Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920)/VII. Cecco Angiolieri

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Cecco Angiolieri

VII. Cecco Angiolieri ../VI. Tenzone tra Dante Alighieri e Forese Donati ../VIII. Iacomo de' Tolomei detto Granfione IncludiIntestazione 30 luglio 2020 25% Da definire

VI. Tenzone tra Dante Alighieri e Forese Donati VIII. Iacomo de' Tolomei detto Granfione
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VII

CECCO ANGIOLIERI

I

È derubato dalla sua donna e per di piú ingiuriato dagli altri e da lei.

— Accorri accorri accorri, uom, a la strada!
— Che ha’, fi’ de la putta? — I’ son rubato.
— Chi t’ha rubato? — Una, che par che rada
4come rasoi’, si m’ha netto lasciato.
— Or come non le davi de la spada?
— I’ dare’ anzi a me. — Or se’ ’mpazzato?
— Non so’; che’l dá? — Cosí mi par che vada:
8or t’avess’ella cieco, sciagurato! —
— E vedi che ne pare a que’, che ’l sanno?
— Di quel, che tu mi rubi. — Or va’ con Dio!
11— Ma anda pian, ch’i’ vo’ pianger lo danno
— Che ti diparti? — Con animo rio.
— Tu abbi ’l danno con tutto ’l malanno!
14— Or chi m’ha morto? — E che diavol sacc’io? —

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II

Prega la donna d’essergli affabile e cortese.

Avvegna ched i’ paghi ’l tu’ mirare
piú, che s’io fossi del mondo signore,
che tu mi fai, amor, per tuo onore?
4si mi pur vuoi di te assicurare?
Se ti piace di volermi parlare,
io te ne prego da parte d’Amore;
e non guardar per ch’i’sia tuo minore,
8ché, quanto l’uomo è di maggior affare,
si è tenuto d’aver, per ragione,
in sé umilitate e cortesia:
11se ciò non fa, si gli è gran riprensione.
Non per ch’io creda che ’n te villania
possa capére: in questa oppenione,
14i’ son tuo, e serò in di di vita mia.

III

Non può cessar d’amare colei, che lo disprezza.

Or non è gran pistolenza la mia,
ch’i’ non mi posso partir dad amare
quella, che m’odia e niente degnare
4vuol pur vedere, ond’i’passo la via?
E dammi tanta pena notte e dia,
che de l’angoscia mi fa si sudare,
che m’arde l’anima e niente non pare;
8certo non credo ch’altro ’nferno sia.
Assa’ potrebb’uom dirm’: — A nulla giova
Ch’ell’è di tale schiatta nata, ’ntendo,
11che tutte son di cosí mala pruova.
Ma, per ch’i’la trasamo, pur attendo
Ch’Amore alcuna cosa la rimova:
14ch’è si possente, che’l può far correndo.

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IV

Pei la crudeltá della sua donna, maledice il momento che se n’innamorò.

Maladetto e distrutto sia da Dio
lo primo punto, ch’io innamorai
di quella, che dilettasi di guai
4darmi, ed ogn’altro sollazzo ha in oblio;
e si fa tanto tormento esser mio,
che ’n corpo d’uom non ne fu tanto mai:
e non le pare aver fatto anco assai,
8tant’è ’l su’ cor giude’, pessimo e rio.
E non pensa se non com’ella possa
far a me cosa, che mi scoppi’l cuore:
11di questa oppinion ma’ non fu mossa.
E di lei non mi posso gittar fuore,
tant’ho la ment’abbarbagliat’e grossa,
14c’ho men sentor, che non ha l’uom, che mòre.

V

Che differenza passi tra lui e quella crudele di Becchina.

I’ ho si poco di grazia ’n Becchina,
in fé di Di’, ch’anche non tèn a frodo,
che in le’ non posso trovar via né modo,
4né medico mi vai né medicina;
ch’ella m’è peggio, ch’una saracina,
o che non fu a’ pargoli il re Rodo;
ma certo tanto di le’ me ne lodo,
8ch’esser con meco non vorrie reina.
Ecco’l bell’erro, c’ha da me a lei:
ch’i’non cherre’a Di’altro paradiso,
11che di basciar la terr’, u’pon li piei;
ed i’ fossi sicur d’un fiordaliso,
ch’ella dicesse: — Con verta ’l ti diei! —
14E no, ch’i’fosse dal mondo diviso!

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VI

Si lameuta d’Amore, che lo fa soffrire.

Oimè d’Amor, che m’è duce si reo,
oimè, die non potrebbe peggiorare;
oimè, perché m’avvène, segnor Deo?
4oimè, ch’i’ amo quanto si pò amare,
oimè, colei, che strugge lo cor nicol
oimè, che non mi vai mercé chiamare!
oimè, il su’cor coni’è tanto giudeo,
8oimè, che udir non mi vói ricordare?
Oimè, quel punto maladelto sia,
oimè, ch’eo vidi lei cotanto bella,
11oimè, ch’eo n’ho pure malinconia!
Oimè, ché pare una rosa novella,
oimè, il su’viso: dunque villania,
14oimè, cotanta come corre ’n ella?

VII

Gli è impossibile disamare.

Egli è si agra cosa ’l disamare
a chi è ’nnamorato daddivero,
che potrebb’anzi far del bianco nero
4parer a quanti n’ha di qua da mare.
Ond’i’, perciò, non vi vo’piú pensare;
anzi, s’i’ebbi ma’volere intero
in trasamar, or vi sarò piú fèro:
8portila Dio come la vuol portare!
Ma non l’abbia, perciò, in grad’Amore:
ché, s’i’potesse, disamar vorria
11piú volontier, clic farmi ’mperadore.
Ché tutto ’l tempo de la vita mia
so’ stato de’ suo’ servi servidore:
14ed e’ fammi pur mal, che Dio li dia!

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VIII

Le pene amorose sono grandissime, ma non può disamare.

Quanto un granel di panico è minore
del maggior monte, che abbia veduto;
e quanto è ’l boa fiorin de l’or migliore
4di qualunca denaro più minuto;
e quanto m’è piú pessimo el dolore
ad averlo, e l’ho, ch’a averlo perduto:
cotant’è maggio la pena d’amore,
8clied io non averei mai creduto.
Ed or la credo, però ch’io la provo
en tal guisa, che, per l’anima mia,
11di questo amor vorria ancor esser novo.
Ed ho en disamar quella bailia,
c’ha’l pulcinello, ch’è dentro da l’ovo,
14d’uscir ’nanzi ched el su’ tempo sia.

IX

Benché l’amore lo faccia soffrire, non può star senza.

Io potrei cosí stare senz’amore,
come la soddomia tòllar a Moco,
o come Ciampolin gavazzatore
4potesse vivar tollendoli ’l gioco,
o come Min di Pepo Accorridore
s’ardisse di toccar Tan pur un poco,
o come Migo, ch’è tutto d’errore,
8ch’e’ non morisse di caldo di fuoco.
Però mi facci Amor ciò, che li piace,
ch’i’sarò sempre su’servo fedele
11e sofTerrò ciò, che mi fará, ’n pace;
e, sed e’ fosse amaro piú, che fòle,
con l’umiltá, ch’è vertú si verace,
14il farò dolce come cannamèle.

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X

Fará ogni sforzo per vincere il disdegno di Becchina.

Quando veggio Becchina corrucciata,
se io avesse allor cuor di leone,
si tremarei coni’ un picciol garzone
4quando ’l maestro gli vuol dar palmata.
L’anima mia vorrebbe esser non nata,
’nanzi ch’aver cotale afflizione;
e maledico el punto e la stagione,
8che tanta pena mi fu destinata.
Ma, s’io devesse darmi a lo nemico,
e’ si convien che io pur trovi via,
11che io non temi el suo corruccio un fico.
Però, se non bastasse, io mi morda;
ond’io non celo, anzi palese ’l dico,
14ch’io provarò tutta mia valentia.

XI

La sua donna si compiace di farlo penare.

Io averò quell’ora un sol di bene,
ch’a Roma metterá neve d’agosto:
ma di dolor e d’angosce e di pene
4son piú fornito, ca ottobre del mosto.
E solamente questo mal mi vene,
per ch’io non posso aver un bon risposto
da quella, che ’l mie cor piú tristo tene,
8che non fa quel, che ne l’inferno è posto.
A torto e a peccato mi vói male;
e cosí torni nostra guerra in pace,
11corno di lei servir molto mi cale.
Cosi mi strugge stando contumace,
come ne l’acqua bollita fa’l sale:
14ch’io non n’ho peggio ancor, piú li dispiace.

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XII

Per quanto soffra, la donna non si rimuove dalla propria indifferenza.

La mia malinconia è tanta e tale,
ch’i’non discredo che, s’egli ’l sapesse
un, che mi fosse nemico mortale,
4che di me di pietade non piangesse.
Quella, per cu’m’avvèn, poco ne cale;
ché mi potrebbe, sed ella volesse,
guarir ’n un punto di tutto ’l mie male,
8sed ella pur: — I’ t’odio — mi dicesse.
Ma quest’è la risposta, c’ho da lei:
ched ella non mi vói né mal né bene,
11e ched i’vad’a far li fatti mei:
ch’ella non cura s’i’ho gioí’o pene,
men, ch’una paglia, che le va tra’piei;
14mal grado n’abbi Amor, ch’a le’ mi diène.

XIII

È opportuno non amare se non chi ci vuol bene.

E’ m’è si malamente rincresciuto
el pur amar e non esser amato,
che, come sasso, duro son tornato,
4avvegna ch’a mal’otta sia pentuto.
E, s’i’ mi fosse anzi tratt’avveduto,
giá non mi fuora si caro costato,
ché ben n’ho men de la sangu’ e del fiato,
8e ne l’onor non me n’è guar cresciuto.
Si che mi par aver bianca ragione
di non amar se non chi mi vói bene,
11ed in questo son fermo di piccone.
E chi altra manèra prende o tène,
se non si cangia di su’ oppinione,
14sará fortuna se ben li n’avvène.

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XIV

Pur dopo laute sofferenze, farebbe qualunque cosa per compiacere ia crudele

L’animo riposato aver solia,
ed era nuovo che fosse dolore:
e or me n’ha cosí fornito Amore!
4Non credo e penso ch’altra cosa sia.
De’ quant’è suta la sventura mia
poi cH’i’ fu’ servo di cotal segnore,
ché ciò, ch’i’ faccio, mi torn’al peggiore
8ver’quella, che ’l me’ core ha ’n ubria.
Certo non me le par aver servito:
ché, s’ella s’umiliass’a comandarmi,
11non avrebbe ch’a levar lo su’ dito.
Si mi parrebbe poco trarriparmi,
potendo dir ch’i’ l’avess'ubbidito;
14s’i’ ne morisse, crederie salvarmi.

XV

Il suo cuore s’è lasciato andare in dura servitú.

Ciò, che naturalmente fu creato
in terra o ’n aere o ’n acqua, che Ioni vede,
a segnoria de l’uom fu tutto dato,
4e si conduce e vive sua mercede.
Ma lo mi’ cor è si disnaturato,
che niente di ciò sente né crede;
ma di segnor è servo diventato,
8e mai non dé’ cangiar voler né fede.
Ed è si avvilato e dato a valle,
che, senza far sembianti di dofesa,
11si s’ha lasciato prendere a farfalle.
I’ l’ho dal cor bensí per grande offesa,
da poi che’n terr’ha si date le spalle;
14ma seguiroir in quella via, c’ha presa.

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XVI

Quando incontra madonna, trema e vien meno.

Il cuore in corpo mi sento tremare,
si fort’è la temenza e la paura,
ch’i’ho vedendo madonna in figura,
4cotanto temo di lei innoiare.
E non poria in quel punto parlare:
cosí mi si dá meno la natura,
ched i’ mi tengo in una gran ventura
8quand’i’mi posso pur su’ piei fidare.
Infino a tanto che non son passato,
tutti color, che me veggiono andando,
11si dicon: —Ve’ colui, ch’è smemorato! —
Ed io nulla bestemmia lor ne mando,
ch’elli hanno le ragioni dal lor lato,
14però che ’n ora in or vo tramazzando.

XVII

Ogni innamorato soffre, ma peggio di tutti sta chi ama Becchina.

Chi vói vantaggio aver a l’altre genti
don’el su’ cor lialmente ad Amore,
e lassi dire amici né parenti,
4s’e’ n’ha nessun di ciò reprenditore:
ché tanto faccia Dio tristi e dolenti
chi agli amanti fa altro, ch’onore,
quant’elli ha fatto carampia, de’ denti,
8che vintiquattro di bocca n’ha fuore.
Chi serve questa è peggio, a mia parvenza
e ben mi par di ciò dicer si certo,
11che volentier ne starei a sentenza:
e, chi perdesse, fosse si deserto,
enmantinente, senza nulla entenza,
14come fo ’l fiorentino a Monte Aperto.

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XVIII

Amore l’ha soccorso in un grave frangente, ma I’ha anche legato per sempre

Amor, poi che ’n si greve passo venni,
che, chi vediemi, ciascun dicie: — Fiú! —,
e di me beffe facien maggior piú,
4ch’i’dir non so, schernendomi per cenni;
ch’era si fuor di tutti e cinque senni,
ch’a ’maginar quanto ’n tutt’era giú
d’ogn’intelletto, ch’om di’ aver chiú,
8saria lament’, e a pensar du’ m’attenni:
ch’i’ non perio? ma ’l tu’ gentil soccorso
ché mi donasti quand’i’venie meno?
11Ciascun membro gridò: — No’ sbigottiamo! —
Di guiderdon ma’ non potre’ aver ramo,
ch’i’renderti potesse; ma tal freno
14m’hai messo ’n bocca, che mai non lo smorso!

XIX

Prima era pieno di giudizio, e Amore gliel’ha l’atto perdere.

L’Amor, che m’è guerrèro ed enemico,
m’ha fatto com’al drago san Michele,
e mi fa canne somigliar candele:
4guarda s’i’son ben di veder mendico!
Garzon di tempo e di savere antico,
fui giá chiamato fonte di cautele;
ma, veramente come Cristo ’n ciel è.
8i’ son del tutto folle, e noi disdico.
Però, chi mi riprende di fallare,
noi mira dritto specchi’, al mi’parere:
11ché contra forza senno suol perire.
E, non per tanto, ch’è del migliorare?
Non si sa punt’, anz’i’ potre’ morire...
14Dica chi vuol, ch’i’ ’l mett’a non calere.

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XX

Impiccarsi gli pare l’unico rimedio al suo dolore.

Quand’i’ solev’udir ch’un fiorentino
si fosse per dolor si disperato,
clied elli stesso si fosse ’mpiccato,
4si mi parev’un miraeoi divino;
ed or m’è viso che sie piú latino,
che non sarebb’a un, che, solo nato,
avesse tutto ’l di marmo segato,
8il bever un becchier di vernaccino.
Perciò ch’i’ho provat’un tal dolore,
ell’i’credo che la pena de la morte
11sia cento milia cotanto minore.
Com’elli sia cosí pessim’e forte,
come ’l sonetto die’ e vie maggiore,
14farò parer con men di due ritorte.

XXI

Tanto soffre, che vorrebbe o non esser nato o non sentire.

Se si potesse morir di dolore,
molti son vivi, che serebber morti:
i’ son l’un desso, s’e’ non me ne porti
4’n anim’e carn’il Lucifer maggiore;
avvegna ch’i’ne vo con la peggiore,
ché ne lo ’nferno non son cosí forti
le pene e li tormenti e li sconforti,
8com’un de’miei, qualunqu’è’l minore.
Ond’io esser non nato ben vorria,
od esser cosa, che non si sentisse,
11poi ch’i’ non trovo ’n me modo né via:
se non è ’n tanto, che se si compisse
per avventura ornai la profezia,
14che Tuoni vuol dir, Ch’Anticristo venisse.

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XXII

Tutti i suoi dolori cesserebbero, se cessasse di tormentarlo la sua donna.

Eo ho si tristo il cor di cose cento,
che cento — volte el di penso morire,
avvegna che ’l morire — mi fora abento,
4ch’eo non ho abento — se non di dormire;
e nel dormire — ho tanto di tormento,
che di tormento — non posso guarire:
ma ben guarire — porla en un momento,
8se momento — avesse quella, che ire
mi fa tanto dolente, en fede mia,
che mia — non par che sia alcuna cosa,
11altro che cosa — corrucciosa e ria.
Ed è si ria — la mia vita dogliosa,
ch’eo so’doglios’a — chi mi scontra en via,
14e via — non veggio, che mai aggia posa.

XXIII

Dopo un bel sogno, gli è piú amaro il risveglio.

Me’ mi so cattiveggiar su ’n un letto,
che neun om, che vada’n su’duo piei:
ché’n prima fo degli altru’danar miei;
4or udirete po’ com’i’ m’assetto:
ché ’n una cheggio, per maggior diletto,
d’esser in braccio ’n braccio con colei,
a cu’ l’anim’e ’l cuor e ’l corpo diei
8interamente, senz’alcun difetto.
Ma po’ ched i’ mi trovo ’n sul niente
di queste cose, ch’i’ m’ho millantato,
11fo mille morti ’l di, si son dolente.
E tutto ’l sangue mi sento turbato,
ed ho men posa, che l’acqua corrente,
14ed avrò fin ch’i’sarò’nnamorato.

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XXIV

Poiché Becchina lo vuol morto, morrá contento.

Da po’ t’è ’n grado, Becchina, ch’i’ muoia,
non piacci’a Dio ch’i’viva niente!
Anima mia, morir ben m’è a puoia
4per l’allegrezza di quel tu’ parente,
c’ha nome Benci, che pela le coia:
però ti dico ch’i’moio dolente:
ma non, però, ch’i’ne cur’una luoia;
8anzi ne prego Crist’onnipotente.
Ch’e’ ne contenti ’l mie boci’ al bosco:
ché so che m’odian di si crudel guisa,
11che di vedermi morto menan tòsco!
Nlit’e Turella ne fará gran risa,
Nell’e Pogges’e tutti que’ del cosco,
14accetto que’, che fuór nati di Pisa.

XXV

Il poeta tenta ogni approccio, ma Becchina non vuoi sapere di lui.

— Becchina mia! — Cecco, noi ti confesso.
— Ed i’ son tu’. — E cotesto disdico.
— I’sarò altrui. — Non vi do un fico.
4Torto mi fai. — E tu mi manda ’l messo.
— Si, maccherella. — E1 l’avrá ’l capo fesso.
— Chi gliele fenderá? — Ciò ti dico.
— Se’ cosí niffa? — Si, contr’al nimico.
8— Non tocc’a me. — Anzi, pur tu se’ desso.
— E tu t’ascondi. — E tu va’ col malanno.
— Tu non vorresti. — Perché non vorria?
11— Ché se’ pietosa. — Non di te, uguanno!
— Se foss’un altro? — Cavere’l d’affanno.
— Mal ti conobbi! — Or non di’ tu bugia.
14— Non me ne poss’atar! — Abbieti ’l danno! —

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XXVI

Né anche con l’uccidersi farebbe impietosire la donna.

E’ non è neun con Cotanto male,
che volontier non li cambiasse stato,
però ch’el me’ dolor è si corale,
4che passa quel d’ogn’altro sciagurato;
ché, per segarmi la vena organale,
quella, di cu’ i’ sono innamorato,
darebbevi piú, che rusca non vale:
8a questo m’ha condutto el mio peccato.
Ch’ella sempre dice, ha ditto e ere’ dica,
difin che dicerò di lei amare,
11d’essermi pure mortai enemica.
Lá ’nd’eo ne porto en me tanto penare,
se Deo, ch’è segnor, mi benedica,
14e’ dada gli occhi per disamorare!

XXVII

Vorrebbe morire piuttosto che vivere in laute continue angosce.

Lo mi’ cor non s’allegra di covelle,
ch’i’veggia o ch’i’oda ricordare;
anzi mi fa, non ch’altro, noia Tare,
4tal’odo da mia donna le novelle.
Ché ’nsomm’ha detto ch’aver de le stelle
potre’ innanzi, che lei accordare
ched ella si volesse umiliare
8ch’i’l’appressass’al suol de le pianelle.
Onde la morte mi sarebbe vita,
ed i’ vorre’ morir trasvolontieri,
11ché me’ vai una morte far, che mille.
Or va’, sonetto, a la mia donna, e dille
che, s’i’potesse retornar en ieri,
14io la farei grattar con diece dita.

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XXVIII

Invia un messaggio supplichevole alla sua donni.

Sonetto, da poi ch’i’non trovo messo,
che vad’a quella, che ’l me’ cor disia,
merzé, per Dio! or mi vi va’ tu stesso
4da la mia parte, si che bene istia;
e dille ca d’amor so’ morto adesso,
se non m’aiuta la sua cortesia:
e, quando tu le parli, istá di cesso,
8ch’i’ ho d’ogni persona gelosia.
Se mi degnasse volerm’a servente
ancor non mi si faccia tanto bene,
11promettile per me sicuramente
che ciò, ch’a la gentile si convène,
io ’l farò di bon cor, si lealmente,
14ch’ella averá pietá de le mie pene.

XXIX

Implora d’essere corrisposto.

Anima mia, cuor del mi’ corp’, amore,
alquanto di merzé e pietá ti prenda
di me, che vivo ’n cotanto dolore,
4che ’n ora ’n ora par che ’l cuor mi fenda
per la gran pena, ch’i’ ho, del tremore
ched i’non t’abbi anzi, che porti benda;
sed i’ ne muoio, non ti sará onore:
8se vorrá’ può’, non potrá’ far l’ammenda.
Avvegna ch’i’non sia degno trovare
in te merzé, pietá né cortesia,
11niente men lassarò di pregare:
però ch’Amor comand’e vói che sia
licita cosa di potere amare
14in quella donna, che ’l su’ cor disia.

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XXX

Cerca d’intravvedere, pur nelle ripulse di Becchina
l’indizio d una migliore disposizione.

— Oncia di carne, libra di malizia,
perché dimostri quel, che ’n cor non hai?
— Se’ tu si pazzo, ch’aspetti divizia
4di quel, che caramente comparrai?
— Per tue parole ’l me’ cor non affizia;
coni’peggio dici, piú speme riii dai!
— Credi che uotn aggia mai la primizia?
8Giuroti ’n fede mia che non avrai.
— Or veggio ben che tu caschi d’amore:
per che non muove ciò, che tu ha’ detto,
11se non da cuor, ch’è forte ’nnamorato.
— Or vuo’ pur esser con cotest’errore?
Or vi sta’sempre, che sie benedetto!
14ch’i’ ti ’mprometto — che ’l buon di m’ha’ dato.

XXXI

Saprebbe farsi amare, se potesse far palese il suo cuore.

S’i’ potesse d’amico in terzo amico
contare a la mia donna, con onore,
lo core meo, stando servidore
4a lei, in tal guisa, che nemico
ne sono a lei: per me ben tei dico,
se ’l savesse, credo avre’ il su’ amore;
e, se l’avesse, guardare’ ’l su’ onore
8in ogni lato, ch’è sotto al bellico.
Omè lasso, che ho io fatto a lat’imo,
che in nulla guisa si poria salvare,
11sed io non le basciasse rocchio e ’l viso?
Ch’Aléna fo appo lei d’acqu’e limo;
bene le se farebbe pieno ’l Fare
14de’ rubin e smeraldi, ciò m’è viso.

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XXXII

Potendo parlare a Becchina, ben la saprebbe convincere.

Se ’l cor di Becchina fosse diamante
e tutta l’altra persona d’acciaio,
e fosse fredda, com’è di gennaio
4in quella part’, u’non può’1 sol levante;
ed ancor fosse nata d’un giogante,
si coni’ell’è d’un agevol coiaio;
ed i’ foss’un, che toccasse ’l somaio,
8non mi dovrebbe dar pene cotante.
Ma, s’ell’un poco mi stess’a udita,
ed i’ avesse l’ardir di parlare,
11credo che fora mia speme compita:
ch’i’ le dire’ coni’ i’ son su’a vita,
e altre cose, ch’or non vo’ contare;
14parm’esser certo ch’ella direbb’«ita».

XXXIII

Se ella credesse al suo bene, sarebbe diversa con lui.

Se tutta l’acqua balsamo tornasse
e la terr’or diventasse a carrate,
e tutte queste cose mi donasse
4quel, che n’avrebbe ben la podestate,
per che mia donna del mondo passasse;
e’ li direi: — Misser, or l’abbiate! —,
ed anzi, ch’ai partito m’accordasse,
8sosterrei dura morte, en veritate.
Ché solamente du’ o pur tre capegli
contra sua voglia non vorrei l’uscisse,
11per caricar d’oro mille camegli.
Ma si vorrei ched ella mel credesse;
ché tante maitinate e tanti svegli,
14come li fo, non credo che perdesse.

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XXXIV

Per quanto la donna ostenti indifferenza, non dispera d’intenerirla.

Figliuol di Dio, quanto ben avrò* avuto,
se la mia donna m’avesse degnato
di volermi per schiavo ricomprato,
4come colui, ch’a lo port’è venduto!
Me dolente, a le cu’ man son caduto!
ch’oggi giurò sii ne l’altar sagrato
che, s’ella mi vedesse strascinato,
8non dicerebbe: — Che è quello issutor —
M’Amor ne sie con le’, s’elli ’l può fare;
ché ma’ questa speranza non mi tolle,
11che ’l canto non mi torni ’n sufolare.
S’ella m’odiasse quanto Siena Colle,
si mi pur credo tanto umiliare,
14che ’l su’ cor duro ver’ del mi’ fi’ molle.

XXXV

Non ardisce chiedere, ma poi si fa coraggio.

I’ho si gran paura di fallare
verso la dolce gentil donna mia,
ch’i’non l’ardisco la gioi’domandare,
4che’l mi’coraggio cotanto disia;
ma’l cor mi dice pur d’assicurare,
per che ’n lei sento tanta cortesia,
ch’eo non potre’ quel dicere né fare,
8ch’i’adirasse la sua segnoria.
Ma, se la mia ventura mi consente
ch’ella mi degni di farmi quel dono,
11sovr’ogn’amante viverò gaudente.
Or va’, sonetto, e chiedile perdono
s’io dico cosa, che le sia spiacente:
14ché, s’io non l’ho, giá mai lieto non sono.

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XXXVI

Schermaglia amorosa.

— Deh bástat’oggi mai, per cortesia:
in veritá, che tutt’ha bel posare;
certo, amore, cosí far lo poria,
4come galiuccio potesse volare.
— Perché dici cosí, anima mia?
ha’voglia ch’i’mi vad’a trarripare?
Venir tu mi fara’ ’n tal bizzarria,
8qual’i’ mi so, può’ che cosí de’ andare.
— V’olesse Dio che tu fossi giá mosso,
ch’assa’ mi piacerla cotal novella,
11da poi che rimaner far non ti posso.
— Or, s’tu fossi pietosa come bella,
se’l mi’pensèr non m’inganna di grosso,
14de la persona tua diresti: «Tèlla!» —

XXXVII

La donna gli si mostra sempre piú arrendevole.

Io son si altamente innamorato,
a la mercé d’una donna e d’Amore,
ch’e’ non è al mondo re né imperadore,
4a cui volessi io giá cambiar mio stato:
ch’io amo quella, a cui Dio ha donato
tutto ciò, che conviene a gentil core;
dunque, chi di tal donna è servidore
8ben si può dir che ’n buon pianeto è nato.
Ed ella ha ’l cor tanto cortese e piano
inver’di me, la mia gentile manza,
11che, sua mercé, basciata li ho la mano.
E si mi die’ ancor ferma speranza
che di qui a poco, se Dio mi fa sano,
14io compierò di lei mia disianza.

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XXXVIII

Quanto piú ha, tanto piú desidera ed arde.

I’ ho tutte le cose, ch’io non voglio,
e non ho punto di quel, che mi piace,
poi ch’io non trovo con Becchina pace;
4lá ’nd’io ne porto tutto ’l mio cordoglio,
che non caprebbe scritto su ’n un foglio,
che gli fuss’entro la Bibbia capace:
ch’io ardo come foco in la fornace,
8membrando quel, che da lei aver soglio.
Che le stelle del cielo non son tante,
ancora ch’io torrei esser digiuno,
quanti baci li die’ in un istante
in me’ la bocca, ed altro uom nessuno:
e fu di giugno vinti di a l’intrante,
14anni mille dugento nonantuno.

XXXIX

È finalmente giunto a conquistare qualche favore!

Per ogne gocciola d’acqua, c’ha ’n mare,
ha cento mili’ allegrezze ’l meo core,
e qualunqu’è di tutte la minore
4procura piú, ch’a’romani’1 Sudare;
ell’i’ seppi tanto tra dicere e fare,
chcd i’ sali’ su l’álbor de l’Amore,
ed a la sua mercé colsi quel fiore,
8ch’io tanto disiava d’odorare.
E po’ ch’i’ fu’ di quell’albero sceso,
si vólsi per lo frutto risalire:
11ma non poteo, però ell’i’fu’conteso.
Ma gir mi vo’, elici fior, cli’i’ ho, a gioire
ch’assa’di volte’n proverbio l’ho’nteso:
14chi tutto vuole, nulla dé’ avire.

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XL

Quando vede la donna, dimentica ogni sua noia.

Se i’ non torni ne l’odio d’Amore,
che non vorte’ per aver paradiso,
i’ ho ’n tal donna lo mi’ cor assiso,
4che, chi dicesse: —Ti fo’mperadore,
e sta’ che non la veggi pur du’ ore, —
si li direi: —Va’, che sii ucciso! —
ed in vedendo lei si son diviso
8da tutto quel, che si chiama dolore.
Avvegna ch’i’di ciò me n’ho misliere,
di veder cosa, che dolor mi tolia:
11ell’è piú quel, che mi fa frat’Angioliere,
clic per mille ore stare ’n su la colla;
ch’è giá diece anni li rupp’un bicchiere:
14ancor di maladiciarmi non molla.

XLI

Celebra l’elogio d’Amore.

A cui è ’n grado de l’Amor dir male,
or lo biasmi’n buon’or, che Dio li dia;
che io per me non terrò quella via,
4ma in dirne ben non ci vo’ metter sale.
Né giá potrebbe conducenti’a tale,
ch’ili questa oppinion sempre non stia,
per ch’egli è padre de la cortesia:
8chi d’Amor sente, di mal far no i cale.
Anche ha cotale vertú l’Amore:
che, in cui e’ degna di voler errare,
11fosse colui, ch’anche fosse’l piggiore,
di rcio in buono in una’l fa tornare:
e mai non pensa che d’avere onore;
14e maggiormente il buon fa megliorare.

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XLII

Amore è padre d’ogni buona qualitá.

Qualunque ben si fa naturalmente
nasce d’Amor, come del fior el frutto,
ché Amor fa l’omo essere valente;
4ancor fa piú, ch’e’ nol trova si brutto,
che per lui non si adorni a mantinente,
e non par esso poi, si ’l muta tutto;
dunque pò’ dicer bene veramente
8che chi non ama sia morto e distrutto.
Ch’orno vai tanto, quanto in sé ha bontate,
e la bontá senza Amor non pò stare:,
11dunque, ben ho eo usato vertate.
Or va’, sonetto, senza dimorare,
a tutti innamorati e innamorate,
14e di’ lor che Becchina ti fa fare.

XLIII

Ben avventurato è chi ama.

Chi non sente d’Amor o tant’o quanto
in tutt’i tempi che vita li dura,
cosí dé’ esser sotterrai’ a santo,
4come colui, che non rendè l’usura:
ed e’ medesmo si pò dar un vanto
che Dio co’santi l’odia oltre misura;
ma qual è que’, che d’Amor porta manto,
8e’ pò ben dir che gli è pretta ventura.
Però ell’Amor è si nobile cosa,
che, s’elli entrasse ’n colu’de lo’nferno,
11che non ebb’anch’e non dé’aver posa,
pena non sentirebbe ’n sempiterno:
la vita sua saria piú gioiosa,
14che non rubaldo a l’uscita del verno

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XLIV

Becchina, intenerita dall’umiltá del poeta, gli si accorda.

— Becchiti’ amore, i’ ti solev’odiare
a rispetto ch’i’t’am’or di buon cuore.
— Cecco, s’i’ mi potesse ’n te fidare,
4el mie cuor fuòra di te servidore.
— Becchin’amore, piacciati provare
sed i’ ti son leal o traditore.
— Cecco, .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   
8.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   
— Becchin’amore, or veggio certamente
che tu non vuo’ ched i’ servir ti possa,
11da può’ die mi comandi ’l non possente.
— Cecco, l’umiltá tua m’ha si rimossa,
che gianima’ ben né gioia ’l mie cor sente,
14se di te nove mesi non vo grossa. —

XLV

Gli è impossibile lasciar d’amare cosí bella donna.

Sed i’ avess’un sacco di fiorini,
e non ve n’avess’altro, che de’ nuovi,
e fosse mi’ Arcidoss’e Montegiuovi
4con cinquicento some d’aquilini,
non mi parri’ aver tre bagattini
senza Becchili’; or dunque, ’n che ti provi,
babbo, di gastigarm’? or ché non movi
8de la Ior fede tutt’i saracini?
E potrest’anzi, s’i’non sia ucciso;
per ell’i’son fermo’n quest’uppinione.
11ched ella sia un terren paradiso.
E votene mostrar viva ragione
che ciò sia vero: chi la sguarda’n viso,
14sed egli è vecchio, ritorna garzone.

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XLVI

Quanto piú n’è ripreso, tanto piú s’accende nel suo amore.

Io potrei cosí disamorare,
come veder Ficeccliio da Bologna,
o ver l’India maggior di va! di Pogna,
4o de la vai di Bocchezzan Io mare,
o a mie posta veder lo Sudare,
o far villan uom, che tema vergogna,
o tutto ’nterpetrare ciò, ell’uom sogna,
8o cosa fatta poter istornare.
Dunqua, che vai s’i‘ ne son gastigato?
Che, se non vien dal cuor, si vai niente:
11da crédarm’è, tanto l’aggio provato.
Chi mi riprende non sa ’l convenente,
ch’allora m’incende ’l cor d’ogni lato,
14e per un mille vi son piú fervente.

XLVII

La donna lo vorrebbe presso di sé, ma egli non può raggiungerla.

La mia donna m’ha mandato un messo
ch’i’non lasci per nulla ch’i’non vada
a lei per la piú diritta strada,
4che io posso, conservando me stesso;
e dice che li batte el cuor si spesso,
che, ’nanzi che questo giorno ne cada,
morrá, di me cosí forte l’aggrada:
8e non di di, per veder s’i’son esso!
Ecco novelle, che mi son recate!
E vedete, signor, s’i’ ’l posso fare:
11che son di lungi a lei ben tre giornate:
cavai non ho; a piè non posso andare
quattro miglia per di: l’abbo, pensate!
14Signor, vedete s’i’la posso aitare.

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XLVIII

Quando credeva di godersi il bene conquistato, si vede improvvisamente respinto.

Sed i’ avess’un mi’ mortal nemico,
ed i’ ’l vedesse ’n segnoria d’Amore,
in su quel caso li tornere’ amico
4e servire ’l si come mio segnore;
e ch’i’altro facesse, il contraddico,
però clh’i’ ho provato quel dolore:
chéd esser ricch’e divenir mendico
8è appo quell’un farsi ’mperadore.
Chi noi mi crede, si ’l possa provare,
si come io, che per lo mio peccato
11cinqu’anni ho tempestato ’n su quel mare.
E, quand i’credev’esser apportato,
una corrente, ch’c peggio che’l Fare,
14si m’intravers’, e pur son arrestato.

XLIX

Chi sa perché Becchiwa non l’ama piú!

Il come né ’l perché ben lo sa Dio,
in neun modo veder i’ non posso
per ell’a Becchina sia ’l cuore rimosso,
4ch’èssar solev’una cosa col mio;
ed or non ha piú speme né disio,
che di vedermi tranat’ad un fosso;
e ’l diavol m’ha di le’ fatto si grosso,
8che metter giá non la posso ’n ublio.
Credo che sia per alcun mi’ peccato,
che Die mi vuol questo perieoi dare,
11per ched i’ l’am’e da le’ si’ odiato.
E, s’or un tempo m’ha lasciat’andare,
s’i’ veggio ’l di, ch’i’ sia disamorato,
14saprò un poc’allor piú che mi fare.

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L

La donna è proprio disgustata del poeta.

Se io potesse con!a lingua dire
la minor pena, ch’io sento, d’Amore,
e la mia donna lo degnasse udire,
4s’ella fosse del mondo la piggiore;
io non son si sicuro del morire,
ch’i’non sia piú del suo spietato core:
farebbe tutto quel, che m’ho’n desire,
8odiendomi contar tanto dolore.
Volentier torneri’ a sua segnoria,
se’l mio servir le fosse in piacimento:
11ma io so bene ch’ella noi vorria;
ch’io n’ho udito questo in saramento:
quando io vado in parte, dove sia,
14fugge, per non vedermi, come ’l vento.

LI

Si duole d’aver dato motivo all’ira di lei.

E’ fu giá tempo, che Becchina m’era
di si buon are, ch’i’era contento,
né avre’ chèsto piú mar né piú vento,
4tant’allegrava ver’me la sua céra.
M’a si mal punto mangiai d’una pera,
che po’m’ha dato tanto di tormento,
che que’, che so’ ’n inferno, per un cento
8hanno men mal di me ’n ogni manèra.
Cosi m’avess’ella fatt’afTogone,
o mi si fosse ne la gola posta,
11ch’i’non avesse gollato’l boccone!
Ché giá non sare’ a cosí mala posta;
avvegna certo ch’egli è gran ragione
14che, chi si nuoce sú, pur a lu’ costa.

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LII

Cerca perdono d’una sua colpa, ma non l’ottiene.

— Becchin’amor! — Che vuo’, falso tradito?
Che mi perdoni. — Tu non ne se’ degno.
Merzé, per Deo! —Tu vien’molto gecchito.
4E verrò sempre. — Che sarammi pegno?
— La buona fé. — Tu ne se’ mal fornito.
No inver’di te.—Non calmar, ch’i’ne vegno.
In che fallai? — Tu sa’ch’i’l’abbo udito.
8Dimmel’, amor. — Va’, che ti veng’un segno!
— Vuo’ pur ch’i’ muoia? — Anzi mi par mill’anni.
Tu non di’bene. —Tu m’insegnerai.
11Ed i’ morrò. — Omè, che tu m’inganni!
— Die te ’l perdoni. — E che, non te ne vai?
Or potess’io! —Tègnoti per li panni?
14Tu tieni ’l cuore. — E terrò co’ tuo’ guai. —

LIII

Eppure, chi inganna non è lui...

Da Giuda in fuor, neuno sciagurato
fu né sará di chi a cento mili’ anni,
ch’a mille miglia m’appressisi a’panni;
4e sol m’avvien per ch’i’ so’ ’nnamorato
di tal, c’ha tutto ’l cuor avviluppato
di tradimento, di frode e d’inganni:
ed e’ non fu si lcal san Giovanni
8a Geso Cristo, com’i’le son stato!
Ma la falsa natura femminile
sempre fu e sará sanza ragione,
11per ciò cad Èva die’ lor quello stile.
Ond’i’son fermo ’n questa oppimene,
di sempre starle gecchit’ed umile,
14poi ch’ell’ha scusa di si gran cagione.

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LIV

Infatti, la donna non fa mistero dei suoi nuovi amori.

Qualunque giorno non veggio ’l mi’ amore,
la notte come serpe mi travolto,
e si mi giro, che paio un bigollo,
4tanta è la pena, che sente ’l meo core.
Parmi la notte ben cento mili’ ore,
dicendo: — Dio, sará ma’ di, vedrollo? —
e tanto piango, che tutto m’immollo,
8ch’alcuna cosa m’alleggia ’l dolore.
Ed i’ne son da lei cosí cangiato:
che, ’n una cheti e’ giungo ’n sua contrada,
11si mi fa dir ch’i’vi son troppo stato,
e clied i’ voli, si tosto nien vada,
però ch’ell’ha’l su’amor a tal donato,
14che per un mille piú di me li aggrada.

LV

Invoca la morte, perché il suo diletto gli è tolto da un rivale piú fortunato.

Lassa la vita mia dolente molto,
ch’i’ nacqui, credo, sol per mal avere,
poi che ’l me’ grande diletto m’è tolto
4in guisa tal, per giamma’ non ravere:
ch’i’seminai ed un altr’ha ricolto;
s’i’me ne vogli’atar, non n’ho’l potere:
per che la Morte m’è giá su nel volto;
8cosí foss’ell’al cor a mi’piacere!
Neun’altra speranz’ho, che di Morte,
e Mort’è quella, che mi può guerire,
11tant’è la pena mia dura e forte.
Cosi sarebb’a me vita ’l morire,
può’ che cota’ novelle mi fuór pòrte,
14. coni’a pregion sentenziato ’l fuggire.

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LVI

Maledice l’inganno, che gli ha fatto la donna.

Maladetta sie l’or’e ’l punt’e ’l giorno
e la semana e ’l mese e tutto l’anno,
che la mia donna mi fece uno ’nganno,
4il qual m’ha tolt’al cor ogni soggiorno,
ed hai si ’nvolto tutto ’ritorno intorno
d’empiezza, d’ira, di noia e d’affanno,
che, per mio bene e per mi’ minor danno,
8vorre’lo ’nanzi ’n un ardente forno.
Però che megli’è mal, che mal e peggio,
avvegna l’un e l’altro buon non sia:
11ma, per aver men pena, il male chèggio.
E questo dico per l’anima mia;
ché, se non fosse ch’i’temo lo’nferno,
14i’ medesimo giá morto m’avria.

LVII

Ma cerca infine di darsi pace.

l’m’ho onde dar pace e debbo e voglio,
sed i’ ho punto di ragion con meco;
po’ ch’e’ con la mia donna stat’è seco,
4so che non debbo ma’ piú sentir doglio.
Di gioi’ mi vesto, di noia mi spoglio,
e ciò, ben ch’è’n l’Amor, a me’l’arreco;
ben posso dire: — Ave, Dominus teco, —
8poi mi guardò di venir a lo scoglio.
Del quale i’ era si forte temente,
cli’a tutte l’ore, ch’i’a ciò pensava,
11si dardellava tutto a dente a dente.
E, non ch’altrui, ma me stess’odiava;
or moglie vo’ coni’ i’ odio ’l gaudente:
14ma innanzi tratto ben so com’andava.

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LVIII

Se ha perduto l’amore della donna, ben gli sta: è colpa sua propria.

Io vorre’ ’nanzi ’n grazia ritornare
di quella donna, che m’ha’n signoria,
com’io fu’giá, ch’i’non vorrei trovare
4un fiume, che menass’òr tuttavia:
ché non è cuor, che potessi pensare
quanta allegrezza sarebbe la mia;
ed or sanza ’l su’ amor mi pare stare
8come colu’, cli’a la morte s’avvia.
Avvegna ched e’m’è bene’nvestito,
ché io medesmo la colpa me n’abbo,
11po’ch’i’non fo vendetta del marito,
che le fa peggio, ch’a me non fa ’l babbo:
ed io, dolente! son si’mpoverito,
14ch’udendol dir si me ne rido e gabbo.

LIX

Quest’amara veritá gli ripete la stessa Becchiua.

— Becchina, poi che tu mi fosti tolta,
che giá è du’ anni e páionmi ben cento,
sempre l’anima mia è stata ’nvolta
4d’angoscia, di dolor e di tormento.
— Cecco, la pena tua credo sia molta,
ma piú sarebbe per lo mi’talento;
s’i’dico tort’o dritto, pur ascolta:
8perché non hai chi mi ti tolse spento?
— Becchina, ’l core non mi può soffrire,
po’ che per tua cagion ebbe la gioia,
11a neun modo, di farlo morire.
— Cecco, s’una cittá come fu Troia
oggima’ mi donassi, a lo ver dire,
14non la vorre’ per cavarti di noia. —

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LX

Se avesse denaro in abbondanza, la bella non sarebbe cosí aspra

Ogn’altra carne m’è’n odio venuta,
e solamente d’un becco m’è’n grado;
e d’essa m’è la voglia si cresciuta,
4che, s’i’ non n’ho, che Di’ ne campi! arrado.
Quella, cu’è, mi dice ch’è venduta,
e ch’i’ son folle, ch’i’averne bado;
ché, s’i’le dessi un marco d’òr trebuta,
8non ne potre’ avere quant’un dado.
Ed i’, com’uomo, cu’la fitta tocca,
ché so che voglion dir quelle parole,
11si do ad altre novelle di bocca.
E Die sa come ’l cor forte mi dòle,
per ch’i’ non ho de’ fiorin a ribocca,
14per poter far e dir ciò, ch’ella vuole.

LXI

Ma qualche volta egli se la cava lo stesso a buon mercato

L’altrier si mi ferio una tal ticca,
ch’andar mi fece a madonna di corsa:
andava e ritornava com’un’orsa,
4che va arrabbiando e ’n luogo non si ficca.

Quando mi vide, credet

esser ricca;


disse: — Non avrestú cavelle in borsa? —


Rispuosi: — No. — Quella mi disse:—Attorsa,
8e levala pur tosto, o tu t’impicca! —
Mostravas’aspra come cuoi’ di riccio;
e’ le feci una mostra di moneta:
11quella mi disse: —Avesti caporiccio? —
Quasi beffava e stava mansueta,
che l’averi’ tenuta un fil di liccio;
14ma pur ne venni con la borsa quota.

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LXII

Non è piú il tempo di soffrire nell’attesa paziente.

Credenza sia, ma si ’l sappia chi vuole,
ch’i’ho donat’lina cos’a Becchina,
che, s’io non l’ho staser’o domattina,
4daroll’a diveder che me ne duole.
Che non è or quel tempo, ch’esser suole,
merzé de l’alta potenza divina,
che m’ha cavato di cuor quella spina,
8che punge com’uliscon le viuole.
La quale spina Amor noma la gente;
ma chi lei pose non lesse la chiosa,
11e, s’e’ la lesse, si seppe niente:
ch’i’dico ch’ell’è spina sanza rosa;
coni’ quella punge, dir può’ lealmente,
14ché la mie costion non si è dubbiosa.

LXIII

Rievoca, con un po’ di rimpianto, la storia del suo amore.

S’i’ mi ricordo ben, i’ fu’ d’amore
il piú ’nnamorat’om, che fosse mai,
ché, s’io stava l’anno pur due ore
4fuor di mia terra, traca mille guai;
e quella, ch’era mia donna e signore,
isperanza di ben mi dava assai,
e può’ infine, per pietá di cuore,
8di lei mi donò ciò, ch’io disiai.
Or che m’avvenne per la mie sventura?
Che, partendo da lei, in un momento
11ella disamorò ed io ancora.
Dunqua, quanto mi Inora in piacimento
che fosse a far ciò, ched i’ feci allora,
14si mi truovo senz’amor l’un del cento!

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LXIV

Non vorrebbe però a nessun patto rinnamorarsi di Becchina.

Seti i’ fossi costretto di pigliare
tra d’essere ’n inferno o ’nnamorato,
sed i’ non mi pugnasse a consigliare,
4unque Dio non perdoni ’l mi’ peccato;
per ch’i’ non posso creder né pensare
che sia neun dolor addolorato
maggio, ch’i’ ho sofferto per amare
8quella, che ni’ ha d’Amor si spaurato.
Ma, s’io prentlessi di rinnamorarmi,
in questo modo mi v’accordarci:
11ell’Amor dovesse ’n prima sicurarmi
di quella, che m’ha mort’anni fa sei,
che non dovesse su’ pregio tornarmi;
14se non, lo ’nfern’ a gran boce cherrei.

LXV

E ricorda ancora quanto ella lo fece patire con le sue infedeltá.

Qual uomo vuol purgar le sue peccata,
sed e’ n’avesse quanti n’ebbe Giuda,
faccia pur si, cheti egli abbia una druda,
4la qual sia d’un altr’uomo ’nnamorata.
Se non gli secca ’l cuor e la curata,
mostrandosi di lui cotanto cruda,
ell’e’mi sia dato d’una spada gnuda,
8che pur allotta allotta sia arrotata.
Potrebbono giá dir: —Tu come’l sai? —
I’ii rispondarei che l’ho provato,
11ché per la mia sciagura una n’amai,
la qual ha il cor ti’un altro si piagato,
che mi facea trar piú rata e piú guai,
14clic non fa Tuoni quand’è verrucolato.

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LXVI

Ma ora finalmente è salvo!

Io combattei con Amor ed hol morto,
e ch’i’ho tanto pugnato mi pento:
però ch’i’ ebbi ’I dritto ed elli ’l torto,
4convenne pur che rimanesse vènto.
Ch’e’ mi promise condúciarm’a porto,
e può’ mi volse vele con un vento,
che, se non fosse ch’io ne fui accorto,
8rotto m’avrebbe’n mar a tradimento.
Ma’nanzi ch’i’vencesse la battaglia
giá non mi seppi da lui si schermire,
11ch’e’ non mi dess’un colpo a la sgaraglia,
che m’ebbe presso che fatto morire;
ma pur infine non vals’una paglia,
14ch’i’ ne campai e lu’ feci perire.

LXVII

E non vuol piú saperne d’amare.

Io sent’o sentirò ma’ quel, d’Amore,
che sente que’, che non fu anche nato;
cert’i’ non so s’i’ me ne so’ ’ngannato,
4ché me ne par aver tratto’l migliore;
ch’assa’ vai me’ libertá, che segnore,
e riposar, che viver tribulato:
ché tutto ’l tempo, ch’i’ fu’ ’nnamorato,
8non seppi che foss’altro, che dolore.
Or viv’e cant’en allegrezza e riso,
e non so che si sia malinconia,
11tanto m’allegra da lu’ star diviso.
E qual om vói tener la dritta via
d’aver en questo mondo’l paradiso,
14mortai nemico d’Amor sempre sia.

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LXVIII

O almeno cerca di non appassionarsi troppo.

I’ sono innamorato, ma non tanto,
che non men passi ben leggeramente;
di ciò mi lodo e tègnomi valente,
4ch’a l’Araor non so’ dato tutto quanto.
E’ basta ben se per lui gioco e canto,
e amo e serveria chi gli è servente:
ogni soperchio vai quanto niente,
8e ciò non regna en me, ben mi do vanto.
Però non pensi donna, che sia nata,
che Paini ligio com’i’veggio molti,
11sia quanto voglia bella e delicata.
Ché troppo amare fa gli omini stolti;
però non vo’ tener cotal usata,
14che cangia ’l cor e divisa gli volti.

LXIX

Tanto piú, che sempre gli tocca di trovare delle donne fredde in amore.

Caro mi costa la malinconia,
ché, per fuggirla, son renduto a fare
l’arte disgraziata de Pusurare,
4la qual consuma la persona mia.
E ancor ci ha una maggior ricadia:
che sempre mi convène innamorare
di tal, che tanto s’intende d’amare,
8quanto Min Zeppa de l’astorlomia.
Ch’i’ n’aggio amate parecchie parecchie,
ch’assa’piú fredde d’amor l’ho trovate,
11che s’elle fosser di cent’anni vecchie.
Ed or n’amo una di bellezze tante,
che ben mi sian tagliate ambo l’orecchie,
14s’ella potesse far pepe di state.

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LXX

Si pente di una buona occasione perduta...

E’ non ha tante gocciole nel mare,
cheti i’ non abbia piú pentute ’n core:
ch’i’concedetti di prender la fiore,
4ch’ella degnò di volermi donare,
quella, che Di’ non ebb’altro, che fare,
quando la fece, tant’ha ’n sé valore;
e chi dicesse: — Te ne ’nganna Amore, —
8vad’a vederla e a udirla parlare.
E abbia cuor di pietra baldamente:
s’e’ non ritorna di lei ’nnamorato,
11si dica: — Cecco, ’l tu’ sonetto mente. —
Ch’ell’ha’l su’viso tanto dilicato,
coni’al mondo non ha nessun vivente;
14cosí non fosse quel vis’ancor nato!

LXXI

...specialmente perché la donna è morta, e morta vergine.

Or se ne vada chi è innamorato,
ch’e’ può dir che la madre il maladisse
gran tempo innanzi, ch’ella il partorisse,
4o che dal padre fosse ingenerato.
Per me lo dico, ch’i’ l’aggio provato:
el mio cor tristo, che ’n amor si misse
en si mal tempo, che giá mai non visse
8un’ora solamente riposato!
E si m’è avviso ch’or ne vieti la bella;
ché, tutto il tempo de la vita mia,
11non ebbe né avrò si ria novella.
E credo che ’ntervien, chi vuol si sia,
che, se muor la sua donna e sia pulcella,
14ell’a la sua vita avrá malinconia.

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LXXII

Le bellezze della sua amica, la mattina quando si leva

Quando mie dònn’esce la man del letto,
che non s’ha post’ancor del fattibello,
non ha nel mondo si laido vasello,
4che, lungo lei, non paresse un diletto;
cosí ha ’l viso di bellezze netto
fin ch’ella non cerne col burattello
biacca, allume, scagliuol’e bambagello:
8par a veder un segno maladetto!
Ma rifa si d’un liscio smisurato,
che non è om, che la veggia ’n chell’ora,
11ch’ella noi faccia di sé ’nnamorato.
E me ha ella cosí corredato,
che di null’altra cosa metto cura,
14se non di lei: o ecc’om ben ammendato!

LXXIII

In lode del vizio del bere.

Tutto quest’anno, che mi son frustato
di tutti i vizi, che solia avere,
non ni’è rimasto se non quel di bere,
4del qual me n’abbi Iddio per escusato.
Ché la mattina, quando son levato,
el corpo pien di sai mi par avere;
adunque, di’: chi si poria tenere
8di non bagnarsi la lingua e ’l palato?
E non vorria se non greco e vernaccia,
ché mi fa maggior noia il vin latino,
11che la mia donna, quand’ella mi caccia.
Deh ben abbi chi prima pose ’l vino,
che tutto’l di mi fa star in bonaccia;
14i’ non ne fo però un mal latino.

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LXXIV

Che cosa siano i denari per il fortunato, che ne possiede.

I buon parenti, dica chi dir vuole,
a chi ne può aver, sono i fiorini:
quei son fratei carnali e ver cugini,
4e padre e madre, figliuoli e figliuole.
Quei son parenti, che nessun sen dòle,
bei vestimenti, cavalli e ronzini:
per cui t’inchinan franceschi e latini,
8baroni, cavalier, dottor di scuole.
Quei ti fanno star chiaro e pien d’ardire,
e venir fatti tutti i tuoi talenti,
11che si pòn far nel mondo né seguire.
Però non dica l’uomo: — I’ ho parenti; —
clié, s’e’non ha denari, e’può ben dire:
14— Io nacqui come fungo a’ tuoni e venti! —

LXXV

Ancora degli effetti, che produce la ricchezza.

In questo mondo, chi non ha moneta
per forza è necessaro che si ficchi
un spiedo per lo corpo o che s’impicchi,
4se tanto è savio, che curi le peta.
Ma chi lo staio ha pieno o la galleta,
avvegna ch’i’noi posso dir per micchi,
di ciò trabocca niente men picchi
8per su’ argento, che fa l’uom poeta.
Ancor ci ha altro, che detto non abbo:
che l’ammalato si fa san venire
11terre tenere, a quel, ch’io vi dirabbo;
e ’l mercennaro si fa ’ngentilire,
buono, saccente e cortese: s’io gabbo
14si prego Dio che mi faccia morire.

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LXXVI

E di quelli, che produce la povertá.

Cosi è l’uomo, che non ha denari,
come l’uccel quand’è vivo pelato;
E uomin di salutarlo li son cari:
4com’un malatto sei veggion da lato.
E dolci pomi li paion amari,
e ciò, ch’elli od’e vede, li è disgrato;
per lu’ ritornan li cortes’avari:
8or quest’è ’1 secol del pover malfato!
Un rimedi’ ha per lu’ in questo mondo:
ched e’ s’alTogh’anz’oggi, che domane,
11che fa per lu’ la mort’e non la vita.
Ma que’, c’ha la sua borsa ben fornita,
ogn’uom li dice: — Tu se’ me’, che ’l pane, —
14e ciò, che voòl, come mazza va tondo.

LXXVII

Senza denari non si può aver gioia d’amore.

Se l’omo avesse ’n sé conoscimento,
in tutto lasserebbe Amore stare,
se non avesse di quel fornimento,
4che si bisogna a quei, che vói amare:
ciò è di fiorin molti abbondamene,
e ricche gioie per poter donare
a quella donna, ch’elli ha en piacimento,
8si ch’alcun don da lei possa acquistare:
e possa star gioioso tra la gente,
e non sia per alcun mostrato a dito,
11né fatto di lui beffe spessamente.
Chéd e’si vede Ioni, ch’è arricchito,
che, per amar basso o vói altamente,
14quello, ch’e’fa, si è sempre gradito.

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LXXVIII

Infatti, il poeta fa esperienza di quest’amara veritá.

Or udite, signor, s’i’ ho ragione
ben di dovermi impiccar per la gola:
poi che la povertá mi tèn a scola,
4madonna m’ha piú a vile, ch’un muscione;
ché l’ho sincerata a molte stagione,
e quando accompagnata e quando sola:
e, s’eo li dico pur una parola,
8mi fa vergogna piú, ch’a un ladrone.
E tutto mel fa far la povertate!
Quand’avea denar, non solea venire,
11poi ch’avea en borsa la gran degnitate:
ciò è ’l fioriti, che fammi risbaldire,
ed a mia donna mi tòl la viltatc,
14quando non dice che mi vói servire.

LXXIX

E si dispera perché non ha quattrini in tasca.

Un danaio, non che far cottardita,
avessi sol, tristo’ ne la mia borsa:
ché mi convèn far di quelle de l’orsa,
4che per la fame si lecca le dita;
e non avrò giá tanto a la mia vita,
o lasso me! ch’io ne faccia gran torsa,
da poi che la ventura m’è si scorsa,
8ch’andando per la via ogn’uom m’addita.
Or dunque, che vita sará la mia,
se non di comperare una ritorta
11e d’appiccarmi sopr’esso una via,
e lar tutte le morti ad una volta,
ell’i’ne fo ben cento milia la dia?
14Ma solo il gran peccato mi sconforta.

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LXXX

Di che cosa abbondi e di che cosa difetti il poeta.

Di tutte cose mi sento fornito,
se non d’alquante, ch’i’non metto cura,
come di calzamento e d’armadura:
4di ben vestire i’son tutto pulito;
e co’ danari son si mal nodrito,
piú cli’i’del diavol, di me han paura;
altri diletti, per mala ventura,
8piú ne son fuor, che gennai’ del fiorito.
Ma sapete di ch’i’ ho abbondanza?
Di ma’ desnar con le cene peggiori,
11e male letta per compier la danza.
Gli altri disagi non conto, signori,
che troppo sarebbe lunga la stanza:
14questi so’ nulla, appo gli altri maggiori.

LXXXI

Dei brutti scherzi, che gli gioca la povertá.

La povertá m’ha si disamorato,
che, s’i’scontro mie donn’entro la via,
a pena la conosco, ’n fede mia,
4e ’l nome ho giá quasi dimenticato.
Da l’altra parte m’ha ’l cuor si agghiacciato,
che, se mi fosse fatta villania
dal piú agevol villane!, che sia,
8di me non avrebb’altro, che ’l peccato.
Ancor m’ha fatto vie piú sozzo gioco:
ché tal solev’usar meco a diletto,
11che, s’i’ ’l pur miro, si li paio un foco.
Ond’i’vo’questo motto aver per detto:
che, s’uom dovesse stare com’un cuoco,
14si ’l dovria far per non vivarci bretto.

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LXXXII

È povero e pieno di debiti, ma non sa metter giudizio.

I’ son si magro, che quasi traluco,
de la persona no, ma de l’avere;
ed abbo tanto piú a dar. che avere,
4che m’è rimaso vie men d’un fistuco.
Ed èmmi si turato ogni mi’ buco,
ch’i’ho po’che dar e vie men che tenere:
ben m’è ancora rimas’un podere,
8che frutta l’anno il valer d’un sambuco!
Ma non ci ha forza, ch’i’so’ ’nnamorato;
ché, s’i’avesse piú òr, che non è sale,
11per me saria ’n poco temp’assommato.
Or mi paresse almeno pur far male!
Ma, con piú struggo, piú son avviato
14di voler far di nuovo capitale.

LXXXIII

Gran brutta cosa combattere con le strettezze!

A chi noi sa non lasci Dio provare
ch’è del poco volere fare assai;
e, se tu mi domandi: —Come ’l sai? —
4per che ’n danar mi veggio menomare
e ne le spese crescer e montare,
sed io onore ci voglio giammai.
Di’dunque, smemorato: or che farai?
8Se fossi savio, andrestit’a ’mpiccare.
Non aspettar che tu abbi assommato,
ché troppo ti fia peggio, che ’l morire;
11ed io lo so, che vegno dal mercato.
Ché ’lmen tre volte il di ’l veggio avvenire,
m’assal povertá anzi ch’i’sia corcato:
14ciò è al levare, al mangiare e al dormire.

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LXXXIV

Quello, che fa, quando i denari gli vengon meno e quando po' ne trova degli altri.

In una ch’e danar mi danno meno,
anco che pochi me n’entrano ’n mano,
son come vin, ch’è du’part’acqua, leno,
4e son piú vil, che non fu prò’ Tristano;
e ’nfra le genti vo col capo ’n seno,
piú vergognoso, ch’un can foretano;
e per averne di e notte peno,
8ciò è in modo, che non sia villano.
E si avvien talor, per avventura,
ch’alquanti me ne vegnon uncicati;
11de’ quali fo si gran manicatura,
ch’anzi ch’i’gli abbia son quasi lograti:
ché non mi piace ’l prestar ad usura
14a mo’ de’ preti e de’ ghiotton frati.

LXXXV

Come si comporta quatid’è senza quattrini.

Quando non ho denar, ogn’oni mi schiva
e non par che mi cognosca om del mondo;
a dir che canti o che soni la piva,
4niente mi vale senza lo ritondo;
ch’e’ non rimagna spesso su la riva,
neun mi leva, per lo grave pondo:
allor mi stringo corri’ in nave stiva,
8ed in la céra tutto mi nascondo.
E buffo forte e tro di gran sospiri,
e pasco di quelle di Mongibello,
11si coni’ el lupo, che non trova carne.
Tutto, che non mi paia bon né bello,
quel mi governa dove che mi giri:
14non ho altro ridotto, ove m’aitarne

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LXXXVI

Propositi per il giorno, che ne avrá in abbondanza.

Ogne mie ’ntendimento mi ricide
el non aver denari ’n cavaglione,
e vivo matto com’uom, cli’è’n pregione,
4pregando Morte: — Per Di’, or m’uccide! —
E, quand’i’ n’ho, tutto ’l mondo mi ride,
ed ogni cosa mi va a ragione,
e son vie piú ardito, ch’un leone:
8ben tegno folle chi da sé i divide.
Ma, s’i’ veggio mai ’l di, ch’i’ ne raggiunga,
ben lo terrò piú savio, che Merlino,
11a ch’i dena’ mi trarrá de la punga.
E di gavazze parrò fiorentino,
e parrammi mill’anni, ch’i riponga,
14po’che m’è mess’a trentun l’aquilino.

LXXXVII

Per mangiare, una volta, ha dovuto vendere quasi tutte le sue armi.

I’son venuto di schiatta di struzzo,
ne l’oste stando, per la fame grande:
ché d’un corsetto ho fatto mie vivande,
4mangiandol tutto a magli’ ed a ferruzzo.
E son si fatto, che non mi vien puzzo,
ma piú abboccato, che porco a le ghiande:
s’i’ho mangiat’i panni, il ver si spande,
8ch’i’non ho piú né mobile né gruzzo.
Ma egli m’è rimasa una gorgiera,
la quale m’ha a dar ber pur una volta,
11e manderolia col farsetto a schiera.
La lancia non vi conto, ché m’è tolta;
ma ’l tavolaccio con la cervelliera
14mi vanno in gola, e giá danno volta.

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LXXXVIII

Non sa assolutamente adattarsi a fai economia.

In nessun modo mi poss’acconciare
ad aver voglia di far masserizia:
e non averia ’l cor quella letizia,
4che, quando penso di volerla fare,
ch’i’ non mi turbi com’om novo ’n mare;
e l’anim’entro ’l core mi s’affizia,
e di corrucci e d’ira ho tal dovizia,
8che ben ne posso vender e donare.
Assa’ potrebb’om dar del cap’al muro,
ina, se non vèn de la propia natura,
11niente vale: ’n mia fede ’l vi giuro.
E non vi paia udire cosa oscura;
ché, come ’l sarament’è stato puro,
14cosí abb’io ’n mia donna ventura.

LXXXIX

L’economia gli è insopportabile.

Per ogni oncia di carne, che ho addosso,
e’ ho ben cento libre di tristizia,
né non so che si sia a dir letizia:
4cosí mia donna mi tène ad escosso.
Pare ch’ella mi franga d osso in osso,
quando mi dice: — Fa’ben massarizia,
e po’ ti darò denari a divizia: —
8anzi vorrei esser giltat’a un fosso.
E non m’è viso ch’e’sia altro inferno,
se non la massarizia maledetta;
11e piú mi spiace, che’l piover d’inverno.
Ma quale è vita santa e benedetta,
secondo i gran medici di Salerno?
14S’tu vói star san, fa’ ciò, che ti diletta.

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XC

È sempre pieno di tristezza.

Con gran malinconia sempre istò,
si ch’io allegrar niente possomi;
o lasso! per che ciò m’avvien, non so:
4potrestimen’atar, cotal? mi di’!
Deh fallo senza ’ndugio, se puoi mò,
ché’l bisogno mostrar non possoti:
ché mille morti il di, o vie piú, fo;
8però di confortarmi piacciati.
Si ch’io non péra in tale stato qua:
ché uno tu’ consiglio i’ citerò in fé,
11ché lá, ’nd’i’venni, possa reddir lá.
Assa’ di fare ciò prègone te;
ché ’l pensèro si forte giunto nt’ha,
14ch’altro non faccio, se non dire: — Omè! —

XCI

Passa in rassegna tutte le sue disgrazie, dalla nascila in poi

La streinitá mi richèr per figliuolo,
ed i’ l’appello ben per madre mia;
e ’ngenerato fu’ dal fitto duolo,
4e la mia bália fu malinconia,
e le mie fasce si fur d’un lenzuolo,
che volgarment’ha nome ricadia;
da la cima del capo ’nfin al suolo
8cosa non regna ’n me, che bona sia.
Po’, quand’i’fu’cresciuto, mi fu dato
per mia ristorazion moglie, che garre
11da anzi di ’nfin al cielo stellato;
e’l su’garrir paion mille chitarre:
a cu’ la moglie muor, ben è lavato,
14se la ripiglia, piú, che non è ’l farre.

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XCII

Non sa piú che cosa sia il ridere.

Per si gran somma ho ’mpegnate le risa,
che io non so vedere.come possa
prendere modo di far la rescossa:
4per piú l’ho’n pegno, che non monta Pisa.
Ed è si forte la mia mente assisa,
che prima mi lassarci franger Possa,
che ad un sol ghigno io facesse mossa,
8tanto son dagli spiriti ’n recisa.
L’altro giorno voler mi parve, ’n sogno,
un atto fare, che rider valesse:
11svegliaimi; certo ancor me ne vergogno.
E dico fra me stesso: — Dio volesse
ch’i’ fusse n quello stato, ch’i’ mi pogno,
14ch’uccidere faria chiunca ridesse! —

XCIII

Non ostanti le sue avversitá, non si vuol perder d’animo.

I’ho si poco di quel, ch’i’vorrei,
ch’i’non so ch’i’potesse menomare;
e si mi poss’un cotal vanto dare,
4che del contraro par non trovarei;
ché, s’i’andass’al mar, non credarei
gocciola d’acqua potervi trovare:
si ch’i’son oggimai ’n sul montare,
8ché, s’i’ volesse, scender non potrei.
Però malinconia non prenderaggio,
anzi m’allegrerò del mi’tormento,
11come fa del rie tempo Poni selvaggio.
Ma’che m’aiuta sol un argomento:
ch’i’aggio udito dire ad un om saggio,
14che vèn un di, che vai per piú di cento.

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XCIV

Nelle sue contrarietá non lascia la speranza.

Egli è maggior miraeoi, coni’io vivo,
cento miiia cotanto, al me’ parere,
che non seria veder un olivo,
4che non fosse innestalo, menar pere,
e che non seria far bon un cattivo
si agevolmente come si fa ’l bere:
per ch’ogni cosa’l dá, ’l mio cor è privo
8cosí, coni’è l’om cieco del vedere.
Ma’che m’aiuta un poco di speranza,
ché ho ’l me’ cor piú umil, ca la seta,
11giá mille volte seria sotterrato.
Ma qualunch’ora i’ ho piú malenanza,
allor aspetto de la mia pianeta
14che in ben per lei mi será cambiato.

XCV

Il destino avverso non si storna: vai meglio non prendersene cura.

L’uom non può sua ventura prolungare
né far piú brieve, ch’ordinalo sia;
ond’i’ mi credo tener questa via,
4di lasciar la natura lavorare,
e di guardarmi, se io ’l potrò fare,
che non m’accolga piú malinconia:
ch’i’ posso dir che, per la mia follia,
8i’ ho perduto assai buon sollazzare.
Anche che troppo tardi me n’avveggio,
non lascerò ell’i’non prenda conforto,
11ca far d’un danno due sarebbe peggio.
Ond’i’ m’allegro e aspetto buon porto,
ta’ cose nascer ciascun giorno veggio,
14che ’n di di vita non mi disconforto.

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XCVI

Si strugge di poter rientrare in Siena.

Se Die m’aiuti, a le sante guagnèle,
s’i’veggio’l di sia’n Siena ribandito,
se dato mi fosse ’n l’occhio col dito,
4a soffrire mi parrá latt’e mèle.
E parrò un colombo senza fèle,
tanto starò di bon core gecchito:
però ch’i’abbo tanto mal patito,
8che pietade n’avrebb’ogni crudele.
E tutto questo mal mi parrebb’oro,
sed i’ avesse pur tanta speranza,
11quant’han color, che stanno’n purgatoro.
Ma elli è tanta la mie sciaguranza,
ch’ivi farabb’a quell’otta dimoro,
14che babb’ed i’ saremo in accordanza.

XCVII

Distingue per capi le sue tribolazioni.

Babb’e Becchina, l’Amor e mie madre
m’hanno si come tord’a siepe stretto;
prima vo’ dir quel, che mi fa mi’padre:
4che ciascun di da lu’ son maladeito.
Becchina vuole cose si leggiadre,
che non la fornirebbe Malcommetto;
Amor mi fa ’nvaghir di si gran ladre,
8che par che sien figliuole di Gaetto.
Mie madr’è lassa per la non potenza,
si ch’i’ lo debb’aver per ricevuto,
11da po’ch’i’so la sua malavoglienza.
L’altrier passa’per vi’e dicll’un saluto,
per disaccar la sua mal’accoglienzn;
14si disse: —Cecco, va’, che sie fenduto! —

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XCVIII

Quel che vorrebbe fare, se...

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempesterei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
4s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo;
s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo,
ché tutt’i cristiani imbrigherei;
s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei?
8A tutti mozzarei lo capo a tondo.
S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
11similemente faria da mi’ madre.
S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
14e vecchie e laide lasserei altrui.

XCIX

I suoi gusti restano insoddisfatti per colpa dell’avarizia paterna.

Tre cose solamente mi so’ in grado,
le quali posso non ben ben fornire:
ciò è la donna, la taverna e ’l dado;
4queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.
Ma sì me le convèn usar di rado,
ché la mie borsa mi mett’al mentire;
e, quando mi sovvien, tutto mi sbrado,
8ch’i’ perdo per moneta ’l mie disire.
E dico: — Dato li sia d’una lancia! —
Ciò a mi’ padre, che mi tien sì magro,
11che tornare’ senza logro di Francia.
Trarl’un denai’ di man seria piú agro,
la man di pasqua, che si dá la mancia,
14che far pigliar la gru ad un bozzagro!

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C

Attende vanamente, per uscir di povertá, ia morte del padre.

Qual è senza danar innamorato
faccia le forch’e ’mpiccliis’elli stesso,
ch’e’ non muor una volta, ma piú spesso,
4che non fa que’, che del ciel fu cacciato.
E io, tapin! che, per lo mi’ peccato,
s’egli è al mondo Amor, cert’i’son esso,
non ho di che pagar potesse un messo,
8se d’alcun uom mi fossi richiamato.
Dunque, perché riman ch’i’ non m’impicco?
Che tragg’un mi’pensèr, ch’è molto vano:
11c’ho un mi’padre vecchissimo e ricco,
ch’aspetto ched e’muoi’a titano a mano;
ed e’ morrá quando ’l mar sará sicco,
14si l’ha Dio fatto, per mio strazio, sano!

CI

Ma colui non vuol andarsene.

Sed i’ credesse vivar un di solo
piú di colui, che mi fa vivar tristo,
assa’di volte ringrazere’Cristo;
4ma i’credo che fie pur coni’i’volo.
Ché potrebb’anzi di Genova ’l molo
cader, ch’un becco vi desse di bisto:
cliéd e’l’ha si borrato’l mal acquisto,
8che giá non li entrerá freddo per polo.
Questi, di cu’ dico, s’è ’l padre meo,
c’ha di noiarmi maggior allegrezza,
11che non ha l’occhio, che ’n ciel vede Deo.
Vedete ben s’i’debbi’aver empiezza:
vedendolo 1 ’altrier, mastro Taddeo
14disse: — E’ non morrá che di vecchiezza. —

s [p. 114 modifica]

CII

Non c’è nulla, che lo tolga di mezzo.

I’ potre’ anzi ritornare in ieri
e venir ne la grazia di Bccchina,
o ’l diamante tritar come farina,
4o veder far misera vit’a’ fricri,
o far la pancia di messer Min Pieri,
o star content’ad un piè di gallina:
ched c’morisse ma’ de la contina
8que’, ell’è domonio, e chiamas’Angiolieri.
Però che Galieno ed Ipocráto,
se fosson vivi, ognun di lor saprebbe,
11a rispetto di lu’, men, che ’l Donato.
Dunque, quest’uom come morir potrebbe,
che sa cotanto ed è si naturato,
14che, come struzzo, ’l ferr’ismaltirebbe?

CIII

Ed ogni speranza di ereditare è vana.

I’ ho un padre si complessionato,
che, s’e’ gollnsse pur pezze bagnale,
si l’avrebb’anz’ismaltit’e gittate,
4ch’un altro bella carne di castrato.
Ed i’ era si sciocch’e si lavato,
che, s’i’ ’l vedea mangiar pur du’derrate
di fichi, si credea ’n ventate
8il di medesmo red’esser chiamato.
Tutto son fuori di quell’opinione,
e ho questa credenza fermamente,
11ch’e guf ebber da lu’ la complessione.
Vedete ben s’i’debb’esser dolente!
Lasciamo star che non ha ’n sé ragione,
14ma’ che vedersi ’n cas’un fra godente!

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CIV

Scelga almeno la Morte tra lui e suo padre.

Morte, merzé, se mi’prego t’è’n grato,
che tu prend’un partito comunale;
e, s’io non l’ho per ben, e non per male,
4pur che tu prendi, facci diviato
ch’i’tante volte sia manganeggiato,
quant’ha Grosseto granella di sale;
e ’l partito, ch’i’ti do, si è cotale,
8o che t’uccidi me o lo’ncoiato.
Ch’i’non ne poss’andar altro, che bene:
che, se t’uccidi me, i’ne guadagno,
11ch’elli è vit’, e non mori’, uscir di pene;
c, se t’uccidi ’l ladro di Salvagno,
or vedi, Morte, quel, che me n’avvène:
14ch’i’starò’n Siena, com’e ricchi al Bagno.

CV

Ma ella teme d’entrare in messer Angiolieri.

Sed i’ avesse mille lingue in bocca,
e fosser tutte d’andanic’o acciaio,
c ’I predicar del buon frate Pagliaio,
4non potre’ fare si, eli’un fil di rocca
potesse aver da que’, che viver locca
piú, che non fa l’osorricri’l danaio;
e quegli è ’l cavalier, ch’è sanza vaio,
8ciò è ’l gaudente, cu’febbre non tocca!
Che la Morte paur’ha di morire;
e, s ella intrasse in lui, i’ son sicuro
11ch’ella morrebb’e lu’ faria guarire.
Ch’egli ha su’ cuoio si ’nferigno c duro,
che, chi per torre al ciel volesse gire,
14in lui fondar si converrebbe il muro.

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CVI

Il suo disumano odio contro il padre non è senza ragioni.

Il pessimo e ’l crudele odio, ch’i’ porto
a diritta ragione al padre meo,
il fará vivar piú, che Botadeo,
4e di ciò, buon di, me ne sono accorto.
Odi, Natura, se tu ha’gran torto:
l’altricr li chiesi un fiasco di raspeo,
che n’ha ben cento cogna’l can giudeo:
8in veritá, vicin m’ebbe che morto.
— S’i’ gli l’avessi chèsto di vernaccia! —
diss’io, solamente a lui approvare:
11si mi volle sputar entro la faccia.
E poi m’è detto cli’i’ noi debbo odiare!
Ma chi sapesse ben ogni sua taccia
14direbbe: — Vivo il dovresti mangiare! —

CVII

Bisogna che il vecchio sia maledetto, per non risolversi mai a morire

Non potrebb’esser, per quanto Dio fece,
che babbo spesso non mangi de l’oro,
ch’e’ vive fresco e razza com’un toro,
4e ha degli anni ottanta o’n quella vece;
o ver ch’egli appiccat’ha con la pece.
l’anima sua, che dice: — Dall’agoro
eli’ i’ faccia fuor del su’corpo dimoro,
8a questi, di che partir non mi lece! —
Però eli’i’credo ch’egli è maladetto;
e questo si vi giuro sanza frodo,
11eli’e’non credette mai di sopr’al tetto.
E la mia donna, secondo ch’i’odo,
in ora in ora sta sul trabocchetto:
14or cosí vanno le cose al mi’ modo!

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CVIII

Annunzia ad uu amico che Analmente il padre gli è motto.

Non si disperin quelli de lo ’nferno
po’ che n’è uscito un, che v’era chiamato,
el quale è Cecco, ch’è cosí chiamato,
4che vi credea stare in sempiterno.
Ma in tale guisa è rivolto il quaderno,
che sempre viverò glorificato,
po’ che messer Angiolieri è scoiato,
8die m’nffliggea di state e di verno.
Muovi, nuovo sonetto, e vanne a Cecco,
a quel, che piú dimora a la Badia:
11digli che Fortarrigo è mezzo secco;
che non si dia nulla maninconia,
ma di tal cibo imbecchi lo suo becco,
14eh ’e’ vi vera piú, ch’Enoch ed Elia.

CIX

Si pente di tutte le infamie, che ha detto sul conto del genitore.

Chi dice del suo padre altro, ch’onore,
la lingua gli dovrebbe esser tagliata;
per che son sette le mortai peccata,
4ma enfra l’altre quell’è lo maggiore.
S’eo fosse priete o ver frate minore,
al papa fora la mia prima andata;
e direi: — Padre santo, una crociata
8si faccia indosso a chi lor fa disnore. —
E, s’alcun fosse, per lo su’peccato,
che ’n quel stallo ci veniss’a le mani,
11vorrei che fosse cotto e poi mangiato
dagli uomini no, ma da’lupi e cani.
Dio mel perdoni, ch’io n’ho giá usato
14motti non bei, ma rustichi e villani.

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CX

Ma, anche morto il vecchio, c’è chi lo tien magro egualmente

I’son si magro, che quasi traluco,
de la persona, ma piú de l’avere;
amico né parente ho, che vedere
4mi voglia, sol per ch’or non vesto il luco:
e giá del mi’ poco i’ me ne conduco,
ch’è’n viver di speranza, c’ho d’avere:
e di quel tempo avess’io de le pere,
8ch’i miei non mi terranno cosí bruco!
Esser ho ricco, e’1 modo saper panili:
mia madre, Ciampolino e ’I Zeppa tanto
11per me guadagnan, che non ho ch’a starmi.
Or mi rendessen del mi’pur alquanto!
Ché tutt’i tre, en ben assottigliarmi,
14son Padre e Figlio con Spirito santo.

CXI

La madre ed un falso amico lo derubano senza ritegno.

Mia madre m’ha ’ngannat’e Ciampolino
non s’ha tenute le man a Centura:
ch’e’mi soleva dir coni’gran ventura
4si conterie morir me a’ssessino;
e cert’e’non farebb’ad un taupino
in mie servigi’ una picciol paura,
ma di tòllar lo mie ben s’assicura:
8e di ciò non parlò santo Agostino.
Gli’e’ me ne renda sol un vii denaio:
ché mie madre ha saputo ben si fare,
11che Mino colui’ed io vóti’ho lo staio;
e ch’i’sie su’figliuolo a me non pare,
ma figliastr’; e ch’i’ batt’acqu’a mortaio,
14dice, se quel di Min credo fruttare.

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CXII

Anzi, la madre rifiuta di rendergli conto del mal tolto.

Mie madre disse l’altrier parol’una,
la qual mi piacque a dismisura molto:
che, s’ella m’ha di mio argento tolto,
4di farmene ragion tiell’una pruna.
Ed io si le rispuosi in una in una:
— Perché m’avete si ’ngiuliato e còlto,
che ’l date a quel, che par lo santo Volto
8da Lucca, ciò è ’l Zeppa, che mi luna?
Che ’n ogni parte ’l veggo, e, s’i’ sapesse
loco trovare, ove veder noi creda,
11ciascuno ’l sa ch’io ’l faria, s’i’ potesse.
Ma far noi posso: piú duro è, che preda!
Potreste dir che gli occhi mi traesse,
14come che poi vedrei men che mi preda. —

CXIII

E si prova di soffocarlo, perché egli pretende il suo.

Su lo letto mi stava l’altra sera
e facea dritta vista di dormire:
ed i’ vidi mia madr’a me venire
4empiosamente, con malvagia céra.
E ’n sul letto mi sali molto fèra,
e man mi pos’a la gola, al ver dire:
e solamente per farmi morire;
8e, se non fosse ch’i’m’atai, mort’era.
Si che non fu cotanto ria Medea,
clic le piacqu’ al figliuolo morte dare,
11che mie madre non sia tanto piú rea;
ell’a tradimento mi vóls’affogare,
per ch’a Min dimanda’la parte mea:
14lá’nd’i’lel queto: lássim’ella stare.

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CXIV

Oppure gli suggerisce cibi indigesti, per farlo morire.

Mie madre si m’insegna medicina,
la qual non m’è, crudelemcnte, sana:
clié mi dice ch’i’ usi a la campana
4da otto pèsche o diece la mattina,
che mi faran campar de la contina
e di febbre quartan’e di terzana;
molto mi loda l’anguille di Chiana,
8che ’l cap’è meglio, ch’otriaca fina.
Carne dj bu’e cascio con cipolla
molto mi loda, quand’i’sento doglia:
11e ell’i’ne faccia ben buona satolla.
E, se di questo non avessi voglia
e stessi quasimente su la colla,
14molto mi loda porri con le foglia.

CXV

O, quand’è malato, tenta d’avveleiiarlo.

Si fortemente l’altrier fu’ malato,
ca tutt’avia perduto ’l favellare;e
mie madre, per farmi megliorare,
4arrecomm’un velen si temperato,
ch’avena, non che me, m’attossicato
el mar, e disse: — Bèi, non dubitare! —
Ed i’ feci per cenni: — A me non pare; —
8di non bere nel ine’ cor fui fermato.
Ed ella disse: — Odi, che pur berrai,
e questa prova perder ti faraggio! —
11Allor de la paura terminai,
e cominciai a dir: — Nessun mal aggio. —
Né bevvi da sua man né berrò mai,
14né bevere’ se mi facesse saggio.

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CXVI

Si ars abbia nel vedere le ricchezze toccare a chi non le merita.

Tant’abbo di Becchina novellato
e di mie madr’e di babbo e d’Amore,
ch’una parte del mondo n’ho stancato:
4però mi vo’ restare per migliore,
ché non è si bel giuoco tropp’usato,
che non sie rincrescerne a l’uditore;
però vogli’ altro dir, che piú m’è’n grato,
8a ciascuno, che porta gentil core.
E ne la poscia’ muta del sonetto
i’ vi dirò tutto ciò, ch’i’ vo’ dire,,
11e chi lo’ntende si sie benedetto:
ch’i’dico ell’i’arrabbio di morire
a veder ricco chi dé’ esser bretto,
14vedendo bretto chi dovrie gioire.

CXVII

Ma finalmente, a dispetto dei maldicenti, è ricco anche lui!

I’ non vi miro perzar, morditori,
ch’i’mi conduca ma’nel vostro stato;
ché ’l di vi fate di mille colori
4innanzi che ’l volaggio sia contato.
Ciò era vostra credenza, be’ segnori,
per ch’i’ m’avesse a sollazzo giocato,
ch’i’ divenisse de’ frati minori,
8di non toccar delia’ picciol né lato?
M’assa’ ve ne potrá scoppiar lo cuore,
ch’i’ ho saputo si diciar e fare,
11ch’i’ho del mi’assa’dentro e di fòre.
Ma ’l me’, ch’i’ ho, e che miglior mi pare,
si è’l veder di vo’, che ciascun muore:
14ché vi convien, per viver, procacciare.

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CXVIII

Di certi doni, che vorrebbe fare al suo diletto Lano.

Dugento scodelline di diamanti
di bella quadra I.an vorre’ ell’avesse,
e dodici usignuo’, ch’ognuno stesse
4davant’a lui facendo dolzi canti,
e cento milia some di bisanti,
e tutte quelle donne, ch’e’volesse,
e si vorre’ch’a scacch’ogn’uom vincesse,
8dando li rocchi a’ cavalier innanti.
E si vorre’ la ritròpia ’n balia
avesse quelli, a cui tant’ho donato
11in parole, che ’n fatti non poria.
Ché nel senno, che ’n lui aggio trovato
con la bellezza, ben se li avverria;
14e tanto piú, quanto li fosse ’n grato.

CXIX

Ancora sulla stessa materia.

Giúgiale di quaresima a l’uscita
e súcina fra l’entrar di febbraio
e mandorle novelle di gennaio
4mandar vorre’ io a Lan, ch’è gioi’ compita;
ch’i’l’amo piú, che nessun uom la vita,
ed e’ mi tien per suo, e sono e paio:
ed e’ se ne potrebbe avveder naio;
8e a lui vado, come la calamita
va a Io ferro, ch’è naturaltade:
Amor comanda, e cosí vói che sia,
11ched i’ faccia per la sua gran beltade,
ch’è tanta, che contar non si poria;
ma non dico cosí de la bontade
14né del senno, per ciò ell’i’mentiria.

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CXX

I. amico, di cui chiede, non par ben disposto verso di lui.

— Udite udite, dico a voi, signori,
e fate motto, voi, che siete amanti:
avreste voi veduto, tra cotanti,
4cotal, c’ha ’l volto di tre be’ colori?
Di ros’e bianch’e vermigli’è di fuori,
or lo mi dite, ch’i’vi son davanti,
sed elli inver’di me fé’ tai sembianti,
8cheti i’ potessi aver que’ suo’ colori.
— Noi non crediam che li potessi avere,
però ched e’ non fece ta’ sembianti,
11che fosse ver’di te umiliato.
— Sed e’ noi fece, i’ mi pongo a giacere,
e comincio a far ta’ sospiri e pianti,
14che ’n quattro di cred’esser sotterrato. —

CXXI

Non può noti amare l’ingrato, ma cesserá di servirlo.

I’ so’ non fermo in su questa oppenione,
di non amar, a le sante guagnèle,
uomo, che sia inver’di me crudele,
4non abbicndo egli alcuna cagione;
ma questo dico, sanza riprensione,
di non servirti, né sarò fedele,
poi che di dolce mi vói render fèle:
8fáilti tu, ma non ne hai ragione.
Da ell’i’conosco la tua sconoscenza,
che tu ricredente contra me fai,
11vogli’ arrestare di te mai servire.
Per la qual cosa i’ crederei ’nsanire,
se tu non n’avessi gran penitenza,
14con essa avendo grandissimi guai.

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CXXII

È disperatamente innamorato d’un tal Corso.

Un Corzo di Corzan m’ha si trafitto,
che non mi vai cecèrbita pigliare,
né dolci medicine né amare,
4né otriaca, che vegna d’Egitto.
E ciò, che Galien ci lasciò scritto,
aggio provato per voler campare:
tutto m’è gocciola d’acqua nel mare,
8tanto m* ha ’l su’ velen nel mie cor fitto.
Lá ’nd’i’ son quasi al tutto disperato,
poi ched e’non mi vai null’argomento;
11a questo porto Amor m* ha arrivato.
Ché son quell’uom, che più vivo sgomento,
che si’ nel mondo o che mai fosse nato:
14chi me n’ha colpa, di terra sia spénto.

CXXIII

Respinto, impreca contro di lui e del rivale.

In tale, che d’amor vi passi ’l core,
abbattervi possiate voi, ser Corso,
e si vi pregi vie men, ell’un vii torso,
4e come tòsco li siate in amore.
E facciavi mugghiare a tutte l’ore
del giorno, come mugghia bue od orso,
e, come l’ebbro bee a sorso a sorso
8il vin, vi facci ber foco e martore.
E, se non fosse ell’i’ non son lasciato,
si mal direi, e vie piú fieramente,
11al vostro gaio compagno e avvenente,
che di bellezze avanza ogni uom nato;
ma si mi stringe l’amor infiammato,
14che verso lui ho sparto per la mente.

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CXXIV

Non vuol piú saperne dell’amicizia di Ciampolino.

Da te parto ’l mie cor, Ciampolino,
e, se no’ fummo giamma’ drilt’amici,
ora sarem mortalmente nemici,
4per che del mie mi nieghi piú, che Mino;
e, quando tei dimando, ’n tuo latino
si usi spesso: — Non so che ti dici! —
Sie certo ch’i’sapre’mangiar pernici
8e giucar e voler lo mascolino,
si come tu; ma aggio abbandonate
queste tre cose, perch’om non potesse
11dir: — Quegli è giunto’n grande povertate. —
Or tu se’ ’l boti garzon, chi ti credesse!
Cosi ti dia Iddio vit’e santate;
14e tu hai ben a dir: — Cristo ’l volesse! —

CXXV

E ciò, perché da lui è stato ingannato e defraudato.

Io feci di me stesso un Ciampolino,
credendomi da lui esser amato;
ed eravam, di du’, un dal meo lato,
4e dal su’ Pier e Giovanni e Martino;
e. se giamma’ egli m’ebbe ’n dimino,
or è da me di lunga da mercato,
per che di lu’i’mi trovo’ngannato;
8né, s’i vedesse far de l’acqua vino,
non mi fiderei’n lu’d’un bagattino:
e pur di quel, ell’i’ mi vi son fidato,
11giá non ne manda si bianca ’l mulino!
Ch’e’ lo ni’ ha tolt’a tort’ed a peccato,
usando la maniera di Caino:
14or ti va’fida in uom, ch’aggia giocato!

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CXXVI

Si gode a immaginare la viltá di Ciampolino.

Se tu se’ prò’ e forte, Ciampolino,
ora m’avveggio che bisogno n’hai,
ch’i’veggio venir Tes’, e tu’l vedrai,
4se tu pon’mente ver’San Pellegrino.
E seco men’un, che par un mastino:
oramai, Ciampolin, come farai?
Dimmi se di bon cor combatterai,
8o tu ti fara’ appellar borgognino.
Ché, se tu fuggi, se’ vitoperato;
ma, se combatti ben di bon coraggio,
11tu die pensar che ne sarai laudato.
Ma giá ti veggio cambiar nel visaggio:
per ciò credo che ’l fuggir ti sie ’n grato,
14o a levarla, quando tu ha’ ’l vantaggio.

CXXVII

E a rappresentarsi la miseria, in cui egli è caduto.

Si se’ condott’al verde, Ciampolino,
che giá del candelier hai ars’un poco;
a mal tuo grado rimarrai del gioco,
4poi t’han condotto si i dadi del meno.
E de’ tuo’ fatti fu’ bene ’ndivino,
ch’assai ti dissi: — Non toccar lo foco! —
Ma mie parole ’n te non ebber loco,
8e ’l tu’ non fu del senno di Merlino.
Ma, per ched i’ ti sent’alquanto grosso,
dispónar voglio ’l motto, che tu sai;
11del candeliere non mi son mal mosso:
ché sopra la persona debito hai;
e, se non se’ gittate prim’al fosso,
14che maggio vegna, ’n pregion morrai.

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CXXVIII

Le stranezze di Min Zeppa in chiesa.

Quando ’l Zeppa entra ’n santo, usa di dire:
— Die si vi dea ’l buon di, domine Dco! —
e si si segna, che quasi morire
4fa ciascuno, che vede l’atto seo.
E suo’ peccati dice si, ch’udire
li pò ciascun, non che gli oda Iddeo;
e, quand’e’se ne vicn a dipartire,
8cantando n’esce, e ornai fatt’è giudeo.
Nel su’ segnar fa dritt’atti di pazza,
clic del dito si dá talor ne l occhio:
11e per ciò campa ell’alcun non l’ammazza.
Fors’ò ell’è riguardato per Capocchio;
o per ell’a Branca die tal d’una mazza,
14che ben vi sta orna’ dicer finocchio.

CXXIX

Il poeta ha sorpreso un dialoghetto tra Mino e la sua amante.

Boccon in terr’a piè l’uscio di Pina,
dipo le tre, trovai Min Zeppa stare;
ed i’ mi stett’e comincia’ ascoltare,
4e seria stato infine a la mattina,
se tanto fosse durata la lena,
che cominciat’ave’, del favellare;
ché que’ diceva di volervi entrare,
8e quella li rispos’: — Or quest’è fina!
— Almen piglia da me questi danari,
cosí, come ti cale del mi’occhio:
11si n’avra’ giá un paio di calzari.
— Va’ pian, amor, un poco, cli’i’ sconocchio:
se fosscr buon, tu li avresti piú cari;
14va’col malanno; e’fuòr ili Capocchio! —

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CXXX

Ed ecco un altro dialogo, in cui pure ha parte quel coraggioso di Mino

— Per cotanto ferruzzo, Zeppa, dimi
se ti facesse fuggir ogne cria.
— l’ti rispondo e dicoti che si mi;
4fu ben perfetta la risposta mia?
— Oimè lasso, ben posso dire ch’imiti
un turbo, ch’ai fuggir par’di carpia!
— Megli’ è ch’i’ fugga, che Ioni dica, li mi
8fu fatta per tardanza villania.
— Deh or pur fuggi, e non guardar chi sia
que; che ti caccia, che ’n tal modo si mi
11fe’ si, che piú contar non lo porla.
— Omè, amor, ell’i’non ten serviria?
Ché non fia nessun, che possa dirmi, mi
14fece partir un ichise di via. —

CXXXI

La pusillanimitá di Mia Zeppa è addirittura un’esagerazione.

E1 fuggir di Min Zeppa, quando sente
i nimici, si passa ogni volare;
e Pier Faste’, che venne d’oltre mare
4in una notte ’n Siena, fe’ niente
a rispetto di lui, ché veramente
il su’ fuggir si può dir millantare:
Die, dagli tu ’l malanno, quando fare
8non può ’l fuggir piú temperatamente.
Ché rimarrebbe tra Lodi e Pavia
alcuna fiata, ma non ne fie nulla,
11ell’e’facci altro, ch’usato si sia.
E’fuggirla per un fanciul di culla;
ond’i’per me non ci veggi’altra via,
14ch’i’ mi vad’affogar. — Or che ti crulla? —

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CXXXII

Il bello è ch’egli si tiene un valoroso!

Se tutta l’otriaca d’oltre mare,
e quanto in Genov’ha di vernaccino
fosscr raunate nel corpo di Mino,
4il qual si solea far Zeppa chiamare,
noi potiien tanto di spera scaldare,
ch’e’non prendesse d’india lo cammino:
e lèvala, che par un paladino,
8pur ch’egli udisse «lei lei )è» gridare.
Quell’è’1 sollazzo, ch’e’si tien valente!
M’a me non mcttarebbe quella bada,
11sed i’ non sia di mia donna dolente.
Ch’i’l’ho per un de’cattivi da Radda;
se ’l conoscesse, com’i’, tutta gente,
14gridando li andrebber dietro: — Dá’ da’! —

CXXXIII

E invece, per la sua viltá, s’è coperto di vergogna.

Per Die, Min Zeppa, or son giunte le tue;
or ti difendi, se sai, d’esto motto:
che ti fu dato d’un matton biscotto
4nel capo, ch e’ ne sana mort’un bue;
e tu.com’uom, che non volesti pitie,
non ell’una pace n’hai fatta, ma otto:
or ti va’ ’mpicca, sozzo pazzo cotto,
8vitoperato piú, ch’anell’uom non fue.
Ché, s’tu temessi vergogna niente,
tu anderesti con gli occhi chinati
11e non appariresti mai tra gente.
Tu porti ’l gonfalon degli sciaurati,
figliuol di quella, c’ha ’l cui si rodente,
14che tutti i cazzi del mondo ha stancati.

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CXXXIV

Perché la Morte non vuol prendersi Min Zeppa.

Se ’l capo a Min Zeppa fosse tagliato,
come del giuoco d’Uvil n’avverría,
clic ’l capo da lo ’mbusto partirla,
4e può’ ritornere’ nel primo stato;
e, sed e’ fusse ancor manganeggiato,
vie men, che minestre!, male n’avria;
e, se venen prendesse, li faria
8ch’a san Giován Batista lo beato.
Non il n’avvèn per la vertú di Deo?
Ma la Mort’è, che si disdegna entrare
11in loco si vilissimo e reo!
Che, s’e’ gittato fosse in alto mare,
legato spessament’, al parer meo,
14Niccola Pesce si poria chiamare.

CXXXV

Di un ufficiale angioino, ch’è tutt’apparenza e niente sostanza.

Lassar vo’ lo trovare di Becchina,
Dante Alighieri, e dir del mariscalco:
ell’e’par fiorili d’ór, ed è di ricalco;
4par zuccar caffettin, ed è salina;
par pan di grano, ed è di saggina;
par una torre, ed è un vil balco;
ed è un nibbio, e par un girfalco;
8e pare un gallo, ed è una gallina.
Sonetto mio, vàtene a Fiorenza:
dove vedrai le donne e le donzelle,
11di’ che ’l su’ fatto è solo di parvenza.
Ed eo per me ne conterò novelle
al bon re Carlo conte di Provenza,
14e per sto mo’ gli fregiarò la pelle.

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CXXXVI

A Dante, rilevando la contraddizione, ch’è in un sonetto di lui

Dante Alighier, Cecco, ’l tu’ serv’e amico,
si raccontand’a te com’a segnore;
e si ti prego per lo dio d’Amore,
4il qual è stat’un tu’ signor antico,
che mi perdoni s’ispiacer ti dico,
che mi dá sicurtá’l tu’genti! cuore;
quel, ch’i’ti dico, è di questo tenore:
8ch’ai tu’sonetto in parte contraddico.
Ch’ai meo parer ne l’una muta dice
clic non intendi su’ sottil parlare,
11a que’, che vide la tua Beatrice;
e puoi hai detto a le tue donne care
che tu lo ’ntendi: adunque, contraddice
14a se medesmo questo tu’ trovare.

CXXXVII

Al medesimo, trovando in lui non minor materia di riprensione, che in sé.

Dante Alighier, s’i’ so’ bon begolardo.
tu mi ticn’bene la lancia a le reni;
s’eo desno con altrui, e tu vi ceni;
4s’eo mordo ’l grasso, tu ne sugi ’l lardo;
s’eo cimo ’l panno, tu vi freghi’1 cardo:
s’eo so’ discorso, tu poco raffreni;
s’eo gentileggio, e tu misser t’avvèni;
8s’eo so’ fatto romano, e tu lombardo.
Si che, laudato Deo, rimproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
11sventura o poco senno cel fa fare.
E, se di questo vói dicere piúe,
Dante Alighier, i’t’averò a stancare,
14ch’eo so’ lo pungiglion, e tu se’ ’l bue.

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CXXXVIII

Preconizza una brutta fine ad un villan rifatto.

Quando Ner Picciolin tornò di Francia,
era si caldo de’ molti fiorini,
che li uomin li parean topolini,
4e di ciascun si Iacea be(T’e ciancia.
Ed usava di dir: — Mala mescianza
possa venir a tutt’i mie’vicini,
quand’e’ son appo me si picciolini,
8che mi fuóra disnor la lor usanza! —
Or è per lo su’senn’a tal condotto,
che non ha neun si picciol vicino,
11che non si disdegnasse farli motto.
Ond’io mettere’ ’l cuor per un fiorino
che, anzi che passati sien mesi otto,
14s’egli avrá pur del pan, dirá: — Bonino! —

CXXXIX

E tratteggia la disgustosa vanitá d’un altro individuo dello stesso genere.

Un marcennaio intende a grandeggiare,
e poggiavi si smisuratamente,
che soflerire giá noi può la gente,
4veggendol cosí forte vaneare.
Deh fatei ritornare a vergheggiare,
come solea fare anticamente,
ché, s’i’non sia del mi’capo dolente,
8del su’ fatto mi tien un gran cacare!
Or sentenziate s’a torto mi lagno,
e se questo non è ben coral puzzo,
11ch’i’sofferisco da Lapo di Pagno:
chéti e’vezzeggia e tiensi gentiluzzo;
or ecco febbre da fuggirne al Bagno,
14a quel, che vi è colá ’n terra d’Abruzzo.

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CXL

La ridicola figura d’una vecchia rancida.

De’ guata, Ciampo!, ben questa vecchiuzza
com’ell’è ben diversamente vizza,
e quel, che par, quand’un poco si rizza,
4e come coralmente viene ’n puzza,
e coni’a punto sembra una bertuzza
del viso e de le spalle e di rattezza,
e, quando la miriam, come s’adizza
8e travolge e digrigna la boccuzza.
Che non dovresti si forte sentire
d’ira, d’angoscia, d’afTanno o d’amore,
11che non dovessi molto rallegrarti,
veggendo lei, che fa maravigliarti
si, che per poco non ti fa perire
14gli spiriti amorosi ne lo core.

CXLI

Iti nome altiui, descrive la vita rozza ed incivile, che si conduce in Germania

Salute manda lo tu’ Buon Martini,
Berto Rinier, de la putente Magna.
Sacci ch’i’ho cambiati i grechi fini
4a la cervugia, fracida bevagna,
e le gran sale e’ nobili giardini
a mosch’e a neve e a loto di montagna;
la buona usanza de li panni lini,
8ch’usar solea con voi, è la campagna.
Ben può’ far beffe di mia vita fella,
ché spesse volte siam senza tovaglia:
11sette siam, che mangiam per iscodella.
E non avem manti’ per asciugagli;
asciughianci al gheron de la gonnella,
14quando no’ siam ben unti di se vaglia.

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CXLII

Una baruffa tra due amanti.

— Le gioí’, ch’i’t’lio recate da Veneza,
prendi, Ghinuccia, può’ ch’aprir non vuo’ini.
— Sappi, Meo, che da me a te ha screza,
4si che tu non vedrai come tu suo’mi.
— Ornò, amor, tu par’pur lina speza!
Fistol viemmi. quando tu dirlo puo’mi.
— S’tu mi facessi reina di Greza,
8non m’averesti com’avesti; tuo’mi!
— Anzi ell’i’parta dal tu’uscio michi,
se’l perché non mi dici, morto tienimi;
11e dimandata sarai: «Chi’l fedi, chi?»
— Ché mie madre ’n tua presenza diemmi,
e non m’atasti: onde, se t’impicchi,
14poco vi do, quando di ciò sovvienimi. —

CXLIII

S’incrociano vari dialetti in un angolo del mercato.

— Pelle chiabelle di Dio, no ci arvai,
poi che ferino ci hai Pomo di Roma.
— I’son da Lucca: che di’? che farai?
4— Porto cocosse a vender una soma.
— Doi te gaitivo, u’ di’ che nde vai?
— Entro ’gn’Arezzo, a vender queste poma.
— Quest'áscina comprai da’ barlettai
8entro ’n Pistoia e féi tonder la chioma.
— De’ che ti dea ’l maiali, fi’ de la putta,
ch’a Firenze n’ha’sèrique a danaio,
11ed ancor piú, e giúgnet’u’ mellone.
— A le guagnèle! carich’è ’l somaio,
e porta a Siena a vender cheste frutta,
14si fuoron còlte di buona stagione. —

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CXLIV

Nessuno s’intrometta nelle liti tra congiunti.

Ogni capretta ritorn’a su’latte;
puot’ell’andare un pezzo ficullando?
Il padre i figli e ’l figlio ’l padre batte,
4e’l frate M frate fiòr sangue cavando;
nepot’e zio s’aman giá come gatte,
marito moglie spesso va cacciando;
e ’ntra consorti ho viste guerre fatte:
8e ’n tutte racconciare, ’n poco stando.
Però consiglio che ’ntra si congiunti
di carn’e sangue null’uom si ’ntrametta,
11s’egli vedesse di coltella punti;
ché’l sangue è una cosa molto stretta:
e, poi che d’ira si son si consunti,
14al latte suo ritorna ogni capretta.

CXLV

Il senno di poi non vai nuli:».

A cosa fatta non vale pentére,
né dicer po’; — Cosi vorre’ aver fatto. —
Senno di dietro poco può valere:
4però s’avveggia l’uomo ’nanzi tratto.
Ché, quando l’uomo cominci’ a cadere,
e’ non ritorna in istato di ratto:
io, clic non seppi quella via tenere,
8lá, dove non mi prude, si mi gratto.
Ch’i’son caduto e non posso levarmi,
e non ho al mondo parente si stretto,
11che pur la man mi desse per atarmi.
Or non abbiate a beffa questo detto:
ché cosí piacci a la mia donna amarmi,
14come non fu giammai me’ ver sonetto.

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CXLVI

Non c’è piú amor del prossimo.

Egli è si poco di fede e d’amore
oggi rimasa fra l’umana gente,
che si potrebbe dir come niente,
4per quello, che l’uom vede a tutte l’ore.
Chi peggio fa, tenuto ci è’l migliore;
e non si truova amico né parente,
che l’un per l’altro un danai’o’1 valsente
8mettesse per vederlo imperadore.
Chi non mi crede, si cerchi la prova:
vad’a qualunque gli è amico piú caro,
11e poi mi dica che novelle e’ trova.
Se fia cortese, diverralli avaro;
e ancor ci ha una foggia piú nuova:
14di se medesmo servir è l’uom caro.

CXLVII

Quello, che conta, non è il senno, ma la fortuna.

Senno non vai a cui fortuna è cónta,
né giova senno ad omo infortunato;
né gran saver ad omo non sormonta,
4s’a fortuna non piace e non è a grato.
Fortuna è quella, che scende e che monta,
ed a cui dona ed a cui tolle stato;
fortuna onora e fa vergogna ed onta,
8e parer saggio un folle avventurato.
E spesse volte ho veduto venire
che usare senno è tenuto en follia,
11ed aver pregio per non senno usare.
Ciò, ell’a fortuna è dato a provvedere,
non pò fallir, e mistier è che sia:
14saggio il tegno chi sa temporeggiare.

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CXLVIII

Alla prova si distingue lo stollo dal savio.

Stando lo baldovino dentro un prato,
de l’erba fresca molto pasce e’nforna;
vedesi da la spera travallato,
4e crede che le orecchie siano corna;
e dice: — Questo fosso d’altro lato
salterò, bene ch’i’ non sarò storna; —
movesi per saltare lo fossato:
8allor trabocca, e ne lo mezzo torna.
Allora mette un ragghio come tòno:
— Oimè lasso, che male pensato aggio,
11ché veggio ben che pur asino sono! —
Cosi del matto avvien, che si ere’ saggio;
ma, quando si prova nel parangono,
14al dritto tocco pare il suo visaggio.

CXLIX

Non bisogna far i conti senza l’oste.

Chi de l’altrui farina fa lasagne,
il su’ castel non ha muro né fosso;
di senno, al mio parer, è vie piú grosso,
4che se comprasse noci per castagne.
E detti di colui son tele e ragne,
ell’offende e dice: — I’ non sarò percosso: —
e non ha denti e roder vuol un osso,
8e d’alti monti pensa far campagne.
Però di tal pensiere non sia lordo
omo, che del valore ha ’l cuor diserto,
11ché mal suol arrivar volere ’ngordo.
Ma faccia come que’, che sta coperto
fin ch’altri ha rotto e franto suo bigordo:
14poi mostri ben ch’e’ sia di giostra sperto.

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CL

I — SIMONE DA SIENA A CECCO
Chiede all’amico quale sia la sua difesa contro i colpi d’Amore.

Cecco, se Deo t’allegri di Becchina,
o di quello, che spesso sen rincoia,
consegliame, ché novamcnte ho poia,
4e ’l cor cotant’I 10 trito, coni’ farina;
e, se di corto non ho medicina,
temo che di tal male io non moia,
ca la persona ho tanto croia e boia,
8ch’ai calare non vo senza la china.
Ed a la piana non vo punto fuore,
ch’ognun non dica: — Ve’ un uom smarrito! —
11e quel, che mi fa ciò, si è Amore.
Dimmi, per Deo, tu, che l’hai sentito,
e, si come tu di’, lo senti ancore:
14che difes’hai, che tu non èi pentito?

2 — RISPOSTA DI CECCO
È da prendere per il meglio qualunque travaglio amoroso.

Questo ti manda a dir Cecco, Simone,
da poi che vói saper la sua difesa:
ogni grevezza per lo meglio ha presa,
4ch’Amor gli ha dato per lunga stagione.
E’ disse di Sua bocca Salamone
questa parola, se l’hai bene’ntcsa:
né piú né meno lo mal a l’om pesa,
8se non quanto esso al core se ne pone.
E parmi meglio, se mai torni en Siena,
che non ti lassi romper, ma piegare,
11quand’addosso ti vèn una gran pena.
Se vói d’Amor o d’altro bene stare,
«magistra sit tibi vita aliena»,
14disse Cato in lo su’ versificare.