse ancora ei si mostra indagatore ingegnoso de’ movimenti del cuore umano, e nella filosofia morale ben istruito. La sua Canzone singolarmente sulla natura d’amore fu tanto celebre, che i più rari ingegni, e fra [p. 601 modifica]terzo Coi gli altri il B. Egidio Colonna , s1 impiegarono ad illustrarla co1 lor conienti, de’ quali veggasi il più volte citato conte Mazzucchelli (nota 11), il quale ancora annovera le diverse Raccolte in cui si hanno rime di Guido, oltre quelle che si conservano manoscritte in alcune biblioteche, fra le quali ne ha undici inedite quella di S. Marco in Venezia (Bibl. S. Marci t. 2, p. 247). Avverte però il ch. Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 2 , p. 1) che le rime del Cavalcanti, quali le abbiamo alle stampe, hanno bisogno di chi maestrevolmente le corregga ed emendi. Egli sperava che a questa impresa si accingesse il celebre abate Girolamo Tartarotti; ma non sappiamo ch’ei l’abbia eseguita. Il P. Negri, sull’autorità del Tiraquello, attribuisce a Guido (Scritt. fiorent.) un trattato di Chirurgia; ma è verisimile che siasi preso abbaglio , e in vece di Guido Cauliac , scrittor francese di Chirurgia del xiv secolo, si sia scritto Guido Cavalcanti. XVII. Io son venuto finor parlando di que’ poeti che da Dante furono nominati ne’ più volte mentovati suoi libri della Volgare Eloquenza. Ma assai maggiore è il numero di coloro che da lui furono passati sotto silenzio , e de’ quali pure abbiam rime o nelle Raccolte degli antichi Poeti, o ne’ codici manoscritti. Io già mi sono prefisso di non volere annojare chi legge con una lunghissima serie di tai poeti , de’ quali altro non potrei fare comunemente che indicare i nomi e le Raccolte, o i codici in cui contengonsi loro versi. Alla Storia dell’Italiana Letteratura, secondo l’idea con cui [p. 602 modifica]6o2 libro 10 ho preso a scriverla , assai poco monta che un sonetto, o una canzone di un tal poeta esista in tal libro, o in tale biblioteca. Ciò che ne abbiam detto finora, basta a mostrarci con qual fervore in ogni parte d’Italia si coltivasse la poesia italiana, appena ella fu nata. Solo a formare un quadro, per così dire, delle numerose schiere di poeti italiani che in questo secolo vissero, io ne unirò qui alcuni altri, secondo le diverse province ond’essi eran natii , perchè sempre più chiaramente si vegga quanto ogni parte d’Italia ne fosse piena. Nel che fare noi ci varremo singolarmente del Crescimbeni, il quale, in ciò che è storia, è più diligente e più esatto del Quadrio, aggiugnendo però, ove ci venga fatto, qualche altra notizia a quelle eli’ egli ci ha date. XVIII. La Sicilia, che con ragione si arroga il vanto di poterci additare i più antichi poeti italiani, de’ quali ci sien rimaste le poesie, molti altri ancora ne offre che seguirono le loro tracce. Tali furono Ranieri e Ruggieri o Ruggierone, amendue da Palermo, nominati tra’ più antichi poeti da Vincenzo Auria (Sicil. inventrice p. 31), e dopo lui dal Crescimbeni (Comment. t. 2, p. 13 , 14) che gli dice vissuti a tempi di Federigo II imperadore. Vero è nondimeno che l’unico argomento a provare la loro età è il loro stile; e questa non è sempre pruova sì certa che non soggiaccia ad errore: perciocchè veggiamo alcuni poeti del secolo xiv e del xv avere uno stile sì incolto e sì rozzo, che tu li crederesti i più antichi poeti che avesse avuti l’Italia; il che pure vuol [p. 603 modifica]TERZO (>03 dirsi di quell’Inghilfredi palermitano che si dice vissuto a ¡questi tempi medesimi (ivi p. 18). Più certa potrebb’esser l’età di Odo delle Colonne , se certo fosse, come il Crescimbeni dopo altri scrittori siciliani afferma (ivi), che ei fosse fratello di quel Guido delle Colonne giudice di Messina, di cui abbiamo altrove parlato. Ma io non so quali prove si adducano a mostrare eli1 ei gli fosse fratello, o non anzi figliuolo, o nipote. Veggiamo ancora tra’ poeti siciliani nominato Arrigo Testa, di cui il Crescimbeni , seguendo il Mongitore ed altri scrittori, dice (p. 20) che fu da Lentino, notajo di professione, caro a Federigo II, e podestà di Parma l’anno 12/(8 , ucciso poi in quell’anno medesimo nel sostenere il partito imperiale contro quel della Chiesa. Ma la Cronaca antica di Parma due volte dà Arezzo per patria a questo Arrigo: In MCCXLI Dominus Testa de Aritio fuit Potestas Parmae (Script. rer. ital. vol. 9, p. 768). E poscia: In MCCXLVII Dominus Henricus Testa de Aritio supradictus secunda vice fuit Potestas Parmae (ib. p. 770). E a quest’anno medesimo se ne soggiugne la morte nella maniera sopraccennata. Lo stesso dicesi nella Cronaca dei Podestà di Reggio: Interfecerunt Potestatem Parmae , scilicet Dominum Henricum Testam Civem Civitaitis de Aretio et militem suum (ib. vol. 8,p. 1115), cioè di Federigo II. Se dunque l’Arrigo Testa poeta fu seguace di Federigo, pare indubitabile che ei fosse natio di Arezzo e non siciliano. Un altro Arrigo Testa più antico io veggo nominato dall’Anonimo cassinese (ib. vol. 5 , p. 71) [p. 604 modifica]Go4 i LIBRO c da Riccardo da S. Germano (ib. voi. -¡.p. 972), i quali raccontano che l’anno 1190, quando Tancredi fu coronato re di Sicilia , fu mandato da Arrigo imperadore a contrastargli quel regno; e Riccardo gli dà il nome di maresciallo dell’impero: Quemdam Henricum Testam Imperii Marescalcum.... mittit; nel che però egli non fu troppo felice. Se questo Arrigo fosse di patria siciliano, que’ due scrittori nol dicono; e il vederlo onorato della dignità di maresciallo dell’impero, prima che l’imperador Arrigo fosse padrone della Sicilia, pare che ce ne debba render dubbiosi. Nondimeno potrebbe anche pensarsi che Costanza zia di Guglielmo II re di Sicilia , e moglie dell’imperadore, seco avesse condotto questo ufficiale dalla Sicilia in Alle- magna , e eh’egli avesse ivi ottenuta quell’onorevole carica. Or se è questo l’Arrigo di cui abbiamo poesie , ei dee certamente riporsi tra gli antichissimi poeti italiani. Ma non abbiamo motivo per cui attribuirle all’uno piuttosto che all’altro, e forse diverso da amendue fu l’autor delle rime che abbiamo sotto un tal nome. Siciliani diconsi parimente e Stefano protonotario da Messina (Crescimb), t. 2 , par. 2,p. 21), di cui ci persuadono che vivesse a questa età le molte voci provenzali di cui ha sparse le sue rime; e Jacopo da Lentino notajo, di cui lungamente parla il Mongitore (Bibl. sic. t. 1, p. 299), e che accennasi ancor da Dante (Purg. c. 24, v. 56) il quale inoltre ne ha recitato un verso, ma senza nominarlo (dcEloq.p. 267), cioè (quello: Madonna, dir vi voglio , il qual trovasi in una canzone di Jacopo pubblicala [p. 605 modifica]TEltZO Go5 da’ Giunti. Io rifletto però, che Dante reca quel verso a provare che alcuni tra’ paesani pugliesi hanno pulitamente parlato. Or se Jacopo era da Lentino in Sicilia , perchè Dante lo annovera tra’ Pugliesi? Ma o pugliese, o siciliano egli fosse, il P. Negri non avea certo alcuna ragione di annoverarlo , come ha fatto, tra gli scrittori fiorentini. Aggiungansi Mazzeo di Ricco messinese, dal cui stile si argomenta che vivesse a questa medesima età (Crescimb. l. cit. p. 14) , e finalmente la Nina siciliana che per l’amore che avea per Dante di Maiano, poeta fiorentino di questo secolo stesso, da lei però non mai veduto, faceasi chiamare la Nina di Dante (ib. p. 47)> e c’he ù forse la più antica fra le poetesse italiane (a) 5 e più altri eh’io tralascio per brevità , de’ quali tutti il Crescimbeni annovera le poesie, e le Raccolte e i codici in cui esse si trovano. (<7) La lode di essere stata la prima tra le donne italiane a coltivare la volgar poesia , può forse contrastarsi a Nina da Gaia figlia di Gherardo da Camino. Questi è probabilmente quel Gherardo medesimo che insiem co’ suoi figli fin prima del 12.54 accoglieva amorevolmente i poeti provenzali, e forse perciò vivea fin d allora Gaia di lui figliuola. Or clr essa Tosse coltivatrice della volgar poesia, benchè da niuno nominata finora come poetessa , l’abbiamo dal Comento ms. sulla Commedia di Dante di F. Giovanni da Serravalle, poi vescovo di Fermo, che conservasi inedito nella Vaticana; ove commentando il canto XVI del Purgatorio, in cui Dante lo nomina, dice: De ista Gaja filia dicti boni Gerardi possent dici multae laudes, quia fuit prudens domina, literata, magni consilii, et magane prudnuiae, tnaximae pulchiHutdiuc., quac savie Lene loqui rhylmatice in volgari. [p. 606 modifica]XIX. Ptieli KélU» 606 LIBRO XIX. Né mono fertile di poeti fu la Toscana, perciocchè, oltre a que’ non pochi che abbiam già mentovati, abbiam poesie di Buonagiunta monaco della Badia di Firenze, diverso da quel Buonagiunta Urbiciani di cui abbiam detto poc’anzi. Il Crescimbeni lo annovera tra’ rimatori più colti della sua età (t. 2, par. 1, p. 13), e il dice vissuto circa il 1230, il che pur si ripete dal Quadrio (t. 2, p. 159) che. non so su qual fondamento. il dice lucchese. Ma egli è certo ch’ei fu contemporaneo di Guido Orlandi poeta fiorentino esso pure, a un sonetto del quale fece Buonagiunta un altro sonetto in risposta, che è stampato nella Raccolta del Corbinelli (p. 175); ed è certo ancora che Guido Orlandi fu contemporaneo di Guido Cavalcanti , a cui pure abbiamo un sonett o da lui fatto in risposta (ivi, p. 129()), come confessa il medesimo Crescimbeni (l. c. p. 42); e perciò anche il monaco Buonagiunta deesi credere vissuto verso la fine del secolo XIII. Abbiamo inoltre poesie di Guerzo da Montecanti o Montesanti, il quale facendo menzione, come il Crescimbeni osserva (ivi, p. 14), delle sette dei Guelfi e de’ Gibellini nate a’ suoi giorni, ci mostra con questo medesimo di esser vissuto in questo secolo stesso. Che a questi tempi medesimi vivessero Noffo d’Oltrarno e Pannuccio dal! Bagno pisano, argomentalo il Crescimbeni (ivi, p. 18, 24) dal loro stile, il quale, come abbiam detto, non è sempre pruova sicura dell’età di un poeta. Così pure diconsi dal medesimo contemporanei di F. Guittone d’Arezzo, Ubertino giudice d’Arezzo (p. 20), Girolamo Tcrramagnino pisano e Meo [p. 607 modifica]TER/.» 607 Abbraeciavacca pistoiese (p.30), Pucciandone Martelli (p. 32) e Forese Donati (p. 39); e in fatti quasi di tutti questi poeti egli accenna qualche sonetto, o qualche lettera scritta al medesimo F. Guittone. Quel Farinata degli Uberti celebre capo del partito de’ Gibellini in Firenze, che abbiam nominato poc’anzi, si pone egli pure dal Crescimbeni nel numero de’ poeti (p. 37) per certi proverbii da lui detti nel Consiglio de’ Gibellini della Toscana, ove proponendosi di rovinare Firenze, si levò, dice Giovanni Villani (l. 6, c. 82), et contradisse il valente et savio cavaliere Messer Farinata degli Uberti, et propuose in una diceria i due antichi et grossi proverbii, che dicono: come Asino sape, così minuza rape; e vassi capra zoppa, se Lupo non la ’ntoppa; i quali due proverbii rimesse in uno dicendo: come asino sape, siva capra zoppa, così minuza rape. se Lupo non la ’ntoppa; recandogli poi con savie parole a esemplo et. comparazione sopra la detta proposta. Or se ciò basta ad ottenere l’onorevole appellazione di poeta, appena troverassi a cui ella si possa negare. Io non so parimente se con bastevole fondamento dal Crescimbeni si annoveri (p. \ 1) tra’ poeti di questo secolo il cardinale Attaviano o Ottaviano degli Ubaldini fiorentino, arcidiacono e procuratore della chiesa di Bologna, fatto poi cardinale da Innocenzo IV l’anno 1 a/jo, e adoperato in pubblici gravissimi affari, ne’ quali però mostrossi, più che al suo carattere non si conveniva, fautore de’ Gibellini, e morto poi non l’anno la’ ja, come scrivesi dal Giaconio e dagli altri scrittori comunemente, ma [p. 608 modifica]Go8 LIBRO al più presto dopo il luglio del 1273, nel qual tempo egli era in Mugello col pontefice Gregorio X (Ricordando Malespini, c. 198). Ornoi abbiamo di fatti un sonetto di un Ottaviano Ubaldini pubblicato dal medesimo Crescimbeni (t. 1, p. 48), oltre altre poesie ch’egli afferma serbarsi in qualche codice manoscritto. E se ne’ codici vecchi egli è veramente onorato del titolo di cardinale, non può essere che questi. Ma se il nome solo e il cognome se n’esprimesse, essendovi stato in questo secolo stesso un altro Ottaviano Ubaldini vescovo di Bologna (Ughell, in Episc. Bon.), e un altro ancora arcidiacono (della stessa chiesa (Sart. Prof. Bon. t. 1, pars 2, p. 43), che morì circa l’anno 1292, potrebbono forse tai rime appartenere ad alcuno di essi, o forse ancora a qualche altro della stessa famiglia e del medesimo nome, ma di età posteriore. Che direm noi di Jacopo Cavalcanti? Il Crescimbeni il fa fratello del celebre Guido, e dice che fu canonico di Firenze, e che morì nel 1267" (t. 2, par. 2,p. 45). Nè io negherò che Guido avesse un fratello di questo nome. Ma avrei amato che il Crescimbeni ci avesse recata qualche pruova che questi appunto fosse il poeta; perciocchè io trovo ancora un Jacopo Cavalcanti all’anno 1348 (Matt. Villani Cron. l. 1, c. 42). E come sappiamo noi che a lui non debbansi attribuire cotali rime? Ma a questa età certamente visse, benchè toccasse in parte ancor la seguente, Dante da Maiano, luogo del Poggio di Fiesole, come avverte il Crescimbeni (ivi, p. 46), di cui molte rime abbiamo nella Raccolta de’ Giunti [p. 609 modifica]TERZO OOQ (p. i3c), ec., 257, ec.) iu lode della sua Nina, da noi già mentovata, e alcuni sonetti di proposta e di risposta tra lui e Dante Alighieri, Chiaro Davanzati, Guido Orlandi, Salvino Doni ed altri poeti di questa età, dei quali e di molti altri Toscani che similmente potrei venir noverando, io lascio di dir più oltre, per non recare infruttuosa noia a chi legge. XX. Benchè la Sicilia e la Toscana più che ogni altra provincia d’Italia abbondassero allor di poeti, le altre parti ancor nondimeno non ne furono prive. Alcuni già ne abbiam rammentati che furono di quelle provincie ch’or compongono lo Stato Ecclesiastico, come i quattro Bolognesi rammentati da Dante, e Tommaso ed Ugolino Bucciola faentini. Abbiamo ancor fatto cenno e di Brandino padovano, e di Gotto, ossia, come noi crediamo, Sordello mantovano. Tre altri Bolognesi veggo nominati dal Crescimbeni, Rainieri de’ Samaritani (l. ciL p. 15), Semprebene (p. 28) e Bernardo da Bologna (p. 42) (a). Quest’ultimo visse senza alcun dubbio nel secolo XIII, perciocchè nella Raccolta del Corbinelli abbiamo un sonetto (p. 126) da lui scritto a Guido Cavalcanti. Il primo ancora dovea vivere a questi tempi, se a questi tempi vivea Polo da Lombardia , detto ancora Polo da Castello (p. 38; t. 4, p- 8), a cui scrisse una canzone; ma io non so qual fondamento vi abbia di fissarne a questi tempi la vita, se (n) Di Bernardo da Bologna, e di alcune Rime mss. che se ne conservano, ragiona distintamente il sig. conte Fantuzzi (Scritt. bologn. t. 1, p. 93, ec.). XX. Poeti di alIre «itili d: IUlia. TlRABOSCin, Voi. IV. 39 [p. 610 modifica]XXI. lì a me ili mi passo di Dante, in cui nega a qual Irò città d’Italia la gloria di aver avuti poeti. 6lO LIBRO non se forse il loro stile medesimo e i loro versi; il qual pure è l’unico argomento che dal Crescimbeni si reca per provare che Semprebene ancora vivesse in questo secolo; se pure ei non è quel medesimo che era giureconsulto in Bologna l’anno 1226, nel qual caso, come osserva il P. Sarti De Prof. Bon. t. 1, pars 1, p. 117), converrebbe dire che la poesia italiana in Bologna avesse avuta origine assai più antica che comunemente non credesi. Ei ci promette qui di trattare di ciò altrove più ampiamente; ma egli non potè condurre la sua opera fin dove pensava; e i continuatori delle altrui fatiche non sempre credonsi astretti a mantener la parola data da’ loro predecessori. Di Ugolino Ubaldini accenna il Crescimbeni più rime (p. 33), e dice che fu cittadin di Faenza e dimorò in Toscana. Dante ne fa menzione nel Purgatorio (c. 14); e Benvenuto da Imola, comentando quel passo, dice eli’ egli fu uom nobile e curiale della casa degli Ubaldini chiarissima in Romagna, i quali furon potenti nell’Alpi di qua e di là dall A pennino presso Firenze. E altri poeti di altre città ancora potrei qui rammentare, se credessi ben impiegato il tempo in cercare gli autori di qualunque benchè rozzo sonetto, o di qualunque canzone. XXI. Ma non dobbiamo a questo luogo dissimulare una taccia che Dante ha apposta a quattro illustri città d’Italia: Questa è la ragione, dic’egli De Eloq. l. 1, c. 15), per la quale non ritroviamo che niuno nè Ferrarese, nè Modenese, nè Reggiano sia stato poeta, perciò che assuefatti alla propria loquacità non [p. 611 modifica]TERZO (il 1 possono per alcun modo senza qualche acerbità al Volgare Cortigiano venire, il che molto maggiormente dei Parmigiani è (da pensare, i quali dicono monto per molto. Cosi Dante a queste quattro città nega la gloria di avere fino a’ suoi tempi avuti poeti. Il testimonio di un tale scrittore, che ci si dà a vedere ottimo conoscitor de’ poeti della sua età, sembra che non soffra eccezione. Nondimeno i fatti paion troppo contrarii, almeno in qualche parte, a questa asserzione. Il Baruffaldi ha pubblicate alcune poesie di Gervasio Riccobaldo ferrarese (Rime de’ Poeti ferrar.), il quale , se è quel desso di cui abbiami parlato tra gli scrittori di storia, appartiene certamente a quest’epoca. Alcune ne ha ancor pubblicate di Anselmo di Ferrara, che dice vissuto a questa medesima età; intorno ai quali e ad altri antichi poeti ferraresi speriamo di avere più accertate notizie, se verrà un giorno pubblicatala Biblioteca degli scrittori di quella città, cominciata già dal sig. Giannandrea Barotti. Reggio non fu a quel tempo senza poeti; e uno singolarmente era noto a Dante che ne fece menzione, ove introducendo Alano Lombardo a descrivere l’infelice stato d’Italia, gli fa dire che viveano ancora tre vecchi ch’erano specchio e modello dell’antica onestà, cioè a dire Currado da Palazzo, e’I buon Gherardo, E Guido da Castel, che me’ si noma Francescamente il semplice Lombardo. Purg. c. 16 v. 1i’ \. Or vediamo recato in italiano 1’elogio che di [p. 612 modifica]612 libro quest’ultimo fa lo spositore di Dante, Benvenuto da Imola: Questi, dice egli, fu di Reggio in Lombardia della casa de’ Roberti, la quale era divisa in tre rami, cioè di Tripoli, di Castello e di Forno. Quindi Dante il nomina con quel nome particolare sotto cui era noto, e così era egli nominato da tutti. Viveva in Reggio al tempo del nostro poeta, quando quella città era in gran fiore e reggevasi liberamente. Fu uomo prudente e retto, di buon consiglio, amato e onorato, perciocchè era zelante per la Repubblica e protettor della patria, benchè altri fossero più di lui potenti in quella città. Fu uom liberale, e Dante stesso ne fece pruova ricevuto da lui in casa con sommo onore. Fu ancora Guido scrittor leggiadro di poesie volgari , come ben si vede in alcune sue cose. Fin qui Benvenuto (Antiq. Ital. t. 1, p. 1307), il quale siegue dicendo che da’ Francesi egli era chiamato il semplice Lombardo a mostrare la sua sincerità, e a distinguerlo con ciò dagli altri Lombardi, ossia Italiani che allora presso i Francesi aveansi in conto d’uomini astuti. Qui veggiam dunque che Guido Roberti da Castello era poeta, e Benvenuto ne cita in pruova le poesie da lui composte, e ne parla in modo come se egli stesso le avesse vedute. Converrà dunque dire o che Dante nulla sapesse di cotai Poesie, o che quando scrisse i suoi libri dell’Eloquenza, i quali si crede che fossero fra gli ultimi da lui scritti, non gliene sovvenisse. Inoltre abbiam nominato poc’anzi quel Polo di Lombardia, di cui si accennan dal Quadrio (t. 3, p. 157) alcune poesie, ed una ne ha [p. 613 modifica]TERZO Gl3 pubblicata il Crescimbeni (t. 3, p. 44) e abbiamo veduto che da alcuni si crede ch’ei fosse della famiglia medesima di Castello, e che vivesse a questi tempi. Di che però non so se vi abbia abbastanza certo argomento. Ma il primo da noi mentovato basta a mostrarci che in questa città fu conosciuta e coltivata la poesia fino da questi tempi. « Parma ancora non fu senza poeti nel secol XIII, come Dante ci vorrebbe far credere. Il più volte citato F. Salimbene parmigiano ci narra nella sua Cronaca ms. all’anno 1259 di aver composto un libro col titolo di Tedii. Supradicto millesimo habitabam in Burgo S. Donini, et scripsi alium librum Tediorum ad similitudinem Pateceli. Egli è questi un poeta, benchè assai rozzo, cremonese di patria, che dee aggiugnersi alla serie de’ più antichi poeti italiani. Ce ne ha dato un saggio il medesimo F. Salimbene, ove parlando della rusticità del celebre frate Elia, dice: Ideo de talibus in libro Tediorum dicit Patecelus. Cativo hom podesta de terra E pover superbo kivol guerra E Senescalco kintrol desco mi serra. E villan ki si messo a cavallo Et homo ke zeloso andar a ballo E lintrar de testa quande fallo. E avar hom ki in onore eventura E tutti quanti da solazo ne cura. Ne parla anche altrove ragionando del cardinale Ottaviano Ubaldini legato di Lombardia , di cui dice ch’ebbe una figlia monaca, e che questa avendol richiesto di amicizia, ei gli rispose: Nolo te habere amicam, quia Patecelus [p. 614 modifica]Gl 4 LIBRO dicit: Et intendenza cu non posso parlare: vult dicere, quod tedium est habere amicam, cui amicus suus loqui non potest. Patecelo dovette fiorire ne’ primi anni del secolo xiii , poichè lo stesso F. Salimbene racconta ch’ei fu schernito da Martino di Ottolino degli Stefani marito di Ghisla degli Adami zia paterna del medesimo Salimbene: Dominus Martinus Ocrolini de Stephanis fuit solatiosus homo, suavis et jucundus, libenter bibens vinum , maximus cantator cum instrumentis musicis, non tarnen joculator. Hic aliquando in Cremona trufavit er decepit Magistrum Girardum Patecelum, qui fecit librum de Tediis, ec. Se dunque F. Salimbene scrisse egli pure un libro a somiglianza di quel di Patecelo, egli pure dee essere annoverato tra’ rozzi poeti di questo secolo. Un altro poeta ancora possono i Parmigiani additare ne’ lor contorni in quel secolo, cioè Pelavicino fratello del celebre Uberto che verso la metà del secolo stesso signoreggiava gran parte della Lombardia: In Episcopatu Placentino , dice F. Salimbene a p. 366, juxta Episcopatum Parmensem habent duo castra, scilicet Castrum Peregrini, in quo Dominus Pellavicinus habitavit qui fuit pulcher homo et solatiosus et cantionum inventor, et reliquit filios plures». De’ poeti modenesi di questa età confesso che non mi è ancor riuscito di trovarne alcuno. Ma se ve n’ebbe in Reggio e in Ferrara e in Parma , potè avervene ancora in Modena; e forse ricercandosi con più diligenza nelle Raccolte di antichi Poeti che in alcune biblioteche conservansi, avverrà ancora di trovarne [p. 615 modifica]TEllZO 61 5 de* natii di questa città, la quale, quando ancor non avesse in questi secoli avuto poeta alcuno, porrà consolarsi di tal mancanza, col ricordare le moderne sue glorie, per cui non ha ad invidiare le altrui. XXII. È certo però, generalmente parlando, che la Lombardia ebbe ne’ primi tempi assai minor numero di poeti che le altre province d’Italia. Anzi di tutto il tratto che or viene compreso sotto il nome di Lombardia Austriaca ossia di Stato di Milano, io non trovo che due poeti dei quali possiam mostrar qualche saggio di rime italiane. Il primo di essi è quel Pietro detto della Basilica di S. Pietro, il qual cognome di antica e nobil famiglia milanese volgarmente ora dicesi Bascapè. Di lui abbiam ragionato nella prefazione al terzo tomo premessa, ove abbiamo anche recato un saggio della sua Storia del Vecchio e del Nuovo Testamento, ch’egli scrisse in assai rozzi versi italiani l’anno 1264. Di lui ha parlato l’Argelati (lì ibi. Script, mediol. t. 1, pars 2, p. 129), a cui dobbiamo la scoperta di questo antico poeta milanese, e il saggio del suo stile, ch’egli ha tratto da un codice che conservasi nella libreria della nobilissima famiglia de’ conti Archi 11ti. Intorno ad esso però ha osservato il chiarissimo co. Giulino (Mem, di Mil. t. 8 , p. 205) che l’anno 1264 correva la settima non la seconda indizione , e che il primo di giugno cadeva in domenica e non in venerdì. Egli ciò non ostante non sospettò punto di frode nel codice , che gli par certamente di questa età; ma attribuisce l’errore a irriflession del poeta. Non [p. 616 modifica]6lG 1.1BRO sarebbe egli forse errore di chi ha letti que’ versi, sicché in vece di sexantaqua Uro il codice dicesse septanquattro? E appunto nel 1274 correva la settima indizione, e il primo di giugno cadeva in venerdì. Che se il codice non è originale, è assai probabile che un tal fallo sia stato commesso dal copiatore. L’altro poeta di questo secolo, milanese egli pure, è quel F. Buonvicino da Riva del terzo Ordine degli Umiliati , di cui ho lungamente parlato nelle mie ricerche su quell’antico Ordine (Vet. Humil. Monum, t. 1, p. 297, ec.), accennando insieme i codici della biblioteca Ambrosiana, in cui conservansi molte poesie italiane da lui scritte verso l’anno 1290. Ei compiacevasi di que’ versi che or chiamansi martelliani, perchè si crede che Pier Jacopo Martelli ne fosse il primo autore, ma che veramente veggonsi usati fino da’ primi tempi. Ecco i primi versi di un poemetto di F. Buonvicino , in cui parla delle oneste e gentili maniere che debbonsi usare sedendo a mensa: Fra Bon Vexin de Riva, che sta in Borgo Legniano, D’ le cortesie da descho ne di-ette pi ¡/nano; D’ le cortesie cinquanta, che s’ de’ osservare a descho. Fra Bon Vexin da Riva ne parla mo de frescho. Che stil leggiadro e vezzoso è egli questo! (*) (*) F. Buonvicino da Riva scrisse assai più rozzamente di quello che ci mostrino i versi qui riferiti , perciocchè in un codice antico ms. che se ne conserva nella libreria di Santa Maria Incoronata in Milano, come ha avvertito il ch, P. lettor Tommaso Verani da me altrove lodato, essi si leggono in questo modo: Fra bonvesin de la riva, che sta in borgo leggnian De le cortesie da desco quilo ve dice por man. De cortesie cinquanta, ke se den servar al desco Fra bonvesin de la riva ven parla mo de Jì-esco. [p. 617 modifica]TERZO 617 Ma appunto perchè pochi erano i poeti di queste contrade, e poco probabilmente il loro commercio cogli altri meno incolti poeti che allor viveano nella Toscana e in altre provincie, perciò essi non aveano ancora condotta la poesia a quella eleganza a cui poscia condussela e il lungo uso di poetare e la imitazione de’ più leggiadri poeti. XXIII. Nel trattare che finora io ho fatto de’ primi padri della volgar poesia, non sono entrato a cercare chi fossero i primi autori de’ sonetti, de’ madrigali, delle ballate, delle canzoni e di altri cotali componimenti, sì perchè non ho creduto che molto importasse il saperlo , sì perchè essendo assai malagevole il determinare precisamente l’età de’ più antichi poeti, riesce ancora difficile lo stabilire a chi debbasi il vanto della invenzione. Ma un particolar genere di poesia, che ci darà poscia ampia materia di ragionare, merita di essere Nello stesso codice si contiene un dialogo di Buonvicino fra la SS. Vergine e Satanasso, che incomincia: Qui Ioga se lamenta lo Satanas rumor Dia Vergine Maria Maire del Sale alar. Nello stesso stile sono scritti altri dialoghi in lode della limosina, dell’anima col Creatore, della stessa col suo corpo, tra la viola e la rosa , tra la mosca e la formica, tra la Vergine e il peccatore, le Leggende di Giobbe e di S. Alessio, che si leggono nel medesimo codice; il che ci mostra che questo antico poeta sciisse assai rozzamente, e che quelli che poi copiarono queste rime , le ripulirono alquanto, perciocché il codice dell Ambrosiana non fu scritto che nell’anno r43o , come ha osservato il Quadrio (Slor. della Poes. t. 6, p. 210), xxitr. Ricerche sulla rinnovaxione della poesia teatrale: stato della questione. [p. 618 modifica]Gl8 LIBRO esaminato con più esatte ricerche ne’ suoi principii dico la poesia teatrale. E a farlo in modo di non confondere, come spesso avviene, una cosa colf altra , convien prima vedere che cosa intender dobbiamo sotto un tal nome. A mostrare che le teatrali rappresentazioni fossero in uso, non basta che si trovi menzione d1 istrioni, di mimi, di giocolieri , di cantatori e d’altri simili personaggi da piazza e da scena. Il salire su un teatro, o su un palco, il far giuochi o sforzi che riempiano di stupore il rozzo popolo ignorante, l’atteggiarsi, il muoversi , il saltare in maniere burlesche e ridicole , il cantare ancor sulla scena favole, o altri versi, tutto ciò non può dirsi in alcuna maniera azion teatrale a cui, lasciando stare le regole che ne formano la perfezione , si richiede dialogo di più persone che parlando e operando rappresentino qualche fatto. Quindi tutti que’ passi di cronache e di scrittori de’ bassi secoli , che arrecansi dal Muratori (Antiq. Ital. t. 1, diss. 29, p. 840, ec.), ove tratta degli spettacoli di que’ tempi, debbonsi intendere solo di giocolieri, di cantimbanchi, di musici e d’altra cotal genia di persone. E nulla più si raccoglie nè dal passo di un’antica cronaca milanese citata dallo stesso autore (ib. P-844), ove si descrive il teatro che anticamente era in Milano, super quo Histriones cantabant, sicut modo cantatur de Rolando et Oliverio. Finito cantu, Bufoni et Mimi in citharis pulsabant, et decenti motu corporis se circumvolvebant; nè da uno Statuto del Comun di Bologna dell’anno 1288, che egli sogghigno , in [p. 619 modifica]TERZO 619 cui si ordina, ut cantatores Francigenorum in plateis Comunis ad cantandum omnino morari non possint; le quali parole non suonano propriamente azion teatrale, ma solo canto e gesti e atteggiamenti da saltimbanchi. Lo stesso vuol dirsi di quelle che chiamansi rappresentazioni, le quali, se in altro non consistono che nell1 esporre agli occhi de’ riguardanti con macchine, con pitture e con varii gesti e atteggiamenti qualche fatto, o qualche mistero, senza che gli attori tengan tra loro un seguito dialogo sull1 oggetto stesso che rappresentino, non si potranno aver in conto di azioni teatrali. Cosi spiegato ciò che intender dobbiamo sotto un tal nome, veggiamo quando si ricominciasse in Italia a usarne, e a qual tempo si debba fissare il rinnovamento della poesia drammatica. XXIV. Dopo l’invasione de’ Barbari, e singolarmente dopo quella de’ Longobardi, io non credo che si possa additare per lungo tempo alcun componimento di scena , o che si possa trovare negli scrittori indicio alcuno che su’ teatri si recitasse veruna azione drammatica. Il più antico poema di questo genere ne’ secoli bassi, che fino a noi sia giunto, è, s’io non erro, una certa o tragedia, o commedia che vogliam dirla, scritta latinamente e data alla luce dal P. D. Bernardo Pez (Thes. novis. Anecdot. t. 2, pars 3, p. 185), e intitolata: Ludus Paschalis de adventu et interitu Antichristi, la quale egli pensa che fosse rappresentata in Germania nel secolo XII. Ognun vede qual sorta di dramma poteva a quei tempi [p. 620 modifica]620 unno aspettarsi. Ivi in fatti veggonsi apparir sulla scena il Papa, l’Imperadore con più altri Sovrani d’Europa e d’Asia, e l’Anticristo accompagnato dall’Eresia e dall’Ipocrisia , e perfino la Sinagoga col Gentilesimo che aneli’ essi ragionano. Ma se questa sì elegante tragedia fu rappresentata in Germania, a noi non appartiene il parlarne (a). Qualche diritto potremmo piuttosto avere a ragionare di Anselmo Faidit poeta provenzale, benchè francese, perciocchè di lui narraci il Crescimbeni (Comment. t. 2, par. 1, p. 44), traducendo il Nostradamus, che divenne buon Comico, e arrivò a vendere le Commedie e le Tragedie, che faceva, fino a due o tre mila lire Vilermesi o Guglielmesi; e qualche volta anche più, secondo la qualità dell’invenzione; ed egli stesso ordinava la scena , prendendosi con ciò tutto il guadagno, che proveniva dagli Spettatori. Fin qui l’Italia non ha in ciò alcuna parte; ma poscia si aggiugne che Anselmo se n andò a Bonifacio Marchese di Monferrato , Signore benigno , amadore di tutti gli uomini di lettere, il quale l’amò e apprezzò grandemente, e stando al di lui servigio mise fuori una Commedia intitolata 1’ lleresia dels Preyres , che avea lungo tempo tenuta segreta senza palesarla ad altri, che al detto (a) Più antiche ancora sono le sei Commedie, come ella le intitolò, di Roswida badessa di Grandersheim scritte sulla fine del x secolo, e pubblicate in Norimberga l’anno 15o i. Ma benché in esse si prefigesse di imitare Terenzio, sono però scritte in prosa , e non è questa la più leggier differenza che passi tra il poeta latino e la badessa tedesca. [p. 621 modifica]TERZO 62 C Marchese, il quale in quel tempo seguitava il partito del Conte Raimondo di Tolosa; ed egli la fece recitare nelle sue terre; e siegue dicendo che Anselmo ritirossi poscia appresso Agulco signor di Salto, e che, dopo essere ivi dimorato lungamente, morì l’anno 1220. Dal che ne viene che converrebbe fissare la rappresentazione della suddetta commedia, fatta per comando di Bonifacio marchese di Monferrato, o agli ultimi anni del secolo XII, o al principio del XIII, e sarebbe perciò il più antico monumento di azione drammatica rappresentata in Italia. Ma già abbiam più volte veduto quanto sieno favolose e piene d’errori cotali Vite; e qui ne abbiamo un esempio, perciocchè si dice che il marchese Bonifacio seguiva il partito del conte di Tolosa nella guerra degli Albigesi. Or il suddetto marchese, cioè Bonifacio II, di cui solo si può intender quel passo, partì per la crociata di Terra Santa l’anno 1204, ove morì tre anni dopo (Benven. de S. Giorg. Hist. Montisf. Script. Rer. ital. vol. 23 , p. 367); e la guerra contro gli Albigesi non ebbe cominciamento che l’anno 1206. E a farci credere favoloso ciò che delle Commedie di Anselmo narra il Nostradamus, si aggiugne ancora che in un’altra Vita dello stesso poeta, che leggesi in un codice della Vaticana , e che è stata pubblicata dal medesimo Crescimbeni (l. cit.p. 46), di tali Commedie non si fa parola alcuna. In fatti nè nei codici Estensi, in cui si leggono tante poesie provenzali, nè in alcun altro, ch’io sappia , non trovasi alcun componimento drammatico j ed è a creder perciò eli’ essi a tal [p. 622 modifica]623 LIBRO sorta di poesia non si rivolgessero mai, come osserva anche il più volte citato abate Millot (t. 1, pref p. 69). XXV. L’eruditissimo Apostolo Zeno fu il primo, s’io non m’inganno, ad osservare (Lettere . t. 2, p. 215, ec.) un passo di un antico Catalogo de’ Podestà di Padova, che poi è stato pubblicato di nuovo dal Muratori (Script. Rer. Ital. vol. 8, p. 365), in cui all’anno 1243 si legge: in quest’anno fu fatta la rappresentazione della Passione e Resurretione di Christo nel Prà della Valle; e nel testo latino dello stesso Catalogo si aggiunge: in ipsa die Paschae solemniter (a). Or questa rappresentazione, che è la più antica che siasi finora scoperta in Italia, dobbiamo noi dirla la più antica azion drammatica di cui ci sia rimasta memoria? Può essere che così fosse; ma l’arrecate parole non ne convincono abbastanza; perciocchè esse possono ancora indicarci quelle mute rappresentazioni della Passione di Cristo, che veggiam farsi anche al presente in molte città d’Italia, nelle quali gli attori si compongon bensì negli atteggiamenti proprii de’ personaggi cui rappresentano, ma non convengon tra loro a dialogo, se pur qualche (et) Queste rappresentazioni faceansi ancor nelle chiese, e faceausi talvolta per modo, che invece di risvegliar la pietà , generavano scandalo. Così raccogliamo da una Decretale di Innocenzo III dell’anno 1210, inserita nel Corpo del Diritto Canonico: Fiunt lucli theettreiles in Ecclesia, et non solum enl ludibriorum spectacula introducuntur monstra larvarum, veruni eliani in aliquibus fesdvitatibus Diaconi, Presbiteri, ac Subdiaconi infamine suete ludibria excrcere praesurnunt (Decrel. I. 3, tii. 1, c. 12). [p. 623 modifica]TERZO Ga3 improvviso accidente non li fa parlare o esclamare malgrado loro. E certo se noi volessimo accennare narrando cotali spettacoli, diremmo appunto che si è fatta una solenne rappresentazione della Passione di Cristo, nè vorremmo dire perciò che si fosse recitata un’azion drammatica. E lo stesso può dirsi di un’altra rappresentazione de’ Misteri della Passione di Cristo, e di altri che troviamo fatta nel Friuli l’anno 1298. Anno Domini MCCXCVIII. die VIII. exeunte Maio, videlicet in die Pentecostes, et in aliis duobus sequentibus diebus facta fuit repraesentatio Ludi Christi, videlicet Passionis, Resurrectionis, Ascensionis, adventus Sancti Spiritus, et adventus Christi ad Judicium in curia Domini Patriarchae Austriae Civitatis honorifice et laudabiliter per Clerum (ih. voi. 2!\.p. 1205). Perciocchè questo ancora non possiamo saper di certo, se fosse fatto per semplice spettacolo degli occhi, o per vera azion teatrale. Il vedersi chiamata qui una tal festa col nome di Ludus, col qual nome abbiam veduto poc’anzi intitolato quel rozzo dramma rappresentato in Germania, potrebbe persuaderci che qui ancora si dovesse intender per azion drammatica, e io il ripeto che forse essa fu veramente tale; ma non parmi che si possa provare che le dette parole non si possan anche intendere nell’altro senso sopraccennato. Molto meno possiamo asserire che si parli di dramma in due passi di Rolandino, che dallo stesso ch. Zeno si accennano, uno all1 anno 1208 (ib. vol. 8, p. 178), in cui descrive la solennissima festa fatta in Padova nel Prato medesimo della Valle [p. 624 modifica]6 34 LIBRO nel dì di Pentecoste, festa però in cui, oltre i canti e le danze, altro di singolare non v’era fuorchè il cambiar delle vesti che tutti fecero ad un sol segno: Factus est magnus Ludus in Prato Vallis, et omnes contractae de Padua, singulae videlicet ad unum et idem signum, vesti meri torum se novis vestibus innovarunt. Et tunc in praedicto loco de Prato dominae cum Militibus, cum Nobilibus populares, senes cum junioribus in magnis solatiis existentes, in Festo Pentecostes, et ante et post per plures dies, tantam ostendebant laetitiam, quasi onmes fcatres, omnes sodi, onmes prorsus essent unanimes, et summi amoris vinculo faederati. L’altro è all’anno 1239 (ib.p. 225), in cui Rolandino descrive I’ entrata solenne dell1 imperalor Federigo II in Padova, e ove fa menzione degli stromenti di musica con cui molti gli andarono incontro, e del carroccio che gli fu pure condotto innanzi, e delle matrone che anch’esse montate su bei destrieri vollero accrescer lustro alla pompa: Milites et pedites cum cymbalis et cytharis et instrumentorum diversis generibus, cum Carroccio copiosis divitiis et ornatibus decorato, multae quoque Dominae praestanti pulchritudine pretiosis vestibus refulgentes, sedentes in phaleratis et ambulantibus palafredis. Ma in niuno di questi passi non veggiamo alcuno indizio di azione teatrale. Lo stesso dicasi e della pompa con cui l’infelice Corradino fu accolto in Roma l’anno 1268, che ci vien descritta da Saba Malaspina (ib. p. 842); e delle solennissime feste che il re Carlo I fè celebrare in Napoli l’anno 1269, come narra il [p. 625 modifica]TERZO (3a5 medesimo storico (ib. p. 862)-, perciocché in (juesto secondo passo si veggon bensì nominati giocolieri e istrioni, ma non vi ha alcuna espressione che ci indichi veramente azion drammatica. XXVI. A provare l’antichità delle sceniche azioni in Italia , si reca dal Crescimbeni, dal Quadrio, e più recentemente dal cavalier Planelli nel suo bel trattato dell’Opera in musica (Sez. 1, c. 1), e da più altri scrittori, un passo di Giovanni Villani, che benchè appartenga all’anno 1304, accenna nondimeno un uso più anticamente introdotto. Rechiamol! noi pure qui per disteso, per esaminar poscia se veramente si pruovi da esso ciò che vorrebbesi (l. 8, c. 70): In questo medesimo tempo, che il Cardinale da Prato era in amore del popolo et de’ Cittadini, sperando che mettesse buona pace tra loro, per lo Calen. di Maggio 1304 come al buono tempo passato del tranquillo et buono stato di Firenze s’usavano le compagnie et le brigate de’ sollazzi per la Città, per fare allegrezza et festa, vi rinnovarono, et fecionsi in più parti della città a gara l’una contrada delF altra, ciascuno chi meglio sapea, o potea. Infra le altre, come per antico havevano per costume quelli di Borgo S. Friano di fare più nuovi et diversi giuochi, si mandarono un bando per la terra, che chi volesse saper novelle delF altro Mondo, dovesse essere il dì di Calen. di Maggio in sul ponte alla Carraja, e dintorno all’Arno, et ordinarono in Arno sopra barche et navicelle palchi, et fecionvi la simiglianza et figura dello inferno con fuochi et altre pene et Tir*.bosciii, Voi. IV. 4° XXVI. Se fosse Ulc uno spettacolo descritto da Giovanili Villani. [p. 626 modifica]fiuti LIBRO mariani, con hnomi/u contraffatti a Demorda, horribili a vedere, et altri i quali havevano figura (f anime ignu de, et mettevangli in quelli diversi tormenti con grandissime grida et strida et tempeste, la quale parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere, et per lo nuovo giuoco vi trassono a vedere molti Cittadini, et il ponte pieno et calcato di gente, essendo allora di legname, cadde per lo peso con la gente, che v’era suso: onde molta gente vi morio et annegò in Arno, et molti se ne: guastarono la persona, sì che il giuoco da beffe tornò a vero, coni era ito il bando, che molti per morte ri andarono a. sapere novelle dell1 altro Mondo con gran pianto et dolore a tutta la Città, che ciascheduno vi crede a avere perduto o figliuolo o fratello: et fu questo segno del futuro danno , che in corto tempo dovea avvenire alla nostra Città per lo soperchio della peccata de’ Cittadini, siccome appresso diremo. Il che pure brevemente accennasi dal Vasari nella Vita di Buffalmacco, ove dice che, secondo il racconto di alcuni, egli si trovò con molti altri a ordinare la fi sta, che in dì di Calende di Maggio feciono gli uomini di Borgo S. Friano in Arno sopra certe barche (Vite de’ Pittori, ec. t. 1, p. 385 ed. di Livorno). Or in lutto • il racconto di Giovanni Villani io non so intendere come si trovi ombra di azion drammatica: se pur non si vuole che le grandissime grida et strida bastino a formarla. Io certo non so vedervi altro che un popolare spettacolo che ferisce gli ocelli , che anzi non era molto opportuno a un regolare dialogo , quale a una teatrale rappresentazion si conviene. [p. 627 modifica]TERZO 627 XXVH. Più opportuno all’intento potrebbe sembrare un passo di Albertino Mussato, che nacque verso l’anno 1260, e scrisse qualche tragedia, di cui parleremo nel tomo seguente. Scriveva egli la Storia delle cose avvenute in Italia dopo la morte di Arrigo VII, seguita nel 1313 , e già aveane scritti in prosa otto libri , quando egli si risolvè a continuarla in versi. Perciò veggiamo al IX libro premessa una sua lettera alla Società Palatina de’ Notai di Padova, da cui dice che era stato istantemente esortato a ciò fare, e che essi l’avevano ancor consigliato a usare non uno stil sublime e tragico, ma piano e intelligibile al volgo, acciocchè la Storia già scritta in prosa servisse a’ più dotti, questa scritta in facili e piani versi si leggesse ancor da’ notai (che allora forse non erano molto dotti), e da’ chiericuzzi ancor più minuti: hoc posùdationi he’ ..strae subiicientes, ut et illud quodcumque sit metrum, non altum, non tragaedum, sed molle et vulgi intellectioni propinquum sonet eloquium; quo altius edoctis nostra stilo eminentiore deserviret Historia , essetque metricum hoc demiss uni sub camaena leniore Notariis et quibuscumque Clericulis blandimentum (Script rer. ital. vol 10, p. 687). Noi veramente avremmo creduto che la prosa fosse più facile a intendersi che la poesia. Ma convien dire che allora si credesse altrimenti; e che il Mussato pensasse che la sua Storia fosse scritta in uno stil sì sublime, che il volgo non potesse arrivare ad intenderla; e che al contrario sperasse che i suoi versi fosser sì chiari, che unendosi alla chiarezza la [p. 628 modifica]6u8 LIBRO soavità del metro, anche i men culti potesser leggerli con piacere. Altro senso non posson certamente ricevere, per quanto a me sembra, le parole di questo storico. Reca egli poscia, a confermar ciò che ha detto, l’esempio de’ distici di Catone, che credonsi, secondo lui, di Lucio Seneca, i quali tanto piacevano al popolo, perchè erano scritti in uno stile famigliare: quod quia plane grammate vulgari idiomati fere simillimum sanctiores sententias ediderit, suaves popularium auribus inculcavit applausus. Ove riflettasi che il Mussato prende qui il volgare idioma per uno stile famigliare e agevole a intendersi ancor da’ rozzi. Or ecco ciò ch’egli poscia soggiugne, e ciò in che egli, secondo molti, accenna l’uso già introdotto delle azioni drammatiche in lingua italiana. Et solere etiam inquitis amplissima Regimi Diu wuque gesta, quo se vulgi intelligentiis conferant, pedum syllabarumque mensuris variis linguis in v al gare s traduci sermones, et in theatris et pulpitis cantilenarum modulatione proferri. Ma parla egli qui veramente di rappresentazione drammatica? Io non ardisco negarla, perchè forse ciò appunto intendeva il Mussato. Ma le parole non son sì chiare che bastino ad affermarlo con sicurezza. Abbiamo altrove veduto che solevansi in Pozzuoli recitar sul teatro le poesie di Ennio da un cotale che perciò diceasi Ennianista. Or questa certo non era azion teatrale. Abbiamo ancor veduto poc’anzi l’uso di cantare nei teatri e nelle piazze le romanzesche imprese de’ Paladini; e pur queste ancora non erano, o almeno non è abbastanza [p. 629 modifica]TERZO G29 certo che fossero azioni teatrali. Poteasi cantar sul teatro, senza che si facesse una vera rappresentazione. E sembra che se il Mussato avesse qui voluto parlarci di tali rappresentazioni , avrebbelo dovuto fare più chiaramente; e non esprimere solamente, com’egli fa , le misure delle sillabe e de’ piedi, ma aggiugnere i personaggi diversi e i loro abiti, e il parlar che fanno tra loro, e altre simili proprietà che si convengono a’ drammi. Ancorchè poi il Mussato parlasse qui veramente di azion drammatica, a me non pare che se ne tragga che queste si usassero allora nella volgar nostra lingua 5 poiché abbiamo veduto ch’egli per volgare intende qui solamente un parlar semplice e famigliare. In fatti egli dice che le imprese degli eroi si cantavano variis linguis, ma tradotte in vulgares sermones. Se dunque varie eran le lingue che si usavan cantando, come poteva usarsi la sola lingua italiana? Altro dunque non sembra che voglia egli dire, se non che in ciascheduna lingua procuravasi di usare il più semplice e il più piano stile che fosse possibile. Il che ancor più chiaramente comprovasi da ciò che soggiugne 5 perciocché egli dice che vuol parlare popolarmente rozzo , com1 egli é , parlando co’ rozzi: populariter moretti gerani rudis ego cum rudibus. Chi non crederebbe di udire il Mussato cominciare il suo poema in lingua volgare? E nondimeno ei lo comincia e il prosiegue sempre in latino; e ci mostra con ciò eli1 egli per lingua volgare e popolare non vuol dir altro, che un parlar che dal popolo ancor facilmente s1 intenda. [p. 630 modifica]63o LIBRO XXVIII. L1 ultimo argomento che da alcuni, e singolarmente dal Riccobonl (Rèflex, sur diffèr. Théatr. d’Eur.) e dal cavaliere Plnnelli ’ (/. cit.), si arreca a persuaderci che fin dal > secolo xiu erano in uso tra noi le rappresentazioni teatrali. si trae dagli Statuti della Compagnia del Gonfalone istituita in Roma l’an 1264 , il cui fine primario era il rappresentare ogni anno i Misteri della Passione del Redentore. Ma qui ancora rimane a vedere quali fossero queste rappresentazioni, se destinate soltanto a trattener f occhio de’ riguardanti con quel sacro spettacolo, o a rappresentare una vera azion sul teatro: nè io so se da’ suddetti Statuti abbiam lume bastante a decidere la quistione (*). In somma a me non pare che siavi (*) A provare che le rappresentazioni teatrali nel secolo XIII non erano pascolo degli occhi soltanto, ma che in esse facevasi qualche benchè rozza drammatica rappresentazione, e che tale era probabilmente lo scopo della Compagnia del Gonfalone , si potrebbe recare alcuni bei monumenti tratti dagli Statuti della Compagnia de’ Batturi di Trevigi eretta nel lo.fir , e pubblicati dal più volte lodato sig. co. canonico Avogaro (Mem, del B. Enrico, par. 1, p. 21) , perciocchè in essi si legge che i canonici di quella chiesa doveano dare in anno quolibet dicte Schole duos Clericos sufficientes pro Maria et Angelo, et bene instructos ad canendum in festo fiendo more solito in die Annuntiationis; e i guastaldi della Scuola eran tenuti providere. dictis Clericis qui fuerint pro Maria et Angelo de indumentis sibi emendis per dictos Castaldiones; e nelle Parti della medesima Scuola si legge: Cantores.. habeant soldos x pro quolibet... in die Annuntiationis B. M. V. cum fi et Represeiitatiu. Ma forse altro non facevano essi che cantar le parole dette dall’Angelo e dalla Vergine, come veggiamo tuttora farsi nel venerdì santo, quando si canta il racconto della Passione delBedei.toie. [p. 631 modifica]argomento sicuro per poter asserire che azione drammatica si usasse in Italia in questo secolo. Egli è ben vero che come ne abbiamo esempio in Germania, in quella comunque voglia chiamarsi o commedia o tragedia pubblicata dal P. Pez, e da noi mentovata di sopra, così potrebbe essere ancora che lo stesso si facesse in Italia. Anzi al vedere che la suddetta azione drammatica si appella Ludus Paschalis de adventu Antichristi, potremmo argomentare, come abbiamo accennato, con qualche probabilità, che ove troviamo anche in Italia nominare cotali feste celebrate nelle feste di Pasqua e di Pentecoste, si debba intendere di rappresentazion teatrale. Ma non lascia ancor di tenermi su ciò dubbioso il riflettere, che poichè tali feste erano, come abbiamo veduto, non rare in Italia, sarebbe pur verisimile che alcuna di tali azioni fosse fino a noi pervenuta. Or fra tante poesie che del XIII secolo ci son rimaste, ve n’ha d’ogni altra maniera, fuorchè di drammatica. Quindi io debbo conchiudere, che benchè non possa sicuramente affermarsi ch’essa a que’ tempi non fosse usata, non si può nemmeno asserir con certezza che essa già fosse introdotta.