Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo IV/Libro II/Capo V

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Capo V – Giurisprudenza ecclesiastica

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Capo V.

Giurisprudenza ecclesiastica.

I. La Raccolta de’ Canoni compilata già da Graziano, benchè non avesse avuta espressa [p. 428 modifica]4a8 LIBRO approvazione dai romani pontefici, regnava nondimeno da molti anni nel foro ecclesiastico; e gli studiosi del diritto canonico, abbandonate le altre anteriori Raccolte, in essa quasi unicamente occupavano il loro ingegno e le lor fatiche. Professori del Decreto appellavansi quelli che nelle scuole l’interpretavano; e come il corpo delle leggi civili aveva di questi tempi moltissimi interpreti che scrivevan chiose e comenti ad illustrarle, così aveane ugualmente il Decreto di Graziano. Ma frattanto i romani pontefici diverse altre leggi secondo le diverse occasioni andavano pubblicando, e conveniva perciò che esse ancora si raccogliessero e si ordinassero. Non pochi furono quelli che al fin del secolo XII, e al principio del XIII in ciò si occuparono, finchè Gregorio IX ne formò quel corpo più regolare e più ordinato che ancora abbiamo. Di queste diverse Raccolte e de’ loro autori ragion vuole che qui parliamo prima d’ogni altra cosa. Essi per lo più appartengono, almeno in qualche maniera, alla università di Bologna, e perciò il diligentissimo P. Sarti ne ha esattamente trattato; e io godo di poter seguire qui ancora le tracce di sì valoroso scrittore, dal cui parere assai di raro mi avviene di dovermi scostare. II. Bernardo, pavese di patria, fu il primo che si accingesse a tal opera. Alcuni gli danno il cognome di Circa, altri quello di Balbo; ma il P. Sarti dimostra (pars 1, p. 3t)2) che non v’ha pruova nè dell’un nè dell’altro, e che ne’ codici antichi egli con altro nome non è chiamato che di Bernardo proposto di Pavia, [p. 429 modifica]SECONDO 439 perchè tal dignità avea egli nella chiesa della sua patria, quando diede alla luce la sua Raccolta. Egli visse, prima che fosse innalzato al vescovado, parte in Roma e parte in Bologna, come coll’autorità del Diplovatacio pruova lo stesso autore. Bernardo adunque veggendo che molti Canoni de’ Concilii e molte Lettere decretali de’ papi dopo il Decreto di Graziano eransi pubblicate, pensò di raccoglierle. Ma per render più vantaggiosa la sua fatica, ben conoscendo ch’erano sfuggite a Graziano non poche cose che nel suo Decreto avrebbe dovuto inserire, con non mediocre fatica si diè a cercarle ne’ fonti medesimi a cui avea attinto Graziano. E poichè ebbe radunato ciò onde la sua opera doveva esser composta, le diede ordine assai migliore di quello di cui Graziano aveva usato; e compartite opportunamente le leggi sotto diversi titoli. a somiglianza del Codice di Giustiniano, divisele in cinque libri. Quest’opera fu da lui pubblicata circa l’anno 1190, e con sì grande applauso fu ricevuta, che tosto nelle università s’introdusse: e come gl’interpreti di Graziano chiamavansi Decretisti, così decretalisti dicevansi quelli che spiegavan la Raccolta fatta da Bernardo. Questi non pago di tal lavoro, oltre alcune brevi chiose che fece sulle Decretali da sè raccolte, ne«fe’ ancora una Somma che fu la prima dei Diritto canonico, e che fu comunemente usata, finchè quella del cardinale d’Ostia la fece dimenticare. Bernardo sollevato poscia, non si sa precisamente in qual anno, alla sede vescovil di Faenza, fu poscia da Innocenzo III trasportato l’anno 1199 a [p. 430 modifica]III. Altre steriori «»Ite. 430 LIBRO quella della sua patria , cui egli resse fino al1 anno 1113 in cui fini di vivere a’ 23 di giugno. Di tutte le quali cose si veggan le pruove presso il P. Sarti. La collezion da lui fatta, benchè ora non abbia autorità, è stata nondimeno saggiamente creduta degna d’essere pubblicata, e perciò il celebre Antonio Agostino l’ha data alla luce (a). Un Comento di Bernardo sull’Ecclesiastico e un altro sulla Cantica conservansi manoscritti nella biblioteca real di Torino (Cat. Bibl. taurin. t. 2, p. 23). III. L’esempio di Bernardo ebbe presto alcuni imitatori, a cui le nuove leggi ecclesiastiche che veni varisi pubblicando, diedero occasione di far nuove Raccolte. Tancredi arcidiacono di Bologna, di cui fra poco favelleremo, gli annovera con quell’ordine stesso con cui si seguirmi l’uh f altro (V. Bosquet in Not. ad Epist. Innoc. III, l. 1, ep. 71). Dopo la compilazione di Bernardo, die’ egli, altre Lettere decretali da altri papi furono promulgate, cui maestro Gilberto a somiglianza della prima Raccolta divise in più titoli. Maestro Alano dappoi fece egli pure la sua compilazione. Finalmente maestro Bernardo arcidiacono di Compostella , avendo soggiornato per qualche tempo nella curia romana , co’ Registri d Innocenzo III formò un altra Raccolta, a cui gli studenti in Bologna han dato talvolta il nome di Compilazione romana. Ma perchè in esse leggeansi (a) La Somma ili Bernardo pavese è stata nuovamente pubblicala e illustrata da Giuseppe Animilo rilegger in Friburgo nel 17’r). [p. 431 modifica]SECONDO alcune Decretali che dalla curia romana erano ¡.tate i tacitate. come ve ne ha ancora al presente alcune cui essa non riconosce, perciò Innocenzo III, di felice memoria, fece raccogliere da maestro Pietro da Benevento le Decretali ch’egli a ve a pubblicate fino all anno xn del suo pontificato, e indirizzolle agli studenti dell’università di Bologna. Poichè esse furono ricevute, maestro Galese raccolse dalle rovine delle compilazioni di Gilberto e di Alano le Decretali de’ papi che aveano preceduto Innocenzo, e ne fece una nuova compilazione; ed esse chiamansi le Decretali di mezzo, o le seconde Decretali. Fin qui Tancredi, dalle cui parole raccogliesi che le Raccolte di Gilberto, di Alano e di Bernardo da Compostella non ebbero troppo felice successo. Chi fossero Gilberto e Alano , confessa il P. Sarti (pars 1, p. 308) non potersi bastevolmente accertare. Solo ei muove qualche sospetto che il primo fosse quel Gilberto medesimo di cui si legge che, mentre era professore di giurisprudenza in Bologna, entrò nell’Ordine de’ Predicatori, e seco vi trasse dodici Inglesi suoi scolari. .Alano era inglese, e il P. Sarti da alcuni monumenti raccoglie congetturando che fosse egli pure in Bologna, e avverte insieme ch’ei non dee confondersi con altri Alani, e singolarmente, come dal Panciroli si è fatto, con quell’Alano detto dell’Isole, e soprannomato il Dottore universale. Di Bernardo da Compostella ancora non si hanno altre notizie, se non che qualche altra opera egli scrisse appartenente al Diritto canonico (ib. p. 313). A queste Raccolte, che non [p. 432 modifica]43 3 LIBRO ebber la sorte di esser ricevute favorevolmente, conviene aggiugneme un’altra l’alta al tempo medesimo su’ Registri d’Innocenzo III da Rainero diacono e monaco della Pomposa, la quale pure non fu mai d’alcun uso nel foro nè nelle scuole. (ib.). Essa però è stata data alla luce da Stefano Baluzio (Epist. Innoc. III, t. i f p. 543); e dalla lettera d’Innocenzo che le va innanzi, si trae in quale stima egli avesse Rainero, poichè il chiama il Salomon de’ suoi tempi. Quel maestro Galese di cui fa menzione Tancredi, è Giovanni natio della provincia di Wallia in Inghilterra, il quale da alcuni, ma senza alcun fondamento, è stato detto Volterrano (Sarti, ib.p. 309). La Raccolta da lui pubblicata è stata data alle stampe da Antonio Agostino. Finalmente Pietro da Benevento era già stato professore di diritto canonico nell’università di Bologna, come da un antico codice pruova il P. Sarti (ib. p. 314)- Egli fu poi onorato della dignità cardinalizia da Innocenzo III, e delle cose da lui operate veggasi il suddetto autore, il quale mostra ch’ei dee distinguersi da quel cardinale Pietro di Morra, di cui abbiamo altrove parlato, e che più probabilmente egli è quel Pietro Collivaccino vescovo di Sabina, di cui trovasi notata la morte, avvenuta l’anno 1221, in un antico Necrologio della chiesa di S. Spirito in Benevento. La Raccolta ancora di lui fatta è stata data alla luce per opera del medesimo Antonio Agostino. IV. Tre erano dunque le Raccolte delle Decretali che al principio del XIII secolo formavano il corpo del Diritto canonico oltre il Decido [p. 433 modifica]SECONDO 433 di Graziano: quella di Bernardo pavese, quella di Giovanni di "Wallia, e quella di Pietro da Benevento; ma questa terza soltanto era stata composta per ordine di un romano pontefice, cioè d1 Innocenzo III. Questi avendo dopo il XII anno del suo pontificato pubblicate altre nuove Lettere decretali, e molti canoni prescritti essendosi nel Concilio lateranese , celebrato nel 1215, fattane una compilazione, formò la quarta Raccolta di cotai Decretali; e finalmente Onorio III vi aggiunse la quinta, composta dalle Decretali da lui pubblicate, e inviolla a Tancredi arcidiacono di Bologna, perchè egli in quella università la pubblicasse. Questa quinta Raccolta insiem colla lettera di Onorio a Tancredi è stata data alle stampe da Innocenzo Ciron cancelliere dell’università di Tolosa nel 1645, poichè Antonio Agostino che avea pubblicate le prime quattro, non avea potuto di questa avere alcun esemplare. Tutte queste Raccolte ebbero allora interpreti e chiosatori, e furono ricevute come Codici dell’ecclesiastica giurisprudenza. Ma poichè Gregorio IX pubblicò la nuova sua Collezione, esse perderon la forza di legge, e più non furon curate. Di questa dunque, che anche al presente forma la maggior parte del Corpo del Diritto canonico, dobbiam or ragionare alquanto più stesamente. V. Gregorio IX era coltivatore al tempo medesimo e fomentatore de’ buoni studi, e di quelli singolarmente che alle persone ecclesiastiche conosceva essere più necessarii. Tra questi egli ben vide che la giurisprudenza canonica abbisognava di una totale riforma. Le cinque Tuiaboschi, Voi. IV. 28 [p. 434 modifica]434 unno collezioni delle quali abbiam ragionato, erano opera di diversi autori, e ciascheduno avea seguito quel metodo e quelle leggi che eragli sembrato più opportuno. Niuna di esse poteva bastare a’ bisogni del foro} e tutte insieme non faceano che una confusa serie di canoni e di decretali, e tra esse ancora, come dice Gregorio IX nel proemio della sua Collezione, alcune erano l’une all’altre contrarie, altre oscure, altre prolisse oltre il bisogno. Ei volle adunque farne un sol corpo, ma ben ordinato e disposto} acciocchè esso potesse in avvenire essere considerato come il Codice del Diritto canonico. A tal fine egli scelse uno de’ più dotti uomini che allora fossero, cioè S. Raimondo da Pennafort dell’Ordine de’ Predicatori. Noi non possiamo vantarci che fosse nostro} perciocchè egli era natìo o della città, o, come altri pensano, della diocesi di Barcellona. Ma ben possiamo vantarci che tra noi, cioè nell"università di Bologna, ei si fornisse di quel sapere che a condurre a fine un’opera sì importante era richiesto. In qual anno ei vi venisse, non è abbastanza certo. Ciò che è certo, si è ch’egli eravi innanzi all’agosto del 1211, come si pruova da’ documenti aggiunti alla Vita di questo santo premessa all’edizione della sua Somma fattane in "Verona l’anno 1744 (c• 11 p 29> n- 4)- Eaimondo, dopo avervi appreso il diritto canonico, ottenuta la laurea, ne fu professore: Hic fu.it, dice il B. Uberto che gli fu coetaneo, excellens doctor in jure Canonico, in quo rexit Bononiae (V. Script. Ord. Praed. t. 1 , p. 106). L’anno 1219 fu da Berengario vescovo di [p. 435 modifica]SECONDO 435 Barcellona ricondotto in Ispagna, ove tre anni dopo entrò nell’Ordine de’ Predicatori. Le cose da lui operate non appartengon punto a quest’opera, ed io debbo cercar soltanto ciò ch’egli fece riguardo all’ecclesiastica giurisprudenza. Raimondo, come sopra si è detto, fu scelto da Gregorio IX a riformare il Corpo delle leggi canoniche; e perciò fu chiamato a Roma circa l’anno 1230, e fatto da lui suo cappellano e penitenziero, co’ quali titoli egli stesso il chiama nel sopraccitato proemio. Tre anni impiegò Raimondo in quest’opera, e raccogliendo ciò che avea di più utile nelle altre collezioni, e troncandone tutto ciò che gli paresse superfluo, e aggiugnendo le cose dagli altri ommesse, ordinò i cinque libri che ancora abbiamo, delle Decretali, e gli divise in capi, come avea già fatto nella prima sua Collezione Bernardo da Pavia. Compiuta per tal modo quest’opera, ella fu pubblicata l’anno 1234 da Gregorio IX, e indirizzata con sua lettera all’università di Bologna, come si vede anche al presente in tutte le edizioni, ordinando ch’ella sola in avvenire si adoperasse e nelle scuole e ne’ giudizii, e che niuno senza autorità della sede apostolica intraprendesse di fare altra Raccolta. Questo onor conceduto dal romano pontefice all’università di Bologna nell’indirizzarle le sue Decretali , ci mostra in quale stima ella fosse. In fatti la Chiosa a questo passo medesimo così comenta: propter studium, quod est Bononiae communius et generalius, praecipue in utroque jure, et quasi de omnibus partibus mundi sunt studentes; ideo potius Bononiae dirìguntur. 11 [p. 436 modifica]436 Liuno P. Sarti avverte (p. 258) dirsi da alcuni che in qualche codice la lettera di Gregorio è indirizzata ancora all’università di Parigi; anzi in uno a questa sola, e non a quella di Bologna; ma ch’egli in tutti i codici che gli son venuti alle mani, non ne ha trovato alcuno in cui quella di Parigi sia nominata. A non dissimular però cosa alcuna, io aggiugnerò che Giovanni d’Andrea nelle sue note alla stessa lettera nomina ancora Parigi; e non è perciò improbabile che a quella università ancora ne inviasse Gregorio qualche esemplare. VI. In tal maniera il Corpo della canonica giurisprudenza fu ridotto ad ordine ed a sistema migliore, ed ebbe dal romano pontefice quella solenne approvazione che il Decreto di Graziano non avea avuto, nè ebbe giammai. Non è però, che, come nel Codice di Giustiniano, così in questo ancora non si trovin da molti imperfezioni ed errori. Si riprende S. Raimondo, perchè affine di accorciare le leggi, e di troncar tutto ciò ch’eravi di superfluo, abbia spesso troncate tai cose, le quali alla loro intelligenza erano necessarie; che qualche decretale sia da lui stata partita in due, o più ancora, il che ne cambia talvolta il senso, o almeno il rende assai oscuro; che finalmente altre decretali sieno da lui state alterate colle aggiunte ch’egli vi ha fatte del suo. Le Collezioni più antiche che, come si è detto, sono state poscia date alla luce, han fatto scoprir non poche di queste inesattezze e di questi difetti del Diritto canonico. Le nuove edizioni che di questi libri si son poi date alla luce, [p. 437 modifica]SECONDO 4^7 gli hanno in più luoghi emendali, e forse verrà tempo in cui si abbiano ancor più corretti. Ma l’idea di questa mia Storia non mi permette di trattenermi ad esaminare i pregi e i difetti della Collezione di cui abbiamo finor ragionato; il che mi condurrebbe troppo lungi dallo scopo mio principale, e si è già fatto da tanti valenti interpreti e spositori del Diritto canonico, che non giova il disputar di una cosa di cui ognuno può istruirsi colla lettura di mille scrittori. Noi proseguiamo intanto a vedere quai nuove aggiunte si facessero in questo secolo stesso alla ecclesiastica giurisprudenza. VII. Dappoichè Gregorio IX ebbe pubblicati i cinque libri delle Decretali, ed egli e gli altri pontefici che gli vennero dopo, promulgarono altre leggi, ed altri canoni si stabilirono ne’ concilii che negli anni susseguenti si radunarono. Eran dunque già cresciute di molto le leggi ecclesiastiche verso la fine del secolo di cui scriviamo; ma tra esse n’avea alcune che da molti credeansi false ed apocrife, altre che sembravano contraddire a (quelle di Gregorio IX; e facea d’uopo perciò, che fattane una diligente raccolta, e separate le vere dalle supposte, se ne facesse un’appendice al Diritto canonico. L’università di Bologna ebbe in ciò ancora la gloria di suggerirne il pensiero al pontefice Bonifacio VIII, poichè egli fu innalzato alla cattedra di S.Pietro al (fin dell’anno 1294. Giovanni d’Andrea, ch’era allora studente in Bologna, racconta (in proem. l. 6 Decret.) che (quella università mandò a tal (fine al pontefice Jacopo di Castello mansionario della chiesa di Bologna, [p. 438 modifica]438 LIBRO uomo, elice egli, picciolo di statura, ma grande nella scienza del diritto ecclesiastico; e siegue narrando un leggiadro avvenimento che accadde quando quest’uomo se n andù perciò a Roma; perciocchè venuto innanzi al pontefice, ed avendo preso ad esporgli il motivo di sua venuta, standosi in piedi, Bonifacio , che vedendolo sorger sì poco da terra, il credè ginocchione, gli fe’ cenno di sorgere. Ma il cardinale Matteo d’Acquasparta ch’era ivi presente, disse scherzando al pontefice: costui è un altro Zaccheo. Bonifacio, secondo il desiderio della università di Bologna, scelse a tal fine tre uomini de’ più versati che allora fossero in questa scienza, e che da lui stesso si nominano nel proemio delle sue Decretali. Essi sono Guglielmo da Mandagosto ossia da Mandagout (il quale non so come da Giovanni Villani (Cron. l. 8, p. 64) è stato cambiato in Guglielmo da Bergamo), che, dopo aver sostenute più altre dignità ecclesiastiche, fu fatto arcivescovo di Ambrun, poscia di Aix, e finalmente cardinale nel 1312; Berengario Fredoli vescovo di Beziers e poi cardinale l’anno 1305, e Riccardo Petroni sanese. Guglielmo, benchè francese di nascita, era stato più anni scolaro in Bologna, vi avea ricevuta la laurea, come con autentici monumenti dimostra il P. Sarti (pars 1, p. 407)j e come questi confessa di essere stato scolaro di Berengario Fredoli, così lo stesso autore ne trae, con assai probabile conseguenza, che Berengario pure fosse nella stessa università professore; onde ad essa deesi a giusta ragione la gloria che questa Collezione ancora [p. 439 modifica]SECONDO 4^9 sia stata in gran parte innata da’ suoi professori. Di Riccardo non trovasi monumento che ci comprovi lui essere stato o scolaro, o professore in Bologna. Egli era allora vicecancelliere della chiesa romana, e fu poscia l’anno 1298 onorato egli pure della dignità di cardinale (*). Questi tre dotti prelati, coll’ajuto ancora di Dino dal Mugello, come nel capo precedente abbiam detto, unite insieme le Decretali recenti, ne formarono il sesto libro, che da Bonificio fu pubblicato l’anno 1298. Egli ancora l’indirizzò all’università di Bologna, come vedesi nelle edizioni di esso. I due Pi tei però avvertono che in un codice, in vece di quelle parole Bononiae commorantibus, si legge Paduae commorantibus, e in un altro della Vaticana: Bononiae, Parisiis, Aureliansque commorantibus (in not. ad h. l.). A queste altre poi se ne aggiunsero da’ pontefici che venner dopo; ma come esse furono d’altro tempo, così sarà d’altro luogo il parlarne. Vili. Il Decreto di Graziano avea già fatti rivolger non pochi allo studio del diritto canonico , e le Decretali di Gregorio IX e di Bonifacio VIII, coll’accrescerne la materia, sembrarono ancora accrescere il fervore nel coltivarlo. Quindi oltre le università di Bologna e di Padova veggiamo ancora in molte altre città professori de’ canoni che, come ho detto, distinguevansi in decretisti e in decretalisti, e noi (*) Di Riccardo Petroni più ampie notizie ci dà il sig. Ginngiuseppe Origlia nella sua Storio dello Studio ili Napoli i t. 1 , p. 5i. ec.). [p. 440 modifica]44° ’ LIBRO dovrem vederne parecchi nell’annoverare che ora faremo coloro che furono in questi studi più rinomati. Qui ancora non si può contender il primato aif università di Bologna, dove, come il diritto canonico ebbe, per così dire, la nascita , così ebbe ancora coltivatori e in numero e in valore maggiori che altrove. Abbiam già parlato di alcuni che ne’ primi anni dopo la pubblicazione del Decreto di Graziano presero ad illustrarlo co’ loro libri. Continuiamone ora la serie, seguendo l’ordin de’ tempi, e le tracce sempre sicure del dottissimo P. Sarti. Tra’ moltissimi però, ch’egli nomina, io sceglierò per amore di brevità quelli che son più meritevoli di non perire nella memoria de’ posteri. IX. Io non farò a questo luogo che accennare Sicardo vescovo di Cremona, perciocchè di lui dovrem poi ragionare tra gli storici di quest’epoca. Il P. Bernardo Pez fa menzione (Thes. Anecdot. t. 3, pars. 3, p. (613) di una Somma di Canoni da lui composta, che conservasi manoscritta nella biblioteca di un monastero in Baviera, la quale è veramente un Compendio di Graziano, coll’aggiunta però di altri canoni, come assicura il P. Sarti (pars 1, p. 284) che un altro antico codice ne ha veduto nella Vaticana. Egli la scrisse molti anni prima di esser vescovo di Cremona, alla qual sede ei fu innalzato l’anno 1185; e dal vedere ch’ei dice di averla composta a vantaggio de’ suoi compagni, col qual nome chiamavansi allor gli scolari, il P. Sarti ne congettura ch’ei fosse professore di canoni, e che quando recossi in Germania, ivi ancora egli introducesse questo [p. 441 modifica]SECONDO 441 studio. Come però il nome di compagni può certamente aver altro senso che quel di scolari, e come dal P. Sarti non si arreca alcun monumento che ci dimostri che Sicardo fosse professore di canoni, e che tenesse scuola in Bologna, così non parmi che questa università abbia bastevole fondamento ad annoverarlo tra’ suoi. Di lui parleremo più a lungo nel capo seguente. Io sarò pago ancora di accennar soltanto i nomi di Ruffino, di Silvestro, di Giovanni da Faenza, che sono Ira’ più antichi interpreti di Graziano, vissuti alla fine del XII, o al principio del XIII secolo, de’ quali lo stesso P. Sarti non ha potuto raccogliere che scarse e incerte notizie (p. 287,ec.). Ei parla ancora e di Stefano vescovo di Tournay, e di Eraclio patriarca di Gerusalemme (p. 291, ec.), che furono amendue alunni di quella famosa università, e che da noi già sono stati nominati nel precedente tomo; e di Baziano (p. 292, ec.), male da altri confuso con quel Bossiano professor di legge da noi altrove mentovato; del qual Baziano reca l’onorifica iscrizion sepolcrale che se ne vede ancora nella metropolitana di S. Pietro in Bologna, e rammenta le chiose che scrisse sul Decreto di Graziano. Io lascio in disparte questi ed altri ancora men noti per passare ad uno di cui è assai più chiara la fama, cioè ad Ugone pisano vescovo di Ferrara. X. Il Panciroli, di lui parlando (Deci. Leg. Interpr. l. 3, c. 3), il dice Ugo o Uguccione, e , afferma ch’ei tenne scuola in V ercelli sua pa- ’ Iria. Ma egli ha qui confusi in un solo due scrit- • lori di patria, di tempo, di sede diversi, cioè1 [p. 442 modifica]44 2 LIBRO Ugone professore in Vercelli e poi vescovo di Novara, di cui in questo capo ragioneremo, e Uguccione professore in Bologna e vescovo-di Ferrara. Questi fu pisano di patria, come con molti e incontrastabili documenti dimostra il P. Sarti (p. aj)G), e fra gli altri col testimonio di lui medesimo che nel proemio della sua Somma si dice pisano. Aggiugne lo stesso P. Sarti, ch’egli tenne scuola di giurisprudenza ecclesiastica in Bologna verso l’anno 1178, e ne reca in pruova un passo della medesima Somma, e promette di recarne più altri negli estratti di essa che doveansi pubblicare nell’Appendice alla sua Storia. Ma in questa Appendice, che dopo la morte dell’autore è stata data alla luce, solo una piccolissima parte si vede di tali estratti, e appena vi ha cosa che appartenga ad Uguccione; forse però si sono smarrite le carte in cui il P. Sarti aveagli uniti. Ciò ch’è certo, si è ch’egli ebbe a suo scolaro il pontefice Innocenzo III, il quale lo tenne sempre in gran pregio, e ne son testimonio e una lettera da lui scrittagli, pubblicata da Antonio Agostini, e dopo lui dal P. Sarti, e alcune onorevoli commissioni in cui fu da questo pontefice adoperato, che dallo stesso P. Sarti si accennano. Le congetture però, che questo dotto scrittore arreca a provare che Uguccione tenesse scuola nello stesso monastero de’ SS. Nabore e Felice, in cui aveala tenuta Graziano, non mi sembran molto probabili, e parmi che troppo conto egli faccia di una carta in cui egli stesso riconosce caratteri di supposizione. Ma non è questo tal punto per cui ci dobbiarn [p. 443 modifica]SECONDO 443 dilungare in parole. Ei fu promosso alla sede vescovile di Ferrara l’anno 1190, e tennela sino al 1210 in cui finì di vivere, lasciando gran nome del suo sapere nel diritto canonico per la Somma de’ Decreti da lui composta, opera di grande estensione, come afferma il P. Sarti che ne ha veduto un esemplar manoscritto, e nella quale Uguccione si mostra uomo dottissimo e versato assai non sol ne’ canoni, ma nel civile diritto ancora e nella teologia. Di quest’opera si giovaron non poco gli autori della Chiosa ordinaria, de’ qu; ii direm fra poco, e questa probabilmente si è la ragione per cui essa non è mai stata data alla InDi qualche altra opera di Uguccione veggansi il P. Sarti e il P. abate Trombelli che ne ha pubblicata una spiegazione del Simbolo apostolico (Veter. PP. Opusc. t. 2, pars 2, p. 205). Un’altra opera dovrem mentovarne noi pure, allor quando tratterem de’ gramatici di questa età. XI. Moltissimi altri professori e interpreti così del Decreto di Graziano , come delle più antiche Raccolte di Decretali, siegue annoverando il P. Sai ti. Tali sono e quel Melendo (p. 305) di cui abbiamo altrove veduto l’abbandonar che fece Bologna per trasferirsi con altri professori e con altri scolari a Vicenza, e Damaso boemo di patria, e un Bertrando (p. 306, 307), de’ quali due per altro non v eggo qual argomento si rechi a provar che appartengano ali’ università di Bologna, e Alberto da Novara (ib.), e Paolo Un gaio (p. 310), quel desso probabilmente ch’entrò nell’Ordine de’ Predicatori l’anno 1221, in cui parimente orasi andato due [p. 444 modifica]XII. Notiiir della vita v delle opere di Grazia «TAretzo. 444 ’ LIBRO anni prima Chiaro da Sesto (ib.) professore egli ancora di diritto canonico. Aggiungami e Ric. cardo inglese (ib.), autore di varii comenti e di varj trattati sull’ecclesiastica giurisprudenza, e Benincasa da Siena (p. 315) che proponendo più casi sopra i Decreti ne diede coll’autorità loro la decisione, e Lorenzo spagnuolo (p. 316) e Lanfranco (p..317) che da alcuni dicesi cremasco, cremonese da altri, ed altri in grandissimo numero, de’ quali dal medesimo si producono i nomi. e tutte quelle poche notizie che faticosamente ne ha potute raccogliere. Io mi arresto alquanto a parlar solo di alcuni pochi che in sapere e in fama superarono gli altri. X13. E uno appunto de’ più famosi fu Grazia d’Arezzo, che dal Panciroli (De cl. leg. Interpr. l. 3 , c. 11) e da altri è stato detto per errore Graziano. Egli è il primo, come riflette il P. Sarti (pars 2, p. 22, ec.), a cui trovisi dato il nome di maestro delle Decretali, con cui vedesi egli onorato in un monumento bolognese dell’anno 1213. Assai prima però godeva egli di grande stima in quella città; perciocchè fin dall’anno 1206 fu delegato dal Cardinal Guala legato apostolico a decidere in suo nome le cause; e l’anno 1210, fuj comunque straniero, scelto da’ Bolognesi ad una onorevole ambasciata al Cardinal Gherardo legato che allora era in Modena, per le ragioni che dal P. Sarti si espongono. Ma non vi ha cosa che formi il più luminoso elogio di Grazia, quanto le lettere a lui scritte, e le commissioni a lui addossate da Innocenzo III e da Onorio III. Moltissime delle prime accenna il P. Sarti, altre date già alla [p. 445 modifica]SECONDO 44^ luce, altre che rimangono ancor manoscritte, tra le quali non poche ne ha egli medesimo pubblicate, le quali chiaramente ci mostrano in qual pregio egli fosse presso questi due pontefici. Non giova il trattenersi a farne distinta menzione; ma non è a tacere che avendolo Onorio III fatto suo cappellano , trattennelo ancora per qualche tempo in Roma, e di lui si valse negli affari del foro. Egli fu ancora onorato della dignità di arcidiacono della chiesa di Bologna, non si sa precisamente in qual anno, ma certo egli era in tal carica nel 1219, nel qual anno Onorio accordogli il singolar privilegio, il qual passò poscia agli altri arcidiaconi di lui successori, che niuno potesse tenere scuola nell’università di Bologna, se dall’arcidiacono non venisse approvato; con che, come il P. Sarti riflette, l’arcidiacono della chiesa di Bologna venne ad essere in certo modo costituito presidente, ed ebbe poi il nome di gran cancelliere della università. Da un monumento pubblicato dal p . Sarti raccogliesi che l’anno 1219 ei fu eletto patriarca d’Antiochia. Ma, com’egli stesso pruova, qualunque ragion ve ne avesse, ei non prese mai possesso di quella chiesa, e si rimase semplice arcidiacono fino all’anno 122.4 *n Cl|i fu eletto vescovo di Parma. Ei morì all’an 1236, e il P. Sarti rigetta ciò che racconta l’Ughelli, ch’ei fosse da quella sede deposto. Oltre le chiose ch’egli scrisse sulle prime Raccolte delle Decretali, egli avea ancora composto un libro sull’Ordine de’ Giudici. Ma nulla ce n’è rimasto. Il ch. P. abate Fattorini, continuatore dell’opera dei Sarti, in una nota aggiunta al luogo [p. 446 modifica]XIII. E dell’arcidiacono Tancredi. 446 LIBRO ove questi tratta di Grazia (l. cit. p. 27, nota 6), dice essersi scoperto dall’eruditissimo dottor Gaetano Monti, che il Grazia scrittore del Diritto canonico, e aretino di patria, è diverso da quel Grazia arcidiacono di Bologna e poscia vescovo di Parma, e che questi fu fiorentino. Egli aggiugne che di ciò avrebbe trattato più ampiamente nell’Appendice. Ma per quanto io abbia cercato nell’Appendice, non vi ho trovata parola di tal questione. Io non posso perciò vedere a quai monumenti si appoggi una tale scoperta. Parmi però, che, poichè è certissimo che all’arcidiacono Grazia nelle lettere de’ pontefici e in altri monumenti si dà il titolo di maestro, sia probabile assai ch’ei fosse professore di canoni: e poichè, come il P. Sarti riflette, dopo l’anno 1224 non trovasi più menzione alcuna di Grazia ne’ monumenti bolognesi, e nello stesso anno troviamo un Grazia fatto vescovo di Parma, sia egualmente probabile che questi fosse appunto l’arcidiacono di Bologna. XIII. Nella dignità di arcidiacono di Bologna Grazia ebbe a successore Tancredi, che già da più anni era ivi professore di canoni, come il P. Sarti dimostra da un monumento dell’anno 1254 (ib. p. 28, ec). Il Panciroli lo ha fatto toscano di patria e natìo di Corneto (l. 3, c. 4). Ma lo stesso P. Sarti ha evidentemente provato ch’egli ha confusi due Tancredi in un solo; che fuvvi veramente un Tancredi di Corneto giureconsulto , di cui accenna qualche operetta, il quale visse verso il principio del secolo xv, ma che il professor di canoni ed arcidiacono di Bologna fu bolognese, di che egli ha recati [p. 447 modifica]SECONDO 44/ certissimi monumenti. Di lui abbiamo alle stampe un’opera in quattro libri divisa intorno all’Or* dine de’ Giudicii. Ei fece inoltre chiose e comenti sulle tre prime collezioni delle Decretali, delle quali abbiam di sopra parlato; intorno a che e a qualche altra opera di Tancredi veggasi il sopraccitato esattissimo P. Sarti, che scuopre insieme e rigetta i non pochi errori commessi dal Panciroli nel ragionarne, e allega le varie lettere a lui scritte da’ pontefici Onorio III e Gregorio IX, e le onorevoli commissioni di cui essi l’incaricarono, fra le quali non vuol tacersi ch’ei fu uno de’ deputati da Gregorio IX a formare il processo sulla vita e su’ miracoli di S. Domenico. Ma al nome e. al saper di Tancredi fu singolarmente glorioso che a lui indirizzasse il pontefice Onorio III le sue Decretali, perchè le pubblicasse nell’università di Bologna, come abbiamo poc’anzi osservato. Non si sa in qual anno ei morisse; ma non trovandosi memoria alcuna di lui dopo l’anno 1234, sembra probabile ch’ei non l’oltrepassasse di molto. XIV. La brevità di cui mi son prefisso di usare in questo argomento, che non abbisognai di essere molto illustrato, mi costringe a pas-; sare sotto silenzio moltissimi altri professori e comentatori de’ Canoni, che in questo secolo stesso fiorirono in Bologna, e che si annoverano dal P. Sarti. Tra essi veggiamo moltissimi, stranieri, come, oltre ai già nominati, Guglielmo normanno , Elia inglese , e Tebaldo d’Amiens (pars 1,p. 314),Vincenzo spagnuolo (ib.p. 332), S. Riccardo vescovo di Cicester (ib. p. 334), [p. 448 modifica]448 * LIBRO Giovanni di Dio parimente spagnuolo e autore di molte opere intorno a’ Canoni (ib. p. 349), Pietro di Sansone francese (ib. p. 366), l’Anonimo canonista, che dicesi l’Abate antico, a distinguerlo dall’Abate palermitano , e che credesi francese di nascita (ib. p. 367); Garzia spagnuolo che fu il primo tra i professori di diritto canonico ad avere determinato stipendio (ib. p. 401); Martino esso pure spagnuolo (ib.p. 403), e più altri. Il che ci mostra a quanto gran nome fosse in tutto il mondo salita l’università di Bologna; poichè da ogni parte vi accorreva chiunque bramava di ottener fama in tali studi. Io accennerò ancor solamente il nome di Giovanni tedesco, detto perciò latinamente Teutonico, autor della Chiosa ordinaria sul Decreto di Graziano, che ancora abbiamo, benchè interpolata poscia ed accresciuta da altri, e singolarmente da Bartolommeo da Brescia, di cui Frappoco ragioneremo. Egli era stato scolaro in Bologna del celebre Azzo, come dalle parole di lui medesimo pruova il P. Sarti (ib.p. 318), presso cui più altre notizie si posson vedere intorno a questo scrittore. Qualche cenno vuol darsi ancora di Zoene Tencarari professor di canoni nella stessa università (ib. p. 336), e poscia vescovo d’Avignone presso il 1242, degno singolarmente di ricordanza, perchè nel suo testamento, fatto l’anno 1257, fondò un collegio di otto giovani che dalla città e diocesi d’Avignone venissero a Bologna a coltivarvi gli studi. Fu esso il primo collegio che si vedesse aperto in questa città; e si sostenne fino all’anno 1436 in cui fu interamente disciolto. [p. 449 modifica]SECONDO 449 Più altri ancora che dalla stessa università furon tratti per essere sollevati a onorevoli cariche, si annoverano dal P. Sarti, come Jacopo d’Albenga vescovo di Faenza (ib. p. 330), Goffredo da Trani cardinale (ib. p. 341, Guglielmo vescovo di Pavia (ib. p. 343), Altogrado di Lendinara vescovo di Vicenza, che fu il primo ad avere non una somma di denaro per tutto il coi’ so di sue lezioni, qual era stata accordata a Garzia spagnuolo, ma uno stipendio annuale (ib. p. 41 o); e Arrigo da Settala arcivescovo di Milano (ib. p. 4*9)> oltre alcuni altri che nel decorso di questo capo abbiam già nominati. Io mi ristringo a parlare d’alcuni pochi cui sarebbe gran fallo il non accordar luogo alquanto più onorevole in questa Storia. XV. La Chiosa, quale or l’abbiamo, sul Decreto di Graziano deesi a Bartolommeo da Brescia, perciocchè egli, come abbiam poc’anzi osservato, ampliò e corresse quelle de’ più antichi dottori, e quella singolarmente di Giovanni Teutonico, che a ragion si considera come il primo autore di questa Chiosa ordinaria. Alcuni moderni scrittori il dicono uscito dalla nobil famiglia bresciana degli Avogadri. Ma il P. Sarti osserva (ib. p. 339)) che di ciò non recasi alcuna autorevole pruova. Certo è bensì che ei fu scolaro in Bologna di quel Lorenzo spagnuolo che abbiam già rammentato, e che ivi ancor tenne scuola di diritto canonico. Nel qual tempo avendo egli in costume di far alcune dispute ne’ dì di domenica e di venerdì, raccoltele poscia insieme, le pubblicò, dando loro il nome da’ giorni medesimi in cui solea Tuunoscni, Voi. IV. 39 JCV. Chiosa di Bartolomeo da Brescia , ed altra sua opera. [p. 450 modifica]XVI, Innorrn■«IV rollie fomenta 3ii«*»io «mio, 45o LIBRO tenerle. Ei corresse inoltre ed accrebbe il trattato dell’Ordine de’ Giudicii scritto già dall’arcidiacono Tancredi; le quali opere tutte abbiamo alle stampe, oltre alcune altre che rimaste son manoscritte, cui il P. Sarti ha avuta la sorte di aver sott’occhio; e fra le quali dobbiam dolerci che sian perite le Cronache di alcune città d’Italia, e singolarmente di Brescia e di Bergamo, ch’egli avea scritte, come afferma il Diplovatacio. Ei visse a’ tempi del pontefice Gregorio IX; nè è abbastanza certo ciò che narra il Platina, eh* ei giugnesse fino a’ tempi di Alessandro IV, e che da lui ricevesse grandi testimonianze d’onore e di stima. Tolomeo da Lucca ne parla nella sua Storia a’ tempi di questa pontefice, e così ne forma l’elogio; Hoc etiam tempore florent in Jure Canonico lì a rtfi olom acus Brixicnsis, qui ad glossam Joannis super Decretum multa addidit, et declaravit, quae hodie per scholas currunt. Fecit casus super Capitula (l. 22, c. 22, Script. rer. ital. vol. 11, p. 1152). Ma questo scrittore non è sempre esattissimo nella cronologia. XVI. Assai maggior ornamento recò all’università di Bologna il pontefice Innocenzo IV, detto prima Sinibaldo dei Fieschi. Tutte le Storie ecclesiastiche ci parlano delle geste di questo pontefice; nè a me appartiene qui l’osservare se non ciò che concerne agli studi da lui fatti, e all’opere da lui composte. E P. Sarti, coll’autorità del Diplovatacio, ha provato ch’egli avea fatti i suoi studi nell’università di Bologna, anzi egli crede probabile che vi tenesse ancora scuola di diritto canonico. Certo egli [p. 451 modifica]SECONDO 451 amò sempre e protesse quella università, e le diede non poche pruove di favore e di stima. Ad essa egli inviò le Costituzioni pubblicate nel primo Concilio general di Lione, che sono state interamente per la prima volta date alla luce dal ch. monsig. Mansi (Suppl. ad Con. ed Colet, t. 1, p. 1072). Egli, sapendo che alcune Decretali spargeansi falsamente sotto suo nome, mandò all’arcidiacono di Bologna, come a presidente dell’università, quelle che avea veramente finallor promulgate; e la lettera da lui perciò scrittagli è stata data alle stampe dal P. Sarti (pars 1, p. 124). Egli confermò gli Statuti di quella università, e di più privilegi onorolla, che si accennano dallo stesso scrittore, il quale quindi riflette qual fede debbasi ad alcuni moderni che affermano aver Innocenzo trasferita a Padova P università di Bologna, di che non vi ha indicio alcuno presso gli antichi; e forse si è per errore attribuito ad Innocenzo IV ciò che con qualche maggior apparenza di verità si racconta di Alessandro III, come altrove abbiamo osservato. Per opera di questo stesso pontefice Roma vide dopo più secoli riaperte le pubbliche scuole di giurisprudenza; e a lui pure dovette la città di Piacenza la nuova università che ivi a questi tempi fondossi, oltre i privilegi e gli onori da lui conceduti all’università di Parigi; di tutte le quali cose abbiamo a luogo più opportuno tenuto ragionamento. Nè egli fu pago di promuovere in tal maniera gli studi. Egli stesso ancora fra le gravissime cure del suo pontificato non intramise di coltivarli; e frutto di essi furono gli [p. 452 modifica]45a ninno anipii conienti su’ cinque libri delle Decretali di Gregorio IX, di cui si son fatte più edizioni; opera la quale, benchè alcuni vi trovin talvolta oscurità e contradizione, è stata nondimeno avuta sempre in gran pregio, e che al suo autore ha meritato da molti giureconsulti, i cui passi arrecansi dal P. Sarti (pars 1, p. 347), i gloriosi titoli di monarca del Diritto, di lume risplendentissimo de’ Canoni, di padre ed organo della verità. Egli scrisse inoltre comenti sulle Decretali medesime da sè pubblicate, e un’Apologia sull’autorità dell’Imperadore e del Pontefice contro il libro che sull’argomento medesimo avea scritto Pier delle Vigne, e alcune altre opere, delle quali, oltre il suddetto P. Sarti, parlano stesamente l’Oudin (De Script, eccl. t. 3, p. 164) e il Fabricio (Bibl. med. et inf. Latin, t. 4, p- 36, ec.). (xvn. Agli onorevoli nomi co’ quali Iuno. cenzo IV si suole da’ giureconsulti distinguere, ■ son somiglianti quelli che da essi concedonsi al cardinale e vescovo d’Ostia Arrigo, detto perciò comunemente l’Ostiense (a). Egli era, come tutti confessano, natìo di Susa in Piemonte; e fece i suoi studi in Bologna, ove nel diritto civile ebbe a maestro Jacopo di Balduino, nel canonico Jacopo d’Albenga, come dalle parole di lui medesimo e di altri antichi giureconsulti pruova il P. Sarti (pars i, p. 36o). Ch’egli (a) Merita di esser letto l’elogio del cardinale Arrigo d’Ostia pubblicato dal eli. sig. Jacopo Durandi già per altre sue dotte opere abbastanza noto agli eluditi (Piem/interi ■ Il » \ ai e». » \ [p. 453 modifica]SF.CONDO 4f>3 tenesse scuola di canoni in Bologna , non ve n’ha, per quanto mi pare, sicuro argomento; ma ben è certo che ei la tenne in Parigi. Egli stesso lo afferma (Summa tit. de Elect. et elect. potest.), e il du Boulay lo ha annoverato a ragione tra’ professori più celebri di quella università (Hist. Univ. Paris, t. 3, p. 683); benchè ciò che soggiugne, ch’egli avesse ivi a suo scolare Guglielmo Durante, non sembri accordarsi colla serie dei tempi, come diligentemente esamina il P. Sarti (pars 1, p. 387). Questi crede ancora non improbabile che tenesse scuola di canoni anche in Inghilterra, ove certamente ei soggiornò per più anni. Delle cose di lui in quel regno operate, degli affari in cui venne occupato, delle diverse dignità ecclesiastiche a cui fu sollevato prima di essere nominato cardinale e vescovo d’Ostia, il che avvenne l’anno 1261, e di altre cose che alla storia ecclesiastica appartengono assai più che alla letteraria, degno è da vedersi ciò che lo stesso P. Sarti ne scrive, il quale ancora rigetta le calunniose accuse con cui il maledico storico Matteo Paris ha cercato di oscurarne la fama. Egli finì di vivere l’anno 1271, e nel suo testamento, dettato alcuni mesi prima e pubblicato dagli autori della Gallia Cristiana (t. 3 in Monum, Eccl. Ebredun.), lasciò per legato all’università di Bologna il suo Comento sopra le Decretali, che da lui allora compiuto e corretto avea colà mandato per farne copia: Commentum meum super Decretalibus, quod misi Bononiam conscribendum, studio Bononiensi relinquo. Quest’opera di Arrigo, di cui abbiamo non poche [p. 454 modifica]45/f LIBRO edizioni, è chiara pruova del molto sapere nell’una e nell’altra legge, di cui egli era fornito. Ma più celebre ancora e assai più pregiata è la Somma delle Decretali da lui composta, che nel Diritto ecclesiastico ha la medesima autorità che quella di Azzo nel Diritto civile. Il P. Sarti accenna gli elogi de’ quali egli è stato onorato; e basti il dire che, come Taddeo fiorentino era considerato come il ristoratore e padre della medicina, così qual condottiero di tutti i canonisti rimiravasi Arrigo; talchè Dante, volendo indicare queste due scienze, non altra espressione usò che quella di seguir Taddeo c f Ostiense. Non per lo mondo , per cui mo s’affanna Diretro ad Ostiense ed a Taddeo. Parad. c. 12. Udiam per ultimo l’onorevole encomio che di Arrigo ha inserito nella sua Storia F. Tolomeo da Lucca: Hoc eodem tempore floret Dominus Henricus Cardinalis Ostiensis, qui prius fuerat Ep iscopus Ebredunensis. Hic magnus in utroque jure, et sic ut bonus Theologus , egre gius Pretedicalor, ac vir laudabilis vitae fuit in suo statu. Qualia scripsit, manifesta sunt, quia scripsit summam, quam copiosam vocavit. Fecit et apparatum super Decretales omni jure plenum (Hist. eccl. l. 22, c. 22, Script. Rer. ital. vol 11, p. 1153 ^). XV11I. Tutti i professori di diritto ecclesiastico, de’ quali abbiam ragionato finora, furono ecclesiastici, come a una scienza sacra parea convenire. Egidio Foscarari di nobilissima famiglia bolognese fu il primo tra’ secolari, come [p. 455 modifica]SECONDO 4^5 riflette il P. Sarti (pars 1, p. 3G8), che salisse a quella cattedra; e non una sola, ma tre mogli successivamente egli ebbe. Egli vedesi nominato dottor de’ Decreti fin dall’anno 1269, e per più anni insegnò pubblicamente il diritto canonico, finchè l’anno 1279, non potendo per malattia dare cominciamento agli esercizj scolastici, cedette i suoi scolari a Garzi a spaglinolo, a patto però che questi con lui dividesse in ugual parte lo stipendio che da essi trarrebbe. Probabilmente, poichè fu sano, ripigliò la sua scuola , se pure i pubblici affari in cui fu onorevolmente più volte impiegato, gliene dierono 1* agio. Egli morì l’an 1289, e se ne vede ancora, benchè guasto in gran parte, il sepolcro magnifico presso la chiesa di S. Domenico in Bologna. Oltre alcuni Consigli da lui dettati, e i Comenti sulle Decretali, che si nominano dagli antichi interpreti delle medesime, egli scrisse un trattato dell’Ordine de’ Giudicii, di cui conservansi copie in più biblioteche , in alcune delle quali però esso vedesi intitolato alquanto diversamente. Aggiugniamo qui ancora il nome di Pietro Capretto Lambertini, che ne’ monumenti bolognesi di questo secolo trovasi nominato col titolo di dottor de’ Decreti , all’occasione di cui il P. Sarti ha tessuta un’esattissima genealogia (ib. p. 379) di quest* antichissima e nobilissima famiglia dalla metà del secolo xi fino alla fine del secolo XIII, accennandone poscia in breve il seguito fino all’immortal pontefice Benedetto XIV, monumento di gratitudine ben dovuto dal ch. autore a questo gran principe, da cui ebbe il comando [p. 456 modifica]XIX. £ di Guglielmo Du »ante. 456 Linno di scriver la Storia dell’Università di Bologna, e di cui ben richiedeva il dovere che da noi si facesse almeno questa passeggera menzione, per riconoscenza alla memoria di un tanto pontefice, che coll’affidare quest’incarico al P. Sarti , ci ha fatto in certa maniera il pregevolissimo dono di una tal opera , di cui non vi ha forse altra che abbia maggiormente illustrata non solo la bolognese, ma tutta l’italiana letteratura. XIX. Chiuda finalmente la serie de’ professori di Bologna uno straniero che all’Italia fu debitor della fama che ottenne col suo sapere, cioè il celebre Guglielmo Durante. Il P. Sarti ne ha trattato assai lungamente (parsi.p. 386, ec.); ed io perciò non farò che scegliere ed accennare le cose più degne d’essere risapute, delle quali si potranno presso lui vedere le pruove. Ei nacque nel luogo di Puy-Misson, due leghe lontano da Beziers, l’anno 1237. Venne in età giovanile a Bologna, e vi ebbe a maestro nel diritto canonico quel Bernardo da Parma , di cui in questo capo abbiam fatta menzione. Quindi onorato della laurea prese ad istruire gli altri, e non solo in Bologna, ma in Modena ancora tenne scuola di canoni per qualche tempo, coni’ egli stesso accenna; e frattanto, essendo in età di 34 anni, scrisse e pubblicò la celebre sua opera intitolata Speculum juris, onde a lui ne venne il soprannome di Speculatore; opera pregiata tanto dagli antichi giureconsulti, che il celebre Baldo soleva dire non potersi chiamare giureconsulto chi fosse privo di questo libro. Il Cardinal d’Ostia, di cui abbiamo or or [p. 457 modifica]sKcotroo 4 ¡>7 ragionato, il prese a suo assessore nel decider le cause; e in tal modo fattosi conoscere alla curia romana, ebbe da’ pontefici Clemente IV, Gregorio X, Niccolò III, Martino IV e Onorio IV impieghi e dignità ecclesiastiche e civili assai onorevoli. Dei governi da lui sostenuti in Italia a nome di essi, delle imprese di pace non meno che di guerra in cui egli acquistossi gran nome, e della dignità conferitagli di conte di Romagna , veggasi ciò che esattamente ne scrive il P. Sarti. L’anno 1285 fu da Onorio IV eletto vescovo di Mende} ma gli affari de’ quali era incaricato in Italia , non gli permisero di recarsi alla sua chiesa che l’anno 1291. Quattro anni soli egli la resse presente} perciocchè l’anno 1295 fu da Bonifacio VIII richiamato in Italia, e fatto marchese della Marca d’Ancona, e di nuovo conte di Romagna , dovette presiedere al governo di quelle provincie, mentre esse erano funestamente sconvolte dalle ostinate fazioni de’ Guelfi e de’ Gibellini. Finalmente morì in Roma nel primo dì di novembre dell’anno 1296; e se ne vede tuttora il sepolcro magnificamente innalzatogli nella chiesa di S. Maria sopra Minerva con un assai lungo elogio, in cui veggonsi ristrette in compendio tutte le gloriose azioni di questo illustre prelato. Esso, dopo altri, è stato pubblicato dal P. Sarti. Chi avrebbe creduto che di un uomo sì occupato in gravissimi affari il Nostradamus, e, ciò eh’ è più a stupirne, il Quadrio (Stor. della Poes. t. 2, p. 1 26), dovesser farne un vagabondo e innamorato poeta provenzale, e dirlo morto l’anno in-o per dolore della falsamente creduta [p. 458 modifica]XX. Studio de’ Canoni in Modena, in Rkq(Ìo e altro Tt. 458 LIBRO morte ridia sua «amica? Ma già abbiamo altrove osservato qual fede debbasi a cotali racconti. S’ ci fosse. o no, dell’Ordine de’ Predicatori, non è si facile a (diffinire; e io lascerò che ognuno segua qual parer gli piace, poichè abbia letti gli argomenti che per una parte arrecano i PP. Quetif ed Echard (Script Ord. Praed. t. 1, p. 480), e quelli che in contrario sono stati prodotti dal P. Sarti (p. 394). Questi hanno esattamente scritto di ciò che appartiene all’altre opere di Guglielmo, fra le quali è celebre singolarmente quella che ha per titolo Rationale Divinorum Officiorum. Vuolsi finalmente correggere un grave errore del Panciroli (l. 3 , c. 14) che, oltre più altri falli commessi nel parlare di questo illustre prelato , a lui ha attribuita l’opera De modo celebrandi Concilii Generali.^, che fu scritta da un nipote ch’egli ebbe, del medesimo nome , e che gli succedette nella cattedra vescovile di Mende, e morì l’anno i328. XX. Abbiamo fin qui trattato de’ professori del diritto canonico, che illustrarono col loro sapere l’università di Bologna; e l’erudizione e la diligenza con cui di essi ha scritto il P. Sarti, ci ha permesso di spedircene più brevemente che all’ampiezza e all’importanza dell’argomento non sembrava doversi. Di alcuni altri ugualmente famosi, che furono in questo secolo stesso, ma molto ancor toccarono del susseguente, e fra gli altri del celebre arcidiacono Guido di Baiso, ci riserbiamo a parlare nel quinto tomo, ove però, mancandoci una sì fedele e sì certa guida , ci farà uopo e di [p. 459 modifica]SECONDO /f5l) terupo e di fatica maggiore assai per rischiarar certi punti che sono ancora avvolti fra tenebre e fra errori. Ora ci convien dire d’alcuni altri illustratori dell’ecclesiastica giurisprudenza , che in altre città d’Italia tennero scuola, de’ quali però nè grande è il numero, nè tal la fama, che possano paragonarsi a quelli che fiorirono in Bologna. Anzi di essi non potremo recare che scarse e talvolta ancora non ben certe notizie, poichè nè abbiam monumenti onde ritrarle in quella copia che converrebbe, nè abbiam comunemente tali scrittori a’ cui detti possiamo affidarci con isperanza di non errare. Il vedere , a cagion d’esempio , che Guglielmo Durante fu professor di Canoni in Modena , come sopra abbiamo accennato, ci dà giusto motivo di credere che ne fosse in questa città una fiorita e celebre scuola, sicchè un professore sì famoso potesse onorevolmente venirvi. E nondimeno non v’ ha memoria , che io sappia, di altri che in questa città abbiano in questo secolo pubblicamente insegnato il diritto canonico} e i nomi di quelli che per avventura vi furono, si giacciono forse dimenticati in gran parte per mancanza di monumenti o periti, o non ancora venuti a luce. E lo stesso dee dirsi probabilmente di altre città nelle quali sappi amo eh’oravi Studio, come in Reggio, ove abbiam veduto nel capo precedente, che l’anno 1276 trovavansi Pangratino e il sopraccennato Guido di Baiso dottori nel diritto canonico , in Piacenza, in Arezzo, in Roma e altrove, Raccogliam dunque quel poco che ci è possibile, e lusinghiamoci che possan venir un giorno [p. 460 modifica]46o LIBRO al pubblico altri pregevoli documenti con cui illustrare ancor maggiormente quest’argomento. XXI. Io debbo qui di bel nuovo dolermi che la sì antica e sì illustre università di Padova non abbia ancor avuto un diligente indagator de’ suoi pregi, e uno storico esatto dei celebri professori che in essa fiorirono. Il Facciolati ci nomina (Fasti Gymn. patav. pars 1, p. 9) un Aldobrandino Denaro, di cui dice che l’an 1238 spiegava in Padova il Decreto di Graziano; e noi gliel crederemo, poichè egli ce ne assicura. Aggiugne che al medesimo tempo era ivi professore di Canoni Bovettino de’ Bovettini mantovano, che essendo arciprete di quella cattedrale tenne insieme per molti anni scuola di ecclesiastica giurisprudenza. Questi da tutti gli altri scrittori è chiamato col nome semplice di Boatino o Bovettino. Il Papadopoli disputa lungamente (Hist. Gymn. patav, l. 1, p. h)5) s’ei morisse l’anno 1300, o il 1310, o il 1321, e a me sembra ch’egli non rechi argomento che pienamente decida la controversia. Ma come farem noi a conciliare il Papadopoli col Facciolati, o a chi di loro crederem noi? Questi dice che Boatino literam nullam reliquit; quegli afferma che scripsit multa in eodem jure; e aggiugne che se ne trovan frammenti presso gli antichi scrittori del diritto canonico, e che il rimanente è perito. E il Papadopoli scrive il vero, poichè Boatino si vede citato più volte dagli antichi giureconsulti, e nominatamente da Giovanni di Andrea. Deesi inoltre al Papadopoli la lode di avere scoperto e confutato l’errore del Panciroli [p. 461 modifica]SECONDO /(6l (/. 3, c. 15), ricevuto comunemente da altri posteriori scrittori, cioè che Boatino venisse spesso in Bologna a contesa con Azzo, e che talvolta il rimandasse vinto e confuso 5 il che non conviene in alcun modo all’ordin de’ tempi, poichè Boatino appena poteva essere nato quando Azzo morì , come ha osservato poscia anche il P. Sarti (pars 1, p. 92). Il Facciolati soggiugne i nomi d’alcuni altri professori di legge in Padova, senza distinguere comunemente chi spiegasse le leggi civili, e chi le canoniche; de’ quali non sapendo noi che il semplice nome, non possiam ragionare più oltre. XXII. Più scarse ancora son le notizie che abbiamo dei professori di questa scienza nell’università eretta in Napoli da Federigo II. L’avvocato Giannone (Stor. di Nap. l. 16, c. 3) ed altri scrittori napoletani affermano ch’egli vi chiamò a tal fine Bartolommeo Pignatello di Brindisi famoso canonista; e che Carlo I vi condusse poscia al medesimo fine l’anno 1269 (ib. l. 20, c. 1) Gherardo de Cumis collo stipendio di 20 once d’oro, Io credo ch’essi ne avranno avuta notizia da quegli archivi (*); ma convien dire che niuno di questi due lasciasse memoria a’ posteri di lor medesimi con qualche loro opera; poichè non li trovo mentovati da alcuno degli antichi scrittori. È certo (*) La lettera con cui Federigo II nel f?.3r) chiamò Bnilolommeo Pignalelli a leggere le Decretali nell’università di Napoli, è stata pubblicata dall’Origlia (Stor. dello Stud. di Nap. I. i, p. ioo). XXH. In ftapuli. [p. 462 modifica]XXIII. E in Vercelli. 462 LIBRO però, che in quella università fra gli altri studi non era dimenticata la ecclesiastica giurisprudenza, poichè abbiamo accennato, nel trattar che di essa abbiam fatto nel primo libro, una lettera scritta dal re Manfredi a uno di cui non si sa il nome, invitandolo a recarsi a Napoli per interpretarvi il Decreto di Graziano. E come il Giannone stesso confessa che le Decretali di Gregorio IX ricevute furono in quel regno, così non è a dubitare che non ve ne fossero ancora molti interpreti e spositori. XXni. Nell’università eretta l’anno 1228 in Vercelli già abbiam veduto che si stabilì che, fra gli altri professori, due decretisti vi fossero e due decretalisti. Uno di questi fu verisimilmente quel Francesco di Vercelli che scrisse comenti sulle antiche Collezioni delle Decretali, e il quale da Giovanni d’Andrea è nominato tra gl’interpreti di esse (in proleg. l. 1 Decreti.). Il Panciroli allega l’autorità di questo scrittore a provar che Francesco tenne scuola in Vercelli (l. 3, c. 11). Ma nel passo da lui accennato io non trovo che il puro nome di Francesco senza menzione alcuna del luogo ove egli insegnasse. Forse a queste scuole medesime fu istruito quel Giovanni di Vercelli, ch’entrato poi nell’Ordine de’ Predicatori fu per qualche tempo professore di diritto canonico in Parigi, e l’anno 1264 fu eletto a maestro generale dell"Ordine, di cui parlano lungamente i PP. Quetif ed Echard (Script. Ord. Praed. t. 1 , p. 210, ec.). Lo stesso Giovanni d’Andrea nomina ancora Ugo di Vercelli (in 6 Decret. (tit. de offic. et pot. Deleg c. cum plures, ec.), [p. 463 modifica]SECONDO 4f>3 cui il P. Sarti con più ragioni e coll’autorità del Diplovatacio dimostra (pars 1, p. 297) doversi distinguere da Uguccione vescovo di Ferrara, con cui alcuni l’hanno confuso. Ove insegnasse Ugo, niuno ce ne ha lasciata memoria; e forse egli ancora fu professore nella sua patria verso la fine del secolo XIII. L’anno 1304 fu fatto vescovo di Novara (Ugfiell. in Episc. Novar.)) ma ch’ei fosse prima vescovo di Vercelli, come il Diplovatacio ha scritto, nè sembra probabile, nè si accorda colla serie de’ vescovi vercellesi presso 1’Ughelli. XXIV. Non vuolsi ancora tacere un altro celebre personaggio che questa città ebbe nel fine del secolo XII e al principio del XIII, cioè il cardinale Guala (della nobil famiglia Racchieri. Il ch. P. abate Frova canonico regolare, sotto l’usato suo nome di Filadelfo Libico, ne ha scritta con molta erudizione ed esattezza la Vita stampata in Milano l’anno 1767 (a). Quanto ei fosse versato nel diritto canonico, cel dimostrano non tanto gli elogi co’ quali egli è stato onorato dagli antichi e da’ moderni scrittori che dall’autor suddetto sono stati insieme raccolti (p. 2, ec.), quanto le sagge Costituzioni da lui pubblicate per la riforma del clero in Parigi, mentre vi era legato della sede apostolica l’anno 1208, le quali dopo le edizioni fattene nelle Collezioni dei Concilj sono state di nuovo date alla luce nella Vita sopraccennata (a) Il valoroso sig. ab. Dcnina ci ha poi dato l’elogio del cardinale Gnnla, valendosi singolarmente del1 accennata V’ita scrittane dal P. ab. Frova (Piemontesi ili. t. 3, p. a63). [p. 464 modifica]464 LIBRO (p. 36, ec.). E degni d’essere osservati sono singolarmente i capitoli che appartengono a’ maestri e agli scolari di quella università, che ci mostrano il Cardinal Guala sollecito pel felice stato di essa. Ma vantaggio maggiore recò egli alla sua patria col fondar che vi fece l’an 1219) il monastero di S. Andrea da lui conceduto a’ Canonici regolari (p. 111,ec.). Egli ne diè il governo a Tommaso canonico regolare di S. Vittore in Parigi, cui perciò fè venir dalla Francia. Era questi uomo assai dotto, come ne fan testimonio le opere che di lui ci rimangono, e singolarmente i Comenti su quelle attribuite a S. Dionigi Areopagita (V. Oudin de Script eccl. t 3, p. 9). Egli è detto or dalla sua patria Tommaso Gallo, or dal suo monastero Tommaso vercellese. Un monastero fondato da un dotto cardinale, e a un dotto abate raccomandato, non è maraviglia che divenisse sede e scuola di profonda dottrina. Una pruova ne abbiamo nelle Cronache di S. Francesco, nelle quali si narra (l. 5, c. 5) che S. Antonio di Padova insieme con F. Adamo da Marisio inglese furono da S. Francesco mandati al monastero di S. Andrea di Vercelli a studiarvi la teologia sotto la direzione di quell1 abate. Ilic S. Antonius primus fuit, qui studiis lilterarum operarti de.dit, et Theologiam legit in medio Fratrum Minorum de licentia S. P. Francisci, quem Vercellis ad studia cum socio nomine Adamo de Marisi Anglo misit ad Abbatem S. Andreae , illorum temporum clarissimum Theologum, qui nuper D. Dionysium Aeropagitam ex Graeco in Latinum a se reddituni [p. 465 modifica]SECONDO 4^5 commentis illustraverat, cujus tempore studium Papia et Mediolano fuerat translatum Vercellis. Questa traslazion dello Studio da Pavia e da Milano a Vercelli è nota al solo autore delle Cronache; nè a me è avvenuto di trovare alcun monumento da cui si provi che in quelle due città in questo secolo fosse pubblico e generale Studio. Ma sembra che qui si accenni il trasporto dello Studio di Padova a Vercelli, di cui si è ragionato nel primo libro, avvenuto l’an 1228, che coincide bensì coi tempi dell’ab. Tommaso, ma non con quelli di S. Antonio di Padova, il quale, essendo morto nel 1231, più anni prima dovette recarsi a quello Studio, e che il cronista abbia per errore scritto Pavia e Milano in vece di Padova. E non potrebbesi per avventura congetturare che questo trasporto medesimo seguisse per opera del Cardinal Guala? Ei morì veramente l’an 1227, e il trasporto non fecesi che nel seguente. Ma forse egli n’avea concepito il disegno, e ne stava disponendo T esecuzione, che poi non ebbe effetto, se non poichè egli fu morto. Questa però non è che una semplice mia congettura, che non ha alcun fondamento sicuro su cui sostenersi. Un’altra pruova del sapere di questo celebre cardinale è la copiosa biblioteca ch’egli avea raccolta, cosa rarissima a que’ tempi, e che non praticavasi che da uomini facoltosi insieme e dotti. Di essa ancora ei fece dono al suo monastero di S. Andrea, e noi ne abbiamo altrove più lungamente parlato (l. 1 , c. 4). TlRABOSr.ilI , Poi. IV. JO [p. 466 modifica]466 LIBRO XXV. Io non trovo in Milano di questi tempi pubblica scuola di sacri Canoni. IN è è maraviglia, come in altro luogo ho accennato, che nelle continue turbolenze da cui questa città fu ne’ tempi de’ quali parliamo agitata, nousi potesse pensare molto agli studi. Ben trovo nominato dal Panciroli (l. 3, c. 3) un Vincenzo Castiglione milanese, cui egli chiama sommo canonista. Ei cita in pi uova due passi dell abate Palermitano scrittore del secolo xv. Ma in essi io nol veggo nominato che col nome semplice di Vincenzo, senza indicio alcuno di cognome, o di patria. Al contrario Oldrado da Ponte Lodigiano, che visse al principio del secolo xiv, e fu scolaro di Dino dal Mugello giureconsulto del secolo di cui parliamo, e coetaneo di Vincenzo, dice (Cons. 69) ch’ei fu spagnuolo, e non gli aggiugne cognome, e lo stesso confermano altri antichi autori allegati dal P. Sarti (pars I, p. 316, 332); onde non vi è luogo a dubitare ch’ei non sia quel Vincenzo spagnuolo da noi accennato poc’anzi, e l’unico di tal nome di cui si trova menzione presso gli antichi giureconsulti. E nondimeno l’Argelati gli dà francamente il cognome di Castiglione e il fa milanese di patria (Bibl. Script, mediol, t. 1, pars 2 , p. 393); e reca egli pure la supposta autorità dell’ab. Palermitano; e dell’opposto parere di Oldrado, tanto più antico scrittore, si spedisce brevemente con un perperam Hispanum fuisse affirmat. Il più leggiadro si è, ch’ei ci assicura che Vincenzo fu un de’ primi chiosatori del Decreto di Graziano, e poi soggiugne che visse circa la metà del [p. 467 modifica]secolo xv, cioè tre secoli dopo Graziano, come se per tre secoli niuno avesse interpretato il Decreto, e come se Oldrado vissuto nel secolo xiv avesse potuto nominare uno scrittore del secolo seguente. Ma Vincenzo scrisse bensì sulle Decretali più antiche, e su quelle di Gregorio IX: che scrivesse sul Decreto, il Panciroli solo lo afferma; e inoltre ei fu coetaneo, come pruova il P. Sarti, dell’arcidiacono Tancredi , e visse perciò verso la metà del secolo XIII. L’Argelati a questo stesso Vincenzo attribuisce alcune note sulle Storie di Sallustio che veggonsi in una edizione di questo scrittore fatta in Basilea nel secolo xvi. E l’autor di esse dicesi in fatti Vincenzo Castiglione. Ma chi non vede eli1 ei non può essere il nostro Vincenzo vissuto nel XIII secolo, quando ancora non si pensava a comentare gli antichi scrittori? E chi sa ancora se questo interprete di Sallustio fosse milanese di patria?

Capo VI.

Storia.

I. La storia, come altrove abbiamo osservato , può annoverarsi e tra le scienze che si prefiggono la scoperta del vero, e tra gli studi dell’amena letteratura, che per loro primario oggetto hanno il bello. In quanto ella è ricerca ed esame de’ fatti accaduti, appartiene alle prime; in quanto è sposizione colta ed ornata de’ fatti medesimi , appartiene a’ secondi. [p. 468 modifica].{68 LIBRO Gli storici ili questa età non hanno molto diritto di entrare in veruna di queste classi; perciocchè essi non si stancan molto in discernere il vero dal falso, ma parlando singolarmente di cose antiche ci narrano le più gran fole del mondo; e pretendono ancora che noi diamo lor fede. Nella sposizione poi de’ fatti medesimi, non solo non son guari solleciti di ornamento e di eleganza , ma per lo più si spiegano in uno stil così barbaro, che non se ne può soffrir la lettura, se non per ridersi della lor barbarie medesima. E nondimeno dobbiam loro mostrarci riconoscenti e grati, perchè senza essi saremmo in gran parte al buio delle cose a’ lor tempi avvenute. Le favole di cui hanno imbrattata la storia de’ tempi antichi, troppo bene son compensate dalla sincerità con cui ci hanno narrate quelle di cui furono testimoni. Alcuni, è vero, fin da que’ tempi si lasciat oli sorprendere dallo spirito di partito; ma essi sono assai pochi, e i più ci parlano con un’amabile e schietta semplicità che è il più certo argomento del vero. Ed ugualmente dobbiamo esser tenuti a coloro che hanno disotterrate e donate al pubblico cotali Storie; e singolarmente all’immortal Muratori, che tante ne ha date alla luce nella sua gran Raccolta degli Scrittori delle Cose italiane. Poichè dunque di questi storici dobbiam ragionare, benchè altrove gli abbiam uniti cogli scrittori delle belle lettere, qui nondimeno, ove la copia maggiore ci obbliga a più esatta separazione, ne parleremo in questo libro medesimo; giacchè l’unico loro pregio si è quello di dirci il vero, ove parlati [p. 469 modifica]SECONDO 46y di cose a’ loro tempi avvenute. E per proceder con ordine, cominceremo da quelli che ci han date Cronache o Storie generali, poscia seguirem dicendo di quelli che la storia di qualche particolare città hanno illustrata. II. E sia il primo uno storico a cui confesso che non senza qualche timore io dò luogo tra gli scrittori italiani. Egli è Goffredo da Viterbo. E se veramente ei fu da Viterbo, la quistione è decisa. Ma dovrebbesi egli mai sospettare che in vece di Viterbiensis dovesse leggersi Vittembergensis? Il cardinale Baronio ne dubitò (Ann. eccl. ad an. ii86)j ma non si trattenne a disciogliere il dubbio. È certo ch’ei passò la sua fanciullezza in Bamberga, ed ivi fu istruito nella gramatica, come egli stesso afferma nella sua Storia, di cui frappoco diremo (Script. Rer. ital. vol. 7, p. 438, 439)- Egli inoltre ci narra di essere stato cappellano e notaio di Corrado III, di Federigo I e di Arrigo VI tra’ re di Germania (ib. pi 454): i quali due argomenti come ci pruovano eh1 ei passò in Allemagna la più parte della sua.vita, così ci fan nascere qualche sospetto che vi fosse ancor nato. Ma più d’ogni altra cosa mi tien dubbioso ciò eh egli dice nella prefazion della sua Storia al pontefice Urbano III. Nomen autem auctoris Libri est Gotfridus, quod interpretatur Pax Dei. In lingua namque Theutonica Got dicitur Deus, et Frid dicitur Pax. Un autor italiano scrivendo a un papa italiano avrebbe egli tratta l’etimologia del suo nome dalla lingua tedesca? E il riconoscer ch’ei fa il suo nome tedesco di origine, non ci fa egli dubitare ch’ei lo fosse ancora [p. 470 modifica]47° I.JBRO di patria? Nondimeno grande argomento a creder Goffredo italiano si è il vedere che non vi ha, ch’io sappia, un sol codice in cui egli sia detto vittembergese, di che ho voluto io stesso accertarmi consultando quanti ho potuto Catalogi di codici manoscritti. Finchè dunque non ci si pruovi con qualche certo argomento ch’ei fosse tedesco, atteniamoci a ciò che tutti i codici ne attestano concordemente, e diciamolo nato, o almeno oriondo di Viterbo. Di lui non sappiam altro, se non che ebbe le onorevoli cariche da noi poc’anzi accennate. In un luogo della sua Storia però egli accenna una sua vicenda, che non so se da alcuno sia ancora stata avvertita; perciocchè volgendosi nel fin di essa al giovane Arrigo VI, e dandogli salutari consigli, e quello fra gli altri di punir prontamente i delitti, aggiugne: Si mea vincla prius subito punita fuissent, Nulla Moguntini tibi captio damna dedisset. ib. p 468. Pare adunque che Goffredo in qualche occasione fosse fatto prigione; e che dall’esser questo delitto rimasto impunito ne fosse poi in qualche modo provenuta la prigionia di Cristiano arcivescovo di Magonza, il quale l’anno 1179, caduto in battaglia nelle mani di Corrado marchese di Monferrato (Murat. Ann. d’Ital. ad. h. an.), fu da lui per due anni tenuto in carcere. Ma quando e per qual ragione avvenisse la prigionia di Goffredo, non ne troviamo indicio presso gli antichi scrittori. Egli scrisse una Cronaca generale dal principio del mondo fino a’ suoi tempi, conchiudendola colle nozze di Arrigo VI [p. 471 modifica]SF.CONtJO 47 * colla reina Costanza, seguite l’anno 1186, e dedicolla ad Urbano III che l’anno innanzi era stato eletto pontefice, e morì poi nel seguente 1187. Le si dà comunemente l’ampolloso nome di Pantheon, perchè tratta di tutti i re e de’ regni tutti del mondo; il qual nome però non si sa s’ella avesse dal suo autore medesimo, o da’ copiatori, Io credo però ch’egli non fosse troppo alieno dall1 avere assai favorevol concetto della sua opera; perciocchè egli dice di se medesimo (ib. p. 454)- linee omnia cis citraque mare per annos quadraginta sum perscrutatus ex omnibus armariis et La finis, et Barbaris, et Graecis , et Judaicis et Chaldaeis. Un Mabillon e un Muratori non avrebbon detto altrettanto. Ma Goffredo ci permetterà o di credere ch’egli abbia qui esagerato alquanto, o d’intendere in più modesto senso le sue parole; cioè ch’egli abbia avuti in mano alcuni libri da cui raccoglier le cose da lui narrate. Parecchie edizioni ne abbiamo. Il Muratori quella parte solo ne ha pubblicata di nuovo (Script. Rer. ital. l. cit.) che appartiene all’Italia, cominciando dal iv secolo. E sì che anche in essa, ove tratta di cose antiche, segue lo stil comune degli scrittori di questa età; ma ove parla de’ suoi tempi, è autore assai degno di fede. Ella è scritta parte in prosa poco elegante, parte in men eleganti versi. Un’altra diversa opera di Goffredo conservasi manoscritta nella imperial biblioteca di Vienna , intitolala: Speculimi Re ginn, sive de Genealogia Regum et Imperatorum a Diluvii tempore usque ad Henricum VI Imperatorem. Il Lambecio ne ha [p. 472 modifica]47^ I.IBRO pubblicata la prefazione indirizzata allo stesso Arrigo (De Bibl. Caesar. l. 2, c. 8), di cui loda molto il sapere e l’erudizione. Sarebbe cosa assai vantaggiosa, come riflette il Muratori, se, lasciate in disparte le antiche genealogie tessute, Dio sa in qual modo, da Goffredo, se ne pubblicasse sol quella parte che tratta de’ principi di tempo a lui più vicini. III. Quasi al medesimo tempo una somigliante Cronaca generale scrisse Sicardo vescovo di Cremona. Di lui abbiam già fatta menzione nel capo precedente ove abbiam parlato dell’opera su’ sacri Canoni da lui composta, e delle congetture , sulle quali il P. Sarti crede probabile ch’ei fosse professore di essi in Bologna. Egli stesso nella sua Cronaca ci racconta (Script. rer. ital. vol. 2, p. C >3) che ebbe gli ordini, cioè, quanto sembra, i minori da Offredo vescovo di Cremona verso l’anno 1179; che l’anno 1183 dal pontefice Lucio III fu ordinato suddiacono (ib. p. 603); e che quindi a due anni fu consecrato vescovo di Cremona (ib.). Aveano allora i vescovi nella maggior parte delle città italiane e di Lombardia singolarmente una cotale autorità che rassomigliava a dominio; e non e perciò maraviglia che veggiamo Sicardo occupato in gravi e politici affari a vantaggio della sua patria, che da lui stesso si annoverano. L’anno 1186 Federigo I sdegnato contro de’ Cremonesi, atterrò un loro castello, detto di Manfredi. Ma Sicardo così efficacemente adoperossi presso l’imperadore, che ottenne a’ suoi concittadini la pace (ib.). Quindi a loro istanza andossene l’anno seguente [p. 473 modifica]SECONDO 47^ in AUemagna per ottenere da Federigo licenza di rifabbricare l’atterrato castello; ma essendo state inutili le sue preghiere, tornato l’anno 1188 a Cremona, intraprese la fabbrica di Castelleone. Frattanto essendo la città di Gerusalemme l’anno 1187 ricaduta in potere degl’infedeli, e facendosi leve in ogni parte d’Europa per la guerra sacra, Sicardo ancora vi mandò soccorso ed ajuto; Anno vero mclxxxix Bursam Cremonae, qua ni fecimus fabricari, ultra mare pro terrae subventione personis et rebus misimus oneratam (ib. p. 605). Io non trovo chi abbia fatta riflessione sulla parola Borsa usata nel senso che qui veggiamo, il quale altro non può essere che di una nave da’ Cremonesi ad istanza del loro vescovo fabbricata, e mandata con carico di soldati e di provvisioni al soccorso de’ Cristiani. Nel 1196 fece la traslazione solenne de’ corpi de’ SS. Archelao martire e Imerio confessore (ib. p. 617), e nel seguente (non nel 1164 come forse per errore di stampa si legge nella prefazione del Muratori) fabbricò interamente il castello di Genivolta nel Cremonese , eli’ egli in latino chiama Jovis altae. Nel 1199 recossi a Roma per ottenere, come gli venne fatto da Innocenzo III, la canonizzazione di S. Omobuono in quell’anno medesimo (ib. p. 618). L’anno 1203 andò egli stesso in Oriente e sin nell’Armenia compagno del cardinale Pietro legato apostolico, a cui istanza egli tenne in Costantinopoli nel tempio di S. Sofia solenne ordinazione (ib. p. 620, 621). A questi viaggi e a queste sue occupazioni ei congiunse lo scriver più libri, perciocchè, oltre la [p. 474 modifica]IV. Di Giovanni Colonna arcivescovo di Messina. 474 I.JDUO Somma ile1 Canoni da noi già mentovata, egli scrisse una Cronaca dal principio del mondo sino a’ suoi tempi, di cui il Muratori prima d’ogni altro ha data alla luce sol quella parte che tratta de’ tempi posteriori alla venuta del Redentore, ne’ quali ancora però trovansi non pochi favolosi racconti, ma ben compensati dalla esattezza con cui ha esposte le cose a’ suoi tempi avvenute. Della diversità de’ codici di questa Cronaca, e delle interpolazioni ed aggiunte che vi sono state fatte, veggasi la prefazione erudita che il Muratori vi ha premessa (ib. p. 523). Egli accenna ancora alcune altre opere che diconsi da Sicardo composte, ove però egli ha preso errore, congetturando che il libro intitolato Mitrale, che a lui si attribuisce, altro non sia che una Cronaca; perciocchè il p. Sarti , che ne ha veduta copia nella biblioteca Vaticana, afferma (De Prof. Bonon. t. 1, pars 1, p. 284) che non è altro che un trattato liturgico della celebrazione de’ Divini Uffici, ed egli stesso ne ha pubblicata la prefazione, e i titoli de’ libri e de’ capi (ib. pars 2, p. 111). Sicardo morì l’anno 1215, come raccogliesi dalle giunte fatte alla sua Cronaca (Script. Rer. ital. vol. 7, p. 625), e da un’altra antica Cronaca di Cremona pubblicata dal Muratori (ib. p. 639), e dal Necrologio di quella chiesa citato dall1 eruditissimo abate Zaccaria (Series Crem. Episc. p. i32). IV. Questi due scrittori di cronaca hanno avuta la sorte di ritrovare chi si prendesse pensiero di pubblicare le loro opere. Non così è avvenuto a Giovanni Colonna dell" Ordine de’ [p. 475 modifica]sEcoxno 47-f* Predicatori arcivescovo di Messina, che dopo essi si esercitò nel medesimo argomento, e che forse non meritava meno di essi l’onore di venire a luce. I PP. Quetif ed Echard ne hanno parlato con la consueta loro esattezza (Script. Ord. Praed. t. 1, p. 418), e con autentici monumenti hanno provato ch’egli era nipote del cardinale Giovanni Colonna celebre nella Storia ecclesiastica a’ tempi di Onorio III e di Gregorio IX; che, mandato a studiare in Parigi, dalle prediche del B. Giordano fu indotto ad entrare nell’Ordine de’ Predicatori; e che, dopo aver in esso sostenute onorevoli cariche, fu eletto l’anno 12.55 arcivescovo di Messina; che fu poscia fatto dal pontefice Urbino IV suo vicario, e che verso l’anno 1264 rinunciò il suo arcivescovado, e continuò probabilmente a vivere in Roma, e morì tra l’anno 1280 e il 1290. Essi hanno ancor confutato l’errore di molti Scrittori che hanno asserito che dalla chiesa di Messina ei fu trasferito a quella di Nicosia nell’isola di Cipro. Ma io mi maraviglio ch’essi non abbian fatta parola della legazione che a nome d’Alessandro IV ei sostenne in Inghilterra l’armo 12.5-, di cui ragiona Matteo Paris (Hist. ad h. an.), rappresentando coll’usata sua maldicenza questo prelato come un sordido e insaziabile riscotitor di denaro. Egli avea composta una Storia generale in sette libri dalla creazion del mondo sino a’ suoi tempi, di cui conservansi più copie manoscritte che si annoverano da’ suddetti scrittori e dall’Oudin (De Script, eccl. t. 3, p: 185). Egli la intitolò Mare Historiarum, da cui è diversa un’altra opera sotto [p. 476 modifica]476 N. LIBRO lo stesso nome pubblicata in lingua francese a Parigi l’anno 1488. Un altro libro avea egli scritto delle Vite degli Uomini illustri così idolatri come cristiani, di cui si ha copia nel convento de’ SS. Giovanni e Paolo in Venezia, e di cui si era pensato a farne dono al pubblico colla stampa; ma finora non si è eseguito (Fabr. Bibl. med. et inf. Latin, t. 1, p. 404)Gli stessi autori rammentano qualche altro opuscolo di Giovanni. La Storia però de’ Romani Pontefici, che si mentova dall’Oudin, non è altro probabilmente che una parte della voluminosa sua Cronaca. V. Verso la fine del secolo stesso si applicò ad illustrare la Storia universale Riccobaldo ferrarese. Tre opere abbiamo del medesimo argomento a lui attribuite. La prima è quella a cui egli diè il nome di Pomario (e non Pomerio, come in più codici è scritto), volendo dire eli1 essa era come un delicioso giardino in cui avea da ogni parte raccolti i più soavi frutti. In essa in fatti ei comprende la storia tutta dal principio del mondo fino a’ suoi tempi. Quasi al medesimo tempo Gian Giorgio Eccardo in Germania e il Muratori in Italia pensarono a pubblicarla; e amendue, senza saper l’uno dell’altro, crederono saggiamente che non conveniva darne alla luce che (quella parte che trattava de’ tempi a lui più vicini, cominciando da Carlo Magno (de’ quali tempi ancora per altro ei non lascia di metterci innanzi romanzeschi e favolosi racconti in buon numero), e lasciare in dimenticanza le cose più antiche che troppo meglio potean apprendersi altronde. [p. 477 modifica]SECONDO 477 L’Eccardo fu il primo nell’esecuzion del disegno, e diè alle stampe il Pomario del Riccobaldo l’anno inu’ ò (Script, medii aevi, t. 1, p. 1150). Ma il Muratori non perciò ne depose il pensiero, e il pubblicò egli pure con qualche giunta, e colle varie lezioni tratte dai codici mss. e singolarmente da uno di questa biblioteca Estense (Script. rer. ital. vol. 9, p. 99). Niuno rivoca in dubbio ch’ella non sia opera di Riccobaldo. Egli stesso si nomina in un passo della sua Storia, ove racconta (ib.p. 127) ch’ei fu testimonio di veduta di un prodigioso miracolo operato ad intercessione di S. Antonio in un muto nato, a cui si sciolse la lingua in Padova l’anno 1243. Inter caetera ego Ricobaldus Ferrariensis an. Christi MCCXLIII Paduae aderam, ec. Ei narra inoltre che l’an 1251, essendo ancora giovinetto, udì predicare in Ferrara il pontefice Innocenzo IV (ib.p. 132). E queste son le sole notizie che di lui ci sono rimaste. Solo Girolamo Rossi, che non so su qual fondamento il chiama Gervaso Riccobaldo (Hist. Ravenn. l. 6 ad an. 1292), afferma ch’ei fu canonico di Ravenna. Il Rossi non ne adduce pruova; ma ch’ei vivesse in Ravenna, si rende probabile al riflettere che sulle cose di quella città ei gode di stendersi più lungamente, e ch’egli dedica il suo Pomario a Michele arcidiacono di Ravenna. Egli scrisse la sua Storia l’anno 1297, come si raccoglie dalle parole di un antico codice citato dal Muratori, benchè vi si vegga aggiunta ancor qualche cosa dell’anno seguente. La seconda opera che a Riccobaldo si attribuisce, e che sotto il nome di [p. 478 modifica]4^8 LIDHO lui dall’Eccardo è stata pubblicata, è una compilazion cronologica, che cominciando similmente dal principio del mondo giunge fino al 1313. Nella prefazione ei si dice esule dalla patria, e canonico di Ravenna; e perciò si è creduto ch’ei non fosse diverso da Riccobaldo. Ma il Muratori, benchè l’abbia egli ancor pubblicata (l.cit.p. 193), dubita nondimeno ch’ella sia d’altro autore. E certo, lasciando stare le altre ragioni da lui recate, io non so intendere come Riccobaldo, dopo aver composta una Storia universale, volesse poscia farne un’altra, e ciò che è più, senza mai far menzione di quella ch’egli avea già scritti. Per la stessa ragione io credo che il celebre Matteo Maria Boiardo conte di Scandiano si volesse ridere un poco degli antiquarii de’ tempi suoi, quando ei divolgò la Storia imperiale di Riccobaldo ferrarese , affermando di averla tradotta dall’originale latino, che è appunto la terza opera attribuita a Riccobaldo. Il Muratori, che pur l’ha pubblicata (l. cit. p. 281), ha disputato assai lungamente se ella debba aversi in conto di traduzione, oppur di opera dal Boiardo composta, e fintamente attribuita a Riccobaldo (a). Ei si mostra assai favorevole a questa seconda opinione; e le ragioni ch’egli ne reca, mi sembrano evidenti. Ma non giova il ripeterle, e quella che ho accennata poc’anzi, può bastare, (a) Intorno a questa traduzinn del Boiardo , veggnsi ciò che nuovamente ne avremo a dire , ove di liti ragioneremo nel tomo sesto, parte seconda, e ciò che ne abbiamo più ampiamente detto nella Biblioteca modenese (I- 1, p. 197, ec.). [p. 479 modifica]SECONDO 479 s’io non erro, a farcene almen dubitare, poichè in somma questa Storia imperiale è ella ancora una Storia universale, e inoltre f autor di essa assai spesso discorda da ciò che nel Pomario di Riccobaldo si legge. Un’altra opera di questo scrittore veduta dal Muratori intorno l’Origine delle città italiane, ma da lui rigettata come troppo ingombra di favole (Script. rer. ital. vol. 20, p. 867), e alcune altre che si accennano dal Fabricio (Bibl. med. et inf. Latin, t. 3, p. 54), e da altri scrittori, io credo anzi che siano stralci del suo ampio Pomario, che opere separatamente da lui composte. VX Così, per tacer di più altri che ci lasciarono opere somiglianti, ma non molto pregevoli, e che si giaccion perciò sepolte nelle polverose biblioteche; così, dissi, fu in questo secolo rischiarata la storia universale. Quando noi confrontiamo le Cronache di questi scrittori colle opere che sullo stesso argomento ci han dato in questi ultimi secoli gli Scaligeri, i Petavii, gli Usserii, gli eruditi Inglesi, e tanti altri dottissimi illustratori dell’antichità più rimota, non possiamo a meno di non riderci della semplicità de’ nostri buoni maggiori che adottarono tante e sì ridicole favole di cui ripiene sono le loro Storie. Ma noi dovremmo essere inverso di essi alquanto più compassionevoli e pietosi. In mezzo a tanti libri e a tanti pregevoli monumenti, fra’ quali ora viviamo, noi possiam pur facilmente divenire eruditi; ogni cosa si può discutere alle leggi della critica più rigorosa; si possono paragonare gli uni agli altri scrittori; si può conoscere in che essi [p. 480 modifica]VII.’ Scrittori di » oriaaulica: fluido dalli Colonne. 48o LIBRO meritili fede, in che non debbano essere uditi; si può in somma con qualche probabilità stabilire a qual opinione dobbiamo attenerci. I nostri maggiori, al contrario, quale scorta potean avere e quai lumi a discerner il vero dal falso? Riccobaldo, che pur dovea essere un prodigio di erudizione a’ suoi tempi, ci nomina tutti i libri de’ quali ei si era giovato a compilar la sua Cronaca (praef. ad Pomar.). Or quai sono essi? S. Girolamo , cioè la Cronaca d’Eusebio da lui tradotta, Prospero d’Aquitania, un cotal Mileto che non sappiamo chi fosse, S. Isidoro, Eutropio, Paolo Diacono, Rufino, Pietro Mangiatore, Paolo Orosio e Tito Livio. Or se non si fossero mai scoperti altri libri, avremmo noi quelle opere sì erudite intorno all’antica cronologia, che ora abbiamo? Mostriamoci dunque riconoscenti a’ nostri maggiori che tanto si adoperarono per istruirci, e non rivolgiamo a loro derisione quelle cognizioni medesime che ora abbiamo, ma non avremmo avute, se vissuti fossimo a’ lor tempi. Noi frattanto dagli scrittori di Storia universale passiamo a quelli che qualche singolar parte presero ad illustrarne. VII. Chi avrebbe creduto che in mezzo a una sì incerta luce, fra cui allor passeggiavasi, si trovasse chi ardisse di scriver la sì antica e sì oscura guerra di Troja? E trovossi nondimeno chi il fece; ma il fece appunto in quel modo che solo potea aspettarsi. Ei fu Guido dalle Colonne giudice messinese. L’Oudin sospetta (De Script, eccl. t. 3, p. 581) che ei fosse oriondo dalla nobile e antica famiglia Colonna sì illustre in Roma; ma confessa egli [p. 481 modifica]SECONDO 481 stesso che non ve n’ha alcuna pruova; e lo stesso Guido al fin della sua Storia si dice messinese: Ego Guido de Columna de Messana. E nel principio di essa si dà il nome di giudice: per me judicem Guidonem de Columna de Messana. L’Oudin aggiugne, e avealo già accennato il Vossio (De Histor. lat. l. 2, c. 60), che Giovanni Boston monaco in Inghilterra nel secolo xiv in un suo Catalogo di Scrittori ecclesiastici , di cui conservansi alcune copie in quel regno, racconta che Odoardo re d’Inghilterra tornando l’anno 1273 dalla guerra sacra, approdato in Sicilia e trovatovi Guido, fu preso per tal maniera dal sapere e dall’ingegno che in lui conobbe, che seco condusselo in Inghilterra. Se ciò è vero, ci convien dire ch’ei cominciasse la sua Storia della guerra troiana prima di andare in Inghilterra. Perciocchè al fine di essa ei dice che aveane composto in addietro il primo libro ad instantiam domini Matthei de Porta Salernitani Archiepiscopi magne scientie viri. Or Matteo della Porta fatto arcivescovo di Salerno l’anno 1263, finì di vivere l’anno 1272 (Ughell. Ital. Sacra, t. 7 in Archiep. Salern.). Per altra parte Guido non arreca altra cagione dell’aver interrotta la sua Storia, che alcuni incomodi sopraggiuntigli, e la morte del suo mecenate. Onde, comunque sia da pregiarsi l’autorità del Boston, parmi nondimeno alquanto dubbioso questo viaggio di Guido nell’Inghilterra: e molto più, se è vero, come il Mongitore, recando l’autorità di un altro scrittore, afferma (Bibl. Sic. t. 1, p. 265), ch’ei fosse giudice in Messina l’anno 1276. Continua poscia Guido a narrare che Tijuboschi, Voi. IV. 3i [p. 482 modifica]482 unno avemlo dopo lungu tempo ripigliato il lavoro, in men di tre mesi il recò a fine: infra tres menses a XV videlicet mensis Septembris prime Indictionis usque ad XXV mensis Novembris proxime subsequentis opus ipsum in totum per me extitit per completum. Così leggesi nel bellissimo codice della Storia di Guido, che si conserva in questa biblioteca Estense, scritto l’aiuto 1380. La prima indizione qui accennata da Guido può segnar l’anno 1273, o, come è assai più probabile, l’anno i 288, o anzi il novembre del 1289, se l’indizione avea principio nel mese di settembre. In fatti in un codice di (questa Storia, che trovasi registrato nel Catalogo de’ Manoscritti dell’Inghilterra e dell’Irlanda (inter Codd. ecel. S. Petri Eborac. cod. 30), si legge: Factum est praesens opux Dominicae Incarnationis 1287. E quest’anno stesso si legge espresso in qualche edizione (V. Catal, della Libr. Capponi, p. 126). Quindi dee credersi errore ciò che si legge in un codice della Riccardiana di Firenze: Questa presente fu perfetta negli anni della Domenica Incarnazione nel 1266 nella prima Indizione (Cat. MSS. lì ibi riccard. p. 227)5 perciocché correva in quell’anno la IX e non la prima indizione. Qual metodo seguisse Guido nel compilar la sua Storia, cel narra egli stesso nella sua prefazione, dicendo che Omero, Virgilio e Ovidio, seguendo le finzioni poetiche, molte cose false aveano scritte intorno alla guerra di Troja; che Ditti greco, ossia di Creta, e Darete frigio, i quali in essa aveano guerreggiato, ne aveano ancora.scritta esattamente la Storia in greco; che un Romano [p. 483 modifica]SECONDO 483 detto Cornelio, nipote del gran Sallustio, aveala recata in latino; ma per soverchio amore di brevità molte cose utili e dilettevoli ne avea recise; e eli1 egli perciò avea da quegli scrittori raccolta una più diffusa e più compiuta storia di quella celebre guerra. Benchè Guido non dica qui chiaramente di aver avute tra le mani le supposte Storie di Ditti e di Darete. che scritte in greco rammentansi da alcuni scrittori de’ bassi secoli (V. Fabr. Bibl. graec. t. 1, p. 27, ec.), e la cui traduzione malamente si attribuisce da alcuni al celebre Cornelio Nipote, il riprender nondimeno ch’ei fa l’antico lor traduttore di averle troncate, e il prefiggersi di supplire a tal errore, sembra persuadercelo. In fatti in alcune edizioni e in alcuni esemplari quest’opera ci si dà come una traduzione dal greco di que’ due storici fatta dal nostro Guido (V. Bibl. de’ Volgarizz. it. t. 1 , p. 341), benchè pur egli altre cose vi aggiugnesse prese da altri scrittori. Questa Storia è divisa in trentacinque libri, molti de’ quali però son così brevi, che si potrebbon anzi chiamare capi. Di una versione italiana che ne fu fatta nel secolo xvi, e che da alcuni si è per errore creduta opera originale dello stesso Guido, veggansi le annotazioni di Apostolo Zeno alla Biblioteca del Fontanini (t. 2, p. 153, ec.), e la Biblioteca de’ Volgarizzatori italiani (t. 2, p. 243, ec.) t. 4, p. 33o j t. 5, p. 539). Il Mongitore annovera (l. cit.) alcuni codici mss. di questa Storia, oltre le molte edizioni che ne abbiamo , a’ quali codici convien aggiugnere i molti altri che si trovano registrati ne’ Catalogi di varie biblioteche [p. 484 modifica]via Scrittori della Storia siciliana: Riccardo da San Germano. 48$ mòro recentemente stampati, die non giova il rammentare distesamente, e quello che sopra abbiamo accennato di questa Estense biblioteca. Delle rime italiane di questo scrittore parleremo nel libro seguente. VOI. Mentre nella Sicilia si cercava per tal maniera, come a que’ tempi era possibile, di rischiarare l’antica storia, più altri scrittori nel medesimo regno tramandavano a’ posteri la memoria delle cose a’ loro tempi avvenute. Le grandi rivoluzioni a cui fu soggetto quel regno dopo la morte del re Guglielmo II, somministravano ampio argomento di Storia-, e il favore di cui la più parte de’ re di Sicilia in ’ questo secolo onoraron le scienze, stimolava molti a trattarne. Quindi non v’ebbe.in Italia provincia alcuna che più di questa avesse scrittori della sua Storia; e dobbiamo anche aggiugnere che le Storie degli autori siciliani sono le migliori per avventura e le meno incolte che di que’ tempi ci sian rimaste. Il primo di essi è Riccardo da S. Germano nato nel luogo di questo nome in Sicilia, e di professione notaio, coni’ egli stesso si chiama nella prefazione alla sua Storia. Egli scrisse le cose in Sicilia avvenute dall’anno 1189, in cui morì il re Guglielmo suddetto, fino all’anno 1243 , toccando insieme più brevemente le vicende in quegli anni altrove accadute. Ei si protesta di scriver ciò che o avea veduto egli stesso, o avea da testimonj certissimi inteso: e quindi non solo il Muratori, che dopo l’Ughelli ne ha data in luce la Storia (co/. ~ Script. Rer. ¡tal. p.;)63), ma prima di Ini il Rinaldi (Ànn. veci, ad ari. 1198), [p. 485 modifica]SECONDO /fio che a\eane avuto un codice ms., ne han lodata non poco la sincerità e l’esattezza. Ei volle ancora mostrarsi poeta; e due suoi ritmi inserì nella Storia, uno in morte del re Guglielmo (l. c. p. 970), l’altro nella perdita’ che i Cristiani fecero di Damiata (ib. p. 993). Ma a dir vero, egli era assai migliore storico che poeta. IX. Dietro a Riccardo da S. Germano venne con piccolo intervallo Matteo Spinello da Giovenazzo , luogo nel regno di Napoli nel territorio di Bari; perciocchè egli cominciando la sua Storia dall’anno 1247, la condusse almeno fino all’anno 1268. Dissi almeno, perciocchè Angelo di Costanzo nel proemio alla sua Storia del Regno di Napoli afferma eli’ ei la condusse fino a’ tempi di Carlo II; ma quella che ora abbiamo, non giunge che al suddetto anno. Egli ancora scrisse le cose da sè vedute , e più volte nomina se medesimo, narrando di essere intervenuto a’ fatti di cui ragiona; e la stessa maniera con cui scrive la Storia, ci mostra ch’egli comunemente notava gli avvenimenti di mano in mano che essi seguivano , perciocchè nota i giorni, e talvolta ancor l’ora a cui ciascuna cosa intervenne. E nondimeno trovansi in questo Giornale non pochi errori evidenti contro l’ordin de’ tempi, i quali non ad altro si possono attribuire che a negligenza de’ copiatori. L’erudito Gian Bernardino Tafuri gli ha raccolti nella sua Censura sopra i detti Giornali pubblicata dal Muratori innanzi a’ medesimi (Script. Rer. ital. vol. 7, p. 1059). e stampata ancora separatamente (Racc, di Opusc. Scientif. t. 6, p. 309). Ciò che è più degno di [p. 486 modifica]486 RiBno riflessione, si è che è questa la prima opera che noi troviamo scritta in prosa volgarementre finora essa non erasi usata che verseggiando; e tutti gli scrittori di prosa si eran serviti della lingua latina. Ma la lingua volgare di questo scrittore non è già la colta lingua italiana , qual veggiam poscia usata dagli scrittori susseguenti. Ella è un dialetto napoletano somigliante a quello che anche al presente da quel popolo si adopera. Eccone per saggio il principio: Anno Dom. 1247. Federico Imperatore se ne tornao rutto da Lombardia, et venne a caccia con li falconi in Puglia. Nella fine del detto anno incominciao a raccogliere gente, perchè se diceva, che volea passare in Lombardia. Dal che confermasi ciò che nella prefazione premessa al terzo tomo di questa Storia abbiamo asserito, cioè che prima formaronsi i particolari dialetti, e poscia si venne ordinando ed abbellendo una lingua che a tutta l’Italia fosse comune. Nè può nascere dubbio che sia questa una traduzione fatta dall’originale latino, in cui per avventura avesse scritto Matteo il suo Giornale. Niuno ne ha mai veduta copia in latino; e solo in questa lingua è stato recato dal P. Papebrochio (Propyl. ad Acta SS. maii); intorno a che veggasi la prefazione del Muratori, il quale è stato il primo a dare interamente e seguitamente in luce questo Giornale (Script. rer. ital. vol. 7. p. 1055), che dal Summonte era stato nella sua Storia di Napoli qua e là a varii luoghi inserito. X. Due altri scrittori siciliani scrissero delle cose de’ tempi loro, cioè Niccolò di Jamsilla, [p. 487 modifica]SECONDO 4^7 che comprese la Storia delle gesta di Federigo II, e di Corrado e di Manfredi di lui figliuoli dall’anno 1210 fino al 1258; e Salla, o, come sembra doversi leggere, Saba M.vlaspina, che chiama se stesso Decanum Miliiensc.m, et Domini Papae Scriptorem, il quale ripigliando la Storia dall’anno 1250, la condusse fino al 1276. Il primo di essi ci si mostra seguace del partito de’ Gibellini 5 ed esalta perciò Federigo, non meno che Corrado e Manfredi: il Malaspina al contrario si dà a vedere favorevole a’ Guelfi; e perciò di que’ principi non forma un troppo vantaggioso ritratto. Così un fatto medesimo si vede talvolta narrato da due diversi scrittori in maniera affatto diversa: e noi ci troviamo sospesi ed incerti a chi debbasi fede; e spesso non possiamo determinarci ad antiporre l’uno all’altro; e il miglior frutto che dalle Storie lor raccogliamo, si è di cercar di distinguere accortamente gli scrittori che si lascian condurre dallo spirito di partito, da quelli che altra scorta non hanno che la schietta e semplice verità. Amendue scrissero in latino, e il Malaspina singolarmente in uno stile assai rozzo ed incolto. Delle diverse edizioni che ne sono state fatte in addietro. e del confonder che si è fatta 1’una colf altra, attribuendole ad un anonimo autore, veggansi le belle prefazioni del ch. Muratori, il quale le ha inserite amendue nella sua Raccolta (Script. Rer. ital. vol. 8, p. 489, et 781). XI. L’ultima delle Storie siciliane di questa età è_ quella che sotto il nouip di Rart.olonimeo da Neocastro ossia da Castelnuovo, giureconsulto [p. 488 modifica]488 LIBRO <li Messina, è stata prima di ogni altra pubblicata dal Muratori (ib. vol. 13, p. 1005). Ella comincia dall’anno 1250, e giunge fino al i2C)4- Il diligentissimo editore ha mosso qualche leggier dubbio se ella debba veramente credersi opera del mentovato scrittore; ma egli stesso confessa che non v’ ha argomento che basti a negarlo; ed è certo ch’ella è opera di scrittore contemporaneo, perciocchè egli narrando l’assedio di Gaeta, seguito l’anno 1288 , dice di esserne stato testimonio di veduta (ib. c. 112); e la stessa esattezza con cui descrive alcuni de’ più memorabili avvenimenti a que’ tempi accaduti, ce lo conferma. In altre cose però, benchè di non molto superiori alla sua età , egli ha commessi alcuni non piccioli fai’ ìi che dal ch. Muratori rilevansi nella prefazione a questa Storia premessa. L’autore nel proemio di essa la indirizza a suo figlio, e gli dice che dapprima aveala scritta in versi, ma che poscia ad istanza di lui aveala recata in prosa. Io non so per qual ragione Bartolommeo dia a questa sua prosa il bell’epiteto di solenne composui praesens opus , quod tibi mitto in solemnem prosam. A me certo ella sembra feriale assai ed incolta. XII. Le altre provincie d’Italia, benchè non avessero Storici in sì gran numero , non però ne furono in tutto prive. Ricordano Malespini è il più antico scrittore di Storia che abbia avuto Firenze, e che sia a noi pervenuto. Ei si credette certo di scrivere le più accertate cose del mondo; perciocchè ei si protesta di raccontare ciò che aveva trovato nelle Storie [p. 489 modifica]SECO\DO ^S[) degli antichi libri de’ Maestri Dottori (Storfiorent. c. 4°)j e a que’ tempi cosa scritta e cosa infallibile venivano a significare lo stesso. Anzi egli volle anche istruirci ove avesse trovati sì pregevoli monumenti: Io Ricordano, die1 egli (ih. c. 41) > ful nobile cittadino di Firenze della casa de’ Malespini... e ab antico venimmo da Roma... e io sopraddetto Ricordano ebbi in parte le sopraddette scritture da un nobile cittadino romano, il cui nome fu Fiorello di Liello Capocci; il quale Fiorello ebbe le dette iscritture de’ suoi antecessori, scritte al tempo in parte, quando i Romani disfecciono Fiesole, e parte poi, perocchè il detto Fiorello l’ebbe, che fu uno de’ detti Capocci, il quale si dilettò molto di scrivere cose passate, ed eziandio anche molto si dilettò di cose di Strologia. E questo sopraddetto vide co’ suoi propri occhi la prima porta di Firenze , ed ebbe nome Marco Capocci di Roma. Poi al tempo di Carlo Magno fu un nobile uomo di Roma , il quale fu della sopraddetta schiatta de’ Capocci, il quale trovando in casa loro a Roma le sopraddette iscritture seguitò lo scrivere de’ fatti di Fiesole, e di Firenze, e di molte altre cose. Ed io sopraddetto Ricordano fui per femmina, cioè l’avola mia, della detta casa de’ Capocci di Roma, e negli anni di Cristo mille dugento capitai in Rorna in casa a’ detti miei parenti, e quivi trovai le sopraddette iscritture, e inspezieltà iscrisse quello che trovai iscritture de’ fatti della nostra città, cioè di Fiesole, e ancora di Firenze, e di molte altre croniche e iscritture vi aveva iscritto, [p. 490 modifica]4yO LIBRO e fatto memoria per lo sopraddetto iscrittore. Delle quali cose non curai di scrivere nè copiare: anche iscrissi le cose in parte, che io trovai di questi nostri passati E ancori iscrissi assai cose, le quali vidi co’ miei occhi nella detta città di Firenze e di Fiesole, ed a Roma stetti da dì due di agosto anni mille e dugento infino a dì undici d’Aprile, anni e ritornato ch’io fui nella detta nostra città di Firenze, cercai molte iscritture di cose passate di questa medesima materia: e trovai molte iscritture e croniche, e per lo modo ne trovai, n’ho fatte iscritture e menzione, e per innanzi ne scriverò più distesamente, ed eziandio di mia nazione. Ma sallo Iddio quali scritture eran quelle. Il titolo del secondo capo di questa sua Storia basta a darcene un saggio: Siccome Adamo quanto tempo ebbe infino a Nimis re; e come Apollo strolago fece edificare Fiesole. Non cerchiam dunque presso questo scrittore le notizie de’ tempi antichi, poichè egli ancora ci vende le fole ricevute allora comunemente come infallibili oracoli. Ma nelle cose de’ tempi suoi egli è scrittore esatto, e avuto ragionevolmente in gran pregio. E ben se ne seppe valere Giovanni Villani che lunghissimi tratti ne inserì nella sua Storia, senza mai nominarlo. Ricordano ci ha date ancora notizie della sua famiglia: Io Ricordano sopraddetto, dic’egli (ib. c. 108), ebbi per moglie una figliuola di messer Buonaguisa nobile cavaliere e cittadino di Firenze, nata per madre di messer Coretto Bisdomini nobile cavaliere, e cittadino di Firenze... ed io sopraddetto Ricordano ebbi una [p. 491 modifica]SECONDO 49* figliuola, /<; quale fu moglie di uno nobile cittadino. che avea nome Arrigo della casa degli Ormanni di Firenze. Egli continuò la Storia fino all’anno 1281 in cui morì, e quindi Giacchetto di Francesco Malespini, nipote di Ricordano, continuolla fino al 1 28t>. L’anno della morte di Ricordano ci fa sospettare a ragione di qualche errore nel passo da noi poc’anzi recato, in cui egli narra di essere andato a Roma l’anno 1200, e di avervi trovate quelle scritture di cui si valse a compilar la sua Storia. Perciocchè, se non vogliam dire ch’egli arrivasse almeno a cento anni d’età, non è possibile eli1 egli fosse allora in istato di pensare a raccogliere cotai memorie. Il Muratori ha inserita la Storia di Ricordano, già altre volte stampata, nella sua Raccolta degli Scrittori delle cose italiane (vol. 8, p. 877). Ma per inavvertenza degnissima di perdono in un uomo raccoglitore di tanti e sì varii monumenti, dopo aver dato a Matteo Spinelli il vanto di aver prima d1 ogni altro scritta la Storia in lingua italiana, ha conceduta questa gloria medesima a Ricordano (in praef. ad eius Hist.), a cui solo sembra doversi quella di averla scritta in un linguaggio più colto assai che l’usato già da Matteo. Egli è vero che Ricordano potè cominciare a stendere la sua Storia prima ancor di Matteo: ma non si può provare che così accadesse; e avendola Matteo compita e pubblicata prima di Ricordano, ei può a più giusta ragione pretendere di essere il primo scrittore di Storia in questa lingua. [p. 492 modifica]492 LIBRO XIII. Parecchie Cronache pisane sono stato date alla luce dal medesimo Muratori, tra le quali quella che è intitolata Breviari uni Pisanae Historiae (vol. 6 Script. Rer. ital. p. 163) sembra scritta in questo secolo, poichè giugne (fino all’anno 1269. Ad esso pure appartiene probabilmente un frammento di Storia pisana scritto in lingua italiana, che dall’anno 1214 giunge fino al 1294 (ib. vol. 24, p■ 643). Ma a questo luogo dee certamente riferirsi un altro frammento latino, in cui si narrano le vicende di questa città dall’anno 1271 fino al 1290 (ib. p. 673). L’autore ne è Guido di Corvara, il quale in varii passi di questa Cronaca ci parla di se medesimo, e ci dice che l’anno 1271 secondo il computar de’ Pisani, ossia l’anno 1270, egli insieme con altri fu inviato ambasciadore dalla sua patria al re di Sicilia Carlo I, mentre egli ancora era in Napoli prima di partire per Tunisi, come fece poco appresso (ib. p. 676); che pochi mesi dopo tornò un’altra volta ambasciatore a Carlo , mentre questi era sotto Tunisi, e che ne rivenne nell’aprile dell’anno seguente) nel qual frattempo gli morì una sorella detta Contissa, e un’altra detta Brandolisa prese a marito Giovanni Lagio (ib. p. 678, 679). Ei parla ancora della morte di Gherardo suo fratello e di Rimborgia sua madre avvenuta verso quel tempo medesimo (ib.). L’anno pisano 1272 andò giudice in Corsica (ib.), e l’anno 1274 fu assessore in Piombino (p. 682), per tacere di più altre notizie che di sè e della sua famiglia ei [p. 493 modifica]SECONDO.’{y3 va copiosamente somministrandoci, conchiudendole col raccontare (p. 694) ch’egli, dopo essere entrato F anno 1286 nell’Ordine de’ Minori, e poscia prima della professione depostone l’abito l’anno seguente, nel 1288 entrò tra’ Canonici regolari di S. Fridiano, vi fè professione l’anno seguente, e nel 1290 ebbe gli ordini sacri da Paganello da Porcari vescovo di Lucca. In mezzo alle quali notizie, che potrebbono sembrare inutili alla storia de’ tempi , molte altre ei ne inserisce che non poco giovano ad illustrarla. XIV. Le grandi rivoluzioni che a’ tempi del famoso Ezzelin da Romano accaddero in Padova , in Vicenza, in Verona e in altre città che or compongono il Dominio Veneto, determinarono molti scrittori a tramandarne a’ posteri la memoria. Molti ne ebbe Venezia, e alcuni ancora anteriori all’epoca di cui scriviamo, de’ quali tratta il ch. Girolamo Tartarotti in una sua dissertazione pubblicata dal Muratori (Script. Rer. ital. vol. 25. p. ec.), e più esattamente ancora l’eruditissimo Foscarini (Lette rat. venez. p. 105, ec.); tra’ quali antichi cronisti il più accreditato è un cotal Giovanni Sagornino, che si dice vissuto nel secolo xi, a cui poi succederono altri ne’ secoli susseguenti. Ma io non mi tratterrò a parlarne più a lungo, poichè niun d’essi è alle stampe, trattone qualche frammento, e quella del Sagornino stampata in Venezia nel 1765, e perchè la Cronaca di Andrea Dandolo, che scrisse nel secolo xiv, fece dimenticare tutte l’altre più antiche. Gli Annali, dice il secondo de’ sopraccitati xiv. Storici dello Stalo »•urlo. [p. 494 modifica]4«)4 LIBRO scrittori, ilei doge Andrea Dandolo passano generalmente come il più antico e sicuro monumento della città; giacchè o fosse il merito dell’opera, o la nobiltà dell’autore, o finalmente F essere venuti in luce quando i costumi cominciavano a ripulirsi, e l’industria degli scrittori a tenersi in pregio, cotesti Annali salirono a tal fama, che la memoria di quanti avevano faticato nello stesso argomento rimase cancellata quasi del tutto; e sarebbe affatto spenta, se questi anni addietro non vi accorreva l’erudita curiosità di alcuni, i quali hanno saputo ripescare i nomi di più di un cronista preceduto al doge suddetto, e ricuperare eziandio alquanti preziosi avanzi di tali opere. Veniam! dunque agli altri, le cui opere hanno avuta sorte migliore. Gherardo Maurisio cittadino e giudice di Vicenza scrisse la Storia delle imprese da Ezzelino e dagli altri di quella famiglia fatte dall’anno 1183 fino al i 5 scrittoi’ favorevole troppo e adulator d1 Ezzelino, degno però ancor di scusa, come ottimamente riflette il Muratori (praef. ad ejus Hist. vol. 8 Script. rer. ital. p. 3), perchè Ezzelino, mentre Gherardo scrivea, non avea ancor date le pruove di quella snaturata e barbara crudeltà che poscia diede. Per altra parte egli intervenne non poche volte alle cose che narra, e fra le altre fu prigione in Padova, mentre tra questa città e Vicenza sua patria ardeva guerra, e fu egli stesso spedito a Vicenza per trattare il cambio de’ prigionieri} ma non ottenutolo, tornossene fedelmente alla sua prigione (ib. p. 13). Niccolò Smerego, vicentino egli pure e notaio, scrisse [p. 495 modifica]SECONDO 49Ù brevemente la Storia de’ suoi tempi dall’anno 1200 fino al 1279, che fu poi da scrittore anonimo continuata fino al 1312. Essa ancora è stata pubblicata dopo altri dal Muratori (ib. p. 97, ec.), che vi ha premessa quella di Antonio Godi pur vicentino, che da alcuni si dice vissuto solo verso la metà del secol seguente, ma che più \ erisi utilmente fiori a’ primi anni di esso (Saxias praef. ad ejus Hist ib. P 69) (*). Lo stesso argomento fu pur trattato dall’anonimo Monaco padovano di S. Giustina, che scrisse le cose accadute nella Marca Trivigiana dall’anno 1207 fino al 1270, pubblicato esso ancora dopo altri dal medesimo Muratori (ib. p. 661). Ma la più esatta di tutte le Storie di questo tratto d’Italia scritte nel secolo di cui trattiamo, è quella di Rolandino, che comincia dall’anno 1200 in cui egli dice di esser nato, e giunge fino al 1260 in cui scriveva. Nel proemio della sua Storia egli racconta che suo padre, il qual era notajo in Padova, oltre lo stendere i contratti, andava ancora notando semplicemente le cose più memorabili che accadevano; e che poscia avea a lui consegnate cotai memorie, quando il vide giunto all’età di 23 anni, comandandogli di continuare la Storia. Altrove ci narra (l. 10, c. 4) che avea (*) Degli storici vicentini da me qui nominati, cioè di Gherardo Maurisio, di Niccolò Smerego e di Antonio (iodi, ha poi trattato più a lungo il P. Angiolgabriello da Santa Maria (Bibl. degli Serici, vicent. t. 1, /). i5, io5, i83), che di essi ci dà più minute notirie , e produce alcuni pregevoli documenti tratti dagli animi ili Vicenta. [p. 496 modifica]XV. Storir genovesi jcritt«r per pubblico ordine. 4»jt> LiBllO studiato in Bologna; e che l’anno 1221 vi avea ricevuto da Buoncompagno suo maestro e professore l’onorevole e allor usato titolo di maestro e dottore in gramatica ed in rettorica, col qual di fatti egli è onorato nel suo epitafio pubblicato dopo altri dal Muratori (in Praef. ad ejus Hist. vol 8 Script. rer. ital. p. 155). Grammaticae Doctor simul! artis Rhctorieorum Potau tifili* rram. Gli studi da lui fatti gli giovaron non poco a compilare ed a stendere la sua Storia se non con eleganza di stile, almeno’ con chiarezza e con ordine maggiore assai delf usato dagli altri scrittori di questi tempi; lodato perciò sommamente dal Vossio (De Histor. lat. l. 3, c. 8), e da tutti coloro che ne hanno letta ed esaminata la Storia. Poichè egli l’ebbe compita in dodici libri l’anno 1262, ella fu letta pubblicamente innanzi a molti professori e scolari dell università di Padova, da’ quali essa fu solennemente approvata, come egli stesso racconta (l. 12, c. ult.), e come noi abbiamo altrove accennato in questo tomo medesimo (l. 1. c. 3), il che rende maggiore il pregio e più certa la fede di questa Storia. XV. Questo pregio medesimo di una solenne approvazione deesi alle Storie di Genova. Non vi è forse città in Italia che possa vantare un seguito sì continuato di Storie antiche scritte per pubblico ordine da autori contemporanei. Caffaro era stato il primo che verso la metà del secolo XII avea intrapreso questo lavoro, [p. 497 modifica]SECONDO 497 continuato poscia da altri che nel terzo tomo di questa Storia abbiam rammentati. Ad Ottobuono, che fu l’ultimo da noi allor nominato, venne in seguito Ogerio Pane, che ripigliando la Storia dal 1197, la continuò fino al 1219 (Script. Rer. Ital. vol. 6, p. 379). Egli non dice di averla intrapresa per pubblico ordinej ma non è a dubitare che come que’ che l’aveano preceduto, e que’ che gli vennero dopo , così egli ancora non fosse a ciò fare prescelto per pubblica autorità. Dall1 anno 1220 fino al 1223 ella fu proseguita da Marchisio cancelliere, il quale dice (ib. p. 417) di essersi accinto a tal lavoro ad istanza di Rambertino Guido da Bavarello , o, come leggesi poche linee appresso, da Bonarello (a). Assai più lungo spazio di tempo abbracciò Bartolommeo cancelliere egli pure, perciocchè venne innoltrandosi fino all’an 1264 (ib. p. 435). Nel qual anno , perchè in avvenire le Storie di quella città avessero ancora credito e autorità maggiore, il podestà di Genova, ch’era Guglielmo Scarampi astigiano (ib. p. 531), volle che la continuazione di esse fosse affidata a quattro nobili e dotti cittadini, i quali furono Lanfranco Pignolo e Guglielmo Multedo giureconsulti, Marino Usumare e Arrigo marchese di Gavi (ib. p. 533). Essi non giunsero colla loro Storia che alf anno 1267 , dopo il qual anno per un altro (a) Questo Rambertino è quello stesso che col norne di Lambertino o Rambertino da Huvarello rammenteremo nel capo secondo del libro seguente, ove palleremo della poesia provenzale che da lui pure fu coltivata. Tiraboschi, Voi. IV. Zi [p. 498 modifica]49« LIBRO solo triennio ella fu proseguita da Niccolò Guercio , e dal sopraddetto Guglielmo Multedo giureconsulti, da Arrigo Drogo e da Buonvassallo Usumare (ib. p. 54*)- Quindi per un decennio, ad istanza di Oberto Spinola e di Oberro Doria capitani di Genova, si occuparono in ciò Oberto Stacone, Jacopo Doria figliuol di Pietro, Marchisio da Cassino e Bartolommeo di Bonifacio giureconsulti (ib. p. 549)- Finalmente il solo Jacopo Doria continuò il racconto delle imprese de’ Genovesi dall’anno 1280 fino al 1293 (ib. p. 571); e l’anno seguente, coni’ egli stesso racconta (ib. p. 610), avendo letta la sua continuazione innanzi al podestà Jacopo da Carcano, al capitano Simone da Grumello, all’abate del popolo e agli anziani della città, ella fu da essi solennemente approvata. Per qual motivo dopo quel tempo non si desse ad altri l’incarico di continuare la Storia, nol possiamo congetturare. Certo è che fino al principio del secolo XV in cui Giorgio Stella, come a suo luogo vedremo, ripigliò un tal lavoro, niuno per pubblico ordine prese a scriver la Storia di Genova. Solo F. Jacopo da Voragine, ossia da Varaggio, arcivescovo di Genova, di cui altrove abbiamo parlato, morto l’anno 1298, scrisse una lunga Cronaca di quella città, prendendone da’ più remoti principii la storia, e conducendola fino all’anno 1297. Quindi, come dovea a que’ tempi necessariamente avvenire, egli la riempiè d’innumerabili favole. E saggio perciò è stato il consiglio del Muratori che, facendo un breve estratto di ciò ch’ei dice de’ tempi più antichi , ha dato prima di ogni altro [p. 499 modifica]SECONDO 499 alla luce (ib. vol. 8, p. 3) ciò solo che apparteneva a’ tempi a lui più vicini, trattane la serie de’ vescovi, eli1 egli ha pubblicata interamente , perciocchè in essa è probabile che Jacopo avesse innanzi agli occhi le memorie e i cataloghi antichi della sua chiesa. XVI. Ebbe similmente i suoi storici la città di Milano, benchè un solo di essi siane venuto a luce. Una Cronaca manoscritta che cominciando dalla fondazion di Milano scende fino all’anno 1 265 , e di cui fu autore Filippo da Castelseprio, conservasi nella biblioteca del monastero di S. Ambrogio in quella città (Argel. Bibl. Mediol. t. 1 , pars 2 , p. 395); e il chiarissimo conte Giulini ne ha fatto uso frequente nell’erudite ed esattissime sue Memorie sulla storia della sua patria. Buonvicino da Riva del terzo Ordine degli Umiliati, di cui ho lungamente parlato nelle mie ricerche sugli antichi monumenti di quell’Ordine (Vet. Humil. Mommivoi. 1 j p. 197), avea egli pure l’anno 1288 scritta una Cronaca intitolata de Magnalibus Urbis Mediolanensis, di cui fanno menzione Galvano Fiamma (Script. rer. ital. voi. 1 \.p. 711) e l’autore anonimo degli antichi Annali di Milano (ib. vol. 16, p. 680. Ma la maniera con cui essi ne parlano, mi fa dubitare che questa Cronaca altro non fosse che questa descrizione medesima dello stato in cui allora trovavasi la città di Milano, eli’ essi hanno nelle Cronache loro inserita. La sola opera storica di questo secolo appartenente a Milano , che si abbia alle stampe, è il poema di F. Stefanardo da Vimercate dell’Ordine de’ Predicatori intorno [p. 500 modifica]500 LIBRO alle cose avvenute in Milano a’ tempi di Ottone Visconti arcivescovo di quella città dall’anno 1262 fino al 1295. Stefanardo fu uomo per la sua età assai dotto, e autor di più opere storiche, legali e canoniche , che diligentemente si annoverano dal Muratori (ib. vol. 9, p. 59), da cui ancora si rilevano alcuni errori commessi dal Vossio nel ragionarne. Egli fu il primo che da Ottone Visconti fosse eletto a lettore di teologia nella sua metropolitana l’anno 1296, come altrove abbiamo osservato5 ma un anno solo ei sostenne tal carica , essendo morto nel seguente anno 1297. Questi dunque congiungeva insieme l’esser teologo e l’esser poeta e se egli era teologo tanto profondo, quanto è elegante poeta , non avea forse il pari al suo tempo , poichè i suoi versi son certamente i migliori che io mi abbia letti in questa età. Rechiamone i primi versi per saggio: Metropolis lacrimas, civilis praelia litis , Praesulis exilium) dubium cedentis in orbem, Militiae reducis gratum) mucrone triumphum , Diva, refer. Rupes vati Pegasea faveto. Heroicis cedant elegi, quia fata relinquo In patrios bacchata lares. Nunc gesta supersunt Aonio pangenda metro, ec. Della pubblicazione di questo non del tutto infelice poema, che è la sola opera di Stefanardo che abbiamo alle stampe, dobbiamo esser tenuti all’immortal Muratori che prima gli ha dato luogo ne’ suoi Anecdoti latini (vol. 3), poscia nella gran Raccolta degli Scrittori delle cose italiane (l. cit.). Convien dire però ch’ei non avesse ancora veduta l’opera dei PP. Quetif ed Echard [p. 501 modifica]SECONDO 501 inlomo agli Scrittori dell’Ordin loro; perciocchè essi parlan di un codice (vol 1 , p. 460) del poema di Stefanardo, il cui principio sembra preso assai più da lontano che quello ch’egli ha pubblicato; e al contrario finisce più presto, mancandovi oltre a 50 versi che si hanno in quello del Muratori. Essi ancora rammentano altre opere da lui composte. XVII. Chiuda la serie degli storici italiani di questo secolo Ogerio Alfieri d’Asti, che una breve Cronaca scrisse della sua patria, accennandone in breve le cose più memorabili anticamente avvenute, e un po’ più a lungo svolgendo le cose recenti fino all’anno 1294? senza però seguire rigorosamente nella sua narrazione l’ordin de’ tempi (a). Ella fu poscia continuata da altri scrittori nel secolo susseguente, de’ quali altrove ragioneremo. Qui non dee ommettersi che nel titolo essa si dice (voi. 1 1 Script. Rer. ital. p. 139) estratta da altre Cronache. Il che ci mostra che la città di Asti avea anticamente avuti altri scrittori della sua storia. E io credo certo che molte altre città parimenti avessero ne’ tempi addietro Cronache antiche, di cui si valessero i posteriori scrittori a compilare le loro Storie. Ma questi ne adottarono di buona fede tutti i racconti, senza esaminare e distinguere ciò di che quelli erano stati testimonj di veduta , da ciò che avean ricevuto per semplice (a) Di Ogerio Alfieri e della Cronaca da lui scritta, che dovea essere assai più ampia di quella che ora abbiamo , veggasi ciò che eon esattezza ha osservato il sig. conte di Cocconalo (Piemontesi ili. t. 4j P• ’t>7s ce.) altrove da noi citato con lode. [p. 502 modifica]502 libro secondo popolar tradizione; e 11011 contenti di ricopiarne le favole di cui quegli avean ripiene le loro Cronache, più altre ancor ve ne aggiunsero di nuovo conio. Lascio di favellare di più altre Cronache o anonime, o brevi, o di non molto valore , che in questo secolo stesso furono scritte; poichè ciò che detto ne abbiamo finora, ci mostra abbastanza che quasi in ogni parte d’Italia si pensava di questi tempi ad illustrare, come meglio si potea, la storia; e il volere entrare in certe più minute e più picciole discussioni altro frutto non produrrebbe che una inutile noja a me, non meno che a’ cortesi lettori.