Notizie del bello, dell'antico, e del curioso della città di Napoli/Della popolazione e governo economico

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Vicende politiche Della religione

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DELLA POPOLAZIONE E GOVERNO ECONOMICO.


Diamo qualche notizia della popolazione, e del governo economico. [p. 180 modifica]

La popolazione di questa città consiste in nobili, e popolari; e questi si dividono in cittadini, detti gente civile, ed in plebe. [p. 181 modifica]

I nobili vivono separati da popolari; e questi nobili sono di due classi, una di piazza, l’altra fuori piazza, e [p. 182 modifica]questa benchè sia antichissima e nobilissima per origine, non e ascritta a’ Seggi. [p. 183 modifica]

L’altra, che alle piazze viene ascritta, ha il voto, o suffragio negli affari pubblici: come sono nell’ [p. 184 modifica]imposizione delle gabelle; ne’ donativi che fanno al Re; nell’elezione di coloro, che con titolo d’Eletto han da [p. 185 modifica]governare l’annona, ed ogni altra cosa che concerne al pubblico. [p. 186 modifica]

Erano prima questi Seggi al numero di ventinove e venivano con diversi nomi chiamati, come Tocchi, Teatri, [p. 187 modifica] Piazze, Portici, Vichi, e Sedili. Oggi ritengono solo quello di Piazza o di Seggio. [p. 188 modifica]

I nobili di questi Seggi anticamente venivano con diversi titoli chiamati, come di giudici. d’ordine de’ [p. 189 modifica]patrizii, de’ gentiluomini, e de’ militi. Oggi ogni nobile va col nome di Cavaliere; e credo bene che da questo sia pregiarono le sue virtù, di modo che, morto nell’834, rizzarongli inj memoria del loro dolore un tumolo, dove in versi acrostici colmarono di eccelse lodi il suo egregio valore per avere respinto i Longobardi, ancorchè formidabili per forze di gran lunga alle sue superiori, e discacciatili di Atella e di Cerra. Sei mesi durò il reggimento di Leone figliuol di Buono, parche Andrea, che gli aveva dato in consorte sua figlia Euprassia, collegatosi con alquanti comiti napolitani, soverchiò la gioventù del genero, e tolse il luogo di lui. Ma anche egli fu rimeritato di pari sorte. Sicardo, succeduto a Sicone nel principato di Benevento, mosse i suoi Longobardi contro di Napoli, come colui che ad ogni modo voleva riscuotere l’annual tributo, rifiutato da Buono. Per incutergli spavento Andrea s’indirizzò a’ Saracini, sollecitandoli di compatir con una flotta nelle acque del golfo. Bene s’appose; perchè Sicardo restiuì i prigionieri, e conchiuse una tregua di cinque anni. I quali essendo decorsi, e fattosi nell’intervallo del tempo assai poderoso e temuto, ritornò a’ danni del Duca. Questi implorò soccorso dall’Imperator d’occidente, e Lotario I gli ebbe incontanente mandato Gontardo, cavalier francese, con un pugno di militi; i quali se non poterono ribattere le offese di Sicardo, tornarono abili a fermare una pace all’836. Quel Gontardo per nuova richiesta ritornò in Napoli, ma questa seconda volta covando perversi pensieri: avuto in moglie Euprassia, vedova che fu di Leone, si pose a parteggiare pe’ nemici dì Andrea, ed ogni dì più crebbe in insolenza od ambizione; perchè ordita una congiura, uccise il suocero suo benefattore, e s’impadronì del Ducato. Era l'anno 843 allorchè questo attentato accese l’animo de’ Napolitani alla vendetta: tra loro, essendo tutti indignati, non era alcuno che si potesse porre a capo della rivolta, l’uno all’altro contrastandone il merito e la lode, quando a cessar l’onorata gara comparve tra li folla un eremita, stringendo cun una mano un’asta, in cima alla quale pendevano le vesti insanguinate dell’ucciso Andrea, e recandosi con l’altra il giovinetto Sergio, figliuol di Leone e di Euprassia, che egli nei precedenti tumulti avea salvato nelle catacombe di S. Gennaro, là dove si apriva la valle degli Eumelidi. Quell’apparizione fu come [p. 190 modifica]derivato che ne’ tempi andati non venivano ascritti nelle piazze nobili, se non quelli, ohe vivevano da militi, more [p. 191 modifica] nobilium con armi e cavallo, per questo il nome di cavalier se li dava, benchè io trovo, che dagli antichi Re [p. 192 modifica]con riti particolari si creavano, come appresso il nostro gran Monarca crea i suoi, che vengono chiamati d’abito, [p. 193 modifica]per il segno che portano, e per l’abito o manto che vestono nelle loro solennità. [p. 194 modifica]

Or le già dette ventinove piazze sono ridotte a cinque; [p. 195 modifica]e sono, per dirle con l’ordine loro: di Capovana, della Montagna, di Nilo, o Nido, di Porto, e di Portanova. [p. 196 modifica]

Il popolo ancora ha la sua piazza che chiamano Reggimento. [p. 197 modifica]

Ogni piazza di questi nobili si compone delle sue speciali famiglie. [p. 198 modifica]

Nelle piazze di Capovana, Montagna, Porto e [p. 199 modifica]Portanova presiedono sei Cavalieri; in quella di Nido cinque, [p. 200 modifica]che formano il numero di ventinove che rappresentano le [p. 201 modifica]ventinove antiche piazze: e sono detti i cinque e sei. [p. 202 modifica]Questi s’eliggono in ogni anno a sorte, in giro però, perchè [p. 203 modifica]finiti tutti i cavalieri, si torna da capo. Questi han [p. 204 modifica]pensiero di convocare le assemblee quando ve n’è bisogno; [p. 205 modifica]e di far che le cose vadano con i loro riti e costituzioni, [p. 206 modifica]ed ognuno di questi in ogn’anno elegge un Cavaliere col nome d’Eletto al governo dell’annona. [p. 207 modifica]La piazza poi, o reggimento del popolo viene [p. 208 modifica]composta dalli ventinove Capitani delle ventinove ottine, o [p. 209 modifica]rioni, e da dieci cittadini consultori; ed a questi presiede l’Eletto. [p. 210 modifica]

I Capitani s’eleggono in questa forma; s’uniscono gli [p. 211 modifica]abitanti delle ottine o nelle Chiese Parrocchiali o in [p. 212 modifica]altre, e qui nominano sei de’ migliori cittadini. Si presenta [p. 213 modifica]questa nomina al Signor Vicerè, e questo ne sceglie uno, [p. 214 modifica]ed è il Capitano. L’Eletto ed i Consultori s’eliggono in altra forma, ed è questa. [p. 215 modifica]

S’uniscono nel modo già detto gli uomini dell’ottina, [p. 216 modifica]ed eliggono due; ed a questi si dà facoltà di eliggere il [p. 217 modifica]nuovo Eletto. Questi al numero di cinquantotto si [p. 218 modifica]chiudono nello reggimento loro; e di questi cinquantotto a [p. 219 modifica]sorte ne capano quattro, i quali col Secretario ricevono i voti. [p. 220 modifica]Ognuno di questi elettori nomina uno, e questi hassi a [p. 221 modifica]ballottare a voti secreti, e tutti quelli che hanno voti a sufficienza, si bussolano, e se ne cavano sei. [p. 222 modifica]

La nomina di questi sei si presenta al signor Vicerè; il [p. 223 modifica]quale n’elegge uno, e s’elegge per sei mesi; ma per lo [p. 224 modifica]più a petizione della stessa piazza viene dallo stesso signor Vicerè confirmato. [p. 225 modifica]

I Consultori similmente dalli cinquantotto Procuratori sono [p. 226 modifica]nominati; e se n’ eleggono venti che hanno i maggiori [p. 227 modifica]voti; e di questi venti se ne cavano a sorte dieci, e questi intervengono con i capitani nelle loro assemblee. [p. 228 modifica]

I cinque Eletti delle piazze nobili che sono annuali, [p. 229 modifica]con l’Eletto del popolo s’uniscono in un luogo dentro del [p. 230 modifica]Convento di S. Lorenzo, che detto viene il Tribunal della [p. 231 modifica]Città, e quì uniti col Grasciero, Ministro, che si [p. 232 modifica]costituisce dal Signor Vicerè, e presiede: si tratta dell’ [p. 233 modifica]annona, delle incette di frumento; e si costituisce il prezzo [p. 234 modifica]della roba commestibile, che chiamano assisa, perchè [p. 235 modifica]non siano angariati i compratori. S’attende che il pane [p. 236 modifica]si faccia di buona condizione, ed a giusto peso, e di tutto [p. 237 modifica]quello che concerne al ben vivere; avendo circa questo bellissimi statuti. [p. 238 modifica] [p. 239 modifica] [p. 240 modifica] [p. 241 modifica] [p. 242 modifica] [p. 243 modifica] [p. 244 modifica] [p. 245 modifica] [p. 246 modifica] [p. 247 modifica] [p. 248 modifica] [p. 249 modifica] [p. 250 modifica] [p. 251 modifica] [p. 252 modifica] [p. 253 modifica] [p. 254 modifica] [p. 255 modifica] [p. 256 modifica] [p. 257 modifica] [p. 258 modifica] [p. 259 modifica] [p. 260 modifica] [p. 261 modifica] [p. 262 modifica] [p. 263 modifica] [p. 264 modifica] [p. 265 modifica]

Questi signori Eletti riuniti rappresentano la Città tutta nelle pubbliche funzioni, e nelle Cappelle Reali; e nel [p. 266 modifica]complire col signor Vicerè in ogni occasione, e d’allegrezze e di duolo. [p. 267 modifica]

Da questi in nome del pubblico si rappresentano a’ Superiori i bisogni che corrono; e quando s’ha da eseguire [p. 268 modifica]qualche ordine di Sua Maestà, a questi si dà; e da questi vien avvisato alle loro piazze. [p. 269 modifica]

In tempo di cavalcate reali i signori Eletti rappresentano la Città; e vestono di tela d’oro cremisi con [p. 270 modifica]roboni di broccato giallo, all’uso senatorio, tutti adornati di ricche trine d’oro, similmente con berettoni di tela d’oro; e con gualdrappe di velluto cremisi ne’ cavalli. [p. 271 modifica]

Portano avanti di loro i ministri loro a cavallo, vestiti della medesima forma; ma di drappi neri foderati di [p. 272 modifica]velluto. Fan precedere una quantità di Portieri, con bastoni nelle mani mezzi rossi, e mezzo dorati, vestiti con calzoni e maniglie e berrettoni di damasco cremisi; e con [p. 273 modifica]casacca, e mantello di panno scarlatto. E veramente è vista molto ricca e maestosa.

Quando si portano poi alle pubbliche funzioni, la loro carrozza vien tirata da quattro cavalli; con altre carrozze appresso; con i loro ministri, e con molli Portieri avanti1.

Note

       Da ciò nuovi costumi e nuove leggi delle quali Carlo Magno, fondatore del secondo impero d’Occidente fu il possente motore. Le numerose divisioni dì questa corona, le calamità pubbliche e la sopravvenienza del tristo secolo di ferro, resero ndebolito il supremo potere; i più forti si arrogarono non poche prerogative della sovranità, che presto degenerate in oppressioni, sostituirono alla feudalità l’anarchia e la sfrenata licenza. Per la qual cosa l’Italia superiore lacerata e sconvolta da’ più polenti ed ambiziosi per desio di dominio, era preda dell’ignoranza e del disordine; finchè, dopo varie vicende, miseramente combattuta ed afflitta, cadde, per diritto di conquista, in potere degli stranieri. Per le medesime cagioni i Principi della parte meridionale della penisola, resi sempre più deboli ed impotenti, non avendo che una forza precaria e poco sicura, perchè ristretta nelle mani de’ feudatari, non poterono preservare i loro Stati da quegli innumerabili mali che sono la conseguenza delle perturbazioni e de’ politici sconvolgimenti.
       Ciò premesso, volendo accennare le politiche vicende dell’età media e poi moderna, ci è forza rimontare a quelle del regno Gotico e del Ducato Napolitano.
       Regno gotigo. Era Napoli colta, dotta ed industre, come la vedemmo nell’era greca e romana; perocchè la potenza di Roma sempre le fu benigna, non già per la greca origine, avendo vôlto in basso la fortuna di altre illustri città euboiche di queste contrade, sibbene per la eccellenza sua in esercitare le umane discipline. Onde, benchè fosse di città confederata venuta in condizion di colonia, e più tardi, se non del tutto soggetta, pure in alcun modo dipendesse dal consolare della Campania, quando Adriano

    partì l’Italia in diciassette province, nondimeno ritenne ancora non picciola parte dì ciò che all’indole sua si atteneva, ed agli antichi usi e costumi. Nella nuova partizione di Costantino tra i due vicariati, la città fu messa in quello di Roma, sinchè nell’anno 395 di nostra salute Arcadio, uno de’ figliuoli dì Teodosio, si rimase a regnare in oriente, e l’altro, Onorio, prese la corona in occidente. Da ultimo, entrata nella Religione di Gesù Cristo, qui bandita sin da’ tempi apostolici, tenera oltremodo se ne addimostrava, ergendo al Redentore ed a’ suoi Santi numerosi e solenni altari.
       In questi tempi le schiere di Alarico e Radegisio, desolato le province illiriche, valicato le Alpi, saccheggiarono Roma e corsero per il nostro continente, dove quel primo condottiero incontrò la morte, e si ebbe tomba nel letto dd Busento. Invano Onorio fu largo di doni e franchigie per allontanare i barbari da’ possedimenti imperiali; le sue liberalità tornarono invece come invito efficacissimo alle nuove genti settentrionali, che alle prime devastazioni aggiunsero danni maggiori. A’ Visigoti succedeva Attila; e questo flagello di Dio non si ritrasse di là dal Danubio, che quando Valeriano gli si fu obbligato con annuo e vergognoso tributo. Ma dal 355 i Vandali di Genserico ogni anno, finchè durò la vita del Re, scendevano a nuovamente turbare e rimpoverire le nostre contrade, dove Odoacre nel 476, ponendo termine all’imperio d’occidente, mandò esule il fantasma imperiale di Augustolo, che Napoli vide morire in quel luogo di essa accomodato una volta alle delizie di Lucullo.
       Gli Eruli furon cacciali al 489 da Teodorico, Principe che di barbaro altro non ebbe che la stirpe ed alcuni impeti nell’età canuta. Educato da fanciullo in Bizanzìo, l’Imperator Leone fu sollecito di educargli la mente e il cuore; onde sin dall’anno diciottesimo dell’età sua il Principe Goto fece pruova di nobili discipline, e dì affetti alti e leali. Italia parve si ristorasse delle continue offese; e nel supremo dominio del giovine Re, Napoli riprese l’

    importanza d’un tempo, il che sembrò indizio di maggior grandezza futura. Questo Principe si ebbe da noi grandissima riverenza ed ossequio, talchè i Napolitani vollero innalzargli ad onore una celebrata statua composta con maraviglioso artifizio di picciole pietruzze di varii colori. La statua sorgeva in mezzo del Foro augustale, e fu segno di prossime calamità a’ Goti, quando si vide il capo di essa da sè cadere. Ma in estimazione non minore tenne Teodorico la nostra città, e non picciola pruova di considerazione dee riputarsi il parlar che fece a colui che mandava a capo delle cose nostre, annunciandogli che andrebbe in una contrada ornata di numerosissimo popolo, ed abbondante di ciò che la terra ed il mare produce a maggior diletto dell’uomo, nella quale pieno di maestà sarebbe il suo officio, alto e gemmato il tribunale, composte le schiere di valorosi soldati, e floridissimo il commercio ch’egli avrebbe a proteggere. Cassiodoro serbò le parole, onde l’illustre Principe toccava con amore delle prerogative della città di Napoli in quelle lettere che mandava a’ nuovi comiti, preposti al reggimento delle contrade soggette al suo grande imperio; i quali magistrati dettero nome alle speciali comitive tra cui della napolitana si fa più lunga parola.
       Durò sessantaquattro anni il dominio de’ Goti sino a Teja ultimo Re. Quando Belisario venne a combatterli, Napoli non fu risparmiata del furore de’ Greci, quantunque saldissime avesse le mura, e numerosi e gagliardi i difensori. Procopio, segretario del capitano bizantino, narra che il duce già sfidavasi del lungo e difficile assedio, sì che avrebbesi voluto tor giù dell’impresa, allorchè la sorte gli offrì insolita via di menarla a fine, quanto più lieta per lui, altrettanto più dolorosa per la città. Era a quei tempi una vena d’acqua che da Serino (terra presso che trentacinque miglia lontana da noi in quel di Salerno) per lungo e tortuoso acquidotto sboccava a settentrione in una forma, detta castello dagli antichi, la quale era grande ed alta a misura di torre ed a fabbrica reticolata: da questi ricettacoli l’acqua distribuivasi nelle vie interne della città in accomodati cannelli, detti allor cantari alla maniera de’ Greci. Sperò Belisario di

    costringer per sete i cittadini alla resa, e ruppe l’acquidotto; ma gli tornò guasto il disegno, perciò che i nostri avean di molta acqua sorgente. Nondimeno il suo fatto servì per altro modo al proposito. Un soldato, vago di guardar da presso la nobile opera laterizia dell’acquidotto, vi si mise dentro, e giunse fin là dove ci avea una gran pietra nativa forata nel mezzo. Ciò gli parve un riso della fortuna, e si affrettò per rapportarne al capitano. Paucaro, condottiero de’ cavalli, trovò modo di allargare l’uscita, senza opera di picconi o martelli, ma usando di lime, affinchè strepito non fosse udito; cosi la pietra si aperse in guisa che un uomo armato di corazza e targa vi potea passare. Allora Bellisario, eletto quattrocento de’ suoi più arditi, lor confidò la malagevole impresa. In una notte del 537, alla quarta ora, i Greci riusciron dentro le mura, dove col favor del silenzio si adoperarono d’occupare una torre, uccidendo Arnesto e Polifago che vi stavano a guardia; quindi, dato forte nelle trombe, invitaron tutta l’oste a porre il fuoco alla porta che rispondeva a quel punto della città. Belisario entrò anch’egli per la sotterranea via de’ quattrocento; il grosso delle schiere per la porta bruciata, e Napoli fu preda dell’avidità e della ferocia del vincitore; il quale tanto crudelmente vi si diportò negli eccessi della rapina e della violenza, che il Pontefice glie ne fece acerbo rimprovero.
       Non erano se non da pochi anni ristorate le mura, che Totila, ridivenendo feroce dalia mansuetudine manifestata in Montecassino, quando S. Benedetto ne confuse la malizia e gli predisse la morte, presa che ebbe Napoli per fame, ne rovinò il ricinto, privandola interamente di difesa. Narsete, succeduto a Belisario, soccorse alla sventura de’ Napolitani; vinse Totila, sconfisse Teja su le sponde del Sarno, e ritiratosi nella nostra città, vi fermò dimora, dopo aver messo fine al regno Gotico in Italia nell’anno 555. In questa stagione Napoli fu riunita all’Impero Greco, e ne rispettò per lungo tempo l’alto dominio, essendo entrata nella nuova divisione degli Stati Italici, operata da Longino, successor di Narsete, quando, come vicario dell’Imperatore, si stabili nell’esarcato di Ravenna.


       Non bastavano le armi a travagliare le nostre contrade; sopravvennero eziandio crudelissime pestilenze che le lasciaron quasi deserte. Nell’orazione che S. Gregorio Magno tenne al popolo pria di esser consegrato Pontefice, toccando del feral morbo gridava: Tutti Siam percossi dalla spada dell’ira celeste, ed una morte repentina ne fa sterminio. L’infermità non previene la morte; ma questa, come vedete, precorre l’infermità, di essa più tarda. Gli abitatori non già a parte a parte sono rapiti, ma tutti insieme cadono stramazzati; rimangono le case vôte: mirano i genitori morire i figliuoli, e nella morte son preceduti da’ loro eredi. E Paolo Diacono, favellando di un’altra epidemia del 571, che fin d’allora si disse peste anguinaria, lasciò detto, che restavano i bestiami ne’ pascoli senza pastore, le ville ed i castelli in solitudine ed in silenzio: i seminati, scorso già il tempo del mietere, intatti, aspettavano invano i mietitori: le vigne, già cadute le foglie, lasciavano illese le uve, benchè approssimato l’inverno. I cadaveri degli uomini superano la vista degli occhi, ed i luoghi di pascolo si aprono in sepolcri di defunti.
       Ducato napolitano. Longino abolito avendo l’antica partizione delle nostre province, e tolto via i presidi, i consolari e i correttori, durati ancora nel regno de’ Goti, pose al governo delle principali citià un magistrato col nome di Duca. il quale primamente fu nominato da lui e da’ suoi successori, vicari imperiali in Ravenna, finchè quell’Esarcato non cadde in potere de’ Longobardi; di poi, sin presso la fine del nono secolo, prese potere dall’Imperatore, e da ultimo lo elessero i cittadini a pluralità di suffragi. La Ducea napolitana ebbe dal suo principio angustissimi confini, non comprendendo che il suolo de’ Campi-flgrei da Cuma a Pompeia, e separata dal rimanente della Campania dallo spento vulcano della Solfatara, e dall’ignivomo monte Vesuvio. Ciò sino al tempo che Maurizio Imperatore ne allargò il limite fino a Nisida, Procida ed Ischia, ed a cui si aggiunse in appresso, a’ giorni di Carlo Magno, Castellammare, Sorrento ed Amafi ancora, addomandandosi tutto il territorio Liburia Ducale. La qual non di rado soggiacque alle corriere de’ barbari forestieri: ma Napoli non

    ebbe mai a patire una vera invasione, difesa com’era da malagevolezza di sito, da saldissime mura, e perchè i successori di Alboino non furon valenti negli assedi, nè forniti di offese navali. Ond’ei può sicuramente affermarsi che, allorchè quasi tutte le genti di questa meridional parte d’Iialia degeneraron dalle antiche origini, gli abitaiori di essa mantennero per lungo tempo pura ed intera la prima indole greca.
       Dall’anno 568 in circa al 1130 Napoli conta un quaranta Duchi; ma i nomi di molti di essi poca importanza si hanno nella storia; oltrechè gli avvenimenti politici della loro età son nascosi dall’ignoranza in che tuttavia ci lamentiamo esser lasciati dagli autori antichi, i quali se assai ristrettivi si mostrano nelle ragioni pubbliche e civili de’ tempi, molto frequentemente l’importunano con prolissi racconti di straordinari e mirabili effetti di superstiziosa natura. Laonde non paia difetto se toccando di essi Duchi, diciam solo a’ quanto diffusamente di quelli che più importanza hanno nella storia della città.
       Nel secolo VI trovasi notizia di tre soli Duchi; il primo de’ quali detto ancor giudice di Napoli, fu Scolastico al tempo della irruzione de’ Longobardi; di lui fa cenno in una lettera Gregorio Magno al 568, e s’ignora come deponesse la sua dignità, nè sappiamo delle sue imprese. Se non che narra un’antica tradizione, che al tempo di lui un’orda di barbari assaltò con grande impeto la città dal lato di mare. I Napolitani furon colti in quel che meno sel pensavano; onde non poterono resistere alla furia degli assalitori, i quali corsero menando rapina ed uccisioni sin oltre il Foro augustale. Ma qui venne incontro di costoro il Santo Vescovo Agnello, tenendo in mano lo stendardo della Croce. Il venerando aspetto e la maestà delle sue parole contennero la baldanza de’ barbari, e dettero animo al popolo; che, irrompendo a furore da tutte le vie, si gittò disperatamente alla difesa della città. Si ottenne piena vittoria, ed in segno di trionfo si volle ribadire un chiodo ad eterna memoria in quel luogo della città dove eran giunti i Longobardi, che alcuni hanno erroneamente confuso co’ Saracini. Dopo di Scolastico nell’anno 592 Gadescalco, nominato ancora maestro dei

    militi, prende a difendere, come per lettere gl’insinuava lo stesso santo Pontefice, le ragioni del popolo conculcate dal Vescovo Fortunato. Di Maurenzio altro non si ha, che al 593 fu nominato Duca dall’esarca Romano, e che al 602 Foca Imperatore lo privò del potere. Nel secolo VII voglionsi notare cinque Duchi, Godovino, al 602 circa, di cui si sa che fu tolto di seggio da Giovanni I di Consa, detto anche Consino al 606. Il quale, fattosi ardito da che l imperaiore Eraclio era occupato nelle guerre de’ Persiani e degli Avari, pose la ribellione nell’animo de’ nostri, e si mise a capo della repubblica; ma non andò guari che venuto qui l Esarca Eleuterio al 617, presa Napoli d’assalto, ed avuto in poter suo il Duca usurpatore, lo dette al carnefice. Di Petronio al 625, e di Anatolio al 635 notasi soltanto, che l’uno ebbe reggimento per anni dieci, e l altro per ventisei. Vien dappresso inverso il 660 Gregorio I, ultimo Duca del secolo, del quale taluni autori vorrebbero invece un Teodoro, e che questi fosse colui di chi serba memoria la tavola di marmo nella chiesa di Donnaromita. La quale più tosto è da attribuire all’altro Duca che più appresso nomineremo Teodoro I, vivuto nell anno 728.
       Di sette Duchi porta i nomi il secolo VIII. De’fatti di Massimo al 703, e di Sergio I al 707 non si fa menzione alcuna, e Giovanni II il Cumano non apparisce che al 715. Questo Duca si segnalò per importanti servigi renduti a Roma, quando Grimoaldo II di Benevento ebbe conquistato Cuma per via di stratagemmi, a danno del Pontefice. Gregorio II dapprima pregò e ricompensar volle con danaro, poi scomunicò Grimoaldo, perchè gli cedesse il mal acquisto. Furon modi perduti; onde si affiìdò al nostro Giovanni, il quale, radunato le milizie napolitane e romane, si presentò di notte alla sprovveduta d’innanzi Cuma, e con felice combattimento Vennegli fatto di scacciarne i Longobardi, uccidendone trecento, non risparmiato il capitano. Questa bella impresa, che gli meritò un premio da Roma di settecento libbre d’oro e il soprannome di Cumano, fu oscurata dall’arroganza di nominar da sè Sergio a Vescovo di Napoli, il qual diritto gli contrastò il popolo, a cui in que’ giorni si apparteneva. Al 721 Esilarato volendo obbligare

    i Napolitani all’osservanza d’una legge imperiale, onde Leone Isaurico aboliva il culto delle immagini, fu cagione che si movesse a rivoltura tutto il ducato. Il popolo nostro, già caldo adoratore degli idoli, abbracciò la vera Fede del Divin Figliuolo della Vergine Maria, con la speranza di un bene immortale, e d’allora si dimostrò fervorosissimamente devoto verso chiunque potesse impetrargliene il conseguimento da Dio, e intitolando altari alla venerazione de’ Beati del Paradiso, riprodusse in forme non più idolatre, ma sante, i suoi affetti, i quali non è in poter dell’uomo cangiare: perciò in ogni età, serbando incontaminate le norme di sua Religione, si mantenne sempre fedele tra gli scismi e le eresie d’infelicissimi tempi. I Napolitani, tutto che avversi a compiere gli ordini imperiali, vollero che il nuovo lor Vescovo Paolo, tornato dalla consecrazione di Roma, non entrasse in città; così intendevano che ciò sarebbe paruto fedeltà verso gl’Imperatori. Ma i patrizii, avvedutisi che per l’assenza del Pastore la Chiesa languiva, trovaron via che ritornasse alla sua sede, e fu accolto con allegrezza e reverenza universale. Nondimeno Esilarato, postosi di cuore nello scisma dell’Isaurico, insisteva che si piegasse ad obbedienza. Allora il popolo, inalberando le Croci, corse furioso le vie della città, menando seco le donne e i fanciulli, tutti gridando contro gl’imperiali. Nel tumulto cadde ucciso il Duca, e gli animi non si furon ricomposti a pace, che quando ebbe approdato al lido di Napoli, compiendo il comun voto, un ambasciatore all’uopo già inviato a Costantinopoli.
       Dal 728 fino a Stefano I i nostri scrittori vorrebbero che i Duchi Teodoro I, Antimo I, II e III, o l’Esarca d’allora Eutichio, avesser qui governato; ma di loro non ci ha che questo; onde, non essendo lecito entrar in dispute, vogliamo dir brevemente del penultimo Duca del secolo. Questi al 758 fu Stefano, piissimo uomo e di tanta virtù, che, morta la moglie, alla dignità di Console e Duca congiunse quella di Vescovo; ed al reggimento volle per collega il figliuol suo Cesario. Il quale premorì all’amantissimo padre, il cui dolore trovi tutto significato in un marmo della chiesa de’ Minori conventuati in Salerno, ove fu recato, non si sa come,

    dalle catacombe di S. Gennaro in Napoli, in che il Duca depose il corpo del rimpianto figliuolo, che seppe inchinar l’animo del superbo Arechi, primo Principe di Benevento, a pace ed amicizia, e valse ad entrar nel cuore di Carlomagno, in quella leggenda in versi acrostici nominato nuovo Re di Roma. Ultimo Duca di questa età fu Teofilatto, nel 788.
       Più lunga serie di Duchi novera il secolo IX. Tra’ dieci che l’un dopo l’altro si succedetltero, il primo fu Antimo IV all’809; il qual si piacque principalmente con Teodonanda sua moglie di fondar monisteri, ed esercitarsi ad altre opere di pietà. Morto lui l’anno 813, si mossero grandi contese fra’ Napolitani per la scelta d’un successore, e le parti di modo erano esasperate tra loro, che di leggieri non avrebbesi saputo condurle ad una via comune: finalmente l’Imperatore mandò loro un Teotista da Sicilia. Costui fu greco di nazione, epperò poco sollecito del buon governo delle cose nostre, per modo che non si curò di provocar l’ira del Principe Grimoaldo di Benevento, raccogliendo in Napoli un Beneventano domandato Dauferio, il quale aveva congiurato contro il suo Principe, e non avea potuto condurre a fine il disegno. Alla venuta di Grimoaldo, Teotisto gli fece fronte, e narra Erchemperto, che nella pugna feroce per terra e per mare fu sì grande strage de’ nostri, che ne restarono cinquemila sul campo di battaglia. Il Duca e Dauferio fuggendo, riuscivano a porsi in salvo dentro la città; ma non però trovaron qui riposo, perocchè furibonde, scarmigliate e scalze le donne con le armi alla mano gl’inseguirono, ad alta voce gridandoli infami traditori. Pure fu tanta la prudenza di Teotisto che, sedato il feminil tumulto, valse a placare anche l’animo di Grimoaldo, facendo ammenda del fallo con l’offerta di ottomila soldi d’oro, e della persona di Dauferio.
       Gli succedette Teodoro II, nell’817, il quale pe’ mali suoi diportamenti venuto in odio del popolo, dopo qualche anni fu tolto di potere. Prese il luogo di costui Stefano II nell’821 malauguratamente, perchè Sìcone, Principe Beneventano, era amico dell’espulso Duca ed avidissimo delle nostre terre: onde, radunate grosse armi, corse le contrade napolitane, si accostò alle mura con

    formidabile apparalo di guerra, e per forza di ostinate offese ruppe verso il mare la grossa muraglia della città. Gravissimo era il pericolo, imminente la strage, certa la miseria e la rovina della repubblica. Il popolo con desolato lamento volgevasi al Duca; la madre e due suoi figliuoli pregavanlo, come capo della famiglia e dello Stato, a mostrarsi il padre di quello, anz che loro, dovessa pure immolargli al pubblico bene. Stefano, agitato dalla calamità della patria, manda ambasciatori a Sicone, esponendogli essere ormai la città in sua balìa, ma che solo per allora si rimanesse d’entrarvi, imperocchè dovendo esser quella la più splendida gemma della sua corona, il dì seguente, a piena luce, impedendo la rapina de’ suoi, avrebbe potuto assai più far glorioso il suo ingresso; ed affinchè Sicone gli aggiustasse piena fede mandò per ostaggi la madre e i due figliuoli. Ciò fatto, e raccogliendo intorno a sè i cittadini a parlamento, lor disse: Io non sono più vostro Duca; ho perduto questo glorioso titolo nell istante che ho consentito di sottomettere la vostra patria al giogo de’ Beneventani. Voi siete liberi; sceglietevi un nuovo capo, il quale, più di me fortunato, rialzi le mura e vi conduca alla vittoria. I Napolitani udiron in pianto le nobili e pietose parole del Duca, e commossi non men vivamente di lui, lo sollevarono su’ loro scudi benedicendolo; quindi si volsero ad un’opera di maraviglioso valore. Credette Sicone a’ legati, ed acconsentì: ma in quella che si apprestava alla dimane ad entrar fastoso e trionfante nella città, i Napolitani, nella sola notte che si frappose, avevan rifatta, uomini e donne, la muraglia crollata, e tutti sopra di essa erano schierati, pronti a rintuzzare gli assalti del nemico. La patria carità del Duca non meritava la sorte che lo colpì: benchè uscisse vincitore de’ Longobardi, non guari dopo per alcuni satelliti di Sicone, col pretesto di fermar patti di pace, e d’alleanza, cadde ucciso a tradimento fra’ portici del Duomo. Nell’822 Buono fu gridato Duca; il quale prima intese a punire que’ vili sicarii che uccisero Stefano, altri abbacinando, ed altri mandando in esilio, e dipoi desideroso di francar la città dal tributo cui pochi anni innanzi si era obbligata con Benevento, venne a nuove guerre, che non vide compiute. I Napolitani molto

    scoppio di fulmine: corsero i Napolitani furibondi alla Stefania ora il Duomo, dove eran soliti risedere i Duchi, e, levati a grandissimo furore, obbligarono Gontardo che scendesse alla difesa; ma non sì tosto l’ebbero veduto apparire, con tutto che fosse circondato dalle sue lance francesi, gli si gettarono sopra furiosamente, percuotendolo a morte. Neil’ira del popolo cadde ancora la Duchessa, la quale, siccome apertamente dicono i nostri cronisti, avea tenuto mano a Gontardo nella usurpazione della Ducea.
       Ciò accadeva dopo tre giorni che il Cavalìer francese si fu intruso nel reggimento de’ Napolitani, e lo stesso giorno della sollevazione era innalzato Sergio I nel legittimo dominio. Il ritratto del giovane Duca è dipinto dagli storici di quel tempo co’ più belli colori dei medio evo: egli discendeva da antichissima famiglia napolitana, ed esercitandosi a gran lena nelle scienze, con rara perfezione usava nelle sue scritture la lingua greca e latina; di felicissimo ingegno ne’ provvedimenti guerreschi, aveva una straordinaria forza nella persona, e non meno valente era nelle cose di pace; ebbe grande considerazione presso Papa Gregorio IV, e gl’imperatori Ludovico I e Lotario I; onde amato e temuto regnò, e venuto a morte con infinito dolore de’ Napolitani, lasciò il Ducato a Gregorio I suo figlio nell’anno 862. Nel costui reggimento venne Ludovico II Imperatore nelle nostre contrade, ed alle sue avendo unito le armi del Duca, fece guerra a’ Saracini, cacciandoli fin dalla Calabria. Non fu benigno Sergio II come il genitore, a cui succedette nell’867. Egli è chiamato da’ nostri or Duca, or Maestro de’ militi ed ora Consolo. Il padre avevalo raccomandato al Vescovo Atanasio, altro figlio di Sergio I; ma egli fu ribelle alle cure dello zio, e tanto molesta gliene addivenne la voce, che il velle finalmente in carcere. I Napolitani, punti dallo scandalo, si levarono a rumore; il clero greco e latino, i monaci e le stesse donne si radunarono innanzi al palagio, ed un venerando vecchio chiesastico domandò la liberazione del Prelato con autorevoli parole. Sergio lo tolse di prigione, ma il santo Vescovo, vedendosi anche impedito e vegliato temerariamente nell’Episcopio, si rifuggì nell’isoleita del Salvatore, e dipoi, non riposando ivi

    nemmen sicuro della vita, riparò a Roma ed e Ravenna. Il Duca, scendendo a modi peggiori, strinse alleanza con i Saracini; il che tanto spiacque al Pontefice, che lo punì d’anatema. Allora il fratel suo, che era Vescovo di Napoli, e nominato, come lo zio, Atanasio, mosse tumulto, e preso il Duca ed abbacinatolo, lo mandò al Papa. Per tal modo Atanasio II divenne Duca e Vescovo nell’anno 877, e immantinente mancò nella sua devozione alla Santa Sede; perocchè, fermata pace co’ Saracini, si mise a depredare con essi le contrade di Benevento, di Capua, di Salerno e di Roma. Giovanni VIII Pontefice lo scomunicò, e pose Napoli nell’interdetto: ma ciò più fece infellonire l’animo di Atanasio, e il Ducato nella fine del secolo IX fu segno a nuove guerre ed a tutte le calamità che le guerre soglion recare.
       Son quattro i Duchi che governarono Napoli nel secolo X. Succedette ad Atanasio Gregorio II nel 902; il quale fu sollecito dì mettersi in pace co’ Principi di Benevento e di Capua, e col Duca di Amalfi; dipoi collegatisi strettamente insieme, snidarono i Saracini dalle ripe del Garigliano, dove avevansi costruito una grande fortezza. Leone VI, Imperator d’Oriente, si piacque di dar favore al nostro Duca con armi, e per l’ottenuta vittoria volle onorarlo col titolo di Patrizio. Dopo di lui Giovanni III, nel 957, volse le sue cure a porre la Chiesa napolitana in maggior lustro, e non solo francò il monastero di Montecassino dalle contribuzioni ond’era obbligato verso la città, ma stabilmente rifermò il possesso di una chiesa a’ cenobiti di S. Benedetto dentro le mura. Pure egli non potevasi rimanere in pace per la gente nemica ond’era circondata la Ducea: laonde nel 941, col consentimento del popolo, tolse a collega nel civil reggimento il figliuolo Marino, il quale, dotto com’era nelle arti guerresche di quel tempo, saldamente difese la città dagli assalti de’ Longobardi di Benevento, e portò il terrore a’ Saracini fin ne’ mari di Calabria, ove costoro, in pari tempo che in Sicilia, imperavano. E qui vuolsi notare, che a questa epoca troviamo presso di noi che il Duca s’intitolava e prendeva l’alta sua magistratura per la grazia di Dio, come si ha da qualche diplomi rimasici di Giovanni. Questo, ed il voto del

    popolo, a’ tempi di che discorriamo, era il titolo legittimo de’ Duchi, e la dignità di patrizio e consolo lor non veniva conceduta che per ispezial favore de’ Sovrani d’Oriente, verso de’ quali tutta l’obbedienza nostra si ridusse a ciò che nel ducato segnavansi e spedivansi gli atti governativi secondo gli anni del loro impero. Governò Napoli ventiquattro anni dal 982 Sergio III, ultimo Duca di, questo secolo, e suo maggior provvedimento fu di fermare i buoni ordini dello Stato con punir severamente chi, poco sollecito dell’integrità de’ nostri diritti, segrete pratiche teneva coi baroni forestieri, e spezialmente con gli Arabi, contro i quali armò nove navi, di cui quattro custodissero e difendessero il porto e cinque fossero in vela per imporre rispetto a quella gente, che del continuo infestava devastando le contrade napolitane. A questi tempi il Vesuvio vomitò gran fuoco e cenere per cinque giorni, sì che dicevano non esservi stata mai eruzione eguale, e dopo cinque giorni un fiorissimo terremoto recò alla città inestimabile danno.
       A questo Duca succedette Sergio IV ne’ primi anni del secoloXI (1006), in che sei duchi segnano i nostri più accurati scrittori. L’anno 1027 nota un avvenimento assai doloroso per la nostra città, essendo qui venuto Pandulfo di Capua e far vendetta sul Duca per aver raccolto un conte di Teano che molte ingiurie gli aveva recato nelle terre di suo dominio. Sergio ed il suo ospite, non volendo condiscendere ad aprir le porte a que’ Longobardi, avevan condotto a tale i Napolitani che per fame morivano: onde si fu risoluto di venire a patti col nemico. Ma ciò saputosi dal Duca, notte tempo col suo protetto fuggiron per mare, lasciando il popolo privo di forza e di consiglio. Entrarono nella città i Longobardi il giorno appresso, ed empironla di violenze e terrore: inseguiti, ed uccisi i cittadini; le donne insultate e villanamente olfese; non risparmiavansi i vecchi, nè i fanciulli; il palazzo del comune messo a sacco; depredate, arse le case de’ patrizi non meno che de’ mercatanti; e trascorse tanto la rapacità del vincitore, che, penetrato ne’ monisteri e nelle chiese, tutto devastando, ne involò gli ori, gli argenti, i preziosi doni, gli arredi

    sacri, e fin le arche in che serbavansi i Santi Vangeli. E non pago di tanta strage, Pandulfo, usurpato il potere, tiranneggiò i Napolitani con imposte d’incredibile enormità. Pure il suo reggimento non durò lungo tempo; imperocchè gli fu forza di ritirarsi in Capua carico delle spoglie di Napoli, quando Sergio ritornò al Ducato con gli aiuti dell’Imperatore, e di una schiera di Normanni.
       Sprezzando le lusinghe d’una vita molle e pacifica, cominciò nell’undecimo secolo a sorgere la cavalleria per rianimare le languenti virtù, per combattere gl’infedeli, per mantenere la giustizia, per proteggere gl’infelici, e per difendere ne’ perigli l’onore e la virtù. I più ambiziosi di gloria erano allora i Normanni, uomini astuti, eloquenti, proclivi troppo ad abbandonarsi all’impulso delle proprie passioni. I quali, per dettame di politica, sapevano adattare le loro azioni all’interesse ed al vantaggio del momento, spesso confondendo la saviezza politica colla dissimulazione e colla furberia. Le tribolazioni de’ nostri antenati, le difficoltà di sottrarli a’ più crudeli disastri, la sete della vendetta che accecava le fazioni dipendenti dal greco dominio e dalle rivalità de’ Principi Longobardi, determinarono i più arditi gentiluomini di Normandia a discendere in Italia, senz’altro appoggio che quello più necessario ad ogni buon cavaliere, cioè coraggio ed esercizio abituale delle armi, e senz’altra speranza che quella di far sopravvivere l’onore della milizia alla mancanza della virtù e d’ogni spirito patrio.
       Erano i Normanni gente forestiera da non guari apparsa nelle nostre contrade per quelle avventure guerriere e religiose che fanno di tanta importanza l’epoca delle crociate. Originariamente detti Varechi, i Normanni dalle regioni della Norvegia disceser in Francia condotti da Rollone, il quale seppe impadronirsi della Neustria, e vi fondò il Ducato di Normandia, cui non valse a combattere Carlo il Semplice. Entrati nella fede cristiana, divennero molto religiosi e pii, quando su’ primi anni del secolo X una compagnia di essi, fatto il pellegrinaggio di Terrasanta, al ritorno, sia per fortuna di mare, sia per ristorarsi della navigazione, capitarono a Salerno; la qual città trovarono assediata da’ Saracini, e in sul

    riscattarsi al prezzo di danaro: onde, mossi da santo zelo, domandarono armi a Guaimaro IV, Principe della contrada, e facendo pruova di eroico valore, cacciarono i barbari; non altrimenti che fece Camillo allorchè ruppe le schiere di Brenno alle falde del Campidoglio. I Salernitani avrebbonli voluto ritenere a soldo; ma quelli, per allora partiti, vi ritornaron dipoi, condotti da Osmondo e da tre altri suoi fratelli, l’anno 1017. Non guari dopo, noiati de’ modi discortesi ed avari de’ Principi Longobardi, postisi sotto il comando di Rainulfo fratel di Guglielmo, prima soccorsero il Duca Sergio per la cacciata di Pandulfo da Napoli, e poi giovati dal grato animo de’ Napolitani, ebbero da loro uno spazio di terra in un luogo della Campania, detto allora Ottavo, su cui fondarono una città che nominarono Aversa, come quella che tra Napoli e Capua sorgeva a difesa della prima città contro gli assalti dell’altra.
       Da questi tempi fino al 1130 fu Duca di Napoli lo stesso Sergio, or solo, or in compagnia del figliuolo Giovanni IV; il quale, morto il padre, tenne il potere sino al 1064, quando a lui succedette Sergio V. Costui al 1085 tolse per collega suo figlio Giovanni V; e di entrambi le memorie amiche narrano soltanto di donazioni fatte a monasteri, e di varie guerre sostenute contro i Longobardi, e più co’ Normanni di Puglia, che in breve tempo divenner potenti. Fu tale la negligenza degli scrittori a quella età, che fino a Sergio VII non altro lasciarono scritto de’ nostri Duchi, che un Sergio VI, al 1100, ed un Giovanni VI, al 1107, furono in aspre contese non pur con gli Arabi, che mai non cessarono di molestar le nostre terre, che co’ Normanni. Al Al 1116 assumeva la potestà ducale Sergio VII, che esser dovea l’ultimo supremo magistrato della repubblica napolitana.
       I Normanni, ormai soggiogato i dominii beneventani, e mutato le forme de’ liberi Stati che pur restavano dopo le invasioni longobardiche, muovevan impetuosi contro il Ducato, unico avanzo delle repubbliche greche. Roberto, Principe di Capua, discendente dal fondatore della colonia d’Aversa, con tutto che avesse comune l’origine con i sopravvegnenti guerrieri, pure indignato di loro che avevan rotto guerra al Pontefice, accorse in Napoli, dove con Sergio VII convenne ne’ modi di difendere questo ultimo asilo delle

    antiche civili virtù. Corsero ambidue in Pisa; ma quella repubblica, spossata da lunga guerra contro i Genovesi, non potea porgere ascolto al Duca, che perorava la causa d’Italia, or minacciata dalle armi d’ambizioso forestiere. Alla mancanza degli sperati aiuti, Roberto e l’Arcivescovo della ducea si rivolsero a Lotario Imperatore, perchè soccorresse gl’infelici Napolitani, stretti dai travagli di crudele assedio. La città era caduta in lacrimevoli condizioni; mancati i viveri, le donne, i vecchi e i fanciulli cadevano su le piazze, vittime della fame, lo squallore era dipinto sul volto dei sacerdoti, e dappertutto suonavano disperati lamenti. Ma Sergio ed i trecento uomini che avanzavano in istato di portar le armi, richiamando i cittadini a’ sentimenti dell’onore, venivanli confortando con la speranza de’ prossimi soccorsi, e con ciò ch’eglino, non tralignando dagli antichi costumi, avrebbero preferito morir di stenti, anzichè accollarsi il giogo d’abborito nemico. Difatti giunse una flotta da Pisa ed una banda d’Imperiali: i Normanni ne furono sgomentati; ma poco dipoi, per male intelligenze, partiti i Pisani e gli Alemanni, venuto invece Papa Innocenzo con poche armi, quelli ripresero la prima fortuna. Napoli era uscita di speranza. Sergio, coperto il viso di cenere, raccolse il parlamento, e depose nelle mani del popolo la Ducal dignità; dipoi annunziando a’ Napolitani che quello era l’ultimo giorno della loro repubblica, si precipitò fuori del campo, desideroso di non sopravvivere alla caduta della città. Gli scheletri, anzichè uomini che rimanevan vivi dopo la lunga fame, cedettero il Ducato al Re Ruggiero nel 1130.
       Questo Ruggiero che, nato nella città di Mileto, fu tenuto al sacro fonte da S. Brunone, e che in vita si ebbe per confessore S. Guglielmo da Vercelli, era figliuol di un altro Ruggiero, cui Urbano II concedette perpetua legazione in Sicilia, già essendone per conquista divenuto gran Conte. Il quale, ultimo a venire in questi luoghi, fu anche l’ultimo fratello del celebre Roberto Guiscardo, che all’anno 1053 con cinque soli cavalieri e trenta fanti, lasciato il padre Tancredi d’Altavilla in Normandia, corse

    invincibile conquistatore per trentadue anni le nostre contrade. L’anarchia alla quale erano in preda queste province, la forza e la baldanza de’ molti Baroni, i diritti che Roma pretendeva, la potenza dell’Imperator d’Occidente, il dominio de’ Greci e de’ Saracini avrebbon tolto cuore a chiunque altro non fosse stato Ruggiero. Il quale, all’eroico valore della sua stirpe congiungendo fino accorgimento politico, aveva tutte le virtù necessarie a’ fondatori degli Stati; onde, fortissimo nel suo proposito, con esercito poderoso e sessanta vele, lascia la Sicilia, e successivamente conquista a parte a parte tutte le terre, a cui, dopo un general parlamento in Salerno ed una Bolla Pontificia, fu dato nome di Regno
    di Sicilia.   Durante il reggimento a comune, dopo l’età romana, Napoli serbò sempre le sue leggi, e le assemblee nobili e popolane; le quali furon dette Tocchi, o meglio ne’ Tocchi si radunavano, dove proponevasi il Vescovo, e si eleggeva il primo magistrato, che si disse Duca, Console e maestro de’ militi, qualora il potere della guerra veniva a lui particolarmente affidato; ebbero talvolta anche il titolo di Patrizii e Protospatari, e lor veniva di Costantinopoli, priachè la rivoltura al tempo di Leone Isaurico non avesse rallentato i vincoli tra l’Impero d’Oriente e il Ducato, Il quale, toccato il punto di maggiore estensione verso la fine del secolo IV, venne poi perdendo per invasioni di forestieri la più gran parte delle terre della Liburia. La quale alle antiche consuetudini greche congiunse il diritto romano, e poscia tramutò in proprie usanze molti ordinamenti del Codice di Rotari Re Longobardo; ma degli uomini non fece, come in quello, alcuna distinzione, e, patrizii o plebei, tutti erano ingenui e liberi; nè di titoli feudali distinse i nomi de’ primati; anzi, perchè le diverse stirpi non andassero confuse, a poco a poco venne ritornando i cognomi che nell’era gotica si eran perduti, i quali poi tanto si moltiplicarono nell’età normanna. Non partì le sue terre a Duchi, perchè rispettandone i legittimi possessori e coloni, senza altro titolo, fu sollecito di mantenersi il campo pubblico in selve e terreni adatti al pascolo per uso ed agio dell’universale; il qual campo da tempo immemorabile era

    rimasto indiviso fra’ cittadini, e, pigliato il nome dalla stessa città, addomandavasi Agro Napolitano.
       Monarchia Normanna. Se le imprese di guerra posero in gran voce Ruggiero, il nome di lui non dee risonar men chiaro per la sapienza civile, onde in tempi difficilissimi seppe con mirabil modo comporre i molti e diversi elementi dello Stato. Dove per via di conquista, e dove per successione, tutte le Contee, Ducati e Principati raccolse in uno; e se tolse a’ Baroni le Signorie, volle in pari tempo che le ritenessero come feudi dipendenti dalla sua Sovranità; se negò loro il diritto di giudicare e di levar soldati nelle proprie terre, gli alzò al grado di formare l’ordine più onorevole della monarchia. Da un’altra parte, abolendo la servitù, crebbe il numero de’ liberi cittadini, e ritornandoli negli antichi diritti, duramente conculcati da’ Longobardi e da primi Normanni, restituì la dignità a’ popoli di entrambe le Sicilie. Dettò leggi or prudenti, or vigorose, e dove esse imperavano fece ognuno eguale in rispetarle; onde chiamò in generale assemblea ad Ariano tutti gli ordini dello Stato, e volle sancita e giurata la forma politica e civile della Monarchia. Infine, accerchiatosi di sette eminenti uffiziali della corona, fortissimo di armi e di consiglio, invocò, come suggello del suo alto dominio, e per la reverenza de’ popoli, l’investitura reale dal Sommo Pontefice.
       Napoli sopra ogni altra città del reame sperimentò in particolar modo la cortesia di Re Ruggiero, allorquando si condusse sopra l’isoletta del SS. Salvatore, radunando intorno a sè i cittadini, che più in lui confidavano, e con essoloro volle trattare de’ privilegi e delle franchigie della città. Nella quale solenne assemblea a ciascun cavaliere donò in feudo cinque moggia di terra, promettendo ancora di maggiormente gratificarli, se, mantenendo intatta quella fede che gli avevan giurato, tenessero mai sempre la città quieta ed in pace sotto il suo dominio. Dopo di questa visita alla città nostra, qui non si vide più il Re; il quale, muovendo a nuove imprese, forzò l’Imperator Lotario, che lo avea sfidato a guerra, di far presto ritorno ne’ suoi Stati d’Alemagna, sottomise a tributo Tripoli, Tunisi ed altre città di Levante, e, penetrato

    in Grecia, s’insignorì di Mutine, Corfù, Corinto, dell’Acaia, della Morea e di Tebe; delle quali vittorie sopratutto egli fu sì glorioso che volle s’incidesse sopra la sua spada quel famoso verso

    Appulus et Calaber, Siculus mihi servit et Afer.


       Nell’anno 1151 Guglielmo I fu coronato in Palermo, come suo padre, il quale per avergli lasciato una signoria composta e temuta, fu innocente cagione della poca operosità del figlio in mantenerne saldi gli ordinamenti. Laonde, datosi tutto a’ piaceri di voluttuosa corte, abbandonò le cure dello Slato al suo Ministro Maione. Questi, infedele al Sovrano, nutrendo in cuor suo la speranza di premere un trono, raccolse l’odio delle Sicilie nella persona del Re; onde che, travagliando i Baroni con ingiusti e crudeli ordini, aggravando il popolo con insopportabili tasse, e ponendo dappertutto tradimenti e perfidie, fece che la nazione Siciliana desse a Guglielmo il soprannome di Malo, Ma pessimo fu il suo Ministro, il qual nell’atto che rompeva in aperta ribellione, incontrata la morte, lasciò un reame tutto perturbato da civili discordie. Napoli accolse il suo Sovrano, quando, ricordatosi esser figliuolo di Ruggiero, venne combattendo i sollevati Baroni, e respingendo le ingiurie dell’Imperator greco e de’ legati di Roma, che gli facevano acerbissima guerra. Vinto i nemici, e composto le cose di fuori, intese anche a ragioni di pace con Adriano IV in Benevento.
       Correva l’anno quattordicesimo dell’età sua Guglielmo II, allorchè al 1166 fu coronato nella Cattedrale di Palermo da Romualdo Arcivescovo Salernitano, chiamato dalla Regina al solenne officio: questo Prelato fu poi lo storico della gente normanna. Di costume assai diverso dal padre, il giovine Re crebbe lavorandosi il cuore alle più belle e regali virtù, e, perchè umano generoso e clemente, fu dalla voce comune addomandalo il Buono, La pietà ond’era sopratutto ispirato, mosselo a mandar soccorsi a Papa Alessandro III in Roma, perchè uscir potesse di quella città, dove l’Imperator d’Alemagna tenevalo assediato: ancora spedì numerosa flotta in Oriente per aiuto de’ Cristiani, contro di Saladino Sultano di

    Babilonia; e non molto dipoi volle che le armi siciliane punissero Andronico, divenuto tiranno di Costantinopoli con l’uccisione di Alessio Imperatore. Pure di gravi vicende non mancò il suo governo, perchè fosse turbata la pace dei reame; dappoichè fu mestieri di combattere l’oste poderosa di Alemanni che Federico Barbarossa mandò in Puglia per vendicarsi di lui, che rifiutato aveva la mano d’una costui figliuola. Venuti in fine a sentimenti di pace il Re, il Papa e l’Alemanno, ne furon compimento le nozze che con grandissima pompa si celebrarono in Milano tra Arrigo, figliuolo dell’Imperatore, e Costanza, nata di Ruggiero e zia di Guglielmo, alla quale, mortosi senza figliuoli, lasciò il suo trono delle Sicilie.
       Di qui i sanguinosi contrasti nella successione alla nostra corona fra’ Tedeschi e Tancredi, figliuol dell’ultimo nato di Re Ruggiero. Costanza reclamava il suo diritto, come chiamata dal nipote: Tancredi opponeva le sue ragioni, l’amore del popolo, e l’investitura di Papa Clemente III nell’anno 1190; onde in qualunque modo ciascuna delle parti sostenendo la sua difesa, divennero al giudizio delle armi. Ma l’oste mandata da Arrigo nella Puglia fu sconfitta dal Conte di Cerra, cognato del Re, e Tancredi ebbe agio di ragunare un parlamento a Termoli, dove meglio e convenientemente provvide al reame. Dipoi trasse agli Abruzzi per domare l’audacia di alcuni Baroni che negar gli volevano obbedienza. In ciò il suo competitore in Alemagna, morto il padre e composto le cose dell’Impero, scendeva in Italia alla testa di poderoso esercito. Entrato ne’ nostri confini, se gli dettero il Conte di Fondi, quel di Molise, l’altro di Caserta, e le città di Teano, Capua ed Aversa; e non trovò resistenza alcuna sino a Napoli, ove essendosi ricoverato il Conte di Cerra, non volendo il popolo mancar di fede a Tancredi, si fece grandissima resistenza sotto il comando del napolitano Aligerno Cottone, che governava la città. L’assedio fu stretto ed ostinato, e non era modo che i Napolitani cedessero a patto alcuno: al loro valore s’aggiunse il mal consiglio d’Arrigo, il quale per impedire l’uso dell’acqua alla città, ruppe il condotto che di levante la portava dentro; onde che impaludò nelle vicinanze del Campo. Ciò fece scoppiare un fiero

    morbo, rinvigorito dalla calda stagione, e dalla intemperanza dei soldati tedeschi. Cominciarono a morire in grosso numero; medesimamente ammalatosi l’Imperatore, si sconfidò dell’impresa: laonde, rubato ed arso il contado e l’agro napolitano, fu costretto di levar le tende, lasciando a Salerno la moglie Costanza, ed il nome di Ghibellino, già provvenuto in Italia per le note fazioni della Germania, a tutti coloro che seguiron la parte dell’Imperatore. Napoli fu molto aggradita ed encomiata da Tancredi, ed Aligerno, ricusato per sè ogni onore, n’ebbe in pro del fratello la Contea di Fondi. Non però il Re depose la spada, essendo che gli fu mestieri di punire i ribelli, e cacciar via i Tedeschi dal Reame. Ricordasi per ultima virtù di lui, che i Salernitani, come quelli che intendevano a ricuperar la sua grazia, gli proffersero l’Imperatrice Costanza, presso di loro rifuggita, ed egli, innanzi che dimandarle ragione dell’ostinata guerra onde lo travagliava, la mandò onoratamente al marito in Alemagna.
       Ultimo de’ Re Normanni fu il fanciullo Guglielmo III, che al 1193 succedette al padre. In Napoli si sparse un terrore alla fama delle crudeltà che Arrigo veniva commettendo nelle province, quando, udito la morte del suo temuto emulo, vi ritornava assetato di vendetta. Di vittoria in vittoria l’Imperatore percorrendo le nostre contrade, le sottomise di leggieri alla sua signoria. La madre del picciol Re riparava co’ suoi in un castello di Sicilia; il qual non potendo Arrigo espugnar per forza, ricorse al tradimento. Giurò innanzi alla Corte di rispettar la vita de’ Reali, promettendo alla vedova Regina il Contado di Lecce, ed al fanciullo il Principato di Taranto. Così caddero in poter suo, e l’infelice Guglielmo nel Santo dì del Natale di quell’anno, venuto a’ piedi di Cesare nella Reggia di Palermo, depose nelle sue mani quella corona che la forza delle armi gli strappava dal capo.
       Lo stabilimento della Monarchia recò grandi riforme nelle nostre contrade. Ruggiero s’impose il tìtolo di Re di Sicilia, dove fu coronato, di Duca di Puglia, tenero di quella regione ove i Normanni avevan cominciato le loro imprese, e di Re d’Italia; come pure si chiamavano tutte le terre nostre di qua dal Tevere: poi instituì, ad esempio di Francia, d’onde traeva origine, sette

    grandi uffiziali del regno, sotto ciascuno de’ quali allogò i varii uffiziali inferiori, sparsi per tutto il territorio che gli obbediva. Il gran Contestabile custodiva la spada del Re, ed aveva il supremo coniando delle armi in campagna, ed autorità su’ Contestabili minori, cui era affidato il governo delle città, o d’alcuna parte dell’esercito. Il grande Ammiraglio esercitava il superiore officio nelle flotte, e regolava i traffichi di mare: da lui dipendevano i minori ammiragli delle province e de’ porti, e gli uffiziali marittimi. Il gran Cancelliere serbava il suggello reale; presedeva al consiglio nelle cose civili, e spediva i privilegi e gli editti sovrani. Il gran Giustiziere soprantendeva all’amministrazione della giustizia nelle cause criminali e civili per tutto il reame, le quali eran decise in ogni città da un magistrato detto baiuolo, assistito da un giudice assessore e da un notaio d’atti. Il gran Camerario, Camerlengo, ciambellano era capo di un supremo tribunal di finanze, e vegliava alla casa del Re, all’erario, ed aveva alto potere sopra tutti i tesorieri ed i questori. Il gran Protonotario prendeva cura delle scritture regie; riceveva le suppliche, rendeva legali i diplomi, sottoscriveva e dettava le nuove costituzioni. Il gran Siniscalco provvedeva la Real Casa di viveri, ed aveva ispezione de’ cavalli, delle cacce e delle foreste. Promulgò Ruggiero trentanove costituzioni, a cui Guglielmo I aggiunsene ventuna, e tre sole Guglielmo II. Napoli accettò i nuovi ordinamenti normanni, e gli usi feudali che i suoi primi dominatori avevano recato dagli avi di Normandia, e vide le sue terre partire in feudi, come le altre delle interne province, già in vari modi divise da’ Principi longobardi, e di cui ora nuovamente Ruggiero, riunendole sono la corona, aggiudicava a sè l’alto dominio. Pure ritenne in gran parte le sue consuetudini, tanto nelle forme municipali, che nell’eseguimento delle leggi; se non che per lungo disuso essendo mancati molti nomi greci e romani, appellò con nuove voci alcune sue antiche istituzioni e magistrature.
       Svevi. Se i Longobardi vennero tra noi con la divisa di conquistatori, ed i Normanni a schiera a schiera con abito di pellegrini, e poi tolsero la signoria con la forza della spada e la vittoria, non così fu degli Svevi, i quali per legittima successione nella persona

    di Costanza, chiamata erede da Guglielmo III, erano assunti alla sovranità del reame di Puglia e di Sicilia. Traeva origine il nuovo dominatore da Federico Hoheastauffen, a cui, per la nobiltà della famiglia e l’eroico valore, l’augusto Errico IV d’Occidente aveva disposato la sua figliuola Agnese, assegnandole per dote il Ducato di Svevia. Di quelle nozze nacque un altro Federico, e Corrado che fu secondo Principe di questo nome. Il primo fratello generò un nuovo Federigo, che fu soprannominato Barbarossa, e si rendette celebre per le contese col Pontefice e la lega italica che gli si levò contra. Figliuol di Barbarossa era Arrigo VI, marito di Costanza normanna, il qual succedeva all’ultimo Guglielmo nella monarchia Siciliana due anni prima che cominciasse il secolo XIII.
       I Pugliesi ed i Siciliani qualificarono questo Re col nome di crudele; imperocchè non sì tosto ebbe vinto ì nemici, che, dissotterrato il cadavere di Tancredi, gli fece recidere il capo, e perchè si perdesse ogni speranza futura di discendenza dal real sangue normanno, sconciò siffattamente il fanciullo Guglielmo, che ne morì dopo non molto in prigione, dove ebbe anche confinato la vedova Regina con due figliuole. Dipoi fece strazio de’ Baroni e Prelati che non avevan tenuto da lui; chi volle abbacinalo, chi impiccato, chi bruciato, e quando trattavasi di Normanni, non perdonava nè a donne, nè a fanciulli, parendo che tutti esterminar li volesse. Venuto a Napoli, le sue atrocità non furon minori, desiderando di aver nelle mani il conte di Cerra, che tanto travaglio aveva dato a’ Tedeschi nella loro prima calata. Essendogli stato messo in balìa per tradimento a Capua, primamente lo fece strascinare per le vie più fangose, ligato alla coda d’un cavallo; dipoi ordinò che si appiccasse ad un albero per i piedi, e, sopravvivuto l’infelice Barone, comandò che un suo buffon tedesco gli applicasse al collo una corda, da cui pendeva una grossa pietra, e così barbaramente lo lasciò strangolare. Prima di liberar Napoli della sua presenza impose una grossa taglia sul capo di tutti i cittadini, e nel partir che fece portò seco in Alemagna tutto l’oro e le gemme che potette raccogliere, avendo rapito i tesori e gli arredi della Casa Regale, i quali erano vasi d’oro e d’argento, e panche e lettiere e tavoli dello stesso metallo, e panni intessuti di porpora e d’oro,

    tutto ragunato in molti anni dalla magnificenza de’ passati Re. Delle quali depradazioni narrasi che caricasse centosessanta somieri con infinito rammarico de’ Siciliani, che vedeano in colai guisa condurre via le spoglie del soggiogato reame da genti nemiche e rapaci.
       Era fanciullo al 1199 quando nel reame Federico II succedette al padre, le cui crudeltà fecero congiurar contro di lui la stessa sua moglie Costanza, alla quale stringeva il cuore la sventura in che dallo Svevo fu gettata la sua gente normanna. Prese la suprema potestà in Sicilia Innocenzo III in luogo del giovin Principe, del quale si dichiarò tutore, secondando la intenzione dell’Imperatrice, che annullò a richiesta di lui un patio di Adriano IV con Guglielmo I. Questo Pontefice, levato a sì alto grado in età di trentasette anni, sommo maestro della. ragion canonica, facondo dicitore italiano e latino, semplice e parco in quanto lui solo riguardava, prodigo nel compartir beneficenze ad altrui, dotato di alti spiriti e di maravigliosa fortezza, nella tutela esercitata a favore del real giovinetto si dimostrò terribile a’ suoi nemici. Alla morte di lui già Federico era sialo coronato anche Imperatore in Aquisgrana, nel ventesimo anno dell’età sua, e dava opera a ricomporre le cose del reame, assai mal andate per le usurpazioni de’ Baroni negli ultimi tempi de’ Re normanni; e per l’enormezze a cui erasi abbandonato il padre suo; laonde chiamava a parlamento generale i Prelati, i Patrizii e i deputati delle comunità, e dava nobilissime e provvide costituzioni in Melfi, in Capua, in Palermo e in Messina: poi prendeva a ristorar città abbattute; altre nuove dalle fondamenta ergeva nel regno; Foggia e Napoli decorava col titolo di sede regale; qui nella città nostra riordinava gli antichi studi, con imperiale splendidezza provvedendo al decoro de’ maestri e discepoli. I termini di queste carte non concedono di noverare le grandi opere di questo veramente dotto ed operoso Monarca: eguale in coraggio a’ più chiari Imperadori e Re che lo precedettero, egli li superò tutti nel sapere e nella gentilezza de’ modi; fu sì cortese, che ognuno trovava presso di lui facile accoglienza, qualunque fosse il suo stato, il suo paese o il culto che professava; non era alcuno che avesse alcun pregio e che non fosse a lui strettlo in grande amicizia: onde si circondò di gente per ogni

    maniera di virtù illustre, e la sua Corte fu il convegno de’ più gentili cavalieri e trovatori d’Italia, dove ne’ ragionamenti di severa filosofia o d’ingenue lettere o d’arti leggiadre, cominciò a risonar puro e carissimo quel sermone, alla cui nascita e nel cui vanto l’Alighieri disse primi i poeti siciliani. Queste maravigliose opere di Federico stettero, comechè crudelissime guerre lo premessero impetuosamente in tutti i trenta anni che gli avanzarono di vita. L’elezione de’ Prelati fu la prima cagione di sanguinosi dissidi; dipoi il mancamento di osservanza di alcuni patti, le severe domande, le fiere risposte, le erronee intelligenze e tutte le altre malaugurate congiunture posero stipa all’incendio che lungamente travagliò Roma, Germania, Napoli ed il rimanente d’Italia. Pure Federico sì protestò sempre obbediente alla Sede Romana, e trasse ancora a Gerusalemme per il mantenimento dell’acquisto di Terrasanta, a cui in questa età era rivolto efficacemente il pensiero de’ Cristiani; ed il nostro Re, entrato riverente nella chiesa di Santo Sepolcro, trovava ivi apprestata una corona che nissuno voleva imporre al suo capo, perchè scomunicata da Onorio III. Narrano gli storici che l’Imperatore prendesse di sua mano e si cingesse quella insegna reale. Appellato in Napoli dalle urgenze del reame, sconvolto da Giovanni di Brienne mandatovi da Gregorio IX, Federico accorre e combatte i nemici, nel cui numero deesi contare il figliuol suo Arrigo, che aveva fatto coronare Re di Germania. Ma quando e’ crede di riposarsi dalle fatiche, Innocenzo IV riordina ed arma quella famosa lega di Principi alemanni e repubbliche italiane che rende memorabile il secolo XIII: quindi l’assalisce con tutte le armi che la spirituale e temperai possanza gli poteano fornire. Nondimeno le vittorie de’ Siciliani e de’ Saracini, di cui il Re avea fondato due colonie nel reame, astrinsero il Papa a fuggirsi in Lione, dove chiamò a general concilio i Prelati ed i Principi di Europa. La sorte dell’Imperatore era già decisa negli arcani decreti del Cielo, e fu gridato fuori della comunione de’ Fedeli, e decaduto dal trono.
       Nell’anno 1250, morto Federigo in Ferentino, castello or disfatto in Capitanata, mentre accingevasi a nuove guerre, Corrado suo figliuolo gli succedette nel regno. Per l’assenza di lui tolse

    cura dei reame Manfredi, fratel suo, come volle il padre per testamento. Manfredi era un Principe in cui tutte le doti e virtù paterne si univan così, che fu dello la mano e la mente di Federigo; e bella pruova di animo nobile e leale fu di quetare i tumulti avvenuti in Puglia per la morte del Re, mandare in Sicilia ed in Calabria un suo minor fratello, perchè con la regal presenza tenesse quelle province nell’ubbidienza, intanto che spediva messi a Corrado, facendogli istanza che venisse a prender la corona di sua eredità. Napoli con Nola non vollero mantener l’obbedienza, di maniera che i Napolitani, chiusi nelle forti e ben difese mura della città, tornaron vani gli assedi onde or dalla parte che guarda il Vesuvio, or da quella che risponde a Pozzuoli, gli stringea Manfredi. Eglino non intendevano di arrendersi tra per non mancar di fede al Papa, che conceduto non aveva a Corrado l’investitura, e per il timore che prendevano del nuovo Re, di cui la fama diceva non aver ritratto dal padre generoso, ma dal crudelissimo avo. E veramente non si apponevano al falso; imperocchè disceso colui in queste terre, cinse di modo la città d’assedio, che dentro provenne un gran difetto di vettovaglie. Pure i Napolitani ostinaamente resistevano, e non si furon mai piegati, finchè non ebbero veduto tra loro morir di fame, e per soverchio di spavento, comparire alla marina le galee di Sicilia, che lor toglievano ogni speranza di aver soccorsi dal Pontefice. I più vecchi cominciarono a persuadere intorno che si mandasse per pace: non avrebbesi voluto; pure sopra tutte le volontà potè il digiuno. Ma Corrado rigettò gli ambasciatori; ed avendo con cave e macchine sotterranee scosso le mura della città, la costrinse finalmente alla resa, solo col patto della salute delle persone. Napoli fu posta al sacco delle bande tedesche e saracine, e non si tralasciò atto alcuno di rigore e di crudeltà dall’irato Re: scaccionne l’Arcivescovo, i più valorosi mandò a morire, e volle per mano de’ proprii cittadini abbattute dalle fondamenta le mura, unico avanzo delle gloriose difese degli antichi tempi.
       Di Corrado, morto a Lavello al 1253 nell’età di anni ventisei, non rimaneva che Corradino in Alemagna, fanciullo di due anni; onde Manfredi ritolse il baliato e la difesa del reame. Più tardi si

    udì esser morto il fanciullo, e lo zio s’intitolò Re. Quando fu smentita la novella, Manfredi non ebbe buona congiuntura di deporre il titolo, per cagione che le province erano in sul ribellare, i Guelfi troppi, implacati gli odi contro il nome tedesco, e pochi gli anni del nipote. Ciò scrisse all’Imperatrice, ed in pari tempo si adoperava col Pontefice, perchè non volesse privar la casa di Svevia della corona delle Sicilie. La morte avendo in brevissimo tempo colpito presso che tutti gl’individui della famiglia Imperiale, fu cagione che risorgesse poderosa la parte de’ Guelfi in Italia. I quali non si facendo fallire la ventura propizia, avevan levato a rumore quasi tutte le nostre province, ostinandosi che un Principe latino togliesse il luogo delle genti germaniche. Innocenzo IV aveva offerto il reame a Luigi di Francia, ma il virtuosissimo Re si trovava felice di combattere per l’acquisto del Santo Sepolcro: proponeva la stessa corona a Riccardo, fratello del Re d’Inghilterra; ma questi non volea offendere i suoi congiunti di Svevia. Carlo d’Angiò, saputo di tali pratiche, faceva innanzi la sua persona, quando già il Pontefice, traendosi da’ patti onde entrava con Edmondo, figliuol d’Arrigo il britanno, conduceva un esercito verso ì confini del reame. Manfredi sentiva di che danno fosse alla sua stirpe il risoluto procedere dei guelfi; onde, come seppe del Pontefice già innoltrato in Campania, corse tosto all’obbedienza di lui, ed al passaggio del Garigliano gli teneva la staffa, sopportando con rara fortezza i dileggiamenti dei suoi nemici; perchè Innocenzo, lodatosi sommamente del Re, lo ricevette in sua grazia ed in quella della Sede Apostolica, ponendo in dimenticanza ogni offesa.
       Ciò non di meno per molte cagioni si riaccese e continuò la guerra durante i ponteficati di Alessandro IV, Urbano IV e Clemente IV; nella quale, commossi una volta gli animi dalle scambievoli offese, seguirono molti scandali, s’incorse in lagrimevoli traviamenti, e si venne a tale in Benevento, che nell’ultimo venerdì di febbraio dell’anno 1263 Manfredi, avendo adoperato invano tutti gli sforzi del suo valore contro le armi di Carlo d’Angiò, investito da Clemente IV del reame di Napoli, essendo abbandonato da quelli tra’ suoi ne’ quali meglio confidava, e ormai non più bastando a

    sopportare il suo infortunio, si spinse abbandonatamente col cavallo in mezzo alle spade nemiche, e cadde trafitto da molte ferite. Cosi ebbe fine Manfredi, le cui civili e militari virtù trovano un’ombra nella soverchia ambizion di regnare, e nell’impeto che lo spinse ad operare a suo danno: se violò le leggi della successione, credette di farne scusa la ragion difficile de’ tempi, e il voler mantenere il trono nella Casa di Svevia. Fu dotto in filosofia e nelle matematiche, e dei dotti uomini amantissimo; liberale, non che generoso; più che splendido, magnifico, e l’attestano il porto di Salerno e la città dì Manfredonia, sue egregie opere. Biondo era e bello di persona e di gentile aspetto, umano ed affabile con tutti, e sempre ridente, e di mirabile ed ameno ingegno. Se per temporali ragioni visse diviso dalla Chiesa, nondimeno si apparecchiò in vita il suo sepolcro nel santuario di Montevergine, cui fu sempre devotissimo. Ma la sua sventura lo privò eziandio di quella fossa presso il ponte di Benevento, dove fu gittato e coperto di sassi. L’Arcivescovo dì Cosenza, perchè quella era terra della Romana Chiesa, fece di là torre le ossa, e a lume spento spargerle in riva al fiume Verde al confine del regno.
       Gli Svevi che governarono per settanta anni le nostre contrade ornarono di un nuovo pregio il reame dì Sicilia, e fu quello della corona di Gerusalemme, Ciò provenne da Federico, il quale, impalmando Iole figlia di Giovanni di Brienne, Re di Gerusalemme per parte della moglie, che fu sorella a Baldovino, stato Re in Terrasanta, domandò che il suocero investisse lui del diritto a quel regno, come per dote della figliuola. Furono conservati i medesimi magistrati de’ Re normanni, se non che Federico meglio ne diffinì la giurisdizione, ordinando ancora in Napoli una gran Corte da decidere le cause più gravi, e in Capua un altro tribunale che fu dello Corte-capuana. Pose pure un tribunale di conti, retto da maestri ragionieri. Ma quello perchè si rendette più illustre fu il codice che volle di leggi, maraviglioso per l’età sua. Dopo di aver aggiunto ì suoi decreti ad altri molti de’ primi tre Re normanni, adunato un general parlamento in Melfi, pubblicò in un volume i tre libri delle nuove costituzioni con queste parole: Prendete di grato animo, o popoli, queste costituzioni, da valere tanto ne

    giudizi, che fuori di essi. Le quali noi comandammo che compilasse maestro Pier delle Vigne, giudice della nostra gran corte Capuana, ed a noi legato in fede. Napoli n’ebbe una reggia, una università di studi, ed incremento nelle particolari congregazioni de’ cittadini, di modo che i suoi tocchi, già mutato il nome in sedili a’ tempi normanni, crebbero al numero di ventinove.
       Angioini. Questa dinastia d’origine francese, che ha governato il reame di Puglia per concessione pontificia nel periodo di centosessantaquattro anni, è partita in due rami: il primo, che regnò cenioquindici anni dal 1266 al 1381, fu detto semplicemente degli Angioini, e contò quattro Re, che sono Carlo I, Carlo II, Roberto e Giovanna I: l’altro ramo, cognominato de’ Durazzeschi, durò cinquantanove anni sino al 1440, e noverò anche quattro Re, che furono Carlo III, Ladislao, Giovanna II e Renato.
       La partizione de’ terreni siciliani a’ nuovi baroni francesi, le collette e le taglie imposte non pur sopra le cose che su le persone, la nissuna clemenza per chi militato avea sotto le bandiere sveve facevano fastidioso il nuovo reggimento di Carlo: il quale fermatosi nella città di Napoli, intendeva meno ad essere amato che temuto. Il perchè i popoli siciliani facevan solleciludine in Alemagna, affinchè Corradino, figliuol di Corrado, venisse in Italia al possesso del trono de’ suoi avi. E l’Imperatore, nella giovanile età dì sedici anni, lasciando una madre che soprammodo l’amava, ragùnò un esercito, e, pieno il cuore di nobili speranze, lo condusse nel reame, dove tutto pareva promettergli lietissima ventura: imperocchè il Duca d’Austria, zio di Corradino, giovane anch’esso che di alquanti anni avanzava il nipote, volle tenergli compagnia con molti altri nobili baroni tedeschi; e qui alle schiere alemanne crescevan forza e numero le armi apparecchiale da’ signori Pugliesi e Siciliani, le bande raccolte nelle città ghibelline d’Italia, la flotta di Federigo, infante di Castiglia, ed il gagliardo stuolo de’ Saracini di Lucera. Pure prevalse il consiglio del vecchio Alardo, antica capitano di Francia, ch’era di ritorno dalle guerre delle crociate, ed a cui Carlo volle fidato il governo dell’impresa. Fatto sfogare l’impeto de’ Ghibeilini sopra due bande dell’esercito Guelfo, quando quelli, certi della vittoria, slacciavan gli elmi

    e riponevano le spade, il canuto guerriero con Re Carlo e la terza banda, non mai entrata in conflitto, piombarono sopra di loro, e, sbaragliandoli alla sprovveduta, ne fecero orribile macello. Nella terra di Astura, un Frangipani scoprì Corradino, il Duca d’Austria ed altri baroni tedeschi, in abito di contadini, e, obbligatili a rendersi nelle sue mani, ne presentò il Re: il quale, dopo due mesi di prigionia, li fece condannare a morte per una sentenza che fu sottoscritta da un solo giudice. Qui nella piazza di Mercato a’ 26 ottobre del 1268 sì elevò con lugubre pompa il palco della giustizia; e sopra di esso Corradino vide decapitare il nobil suo zio, e non si tenne dal raccoglierne il teschio sanguinoso dalle mani del carnefice, e dall’inondarlo di pianto; poi ricordandosi di Dio e della infelicissima madre in Alemagna, gittò il suo guanto al popolo, e, adagiato il collo sul ceppo, fu partito in due. Il guanto fu raccolto da un Enrico Dapifero, il quale, mostratolo a Giovanni da Procida, medico e barone salernitano, lo recò da ultimo a D. Pietro di Castiglia, marito di Costanza, figliuola che fu di Re Manfredi. Il Procida era amantissimo de’ passati Re, e, insultato da un capitan di Francia nell’onore di sua famiglia, rivolse l’animo alla vendetta. Molto tempo errò sconosciuto per Sicilia, Italia, Costantinopoli e Spagna, accattando aiuto e buone disposizioni di volontà; ne’ suoi proponimenti entrò pure Niccolò III, al quale era vènuta in fastidio la preponderanza di Carlo nelle cose d’Italia; onde in modo maravigliosamente arcano, tutto fu pparecchiato allo scoppio della congiura contro gl’invasori francesi, come allora li chiamavano. Nella stessa ora di vespero, e nello stesso giorno della seconda festa di Pasqua dell’anno 1282, al terribile grido dell’astronomo Brunetti nella Romagna rispose in Sicilia il grido terribile di Giovanni da Procida, e nelle due contrade fu dato il segno della strage di tutti i Francesi.
       Quel tempo nota la prima divisione della monarchia tra Napoli, dove seguitarono a regnare gli Angioini, e Sicilia, in che presero a dominare gli Aragonesi. Nel 1284 Carlo II succedette al padre; ma rendutosi accorto dalle passate vicende, governò con

    assai benignità il reame, facendovi fiorire le arti di pace, circondato dai più eletti baroni e da una numerosa figliuolanza, nella quale molti si rendettero illustri, e specialmente Ludovico, vescovo di Tolosa; che fu santificato da Papa Giovanni XXII. A questi tempi Napoli fu spettatrice di maraviglioso avvenimento, nella persona di un povero romito delle vicinanze di Solmona, chiamato Pietro. Costui si viveva solitario ed oscuro nella sua solitudine, quando i cardinali, dopo essere stati discordi tra loro due anni e più, presero risoluzione d’innalzarlo alla sede Pontificia in luogo del defunto Papa Niccolò. Non voleva accettare il semplice uomo di Dio, riputandosi nella sua umiltà non esser colonna da tal peso; pure valsero tanto le insistenze di molti, ed anche di Re Carlo, che si lasciò gridare Sommo Pontefice nella città di Aquila. Ma non faceva ancor l’anno che, spaventato dal medesimo peso e dalle iniquità della terra, nella sala maggiore di Castelnuovo, innanzi al Re, a’ grandi officiali della corte e ad un corpo dì cardinali, solennemente depose quell’altissimo e potente fregio ch’è il triregno, e riparò alla cara solitudiue del suo animo, santificato dalla povertà e dalla penitenza.
       Al 1509 Roberto cognominato il saggio fu assunto al trono per decisione di Clemente V, il quale comechè si spettasse il reame a Caroberto, figliuolo del Re dogli Ungari Carlo Martello, prìmogenito che fu di Carlo II, volle schivare che si avessero a congiungere, quando che fosse, le corone d’Ungheria e di Napoli. Con tutto ciò Roberto, uomo giusto e prudentissimo, in tarda età congiunse in matrimonio Giovanna, sua erede presuntiva, con Andrea, figliuol di Caroberto, perchè la corona ritornasse a chi si apparteneva senza toglierla a’ suoi. Egli aveva portato il dolore di vedersi morire in giovane età Carlo suo figlio, che i Napolitani per i grandi suoi pregi avevan soprannominato l’illustre, il quale fu un Principe ornato di tutte le virtù convenienti a Re, religiosissimo, giustissimo, clementissimo e liberalissimo, come l’appella il Petrarca, che assai onorevolmente visse alcun tempo nella corte del padre, da cui ebbe lo stesso manto che portava indosso, quando chiamato, a Roma per esser cinto della corona di lauro, venne a lui, acciò che desse sentenza del suo valore. Morì

    Roberto in alta età, e fu pianto sinceramente dal popolo: lasciò nome del più savio e valoroso Re che fosse a quel tempo, ornato di prudenza, giustizia, fortezza e d’ogni altra civile virtù. Mai non fu il reame così ben governato quanto sotto di lui, sollecito più che d’altro di pace e riposo; perchè tenne in freno gli insolenti e facinorosi che lo turbavano, ed i baroni che l’opprimevano con violenze e gravezze.
       A sedici anni Giovanna I fu gridata regina nel 1245. Non prese la vedova Sancia il reggimento dello Stato, come volea Roberto, ma un Frate ungaro; il qual, messosi ad ingrandire i suoi, indusse tal dispetto ne’ Reali e baroni napolitani, che raccoltisi insieme meditarono la morte d’Andrea e la rovina della genie di lui. Ciò convennero e recarono a fine: ma la Regina ne fece vendetta, condannando all’ultimo supplizio i principali tra’ rei. Nondimeno i ghibellini la tennero complice, spezialmente Luigi Re d’Ungheria, cognato di lei; il quale inalberando nella dieta del reame un vessillo nero, su cui era istoriato l’assassinio di Andrea, invocò il valore de’ suoi sudditi alla vendetta. Lo flotte Veneziane, che attraversavano il passaggio dell’Adriatico, impedirono la calata degli Ungari. Non però la Regina stette sicura: minacciata da presso, riparò col suo nuovo consorte Luigi di Taranto ad Avignone, dove Clemente VI aveva trasferito la Santa Sede; ed il Pontefice, dipoi in solenne concistoro, la disse innocente. Napoli pertanto sentiva il danno delle bande ungaresi, e inorridiva alla villana morte, cui fu dato Carlo di Durazzo, figliuol di Giovanni, ottavogenito di Re Carlo II; il qual Principe, comechè ambizioso, pure era innocente della uccisione di Andrea. La peste, non guari sopraggiunta, indusse gli Ungari alla partita; perchè Giovanna, aiutata dal Papa e da’ Provenzali, ritornò nel reame. Ma qui non lungamente stette in riposo; perciò che, rimasa di nuovo vedova, ed unitasi a Giacomo d’Aragona, e di poi, morto anche costui, ad Ottone di Brunswick, porse sempre più alimento all’odio che le portava Carlo di Durazzo, nipote dell’altro Carlo, già strangolato dal Re d’Ungheria, che vedevasi escluso dalla successione. Fu di tanto potere questo Carlo, che ottenne da Urbano VI la concessione del reame; onde venuto in Puglia, debellò

    le milizie della Regina, raccolse l’omaggio de’ più potenti baroni, ed in breve ebbe piena vittoria; fjnalmento caduta in poter suo Giovanna, la fece barbaramente morir soffocata nel castello di Muro.
       Quattro anni e cinque mesi regnò Carlo III di Durazzo, dal 1381 ai 1386, e furon pieni di guerre ed ambizione; pure perchè ebbe riconciliato fra loro alcuni Stati d’Italia, jNapolitani lo cognominarono della pace. Ma ciò seppe di adulazione, specialmente perchè il titolo fu dato a quella stagione che Luigi d’Angiò, figliuol dell’altro Luigi, marito di Giovanna, avendo avuto già per testamento della Regina il trono di Napoli, si conduceva ad ottenerlo per la forza delle armi. L’impresa di Luigi, accampatosi presso le mura, restò fallita per l’astuzia di Carlo; quale sì a lungo trasse le sfide, che sopraggiunte il settembre, in che guastavasi l’aria nelle pianure dell’assedio, l’esercito angioino non solamente dalla epidemia fu stremato, ma Luigi videne preso e morirne lo stesso condottiero. Fermato adunque il suo dominio, Carlo divenne ingrato al Pontefice nella persona del nipote Butillo Prignano, a cui aveva promesso il Principato di Capua, il Ducato d’Amalfi e il castello di Nocera, se lo zio gli avesse conceduto l’investitura, Urbano punì i cardinali durazzeschi, che credè traditori. Carlo, desiderando nuovi poteri, andò in Ungheria, dove essendo morto il Re, si dichiarò protettore della fanciulla Maria, erede legittima di quella corona: di poi soffiando in una fazione, se le pose a capo, ed invase la reggia, nella quale non guari dopo fu ucciso.
       In Napoli prese il governo la vedova Margherita, facendo gridare in pari tempo Re Ladislao suo figlio. Ma il popolo essendo allora discorde, tra la parte angioina e la durazzesca, non seppe gradire il reggimento femminile, mal consigliato da ambiziosi confidenti della Regina: onde istituito da sè un nuovo maestrato, detto degli otto elesse Re di Napoli un terzo Luigi di Angiò. Furon tali i tumulti e le mischie, che della città, divisa in parti, ogni piazza divenne campo di battaglia, sì che la vedova e i figli ebbero a riparare nel castello di Gaeta. Mentre Luigi era in Napoli, Ladislao diveniva potente per larghezza di doviziose parentele, per favori di baroni durazzeschi, e per aiuti del Papa, che a Gaeta avealo

    coronato Re: laonde si dette alla impresa del reame. Da prima si combattè con varia fortuna, e se non fecero buona pruova le sue armi nell’assedio di Napoli, vi entrò poi con magnifica pompa trionfale. Qui dispiegò l’indole sua, ponendo a morte, o impoverendo i principali baroni, che, quantunque già avessero tenuto dagli angioini, ora veramente gli si davano in fede. Pacifico possessore del regno, volse di poi il pensiero al conquisto d’Italia, allora più che mai partita in piccioli e deboli Stati; perchè, raccolto un esercito, occupò Roma, e minacciò Firenze. Ma il Pontefice dar voleva il reame a Luigi d’Angiò, e, mosso dalla irreverenza e da’ torti divisamenti di Ladislao, lo gridò in contumacia della Chiesa, Per nulla sgomentato, il Re ebbe modo di combattere i nemici, e di ricuperere Roma ed occupar la Toscana, Ma in quella che si apparecchiava a nuovi trionfi, cadde in un morbo fin qui non udito. Quasi un secolo prima che la peste del nuovo mondo menasse tanta strage in Europa, avvelenando la sorgente della vita, Ladislao mostrò segni di morbo d’analoga natura: un medico perugino, insultato da lui nell’onore, non si curò che la figliuola morisse, purchè dello stesso veleno fosse morto anche il Re.
       Di Giovanna II, sorella di Ladislao, a cui succedette nell’anno 1415, molto si racconta nella storia privata della sua reggia. Giovane e bella donna, allogata in pienezza di regal potere, a quei giorni che la gaia scienza e le corti d’amore ed i poeti d’Italia avean promosso un culto per le gentili dame, levandole ad una stima come infinita, non è maraviglia se Giovanna si desse abbandonatamente alle feste, a’ giuochi ed a’ trasporti di un cuor bollente di passioni, a cui già l’invitava l’inchinevol natura di donna e la voluttà che spira il tiepido aere di Napoli. Pure, fra gli odi ed i contrasti sopravvenuti, non le corse sempre allegra la vita, e con la morte de’ suoi più fidati consiglieri, videsi ancora negletta da Giacomo suo consorte. Più crudele travaglio ebbe da Luigi d’Angiò, pretensore ostinato della corona, al quale oppose Alfonso d’Aragona, adottandolo erede. Napoli, commossa da civili dissidi, tenne le parti or di Aragona, or di Francia; ed i baroni, quali dalle promesse allettati, quali dall’odio risospinti, non

    dell’Angioino lodavansi, nè della Regina, e manco dell’Aragonese, tenendo per tutti, e secondo la forza o l’interesse dettava, Alfonso, sdegnato degl’intrighi e della debolezza della corte, obbliosodel benefizio, fu largo d’ingiurie alla Regina: il perchè Giovanna gli sollevò contro Renato, figliuol di Luigi d’Angiò, e si ruppe la guerra. Mantenevanla i due più illustri capitani di ventura del secolo XV, Sforza da Colignola e Braccio di Montone, quegli per Giovanna, questi per Alfonso, e combattendo con varia fortuna, entrambi incontrarono la morte con infinito sconforto degli avvenlurieri Italiani.
       Fu Renato ricevuto con be’ sembianti da’ Napolitani quando venne alla corona per testamento di Giovanna: ma non durò lungo tempo nel reame, dove ebbe molto pregio per la mitezza dell’indole sua, e le lettere e le arti ond’aveva ornato l’ingegno. Alfonso d’Aragona ed i baroni che ancor avanzavano di parte sveva, sveva sollevaronsi contro di lui. La guerra fu combattuta in molti luoghi del reame con varia fortuna, e Renaio avrebbe vinto nella valle di Benevento, se Antonio Caldora, uno de’ famosi capitani di quel tempo, e suo gran contestabile, non lo avesse ingannato, consigliando traditevolmente al Re di suonare a raccolta e trarre alla via di Napoli. Quel tradimento volse la somma delle cose a favor d’Aragona. Alfonso per via di maneggi col Pontefice e col Duca in Milano impedì che Renato ricevesse aiuto d’oltra il reame, intanto che tenevalo stretto d’assedio nelle mura di Napoli. La città mancava di provvigioni, ed era una nuova ferita alle vecchie piaghe che ancor sanguinavano. Nondimeno le milizie ed il popolo tenevan forte, rintuzzando valorosamente gli assalti de’ nemici. Qui amavasi cordialmente il Re per le sue non false nè ingannevoli virtù. Renato era il primo ad imporsi le più gravi privazioni; egli distribuiva egualmente il frumento tra’ cittadini; egli alla testa delle turbe supplichevoli per le chiese; egli in capo a’ guerrieri su le torri minacciate. Ma due muratori usciti per fame additarono al Re d’Aragona un modo agevole di prender la città. Superate le dubbiezze a cui pur volgeva l’animo, Alfonso scelse trecento de’ suoi più animosi soldati, e, commessone il comando a Diomede Carafa,

    li fece entrar di notte in un acquidotlo designato da’ muratori, mentre egli ordinava un nuovo assalto alle mura ad oriente. Quaranta furono i primi guerrieri che usciron per un pozzo, i quali, occupato una porta della città, inalberarono su una torre la bandiera aragonese. Allora Alfonso, rinnovando gagliardissimamente le pruove, insieme a’ suoi ruppe quella porta, a cui soccorsero gli altri usciti dell’acquidotto, ed entrò in Napoli a’ 2 dì giugno dell’anno 1442, quasi nel modo che nove secoli innanzi eravi entrato Belisario. Renato foggi la mal difesa terra, la quale solamente per quattro ore sofferse il sacco, essendo stato il nuovo Re sollecito d’impedirlo per tempo.
       La città di Napoli deriva il suo maggior lustro da Carlo I, il quale anche innanzi che avesse perduto la Sicilia, la rendette metropoli del reame: però durante la dominazione angioina, per ciò che spetta ad ogni ragione delle belle arti del disegno, divenne siffattamente chiara ed ornata, che anche oggidì mostra all’ammirazione universale singolari e non più emulati modelli di arte. Nelle sue mura accolse supremi tribunali; altri nuovi ne vide sorgere, tra cui la famosa corte del vicario, appresso detto della vicaria, istituita da Roberto il saggio, e meglio ordinala da Giovanna II: i quali tribunali decidendo in ispezialità sopra molte ragioni, ed in grado di appello in tutto ciò che ad appellazione era soggetto, ricondussero qui la somma delle civili e criminali faccende di tutto il reame; cui provvedevasi non pur con le antiche leggi, ma con altre de’ nuovi Re che a’ lor tempi si dissero, all’uso di Francia, capitolari; e per ciò che spetta alle forme, regolavansi con riti e maniere di decisioni emesse dalle corti superiori, che acquistavano autorità di legge. Incremento maggiore ebbe la feudalità, e per la nuova nobiltà francese venuta con Carlo, e per le larghezze di lui e de’ suoi successori che avevan mestieri di far numerosa la lor parte, e per le vendite di feudi e di titoli, operate dal bellicoso Ladislao, e per il gran numero di cavalieri, che ad esempio de’ Re Normanni e Svevi, ebbero dagli Angioini il cingolo militare. Nella città, prima di questo ultimo Re, eran diciassette le famiglie nobili di seggi napolitani che possedessero feudi e castelli; dopo la morte di Ladislao già erano ammontate a quarantuna.

       Aragonesi. Costoro regnavano nella Sicilia oltre il Faro, sin dal tempo della divisione della monarchia, imperando Carlo I d’Angiò. Alfonso riunì alla corona di Palermo anche l’altra di questa nostra Sicilia di qua dal Faro, per l’adozione di Giovanna II, e la conquista che fece cacciando i signori Angioini. Così, nel 1442, Napoli fu posta sotto il dominio degli Aragonesi, e vide dipoi cinque Re di questa dinastia succedersi nel breve periodo di cinquantanove anni.
       Primo pensiero d’Alfonso fu di stringersi in pace ed amicizia con la corte romana; imperocchè egli non disconosceva di quanto valore ciò fosse. Ebbe l’investitura da Eugenio IV nel congresso di Terracina al 1443, ma col patto di menar le armi Aragonesi e Siciliane nella Marca d’Ancona, e toglier di signoria Francesco Sforza, soldato di ventura, il qual salilo al trono mercè l’ingegno e il suo braccio gagliardo, ne additava la via a tutt’i valorosi, con rovina di coloro che dovean la lor potestà al diritto della nascita. Riposatosi dipoi dalle fatiche, ed ordinate cose di Puglia, volle rendere anche salda la successione del figlio. Ciò fece alterando le forme dell’antica costituzione, come colui che non chiamò al parlamento i Vescovi, i Baroni e i deputati delle città e terre sì demaniali che feudali, ma solo alcuni baroni in particolare assemblea. Così adempito al primo scopo, nelle leggi che dettò procedette a nuove riforme, onde vennero meno molti statuti pubblici e civili degli antichi Re. Non distolto e molestato da guerre, volse l’animo all’incremento della Monarchia, già scaduta per la debolezza degli ultimi reggitori; ma con ciò introdusse nuove private gare e dissensioni, perchè i baroni napolitani, mal comportando la superbia de’ baroni spagnuoli, gli odiavano; onde tra le due Sicilie pigliavan nuova forza i vecchi rancori angioini, che appresso dovevano scoppiare con ricordevole danno.
       Le opere di lui molto minutamente raccontarono i nostri storici, le quali più che alle vicende politiche del reame, importano alla storia della nostra civiltà: ma quantunque coloro avessero tanto a lungo e gloriosamente toccato delle virtù e delle imprese d’Alfonso, pure a noi basta notar qui, a grande sua lode, le ultime parole dirette a suo figlio, togliendole dalla cronaca di santo Antonino, Arcivescovo che fu di Firenze. Essendo il Re gravemente

    infermo, dice la cronaca, fece venire Ferrante alla sua presenza, già lieto di moglie e di molti figliuoli; e poichè gli ebbe nuovamente conceduto l’eredità del reame di Puglia ed il grande tesoro che ne aveva raccolto, volle lasciargli tre ammonimenti, perchè potesse in tranquillità regnare: Che bisognava tener lontani da lui tutti gli Aragonesi e Catalani, già troppo esaltati, e in lor vece si servisse d’Italiani, e di questi componesse la sua corte, e principalmente di Napolitani, a’ quali conferisse gli offici, e non gli riguardasse, come faceva, di mal viso e come sospetti: Che egli conosceva aver gravato il regno con nuove imposte ed esazioni, alterando anche le antiche, che già eran tante che i popoli non potevano sopportarle: onde le togliesse tutte, riducendole all’usanza antica; Che finalmente coltivasse la pace nella quale lasciavalo co’ principi e le repubbliche d’Italia, e soprattutto si tenesse amici i Pontefici Romani, da’ quali in gran parte dipendeva la conservazione o la perdita del suo reame. La posterità conservò ad Alfonso il soprannome di magnanimo, acquistatosi da lui per la sua quasi illimitata liberalità. In quella beata stagione di secolo che tutt’i Sovrani d’Italia facevano a gara a chi mostrasse più grande amore per le lettere, egli gareggiò o superò tutti col suo entusiasmo per l’antichità, col suo zelo per gli studi, con le sue beneficenze verso i dotti, che da ogni pane chiamava con ogni maniera di allettamenti alla sua splendidissima corte. Egli avea scolpito per istemma della sua casa un libro aperto; e certamente nissun Monarca politico guerriero occupò tanto tempo nella lettura, quanto ne usava egli che sempre seco portava, fin ne’ campi, un Tito Livio ed i comentari di Cesare, ed ebbe sotto il cappezzale ogni giorno alcun libro affin di valersene nelle ore che potea rubare al sonno.
       Non si contenne Ferrante tra gl’insegnamenti paterni, sia per soddisfare al suo fastoso e splendido costume, sia perchè appena morto il padre, gli si alzarono contro competitori al trono, prima Carlo di Viana, figiuol di Giovanni, fratello di Alfonso I, succeduto in Sicilia, e dipoi il Duca Giovanni d’Angiò, chiamato alla conquista dal Principe di Taranto e dal Duca di Sessa, che viveano in grande sospetto del Re. Dal primo nemico fu salvato dalla fede de’ Napolitani, i quali, memori delle virtù d’Alfonso,

    non vollero riconoscere il Principe Spagnuolo, Nelle contese coll’altro durò Ferrante grandi fatiche, e fece mostra d’incredibile valore, spezialmente là a Torricella presso Calvi, quando avvedutosi di un tradimento, ordito con finte proposte di pace dal Duca di Sessa, gli convenne lottare a corpo a corpo, solo, contro le spade di tre gagliardi cavalieri, quali erano il Duca, Deifobo dell’Anguillara e Giacomuccio di Montagano. Pure dalle estremità e da’ pericoli onde l’accerchiava l’ardito Angioino, non fu salvo che per le armi di Giorgio Castriota, detto Scanderberg, Principe d’Albania; il quale, soccorso e giovato da Alfonso nelle sue guerre contro il Turco, ne dimostrò gratitudine verso del figlio. Ma, sebben liberato da questi nemici, Ferrante entrò in nuove guerre con alcuni Stati d’Italia, e contro i Turchi, appellati e spinti nel reame da’ Veneziani, insospettiti e gelosi dell’alto potere del Re; e non uscì di questi travagli che dopo molte vittorie ed un solenne contratto di pace fra lui, il Papa, il Duca di Milano, i Veneziani ed i Fiorentini. Non erasi che appena dato componimento alle cose di fuori, quando i principali Baroni del regno, male aspettandosi dell’alterezza ed avarizia del Duca di Calabria, strinsero tra loro una lega, invitando all’acquisto di Napoli Renato d’Angiò, ultimo superstite de’ Principi durazzeschi, e nipote dell’altro Renato che Alfonso aveva discacciato dal reame. La trama fu scoperta, e si venne alle armi, onde tutta la Puglia fu subito avvolta fra tumulti e sedizioni, fatte vive e rinascenti da quelli che, avidi di cose nuove, speravano nel turbamento dell’ordine pubblico render migliore la sorte di loro. Varia e piena di pericoli andò la fortuna dell’impresa, di che la città nostra udì solo novelle e vide poi la fine, la qual solamente è qui uopo toccar di volo. Il Conte di Sarno ed Antonello Petrucci furono i più solleciti promotori della congiura, e questi fu incolpato dalla posterità sia per essersi messo spontaneamente in quella, o per averla nascosa al Re, del cui cuore veramente volgeva ambo le chiavi. Ora eglino essendo i capi con i figliuoli del Petrucci, se fossero colli a mezzo dell’opera, sarebbe caduto l’animo agli altri Baroni. Ciò venne in mente al Duca di Calabria, e conferitone con suo padre, sotto colore di splendide nozze tra una nipote del Re ed un figliuol del Conte,

    ebbero in mano sì costui, che il segretario ed i figli. Furono condannati a morte, e dopo sei mesi decapitati su un alto palco dentro le mura di Castelnuovo al cospetto del popolo, che a capo nudo e in ginocchio si pose a contemplare specialmente lo spettacolo del temuto vecchio Petrucci.
       Prese Alfonso II il regal reggimento nel 1494, e senza l’ingegno e l’animosa indole del padre, per vendicarsi de’ ribelli Baroni non si curò del decadimento della monarchia, la quale, alimentandosi delle imposizioni e delle gravezze de’ popoli, si affievoliva nella comune miseria. Preso di spavento alla vicinanza di Carlo VIII, unico successore delle ragioni Angioine al trono di Napoli, rinunziò la corona a Ferdinando suo figlio, fuggendosi a compier la vita in Messina tra i monaci Olivetani. Ma Ferdinando II aveva sortito diversa natura dal padre, coraggioso e sollecito. del pubblico bene, quando conobbe che con tutte le armi raccolte non bastava all’impeto de’ Francesi, che già superavano le frontiere del reame, sciolse i sudditi da’ lor giuramenti, a fine di risparmiare i mali di una guerra civile, o dell’ira del vincitore, ritirandosi nell’isola d’Ischia. Carlo non fu lasciato lungo tempo dominatore di Napoli, dove entrò in pomposo trionfo. Ferdinando il Cattolico, Re di Spagna, mosse Gonsalvo di Cordova in soccorso del Principe Aragonese, il quale con quelle armi trovò facil modo di ritornare sul trono. Ma dopo pochi mesi uscì acerbamente di vita, lasciando al 1496 la corona a Federigo suo zio, figliuolo che fu secondo di Ferrante I.
       Federigo, Principe ornato dì regie virtù e caro alle muse, fu in Napoli con allegrezza di ciascuno gridato Re, e benedetto da Papa Alessandro VI. Avrebbe egli voluto ritornare la pace ne’ suoi dominii, ma le lunghe discordie tra i Principi di Europa, le non mai cessate contese tra i Reali dì Napoli, e con la Santa Sede, le guerre intestine, e le ribellioni per le gravezze generali, avevan renduto nullo d’ogni forza il reame. Perciò disperando d’ogni soccorso, e quasi dalla sua povertà rispettato, vide tra’ Re di Spagna e di Francia disputarsi la sua corona, e come le terre pugliesi fossero partite tra’ due contendenti, e quali contrasti provvenissero

    tra gli Spagnuoli e Francesi confinanti, e come, dopo il celebrato combattimento fra’ tredici cavalieri di Francia e gli altrettanti d’Italia, nella pianura di Quarata, Gonsalvo da Cordova cacciasse i Francesi dal reame, riunendo le due Sicilie sotto la signoria di Ferdinando il Cattolico nel 1503
       Il quale, nel 1506 entrato in Napoli con grandi speranze del popolo, vi tenne un parlamento di Baroni e deputati delle città regie, confermando i privilegi e le grazie de’ passati Re. Ma ciò si ridusse a semplici e benigne parole, ed i Napolitani le sopportarono mancanti di effetto; pure produssero mala aspettazione; dimodochè se eglino ancor si tacquero quando il Re alle antiche imposizioni sovrimpose nuove gravezze, si levarono a grandissimo tumulto allorchè volendo quegli introdurre l’ecclesiastica Corte della Sacra Censura, cacciaron furiosamente il grande inquisitore oltre ai confini; e non si sarebbero racquetati, se Ferdinando non avesse innanzi al popolo solennemente promesso di non rimenar mai più nel reame quel tribunale, contro i cui tentativi nominò una commessione che ancor durava nel 1793.
       Il tempo Aragonese segna un periodo di splendore per le scienze, le lettere e le arti, di che abbiam già fatto parola. Alfonso il Magnanimo tenne presso di sè un adiutorio, o Consiglio, composto de’ maggiori giureconsulti dell’età, col nome di Regia Udienza, e con essi proponeva e dettava leggi, rispondeva alle domande de’ sudditi e determinava le controversie di più alta importanza. Ricomponeva l’amministrazione della giustizia, istituendo il tribunale del Sacro Regio Consiglio per le supreme appellazioni: la qual corte ebbe tanta estimazione di giustizia e sapienza legislativa, che ad essa, come volle il Re, appeliavasi da lutti gli Stati che in Ispagna ed in Italia obbedivano a lui; le sue decisioni si tennero come canoni di leggi, e furono non pur rispettate, ma usate per testo ne’ maggiori tribunali di Europa. Ancora, fu meglio ordinata con nuovi regolamenti la gran corte della Vicaria, e si vollero riuniti in uno, e retti da maestri ragionieri, i tribunali della Regia Camera e della Zecca; finalmente si videro sorgere i tribunali particolari per l’arte della seta e della lana, a cui si diede grande incremento. Il numero de’ Baroni crebbe oltremodo, ma

    non contenuto negli antichi termini, per ciò che la nuova dinastia, sollecita di procurarsi universal favore, largì loro nuovi poteri, sino alla giurisdizione criminale, e li decorò con nuovi titoli ed onori. Il popolo napolitano ottenne molte grazie ed assai privilegi, di che fu messo insieme un volume. Tutte le imposizioni si strinsero ad un annuo tributo di un ducato per ciascuna famiglia, ed Alfonso impose a sè ed ai suoi successori di tenere udienza ogni venerdì esclusivamente per udire un avvocato, nominato per difendere i poveri. Nondimeno l’arbitrio de’ successori d’Alfonso non tenne ragione degli antichi ordinamenti. I nostri Sedili si ridussero a manifestazioni di vanità per le famiglie nobili, che ne aumentarono il numero, e per le genti di mercatura, le quali, perchè vivevansi splendidamente e secondo le usanze patrizie, furon nobili dichiarate. Ciò produsse una gara, tanto più perniciosa, quanto le guerre continue più obbligando i Re ad imporre nuove tasse, il peso ricadeva su le non grandi fortune; onde la rovina e la povertà degli ordini mezzani de’ cittadini, i quali, già dimentichi dell’età ducale, miravano con indifferenza lo scadimento della monarchia. La quale si dee ben dire che costituisce un fatto importante nella storia di queste contrade. Le due Sicilie, e spezialmente il reame di Puglia, furon dette per eccellenza il Regno, tanto ebbonle in pregio i dominatori di Europa, e tale presero superiorità sopra gli altri Stati della penisola. Ma appunto questo pregio fu alimento alle disastrose vicende della Monarchia, destando la cupidigia di genti forestiere, che in ogni modo con arti e con armi se ne contrastarono avidamente il possesso. Se apparve gloriosa e potente sotto i primi Re, la stessa altezza delle sue condizioni la spinse in decadimento, perocchè le grandi fortune sempre mossero il sospetto e la gelosia de’ potenti vicini. Le quali cagioni si fecero più operose, quando le sfrenate lussurie, l’avidità, le esigenze in alti e splendidi vizi si congiunsero con la povertà dell’ingegno e delle doti più necessarie al reggimento delle Stato: e con ciò non fecero poca somma i saccheggi, le violenze, l’esser sottentrate alle milizie cittadine le mal fide e rapaci compagnie di ventura, la nessuna difesa e il difetto de’ mezzi a provvedervi.

       Governo Vicereale. La Storia viceregnale, che ebbe principio nel mese di maggio dell’anno 1503 abbraccia il lungo periodo di 232 anni, nel quale i fieri proconsoli inviati al nostro reggimento, comechè di nome, d’indole, di genio diversi, tutti appaion fermi a compiere l’atroce impresa di spegnere in questa bella e ricca regione ogni alto sentimento che mal si affacesse al pacifico servaggio addimandato dall’orgogliosa metropoli; di accostumare le genti a gretto e disperato vivere; di distruggere la naturale fortezza di animo che fece i padri nostri gloriosi sì nelle arti della pace, e sì in quelle della guerra; di tener sempre vivo ed acceso il fuoco delle domestiche dissensioni, e di far esso abominevole sussidio all’imperio. Prove ne siano le leggi di quella tristissima età, la più parte scritte col sangue, come si disse delle antiche di Dracone, per rendere colla severità delle pene aspri i dolci e miti costumi d’un popolo vivace, gaio, docile, immaginoso e punto non inchinevole alle cupe e feroci passioni che mal potrebbero allignare in questa terra felice e sotto questo cielo beato. Se le pratiche di quella trista politica non giunsero a snaturare del tutto gli animi, valsero non pertanto a rendere squallido e deserto il nostro bel paese; il cui ozio fu tanto celebrato da’ romani poeti Virgilio, Orazio, Silio Italico e Stazio.
       Difatti, sottoposto questo paese a Monarchi lontani; affidato a mani straniere ora deboli, ora crudeli, facevano i Vicerè della sovranità lo strumento di vandaliche oppressioni. Rarissimi furon coloro che si sforzarono, durante il loro governo, a renderlo men duro ed a volgere lo sguardo alla pubblica prosperità; gli altri, de’ quali molti tristi, parecchi pessimi, non fecero che accumulare sulle misere popolazioni tutti gli orrori d’una straniera dominazione. Prove ne furono i lidi esposti a’ saccheggi ed alla schiavitù di corsari africani; il traffico delle granaglie divenuto il monopolio di pochi, lasciate in abbandono le migliori terre da coltura, e convertite in boschi e paludi; a lungo tempo vendute le regalie; alienate non poche città demaniali; posti a mercimonio i titoli ed i pubblici uffizi; introdotte nuove imposte fiscali; depresse le lettere, le scienze e le arti; l’ozio ed il vagabondaggio tollerati senza rossore. Da ciò, malcontento, penurie, pestilenze, e popolari

    tumulti forieri di convulsioni e di maggiori perturbamenti a noi derivarono. A far compiuta questa ingrata descrizione è forza aggiungere, che la nobiltà trovossi avvilita nel consorzio di coloro che nuovi titoli di Barone, di Conte, di Duca, di Principe avevano comperato; i seguaci delle parti Sveva, Angioina ed Aragonese ammiseriti e spogliati; ben pochi rimessi negli antichi loro possessi, erano in molte guise travagliati ed afflitti. Così per circa quarantasette lustri da Ferdinando il Cattolico a Carlo VI Imperadore, le province di qua e di là del Faro, ora più, ora meno infelicemente furono governate, e ridotte a tale, che della prisca civiltà loro non potevano senza lagrime ricordarsi.
       Narriamo frattanto di volo i più memorabili avvenimenti. Da Gonsalvo da Cordova, nominato da Ferdinando il Cattolico, sino a Giulio Visconti, cacciato dalle armi di Carlo Borbone, Napoli fu governata da quaranta Vicerè e venti Luogotenenti, i quali ci vennero or da Sovrani Austro-Spagnuoli, or da Spagnuoli, ed or da Austriaci. Sotto il nominato Ferdinando amministrarono le cose del reame dal 1502 al 1513 il Cordova, i Ripacorsa, il Guevara Viceré, il Remolines ed il Villamarino, Luogotenenti. Il Cordova, partito dinanzi per le guerre d’Italia, era qui ritornato allora che Carlo V assunse il supremo potere in luogo di sua madre Giovanna la Pazza, unica figliuola del Re Cattolico, maritata all’Arciduca Filippo. Nelle guerresche imprese di questo famoso Monarca, Napoli, tuttochè sprovveduta di armi, mandò pure alla gran giornata di Pavia una schiera de’ suoi, capitanata da Alfonso d’Avalos, la qual penetrando dove la mischia era più folta e sanguinosa, affrontò con impeto i cavalieri di Francesco l, e non cessò di menar furiosamente le mani, sinchè non costrinse alla resa quel celebre Re che fu cinto cavaliere dal Baiardo.
       Quattro Vicerè, ed altrettanti luogotenenti novera l’Impero di Carlo, dal 1514 al 1535. I primi sono il Lanoia, il Moncada, l’Orange, il Toledo; gli altri il Colonna, il Carafa, un altro Toledo ed il Pacecco. Fra di essi solo del terzo e del quarto rimasero i nomi congiunti a memorabili vicende della nostra città. Il Re di Francia, che mai non ristava dal pretendere il reame di Napoli, collegatosi coll’Inghilterra e con Venezia, ed intimato nuova

    guerra al nostro Re, spinse un esercito in queste province. Lieta fortuna accompagnava i Francesi per terra ed i Veneziani per mare, quelli rivocando alla loro obbedienza le più cospicue terre di Puglia, e questi le più popolose contrade del littorale; finalmente rendutesi Capua, Aversa, Acerra e Nola, il condottiero Lautrech, in su l’autorità e virtù del quale si riposavano le supreme cose della guerra da parte di Francia, pose il campo da oriente a settentrione di Napoli, circondandola dalla collina di Poggio-reale, su cui egli si collocò, sino al colle di Capodimonte, dove affidò il comando al cantabro Pietro Navarro, il cui nome è sì chiaro nella storia delle artiglierie. Filippo Doria ammiraglio correva le acque de’ golfi di Napoli e Salerno. La città, all’annunzio della guerra e dell’assedio, restò quasi deserta, perchè tenevasi mal animo degli Spagnuoli; onde chi avea facoltà o qualità si fu ben tosto ritirato ad Ischia, a Capri e alle altre isole vicine. I Baroni rimasi eran di fede sospetti, e la maggior parte Angioini: il popolo tra per lo timore e lo sdegno d’una contesa che non volea sostenere, si vedea a processioni per le strade, supplicando con pianti e lamenti il Cielo, che il togliesse da’ travagli, e da una signoria che se non abborriva, non amava. In ciò la penuria cominciava a tornar molesta, tanto che le milizie spagnuole e tedesche n’erano assottigliate: laonde facevasi proponimento dal Principe d’Orange, capo degl’imperiali, di armare tutt’i cittadini napolitani. Ma peggio riusciva il rimedio che il male; imperocchè se i Napolitani alcuno avesse allora riunito, e dato a ciascun di essi una spada o un moschetto, queste armi non si saprebbe dire contro di chi sarebbonsi rivolte. Avvisatosi per tempo dell’imprudente consiglio, il Principe mutò pensiero, e trasse a combattere la flotta di Filippino, inconsapevole del nuovo infortunio che avrebbe colto gl’Imperiali nelle acque di Capo-d’Orso, presso la costa d’Amalfi, dove venuti alle mani coi Reali, n’ebbero piena rotta, e nel feroce combattimento Don Ugo Moncada e Cesare Ferramosca restarono uccisi, feriti l’Avalos e il Colonna, prigionieri il Salerno, il Santacroce, il Gobbo, e molti altri illustri capitani e gentiluomini. Questi fortunati successi mossero Lautrech a rincalzar l’assedio della città

    e per averla più prestamente in potere, ruppe l’acquidotto della Bolla che menava dentro le mura. Egli ignorava quanto periglioso era tornato lo stesso spediente ad Arrigo Svevo quattro secoli innanzi. Napoli per l’abbondanza delle polle interne non ne ebbe a patir molto, ma immenso e spaventevole danno scese sul campo de’ reali; imperocchè le acque, divertite dal canale, allagando impaludarono in que’ dintorni, e corrotta però l’aria, si levò micidiale epidemìa, la quale, raddoppiata di forza per la peste, che già serpeggiava dentro e fuori di noi, tracollò subitamente la fortuna del Re di Francia, stremando le sue milizie, e conducendo a morte lo stesso condottiero Lutrech, il quale lasciò il suo nome al poggio, dove aveva alzato i padiglioni nella speranza di ottener vittoria.
       Non negarono gli storici a Don Pietro di Toledo altissimo ingegno a governare uno Stato; nondimeno se potesse per avventura rivocarsi in dubbio l’eccellenza della sua virtù politica, ne farebbe giudizio la rivoltura che cagionò in Napoli alla metà del secolo XVI, quando, confidatosi troppo ne’ suoi primi accorgimenti, e sconoscendo l’indole de’ Napolitani, intese a stabilir tra noi il tribunale del Santo Officio. Egli non trovando da provvedere altrimenti sopra i fatti di due frati Luterani qui venuti, dove non era loro da coglier gran frutto, attesa la fermissima credenza e la fedeltà napolitana, rapportatone a Cesare, ed affermativamente avendone avuto risposte, ottenne da Roma un breve d’introduzione al Sant’Officio, ed al 1547 il fece affiggere alla porta del Duomo. Il cartello, svelato in una volta i divisamenti del Vicerè, produsse una mormorazione, un tumulto, una rivolta. A capo di essa si pose Tommaso Anello da Sorrento, capitano di piazza (specie di ufficial municipale), il quale rappresentava l’opinione di tutto il popolo. Corsero furiosi all’Arcivescovato, e con altissime grida lacerarono la scritta: nondimeno i capiparte furon citati davanti a Geronimo Fonseca, reggente della Vicaria. Ma il popolo accorse a Castelcapuano, e, prorompendo in imprecazioni e minacce, domandava il suo Masaniello. Il pericolo consigliò il reggente di condursi a prender parere dal Vicerè in Castelnuovo. La sua tardanza ingenerava sospetto, cresceva il tumulto, e quando la campana di S. Lorenzo, dove

    era la sala del popolo, chiamava all’armi tutta la città, rompevasi in aperta ribellione. Non si potendo più tollerar l’indugio, tre uomini di nobile stirpe, Cesare Mormile, Giovanni di Sessa e Ferrante Carafa, spartito in tre bande il popolo, ciascuno con la sua prese una via diversa, da convenir tutti là dove si sarebbero imbattuti nel reggente. Lo trovarono a S. Chiara; il quale, senza risponder bene alle inchieste, traevasi dietro la calca. Ma come fu giunto a S. Lorenzo, la campana del comune suonava a martello, mettendo nuovo incitamento negl’incitati spiriti. Uomini, donne, fanciulli, gente d’ogni affare strinsero il Reggente in mezzo, e, messo mano alle coltella, si giungeva a’ termini provocati dall’ostinatezza di lui, quando vedutosi in fin di vita, mandò a Castelcapuano, che si lasciasse Masaniello in libertà. Un grido d’universal contento rimbombò d’intorno, ed il nobil Carafa, correndo alla Vicaria, si tolse, in groppa del suo cavallo l’ardito popolano, e lo condusse per la città, la quale applaudendo alla liberazione del suo capitan di piazza, ritornò nella tranquillità di prima.
       Passato il reame a Filippo I, fìgliuol di Carlo, dal 1555 al 1598 avemmo sei Vicerè, i quali furono l’Alvarez, il de Rivera, il Lopez, il Giron, lo Zunica e il d’Ossuna; e sette Luogotenenti, che furono il Mendozza, un altro Toledo, Manriquez, il Cueva, il Perenotto, il Simanca e un altro Zunica; de’ quali chi fu Duca, chi Marchese, chi Conte, chi Principe, chi Cardinale e chi Vescovo. In questo periodo la storia nostra segue le vicende della Monarchia di Spagna, e ci ha sol menzione de’ ladri di strada pubblica, de’ danni arrecati dal Duca di Guisa nella guerra tra il Re contro i Principi collegati con Paolo IV, e della pane che presero molte nostre galee alla vittoria che D. Giovanni d’Austria riportò contro i Turchi nelle acque di Lepanto. Medesimamente si trova in tutta l’età che dal 1599 al 1621 regnò Filippo II, e governarono i Vicerè Ruiz di Castro, Pimentel, Fernandez di Castro e Giron, ed i Luogotenenti di Castro, Borgia, Zapatta e Gamboa, chi Cardinale, chi Duca e chi Conte. Gli avvenimenti pubblici della città in questa stagione hanno importanza sol perciò ohe spetta a qualche particolare della civiltà della nazione.

    Quarantaquattro anni regnò Filippo, finchè morendo ebbe lasciato il trono a suo figlio Filippo III, che il tenne sino al 1665. Questo Re mandò in Napoli dieci Vicerè, i quali furono il Duca d’Alba, il Duca d’Alcalà, il Conte di Monterey, l’ammiraglio Enriquez, il Duca d’Arcos, D. Giovanni d’Austria, il Conte di Ojnatte, il Conte di Castrillo, il Conte di Pegnaranda, ed il Cardinal d’Aragona, ed il solo Luogotenente Beltrano di Guevara. Tra i fatti memorabili di questo tempo, il tumulto del 1657 occupa lungo periodo di considerazioni nelle opere degli storici Napolitani, e se qui si volesse comprenderne tutte le molte e varie cagioni, si farebbe opera al nostro scopo non punto conveniente.
       La gravezza delle imposte per alimentare le guerre in che si travagliavano gli Spagnuoli non era più da sopportare: i Vicerè, ignari i più della politica ed economica amministrazione dello Stato, avevan posto a gabella le carni, la farina, e sino il pesce; perchè la minuta gente, costretta dal caro a privarsi di ciò che più indispensabile tornava alla vita, cominciò a fremere di sdegno. Pose fuoco all’esca un nuovo balzello del Duca d’Arcos sopra le frutta. Eran quattrocentomila ducati che se ne traevano per la sola città: ma quel danaro parve cavato per rapire al popolo il suo ultimo conforto, privandolo del solo nutrimento che di leggieri potevasi procurare, e che tanto necessario ritorna a chi abita come noi in contrada meridionale. Scoppiò impetuoso il tumulto. Un secondo Masaniello, messosi alla testa de’ più arditi, li condusse al palagio del Vicerè, dove con altieri e risoluti modi chiedettero l’abolizione della gravezza. Il Duca accondiscese: ma secondo ciò che interviene in ogni rivoltura civile, ottenuto il poco, si pretese anche l’annullamento di tutt’i nuovi dazi imposti da’ giorni di Carlo V, essendosi nelle assemblee di quel Re fermato di mantenersi solo quelli del tempo suo. Il popolo nell’impeto del furore, e tra gli strepiti e la confusione, non udì le parole del Cardinal Filomarino, che buoni provvedimenti aveva ottenuto dal Vicerè. Le milizie spagnuole ritiraronsi in Castelnuovo, ì sollevati corsero furibondi per tutte le contrade, e non serbando alcun temperamento contro ogni ordine di persona credute

    nemiche, empirono la città di saccheggi, di fuoco e di uccisioni. Masaniello divenne il capo de’ ribelli, e sotto il comando di lui, Napoli ottenne dal Duca tutte le grazie e le franchigie concedute dal Re Cattolico e dall’Imperial suo nipote; e ciò con pubblici capitoli, fatti ad istanza del Cardinale, ne’ quali il Vicerè dichiarava il sedizioso tribuno capitan generale del popolo. Non però cessarono le pubbliche calamità: Masaniello, ebro della sua dittatura, non si seppe guardar da’ traditori, seme che germina vigorosamente ne’ tumulti degli Stati; onde, fattasi una rivolta contro lui, si vide perduto. Fuggì nella chiesa del Carmine, e dal pergamo prese con alta voce a ricordare al popolo quanto avea fatto per esso; ma ciò non valse, e fu costretto a riparare e nascondersi sul primo ordine del campanile, dove un Cataneo, un Ardizzone e un Dama, tre fuorbanditi raccolti dal Duca di Maddaloni, avendolo scoperto, lo posero a morte. Il capo di lui, troncato dal busto, fu in cima ad una picca portato come in trionfo per la città, e veduto e deriso da quella medesima plebe, la qual poche ore innanzi e per nove dì l’aveva acclamato e seguito. Pure questa stessa plebe, due giorni dipoi, tumultuando nuovamente per la mancanza del pane, ricordatasi di Masaniello, passò subitamente dall’odio all’amore, e, tolto il teschio reciso dalla porta Medina, dove trovavasi esposto, lo unì al corpo, che giaceva ancora insepolto nella piazza di Mercato, e fattegli solenni esequie, lo seppellì con molta pompa nella chiesa del Carmine; quindi ritornò al saccheggio ed alle uccisioni. E benchè giungesse D. Giovanni d’Austria con promesse di grazie e di perdono, si volse piuttosto al Duca di Guisa, discendente dagli Angioini, il quale, in pomposi titoli simulando la sua ambizione, si fece eleggere Duca della nuova repubblica napolitana. Nondimeno D. Giovanni non si smarrì nelle difficili condizioni in cui si trovava: rimandato in Ispagna il Duca d’Arcos, autore odiato di tanta sventura, qui veniva il Conte d’Ognatte, sperandosi che il popolo, ritornando al dovere, non più infellonisse contro un nuovo Vicerè. Ma il popolo dimostravasi ostinato, tanto più che una flotta francese offerivasi a pro del Duca di Guisa. Ad impedire che le nuove milizie pigliassero terra, molte furono le opere di D. Giovanni, contro le quali

    fa uopo al Guisa che corresse ad opporsi fuori di Napoli. Ciò era quello che volevano i vicereali; imperocchè, assalito i quartieri della città con grande vigore, il popolo fu obbligato a dileggiare da’ siti affortificati, e dove credeva che gli fosse rimase il baloardo del Carmine, Gennaro Annese, stato fin qui anima e consiglio della rivolta, lo cedette traditevolmente nelle mani di D. Giovanni. N’ebbe in compenso la forca, insieme con Luigi Ferro, altro capoparte popolano, che indarno aveva tentato di aiutar la fortuna del Duca di Guisa, costretto a fuggir del reame. Così per que’ subiti cangiamenti che sogliono avvenir nelle umane cose, questa rivoluzione, che, sorta quasi improvvisamente, era durata nove mesi, ebbe fine in poche ore, dopo di aver prodotto orridi mali per feroci e sanguinose discordie nella città.
       Duravano ancora i funesti effetti del popolar tumulto quando al 1656 in Napoli fu una crudel pestilenza. La portarono i soldati spagnuoli venuti su una nave di Sardegna, i quali, pigliato qui pratica senza alcun provvedimento, la sparsero ne’ luoghi bassi della marina, il morbo si diffuse con ispaventevole rapidità e forza; la città fu piena di morti; cadaveri nelle case, nelle strade, ne’ monasteri; mancavano il tempo e le braccia all’opera del seppellire, e le vie, una volta usate e percorse da numerosa popolazione, erano ingombrate dall’erba. Vuolsi che Napoli avesse perduto in quella memorabile pestilenza meglio che trecentocinquantamila abitanti.
       Il Cardinal d’Aragona, ultimo Vicerè di Filippo, tornava in Ispagna a far parte del consiglio di reggenza alla morte del Re, a cui succedeva nel 1665 Carlo II nell’età di quattro anni, il quale negli altri trentacinque che gli avanzarono di vita mandò in Napoli sette Vicerè, che furono D. Pietro Antonio d’Aragona, D. Federico di Toledo, D. Antonio Alvarez, D. Ferrante Foxardo, D. Gaspare de Haro, D. Francesco Benavides e D. Luigi della Zerda, ed un Luogotenente nominato D. Girolamo Colonna, Era l ultimo Vicerè nel reggimento dello Stato, quando succedette a Carlo per testamento il nipote di Luigi XIV, Filippo Duca d’Angiò, secondo nato dell’erede di Francia. Ma contrastando il trono a Filippo, che fu quarto tra noi, l’Imperator Leopoldo, si

    apprestavano gli eserciti a decidere la gran lite. In Napoli la plebe era indifferente; i patrizi, amanti dell’Austria, fecero mal viso; perchè concordatisi con Cesare nelle speranza di aver reame indipendente, assemblee meglio costituite, nuovi privilegi, titoli e terre, convennero insieme in una congiura, che fu della di Macchia dal Principe di tal nome, che, giovane, povero, loquace, ambizioso, aveva tutte le qualità per menarla arditamente innanzi. Il Vicerè n’ebbe indizio per lettere intercette: cominciavano le carcerazioni e le condanne; però i congiurati, precipitando le mosse, levaronsi a subito tumulto nel 1701. Fatta inutile opera alle porte del Castelnuovo, la turba furiosa irruppe per le vie più affollate, sperando di levare il popolo a rumore: ma il popolo ricordò che i patrizi lo avevano nella congiura di Masaniello abbandonato solo e senza difesa al rigore del Vicerè d’Ognatte, e volle vendicarsi dì essi, alteratamente ricusando di entrar ne’ loro fini. Pure la città non fu esente dalle rapine e dalle uccisioni. I castelli tuonavano a morte, le ciurme delle galee, discese ed armate, assaltavano la torre di Santa Chiara, occupata da’ patrizi per inalberarvi la bandiera Imperiale; ed espugnatala, facevano strage de’ congiurati. Macchia ed alcuni fuggirono; altri molti vennero prigioni. E della tentata rivolta nulla rimase che una memoria, alla qual soccorse la clemenza di Filippo, che, venuto in Napoli, rimise le colpe di maestà, dette titoli a nobili di sua parte, abolì molte taglie, donò alquanti milioni di ducati al fisco, dimostrandosi a tutti benigno e piacevole. Il clero, i baroni e il popolo decretarono in segno di gratitudine un dono al Re di trecentomila ducati, e che si alzasse in bronzo una statua equestre nella piazza maggiore della città.
       Ancora ad un solo Vicerè di Filippo obbedì Napoli nel Duca di Ascalona, il quale al 1708 ceder dovette il luogo a’ Vicerè Austriaci, che sino al 1734, in numero di dieci, si succedettero rapidamente nel governo delle cose nostre: essi furono il Conte di Martiniz, il Conte Daun due volte, il Cardinal Grimani, il Conte Borromeo, il Conte di Gallas, il Cardinale Scrattembach, il Principe Borghese, il Cardinale di Althann, il Conte di Harrach, il Balì Portocarrero (solo Luogotenente), e Giulio Visconti.

    Costoro vennero da parte di Carlo VI, quando prese il dominio del nostro reame per le convenzioni della pace di Rastadt. Ma Carlo di Spagna, nato di un Re proclive alla guerra, e d’una Regina sollecita della grandezza de’ figli, forte sentiva la sua ragione su queste contrade; però dolevasi de’ travagli che le nostre province pativan da’ ministri Imperiali, e non di leggera efficacia gli sembravano gli aiuti di Clemente XII. Laonde, pieno il cuore di liete speranze, e risospinto dalla gloria delle armi, mosse nella giovenile età di diciassette anni ad un’alta impresa, cui invitavalo il suo diritto, la religione e la pietà d’una terra, la quale indarno lottava in secolari sventure per ricuperar la perduta dignità di Stato indipendente.
       Nel lungo periodo del reggimento vìcereale accaddero molti cangiamenti negli ordini governativi della città, i quali se fino al Re Cattolico ritrassero da quelli di Francia, d’onde li portarono i Normanni e gli Angioini, da Ferdinando furon rimutati secondo le forme di Spagna. Rimasi i grandi officiali della corona a poco a poco col titolo e senza più, il Vicerè soprintese ad un supremo consiglio, che si disse collaterale, composto prima di due, e in fine di cinque reggenti, i quali non ebbero officio nelle due segreterie, l’una di pace, l’altra di guerra, a cui direttamente vegliava il Luogotenente del Sovrano. Con queste due corti aveano attenenza i diversi uffiziali ragionieri, l’uditor generale e gli uditori minori dell’esercito, delle galee e delle castella. In mancanza del Vicerè, l’autorità governativa era assunta dal Collaterale, il quale, perchè mai non fossero interrotte queste sue nobili attribuzioni, ad ogni cangiamento di Vicerè avea il privilegio di far decorrere qualche ora innanzi che cedesse il potere ad altri, per esercitare in quel breve periodo di tempo la potestà vicereale. La gran corte della Vicaria ed il Sacro Regio Consiglio, ricomposti in un solo edificio, ebbero incremento, aumentandosi il numero de’ magistrati e delle sale d’udienza: ancora furon ristorati i tribunali minori. Tutta la somma delle cose era regolata da un Supremo Consiglio, detto d’Italia, che reggevasi o in Madrid o in Vienna, secondo che qui si obbediva a Spagna, o ad Austria. Non è a dire delle condizioni economiche ed amministrative: senza

    leggi, senza provvide consuetudini, le opere pubbliche eran poche, particolari, non necessarie, d’utile non al comune, ma a’ reggitori di esso; unica e soia la strada di Roma. La beneficenza, nelle cui opere i Napolitani non han pari nelle civili comunanze, era tutta, non che municipale, ma vorremmo dir quasi individuale, perchè menata innanzi da particolari ordini di persone con benefizi di privali: sol questa non valsero ad impoverire i Vicerè, i quali con nuovi tributi, donativi e gravezze di ogni maniera, pensato a sè ed a’ loro, ogni anno spedivano i tesori di Napoli per alimentar le guerre, a cui soprattutto i più tristi Napolitani avevan parte. Imperocchè, per levar soldati, non usandosi la via della sorte, raccoglievansi condannati, prigionieri, vagabondi ed uomini sedotti ed obbligati dall’arbitrio de’ Baroni: così i pessimi, allogati nel più nobile officio di cittadini, mandavansi via a guerreggiare in Italia e in Ispagna, intanto che qui milizie straniere ai danni dell’ordin civile crescevano le offese al pubblico costume: laonde mancando leggi, usi, esercizi, tradizione, fama, sentimento di sè, il nome di milizia, tenuto già in grandissimo onore, era doloroso ed abborrito.
       Ristorazione della Monarchia-Borboni. Eccoci finalmente all’epoca avventurosa di quella fondamentale riorganizzazione che formando l’indipendenza dell’antica Monarchia di Ruggiero, venne a dare termine alle tribolazioni delle Sicilie. Null’altro fin qui abbiam narrato che corte prosperità, lunghi disastri, ed altre vicissitudini strane abbastanza d’un’acerba fortuna, che troppo misera fecero la condizione degli avi nostri. Laonde, dopo tante romorose volubilità d’accidenti per variato dominio, fia utile epilogare in brevi concetti quali fossero i progressi della civiltà nell’anno 1734 allorchè l’immortale Carlo III assicurava il conquisto della meridionale parte d’Italia.
       Per la confusione de’ codici era la giustizia nella sostanza e nelle forme sagrificata. A misura che le leggi perdevano d’autorità, la pubblica morale s’affievoliva. Nella magistratura quasi sempre prevalevan gli arbitrii; i ricchi per la loro proprietà, i poveri per la loro salvezza tremavano; i popoli dovunque amareggiati per capricciosi perdoni e per arbitrarii castighi. Le migliori leggi erano

    dalle sottigliezze forensi pervertite; il ceto de’ curiali intrigante e corrotto. Cattiva, imprevidente, meschina, al pari dell’avarizia, chiamar si poteva la finanza, che tutte le sorgenti della ricchezza pubblica disseccava ed impoveriva. Spenta ogni buona economia; esausto il tesoro, i suoi regolamenti nè togliere gl’insopportabili aggravi, nè mitigarli potevano. Arbitraria ed erronea era l’amministrazione civile; sconosciuti i più salutari effetti delle leggi municipali. Qualche bell’opera, appena condotta a fine, era presto dal tarlo dei rigiro e del privato interesse insidiata e corrosa. Esposto il regno a tutti i mali della licenza militare, corrotta. ancor di più dal vizioso esempio de’ capi. Di forze temporali era tuttavia possente la Chiesa; e quanto più le filosofiche dottrine insegnavano il discredito delle religiose virtù de’ ministri del Santuario, tanto, più questi non si ristavano dal regolar da zelanti le credenze del popolo. Era la feudalità nel suo pieno vigore. I nobili alteri ognora e sprezzanti; indifferenti al bene ed al male delle classi inferiori. Il loro orgoglio era cresciuto in proporzione dell’avvilimento e della sommissione de’ loro vassalli. Da ultimo, pretensioni esclusive; soverchia rimembranza del passato; amarezze suscitate da interessi locali e personali, diffidenze, rancori erano non meno ingrati elementi del nostro stato in que’ tristi tempi di sciagura e d’obbrobrio!
       Noiato intanto il regno del presente e dal futuro allettato, faceva Ogni sforzo per ricomporsi. Era impossibile che i Napolitani soffrir potessero la perpetua condanna di vivere da schiavi sotto l’arbitraria sferza di stranieri proconsoli. Non più sommesse a barbare genti aliene di lingua e varie di cosiumi, chiedevano le Sicilie elevarsi a regno indipendente, avere il suo Re, e valersi delle proprie armi per sostegno e difesa dell’indipendenza. Era insomma arrivato il tempo in cui i Cieli alle future prosperità di Napoli si preparavano. Un conquistatore di fortuna e di genio dovea mostrarsi ai novelli sudditi, ed al genio ed alla fortuna di Carlo III di Borbone fu riserbato il merito sublime di guidare e di secondare la Restaurazione della Monarchia Napolitana.
       La storia patria ci ha narrato con quanto plauso fu quell’amato Principe acclamato, festeggiato ed accolto; bastando aggiungere,

    che la purezza de’ suoi costumi, la rettitudine del suo cuore, la sagacità del suo spirito gli agevolarono il sentiero alle meditate riforme.
       Dal 1734 a’ dì nostri novera Napoli sul suo trono quattro Sovrani della gloriosa stirpe di Errico IV. Prese e tenne il nostro Carlo la corona del reame per cessione del Re Filippo suo padre IV di Napoli e V in Ispagna per voto unanime delle Sicilie, e per effetto delia pace tra le potenze allora belligeranti, le cui condizioni relative all’Italia convalidarono a Carlo di Borbone la conquista delle Due Sicilie e delle piazze marittime della Toscana; all’Imperator Carlo VI i Ducati di Milano, Mantova, Parma e Piacenza; a Carlo Emmanuele III le città di Tortona e Novara co’ rispettivi territorii, e cinquantasette feudi delle Langhe; a Francesco di Lorena sposo di Maria Teresa e futuro Imperadore, il Gran Ducato di Toscana. Al nostro Carlo impertanto spettavasi cessare i lunghi danni, e ristorare dalle sorgenti tutte le ragioni di uno Stato, fin qui tenuto in conto di lontana provincia. Alla bella opera era inteso quando la guerra della successione pose i Napolitani in nuovi travagli; imperocchè gli Austriaci, varcato i nostri confini, e minacciando alteramente gli Abruzzi, ponevano in pensiere fin la stessa metropoli, la quale sprovveduta d’ogni argomento di difesa, rivolgevasi a Carlo. Il Re, raccolto prestamente un esercito, uscì a campo contro il nemico, e nel 1744, in sul punto di esser fatto prigione in Velletri, riuscì a rincacciar gl’Imperiali con grande loro strage. A questi dì la città fu nuovamente turbata per l’introduzione del Santo Officio. Finchè segretamente l’Arcivescovo ebbe apparecchiato luogo, suggello, carceri, e nominato anche gli uffiziali, il popolo si tacque; ma come fu vista e letta nell’Episcopio una tavola che portava il nome dell’odiato tribunale, tumultuò con grida furibonde. Soccorsegli la giustizia di Carlo, il quale con solenne editto riprovò i procedimenti del prelato Napolitano, e la città, soddisfatta e lieta, e sempre generosa verso i suoi Re, votò alla benevolenza del Principe un dono di trentamila ducati. Il qual Principe ella sommamente amò, perchè, tornatala nella perduta dignità, provvedevala di ottime leggi e di propri magistrati; franca la rendeva dagli

    abusi de’ tribunali, de’ Baroni e di qualunque altro ordine che non fosse di popolo; rispettata da’ vicini, e dagli Stati forestieri, ed ornata di splendide opere, vuoi di pubblica utilità, vuoi di diletto. Felice corse quel tempo al Re ed a’ sudditi; le oppressioni vicereali dimenticate, le feudali alleggerite, certa la pace, avventurosa la reggia di molta prole, il vivere abbondante, le opinioni del Principe e del popolo concordi. Se vi fu giorno di dolore a’ Napolitani, quello è da dire del 1759, che videro partir da loro l’amatissimo Monarca alla volta di Spagna, chiamato alla successione di quel reame. Tutti corsero alla marina, il molo e le vie circostanti non capivano le genti, accalcate e stipate fin sull’alto degli edifizi, ed a quel grande addio se si pianse di tenera gratitudine, furono sparse poi lagrime di ammirazione, quando si seppe che il Re Carlo, giunto presso le acque di Capri, togliendosi dal dito un anello, dissepollo dalle rovine di Pompei, lo mandò a’ Napolitani, dicendo esser cosa non di sua, ma di lor pertinenza.
       Fu assunto al trono Ferdinando IV, com’ebbe stabilito suo padre per rinunzia, dopo di aver dettato la nuova legge costitutiva della Monarchia. La città di Napoli, allegra e tranquilla nella prima festevole gioventù del Monarca, ammirò le sue sollecitudini per immegliare e promuovere i traffichi, migliorar l’erario e la interna amministrazione del reame, provvedere all’incremento della pubblica istruzione, alla sanità, agli ordini municipali ed a’ bisogni di Uell’ esercito. La lunga pace finalmente si turbò, ma non per cagioni spontanee delle nostre province; le quali in tutte le loro, rivolture avean dimostrato sino allora questa indole, che i civili tumulti, per nulla riguardando alla somma delle cose o alle ragioni più astratte degli ordini governativi, avean soltanto correlazione a certe specialità o individualità, le quali tolte di mezzo, cessava ogni rumore. Ma la Repubblica Francese pigliò a convertire in Repubbliche gli Stati d’Italia; e vi fu di molti che abbagliati dal vano splendore del nuovo ordine, si lasciaron persuadere che la città, dopo sei secoli e mezzo di Monarchia, riprenderebbe stabilmente l’antico reggimento che Ruggiero mutò. Al 1799 i Napolitani cangiarono forme governative, magistrali

    economici, giudiziari, ragionieri; e con ciò gli usi e i costumi, se non voltarono al pessimo, certo non più ritrassero da quelli benigni e mansueti de’ nostri maggiori: gli odi e le gare rinacquerò feroci tra il popolo ed i Baroni, le vendette si aprirono larga via, e tra le contese forestiere e domestiche, dall’una parte e dall’altra fu sparso molto pianto e sangue. Ma la Repubblica ebbe quel risultamento che soglion le Repubbliche avere. Mentre Re Ferdinando, dopo un primo ritorno in Napoli nel 1801, era di nuovo trattenuto nella Sicilia oltra il Faro, Napoleone mandava a governare il reame di Napoli prima Giuseppe, suo fratello, e poi Gioacchino, suo cognato. Il periodo di tempo che i Francesi stettero qui, noi siam soliti di addomandarlo decennio, in che mutati secondo le forme di Francia i nostri ordini governativi, avemmo officiali d’ogni maniera di nomi diversi, la feudalità abbattuta, il clero regolare disciolto, e mille altri cangiamenti. Il popolo fu preso air amo delle feste, dell’abbondanza della moneta, e di quel non sappiam che di splendido e glorioso onde apparivano in guerra gli eserciti Francesi; ed anch’essi i Napolitani, benchè sotto forestiero vessillo, fecero in Ispagna e in Italia prodigi di valore. Pure come volle la fortuna dei Re, cadde Napoleone dall’altezza del suo potere, e con sè trascinò alla rovina tutt’i suoi, Nel congresso di Vienna tra’ Sovrani alleati, fu qui ristabilito il legittimo trono nel 1815, e Ferdinando ritornava a’ suoi domini, batteva monete, intitolandosi primo Re del suo nome nelle due Sicilie, contraeva illustri parentadi, istitutiva l’ordine cavalleresco di San Giorgio, ed in ciò attendendo a ristorare la Chiesa, e quella parte delle nuove leggi che poco o nulla affacevasi a’ nostri costumi. Gli ultimi giorni di questo Re furon contristati dalla rivoltura del 1820, la quale dopo nove mesi ebbe fine per 1a venuta dell’esercito Austrico, mandato dall’Imperatore Francesco a rifermare l’indipendenza della corona Napolitana.
       Succedette al trono paterno Francesco I nel 1825, secondo la costituzione di Carlo III, rinvigorita dal testamento del defunto Re. Il nuovo Monarca non fu lieto di lunga vita, perchè compir potesse la ristorazione di tutte le minute parti che pongono insieme l’ordine governativo, a cui del continuo rivolgeva la mente; pure

    ne’ cinque anni del suo reggimento molte leggi emendò, i disordini corresse in alcune istituzioni della milizia e de’ traffichi, principalmente adoperandosi a rimeritare le virtù civili, istituendo un ordine di cavalleria, cui dette il suo nome. Non però di meno avanzavan le profonde piaghe del pubblico erario, le ristorazioni da arrecare nell’ordine delle magistrature per la giustizia che previene e che punisce i delitti, i provvedimenti per la più perfetta amministrazione delle province, le riforme domandate dalla scarsezza e da’ bisogni dell’esercito; avanzavano i sospetti e le paure delle passate calamità; e più di tutto mancava alla nazione quel poter morale e la dignità onde si ha rispetto e considerazione in Europa. A ciò sin dal 1830, quando succedette all’augusto genitore, soccorreva magnanimamente, superando le comuni speranze, Ferdinando II felicemente regnante. Il quale a prescindere dalle virtù che tiene dalla eccelsa sua stirpe, altre come proprie ed innate di lui a preferenza rifulgono, fra le quali la pietà, la clemenza, e la governativa saviezza. Il suo regno è già sì fecondo di memorabili fatti, da formare voluminoso subbietto d’interessantissima storia, sopratutto per l’amore dell’ordine che è stato e sarà sempre il suo direttivo principio, e per quello della prosperità pubblica ch’è lo scopo d’ogni suo desiderio. Imperciocchè, prese appena le redini del governo, sollevando il cuore de’ suoi popoli alle più belle speranze, imprese con generosi sforzi a perfezionare l’esercito; migliorare le sorgenti produttrici del nostro fertile suolo; proteggere il commercio e l’industria; far molto più bella la nostra Napoli; multiplicare le opere pubbliche d’ogni sorta ed in ogni parte de’ suoi continentali ed insulari dominii. Allorchè nell’anno 1848 l’Europa centrale per un istante scuolevasi all’urto d’inaspettata sciagura, il regno delle Due Sicilie saldo si tenne come rupe a piè della quale frangesi il flutto della tempesta, che minacciava il sovvertimento dell’ordine politico-sociale. Agli indefessi sforzi del Re fu dovuto il rìpristinamento dell’ordine; l’energica volontà di lui, la grande attitudine e le profonde vedute di questo Principe han ricondotto al vero loro principio gli elementi conservatori del sovrano potere e del riposo de’ popoli.

       E poichè il nostro patrio scrittore dà termine a questo articolo coll’indicare in brevi concetti quali fossero allora le diverse cariche dello Stato; e come questo fosse da Re lontano col mezzo d’un Vicerè governato, noi dobbiamo del pari far cenno de’ diversi Ordini che costituiscono presentemente l’essenza del nostro politico reggimento. Così potrà il cortese lettore notare i sommi vantaggi a noi derivati dal progresso della civiltà, e dal perfetto equilibrio de’ poteri con provvide ed opportune leggi fondamentali l’uno dall’altro separati e distinti.
       La Sovranità nel regno delle Due Sicilie è Monarchica ereditaria. Gli alti legislativi emanano dal Re, o di proprio moto, o a proposta de’ suoi ministri, udito il suo Consiglio ordinario di Stato, e talvolta anche veduto il parere della Consulta generale del regno. Questi atti son distinti in leggi, quando formano principii da servir di regola a tutt’i sudditi, in decreti, ove si tratti di casi particolari, ed in rescritti, allorchè contengono decisioni sovrane non appartenenti alle categorie delle leggi e de’ decreti. Il consiglio di Stato ordinario, che si compone di que’ Consiglieri di Stato che sono nominati Ministri di Stato, e de’ Ministri Segretari di Stato è preseduto dal Re. In assenza del Re, ed in assenza o mancanza del suo primogenito, il consiglio vien preseduto da uno de’ consiglieri Ministri di Stato scelto da Sua Maestà. Ancora, ci ha un consiglio di Ministri, in cui i Ministri Segretari di Stato conferiscono e preparano gli affari che abbisognano della risoluzione sovrana: ne è presidente lo stesso Consigliere Ministro di Stato, il quale, come abbiam detto di sopra, vien deputato dal Re a presedere il Consiglio di Stato ordinario in sua assenza, ed in assenza o mancanza del Duca di Calabria.
       Tutti gli affari del governo sono distribuiti e diretti in dieci generali dipartimenti, i quali formano dieci Reali Segreterie e Ministeri di Stato, e sono i seguenti — Reale Segreteria e Ministero della Presidenza del Consiglio de’ Ministri, e sue dipendenze — Degli affari Stranieri — Di Grazia e Giustizia — Degli affari Ecclesiastici e della Pubblica Istruzione — Delle Finanze e sue dipendenze — Degli affari Interni e sue dipendenze— De’ Lavori Pubblici — Di Guerra e Marina e sue dipendenze — Della Polizia generale — Degli affari di Sicilia residente in Napoli presso il Re — Ogni Real Segreteria e Ministero di Stato

    è affidato ad un Ministro Segretario di Stato, o ad un Direttore interinamente. La residenza del Re potendo stabilirsi nell’una o nell’altra parte del regno, in quella dove il Re non dimori ci ha un Luogotenente Generale, alla cui superiore vigilanza è affidata la direzione de’ pubblici affari. Vi è deputato o un Principe della famiglia Reale, o un ragguardevole personaggio.
       Il Ministero della Presidenza, succeduto nel 1816 airabollto Ministero della Cancelleria è distribuito in due ripartimenti, è destinato alla conservazione del gran Sigillo Reale, a conservare e registrare le leggi, i decreti originali, ed ogni altro atto governativo sottoscritto dal Re, alla compilazione e stampa officiale di tutte le leggi e di lutti i decreti che contengono disposizioni legislative, a presentare le proposte di Reali decreti per le nomine del Luogotenente generale del Re, de’ Consiglieri e Ministri di Stato, de’ Ministri Segretari di Stato, di tutt’i componenti della Consulta Generale del Regno, ed ancora per la nomina, le istruzioni, e concessione della facoltà dell’Alter-ego a’ commissari reali quando ne faccia mestieri. Dipende da questo ministero tutto ciò che riguarda gli ordini cavallereschi che si conferiscono dal Re, o i reali permessi per far uso delle decorazioni straniere. Gli Ordini cavallereschi che si conferiscono a’ Napolitani o agli stranieri sono cinque, e di tutti gli Ordini è gran maestro il Re. Quello di S. Gennaro fu instituito da Carlo III Borbone nel 1738, e la sua divisa è una fascia rossa, ed una gran Croce sulla sinistra del petto. Quello di S. Ferdinando e del Merito instituito nel 1800 da Re Ferdinando I ha per insegna la croce ed il nastro bleu che sono di varie grandezze e si portano in vario modo secondo il grado di gran croce, commendatore o cavaliere. L’ordine Costantiniano che alcuni storici vogliono di antichissima origine e il cui grado di gran maestro fu trasmesso a’ Borboni per lunga successione di Costantino il Grande, de’ Comneni, de’ Farnesi, ha per insegna una croce, ed il nastro di color cilestro. L’ordine di S. Giorgio della riunione venne fondato da Ferdinando I nel 1819 per celebrare la riunione delle Sicilie in un solo Regno: il nastro è di color cilesiro ornato di giallo scuro, e la croce ed il nastro di varie dimensioni secondo i gradi di gran croce, commendatore e cavaliere. L’ordine di Francesco I, instituito da questo Re nel 1829, otrre la croce, ha il

    nastro rosso con orli bleu, ed ha gradi di gran croce, dì commendatore, di cavaliere: di quest’ordine, come del precedente, vi sono anche medaglie di oro e di argento, gradi inferiori a tutti i mentovati. Finalmente da questo ministero hanno dipendenza la real Commessione di beneficenza, e la Consulta generale del regno. La prima fu istituita nel 1831 per soccorrere i poveri in nome del governo, e nulla ha di comune con le case di beneficenza e luoghi pii laicali che in tutte le province sono affidati ad un Consiglio detto degli Ospizi e si compone di un presidente e dì quattro deputati, ed ha di rendita oltre ad ottantamila ducati. La Consulta generale del regno si divide in due Consulte speciali, l’una per Napoli, l’altra per Sicilia, si riuniscono entrambe quante volte le cose da trattare fossero comuni ad ambedue; e semprechè il Re giudica opportuno far discutere in questo Consiglio affari d’ogni maniera, se ne dà special commessione nel Real Nome. I voti sono consultivi, ed un consigliere ministro di Stato, prescelto dal Re tra’ Napolitani e Siciliani, presiede alla consulta generale, ed interviene al Consiglio di Stato. Ventiquattro sono i consultori, sedici Napolitani per la Consulta di Napoli, ed otto Siciliani per quella di Sicilia. Da ultimo la Consulta ha facoltà di discutere ed avvisare sopra i ricorsi delle parti, che impugnano le decisioni delle due gran Corti de’ conti.
       Al Ministero degli Affari stranieri, che è diviso in tre ripartimenti, appartiene la negoziazione, stipulazione, ed osservanza dei trattati di pace, di alleanza, di commercio e di navigazione con le potenze straniere, la formazione, spiegazione e conservazione della cifra; la nomina degli ambasciadori e di ogni altro ufiziale diplomatico e de’ regi consoli, la corrispondenza con essi e con gl’inviati delle potenze straniere presso il Real governo; la nomina e direzione dei corrieri di gabinetto; la spedizione de’ passaporti per fuori regno e la legalizzazione di carte che vengono dallo straniero.
       Il Ministero di Grazia e Giustizia distribuito in tre ripartimenti è destinato a ordinare e vegliare tutte le parli che compongono il potere giudiziario, all’esercizio di tutte le funzioni che ancora rimangono dell’estinto uffizio di gran protonotario del regno, a provvedere alle dispense matrimoniali per impedimenti civili, alle

    dimande di cittadinanza, a qualsivoglia oggetto che si riferisca all’amministrazione della giustizia. Dipende da questo ministero la real Commessione de’ titoli di nobiltà instituita nel 1833 ed ordinata ad esaminare la legittima trasmissione de’ titoli, ed i diritti di coloro che ne fanno uso. Della sua composizione e di quant’altro la riguarda si dirà a suo luogo.
       Al Ministero degli Affari Ecclesiastici, che è composto di quattro ripartimenti, appartiene la proposta di leggi, di decreti, e di regolamenti per qualunque obbietto relativo a cose ecclesiastiche; la vigilanza per la diligente esecuzione del Concordato con la Santa Sede del 1818; la spezial cura per lo adempimento delle leggi intorno alla circoscrizione del regno; rispetto alle giurisdizioni delle autorità ecclesiastiche; la disciplina e polizia ecclesiastica per tutti gli affari concernenti le relazioni che l’ordine ecclesiastico ha con lo Stato; la nomina de’ soggetti a taluni benefizi e dignità ecclesiastiche; la tutela economica degli stabilimenti ecclesiastici e degli Ordini religiosi; le disposizioni per concessione del Regio Assenso a nuove fondazioni ecclesiastiche; la corrispondenza con tutti gli Arcivescovi e Vescovi e co’ superiori provinciali e locali degli Ordini religiosi. Fa parte di questo Ministero la Pubblica Istruzione, la quale abbraccia le case di educazione; i licei; i collegi; le scuole; le scienze; le belle arti; le società e le accademie corrispondenti; le biblioteche ed i gabinetti scientifici il protomedicato; i teatri; gli spettacoli; le feste e le cerimonie pubbliche; la revisione de’ libri; i soccorsi e gli incoraggiamenti agli studenti; a’ letterati poveri ed agli artisti.
       Appartiene al Ministero delle Finanze la proposizione e l’esecuzione delle leggi che riguardano tutta la generale amministrazione finanziera, e comprende sotto la sua dipendenza varie direzioni ed amministrazioni, a ciascuna delle quali è affidata una parte speciale dell’amministrazione. Sono principali tra queste la Tesoreria Generale destinata a raccogliere tutti gli introiti, e provvedere a tutti gli esiti necessari al governo, per la sicurezza e per la difesa dello Stato; l’amministrazione del Banco distribuito in tre casse distinte, al quale fu aggiunta una cassa di sconto; un’amministrazione generale delle monete che provvegga alla monetazione ed a stabilire i valori di esse; una direzione generale del

    Gran Libro debito pubblico; una de’ dazii indiretti, la quale comprende i varii rami della navigazione del commercio per la parie finanziera, i dazii di consumo, le privative; un’altra della cassa di ammortizzazione e demanio pubblico, la quale comprende l’amministrazione del pubblico demanio, lo stralcio delle direzioni disciolte, de’ beni donati rinfrancati o reintegrati allo Stato; un’amministrazion generale del bollo e registro; varie direzioni de’ dazii diretti, e la borsa nella quale si fissano i cambii con le piazze estere e nazionali, ed il corso de’ pubblici effetti. Appartiene a questo Ministero di proporre al Re la nomina de’ componenti la Gran Corte de’ Conti; l’amministrazione superiore de’ beni ceduti dalla Real Casa alle Finanze; le Commende Gerosolimitane; gii avanzi disponibili; i maggiorati dei Reali Principi secondogeniti fratelli del Re; l’ammortizzazione del debito pubblico; la regia strada ferrata; i telegrafi elettrici per la parte amministrativa; il Commessariato Civile per gli affari della Regia Sila.
       Il Ministero degli Affari Interni provvede alla proposta delle leggi, de’ decreti e de’ regolamenti spettanti alla generale amministrazione civile; veglia all’adempimento delle leggi e de’ regolamenti concernenti i consigli provinciali, distrettuali, ed i decurionati; alla circoscrizione del territorio comunale ed alla sua ripristinazione quando i limiti ne fossero violati; alla polizia amministrativa; alla divisione de’ demani; agli archivi generali e provinciali; agli atti dello stato civile; alla chiamata delle reclute; alla compagnia de’ Pompieri; a’ campisanti; agli annali civili; all’agricoltura, industria, manifatture, miniere, ed al commercio interno ed esterno; all’amministrazione generale delle acque, foreste e caccia; ai pesi e misure; all’annona; alla statistica ed alla salute pubblica. La tutela di quest’ultima è affidata in Napoli ad un Supremo Magistrato, e ad una Sopraintendenza generale che dipendono da questo ministero: al primo appartiene la parte deliberativa, ed all’altra la parte esecutiva del servizio sanitario. Il supremo magistrato è composto di dieci deputati e d’un presidente, e la sopraintendenza è formata dal soprantendente, da un segretario generale, e da vari ufficiali. In ciascuna provincia tutto ciò che riguarda il servizio sanitario interno è confidato agli uffiziali comunali, il servizio marittimo a varie deputazioni. Quella di Napoli ha due deputati i quali si scelgono in

    giro fra’ componenti del magistrato, e prendono il nome di guardiani del porto. Sono eziandio alla dipendenza di questo Ministero gli Istituti di Beneficenza ed i loro edifizi, de’ quali avrem campo di parlare.
       Non fia vano intanto il conoscere, che nel 1806 gli ospedali e gli asili per i mendichi, luoghi ne’ quali eseguivansi svariati lavori da coloro che per misera condizione ivi erano accolti, e davasi ogni maniera di sovvenzioni a’ bisognosi, furon posti sotto la giurisdizione del Ministro dell’Interno. E fu ordinato, che gl’intendenti dovessero far parte de’ governi di tutti gli ospizi ed ospedali ch’erano in ciascuna provincia, che avesser voto nelle giunte che ragunavansi, ed alla fine di ciascun anno usassero il diritto di conoscer l’andamento amministrativo de’ luoghi mentovati. Nel 26 di dicembre del medesimo anno essi furon nominati a presidenti di tutti i luoghi di beneficenza, con obbligo di dar particolare contezza della loro condizione al Ministro, proponendo il modo per renderla sempre più fiorente.
       Due anni si passavano e tutte le congreghe ed i luoghi istituiti pel bene dei poverelli, regolati da laici, furono aggiunti agli altri che per l’innanzi erano stati conceduti al ministero dell interno. E l’anno appresso un consiglio generale fu creato altresì per amministrare tutt’i luoghi di beneficenza della metropoli, e per vegliare diligentemente la loro amministrazione; fu medesimamente istituita una giunta amministratrice per regolarne i particolari concernenti l’entrata, la spesa e la disciplina interna. Di dodici deputati si componea il consiglio, a cui l’intendente presedeva: la giunta avea tre ufficiali. Le quali disposizioni fermate per il consiglio di Napoli furono estese per le province, dove vennero destinati tanti consigli, che rispondessero al loro numero, ed ìstiluite eziandio commessioni amministrative, che dovean dimorare ne’ luoghi dal consiglio designati.
       Nel 1810 però, per rendere più prosperevole gli ospizi di beneficenza si fermò che dovean esser considerati come sezione de’ comuni, per godere in egual modo di quanti privilegi sono a quelli conceduti, e poscia in tutti i comuni si crearono commessioni destinate a vegliar particolarmente qualsiesi opera di beneficenza; e ad allontanarne gli errori, che involontariamente o per dolo

    faceansi, venne imposto che il governo e la riscossione dell’entrate di tutti i luoghi pii laicali del regno fossero affidali al ministero dell’interno.
       Opportunissimo tornò poi a regolare il reggimento di tutti gli asili di carità insieme ragunati in giorni non lieti, assoggettandoli all’amministrazione generale degli ospizi, un decreto nel 1815. Il consiglio generale e la commessione amministrativa furon disciolti. Tutti gli asili di mendicità ed i grandi ospedali ebbero particolar governo, che si componea di un soprantendente e di due governatori. Da ultimo la Casa Santa dell’Annunziata e l’ospedale dei Pellegrini, i quali erano stati miseramente disertati, sursero vigorosi per entrate largamente concedute e per saggezza di regole avvedutamente ordinate. Pertanto, per accorrere a’ nuovi bisogni degli asili e de’ luoghi pii laicali, statuivasi che i consigli degli ospizi delle province continuassero nelle loro funzioni; e le commessioni amministrative seguitassero a regolare l’amministrazione de’ monti, degli ospedali, delle cappelle e d’altre pie fondazioni; e con assai provvidenza nel 1832 fu disposto che nell’andar dell’anno 1835 venissero rinnovati tutti gli stati discussi de’ luoghi pii laicali amministrati dalle commessioni comunali, o governati da ecclesiastici. Si fermò eziandio la regola da seguitare nel farsi qualsiesi spesa di culto.
       Al presente l’Amministrazione generale della Beneficenza è regolata così: Alcuni Consigli detti degli Ospizi e moltissime commessioni amministrative sono destinati a vegliarla, a tutelarla e a dirigerla in ogni occorrenza che risguardasse alla sua prosperità. I consigli sono nelle città capitali delle province e le commessioni ne’ comuni. A’ primi è dato di regolare l’andamento generale degli Stabilimenti di Beneficenza, e de’ luoghi pii laicali. In queste denominazioni son compresi gli ospedali, gli orfanotrofi, i conservatorii, i ritiri, i monti frumentari e di pegni, di maritaggi, di limosine, le arciconfraternite, le congreghe, le cappelle laicali ed in fine qualunque istituzione, legato ed opera, che con qualsiesi nome o titolo sono destinate ad aiutar gl’infermi, gl’indigenti e i trovatelli. Alle seconde è conceduta la diretta amministrazione di tutt’i luoghi mentovati.
       I consigli sono affatto dipendenti dal Ministro dell’Interno, ed

    assolutamente separati da ogni altra amministrazione, ed hanno un ufficio particolare. Son composti di un presidente, di un vice-presidente, di tre consiglieri e d’un segretario; gl’intendenti hanno il dritto di presedere, e gli Ordinari delle diocesi, che hanno stanza nelle città capitali, prendono il luogo dell’intendente se egli manca o pure è assente. Il carico de’ consiglieri dura tre anni; e, quante volte dee farsi la nomina di uno tra essi, l’intendente lo propone, ed il Ministro lo rassegna al Re. Le ragunanze de’ consigli non son valide senza l’intervento de’ tre consiglieri. Le deliberazioni e gli avvisi son fermati con maggioranza di voti. I segretari, oltre l’ufficio a loro affidato, hanno il carico di custodire e di vegliar l’archivio. Uno o più ragionieri sono nominati per eseguire gli ordini del consiglio nelle svariate faccende che concernono la spesa, l’entrata e i conti numerosi dell’amministrazione. Un cassiere con tutti gli obblighi imposti a questi ufficiali ha il deposito di ogni somma appartenente al Consiglio.
       Le commessioni amministrative son composte dal sindaco, che le presiede, e da due amministratori, nominati da’ decurionati ed approvati da’ consigli, che ne dan contezza al Ministro; il loro carico dura tre anni. I cassieri sono eziandio trascelti dal mentovato collegio i che rimane mallevadore della loro amministrazione.
       È carico delle commissioni di regolare e di governare tutt’i Luoghi pii, gli Stabilimenti e le Cappelle, che nell’anno 1805 erano amministrati da particolari deputati, o da ufficiali del comune; di avere cura de’ bambini abbandonati da tristi genitori; di vegliare qualunque istituzione che era allora governata da speciali persone, ma senza esser chiamate o designate da testatori, e senza guarentigia degli statuti e delle regole provveduti di regio assenso per norma della loro amministrazione; finalmente di dirigere tutte quell’opere, che eran regolate da giunte annullate o disciolte, e che manchino assolutamente di governo.
       In tal guisa amministrata, la beneficenza va sempre più prosperando per l’aumento dell’entrate, per il modo come sono adoperate a maggior sua utilità, per il procedimento e per la disciplina di tutti’i luoghi del regno istituiti a conforto d’ogni maniera di bisognosi e di poverelli.
       II Ministero de’ Lavori Pubblici abbraccia i ponti, le strade, fari,

    porti, bonifiche, prigioni, case di correzione e camere di sicurezza, bagni, relegazione, colonia di Tremiti; amministrazione de’ fondi addetti a’ servizii medesimi, tanto della Tesoreria generale che provinciali; Stati discussi del Ministero, delle opere pubbliche, e delle opere speciali; Direzione generale de’ Ponti e Strade; Commessione moderatrice delle prigioni; osservanza delle leggi e regolamenti relativi all’amministrazione de’ fondi delle opere pubbliche provinciali; Direzione ed amministrazione di dette opere; liquidazione delle pensioni di ritiro delle vedove e degli orfani; esame de’ conti morali che si rendono annualmente dalle Deputazioni a’ Consigli Provinciali per l’amministrazione de’ fondi Provinciali ec.
       Il Ministero di Guerra e Marina è diviso in due parti: nella prima, distribuita in quattro ripartimenti, trattansi gli affari che riguardano l’esercito; nell’altra quanto concerne l’armata. Appartiene alla prima, levare ed ordinar la milizia, e quanto spetta alle persone de’ militari, alla loro nomina e destinazione, agli avanzamenti, all’uscita di tutti coloro che cessano di far parte delle milizie. Dipendono da questo ministero lo Stato generale dell’esercito, i movimenti e le operazioni militari; gli affari giudiziari e di disciplina militare; la liquidazione di pensione a coloro, che lasciano il servizio, alle vedove e agli orfani dei militari; gli uffìziali onorari; le guardie d’onore, milizia composta di nobili o civili persone riunite in vari squadroni a cavallo, istituzione approvata dal Re; l’amministrazione de’ collegi e delle scuole militari; l’arsenale; la fabbrica, e la montatura delle armi; la fonderia di cannoni; le miniere e getti di ferro ed ogni altro stabilimento di artiglieria e di genio; l’ufizio topografico; l’orfanotrofio; gli ospedali militari, ed infine l’intendenza generale dell’esercito e tutte le dipendenze che spettano all’amministrazione militare. — Appartengono alla seconda parte del ministero, che è distribuita in due ripartimenti, l’ordinamento di tutta la marineria; la nomina degli ufiziali, la loro divisione per classi, le domande di cessar dal servigio ne’ casi indicati dalla legge; il congedo di tulli gl’impiegati militari, come di quelli dell’amministrazione; il movimento delle navi da guerra; i parchi di artiglieria; i cantieri, gli arsenali, le provvisioni de’ magazzini; la costruzione, la conservazione, la

    restaurazione, l’armamento delle navi; gli edifizi per le cose marittime; gli affari relativi alle prede, ed a’ naufragi; le scuole nautiche; i telegrafi; le opere ne’ porti; gli ospedali, e finalmente l’amministrazione e le spese d’ogni maniera per soldi, ricompense ed ogni altra rimunerazione.
       Al Ministero della Polizia generale sono affidati la vigilanza per l’interna sicurtà, il mantenimento dell’ordine pubblico e tutti gli affari che hanno attenenza con le tre branche di polizia ordinaria, amministrativa ed alta polizia; il servigio della gendarmeria reale; la guardia urbana; la punizione de’ perturbatori dell’ordine pubblico; la custodia e sicurezza delle prigioni; la punizione de’ prigionieri che vi commettono eccessi; i permessi di armi; la censura e concessione di stampare ogni opera periodica che non oltrepassi dieci fogli; la compilazione e pubblicazione del giornale uffiziale del Regno; la statistica per quanto concerne la giurisdizione del ministero. Dipende pure dallo stesso una Prefettura di Polizia affidata ad un Prefetto, ed ordinata a trasmettere le disposizioni del ministero e vegliarne l’esecuzione nella città di Napoli e nel distretto, servendosi all’uopo di commissari ed ispettori a ciò ordinati.
       Amministrazione Civile. Confidato com’è in tutte le province del Regno il reggimento civile di esse e de’ comuni ad un intendente, che ne è il capo, il di lui potere in questa di Napoli (principal sede del Re, e del Reale governo) non si estende oltre i limiti della semplice amministrazione civile. Ha egli qui, al pari d’ogni altro intendente, un segretario generale con una segreteria partita in cinque ufizi, un Consiglio di Intendenza, che, da lui preseduto, è giudice di tutte le cause spettanti al contenzioso amministrativo. Questo Collegio è stato, non ha guari diviso in due Camere, ciascuna composta di cinque consiglieri; una per le materie contenziose, e l’altra per quelle contabili. Le funzioni di Vice-presidente sono esercitate dal Consigliere il più anziano in ordine di nomina, in conformità della legge organica del 1816. Ha inoltre in ciascun distretto un Sottintendente che ne tien le veci sotto la sua immediata dipendenza. Perchè poi l’amministrazione della provincia non lasci di esser vigile, operosa, provvida, quale sapientemente la instituivano le nostre leggi, un

    Consiglio che la rappresenta, e che dicesi perciò provinciale, composto di venti tra’ più notevoli possidenti di essa, si riunisce una volta l’anno, convocato dal Re, sotto di un presidente, che sceglie tra costoro il segretario. Le tornate di tal consesso non posson durare più che venti giorni, nel qual tempo propone le instituzioni e le opere credute più necessarie alla prosperità della provincia, e i mezzi onde sostenerne la spesa; esamina i conti morali; dà il parere sulla condotta de’ pubblici funzionari e sull’amministrazione in generale, ed indica il modo di renderla migliore. I suoi voti sono rassegnati al Sovrano dal Ministro degli affari interni. Tali ragunanze sono precedute da quelle de’ consigli distrettuali, i quali espongono al mentovato general consesso, i bisogni de’ distretti e de’ comuni, accennando i meizi di accorrervi.
       Gran Corte de’ Conti. A simiglianza della magistratura giudiziaria, ce ne ha qui un altra tutta amministrativa, succeduta a un antico tribunale detto Camera della Sommaria. La Gran Corte dei Conti è composta di un presidente, tre vice-presidenti, dieci consiglieri, sei supplenti, un procurator generale, tre sostituti col titolo di avvocati generali, di un segretario e di un cancelliere, oltre un proporzionato numero di razionali. Questo tribunale è diviso in tre camere: l’una denominata del contenzioso amministrativo, e le altre, camere de’ conti. Ognuna di esse ha determinate attribuzioni, ed è destinata a giudicare di alcune particolari materie. La gran Corte de’ conti discute tutt’i gravami che forman parte del contenzioso amministrativo: giudica i conti annuali delle rendite e delle spese del regio erario, ed i conti delle province e de’ comuni che hanno uno stato discusso decretato dal Re; da ultimo dà sentenza in prima istanza su tutte le controversie relative a contratti celebrati co’ Ministri di Stato, ed a’ lavori e forniture eseguite per servizio de’ ministeri.
       Ordini Militari. Pria di notare i differenti Corpi che compone gono il Reale Esercito e l’Armata di mare, fia d’uopo dir qualche cosa delle vicende che in varie epoche l’uno e l’altra subirono, onde meglio conoscere a qual grado di perfezionamento sian giunte le forze politiche d’una guerriera instituzione, che sono al certo un sapiente comando, una onesta amministrazione, e sì nelle ricompense, che nelle pene una pronta giustizia.

       La caduta del Romano Imperio involse fra le proprie ruine anche la gloria delle sue armi. Le sue viiioriose legioni, acquistati i vizii stranieri, dapprima oppressero la repubblica, e poscia violaron la maestà della porpora. L’epoca della vera decadenza degli eserciti imperiali rimonta alla pubblicazione di quella legge dannosa e fatale che ne tolse a’ senatori il comando. Si estinse allora nell’animo de’ patrizi e de’ più illustri Italiani, lo stimolo della gloria, e l’ambizione, l’infingardaggine e la trascuranza resero la soldatesca turbolenta e senza disciplina. Questi disordini troppo nocevoli alla dignità ed all’unità dell’Impero, riempirono gli eserciti d’uffiziali e di comandanti stranieri, barbari, o schiavi in origine, e che prepararono a poco a poco la desolazione della nostra bella penisola!
       Nell’undecisimo secolo taluni Normanni, de’ quali si è già fatta parola, liberando il paese confinante collo Stato della Chiesa, non che quello di Sicilia dall’oppressione de’ Saraceni dopo dugento cinquant’anni di costoro dominazione nell’Isola, ed in quello di terra ferma dalla Greca e Longobarda prepotenza, lo ressero per qualche tempo con gloria, sostenendo, decorose guerre contro i Goti, i Longobardi, i Saraceni ed i Greci. Dipoi, allorquando si compose la Monarchia delle Sicilie, essi Normanni, guerrieri tutti, riuniron gran numero di loro nazionali, e formarono delle truppe che valorose pugnarono contro Rainulfo di Avellino, Roberto di Capua, Federico I e Comneno Imperador d’Oriente; così, per mare e per terra, valsero a tenersi fermi nel loro conquisto, finchè non vennero gli Svevi con Arrigo VI, nipote di Barbarossa, a succedergli. Passata la Monarchia sotto questa seconda dominazione, vidersi gli eserciti riboccare di gente non nostra, come Svevi, Normanni, e debellati Saraceni fino al 1266, quando ne’ campi Palentini l’esercito dell’ultimo Svevo fu rotto. Trasse poscia con se Carlo I d’Angiò non poche milizie francesi, che unendosi agli Svevi rimasti nel regno, moltissima confusione nell’esercito napolitano formarono. Al reggimento Angioino, succeduto quello Aragonese, pria nella Sicilia, per effetto della catastrofe del 29 marzo 1282, e poscia anche negli Stati di terra ferma, la Casa d’Aragona, nel lungo governo d’Alfonso, a tener depressa la nobiltà, ebbe d’uopo d’altri suoi nazionali; e quindi fece venire da Spagna altre armi ed

    armati con molte navi da guerra. Saliti al trono dopo i fatti del Sarno, di Troja nelle Puglie, e di Accadìa, con brevissimi intervalli, Alfonso II, Ferrantino, e Federico, la Monarchia Napolitana e Siciliana cadde nel numero delle provìnce Spagnuole; e due secoli di viceregnato si ebbero duramente a contare, in cui nulla più ci rimase di nostro. La storia militare di questo volger di tempo non altro raccoglie che egregi fatti di nostri valorosi combattenti in lontani paesi per estraneo Signore. Mancarono allora le nazionali nostre milizie, all’infuori solamente della cavalleria, ove eran catafratti e cavalleggieri; la quale componevasi di mille e cinquecento cavalli all’incirca, spartiti in ventuno compagnie, governata ciascuna da un barone del regno, il cui debito era eziandio di avere a’ suoi servigi tre cavalli, uno per se, l’altro pel valletto, ed il terzo ch’era da costui menato per rispetto. Se non che il vicerè Pietro Afan-de-Rivera duca di Alcalà, che nel giugno dell’anno 1559 succedeva al Cardinal della Cueva, una prammatica pubblicava de militibus, la quale in ventotto capi ordinava la novella milizia nazionale a piedi, cui davasi il nome di Battaglione, ed eranvi chiamati cinque cittadini per ogni cento fuochi da diciotto a quaranta anni, purchè si avessero avuto il censo di ducati cento. E sotto i succedanei Vicerè Granvela e de Zunica fu non pure ampliato questo ordinamento, ma instituita la cavalleria propria della Sacchetta. Tutta la quale soldatesca napolitana sommava pure a venticinque in trentamila uomini, ma non veniva pagata che solo in tempo di guerra. Eravi inoltre per la città di Napoli, che non per fuochi ma per gabella numeravasi, una guardia urbana composta di cittadini nobili e civili, non che di artigiani scelti in ognuna delle ventinove ottine, alla quale dava supremamente comando l’Eletto del popolo. Pure ogni militare instituzione andò poscia perduta sotto il reggimento dell’Imperador Carlo VI, durante il quale non vedemmo sul nostro suolo che truppe Tedesche in surroga delle Spagnuole che precedentemente vi stavano. Per siffatte diverse successioni e dominazioni la Monarchia delle Sicilie dal 1130 al 1734 non ebbe mai nè esercito, nè truppa regolare nazionale stabilita nel proprio Stato.
       Finalmente Napoli e Sicilia divennero nel 1734 nazione indipendente per lo conquisto fattone dall’immortale Carlo III. Il quale

    combattuta valorosamente la famosa giornata di Bitonto addì 25 di maggio di detto anno, ci richiamò a nuova vita. Perciocchè, dato sesto nell’anno appresso alle cose del regno, aumentaronsi le forze militari a quaranta battaglioni di fanteria, diciotto squadroni di cavalli, cioè nove di dragoni, ed altrettanti di cavalleria propriamente detta, un corpo considerevole di artiglieri ed un altro d’ingegneri, oltre a gran numero di navi. Nè questo solamente, ma nell’anno 1740 toglievasi a’ servigi di Napoli il colonnello Giorgio Corafà con un reggimento di Macedoni, accresciuti poscia a due; e in data del dì 25 di novembre dell’anno 1743 pubblicavasi l’ordinanza di dodici reggimenti provinciali, alcuni de’ quali, comecchè di corto composti, sostennero valorosamente il decoro ed il nome napolitano nella guerra combattuta l’anno appresso sotto le mura di Velletri, E fin da quell’ora si cerca sempre di migliorare l’esercito nostro, talchè potesse cosi in pace come in guerra far rispettare la politica e l’amministrazion dello Stato. Ciò non pertanto, perchè le milizie, che cominciarono a dirsi napolitane, eran rette a modo di Spagna, e miste d’Irlandesi, Valloni, Spagnuoli, Albanesi, Francesi e Svizzeri, tanto nelle fanterie che nella cavalleria, come nella marina fino al 1780, non formaron que’ corpi un tutto che Armata Napolitana si potesse veramente appellare.
       Riorganizzatosi in quell’anno sotto Re Ferdinando IV l’esercito; e ricevute quelle occorrenze che l’epoca comportava, videsi nascere nel regno un nuovo militare sistema che buoni risultamenti produsse. Ma per effetto delle politiche vicissitudini occasionate dalla Francia, ebbe ben poca e sfortunata esistenza. Al cominciar del secolo presente si ricostituì l’armata tra noi; tuttavia seguendo i casi dell’Europa, non ebbe agio a svilupparsi; e come che porzione delle nostre milizie nella Sicilia passarono, dopo i fatti del 1806, così raggranellatesi con molti stenti e fatiche, contribuirono con lealtà, costanza e coraggio a tutte le fasi avvenute nell’isola, prendendo il nome di Truppe estere, nel cui numero non pochi esteri effettivamente trovavansi.
       Avendo l’occupazione militare francese posto piede nel dominio continentale, si diè a formare una napolitana milizia, che per terra e per mare operava le istesse belliche imprese che quella estera di Sicilia. E qualche volta fu visto che Napolitani scontraronsi da

    nemici su i campi dell’onore con Siciliani, raccogliendone allori a vicenda. Ma come quest’armata di Napoli vedeva fra le sue file soldati, uffiziali e generali francesi che s’ingerivano di tutto, così ausiliaria dir si poteva della francese anzicchè napolitana in se stessa.
       Dopo la caduta dì Napoleone, il Congresso Europeo restituì all’antica Casa de’ Borboni le sue possessioni co’ suoi diritti ereditari, per effetto di che Ferdinando prese il nome di Primo del Regno delle Due Sicilie. Un Supremo Consiglio di Guerra, composto di Uffiziali Generali de’ due Eserciti, ebbe il carico d’attuare il militare riordinamento. Ma tenendo gli uni alle regole francesi, gli altri opponendovisi, venne a difettare d’omogeneità; si fecero istruzioni e regolamenti sì poco sodisfacenti, che furono nel 1820 non ultima cagione d’una novella invasione forestiera, e l’armata rimase interamente disciolta. Ricostituitasi nell’anno 1821, ed andando la sua riorganizzazione a rilento, vide nel 1823 corpi del tutto Siciliani, e capitolazione con la Svizzera per quattro Reggimenti di fanti; condizione che durò fino al 1830, allorchè la morte di Re Francesco I chiamò al trono il nostro Augusto Monarca Ferdinando II. Il quale perfezionando, come accennavamo, la militar istituzione, volle che un Comando di Supremo potere trasmettesse, per via del Ministero della Guerra e dello Stato Maggiore, gli ordini ai Comandi Militari ed alle Ispezioni delle diverse armi; che un’amministrazione concentrica vi fosse nell’Intendenza Generale dell’Armata e dell’Esercito, estensibile eziandio agli Ospedali ed all’Orfanotrofio militare; che un’Alta Corte Militare facesse godere alla gente di guerra il vantaggio della disamina de’ giudizi col magistero dell’annullamento delle erronee decisioni. Fu in pari tempo il numero degli armati giusiamente proporzionato alla popolazione, alle rendite ed alla estensione del paese, non meno che alla condizione morale e politica de’ suoi componenti; e da ultimo alla topografìa del reame. Laonde fu fermato il numero di sessanta mila uomini all’incirca ne’ tempi della pace, e di ottanta e più mila in circostanze straordinarie, o quando una guerra rompesse, noverando l’esercito dì terra un Capitan Generale — Tenenti Generali — Marescialli di Campo — Brigadieri — Uffiziali di Stato Maggiore, e Guide di esso — Le fanterie — Una Compagnia delle

    Guardie del Corpo — Due Reggimenti Granatieri della Guardia — Un Reggimento Cacciatori della Guardia — Un Reggimento Tiragliatori della Guardia — Tredici Reggimenti di Linea — Tredici Battaglioni Cacciatori, l’ultimo de’ quali Svizzero — Quattro Reggimenti di fanteria Svizzeri — Gendarmeria — Carabinieri — Reggimento Reali Veterani — Compagnie di Riserva — Pompieri — La Cavalleria — Una Compagnia delle Reali Guardie del Corpo — Due Reggimenti Ussari della Guardia — Tre Reggimentil di Dragoni— Due Reggimenti di Lancieri — Cacciatori — Gendarmeria — Artiglieria — Due Reggimenti di fanteria— Brigata degli Operai — Un Battaglione del Treno — Compagnia a cavallo — Artiglieri Littorali — Sezioni Svizzere — Genio — Un Battaglione di Zappatori — Un Battaglione di Pionieri — Armata di Mare — Conta un Vice-Ammiraglio — Retro-Ammiragli — Brigadieri ec. — Un Reggimento fanteria Real Marina — Una Compagnia di Artefici — Un Corpo di Marinari Cannonieri ec.
       Nel qual modo la ragion della milizia a tutta quanta la popolazione è ad un bel circa siccome uno a centotrenta per le sole forze terrestri, sufficiente nè soverchia ad un regno posto alla fin fine di Europa, il quale, tutto circondato dal mare, salvo il solo contatto degli Stati Papalini, vede le sue principali conquiste nell’agricoltura, ne’ traffichi e nell’industria. Il rapporto sopra indicato fra’ soldati ed i cittadini è nientemeno che di 1 a 75 nell’Impero Russo, di 1 a 77 in Francia, in Baviera di 1 a 95, di l a 106 negli Stati Sardi, di 1 a 115 in Prussia ed a 116 negli Stati Austriaci. Non è dunque eccedente la militar forza Napolitana; e mentre si spendon tesori per tagliare contrade ed aprirvi vie di ferro, per abbellir la città, e per favorire ogni maniera di traffichi e d’industrie, si costruiscono eziandio moli, si aumenta la marineria da guerra di molte fregate a vapore, tengonsi in pronto cannoni ed armi, insomma van tutti rannodandosi gli ordini della civil compagnia, e vi si diffonde la devozione al Sovrano, all’onore ed all’utilità del paese, E bene apponevasi un pubblicista, alloraquando somigliava un popolo disarmato a quell’avaro che lasciava per risparmi senza toppe le sue porte, e non pure eravi rubato, ma miseramente sgozzato ancora.
       Marineria di guerra. Il reame delle Sicilie è tale per la sua geografica postura da poter meritare un posto tra le potenze

    marittime di Europa. Imperocchè la metà delle coste italiane gli appartiene, vale a dire una estensione di milleottocento miglia all’incirca, quanto non giran forse i lidi Francesi. Le sue principali città marittime, siccome Napoli, Palermo, Messina hanno una grande popolazione; e i lati opposti del Mediterraneo e dell’Adriatico sono sì poco lontani, che una gran parte de’ cittadini Napolitani è presso la marina. Oltracciò possediamo noi tutto quanto è necessario alle navali costruzioni, legname, canape, ferro, carbon fossile, ec.
       Furon grandi marini i popoli antichi di queste regioni, e le nostre istorie parlan lungamente e con bel grido delle squadre navali de’ Tarantini, de’ Locresi e de’ Cumani. Anzi la Repubblica Romana ebbe frequenti volle bisogno delle flotte napolitane e reggiane massimamente, per muover contro i suoi nemici. Pure assorbiti noi dall’Impero del mondo, lottando poscia fra le vicende dei due troni d’Occidente e d’Oriente, e de’ barbari del Levante e del Settentrione, perdemmo l’antico splendore anche in marineria. Ma al nascere della Monarchia, fu sapiente consiglio di comandare, che ogni città marittima fabbricasse la sua nave da guerra sotto la direzione di un regio uffiziale. Ed il Re Ruggieri pose all’ordine tante navi, e vide noverarsi cotanti ammiragli, che fra’ sette offici supremi, creò anch’egli il grande ammiraglio; talchè in processo di tempo la nostra marineria ben ebbe a misurarsi con quella dell’Impero d’Oriente, cui tolse Corfù, Tebe, Atene, Corinto; e conquistò Tripoli, Algeri, Tunisi e Malta con Gozzo, liberando eziandio Luigi IX Re di Francia, il quale era caduto prigione nelle mani de’ Saraceni. E sotto Re Guglielmo nell’anno 1153 una nostra flotta di cencinquanta galee e ventiquattro navi di sopraccollo bruciò quella dell’Imperator sopra detto, e si fe’ signora di Negroponte; siccome impadronissi di Durazzo e Tessalonica nel 1176 sotto il comando del Conte Tancredi. Famoso fu a’ tempi di Federico svevo il passaggio navale della nostra armata per togliere a’ Saraceni il Regno di Gerusalemme, e nella guerra del Vespro andò celebrato il nome dell’ammiraglio calabrese Ruggiero di Lauria. Finalmente sappiamo che con quarantatre galee fugava Federico Aragonese Principe di Altamura la flotta veneziana nell’Adriatico, e dopo non guari di tempo opponevasi anch’egli stesso per mare alla invasione di Carlo VIII.

       Comechè senza gloria, pugnò con valore la nostra marineria nelle spedizioni di Filippo II contro Inghilterra e poscia contro il secondo Solimano ed il Portogallo. E quando fummo esposti alle correrie barbaresche, noi opponemmo forti e coraggiosi petti, innalzando lungo le coste molte e molte torri a’ tempi di Carlo V. I nostri tolsero Durazzo ai Turchi sotto il dominio di Filippo III: ebbero i nostri gran fama nella ricordevole spedizione contro al corsaro Biserta: eran nostre le squadre comandate dal Marchese di Torrecuso nell’anno 1644, da Giannettino Doria e dal Marchese di Villafranca: nostri i rinforzi delle galee mantenute a spese del Duca di Tursi, e nell’anno 1704 comandava egregiamente le galere nostre il Principe di Montesarchio. Ma furono sforzi questi in caso di guerra marittima, ed era uopo servirsi di schiavi e malfattori; perocchè le leggi napolitane novera van fra le pene quella del remo appunto su le galere. Purnondimeno il trionfante Borbone non trovava quasi alcun legno nella nostra marineria, chè tutti avevasoli fugati il Marchese Pallavicino, riducendoli in Sicilia e poscia in Trieste. Laonde sotto la direzione del Marchese di Peschici Antonio Turboli, per ducati 60mila compravansi sulle prime tre scafi di galee da Papa Clemente XII, e qui si costrusse la quarta che fu la capitana, cui pose il primo chiodo la stessa Maestà del Re addì 16 di luglio dell’anno 1745. Di poi con alquanti sciabecchi dalle vele latine e parecchie galeotte si accrebbe mezzanamente la squadra napolitana, in cui suonò siccome valorosissimo il capitan Peppe (Giuseppe Martinez), la cui storia, comunque confusamente conosciuta insino ad ora, è certo di un uomo oltre ogni dire arrischiato, centra i corsari in ispezialità. E tosto vi furono aggiunti tre vascelli, due cioè da 50 dall’Ordin militare di Malta acquistati, il s. Giovanni ed il s. Gioacchino, ed uno di portata maggiore, che dalla compagnia Francese delle Indie comprossi, e due fregate spagnuole eziandio da 36, s. Filippo e s. Carlo: A mano a mano frattanto andaronsi migliorando e moltiplicando le nostre navi guerresche; taiche verso il 1789 sì numeravano altri sei vascelli da 74, la Partenope, il Ruggiero, il Tancredi, il Sannita, il Guiscardo e l’Archimede: molte fregate, s. Dorotea, s. Chiara, s. Ferdinando, la Partenope, la Minerva, la Cerere, la Sibilla, la Pallade, la s. Teresa e la Sirena da 40, sei corvette

    denominate la Levriera, la Galatea, la Aurora, la Aretusa, la Fortuna, la Fama: alquanti sciabecchi da 20, cui davansi i nomi di s. Pasquale, s. Gennaro il vigilante, s. Carlo il difensore: quattro brigantini, cioè Vulcano, Lipari, Stromboli, e lo Sparviere: le galeotte s. Giuseppe, Attiva, Vespa, Prudente, Rondine, Allerta e Serpe; e cento barche cannoniere. La quale flotta discretamente ragguardevole andò miseramente incendiata e dispersa per casi che qui non accade andar rinfrescando nella memoria. Laonde alle poche reliquie si aggiunsero più tardi il Ferdinando, l’Aquila, ed il Calabrese.
       Ed oggi la nostra marineria da guerra componesi di due vascelli, il Vesuvio, da 80 ed il Capri da 74: di cinque fregate, la Partenope e la Regina da 60; l’Urania, l’Amalia e l’Isabella da 44: de’ brigantini lo Zeffiro, il Principe Carlo, il Generoso, l’Intrepido ed il Valoroso da 20: delle corvette Cristina da 22 ed Etna da 10; delle golette la Sibilla, e la Sfinge da 14; e delle fregate a vapore il Ruggiero, il Guiscardo, il Tancredi, l’Ercole, il Roberto e l’Archimede da 300 cavalli, e di recente in costruzione altre quattro, il Carlo III, il Sannita, il Tasso ed il Fieramosca. E contansi da ultimo questi altri legni a vapore, o per leggermente armarli o per menar le milizie. da sbarco, lo Stromboli, da 200, il Ferdinando II da 180, ed il Nettuno da 120, il Wenefrede ed il Flavio Gioia da 50, il Delfino e la Furia da 30, e cinquanta all’incirca di picciole navi da sopraccollo fra bombardiere, paranzelli, barche cannoniere, e corridoie.
       Della reclutazione. La reclutazione militare è il modo di comporre la soldatesca negli Stati di Napoli fin dal dì 4 gennaio del 1810, in cui fu tolta ogni maniera di reclutar speciale, siccome avvenne negli anni 1798 e 1805, in cui furon levati otto uomini a migliaio. Quind’innanzi la legge chiamava i cittadini di tutti gli ordini, da’ diciassette ai venticinque anni, a concorrere alacremente alla difesa del trono e del reame. Pure nell’anno 1814 fu posto in uso il metodo delle antiche leve, per reclutare e rinnovar l’esercito; perocchè pareva che una pace durevole avesse ad aprir il campo a favoreggiare la popolazione l’agricoltura e le arti. Le ordinanze poscia quinquennali, cioè degli anni 1816 e 1818 richiedevan dal Comune tre uomini per ogni due mille fra’ 21 e i 25

    anni, facendone per conseguente cinque invece di olio compartimenti, ed obbligando sempre a sei anni di servigi i fantaccini, a nove i soldati delle artiglierie e della cavallerìa. La guerra del 1821 dilatava la chiamata de’ cittadini da’ 48 a’ 30 anni, e ciò rimase nella legge del dì 28 di febbraio 1823, ma pe’ soli ruoli volontari, costringendo l’età di leva dal decimottavo all’anno vigesimoquinto. Da ultimo un novello ordinamento di levar soldati pubblicavasi nel marzo dell’anno 18r4, col quale si chiamavan coscritti da’ 18 a’ 25 per servire cinque anni sotto le bandiere, ed altrettanti in riserva nelle proprie case, liberi anche d’ammogliarsi, ma per tornar sotto quelle ad un bisogno. Se non che le nuove leve deputate alle artiglierie, alla cavalleria e gendarmeria son obbligate a militar di continuo per otto anni, compiuti i quali tolgon esse il loro diffinitivo congedo.
       Tutti i giovani cittadini entran nell’urna della coscrizione, nè il Comune può giudicar delle condizioni del coscritto, le quali son disaminate,da’ consigli denominati di reclutazione o di leva, cui l’Intendente della provincia presede; ed in Napoli ci ha inoltre un consiglio di ricezione e di distribuzione, nè questo, che non direbbesi a buona ragione consiglio perchè composto di un presidente solo e del segretario, altro diritto si ha che di rifiutare gli uomini al di sotto della statura minima, cioè cinque piedi.
       Tutt’i cittadini hanno ampia facoltà di farsi supplire, per via di un premio, stato insino a poco tempo innanzi variabile e liberamente regolato fra le parti contraenti, ed oggi fermato a 240 ducati, per opera di una benefica legge del dì 21 di maggio dell’anno 1843; avendo a tramutarsi il prezzo ottenuto al Tesoro generale, per acquistarne ducati dieci di rendita sul Gran Libro del debito pubblico, e darne al soldato ciò che rimane, ma dopo l’anno ch’ei servir deve ancora per sè. Compiuto poi il suo tempo di surrogato, bene avrà il dritto di riscuotere il suo picciolo capitale, ch’ei sarà lieto trovare nel muovere verso il paterno suo tetto. Nè questo può farsi solamente innanzi di giungere alle bandiere, ma durante il primo anno eziandio di servigio. Il surrogato debb’essere frattanto un antico soldato, il quale, compiuto il suo quarto o settimo anno, secondo appartiensi alle fanterie, o alle artiglierie, cavalleria e gendarmeria, voglia prender ricondotta.

       I figliuoli di persone militari possono venire ammessi da figli di truppa ne’ reggimenti, ricevendo cinque grani al giorno, ma giunti all’età della coscrizione rimangono posti a soldo per otto anni; talchè l’esercito riceve per siffatta via volontarie iscrizioni. Da ultimo sono annoverati ne’ reggimenti ben molli orfani ed altri garzonetti allevati negli ospizi di beneficenza, adoperando i più giovanetti siccome musicanti, trombetti, o tamburini. Tutti i soldati delle varie armi levansi, accordando poche differenze, nella guisa medesima. Dipende al certo dalla natura del servigio di mandare al treno i vetturini, alle artiglierie, gli zappatori e pionieri gli operai, alla cavalleria gli uomini che han maneggiato, condotto o guernito il cavallo; e di fare eziandio certa elezione per ragion di statura, avendo ad esser massima pe’ gendarmi a cavallo: di cinque piedi tre pollici e mezzo pe’ granatieri della guardia: di cinque e tre per gli artiglieri: di cinque due e sette linee per la cavalleria, le fanterie marittime ed i cacciatori della guardia; e di cinque poi per tutte le altre soldatesche. Oltrechè è anche richiesto da special legge, che i soldati deputati alla gendarmeria sappiano scrivere ed abbian dato buona prova di sè.
       Le varie cagioni di esenzione cadono su le persone che abbracciano lo stato ecclesiastico, o dansi alle scienze ed alle arti, o son sostegni indispensabili di loro famiglie: ovvero su quelle che han macchiato la loro vita di opere ignominiose, o su le più infelici, cui fu avversa la natura per deformità, male conformazioni, o fisiche imperfezioni. E poichè nelle militari conserve dello Stato sono provviste di armi, fornimenti, ed altre masserizie pe’ soldati di riserva, che vivono a’ propri focolari, l’esercito avendo una riserva sperimentata ed ogni maniera di arnesi militari, ben di leggieri passerebbe dalla condizione di pace a quella di guerra.
       Dell’ascrizione marittima. L’armata componesi, siccome l’esercito, o per via di spontaneo servizio o per chiamata solenne e di forza. Ma nella marineria la così detta ascrizione non viene bandita che sotto due condizioni, una delle quali deriva affatto dalla volontà del cittadino, e l’altra dal suo soggiorno. Imperocchè gli ascritti son da una parte solamente coloro i quali si addicono alla professione marittima, e vogliono onninamente esercitarla, e dall’altra que’ cittadini soltanto che abitano certi siti, dove tutto spira

    e navi e pesca e mare. La quale ordinanza delle ascrizioni apparve fra noi a dì 2 di marzo dell’anno 1808; e, sapientemente fermate poscia nel 1815 le norme legislative intorno alla navigazione, venne eziandio sancita cotal legge con decreto del dì 1° di agosto. Nè certamente vediam il paese aspettare da’suoi figliuoli un marinaio siccome un soldato, richiedendo nel primo un minor numero di anni, cioè il decimosesto, allorquando va ne’ ruoli marittimi descritto, purché già abbia navigato per diciotto mesi sopra qualsiasi legno da traffico, o fatto già due viaggi di lungo corso, o tenuto esercizio di pescator lunghesso quattro anni. Diverse leggi sonosi a quando a quando pubblicate sull’ordinamento dell’ascrizione marittima, ed è a ricordare fra esse quella in ispezialità del dì 30 di gennaio dell’anno 1817, in cui furon perciò divise le nostre coste in tre circondari, il primo de’ quali, abbracciando i due distretti di Napoli e Salerno, dislendevasi sul Tirreno; il secondo, già suddiviso ne’ tre distretti di Pizzo, Reggio e Cotrone, comprendeva i lidi calabri su lo stesso mare e sul Jonio, ed il terzo, descrivendo i punti della Basilicata su la marina Ionia, e quelli di Terra d’Otranto, del Barese, di Capitanata, e de’ due Abruzzi sull’Adriatico, tien suoi distretti le città di Taranto, Otranto, Barletta e Pescara.
       E per ultimo decreto del dì 2 di gennaio dell’anno 1840 creavasi in ciascun comune una Commessione marittima composta dal decurionato, da’ membri e cancelliere di quella deputazione di salute, da’ parrochi e dal cancelliere comunale, coll’intervento eziandio di un capitano di porto o di altro uffizial di marineria che vi si trovasse.
       Tutt’i cittadini ascrìtti deggiono, ognuno alla sua volta, prestare un servigio trienne in tempo di pace, o posson liberamente farsi sostituire da un altro, correndo non ostante il pericolo, che se fosse questi chiamato durante il suo servigio, sarebbe egli tenuto a militare. E le esenzioni sono qui più costrettive che per i coscritti dell’esercito; essendochè il cittadino chiamato nelle file terrestri è tolto all’agricoltura, alle arti, a’ mestieri, ma quello di cui han bisogno le squadre marittime non lascia la vanga o il succhiello la gradina per abbracciare il moschetto, solo tramutasi da una nave in un’altra, passa solamente dalla navigazione da traffico a quella più gloriosa da guerra.

       De’ cavalli e della rimonta. Poca attenzione si volse per innanzi all’importantissima branca militare delle razze di cavalli. Pure questo nostro paese è quello stesso che verso la metà del secolo XVI era il primo in Europa per le scuole di equitazione. Nel qual tempo usciva alla luce il libro del cavaliere Giordano Ruffo calabrese; e Federico Grisoni nobil napolitano pubblicava in Venezia la sua opera — Ordine di cavalcare e modi di conoscere le nature de’ cavalli e di emendare i vizi loro — Su la quale composero i loro trattati e Labron e Pluvinel in Francia ed anche altri in Inghilterra ed in Germania. A’ tempi nostri si cominciava in vero a tenere d’occhio il miglioramento in generale de’ cavalli dal dì 18 agosto del 1814, allora quando comandavasi di formare in Napoli un deposito di stalloni, che fu attenuato alla Barra nella spaziosa scuderia de’ Monteleone, siccome fu poscia fatto in Sicilia per reale dispaccio del dì 3 di giugno 1831, vietandosi eziandio ogni maniera d’introduzione nel reame o di cavalli o di giumente forastiere. E una commessione è incaricata di condurre innanzi l’amministrazione, e di guidarne la particolare industria.
       Il Re possiede a Persano una bellissima razza; comechè l’altra sua pugliese di Trisanti provvegga abbondantemente l’esercito di cavalli; e nelle Puglie e nelle Calabrie e negli Abruzzi contansene non poche nè spregevoli; anzi possiam dire di bel pregio quelle de’ Baracca, de’ Zezza,de’ Cappelli e de’ Varo ed altri. Alquanti signori da buona pezza si danno con lieto fine all’allevamento de’ cavalli, comunque alcuni di questi fossero di puro sangue inglese e particolarmente deputati a’ cavalli di lusso; talchè non vediamo oggi, massime nell’esercito, que’ mantelli di non bella vista, siccome il falbo, il bianco, l’isabella, la porcellana e il topo; ed anche lo stesso color sauro va scemando.
       I cavalli napolitani, in ispezialità i calabresi, hanno le forme del cavallo affricano e spagnuolo: mostran vigore e grazia, vivacità ed andamenti franchi; e parrebbe assai più facile migliorare le razze nostre con sangue più caldo che col più freddo.
       Per le bisogne intanto peculiari della nostra cavalleria evvi in Napoli una Giunta di rimonta, la quale, posta su per regio rescritto del dì 15 di febbraio dell’anno 1816, è indirizzata da un ufficiale generale, sotto i cui ordini son parecchi uffiziali di

    cavalleria, Essa recasi nelle fiere, le quali celebransi in massima parte nella primavera, ne’ luoghi dove d’ordinario raccolgonsi polledri, e compra cavalli dell’altezza di cinque palmi e due terzi sino a quella di cinque e tre quarti, il qual termine è oggi sovente volte soverchiato per miglioramenti ottenuti. D’altra parte poi, comprati che son giovanissimi i cavalli per le rimonte, viemeglio aggrandiscono innanzi di entrare nelle file. Il prezzo dato alla rimonta è variabile, secondo la bontà de’ cavalli, ne’ varii anni, l’un per l’altro, è sommato a 72 ducati. Alcune volte si fa al manco dei mercati, giovandosi di cozzoni i quali ne forniscono qualche centinaia e forestieri e napolitani al prezzo medio di ducati 70. I cavalli romani essendo in generale più alti degl’indigeni, comunque men vivaci ma di migliori forme, sono precipuamente adoperati dalla gendarmeria e dall’artiglieria svizzera; quelli che ne rimangono si danno alle artiglierie equestri ed a’ dragoni. I cavalli delle rimonte devono almen contare tre anni compiuti; e dopo comprati si menano prestamente a’ prati della Terra di Lavoro, dove rimangono fino a’ tempi estivi, comechè si volga in mente di tenerli a’ pascoli per più mesi, atteso il grave danno di porli sì prestamente a’ servigi.
       Checchè sia, il costo degli animali per rimontare la cavalleria innanzi che entrino nelle file puossi tenere un terzo di più del primo prezzo; calcolandovi gli accidenti e le perdite. La statura de’ cavalli de’ dragoni, de’ lancieri e cavalleggieri è la stessa, pure i più alti si danno a’ dragoni; comechè la statura de’ lancieri sia per contrario più alta. La gendarmeria s’incavalla a sue spese, ed ogni gendarme dee somministrare al corpo la somma di ducati ottanta se pure non venga, siccome è facil cosa, da’ reggimenti di cavalleria, nel quale caso, paga lo Stato la somma di ducati venti.
       L’istruzione de’ cavalli giovani compiesi ne’ reggimenti sotto la direzione dell’aiutante domatore. Perlocchè ne’ quartieri è segnata una cavallerizza scoverla, dove così di està che d’inverno i migliori soldati e gli uffiziali meglio accomodati all’istruzione sono deputati ad addestrare i cavalli di rimonta. Nel quale ammaestramento cercasi oggidì di lasciar ogni maniera di forza e di rozzezza, ed usar invece la benignità e la dolcezza, che è si potente

    sul più nobile degli animali. Le cavallerizze coperte sono forse più necessarie nel nostro clima caldo che nel settentrione; perocchè i calori estivi e le frequenti bufere v’interrompon sovente le istruzioni. E co’ fatti si ha una bella cavallerizza coperta dentro il palazzo Reale di Napoli, ed un’altra ancora nella. via Solitaria.
       L’ordinanza usata per gli esercizi era forse incompiuta; ma non è guari le si è surrogata quella di Francia, anche in varie parti modificata; e per meglio colpir lo scopo dell’uniforme ammaestramento si è cercato di comporre, siccome fu la scuola di equitazione ordinata a dì 26 di maggio dell’anno 1812, una scuola normale di cavalleria, in cui tutti i reggimenti attingerebbero un’istruzione comune, per via di uffiziali e soldati che da ognuno di essi vi si recano a stanziare sotto il governo di un uffizial generale e di particolar cavallerizzo, usando con molto senno l’opera dettata dal Bouché, massime per quel che dicesi piegare il cavallo. La quale scuola ben governata e posta su basi larghe e salde non sarà soltanto utile all’esercito, ma propagando nel paese le cognizioni cavalleresche ed il gusto del circo, contribuirebbe a sottrarci dal tributo che per l’insufficienza numerica di buoni cavalli siamo sforzati di pagare al forestiero.
       Intorno al numero vero de’ cavalli fermato dal dispaccio del 1833 vuolsi notare che in tempo di pace devono ascendere a sei migliaia all’intorno, ed aumentarsi insino ad undici e meglio per la guerra. E sono sempre interi, ed il travaglio che si fa loro durare dimostra quanta ragione avea Bazan di pensare, che da essi potrebbesi avere un servizio doppio di quello richiesto da’ cavalli castrati. «L’esperienza, dice questo insigne uffiziale di cavalleria francese, ci dimostra cotidianamente, solo i cavalli interi poter sostenere le esorbitanti fatiche del trascino, delle poste, e delle riviere; poi per la guerra, la quale non richiede forza e resistenza minori, noi non ci serviamo che di cavalli castrati, imperciocchè antichi pregiudizi ci fan seguitare un’amica consuetudine, dicendo, che mille danni accadrebbero! Ma in Persia, in Arabia ed in Ispagna, dove è ignoto questo barbaro uso, come si fa?» In sostegno della quale opinione possiamo aggiungere che i cavalli interi adoperati nelle nostre file son sottoposti a certo pruove, cui non resisterebbero altri cavalli forestieri.

    La nostra topografia fra gli Appennini dimostra meglio che le parole, il nessun bisogno di aver noi di grossa cavalleria; sicchè non possiamo così appellare, che la compagnia delle Guardie del corpo, e gli eletti soldati della gendarmeria equestre. Se non che quella leggiera, siccome gli ussari, e l’altra di battaglia siccome lancieri e dragoni, hannosi alquanta diversa istruzione, ed altro armamento, ed altri fornimenti, se composti sono istessamente dallo stesso numero di uomini.
       Intendenza dell’esercito. La generale amministrazione dell’esercito nostro è affidata ad uno de’ marescialli di campo in pieno servigio, il quale toglie anche il titolo d’Intendente generale. Può dirsi questi il ministro della guerra, alloraquando le soldatesche muovono a combattere; siccome nell’antica milizia italiana furono i provveditori generali, cui affidavasi il carico supremo e la sopraintendenza del soldo, delle vettovaglie, del bagaglio, delle leve, de’ convogli e de’ quartieri dell’esercito. Ed è nella pace il principal braccio di quel ministero; perocchè ei governa la militare Intendenza, dove ha il provvido officio anzi che di sostenere alti diritti e potenti, di proteggere invece e difendere il dritto del povero soldato, perchè sia ben alloggiato, ben vestito ed anche meglio nutrito. Laonde ei volge il guardo vigilantissimo, non pur sulla paga che vien detta presto o presta, sul casermaggio, sul vestiario, e sopra gl’impresari, che forniscono la soldatesca di pane, e gli animali di foraggi, e di altre provviste e proviande talune volte. Anzi fa di più, alloraquando chiamato dalla legge eziandio a presedere la Giunta generale de’ contratti, vi porta le sue cognizioni ed il suo amore a pro dello stato militare; perchè le migliori stipulazioni si facciano ed a favore delle persone ed a pro delle materie di guerra in fatto di legnami, carboni, ferraccio, acciaio, rame, stagno, piombo e mille e mille altre bisogne nelle svariate amministrazioni delle artiglierie, delle fortificazioni e dell’officio topografico. Delle quali è il generale Intendente fedel depositario, per le somme poste nello stato discusso militare a loro disposizione, o a favor loro. In che ci ha alquanta differenza; essendo a piena libertà de’ singoli consigli dell’amministrazione negli arsenali nelle fonderie ed altrove spendere come meglio credono il danaro

    liberato a loro favore, e d’altra parte non avere che a domandare quella tale somma a disposizione, perchè il tesoro la paghi a cui spetta. Ed era fra’ doveri di questo Intendente andar sapientemente compilando in ogni termine di anno lo stato discusso; ed il suo alto carico stesso lo forniva di tutte le debite e necessarie cognizioni, perchè i milioni di ducati, che a’ rami di guerra e marineria concedon le rendite dello Stato, fossero convenevolmente spartiti e secondo i bisogni delle armi diverse.
       L’intendenza generale dell’esercito, siccome il ministero di guerra, di cui fece pane per lo innanzi vestendo la stessa divisa, ha quattro ripartimenti, ciascun de’ quali, regolato da un capo di ripartimento è suddiviso in sezioni, cui son preposti i capi di sezione. E sono queste le sole denominazioni alquanto diverse dalle altre Segreterie di Stato, nelle quali si annoverano gli uffiziali di ripartimento e gli uffiziali di carico. Ma ha inoltre un ufficio di verifica degli aggiusti, il cui capo anzichè appartenere all’ordine degli uffiziali civili è un commessario ordinatore dell’esercito, perocchè vi son disaminate scrupolosameute tutte quante le rassegne delle corporazioni militari, dopo che spedite da’ commessari, vi furono apposte nelle officine dell’erario le rispettive competenze, e propriamente nella Scrivaneria di ragione. Da ultimo deesi noverare la vice-intendenza generale per le province transfarine, cui si addice di sorvegliare e dirigere il servigio delle cose materiali e delle civaie, e di verificare eziandio le chiusure semestrali dei conti de’ reggimenti colà di presidio.
       Commessariato di guerra. Antichi fra noi sono anche gli offici de’ commessari di guerra; anzi nelle antiche ordinanze avevan le artiglierie i loro speciali commessari, eletti fra quelli uffiziali dell’arme, i quali non eran più accomodati a’ servigi de’ campi della vita agitata, siccome ha oggidì i suoi propri la marineria. Cangiaron nome ne’ primi anni del decennal reggimento per quella brutta smania di prediligere dappertutto il senso francese; cotalchè vi furon gl’intendenti e sotto-intendenti militari, i quali dipendevan dirittamente dal Direttor generale delle rassegne, dell’amministrazione del soldo e della così detta massa delle soldatesche.
       Vennero poscia con legge del dì 27 di maggio dell’anno 1808

    sostituiti i commessari di guerra e gl’ispettori alle riviste, togliendo finalmente questi ultimi il nome che vien di presente lor dato, cioè commissari ordinatori, i quali si hanno i carichi di maggiore importanza.
       Primo e capital offizio de’ commessari bene può dirsi quello delle rassegne mensuali de’ reggimenti, ed in generale di tutte le persone militari che pur fossero sole e senza corporazioni su quel tale luogo. Perlochè debbono ad essi indirizzarsi gli uomini che partono con congedo o ne ritornano, i coscritti, i licenziati dal servigio, quelli che si tramutan d’uno in altro reggimento, insomma ognuno che arreca o un abbassamento ovvero un accrescimento (bassa ed alta) alle compagnie per farne il numero. E dappoichè queste podestà dell’amministrazion militare non sono che braccia dell’Intendente generale, assumono stretta risponsabilità intorno alle somministrazioni d’ogni maniera, perchè fossero adempiute nella quantità e nelle condizioni fermate solennemente.
       Giunta generale de’ contratti. Per fornire nell’esercito le cose necessarie a’ soldati, massime la vettovaglia, nello stesso edifizio della Intendenza generale evvi questa commessione, preseduta, siccome abbiamo innanzi citato, dallo stesso Intendente, e composta di tre ordinatori, dello scrivano di razione, di un uomo della legge, e di un Segretario; questi con voto consultivo, e col deliberativo quelli. La quale giunta creata con Reale Dispaccio del dì 12 di marzo dell’anno 1833 era denominata innanzi consiglio d’Intendenza, istessamente ordinato, e col medesimo scopo di fermare solennemente ogni maniera di contratti militari con provveditori (fornisori) perciò che concerne le abbondanze dell’esercito, ovvero con appaltatori, i quali assumon l’obbligo di somministrare, a tutto lor rischio, derrate, mercanzie ed ogni materia per servigio dell’esercito, ed in ispezialità per le artiglierie ed il genio.
       Alloggi e caserme. Il primo genere di quelle obbligazioni, cui nel significalo legale si dà nome di servitù, è certamente l’alloggiare la soldatesca. Ma ben raramente, e ne’ casi di campi istruttivi di breve soggiorno in un silo, dassi di ciò molestia

    a’ cittadini ed al comune. Su’ generali la uffizialità di ogni grado gode una indennità mensuale per debitamente provvedersi di alloggio e di mobile, comechè in Napoli, dove son alte le pigioni, l’universale de’ men graduati cerchi a tutt’uomo di avere stanza in qualche alloggiamento militare. Anzi per ovviare in ispezialità a cosiffatto inconveniente pubblicavasi addì 24 di settembre dell’anno 1839 un regolamento per gli alloggi degli uffiziali, che pareva non avesse nulla a lasciare di meglio. E per le milizie statuiva la legge del dì 24 di novembre dell’anno 1816 che, di presìdio fossero o stanziate, sempre venissero alloggiate a conto del regio erario, salvo i gendarmi che rimasero a carico delle province, ed i soldati di transito a spese del comune. I quali alloggi si danno a soldati nelle caserme, il cui mantenimento in buona condizione non che quello delle scuderie è affidato al Genio da una parte, ma v’entra anche l’amministrazion militare per tutto che concerne il così detto casermaggio, quanto a dir le masserizie ond’hanno bisogno i quartieri, cioè letti, rastrelliere, lenzuola; se non che vengon somministrati pagliaricci a’ soldati napolitani, e materassi con pagliaricci agli svizzeri, ogni soldato dormendo solo al suo letto. E questo servigio era un tempo allogato alla così detta regìa delle sussistenze militari, insino a che per regio volere del dì 18 dì dicembre l’anno 1818 non venne composta la commessione di casermaggio, sotto la sorveglianza diretta de’ commessari, e fermato in un articolo dell’ordinanza del 1824 intorno all’amministrazion militare, che il fornimento de’ letti pe’ soldati dell’esercito dovea adempirsi per via di generale appaltatore, il quale, data cautela di una rendita di tremila ducati, assumeva obbligo di mantenere in buon servigio non pur tanti letti quanti uomini, ma un quarto in sopravvanzo.
       Commessione del vestiario. Fu certo un miglioramento della scienza militare il trovato di variamente vestire il soldato, secondo le armi diverse, e secondo i diversi reggimenti, per distinguer le milizie d’ordinanza dalle leggiere, la gente a piede da quella a cavallo, i cavallarmati da’ cavalleggieri, le artiglierie da’ minatori e zappatori. Ed i corpi poi d’una stessa soldatesca si distinguono

    fra essi non solamente dal nome o dal numero che portano, ma dalla varietà eziandio de’ colori del bavero o goletta, delle mostre, de’ soppanni, de’ rivolti, della pistagna e della forma delle saccoccie. Determinata la qualità de’ pannilani, delle tele, de’ calzari, de’ caschetti, del corame e di altre materie, e fermata per ogni suppellettile la corrispondente durata, celebransi gli appalti dalla commessione di sopra menzionata de’ militari contratti. Ed il consesso delle vestimenta preseduto da un uffizial superiore, composto di quattro membri e governato eziandio da un commessario di guerra, intende a far costruire secondo i modelli bollati nell’Intendenza generale il vestito militare , e quelle suppellettili, che formano il piccolo corredo, cioè calzamento, biancheria, corvattini e cose altrettali, non che la bardatura e 1’ armamento, avendo ogni corporazione ad inviar presso la giunta uno dei suoi uffiziali per riceversi tuttociò che appartiene alle nuove leve, ovvero gli arnesi che deggion cambiarsi per tempo compiuto.
       Ospedali militari. Il decimo ruolo militare, sotto il titolo di corpo politico dell’esercito, abbraccia eziandio tutto quanto l’ordinamento del magistrato della sanità militare. Il quale ha patito svariati cangiamenti insino a che nell’anno 1833 venne pubblicandosi addì 12 di marzo l’ordinanza intorno alla Direzion generale degli ospedali militari per i soldati dell’esercito solamente, perocchè la pubblica salute della marineria è retta dal retroammiraglio, cui è fidata la ispezione creata addi 19 di marzo dell’anno 1835 sotto il nome de rami alieni. E su’ generali abbiamo ad osservare, dividersi in due questa maniera di militare instituzione, cioè nella branca propriamente sanitaria ed in quella dell’amministrazione, deputando la prima a governar la salute della soldatesca e delle ciurme o ne’ reggimenti e su le navi, ovvero negli ospedali e ne’ militari licei. Laonde fan parte dello Stato maggiore di un reggimento di fanti o di cavalli due chirurghi, ed uno per ogni battaglione, salvo il Treno che ne conta due invece.
       Due ospedali per i soldati terrestri si contano in Napoli, uno detto della Trinità, che è il maggiore, e l’altro del Sagramento; ed avvenne poi un terzo per la marineria, detto opedale

    centrale in via Piedigrotta, provveduto ognuno di buoni regolamenti, ed ampiamente fornito di medici ancora e di chirurghi, fra’ più chiari professori e per ingegno e per dottrina. I quali si contraddistinguono con le denominazioni di primi e secondi medici, fra’ quali un capo di servizio, per la sorveglianza dello stabilimento e delle persone; ed istessamente per la parte cerusica, in cui vengono eziandio noverati i terzi chirurghi ed i candidati, simigliantemente a’ farmacisti, i quali in più picciol numero, sono pur nondimeno in questi quattro ordini medesimi spartiti, essendovene anche due presso l’Intendenza generale dell’esercito per l’avveramento de’ conteggi farmaceutici. In ugual modo, salvo brevi differenze, vengono ordinati i carichi sanitari dell’armata, la quale annovera medici di prima e seconda classe, non meno che chirurghi e speziali di prima seconda e terza classe ancora, alcuni de’ quali han pure l’epiteto di naviganti
       .Dal lato poi dell’amministrazione ci ha primamente un commessario di guerra ordinatore, e parecchi uffiziali civili, i quali sapientemente si appartengono alla generale Intendenza nel ramo di marineria, quando negli ospedali dell’altro ramo di guerra si contan particolarmente primi secondi e terzi controlori e commessi , oltre a non picciol numero di ammissionati e di soprastanti.
       Gli ospedali militari di tutto quanto il reame, oltre i suddetti, sono istessamente ordinati, cioè sotto il comando di un uffiziale, e governati da professori e da amministratori nelle città di Capua, Caserta, Gaeta, Chieti, Pescara, Nola, Cava, Taranto, Tremiti, Ponza, Palermo, Messina, Trapani, Siracusa, e Melazzo, per i soldati dell’esercito; ed in Castellammare, Brindisi, Santo Stefano per quelli dell’armata; essendovene un altro ancora nell’isola d’Ischia per i condannati infermi.
       Tutt’ i soldati che ammalano ne’ loro alloggiamenti son colà trattati da’ propri chirurghi, e menati in un piccolo ospedaletto nel ricinto del quartiere, cui dassi il nome di sala reggimentale; ma se in capo a tre o quattro giorni non risanano, ovvero se manifestano talune malattie, sono tosto mandati al più vicino ospedal militare, ed anche in uno civico, sulle prime, se ne fosse troppo

    quello lontano, Epperò, avendo i chirurghi de’ reggimenti non meno che quelli naviganti a intendere ad un’ora ai malati di medica pertinenza, vuolsi per legge che esami eziandio di medicina sostenessero, riportandone il diploma di libera pratica; perocchè in guerra massimamente, non sarebbe cosa sì facile andar trovando fosse pure un mediconzolo.
       Il numero ordinario de’ malati nell’ospedale della Trinità è da 100 a 150; ma ne’ mesi estivi ed in ispezialtà in tempo de’ grandi armeggiamenti arriva raramente insino a 500, di cui sono capaci le sale. Le capacità degli altri due ospedali del Sagramento e di Piedigrotta sono di 300 all’incirca.
       Orfanotrofio militare. Questo pio e sacro istituto di militar beneficenza cristiana è anche antico fra noi, e venne poscia ripristinato nell’anno 1807, ma con migliori norme e più sicuri cespiti ordinato da leggi del dì primo di gennaio dell’anno 1819 e del 22 maggio del seguente, alloraquando furonvi aggiunte le rendite provvenientì dall’irrigazione del Sarno e da’ due soldi che deggion lasciare gli uffiziali che tolgon moglie.
       La sua amministrazione vien regolata e composta da un presidente che d’ordinario è un generale dell’esercito, da un vicepresidente, da tre amministratori, uno de’ quali è deputato al ramo contenzioso, e prende l’altro il nome di contabile, da un segretario, un capo contabile, un archivario, un sorvegliante, dodici uffiziali, e parecchi altri fra alunni, soprannumeri, aspirami e ocontrolori. E dappoichè gli edifizi e le proprietà rendenti dell’orfanotrofio han certamente bisogno a quando a quando e di patrocinio e di ristauri e lavori d’ogni maniera, vi si aggiunsero tre avvocati patrocinatori, ed una giunta generale, dov’entran siccome membri un uffiziale del genio ed un commessario di guerra perciò che concerne le opere di architettura e la validità degli atti.
       Fra le prime beneficenze sapienti di questa instituzione elemosiniera contansi ed il mantenimento de’ militari licei ed il sussidio mensuale di ducati due a’ poveri orfanelli militari, disponendo eziandio a prodi dugento orfane il patrimonio di ducati sei mila ogni anno, de’ quali 5 mila trecentoquaranta per le mensuali

    pensioni di venti, venticinque, o quaranta carlini secondo i gradi de’ padri loro, e gli altri per maritaggi, ciascuno di ducati quaranta, e per altri conforti eziandio.
       E simigliantemente a questo, anche la regia marinerìa ebbesi il suo orfanotrofio con benefico Real Dispaccio del dì 16 di settembre 1831, in virtù del quale sommavan dapprima le rendite oltre a millecinquecento ducati; ma coll’applicazione poscia del profitto che poteva trarsi dalla coltura di alcuni terreni nell’isola di S. Stefano, e con altre largizioni ancora e buone opere, puossi oggi disporre a pro degli orfani infelici della uffizialità marinaresca di un censo annuo oltre a’ settemila ducati fruttiferi e liberi d’ogni gravezza e passività cotanto han saputo corrispondere gli amministratori alla cordialità del Principe, ed al sentimento della carità cristiana.
       Tribunali militari. Tostochè gli eserciti divennero permanenti, videsi bisogno di un codice e di un procedimento speciale per l’amministrazione della giustizia militare. Nè poi è a far le maraviglie che mentre tutte le istituzioni della moderna Europa volgono ad assicurare a ciascun cittadino il libero esercizio delle sue facoltà, mettendo un freno alle voglie del forte contro il debole, non vedonsi negli eserciti e nelle armate che eccezioni e privilegi, ed a rigorose condizioni soggetta la sommession de’ soldati. La ragione sta appunto nella stessa indole del servigio e della costituzion militare. Imperocchè il cittadino armato debb’essere rattenuto da severa disciplina per non abusare della sua forza, e per adempiere ai suoi carichi con volontà affatto sottomessa. Per la qual cosa leggiamo pene severe contro la gente di guerra nelle leggi normanne e sveve, ne’ capitoli angioini, nelle prammatiche aragonesi. E non ultimi mai a miglioramenti della civiltà, già nell’anno 1737 pubblicavasi in Palermo il trattato delle leggi penali della milizia comechè quelle stesse si fossero che nella Monarchia Spagnuola avean forza e vigore. E poco appresso, Francesco Fraveth, avvocato de’ poveri soldati nella Giunta consultiva di guerra e nella udienza generale degli eserciti i poneva a luce la pratica

    militare de’ giudizi criminali, citandovi le ordinanze del dì 10 di agosto 1758 intorno alla diserzione. Nè fra noi alla caduta del feudale dominio rimase mica nelle mani de’ governatori e castellani militari l’antica loro giurisdizione assoluta; anzi possiam dire che i nostri Principi, intesi alla formazione di novelle leggi, pensarono fra’ primi alla compilazione di miglior codice militare; talchè nell’anno 1789 mettevasi a stampa la ordinanza di S. M. sulla giurisdizion militare e sopra i delitti e le pene della gente di guerra.
       l primi nostri tribunali militari sono i Consigli di guerra di corpo, ne’ quali non vi sono altri uffiziali permanenti che il commessario del Re ed il Cancelliere, eleggendosi dal comandante sì il Presidente che i sei giudici ad ogni convocazione di consiglio, secondo il grado del giudicabile, da soldato a tenente. Poi si contano in tutti gli Stati delle Sicilie venticinque consigli di guerra di guarnigione, preseduto ognuno da un uffiziale superiore con un commessario del Re, capitano; perocchè in ogni metropoli di provincia evvene un solo, ma tre nella città di Napoli, uno de’ quali è affatto deputato alla guardia reale, e due in Terra di Lavoro, cioè in Caserta, siccome città capo, ed in Gaeta, siccome fortezza soverchiamente lontana. Ed abbiamo inoltre per la marineria due speciali consigli di guerra di guarnigione, stanziati uno nel dipartimento generale di Napoli, e l’altro nel dipartimento secondario della città di Messina. La quale istituzione di queste corti di militare appello apparve fra noi dapprima co’ consigli di guerra permanenti ed i consigli di revisione in ciascuna delle militari divisioni, in che eran comprese alquante province, simigliantemente alle Gran corti civili per i giudizi delle cause non militari. Se non che i nostri consigli di guernigione giudicano eziandio in prima istanza i capitani dell’esercito, i soldati di certi corpi che non hanno propri consigli di guerra, siccome la gendarmeria, il treno, i veterani; i correi e complici di corpi diversi, e le persone militari le quali o non avessero corporazione, o non fosse composta a battaglione la loro. Per giudicare da ultimo gli uffiziali più altamente graduati insino a’ generali avrebbesi a comporre un tribunale di eccezione temporaneo, che toglierebbe il titolo antico di

    consiglio divisionario, siccom’è quello della marineria chiamato Consiglio di guerra generale, in cui è stabilmente nominato il commessario del Re, ch’ è un capitano di fregata.
       Da ultimo è in Napoli un supremo tribunale di guerra, cioè l’alta corte militare, il cui fine santissimo, pari a quello della Corte Suprema di giustizia, è di mantenere l’esatta osservanza delle leggi, e richiamare al loro adempimento i consigli di guerra i quali se ne fossero dilungati, annullando le decisioni in cui violata si fosse la forma essenziale del rito, o manifestamente contravvenuto al testo della legge e de’ decreti. Quindici uffiziali la compongono, uno siccome presidente, otto de’ quali giudici ordinari, e sei straordinari per supplire i sospetti o gl’impediti, tutti’i quali membri son generali di terra e di mare. Un commessario del Re eletto fra gli avvocati cospicui della città fa eziandio da relatore e da pubblico ministero, con una cancelleria composta di un uffizial superiore, siccome segretario, di un capitano cancelliere, e quattro uffiziali subalterni.
       Nell’annullamento di un giudicato fatto da un consiglio di guerra di corpo dee inviarsi la cognizion della causa al consiglio di guarnigione, e cancellando la sentenza di un consiglio di questi, se ne fa rinvio ad un altro, composto di membri diversi ma simigliantemente graduati. Laonde la Suprema nostra corte militare distendesi sopra tutte le corti di milizia, salvo sopra un consiglio di guerra che fosse dichiarato subitaneo, per punir prontamente quei reati che per gravità o frequenza possono scrollare la militar disciplina: su la Corte marziale marittima, la quale, componendosi di cinque capitani di vascello e di fregata, di un commessario, di un ingegnere costruttore, e di un uffiziale eziandio siccome relatore e ministero pubblico, giudica le colpe commesse da’ forzati e da’ custodi contro la sicurezza e disciplina de’ bagni; e su le commissioni militari, le quali, in virtù del Sovrano volere del dì 20 di maggio 1814, procedon anche contra coloro che eccitano il popolo alla rivolta, e contra i perturbatori dell’ordine ed i contravventori alle leggi sanitarie.

  1. Dovendo discorrere delle Fratrie Attico-Napolitane, de’ nostri Seggi, e quindi degli aboliti Sedili, crediamo dover anticipatamente interessare i cortesi nostri lettori ad esserci indulgenti se mai trovassero troppo esteso il numero delle iscrizioni riportate nel corso del presente descrittivo lavoro. Noi l’abbiam creduto utilissimo e necessario sotto molti rapporti; e siam lieti di trovare il nostro divisamento avvalorato da ciò che un uomo di Stato non ha guari sull’oggetto scriveva. L’epigrafia è una delle più copiose sorgenti, dalle quali si possono raccogliere notizie per lo studio delle antichità d’un popolo. Sovente le iscrizioni ci han rivelato importantissimi fatti sfuggiti all’attenzione degli archeologi, o ci han portato lume su quelli che di già conoscevansi. Dobbiamo alle iscrizioni antiche tutto quel che sappiamo sull’organizzazione amministrativa dell’Impero Romano; la gerarchia delle grandi funzioni pubbliche; le circoscrizioni territoriali; i privilegi di cui godevano i municipî; il modo come le loro magistrature si componevano; le istituzioni religiose; lo stato delle persone; l’organizzazione e la distribuzione in tutta la superficie dell’impero de’ diversi corpi d’armata di terra e di mare; i gradi e la gerarchia degli uffiziali; la costruzione de’ monumenti’ la formazione delle strade romane, e di altri grandi lavori di pubblica utilità. Tutte queste ricerche e molte altre, che lungo sarebbe l’enumerare, trovano la loro soluzione nelle antichissime iscrizioni; anzi per cosi dire non la trovano se non in esse. Quelle poi de’ primi secoli cristiani, che ci rivelan cose di un altro ordine, non sono meno importanti per la storia del paese. Quasi tutte ci recano particolarità d’un incontrastabil valore intorno alla perpetuità del domma, alla liturgia sacra ed alla gerarchia ecclesiastica. Altre constatano la data della costruzione o della dedicazione di questi magnifici tempï che forman la gloria della nostra Città. Quelle che sono incise ne’ monumenti, nelle chiese, ne’ chiostri o negli