Memorie storiche particolari della Naunia

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Francesco Vigilio Barbacovi

1821 M Indice:Memorie storiche della città e del territorio di Trento - parte prima.djvu Storia letteratura Memorie storiche particolari della Naunia Intestazione 22 aprile 2014 75% Da definire

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MEMORIE

STORICHE PARTICOLARI

DELLA

NAUNIA.


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PREFAZIONE




Uscendo alla pubblica luce la prima Parte delle mie Memorie storiche della città e del territorio di Trento io credetti di dover pur ad un tempo stesso pubblicare alcune notizie storiche riguardanti particolarmente la Naunia, che del territorio trentino è una parte. Io chiamo Naunia tutto quel tratto di paese, che comprende le Valli di Non e Sole; perchè con questo sol nome esso chiamato fu sempre da tutti gli antichi scrittori, e perchè esso formò sempre, come forma pure oggidì, un solo corpo municipale o politico. Nel corso di queste Memorie io mi vidi costretto a parlare alcuna volta d’un libro, che il signor Giacomo Maffei rese pubblico colle stampe fin dall’anno 1805 intitolato Periodi istorici, e Topografia delle Valli di Non e Sole; poichè in questo libro sparsi trovansi qua e là gravi errori, e falsi [p. 76 modifica]giudizj, co’ quali ingiuria fassi sovente alla nostra patria, ed ai quali è del tutto opposta la verità della storia. Io non ho già notati tutti gli errori, che nel detto libro s’incontrano; poichè questa troppo lunga e nojosa opera stata sarebbe, ma quelli soltanto, che più mi parvero offendere la verità, e l’onor della patria. Io ho condotte le Memorie storiche particolari della Naunia fino al secolo decimonono, sebbene quelle, che ora pubblico riguardanti la storia generale di Trento e del suo territorio, non giungano se non al secolo undecimo. La storia de’ susseguenti secoli sarà il soggetto della seconda parte del mio lavoro, nella quale vengon pure a comprendersi le vicende, che provò la Naunia non particolarmente, ma che colle altre parti del Trentino ebbe comuni. Io farò pur cenno in fine dei personaggi illustri e dei dotti uomini, che nella Naunia ebber lor nascita, volendo soddisfare con ciò ad un giusto sentimento d’amor patrio, e rendere il dovuto tributo di lode a quegli uomini, i quali onorarono il paese, che lor diede i natali.


[p. 77 modifica]Nelle Memorie storiche della città e territorio di Trento io ho parlato lungamente della celebre guerra, che Augusto mosse a tutti i popoli della Rezia, fra i quali erano i Nauni o Genauni, cioè i popoli della Val di Non, i quali furono tutti gli uni dopo gli altri debellati, e vinti, e sottomessi alla dominazione di Roma. Il Sig. Giacomo Maffei nel citato suo libro alla pag. 3. dice, che gli Ananiesi ovvero i Nauni erano in quel tempo un popolo libero, o piuttosto un popolo barbaro, povero, e miserabile, che in parte viveva di latrocini, ed assassinamenti, ed alla pag. 7 accennando lo stato della Naunia dopo che venne in poter de’ Romani, dice, che i ladroni, che prima la disonoravano, furono distrutti. Egli fa della sua patria questo turpe quadro, come se fosse particolare solo ad essa, e nulla dice di ciò che doveva pur dire. Egli doveva dire primieramente, che tali erano non solo i Nauni, ma tutti pure i popoli della Rezia, come attestano Dione, e Strabone, e tutti gli storici, che hanno di essi parlato. Tal era il generale lor costume verso tutti i popoli esteri, cioè verso quelli co’ quali non avevano alcun [p. 78 modifica]vincolo d’alleanza o di società, ch’essi riguardavano come nemici. Leggasi il passo di Dione, che abbiam altrove citato1. Id quidem consuetudine jam receptum erat, ut in eos, qui nullo ipsis essent fœdere juncti, ita statuerent. Il nostro storico Maffei chiama i suoi antichi compatrioti ladroni; ma i ladroni spogliano indistintamente quelli, che cadono nelle lor mani, qualunque siasi la lor patria, o la lor condizione, ed i Reti rispettavano vicendevolmente le lor proprietà, e le proprietà di tutti quelli, co’ quali avevano vincoli d’alleanza, nè erano infesti che a coloro, co’ quali legame alcun non avevano. Io non dirò già, che questa fosse una lodevole consuetudine; ma tal era in quei tempi il gius pubblico, ed il costume generale de’ popoli, che non erano peranco civilizzati, nè conoscevano il diritto universal delle genti. Egli è vero, che Strabone dice, che Lepontii et Tridentiní, et alii plures parvi populi Italiam tenentes prioribus temporibus latrocinia exercebant, et inopia laborabant; ma ciò che dice Strabone di questi popoli, era comune ad una gran parte delle nazioni settentrionali d’Europa. I popoli da Strabone nominati facevano quello che prima e dopo di loro fecero tant’altre genti, che infestavano con incursioni le vicine contrade, e ne ritornavano cariche di bottino. Molte di esse inoltre [p. 79 modifica]riunitesi in grandi armate invasero gli altrui paesi, e li conquistarono senz’altro titolo che quello, che dà il diritto del più forte. Per tacere di tant’altre i Galli occuparono una considerabil parte d’Italia, e ne scacciarono gli Etrusci. I Goti, i Franchi, Longobardi ne’ secoli posteriori invasero l’Italia, e le Gallie, e vi stabilirono il loro impero.

Dice il nostro storico Maffei, che i Nauni dopo la conquista fattane da’ Romani furono aggregati al più vicino municipio romano, ch’era quello di Trento, e considerati in seguito tra i popoli trentini; ma non adduce prova alcuna di ciò che dice, e la supposta aggregazione della Naunia al municipio di Trento non è che una vana sua immaginazione. Trento non era un municipio, ma era una colonia, e la Naunia non era in quei tempi considerata tra i popoli trentini, ma formava un municipio particolare, diverso, e distinto dalla colonia di Trento. Dall’essere la colonia trentina ascritta alla Tribù Papiria in Roma, e dall’esservi pure ascritta la Naunia non segue punto, che la Naunia fosse aggregata al municipio o alla colonia di Trento; poichè essendo tutto l’immenso numero dei cittadini romani diviso in trenta Tribù, molte colonie e molti municipj erano ascritti alla medesima Tribù, tuttochè fossero affatto separati e diversi, e gli uni indipendenti dagli altri. Egli è vero, che Plinio2, e [p. 80 modifica]Strabone3 dicono, che dein Camuni, compluresque similes finitimis fuerunt attributi municipiis; ma quanto ai Nauni noi vedremo ben tosto, ch’essi formavano un municipio separato ed indipendente da ogni altro.

L’aggregazione dei Camuni, e di molti altri popoli ai finitimi municipj sembra doversi dire, che non avesse già lungo tosto che ne seguì la conquista, ma solo alcun tempo dappoi. Non era costume de’ Romani il trattare da principio sì dolcemente i popoli vinti, ma solo dopo averli resi docili, ed assuefatti di lunga mano all’ubbidienza, ed al giogo salutar delle leggi, e dell’ordine pubblico. Essi riducevano da principio le nazioni debellate in pantonio marcellino et petronio probino coss II nonas majas succlamante populo d empurii nau ne d t offerenda d aerea refetture o provincie, e la condizione delle provincie e delle prefetture ben diversa era da quella delle colonie, e de’ municipj.

Nelle Memorie storiche di Trento io ho riferita l’Iscrizione, che leggesi nella Tavola di bronzo dedicata dai Nauni a M. Salvio Valerio. Questo insigne monumento merita d’esser qui posto nuovamente sotto l’occhio del leggitore.

Antonio. Marcellino

Et. Petronio Probino. Coss
II. Nonas. Majas
Succlamante. Populo. D. Empurii. Nau
Ne. D. T. Offerenda. D. Aerea. D

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Incisa. Patronatus. M. Salvio. Balerio. Viro

Splendido. Cui. Jam. Dudum. Secun
Dum. Boces. Ejusdem. Populi. Et. Bo
Luntatem. Onor. Patronatus. Oblatus. Est
Q.D.E.R.F.P.D.E.R.I.C. Cum. Devotus. Populus
Jampridem. M. Sal. Balerio. Publice
Onorem. Patronatus. Obtulerit
Cujus. Immensa. Beneficia
Semper. Non. Tantum. In. Municipes. Berum
Etiam. In. Nos. Ipsos. Contulerit
Empurium. Quoque. Nostrum. Ita
Semper. Dilexerit. Ut. Ubicumque
Res. Exegit. Tutos. Defensosque. Præs
Tite
Rit. Propter. Quod. Necesse. Est
Eum. Remunerari. Oportere
Placet. Itaque. Universo. Popu
Lo. Empurii. Naunitani. Tabulam
Aeream. Incisam. Ei
Offeri. Debere. Quo. Gratius. Digne
Onorem. Sibi
Conlatum. A. Devotissimo. Populo. D.
Empurii. Nostri. Libenti. Animo
Suscipiat.
Censentibus. Gn. Julio. Memio
Prætore. G.
Jul. Secundo. Cl. Gem. Affrodisio

D . . . . . . . . . .

Tutto il commento, che il nostro storico Maffei fa a quest’Iscrizione, consiste in dire, che Marcellino e Probino erano consoli nell’anno 341, che nella Valle di Non c’era [p. 82 modifica]residente il suo Pretore, il quale nell’anno 341 era Giulio Memmio cogli altri Ministri: che la Naunia aveva tra i Patrizj di Roma il suo protettore o padrone della famiglia Valeria: che vi si vede un corrompimento di pronuncia del b invece del v.

Io osserverò in primo luogo, che da quest’Iscrizione rilevasi, che il Naunio o la Naunia era un municipio, come attestano le parole Non. Tantum. In. Municipes. Berum. Etiam. In. Nos. Ipsos, e che perciò egli aveva i suoi magistrati, ed un’amministrazione sua propria, indipendente e separata da quella della colonia di Trento. Quali fossero i confini della colonia trentina, e fin dove giungessero, niuno può determinarlo oggidì; ma niuna ragione v’ha di credere, ch’ella abbracciasse, o contenesse tutto quel vasto territorio, che divenne poi e fu chiamato Trentino, e qual è stato nei posteriori tempi, o quello ch’è territorio trentino oggidì. Dopochè Trento passò nel dominio de’ Longobardi, avendovi questi stabilito uno de’ trentasei Ducati, ne’ quali era diviso il Regno longobardico, la Valle di Non, come abbiamo da Paolo Diacono, era una parte del Ducato trentino, ed anche estinto il Regno longobardico ella continuò sempre ad essere una parte del territorio di Trento in tutti i susseguenti secoli fino a’ nostri giorni; ma da ciò non può trarsi alcun argomento, ch’ella formasse pure al tempo de’ Romani una parte della [p. 83 modifica]colonia trentina. La colonia trentina abbracciava verisimilmente tutte le terre e villaggi, che sono di qua e di là dall’Adige, ed abbracciava pure la Valle Lagarina; ma essa non si estendeva punto alla Naunia, che formava, come abbiam veduto, un municipio diverso.

Dall’Iscrizione suddetta veggiamo, che la Tavola di bronzo fu dedicata a M. Salvio Valerio non dal municipio, ma dal popolo dell’Emporio Naunitano come dimostrano le parole: Succlamante. Populo. Empurii. Naunitani, e più sotto Placet. Itaque. Universo. Populo. Empurii. Naunitani. Emporio significava allora, come significa pure oggidì, un luogo di traffico o di mercatura, in cui adunavansi i mercatanti per vendere, comprare, o permutare le loro merci. Emporium, scrive Samuele Pitisco, est locus, quo conveniunt mercatores. Il popolo dunque dell’Emporio Naunitano altro non significa che il corpo o ceto di quei mercatanti, che vi venivano da luoghi esteri, e il frequentavano in certi determinati tempi dell’anno, non meno che di quelli che abitavano nel luogo medesimo dell’Emporio, ed esercitandovi traffico e mercatura componevano insieme coi primi il popolo dell’Emporio.

Una difficoltà potrebbe muoversi contro ciò che abbiam detto dal vedere nell’Iscrizione nominato il Pretore Giulio Memmio, questa carica non convenendo punto alla natura [p. 84 modifica]d’un municipio; poichè il Pretore era quello, che veniva mandato da Roma a fine di governare un paese, e di rendervi giustizia, ed i municipj al contrario creavano da se medesimi, e prendevano dal loro corpo tutti i lor magistrati, sia pel governo interiore, sia per l’amministrazion della giustizia nelle cause civili non meno che criminali; dal che sembra doversi dedurre, che il Nauno o la Naunia fosse piuttosto una prefettura che un municipio, venendo il prefetto chiamato pure pretore, come osserva Sigonio de antiquo jure Ital. Cap. 12: ma questa difficoltà si dilegua, allorchè si consideri, che poteva una città o un paese essere prefettura e municipio a un tempo stesso, prefettura in quanto che vi venisse da Roma mandato un prefetto o pretore a rendervi giustizia, e municipio in quanto che elegesse dal suo seno i proprj magistrati pel governo interiore del municipio esclusane solo l’amministrazione della giustizia, e godesse tutti i diritti e gli onori della cittadinanza romana. Licuit, osserva il citato Sigonio Cap. XI, et præfecturam et municipium esse; præfecturam quidem, quatenus eo præfectus jurisdictionis causa mitteretur, nec in ea magistratus ad jus dicendum crearentur, municipium vero, quatenus jure civitatis uteretur.

Egli è assai probabile, che M. Salvio Valerio, a cui fu dedicata la Tavola di bronzo, fosse il protettore o patrono non sol [p. 85 modifica]dell’Emporio ma anche del Municipio, sì perchè tutte le colonie, e tutti i municipj avevano in un de’ Patrizj di Roma il loro patrono, e sì perchè veggiamo nell’Iscrizione accennati i benefizj, che M. Salvio Valerio aveva resi non solo all’Emporio Naunitano ma anche al Municipio: Non. Tantum. In Municipes. Berum. Etiam. In. Nos Ipsos.

Questo Emporio si può credere, che fosse assai ragguardevole, e che vi si esercitasse un considerabile traffico al vedere, ch’egli aveva in Roma uno spezial protettore, a cui dedicò una Tavola di bronzo, ed al vedere altresì mentovati gl’importantissimi benefizj, che da lui aveva ricevuti, e la singolar protezione e benevolenza, di cui era da esso onorato: Cujus. Immensa. Beneficia.... Empurium. Quoque. Nostrum. Ita. Semper. Dilexerit. Ut. Ubicumque. Res. Exegit. Nos. Tutos. Defensosque. Præstiterit. Quanto al luogo, ov’era quest’Emporio, dal nome Nauno o Naunitano, che leggesi nell’Iscrizione, sembra che fosse, ov’era il castello, o la terra principale chiamata Naunum o Naunium. Il luogo poi chiamato Naunum sembra che fosse, ov’è attualmente il Castel Nano, e la terra aggiacente di Nano, che ne conserva pure oggidì il nome, e che sebbene ora non sia che un villaggio di mediocre grandezza, era forse in quei tempi un luogo più popoloso e più grande, che non è oggidì, com’è avvenuto a tant’altri luoghi. Ma sebbene tutto [p. 86 modifica]questo sia assai probabile, non ne segue tuttavia, che debbasi necessariamente fissare a Nano il luogo, ov’era stabilito l’Emporio; poichè poteva pur essere in Cles o in altro luogo, e nondimeno chiamarsi Empurium Nauni o Naunitanum dal nome della Valle o del paese chiamato Naunia.

L’Iscrizione dice, che la Tavola fu dedicata dal popolo dell’Emporio Naunitano coll’autorità ed approvazione de’ magistrati del municipio: Censentibus. Gn. Julio. Memio. Pretore. G. Jul. Secundo. Cl. Gem. Afrodisio. D.... La Tavola in questa parte è corrosa, nè vi si può leggere, quali fossero le cariche o l’autorità di quel Giulio Secondo, e di quell’Affrodisio, che vi sono nominati; ma egli è assai verisimile, che fossero Duumviri o Decurioni del municipio, e che Duumviri appunto o Decurioni significhi la lettera D.... che vi si legge immediatamente dopo i lor nomi; poichè sebbene il Pretore vi venisse mandato da Roma ad jus dicendum, doveva però esservi il consiglio pubblico o municipale come in ogni altro municipio, incaricato del governo interiore e dell’amministrazione pubblica rapporto agli affari ed oggetti non riguardanti l’amministrazione della giustizia.

Ma passiamo ora alle lapide ed iscrizioni romane ritrovate nella Naunia. La prima, la quale fu scoperta in Revò, è la seguente:

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L. Scantius

Pap. Crescens
Veteranus. Spe
Culator. Præ
I Justi. Sibi. Et
Pontiæ Cusedæ
Uxori

Ella è una lapida sepolcrale, ed altro non dimostra se non che nella Naunia v’erano soldati romani e speculatori.

La seconda ritrovata in Vervò, e poi trasportata per cura del celebre Marchese Maffei nel Museo veronese è un’iscrizione votiva

Diis. Deabus

Que. Omnib.
Us. Sacrum
L. C. Quartus
V. S. Lub. Mer

La terza pure scoperta in Vervò, e trasportata del pari nel Museo veronese, è la seguente:

Diis. Deabusq.

Omnibus. Pro
Salute. Castel
Lanorum. Ver
Vassium C. V. Qua
Dratus L. L. P. D.

Queste due Iscrizioni dimostrano, che in Vervò era un castello presidiato da soldatesche romane, del quale non apparisce oggidì alcun vestigio.

[p. 88 modifica]La quarta del pari ritrovata nei contorni di Vervò, e che ora conservasi in Castel Braghiero, è un’iscrizione votiva, ma corrosa in gran parte, non potendovisi leggere che le seguenti parole:

Jovi. Et. Diis. Conser
Vatoribus. Pro
Salute ........
....... Peri
Culo. Liberatus
Justinus. Dicavit

La quinta che fu solo recentemente trovata nella campagna di Cles, è la seguente:

M. Prope
Rtius. Terti
E. M. P. Q. F. Sat
Donum P. V. S.

La sesta è la seguente, che dee trovarsi ancora in Vervò, e fu pubblicata dal Muratori Tom. II. p. MXCVI. 6 del suo Tesoro nel modo seguente: In Valle di Non, Diœcesis Tridentinæ misit Jacobus Tartarotus Roboretanus

Vic avg
P Tvla Maxi
P Tvla Qvin
P Tvla Tert
P Tvla Qvin

Furono probabilmente sacerdotesse della Dea Vittoria, che in Vervasio ebbe un tempio.

La settima trovasi in Castel Braghiero, ed è la seguente:

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Minervæ
Avg L Nema
La Ivstin
Cvm Svis
V S L M

cioè: Minervæ Augustæ Lucius Nemala Justinus Cum Suis Votum Solvit Lubens Mer.

L’ottava, che trovasi pure in Castel Braghiero, è la seguente:

Concordiae
Aug Sac
Rae Doni Vic
Torinvs Tertivs
Et Ingenvvs
Fratres Aram
Cvm Signo Ex
Voto Posvervnt
L L M

La nona pure in Castel Braghiero è la seguente:

C V Qvinti
Nvs Filivs C V
Firmi Vetera
Ni Cohortis IIII
Pr Aninia
Qvarti Filia
Ieda Matri Vi
Vvs Fecit Sibi

cioè: Cajus Vibius Quintinus Filius Caji Vibii Firmi Veterani Cohortis Quartæ Praetoriæ Aninia Quarti filia Ieda Matri Vivus fecit sibi, e va intesa: Et Aniniæ, Quarti filiæ, Iedæ Matri Vivens Fecit et sibi.

[p. 90 modifica]La più osservabile di tutte è la decima, cioè quella che fu ritrovata nell’anno 1782 in Romeno sotto un altare d’un’antica chiesa colla seguente Iscrizione:

D. Saturno. Aug. Lumenones
Æruetius.Ǝ E Maximus.Ǝ E RufusƎ E
Quadratinus.Ǝ E FirmianusƎ E
Clemens.Ǝ E Justus.Ǝ E JustinusƎ E
Aspiro.Ǝ E Glabistus.Ǝ E QuintusƎ E
Ris. Rufinus.Ǝ F Lad. OptatusƎ F
Quartus.Ǝ F Lucius.Ǝ F SeverusƎ F
Maximus Aup. FirminusƎ F
Paternus. Justinianus. S. P. L.
L. M.

Questa lapide dimostra, s’io non erro, che nella Naunia v’era un collegio di sacerdoti o di auguri, i quali in Romeno hanno dedicato un tempio a Saturno; ma ella meriterebbe d’essere illustrata da persona più versata in questo genere d’erudizione ch’io non sono.

Abbiamo altrove parlato dello stato avventuroso e felice, di cui goderono per lungo tempo tutti i popoli soggetti al romano Impero. Che la Naunia anche sul finire del quarto secolo continuasse a fiorire per numero d’abitatori e di castella, noi ne abbiamo una indubitata testimonianza dalla lettera di S. Vigilio Vescovo di Trento ad Joannem Constantinopolitanum, cioè a S. Giovanni Grisostomo Vescovo di Costantinopoli in occasione [p. 91 modifica]del racconto, ch’ei gli fa del martirio dei Ss. Sisinnio, Martirio, ed Alessandro, e della conversione della Naunia alla fede di Cristo.

Il nostro storico Maffei fa le maraviglie, perchè nel quarto secolo non fosse ancor penetrata nella Naunia la religion cristiana, e dice che noi dobbiam supporre nelle genti dell’Anaunia de’ primi secoli dell’era cristiana una cosa, che ha proprio del portentoso. Indi soggiunge, che a spiegare questo fenomeno è superfluo fare ingiuria a Trento col negare l’antichità del Vescovado. Non v’ha alcun fenomeno, non v’ha niente di portentoso, com’egli s’immagina, in vedere, che solo nel quarto secolo sia penetrata nell’Anaunia la fede di Cristo, quando si consideri, che S. Vigilio non fu che il terzo Vescovo di Trento, come dimostrò il ch. Abate Tartarotti in un erudito opuscolo intitolato De origine Ecclesiæ Tridentinæ et primis ejus Episcopis. Quest’opuscolo fu da esso dedicato al Vescovo Principe Dominico Antonio de Thunn; ma nè il Vescovo Principe, nè il suo Vicario generale, ch’era Pantaleone Borzi, uomo di singolare erudizione e dottrina, non si sognarono punto, che ciò fosse un far alcuna ingiuria alla chiesa di Trento. Che la cristiana fede sia stata in una città o in un paese predicata più presto o più tardo, e che una chiesa sia più o meno antica, ciò dipende dalle varie circostanze de’ tempi e de’ luoghi, ed è una follìa il far consistere [p. 92 modifica]in ciò il pregio d’una città, e la gloria o l’onor d’un paese. Il nostro autore bensì fa ingiuria alla sua patria, e fa ingiuria alla verità, allorchè dice, che meglio è por mente alla situazion della Valle, come la descrive S. Vigilio a S. Giovanni Grisostomo, lontana alquante miglia dalla città, fornita d’un solo passo d’ingresso fra anguste fauci, e circondata all’intorno da una corona di castelli per escludere ogni altra entrata, contenendo in conseguenza un popolo, che poteva rimanersi solitario come le bestie ne’ loro covili. Il passo della lettera di S. Vigilio è il seguente, ch’io pongo interamente sotto l’occhio del leggitore: Positus namque (cui inquilinum est Anagnia vocabulum) locus viginti quinque stadiis a civitate divisus, tam perfidia, quam natura angustis faucibus interclusus, uno pene aditu relaxatus (iter trium Martyrum dicas) qui resupinus molli dorso, valle ex onmi latere dissidente, castellis undique positis in coronam, vicinis sibi in perfidia conspirantibus spectaculi genus exhibet scena naturæ. S. Vigilio non dice già, che l’Anaunia fosse fornita d’un solo passo d’ingresso; ma dice solo, che il luogo era tam perfidia (gli abitanti erano allora pagani, e perciò li chiama perfidi non meno che i loro vicini) quam natura angustis faucibus interclusus. Si vede chiaramente, che egli descrive qui il passo della Rocchetta, ch’è appunto tra auguste fauci, e per cui [p. 93 modifica]v’ha una sola entrata, uno pene aditu relaxatus; ma se questo è il solo passo o la sola entrata, che v’incontrò S. Vigilio venendo da Trento, l’Anaunia aveva sicuramente al tempo de’ Romani, come ha pure oggidì, molte altre strade, e molte entrate in varie altre parti, le quali anzi abbiamo ragion di credere, che in quel tempo più agevoli fossero e più comode che ora non sono. S. Vigilio non dice, che fosse circondata all’intorno da una corona di castelli per escludere ogni altra entrata, come gli fa dire il nostro autore; ma dice solo, che presentava una specie di teatro con una moltitudine di castelli, cioè una moltitudine di terre e villaggi posti all’intorno quasi in corona. E che diremo poi delle altre parole del nostro storico contenente per conseguenza un popolo separato dagli altri popoli, che poteva rimanersi solitario come le bestie ne’ loro covili? I Nauni non erano un popolo separato dagli altri popoli, il quale rimanesse solitario come le bestie ne’ loro covili; ma era un popolo già da tre secoli e più venuto allo stato di civilizzazione e coltura, e conviene non avere alcuna idea del governo de’ Romani, ed essere affatto digiuno nella storia di quei tempi per immaginarsi, e dire ciò che s’immagina e dice il nostro autore. I monumenti poi, che riguardano particolarmente l’Anaunia, ci dimostrano, ch’ella era un paese popolato e florido, che aveva un ragguardevole Emporio, e [p. 94 modifica]ch’esercitava quindi cogli altri popoli un considerabile traiffico e commercio. E tal era forse lo stato avventuroso d’opulenza e di prosperità, a cui essa era salita in quel tempo coll’agricoltura, colle arti, e col commercio, che l’egual non godette più forse in tutti i secoli posteriori. Nè sono già queste vane congetture; poichè abbiamo i monumenti testè accennati, e perchè tutta la storia attesta, che tal era generalmente lo stato di tutti i popoli soggetti all’impero di Roma.

Ma ritornando alla maraviglia del nostro autore, perchè sì tardo sia penetrata la luce del Vangelo nell’Anaunia, egli ha tanto minor ragione di maravigliarsene, quantochè disse prima egli medesimo, e gli Atti di S. Vigilio attestano, che questa luce non era penetrata nè pure nella massima parte dei villaggi intorno alla città di Trento, e nè pure nelle campagne del Veronese e del Bresciano, ove S. Vigilio predicò, e convertì molti popoli. Gli Atti di questo Santo, che sono in un codice capitolar di Verona, dicono che maxima pars populi extra Civitatem (Tridenti) per rura adhuc diabolicis institutis tenebatur adstricta, e più sotto si legge, che S. Vigilio ultra triginta fundavit ecclesias. Se dunque la massima parte del popolo fuori della città di Trento e nelle vicine campagne adorava ancora gl’idoli, se gl’idoli si adoravan pure nelle campagne del Veronese, e del Bresciano, perchè maravigliarsi, che la [p. 95 modifica]nuova fede di Cristo non sia penetrata prima di tal tempo nell’Anaunia? Maraviglia sarebbe piuttosto, se penetrata vi fosse più presto, tanto più che fino alla fine del quarto secolo in Roma medesima una gran parte dalla nobiltà e del popolo continuava ancora nella idolatria, la quale non si spense affatto in Italia che dopo la venuta de’ Goti nel quinto secolo.

Dice il nostro storico, che la divina Provvidenza fece succedere la conversion dell’Anaunia in una maniera tanto più gloriosa e mirabile, quanto più fiera e vituperevole era stata l’antecedente perfidia ed ostinazione; ed alla pag. 10 poi chiama l’Anaunia quella nazione, che non aveva mai voluto saperne di Gesù Cristo, ed era piena di furore a favore de’ suoi idoli. Io dimanderò in primo luogo al nostro autore, ove abbia egli trovata quella fiera e vituperevole ostinazione e perfidia, della quale accusa i suoi antichi compatrioti; mentre non consta in alcuna guisa, che la fede di Cristo fosse stata loro prima di questo tempo giammai annunciata. I tre santi Martiri avevano bensì convertito alla fede un piccol numero di gente, ma della nuova fede niuna contezza avevano gli altri, e S. Vigilio attesta chiaramente, ch’era ancora in supra dicta regione nomen Domini peregrinum. Come dunque accusarli di fiera e vituperevole perfidia ed ostinazione, e come chiamarli una nazione che non [p. 96 modifica]aveva mai voluto saperne di Gesù Cristo, se la fede di Gesù Cristo non era mai stata per lo innanzi loro predicata? Essi non potevano abbracciare una religione, che a Dio non era peranco piaciuto di far loro annunziare. La religione è un dono celeste, che Iddio comparte solo a quelle genti ed in quel tempo, che a lui piace. Se i Nauni erano pieni di furore pe’ loro idoli, essi erano fedeli alla religione de’ loro padri, ad una religione, ch’essi credevano vera, e ch’era stata comune pressochè a tutte le nazioni del mondo. Anche gli epiteti di bestial gente, di feroci, e di empj, coi quali onora i suoi compatrioti l’autore sono fuori di luogo. Essi credevano, di difendere una religione vera, e credevano empj coloro, che predicavano contro di essa.

Io sono ben lontano dal voler giustificare in alcuna guisa l’uccision de’ tre santi Martiri; ma qual maraviglia, che nella Naunia sieno stati posti a morte i tre predicatori d’una nuova religione, che distruggeva l’antica, e che credevasi tutt’altro che vera? I Nauni fecero contro di essi quello, che prima fatto avevano contro i cristiani gli altri popoli gentili in tutte le parti del romano Impero. Allorchè cominciò a predicarsi la nuova fede di Cristo, ed essa andava dilatandosi, il Senato romano, e gl’Imperadori sdegnaronsi altamente contro la temerità d’una setta novella, che osava accusare d’errore l’antica religione, e che condannava a pene eterne tutti gli altri [p. 97 modifica]uomini. La religione cristiana fu severamente vietata sotto gravissime pene dettate contro tutti quelli, che la predicavano, o la professavano. I pagani generalmente avevano un orrore insuperabile contro i cristiani seguaci d’un nuovo culto, ch’essi credevano empio. Sovente il popolo irritato denunciava con alte grida i cristiani come nemici degli Dei e degli uomini, ed esigeva imperiosamente, che fossero tantosto presi, e condannati ai più crudeli supplicj. I governatori ed i magistrati delle provincie condiscendevano alle dimande del popolo, e sagrificavano all’odio universale ed ai clamori pubblici queste sciagurate vittime. Se tal era l’opinione degl’Imperatori, e generalmente de’ popoli di tutto l’Impero romano intorno alla nuova religione di Cristo, non dobbiamo maravigliarci, che tale pur fosse quella de’ Nauni, e che attaccati fervidameme all’antica loro religione mettessero a morte i nuovi predicatori, che la combattevano, e volevano distruggerla. Noi dobbiamo ammirare e venerare la costanza dei tre santi Martiri, che sparsero il loro sangue per la vera fede, senza scagliarci in istolte invettive contro i loro uccisori, i quali credevano di far cosa grata al cielo in dare morte a coloro, che parlavano contro i lor Dei, e che tentavano d’abbattere l’antico lor culto. Noi dobbiamo solo compiangere il loro errore, ed adorare sommessamente i decreti della Provvidenza, a cui non era per anco piaciuto [p. 98 modifica]d’illuminarli, e di fare loro sfolgorare la luce della verità. Malgrado delle tante e sì violente persecuzioni, che i cristiani soffrivano, la loro religione si andava sempre più propagando in tutte le parti dell’universo, finchè ogni persecuzione cessò in fine sotto l’Imperator Costantino; poichè abbracciando egli medesimo la nuova religione diede la pace alla chiesa, la quale trionfò finalmente contro tutti gli sforzi del paganesimo. Egli è vero, che allora le leggi degl’Imperatori permettevano la libera predicazion della fede cristiana, e vietavano ogni insulto ai banditori di essa, e che perciò gli uccisori dei tre santi Martiri contravvenuto avevano alle nuove leggi in favor de’ cristiani: essi erano dunque degni di pena; ma chi non sa, che le leggi umane non sono che troppo sovente impotenti a soggiogare i pregiudizj, e che le massime antiche, e principalmente le opinioni religiose hanno sulle menti degli uomini un impero più forte che quello delle leggi? Gli uccisori furono trasportati dall’ardore del loro zelo per la religione, che avevano sempre professata, e che credevano vera. Non è dunque maraviglia, se S. Vigilio e con lui altri Vescovi interponendosi appresso l’Imperator Onorio ne ottenessero loro il perdono, come si legge nell’epistola 158 di S. Agostino a Marcellino.

Abbiam detto, che la Valle di Non fu anticamente chiamata Naunia o Anaunia come lo è pure oggidì, e che i suoi abitatori detti [p. 99 modifica]furono Naunes Nauni, e di ciò fanno fede tutti gli antichi e moderni scrittori, che di essa parlarono. Il Cluverio [De Italia antiqua lib. 1. cap. 15 §. 7] così scrive: Anonium, sive Anaunium supra Tridentum vulgo nominatur Nan et Non .... unde etiam Vallis. Egli osserva, che nei martirologj Anaunium si chiama il castello o il luogo principale, e la Valle chiamasi Anaunia; ma che essendo nel Lazio celebre l’Anagnis, a somiglianza di questo vocabolo l’Anaunia sia poi stata da molti scrittori chiamata Anagnia, com’è nella vita di S. Sisinnio, e come leggesi in Paolo Diacono, il quale secondo il barbaro costume del suo secolo ha adoperato l’Anagnis in caso obliquo come indeclinabile.

Tolommeo [lib. III. cap. I.] fa menzione dell’Anaunium. Che l’Anaunium di Tolommeo altro non sia che la Valle di Non il dimostra evidentemente la conformità del nome italiano Nano col latino Anaunium. Così giudicò il Cluverio sopra citato, così giudìcò il Marchese Maffei, il quale nel Museo veronese pag. XCI. parlando della Valle di Non scrive: Ad hanc Vallem refer Anaunium Ptolemœi, e così finalmente il ch. Abate Tartarotti Memorie antiche di Rovereto nella Lettera al Preposto Muratori §. III. Il Padre Beretti nella sua Dissertazione corografica De Italia medii ævi così scrive: In meditullio Ducatus (Tridentini) eminet antiqua et invariati nominis urbs Tridentum. Quæ noscuntur loca circumposita, sunt ab [p. 100 modifica]occasu non quidem locus, sed planities, ubi campus Rotalianus.... inter Anaunium et Tridentum situs, ubi Nosius fluvius in Athesim confluens.... in quo Regillonem Comitem Longobardorum a Craminichis Francorum Duce peremtum prodit Paulus.... et Anagnis castrum, quod quia Francis se dederat, Regillo vastaverat. Naunes Plin. lib. III. 20. Naunium Joan. Pirius Pint. de vitis Pontificum Tridentinorum lib. 6. Usuardus 29 Maii Ss. Martires Sisinium, Martirium, et Alexandrum Mediolanum profectos auctore S. Paulino scribit, e S. Maximo Episcopo Thaurinate sermone I. de S. Alexandro inter anecdota cl. Muratorii Tom. 4. pag. 74, ubi in Anauniæ regione. Minime ergo dubitandum, quin sit Anagnis Castel Nan ad dexteram Nosii, ut in Magini Tabula 31. Supra trans Nosium Maletum. Paulo III. 30. Malè trans Nosium in Magini Tabula. A tutto ciò soggiunge il ch. Abate Tartarotti nella citata lettera al Preposto Muratori §. III., che rettamente il Padre Beretti interpreta l’Anagnis di Paolo Diacono Castel Nano nella Valle di Non.

Egli è indubitato inoltre, che i tre santi Sisinnio, Martirio, ed Alessandro riportarono in Val di Non predicando la fede di Cristo la palma del martirio nel luogo, ove ora è S. Zeno, ed ove è il tempio, che fu poi in loro onore fabbricato. S. Vigilio Vescovo di Trento nell’epistola ad Joannem [p. 101 modifica]Constantinopolitanum, in cui il racconto fa di questo martirio, chiama la Valle di Non Regio Anagnia. Egli è dunque manifesto, che l’Anaunia o Naunia, di cui parlano gli antichi scrittori, è la Valle di Non, la quale ha pure per tutti i secoli successivi fino a’ nostri giorni conservato sempre e ritenuto lo stesso nome d’Anaunia. Che poi S. Vigilio nel quarto secolo, allorchè declinava sempre più, e corrompevasi la lingua latina, l’abbia chiamata Anagnia, e che da Paolo Diacono siasi detta Anagnis, e siasi pur fatto da questo scrittore il vocabolo indeclinabile, ciò non dee recar maraviglia; perchè di queste leggiere mutazioni di nomi con aggiungervi, o togliervi nell’andare de’ tempi qualche lettera infiniti altri esempi si trovano.

Ma esaminiamo ora, come, e perchè sia avvenuto, che chiamisi oggi in italiano Valle di Non quella, che in latino chiamavasi, e chiamasi Naunia o Anaunia, e perchè i suoi popoli che in latino erano detti Naunes, Nauni, chiaminsi volgarmente Nonesi. Il castello o luogo principale chiamato Naunium o Anaunium abbiam detto più sopra essere verisimile, che fosse nello stesso luogo, ov’è l’attuale Castel Nano alla destra del Nos, ed ove è pure il villaggio chiamato del pari Nano, attesa la conformità o l’indentità del nome, ch’esso conserva anche oggidì; ma checchè siasi del sito, in cui fosse l’antico castello o il luogo principale della Valle detto Naunum o [p. 102 modifica]Anaunium, non è difficile il conoscere, perchè essa venga oggidì chiamata Valle di Non. Chiamavasi Naunia o Anaunia, quando il comune linguaggio era il latino; allorchè poi dalla lingua latina formata fu la lingua italiana, si chiamò Valle di Nano, ed i suoi popoli, che in latino chiamavansi Naunes o Nauni, furon in italiano detti Nanèsi. La Valle che in latino chiamavasi Naunia o Anaunia, doveva in italiano chiamarsi Val di Nano; ma nel linguaggio corrotto fu chiamata Valle di Nan tralasciando l’ultima vocale cioè l’o, come si tralascia dappertutto ne’ paesi trentini anche oggidì e si dice Trent in vece di Trento, e così quasi di tutti gli altri nomi, che terminano in una vocale. Oltre di ciò l’a fu cangiata in o, ed in luogo di dire Valle di Nan si è pronunziato Valle di Non. Nè ciò dee punto sembrare strano; poichè di questi cangiamenti dell’a in o nelle lingue o maniere di pronunziare, che dappoi sopravvennero, si hanno anche altrove innumerabili esempi. Gli abitanti della Valle di Nano dovevano in buon italiano chamarsi Nanèsi coll’e lunga, come si dice Perginèsi, Bassanèsi, Veronèsi, e corrottamente si sono detti Nonesi coll’e breve. Ma ciò basti della denominazione antica e nuova del nostro paese, e passiamo ora a parlare d’alcune cose spettanti all’Anaunia, avvenute dopochè Trento con tutto il suo territorio venne nel dominio de’ Principi Vescovi.

[p. 103 modifica]Una gravissima insurrezione contro il Vescovo Principe Giorgio di Lichtenstein nacque nell’Anaunia nel mese di Febbrajo 1407. La storia di questa insurrezione non può meglio conoscersi che dal documento pubblico seguito il 31 Marzo 1407. Da questo documento apparisce, che l’insurrezione fu prodotta dalle concussioni ed estorsioni, che vi commettevano i ministri o gli uffiziali del Vescovo Principe, i quali vengon pur in esso distintamente nominati. I Nauni in questa insurrezione saccheggiarono, e poi demolirono da cima a fondo i tre castelli di Tueno, di S. Ippolito, e d’Altaguarda appartenenti al Vescovo Principe, e scacciarono, e bandirono dal loro paese perpetuamente i tre di lui ufficiali o ministri, e saccheggiarono le loro case, e confiscarono i loro beni. Il documento suddetto attesta, che il Vescovo Principe non solo approvò e confermò tutto ciò che gl’insorgenti avevano fatto; ma promise pur loro, che i tre castelli smantellati più nè da lui, nè da’ suoi successori stati sarebbero riedificati, ed esaudì inoltre pienamente tutte le altre loro dimande. Questo documento, che seguì in terra Bulsani [ch’era allora del dominio temporale di Trento], et in domo Domini Episcopi leggesi in autentica forma registrato nel libro intitolato Privilegia Vallium Anauniæ et Solis. Il Principe Vescovo Giorgio de Lichtenstein essendo allora involto in gravi dissensioni e contese col Sovrano [p. 104 modifica]del Tirolo, e sperar da lui non potendo alcun’assistenza o soccorso contro gl’insorgenti, nè avendo egli solo forze bastanti contro di essi, si vide costretto ad accordar loro tutto ciò che essi vollero, purchè ritornassero alla primiera ubbidienza.

Altra grave insurrezione, ma non con eguale successo avvenne nell’Anaunia l’anno 1468 contro il Vescovo Principe Giovanni Hinderbach. Il Pincio De Vitis Pontificum Tridentinorum lib. IV. narra, che sotto Giovanni Hinderbach Nauniæ et Solis Valles ab Ecclesia tridentina descrivere ad Archiducem Austriæ Sigismundum perditorum hominum studio; quidam enim lurcones, qui adolescentiam petulanter egerant, et per luxum habitas opes dissipaverant, domo excedere coacti ad Australem confugere; ma tutto ciò ch’egli qui narra, non è alla verità della storia punto conforme. Il dì 29 Maggio 1468 giorno festivo di Sisinnio, festa a cui concorrer solea nel villaggio di S. Zeno gran quantità di popolo, scoppiò un’aperta ribellione, e lo stesso giorno una gran turba d’uomini armati si portò ad assalire il castello di Corredo, in cui risiedeva Nicolò di Firmian capitano o ministro del Vescovo Principe. La vera storia di questa insurrezione apparisce da un documento, che era nell’archivio episcopale di Trento, ch’io ebbi occasione di poter leggere, e di cui ne conservo pur copia. In esso v’ha il racconto [p. 105 modifica]dell’espugnazione fatta dagl’insorgenti del castello di Corredo, e de’ tristi avvenimenti, che quella sollevazione accompagnarono. Da questo scritto rilevasi chiaramente, non esser vero, come scrive il Pincio, che Nauniæ et Solis Valles ab Ecclesia tridentina descivere ad Archiducem Austriæ Sigismundum; poichè essi non volevano la signorìa nè dell’uno nè dell’altro, ma intendevano di porsi in libertà, e reggersi a popolo ossia a repubblica. Vi si vede pure essere avvenuto ciò che avvenir suole in tutte le insurrezioni popolari, cioè le arti, con cui i Demagoghi ingannano e seducono la moltitudine colle lusinghiere promesse d’indipendenza e di libertà, quando le vere lor mire sono soltanto quelle di profittar del disordine e d’ottenere per se i pubblici posti ed impieghi. Vi si vede pure lo sfogo di private inimicizie, e di odj e vendette contro quelli, che non seguivano il lor partito, e quindi uccisioni e saccheggi. I capi della sollevazione per animare il popolo a continuare l’impresa gli ponevan in vista l’esempio del Cantone di Svit nella Svizzera, il quale sebbene non avesse, com’essi dicevano, tanta forza, quanta ne aveva il paese dell’Anaunia, pure era riuscito col suo coraggio a conquistare la libertà: ma essi non riflettevano che ben diverse erano le circostanze de’ tempi e de’ luoghi. Il popolo dell’Anaunia non avrebbe mai potuto sostenersi contro le forze riunite del proprio Principe, [p. 106 modifica]e del Sovrano del Tirolo, il quale come avvocato e difensore del Vescovato di Trento prestar doveva, e prestò effettivamente al primo ogni più valido soccorso, ed aveva pure per parte sua tutto l’interesse di reprimere e soffocare una ribellione, la quale esser poteva anche pe’ suoi proprj sudditi di pernicioso esempio. La sollevazione dunque fu repressa, i capi della rivolta furono arrestati e puniti, ed il paese ritornò all’ubbidienza del suo Signore.

Nell’anno 1525 essendo nata nella Svevia la famosa guerra rustica, e dilatatasi poi nel Tirolo, dove furono saccheggiate diverse prelature, e molti altri beni degli ecclesiastici, e quindi pervenuta essendo pur nel Trentino, a questa guerra presero gran parte anche i popoli dell’Anaunia; ma sedata e repressa questa insurrezione per le vigorose misure prese contro di essa dal Vescovo Principe Bernardo Clesio, e resi vani gli sforzi dei sollevati, e puniti e decapitati alcuni de’ capi tutto ritornò nel primiero ordine. Chi desidera di conoscere tutti gli avvenimenti e le particolarità di questa pericolosa guerra nelle nostre parti, può leggere il Pincio, il quale come scrittore contemporaneo, e che soggiornando in Trento piena contezza aveva dei fatti e delle cose, che vi avvennero, merita in questo punto di storia piena ed intera fede. Dopo quest’epoca non si udì più nell’Anaunia alcuna sommossa popolare, nè alcuna [p. 107 modifica]rivolta o tumulto; ma il popolo rimase sempre dappoi in ogni tempo ubbidiente al proprio Principe, e costantemente fedele.

L’Anaunia, che presa per l’intero corso del torrente Nos, comprende le Valli di Non e Sole formanti da tempo immemorabile un solo corpo politico alla destra dell’Adige ma fuori della strada militare, contiene oggidì la popolazione di quaranta e più mila anime. Essa è composta di ventitre Pievi, ed un numero ancor maggiore v’ha di Curati sparsi ne’ differenti villaggi, e subordinati ai rispettivi loro Parrochi. Il nostro storico Maffei generalmente fa un quadro poco vantaggioso della sua patria, e non punto vero. Converrà dunque rettificarlo; poichè se lodevole non è l’esagerare per soverchio amor patrio le qualità o i pregi del proprio paese, ben meno lodevole ancora è il tacerli, o sminuirli con far ingiuria alla verità. La Valle di Non estendendosi largamente presenta al viaggiatore l’aggradevole prospetto d’un gran numero di villaggi e castella di qua e di là dal fiume Nos quasi posti in corona, e la descrizione, che nel quarto secolo dell’era cristiana ne fece S. Vigilio nella lettera a S. Giovanni Grisostomo, è un vivo e natural ritratto dell’Anaunia pure d’oggidì: Castellis, dic’egli, undique positis in coronam spectaculi genus exhibet scena naturæ. Il nostro storico Maffei dice, che per lo sproporzionato numero delle montagne la situazione del nostro paese non [p. 108 modifica]debba contarsi tra le migliori: che l’aria vi è generalmente salubre, ma più o meno secondo l’altezza de’ villaggi soverchiamente sottile: che l’inverno vi è lungo, ed il freddo grande: che vi cade gran quantità di neve, e che vi si cominciano a scaldare le stufe alla fine d’Ottobre. Tutto questo è inesatto, e nella massima parte non vero. L’autore doveva distinguere l’Anaunia superiore dall’inferiore. Questo paese presenta tre differenti e diverse situazioni. V’hanno terre e villaggi, ove si coltivano viti e gelsi. Tali sono le pievi di Spor, di Denno, di Flavon, di Tassullo, di Cles, di Revò, di Vigo, e parte di quelle di Torra, e di Tajo, S. Zeno, Dambel, Cloz, e parte della pieve di Livo, ed in queste l’aria è più o meno temperata e mite. Altre son quelle, ove non allignano nè viti nè gelsi; ma ove le campagne sono fertili e feconde di grani. Tali sono le terre di Vervò e di Tres, le pievi di Corredo, di Smarano, di Romeno, Sarnonico, Fondo, Castelfondo, Arsio e Malè. Altre finalmente sono le terre, in cui non coltivansi nè viti, nè grani fuorchè in poca quantità, ma abbondano di prati e di pascoli, quali sono quelle della pieve d’Osana, ed alcune altre. Nelle prime l’aria è, come abbiam detto, temperata e mite, nè vi si scaldano le stufe che verso la metà di Novembre, e si cessa di riscaldarle alla fine di Marzo. Nelle seconde l’aria è più rigida che nelle prime, e più [p. 109 modifica]rigida è ancor nelle terze, e in queste sole si verifica, che l’inverno è lungo, il freddo grande, e che vi cade gran quantità di neve. L’autore non avendo fatte queste, distinzioni, che pur dovevan farsi, dice dell’Anaunia generalmente ciò che non è vero che d’una sola parte.

Alla descrizione che fa dell’Anaunia il nostro storico, io chiedo che mi sia qui permesso di contrapporre la descrizione ben più onorevole, che ne fè il Pincio nel secolo decimosesto, scrittore non già sedotto d’alcun amore di patria, perchè mantovano, il quale la vide e la osservò co’ suoi proprj occhi: Ingredienti, dic’egli, montes utrinque attolluntur, crebris oppidis, ac pulcherrimis arcibus, vicisque habitatis, qui Naunum fluvium per mediam Vallem se se evolventem ex alto prospectant .... Naunum igitur Vallis .... longe excurrit, progredientibusque paullatim magis aperitur, atque in planitiem effunditur, positu amœna, et apricis jugis conspicua. Egli prosegue a fare l’elogio di questa Valle patria di Bernardo Clesio summi Principis, egli dice, alumna eadem, et parens, et quia Tridentinam urbem partu suo clariorem fecit, et quia in primis ibi fertilis est bonarum omniun frugum proventus: hinc est, quod ea regio tantum incrementi acceperit, et habitatorum frequentia referta sit, quæ non suos tantum incolas abundanter nutriat, ut Anauniam Tridentinorum horreum [p. 110 modifica]veteres appellaverint. Dice poi, che saluberrima vi è l’aria, ut nemo satis pro dignitate unquam laudaverit vitalem cœli temperiem, nemo abunde celebraverit beatam ejus terræ amœnitatem. Dice ch’è non minus clarorum virorum, et bonarum disciplinarum mater quam frugum; quis enim ingenia, clarosque viros narraverit, si quidem cum alibi tum in Germania præsertim et tota Italia compertum sit Anauniam multorum et nobilium virorum et fortium sedem esse. Una lunga descrizione con ampie lodi della Naunia fa pure il Mariani nella sua storia di Trento stampata l’anno 1673, e dei villaggi e delle terre, che la compongono, e dice, che dalla Valle di Non sono usciti uomini grandi e valorosi in armi, lettere, e prelature come anche al dì d’oggi vi sono soggetti insigni.

Passiam ora a far parola delle acque acidule o minerali, che sono nella Naunia. Sotto il villaggio di Pejo nella pieve d’Osana scaturisce una fonte d’acque minerali, delle quali scrisse ampiamente già nel secolo decimosettimo il Dottor fisico Arnoldo Blanchkenbach di Colonia: Quatuor abhinc annis, dice quest’autore, mira Dei providentia repertæ fuerunt, et singulari admodum Illustrissimi Domini Christophori Migatii industria, et solertia indigitatæ. V’ha un libro senza luogo di stampa e d’anno col titolo De admirando Dei dono, sive de facultatibus Acidularum in Valle Solis Episcopatus Tridentini repertarum.

[p. 111 modifica]Nella Valle di Rabbi, situata nella pieve di Malè, alla sponda del torrente Rabbiès scaturisce un’altra copiosa sorgente d’acque minerali, che sono meno forti, e più omogenee di quelle di Pejo. Nell’anno 1671 uscì alla pubblica luce in Trento un opuscolo dedicato a Sigismondo Alfonso di Thunn Vescovo Principe di Trento e di Bressanone col seguente titolo: Nova apparitio saluberrimi Acidularum fontis in Valle Rabbii di Giovanni Gasparo Passi di Pressano. Queste acque sono assai frequentate ne’ mesi di Luglio e d’Agosto sì da quelli de’ circonvicini paesi che de’ lontani ancora. Io ho trascritto intorno a queste acque ciò che scrive il nostro storico Maffei; perchè io non ho qui ad opporgli cosa veruna.

Egli fa poi la descrizione del celebre Santuario di S. Rornedio situato nella pieve di S. Zeno entro la giurisdizione di Castelfondo. Egli dice che poco distante da S. Zeno si apre una Valle detta di S. Romedio, per mezzo della quale scorre un torrente, che porta lo stesso nome, ed abbonda di trote squisite: che alla custodia del Santuario vi dimora un sacerdote col titolo di Priore, il quale viene presentato dal seniore de’ Conti di Thunn per concessione del Papa Leone X. a cagione dell’aumento da essi fatto alle rendite del Santuario: che per salire la Cappella, ove riposano le reliquie del Santo convien ascendere più scale di pietra, che [p. 112 modifica]in tutte formano novanta e più scalini; ed egli poteva pur dire, che a’ piedi del Santuario oltre l’abitazione del Priore v’ha pure un’osteria per albergo e comodo de’ divoti, che in gran numero a visitar vengono il Santuario massime nella state. Egli dice, che S. Romedio co’ suoi due compagni appellati Abraam e David seguendo l’esempio degli antichi anacoreti, che si separavan dal mondo per meditare le cose celesti, si ritirò in quel solitario luogo per la vicinanza di quello al luogo del martirio de’ SS. Sisinnio, Martirio, ed Alessandro: che S. Romedio fu in venerazione fin dall’anno 1135, la quale continuò sempre non solo nella diocesi di Trento, ed in quella di Bressanone, ma anche in diverse di Germania come attestano gli Annali Sabionesi, e che nel passato secolo l’erudito Abate Tartarotti, ed il Padre Bonelli hanno fortemente disputato intorno alla patria ed al nome di S. Romedio. Io osserverò intorno a questa disputa, che l’Abate Tartarotti disse con tutta ragione, che la vita di S. Romedio pubblicata colle stampe dal Prete Pietro Tecini Dottore e Prior dell’Eremo, nella quale si narrano molte prodigiose e stupende cose di questo Santo, e particolarmente intorno alla sua venuta in Trento montato su d’un orso in luogo di cavallo insieme co’ due suoi servitori a visitar S. Vigilio, ed alla campanella del Duomo, che di per se stessa suonando [p. 113 modifica]annunziò a S. Vigilio la di lui morte, ed altre tali cose, ella non è che un impasto di favole e d’imposture. L’Abate Tartarotti disse pur con ragione esser falso, che S. Romedio fosse coetaneo di S.Vigilio, falso ch’egli fosse conte di Thaur, e che malgrado di tutto ciò, che di lui hanno scritto il Radero Bavaria Sancta ed altri scrittori, egli è tuttavia ignoto ed incerto, di qual paese egli fosse, ed in qual tempo vivesse4; ma l’Abate Tartarotti ebbe il torto, allorchè s’indusse a credere, che il nostro S. Romedio fosse un santo immaginario, e che quello, che veneravasi anticamente, e venerasi pur ora nella Naunia, altri non sia che S. Remigio Vescovo di Reims, chiamato talvolta anche Remedio. Nel Santuario di S. Romedio in Val di Non conservansi tuttora le reliquie o le ossa tanto di lui, quanto de’ suoi due servitori o compagni Abraam e David, nè sicuramente le ossa di S. Remedio Vescovo di Reims furono dalla Francia trasportate mai nell’Anaunia. Il Padre Bonelli in una Dìssertazione inserita nel volume terzo delle sue Notizie istorico-critiche della chiesa di Trento ha raccolta una lunga serie d’antichi Scrittori italiani e tedeschi, e de’ calendari di molte chiese, ne’ quali menzion fassi del nostro S. Romedio, e co’ quali [p. 114 modifica]si prova evidentemente, che il S. Remigio o Remedio Vescovo di Reims è al tutto diverso dal S. Romedio della Naunia. Quantunque nell’oscurità de’ remoti tempi non si sappia precisamente, in qual tempo il nostro S. Romedio vivesse, nè s’egli fosse un qualche Signor della Naunia, che co’ due suoi domestici o servitori si fosse ritirato a menar vita solitaria nel luogo, ov’egli ora si venera, o se vi fosse venuto da alcun altro paese, egli è però certo ed indubitato, che colà visse, e morì un Santo di cotal nome, il quale ebbe chiese ed altari non solo in più luoghi della diocesi di Trento, ma in altre diocesi ancora della Germania già da più secoli. Il Conte Romedio de Thunn della linea di Boemia fece verso la metà del secolo XVII. ergere in onore del nostro S. Romedio una chiesa in Praga, e fece pure stampare un grosso libro in lingua latina, ch’io vidi in Vienna, nel quale contiensi un’ampia descrizione del Santuario di S. Romedio nell’Anaunia, e di tutta la giurisdizione di Castelfondo.

Io passerò ora a dire alcuna cosa de’ nostri Castelli, e delle nostre più illustri famiglie dell’Anaunia, e comincierò da quella de’ Conti d’Arsio. Arsio è un villaggio, che diede il nome a tutta la pieve, e poco distante da essa trovasi il Castello Arsio, alla destra del fiume chiamato la Novella, e da essa prese, o le diè il nome la famiglia de’ Conti d’Arsio, che dee riguardarsi come [p. 115 modifica]originaria del nostro paese, e che in esso ebbe sempre la sua sede. V’ha nell’archivio del Castello del Buon Consiglio di Trento un documento, in cui Alberto I. Vescovo di Trento li 9 Luglio 1185 investisce a retto feudo Comitem Odolricum de castro de Arso. I Conti d’Arsio acquistarono poscia molt’altri feudi, e tra questi il Castello Vasio nella pieve di Sarnonico, e conseguirono la carica o dignità di camerieri ereditarj del Principato di Trento. Esiste anche oggidì il Castel d’Arsio, ma esso perdette il suo lustro, dacchè i suoi Conti trasferirono il loro domicilio nella vicina terra d’Arsio, e nel palazzo ivi novellamente rifabbricato, ed un’altra linea de’ Conti d’Arsio fissò il suo soggiorno in un altro suo palazzo nella terra di Revò. Non è qui luogo a parlare degl’insigni uomini, che uscirono in varj tempi da questa nobilissima famiglia; ma io non posso ritenermi dal rendere qui un giusto tributo di lode ad un vivente soggetto della medesima, cioè al nostro Canonico Conte Giuseppe d’Arsio, il quale in ancor verde età ai più rari lumi e talenti accoppia tali virtù, per cui ben degno sarebbe di salire alle più luminose dignità. S’egli non vi salirà forse mai, perchè il vero merito è modesto, nè alcuna cura si prende per farsi conoscere, noi diremo che la vera gloria consiste non in aver ottenuti gli onori, ma in averli meritati.

Sotto la villa di Cagnò si veggono le [p. 116 modifica]vestigia d’un antico castello detto il Castellaccio, che apparteneva ai Signori di Cagnò, de’ quali si trovan memorie dell’undecimo e decimoterzo secolo. Estinta questa famiglia i feudi, ch’ella possedeva, pervennero ai Conti di Thunn.

Poco lontano dal borgo di Cles capo luogo dell’Anaunia, in latino Clesium giace il Castello di Cles posto in eminenza, vasto e grande, con colonne e portici. La famiglia de’ Signori o Baroni di questo nome è pure originaria dell’Anaunia, ed in essa ebbe sempre costantemente in tutti i tempi, come ha anche oggidì, la sua sede. In due documenti cioè l’uno dell’anno 1144 viene rammentato Vitale di Cles, ed in un altro del 1183 seguito avanti il Vescovo di Trento Salomone viene nominato Arpone di Cles. Essi divennero poscia Baroni, e conseguirono la dignità di camerieri ereditarj del Contado del Tirolo. Nel Castello di Cles nacque il celebre Cardinale Bernardo Clesio Vescovo Principe di Trento, che più d’ogni altro illustrò la sua famiglia e la sua patria, e fu uno de’ più grandi personaggi del suo secolo.

Sopra il borgo di Cles v’è il villaggio di Mechel, in cui era un antico castello chiamato Castrum Sancti Hippolyti, che fu smantellato insieme cogli altri due castelli di Tueno, ed Altaguarda nella insurrezione popolare dell’anno 1407. Fiorì ne’ secoli di mezzo e figurò pur molto una famiglia di tal nome, come [p. 117 modifica]da molti antichi documenti rilevasi; ma dopochè ella fu spenta, i di lei feudi furor conferiti ai Baroni o Conti di Firmian. Ad essi apparteneva pure l’odierno Castel Mechel, ed in questo loro castello, il quale figura ha piuttosto di palazzo, solevano essi venire a soggiornare in tempo d’estate; ma dacchè il vendettero, pochi anni sono, ad altra famiglia, il castello e la terra di Mechel vennero a perdere l’antico lor lustro.

Sopra la villa di Nano in qualche eminenza trovasi il castello chiamato Castel Nano, che appartenne a titolo di feudo alla cospicua famiglia Madrucci, finchè estinta questa famiglia nel secolo decimosettimo esso ricadde insieme colle decime, e co’ diritti annessivi all’infeudante Principe Vescovo di Trento. Nella vita del Cardinale Cristoforo Madrucci si legge, che la famiglia Madrucci discesa dai Signori di Tolentino nel Piceno era antichissima Signora di Castel Nano, perchè un ramo di essa essendosi trasportato nel Trentino, e nella Valle di Non erasi radicato nel suddetto Castello di Nano già capitale di Val di Non. Nelle più antiche investiture feudali i Signori di Madruzzo vengono chiamati Domini de Castro Nani et Castro Madrutii, il che dimostra, che prima furono signori di Castel Nano, e poi divennero signori anche di Castel Madruzzo. All’Anaunia dunque appartiene originariamente questa famiglia. È assai verisimile, che questo [p. 118 modifica]castello fosse fabbricato, ov’era l’antico Nauno, del quale abbiamo più volte parlato. Il Cardinale Cristoforo Madrucci Vescovo Principe di Trento lo ristaurò nel secolo decimosesto, e quasi da’ fondamenti lo eresse. Esso è circondato da un bel recinto di muro quadrato, e vi soggiornavano più volte in tempo d’estate e d’autunno i Vescovi Principi di Trento.

Poco distante da Castel Nano giace il Castello Valler, il quale ha una torre di figura ottangolare tutta di pietre massicce. Questo castello ne’ più remoti tempi apparteneva alla famiglia Greifenstein, estinta la quale passò verso l’anno 1320 a titolo di feudo alla famiglia de’ Conti di Spaur. Volkmaro Signore di Burgstall, essendo mancati tra gli anni 1320 e 1330 gli antichi Signori di Spor, ed i Conti di Flavon, ottenne da Enrico Re di Boemia e Conte del Tirolo l’investitura dei Contadi di Spor e di Flavon, di Castel Valler, e d’altri feudi. I discendenti di Volkmaro lasciarono il nome di Burgstall, ed abbandonato tal luogo fissarono il lor domicilio in Val di Non, e presero il nome di Spaur semplicemente, ritenendo il nome di Burgstall per predicato. La famiglia dunque de’ Conti di Spaur, sebbene non sia originaria dell’Anaunia, appartiene però all’Anaunia già da sette e più secoli, ove ebbe sempre, ed ha attualmente la sua sede. Essa è oggidì molto diramata, ed è divisa in più [p. 119 modifica]linee, cioè due in Castel Valler, due in Flavon, una in Spor minore, nei quei luoghi esse abitano costantemente, una nel castello di Mezzolombardo, ed una in Innsbruck. L’anno 1464 furono creati Baroni, indi Conti, e poi Coppieri ereditarj della Contea del Tirolo. L’antico castello di Flavon, che giaceva verso la Valle Trisenga, essendo nel secolo decimosesto caduto in ruina, venne in luogo di esso fabbricato un palazzo nella villa di Flavon. Nella villa di Terres poco distante da Flavon trovasi altro palazzo degli stessi Conti di Spaur rifabbricato a’ nostri giorni dal Conte Enrico, che vi aggiunse un bel giardino.

Non lungi da Denno sopra la sommità d’una collina si ravvisano le vestigia d’un antico castello, che in un documento dell’anno 1212 viene chiamato Castrum Enni. Vi si trova una campagna chiamata Sottocastello ed il castello perì per l’ingiuria de’ tempi.

Nel distretto della stessa pieve di Denno tra Dercolo e Segonzone trovasi il Castel Bellasio ovvero Bellagio, a cui appartengono de’ diritti feudali sopra le contigue campagne, ed ivi risiedevano gli antichi Signori o Baroni di Bellagio. Arnoletto Khuen sposò l’anno 1380 Elisabetta ultima della famiglia Bellasio, e conseguì, e trasmise a’ suoi discendenti questa signorìa o questo feudo. La famiglia dunque o la linea de’ Conti di Kuen Baroni di Bellasio appartiene unicamente all’Anaunia, ove [p. 120 modifica]già da sei secoli ebbe sempre il suo domicilio.

Poco distante dalla villa di Spor si trova l’antico Castello di Spor sopra un monte difeso da una forte torre. Questo Castello non venendo dopo l’anno 1690 più abitato cadde in ruina, nè ora vi resta che la sola torre, ed i Conti Spaur abitano nella villa di Spor maggiore, ove hanno un palazzo, ed in Spor minore, ove hanno pure due palazzi. Dalla famiglia de’ Conti di Spaur diversa è la famiglia de Altspaur, che possiede in Spor maggiore un palazzo di vecchia archittetura con decime, ed altri beni e diritti feudali, famiglia antichissima.

Poco lungi da Spor maggiore giace sopra una rupe il castello oggidì chiamato di Belfort, castello che dovette essere stato considerato come bello e forte per l’artifiziosa sua struttura, per le sue mura, e per la sua torre. Questo castello insieme colla giurisdizione sopra le ville di Andelo, e di Molveno, ch’è l’estremo villaggio dell’Anaunia, e dov’è un palazzo dinastiale, dopo essere stato in varj tempi in potere di vari Signori venne al principio del passato secolo dato in feudo a’ Conti Saracini di Trento. Presso Molveno si trova un lago di tal nome, il qual produce eccellenti pesci di varie sorta, e singolarmente i così detti salmarini.

Dai castelli or nominati, che sono alla destra del fiume Nos, passiamo ora a dire di [p. 121 modifica]quelli, che alla sinistra ritrovansi d’esso fiume. Sopra il borgo di Fondo in qualche altura giace il Castello Malosco, di cui fu investita nel decimosesto secolo insieme con altri beni a titolo di feudo la nobile famiglia Guarienti de Rallo; ma sopra la villa di Malosco scopronsi vestigia di più antica fabbrica, e qui già dai più remoti tempi fioriva la famiglia de’ Signori de Malusco, come attestano molti vecchi documenti, e tra questi un documento dell’anno 1233, ove vien nominato Odoricus de Malusco, ed in altro documento dell’anno 1507 si vede, ch’esisteva ancora questa famiglia, che rimase poi spenta.

Presso la villa di Sarnonico trovasi un castello, che apparteneva ai Signori di Moremberg, ma che essendo rimasta estinta verso la metà del passato secolo quest’antica famiglia passò in retaggio insieme con altri beni ai Signori o Baroni di Cles.

In Vasio piccola villa della pieve di Sarnonico trovasi un castello di tal nome, che ora appartiene ai Conti d’Arsio, ma che più anticamente aveva un particolar Signore; perchè ritrovasi in antichi documenti nominato un Sigismondo de castro Vasii.

Sopra il villaggio di Corredo è situato in un’eminenza il Castel Corredo. In un documento dell’anno 1195 vengono nominati Oluradino e Bertoldo de Corredo; ma sembra che con essi nulla abbia che fare la presente famiglia de’ Baroni o Conti di [p. 122 modifica]Corredo. Nel secolo decimoquinto questo castello non era posseduto da alcun feudatario; ma apparteneva immediatamente a’ Principi Vescovi di Trento, constando da un documento dell’anno 1478, che il Principe Vescovo Giovanni Hinderbachio Castrum Corredi per Antecessorem suum constructum in multis refecit, ed in altro anterior documento dell’anno 1476 si legge, che il detto Principe vi nominò un Capitano per risedervi e rendere al popolo giustizia in suo nome. Solo in un documento dei 24 Novembre 1507 si legge, che il Principe Vescovo Giorgio di Naydegk investì di questo castello Giorgio di Corredo. I Signori di questa famiglia ebbero diverse ragguardevoli cariche in Germania, innalzati altri al grado di Baroni, ed altri a quello di Conti. In questo castello, ch’è in una situazione assai aggradevole nella state, va a passarvi questa stagione il presente Conte di Corredo, e così solean pur fare molti de’ suoi maggiori.

Tra le ville di Corredo e di Tajo, ma più vicino a Tajo giace il Castello Brughiero, castello grande con torri appartenente ai Conti di Thunn. Questo castello esisteva già nel secolo decimo quarto; perchè da un documento dei 9 Novembre 1363 consta, che Alberto II. Vescovo di Trento diede l’investitura feudale Nobili viro ser Petro de Castro Thoni quondam Nobilis viri Domini Simonis tra gli altri molti castelli anche del Castello Brughiero data in Trento ex Castro Boni Consilii.

[p. 123 modifica]Sopra tutti i castelli della Val di Non fin qui nominati primeggia il Castel Thunn situato in un colle eminente sopra la villa di Vigo, cinto di grossa muraglia con torri e fortini. Questo castello, che ha un aspetto magnifico, è stato a’ nostri giorni ancor maggiormente abbellito per ordine e cura del Conte Tommaso di Thunn fu Vescovo e Principe di Passavia. Esso aveva diciotto cannoni, de’ quali facevasi sentire il rimbombo in occasione di qualche fausto avvenimento della famiglia, ma che sul finire del passato secolo furono condotti via da’ Francesi.

In un’eminenza sopra la Rocchetta vedesi un’antica torre chiamata Castel Visione, e nel monte chiamato di S. Pietro era l’antico castello di tal nome appartenente pure ai Conti di Thunn. I Signori di Thonno furono investiti di questo castello già nell’anno 1194, come consta dall’investitura feudale di Conrado Vescovo di Trento conceduta ad Albertino e Manfredino di Thonno, e ad Ottolino figlio di Marsilio. Onde abbia preso il cognome di Thonno questa cospicua famiglia, non consta, e solo sappiamo, che ne’ più antichi documenti la pieve ora detta di Vigo viene nominata pieve di Thonno, ed i Parrochi di Vigo Plebani de Thonno. Nell’anno 1592 la suddetta famiglia si divise in più linee, cioè in quella di Castel Thunn, ed in quella di Castel Brughiero, dalla quale poi uscirono i Conti Thunn di Boemia, che [p. 124 modifica]posseggono in quel Regno diverse grandiose Signorìe, e nel Trentino il Castel di Mattarello, e Castel Maretsch in Bolgiano, ed il palazzo detto Gallasso nella città di Trento. Dalla linea di Castel Brughiero uscì poi anche la linea de’ Conti di Thunn di Castel Caldès.

Presso la villa d’Osana in Val di Sole trovasi un antico castello di tal nome, il quale ne’ secoli decimoquarto e decimoquinto veniva posseduto a titolo di feudo dalla famiglia de’ Signori de Fedricis venuti colà da Val Camonica.

Presso il villaggio di Caldès in Val di Sole v’è il castello di Caldès, in latino Castrum Caldesii, che apparteneva alla famiglia nobilissima de’ Signori di Caldès, la quale s’estinse l’anno 1579. L’ultima di questa famiglia essendosi congiunta in matrimonio con un conte di Thunn della linea di Castel Brughiero, in questa passò il castello e tutto il retaggio dell’estinta famiglia de’ Signori di Kaldès.

V’hanno pure nell’Anaunia alcuni altri castelli di minor conto, ch’io passo sotto silenzio, e nel parlare di quelli, che ho nominati, io ho seguito, e compendiato ciò che ne ha scritto il nostro storico Maffei.

Tra le cospicue famiglie dell’Anaunia convien pure annoverare le seguenti:

I. La famiglia ora spenta de’ Baroni di Pezzen, che fioriva nel secolo decimoquimo, e che fabbricò in Croviana un bel palazzo, [p. 125 modifica]che ora appartiene a’ Conti Thunn di Castel Brughiero. Di questa famiglia era Bartolommeo Barone di Pezzen, che fu Internunzio cesareo pel corso di diciotto anni in Costantinopoli, e che maneggiò la pace tra il Sultano Amurat, e l’Imperatore Rodolfo II.

II. La famiglia de’ Signori o Cavalieri Filippini di Thonno diversa dal quella de’ Conti di Thunn, ma antichissima essa pure, la quale veniva investita dalla Curia feudale di Trento de’ feudi Sunech e Gianara; ma non era punto compresa nelle investiture feudali de’ Conti di Thunn. Essa aveva un palazzo in Vigo, ed essendo rimasta estinta dopo la metà dello scorso secolo, tanto il palazzo di Vigo, quanto i feudi di Sunech e Gianara passarono a titolo di compra ne’ Conti di Thunn di Castel Thunn.

III. La famiglia de’ Signori o Baroni di Molar, della quale trovasi menzione in molti antichi documenti. Nel solenne Torneo celebrato in Trento, l’anno 1648 al palazzo delle albere, mentre vi si trovava l’Imperatore Ferdinando IV., tra i molti distinti personaggi, che dopo due Arciduchi corsero la giostra, nominati distintamente dal Mariani, si vi leggono il Conte d’Arsio, il Barone di Molar, il Barone di Waelschherg, il Barone di Firmian. Nella villa di Molaro esiste tuttora un vecchio palazzo, ma ora deturpato, e malconcio, perchè passato in dominio di rustiche famiglie.

[p. 126 modifica]Se rimasero estinte le antiche famiglie de’ Signori di Sporo, de’ Conti di Flavon, de’ Baroni di Bellagio, de’ Signori di Cagnò, di Caldès, dei Signori di Malusco, de Moremberg, di S. Ippolito, e molte altre, non sono già estinte, ma fioriscono tuttavia, e conservano il loro antico lustro, e spettano all’Anaunia, ove ebber sempre la loro sede, le famiglie de’ Conti d’Arsio, de’ Baroni di Cles, de’ Conti di Spaur, de’ Conti di Khuen Baroni di Bellagio, e de’ Conti di Thunn. Appartengono dunque all’Anaunia tutti gli uomini illustri, e sono pur molti, che uscirono in varj tempi dalle nominate famiglie. Io parlerò particolarmente d’un solo di essi, ch’è anche di tutti il più antico, cioè del Cardinale Ugone Candido. Ugone Candido Cardinale, che fiorì nel secolo undecimo, fu uno de’ personaggi più famosi di quel tempo, e mal fu preteso che fosse francese; poich’egli fu indubitatamente suddito dell’Impero germanico, avendo sempre seguito il partito degl’Imperatori negli scismi della Chiesa nati in quel secolo, come dimostra l’autore anonimo della sua vita manuscritta, ch’io ho innanzi agli occhi Cæterum quo genere, dic’egli, Hugo Tridentinus, quibusve parentibus ortus sit, haud liquet, nec statui posse credo in temporibus tam antiquis, ubi plerumque exigua, aut nulla habebatur genealogiarum cura; ea enim ætate cognomina vix in usu erant.... Si licet opinari, Hugonem [p. 127 modifica]Candidum ex antiquissimis Nobilibus de Caldesio apud Naunes ortum facio; siquidem insignia gentilitia, quæ exhibet Augustinus Alduinus in Additionibus ad Ciaconium, non multum differunt a stemmate Nobilium de Caldesio, et forsan filius fuit Parcifalis de Caldesio, et Himmeltridis de Arsio, qui vixere circa annum 1007. Dictus autem est Hugo cognomento Candidus, sive Albus a miro candore, quo ejus facies insignis erat. Ingenium ei præstantissimum fuit, cujus fama tanta passim celebritate percrebuit. Egli fu adoperato in importantissimi affari, e sostenne amplissime legazioni, delle quali parla ampiamente l’accennato autore della sua vita. Del Cardinal Candido parla pure in varj luoghi il Muratori negli Annali d’Italia.

Io non farò parola dei tre Cardinali nè degli altri uomini illustri, che uscirono dalla famiglia Madrucci; perchè sebbene questa fosse originaria dell’Anaunia, abbandonato il soggiorno di Castel Nano stabilita aveva la sua sede nel Castel Madruzzo. Nè possiam dire, che appartengano assolutamente all’Anaunia il Cardinal Guidobaldo de Thunn Arcivescovo di Salisburgo, e Gian Ernesto suo fratello Arcivescovo pure di Salisburgo; perchè il loro padre partito dall’Anaunia aveva già trasferito il suo domicilio in Boemia. All’Anaunia però appartengono tutti quegli altri, che uscirono prima e dopo dalla famiglia dei Conti di Thunn; perchè in essa ebber sempre [p. 128 modifica]l’ordinaria lor sede, e tutti quelli che uscirono dalle famiglie de’ Conti d’Arsio, dei Baroni di Cles, de’ Conti di Spaur, de’ Conti di Khuen Baroni di Bellagio, de’ quali fa distinta menzione il nostro storico Maffei, e tra i quali altri salirono alle supreme dignità di Presidenti o Gran Capitani dell’Austria superiore, d’Ambasciatori o Oratori Cesarei, altri di Maggiordomi maggiori, di Gran Ciambellani, di Commendatori dell’Ordine Teutonico, di Gran Croci, di Marescialli, di Cavalieri del Toson d’oro, di Cardinali, di Arcivescovi di Salisburgo, di Vescovi Principi di Passavia, di Trento e di Bressanone, di Basilea ed altri. La sola famiglia de’ Conti di Thunn diede in diversi tempi quattro Vescovi Principi a Trento, e quattro pur ne diede a Passavia.

Tutte le famiglie, delle quali abbiam favellato, sono famiglie di primo rango, e della più cospicua ed antica nobiltà; ma v’ha pure nell’Anaunia un gran numero di famiglie nobili di secondo ordine, innalzate alla nobiltà ne’ posteriori secoli decimoquinto e decimosesto, dalle quali pure uscirono in varj tempi soggetti più o meno ragguardevoli per onori ecclesiastici, militari, e civili, che troppo lungo sarebbe l’annoverare.

All’Anaunia originariamente appartiene pure la famiglia de’ Conti Alberti di Enno, la quale nel secolo decimosesto trasferì da Denno il suo domicilio in Pergine, e poi da [p. 129 modifica]Pergine in Trento, e diede ad esso due Vescovi Principi, cioè Vittorio, e Francesco Felice Alberti di Enno, e produsse più altri insigni ed esimj soggetti; come appartiene pure la famiglia de’ Conti Migazzi, che aveva la sua sede in Cogolo nella pieve d’Osana, e che nel secolo decimosettimo portossi ad abitare in Trento conservando però sempre fino a’ nostri giorni l’avita sua casa in Cogolo, e solo verso il fine del passato secolo il Cardinal Migazzi Arcivescovo di Vienna alienò tutti i beni, che la sua famiglia possedeva nel Trentino, avendola stabilita in Vienna coll’acquisto d’altre possessioni nell’Austria, e nell’Ungheria.

Noi diremo ora pure alcuna cosa degli scrittori e degli uomini di lettere, che produsse l’Anaunia. Antonio Quetta, la cui famiglia diede o prese il nome dalla piccola terra di Quetta, ch’è poco lungi da Denno, fu Cancelliere e primo Ministro in Trento del Cardinale Bernardo Clesio. Diede egli alla luce un volume in foglio di consultazioni legali col titolo di Antonii Quettæ Consilia centum stampato in Venezia.

Giacomo Aconcio d’Osana l’anno 1548 venne ad abitare in Trento, e fu ascritto al Collegio de’ Dottori o Notai di quella città. Egli abbracciò le opinioni de’ novatori di quel tempo in materia di religione, ed abbandonata la patria si recò in Inghilterra, ove fu graziosamente accolto dalla celebre Regina Elisabetta, alla quale dedicò un suo libro [p. 130 modifica]intolato Stratagematum Satanæ in religionis negotio. Jacopo Aconcio pubblicò pure colle stampe in Basilea un altro suo libro l’anno 1558 col titolo De recta investigandarum, tradendarumque scientiarum ratione. L’anno 1562 altro libro pubblicò l’Aconcio in Londra col titolo Epistola ad Joannem Wolfium Tigurinum de ratione edendorum librorum, nel quale egli si dice uomo, che bona vitæ parte inter Bartoli, Baldi, et ejus farinæ hominum sordes consumpta .... sero admodum ad politiores musas accessit. Egli scrisse ancora un libro De Dialectica, del quale parlasi con distinte lodi dal chiarissimo Tiraboschi nella Storia della letteratura italiana, ove favellando del secolo decimosesto, e dei progressi, che fece in esso la filosofia, la logica, dic’egli, ebbe in Giacomo Aconcio Trentino il migliore autore, che con molto elegante precisione e chiarezza insegnò una nuova maniera di schierare le idee nella nostra mente, e di guidare a retti giudizj l’intelletto umano. Della famiglia Conci ovvero Aconci d’Osana si fa menzione in molti antichi documenti, e particolarmente in un documento dell’anno 1479 si nomina Ser Jacobus Aconcius de Osana, in altro del 1490 si nomina providus vir Ser Jacobus Concius de Volsana Vallis Solis. A questa famiglia Conci o Aconci di Osana appartiene l’Iscrizione, che leggesi nella chiesa parrocchiale di S. Pietro in Trento, e di cui fanno [p. 131 modifica]pure menzione i PP. Bollandisti parlando del Beato Simone Innocente. In Ecclesia Tridentina S. Petri, dicon essi, est Imago argentea Sancti Simonis Innocentis et Martyris Tridentini ab impiis Judæis anno 1475 interempti cum hac inscriptione: VOTUM JACOBI CONCII DE VOLSANA VALLIS SOLIS PRO FILIO SUO JOANNE HIERONYIMO, QUI PER MERITA BEATI SIMONIS BINA VICE A MORTE REVIXIT 1479.

Cristoforo Busetti di S. Zeno fiorì nello stesso secolo decimosesto. Nella Biblioteca civica di Roveredo il Cavalier Carlo Rosmini ritrovò un Canzoniere manuscritto di questo Cristoforo Busetti, ch’egli giudicò degno d’essere illustrato dalla sua penna. Cristoforo Busetti erasi innamorato ancor giovane d’una donzella d’illustre lignaggio, e superiore alla condizion sua sebbene nobile, cioè d’una Signora de’ Conti d’Arsio, come rilevasi dalle sue rime, nelle quali parla sovente e del Castel d’Arsio, ove dimorava quella, ch’era l’oggetto de’ suoi amori, e del fiume Novella, che scorre presso il detto castello. Egli la ottenne poscia anche in moglie, ed avendola dopo alcun tempo perduta in sul fior degli anni la celebrò e la pianse morta con altre sue rime. Il Cavalier Rosmini giudicò questo Canzoniere [ed egli è un giudice ben competente] non meritevole di giacere sepolto nell’obblivione, come giacque finora, ma [p. 132 modifica]degno di vedere la pubblica luce; poichè malgrado d’alcuni difetti il Busetti, dic’egli, mostra ingegno pronto, vena spontanea, e fecondissima, e fu poeta degno dell’aureo secolo, in cui visse. Egli fu Consigliere dell’Arciduca Carlo d’Austria Conte del Tirolo, come apparisce dal testamento di Matteo Busetti suo padre fatto l’anno 1569, nel quale egli instituisce suoi eredi universali Magnificum et Clarissimum Jurium Doctorem Dominum Christophorum ejus filium legitimum et naturalem Consiliarium Serenissimi Principis Caroli Austriaci, ac Nobilem Dominum Joannem Michaelem ejus filium æqualibus portionibus. Leggasi su tutto questo l’opuscolo impresso in Pavia l’anno 1792 col seguente titolo: Ragionamento di Carlo Rosmini Cavaliere del S. R. I. per servire d’introduzione all’Opera da lui meditata degli Scrittori Trentini e Roveretani, con un Saggio della medesima. Ma la nostra patria ben ha ragione di dolersi, che il valoroso autore non abbia poi recato ad effetto questo suo nobile divisamento, e che ito in Milano ad altre storie abbia rivolti i suoi studj.

Il Conte Mazzuchelli nella sua celebre opera degli Scrittori d’Italia all’articolo Busetti parla d’un altro Busetti per nome Girolamo, il quale, com’egli dice, ha Poesie dietro all’Orazione funebre in morte del Cardinal Lodovico Madrucci, composta da Nicolò Inamio, e stampata in Trento l’anno 1600.

[p. 133 modifica]Nicolò Inama, del quale parla il Conte Mazzucchelli, era della nobile famiglia Inama di Fondo, egregio oratore e poeta, che congiunto era in istretta amicizia col mentovato Cristoforo Busetti, e che a questo, mentre era ammalato, scrisse un’affettuosa e dolce latina elegia.

Tuttochè non appartenga all’Anaunia, nè possa annoverarsi fra i nostri scrittori il celebre Pier Andrea Mattioli, che fu uno de’ più illustri scrittori del secolo decimosesto, io non posso qui tacere ciò che leggo scritto di lui nella Storia della letteratura italiana5. Passò egli, dicesi in essa, da Roma alla Corte del Cardinale Bernardo Clesio Vescovo Principe di Trento, ed ei visse per quattordici anni nella Valle Anaunia. Il Mattioli medesimo rammenta il suo soggiorno nella nostra Valle nella lettera dedicatoria della edizione del suo Dioscoride del 1549 al Cardinale Cristoforo Madrucci: Al che non poco, dic’egli, mi ha favorito il Cielo per avermi dato lungamente in abitazione la floridissima Valle Anaunia nel distretto di Trento. La stessa notizia si legge pure nell’opera del Conte Corniani intitolata: I secoli della letteratura italiana6. Pier Andrea Mattioli, dic’egli, nacque in Siena l’anno 1501. Rivolse il felice suo ingegno all’arte medica, [p. 134 modifica]ed in essa acquistò tanta fama, che, giunta all’orecchio del cardinale Bernardo Clesio Vescovo e Principe di Trento lo indusse ad invitarlo alla sua corte. Il Mattioli però ivi si trattenne per poco. Troppo era in lui vivo il trasporto per un soggiorno campestre a fine di poter disaminare a suo agio qualunque sorta di vegetabili. Quindi coll’assenso del Cardinale ei si portò a dimorar per più anni nella non lontana valle d’Anaunia, ove fu il curator non sol degl’infermi, ma eziandio il benefattore ed il padre di quelle popolazioni, le quali lo amarono teneramente, e sinceramente lo piansero, quando da loro si dipartì. I suoi Commentarj sopra Dioscoride furono tradotti, dice il citato autore, in quasi tutte le lingue d’Europa, la quale non ebbe che una lingua per collocare quest’opera tra i più pregevoli parti dell’umano ingegno.

In un libro, che porta il titolo ben improprio di Biblioteca tirolese di Jacopo Tartarotti, e da Domenico Todeschini Prete Perginese di giunte e note molto accresciuta stampato in Venezia l’anno 1777 io leggo citati in gran numeroi i nomi di varj scrittori Anauniensi, ma che io non oserei porre nel numero d’uomini di lettere, e di scrittori, i quali abbian diritto d’esser tramandati alla memoria de’ posteri. D’un solo di essi parmi, che far si possa menzione, cioè del Padre Giovenale Cappuccino. Egli ebbe i suoi natali [p. 135 modifica]nel villaggio di Brez li 25 Marzo 1635 da Ruffino Ruffini Cancelliere della giurisdizione di Castefondo, e morì in Innsbruck li 18 Aprile 1713. Fu quattro volte Provinciale, Custode al generale Capitolo, Definitor di tutto l’Ordine, e Visitator generale nelle Fiandre. Scrisse molte opere in lingua tedesca e latina, e particolarmente teologiche tra le quali una, che ha per titolo: Immediatum Christi crucifixi internum magisterium per admodum R. P. Juvenalem Anauniensem ... cui subnecit Appendicem ad Atheniensem incredulum, et ad impium Saducæum de resurrectione vel immortalitate animæ. Augustæ Vindelicorum typis Simonis Utschnerderin anno 1686 in 4°. Egli scrisse pur altra opera intitolata Necessaria defensio contra librum Joannis Scheibleri Prædicantis in Hassia nitentis evertere miraculorum veritatem. Augustæ Vindelicorum in 4° 1684.

Anche le belle arti non furono punto straniere all’Anaunia. Nel secolo decimosettimo fiorì il Barone di Strudel nativo di Cles, insigne scultore, che si segnalò con diverse sue opere innalzate in Vienna sotto l’Imperatore Leopoldo I., dal quale fu decorato col grado di Barone.

E merita qui pure d’essere nominato l’egregio pittore Lampi, che fiorisce a’ nostri giorni, nativo di Romeno, e che dimora in Vienna socio o membro della Imperial Regia Accademia delle belle arti di quella capitale.

[p. 136 modifica]Tra gli scrittori della Naunia che fiorirono nel secolo decimottavo, ben merita che si parli di Giuseppe Maria de’ Conti Thunn Vescovo di Gurck, e poi Vescovo Principe di Passavia. Nacque egli li 24 Maggio 1713 in Castel Brughiero da Giuseppe Conte di Thunn, e da Margherita Contessa di Thunn di Castel Thunn. Egli fu eletto in età assai giovane dall’Imperatore Carlo VI. Uditore della Ruota Romana per la nazione alemanna. Dopo la morte dell’Imperatore fu da Maria Teresa nominato suo ministro plenipotenziario presso la Corte di Roma. Fu poi dalla stessa Maria Teresa nominato Vescovo Principe di Gurck, e fu consacrato dallo stesso Pontefice Benedetto XIV. in Roma colla dispenza dell’età; poich’egli compiuti non aveva ancora trent’anni. Egli si acquistò in Roma la stima di tutti i dotti uomini pei suoi talenti e pel suo sapere. Venuto l’anno 1744 al governo della sua diocesi di Gurck egli vi dispiegò costantemente tutte le virtù più degne d’un vescovo. La risposta o l’apologia, ch’egli pubblicò colle stampe contro alcuni scrittori protestanti, che avevano censurata una sua lettera pastorale stampata in occasione del Giubileo, e l’edizione, ch’egli fece in tedesco della S. Scrittura corredata delle sue osservazioni, il fecero riguardare universalmente come il più dotto Vescovo della Germania. L’anno 1762 fu eletto Vescovo Principe di Passavia, e l’anno seguente morì in un villaggio, mentre visitava [p. 137 modifica]la sua diocesi, nell’età di soli anni quarantanove assalito da una infiammazione, che in pochi giorni il trasse a morte. Giuseppe Maria succedette in Passavia al Cardinale de Lamberg, ed a lui succedette Leopoldo de’ Conti Firmian Vescovo di Secovia, che fu Coadiutore in Trento, e che divenne poi Cardinale, come Cardinale pure divenuto sarebbe Giuseppe Maria, se non fosse stato da sì immatura morte rapito.

Nè qui vuolsi tacere il nome d’un degno Parroco, qual fu Pietro Antonio Guardi nativo di Almazzago in Val di Sole, Parroco di Vigo. Egli rese pubblico colle stampe tra le altre cose un eccellente libro intitolato De’ peccati occulti, del quale fece un ampio elogio il celebre Lami autore delle Novelle letterarie di Firenze, chiudendo l’articolo, che lo riguarda, con queste parole: Questo pio e dotto Parroco ha renduto alla Diocesi di Trento l’onore, che le aveva tolto il Parroco di Cloz. Il Parroco di Cloz aveva poco prima pubblicato un libro, in cui non poche proposizioni leggevansi erronee e false, ed anche ereticali. Costui era bensì sgraziatamente Parroco in Val di Non, ma non era di Val di Non.

Non si vuol nè pure tacere il nome del Sacerdote Giambattista Albertini nato in Rivo piccola terra della pieve d’Arsio li 5 Ottobre 1742, e morto in Brez l’anno 1820. Egli fu pubblico Professore di Filosofia nell’Imp. [p. 138 modifica]Reg. Università d’Innsbruck, e fu poi promosso all'importante carica di Rettore del Seminario generale eretto in quella città dall’augustissimo Imperatore Giuseppe II., carica che continuò a coprire fino alla soppressione di quell’Istituto. Egli pubblicò colle stampe le seguenti Dissertazioni: 1. Dissertatio de conscientia dubia. OEniponti 1775 in 8.°, 2. Dissertatio de natura animæ humanæ. OEniponti 1778 in 8.°, 3. Dissertatio de miraculis. OEniponti 1779 in 8.° Alla dottrina ed al sapere egli accoppiava un eccellente carattere, ed uno zelo instancabile per l’istruzione e l’ammaestramento della studiosa gioventù alle sue cure affidata.

Oltre a questi scrittori, le di cui opere ebbero per oggetto argomenti sacri o teologici, l’Anaunia due insigni scrittori produsse pure in questo secolo, che d’altre materie trattarono.

Carlo Antonio Pilati celebre giureconsulto nacque in Tassullo li 29 Dicembre 1733. Egli coprì per più anni con applauso la cattedra di Diritto civile in Trento, e pubblicò l’anno 1767 un libro intitolato Riforma d’Italia stampato in Coira colla data di Villafranca, per cui dovette abbandonar la cattedra in Trento, ed andar esule dalla patria per più anni. Egli viaggiò lungamente in Germania, nelle Fiandre, in Olanda, ed in Italia, e pubblicò varie opere di diverso genere in latino, in italiano, ed in francese, [p. 139 modifica]ma la più parte anonime. Io non dissimulerò che il suo libro della Riforma d’Italia fece bensì qualche strepito, allorchè comparve alla luce, ma non ottenne in alcuna guisa il suffragio de’ dotti, tra i quali il Padre Contini autore delle Riflessioni sulla Bolla in Cœna Domini, quantunque fosse ben lungi dall’esser addetto alla Corte di Roma, chiamò il Pilati il fanatico autore della Riforma d’Italia, e fece vedere, che tutto ciò ch’egli aveva detto in questo suo libro non meno che in un altro a lui attribuito intitolato Riflessioni d’un Italiano sopra la chiesa.... ei l’aveva tratto da tre scrittori protestanti, che il Padre Contini nomina pur distintamente. Io non dissimulerò ancora, che il Pilati nelle sue opere seguiva talvolta più il fuoco ed il calore della sua fantasìa che un sodo e posato giudizio, ed esse dimostran pure, che l’autore non curavasi punto di limarle, e ripulirle; ma lasciavale uscire alla luce tali quali nel primo calore del comporre erangli scorse dalla penna. Egli compose eziandio molte scritture legali in cause civili, tutte scritte frettolosamente, e con istile acre e focoso, delle quali solo alcune poche videro la luce; ma ad onta di tutto questo ognuno dovrà confessare sempre, che traluce nelle sue opere un eccellente ingegno non meno che un esimio e vasto sapere. Egli morì in Tassullo li 19 Ottobre 1802 nell’età d’anni sessantanove.

[p. 140 modifica]Ma ornamento non tanto dell’Anaunia sua patria, quanto dell’austriaca Monarchia fu il Presidente Baron de Martini nato in Revò li 15 Agosto 1726. Dopo aver compiti i suoi studj nell’Università d’Innsbruck portatosi in Vienna egli vi ottenne l’anno 1754 la cattedra di Professore pubblico di Diritto naturale in quella Università. Egli occupò per più anni questa cattedra, e fu uno de’ membri, che componevano in Vienna la commissione aulica degli studj. Egli spiegò il diritto al Reale Arciduca Leopoldo, che fu poi Imperatore, ed agli altri Reali Arciduchi. Nell’anno 1764 l’Augusta Maria Teresa il nominò suo Consigliere aulico nel supremo Tribunale di giustizia. L’anno 1774, passò collo stesso carattere di Consigliere aulico alla suprema Cancelleria aulica d’Austria e Boemia. Dopo la morte di Maria Teresa egli fu dall’Imperatore Giuseppe II. nominato suo Consigliere di Stato negli affari interni, promosso al grado di Barone del Sacro Romano Impero, e decorato colla croce dell’Ordine di S. Stefano. L’anno 1785 fu dallo stesso Imperatore Giuseppe II. innalzato al grado di Consigliere intimo attuale di Stato, portante il titolo di Eccellenza, e fu spedito come Commissario aulico in Milano ad introdurre nella Lombardia austriaca il nuovo codice giudiziario nelle cause civili, e ad organizzare i nuovi tribunali, che vi furono eretti. Egli fu spedito poscia nella stessa [p. 141 modifica]qualità di Commissario aulico in Brusselles a fine d’introdurre egualmente ne’ Paesi Bassi il nuovo codice giudiziario, ma che egli non potè introdurvi per l’insurrezione, che tosto dopo il suo arrivo scoppiò in quelle provincie. Sotto il breve governo dell’Imperatore Leopoldo II. egli godette di tutto il favore e confidenza di questo Monarca. Dopo la morte di Leopoldo egli fu promosso dal suo successore Francesco II. all’eminente carica di Presidente del supremo Consiglio di giustizia in Vienna, e nello stesso tempo a quella non meno importante di Presidente della Commissione aulica legislativa, la quale diede poi in luce il nuovo codice di leggi civili per le due Gallizie, pubblicato con sovrano editto li 15 Febbrajo 1797. Egli morì in Vienna carico di meriti e d’onori li 7 Agosto 1800 in età d’anni settantaquattro. Mentre era Professore, ei compose, e pubblicò colle stampe le seguenti opere: I. Ordo historiæ juris civilis in usum auditorum Vindobonensium, in cui ristrinse in breve compendio tutta la storia della giurisprudenza romana distribuita nelle differenti sue epoche, con eccellente ordine e metodo, e con elegante stile latino. II. Positiones juris naturæ et gentium. III. Exercitationes sex de lege naturali. IV. De jure civitatis, ossia del Diritto pubblico universale. In tutte queste opere risplendono l’ingegno, la dottrina, ed il saper dell’autore. S’egli non ha scoperta alcuna nuova [p. 142 modifica]verità, nè recato alcun nuovo pensamento onde estendere o migliorare la scienza, si vede però, ch’egli ha attinte le sue dottrine ai più puri fonti, e che al sapere accoppiava il più sodo giudizio, ed il più fino discernimento; ed ognuno dee nelle sue opere riconoscere l’uomo solidamente dotto, e ben degno dei luminosi posti, ai quali è salito.

Nell’Anaunia fiorì singolarmente la giurisprudenza, e da essa uscirono in varj tempi insigni giureconsulti. Nella serie de’ Pretori di Roveredo pubblicata dal ch. Abate Tartarotti nelle sue Memorie antiche di Rovereto pag. 95 tra i molti, che solevano esser chiamati a quella carica dalle varie città d’Italia, si veggono nominati i seguenti, che vi vennero chiamati dall’Anaunia, cioè l’anno 1536 Simon Guarienti de Rallo — l’anno 1543 Gio. Giacomo Malanotti di Val di Sole — l’anno 1558 Bernardino Malanotti — l’anno 1563 Girolamo Pilati di Tassullo — l’anno 1570 Girolamo Pilati — l’anno 1575 Girolamo Pilati — l’anno 1593 Cristoforo Campi di Cles — l’anno 1637 Lorenzo Torresani di Cles. Nel secolo decimosettimo fioriron pure un Moggio di Cles, ed un Cristoforo Busetti di S. Zeno, che fu Consiglier aulico in Trento; e in maggior copia vi fioriron nel secolo decimottavo, e tra questi Gian Nicolò Cristani di Rallo, Gian Francesco Barbacovi di Tajo mio avo, e Carlo Torresani di Cles, dei quali si hanno pure dei consulti in [p. 143 modifica]istampa, Antonio Malanotti di Samoclevo, Cristoforo Concini di Casez, Gian Andrea Giuliani di Nano, Francesc’Antonio Vigilio Barone Cristani figlio di Gian Nicolò, il quale fu Consiglier aulico in Trento, e che per la gravità de’ costumi e pel suo profondo sapere sarebbe stato degno di sedere in qualunque maggior senato, e molt’altri pure distinti giureconsulti, che coprirono le più importanti cariche di giudici in varj luoghi del Principato di Trento. Girolamo Cristani nell’anno 1730 divenne gran Cancelliere dell’Arcivescovo Principe di Salisburgo, nè vuolsi qui tacere il nome di Gian Nicolò Cristani figlio di Francesc’Antonio Vigilio, che pel suo sapere fu chiamato al posto di Consigliere Imperial Regio in Milano, e vi morì nella verde età d’anni quarantacinque.

L’Anaunia contava tra suoi figli nel passato secolo viventi ad un tempo stesso otto Professori pubblici in varie città, tra i quali merita esser distintamente nominato Gian Michele de Menghini morto l’anno 1789, che fu Professor pubblico di medicina nell’Università d’Innsbruck, Protomedico del Tirolo, e che pubblicò diverse dissertazioni mediche. Ella contava pure nel passato secolo oltre il Presidente Baron de Martini otto de’ suoi figli Consiglieri in varj Dicasterj, e tra questi tre Consiglieri aulici in Vienna. L’Anaunia conta anche oggidì otto Consiglieri Imperiali Regj in varj tribunali, tra i quali tre sono innalzati [p. 144 modifica]alla carica di Consiglieri aulici, e de’ quali uno è il Sig. Filippo Neri Maffei, ch’io nomino particolarmente honoris causa non per l’amicizia, di cui egli m’onora, ma perchè ben egli merita particolar menzione, atteso l’esimio ingegno e sapere, di cui va adorno.

Io pongo qui fine a quelle poche notizie storiche, che mi venne fatto di raccogliere intorno all’Anaunia, della quale sebbene alpestre in alcuni luoghi ben a ragione può dirsi

Terra aspra, ma prodi uomini produce.

Io le ho distese non tanto ad onore della mia patria, ch’io amo più che da Ulisse amata non era la sua Itaca, quanto per ispirare a’ giovani miei compatrioti quella stima ed amore, che giustamente aver deggiono per un paese, di cui possono recarsi a pregio d’essere figli, e per ispirar loro altresì una nobile emulazione, ed un’ardente brama d’imitare quei valenti uomini, che co’ loro talenti e virtù resero chiaro il loro nome. Più copioso sarà nella seconda parte delle mie Memorie il catalogo degli uomini celebri, ai quali la città di Trento diede i natali, o che nelle altre parti nacquero del suo territorio, i quali pure non meno che quelli della Naunia Trentini debbon chiamarsi, come Veronesi chiamansi, Bresciani, Milanesi tutti gl’insigni uomini, che sebbene non videro la luce entro le mura di quelle città, nati sono [p. 145 modifica]ne’ lor territorj, e de’ quali esse si fanno pregio non men che de’ primi. Nè solo farò cenno dei personaggi illustri, che decorati furono delle più eminenti cariche e dignità civili, ecclesiastiche e militari ma di quegli ancora, che colle lor opere scientifiche o letterarie salirono ad un più o men alto grado di gloria, i di cui nomi giustamente meritano di vivere nella memoria de’ posteri.

  1. Memorie storiche di Trento.
  2. Lib. III. cap. 20.
  3. Lib. IV.
  4. Apologia delle Memorie antiche di Rovereto pag. 315 e segg.
  5. Tom. VII. part. II. lib. II. cap. III. §. II.
  6. Vol. VI. pag. 5 e segg.