Notizie del bello, dell'antico, e del curioso della città di Napoli/Vicende politiche

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Temperamenti e qualità de’ cittadini Della popolazione e governo economico

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VICENDE POLITICHE


Questa più antica di Roma, conosce la sua antichità da Atene. Fu una delle più illustri città Italo-greche. Si [p. 100 modifica]governò per gran tempo con le leggi Ateniesi. Fu confederata [p. 101 modifica]con Romani nel tempo de’ Consoli; poi soggiacque agli [p. 102 modifica]Imperadori, ma sempre privilegiata; mantenendo le leggi [p. 103 modifica]e costumi Greci; benchè poco da quelli de’ Romani si [p. 104 modifica]ciascostassero. Caduto in parte l’Imperio Romano circa l’ [p. 105 modifica]anno 412 da Cristo nato, Viddesi travagliala da’ Goti. Circa [p. 106 modifica]gli anni 456 fu da’ Vandali assalita; ma da questi [p. 107 modifica]gagliardemente si difese. Venne poscia l’anno 490 in poter de’Greci; [p. 108 modifica]poi de’ Heruli; poi degli Ostrogoti, che la dominarono [p. 109 modifica]sino al 537 nel qual tempo ne furono cacciati da Belisario [p. 110 modifica]valoroso Capitano greco dell’Imperatore Giustiniano. Poi [p. 111 modifica]Atila re de’ Goti la prese e la tenne sotto del suo dominio [p. 112 modifica]per anni 18; benchè sempre in guerra co’ Greci. Fu da [p. 113 modifica]Narsete ricuperata, e tornò sotto del governo de’ Greci [p. 114 modifica]imperadori; governandosi quasi a modo di repubblica, da [p. 115 modifica]un Console, o Duce: perchè si trova nelle antiche [p. 116 modifica]scritture, o Consul, o Dux. E benchè fossero venuti in [p. 117 modifica]Italia i Longobardi, chiamativi dallo stesso Narsete, per [p. 118 modifica]disgusti passati col successore di Giustiniano, Napoli da questi [p. 119 modifica]si difese: anzi avendo presa Cuma, dal Duce di Napoli [p. 120 modifica]Stefano Secondo furono discacciati nell’anno 745; e così [p. 121 modifica]per gran tempo si mantenne con maraviglia grande, [p. 122 modifica]sempre libera, sempre potente, e sempre fedele all’imperio [p. 123 modifica]Greco, governata dal suo Duce, e suoi Senatori; che in [p. 124 modifica]molte antiche scritture si trovano col nome di Consoli. La [p. 125 modifica]bellezza poi d’una cosi vaga parie d’Italia invogliò le più [p. 126 modifica]barbare nazioni di possederla; che però inondarono in [p. 127 modifica]questa nostra Campagna Felice i Saraceni; che tentarono d’ [p. 128 modifica]impadronirsi della nostra Città: strettamente l’assediarono; [p. 129 modifica]e per la Porta Ventosa v’entrarono; ma giunti alla Chiesa [p. 130 modifica]di S. Angelo a Segno, col valore del Santo Abbate Agnello [p. 131 modifica]nostro protettore, allora vivente, furono con gran stragge [p. 132 modifica]gli nemici ributtati: e fu questo attribuito a miracolo [p. 133 modifica]operato dal Santo, come più diffusamente ne daremo notizia in osservar questo luogo. [p. 134 modifica]

Nell’anno poscia 1127 terminò l’antico governo [p. 135 modifica]demoratico; benchè il Duce, e capo della repubblica fusse [p. 136 modifica]venuto confìrmato dagli Imperadori Greci; e l’ultimo Duce [p. 137 modifica]fu Sergio, settilmo di questo nome, e cominciò a soggiacere alla Monarchia, ed in questo modo. [p. 138 modifica]

Ruggiero Terzo tra Normandi, e prima de i Re, avendo [p. 139 modifica]col senno e col valore cacciati dalla Sicilia i Saraceni; [p. 140 modifica]e conquistata la Puglia, il Principato di Salerno, la [p. 141 modifica]Calabria, e parte della Campagna Felice, per ridurre tutte

[p. 142 modifica]queste province in un Regno, volle far sua ancora Napoli. [p. 143 modifica]Questa, conoscendosi impotente a contrastare ad un [p. 144 modifica]nemico così forte e potente, se li diede volontariamente; e [p. 145 modifica]così con l’assenso del Sommo Pontefice Innocenzo (o come [p. 146 modifica]altri vogliono) d’Anacleto Secondo s’intitolò Re della [p. 147 modifica]Sicilia: e poscia questa bella parte d’Italia, che ne stava [p. 148 modifica]in tante Province separata, unita la ridusse in Regno; e [p. 149 modifica]volle che da questa nobile città prendesse il nome: [p. 150 modifica]facendolo chiamare Regno di Napoli. E da questo si può [p. 151 modifica]ricavare, che questa era la più antica, e la più nobile città, [p. 152 modifica]che fusse in tutte le già dette province, e di questo regno se ne intitolò Re. [p. 153 modifica]

Tornato in Napoli da Palermo, col Pontefice Innocenzo II [p. 154 modifica]quì dimorò per lo spazio di due anni; e nell’anno 1130 [p. 155 modifica]principiò a crear Cavalieri nel novello Regno; e ne creò [p. 156 modifica]150. Ed in questo tempo si mutò affatto il governo [p. 157 modifica]antico nella nostra città: essendo che il novello Re lasciò in [p. 158 modifica]mano delle cittadinanze così nobile, come popolare, il [p. 159 modifica]governo economico, concernente alle cose del vivere e della [p. 160 modifica]grascia. Quel che poi apparteneva al politico, lo ritenne [p. 161 modifica]per se; creando lui giudici, governadori, ed altri [p. 162 modifica]ministri. E qui ancora principiarono i Napolitani a mutar costumi. [p. 163 modifica]

Quì è bene dare una breve notizia di tutti i Re di [p. 164 modifica]diverse nazioni, che dominarono il Regno, ed in conseguenza questa città. [p. 165 modifica]

La prima fu la Normanda, e di questa nazione vi furono quattro Re. [p. 166 modifica]

Il primo fu detto Ruggiero, che principiò a regnare col titolo di Re nell’anno 1128 o, come altri vogliono, nel 1131 [p. 167 modifica]e questo dichiarò Napoli Città Capitale del Regno; appellandolo di questo nome. [p. 168 modifica]

Successe a questo Guglielmo suo figliuolo nell’anno 1155 e questo per i suoi cattivi costumi fu detto il Malo. [p. 169 modifica]

Il terzo Re, che a Guglielmo successe, fu il suo figliuolo, chiamato similmente Guglielmo, e fu nell’anno 1167: [p. 170 modifica]questo per l’ottime sue qualità fu soprannominato il Buono.

Il quarto Re fu Tancredi, figliuolo naturale del primo Ruggiero (benchè altri vogliono nipote ) nell’anno 1188 e succedè come zio al già detto, Guglielmo il Buono, per non aver lasciato prole. Fu anco nell’anno. 1195 salutato Re Ruggiero detto il Secondo, figliuolo di Tancredi; ma questo premorì al padre; e quì si estinse la generosa linea de’ Normandi Guiscardi. E benchè avesse Tancredi lasciato quattro figliuoli, tre femmine ed un maschio, pervennero prigioni in mano d’Arrigo Svevo, che rese il detto maschio inabile alla successione con farlo castrare ed acciecare.

Successe alla nazione Normanda la Sveva, dalla quale nacquero quattro Re a dominare il Regno.

Il primo fu Arrigo Imperadore, che lo conquistò nell’anno 1195.

Successe al padre Federico suo figliuolo, detto il Secondo nell’anno 1192.

Morto Federico, entrò al dominio del regno Corrado suo primogenito nell’anno 1251 il quale, benchè se li contendesse il dominio del Regno, per opera del Sommo Pontefice, lo riacquistò a forza d’armi. Questo fu quel mostro d’empietà, che ruinò l’antiche e maravigliose mura di questa città, benchè se gli fusse resa a patti, che poi non osservò. Fece anche devastare molti bellissimi luoghi di delizie, che stavano intorno alla città. Estinto Corrado, nell’anno 1254 avvelenato per opera di Manfredi suo fratello naturale, lasciò un figliuolo unico, chiamato [p. 171 modifica]Corradino, erede de’ suoi Regni; quale venne allevato con molta cautela dalla madre e tutrice Elisabetta. Il malizioso Manfredi mostrò sul principio di governare il regno per lo nipote; poi dandolo a credere, con modi indegni, per morto, occupò il regno; ma per la disubbidienza e poca venerazione alla Santa Chiesa, provocò a giustissimi sdegni il Santo Pontefice: per lo che Urbano IV diede l’investitura del reame delle Sicilie a Carlo d’Angiò Duca di Provenza; e morto Urbano, Clemente IV coronò Carlo e la moglie in Roma. Coronato, passò con un potente esercito nel Regno; e venuto a battaglia campale nel piano di Benevento, Manfredi rimase miseramente morto nell’anno 1265. E quì ebbe fine la linea della casa Sveva; benchè vivo fosse rimasto Corradino, giovane infelice, nato per morire per mano d’un carnefice nel pubblico mercato di Napoli.

Ecco il dominio in potere de’ Francesi della casa d’Angiò, de’ secondogeniti del Re di Francia. Di questa Casa signoreggiarono il Regno otto Re.

Il primo fu Carlo nel 1265; e questo fe’ morire crudelmente decollato nel pubblico mercato il giovane Corradino che essendo venuto a ricuperare il regno paterno, fu vinto in una battaglia campale; e cercando salvarsi con la fuga, fu fatto prigione nel castello di Asturi da i Francipani, che l’inviarono a Carlo.

Successe a questo Re il suo primogenito, similmente detto Carlo il Secondo, nell’anno 1285 ma dopo molti travagli di prigionia, e d’altro, mori questo buon Re.

Entrò a dominare Roberto terzogenito di Carlo II nell’anno 1309. Questo gran Re non ebbe che un solo maschio chiamato Carlo, al quale fu dato il titolo di Duca di Calabria. Questo premorì al padre, ed essendo stato casato, lasciò una sola figliuola, chiamata Giovanna.

Passato a miglior vita Roberto, con fama d’ottimo ed umanissimo Re, li successe la sua nipote Giovanna nell’ [p. 172 modifica]anno 1348. Questa si casò con Andrea d’Ungheria della linea del primogenito di Carlo II. Quale Andrea secondogenito del detto Re d’Ungheria (come dicono le nostre storie) fu fatto morire appiccato per ordine della moglie, la quale appresso si rimaritò e non ebbe prole.

Vivente Giovanna, Carlo Terzo di questo nome della Casa di Durazzo, discendente dagli altri figliuoli di Carlo II, nell’anno 1381 s’impadronì del regno; ed avendo fatta prigione Giovanna, la fece morire nello stesso modo col quale era morto Andrea suo primo marito.

Morto ucciso Carlo poi per opra della vecchia Regina Isabella, nell’Ungheria (del qual regno con male arti s’era egli impadronito) nel 1386 li successe il suo figliuolo Ladislao; il quale essendo fanciullo, fu molto travagliato da’ suoi nemici, che con giuste ragioni pretendevano la successione. Adulto, divenne Re valoroso, ed avendo con aspre guerre inquietata l’Italia, morì giovane, non senza sospetto di veleno. E per non avere lasciata prole, li successe la sorella Giovanna, detta la Seconda; quale entrò ni dominio del regno nel 1414. Fu di questa Regina per le sue leggerissime qualità infelicissimo il governo: essendo che si videro questa Città e regno teatri di sconcerti, e di stravaganze. Fa di continuo travagliata da guerre intestine ed estere. Da più mariti ch’ella ebbe non sortì figliuoli. Assaltata da Lodovico III d’Angiò Duca di Lorena, che molto la stringeva, s’adottò per figliuolo Alfonso Re d’Aragona e di Sicilia; dal quale fu gagliardamente soccorsa. Insospettita poi d’Alfonso, annullò per cagion d’ingratitudine l’adozione; ed in suo luogo adottò lo stesso Lodovico, dal quale ella era stata così fieramente travagliata: quale venuto in Napoli fu dichiarato successore nel regno; dove, vivendo Giovanna, si morì; e con tanto sentimento di essa Regina, che per lo cordoglio lasciò di vivere; dichiarando suo erede e successore nel regno Renato figliuolo dello stesso Lodovico. [p. 173 modifica]

Essendo morta la detta Regina nell’anno 1435 la Città e Regno furono governati da governatori lasciativi da Giovanna, e da venti uomini nobili e popolari, che venivan detti Balii: pubblicando questi governare per Renato. Ciò non piacque a molti Baroni, che stimavano il testamento della Regina non legittimamente fatto: che però nacquero fra di loro molte controversie e discordie. Alcuni volevano Renato, ed a tale effetto inviarono più nobili in Francia per indurlo all’acquisto del regno: ma trovando Renato prigione di guerra, ferono venire in regno Donna Isabella la moglie; alla quale in nome del marito Renato diedero il possesso della Città di Napoli.

Altri acclamavano il Re Alfonso d’Aragona; e per effettuare le loro brame si partirono molti Baroni a trovarlo nella Sicilia. Alfonso, desideroso di gloria, venne in regno; e con l’aiuto de’ Baroni s’impadronì di Capua. Fra queste così stravaganti vicendevolezze stiedero la Cittade ed il regno in continue guerre fra Renato ed Alfonso fino all’anno 1442, nel qual tempo Alfonso prese la Città; costringendo Renato a partirsi, restando total padrone del regno; che da un tanto gran Re fu gloriosamente governato.

Da questo ebbe principio il dominio degli Aragonesi, dalla quale nazione il regno ebbe sette Re.

Il primo, (come si disse) fu il grande Alfonso, Re quanto savio e giusto, tanto valoroso, nell’anno 1442.

Successe ad Alfonso Ferdinando suo figliuolo naturale, lasciato erede del padre nell’anno 1458.

Morto Ferdinando, pervenne il regno ad Alfonso, detto il Secondo, suo figliuolo, nell’anno 1494.

Questo Re, per la sua interessata rigidezza, essendo malvisto da’ suoi popoli, nell’aver avuto notizia che Carlo VIII Re di Francia univa un grande esercito por venire a muoverli guerra, rinunciò il regno al suo figliuolo Ferdinando, detto il Secondo; giovane d’ottimi costumi, e molto amato [p. 174 modifica]da’ popoli. Essendo stato assaltato il regno da Carlo, in brieve se ne impadronì nell’anno 1495 e lo dominò per mesi dieci e giorni ventisei. Ferdinando, cedendo alla fortuna di Carlo, dalla fortezza d’Ischia passò in Sicilia; di dove provistosi di forze, essendo da Napoli partito il nemico Carlo, fu rimesso da’ Napolitani nel dominio, nell’anno 1493, e non lo possedè se non per un anno, mesi otto e giorni quattordici: dopo de’ quali, non senza gran cordoglio de’ Napolitani passò a miglior vita.

Successe al regno Federico suo zio, perchè figliuolo di Ferdinando I, nell’anno 1496; ma questo vedendosi di poche forze, per essere il suo regno esausto; mentre travagliato veniva da due gran Regi, Lodovico XII, e Ferdinando il Cattolico, s’accordò con Lodovico passando in Francia, dove avendoli ceduto tutte le ragioni che aveva sul regno, morì più da prigioniere, che da amico. Ed in questo si estinsero i Re della linea d’Alfonso il Primo.

Rimasero le pretendenze al dominio del regno ai due Re di Spagna e di Francia. Lodovico il volea per le ragioni, che li competevano per gli Angioini, e per quelle che l’erano state cedute da Federico. Ferdinando il Cattolico per le ragioni ereditarie che gli spettavano, come erede del primo Alfonso. Alla perfine si venne fra di loro a convenzione, e si divisero il regno. Ma poco tempo andò, che i Luogotenenti dell’uno e l’altro possessore, venuti a controversia per cagion di confini, Ferdinando di Cordua detto il Gran Capitano, che governava per il Cattolico, che possedeva la metà, ne cacciò i Francesi, e restò del tutto padrone.

Lodovico II non possedè la sua metà, che per lo spazio di un anno e dieci mesi, principiando dall’anno 1501.

Il Re Cattolico ne fu assoluto padrone dall’anno 1503. Morto il detto Re, successe Giovanna sua figliuola, detta la Terza in questo regno nell’anno 1516.

Dominò sola questa gran Regina il regno di Napoli, e [p. 175 modifica]gli altri delle Spagne, per lo spazio di mesi quattordici; e poscia, unita col suo figliuolo Carlo V, procreato con Filippo Arciduca d’Austria suo marito, che in quel tempo era d’anni sedici. Essendo poi morto Massimiliano Imperadore, fu eletto Carlo all’imperio; ed avendo avuto l’investitura del Regno, ne prese il possesso, ed eccolo in mano dell’augustissima Casa d’Austria, quale finora ha dato cinque gloriosissimi e giustissimi Re: dalli quali non solo è stata mantenuta la pace nel Regno, ma in tutta Italia.

Il primo fu l’invittissimo Imperadore Carlo V nell’anno 1526.

Il secondo fu il saviissimo, e generosissimo Re Filippo, detto il Secondo, suo figliuolo, per rinuncia fattagli dal padre nell’anno 1554.

Dopo la morte del gran Filippo successe il suo figliuolo similmente detto Filippo il Terzo, Re giustissimo e di vita illibata, nell’anno 1578. Passando a miglior vita Filippo il Terzo, successe Filippo il Quarto suo primogenito, Re di somma bontà, e liberalissimo con i suoi vassalli, nell’anno 1616.

Passato in Cielo Filippo, successegli Carlo, detto il Secondo, unico suo figliuolo, nell’anno 1665 che al presente regna; ed al quale si pregano da suoi fedelissimi vassalli, per le sue gloriose e sante virtù, secoli di vita e numerosa prole.

Or questa Città da tante nazioni dominata, e cosi l’una dall’altra differente, variò sempre modo di governo. Io però dirò solo di quello che al presente si mantiene. Perchè il nostro Monarca se ne sta nelle Spagne, si governa per un Vicerè con l’assistenza del Consiglio Collaterale, che dicesi il Supremo; che si forma de’ più savii, ed esperimentati ministri, al numero di cinque, che han titolo di Reggenti della Cancelleria, e di Consiglieri a latere. Viene anche assistito dal Consiglio detto di Stato, [p. 176 modifica]nelle congiunture di guerra, ed altro spettanti a questi affari: e questo si forma da vecchi soldati, ed altri di grand’esperienza nelle cose del mondo. Vi è il Consiglio di Santa Chiara, nel quale si decidono le liti de’ parlicolari.

Vi è il Tribunale della Regia Camera, dove si trattano gli interessi e gli affari del Regal Patrimonio.

Vi è il Tribunale della Gran Corte della Vicaria; nel quale si decidono le cause civili e criminali, e tutte quelle del Regno, che qua vengono per appellazione: e da questo Tribunale della Vicaria s’appella al Tribunale del Sacro Consiglio. Vi sono altri Tribunali poi, come del Grande Almirante, nel quale sono conosciuti tutti i marinari; della Zecca, e tanti allri, de’ quali a suo luogo se ne darà piena notizia. E queste forme di Tribunali sono stali introdotti con tanta esaltezza dagli Re Aragonesi.

In questi Tribunali non si giudica, che con le leggi comuni, e municipali, che noi chiamiamo prammatiche, costituzioni, e riti, e con le consuetudini.

Questi Tribunali venivano ne’ tempi degli antichi Regi esercitati dagli Sette Ufficii del Regno, istituiti dal Re Ruggiero Primo Normando. E quelli, che questi sette officii amministravano, assistevano di continuo alla persona del Re.

Il primo era Gran Contestabile; e questo avea pensiero di tutti gli eserciti terrestri. Questo dava le paghe a’ soldati; disponeva le cose necessarie alla guerra, e puniva i delinquenti. Oggi di quest’uffizio n’è rimasto il nudo nome; nè altro ha di prerogativa, che portar lo stocco nudo nelle solenni cavalcate; facendosi il tutto da Signori Vicerè.

Il secondo è il Gran Giustiziero, il quale presiedeva alla Gran Corte della Vicaria; alla quale stava addetta la cognizione delle cause civili e criminali, ed anche delle feudali. [p. 177 modifica]Il terzo e il Grande Almirante, il quale era come Capitan Generale dell’armala navale, e milizia marittima: e riconosceva, come al presente, tutte le cause delle persone, che si esercitano nell’arte marinaresca; fuor che di quelli che servono le galee.

Il quarto era il Gran Camerlengo, il quale aveva cura di tutto il patrimonio regale.

Il quinto era il Gran Protonotario, cioè maggior Notario, Secretario del Regno. Questo ne’ parlamenti era il primo a parlare; e ricevea le risposte, conservava le regali scritture, e presiedeva al S. C.

Il sesto è il Gran Cancelliere. La di lui carica era di suggellare i regali privilegi, e scritture regali. Oggi altra autorità non ha, che sopra i Collegi dove son graduati i Dottori; così in medicina, come in legge, e Teologia; che la Cancelleria s’esercita per altri ministri. Ed oggi fa un Tribunale a parte.

Il settimo è il Gran Siniscalco, il quale era come un Maestro di Casa del Re. Aveva questi pensiero di provvedere il Palazzo regale di quanto li faceva bisogno. Aveva cura delle stalle e de’ cavalli delle regie razze, delle foreste, e delle cacce riservate al Re.

Oggi di questo otfìcio, se ne son fatti molti e sono: il montiero maggiore, che ha pensiero delle cacce; il cavallerizzo maggiore, che ha pensiero delle razze; ed il maggiordomo del palco, che ha cura del Regal Palazzo.

Or, come dissi, li son rimasti i titoli; e nelle cavalcate solenni vestono alla senatoria, con lunghi robboni di scarlatto foderati d’armellini, con le loro mozzette similmente d’armellini, con le codette pendenti, e con maestosi berrettoni di drappo cremisi bene adornati di gemme.

Vi sono anche li Tribunali Ecclesiastici, come quello dell’Arcivescovo, nel quale sono riconosciute le cause, così criminali, come civili de’Chierici; e quelle dell’ [p. 178 modifica]immunità. Quello della Nunziatura Apostolica, sono conosciute quelle de’ Frati, e gl’interessi della Camera Apostolica, nelle materie de’ spogli, de’ Vescovi e de’ beneficiali, che non sono Napolitani.

Vi è quello della fabbrica di S. Pietro, per li legati pii, non adempiti dagli eredi.

Vi è anche quello del Cappellano Maggiore, che s’estende su de’ Preti degli Castelli, e delle torri in alcuni luoghi a lui soggetti; e ne’ studenti e lettori dell’Università pubblica. Ve ne sono anche degli altri, che per brevità si tralasciano1.

Note

    la musica, la filosofia e l’architettura con tutte le altre arti non potevano non produrre i medesimi effetti in una terra come la nostra, dilettosa, feconda, sotto un cielo dolce e ridente. Nè questo per semplice congettura, ma quasi certamente affermeremmo, quando ci facessimo a guardare i pochi monumenti di architettura e di scultura che all’ira sfuggirono del tempo distruggitore; de’ quali alcuni pochi veggonsi ancora per la città, ed altri moltissimi, che un tempo eranvi sparsi, furon comprati dagli stranieri avidamente ed a caro prezzo per ingentilirsene. A noi soltanto basterà fare un cenno delle nostre antiche monete, come di quelle che con le scienze, con la letteratura, e con tutte le arti si armonizzano. Chè dovunque si trovarono monete bellissime,. ivi pure si videro sontuose fabbriche, e tavole dipinte al naturale, e poeti e storici e filosofi insigni. Ora, oltre a quelle mentovate di sopra, abbiam monete di Napoli antica dove compariscono la testa di Apollo, la testa di Pallade, il busto di Diana, ti corno dell’abbondanza, il tripode, la cortina delfica, ed altri moltissimi tipi con leggende greche. E sebbene tali monete sieno in argento solamente ed in bronzo, ciò nondimeno il loro gran numero attesta la floridezza, l’opulenza e l’esteso traffico della città ne’ tempi antichi, e la bellezza delle iscrizioni impressevi ne fa veder le arti del disegno superiori per eleganza di stile a quelle di Cuma stessa, dove il lusso delle arti così rigogliosamente fioriva. Ben dunque potremo figurarci la città nostra in quel tempo, quale ammiriamo tuttodì Ercolano e Pompei, con più di magnificenza bensì e più di lusso, perchè assai più ampia, e salutata come celeberrima da Marco Tullio. A quella foggia dunque vi saranno stati spaldi, torri, strade, templi, mercati, teatri, case, cavedi, emicicli, impulvi, peristili, essedre, cubiculi, triclini, pinacoteche, bagni, botteghe, termopolii, stanze con entrovi simulacri siracusani, candelabri tarantini, idrie corintiache ed altre suppellettili, che potevan dirsi

    miracoli della plastica e della toreutica; e per su le pareti i capolavori della megalografia, e le grazie della minor pittura, e i paesetti, e le marine con tutte le svariate adornezze de’ mille colori, onde si coprono gli intonachi pompeiani ed ercolanesi. Ancora, nell’astronomia i Napolitani assai studiarono, e usaron calendario distinto con le immagini de’ pianeti; onde furon passionati ammiratori de’ poemi di Arato. I porti, che loro apriva il sinuoso lido su cui abitavano, li rendevano idonei ad esercitare la nautica, e a dimostrarvi valor non comune. Prima che Roma pensasse ad avere armate, le cinquanta triremi che trasportarono le sue legioni in Sicilia non usciron che da Napoli, Taranto e Locri; e co’ Tarentini e co’ Regini a quando a quando inviavano navi a’ loro alleati. Sotto gli lmperadori poi quì traevano i più ricchi Romani, sia per respirarvi aere più salubre, sia per riposarsi dalle grandi imprese, e vivere con tutti gli agi della vita fra l’urbanità e le usanze de’ Greci, come avevan fatto Tullio, Pompeo, Bruto, Lucullo, ed altri illustri. La città delle eleganze, la greca Napoli, fu creduta degna che vi si educasse l’erede del trono, il piccolo Marcello, Quì cantava l’autor dell’Eneide; quì Augusto veniva a diporto; quì si celebravan giuochi in onor suo. Ed egli adornando di belle opere e di splendidi marmi Napoli non pure, ma la stessa Palepoli, volle che anche questa avesse a tenersi come da lui rinovellata e che, deposto l’antico nome, fosse qual parte di Napoli considerata. Oltre a ciò, attestano quanto fra noi fossero state in pregio le arti, i tanti collegi dove a meglio perfezionarle trovavansi ascritti marmorari, unguentari, saponari, lanisti, architetti, fabbri, arcari, vitrari, figuli, littigari, pellioni, deauratori, argentari, come si trae dalle iscrizioni, e da altre amiche testimonianze.
       In Napoli la famigerata Lalla condusse le sue pitture su tavole e sopra avorio, fra cui maraviglioso era il ritratto che fece di sè stessa allo specchio. Ella sì caro prezzo ne esigeva, che più non solevano nè Sopoli, nè Dionigi, artisti di gran rinomanza,; nè vi era chi la vincesse nella celerità dell’esecuzione.
       A chi poi non è nota la famosa scuola di Metronatte, frequentata qui da Seneca? Chi non conosce la palestra di Napoli? Vi si

    ammiravan giovani robusti e leggiadri, meritevoli di encomii in patria e fuori, come avvenne a quel Melancoma celebrato da Dion Crisostomo e da Temistio qual disprezzatore di sua bellezza, e pregiantesi della modestia solo e di altre virtù dell’animo. A Napoli muoveva Augusto per presedere alla pentaeteride da esso istituita, dove i primi ingegni concorrevano a gara per ricevere la palma musicale e la poetica, come avvenne al padre del nostro Papinio. A Napoli Claudio compariva nel ginnasio adorno di aurea clamide e coturni; e nel teatro rappresentar faceva una commedia da lui composta per onorare la memoria del fratello. Napoli fu da Nerone prescelta come città greca per gli studi fiorentissima delle arti belle, quando gli piacque di far ammirare al pubblico la sua voce in più giorni. Egli non lasciò il suo canto, tuttochè il tremuoto crollasse il teatro, ed incoraggiato da quello sperimento, trasse a cantare in Grecia, e reduce in Napoli, non per le porte volle entrarvi, ma, a guisa degli olimpionici, per le mura appositamente diroccate. Anzi cinquemila giovani validissimi scelse dall’ordine equestre, perchè divisi in fazioni lo avessero con rumor di tegoli applaudito; onde si dimostra quanta fosse anche allora la nostra popolazione. Chè non potendo egli nè in Roma nè in Grecia trovare allo stesso fine sì numerosi adolescenti, fu obbligato di confidar la sua gloria musicale a cinquemila, soldati che, col nome di Augustei, lo avessero acclamato. In Napoli finalmente altri Imperatori eziandio non isdegnarono di far da agonoteti, da ginnasiarchi, e da demarchi, come si legge di Tito e di Adriano.
       Gellio venuto in Napoli verso que’ tempi con Antonio Giuliano, ebbe ad osservar che non pure i mediocri cittadini, ma i più doviziosi ancora si esercitavano a declamar co’ maestri in latino ed in greco, per andar poi ad esercitare l’arte forense a Roma.
       Filostrato, a’ nostri lidi approdato, descrive i Napolitani come cortesi oltremodo e dediti più che altri mai alla letteratura ed alle arti belle. Egli passeggiava un portico ornato splendidamente di marmi e fornito di suppellettili sontuose, fra le quali andava ammirando una scelta di tavole de’ più famosi pittori, e ritrovava uomini che studiavano ne’ profondi argomenti di quelle tratti da Omero. Destavagli sopratutto l’attenzione un giovanetto decenne,

    cui grande curiosità pungeva di essere in tali erudìzioni minutamente istruito.
       Laonde a concepire che fosse Napoli in quel tempo per la forma e ricchezza de’ suoi edifizii, dobbiamo tutte insieme adunarvi le condizioni del lusso greco e romano. Perciocchè fu celebrata da Virgilio come floridissima per gli studi, da Silio come stanza ospitale delle muse, e salutata col titolo di dotta da Columella e da Marziale. Ma niuno certamente tutte quante le lodi, che Napoli si meritò assai degnamente, seppe compendiar meglio che Stazio adempiva in alcuni suoi versi, che fecesi a indirizzare a Claudia sua nobil consorte ec.
       Gli angusti limiti che abbiam dovuto prescriverci non consentono di far quì la storia letteraria de’ Napolitani, e nemmeno una breve narrazione di tutto ciò che il fecondissimo ingegno loro ha operato nell’età di mezzo e nella moderna. Ma, poi che non ci è conceduto di scendere in fino a’ particolari, cercheremo in cambio di raggruppare gli sparsi e moltiplici fatti in larghe generalità, e sopratutto di rappresentare, come più adeguatamente potremo, la nativa indole del pensiero de’ Napolilani e il genio loro. E con tanto più amore, che poca o breve è stata fra nostri l’operosa vita civile, e ch’è non si può dalle istorie conoscere questo lor pensiero e le sue vicende per tanti secoli. Vi si vede genti francesi e tedesche e spagnuole, alcun po’ la plebe, e molto più i possenti baroni, ma quasi che tutta vi riman celata e oscura la più nobile e laboriosa parte della nazione. Veramente, se nella letteratura di ciascun popolo è malagevole di stringerne le varie manifestazioni in sicure generalità, in quella de’ Napolitani è malagevolissimo. Fra’ nostri è rado breve il seguitare altrui, poco men che nulla è la scuola, e mal si trova intelletti cospiranti e concordi. Bellissime ma scongiunte individualità solo da prima vi si dimostrano ed anche tanta natural disposizione a ogni cosa, ed ingegni si destri ad ogni sorta di lavoro e di creazione, che se ne stanca la virtù sintetica del pensiero, non si affidando di potere in tanta varietà rinvenire la comune natura. Con tuttociò questo noi dobbiam fare almeno in alcun modo per poter sovvennire con le astrazioni al difetto e al necessario silenzio de’ fatti: laonde prima di

    cominciar la narrazione, ci adopreremo di rappresentar brevemente questa comune indole o natura del pensiero de’ Napolitani per ciò che si attiene alle scienze e alle lettere, collocandoci in un punto altissimo, tanto che scompariscano le peculiari differenze e le eccezioni, e ciascuna parte di letteratura si possa abbracciare.
       Or prima d’ogni altro, coteste belle individualità s’han da considerare come la più general impronta o carattere che si voglia dire del pensiero Napolitano. Non è quì da investigare che cosa mai tanto dismembrasse, e tanto violentemente stringesse nell’uomo individuo la nostra inlellettiva virtù; ma forse gli svariati elementi onde le popolazioni delle nostre contrade si costituirono, il saldo concetto e però la sicura affermazion del pensiero che diremo avanti la niuna vita civile, lo scomponimento compiuto dal mal governo vicereale, e alcun’altra più celata cagione, concentraron tanto addentro gli intelletti e gli sceverarono. Che ne sia della generazion del fatto, questa individualità de’ nostri scrittori, o di per se sola o sovvenuta da altre cause che pur mentoveremo, ha dato alle lor opere, segnatamente per il tempo de’ vicerè, una sì profonda impressione, che difficil è non la vedere. Per essa gli scritti dei Napolitani, massime a que’ dì, sogliono avere una indipendenza e natìa singolarità, che diventa alcuna volta stranezza o bizzarria. Epperò da qualche scarsa eccezione in fuori, che per altro comprende scrittori di poca fama, si può francamente asserire che non è mai stata fra nostri l’intera e servile imitazion d’altrui. Quando altro non si è potuto fare, sonosi fatti mutamenti o novelle applicazioni; di che allora che pur qui s’insinuarono le dottrine empiriche d’oltremonti, non vi furon del tutto accolte, e di molti innesti e cangiamenti vi s’introdussero, parte per volerne munire i principî morali e per la propensione idealistica de’ Napolitani, e parte per la lor ritrosìa ad accoglier l’altrui senza altrimenti usare il proprio pensiere. Invece i nostri concittadini sonosi lasciati andare in ogni tempo ad arditissime teoriche ed a pronte conghietture, onde alcune volte sono usciti grandi errori e traviamenti, ma assai più spesso inestimabili tesori di sapienza e stimolo poscia di esempio alle più colte nazioni. Da ultimo non vogliamo tralasciar di osservare che si fatta individualità de’ nostri

    ha forse assai conferito a corrompere lo schietto sentire ed a torcere il giusto giudizio nell’arte, sospingendoli a scorrette innovazioni per non sapere tener dietro ad altrui neppure in quella via che percorrere altrimenti non si poteva.
       Appresso a questa comune impronta d’individualità, agevolmente fra’ Napolitani si può scorgere una maravigliosa disposizion di mente ad ogni qualsiasi studio o lavoro, a discipline ed opere diversissime, in somma un valente uso di contrarie facoltà dello spirito. Vero è che questo è proprio e universal pregio del pensiero italiano, onde in questo, non punto in altro, s’avea propriamente a cercare il suo primato, vogliam dire nella grande attitudine alla teorica e alla pratica, all’ideale ed al reale, al pensiero ed al fatto. Ma ci pare che questo vario ingegno, meglio che in altra parte d’Italia, nelle nostre contrade si può vedere. Non diciamo che in ogni opera o disciplina i Napolitani sono stati grandi, ma sì che in tutte, più o meno, sonosi mostrati destri e valentissimi. S’eglino non fossero stati, forse che non si sarebbe creduto possibile che accanto alle astrazioni, alle dottrine idealistiche, al sistematizzare, potesse star tanto assoluto empirismo e tanta sensatezza in medicina; che le scienze speculative potessero consentire alle economiche e sociali sì largo campo e tanta altezza, e che un impaziente e fervido ingegno potesse così ben comportare i lunghi e senili studii di una sterminata erudizione e della pratica giurisprudenza.
       Non son queste che generali osservazioni sulla nostra letteratura. Ma vediamo più particolarmente, secondo le principali facoltà dello spirito, qual cosa mai per ciascuna di esse costituisce la special indole de’ Napolitani ed il loro genio, e che natura e coniplessione ne hanno avuto gli scritti loro.
       E per cominciare dalla virtù intellettiva, diciamo che non si può per lungo uso non veder nella nostra letteratura una proclività costante degli intelletti inverso le idee astratte, un compiacersene più che d’altro obbietto della mente. Non che i Napolitani avesser senza più disdegnato la realtà delle cose; anzi, per quella loro attitudine a ogni maniera di studi, l’han tutta percorsa e sovente studiata con molta valentia: ma non se n’è mai bene appagato

    l’intelletto, e di mezzo alle cose mutabili ha aspirato pur sempre a più alte regioni e a più stabili ordini. Così, quando e’ non han potuto accordare appunto la realtà con questo lor mondo astratto, han voluto arditamente costringerla nelle lor teoriche, presentando che la verità è nelle idee, ma sconoscendo che, se qualche fatti son proprio un nulla, tutta la lor serie è nobile rappresentazione di celata verità. Adunque il pensiero astratto ha, quando più quando meno, ma pur sempre, manifesta preminenza nella napolitana letteratura, e dà bene a divedere ch’esso è il più caro pabolo alle menti de’ nostri, come forse alle toscane è stata l’arte, e in generale l’armonia delle cose, tanto da informarne ogni più severo e restio lavoro dell’intelligenza. L’arte, intesa in un larghissimo senso, è stata con più affetto chiesta da’ Napolitani per contentarne il cuore, che l’immaginativa e l’intelletto. È piaciuta meglio commovitrice che rappresentatrice, ed era ragione in popolo tanto affettuoso e sensitivo. Se non di questo solo, di questa in gran parte provenne la maggioranza dell’elemento lirico nella nostra poesia, ed è più tardi provenuta la tenera voce e l’eccellenza della musica napolitana.
       Questa preminenza che dicevamo del pensiero astratto ha molto addentro e largamente operato nella nostra letteratura, e, più che ogni altra dote o inclinazione dell’ingegno napolitano, conferito a darle, non pure il suo principal pregio, ma l’indole e il singolar aspetto ch’essa ha avuto, differentissimi da quelli delle altre parti d’Italia. E in prima, due proprietà noi stimiamo che possa dare a un popolo maravigliosa disposizione alle scienze speculative; ciò sono il natio bisogno dell’animo di cercar l’ideale o la legge fra le vicende e la mutabilità del reale, senza che questo lo possa illudere o soffermare alle apparenze; e il disinteresse dello speculare, ch’è quanto a dire il cercar la scienza per sè stessa, come vital nutrimento dell’intelletto. Or quella tal preminenza del pensiero astratto, necessitando la depression del reale, ha destato e nudrito fra i nostri quelle due nobilissime proprietà, e nelle scienze morali, più che nelle altre discipline, gli ha fatto grandi. Ancora, il deprimer tanto la realtà, quel tanto soggettarla all’ideale astratto, ha quasi generalmente francato il pensiero de’ Napolitani dal

    facile giogo delle fisiche condizioni dell’esser nostro; ed avvalorandosi delle patrie tradizioni greche e della greca filosofia, lo ha fatto mai sempre inclinare all’idealismo e spesse volte sospintolo audacemente per quella via. Ma per opposito, lo ha renduto mal destro a quella civile prudenza o pratico avvedimento che in Toscana fu tanto, sì che solo possiam citare l’accorto e penetrativo ingegno del. Mazzarino, e qualche altri scrittori di un tempo, siccome al principio di questo secolo, che solo fu pratico. Per la stessa cagione le teoriche utilitarie non han potuto mai bene allignar tra noi, nè manco allora che tutta la colta Europa assai volentieri le si accoglieva; e in effetto, il Macchiavelli, lasciando star gli ultimi esempii, fu assai prestamente contraddetto dai nostri filosofi. Come nella vita, così nelle opere i Napolitani han molto sovente dimostrato un nobilissimo disinteresse, un cercar la cosa per sè, checchè ne seguisse, un dispregiar per un’idea qualsisia terrena considerazione. Di che le scienze speculative, state sempre con molto amore e somma gloria da lor coltivate, sono state altresì applicate per ogni verso, quando anche nissun certo frutto sociale potesse indi nascere. Certo che l’applicarle al dritto e alla storia non compruova la nostra affermazione, ma ci pare che l’averle essi applicate all’arte, bene dimostri il disinleresse delle speculazioni loro, e quel cercar la scienza per sè medesima senz’altro risguardo di utilità di sociale importanza. Da ultimo detta signoria del pensiero astratto e, per effetto, l’abito della riflessione, sono stati, non diciam sole, precipue cagioni del picciol volo dell’arte, ed or l’han soffocata, ora impedita o guasta. Non è a dire che la poesia, come quella che più assai è offesa dalla riflessione e dalle astrattezze, non dovea avere il massimo danno; solo vogliamo quì far notare che il secentismo nelle lettere è anzi effetto di tal giudizio, e di scorretta immaginazione, e ch’e’ non è in sostanza che abuso di pensiero ed uso di riflessione, un anteporre all’artistica idealità l’astratta, al puro e spontaneo concetto delle cose, una colai pompa di acume, insomma un vano compiacersi dell’aver saputo scorger fra gli obbietti novissime o lontane attenenze. Così nella nostra patria, in tanta morbidezza di clima, nulla propriamente è sensuale, ed anche gli errori e i trascorsi sono stati per

    la più parte ingenerali dall’abuso del pensiero astratto, e dal fervido acutissimo ingegno.
       Oltre alla discorsa preminenza del pensiero astratto e riflesso, un’altra proprietà s’ha a notare nella virtù intellettuale de’ nostri, sendo che nuova impronta n’ha profondamente avuto la lor letteratura, e di molti fatti ne son dichiarati. Le giudiziose menti dei Napolitani han saputo dubitare quando si dovea, e lo attestino i filosofi e i fisici del sedicesimo secolo e i cartesiani del diciottesimo, ma sopra tutti il Vico, che dì tanto precorse il Niebhur; pur non sono state mai scettiche affatto, o per meglio dire negativamente, come quelle che avean fidanza nella feconda virtù della scienza, e bisogno di aspirare e di attenersi ad alcun reale obbietto. Onde il negativo criticismo non ha potuto allignare fra Napolitani, e come più tosto han distrutto ciò ch’avean per falso, sonosi adoperati a ricostruire in cambio altre teoriche. Come fecero parecchi nostri pensatori, ed in tempi a noi più vicini il Vico nella sua scienza istorica. Per contrario, non pure i filosofi, ma tutti i nostri scrittori sono stati inchinevolissimi al dommatismo, e stimiamo sia avvenuto per una gran forza intellettiva, che, aiutandosi dell’immaginazione, ha loro appresentato vivissimi a un tempo e saldi concetti, ed anche per quell’ardita individualità loro, di che avanti è discorso. Quindi seguitò un affermar pronto e sicuro, una ritrosa indole, poca o niuna temperanza nella disputa, e violentissime confutazioni.
       E ciò basti dell’indole dell’intelletto de’ Napolitani. Dell’immaginativa assai poche cose abbiamo a dire, e solo in tanto che risguardano le scienze e la poesia, dappoichè le arti del disegno e la musica si dilungano dal proposito nosiro. Fervidissima, siccome in ogni popolo del mezzodì, è la fantasia de’ Napolitani; pur nelle lettere la immaginazion loro, con che intendiamo la creatrice facoltà artistica, si è dimostrata poco larga e poco snella e franca. Lasciando ora dall’un de’ lati le disadatte condizioni in che sono eglino stati, le quali han dovuto, più d’ogni altra, deprimere quella sola arte che non è muta, noi stimiamo ed affermiamo ancor questa volta che l’impedimento sopratutto è provvenuto dal pensiere astratto e riflesso; il quale ben potè consentire alla lirica

    qualche, gentili affetti e di vividi slanci di fantasia, ma impedì ogni vasta e armonica creazione, e unito poscia a un disfrenato amore per il nuovo ed al mal costume, o fè inchinar l’arte nel diciassettesimo secolo, o la spense. Per l’anzidetta preminenza al pensier nudo, ossia del pensiero, la virtù immaginativa de’ Napolitani non ha potuto mai bene immedesimare i due termini o elementi dell’arte, il qual difetto potentemente ha operato financo nell’esterior forma e nello stile. Ci ha in questi assai spesso una tal ritrosia e mala rispondenza; ma, d’altra parte, non è poco malagevole di ritrovarli signori del campo, così che il primo concetto ne sia dilungato o tronco, e si dican cose soverchie o mal appositamente. Ma, se il pensier nudo e astratto ha penetrato e costretto la poesìa, il caldo immaginare de’ nostri, come per vendetta, molto sovente ha invaso il regno delle scienze speculative, ch’era quel solo campo del pensiero astratto ch’ella potea penetrare. Spezialmente nel secolo decimosesto, ne furon traviali i filosofi, ma n’ebbero tanto più vivo entusiasmo e più efficace potere sulle altrui menti. Quel che discorremmo della nostra virtù intellettiva spetta più propriamente alle scienze ed al vero, e quel poco che ora abbiam detto dell’immaginativa meglio risguarda l’arte ed il bello. Ora ci rimane a dir pure alcuna cosa del bene, ossia della moralità dei Napolitani in ciò che si attiene alla lor letteratura, per compier così le generali considerazioni sulla peculiar indole di essa e sul più universale suo aspetto. E quì ci piace di poter risolutamente affermare che, salvo poche eccezioni, tutta la nostra letteratura spira una moralità profonda, tanto che alcuna volta inchina all’austerità ed alla stoica rigidezza. Di molti errori han disviato la mente de’ Napolitani; ma non son derivati mai di cuor guasto, si bene di ardito ingegno, di torta logica o d’illusione dì mente. In filosofia, come s’è menzionato, sonosi malvolentieri, e neanche in tutto, accolte le dottrine empiriche, e nelle loro morali applicazioni o mutate o contraddette, ancora ch’e’ bisognasse violar le logiche deduzioni; nelle scienze politiche, la violenta dottrina dell’Hobbes e l’utilitaria del Macchiavelli han trovato i nostri sempre schivi e repugnanti; nella sociale economia, non si è disconosciuto il valore dell’elemento morale, come nella fredda computatrice,

    ed empirica scuola inglese; nella storia è molto candore, e nissun malvagio e coperto fine, e da ultimo nelle lettere propriamente dette, molta cosi costumatezza e moderazione, non si dovendo far conto alcuno di due o tre scrittori, de’ quali uno fu soldato e un altro sviato giovane discacciato di casa il padre, e ambedue più in pubblico vissero che in privato, e pur non poca parte della lor vita in paese straniero. Quando la famiglia è ancor costumata, non è possibile che le lettere sien generalmente corrotte, massime in quei paesi ove la vita pubblica è poco o nulla. Or sebbene nel decimosesto e decimosettimo secolo i costumi in Napoli, come dapertutto erano scorrettissimi, non però in ogni ordine di persone erane contaminata la famiglia, tra per lo scomponimento della civil compagnia che facea più cari e stringea meglio i dolci vincoli della domestica, e per la virtù salutare del Cristianesimo che molto efficacemente, fin da remotissimi tempi, ha adoperato sul cuore e sulla mente de’ Napolitani. Al quale proposito è da ricordare la coniugal tenerezza di parecchi nostri lirici, che piansero amaramente la morte delle loro mogli, dovechè altrove si è pianta quella delle altrui donne. Lasciando star gli esempii de’ nostri giorni, Berardino Rota, Galeazzo di Tarsia, Giambattista Ardoino, Antonio Caraccio han più o men lungamente scritto in rima delle lor perdute consorti, e alcun tra loro molto pietosamente. E se non è dubbio che i primi sentimenti morali sono inspirati dalle madri, non si potrebbe dire che il modesto e verginal pensiero di Torquato fu educato fra’ primi baci e le materne cure della napolitana Porzia de’ Rossi, e che questa s’abbia a dir l’una delle prime impronte del luogo natio sull’animo del giovinetto poeta?
       Questo è quanto possiamo dire dell’indole della nostra letteratura; ma stimiamo che basti a dare al lettore alcuna generale idea di ciò che costituisce il pensiero de’ Napolitani, e qualche spiegazione e fondamento alle scentifiche e letterarie vicende di cui dobbiam ragionare. Solo aggiungiamo che l’obbietto a questa narrazione è la nostra letteraria coltura in quanto che napolitana essa è onde noi cercheremo, non dì sceverarne, ma di toccar rapidamente e di gettar così in ombra tutto che ci parrà esotico, e non proprio e natural frutto del nostro pensiero.

       Molto abbiam pensato per un’apposita partizione di dette nostre vicende in grandi età o periodi che bene rispondessero all’indole della civiltà scientifica o letteraria in lor contenuto; e ci siam da ultimo determinati a distinguere quattro grandi età, dalla caduta del romano imperio insino a’ dì nostri. Vero è che le scienze e le lettere non han proceduto a un modo, e che eziandio fra le varie scienze questo tal parallelismo non si può nè dee trovare; ma, non potendo per l’angustia del luogo, parlar di tutte distintamente, siamo stati necessitati di considerare le lor vicende in un aspetto generalissimo, per poterle inchiudere in comuni partizioni, e di porne i limiti un poco indeterminatamente. Queste età adunque sono: I. dalla dominazione degli Ostrogoti, presso al fine del quinto secolo, insino al cuore del decimoterzo; II. da quella stagione al rinascimento in Italia delle greche e latine lettere in sul dechinare del decimoquinto; III. dal rifiorire della classica letteratura a’ primi anni del secolo decimottavo -, IV: finalmente da quel tempo infino al nostro.
       La prima è una età, come suol dirsi, di transito e di sola civiltà cittadina, sendochè Napoli non era metropoli del reame, e nemmeno avea primato intellettuale civile, il quale acquistò poi per i favori di Federico II e, non guari dopo, del primo Carlo. La letteratura che altri può trovare in Calabria o in Montecassino non si può considerare come coltura sua, e però dovremo, per l’ indole di questo lavoro, affisarci alla sola città o discostarcene poco. La seconda età è propriamente il suo medio evo, ch’è per la prima volta percosso dal rifiorire delle lettere greche e latine. 11 dodicesimo secolo avea solo apparecchiato le condizioni necessarie al rinnovamento degli studi, ma fu nel decimoterzo che i chiusi germi si disvilupparono. Napoli, decorata di splendida università da Federigo, e poco poi fatta metropoli da Carlo I, ne viene in civile e moral preminenza, onde a poco a poco la letteraria luce delle province sì può e dee considerare come luce sua, e potremo alfine uscir de’ limiti della città. La terza è per la più parte un’età di pensiero impedito, e generalmente un passaggio dai tempi di mezzo a’ moderni, un’assidua lotta e profonda fra il pensier nuovo e il vecchio. La quarta età finalmente è l’età del nuovo e disimpedito pensiero e della ristorata monarchia.

       Prima età. Di questo primo periodo assai prontamente ci espediremo. Tutti sanno che insino al decimoterzo secolo, quando cominciò a spuntar per le scienze il primissimo albòre, corsero tempi di grossa e scura barbarie: ancora noi dobbiam solo favellare della città, e la poca letteratura vi si rinviene partecipa delle condizioni letterarie di tutta Italia, e non ha quasi niente di locale o di proprio al pensiero napolitano senza che, la nostra ducea s’ha a considerare come stanco avanzo di vecchio stato, e perchè la nuova vita potesse incominciare, prima fu bisogno che Ruggiero, dischiudendo le porte di Napoli, l’accomunasse a’ nuovi ordini, e che per tutto il duodecimo secolo e buona parte del terzodecimo le si apprestasse quanto era d’uopo a’ civili progressi che dì là a poco si videro.
       È molto probabile che sotto i primi Principi Goti fosse in Napoli non poca letteratura, non tanto per i favorì grandi di quei Re e per le cure di Cassiodoro, quanto per l’antica civiltà non ancor potuta comprimere dalla sopravvenuta barbarie. Ma per le lunghe guerre co’ Greci, il cui danno fu poi accresciuto da fierissime pestilenze, e per le irruzioni de’ barbari, densissime tenebre d’ignoranza copersero le nostre contrade e però anche Napoli, massime nel nono e decimo secolo, quando e’ si può dire che la cieca forza bruta, fin allora combattuta dall’antica civiltà, pur al fine soverchiasse. Pure la nostra città, perfino al decimo secolo, serbò assai più lume di lettere che le altre principali d’Italia, non eccettuando neppur Roma; dippiù ella ebbe sempre necessarî vincoli e commerci co’ Greci, che, se non altro, valsero a mantenere quella tanta cognizion del greco ch’era rimasta fra nostri. Quando in Costantinopoli non era chi ben sapesse tradur di greco in latino o di latino in greoo, appo noi troviamo che tale scienza era molto comune, e che parecchie vite e storie di Santi furon recate dalla greca lingua nella latina.
       Con tutta questa cognizion del greco, di che non è esempio nella occidentale Europa a que’ tempi, la letteratura de’ Napolitani fu solamente latina, a giudicare dalle opere che sonoci rimase ed anche da questo, che non già il latino nel greco, ma il greco in lalino si traslatava. Quantunque Napoli stata fosse una vera

    città greca, la tenace romana dominazione a poco a poco aveala trasformata, al che si aggiunse che nel tempo di cui parliamo, cioè, dal settimo secolo al decimoprimo, que’ pochi che fra noi scrissero furon gente di chiesa, la quale presso che tutta o principalmente era latina. Dopo ciò non è a dire che la nostra letteratura, come in ogni parte occidentale, fu meramente ecclesiastica o al più narrativa. Ancor noi avemmo di molte cronache, e vite e storie di Santi e di Vescovi, i consueti inni sacri e qualche epitaffi per le chiese in versi acrostici. Quel fioco barlume di scienza che allor poteasi avere, era tutto accolto in Montecassino e in Salerno, e in parecchi monasteri basiliani di Terra d’Oirato e delle Calabrie.
       Così stavan le cose nella prima metà del secolo undecimo. Ma già per l’Italia erasi destata la nuova vita; e s’andarono per ben due secoli acconciando le morali e fisiche condizioni a quel rinascimento delle scienze e poi delle lettere che fu nel secolo decimoterzo. Le contese fra il sacerdozio e il principato, le dispute con gli eretici, la risorta dignità delle classi medie e popolane, le crociate, e le navigazioni e commerci delle nostre repubbliche co’ Greci, e co’ popoli orientali esercitarono gl’intelletti e nudrirono e ampliarono il pensiero degli Italiani, intanto che la formazione della volgar lingua snodavalo e agevolava. Anche all’uopo lo sovvennero quelle che si potrebbon dire condizioni materiali al rinascer degli studi, come fu tra le altre l’introduzion delle carte e di assai manoscritti arabi o greci. Quando al nostro regno ed a Napoli, alcune di queste cagioni furon più pronte e operative, ed anche molto avvalorate da altre speciali ed efficacissime. Le communicazioni co’ Greci furon più assidue e vicine, e con gli Arabi vicinissime, singolarmente per quelli erano stanziati in Sicilia o rimasi in grandissimo numero dopo che i Normanni la conquistarono. Lasciando stare che la scuola di Salerno forse agli Arabi fu debitrice del suo fiorire, certo è che molte opere arabe o greche, assai più agevolmente che per il resto d’Italia, si poteano aver fra noi: di che nel seguente secolo decimo terzo parecchie furon fatte latine, ed alcune mandate anche in Bologna e fino in Parigi a quelle due famose università.

    Senza che, le arditissime imprese de’ Normanni avevano, svegliando le fantasie, riscosso le popolazioni; le quali alfine, ritolte a tanti vari signori, ebber tra loro alcun più stretto legame, e uscirono dei segregato lor vivere. Tosto se ne vide effetto negli scrittori, ne’ quali si può vedere un più largo e ardito concetto, molta passione, ed eziandio qualche eleganza o minor rozzezza di forme. Fra barbari scrittori di vite e di puerili e scarne cronache, cominciano ad apparire giudiziosi e caldi narratori di generali avvenimenti, e fra gli incolti inni sacri tutta un’epopea latina, che a quando a quando ha più be’ versi che quella età rozza non comportava. In fine, pur consentendo che la lingua usata da’ primi poeti volgari di Sicilia o di Puglia non fosse quella si usava nel favellare, e’ non par dubbio che le nostre popolazioni, innanzi che ciascun altra italiana, ebbero e scrissero un nuovo dialetto, il quale forse poco era dissimigliante a quello di Matteo Spinelli, primo scriltor di prosa in volgare e vissuto a giorni di re Manfredi. Pertanto il lor pensiero si potè sprigionare dalle antiche forme, e svolger con più agio, aiutandosi del nuovoi strumento.
       Mentre che tutte le anzidette generali e speciali cagioni fomentavano e agevolavano il rinascer delle scienze e delle lettere, ei sorgeva in tutio il reame scrittori in gran numero, si che la nostra letteratura fu sicuramente la più ricca ed eziandio la più ornata fra le altre contemporanee. Contuttociò Napoli, mentre che tanta fresca vita le rigermogliava d’intorno, non ci pare che bene rispondesse al letterario avanzamento delle nostre province. In due epistole del famoso Pier delle Vigne ella è chiamata antica stanza e madre di studi, ed è molto probabile che a’ tempi dei Principi Normanni avesse floride e famose scuole; ma nulla possiam dire della sua letteratura per i secoli undecimo e duodecimo, che più propriamente furon per essa un tempo di preparazione e di transito. Prima ch’ella cedesse a Ruggiero, i travagli della guerra e l’apprensione furon troppi; e dopo, checchè si dica di conservati ordini e leggi, il sopraggiunto straniero dominio troppo rudemente la dovè sconcertare, e offendendo l’antica vita civile, non sostituirle si prontamente la nuova, che l’intellettual virtù non ne fosse perturbata e irritrosita. Insino al cuore del secolo

    decimoterzo e’ sembra che Napoli si riconstituisca ed accomodi alle mutate condizioni, raccogliendo novella viriù per levarsi, e che il ricomposto ordine di cose tacitamente operi sulla nazione per dover poi fruittificare.
       Seconda età. Perchè il pensiero e la civiltà del medio evo eran dappertutto constituiti dagli stessi elementi, la sua letteratura fu in sostanza la stessa in ciascun popolo occidentale, con sola quella differenza che dalla varia combinazione di essi elementi o dalla preminenza di alcun tra loro potea provvenìre. Però dell’indole della nostra letteratura, come di quella che alla fin fine è comune a ciascun altra di quella età, non abbiamo a dir niente; e solo ragioneremo delle differenze arrecate dalle singolari vicende de’ nostri popoli, le quali in verità son grandi, e sole fanno nelle lettere quel tanto di proprio che vi si può ritrovare.
       Or tutte le differenze della civiltà de’ Napolitani, che poi fannosi quelle della lor letteratura ne’ mezzi tempi, noi pensiamo che si possan bene ridurre a quest’una, alla contrastata o disugual composizione del novello popolo seguitata dal nissun pregio o valore delle classi mezzane, Napoli sino a Ruggiero fu veramente un avanzo di vecchia società; scaduta certo e imbarberita per le sopravvenute prossime irruzioni de’ Goti, de’ Longobardi, de’ Saracini, ma non però mutatane e rigenerata: nè lo stabilimento della monarchia, rilegandola a’ circostanti paesi, ebbe più valore a ricomporvi e a farne emergere un giovane popolo. Per giunta le successive sciagure e la fugace prosperità nemmeno le consentirono di compor colle industrie e i traffichi un medio ordine di cittadini fra i grandi e la plebe, e gradatamente conferirgli pregio e gentilezza. Quanto al regno in generale, detto nuovo popolo neanche vi si potè ben comporre insieme e conformemente, perchè le invasioni non vi furon larghe, ma peculiari e poco salde, ed ebbero anche impedimento da’ luoghi rimasi a’ Greci, e dall’avvenimento di altri barbari. Inoltre, per molte cagioni che sarebbe lungo a discorrere, tra i dominatori e i soggetti tennesi più lungamente che nel resto d’Italia l’antica segregazione, tanto che quelli e questi male appresso formarono una gente sola. Venne poi la feudalità a deprimere cotesto qualsisia nuovo popolo, e

    seguitò pur sempre a deprimerlo e ad impedire. Quando per la più parte della penisola si abbassavano i signori e i baroni, qui le cose furon diverse, e la feudalità ne fu a quando a quando rinvigorita e cresciuta.
       Questa mala composizione del novello popolo, questa interminata depressione delle medie classi han dunque avuto larghissimo effetto nella letteratura, e datole propria complessione e sembianza. La lingua che si parlava non ne potè esser pulita e ravvicinata alla comune d’Italia, e questa, dopo il suo fuggevole apparire in Sicilia e in Puglia, non ne potè avere altro avanzamento o farsene connaturale, e si rimase meramente letteraria e imitativa. Per la quali cagione e per altra del grande accrescimento degli studi legali e della dignità e preminenza a cui pervenne la Chiesa sotto ai Principi guelfi di casa d’Angiò, la lingua latina ne acquistò largo impero, e penetrò a suo modo tuttaquanta la letteratura. Ancora, le opere in cui lo spontaneo e giovane pensiero è poco men che tutto o gran parte, e che più son vivificate dalle passioni e informate dal comun vivere, o tra noi non apparvero o pure ebber poco pregio e nissun valore. Onde la nostra letteratura, che per altro ha dovizia di tutto che le più generali condizioni del medio evo dovean partorire, quasi affatto manca di quella tal pompa di gioventù e del giocondo spirito di vita nuova e franca, che più che in altre si mostra nelle toscane lettere. Spogliatone ogni giocondità e perdutone ogni lume di poesia, fecesi austera e gravissima, che non par nata in sì fervida gente, e fra tanta lieta bellezza di cielo, di campi, di marine. Ma se questa gioconda e vivace parte delle lettere è poco o nulla, tutta quella a cui basta vigoroso e solitario intelletto, assidua fatica virtù, inventiva, è ricca e maravigliosa. Pochi sono e mediocri gli scritti cui fa mestieri del soldato, del mercatante, del cittadino; ma tutti quegli altri cui basta il giureconsulto o il chierico, la meditazione individuale o la pace del chiostro, son molti ed eccellenti. L’operosità è stata sempre bisogno vivissimo ai napolitani intelletti; e non si è potuto mai tanto impedirli, che qualche gloriosa via non restasse loro, e qualche splendida forma.
       Nel regnio di Federico II così comincia per Napoli la dignità

    civile, come l’intellettuale. Fin dal 1224, quell’Imperadore vi ricompose una grande Università, e perch’ei vietò, s’insognasse in alcun altro luogo da Salerno infuori: fin da que’ dì Napoli divenne capo intellettuale a tutte le province di qua e di là dal Faro. Intanto i posti germi fruttificavano, aiutandosi del primo rilevarsi delle oppresse popolazioni per i favori di Federigo e il freno imposto a’ baroni. Ma la nuova intrusione di stranieri per il conquisto degli Angioini, la novella prevalenza degli ordini privilegiati, il duro governo di Carlo, lo smembramento del regno e le lunghe guerre che di quì seguitarono, offesero la spontanea virtù degl’igegni e alterarono i ben cominciati progressi. Pure l’Italia intera avanzava e rifioriva, onde ancor noi avanzammo, singolarmente appresso alla morte del primo Carlo, sotto il mite governo del figliuolo e poi di Roberto. Certo Napoli di molto è debitrice a que’ re: fatta metropoli al regno e sede a Principi Guelfi, che però erano in assidua comunicazione con gli altri staii d’ltalia e segnatamente co’ più civili, ne acquistò gran dignità e popolazione e ricchezze, e fiorì per molta letteratura sino a tanto che le guerre, il parteggiare e le sciagure infinite del regno dalla uccisione di Andrea fino al re Alfonso, non vennero a conturbar gli studi e a scompigliare ogni cosa. Ogni parte di letteratura fu allora in manifestissimo scadimento, come per molte ragioni fu pure in tutta Italia nella seconda metà del trecento e nella prima del seguente secolo. Ma, dipoi quella età, la venuta de’ Greci, l’uso della stampa, i favori de’ Principi e in generale i civili progressi di tutte le nazioni occidentali, ridestarono gl’ingegni, promossero mirabilmente gli studi e, in apprestando alimento ad altre concezioni di opere, una nuova età prepararono.
       Tutte le discorse cose ci paion bastevoli a dare alcuna generale idea della nostra letteratura de’ mezzi tempi e delle sue vicende principalissime; onde senza più scenderemo a quelle sole distinzioni e peculiarità che l’angustia de’limiti possono consentire.
       Fin dal tempo de’ Re Normanni erasi fatto udire ed era stato scritto in Sicilia il leggiadro volgare che poscia fu la lingua d’Italia. Non fu pulito fra il popolo, che non l’usava, ma nella corte de’ Normanni e, poco appresso, degli Svevi; insomma fu lingua

    cortigiana, meglio che da altri scritta da Principi e da ministri. Insino a Re Manfredi, fu usata da molti poeti, de’ quali alcuni son mentovati da Dante; ma la signoria degli Angioini, per aver sostituito nella Corte straniero linguaggio al nativo, percosse in sul meglio del progredire quella giovanetta lingua che pur nelle corti s’era cominciata scaltrire. Intanto le vive sorgenti della poesia erano altresì inaridite dalle male condizioni dei popoli; onde allora che fu tanto il volo dell’Italiana, furon tra noi soltanto alcuni pochi e mediocri rimatori, che che si dica il Petrarca di poeti sulmonesi e napolitani. E mentre che in Italia il popolo prendea diletto a’ componimenti teatrali, i nostri gentiluomini piacevansi di armeggiamenti e tornei, talchè neanche era luogo e favore a letterarie rappresentazioni. Nondimeno, sotto Alfonso I o in quel torno, cominciammo ad aver certe farse spirituali, e più appresso, talune scarmigliate commedie, le quali, per dover essere intese da ogni maniera di gente, furono scritte in dialetto, molto grazioso a que’ di, e più vicino all’italiana favella che non fu dipoi.
       I nrostri storici della prima metà del secolo decimoterzo, come quelli del duodecimo, per gravità, caldezza, e facile e corretto stile, stanno innanzi a quanti altri furono in Italia; ma già dicemmo che non possiamo tenerli per napolitani. Con gli Angioini, insieme alla lingua volgare, alla poesia e ad ogni altra più viva parte di letteratura, dechinò ancor questa, così che vi perdemmo l’antico primato fra gl’Italiani. Pure la storia era già da un pezzo uscita dei chiostri, onde alcuna volta fu scritta da uomini vissuti in pubblico e ne’ pubblici affari. Sotto a’ Durazzeschi le cose peggiorarono, e perchè il regno ne fu dilacerato, riapparvero le peculiari e locali narrazioni e le domestiche memorie. Ma infine, regnando gli Aragonesi, gli sparsi e fiorenti studi di filologici, che più giù diremo, corressero e nobilitarono la storia, conferendole antico decoro, miglior conoscimento del passato, e spesso ornamento di moral sapienza e di elegantissime forme latine. Di che essa allora primamente n’acquistò alcuna critica, dandola a divedere in erudite dissertazioni e in trattati, tanto sulle antiche che sulle moderne età, e meglio si allargò nel tempo e nello spazio,

    come quella che cominciò a narrar fatti d’altrui paesi, e molto acconciamente di tempi lontani e di antichi popoli. Se non che, quegli eruditi scrissero anzi la vita e la storia de’ Principi che quella delle nazioni, e meglio che gravi storici, ornati narratori si dimostrarono. Frattanto, per tutta questa età, non mancaron cronisti ignoranti, che spesso adoperarono il dialetto patrio, ma la nobilissima lingna d’Italia fu generalmente negletta.
       Fra gli Studi i quali, non che avessero impedimento, ebbero aiuto e favore dalle morali o geografiche condizioni de’ nostri popoli, e bisogna in prima mentovar quelli delle lingue e dell’erudizione, perciocchè all’avanzamento di talune altre discipline moltissimo conferirono. Per i monasteri basiliani che tosto furono instituiti nel regno, per le tante città restate a’ Greci e per l’antica civiltà manco depressa tra noi che non fu altrove, fin da’ primi secoli della barbarie, come in Napoli così nel regno fu molta notizia di greco e di latino, ma sopratutto del greco, per non dire che intere città e province in alcun modo il parlavano, e fu bisogno di pubblicar leggi nelle due lingue. Sicchè nella seconda metà del terzodecimo secolo e nel decimoquarto quella tanta conoscenza di esse non pur durò, ma fu cresciuta dalle cagioni dette avanti: soguitossi a traslatar dal greco di molte opere, e infine si recò lo studio e l amore delle greche lettere eziandio fuor del reame. Quì è a ricordare di Barlaamo, monaco calabrese, stato maestro al Petrarca in filosofia e in lingua greca, e di Leonzio Pilato, pur calabrese, che fu maestro al Boccaccio, traduttore di Omero e professor di greco in Firenze. Finalmente nel secolo decimcquinto, venutici prìa che nel resto d’Italia e in più gran numero i Greci fuggitivi, destarono un grande ed entusiastico amore all’antichità, come a tesoro ricchissimo che pur al fine si discoprisse. Altri studiarono attesamente gli antichi, e li tradussero e commentarono; altri in appositi trattati discorsero le costoro favole e la religione e i costumi, e compilaron grammatiche e vocabolari. Sin nelle minime cose, tutti s’ingegnarono d’imitar quelle opere, e certo fu gran danno alla spontaneità, all’inventiva, all’usato ardire degl’ingegni; ma fu necessità, poi bene grandissimo e vero avanzamento, perocchè il nuovo pensiero se ne potè

    appresso constituire, ed aiutarsene a vincer quello de’ mezzi tempi. Or siffatti studi, stati per altro generali in Italia, assai prima fra noi si diffusero, e di qui uscirono i primi be’ versi latini, il primo vocabolario e le prime istituzioni accademiche per le umane lettere. L’accademia romana e la napolitana furon fondate l’una da un calabrese e l’altra da un palermitano, e principalmente la nostra accolse e poscia educò tanti dotti uomini, che ne fu celebrata per tutta Italia e fino oltremonti. E qui non si può tacere di Iacopo Sannazzaro, gentilissimo e passionato scrittore, il quale in molte poesie latine e in un poema sul parto della Vergine parve nuovo Catullo o Virgilio, lanta vi fu l’eleganza dello stile, e così bene a’ novelli concetti le antiche forme si disposarono.
       La giurisprudenza, ch’esser dovea tanta parte de’ nostri studi, non ebbe tra noi quella origine che in Lombardia. Sempre essa nasce quando il giusto e l’ordine, confortandosi di generali e temute leggi, posson prevalere all’arbitrio, e quando, per le aumentate relazioni tra gli uomini, tanto cresce la sproporzione fra le poche statuite regole e i moltiplici fatti o casi, ch’è disagevole l’applicar quelle a questi senza una qualche libera interpetrazione. Ma in Lombardia tutto ciò venne da quel rilevarsi delle classi medie e dalle fiorenti industrie, e in Napoli derivò dallo stabilimento del principato, il qual per altro non fu sì nuovo instituto, che dovesse svigorire le vecchie leggi, nè così forte, che valesse a comprimere la feudale aristocrazia. Onde ancor noi potemmo aver foro e interpetrazione di leggi; non però ci nacque bisogno, come in Lombardia, di nuova legislazione, e la giurisprudenza, quanto a forma e modo niente diversa alla lombarda, non si esercitò da prima sulle leggi romane, sì bene sulle longobardiche e sulle regie, e singolarmente sulle feudali, tanto che appresso i nostri giureconsulti furono i più dotti e riputati feudisti di tutta Europa. Vero è che il dritto romano, penetratovi sin dal principio, infine prevalse; ma fu per l’intimo pregio morale e per il filologico, non per economiche o politiche necessità. Nel tempo degli Svevi furon per il regno molti grandi e famosi giureconsulti, alcuni de’ quali, stati già ad

    insegnare o ad ammaestrarsi nelle scuole lombarde, recaronci lo studio e l’amore del dritto giustinianeo; ma la nativa giurisprudenza non si discosto dalle altre dette leggi, ch’eran le sole generalmente applicate nel foro. Sotto gli Angioini le romane fecero progressi grandi, e furono esposte ed allegate, non più per cavarne spiegazioni ed esempi alle barbare, sì veramente per l’autorità presa ne’ tribunali, e spesso per combatterne le longobardiche, ed eziandio le sveve come ingiusti ordinamenti di ghibellini. Eppure là più parte de’ nostri si travagliò intorno alle altre leggi, e molto ancora sulle ecclesiastiche e municipali. Fino a que’ giorni s’eran fatte semplici chiose e glosse, come nell’alta Italia, e allora si scrissero ben ordinati e dotti comenti non affatto ignudi di storica erudizione, e mirabili per acume e dritto giudizio, e per diligenza e sterminata fatica. Non è a dire che nel regno de’ Durazzeschi la giurisprudenza fu in grande scadimento; ma, ricomposte le cose pubbliche alla venuta di Alfonso, rilevossi anche lo studio del drillo, indi ne acquistò tanto splendore e dignità, che bene si fe’ aperto ciò che ne’ seguenti secoli dovea essere. Veramente gli studi filologici, per la via tutta pratica che teneva la giurisprudenza, non fecero quell’effetto che potevano; tuttavolta non picciol frutto ne derivò, e le leggi romane, aiutate a prevaler sulle altre, mortalmente percossero e cacciaron dal foro le longobardiche. Numerosi e dottissimi furono i giureconsulti, e moltissimi gli scritti loro per ogni parte della ragion civile e della canonica; ma sopra tutti fu grande e rinomato Matteo degli Afflitti, massime per un suo comento alle leggi feudali, che poi diedegli vanto del più gran feudista del quattrocento.
       Negli studi sacri e ne’ teologici i Napolitani fecero a un dipresso quello che fu fatto per tutto ponente. Peculiari e generali comenti alle sacre carte, sermoni, opere morali ed ascetiche, trattati teologici, prima secondo il metodo degli antichi padri, poi scolasticamente seguitando il Maestro delle sentenze, e infine, quando alla forma, le dottrine arabo-aristoteliche. Solo negli studi teologici fu questo di proprio, che, oltre alla scuola occidentale, la qual finalmente soverchiò per tutto, era una scuola orientale o greca nelle estreme province verso il mare Ionio per que’ tanti

    monasteri basiliani eranvi sparsi. Quanto alla scolastica, non è già a dire quel che essa fu, e che se vane sottilità e astruserie talvolta la disviavano, in essa era accolta la più vital parte delle scienze speculative. È pur noto che presso al mezzo del dugento, ella avea già percorso il suo primo periodo, in cui quel tanto di scienza che poteasi avere non fu veramente che veste e istrumento alla teologia. Ma le opere di Aristotele, divulgatesi alfine per l’Europa cristiana, sovvennero gl’intelletti di largo sistema, e di altissime speculazioni per ogni parte dell’umano sapere. Perchè le dottrine teologiche le si potessero, come le altre scienze, assimilare, fu allora mestieri di alcun possente e singolare ingegno che le une alle altre unisse e accordasse. E Napoli diede all’occidente l’Angelo delle scuole e in lui il maggior metafisico di quelle età, come poi diedegli i più grandi filosofi del rinascimento. S. Tommaso adunque, quasi collegando due mondi, compiè l’immensa opera, e sedottesi in cima a tutta la speculazione de’ mezzi tempi. Soprattutto nella sua mirabile Somma, sposando alla rivelazione le dottrine peripatetiche ed arabe, purificate da molte idee platoniche e alessendrine, abbracciò in ben ordinato e saldo sistema tuttaquanta la teologia e fino la morale e la politica. Anche i nostri teologi tosto si diedero a seguitarlo e a comentare, se ne formò una dotta scuola di tomisti, che insieme agli scotisti empierono delle lor famose quistioni le nostre scuole e i chiostri per i tre seguenti secoli.
       Le scienze filosofiche, oltre all’esser coltivate come compagne alla teologia, furono anche disgiuntamente e per lor medesime studiate. Ma, come in tutte le altre scienze o fisiche o matematiche, in esse eran seguitate le antiche dottrine secondo le intrusioni e i comenti degli Arabi. In filosofia non è a dire che lo Stagirita era il sommo maestro, e che i nostri filosofi, non altramenti che gli altri di Europa, molto intorno alle opere di lui si logorarono. I filologici progressi del quattrocento recando le opere degli alttri antichi filosofi e singolarmente di Platone, francò in alcun modo, le lor menti dall’antico giogo, e ad alcuna critica le esercitò, di che usciron dappoi bellissimi frutti. — In poco diversi termini furon le scienze matematiche e le fisiche. Molto pure si tradusse e

    comentò gli antichi, ma non fu con la, servilità de’ filosofi, e assai prestamenie vi si dimostrò il destro e inventivo ingegno de’ Napoliiani. Fin dal principio del secolo decimoquarto Flavio Gioia di Amalfi, che certo non fu primo a discovrire la direzion dell’ago magnetico inverso il polo, il primo senza dubbio il sospese o librò nella bussola, così agevolando a’ Portoghesi le lor lontane navigazioni e al Colombo la gloriosa scoperta. L’astronomia, come in tutta Italia, fu in prima studiata per le sue applicazioni alle cose ecclesiastiche, e tosto fu soverchiata dall’astrologia, che preoccupò sino le più nobili intelligenze. Nonpertanto i nostri, per natia virtù d’ingegno, e perchè, meglio che alcun’altra gente italiana, ci pare ch’ e’ conservassero certe tradizioni della sapienza de’ padri loro, si scostaron talvolta dal comun sentiero, ed or tornarono a vita opinioni state poi dimostrate vere da’ moderni, or posero arditatemente in dubbio alcuna non contraddetta affermazione. Così fu rinnovata quella opinion di Democrito, la luce della via lattea esser d’infinite picciole stelle; si osò trovar cangiamento nell’asse di rotazione del globo, e da Girolamo Tagliavia, ristorata l’ipotesi di Filolao, fu insegnato il movimento della terra intorno al sole, e dato forse al Copernico, se non la prima idea, novello conforto a quel grande rinnovamento di astronomia. Nelle scienze fìsiche s’ebbe di simiglianti progressi e forse di maggiori. Le applicazioni e gli sperimenti sonovi più frequenti ed agevoli, o forse che l’alchimia adusò i fisici a, interrogar da sè la natura e a lasciare alcuna volta i libri per i fatti: cominciato così l’osservare, venir ne dovettero continui disinganni ed emendazioni. Prima, più che Aristotele, eran seguitati gli Arabi; poscia, al dechìnare del quattrocento, taluni più arditi, fattisi a studiare su i testi greci, sorsero a ribattere le asserzioni e le stranezze di quelli. E intanto altri descrissero fenomeni allora primamente osservati, ed altri francamente dalle volgari opinioni si discostarono. Insomma fra la general pedanteria fu cominciato veder qualche lume e qualche tentativo di libere indagini, e sì che il Tiraboschi ha potuto scrivere, nel nostro regno essersi fatti in quel secolo i primi sforzi a squarciare la densa nube che involgeva ogni cosa.
       Appo noi la medicina acquistò al principio alcun valore per

    opera de’ Benedettini, che due famose scuole ci fondarono in Montecassino e in Salerno. Avute poi le opere degli Arabi, la Salernitana ne venne in gran fiore, e ne acquisiò rinomanza per tutto occidente. E per verità que’ medici furono i primi a non tenersi contenti al volgar metodo di curare, cercando sin da quel tempo di giovarsi di cognizioni scientifiche. Da prima si studiavano non pur le traduzioni degli Arabi che de’ Greci, ma guari non andò che questi furono neglette, e l’autorità degli arabi autori o comentatori da per tutto prevalse. Sicchè al principio dell’età che scriviamo la principal sede in Europa delle scienze fisiche era per anco in Salerno, ed araba era la nostra medicina poco men che tutta. E tale fu comunalmente insino al secolo decimosesto: se non che, nel decimoquarto già i nostri facean latine le opere di Galeno e di altri medici, in quella che la costoro autorità incominciava essere scossa dalle dottrine Ippocratiche. Tosto e’ passarono dalle traduzioni a’ comenti, e da’ comenti ad originali trattati e a nuove applicazioni, e in fino a un più libero modo d’investigare. Nel regno degli Aragonesi l’arte farmaceutica die di be’ passi, e frattanto dottissimi medici presero a confutar gli Arabi, e con gli scritti loro e con diligentissime traduzioni delle opere greche prepararono alla medicina gli ulteriori progressi.
       Terza età. Lagrimevole fu certo la sciagura de’ nostrì padri presso al fine del quattrocento. Non si tosto e’ cominciavansi a ristorare da’ danni patiti per ben tre secoli sotto ad Angioini e a Durazzeschi, che fu lor novellamente interrotto il progredire, e da quelle invasioni e guerre che li travagliarono, e finalmente dalla lor soggezione a straniero Principe furon ricacciati in peggior miseria e in mali incredibili. Gli Spagnuoli eran già di per sé molto duri e gelosi signori; e ben era ragione che l’insorgere de’ Luterani assai più duri li facessero e sospettosissimi. L’ingegno, il sapere, i commerci con le altre genti li tennero in grande apprensione, ond’eglino, come più seppero, li depressero e attraversarono. Senza questo i nostri popoli, per la lor postura geografica eran segregati dal resto di Europa; ma da’ allora in poi ne furon sì chiusi e scongiunti, che niente sarebbe in lor penetrato dagli stranieri, se ciò potesse mai in tutta una gente succedere.

       Segregati così i Napolitani, diedero di sè uno spettacolo pietoso a un tempo e nobilissimo: tutto un ingegnoso popolo abbandonato alle proprie forze e rudemente impedito, e che pur non si lascia impigrire e per ogni verso rilevasi e infaticabilmente si adopera. Maravigliosa è per ricchezza e varietà quella letteratura, e se ne può argomentare che vigore e fecondità sia nell’ingegno dei nostri, se in così malvagia condizione tanto operarono. Non pensate, che nata com’ella è in basso stato, ne sia però snervata e fiacca; perchè anzi è generalmente grave e profonda, e dà bene a divedere una gente concentrata dalle sventure, non abbattuta, e un pensier forte e tenace. Neanche i nobili affetti sonosi potuti allora spegnere dalla corruzione e dalla vile apatia che tutto intorno andavasi insinuando. La patria, diventata provincia di lontano regno, certo era miserabilmente scaduta: eppure da un’amoroso ricercare nelle sue memorie, da un frequente descriverla e magnificarla, e dalle calde scritture giurisdizionali, chiaro si può vedere che i suoi figliuoli noa però l’aveano obbliata, ed anzi molto l’amavano.
       Ma la perdita di ogni civil pregio, la ognor crescente decomposizion dello stato sempreppiù gli scongiunsero e disfratellarono. Di più le dette cause ed altre ancora, valendo a indugiar gli studi e ì mediocri intelletti, e non bastando a comprimere i grandi nè potendo togliere ogni comunicazione con gli stranieri, fecero si che nella letteratura, come nella vita, fosse una disparità grande e una sconcordia non mai più veduta: di che, oltre alla parte toscana e comune a tutta Italia, vi si posson vedere distintissime tre altre native parti, l’una cioè tutta schiva per decrepitezza ed immobile l’altra, vigorosa per gioventù, novatrice e violenta; e infine la terza, che è nella giurisprudenza, uscita dalle nostre condizioni morali o civili, e tutta in sè chiusa e noncurante. Direte che, per esser quello un tempo di fermento, di lotta, come nelle civili società così nelle letterature si possono ritrovare que’ tre elementi; ma in niuna, come nella nostra, stannosi così sceverati o sì fieramente in lotta fra loro. Intanto che i più giacciono addormentati nelle vecchie e autorevoli dottrine, molti grandi intelletti precorrono di troppo, e poco giova; e fra tutti manca

    l’aiutarsi scambievole e l’intendersi, e si lavora divisamente e e con poco general frutto.
       Dopo quello che abbiam detto della disgiunzione de’ nostri popoli dal resto d’Italia e d’Europa, non è a dire altramenti che la lor letteratura, ma soprattutto la parte nuova o vitale, ha un aspetto e un’impronta tutta propria e nativa, e che in questa età meglio che in altre sì lascia veder tutto che in principio abbiam indicato come naturale abilità del nostro pensiero. Veramente in quel tempo non apparisce tutto quanto esso è, e qualche parte è cosa transitoria, non proprietà sua; ma certo non mai più, nè prima nè dopo si è potuto così a nudo osservarlo. Sicchè, per mentovare alcuna cosa di cotesta nazionale impronta, diciamo che sopra tutte le allre letterature d’Italia la nostra si fa notare come più pensosa ed austera, e più laboriosa e perseverante, e per tanto schiva preoccupazion di animo in quello è nudo concetto, che quasi sempre se ne mostra poco o mal curante di forme e adornamento. Ancora molta sicurtà di giudizio, molta rude schiettezza, e spesso un magnanimo ardire: quelle belle individualità, che dicemmo avanti, allora segnatamente sonosi potute vedere in tutta la possanza loro. Infine la disparità e disarmonia che generalmente era nella letteratura mostrasi anche negli scrittori medesimi; e tanto per questa mala congiunzione di elementi diversi e discordi, che per esser eglino disaiutati da estranee forze e ridotti alla sola virtù delle loro menti, molto spesso si trova ne’ loro scritti un poco eguale e ordinato procedere, un cogliere il vero anzi divinando che deducendo, grandi errori accanto ad altissime verità, e umane miserie e vecchi trascorsi appresso a chiari lampi di genio e ad impetuosa piena d’idee nuove. Pensale come tuttociò debba tòrre a quella nostra letteratura la serenità, la bellezza della toscana contemporanea, e come invece le renda la mesta luce, il disagio e, non di rado, l’improvvisa elevazion del sublime. Or di siffatta letteratura, di questo ardito, austero, profondo e inventivo pensiero de’ Napolitani vivissima espressione si può contemplare nel Vico, nel quale, per dir così, mette capo ed emerge il tacito lavoro di que’ due secoli, e vi costituisce la più schietta e forse la più alta personificazione della nostra virtù intellettiva. E vero e solo

    napolitano egli è: qui nato e allevato, qui vissuto sempre, e uscito dal seno delle medie classi, e nudrito di greca sapienza e di platonismo.
       Quanto alle principali vicende della nostra letteratura in questa terza età, furon quelle appunto che il natural cammino delle cose doveale fare in quel doloroso transito dalle medie età alle moderne. Quasicchè per tutta la prima metà del cinquecento fu un certo progresso per la spinta avutane fin da’ tempi di Re Alfonso e di Ferrante. Ma, nella seconda metà del cinquecento e nella prima del secento, chiaro si può vedere una letteratura contristata, disgiunta dalle altre, e si appalesa quella tale contraddizione di sovrani ingegni, ma senza un eco sola, e però con lor danno e nissun frutto visibile. Da ultimo, nell’altra metà del diciassettesimo secolo e nel cominciamento del diciottesimo, il rilevarsi degl’individui è più generale, e i lor passi e la voce, acquistatasi a grado a grado opinion pubblica, fanno mirabile effetto. Questo ci pare che generalmente si possa affermare. Da quello divisatamente or diremo delle varie parti di letteratura potrannosi avere più minute determinazioni.
       Poco appresso al rinnovamento degli studi latini risorse ancora fra noi la volgar lingua, cominciatosi a seguitar l’antico o presente esempio de’ toscani prima che altri il facesse in Lombardia e in Romagna. Quella era lingua imitata, e in effetto le leggi, quando lasciavano in latino, erano scritte in dialetto: pure la cognizione e l’uso tanto poi se ne sparse nel seguente secolo, ch’ella n’acquistò molta spontaneità e propria complessione. Eziandio negli scrittori formatisi sulle toscane opere, ne’ quali è proprietà e correzione e talvolta rara eleganza, si lascia scorgere un certo che di nazionale che non ci affidiamo di bene poter dire, e che forse, lasciando star quello è mera buccia, e posto in una certa subbiettività e in minor ozio di frase, ond’è rado fra’ nostri il troppo vano curarsi di ornata e vaga espressione: la forma, non che sia mai signora, è serva sempre al pensiero, e n’ha però molto nerbo o semplicità grande. Quando agli scrittori che niente o poco al toscano tipo si affissarono, sono molto rozzi ed anche scorretti, e non si sapendo in niun modo temperare, chiaro fan vedere ch’ei

    scrivono come favellerebbero; ma in cambio fannosi talvolta ammirare per vivacità ed impeto, e tal altra, sì per incolla, ma pur leggiadra naturalezza.
       Fra’ lor poeti i Napolitani a ragion pongono il Tasso; e di vero nostro il fanno la madre, il luogo natale, e la educazione e i primi studi, le quali cose insieme, più che altra mai, dovettero informar l’animo di quel grande, e sì che forse è da riferir loro quella così razionale, e più pensosa e subbiettiva poesia, che non comporti il giocondo e quasi pagano splendore del cinquecento. Pure la veramente napolitana poesia deesi in altri indicare, e meglio che altro fu lirica, ma senza la tanta imitazion del Petrarca che generalmente fu veduta a que’ giorni. Primo fra tutti fu il Sannazzaro, e ci sembra che in gentilezza e in venustà ed eleganza tutti gli altri, vinca. In Galeazzo di Tarsia è un cotal vivo risalto, e gagliardia singolare; in Angelo di Costanzo assai nettezza e giudizio, ma troppo discorso e poco affetto; in Berardino Rota, vogliam dire ne’ sonetti, molto vigore bene spesso affanno e sconforto. Questi scrittori, comechè tutti napolitani si dimostrino alla fin fine appartengono alla toscana coltura; e chi nella poesia vuole congiunta a elezion di pensieri pulitezza di stile, sol essi reputerà degni di menzione. Ma se per la intemperanza del concetto e la rustichezza delle forme non sono indarno la natural’ espressione, e la robusta e fervida individualità del pensiero, degnissime di memoria son le poesie di due nostri filosofi; i quali, veggendosi ributtati da’ lor tempi, n’ espressero dolore e disdegno; e amorosamente cantarono del vero e del bello e di astratte intellezioni che si forte gli aveano invaghiti, da, parer vive e reali. Non pochi intanto furono i componimenti teatrali sì in verso che in prosa; ma, se ne togliete il minor pregio, questa parte di letteratura non ebbe altro modo e fortuna che nell’Italia superiore. Eziandio fra noi le commedie furon le migliori e più libere composizioni, o non di rado sì pregevoli per grazia e festività, per artificio, e per viva snellezza di dialogo, che non hanno a temer confronto dalle toscane. — Tali passi avean dato le lettere poco più oltre al fine del cinquecento, ma già le cagioni che dechinar le fecero per tutta Italia, assai più tra noi le aveano corrotte, aiutate anche

    dalla imitazione degli Spagnuoli e dal lusinghevole esempio di Giambattista Marini, che molto ben comprose il genio dell’età sua, ed ebbe più grande e facile ingegno che non facea d’uopo a trarsi dietro il volgo de’ rimatori. Il reo gusto del secolo bene dovea avere la sua grande espressione; ed ebbela in quella parte della penisola dove ogni cosa eragli più disposta per la preminenza del pensiero astratto e riflesso, per l’abito del sottilizzare, per l’amore al nuovo, e pel poco uso della beffa, per cui sospetto in Roma e in Firenze ogni più audace novatore sarebbesi rattenuto. Nondimeno, di molti scrittori non si lasciaron corrompere, e tra questi è a ricordare Salvator Rosa per sei vivaci satire, che non dubiteremmo di porre accanto a quelle del Menzini, se manco si allungassero in amplificazioni storiche, e manco indugiassero in ciascun pensiero. In sul cadere del secolo furono alquanto ristorate le lettere, e poco dipoi Niccolò Amenta diedeci sette spiritose commedie, che son le migliori di quante allora se ne scrissero, s’altro non sia, per testura, e per corretta e pulita lingua.
       Generalmente i Napolitani in questa età ebber della storia concetto semplicissimo, stimandola nudo racconto di pubblici avvenimenti. Poco adunque si curarono di cercarne ragione nel mobilissimo campo delle passioni e delle volontà; e ad eccezione di un solo, che s’alzò a generalissime considerazioni politiche non furon che narratori, così che indarno vi cerchereste alcun fondamento o razional vincolo a’ dislegati fatti, se non è in fondo in fondo e quasi inavvertita l’idea della provvidenza. Dei rimanente tal positivismo istorico meglio apparecchiava un più largo e filosofico modo di considerar le umane vicende, che non facessero le istorie morali politiche de’ Fiorentini, e solo era d’uopo che le disgiunte forze dei nostri si unissero, e che i filosofi e gli eruditi si avvicinassero. Nel secolo decimosesto, fra gli storici delle nostre cose, son da nominare il poeta Costanzo e Camillo Porzio, quegli lodatissimo per giudizio e gravità, e per l’amabile naturalezza del dettato; questi, per rara penetrazione e forza di mente, e per nervosa concision di stile: e fra quelli de’ fatti generali o stranieri, Scipione Ammirato^ che diede a’ Fiorentini la più compiuta istoria

    che mai avessero insino a quel tempo, e l’eruditissimo cardinal Baronio, che fu, come tuti sanno, il padre della ecclesiastica. Nel secolo decimosettimo fu grande scadimento: pure diligentissimo e imparziale storico fu Francesco Capecelatro, e grave e regolato scriiiore in una età che tanto si piacea di gonfiezze e di vani ornamenti. Ma non si potrebbe a bastanza dire le immense fatiche che fecero i Napolitani in ciò che spetta all’erudizione o alla filologia. Come quelli che eran tolti al vivere civile e ridotti a solitari studi, scrissero opere laboriosissime, che non paion fatte da un sol uomo. La più oscura istoria del medio evo, ed anche la ecclesiastica e la letteraria n’ebbero novello lume, e si vide venir fuori dottissime descrizioni del regno o di alcuna sua provincia, e storie delle principali città, e sopratutto illustrazioni della metropoli tanto per gli ordini civili ed ecclesiastici, che per gli edifizi, i monumenti artistici e le antichità. Veramente, quasi che sempre manca in quelle opere l’ordine, la critica, la temperanza; nondimeno si voglion fare parecchie eccezioni, e basti qui nominare Camillo Pellegrino il giovane, che tutta la vita logorò per gli archivi e le biblioteche a rischiararne la nostra istoria delle mezzane età, e primo diede al Muratori l’esempio di raccorne le cronache e le vecchie scritture. Ancora, presso ai fine del secolo, quella sterminata erudizione, avutone ordine e lume dalla critica e dalla filosofìa, ed aiuto dalle dotte scritture degli altri Italiani e degli stranieri, partorì bellissime opere. E partorì finalmente nel secolo decimottavo la istoria civile del Giannone, che deesi considerare come ultimo lavoro storico di questa terza età, e qual principio alla nuova. Notissimi oramai sono i pregi e i difetti di quel grande lavoro, e noi ce ne passeremo, ma non senza ricordare che vanto e che lode sia al nostro concittadino sopra gli altri precedenti storici italiani e stranieri l’aver saputo ritor lo sguardo dall’epico splendore dell’istoria, e fermatolo a tacite vicende e a più intima vita.
       Sotto gli Aragonesi già il foro napolitano avea grande importanza, ma nell’età che scriviamo, e soprattutto dopo la metà del sedicesimo secolo, ebbe sì pronto e smisurato incremento, che, non che a dire, è malagevole a immaginare. Componevano la nazione

    elementi ostili e difformi, e la venuta de’ vicerè, svigorendo ancor più l’autorità regia o centrale, e proteggendo alla celata i deboli e disarmati incontro a’ forti, raddoppiò l’anarchia ed il contrasto. In più barbari e bellicosi tempi quelle nemiche forze sarebbonsi affrontate nelle battaglie, ed allora che gli Spagnuoli favorivano le vie giuridiche per poter opprimere con minore scandalo i repugnanti, combatterono astiosamente ne’ tribunali. Duravano gl’instituti del medio evo, ma per ciò che in essi era di più guasto e ignobile, anzi avean trasmodato in abusi e in maggior viluppo: or pensate che ricca materia e che fomite ne venisse a litigi da tante e sì difformi leggi, da sì intralciati interessi, da tanti privilegi e giurisdizioni. Cresciuto così il foro, e tanto che parea che solo agitasse tutta la civil compagnia, la giurisprudenza ne acquistò tal pregio e dignità, e tale ampiezza, che neanche in Roma antica fu il simigliante. E perchè la vita ne fu tutta penetrata e investita, potrebbesi nelle altre parti di letteratura venir mostrando gli effetti di quel tanto soverchiar del foro e degli studi del dritto. Così nel marinismo e nelle letterarie dispute di que’ dì mostrasi non di rado l’acume e le sottilità forensi, e il piacersi de’ sofismi e del falso; e come nell’istoria civile, così nella scienza nuova, la ragion civile o politica domina tutto il resto. Sicchè infinite sono le opere de’ nostri giureconsulti, e spezialmente è ricchissima la parte che potrebbesi dir forense, vogliam dire le raccolte delle decisioni e delle controversie, de’ consigli e delle allegazioni. Ma per ciò appunto che la nostra giurisprudenza usciva dal foro, non dalle cattedre, e per l’isolamento in che era ciascuna parte di letteratura, ella fu pratica affatto; ma destra, sensata, sagacissima. L’erudizione e la filologia spesso ornarono le scritture de’ nostri; non però vi arrecarono alcun principio di storica interpetrazione, solo eccettuando le materie feudali e le canoniche, per cui certo la mera pratica interpetrazione non era possìbile. Generalmente parlando, tale sempre si rimase la nostra giurisprudenza: se non che, verso la metà del secento, fu nella parte più eletta de’ giureconsulti un gran rinnovamento d’interpetrazione, gridato in prima da Francesco d’Andrea vivissimo lume del nostro foro per eletta dottrina e facondia, il quale, non pur con la voce, ma con l’esempio molti

    vi confortò. Bene i tempi eran mutati; gli studi filologici avean tra noi progredito, si cominciava, benchè tardi, a conoscer le opere d’Italia e d’oltremonti, e le varie discipline pur finalmente si riaccostavano. I principali giureconsulti erano a un tempo versatissimi nelle scienze e nelle lingue e nelle istorie; anzi alcun tra loro, come Domenico Aulisio fu veramente un miracolo di sapere. Sicchè, per i conforti dell’Andrea e pel natural progresso delle cose, l’erudizione e le lettere ristorarono la giurisprudenza, e guari non andò che apparvero stupende opere di critica e di storica interpetrazione, ammirate poi da tutta Europa. Tale fu quella delle origini del dritto civile di Gianvincenzo Gravina, il quale fu il primo a rappresentar congiuntamenie e nell’istoria tutta la romana legislazione e la giurisprudenza, e a volerne indagar l’indole con la scorta di finissima critica e della filosofia.
       Se pure que’ grandi avvenimenti che furon termine al medio evo e principio alle novelle età non avesser destato le menti e condotto il progresso della filosofia, in certo modo sarebbe stato anche fatto solo da’ libri dagli antichi e degli studi filologici che ne furon promossi. Quelle faconde opere dovean prima discostar gli animi dalle vane sottilità delle scuole e dalle simmetriche deduzioni, dipoi fastidirneli e addestrarli all’induzìon platonica, che finalmente dovea vincer tutto. Conosciuto il vero Aristotele, ne fu tosto assalito quel delle scuole, e conosciuto Platone e gli altri greci filosofi, era pur forza che rinascesse con quello l’antica lotta. Così parecchi de’ nostri, sin dal cadere del quattrocento, passaron dalla scolastica alla filosofia d’Aristotele, ed alcuni anche alla platonica: gli aristotelici, come gli altri d’Italia, spartironsi nelle due famose scuole degli alessandristi e degli averroisti, e fra questi ebbe grido Marcantonio Zimara, fra quelli, Simon Porta, discepolo al Pomponazzi, Agostino Nifo e ultimamente Lucilio Vanini. A ogni modo, Aristotele tenne sempre il campo, e solo dominò al mancar dei platonici per il fine dell’accademia fiorentina. Pur nel medesimo secolo se gli dovea dare i più forti assalti; e questa gloria era riserbata a’ Napolitani, che, pria di tacere, datisi i primi a filosofar da sè stessi e a compor nuovi sistemi, fecero combattendo principio alla nuova filosofìa, o s’altro non fosse, le disimpediron

    la via. La loro avversione fu alla scolastica, e in effetto alcuna volta era allegato il puro contro il guasto Aristotele; ma naturalmente eran condotti a doverne combattere lo Stagirita, come principal fondamento dì quella. Or in così fatti assalti, se ben si consideri, due vie sole sì presentavano, e due furon tenute. L’una, più positiva e dommatica, fu di contrapporre sistema a sistema, aiutandosi degli antichi, e in questo venìa di per sè il sempre avverso Platone, cui senza più seguitavano le congiuntissime scuole de’ pitagorici, degli eleatici e degli alessandrini. L’altra più negativa e critica ed eziandio più pronta, fu di contrastare alle ipotesi con l’esperienza, per darne altresì avanzamento alla fisica: se non che i nostri, per la lor proclività all’idealismo e l’impazienza del costruire, se anche prendevano a seguitar questa via, tosto lasciavansi andare alla speculazione e fino al misticismo. La quale contraddizione, congiunta alle preoccupazioni astrologiche e cabalistiche, alla foga della immaginativa ed all’esacerbazione a cui sospingeali la stessa violenza del reagire agli altrui attacchi, spesso li travolse in grossi errori e riprovevoli stranezze: ma in quanto ad ingegno furon tra’ maggiori filosofi delle nuove età. Non è a dire che qui favelliamo del Telesio, del Bruno, e del Campanella, ma segnatamente del Bruno, nel quale, tra molte erroneità e disviamenti, vedesi grande scienza. Certo ch’ei riprodusse per la più parte le teoriche degli antichi idealisti, massime degli eleatici e degli alessandrini; ma le fe’ sue per novello e franco lavoro, e le ricompose in largo sistema che scende a nobilissime applicazioni di estetica ed ha i primi tratti di quel dello Schelling. Dopo che mancò il Campanella nel 1639, tacque la filosofia appo noi, e tacque ancora per tutta Italia: in verità i nostri, studiosi come sono stati sempre degli antichi, ed usi a cercar nelle cose l’intrinseco esser loro, mai non intermisero i loro geniali studi, e pure alcun che ne mostrarono in opere storiche o critiche. Così, presso al fine di questa età, il Gravina che, siccome abbiam detto avanti, avea già recato la filosofia nel dritto, assai meglio recolla nelle lettere, e in una sua ragion poetica, opera di squisito giudizio e di sottil critica, la greca filosofia apparve come rimodernata per molto di nuovo vi si

    ritrova con alcun principio di psicologia. Ma già da un mezzo secolo Bacone e Cartesio avean messo e affrettato le scienze per novella via. O niente o poco ne seppero i Napolitani, e solo nella seconda metà del secento Tommaso Cornelio introdusse in Napoli i libri e le opinioni del Cartesio, che irovaron buona accoglienza. Ma un profondo e secreto pensiero intanto si educava, e come se per l’independente ingegno dei Napolitani questo seguitar l’altrui dottrine fosse ormai troppo, poco più andò ed insorse la nazional contraddizione. Quel che più volentieri accolsero della cartesiana filosofia fu ciò appunto che manco si dovea, vogliam dire le speculazioni e le ipotesi. Il volere di netto cominciar da capo, commettendosi al giudizio individuale senza punto curarsi di storia e di volgare o tradizionale sapienza, quello insomma che in essa filosofìa era smodato contrasto al medio evo, non potea esser accolto in Napoli dove la nuova età non era pur cominciata, dove regnava il largo e universal concetto della scienza ch’ebbero i Greci, dove gli avvenimenti a ragione si eran venuti considerando come decreti provvidenziali; e dove gli studi filologici erano stati già tanti, che non potea presto piacere che quell’audace filosofia di colpo tornasseli vani. Sicchè tal contrasto emerse dal più ascoso e nativo pensiero della nazione, e fu rappresentalo da un solitario intelletto, che si levò in guisa di gigante. Giambattista Vico ebbe disdegno di quel leggero giudizio dell’istoria, e vide che, scompagnando la filosofia dalla filologia, fosse un disgiungere l’elemento razionale dal sensibile, insomma uno sconoscere che l’uomo ha doppia natura e che la storia da lui è fatta, Entrato in questa via, dapprima si affissò al dritto universale, che per lui fu precipuamente il romano, e ne die fuori un ampio trattato scientifico a un tempo e filologico, mostrando che le idee del giusto son nell’umana natura e da Dio solo derivano, e che il provvido senno di lui le va destando e snodando con le occasioni estrinseche dell’unità. Di poi, poggiando a più alte considerazioni, abbracciò la storia generale de’ popoli, e volle così legarla alla filosofia, che n’avesse razional fondamento, e fossene a un tratto manifestazione e storica dimostrazione della provvidenza. Pertanto e’ cercò tra le

    vicende delle nazioni l’idea, la legge, la comune natura, e contrappose a un ordine di fatti un ordine d’idee, ponendo tra quelli e queste, come derivanti dal fonte medesimo, ch’è la mente umana, armonica corrispondenza. In vero, più che all’umanità, e guardò alle nazioni, e troppo esclusivamente ebbe a scorta le romane istorie, come fé il Macchiavelli e gli altri del cinquecento. Ad ogni modo, lasciando stare gli smisurati passi che fe’ dare alla critica storica, sol l’aver pensato a questa rispondenza anzi identità della umanità e della storia, l’aver per essa innalzato un profondo e ingegnoso sistema, è tale e sì gran vanto, che meritamente e’ vien posto tra’ più possenti e originali intelletti di che si onori l’Italia, anzi le moderne civili nazioni.
       Nel secolo decimosesto, e spezialmente presso al suo termine, furono molti valenti matematici, ma tutti voglionsi considerare come continuatori degli antichi, o che gli esposero e tradussero, o che cercarono di porre insieme e alcuna volta dì compiere le antiche dottrine. Solo forse è da eccettuar Luca Valerio, morto il 1618, che in un’opera sul centro di gravità de’ solidi recò la geometria di là da’ termini degli antichi, e ne fu detto dal Galilei novello Archimede. Del rimanente, più che nelle matematiche pure, i nostri ebber grido nell’astronomia, ed a Luigi Lilio le civili nazioni son debitrici dell’ingegnosa riforma gregoriana del calendario, quasichè il pensiero de’ nostri, eziandio nelle scienze che eglino sono stati men grandi, dovesse per qualsisia modo lasciar vestigio. Per il secento è a ricordare che, quando la moderna analisi era poco men che negletta in Italia, due nostri concittadini vi si esercitaron con frutto, e la promossero con opere lodatissime: senzachè, fu più grande il numero e la valentia de’ nostri matematici, e con novissime applicazioni e con belle scoperte, non pochi si segnalarono. In un libro sulle comete Gian-Camillo Glorioso avanzò tutti i contemporanei, fino il Galilei, sostenendo quelle esser corpi di assiduo moto, e investigando sulle orbite loro; Francesco Fontana, perfezionato il telescopio, scoperse altre stelle tra le nebulose e le pleiadi, e nella via lattea; e Giovanni Alfonso-Borelli, geometra, astronomo e fisico valentissimo, soggettando la natura al calcolo, il primo applicò a’ corpi animati la geometria

    la meccanica, e diedeci quell’opera celebratissima sul moto degli animali, che meritò le s’istituisse una cattedra in Mompellieri.
       Tali arditi o grandi passi diedero i nostri nelle scienze filosofiche e nelle matematiche, conciossiachè in esse, come nelle naturali, si potea con accorgimento, non che giovarsi, continuar l’opera degli antichi. Ma nella fisica, per poter avanzare, doveasi romperla con l’antichità, e farsi da capo con l’osservazione ed il calcolo. Laonde pria che il Galilei fondasse la novella fisica, fu ne’ nostri ciò che negli altri europei: un fervido esplorare, ma senza metodo e un po’ a caso; un raccoglier fatti, che, più che cercati, spesso erano incontrati per via; un elaborare e tentar la natura per ogni verso e con libertà grande, pur non tanto che si schivassero le ipotesi e i volgari errori. Del resto quelle slegate indagini prepararon le teoriche e agevolaron l’opera al Galilei: nel che ci pare che i nostri assai più fecero che gli altri Italiani, come quelli che meglio cominciarono ad applicare a’ fenomeni il computo, e che, impugnando la fisica d’Aristotele, presero a francar gl’intelletti dal costui servaggio. Nissuno pria che il Telesio, per tacer degli altri, tanto strettamente combattè in questo lo Stagirita; e sebbene alle combattute ipotesi altre e’ sostituisse, molto nondimeno sì giovò delle sperienze, e diede utilissimo esempio a chi dipoi venne. Ma Giambattista Porta, l’uno de’ più inventivi ingegni di quell’ età, che fu a un tempo geometra, astronomo, naturalista, e che di tanto precedette il Lavater nella fisiognomonia corse l’altra via con singolar fama, e fu il maggior fisico dei secolo decimosesto. Certo e’ lasciossi troppo invaghire al maraviglioso, e stimò vera scienza l’alchimia; ma fu pure in quel tempo uno de’ più infaticabili osservatori, e molto sovente, non solo spiegò, ma sottopose i naturali fenomeni alla misura ed al computo. Sopratutto in una sua magia naturale, oltre a molteplici e giuste osservazioni di ottica, sonovi trattati compiuti, per quanto si potea fare a que’ dì, di meteorologia e di magnetismo. Vi si trova la più antica spiegazione delle maree, com’effetto della virtù della luna e del sole, l’invenzione di una sorta di termometro, la decomposizion della luce col prisma, e qualche idea de’ dìchinamenti orari dell’ago magnetico. L’invenzione del teloscopio è del Porta,

    e sua pure è l’altra della camera oscura, per essere stato il primo a parlarne da fisico e ad usarvi la lente. A dir breve, non v’ha parte della fisica matematica e della sperimentale ch’ e’ non abbia arricchita di scoperte o di belle osservazioni, e d’industriosi trovati. Oltre al Porta altri valenti fisici avemmo in questa terza età, ma nel cinquecento tutti furon vinti da lui, e nel secento, oscurati dagli altri d’Italia: solo è a notare che non pochi scrissero dì mofete, di terremoti, di fuochi vulcanici, di acque termali; onde a noi sembra, le stesse nostre regioni aver non poco promosso tali nuovi studi. — Nelle scienze naturali molto vantaggiarono i nostri sin dal cinquecento. Cominciarono dallo studiar gli antichi, che certo, sceverando il portentoso in ciò che spetta alle virtù secrete delle piante e delle pietre, ed alle abitudini degli animali, non erano mala scorta come nella fisica; ma poi, lasciatisi andare da sè medesimi, lì corressero con nuove sperienze e scoprimenti, e ne accrebbero la scienza. Tosto si vide in Napoli orti botanici e musei ricchissimi di storia naturale; e sorse intanto uno de’ più grandi botanici di que’ giorni, Bartolommeo Maranta, il quale in un’ opera intitolata Methodus cognoscendorum simplicium, oltre che con rara accuratezza divisò e descrisse le piante che gli antichi conobbero, mentovò pure gran numero dì altre da lui primamente trovate, congiungendo a una vasta erudizione molta libertà di giudizio e di esame. Nella stessa età Ferrante Imperato pubblicò una storia naturale ch’ebbe fra’ dotti assai lode; poco dipoi Fabio Colonna, acquistata sì piena notizia della botanica appo gli antichi, che ne fu commendalo dal Boerhaave, fe’ dare altri passi alla storia naturale, e fu il primo che distinguesse le varie generazioni delle piante dal lor seme e dal frutto; finalmente Marco Aurelio Severino, che molto innanzi seppe in più di una scienza, fece bellissime ricerche, e fu il primo che combattesse Aristotele sulla respirazione de’ pesci, sostenendo che ciascun animale ha d’uopo dell’aria, e che senz’essa i pesci non potrebbon vivere nè muoversi.
        Venendo ora alla medicina, è a ricordare che nel quattrocento, cominciatosi a conoscer meglio i greci originali, ne seguì disgusto degli Arabi, e contraddizione ad Aristotele e a Galeno.

    Pertanto la medicina ippocratica, da non pochi proclamata in quel secolo, assai bene prevalse nel seguente, quantunque le dottrine di quei due greci, ma segnatamente la galenica, seguitassero a regnar nelle scuole. Or il passare ad Ippocrate non fu in sostanza un cangiar di signore, sì piuttosto un sostituire alle ipotesi lo studio de’ fatti e la cauta induzione, un avvezzarsi ad andare da sè con savia scorta. Infatti i nostri più valenti ippocratici chiaro fan vedere che consigliatamente accolgono le greche dottrine, e ch’ei le han già verificate o cercan di riformarle co’ fatti. Di queste libere indagini grandemente profittarono le scienze mediche, ma soprattutto l’anatomia fe’ allora progressi mirabili; basti qui mentovare dell’Eustachio che di assai scoperte l’acerebbe, e disegnò quarantasei diligentissime tavole, da cui si raccoglie aver egli il primo e solo tante cose osservato, che poi disgiuntamente diedero a molti gran nome. La chirurgia pertanto non si rimase negletta, ed è notevole che sin dal 1535 fu scritto del modo di cavar la pietra, indi un napolitano molto egregiamente trattò delle ferite causate dagli archibugi. Nel secolo appresso, mentre che i più continuavano a professar la galenica, molti grandi e famosi medici tenevano per Ippocrate, ma con maggior libertà, tanto che alcuni, solo accogliendone il metodo, davansi ad osservare e ad investigare a lor modo. Così fece il dottissimo Marco Aurelio Severinoe ne fu ristorata la chirurgia, promossa la notomia comparata, e fatte molte scoperte rimase ignote con le sue opere. Sicchè il genio indagatore sempreppiù andavasi diffondendo, e si venne a tale, che di molti mostraronsi schivi e intolleranti di qualsisia autorità, seguitando l’esempio di Sebastiano Bartoli, medico riputatissimo. Anzi e’ pare che l’aguzzata critica, la più larga osservazione e le cadute ipotesi gettassero i men passionati in timida prudenza e nel dubbio. Ma intanto che il nudo empirismo facea questo effetto, il progresso delle scienze fisiche e matematiche confortava i più fiduciosi ed arditi a introdurle nella medicina. Sorse allora la scuola iatromeccanica, della quale se non fu in Napoli la principal sede, napolitano fu l’illustre fondatore, cioè il dianzi nominato Borelli, Quarta età.
       Da principio dicemmo che quest’ultimo periodo, a

    cui diam per fine i primi anni del nostro secolo, è l’età del nuovo e disimpedito pensiero; ma vogliam che non sia detto assolutamente, sì bene rispetto a quelli che lo precedono. Il pensier vecchio, non che durasse, seguitò ad esser largamente rappresentato e, come più poteva, non restò di fare ostacolo a quello che incontro se gli rafforzava. Senonchè erano sforzi di restia decrepitezza e non altro: la signoria ed anche i favori de’ governanti eran passati all’altro, però, comunque durasse la lotta, era aperto il vantaggio del novello pensiero, e come più si avanzava nel secolo, e più cresceva.
       Or chi prenda a considerare quella nostra letteratura non può non avvedersi che doppio è il suo avanzamento, e proprio quello che più era mestieri, posto mente alle sue anteriori e più generali condizioni. Il lungo viceregnato aveala fatta schiva e solitaria, e il nuovo secolo la recò gradatamente nel comun vivere, di che le venne insieme più agevolezza e popolarità di forme, e più giudizio e critica. Ancora, la disgiunzione in che era stata dalle altre di Europa, se le avea dato un più proprio cammino, aveala in cambio cacciati in tutti que’ danni e falli che derivan da studi troppo segregati e locali; e nell’età che scriviamo, si andò a poco a poco a quelle accostando e accomunando. Vero è che al principio del secolo ancora duravan tra noi gli antichi ordini ed eravam pure governati da vicerè; nondimeno per una tal larghezza o tolleranza che fosse ne’ reggitori, per una migliore notizia delle cose straniere, e pel lento ma non pìcciol profitto derivatoci da’ generosi sforzi di vari privati uomini, gli studi in Napoli eran più universali, e cominciati ad entrare in quella via che le altre nazioni tenevano. E poscia che Re Carlo III venne a ristorarci da tanti danni, tutta la letteratura apparve come rimodernata, ed entrò nel consorzio civile dove mai dianzi non era stata. Ma oltre a questo, fu un altro avanzamento niente meno importante, e cagione prontissima di molto bene. Le scienze morali, meglio che d’altro, erano state vaghe di speculazioni e di altre teoriche, e poco o mal curanti di pratica e di applicazioni civili. A tale difetto e schivezza sovvenne il nuovo secolo e le mutate condizioni. Quel tempo fu lutto vòlto alla pratica ed a sociali riforme, e tale disposizione fu

    appo noi cresciuta dalla più viva coscienza de’ nostri mali, e in prima dalla speranza di bene che dava il men duro governo, poscia dalla fiducia nataci al venire del giovane e vittorioso Carlo. Adunque fu doppio il progresso, e condotto a un tempo dalle politiche nostre vicende e dal pensiero che in Europa signoreggiava. Di solitaria e nazionale ch’ella era, la letteratura fecesi pubblica ed europea; e di speculativa diventò pratica in gran parte, e riformatrice.
       Scendendo ora, secondo l’usato, a ciascuna parte della nostra letteraria coltura che meriti esser mentovata, diciamo che, dopo le scienze sociali, gli studi che più ebber voga e grido furon quelli dell’antiquaria e in generale della filologia. Per non dir delle presa abitudini, gli ecclesiastici e i giureconsulti sono stati i principali sostegni alle nostre lettere, e sì in quelli che in questi l’erudizione, la positiva notizia del passato non pur sono i più comuni, ma i più naturali e necessari ornamenti, s’altri ha riguardo agli studi e alla vita loro. Aggiungete che le controversie giurisdizionali furon vivissime e trattate men da filosofi che da eruditi, e che in un regno, siccom’è il nostro, pieno di sì antiche memorie, sparso di tante rovine e ultimamente arricchito dalla scoverta d’intere città, l’antiquaria, del pari che in Roma, dovea esser prediletta e comune occupazione, e venire a crescer campo alla filologia. Sicchè i Napolitani in questa età molto vi si segnalarono. Non pur nella greca favella, che nell’ebraica e in alcun’altra orientale, grande fu la lor perizia; ma nel conoscimento delle antiche istorie, e degli usi e costumi di quelle genti furon versaitssimi e veri prodigi di svariata dottrina. Per verità, più men giustamente, ma di tutti si può dire, esser poca la critica e disaiutata dalle scienze, e mancar quasi sempre in quelle opere la sobrietà e la elezione. Sembraci ancora che i nostri eruditi non furon sì poco nè tanto positivi che convenisse, perocchè in essi non è il dominio su’ fatti che dà la critica e la filosofia, e neanche la piena dependenza da quelli, come nel Muratori, sendo che il più delle volte han preconcette opinioni o trascorrono a conghietture arditissime. Che che ne sia, furon uomini prodigiosamente dotti e ingegnosi, e n’avemmo assai onore e celebrità.

    Degnissimi di memoria sono i nomi del Martorelli, dell’Ignarra, del Vargas-Macciucca, ma sopra tutti fu grande il Mazzocchi, il quale empiè del suo nome la più colta parte di Europa per vari suoi scritti, e singolarmente per tre opere sull’anfiteatro Campano, su un antico Calendario della nostra Chiesa e su due tavole di bronzo trovate ad Eraclea.
       Tale e tanta fu in Napoli la erudizione; ma la storia in particolare non ebbe quell’avanzamento che poteasi sperare da’ grandi lavori dell’età precedente, e dal pratico pregio che la letteratura s’andava acquistando. Come letterario componimento la storia era tenuta vana da coloro che rappresentavano il pensier nuovo, e come notizia di passate miserie era esosa e riputata inutile. Per il soverchiar delle nuove idee, le dottrine del Vico non si poteron mai divulgare, e le scienze si volean tosto applicare al presente, senza cominciar sì lontano. Onde la storia si rimase nelle mani de’ vecchi eruditi e de’ laboriosi raccoglitori, e fu quello che in poter di costoro dovea essere, cioè ricchissima, ma intemperante e mal digesta copia di fatti. Tuttavia voglionsi far molte eccezioni, le quali in verità, più che le storie propriamente dette, abbracciano storici lavori o narrazioni de’ fatti meno apparenti, e meglio spettanti alle intellettuali o civili vicende de’ popoli. Con molta lode parecchi vi si occuparono come di obbietti più legati alla vagheggiata civiltà e alle sperate riforme. Cosi Carlo Pecchia, in una storia rimasa incompiuta per morte, con molta critica e sensatezza narrò delle nostre leggi e de’ tribunali; Michele de Iorio, assai dottamente discorse del dritto mariittmo, e Pietro Napoli-Signorelli rimaso inferiore al subbietto in un’opera su tutta la cultura delle due Sicilie, di poi diè fuori una istoria critica de’ teatri antichi e moderni, lavoro assai dotto e degno di lode per non pochi pregi. A mostrar poi con quanto ardore i Napolitani si adoperassero eziandio in tali studi prima del novello disegno, e a dar altro testimonio del precocissimo ingegno loro, giova qui ricordare che sin dal principio di questa età Giacinto Gimma e Giambattista Capasso, prima che il Tiraboschi e il Bruckero, concepirono e scrissero l’uno la storia dell’Italiana letteratura, l’altro un bel saggio di quella dell’antica e moderna filosofia.

       Lo smisurato accrescimento del foro nel tempo de’ vicerè proveniva da male cause e da’ nostri danni; però le nuove condizioni alla lunga menavano a impoverirlo e a correggere. Ma, pria che il facessero, indirettamente guastaron l’opera loro, s’altro non fosse, con accrescere la giurisdizion comune, la cui sede era in Napoli massimamente, e vi richiamava e facea numerosissime le liti poco men che prima. Di che infinito fu il numero de’ nostri giureconsulti, e sì nel foro che nelle cattedre; se non che, s’ha a far distinzione tra gli uni e gli altri, e tantopiù che fra loro fu gran dissensione. I forensi, piuttosto che giureconsulti, erano avvocati; dappoichè, ritolto al foro chi come scienza amava la giurisprudenza e chi, anzi che al dritto, inchinava a’ rinnovati studi della filosofìa e delle scienze sociali, vi restaron que’ soli che, dall’utilità infuori, niente altro veramente cercavano. Sicchè poco fecero costoro per la scienza, anche perciò che il cresciuto lusso della città avea fatto rara l’antica severità de’ costumi e intiepidito l’amore a cosi fatti studi, e che per l’immenso numero delle opere di pratica interpetrazione e per rinnovamento dell’Andrea e del Gravina, non si potea più dalla pubblicazione di simiglianti fatiche sperar fama nè lucro. Frattanto teneano le cattedre gli eruditi che la costoro opera seguitavano, Rapolla, Cirillo, Maffei, Fighera, Fimiani e parecchi altri; veramente, per il gran gridare erasi fatto contro alla barbarie de’ curiali e tanto che al fine si credette che l’innovamento stesse nella forma ed in un estrinseco ordine. Gli scritti loro, che son moltissimi e per lo più eleganti instituzioni di dritto, par che altro scopo non abbiano se non di espor bene le cose e ordinarie e partirle, che se ne tolga l’antica confusione. Tuttavolta non di rado fu veduta molta destrezza e molto acume di critica storica, principalmente nelle scritture giurisdizionali, che in quella stagione di rinfrescate contese fra il sacerdozio e il principato furon caldissime e agitate da uomini di singolar dottrina. Riserbandoci a parlar più giù delle opere scientifiche di dritto e di legislazione, non ci resta qui a dire se non che la scuola erudita, non altramenti che l’altra pratica, andò di mano in mano inchinando col secolo, di mod cheo alla fin di esso quasi era cessata.

       Entrata In Napoli, come dicemmo avanti, la filosofia del Cartesio, non passò guari che vi penetraron quelle del Gassendi, del Volfio e del Locke; ma ne’ chiostri ancora s’insegnava la scolastica e gli spiriti men corrivi alle novità teneansi contenti alla sempre cara filosofia di Platone. L’epicurea del Gassendi non fece che apparire, e la cartesiana, contraddetta e impedita qual’empia o come troppo schiva e dubbiosa, andò a poco a poco cedendo alle altre due, massime allora che la sua fisica parve strana e ipotetica per quella sopravvenuta del Newton, Sicchè que’ che non eran paghi agli antichi sistemi, alfine teneano pel Volfio o pel Locke: i manco avversi alla scolastica, alle astrazioni antologiche e al metodo deduttivo agevolmente si accostavano al primo e se ne contentavano; e coloro i quali abborrivano dalle servili deduzioni delle scuole e vagheggiavano una filosofia che meglio ritrasse dalla natura, così dell’apparente accuratezza e della sensata induzione del Locke, che di tutto quel nuovo campo della psicologia molto si compiacevano. A tale erano i nostri alla metà del secolo, e bene si potea dire che propria filosofia non avessero, Della scolastica non s’era per anco ben trionfato, e se la scienza era studiata, pur non avea ancora a suo modo investito e vivificato il pensiero e ciascuna parte di letteratura. Ma all’uopo ci soccorre quel grande e nobilissimo intelletto del Genovesi, l’uno de’più operosi filantropi di quell’età e vero redentore delle menti italiane. Dotato di largo genio filosofico, e sì che le astrazioni pareangli vane e morte se non informavano ciascun lavoro intellettivo e non venivano a corregger la vita e a regolarla, volle a un tempo rimodernar la filosofia, e farla centro e principio d’intellettuale esplicamento, e di onesto e regolato vivere cittadino. Per independente e forte ingegno, nissun filosofo veramente e’ seguitò; ma di tutti si valse, e più di quei due che allor regnavano in Napoli, e che non turbavano la sua profonda moralità e la fede alla scienza. Come innovatore del diciottesimo secolo e come vago di pronte applicazioni, volentieri aiutossi del Locke; e come idealista per genio, e nudrito non pure di greca e cristiana filosofia, ma eziandio di quella scolastica che poi volle estirpare, sì giovò soprattutto del Volfio e del costui metodo. Così il suo sistema, che poi veramante sempreppiù si

    accostò al Locke, fu da prima un largo ecclettsmo, in cui mal soverchia la parte dommatica e idealistica accanto a una psicologia poco men che empirica e fisiologica. Una grande e fioritissima scuola lasciò il Genovesi alla sua morte nel 1760, ma intanto con le opinioni politiche ci veniano di Francia le dottrine filosofiche del Condillac. Per lo spirilo pratico che comunalmente signoreggiava e che le facea considerare sol come base e principio, da non si poter altramenti discutere per la fretta dell’applicare, quasi che tutti le abbracciarono, sì veramente che non si trascorse a conseguenze immorali, e non ne fu oppressa la ingenita filosofia, la quale nella storia volle aiutarsi del Vico e de’ greci, e nell’estetica non fe’ mala pruova, sebben guasta e disviata dalla straniera.
       Ed eccoci alle scienze sociali, nelle quali, sotto Re Carlo e Ferdinando, gl’intelletti e le penne de’ nostri con assai zelo e ardenza si esercitarono. E s’ha a dire con singolar valore e attitudine, spezialmente per la scientifica e pronta estimazione de’ fatti. Le opere loro furon senza numero, e tanto per ciò che spetta alle più generali considerazioni su’ civili istituti e sulla storia, che per ciò che riguarda questa o quella istituzione, e tale o tal altro avvenimento. Ma dividiamo i politici propriamente detti dagli economisti. De’ primi parecchi si diedero a tradur le opere degli stranieri, e a ristampar quelle degli Italiani o a farvi note comenti: ma di questi e di taluni altri, che riprodussero appunto o con poche mutazioni gli altrui pensieri, non diremo altramenti. Or nei nostri scritti è una tale simiglianza e quasi una cera di famiglia, per la lor dipendenza, più o meno che sia, dalle straniere dottrine, pel rispetto che hanno a’ principii morali, per un grande amore all’umanità congiunto al desiderio, non di sovvertirci, ma di pacifiche e legislative riforme che il Principe, non altri, avesse a compiere. Pur tuttavolta non costituiscon propriamente una scuola, non si potendo legarli a un antico e natio processo scientifico, e molto meno a comun sistema. Senza che, alcuni scrivono per fin dì riforme, e solo aiutansi della scienza per darne valore e dignità a’ lor ragionamenti; ed altri, nulla perdendo del lor pratico pregio, son più teorici e speculativi. Onde viene che in quelli è più manifesto il difetto di supreme teoriche a cui

    ciascuna parte si attenga e più l’affrettarsi alle pratiche conclusioni e più la dependenza scientifica dagli oltramontani; dovechè in questi l’originalità è men guasta, maggiore l’indugio su’ generali e maggior l’uso delle storiche investigazioni. Tacendo de’ minori, che non son pochi, solo mentoveremo del Filangieri, il quale per la sua rinomata scienza della legislazione tiene fra’ primi alto posto; il quale, unendo l’opera dianzi scongiunta del giureconsulto, del politico e del filosofo, fecesi a costituirne una legislazione ideale, e spesso annunziò e svolse idee nuove e opinioni ingegnosissime, confortando a riforme che in parte furon poi fatte. — Pari ingegno e valore addimostrarono i nostri nell’economia, anzi è a lor dovuta la singolar lode di averla fondata in Europa, poi ristoratala o più propriamente rifondata in Italia. Del primo fatto avrem dovuto toccare nella precedente età, ma, sendovi rimaso solo e slegato, ci fu avviso che, per doverlo annodare agli altri di comune natura, questo fossegli luogo più adatto. Fin da’ primi anni del secento il Serra, fattosi a cercar ragione a’ mali che travagliavano questo sì favorito paese, mise a stampa un libro che, sotto il titolo di breve trattato delle cause che possono far abbondare i regni d’oro e d argento, contiene il primo ampio trattato di economia. Studiate le dette cause appo i moderni, le andò ordinatamente additando e sponendo, e die’ loro a condizione apposite norme governative, scorgendo fin da quel tempo il segreto legame ch’è fra’ vari elementi del viver sociale. Com’altri stimerebbe dal titolo, non pose la ricchezza nell’argento e nell’oro, nè disconobbe il pregio dell’agricoltura; ma fece assai maggior conto de’ traffichi e della industria, la cui virtù produttiva fu egli il primo a indicare. Indi a poco un altro napolitano scrisse degli abusi del monetare; ma in sostanza il Serra non ebbe degni continuatori, e la scienza economica appresso noi si tacque f no a che il provvido reggimento di Carlo III non le venne a dar fidanza ed ardire. Intanto essa avea progredito oltremonti; ed alle interne cagioni aggiuntosi anche l’esempio degli stranieri, levossi un’egregia schiera di economisti, che pel resto del secolo non lasciò mai di scrivere e di affaticarsi. I primi fra loro, per il tempo in cui scrissero, s’accostaron al sistema mercantile, pur non tanto

    che ne’ soli metalli preziosi ponessero la ricchezza, che non avessero in gran conto l’agricoltura e che non temperassero in vari modi quella schiva dottrina; anzi fin d’allora scorsero parecchie verità importantissime, state dipoi pienamente dimostrate. Fin dal 1743 il Borgia die’ a stampa un dotto e metodico libro su’ tributi; poco appresso il Galiani fe’ imprimer la sua grand’opera sulla moneta, in cui ciascun’ attenenza del subbietto fu egregiamente discorsa, che non si potrebbe dire se più sia il pregio teorico o il pratico. Ma quel Genovesi che ristorò in Italia gli Studi filosofici, dovea ristorare ancor quelli dell’economia come colui che, abbracciandola poco men che tutta, primo d’ogni altro la considerò da un punto altissimo e veramente scientifico. Cominciò dalla natura ed origine degli umani bisogni, discorse l’indole delle società civili, e venne al modo di farle ricche e popolose, seguitando l’usata partizione dell’agricoltura, delle arti e de’ commerci. Per lui fu in Napoli instlituita la prima cattedra di economia che sia stata in Europa, e non si potrebbe dire l’amore e lo zelo che per tali studi ne fu destato. Indi poi moltissimi chiari scrittori vi si esercitarono, e n’avemmo parecchie opere generali e teoriche, ed assaissimi scritti di determinate applicazioni. Oltre al Filangieri, che nella sua grand’opera trattò anche di quistioni economiche, furon principalissimi il Briganti, il Palmieri, il Galanti, il Delfico. Non potendo per brevità far di loro altra menzione, diremo un tratto della più general indole, sì di questi, che degli altri sunnominati. A simiglianza degli altri Italiani, i nostri economisti non tengono la scienza loro sol come quella dell’arricchire, chiudendo il cuore e la mente a ogni altro riguardo, bensì come la scienza della prosperità pubblica, ond’e’ la innestano a tutta la vita morale e civile. Ma, a differenza dì quelli, i nostri han più libertà di pensiero e più nazionale impronta, e più erudizione e facondia: oltre di che, più o men pregiando l’agricoltura e le arti, loro antepongono i traffichi; la qual predilezione deesi in prima riferire all’esser tutto il reame sul mare, e fors’anche allo spirito riformatore, che, nel far contrasto al medio evo, volea sostituire alla ricchezza territoriale la mobiliare, insomma il lavoro delle medie classi a’ feudali possedimenti.

       Se tanto fu il pregio delle opere politiche ed economiche, minore assai fu quello delle matematiche e delle fisiche e naturali, sebbene la città nostra avesse anche in questo più cultura e più fervore di studi che ciascun’altra italiana. Ma la valentia de’ nostri non si dimostrò sempre nelle opere, e solo in parte, e più che in altro stette nel ben conoscere, e nell’applicare, estendere o correggere le opinioni e le teoriche degli stranieri. Prima di tutto facea d’uopo che i nostri si accomunassero agli altri di Europa; e tale accomunamento fu di tutte quelle varie fatiche l’effetto più grande. Per le matematiche è a notare che, più che per l’analisi, i Napolitani mostraron grande attitudine e quasi una predilezione per il metodo degli antichi, usando maestrevolmente e con rara eleganza. Contuttocciò questa inclinazione alla sintesi non fu tanta e sì salda, che non si esercitassero valentemente nella moderna analisi eziandio quelli, come il Fergola, ch’eran tenuti i più schivi. Alcuni fecero nuove applicazioni, nel che è a ricordare del Marzucco che applicò alla chimica le matematiche; altri corressero o semplificarono gli altrui metodi e formole, ed altri sciolsero con nitidezza maravigliosa problemi difficilissimi: ma insomma nissun vero e grande progresso sopra gli altri europei. Non altrimenti fu della fisica, e solo mentoveremo che al principio del secolo l’Arriani introdusse nell’Università la fisica del Newton, sostituendola a quella che vi regnava del Cartesio, e che tra i più pregevoli scritti per la copia e l’accuratezza delle osservazioni son da porre alcuni che si fecero sul Vesuvio e su’ tremuoti delle Calabrie. Ma le scienze naturali meglio che le altre s’avvantaggiarono. Il Serao, dottissimo, facondo e giudizioso scrittore, e il Poli, furono i più diligenti autori di zoologia; e nella botanica non meno che nell’entomologia molto fece e scrisse il Cirillo.
       Quanto alla medicina, si è potuto vedere che nelle precedenti età progredì con la scorta ippocratica, e che però gradatamente si ritrasse da’ suoi passati trascorsi. Poco generalmente la disviarono le moderne ipotesi, onde in quel secolo, in cui tanto prevalse l’esperienza e il positivo e spregiudicato studio di tutte cose, avanzò senza posa per il preso sentiero, e se non ebbe lo splendore e il grido che soglion da sè le ipotesi e gli arditi sistemi,

    segnalossi per laboriosa e sensatissima osservazione, per indipendenti ricerche o per savio eccletismo. Non si dee tacere che qualche principalissimi medici accolsero le nuove scoperte non meno che gli altrui sistemi, ma fu con prudenza e riserbo. Per contrario alcuni li combatterono e modificarono, e presso al fine del secolo il nudo empirismo andò tant’oltre in certuni, ch’e’ si trascorse a dire, aversi a cercar fatti, non cause e ragioni. Così, del pari che nel resto d’Italia, la più ricca e più stimabile parte della nostra medica letteratura fu in pratici trattati, e in narrazioni o storie di malattie. I medici ch’ ebber fama di autori non furon pochi, ma, avendo annoverato fra’ naturalisti il Serao e il Cirillo, starem contenti a nominar il Sarcone, il Sementini, che fe’ cadere la teorica della irritabilità dello Staller e valentemente criticò il sistema del Brown, e il Cotugno, per cui opera la fisiologia, la patologia e la terapeutica assai profittarono. Quanto alla notomia e alla chirurgia, questa per Bruno Amantea parve operatrice di prodigi, quella di molte scoperte fu debitrice all’occhio indagatore de’ Napolitani.
       Ed altro non restaci a dire di questa quarta età se non che le cose da noi discorse s’hanno ad aver soltanto per le più generali e rappresentative. Napoli a que’ dì, per la prestanza e il numero dei dotti uomini e degli scrittori, meritamente era stimata l’Atene d’Italia; però delle tante e svariate opere che vi si scrissero non si saprebbe mai dare idea intera con generali affermazioni. È poi risaputo che grandi e sanguinose sciagure alla fin del secolo ci furon sopra: gli studi vitalmente ne furon percossi e sì che, dopo un lungo languore, non è molti anni che sonosi ravvivati e sparsi, e che i Napolitani han preso in Italia l’amico lor posto.
       Ma di questa rinnovata cultura e de’ novelli progressi non dovendo nè volendo qui favellare, facciamo or fine alla narrazione, sperando di aver bastevelmente rifermato co’ fatti quel che in principio dicemmo, e tanto o quanto indicato le vicende principalissime della letteratura appo i nostri, e con quanto amore e gloria vi si sien tuttora adoperati. Da Re Manfredi a Carlo III Borbone, che son cinque secoli, i Napolitani furon sempre in tali termini, che coloro i quali, nomn li conoscendo, gl’insultano, niente vi

    avrebbon fatto o scritto. Eppure che fattivo genio, che destro intelletto, che tenace amore alle scienze non han mostrato i nostri padri nelle lor lunghe miserie? E che tesoro di fatti, che fecondo e precoce pensiero non è nella lor letteratura? Sicchè concludiamo che i Napolitani, non ostante la lor mala sorte, non si son mostrati men grandi degli altri Italiani; e se nelle lettere e nelle scienze matematiche o fisiche, con tutte le lor glorie, non hanno avuto egual pregio, nelle scienze morali e più nelle speculative il primo vanto e il pregio, senz’alcun dubbio, è loro, E se queste poche pagine lo han rammentato a’ lettori, se han loro inspirato alcuna maggiore stima o simpatia per i Napolitani, la nostra poca fatica non è stata indarno.
       Architettura Religiosa. Dopo il continuo dibatter di tre secoli e più, la consolante parola di pace a’ Cristiani uscita di bocca al gran Costantino ripercosse finalmente le cupe volte delle nostre catacombe, e que’ reconditi abituri ove i fedeli in Cristo convenivano a praticare celatamente il culto della vera Religione. Essi pertanto venuti fuora come risorti a vita novella, lor volse primo nella mente il pensiero di avere un luogo accomodato al pubblico e solenne esercizio delle auguste cerimonie e de’ mistici riti al divin culto prescritti. Ma come Napoli era città greca di origine ed in quel tempo eziandio di dominio, que’ primi cristiani non ebbero a durar lunga fatica per vedere alzato pubblicamente un tempio al loro Signore, perchè dopo pochi anni, sia per comando, sia con permissione di Costantino vider sorgere quello di S. Restituta nelle forme già fatte caratteristiche per l’architettura religiosa primitiva dalla costruzione della basilica romana, alla quale si aggiunsero di poi anche le modificazioni bizantine, e spezialmente nella volta e nell’abside.
       Volgevan rapidi i secoli, e le chiese qui si aumentavano col ferver della fede, ed anche mercè que’ forti che qui rifuggiavano dall’ira dell’iconoclasta; ma le forme erano più o meno sempre quelle della basilica romano-bizantina, non essendosi per l’influenza dell’Impero d’Oriente o per altra qualsiasi cagione, qui introdotta quella architettura religiosa che i maestri tedeschi andavan conformando a’ lor pensieri; i quali spogliati di ogni profana idea

    si elevavano alla contemplazione del Signore: cosichè sino al secolo XIII, nelle loro cattedrali di smisurata altezza, essi ci dettero tanti maravigliosi modelli di architettura cristiana. In quelle forme adunque greco-latine qui ergevansi i sacri edifizi dal V al XII secolo, ed i nomi degli artisti di que’ tempi di barbarie non furon conservati sino a noi. Sappiamo solamente che nell’ottavo secolo eran nostri architettori Agnolo il Cosentino ed il Fiorenza, i quali ai comandi del Duca Teodoro eressero la diaconia de’ Ss. Pietro e Paolo, e poi ci scolpiron dentro il tumulo del Duca fondatore che venne allor tocco da morte. Essi medesimi sotto il Duca Stefano appariscono costruttori di altre chiese e monasteri, di parecchi sepolcri, tra’ quali è quello del Duca Buono che ancor può vedersi nella chiesa di S. Maria a Piazza e che propriamente viene assegnato al Cosentino. Nel nono secolo qui visse un tal Pietrocola, artefice che più ebbe vanto di abile scultore di Crocifissi in legno e di sepolcri fregiali di ornamenti anagliplici, che di buon costruttore. Miglior grido ebbero poi nel secolo decimo gli architetti Giammasullo e Iacobello, più noto col soprannome di Formicola a’ quali si assegnano chiese e palagi edificati in Napoli, Capua, Aversa e Gaeta. Fattesi poscia più dense le tenebre della barbarie dopo costoro insino al secolo XII non ci vien ricordato alcuno artefice, che abbia condotto un’opera di costruzione. In questo tempo però sorge l’architetto Buono, il quale per ordine di Guglielmo il Ma lo edifica il Castel dell’Uovo e Castel Capuano, e si acquista tanta fama da essere invitato in molte città d’Italia alla murazione di grandi e nobili edifizi.
       Nel regno de’ Normanni poco o nulla si fece in Napoli in fatto di architettura cristiana, nè durante il dominio degli Svevi, i quali poco poteanvi attendere, come quelli ch’eran tutti preoccupati da mutamenti civili e da imprese guerresche. Ma, tolta che ebbe la corona agli Hohenstauffen il Conte di Provenza, Napoli cominciò a diventar anche celebre per i suoi edifizi religiosi. Dappoichè il regno degli Angioini fu l’era più gloriosa di tal genere di architettura essendosi da Carlo I gettate le fondamenta a grandi e maestosi templi con l’opera di un artista, cui era serbato segnare fra noi il primo periodo di quella nuova maniera di

    architettare che preparò il rìsorgimento delle arti. Costui fu il Masuccio, primo di tal nome, che i nostri scrittori voglion sia nato nel 1228 e morto nel 1305: discepolo di artista ignoto e maestro di tanti valorosi artisti, da’ quali la patria ebbe non picciola gloria. Egli, compiute le opere di Castelnuovo, e di S. Maria la Nuova, già intraprese da Giovanni Pisano, eresse la chiesa di S. Agostino alla Zecca e pose le fondamenta alla gran fabbrica del Duomo, lasciando in questi edifizi, benchè non tutti da lui terminati, tanti ammirati modelli del vero tempio cristiano. Ereditò il valore di cotanto artista Masuccio II, il quale spinse l’arte a grandi progressi, e dopo aver compiuto le fabbriche incominciate dal suo maestro, e quella di S. Chiara, fe’ sorgere allato di essa sino al prim’ordine la torre campanaria quadrata che sarà sempre una delle maraviglie dell’arte del quattrocento, ed alzò di pianta la chiesa di S. Domenico maggiore. Dopo il Masuccio sostennero debolissimamente l’architettura cristiana Giacomo de Santis, Andrea Ciccione e l’abate Baboccio, e più lardi Novello da Sanlucano e Gabriele d’Agnolo; intantochèe prevalendo le novelle idee del risorgimento, rinacquero intuito le forme gentilesche, e l’architettura religiosa, di cui a grandi fatiche si era formato il tipo rispondente alle idee de’ cristiani ed alla santità che dee ispirare il tempio del Signore destando nel cuor de’ fedeli venerazione e rispetto, si tramutò irreparabilmente per sempre.
       Nè qui si arrestarono i danni dell’arte religiosa, perchè le nostre maestose chiese a sesto acuto, dovutesi ristaurare ne’ secoli posteriori o dalla vecchiezza del tempo o dagli scrollamenti de’ tremuoti, gli architetti di gusto depravatissimo di quell’età invereconda le andarono rifacendo investite di ogni qualunque ornamento che lor potea suggerire una mente educata nelle più strane frenesie del borrominismo.
       Scultura. Senza dilungarci a parlare degli scarsi monumenti che ci rimangono di quest’ arte de’ secoli della barbarie, come sono le due tavole di bassorilievo lavorate nell’VIII secolo, le quali ornavano gli amboni del Duomo ed ora possono vedersi in S. Restituta, senza intrattenerci su la croce di S. Leonzio nel secolo IX, e su i sepolcri de’ nostri Duchi scolpiti dal Cosentino e dal

    Fiorenza, nè su’ crocifissi del Pietrocola e di altri antichi maestri, cominciamo a ricordare i nostri scultori del secolo XIII in poi.
       Il primo e più chiaro che in questo tempo fiorisse fu Pietro degli Stefani, allievo di un Jacobaccio, mancato all’arte nel dechinare del secolo. Egli fu rinomato scultore di sepolcri, ed è bella prova del valor suo l’avello innalzato ad Innocenzio IV accanto la sagrestia del Duomo. Nella prima metà del secolo XIV fiorisce Masuccio II, scultore ed architetto di grandissima fama, giustamente acquistata mercè le pregevoli e copiose opere che condusse fon lo scarpello. Son sue ammirande fatiche i sepolcri innalzati a Roberto ed alle Regine Maria, Sancia, e Giovanna I, e quello di Carlo illustre in S. Chiara, e gli altri che gli appartengono de’ reali tumulati in S. Lorenzo. Andrea Ciccione e l’abate Buboccio su le orme di Masuccio scolpirono anch’essi sontuosi mausolei; ma il primo, benchè fosse facile e grandioso nel comporre, era poi duro ne’ tagli, scorretto nel disegno ed ignobile nella espressione ; gli stessi difetti ebbe il Baboccio, il quale, dotato di grande immaginativa, mirò solo a comporre opere bizzarre, difficili e popolate di figure: tali sono la porta del Duomo e quella di S, Giovanni de’ Pappacoda, il sepolcro di Errico Minutolo nella cappella di questa famiglia, e quello dì Ludovico Aldomoresco in S. Lorenzo.
       Nella prima meta del secolo XV la nostra scuola ebbe i più rari ingegni nell’arte. Il primo caposcuola di questa età fu Agnolo o Agnello del Fiore, allievo del Ciccione; egli apportò grandissimi progressi alla scoltura, e lasciò alla patria le più pregiate opere del suo scalpello nel monumento di Francesco Carafa posto allato l’altare della cappella di S. Tommaso, in S. Domenio maggiore; nel bassorilievo del S. Girolamo penitente, nella stessa chiesa; nel sepolcro di Carlo Pignatelli nella cappella di questa famiglia al Seggio di Nilo, senza menzionarne altri. Dagli ammaestramenti di del Fiore venne all’arte Giovanni Merliano da Nola, per elevarla al massimo grado di floridezza. Egli, lasciata la scoltura in legno, si addisse a quella più malagevole e più duratura del marmo, e dando sfogo all’immenso suo ingegno in un tempo in cui era in gran conto l’arte sua, arricchì con profusione le chiese della città

    di bassirilievi e di sepolcri, nelle quali opere trovasi sempre gran pregio di composizione, purgatezza di disegno e nobità di forme. Egli meritamente vien riputato il Michelangelo della scuola napolitana, la quale avrà sempre in onore cotanto maestro.
       Fu grande emulo del Merliano Girolamo Santacroce, il cui raro valore ben appalesano le opere che ci lasciò in diverse chiese e con ispezialità in quelle di Montoliveto e di S. Giovanni a Carbonara. Annibale Caccavello e Domenico d’Auria furon contemporanei e discepoli del Merliano; entrambi eccellenti sostenitori del gran lustro della nostra scuola. Ad esse succede Michelangelo Naccarini, e dopo di lui tanti altri ne vennero, nelle mani de’ quali l’arte si andò facendo esagerata e goffa, ed ora sta risorgendo a lustro novello.
       Pittura. Nel lungo periodo di decadenza in cui stette quest’arte nobilissima, essa poco o malamente si esercitò appo noi, e i nomi degli artisti che di raro ci vengon ricordati in tutti i secoli di barbarie nelle scarse ed inesatte notizie che abbiamo su le arti di quell’età, o son favolosi o son poco meritevoli di considerazione. Delle opere dì costoro appena rimane qualche avanzo negli affreschi che veggonsi ancor mezzo spariti nell’ingresso maggiore delle nostre catacombe. Di maniera che ci facciamo di slancio a parlare del primo periodo, che ebbe presso noi l’arte del dipingere; e questo fu nella seconda metà del secolo XIII, quando nacque a bene dell’arte il primo de’ nostri pittori che meriti particolare attenzione, Tommaso degli Stefani, venuto al mondo nel 1231 e morto nel 1310. Sono sue opere le composizioni a fresco della cappella dei Minutoli nel duomo, ricche di figure e piene di spirito. Ma l’arte ancora gretta e fanciulla cominciò a dirozzarsi dopo gli impulsi qui ricevuti dal Giotto, il quale, chiamatovi dal gran Roberto a fregiar di sue preziose opere la magnifica chiesa di s. Chiara, il palazzo di giustizia e le regali stanze, fu di gran lume alla mente del nostro Simone e degli scolari di lui, che allor qui privi di buoni esempi si affaticavano a trattar colori. A’ quali appalesò que’ modi nuovi di praticar l’arte che a lui aveano suggerito la natura e la sperienza. Costoro adoperando i pennelli spianaron la tanto ardua via

    a Colantonio del Fiore, uno de’ più benemeriti dell’arte pe’ tanti progressi che le portò col suo raro ingegno, ed anche per essere stato la fortunata cagione per cui si svolgesse a pro dell’arte medesima la portentosa mente dello Zingaro, il quale per incanto di amore giunse a eguagliar non solo, ma a sorpassar di gran lunga i contemporanei suoi, tra cui si elevò a caposcuola. Egli studiò la natura con l’arte, e tanto fe’ coll’ingegno e co’ pennelli da vederla innalzata sin dove più non potevasi a’ tempi suoi, ed oggi ancora le sue opere son puri e schietti modelli del ben fare ai volonterosi di percorrer la difficile via di quel grande. Simon Papa, Pietro e Polito del Donzello ed Agnolillo Roccadirame sostennero la fama dello Zingaro lor maestro. Il primo lo imitò più da vicino ma con maniere assai più larghe, l’ultimo, per mostrarsi troppo minuto ed esatto, cadde nello stentato: i Donzelli poi fecero trasparire ne’ loro lavori più la maniera della scuola dell’Umbria, anzichè quella dell’ultimo lor maestro. Apparve poscia Silvestro Buono, figlio e discepolo di Buono de’ Buoni, compositore poco felice ma valente nel disegnare e nel colorire. Ancor più valoroso di lui fu Agnolo Franco che si contraddistinse soprattutto per le soavi e caste espressioni delle Madonne. Vennero dopo costoro Giovan d’Amato il vecchio, Bernardo Tesauro ed il figliuol di lui, Erasmo Epifanio, co’quali cessò la scuola tanto pregiata de’ secoli XIV e XV, cui fu antesignano lo Zingaro.
       Andrea Sabbatini da Salerno, nato nel 1480, morto nel 1545, piena la mente delle grandi conoscenze, ed abile la mano, con gli ammaestramenti e con lo studio di Raffaello torna in patria per arricchir Napoli di sue belle opere, e ponesi a capo del novello stile che avea appreso dal suo divin maestro. Il Sabbatini ebbe la fortuna di aver grandi seguaci della sua scuola, e tra’ più valenti furono Giovan Vincenzo Corsi, Gio: Bernardo Azzolini, Francesco Ruviale detto il Polidorino, Pietro Negroni, Simone Papa il giovane, Gio. Bernardo Lama, e Gianfilippo Criscuolo. Fu loro contemporaneo Marco di Pino Sanese, il quale preso del fare malagevole e non imitabile del Buonarroti, introdusse nella nostra scuola quel manierato che fu di grave danno a sè ed agli acciecati suoi segnaci, tra cui son da noverare Giovannangelo Criscuolo, Pompeo

    Landolfo, Francesco Imparato, Francesco Santafede, Francesco Curia e non pochi altri allievi di costoro.
       Addivenuto abile nella pittura Fabrizio Santafede, e’ vide tanto danno e cercò a tutta possa darvi riparo, tornando l’arte alla buora via; ciò che ottenne facendo opere sì castigate nel disegno, sì leggiadre e soavi nel colore, con espressione bella congiunta al vero, che gli meritarono il plauso universale sì che ne fu chiamato il Raffaello napolitano. Vìssero all’età sua i valorosi Scipion Pulzone, Girolamo Imparato, Bellisario Corenzio, Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino, e quel raro ingegno d’Ippolito Borghesi, il quale seppe maravigliosamente mostrarsi grande imitatore dell’Urbinate.
       Mentre qui l’arte era come in tutta Italia fiorente, s’intese rumoreggiare una maniera affatto novissima d’imitar servilmente, la natura senza scelta di forme, e con effetti di luce cacciati in mezzo a grandi masse di scurissime ombre. Michelangelo da Caravaggio ebbe tostamente moltissimi seguaci in questa sua scuola detta dei naturalisti, la quale cagionò all’arte non minor danno dell’altra dei manieristi, entrambe non del tutto divelte più mai. Dei nostri pittori il primo a seguir la maniera caravaggesca fu Giovan Battista Caracciolo, più conosciuto co’ nomi di Battistello e di Caracciuolo, il quale fu ancor più esagerato e bruno del suo maestro. Da’ costui precetti uscì Massimo Stanzioni, cui l’arte deve molti immegliamenti. Egli fondò una scuola, se non di tutti, scevera certamente di moltissimi difetti che fino allora deturpavano Ja pittura. In questa scuola lavorarono Pacecco di Rosa, Giuseppe Marulli ed altri molti di minor conto. Moltissimi poi frequentavano quella del celebre Giuseppe Ribera, lo Spagnoletto, da’ cui ammaestramenti vennero all’arte Errico Fiammingo, Bartolommeo Passante, Cesare e Francesco Fraganzano, Andrea Vaccaro, Luca Giordano e l’oracolo delle battaglie, Aniello Falcone, che lasciò erede del suo valore in ritrarre tali sanguinose scene il rarissimo ingegno di Salvator Rosa, da cui vien tanta rinomanza e celebrità alla scuola napoletana.
       Dopo tutti quanti i mentovati artisti la nostra scuola ne conta altri moltissimi, i quali dilungandosi dallo studio degli antichi

    maestri, caddero in tutt’ i vizi che il malaugurato vezzo dell’imitazione de’ modelli bizzarri e capricciosi, e la vaghezza di cercar novitià dove non era mestieri, portarono irreparabilmente all’arte del dipingere. In guisa che i nostri pittori, dalla seconda metà del secolo XVII al primo ventennio del secolo corrente, non furono altro che immaginosi decoratori di volte di chiese o di palagi baronali, ch’essi sopraccaricavano delle più capricciose figure ed ornati dell’esagerato e goffo manierismo.
       Ritornato ora in certo qual modo il buon gusto della pittura severa, e l’amor di coltivarla nobilmente, è forza a sperare che ella si ristori de’ molti danni passati, rivenendo mercè la perseveranza degli studii all’antico suo splendore.
       Musica. Quando le arti del disegno qui andavan decadendo, sorgeva gigante la musica come per compensare al lustro del bel paese l’ecclissato splendore delle arti sorelle. Fu per virtù dell’immaginoso ingegno de’ Napolitani e della feracità e versatililà del loro intelletto, che quest’arte si levò a tanta altezza presso di loro da averne il primato sopra ogni altro paese d’Europa, il risorgimento della musica moderna cominciò tra noi nel secolo XVI, quando furono aperti quattro diversi collegi agli studiosi di quest’arte incantatrice. Di tali collegi uscirono assai valenti artisti; ma nissun di costoro in lungo periodo di anni si segnalò per nuovi trovati o immegliamenti portali all’arte musicale. Il primo che in ciò si acquistasse rinomanza fu Alessandro Scarlatti, vivuto dal 1650 al 1725, il quale vuol tenersi a buon diritto come il fondatore dell’odierna musica, per aver riformato la parte strumentale e renduta la melodia espressiva e ricca di novelle grazie, mai non disgiungendola dalla semplicità e chiarezza che son primi suoi pregi. La scuola dello Scarlatti produsse Niccola Porpora, cui devonsi i progressi del canto ed un numero di opere teatrali, su le quali studiando forte Leonardo Leo, suo discepolo, venne in tanta celebrità da far sin d’allora tenere i Napolitani in tutta Europa come i più valorosi maestri di musica teatrale. Nella immatura perdita del Leo sostenne il nostro vanto Francesco Durante, cui era serbato il merito dì rendere agevole lo studio del contrappunto. A lui pur devonsi i partimenti, la cui

    mercè venne tanta utilità all’arte. Nella sua scuola molti begli ingegni attesamente si posero allo studio del comporre, e non tardarono a mostrare il frutto di lor fatiche Cristoforo Caresani, Domenico Gizzi, Ignazio Gallo e Domenico Sarri, che fu primo a porre in musica i drammi di Metastasio. Moltissimi altri dopo costoro si occuparono a far progredire la musica nelle svariate sue parti; e dettando nuovi e più conducenti metodi dPietro Metastasioinsegnamento, facendo più certe e più agevoli le norme, donando grandi modelli in opere piene di sentimento, di viva espressione e di originali e variati pensieri, apriron la strada a Lionardo Vinci, che meritamente vien detto il padre del teatro musicale, avendo egli fatto trionfare la melodia su gli accordi degli strumenti, che fino allora tutti ne soffocavano i modi. Colpito da morte violenta per veleno, quando appena contava quarantadue anni, lasciò al sostenimente dell’onor nazionale il Feo, il Prota, l’Araia, il Carapella, il Logroscini, jl Sala, il Caffaro, e dall’ultimo quell’ingegno sublime del Pergolesi, che spinse l’arte ad altissimo grado di perfezione, e più oltre l’avrebbe condotta, se immatura morte non ci avesse rapito nel più bel fiore degli anni e delle speranze questo Raffaello della musica napolitana.
       La fama della nostra scuola intanto grandeggiava in tutta Europa e da ogni canto qui accorrevano italiani e stranieri a studiare ne’ nostri classici, il cui gusto andavano spargendo da per tutto il Duni, il Latilla, il Capoa, lo Scarlatti il giovane, il Ferrandini, il Forilli ed altri molti di minor grido. Giova a tal uopo ricordare che Adolfo Hasse, detto il Sassone, qui apprese l’arte; il maestro Geminiani da Massa di Carrara ebbe scuola dal Durante; il famoso Haydn dal Porpora, il Gazzaniga dì Venezia dal Succhini, il francese Espie de Lirou dal Piccini, il Rigel di Franconia dal Jommelli; il Gresnik di Liegi ed il Gaveaux di Bezieres dal Sala. Qui pure ricevettero i primi musicali insegnamenti il famoso Mozart, il Paer, lo Spontini, l’Isouard e tanti altri molti che del lor nome empierono ogni contrada dove ha culto la musa del canto.
       Apparvero poi alla fama maggiore della nostra scuola il Perez ed il Jommelli, che colse allori su le scene, e più ne’ grandi

    componimenti sacri. Fu suo emulo e rivale Niccola Piccini, fecondo di pensieri originali, e maestro a tutti in quella ragion melodrammatica ch’è la musica giocosa, nel!a quale nissuno ebbe tanto pregio, quanto i Napolitani. Furono tutti valorosi compositori del secolo XVIII Gennaro Manna, Fedele Finaroli, l’abate Speranza, Francesco Maggiore, Silvestro Palma, Pasquale Anfossi, Giacomo Insanguine, detto il Monopoli, Francesco Maio, Luigi Marescalchi, Gaetano Andreozzi, Gennaro Astarita, Luigi Caruso, Angelo Turchi, Francesco Parenti, Gaetano Marinelli, senza noverarne altri molti, sparsi nelle principali città europee, affin di propagare i principi della classica scuola onde eran nati.
       Domenico Cimmarosa e Giovanni Paisello, l’uno vasto compositore d’innumerevoli opere piene di soavi melodie e di vivaci e facili pensieri, l’altro scrittor men prolisso di argomenti giocosi trattati con originalità di motivi, con vivezza maravigliosa di espressioni studiate dalla natura, presenlate ne’ modi più leggiadri mantennero ultimamente lo splendore della nostra antica scuola. Spezialmente il Cimmarosa vuolsi considerare riformator primo della musica teatrale, perciocchè nel suo fecondissimo ingegno trovò maniera di rilevar l’armonia, già assai negletta e tenuta da poco da’ vecchi maestri, che nella melodia soltanto riponevano ogni studio loro. Ciò era comune usanza, e massime quando la ragion lirica del componimento era assai scarsa ne’ drammi, la cui maggiore importanza stava nell’epica ragione a che avean condotto il genere narrativo del verso di recita, il quale ornar si volle quasi esclusivamente della pompa degli strumenti. Di virtù non minore poi furono estimate le opere del Tritta, del Guglielmi e del Fioravanti, siccome quelle che alla copia di lieti e festevoli pensieri congiungevano soavità di canto, ed inattese grazie nella varietà di semplici e schietti accompagnamenti. Con la morte di questi rari maestri parea venir meno il nostro vanto musicale, quando Niccolò Zingarelli, tenace e mantenitore dell’antica scuola, ne’suoi maravigliosi componimenti sacri e negli ammaestramenti a’ giovani alunni nel nostro Conservatorio, fece fronte al soverchiar degli strumenti sul canto musicale. Ma le teoriche, siccome quelle delle scienze e degli ordinamenti civili, dovean pur esse cangiare

    negli universali rivolgimenti del secolo: preparavasi quel quasi totale mutamento che, cominciato dal Cimmarosa, fu poi compiuto con nuovi prestigi e con maraviglioso successo da Gioacchino Rossini. In questa novella scuola colse non perituri allori Vincenzo Brtllini, rapitoci immaturamente nei 1835, quando la sua fama, salendo in cima della riputazione universale, facea sconfortare gli emuli della sua età.
       Tali son le vicende della più spirituale delle belle arti nel nostro paese. Il collegio di Napoli, già semenzaio di eccellenti maestri, manda per l’Italia e fuori giovani alunni ornati di elette dottrine, i quali van per tutto continuando la gloria nostra, degno sostenitor della quale è già gran tempo che in Europa ammirasi Saverio Mercadante.
       Vicende industriali e commerciali. Quella gloria non interrotta d’ingegno e di studi che abbiamo potuto ammirare nella storia di Napoli, non potremo parimente ammirarla in ciò che riguarda i commerci e le industrie della città, per la ostinata instabilità degli eventi. Perocchè se le scienze e le lettere e le arti han bisogno di pace per prosperare, a più ragione il commercio ha bisogno di pubblica fede, e di sicura osservanza de’ provvidi e temuti ordinamenti civili. E così nella storia commerciale ed industriale di Napoli vediamo costantemente che quando una novella dinastia si confermava sul trono, il traffico e l’industria cominciavano a progredire in prosperità;, ma quando una nuova stirpe veniva a discacciare l’antica, la guerra turbava il commercio, e ancorchè per breve tempo, purtanto che bastasse a mandarlo in rovina. Cassiodoro, rarissimo esempio di virtù civili e politiche, e ministro di Teodorico, non mancò di raccomandare ne’ consigli questo provvido principe e de’ successori le industrie e il commercio di Napoli. Dalle lettere o comitive dirette da quel sommo ingegno ai governatori delle province, in nome del suo Re, e dalla discrezione de’ traffichi, può rilevarsi lo stato delle varie città e di Napoli segnatamente, la quale era ornata di gran popolo, ricca di ogni commercio e di ogni delizia che offra la terra ed il mare. E così parimenti a tutte le province del regno non mancò la benefica e soccorrevol mano di Teodorico. La Puglia e la Calabria

    dolenti ancora de’ guasti recati ad esse dalla incursione vandalica, furon per due anni esentate da’ tributi; animata vicenda dì naviculari trasportava le vettovaglie in Francia; divenne famosa la fiera de’ Lucani, dove si vendevano animali, e vesti di ricco lavoro. Troverai negli editti di Teodorico mentovati assai spesso gli agricoltori, i coloni furon protetti con affetto particolare, comandata la coltura de’ terreni abbandonati e deserti, la istituzione di un tribunale speciale in Napoli, indizio non lieve della importanza marittima e commerciale della città. Per vedere quale fosse la mente di chi governava, basterebbe considerare quella sentenza che in forma dì precetto pronunzia il cennato Cassiodoro: avara manus portus claudit, et cum digitos attrahit, simul vela concludit; merito enim illa mercatores cuncti refugiunt quae sibi dispendiosa esse cognoscunt. I banditori delle moderne franchigie commerciali leggeranno con piacere e maraviglia questi sensi espressi in tempi chiamati barbari, dal ministro di un Re ostrogoto. La discendenza di Teodorico stette sul trono sessantaqnattro anni, ma gli ultimi diciotto furon turbati dagli eserciti di Belisario e di Narsete. Le province della Campania, della Calabria e della Lucania ebbero a soffrire i maggiori travagli da quelle schiere nelle quali combattevano, gente indomita e turbolenta, insino a che i Longobardi sopraggiunti, non istrinsero la greca dominazione a poca parte del regno. La coltura e le industrie erano già quasi spente per la gravezza de’ tributi imposti da Narsete, e per la mancanza delle braccia ostrogote che fino a que’ giorni avevano coltivate le campagne; e le nuove forme e gli ordinamenti civili de’ Longobardi finiron d’impoverirle. La feudalità divise il potere e la dovizia fra poche mani, sprofondò nella miseria la plebe, depresse le industrie, e le terre di un regno feracissimo caddero in così vil pregio che si cambiarono spesso con una spada a con un cavallo. E se pure il commercio interno non andò perduto interamente pel cambio delle merci e de’ prodotti, non così può dirsi del traffico esterno a cui mancarono forze navali per esercitarlo; e le poche terre soggette ai Greci non furono meno oppresse da imposte immoderate, che dovevano alimentar la guerra e l’avidità imperiale d’Oriente, L’opera valorosa de’ conquistatori Normanni è una delle più stupende che

    raccontano le storie del mondo, e fa compiuta da Ruggiero primo Re.
       Imposto freno alla immoderata potenza de’ Baroni, liberata la pastorizia da molte gravezze, un paese che pochi anni innanzi conservava i segni della conquista e della schiavitù, vide le sue armate correre il mare, imporre leggi a’ regni di Tunisi, di Tripoli, di Algeri, assaltare l’imperadore d’Oriente nella città capitale del suo Stato, correre a liberare il pio Luigi di Francia dalle mani de’ Saracini, e sottometiere Corfù, Atene, Tebe e Corinto. Non fu Principe di quella età che superasse Ruggiero per forze marittime, da lui in ispeciale modo accresciute e protette, creando a tal uopo l’uffizio del grande ammiraglio ad esempio di quello di Costantinopoli, supremo uffiziale della casa del Re, che dopo il contestabile, sedeva alla destra del Re, che aveva potestà di creare i vice-ammiragli delle province, che presedeva alla costruzione ed alle riparazioni de’ legni della marina reale; alla tutela de’ porti, e delle leggi navali. Si videro sotto il regno Normanno animati da continuo concorso i tanti porti dell’Adriatico, Viesti, Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta, Giovenazzo, Bari, Monopoli, Mola, Brindisi, Gallipoli, Otranto e Taranto un foro privilegiato stabilito in Napoli; come in Salerno, in Messina, in Palermo per giudicare le controversie con ispecial procedimento, e finalmente introdotte le arti della seta, che primo in Italia condusse Ruggiero facendo venire dall’Oriente i lavoratori e gl’ingegni per quelle manifatture. La grandezza di Amalfi che fino dal VI secolo aveva levato grido nel commercio, crebbe nella maggior potenza sotto questi primi Re. Chiamati a parlare delle cose speciali di Napoli, non è questo il luogo di mentovare le tavole amalfitane, che tante vive discussioni accesero fra gli eruditi de’ secoli più vicini a noi, che furon giudicate in que’ tempi la regola scritta de’ traffichi, nè quella compilazione di leggi marittime della città di Trani della quale ha ragionato con tanta accuratezza il signor Pardessus. Il numero de’ legni che sotto il primo e il secondo Guglielmo componevano le armate che costoro spedivano, tutto che paresse esagerato da alcuni storici moderni, è contestato dagli scrittori più fedeli di quella età napolitani e stranieri,

    Ugone Falcando, Romualdo Salernitano e Guglielmo di Tiro. Guglielmo I spediva centosessanta galee sulle coste africane in soccorso di Madia, Guglielmo II dugento vele in soccorso di Tiro, e l’ammiraglio Margaritone comandava un’armata di settantadue galee stanziata in Napoli. La mole e la capacità degli antichi legni era ben diversa, oltre di che l’odierna civiltà avendo assicurato per mezzo di leggi e di trattati l’osservanza di quel dritto che intercede fra gli uomini come fra le nazioni, avendo imposto il rispetto vicendevole delle bandiere fra loro, e sgombrato il mare da pirati, ha renduto sicuro per quanto è possibile il commercio; e la marina militare, per quel che riguarda le operazioni del traffico, lo difende più con la forza della opinione che con quella delle artiglierie. Anzi saremmo per dire che la marineria mercantile costituisce il vero esercito che serve ora ad accrescere la potenza delle nazioni, e le tariffe doganali sono le vere artiglierie, strumento delle pacifiche guerre del nostro secolo. Ma ne’ tempi de’ Normanni quelle numerose armate erano necessarie per tutelare anche il piccol commercio infestato dalle potenze rivali, che non si erano ancor ricomposte in forme stabili di governo, e dalle insidie de’ barbareschi. I pochi anni che corsero nel regno del primo Arrigo Svevo e nella minore età di Federigo furono funesti all’industria; ma venuto negli anni Federigo, non può dirsi che egli ed il suo successore si mostrassero meno solleciti che i Normanni nell’aiutarla. Primo pensiero fu quello dell’agricoltura e degli uomini destinati al lavoro, a’ quali essi medesimi stabilirono le mercedi. Davano a censo grandi tratti di terreno, imponendo obbligo di bonificare, fabbricavano città ne’ luoghi non sani, perchè il concorso purgasse l’aria contaminata. In quanto al traffico, furono stabilite pene speciali a’ mercatanti che ingannassero i loro paesani, e doppia pena a quelli che ingannassero gli stranieri. I pesi e le misure, la più indocile materia che le legislazioni abbiano a trattare, furono osservati, e modificati da’ Re Svevi. Le fiere, che nel medio evo erano un benefico e largo campo aperto alle merci delle varie province, divise fra loro per difetto di strade, furon protette da Federigo; e convenivano ad esse i commercianti della Grecia, della Dalmazia, dell’Illirico e dell’Asia; e le merci che vi si vendevano

    erano privilegiate dalle gravezze doganali, e sottoposte al solo dazio del fondaco. Gli Svevi apersero nuovi porti al commercio, ed è da notarsi nel regno di Federigo ch’egli diè giuramento in Messina di osservare il famoso libro dello Consolato del mare, che conteneva gran numero di decisioni sulle controversie commerciali, compilazione della quale l’Italia e la Catalogna si hanno disputato la gloria.
       La prosperità del commercio e della industria non crebbe sotto ì primi Angioini, ma si volse in rovina manifesta sotto i Durazzeschi. Le navi de’ primi Angioini corsero i mari; ne sono pruove le armate spedite in Africa contro il Re di Tunisi e la Sicilia, che si difendeva per il nostro Ruggiero di Loria, che non ebbe nel secolo XIII fra capitani di flotte nè maggiori nè eguali, per racquistare il dominio di quell’isola rapito dal vespro siciliano alla potenza Angioina; ma quelle armate cominciarono ad essere piaga anzichè forza dello Stato. Venuto Carlo I co’ suoi Francesi, aveva fatto sentire tutto il peso della conquista, con la gravezza delle imposte. Le spese della guerra esterna, quelle de’ baroni avversi a’ nuovi Signori rendevano indispensabile di aggravare la mano sul popolo. Fatti accorti e timorosi dalle vicende del vespro, pensaron di poi più volte ad alleviare le gravezze. Forse non troviamo leggi più che le Angioine, le quali mostrino un desiderio intenso del pubblico bene; ma quelle leggi erano infeconde perchè mancava la forza per farle eseguire. Il Principe dì Salerno pubblicò leggi confortatrici nel 1283, e poi nel 1289 dopo essere asceso al trono; ma nè le une, nè le altre vennero osservate. Superbi de’ titoli di vicarî apostolici, di senatori romani, agognando all’Impero d’Italia, non ebbero campo, o non seppero gli Angioini governare il loro regno. La città di Napoli, benchè fosse stata trascelta sede del governo, ed avesse dagli Angioini università, chiese, edifici e monumenti di arte, non può ricordare con tenerezza il nome di essi per quello che riguarda le faccende del commercio. Ne’ primi tempi di Carlo ebbe brevi impulsi, si strinse in commercio con la Francia, fece parte con la lega anseatica: ma i turbamenti che l’agitarono in seguito fecero a poco a poco sparire

    i vantaggi presenti, e financo le tracce del passato. Vi fu tempo, durante la lotta tra Ludovico e Ladislao, che la città di Napoli, occupata a vicenda dall’uno e dall’altro esercito, venne stretta in modo che per tre anni le campagne circostanti rimasero incolte, e dovè pagare il grano, venutogli da’ Genovesi, a prezzo carissimo. Il primo Carlo con le inutili leggi fece sembianza di voler deprimere la feudalità, ma con gli atti non fece che accarezzarla, e trovasi nelle storie ch’egli avesse tramutato in feudi ben centosessanta città, delle quali investì principalmente i suoi baroni francesi. I privati donavano quindi con frode alle chiese, e da queste riprendevano i loro beni a censo, per non pagare tributi al governo. Sarebbe lunga opera, svolgendo gli storici del tempo, l’annoverare i dazi che con diverso nome aggravavano la pastorizia e l’industria; non si ebbe ritegno di chiamare alcuni di essi col nome di dazi volontari o donativi, quasi che risultassero dalla libera volontà di un popolo prosperante. La città di Napoli che partecipò di tutte queste miserie ( sempre per altro attenualo da que’ vantaggi inseparabili dalla presenza di una Corte ) vide crescere fuori misura questi dazi colla venula di Carlo III di Durazzo: la gabella delle sbarre posta su i carri, quella del buon danaro destinata a’ lavori del porto, di falangaggio sulle barche, la gabella del pane, della farina, quella sul vino, su’ cavalli, su’ vetturali, su le tinture, su la carne, sul pesce e sul sale. Le industrie del ferro e quelle della seta caddero inopinatamente in uguale abbandono, sì che si videro entrare i ferri e le sete straniere.
       Ma le numerose armate, che mettevano in punto i Normanni, gli Svevi ed i primi Angioini, sotto i Diirazzeschi disparvero. Sembra incredibile, ed è pur vero, che quando Re Luigi d’Angiò venne in Napoli nel 1390 si deliberò nel parlamento tenuto in S. Chiara che gli fossero somministrate a spese de’ baroni e del popolo dieci galee. Ladislao non giunse a metterne insieme più che dieci, fra le sue, e quelle avute a soldo. Veramente Ladislao fu più sollecito delle forze di terra; ma anche queste si dileguarono sotto il regno della seconda Giovanna. Caddero in potere de’ Genovesi e de’ Veneziani tutto il traffico e i lavori delle sete, ed essi tennero l’impero del commercio di Oriente, finchè l’ardire fortunato de’ Portoghesi

    non ebbe aperto il nuovo passaggio pel Capo delle tempeste. Solamente le industrie interne ebbero passaggiero favore sotto la prima Giovanna, che distribuì le arti e gli stranieri venuti ad esercitarle in varie strade, come abbìam notato favellando delle ampliazioni di Napoli a quella età.
       Il regno di Napoli riprese l’antico vigore sotto la stirpe Aragonese, la quale seppe ristorarlo ampiamente delle sofferte sciagure. Aboliva Alfonso i dazi imposti da Ladislao sopra i bestiami a pascolo, ordinò le terre del Tavoliere, fissò le condizioni a’ pasiori, la qualità e l’estensione del pascolo agli armenti, e statuì come un tribunale a parte per l’osservanza delle leggi e de’ regolamenti sulla pastorizia. Fece venire di Spagna le pecore gentili affidandole agli Abruzzesi, e così le ruvide lane s’ingentilirono, e sorsero fabbriche di pregio in Napoli, in Arpino, in Piedimonte d’Alife, in Morano, in Ascoli, in Aquila e in Teramo; così risorsero le arti della seta, ed invitati furono financo da Firenze, da Genova e da Venezia maestri di quelle, perchè nel regno venissero a ravvivarle. Furono fatti novelli ordinamenti, tolti i dazi all’entrata di tutto che a quelle manifatture bisognasse; e migliorò a segno quell’arte, che nel 1465 potè con un editto proibir la introduzìon de’ lavori stranieri, usando i napolitani, come furono usati dalla Corte e da’ Patrizi nelle pubbliche feste le sete e i velluti di Napoli. Sotto gli Aragonesi ebbe ciascun’arte un reggimento separato e distinto, moderato da consoli trascelti nell’arte medesima, che in ogni sabbato amministravano giustizia in tribunali che toglievano il nome dalla lana e dalla seta. Questa disciplina, per così dire, di civili legioni, sorta la prima volta nella mente di Luigi IX di Francia, ed imitata negli altri Stati, sebbene rappresentasse nelle sue forme l’età feudale e restringesse gli utili di quelle arti, pure serviva in certo modo a tutelare gli artefici, ed a stringere in un tale legame di famiglia gl’industriosi, sotto la vigilanza del governo.
       Abbiamo ricordato di sopra il nome degli Aragonesi, siccome uno de’ più cari a’ Napolitani per le scienze, le arti e le lettere da essi coltivate e protette; ora possiamo dire altrettanto delle

    industrie e del commercio. Prova evidente della prosperità di un paese è la crescente popolazione, ed il concorso degli stranieri che vengono a dimorarvi; e l’uno e l’altro avvenne sotto gli Aragonesi, e gran numero vi concorsero dall’Epiro, dal Peloponneso e dalla Dalmazia, lasciando stare i Greci di Costantinopoli, che abbiamo già veduto da que’ Principi raccolti ed onorati. Il commercio esterno che con la perdita della marineria mercantile sotto i Durazzeschi erasi spento, fu ravvivato dagli Aragonesi. Per incoraggiare la costruzione delle navi fecero leggi che rendevan franche da ogni dazio di dogana, ancoraggio e falangaggio tutte, le navi che i Napolitani costruissero nel Regno. È da osservarsi che il commercio esterno divenne studio e pensiero di nobilissime famiglie. Adunque le leggi finanziere e commerciali furon certo migliori che quelle de’ Normanni e degli Svevi. Ma in un tempo nel quale non eran divisi i confini de’ vari codici, nè le leggi di amministrazione eran tutte ordinate ad uno scopo, e non avevano un pensiero che trasparisse in esse e le mostrasse originate da una sola mente, dovevano per necessità essere spesso discordi, avverse contraddittorie; e tali furono, per modo che la stessa mano, la quale aveva scritto una legge favorevole al commercio, ne scriveva un’altra funesta alle industrie; quando con una prammatica si concedevano favori alla marineria mercantile, con un’altra la finanza vietava l’estrazione de’ prodotti.
       Terminate le contese tra la Casa di Frarcia e quella di Aragona, e confermata sul trono quella della Spagna, incominciava l’infausto governo de’ Vicerè. Abbiamo dato veramente, diceva Tacito, grande documento di sofferenza! Per quello riguarda la pastorizia e le industrie agricole, disparvero: si costringevano i Comuni a vendere le terre demaniali: delle terre erano tre quarti pertinenti ad ordini privilegiati, e tutte le gravezze piombavano su la quarta parte del popolo, la più infelice. Queste gravezze crescevano, perchè la Corte di Spagna doveva alimentar la guerra col danaro e con le braccia de’ Napolitani. Sparite le industrie de’ campi, delle greggi e delle fabbriche, che abbiam veduto prosperare sotto gli Aragonesi, pareva che il governo non avesse dove imporre le

    gravezze; ma queste ogni giorno crescevano, imponendo su le famiglie, su le abitazioni, su le strade, su le arti, su’ mestieri e su’ viveri tutti; queste gabelle s’imponevano a tempo, e poi si vendevano più volte, come perpetue. Divenne frequente l’uso de’ donativi. Rilevasi da’ monumenti e dagli scrittori sincroni che le somme riscosse da Ferdinando Cattolico fino a Filippo IV montarono a dugento cinquanta milioni di ducati, e ne’ tredici anni dal 1631 al 1644 furono estrani dal Regno intorno a cento milioni. Le amministrazioni di alcuni Luogotenenti Spagnuoli che furono meno crudeli come per esempio quella di Don Pietro di Toledo e di pochi altri, eran come que’ brevissimi riposi che la tortura lasciava ai condannati perchè più lungamente vivessero.
       Le condizioni di Napoli dopo che l’Angioino vi stabilì la sede del Regno furono se non peggiori, al certo eguali a quelle delle Province. Devi soltanto in compenso annoverare que’ vantaggi che la città dovea riconoscere dall’essere centro di un governo che, sebbene grave e non amato, pure si vedeva costretto ad aver più special cura di essa, appunto perchè sede del Regno. I Vicerè, lasciarono pure in Napoli molte memorie di edifizi e di strade; ma tutte queste opere vicereali non giovarono nè la giustizia nè la finanza. Mentre s’innalzavano archi, porte, fontane e obelischi, il popolo era caduto nell’estremo dell’avvilimento e della miseria, per la gravezza de’ tributi, i quali se sono indispensabili sostegni di ogni governo, debbono pure, non altrimenti de’ vapori che si sollevano dalla terra, ricadere sotto forma di benefica pioggia a ravvivare i campi ed a fecondarli. Ridotte a queste condizioni le cose interne del Regno; non è a dire che cosa divenisse il commercio esterno e la marineria napolitana: appariva manifesta in ogni provvedimento la piaga più crudele de’ governi, la incertezza de’ legislatori e delle leggi, imposte, rivocate e non eseguite. Si giunse a minacciar pena di morte per la estrazione delle derrate, si facevano venire dallo straniero i legni da costruzione, dimenticando i nostri boschi, si fermavano trattati con Algeri e con Tripoli, ma inutili trattati quando la bandiera non era rispettata e temuta; a stento potè nel 1509 armare sei galee per

    combattere sei fuste turche, dodici nell’anno seguente contro Tripoli, dieci nel 1515 contro i corsari, e nel 1528 contro Filippino Doria non più che otto; ma anche su que’ legni sventolava la bandiera di Spagna. Il trattato del 1667 tra l’Inghilterra e la Spagna aveva stabilito il famoso privilegio di bandiera, cioè l’esenzione delle visite a’ bastimenti Spagnuoli ne’ porti Inglesi, ed a’ legni Inglesi ne’ porti di Spagna. Questi privilegi furono richiesti e confermati ne’ trattati seguenti di Utrecht e di Madrid, e nel fermarne i patti, le menti de’ negoziatori non abbandonarono giammai il trattato del 1667, e così gl’Inglesi e i Francesi vollero godere ne’ porti del regno l’esenzione delle visite, riguardando il regno come provincia Spagnuola. Da questo estremo di miserie non solamente lo tolse la mano di Carlo III Borbone, ma il sollevò in brevissimo tempo ad una tale altezza non isperata, da potere annoverarsi tra i primi regni di Europa che incominciassero a sgomberarsi dalle catene di una confusa legislazione, di una finanza tenebrosa, e di un timido e servile commercio.
       Prima operazione richiesta ad un provvido governo, perchè le imposte sieno equabilmente ripartite, essendo quella di formare un esatto catasto che descriva le proprietà ed il valor di esse, fu comandato da Carlo e compiuto un nuovo censo. Le franchigie delle terre baronali cessarono; cessarono in parte quelle de’ beni ecclesiastici per nuovo concordato che fermò nel 1741 con Benedetto XIV, nel quale si statuirono più certi confini al sacerdozio e all’impero. Non mancò provvedimento alcuno ad incoraggiare gli agricoltori e la pastorizia, concedendo terre incolte e paludose, e soccorrendo in danaro i più poveri. Le industrie risposero assai presto alle paterne cure dei Re, e sorsero fabbriche di armi, di arazzi, di pietre dure, di cotone, di tele e di panni, le quali ben tosto vennero in fiore.
       Dopo l’agricoltura e le industrie, dopo aver migliorate le condizioni degli uomini e delle proprietà, tutto il pensiero di Carlo fu inteso ad agevolare il traffico. Facendo principio dalle leggi, da’ tribunali, da’ trattati, che sono i tre sostegni del commercio, in quanto alle prime ne pubblicò grandissimo numero. Con editto

    del 1766 aboliva i privilegi di bandiera, essendosi questa provincia sciolta dalla sua dipendenza, ed innalzata a tutta la dignità di regno. Principali tra le leggi di Cario furono quelle de’ 7 a 18 aprile 1711, e 14 agosto 1751. In esse si stabilirono i diritti di navigazione, si davano norme per la spedizione delle patenti ai capitani de’ bastimemi, s’imponeva l’uso e la forma della bandiera nazionale, si prevenivano i naufragi frodolenti, si prescrivevano i doveri de’ comandanti, de’piloti, de’ marinari, e può dirsi che non vi fu oggetto di rilievo al commercio che nelle prammatiche di Carlo non si trovi preveduto, sempre secondo i tempi, i quali vantaggiarono, ma non quanto nè il Principe avrebbe desiderato, nè la sapienza di quelle leggi avrebbe fatto sperare. Intervenne infine la regia potestà siccome tutrice universale degli interessi del suo popolo, nelle assicurazioni marittime, le quali essendo facoltà universale il farne giuoco di speculazione, e spesso con rovina de’ commercianti, meritarono che il Re sanzionasse una compagnia di assicurazioni (prammatica, 19 aprile 1751). Creò un supremo magistrato di commercio con ampi poteri nel 1759, che poi restrinse nel 1746, destinandolo solamente a giudicare delle cause tra’ Napolitani e stranieri. Non mancaron finalmente i trattati a tutelare la marineria napolitana, e Carlo ne formò in breve col Turco (1740-42) con Tripoli (1743), con Danimarca (1753), con la Svezia (1743), e con l’Olanda (1753). A tutto questo aggiungi una marineria armata che sorgeva al cenno di lui, il quale istituiva un collegio nautico, un corpo di costruttori, destinandoli ne’ due cantieri di Napoli e di Castellammare. Insomma fu mirabile il regno di questo Principe non solo per essersi rivolto a tutte le parti della pubblica amministrazione, ma per avere ciò praticato con rarissimo esempio, senza spargimento di sangue, e senza crudeltà di leggi e di giudizi.
       Con la venuta al trono del giovine Ferdinando le opere di governo incominciate da Carlo continuarono, senza neppure que’ leggeri mutamenti, che sempre si scorgono al salire al trono di nuovi Principi, ancorchè venuti a regnare in pacifica e non contrastata successione. L’impulso continuava dalla Spagna, la quale mandò

    più volte anche soccorsi di danaro. I primi anni corsi nel regno di Ferdinando dalla partenza del padre fino alla invasione delle armi straniere, furon felicissimi, e concorsero a renderli invidiabili l’animo benigno e clemente del Re, ed alle sue regali provvidenze risposero il sapere e l’onestà de’ suoi ministri, e le dottrine degli economisti sommi, che giungevano fino al trono, ed erano accolte e festeggiate.
       Dopo i primi anni del presente secolo ne’ quali il commercio, durante i rivolgimenti politici, e la occupazione francese, venne turbato dalle armi, ritornato Ferdinando agli antichi dominï, prosegui le opere incominciate e provvide al commercio ed alla industria. Furono abolite con legge dei 1816 i privilegi e le esenzioni che i bastimenti ed i sudditi brittanici, francesi, e spagnuoli godevano ne’ porti del regno, concedendo in vece ad essi una diminuzione del dieci per cento sull’ammontare delle imposizioni che le mercanzie delle isole Brittanniche, della Spagna e della Francia dovevano pagare nei nostri porti, quando le merci fossero importate sotto la bandiera di quelle nazioni. Questi favori, che avrebbero renduto in breve la marineria straniera padrona del nostro commercio, furon conceduti più ampiamente alla marineria nazionale, che ottenne la diminuzione del dieci per cento su tutt’ i generi importairi ed esportati sotto la bandiera napolitana. Furono animate con premi le navigazioni di lungo corso, e la somma de’ premi dal governo conceduti alle mercanzie che sotto la bandiera napolitana venivano dalle Indie orientali e dal Baltico, godendo le prime una diminuzione del venti per cento e le seconde del dieci per cento sui dazi, è la più vittoriosa pruova della prosperità commerciale del nostro regno. Nell’anno 1831 questi premi giunsero per le mercanzie delle Indie orientali a ducati quindicimila quattrocento novantanove, per quelle del Baltico nell’anno 1832 a ducati duemila cinquecento ottanta. Due terze parti e più del nostro commercio fu messo in movimento dalla bandiera napoliiana, la quale apparve su i primi vapori che dopo l’Inghilterra solcassero il Mediterraneo, e finalmente per trascegliere un periodo medio nell’età corsa dopo la restaurazione de’ Borboni fino a’ nostri dì, rammenteremo che

    l’anno 1825 fino al 1835 il numero de’ legni mercantili e da pesca si aumentò di ben ottocento sessanta legni, capaci di 25, 671 tonnellata. Tutto quello che ha potuto divenire la marineria ed il commercio napolitano nel breve periodo di trent’anni potranno ravvisarlo i nostri lettori nello stato presente.

  1. Delle Vicende politiche discorreremo in succinto, tutti però toccando i più memonibili avvenimenti.
       I popoli dell’Italia meridionale che, fin da’ primi tempi di Roma divisi in quarantuno piccoli Stati indipendenti, abitavano le amene regioni circoscritte dai lidi de’ mari Tirreno, Ionio ed Adriatico, e che formano di presente il Reame di Napoli, senz’altro mediterraneo confine al Nord-Ovest che quello, come abbiam detto, d’una linea convenzionale, erano ì seguenti: I Sabini, gli Equi, i Volsci, i Palmensi, i Pretuziani, gli Adriani, i Peligni, i Vestini, i Marsi, i Marrucini, i Frentani, i Sanniti Pentri, i Sanniti Irpini, i Sanniti Caudini, i Caraceni, gli Ausonii, gli Aurunci, i Sidicini, i Campani, i Picentini, i Lucani, i Bruzi, i Reggini, i Locresi, i Cauloni, gli Scilletici, i Crotonesi, i Sibariti o Turii, i Sirini o Eraclesi, i Metaponlini, i Tarantini, i Cumani, i Palepolitani e Napolitani, i Posidoniati poi Pestani, i Veliensi, i Giapigi, i Calabri o Messapii, i Salentini, i Peucezii, i Dauni, e gli Appuli.
       I Romani, dopo tre secoli d’aspre guerre, spogliarono queste contrade; le sottoposero a duro servaggio, e le ridussero in uno stato di oppressione e di miseria. Ubbidirono poscia all’Impero Greco ed alle Signorie Longobarde di Capua, di Salerno e di Benevento; ingrati tempi di avvilimento, ne’ quali quegli orgogliosi dominatori introdussero sistemi ignoti, forme novelle di civile governo, ed odiosa feudalità.