I dintorni di Firenze, volume I/VII. Barriera del Ponte all'Asse

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VII.Barriera del Ponte all'Asse

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VI. Barriera del Romito VIII. Barriera di San Donato
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VII.

Barriera del Ponte all’Asse



Itinerario. — Via di Rifredi - Ponte a Rifredi - Via delle Panche - S. Stefano in Pane - Le Panche - Via del Sodo - Il Sodo - Via del Palazzaccio - Quarto - Rufignano - Carmignanello — Via Vittorio Emanuele - Castello - La Petraja - Villa di Castello - La Castellina — Quinto — Colonnata - Doccia - La Collina - Gualdo - Morello - Sommaja — Sesto - Querceto - Padule - Settimello - Calenzano — Via del Ponte di Mezzo - Le Sciabbie - Caciolle.
Mezzi di comunicazione. — Ferrovia Firenze-Pistoja-Lucca o Pistoja-Bologna stazioni di Rifredi - Castello - Sesto - Calenzano). Tranvai Firenze-Sesto (burniate de’ Macelli - Rifredi - Tre Pietre Castello - Quinto - Doccia - Sesto). Diligenze: Firenze - Sesto - Calenzano
Uffici di posta e telegrafo. — Rifredi - Castello - Sesto - Calenzano.



vecchia strada che dalla chiesa suburbana di S. Jacopo in Polverosa, comunemente chiamata S. Jacopino, si collegava alla strada Pistoiese presso il Ponte a Rifredi, attraversava il torrente Mugnone sopra ad un modesto ponte di legno col piano formato di asse o tavole dalle quali gli derivò il nome di Ponte all’Asse. E questo nome rimase anche dopo l’anno 1762, quando il ponte fu ricostruito di materiali di una sola e sveltissima arcata. Alla discesa del ponte, sulla riva destra del Mugnone, è la Barriera prossima al grandioso stabilimento dei pubblici Macelli. Sorge la Barriera nella località che fin da [p. 254 modifica]tempo remoto si diceva il Massajo dal nome di una villa che i Ginori possedevano nel XV secolo e che ridotta poi a casa d’abitazione è oggi passata per ragioni dotali nei Torrigiani.

Fuori della barriera, a mano destra, è l’ampio piazzale con fabbriche e tettoje che serve per i settimanali mercati di bestiame e di qui fino a Rifredi distende i suoi fabbricati un ampio e popoloso quartiere sorto nel corso di circa trent’anni.

Lungo la via, in mezzo ai campi che da quasi cinque secoli sono in possesso della famiglia Gondi, è a mano sinistra la località chiamata

Montajone o S. Eusebio. — Questo doppio titolo è proprio di un grandioso fabbricato che trovasi sulla sinistra della Via di Rifredi prima di giungere al borgo di questo nome e che servì prima ad uso di monastero, poi di Spedale. Bartolo di Cino di Benvenuto fu il fondatore del monastero per l’erezione del quale lasciò col suo testamento del 16 dicembre 1362 un podere. Il monastero da intitolarsi a S. Giuliano doveva accogliere non meno di 12 fanciulle ed essere affidato alle cure dei Domenicani di S. Maria Novella. Fu edificato e costituito infatti quel monastero; ma per i timori delle guerre, le monache fuggivano nel 1376 in Firenze e si stabilivano in un altro monastero esistente in Via Faenza che, come il primo ebbe nome di S. Giuliano. L’abbandonato locale di Montajone, che era amministrato come il monastero dall’Arte dei Mercatanti, fu nel 1532 trasformato in spedale per i lebbrosi e intitolato ai SS. Jacopo ed Eusebio; però il nome più comune usato per indicarlo fu quello di S. Eusebio che volgarmente si trasformò in S. Sebbio. L’antica chiesa monastica che era abbastanza ricca di opere d’arte, restò aperta al culto fin che lo spedale ebbe vita. Venuto quasi a cessare il flagello della lebbra che in antico era assai comune e mieteva molte vittime, lo spedale di Montajone fu riunito nel 1777 a quello di S. Maria Nuova e nel 1788 fu soppresso del tutto. Il vasto locale fu convertito ad uso di fabbrica che servì a diverse industrie e nell’epidemia colerica del 1854-55 venne adoperato come lazzeretto. [p. 255 modifica]modernamente è stato destinato ad altri usi e trasformato del tutto.

Oltrepassato di poco il luogo dell’antico spedale, si giunge alla piazza di Rifredi sulla quale si trovano alcuni vecchi edifizi de’ quali abbiamo parlato nel capitolo precedente.

Così, oltrepasseremo senz’altro l’angusto ponte sul quale la Via Vittorio Emanuele attraversa il torrente Terzolle per entrare nel borgo del Ponte a Rifredi. — Oggi potrebbe dirsi un subborgo di Firenze alla quale il continuo accrescersi dei fabbricati l’ha ormai quasi collegato. Meglio ancora, dato il suo notevole accrescimento di case e di abitanti, è da considerarsi un quartiere suburbano e precisamente il quartiere industriale di Firenze. Difatti Rifredi, come più comunemente si denomina, è oggi un grandioso centro di commercio tanti sono gli opifici e gli stabilimenti industriali che in questi ultimi anni vi sono sorti.

Il nome di Rifredi deriva evidentemente dalla corruzione di Rio Freddo col quale doveva essere in epoca remota designato il torrente Terzolle che è attraversato dal vecchio ponte ai due lati del quale si distende il borgo di antichissima costruzione. Nelle lunghe guerre fra le repubbliche Toscane il borgo del Ponte a Rifredi ebbe più volte a subire i danni delle scorrerie che i nemici spingevano fin sotto le mura di Firenze e tre volte nello stesso secolo dovette soggiacere a saccheggi ed arsioni; la prima volta nel 1325 per opera delle milizie guidate da Castruccio, nel 1352 dalle soldatesche del Visconti di Milano e nel 1363 dalle masnade inglesi dell’Aguto assoldate dai Pisani. Nuovi danni subì in occasione dell’assedio e alle devastazioni degli uomini si uniron più volte a’ suoi danni quelle delle acque del torrente che nella loro furia repentina abbatterono case e desolarono le campagne. Alcune delle vecchie case del borgo appartenevano nel XIV secolo ai Monaci vallombrosani di S. Pancrazio e molte altre vennero acquistate nel 1375 da Bonifacio d’Ugoletto Lupi marchese di Soragna per darle in dote allo spedale da lui fondato. Infatti per un lungo corso d’anni molte [p. 256 modifica]delle case di Rifredi continuarono ad esser beni livellari dello Spedale di Bonifazio. Anche diverse celebri famiglie, come gli Strozzi, i Del Bene, i Guidotti, gli Steccuti, i Vespucci i Cellini ebbero case a Rifredi.

A Rifredi è una stazione ferroviaria di grande importanza, perchè serve specialmente al trasporto dei prodotti delle molte e grandiose fabbriche esistenti in questa località.

Dopo le ultime case del borgo, prima di giungere alla stazione ferroviaria di Rifredi, troviamo a sinistra

Gli Steccuti. - Villa De Rohan. — Due case da signore che da lei trassero il nomignolo col quale sono state fino agli ultimi tempi designate, possedeva in questo luogo la famiglia fiorentina Steccuti o Dello Steccuto che abitava in Firenze nel popolo di S. Lorenzo. Una è la villa, che sorge in mezzo ad un giardino e che a’ nostri giorni prese il nome di Villa Maria, l’altra è la casa vicina corrispondente lungo la via Vittorio Emanuele. Entrambe ebbero dal 1400 in poi, comuni le sorti. Nel 1584 pervennero in Lisabetta di Giovanni Steccuti vedova di Martino Scarfi che nel 1623 le lascia alla figlia Gostanza moglie di Alessandro Bartolini Baldelli. Gostanza si rimaritò a Niccolò Mancini di Cortona ed alla di lui morte i figli Bartolini Baldelli pagando una somma al Rev. Evangelista Mancini rientrarono in possesso delle ville che restarono alla famiglia loro fino alla metà del secolo scorso.

Ed ora lasciando la Via Vittorio Emanuele, che per un tratto è priva affatto di edifizj di qualche interesse, ritorniamo nel borgo e voltiamo in Via delle Panche.

Pieve di S. Stefano In Pane. — Diversi nomi ha avuto nel corso de’ secoli questa chiesa che va annoverata fra le più vetuste pievi dei dintorni di Firenze. In antico la troviamo indicata col nome di S. Stefano uno pane senza poter trovare fra le innumerevoli supposizioni degli scrittori una plausibile e sicura spiegazione del singolare attributo; le antiche arcate dell'acquedotto romano che muoveva dalle falde del Monte Morello le dettero il nomignolo di S. Stefano tra l'Arcora e la vicinanza al borgo di Rifredi ed all’altro [p. 257 modifica]borghetto delle Panche quelli di S. Stefano a Rifredi o alle Panche. Incerta è l’epoca della fondazione di questa chiesa posta lungo il percorso dell’antica Via Cassia ed in località nella quale si trovarono in diverse epoche iscrizioni e frammenti varj dell’epoca romana. La costruzione della chiesa ha il carattere comune alle grandi pievi sorte nel periodo fra il X e il XII secolo; le mura sono di filaretto, l’interno è diviso in tre navi da arcate di differente ampiezza, sostenute da semplici pilastri smussati sugli angoli; è illuminato da piccole finestre a feritoja ed è coperto da tettoja a cavalletti. Delle tre absidi corrispondenti a ciascuna navata disparve ogni traccia quando nel XVII secolo vi si sostituirono delle cappelle di forma rettangolare. Tre porte di semplice struttura le davano accesso e tuttora esse sussistono sulla facciata sotto una graziosa loggia eretta nel XVI secolo. Sulla facciata è una finestra a occhio al disopra della quale è lo stemma in terracotta invetriata della famiglia Tornabuoni che fino da tempo immemorabile ebbe il patronato della pieve, passato dipoi per eredità nei Pandolfini che lo rinunziarono agli Arcivescovi. Notevoli trasformazioni subi in varj tempi la chiesa, e specialmente ai primi del XVII secolo in cui un pievano Mini vi aggiunse con notevolissimo dispendio cappelle ed altari riducendo anche a forma più moderna l’antica torre del campanile. Nel 1894 però in un generale restauro molte superfetazioni vennero tolte; si stonacarono i pilastri e si rinnovarono tutte le decorazioni policrome di carattere del XIV secolo. Molte opere d’arte dovevano in antico adornare gli altari e le mura della pieve; ma esse scomparvero quasi tutte per dar posto a pitture di artisti più moderni.

Ultimi avanzi delle antiche decorazioni della chiesa sono gli affreschi che adornano tuttora le lunette interne di due porte; due differenti rappresentazioni della Pietà, ovvero due mezze figure di Cristo coronato di spine e colle braccia aperte, opere entrambe del XIV secolo. Bellissimo è l’altare della Madonna per l’eleganza e la finezza di tutte le parti che lo costituiscono. Nel tabernacoletto centrale è una tavola di scuola Giottesca colla Madonna ed il bambino e attorno è una squisita decorazione a forma [p. 258 modifica]di tavola d’altare di terracotta colorita ed invetriata; in due nicchie laterali sono le figure dei Santi Jacopo e Filippo apostoli. Questa tavola, che è lavoro della maniera di Giovanni Della Robbia, è racchiusa da ornamenti di pietra squisitamente intagliati: e d’identico carattere è il balaustro che sta dinanzi all’altare, lavoro de’ primi del XVI secolo1. Dei dipinti che adornano gli altari, sono notevoli: una Presentazione di Gesù al tempio attribuita a Santi di Tito ed un S. Francesco che riceve le stimate opera del 1634 colla firma di Jacopo Vignali. Ultimamente nella cappella a destra di quella maggiore fu collocato un bassorilievo di terracotta invetriata rappresentante lo Sposalizio di Maria Vergine, opera di Giovanni Della Robbia che già decorava un tabernacolo posto all’Olmatello e che era stato danneggiato ed in parte sottratto dai ladri.

Accanto alla chiesa è la Compagnia di

S. Maria del Desco. — È di remota costruzione avendosene ricordi fin del XIII secolo. In questa cappella sono un dipinto dal XVII secolo e delle lunette di epoca alquanto posteriore nelle quali sono frescate storie della vita di S. Stefano.

La Canonica della pieve serba tracce della sua vetusta costruzione e sopra ad una porta interna si vede scolpito uno stemma dei Della Casa, della fine del XIV secolo.

Le Panche. - Villa Guicciardini. — Questa villa, che serve oggi ad uso di Vetreria, è fra le più ampie di questa località e presentava l’aspetto grandioso e severo degli antichi palazzi di campagna che le opulente famiglie fiorentine possedevano attorno alla città. Due ville esistevano già in questo luogo e delle due ne fu fatta una sola ai primi del secolo XVII dalla famiglia Pescioni. Questa [p. 259 modifica]famiglia che aveva le sue case in Firenze in una via che ne serba tuttora il nome, possedeva fin da tempo remoto una delle due ville, alla quale altra ne aggiunse nel corso del XV secolo. La villa più antica, per pochi anni fra il 1480 e il 1498, appartenne ai Soderini; ma poi tornò in possesso dei suoi antichi padroni. L’altra andò nel 1545 in proprietà di Vincenzo Bartolini Nettoli per dote della moglie Cammilla di Bartolommeo Pescioni e Antonio di lui figlio la vendè nel 1571 a Bartolommeo di Piero Orlandini. Però nel 1600 Piero Pescioni la ricomprava da Annibale di Bartolommeo Orlandini e unendola all’altra che già possedeva, la ricostruiva di più ampie proporzioni e più elegante. Da Margherita Pescioni vedova di Alessandro Gerini passò nel 1642 per eredità in Piero d’Ulisse Da Verrazzano e da questa famiglia pervenne nel 1730 nei Corsi e successivamente nei Pucci e nei Guicciardini.

Le Panche o sul Terzolle. - Villa Lastricati. — Questa villa, situata vicino ad un mulino sulla riva del torrente Terzolle, era ai primi del xv secolo uno dei possessi dei Pescioni. Verso il 1480 passò nei Soderini, ma pochi anni dopo la ricomprava Michele di Lionardo Pescioni. Passava di li a poco in Luca di Agnolo Tornabuoni. Ritornò nel 1546 ai Pescioni che ne rimasero dipoi lungamente padroni.

Le Panche. — È un piccolo borgo che fiancheggia la vecchia via Pratese, o Pistojese posto fra la pieve di S. Stefano in Pane e il casale del Sodo, e che trasse il nome dai ripari posti a difesa del torrente Terzolle chiamati panche o panchette. In questo luogo dove sono numerose ville di antichissima fondazione, per testamento fatto nel 1295 da Benuccio Del Bene del popolo di S. Apostoli, sorse uno spedaletto dedicato a S. Bartolommeo e più tardi doveva essere edificato nei terreni lasciati nel 1356 da Ser Martino da Combiate un monastero dedicato a S. Martino; ma invece che alle Panche gli esecutori testamentarj preferirono di erigerlo più vicino a Firenze fuor della porta al Prato nel luogo detto le Carra. Più tardi anche lo spedale di S. Bartolommeo fu trasferito accanto al monastero; ma T uno e F altro vennero abbattuti nei giorni precedenti all'assedio. Del luogo che servì per qualche tempo ad uso [p. 260 modifica]di spedale ed in parte di convento, si veggono le tracce nelle case Berti situate lungo il borghetto a destra di chi viene da Firenze.

Al borgo delle Panche fanno capo diverse strade: quella delle Masse per Serpiolle e Cercina, la Via Pietro Dazzi già Via Nuova e la Via Erbosa che conducono a Quarto e ad altre località poste alle pendici del Monte Girello, collegandosi con altre vie che in vario senso attraversano quelle campagne. Nella difficoltà di seguire ordinatamente questi stradali che ci obbligherebbero a frazionare l'illustrazione di località e di edifizj posti fra loro a breve distanza, crediamo più opportuno seguire un metodo diverso, raggruppando i diversi edifizj prossimi a borghi ed a villaggi o facenti parte d’uno stesso popolo o parrocchia.

Così accenneremo prima tutti quelli prossimi al borgo delle Panche e che in generale portano il nomignolo comune di Panche, per passare successivamente a quelli posti nei pressi del casale del Sodo e quindi a quelli dei popoli di Quarto e di Rufignano.


Soffermiamoci intanto al principiare del borgo delle Panche ed occupiamoci di alcune ville poste sulla via delle Masse nella località chiamata Le Gore.

Le Gore o Le Panche. - Villa delle Filippine. — Dalle gore che fiancheggiano il corso del Terzolle e danno moto ad alcuni mulini ebbero nome diverse ville poste fra il borghetto delle Panche e la via delle Masse. La villa della quale parliamo è delle più antiche del popolo di S. Stefano in Pane e fino da tempo remoto fu possesso di una celebre famiglia fiorentina, i Brunelleschi. Essa la possedeva in parte anche nel 1498 quando la di lei fortuna era ormai tramontata. Carlo di Piero Brunelleschi infatti, nella sua denunzia alla Decima, dichiarava il possesso di due poderetti e di una casa da oste aggiungendo: «Dopo la morte di Piero nostro padre, per forza e per certe ragioni non vere, mi furono tolti da Alderotto Pitti e da Luigi figliuolo di Tommaso Pitti et dipoi non istimando poterli tenere a ragione, li messono nelle mani di Giovanni Cennini. El quale Giovanni per forza tiene la metà. Et l’altra metà l’ha Mona [p. 261 modifica]Agnoletta mia donna figlia fu di Raffaello da Tavarnelle per lo piato della inopia di sua dote». Il contrastato possesso fu poi venduto a’ primi del XVI secolo agli Orlandini del popolo di S. Maria Maggiore i quali lo cedettero ad una famiglia Marchionni che ridusse la villa ad uso d’osteria.

Essa fu alternativamente proprietà delle figlie di Annibale Orlandini, Alessandra moglie di Bernardo Attavanti e Maddalena moglie del Senatore Mazzeo Mazzei e da questa passava nel 1681 in Vincenzo Vettori. Furono i Vettori, dei quali si vede tuttora lo stemma sulla porta della piccola cappella, che restituirono all’antico uso la villa che essi possedevano anche nel secolo ora decorso.

Le Gore. - Villa Caramelli. — Dalle gore che conducono le acque del torrente Terzolle ad alcuni mulini posti vicino alla pieve di S. Stefano in Pane ebbe nome anche questa villa che dal XV secolo fu per il corso non interrotto di quasi cinque secoli proprietà della celebre famiglia fiorentina dei Martelli. Insieme ad altri beni essa fu costituita in dote della Commenda o Baliaggio d’Urbino dell’ordine di S. Stefano, fondato dai Martelli. Nel decorso secolo la villa venne acquistata dalla famiglia Capei.

Le Gore già La Corte. - Villa Baldini. — Fu nel XIV secolo villa della famiglia Rondinelli che nel 1429 la vendeva a Niccolò Cambini. Per eredità passò poco dopo nei Giuntini, da’ quali la comprava nel 1533 Giovanni di Francesco Da Magnale. Restò in possesso di questa famiglia, originaria dal castello di Magnale presso la Vallombrosa fino all’anno 1699 in cui gli Ufficiali de’ Pupilli la vendevano a Giovanni di Francesco Gentili i cui eredi la possedettero fino al decorso secolo. Dipoi fu dei Baldini che la posseggono tuttora.

Torniamo ora nel borgo delle Panche a metà del quale troviamo a destra Le Panche. - Casa Berti. — Questo edifizio assai ampio con un chiostro ricco di eleganti decorazioni di pietra, conserva i caratteri di un convento o di uno di quelli spedali che sorgevano lungo le vie della campagna. Difatti esso servi all’uno ed all’altro uso. Nel luogo dello [p. 262 modifica]spedale di S. Bartolommeo al Mugnone i Frati di S. Antonio di Vienna crearono un nuovo ospizio con annessa una casa per loro uso, dipendente dal convento o Precettoria di S. Antonio presso la Porta Faenza. Però lo spedale non ebbe lunga vita ed il fabbricato fu dai frati stessi dato a livello nel 1542 alla famiglia Mellini. Nel 1776 poi il Commissario del Bigallo, divenuto amministratore dei beni della Precettoria di S. Antonio, vendeva l’edifizio a Giovan Giuseppe Wauthier che lo riduceva in parte a villa e nel rimanente ad uso di case da pigionale.

Le Panche. - Villa Otto. — Lungo la Via Pietro Dazzi che conduce a Quarto è questa villa modernamente rifatta, ma di origine antichissima. Apparteneva già nel XIII secolo agli Adimari e nelle divise fra le diverse famiglie che costituivano cotesta potente consorteria toccò ai Della Trita. Nella seconda metà del XV secolo andò in proprietà dei Cambini di Via Larga che la possedevano anche nel secolo successivo; nel 1660 passò agli Albizzi che lungamente ne restarono padroni.

I Pini o le Panche. - Villa Caruso. — I Deti antica e potente famiglia fiorentina del popolo di S. Felicita furono in possesso fin da tempo lontano di questa villa che nel 1427 era di Guido di Tommaso. Francesco di Giovan Battista la vendè nel 1567 a Bartolommeo Filippi il quale la lasciò a Maria moglie di Bastiano Del Turco nel 1587. Il Cardinale Giovan Battista di Francesco Deti, che fu decano del sacro collegio, potè riaverla nel 1614 dalla Del Turco alla quale aveva intentato una causa e nel 1620 la rivendeva alla famiglia Falconelli. Da questa l’ebbero i Cavalcanti nel 1669 e nel 1751 andava per eredità nei Cattani-Cavalcanti. Più tardi fu dei Teri e successivamente andò soggetta, specialmente nei tempi moderni, a numerosi passaggi di possesso. Oggi della vecchia villa non esistono più tracce. Il celebre artista di canto Francesco Caruso che l’acquistava pochi anni addietro, la ricostruiva completamente, molto più ampia e sontuosa corredandola di un vago giardino e di molti eleganti annessi.

Le Panche. - Fattoria del R.° Conservatorio della Quiete. — Quest’edifizio che sorge nel piccolo borgo delle [p. 263 modifica]Panche servì per lungo tempo ad uso di villa ed ebbe per primi possessori i Giugni che molti altri beni ebbero qui attorno. Francesco di Antonio Giugni vendè nel 1488 la casa e il podere annesso a Ridolfo Lotti il quale acquistò poco dopo anche un podere dai Lapi. Michele di Carlo Strozzi comprò questi beni nel 1532 ed i successori di lui li rivenderono nel 1746 a Filippo Maria Martini del Gonfalone Chiavi. Da questo Martini le Monache di S. Martino in Via della Scala che da parecchi secoli erano padrone di terreni alle Panche, acquistavano la villa e i due poderi.

Nel 1788 i deputati ed operai sopra il patrimonio del soppresso monastero di S. Martino assegnavano questi beni alla congregazione delle Minime Ancelle del nobil ritiro della Quiete e da quel tempo la vecchia villa delle Panche serve ad uso di casa d’amministrazione della fattoria posseduta da quel R. Conservatorio.

Le Panche. - Casa Guasconi. — In origine fu piccola casa da signore con podere annesso che nel 1427 era di un Benedetto di Luigi Bianciardi sensale. Girolamo di Jacopo di lui nipote la donava nel 1490 ad Andrea di Bernardo Carnesecchi e pochi anni dopo passò a Lorenzo Centellini. Da questi la compravano nel 1503 Raffaello e Lorenzo di Francesco Ruspoli i quali fecero ridurre la villa sulla quale si vede sempre il loro stemma. Diversi fratelli e sorelle Ruspoli lasciarono la villa ed altri loro possessi in eredità a varj monasteri della città ed in particolar modo a quello di S. Orsola. La villa delle Panche fu acquistata nel 1644 da Anton Maria e Jacopo di Piero Minacci e nel 1719 rivenduta a Gaetano di Giuseppe Lumachi che nel 1758 la lasciò in eredità alla moglie Maria Rossi.

Le Panche. - Villa Guasconi. — Era fin da’ primi del XV secolo dell’illustre famiglia Giugni la quale possedè questa villa con diversi poderi annessi, fino al 10 febbrajo del 1652 in cui Jacopo di Raffaello la vendè a Lorenzo di Forese Salviati. Pochi anni dopo, nel 1688, i Salviati la rivendevano ad Ottavio Guasconi e la famiglia de’ Marchesi Guasconi n’è tuttora in possesso. [p. 264 modifica]Uno dei poderi annessi a questa villa, chiamato il Sodo era nel 1427 di Lisa di Barnaba degli Agli ed era addetto ad una casa da signore che passò ai Giugni, poi agli Alamanni nel 1549, ai Salviati e quindi nel 1688 ai Guasconi.

Il Casone o il Sodo. - Casa De’ Pazzi. — Casa da signore dei Giugni fin dai primi del XV secolo, restò in possesso di questa famiglia fino all’anno 1594 in cui Piero d’Ugolino Giugni la lasciava per testamento a Francesco d’Alberto Ricoveri di Barberino di Mugello. Nel 1647 il procuratore di Annalena figlia del fu Piero Ricoveri la vendeva a Porzia Zani moglie di Paolo di Zanobi Casini Carlo di Paolo Casini la lasciò nel 1696 in eredità a Francesca di Piero Del Mazza sua moglie che la portò in dote al secondo marito Domenico di Filippo Spighi. Nel 1727 Pier Francesco di Carlo Del Mazza ricomprò dagli eredi di Filippo Spighi la villa, che insieme ad altri vicini beni continuò per lungo periodo di tempo a far parte del patrimonio dei Del Mazza.

Via Erbosa. - Villa Tiberi-Cornelisen. — La villa non è di costruzione troppo remota, giacché in antico si trova che in luogo di essa esistevano due casette con un podere che nel 1427 era della famiglia Guasconi; alla fine di quel secolo il possesso era stato acquistato da Mariano di Tommaso Deti e da quel tempo divenne come una dipendenza della villa de’ Pini (oggi Caruso) seguendone quasi sempre le sorti. Dai Deti passò nel 1681 negli Strozzi, nel 1689 nei Cavalcanti, poi nei Teri nel 1771 e l’anno dopo nei Caramelli, dai quali l’ereditò Virginia Del Mazza nei Bentivoglio nel 1778. I Bentivoglio la venderono nel 1828 a Margherita Corsi vedova Baldi ed è soltanto da quest’epoca che si parla dell’esistenza della villa la quale dev’essere stata edificata perciò ai primi del secolo scorso.

La via delle Panche, oltrepassato il borgo omonimo, assume il nome di Via del Sodo e conduce infatti all’incontro della Via Vittorio Emanuele dov’è il casale detto

Il Sodo. — È un vecchio casale, divenuto a poco alla volta un borgo che si trova lungo la via Vittorio Emanuele, già Pistojese nel punto dove fanno capo le vie delle [p. 265 modifica]Panche e di Quarto. Il nome di remotissima origine era comune, oltre che al gruppo di case, anche a diverse ville esistenti qui attorno e comprese nei popoli di S. Stefano in Pane e di S. Maria a Quarto, ville che appartennero a celebri famiglie come gli Agli, i Giugni, gli Spinelli, i Rondinelli.

Il Sodo - Casa Minoccheri. — È l’edifizio più grandioso di questo casale e colla sua alta e massiccia torre e i resti di ricche decorazioni di pietrame rivela il suo originario carattere di una comoda e ricca casa da signore. Nel XIV secolo infatti la possedeva già la celebre famiglia Compagni dalla quale l’acquistavano nel 1531 i figli di Giuliano Ambrogi che insieme ad altri loro congiunti ebbero numerosi poderi e parecchie ville nelle vicine località. Uno dei figli di Giuliano, Vincenzo, fu tra più fieri nemici de’ Medici ne’ primi anni del principato, sicché i beni suoi, caddero nelle mani del fisco, il quale vendeva nel 1593 questa villa a Simone di Pietro Struffi. Questi la rivendè nel 1630 a Giovan Battista di Santi Landini Sassi che era stato erede degli Ambrogi ed i successori di lui restarono lungamente in possesso di quest’antica villa.

Il Sodo o al Diritto. - Villa, oggi convento delle Domenicane. — A’ primi del XV secolo era una casa da signore appartenente ad una famiglia Di Tura che esercitava l’arte del battiloro. A’ primi del secolo successivo essa venne acquistata da Jacopo Corsi il quale morendo la lasciò allo Spedale di S. Maria Nuova. Dallo Spedalingo la comprava nel 1525 Giovan Battista di Piero Sermanni e da lui passava nel 1570 ai Carnesecchi che nel 1619 la rivendevano al Cav. Cosimo Ridolfi, il figlio del quale Niccolò, nel 1660 l’alienava al Collegio dei Padri Gesuiti che colle eredità avute da varie famiglie e coi nuovi acquisti aveva formato attorno alla città un cospicuo patrimonio di beni di campagna. Soppressi i Gesuiti, i beni loro furono venduti e questa villa che troviamo indicata come «un palazzo con cappella e giardino» fu acquistata nel 1774 dai Landini Sassi per aggiungerla agli altri possessi che avevano qui attorno. Modernamente fu della famiglia Schneiderff la quale la cedette alle Monache [p. 266 modifica]di S. Domenico nel Maglio, che la ridussero ad uso di convento.

La Vergine o la Vergine del Mazza. - Villa Casini. — Un tabernacolo, dov’era forse un’antica immagine della Madonna, dette nome a questa località situata a breve distanza dal Sodo lungo la Via di Macia, dove a’ primi del xv secolo possedeva un podere ed una casa da cittadino la famiglia Bischeri. Più tardi l’ebbero gli Spinelli, quindi i Del Mazza, una famiglia originaria di questa località dove in diverse epoche ebbe numerosi possessi. Nel XVI secolo una Fiammetta Del Mazza recò la villa in dote a Vincenzo di Francesco Vieri e dai Vieri andò nel 1671, per clonazione, nei figli di Cosimo Portinari da Portico di Romagna. Raffaello di Cosimo Portinari la lasciò in eredità allo zio Vincenzo Turriti Cappelli dal quale l’acquistarono nel 1711 Dinozzo e Lucalberto Lippi. L’Abate Lucalberto, ultimo della sua famiglia, la lasciava nel 1755 in eredità al Senatore Giulio di Paolo Rucellai insieme all’antica villa ed ai poderi che i Lippi possedevano da varj secoli a Macia. Ai nostri tempi fu di proprietà Masi.

Poco distante da questa villa, lungo la Via Vittorio Emanuele, è la località chiamata

Le Tre Pietre. — I pilastri o termini che indicavano i limiti delle vicine parrocchia di S. Stefano in Pane, S. Maria a Quarto e S. Maria a Novoli, dettero certo il nomignolo ad alcune case, una delle quali fu casa da signore degli Altoviti ed un’altra della Badia Fiorentina. Oggi però esse sono ridotte ad uso colonico.

Ritornando al Sodo illustreremo ora il popolo di Quarto. — Diverse strade conducono nel territorio di questa parrocchia, partendo tutte dalla via delle Panche e del Sodo: la Via delle Masse, la Via Pietro Dazzi, la Via Erbosa e la Via del Palazzaccio e ad esse fanno capo tutte le altre strade traverse che uniscono le diverse parti di questa contrada.

Il Palazzaccio o Via di Mezzo. - Case Corsini. — Si chiama il Palazzaccio, un gruppo di case che dà nome alla via che dal casale del Sodo conduce a Boldrone ed a Quarto. [p. 267 modifica]La fabbrica serba le tracce di un’antica villa e fu difatti casa da signore di una famiglia Ricoveri o Di Ricovero la quale la vendè nel 1452 ai figli di Antonio di Filippo Del Saggina, famiglia che ebbe le sue case in Firenze nel popolo di S. Trinità. Bartolommeo d’Antonio la vendè nel 1513 a Lorenzo di Tommaso Bartoli del gonfalone Nicchio, il quale la rivendè nel 1556 a Lorenzo di Bonifazio Ruspoli. Da Lucrezia Ruspoli passò in Benedetto di Ruberto Del Maestro nel 1595 e la famiglia dei Conti Del Maestro restò padrona del possesso per molti anni. Verso il 1820 il Palazzaccio fu comprato dai Principi Corsini e unito al loro possesso di Castello.

Sulla facciata della casa è scolpito di bassorilievo in marmo un busto di Augusto imperatore, opera del XVI secolo.

Le due Colombaie o II Sodo. - Villa De’ Pazzi. — Situata fra la Via delle Panche e il borghetto di Boldrone, questa villa che conserva nella sua struttura i caratteri di una vecchia costruzione, apparteneva nel 1427 ad Antonio di Taddeo Tommasi del gonfalone Lion Bianco. Nella seconda metà di quel secolo passò nella famiglia dei Barbigi o Del Barbigia, ricchi mercanti che abitavano in Piazza S. Croce. Nel 1599 Francesca figlia di Francesco Barbigi la portava in dote al marito Ser Lorenzo di Francesco Palmezzini e nell’anno stesso l’acquistava Alberto di Cristofano Lambardi di Venezia. Nel 1661 venne comprata da Lorenzo Gamucci, poi dai Consolini nel 1686, quindi dai Gori e dai Del Mazza i quali la vendevano nel 1817 allo scrittoio delle RR. Possessioni. La villa che colle terre annesse era chiamata il Chiuso dei Del Mazza, fece parte per poco tempo della tenuta Reale di Castello perchè nel 1828 veniva alienata alla famiglia Viti.

S. Giovanni Battista di Boldrone. — Dov’è oggi un borghetto umile e modesto costituito in gran parte da un ampio edifizio ridotto ad uso di quartieri da pigionali sorgeva un cospicuo e celebre monastero che dal nome di un pellegrino francese che lo fondò nella località chiamata allora Rivus de casa, si disse Boldrone. L’edificazione per opera di cotesto Boldrone di Guardino e di Solapilla di lui moglie sarebbe avvenuta nel 1193 e il luogo dapprima [p. 268 modifica]modesto ed a forma di eremo fu concesso ai frati camaldolesi sostituiti nel 1291 dalle monache dello stesso ordine. Nel 1375 coteste monache, per sfuggire ai pericoli delle guerre, andarono a stare a Firenze nell’altro loro monastero della SS. Trinità in Via S. Gallo e non ritornarono a Boldrone che nel XVI secolo. Il monastero ebbe vita fino all’anno 1808 e dopo la soppressione venne ridotto a quartieri. La chiesa rimase aperta al culto e soltanto dalla metà del secolo scorso restò priva di ufiziatura. Nel secolo XVIII essa era stata restaurata ed arricchita di stucchi di stile barocco; ma da quell’epoca fu lasciata in abbandono ed oggi si apre soltanto una volta all’anno per la processione del Corpus Domini. In essa ebbero sepoltura diversi personaggi illustri fra i quali il letterato ed erudito Giuliano di Giovanni Ricci nipote di Niccolò Machiavelli, morto nel 1606; Elisabetta Salviati parente di Leone X morta badessa del monastero e in concetto di santità nel 1520 e Vincenzo Strozzi segretario di due pontefici morto nel 1625.

Tabernacolo di Boldrone. — Sull’angolo della Via S. Maria nel possesso Moriani è un tabernacolo a forma di maestà nel quale vedesi ancora, sebbene deteriorato, un importate affresco di Jacopo Da Pontormo.

Il Vasari parla di questo dipinto che rappresenta la Vergine piangente, S. Giovani Evangelista, S. Agostino e S. Giuliano e osserva come il Pontormo dimostrasse in esso le sue simpatie per la maniera tedesca.

Quarto. - Villa Moriani. — Apparteneva fino dal XV secolo alla famiglia Salvestri la quale la donò nel 1565 alle Monache di S. Pier Maggiore, perchè servisse come dote della cappella che essa aveva fondata in quella antica chiesa. Le Monache restarono in possesso della villa e del podere fino alla soppressione del monastero.

Chiesa di S. Maria a Quarto. — Dalla distanza in miglia romane da Firenze, ebbe nome questa collinetta fertile e ridente che staccandosi dalla pendice di Monte Girello va lentamente a declinare sulla sponda del torrente Terzolle. Due o tre borghetti o casali costituiscono il popolo in mezzo al quale sorge la vecchia chiesa che si trova ricordata in memorie del XIII secolo. Non serba [p. 269 modifica]però tracce della sua primitiva struttura che nel portico che le sta dinanzi ed in qualche tratto delle mura esterne. La parte interna è completamente rimodernata nè presenta opere d’arte degne di qualche considerazione. Di questa chiesa ebbe patronato il popolo che ne nominava i rettori; però nel 1468 si trova che vi aveva qualche diritto la famiglia Rosselli. Nell’annessa canonica, il parroco attuale P. Stiattesi, egregio scienziato, ha istituito un osservatorio meteorologico ricco di molti e perfetti istrumenti.

Quarto. - Villa Paxton. Fra le ville de’ dintorni di Firenze è certo fra le più belle e più ampie e sta a testimoniare il lusso principesco di chi primo l’ampliò e di chi l’ebbe dipoi. L’origine sua come villa non è remota. Era una casa con podere che nel 1495 possedevano i Pacciani, famiglia iscritta agli estimi del Contado. Da loro andò nei Frati d’Ognissanti che nel 1570 la vendevano a certi Pini velettai di Bergamo che nel XVII secolo vennero ammessi alla cittadinanza fiorentina. Dell’esistenza della villa si cominciano ad aver ricordi soltanto nelle denunzie della famiglia Pini la quale evidentemente la fabbricò. Maggiore importanza acquistò il fabbricato dopo la compra che nel 1661 ne fece dagli eredi di Luca di Francesco Pini il Cav. Cosimo di Girolamo Pasquali. I Pasquali che avevano acquistato notevoli ricchezze come medici della Corte, possedettero la villa fino ai primi del secolo scorso nel quale la vendevano ai Conti Caselli. Da questi la comprò Girolamo Bonaparte Principe di Montfort già Re di Vestfalia, lasciandola alla figlia Matilde moglie del Principe Anatolio Demidoff. Questi ricostruì interamente la villa, la corredò d’un parco, di una comoda strada d’accesso e d’infiniti annessi immaginati e condotti con quello sfarzo e quella magnificenza della quale, egli aveva dato a Firenze altre splendide prove. Dai Demidoff che ne avevano fatto un luogo di elettissime riunioni, la villa di Quarto passò per compra in S.A.I. la Granduchessa Maria figlia dell’Imperatore Niccolò di Russia la quale divenuta fiorentina per elezione, fece di essa per molti anni il suo soggiorno favorito. Alla morte di quella colta e cortese Signora venne acquistata [p. 270 modifica]dai Marchesi Capponi e nell’inverno del 1888 servì di villeggiatura al Re ed alla Regina di Würtemberg.

La Quiete già il Palagio di Quarto. - R. Conservatorio delle Montalve. — Qualche scrittore ha affermato che la costruzione di quest’ampio edifizio già ad uso di villa fosse opera della Granduchessa Cristina di Lorena la quale avrebbe cercato su questa parte estrema del colle fiorito di Quarto un asilo di quiete e di pace. Invece l’origine della villa risale ad epoca antichissima, giacché nel XIV secolo apparteneva agli Orlandini del gonfalone Drago San Giovanni. Poco dopo il 1438 la villa appartenne al celebre condottiero Niccolò da Tolentino che probabilmente l’ebbe in dono dalla repubblica.

Il Tolentino comandò le milizie fiorentine contro Niccolò Piccinino condottiero delle genti del Duca di Milano ma sconfitto nel 1434, fu fatto prigioniero e, a quanto pare, ucciso di veleno. I fiorentini che amavano e stimavano il Tolentino, ne seppellirono con gran pompa il cadavere in S. Maria del Fiore e Andrea del Castagno ne dipinse il ritratto a cavallo. Pier Francesco De Medici comprò la villa dai figli di lui nel 1453, e nel 1495, quando aveva cambiato il cognome di Medici in quello di Popolani, la rivendè a Piero d’Andrea Taddei. Caduta la repubblica, Filippo Taddei nemico dei Medici, fu dichiarato ribelle e questo suo possesso confiscato fu da Cosimo I destinato ai commendatori dell’ordine di S. Stefano, sicché appartenne a Chiappino Vitelli, a Mario Sforza, a Cammillo Del Monte e poi al Cardinale Giov. Carlo De’ Medici come commendatore maggiore di quell’ordine. Da questi la comprò la Granduchessa Cristina di Lorena e nel 1650 le Minime Ancelle della SS. Trinità fondate da Eleonora Ramirez di Montalvo acquistatolo dallo scrittojo del Granduca Ferdinando II, lo riducevano a convento ed a conservatorio per le nobili fanciulle.

Assicurato con donazioni cospicue, con concessioni granducali e lasciti di famiglie, il Conservatorio ebbe vita prospera che in tempi recenti si è maggiormente accresciuta coll’unione dell’altro fiorentissimo conservatorio delle Montalve di S. Jacopo a Ripoli in Via della Scala. In [p. 271 modifica]quest’occasione, vennero dall’ex-monastero di Ripoli, ridotto ad uso di caserma, trasportati alla Quiete parecchi importanti oggetti d’arte che ora costituiscono una ricca collezione disposta in una galleria che ha il soffitto dipinto da Giovanni da San Giovanni.

La chiesa ampia ed elegantemente decorata fu eretta nel 1686 dalla Granduchessa Vittoria Della Rovere. Nel coro, vedesi un bel quadro di Matteo Rosselli: agli altari figurano una Trinità del Curradi, una Pietà del Volterrano, una Madonna del Barocci ecc.; il soffitto è dipinto dal Meucci. Merita pure attenzione il ricco monumento onorario di Vittoria Della Rovere, scultura in marmo del XVII secolo.

Il Melarancio. - Casa del R. Conservatorio della Quiete Insieme a diversi poderi, la famiglia Pecori possedeva la casa da signore che fin dal XV secolo portava il nome di Melarancio. Dai Pecori passò nei Salvetti e Cassandra vedova di Bernardo la lasciò al Monastero di Boldone. La villa fu ridotta allora ad uso di casa colonica e soppresso quel monastero venne insieme al podere assegnata alla Congregazione delle signore Montalve della Quiete.

Quarto. - Villa Razzi. — Di moderna costruzione, questa villa fu prima Salvadori, poi appartenne al Prof. Pietro Dazzi letterato valente e benemerito fondatore delle scuole del Popolo il quale vi morì improvvisamente il 3 settembre del 1896. In onore del benemerito cittadino un comitato di amici e colleghi fece collocare una lapide sulla facciata della villa e il Comune di Sesto intitolò dal di lui nome la strada che si diceva già Via Nuova.

Il Gioiello o Belgiojello. - Villa della Casa Reale. — La famiglia Buongirolami, venuta da Perugia a Firenze dove acquistò autorità e potenza, possedeva fin da’ primi del XV secolo questa casa di campagna che fu gradita dimora di Messer Giovanni e del figlio Bernardo i quali ebbero parte eminente nel governo della Repubblica. Quest’ultimo la vendè nel 1481 a Marcello ed ai fratelli figli di Lionardo Vernacci da quali l’acquistò nel 1496 Alessandro Pandolfini. Nel 1547 la comprò Niccolò Stagnesi per rivenderla poco dopo a Giovanni di Niccolò [p. 272 modifica]Vettori i successori del quale n’erano in possesso anche nel secolo decorso. Modernamente era di proprietà Gigli e la Lista Civile, vivente Re Vittorio Emanuele II, la prese in cambio di altri beni a Castello.

Carelli o Quarto. - Villa Maffei. — La costruzione di questa villa, posta sulla pendice del poggio di Rufignano, non è anteriore alla seconda metà del xvi secolo, giacché non se ne fa ricordo che dopo il 1570, quando la famiglia Ruspoli possedeva in questo luogo un podere comprato da Uguccione de’ Ricci. La villa dev’essere stata edificata di piccole proporzioni da Lucrezia e Cammilla di Vincenzo Ruspoli le quali la venderono poco dopo ai Galeotti. Nel 1624 passa a Filippo di Filippo De’ Santi e nel 1640 ai conti Del Maestro che altri beni possedevano nel vicino popolo di Castello. Nel 1653 i Del Maestro la venderono a Francesco M. a Vettori e da quel tempo la villa di Carello, insieme ad altre due già ricordate, costituì, il cospicuo possesso che i Marchesi Vettori ebbero a Quarto e nei dintorni fino all’anno 1832

Porta Castello. - Villa Costa. — Questo nome del quale non è facile stabilire con certezza l’etimologia, a meno che non derivi dall’esser la villa sulla via che porta a Castello, era proprio di una casa da signore che la famiglia Baldesi o Del Baldese del gonfalone Lion d’Oro, comprò nel 1472 da un Andrea di Noferi. Maddalena figlia di Francesco Del Baldese nel 1591 la portò in dote al marito Jacopo Giunti e Cosimo di lei figlio la vendè nel 1616 a Giovan Battista e Giovan Francesco di Michele Grazzini. I Grazzini l’unirono ai molti altri beni che avevano a Castello e nelle vicinanze e la possedettero per lungo tempo.

Malafrasca. - Villa Luder. — Appartenne a’ primi del XV secolo a Niccolò di Giovanni Gori della famiglia originaria di Careggi e da lui passava nel 1470 a Francesco d'Andrea di Noferi che la rivendè nel 1473 ad un Corrado tedesco vocato Lupo che la lasciò a Leonarda sua moglie. Per dote della moglie Angelica l’ebbe Alessandro Giannini che nel 1552 la vendè a vita a Domenico di Giovanni barbiere detto Beco bello. Ritornata nei Giannini, fu [p. 273 modifica]venduta nel 1565 dai figli di Alessandro a Francesco di Gio. Battista Mochi. Nel 1591 era di Ginevra di Andrea spadajo, poi fu di Jacopo di Bartolommeo calzolajo e di Salvestro Magliani che nel 1621 la vendè agli Stiattesi. Da Andrea Baldanzi che la possedette dipoi, la comprò nel 1649 Cosimo di Rodolfo Dei ai successori del quale lungamente appartenne.

Chiesa di S. Silvestro a Rufignano. — Risiede questa chiesa sulla ripida pendice di Monte Girello al disopra di Quarto. Antichissima d’origine, perchè ricordata fino dal XII secolo, si disse volgarmente S. Rufignano, sebbene fin dall’origine fosse dedicata a S. Silvestro, perchè soggetta al patronato della celebre Badia di S. Silvestro di Nonantola nel Modenese. Tale patronato sussisteva anche nel 1322, ma era diviso coi parrocchiani e più tardi questa metà passò al monastero di S. Pier Martire o di S. Felice in Piazza di Firenze. Della sua primitiva costruzione serba qualche traccia nella parte esterna e nel campanile a torre, ma per causa della instabilità del suolo ha dovuto esser più volte restaurata e quasi ricostruita. Modesta di proporzioni e di forme, non offre pregi artistici di sorta, perchè ad eccezione di un ciborio Robbiano, regalato nel 1899 dal sig. Uzielli proprietario di una vicina villa, e di un mediocre e deturpato affresco del 1600 all’altare dei Carlini, non possiede opere degne di considerazione. Alla chiesa di Rufignano venne unita la piccola parrocchia di S. Bartolommeo a Carmignanello, dov’era una pregiata tavola che, logorata dall’umido e dai tarli e perduta affatto, si trova da molti anni in una stanza della canonica di S. Silvestro.

Casale. - Villa De Saint-Seigne. — Di questa villa, elegante e ricca di decorazioni del XVI secolo, sia nel suo fabbricato, sia nei suoi annessi, si hanno lontani ricordi. Nel XIV secolo era di un Lapo di Ridolfo ed in quello successivo della famiglia Fei del gonfalone Unicorno che la possedeva anche ai primi del cinquecento, in cui pervenne nei Pagni. Maria Maddalena di Piero Pagni la vendè a Matteo Carlini di una ricca famiglia originaria della [p. 274 modifica]Valdelsa. Furono i Carlini che spendendovi notevolmente ebbero cura di ampliare e di abbellire questa loro gradita residenza che con nuovi acquisti corredarono di un ampio possedimento. De’ Carlini fu qui lungamente ospite il fecondo e geniale pittore Giovanni da S. Giovanni il quale adornò l’edifizio di molte opere sue. Dipinse in modo vaghissimo la volta della cappella, effigiò i padroni della villa ed i loro figli ed in una sala fece un fregio di originale composizione e di fattura squisita: tutti questi lavori che si conservano tuttora, sono da annoverarsi fra le opere più vigorose e più gaje compiute da quel valentissimo artista2 All’estinzione della famiglia Carlini, la villa passò per eredità nella famiglia De Saint-Seigne.

Casale - Villa De Saint-Seigne. — Un’altra villa poco distante da quella principale possedettero i Carlini e questa pure fin da tempi antichi ebbe il nome di Casale. Tale villa era ai primi del XV secolo della famiglia Franceschi del Lion Rosso ed appartenne a quel Ser Luca di Francesco celebre oratore dell’università della Mercanzia. Dai Sindaci dell’eredità giacente di Giovan Francesco di Pagolo, la comprò nel 1535 Andrea di Pagolo Carnesecchi i cui eredi la rivendevano nel 1548 ad Antonio di Pietro Galli. Matteo di Niccolò Carlini, che già possedeva l’altra villa di Casale, acquistava nel 1560 anche questa dal


[p. 275 modifica]giudice delle appellazioni, come beni di Caterina vedova di Antonio Calli e da quel tempo essa restò a far parte del patrimonio di quella cospicua famiglia. La villa è di bella architettura del XV secolo con una grandiosa loggia.

Il Coltaccio. - Villa Catani. — In antico anche questa casa da signore che appartenne nel 1427 a Domenico Del Dolce tiratojaio era indicata col nomignolo di Casale, proprio di gran parte del territorio della parrocchia di S. Silvestro. Alla fine del XV secolo la villa passò in possesso della famiglia Tondini e per ragioni dotali andò nel 1541 nei De-Servi. Da questi la comprava nel 1614 Jacopo di Bartolommeo Vantucci e dai Vantucci, nel 1682 passava nei Panichi che lungamente ne rimasero padroni.

A qualche distanza da S. Silvestro si trova la località chiamata

Carmignanello, dove furono già una chiesa ed un convento.

S. Bartolommeo a Carmignanello. — È un piccolo oratorio che fu chiesa parrocchiale fino al secolo XVIII e che conserva ancora il carattere delle chiesette del medioevo, costruite tutte di pietre a filaretto e prive di decorazioni. L’origine sua è remota e se ne hanno ricordi fin dal XII secolo. Fu di patronato della famiglia Riccialbani fino all’anno 1426 in cui Giovanni di Niccolò e Michele di lui figlio cedettero i loro diritti allo Spedale di S. Maria Nuova. Fu allora unita coi suoi beni alla chiesa di S. Benedetto di Firenze che i Tedaldini avevano lasciato allo stesso spedale. Sull’altare stette fino alla soppressione della chiesa una tavola del XV secolo ridotta in pessime condizioni che venne trasferita nella canonica della chiesa di S. Silvestro a Rufignano, alla quale la parrocchia di Carmignanello venne aggregata.

S. Maria a Carmignanello. - Casa Ginori. — Fu monastero dei Carmelitani e servì di annesso al non lontano convento detto della Castellina, appartenente allo stesso ordine. Alla prima soppressione, l’edilìzio fu acquistato dai Marchesi Ginori, i quali ne ridussero la chiesa a sepolcreto di famiglia. Nell’interno dell’ex-convento è un bel chiostro a due ordini di logge di carattere del XVII secolo [p. 276 modifica]e dello stesso tempo sono l’architettura del fabbricato e della chiesa.

Discendendo ora nuovamente tino al casale del Sodo e riprendendo la Via Vittorio Emanuele si entra nel territorio della parrocchia di

Castello. — Il primo edifizio che s’incontra è

Il Ponticello. - Villa Montjoye. — È così chiamata per essere allato di un ponte sul quale la via Vittorio Emanuele traversa un fosso che scende dalla collina di Rufignano. Nel XV secolo era villa della famiglia di Ser Giovanni Giannuzzi del gonfalone Unicorno ed ai primi del secolo successivo passò nei Ginori che per lungo tempo ne furono padroni.

Castello del Piano o l'Olmo a Castello. — Il lunghissimo borgo fiancheggiato da case e da villette che per oltre un chilometro si distende lungo la Via Vittorio Emanuele, ebbe fin da tempi lontani il nome di Olmo a Castello, derivato forse da una di quelle vecchie piante di olmo che un giorno si vedevano sorgere lungo le vie maestre, come asili graditi per ripararsi dai raggi infuocati del sole d’estate e dall'impeto delle procelle. Del nome di Castello è ormai noto che non deve ricercarsi l’origine, nè dalla vicinanza di una casa turrita quasi castello de’ Brunelleschi, nè dalla presenza di altri edifizj congeneri; ma nelle conserve d’acqua (Castellum) che alimentavano l’antico acquedotto di Firenze romana. Il borgo dell’Olmo a Castello è costituito quasi interamente da case di antica costruzione e forma il nucleo principale di questa importante frazione del Comune di Sesto. Al borgo di Castello, che è prossimo ad una stazione ferroviaria, fanno capo numerose strade che lungo i piani e sulle pendici del monte Morello conducono ai numerosi palazzi ed alle case di campagna che fanno di questo luogo uno dei più frequentati e più graditi luoghi di villeggiatura de’ nostri dintorni. Nel borgo di Castello, uno dei fabbricati più antichi è detto: [p. 277 modifica]La Strada di Castello. - Casa Paoletti. — L’edifizio che ha la facciata sulla Via Vittorio Emanuele e che volta nella Via della Querciola, fu un giorno casa da signore della potente famiglia Del Beccuto della quale si vedono tuttora gli stemmi all’estremità del fabbricato. Sul canto della Via della Querciola è pure un antico tabernacolo cogli avanzi di un affresco dei primi del XV secolo. Nel 1574 da Felice di Deo Del Beccuto, ricco banchiere e cittadino autorevolissimo, la casa passò in Lucrezia Rucellai e da lei, nel 1578 in Jacopo Corsi. La famiglia Corsi la possedette poi per il corso di oltre due secoli.

Oratorio di S. Maria delle Laudi. — Annesso al fabbricato di proprietà Paoletti, un giorno dei Del Beccuto è un oratorio che si apre soltanto una volta all’anno e che ha sulla facciata una graziosa porta di carattere del XIV secolo. L’oratorio servi ad una compagnia di Laudesi ed era sotto la dipendenza dei Frati di S. Maria Novella di Firenze

Ho però ragione di ritenere che in origine l’oratorio e la vicina fabbrica, poi della famiglia Del Beccuto, costituissero lo Spedale della Divina Carità, comunemente chiamato del Cicaretto o del Cigaretto perchè fondato nel 1161 da un tal Cigaretto e da Ruggerina di lui moglie. Cotesto Spedale passò nel 1172 alla chiesa di S. Maria Maggiore di Firenze della quale Cigaretto era divenuto canonico e nel 1189 alla chiesa di S. Lorenzo di Firenze alla quale fu confermato nel 1225 da Papa Onorio III. Da quest’epoca cessano i ricordi di cotesto spedale.

Dal lato opposto della strada è il

Tabernacolo dell’Olmo a Castello. — Corrispondente ad un podere di proprietà Ridolfi, è questo grandioso tabernacolo a forma di cappella con ampia tettoja sostenuta da pilastri ottagoni. Nel centro del tabernacolo è una porta cogli stemmi Guidacci e Da Verrazzano ed ai lati sono dipinti molti e pregevoli affreschi che rappresentano l’Annunziazione, i santi Giuliano, Antonio Abate, Egidio, Michele Arcangiolo. Sono opera di artista fiorentino del XV secolo. Un altro tabernacolo fu già all’Olmo a Castello ed il [p. 278 modifica]Vasari dice che Giuliano Bugiardini lo dipinse con somma diligenza, ma di esso non ho trovato traccia.

Le Capanne o il Gheruccio. - Casa Ridolfi. — Fu una casa da signore antichissima ed appartenne ai Gherucci d’onde le venne il nomignolo di Gheruccio. Dipoi l’ebbero i Gondi, quindi i Salvetti e da Maria Caterina Salvetti priora di Boldrone andò a far parte dei beni di quel Monastero.

Gli Arcipressi. - Villa Catani Scappucci. — Questa villa fu fin da tempo lontanissimo possesso della celebre famiglia Carnesecchi la quale ne fu padrona sino a’ primi del XVI secolo. Dopo l'ebbero i Mini speziali al Canto del Giglio, famiglia dalla quale uscì quella Lisabetta che fu madre al celebre navigatore fiorentino Amerigo Vespucci. I Mini la possedevano anche alla fine del XVIII secolo.

Via del Prato o L’Olmo a Castello. - Casa Ridolfi già Fossi. — Presso la stazione ferroviaria di Castello è questa casa colonica la quale conserva molte tracce di una importante villa del XIV secolo. In un antico salone, oggi ridotto a capanna, è un importante affresco di scuola fiorentina del XV secolo. La casa da signore appartenne in origine ai Carnesecchi, poi fu dei Guidacci e da questi pervenne in eredità ai Torrigiani. Addetto al podere di questa villa è il grandioso tabernacolo posto lungo la Via Vittorio Emanuele a Castello. Oltrepassando il punto dove fu già un’antica osteria posta difaccia allo sbocco dello splendido viale che conduce alla Villa Reale di Castello, proseguiremo lungo la Via Vittorio Emanuele fino al limite del territorio dì Castello, per tornar dopo indietro e percorrere le strade a tramontana di quella via principale, comprese pure in quella parrocchia.

Il Cantone o l'Olmo a Castello. - Fattoria Martelli. — L’edifizio che conserva il vetusto carattere medievale di villa grandiosa, appartenne nel XV secolo alla famiglia Barbigi o Del Barbigia originaria di Signa la quale la possedette fino alla sua estinzione nel secolo XVII. Nel 1695 pervenne nel Conte Agostino Zefferini e successivamente venne acquistata dai Martelli. [p. 279 modifica]Il Cantone. - Villa Martelli. — Grandiosa ed elegante villa che ha i caratteri architettonici del secolo XVIII nel quale essa venne totalmente rinnovata dalla nobile famiglia Martelli. Ai primi del XV secolo era una delle molte ville che gli Aldobrandini detti di Madonna avevano in questa pianura e nel 1427 apparteneva a Jacopo di Giovanni. Nel 1606 essa pervenne in Ginevra di Francesco Aldobrandini moglie di Bernardo Soldani, chiamata all’eredità dal fratello Jacopo Vescovo di Troja e da lei andò al figlio Monsignor Filippo. In seguito ad una sentenza, l’ebbe nel 1689 Manfredi del Cav. Alberto Macinghi ed il 18 giugno 1781 il Magistrato Supremo la vendeva al Senatore Niccolò Martelli.

A mezzogiorno della villa Martelli è

S. Antonio. - Villa Sartoni. — Da un’antica cappella dedicata a S. Antonio Abate ebbe nome questa villa che fu tra i molti possessi di campagna della famiglia Aldobrandini di Madonna e Jacopo di Giorgio la vendè nel 1484 a Domenico Benvenuti. Nel 1570 i Benvenuti, che erano setajoli del gonfalone Lion d’Oro, l’alienavano a Matteo di Matteo di Piero Cafferucci. Maddalena di Piero Cafferucci moglie di Ferdinando del colonnello Orazio de’ Medici la rivendè ai figli di Stefano Catani; ed i Catani lungamente la possedettero. In epoca moderna fu del consigliere Epifanio Manetti poi dell’illustre filologo Pietro Fanfani.

Il Cantone. - Villa Billi. — La villa è di costruzione moderna in quella parte corrispondente lungo la via, mentre un fabbricato più a tramontana fu anche in epoca lontana ad uso di casa da signore. Era fin dai primi del XV secolo degli Aldobrandini del Lion d’Oro detti comunemente gli Aldobrandini di Madonna ed a cotesta famiglia appartenne per molti anni. Fu più tardi delle Monache di S. Giovanni di Faenza che stavano a S. Salvi, sicché si disse comunemente la casa delle Monache. Giunti a questo punto estremo della parrocchia, retrocediamo fino al borgo di Castello.

Cominciamo dalla Via della Petraja che muove dal borgo. [p. 280 modifica]I Rinieri o il Lepre dei Rinieri. - Villa dei Principi Corsini. — Lungo la via che conduce alla villa Reale della Petraja, dinanzi ad un ampio piazzale a forma di prato, sorge questa villa che nell’ampia facciata presenta i caratteri grandiosi e decorativi dell’arte barocca del periodo fra il XVII e XVIII secolo. È fra le ville di Castello una delle più grandiose e delle più gaie per l’ampiezza e l’eleganza dei suoi annessi. Al cominciare del XV secolo era degli Strozzi e precisamente di quel Palla Strozzi cittadino di tanta ricchezza e di tanta autorità che la sospettosa gelosia de’ suoi concittadini lo fece morire esule dalla patria. Alessandra Bardi vedova di Lorenzo di lui figlio, la vendeva il 15 ottobre 1460 a Bernardo di Stoldo Rinieri e dai Rinieri derivò alla villa il nome che essa serba tuttora, mentre per l’innanzi si chiamava il Palagetto. Ad essi appartenne fino al 1571, anno in cui i figli d’Andrea, Alessandro e Francesco, la vendevano a Francesco di Jacopo Sangalletti. Il figlio di lui Guglielmo l’alienava nel 1597 a Pagolo di Giuliano Donati; poco restò in possesso di questa famiglia, perché nel 1602 gli ufiziali de’ pupilli la rivendevano a Dianora vedova di Bernabò Malaspina e da lei, per avere una dimora propria vicino alla villa di Castello, la comprava Cosimo figlio del Granduca Ferdinando II de’ Medici. Ma lo scrittojo delle RR. Possessioni se ne disfaceva nel 1650, alienandola a Piero di Bernardo Cervini che morendo nel 1666 lasciava tutti i suoi beni al Collegio dei Gesuiti. Ottavia di Gismondo Della Stufa la comprava dall’amministrazione de’ Gesuiti e nel 1687 la lasciava in eredità al figlio Lorenzo di Messer Lorenzo Lanfredini. Pochi anni dopo, nel 1697, il Lanfredini rivendeva la villa alla Marchesa Lucrezia di Pier Francesco Rinuccini moglie del Marchese Filippo Corsini e da allora essa entrava a far parte del patrimonio della principesca famiglia che tuttora tiene fra i suoi luoghi favoriti di villeggiatura lo stupendo palagio campestre dei Rinieri. In cotesta sontuosa villa, corredata di un delizioso giardino, si conserva anche una ricca collezione di quadri. Nella via di fianco al giardino Corsini sono queste due antiche ville: [p. 281 modifica]Via di Mezzo. - Casa Corsini. — Le case ad uso di contadini e di scuderia prossime al cancello d’accesso al giardino del Principe Corsini, erano in antico annesse ad un podere dei Del Saggina possessori del vicino Palazzaccio. Nel 1531 il podere era di Bartolommeo d’Antonio calzolaio, poi passò nel 1556 in Lorenzo Pagni, segretario di Cosimo I, nel 1367 in Niccolò di Giulio de’ Medici e nel 1598 in Lessandra vedova di Lione di Niccolò de’Medici e figlia di Jacopo di Lorenzo Giacomini. I Giacomini edificarono una villa che nel 1698 fu acquistata dalla Marchesa Lucrezia Corsini nata Rinuccini. Da quell’epoca la villa, ridotta poi ad altri usi, fa parte del possesso dei Principi Corsini.

Via di Mezzo. - Villa Gozzini. — In origine era una modesta casetta con podere che nel 1498 era posseduta da Salvi Panuzzi. Nel 1508 passò per compra in Niccolò ed altri figli di Niccolò Del Maestro Luca, famiglia del popolo di S. Trinità. Da loro l’ebbero i Del Zaccheria che nel 1590 la venderono a Giuliano di Giovanni Ricci che fu letterato ed erudito d’alto valore, arciconsolo della Crusca e che vi morì nel 1606. L’anno dopo, i figli di lui vendevano la villa a Giovali Battista Botti e nel 1613 l’acquistava dagli eredi di lui Alessandro d’Antonio Latini. Fu dipoi dei Casini nel 1622, dei Baldanzi nel 1631, quindi nel 1651 l’acquistava il tenente colonnello Annibale d’Alfonso Cecchi. Modernamente fu della celebre artista di canto Carlotta Carrozzi-Zucchi.

La Petraja. - Villa Reale. — La famiglia de’ Brunelleschi, una di quelle che abitarono il primo cerchio di Firenze, possedeva su questi colli un fortissimo e ben munito castello con bastioni, torri, ballatoj sporgenti e fossati II milite Piero del fu milite Francesco Brunelleschi, non avendo figli maschi dalla moglie Petruccia, lasciava nel 1362 ai frati dei Servi di Firenze un resedio con due torri, detto la Petraja, perchè vi fondassero un monastero con 12 religiosi. Però i frati non presero il possesso in tempo e Petruccia impadronitasi a titolo di restituzione di dote della Petraja, la vendeva ad Attaviano di Messer Boccaccio de’Brunelleschi. Ne nacque una lite che fu poi appianata, [p. 282 modifica]dando ai frati quanto occorreva per costruire una cappella e lasciando la villa a Boccaccio. Nel 1364 i figli di Boccaccio coi loro contadini, furono quivi assaliti dalle milizie inglesi dell'Aguto, ma si difesero con tanto valore, tempestarono talmente di strali e di pietre i nemici, che essi scornati dovettero ritirarsi senza esser riusciti ad impadronirsi del modesto fortilizio.

Nel 1427 la Petraja era in possesso dell’opulento e celebre cittadino Palla di Noferi Strozzi e più tardi gli venne confiscata e posta fra i beni dei ribelli. Benedetto d’Antonio Salutati la comprava nel 1468 per 23,070 scudi.

Il Cardinale Ferdinando de’ Medici, che fu poi Granduca, ne faceva acquisto il 24 gennajo 1575 da Lisabetta d’Antonio Tornabuoni vedova di Antonio di Filippo Salutati. Entrata in casa Medici, non uscì più dal possesso dei Granduchi di Toscana e dopo il 1859 passava fra i beni della lista civile italiana. Bernardo Buontalenti per incarico dei Medici adornò la villa in modo splendido e vari altri insigni artisti la decorarono delle loro opere. Il Volterrano fra gli altri eseguì nella villa molti affreschi.

Re Vittorio Emanuele II faceva restaurare completamente la Petraja, divenuta per lui dimora favorita ed il pittore Prof. Gaetano Bianchi scopriva e riparava i molti e deperiti affreschi del cortile che erano stati barbaramente imbiancati.

Gli affreschi della Petraja hanno un interesse speciale per la storia della Toscana e della famiglia Medicea, giacché rappresentano molti ritratti di personaggi e ritraggono in grandi proporzioni battaglie ed altri importanti avvenimenti svoltisi specialmente durante il granducato di Cosimo I. Fu quindi opportunissimo il pensiero di Vittorio Emanuele II di rimetterli in vista e di assicurarne nel miglior modo possibile la conservazione. Nella cappella privata della villa, sono degli affreschi del Poccetti ed una tavola colla Sacra Famiglia attribuita ad Andrea Del Sarto. L’ampio parco che si distende attorno alla villa della Petraja e che si collega coi giardini della vicina villa Reale di Castello fu creato dal Tribolo che anche in questo luogo sfoggiò tutto il suo squisito ed [p. 283 modifica]originalissimo gusto decorativo. Una delle cose più graziose che egli pose ad ornamento del giardino è una fontana di forma assai elegante sulla quale è una Venere abilmente modellata e fusa in bronzo da Giambologna.

Al disopra del parco della Petraja è

La Topaja. - Villa Reale. — In mezzo a giardini e pomarii sorge questa villa che fu ed è un comodo annesso delle altre due ville Reali di Petraja e di Castello e che appartenne alla famiglia dei Medici anche prima che essa ascendesse al Principato. Cosimo I che non mancò di coltivare le tradizioni della famiglia, sempre propensa ad aiutare i letterati e gli artisti, concesse prima a Scipione Ammirato, poi a Benedetto Varchi Fuso di questa villa dove in mezzo alla quiete ed alla gaiezza della campagna essi poterono scrivere le loro istorie fiorentine. Il Varchi anzi, per riconoscenza a tanta liberalità del Granduca, volle ribattezzar questa villa col nome di Cosmiano, ma per quanto questo nuovo appellativo potesse lusingare il Granduca, esso morì insieme a chi lo aveva ideato. Nel giardino della Topaja veniva coltivata a tempo dei sovrani Medicei una splendida collezione di fiori delle specie più belle e più rare.

A ponente della villa della Petraja è la

Chiesa di S. Michele a Castello.' — Questa chiesa che sorge sulla vaga collina fra le ville Reali di Petraja e di Castello, è di origine antichissima; ma non se ne hanno ricordi che dal XIII secolo. Per la sua vicinanza a luoghi che servirono spesso di dimora ai Granduchi di casa Medici, essa fu molto beneficata ed i sovrani concorsero spesso alle spese di restauro e di adornamento. Riedificata completamente nel 1817 a spese di Ferdinando III, fu adorna di pesanti decorazioni di stucco. Venne nuovamente riparata nel 1890, nella quale occasione si tolsero molte delle barocche superfetazioni, si posero in luce varj dipinti e si procurò di darle un aspetto più quieto, più armonioso e meno stridente. I lavori furono diretti abilmente dall’Ing. Carlo Mariani. Prezioso corredo di questa chiesa era un giorno una tavola meravigliosa di Leonardo da Vinci che i granduchi fecero trasportare in galleria degli Ufizi, dove ammirasi tuttora. [p. 284 modifica]I dipinti che oggi adornano gli altari della chiesa sono tutti di data posteriore al restauro dei primi del XVII secolo e non presentano pregi singolari. Cose di un certo merito sono invece alcuni dipinti degli Allori e della maniera di Giovanni da S. Giovanni che vennero in luce in occasione dell’ultimo restauro. Di buona fattura è un crocifisso che adorna l’altar maggiore.

La parrocchia di Castello fu la prima in Toscana ad avere un cimitero proprio, quando per giuste ragioni d’igiene, venne inibito di seppellire più oltre nell’interno delle chiese. Trattandosi di una chiesa considerata quasi come una parrocchia della Corte Toscana, molte solenni funzioni vi furono in ogni tempo compiute ed in essa celebrarono la messa cardinali e prelati appartenenti alla famiglia Medicea od ospiti di essa nelle ville della Petraja e di Castello.

Annessa alla chiesa è la Compagnia del Sacramento che ha nella volta un affresco rappresentante S. Michele Arcangiolo, opera del Volterrano molto alterata e guasta dai restauri più volte subiti.

Al disopra della chiesa lungo la via di S. Michele si trovano:

In Poggio. - Villa Levi. — Possesso antico dei Giambullari, appartenne a Pier Francesco, storico fra i più apprezzati per la imparzialità dei suoi giudizi e per la purezza dello stile. Passò in parte nell’Arte del Cambio, quindi per un lungo periodo di tempo fece parte dei possessi della casa Granducale addetti alle ville di Petraia e di Castello.

In Poggio. - Villa Ribagli. — Appartenne nel XV e XVI secolo ad una famiglia Sermanni o di Ser Manno. Più tardi ne fu padrone e vi dimorò il valente pittore fiammingo Bilivert e nel 1761 venne acquistata dalla casa Granducale che la rivendè dipoi.

Canovaja o la Covacchia. - Villa Uzielli. — Antichissimi sono i due nomignoli coi quali la villa è stata alternativamente chiamata, ma il primo è quello che si trova di consueto in tutte le carte anteriori alla fine del XV secolo. Troviamo il primo ricordo della villa in un documento del [p. 285 modifica]Bigallo, dal quale risulta che il dì 8 agosto 1394 Cristofano del fu Lippo Doni del popolo di S. Frediano vendeva il podere con casa detto Canovaja a Cante del fu Giovanni Compagni.

Ritroviamo alla fine del xv secolo la villa della Covacchia o Canovaja proprietà di Rosso Cerretani, dal quale passa a’ primi del secolo successsivo in Cristofano di Bartolommeo Rinieri. Più tardi, nel XVII secolo, quando le ville di Petraja e di Castello erano dimora favorita della corte Medicea, la villa fu acquistata da Ippolito Bassetti segretario del Granduca. Dai Bassetti la comprarono nel 1699 i Frescobaldi.

Nella località detta la Covacchia dopo il XV secolo i Frati di S. Maria Novella ebbero una casa da signore oggi ridotta ad uso colonico.

Dal borgo di Castello, prendendo la Via della Querciola si trova a destra:

La Piazzola o la Querciola. - Villa Bicceri. — In origine aveva il nomignolo di Olmo a Castello comune a molte altre ville, al borgo ed al tratto di pianura che si distendeva ai piedi della collina di Castello. Aldobrando di Lorenzo Dello Steccuto possedeva in questo luogo un podere con casa da lavoratore che vendè nel 1482 alla famiglia Franceschi, alla quale si deve la costruzione della villa. Essa l'alienava nel 1498 ai Del Giocondo da’ quali passò nel 1544 nei Cavalcanti e da questi, per ragioni di donne, nei Mazzinghi che la vendevano nel 1638 a Benedetto di Jacopo Morelli. Il Morelli la lasciò ai nipoti Benedetto e Andrea Tarchiani, e Antonio di Benedetto che fu segretario di Cosimo III con testamento del 1721 la lasciava in eredità alla famiglia Ricoveri; fu poi Magnelli e Pozzolini e da questi l'acquistava nel 1872 l’attual proprietario sig. Amerigo Ricceri.

La villa è di graziosa ed elegante architettura del xvi secolo.

Lo Steccuto. - Villa Cini. — Questa villa trasse il proprio nomignolo dalla famiglia Steccuti o Dello Steccuto che la possedeva già nella seconda metà del XV secolo.! [p. 286 modifica]Quando i Medici ampliarono la loro tenuta di Castello, fecero acquisto anche di questa villa e del podere annesso che continuarono a far parte del patrimonio della Corona fino all’anno 1868. Venduta allora ai Cigli, passava dipoi ai Pallestrini e quindi ai Cini proprietarj attuali.

Le Quattro Strade. - Villa Bosi. — Faceva parte in antico della tenuta Granducale di Castello e servì, prima ad uso del curandajo, poi di guardaroba. Insieme al podere dello Steccuto al quale era annessa, venne dalla lista civile ceduta in permuta al sig. Ottavio Gigli e da lui ridotta a villa.

Dinanzi a questa villa s’incrociano le vie della Querciola e di Serrezzana.

Proseguendo per questa seconda via verso ponente, si giunge poco dopo a

Castello o il Vivajo. - Villa Reale. — Non già da un castello o rocca in questo luogo esistente trasse il proprio nome la villa reale; bensì del latino castellum che, sta a significare conserve o cisterne d’acqua, le quali difatti dovevano esistere in questo luogo per dove passava, raccogliendo le acque dei poggi vicini a Sesto, l’acquedotto romano di Firenze. Il nome antichissimo di questa casa da signore fu quello di Vivajo, che accennava esso pure alla esistenza di depositi d’acqua. La villa esisteva anche prima di diventare una delle più gradite dimore campestri della famiglia Medicea ed a’ primi del quattrocento apparteneva alla famiglia Del Milanese. Dai Sindaci che amministravano le sostanze di Giovanni di Domenico Del Milanese, la comprava nel 1440 Dionigi da Mangona, rivendendola nel 1454 ad Andrea di Lotteringo Della Stufa, dal quale nel 1477, ne facevano acquisto i fratelli Lorenzo e Giuliano di Pier Francesco de’ Medici. L’importanza storica della villa del Vivajo comincia appunto da quest’epoca. I Medici l’ampliarono e rabbellirono e seguendo le loro tradizioni di magnificenza, vi ospitarono signorilmente un gran numero di augusti e celebri personaggi, cominciando nel 1527 dal Duca d’Urbino e dagli altri capi della lega costituitasi ai danni della libertà fiorentina. Saccheggiata dopo la cacciata [p. 287 modifica]de’ Medici, ebbe splendore nuovo sotto il principato, quando Cosimo I, tenendola come suo soggiorno favorito, l’abbellì in ogni modo, profondendo dei veri tesori per adornarne le sale ed il giardino colle opere dei più celebri artisti del suo tempo. Piero di Cosimo, il Bronzino, il Pontormo lavorarono alla decorazione delle stanze, mentre il genio multiforme di Niccolò Del Riccio detto il Tribolo creava molte cose nuove ed attraenti per dare al giardino un aspetto totalmente originale. Il Tribolo disegnò lo spartito di quell'ampia zona di terreno in declivio: aprì viali e sentieri, eresse loggie, grotte: creò cascate d’acqua, ampie vasche: scolpì fontane e statue, mentre Piero da S. Casciano raccoglieva le acque e ingegnosamente le distribuiva nella villa ed in ogni parte del giardino. I successori di Cosimo I non mancarono di dedicare le loro cure alla villa di Castello, mantenendola nel conveniente decoro ed accrescendola di continuo di nuovi ornamenti. Nel giardino della villa di Castello, fu coltivato per la prima volta, per ordine di Cosimo I il gelsomino e a tempo di Cosimo III il mugherino. Troppo lungo sarebbe il ricordare soltanto tutti i personaggi che più particolarmente vi abitarono o che vi furono ospiti; e mi limiterò soltanto a ricordarne alcuni. Il celebre condottiero Giovanni delle Bande Nere vi abitò quattordicenne appena, insieme alla madre Caterina Sforza negli anni dell’esilio da Firenze della sua famiglia; Cosimo, poi granduca di Toscana, vi stette pure fanciullo col precettore Pier Francesco Ricci e fu qui che montò la prima volta a cavallo; Bianca Cappello divenuta moglie di Francesco I vi soleva villeggiare e il Cardinale Giovan Carlo che aveva avuto in uso la villa vi dette molte di quelle feste sontuose nelle quali dilapidò un patrimonio ingente. Fra gli ospiti ricorderemo Jacopo Courtois, detto il Borgognone, il celebre pittore di battaglie, che per concessione sovrana potè fra le delizie e la quiete di questo soggiorno svolgere la sua ferace operosità.

I restauri più volte eseguiti al fabbricato ne hanno alterato affatto ogni antico carattere e mentre in alcune parti interne si veggono ancora i resti della vecchia costruzione, la facciata presenta oggi un carattere [p. 288 modifica]insignificante di modernità. Nelle sale si conservano molti quadri, per la maggior parte di pregio modesto, fra i quali una raccolta d’immagini russe, dono forse di qualche sovrano alla corte Toscana. Re Vittorio Emanuele II nel periodo in cui Firenze fu capitale d’Italia soleva dimorare spesso qui ed alla Petraja e curò molto l’abbellimento del giardino e degli annessi.

Dinanzi alla villa è un ampio prato semicircolare, che un giorno servi ad uso di vivajo 3(1), dove il popolo di Castello inalzò un elegante monumento alla memoria di Re Umberto che sposo di Margherita di Savoja aveva fatto sosta a questa villa prima del suo solenne ingresso in Firenze. Il grazioso monumento è opera dello scultore Odo Franceschi. Un bel viale ombroso, che costituisce una comoda ed attraente passeggiata, pone in comunicazione il piazzale della villa Reale colla Via provinciale Vittorio Emanuele4.

Le Brache o Bellagio. - Villa Da Bagnano Masetti. — Il nome singolare di questa villa è di origine antichissima; ma è incerta l’etimologia sua, se pur non fosse il caso di spiegarla colla giacitura di essa alle falde estreme o brache di Monte Morello. Severa e grandiosa nell’aspetto esterno, si direbbe che essa serba le tracce di un antico resedio forte e capace di resistere anche ai pericoli d’un assalto. Nel 1427 la troviamo in possesso di Jacopo di Giovanni Aldobrandini, ma per una lacuna dei catasti, che non è facile spiegare, non sappiamo come mai si trovasse poco dopo in mano di Francesco di Simone Tornabuoni, il quale secondo un documento «vendette ai 24 luglio 1432 un palazzo in luogo detto le Brache agli ufiziali della diminuzione (?) del Monte del Comune che comprano per Michele Attendolo dei Conti di Cotignola già condottiero del Comune». Anche del possesso del celebre condottiero di [p. - modifica] [p. - modifica]

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[p. 289 modifica]milizie non abbiamo che questo ricordo. La villa ritorna agli Aldobrandini e solo il dì 8 novembre del 1488 Napoleone di Jacopo la vende a Giovanni di Francesco Tornabuoni, il dovizioso cittadino che nel 1482 accolse nel suo palazzo il Duca Federigo d’Urbino e che fece adornare il coro di S. Maria Novella dei mirabili affreschi di Domenico Del Ghirlandajo. Lionetto di Messer Lionardo Tornabuoni, nel 1546 vendè la villa a Maria vedova di Jacopo Gualterotti.

Divenuta proprietà di Francesco Gualterotti e Giuliano Giachinotti, passava nel 1571 per compra in Cammilla d’Antonio Martelli. Era questa la giovinetta bella e gentile che innamorò siffattamente Cosimo I granduca di Toscana, che egli vedovo d’Eleonora di Toledo e già vecchio, la sposava nel 1570. Però il matrimonio colla figlia di un semplice cittadino sdegnò gli animi della famiglia, e Cosimo non concesse mai alla seconda moglie nè le insegne reali, nè il titolo di Granduchessa. Da questo matrimonio nacque Virginia che nel 1586 sposava solennemente il Duca Cesare d’Este. Cammilla Martelli restata sola a sfidare la violenta antipatia del granduca Francesco, finì miseramente la vita nel 1591 nel convento di S. Monaca ov’era stata relegata e la villa delle Brache andò in eredità alla figlia. Nel 1614 il procuratore del Duca Cesare d’Este la vendè a Baccio di Lapo Del Tovaglia e dai Del Tovaglia la comprava nel 1629 Jacopo di Francesco Ricciardi. Dai Ricciardi Pollini passava più tardi nei Conti Dainelli Da Bagnano Masetti che tuttora ne sono proprietarj.

A quello delle Brache è stato sostituito alla villa il nomignolo di Bellagio, pur esso di origine antichissima perchè nel 1427 troviamo che Cambio di Niccolò Salviati possedeva qui appresso un podere con casa da signore chiamato Belaggio o Bellagio'. Forse l’antica villa de’ Salviati è ora una delle case coloniche vicine al palazzo delle Brache.

Fonte Nuova. - Villa Ragionieri. — Apparteneva a’ primi del XV secolo alla famiglia Da Fortuna che dal castello omonimo in Mugello era discesa in antico a Firenze. Alla metà dello stesso secolo era passata nei Boni che abitavano [p. 290 modifica]nel popolo di S. Maria Maggiore ed i Boni, com’è ricordato da una lapide, la restauravano nel 1595 dandole l’elegante carattere architettonico e decorativo di quel tempo. Alla morte del Senatore Giovanni Boni, nel 1648, andò col nome dell’estinta famiglia nei Michelozzi ai quali rimase lungamente in possesso. Modernamente fu del Prof. Antonio Bartolini che vi morì nel 1876 e più tardi l'acquistava il Dott. Ragionieri attuale proprietario.

La Torre al Termine. - Villa Ragionieri. — Qual sorta di termine abbia dato ragione al nomignolo di questa villa non è facile stabilire. Non è impossibile che in località così ricche di antichità romane si alluda a qualche termine romano, com’è facile che si tratti del limite di confine fra i due popoli di Castello e di Quinto. La casa da signore era nel XV secolo dei Boni dai quali passò nei Del Bene per ritornar poi in quella famiglia e andar successivamente in eredità ai Michelozzi. Per causa di fanciulle fattesi monache, pervenne nel Monastero di S. Girolamo sulla Costa che l’ebbe fino alla soppressione francese. Come la vicina villa di Fonte Nuova fu modernamente del Prof. Antonio Bartolini.


Oltrepassata di poco la Villa Reale di Castello muove dalla Via di Serrezzana la Via del Pozzino che conduce alla Castellina.

Il Pozzino. - Villa Gilli. — È un grandioso edifizio il quale, sia nell’aspetto esterno, sia nell’interne decorazioni, come nella elegante comodità degli annessi, rappresenta il tipo caratteristico delle sfarzose villeggiature dell’antica nobiltà fiorentina. De’ Carnesecchi fino da’ primi del xv secolo, passò nel 1576 per vendita fattane da Lucrezia vedova di Francesco d’Amerigo a M.° Carlo di Galgano Campani medico di Montepulciano. Dal curatore dell’eredità giacente del Campani la compravano l’11 dicembre 1586 Giovan Francesco ed altri fratelli figli di Zanobi Grazzini. Questa famiglia alla quale appartenne anche il famoso poeta giocoso Anton Francesco detto il Lasca, rifece la villa e Giovan Francesco, amantissimo delle arti, l'adornò di opere di pittura e di scultura. Giovanni da S. Giovanni [p. 291 modifica]il geniale pittore de’ primi del XVII secolo, ne decorò il cortile di affreschi nei quali ritrasse soggetti mitologici che illustrava con certi suoi versi strampalati. Peccato che a causa delle intemperie e dell’abbandono questi affreschi, come i pregevoli graffiti delle mura esterne, cadessero in gran deperimento! Sempre a cura della famiglia Grazzini in una galleria terrena Luigi Ademollo, pittore milanese macchinoso e non troppo corretto, raffigurò il trionfo di Alessandro Magno.

Dai Grazzini la villa cogli altri beni della famiglia passò per eredità nei Bartolini-Baldelli e per la stessa ragione nei Mori-Ubaldini Alberti dai quali l'acquistava l'Avv. Alessandro Lucii. Oggi la villa è del sig. Gilli il quale con molti e costosi lavori l’ha restituita a conveniente decoro.

Poggio Allegro già Poggio Secco. - Villa Sforni. — Di questa elegante e comoda villa posta sopra un poggetto prossimo alla Castellina, fu lungamente padrona la famiglia dei Sali granajoli e biadajoli facoltosi. Estinta quella famiglia, il possesso passò ai Flammini e da questi nei Belli, poi, nel 1769 nei Picchianti. In tempi più moderni fu del celebre tenore Niccolò Tacchinardi, poi dei Bicceri, quindi dal 1860 al 1876 dell’Avv. Vincenzo Ginanneschi valente agronomo il quale volle cambiarle l’antico nomignolo in quello di Poggio Allegro. Anni addietro fu completamente rifatta ed abbellita dal Capitano Pessuti

Terrìo. - Villa Giraldi. — E uno dei numerosi possessi che la celebre famiglia Carnesecchi ebbe fin da tempo lontano nel popolo di Castello, ed essa lo tenne fino ai primi anni del xvii secolo. Passò allora ai Bandieri e da questi nel 1762 andò per ragioni dotali nei Giraldi i quali sono tuttora proprietarj di questa gaia e ben situata villeggiatura.

Chiesa e Convento della Castellina. — Da quello del vicino borgo di Castello derivò probabilmente il nome di questo edilizio monastico che occupa una situazione deliziosa su di un poggetto che si stacca dalle pendici di Monte Morello. I resti di antichità scoperti qui attorno nell’epoca della costruzione del convento, fanno ritenere [p. 292 modifica]che in questa località dovesse sorgere un edifizio etrusco sostituito poi da una villa romana. I frati Carmelitani che stavano a S. Clemente in Via S. Gallo, eressero fra il 1500 e il 1506 chiesa e convento che vennero quasi interamente rinnovati nel 1644 dal P. Alberto Leoni mantovano. La chiesa soprattutto fu adornata di stucchi e di pitture con tutto lo sfarzo proprio di quel tempo e tuttora è da considerarsi come uno degli esempi più eleganti e caratteristici dell’arte barocca che era allora nel suo periodo più rigoglioso. Un’antica tavoletta colla Madonna, del XIV secolo, una tela del Volterrano regalata dal Granduca Cosimo III e dei dipinti del Meucci, del Bilivert, del Fidani, del Nannetti, del Rimbotti, del Fabbroni, del Colonna, del Laschi, adornano tuttora la chiesa elegantissima.

Chiesa e convento appartengono ancora ai frati di S. Maria del Carmine di Firenze ed il luogo costituisce una simpatica e gaia villeggiatura, deliziata dai boschi pittoreschi in mezzo ai quali saltellano le fresche e limpide acque dei ruscelli.

Nel 1812, su proposta del De Fauchet, prefetto di Firenze, Napoleone I aveva firmato dal quartiere generale presso Mosca, un decreto che trasferiva nella chiesa della Castellina la sede della parrocchia di Rufìgnano, ma le repentine vicende di quel periodo fortunoso impedirono che la traslocazione, per la quale tutto era già stato disposto, si effettuasse.


La Via di Serrezzana che muove da Castello conduce direttamente a Quinto, dove guidano pure diverse altre strade alcune delle quali si trovano in comunicazione colla Via Vittorio Emanuele.

Quinto. — Dalla pietra che lungo l’antica via Cassia segnava il quinto miglio dal Decumano di Firenze Romana, trasse certamente il nome questo leggiadro villaggio costituito da gruppi di case e da splendide ville che circondate da deliziosi giardini, popolano l’estreme pendici de’ colli che muoiono nell’ampia pianura fiorentina.

Nel secolo precedente al 1000 era qui una delle tante corti che costituivano il patrimonio della Mensa fiorentina [p. 293 modifica]e di essa i ricordi proseguono in documenti de’ nostri archivj fino al XIII secolo.

In tempi più remoti doveva esistere in queste vicinanze un antico pago etrusco, a giudicarlo almeno da molte tombe delle quali si riscontrò l’esistenza al Palestreto, alla Mula e ne’ pressi della Villa Torrigiani.

S. Maria a Quinto. — È di antichissima fondazione, perchè si trova già rammentata nell’XI secolo; ma nei molti restauri subiti, e specialmente in quello più radicale del 1770, scomparve ogni traccia della sua originaria struttura. Fin dalla fondazione fu di patronato della Badia di S. Miniato presso Firenze alla quale la confermò Papa Lucio III nel 1184; nel secolo XIV il patronato passò alla famiglia Della Tosa, padrona di molti beni nei luoghi circonvicini e per l’eredità di Rosso di Giovanni Della Tosa pervenne nei Capitani d’Or S. Michele, i quali cedettero i loro diritti ai popolani. Oggi è di patronato Regio. Fra le opere d’arte che esistono in questa chiesa è da ricordarsi una tavola rappresentante l’Annunziazione, opera di notevole pregio della maniera di Taddeo Gaddi; vi è questa iscrizione: Questa tavola a fatto fare Maria Giovanna di Tino da Grilli a rimedio suo e desuoi. Il ciborio, oggi tabernacolo per l’olio santo, è un elegante lavoro di scultura in marmo del XV secolo e porta lo stemma degli Aldobrandini di Madonna: di qualche interesse è|anche una croce processionale di rame dorato della fine del XIV secolo.

Compagnia di S. Maria a Quinto. — Separata dalla chiesa e isolata è l’antica cappella della Compagnia nella quale si conserva un’importante ancona d’altare colla Vergine seduta che tiene in grembo il bambino Gesù; negli scomparti laterali sono, due a due, le figure dei Santi Pietro e Filippo, Lorenzo e Jacopo. Nelle cuspidi sono l’Eterno Padre e le figure dell’Annunziazione. Sotto vi si legge questa iscrizione: MCCCLIII a dì VII di Setembre Filipo di Bonizo fece fare questa tavola p. rimedio delanima sua e suoro.

La chiesa della Compagnia di Quinto fu in antico un oratorio dedicato a S. Poteto, che dette nome alla località e ad alcune ville che vi furono erette. [p. 294 modifica]Molte ed importanti ville si trovano nel territorio di Quinto; ma un numero assai maggiore ve n’era in antico, giacché molte di esse vennero ridotte ad uso di case coloniche.

Accenniamo pertanto alle principali che sono sparse in questa pittoresca e florida contrada.

Poggio o San Poteto. - Villa Baldini. — Le prime memorie raccolte intorno a questa località, che certo ebbe nome dall’antica cappella dedicata a San Poteto, nome appartenuto anche ad altri vicini edifizj, sono dell’inizio del XV secolo, quando la casa di San Poteto spettava ai figli del celebre medico Messer Ugolino da Montecatini. Sul finire di quello stesso secolo era passata in proprietà di Lorenzo Petrucci, appartenente ad un’antica famiglia che aveva le sue case in via della Scala. Nel 1553, di luglio, Messer Griovan Francesco d’Alessandro Petrucci la vendè ad Antonio di Raffaello Torrigiani, famiglia che anche in epoca più remota aveva avuto dei beni nel popolo di Quinto e nel giugno del 1659 il Senatore Carlo di Raffaello Torrigiani la rivendeva al Cav. Benedetto Dragomanni. I Dragomanni accrebbero ed abbellirono la villa; ma essa fu totalmente ricostruita nel 1831 dal Principe Cammillo Borghese che l’aveva comprata verso il 1820 intitolandola «Paolina» dal nome della moglie Principessa Bonaparte.

Egli la corredò delle splendide decorazioni che tuttora la fanno bella e di un elegantissimo giardino dove sono un bel ponte di ferro sospeso e gran copia di fontane. Nel 1844 la villa fu acquistata dai Conti Baldini che ancora ne sono in possesso.

Fra le opere d’arte che a decorazione della villa vennero ordinate dal Principe Borghese e che tuttora vi sono mantenute con ogni cura, sono da ricordarsi gli affreschi del Bezzuoli nella galleria, un gruppo del Pozzi e molti bassorilievi di Aristodemo Costoli.

San Poteto. - Casa Baldini. — Fu un giorno casa da signore anche l'edifizio che sorge in mezzo ai giardini, sull’opposto lato della via, sormontato da una torricella dov’è l'orologio. Appartenne ai Petrucci dei quali si vede [p. 295 modifica]lo stemma scolpito in un ricco ad elegante camino di pietra del XV secolo, e seguì le sorti della villa precedente della quale divenne in seguito un annesso.

Ai Muli o La Mula a San Poteto. - Villa De’ Pazzi. — Possesso antico dei Pescioni, passò nel xv secolo per una parte nei Pedoni e restò così diviso anche nel secolo successivo. Più tardi, a’ primi del XVII secolo, agli antichi proprietarj erano sottentrati le Monache di Faenza e gli Strozzi. Questi che possedevano la villa, denunciavano agli ufficiali della Decima che era in rovina; ma successivamente la riedificavano.

Via Erbosa o la Petrosa. - Villa Manfredi. — Questa villa di grandioso carattere del XVII secolo esiste fino da tempo remoto. Da un documento del 1340 rileviamo come la località detta Via Erbosa appartenesse in antico alla famiglia Cappelli, giacché Barone del quondam Barone di Cappello approva la vendita fatta da’ suoi figli di un pezzo di terra con due case in luogo detto Via Erbosa a Niccolò del fu Andrea del popolo di S. Michele Berteldi. Nel secolo successivo la casa da signore è in possesso di una famiglia Galli che abitava Oltrarno nel gonfalone della Ferza, e che ne è padrona anche alla fine del XVI secolo. Nel 1652 i figli di Luigi d’Alessandro Strozzi acquistano il possesso nel quale dicono esistere una casa da oste in rovina. La villa fu perciò ricostruita e ridotta alle proporzioni ed al carattere presente dalla famiglia Strozzi del ramo detto dello Strozzino. All’estinzione di questo ramo pervenne nei Saniminiatelli che la vendevano ai Corsi.

La Pergola, oggi le Pergole. - Villa Tognozzi-Moreni. — La famiglia Bartolini-Salimbeni ebbe fra i suoi antichi possessi questa ed altre case da signore con vasta estensione di terre nel popolo di Quinto. La villa della Pergola, che in antico si diceva a Bogliole, venne venduta alla metà del XV secolo a Leonardo di Bartolommeo Bartolini da Antonio e Domenico di Piero del gonfalone delle Chiavi. I Bartolini possedettero lungamente questa villa che arricchirono di belle decorazioni di pietrame, servendosi probabilmente dell’opera di Baccio d’Agnolo, il loro architetto [p. 296 modifica]favorito. Nei pietrami della villa si veggono tuttora le armi di quella famiglia e la loro ben nota impresa dei tre papaveri col motto per non dormire. Nella località dove sorge questa villa esisteva in epoca remota un bagno romano ed in alcuni lavori di scavo vennero infatti scoperti resti di costruzioni, impiantiti, frammenti di colonne e di statue, gradini di marmo ecc.

Quinto. - Villa dei Marchesi Torrigiani. — È un grandioso edifizio ridotto a carattere completamente moderno, per quanto sia d’antichissima origine. La villa ha dinanzi un delizioso ed ampio giardino con un laghetto, copiose fontane, e comodi viali che passano attraverso ad ombrosi boschetti e ad aiuole fiorite. Nel 1820 nella parte più bassa di questo giardino fu trovato un sepolcro etrusco formato di grandiose pietre che oggi servono di adornamento al laghetto creato nella località da esso in parte occupata.

La villa fin da’ primi del XV secolo apparteneva alla famiglia Guidacci che aveva le sue case a Firenze in Piazza della Signoria, vicino alla chiesa di S. Romolo.

Nel 1474 Vieri Guidacci vendè questo antico possesso a Francesco Boninsegni; ma i figli di lui lo ricomprarono nel 1485 e da allora restò costantemente a quella famiglia fino a che essa non venne a mancare. Il 28 aprile del 1650 la villa di Quinto pervenne in Messer Luca Torrigiani arcivescovo di Ravenna e nei fratelli, figli di Raffaello, per eredità di Cammilla loro madre figlia del Senatore Carlo Guidacci.

Nell’interno della villa, che l’attuale proprietario Marchese Senatore Pietro Torrigiani ha notevolmente abbellita, si conservano un tabernacolo dipinto da Giovanni da San Giovanni e degli affreschi di Jacopo Chiavistelli discepolo del Boschi.

Camporella. - Villa Malenchini. — Fino da’ primi del XV secolo questa villa si trova indicata con questo nomignolo, proprio di un esteso tratto di campagna compreso nei popoli di Quinto e di Colonnata. La casa da signore apparteneva allora ad un Piero di Ambrogio Ambrogi pezzajo, dal quale passava nella seconda metà di quel secolo in Ser Niccolò di Michelozzo Michelozzi. Ai primi [p. 297 modifica]del secolo successivo passò nella famiglia Berardi che aveva il suo palazzo in Via della Vigna Nuova e da lei, nel 1670 nei Malegonnelle. Nel 1744 l'ebbero gli Altoviti che ne furono lungamente padroni.

Camporella. - Casa Ginori. — Fu antichissima villa dei Della Tosa che nel 1315 la ipotecavano a Capovana del fu Goccio Adimari. Nel XV secolo era dei Ricoveri, poi fu dei Michelozzi, dei Berardi e quindi dei Ginori.

Sull’alto del colle chiamato il Poggio di Quinto, furono due ville antichissime ridotte oggi a case coloniche della fattoria Ginori.

La Spugna che apparteneva fin dal XIV secolo alla celebre famiglia Foresi e Lavacchio che nella stessa epoca era dei Ridolfi di Borgo i quali la possedevano ancora a metà del XVI secolo.Nel 1646 venne acquistata dai Ginori.

Lungo la Via Vittorio Emanuele, nel tratto che attraversa il territorio di Quinto, si trovano altre ville.

La Fonte o Fonti Secche. - Villa Grossi. — Questa villa di elegante apparenza moderna, appartenne in antico ai Guidacci; poi nel XVII secolo ai Frilli i quali la ricostruirono, ampliandola. Nel 1698 fu comprata dai Genovini che nel 1804 la vendevano ai Fiorini. Dipoi l'ebbero le famiglie Galli, Luti e Daddi dalla quale è pervenuta nei proprietarj attuali.

La Strada. - Villa Villoresi. — E il più antico fra i possessi che aveva qui attorno la famiglia Ambrogi che in Firenze abitava nel lungarno oggi Corsini. Nel 1427 la casa da signore che fin da quel tempo era denominata «La Strada» appartenne ad Ambrogio di Simone Ambrogi pezzajo. Restò sempre in proprietà di quella famiglia, anche quando nel 1748, per un’eredità ricevuta Averardo Ambrogi cambiò il cognome avito in quello di Landini. Modernamente appartenne alla famiglia Rapi. Annessa alla villa è la cappella di S. Reginaldo per l’ufiziatura della quale Monsignor Paganini lasciò un fondo speciale sul quale gravano diversi benefici obblighi, fra i quali il mantenimento di una scuola pubblica. [p. 298 modifica]Tabernacolo. — Sulla via Vittorio Emanuele, all’angolo della strada detta del Tabernacolo che conduce alla villa Baldini ed a Quinto, è un bel tabernacolo con prospetto di pietra, con arco polilobato, con bassorilievo rappresentante la Pietà ed ai lati gli stemmi della famiglia Ristori. È un elegante lavoro di scultura del XIV secolo. Nell’interno non restano che poche tracce degli affreschi che lo decoravano.

La Mula. - Villa Pecchioli. — Il nome alquanto strano di questa villa e della località dov’essa sorge, è stato ed è oggetto di dubbi e di discussioni che forse non hanno avuto finora la loro soluzione definitiva. Fin dal XIII secolo si trova accennato nei documenti il nomignolo di Mula o a Mula che taluno suppone possa derivare da mola (macine) o mole o mora, pure accennando anche ad una derivazione dal francese moule, cioè bica o monte di paglia o fieno, che potrebbe esser giustificata dalla forma del poggetto artificiale sul quale posa la villa. Un antichissimo dettato di carattere locale accenna a questo luogo coi due versi:

Fra Quinto, Sesto e Colonnata
Giace una mula d’oro sotterrata.

Senza tentar di risolvere la questione etimologica, ci limiteremo ad osservare come il poggetto artificiale della Mula nasconda un tumulo etrusco la cella del quale, ha circa 9 metri di diametro interno. Nulla di più facile che il dettato popolare derivi da qualche lontana tradizione di tesori trovati in cotesto tumulo. Esso oggi è notissimo agli archeologi che lo additano come uno degli esempj più grandiosi e meglio conservati di cotesto genere di costruzioni di carattere funerario. Per il passato l’esistenza sua era affatto sconosciuta, perchè fin da tempo remoto era stato ridotto ad uso di cantina e fu solo in epoca recente che il Cav. Alessandro Garbi, proprietario allora della villa, potè determinare la natura del manufatto.

Per tornare alla villa, essa fu uno dei tanti possessi che la famiglia potentissima dei Della Tosa ebbe in questaparte del territorio fiorentino ed anzi nel 1361 alcuni di [p. 299 modifica]quella famiglia, che essendosi fatti di popolo dovettero cambiare di nome, assunsero quello di Della Mula da Quinto.

Nel XV secolo la casa da signore apparteneva alla famiglia dei Dei celebri orafi e mercanti che avevano le case loro in Piazza di S. Spirito e fu di loro fino al XVII secolo in cui passò in proprietà dei Guardini beccai del popolo di S. Niccolò. Nel 1708 andò nei Dazzi e da questi per eredità pervenne nei Gherardi che al loro cognome aggiunsero quelli di Dazzi-Del Turco. Nel 1884 l'acquistava il Cav. Maggiore Alessandro Garbi al quale si deve il riconoscimento dell'importantissimo tumulo.

La Zambra o la Villa del Mazza. - Villa Chiapella. — E un ampio edifizio decorato di una ricca facciata di carattere del XVIII secolo, posto lungo la Via Vittorio Emanuele presso il torrente Zambra, che scende dai poggi al disopra di Quinto. Fu in origine della famiglia dei Tempi consorti dei Cambi da Querceto e nel 1427 apparteneva a Jacopo di Ser Benedetto. Sulla fine di quel secolo passò nei Tigliamochi, altra famiglia antica e cospicua e più tardi, nel seicento, andò a far parte dei beni che gli Aldobrandini detti di Lippo possedevano in questi luoghi. Successivamente fu della famiglia Del Mazza, poi dei Ginori dei quali si vede tuttora lo stemma unito a quello dei Baroni Ricasoli, dipinto nel soffitto d’una sala, e quindi dei Baldinotti. Modernamente appartenne alla famiglia Socini.

Prima di giungere a Sesto, s’incontra a destra della Via Vittorio Emanuele l’ampio stradone di Doccia il quale conduce direttamente alla celebre Manifattura di Doccia ed al villaggio di

Colonnata.

Quasi a metà dello stradone è

Colonnata. - Villa Zappi. — La famiglia Cappelli una delle più potenti del popolo di S. Maria Maggiore, dov’ebbe le sue antiche case, era fino dal XIV secolo in possesso di questa villa che fu anche di quel Messer Filippo di Barone gonfaloniere della repubblica e cittadino di grande autorità. Nel XVII secolo la villa di Colonnata passò ai [p. 300 modifica]Conti Del Benino dai quali l'ereditarono i Marchesi Gerini nel decorso secolo e da loro andò per dote al Marchese Zappi attuale proprietario. Per la ridente situazione e per la eleganza degli annessi è una delle più belle ville del popolo di Colonnata.

Manifattura di Doccia. — E una delle glorie della nostra Firenze ed è più che altro una gloria della illustre famiglia Ginori, la quale volle proseguire gli esempi di operosità e di attività nel commercio, dati dalle antiche famiglie fiorentine.

La manifattura di Doccia è il più antico e più insigne fra i nostri stabilimenti industriali ed ha già una storia gloriosa nei successi ottenuti tanto in Italia che all’estero. Di questa fabbrica s’è tanto parlato e scritto, che reputq inutile discorrere a lungo della di lei storia ben nota e dei suoi prodotti tanto apprezzati.

Fu il Marchese Senatore Carlo Ginori che dopo aver fatte varie prove onde riuscire nella scoperta di una pasta atta alla fabbricazione della porcellana ed eseguiti nel 1735 alcuni primi lavori, istituiva nel 1740 la manifattura di Doccia, valendosi dell’opera di due artisti tedeschi che erano addetti alla gran fabbrica di Vienna e che chiamavansi Carlo Wandelein e Alarico Prugger. La manifattura di Doccia venne presto in alta fama per la solidità e la eleganza dei primi lavori che pose in commercio, e potè ottenere dal Governo toscano la privativa per la fabbricazione interna della porcellana. Il Marchese Lorenzo Ginori, figlio del fondatore, accrebbe straordinariamente l’opificio di locali, di operaj, di macchine, di nuove invenzioni, ed anche i prodotti migliorarono d’assai e si estesero a varie altre specie. Altri perfezionamenti v’introdussero in seguito i Marchesi Leopoldo e Carlo e modernamente i defunti Senatori Lorenzo e Carlo, che inviando le superbe collezioni e gli oggetti artistici della loro fabbrica alle varie esposizioni internazionali, ottennero i maggiori premj e poterono provare a qual punto di progresso fossero giunte anche certe specie di arti e d’industrie nell’Italia nostra.

Da vario tempo un incremento maggiore, nella parte commerciale soprattutto, è stato dato a questa fabbrica, [p. 301 modifica]associando nella impresa il sig. Richard proprietario di altre notissime fabbriche congeneri esistenti in Italia.

La Manifattura, che ha una estensione grandissima di fabbricati, presenta nella facciata i caratteri d’un suntuoso palazzo del XVIII secolo.

Una superba Galleria artistica raccoglie una gran quantità di lavori di sommo pregio, appartenenti anche a tempi anteriori all'istituzione della fabbrica e serve a dimostrare il progressivo svolgimento di quest’arte e della celebre manifattura nel corso di oltre un secolo e mezzo di vita

Oltre al grandioso stabilimento artistico-industriale esistono a Doccia scuole, luoghi di convegno, e comodi caseggiati ad uso dei numerosissimi operaj che vi sono impiegati

Doccia. - Villa Ginori. — Sorge sopra una piccola collina che domina la manifattura, alle ripide pendici di Monte Morello. E una deliziosa villeggiatura moderna che nelle linee architettoniche conserva i caratteri puri ed eleganti delle ville de’ primi del xvi secolo. Alla pari di tanti altri edifizj sparsi sui colli e nei piani adiacenti, apparteneva fin dal XIII secolo ai Della Tosa: più tardi, a’ primi del quattrocento, era degli Aldobrandini del Lion Bianco, famiglia diversa da quella degli Aldobrandini detti di Madonna. Nel 1457 passò per eredità in Francesco Venturi ed il 29 settembre 1525 da Lionardo di Lorenzo Venturi la compravano i Ginori ai quali appartiene tuttora. Nella villa si custodiscono diversi buoni dipinti e degli splendidi arazzi.

Chiesa di S. Romolo a Colonnata. — Di origine antichissima, come la maggior parte delle chiese parrocchiali di questi luoghi, conserva qualche traccia della sua vecchia costruzione. Essa è ricordata già in documenti del XIII e XIV secolo nei quali si fa cenno di donazioni fattele da alcune delle potenti famiglie che ebbero beni nella sua parrocchia. Era di antico patronato del popolo, ma debbono avervi avuto dei diritti anche gli Alberti-Ristori, famiglia un giorno potente, della quale si veggono gli stemmi scolpiti nell’architrave della porta ai lati di una croce. Anche i Della Tosa contribuirono al decoro della chiesa, essendo [p. 302 modifica]patroni della cappella maggiore; ad essi sottentrarono i Nemi e Stefano Nemi, restaurando i pietrami che l’adornavano, sostituì i propri agli stemmi degli antichi patroni. Non esistono nella chiesa di Colonnata opere d’arte di notevole pregio. È però assai ricco e caratteristico l'altare maggiore di porcellana con candelieri, vasi, lampade e tutti gli altri fornimenti della stessa materia, regalato nel 1795 dal Marchese Senatore Lorenzo Ginori che lo fece eseguire nella sua celebre manifattura di Doccia.

Nell’annessa Compagnia di S. Giovanni Decollato vennero ultimamente scoperti degli affreschi del XVII secolo, ma di poca importanza e quasi distrutti.

La chiesa di S. Romolo sorge quasi nel centro dell’abitato di Colonnata, un giorno umile e modesto villaggio, oggi divenuto ampio e popolatissimo in grazia soprattutto dell’incremento ricevuto dalla grandiosa manifattura di Doccia. Nuove ed ampie strade sono state aperte in questi ultimi anni e rapidamente si sono popolate di case, di palazzetti e di villini, tanto che ormai Colonnata può dirsi collegata coll’abitato del capoluogo del comune.

Molte ville furono un giorno nel territorio di Colonnata; oggi la maggior parte sono ridotte a case di pigionali e di coloni. Ne ricorderemo pertanto le più importanti.

Il Prato della Tosa. - Villa Pratellesi, già Collini. — Remotissimo è il tempo in cui la potentissima famiglia Della Tosa ebbe nei popoli di Sesto, Colonnata, Quinto e Querceto il nucleo principale de’ suoi possessi, fra i quali erano diverse case da signore. Nell’estimo dei danni arrecati dai Ghibellini, dopo Montaperti, alle case de’ Guelfi troviamo registrata anche una casa che Marzoppino di Azzo Della Tosa, guelfo, possedeva nel popolo di S. Romolo a Colonnata. L’attuai villa è appunto uno de’ più antichi resedj di quella famiglia e ad essa dette nome un prato che le si distendeva dinanzi e del quale sono sparite le tracce da pochi anni a causa del riordinamento della via che si chiamò costantemente della Tosa. Nel XVII secolo, la villa passò dai Della Tosa in altra antica e storica famiglia fiorentina, i Manieri, l’ultimo della quale, l’Abate Vincenzo, la vendeva nel 1693 al Senatore Gino di Roberto [p. 303 modifica]Capponi. Restò per 117 anni in possesso di quel ramo della celebre famiglia che aveva il suo palazzo in Via Larga, poi a cagione di tristi vicende economiche, fu posta all’asta e nel 1810 l'acquistava Giovan Gualberto Collini.

Il nuovo proprietario fece ridurre a carattere più moderno la villa che nel suo stato di deperimento conservava sempre i caratteri de’ tempi ne’ quali la possedevano i Della Tosa, i quali l’avevan fatta restaurare nel 1579. Nell’occasione dei restauri del 1810, andò disperso lo stemma degli antichi possessori che vedevasi ancora sulla facciata. Nell’interno della villa sono dei pregevoli affreschi di Paolo Sarti.

Fontemarchese. - Casa Ginori Lisci. — Nel 1427 era villa degli Aldobrandini del Lion Bianco; passò nello stesso secolo ai Bartoli di Borgognissanti, poi ai Venturi e successivamente ai Ginori.

Ponte all’Amore o Dogi. - Casa Ginori Lisci. — Possesso antico dei Lapaccini, andò più tardi nei Nemi e poi negli Almeni.

Piazzola o Torcicoda. - Casa della Banca d’Italia. — Fu villa antichissima dei Rondinelli, poi dei Tani e quindi dei Nelli.

Rofoli o Roffoli. - Casa Ginori. — Nel 1427 era casa da signore appartenente a Martino di Giacomino che «fa i pettini di liccio». Fu poi di Jacopo di Piero di Martino calzolajo e dei suoi successori e quindi dei Ginori nel XVII secolo.

Logi o Doci. - Casa Ginori. — Ai primi del XV secolo era villa dei Lapaccini che la possedettero fino alla metà del secolo XVII. Passò dipoi alle Monache di Fuligno.

Logi o Doci. - Casa Ginori. — Con questo stesso nomignolo fu un’altra casa da signore degli Aldobrandini, poi, nel XV secolo, dei Bellacci.

Tabernacolo dei Logi. — Lungo la proprietà Ginori è un antico tabernacolo a guisa di cappella con altare, al disopra del quale è dipinta a fresco l’incoronazione della Vergine. Nella volta sono quattro tondi cogli Evangelisti. Nelle pareti laterali i vecchi affreschi sono stati sostituiti da figure moderne. Nel prospetto sono i resti di [p. 304 modifica]un’Annunziazione. Questo tabernacolo è opera di Francesco di Michele ed è importantissimo anche storicamente, perchè fu fatto dipingere nel 1385 da Lemmo Balducci fondatore dello spedale di S. Matteo di Firenze. Da un documento proveniente dallo Spedale di Lelmo (S. Matteo) rileviamo infatti che sotto il dì 27 giugno 1385 Francesco di Michele pittore del popolo di S. Michele Bisdomini si obbliga a dipingere per Lemmo Balducci un tabernacolo a Colonnata nel quale debbono esservi la coronazione della Vergine, il giudizio di N. Signore e nella volta gli Evangelisti.

Le tre Torri o la Torre. - Casa Conti. — Fu in origine una casa da signore munita di torri ed apparteneva alla famiglia Taddei. Ai primi del XVI secolo l’ebbero gli Uguccioni e poi fu dei Cambi detti del Bali.

Da Colonnata si parte dal lato di tramontana una strada che serpeggiando lungo le pendici occidentali di Monte Morello, conduce ad alcune importanti località poste nella parte più elevata del territorio comunale di Sesto.

La Collina. — È un piccolo casale, compreso nel popolo di Morello e composto di poche case, alcune delle quali serbano tuttora il carattere di antiche ville. In questo luogo, che si disse anche Poggio alla Collina, Volta alla Collina e Borgo alla Collina ebbero case da signore i Cocchi-Donati, i Ginori, i Medici, gli Angeni, i Bucherelli ed altre cospicue famiglie fiorentine.

Oratorio di S. Antonio alla Collina. — Nel casale della Collina è questo piccolo oratorio d’antichissima costruzione al quale era annesso un piccolo spedaletto che è ricordato nel 1330. Modernamente restaurato, l’oratorio non ha degna di ricordo che una piccola vetrata che chiude l’occhio sulla facciata e nella quale è dipinta a smalto la figura di Nostra Donna assunta in cielo, opera del XVI secolo. Di patronato fin da tempo remoto della famiglia Ginori, la chiesetta fu riunita alla chiesa di S. Giusto a Gualdo della quale costituisce oggi un annesso.

La Collina. - Villa Fedi. — È un ampio edifizio che sotto il rivestimento di forme architettoniche del XVII secolo serba tracce d’una costruzione assai più remota. Fu [p. 305 modifica]questo edifizio la dimora primitiva di una famiglia Bucherelli, originaria appunto di Morello e che discesa poi a Firenze acquistò anche una cospicua fortuna esercitando l'arte del lino. Essa ebbe la villa dal XIV secolo fino alla sua estinzione avvenuta ai primi del XVII secolo. La villa fu poi dei Tartini, quindi dei Checcacci.

Nel caseggiato annesso alla villa de’ Bucherelli era compresa anche un’antica casa da signore dei Ginori.

Chiesa di S. Giusto a Gualdo. — Sulle alte pendici di Monte Morello, laddove alla strada comunale si sostituiscono dei sentieri che conducono sulla vetta del poggio, è la chiesa di S. Giusto a Gualdo, che sorse in una località appartata e coperta di selve. Antichissima d’origine, serba nelle mura esterne di pietra le tracce de’ secoli lontani, mentre la sua facciata è quasi nascosta da un umile portichetto. Di lei si hanno ricordi fino dal XIII secolo e per lungo tempo fu di patronato della famiglia Ginori, della quale si veggono tuttora gli stemmi. Il patronato passò dipoi al Governo ed una metà fu assegnata alla famiglia Fioravanti di Firenzuola come patrona della chiesa di S. Donato a Lonciano che insieme a quella di S. Antonio alla Collina venne unita alla chiesa di Gualdo. Di oggetti che possano presentare un interesse d’arte non vi sono che una croce processionale del XIV secolo ed una pianeta verde del XV secolo.

Gualdo o Poggiolo.- Villa Sforni. — La famiglia Viviani, che ebbe le sue antiche case in Piazza del Duomo, possedeva fin dal XIV secolo questa casa da signore che nel secolo successivo passò alla famiglia Soldi: più tardi fu dei Salviati e quindi dei Capponi.

A scirocco di Gualdo in una vallicella è

S. Donato a Lonciano o all’Isola. — Oggi è un piccolo oratorio di antichissima costruzione dipendente dalla chiesa di S. Giusto a Gualdo, mentre fu parrocchia fin da tempo remoto. Nel suo territorio ebbero possessi diverse antiche famiglie fiorentine e dall’estimo dei danni cagionati dai Ghibellini dopo Montaperti sappiamo che vennero abbattute delle case in danno di Jacopo d’Arrigo e di Gualzello [p. 306 modifica]Consigli. Della chiesa furono patrone le famiglie Cambini e Betti e più tardi i Fioravanti. La parrocchia di Lonciano fu soppressa nel 1775 e riunita a quella di Gualdo.

Nel popolo di Lonciano erano in antico alcune case da signore oggi ridotte a case coloniche dipendenti tutte dalla fattoria di Doccia del Marchese Ginori.

Vara o Varra o la Sassaia. - Casa Ginori-Lisci. — Fu villa antichissima della famiglia Cambini del Lion d’Oro, la quale aveva il patronato della chiesa di Lonciano. Nel XVII secolo la villa andò in possesso delle Monache di S. Maria degli Angioli dette degli Angiolini, in Via Laura (ora della Colonna) e fu ridotta ad usi rurali.

Le Catese. - Casa Ginori-Lisci. — Nel XV secolo fu possesso dei Pecori, poi dei Boninsegni e più tardi andò diviso fra i Masini e gli Arrigucci.

La Torre o la Casa delle Torri. - Casa Ginori-Lisci. — È un pittoresco ed interessante edifizio che conserva tuttora i caratteri di un castelletto medievale con torre e antemurale. Fu uno degli edifizj che i Ghibellini smantellarono dopo Montaperti a danno della famiglia Consigli che era di parte guelfa. Nel XV secolo era casa da signore dei Cioni e più tardi passò in un ramo degli Strozzi. Oggi in questo luogo volgarmente chiamato Torre di Baracca è stata impiantata dal Marchese Ginori una cascina.

Da Gualdo, per mezzo di ripidi sentieri, si può fare nel tempo più breve l’ascensione di Monte Morello, il più alto fra i monti del Valdarno fiorentino. La sommità di cotesto monte ha un’elevazione di 934 metri sul livello del mare. Monte Morello, che oggi apparisce in gran parte arido e brullo, fu un giorno coperto di selve, in mezzo alle quali sorgevano dei romitorj ed anche de’ piccoli conventi. Di alcuni di cotesti edifizi si osservano tuttora le rovine a fior di terra. A maestro di Gualdo è la

Chiesa di S. Maria a Morello. — Posta sulla costa del monte dal quale essa trae il nome, questa chiesa è di remota origine. Nel XVI secolo, a spese dei suoi patroni, i Cocchi-Donati, venne ampliata e adornata secondo lo stile [p. 307 modifica]elegante e corretto di quel tempo. Di questa sua ricca ricostruzione in pietra serba ampie tracce nella sua facciata che è di forme assai gentili, per quanto i restauri successivi l'abbiano danneggiata, com’hanno tolto all’interno ogni carattere di antichità, conservandole soltanto la tettoja a cavalletti. Borghino di Niccolò Cocchi spedalingo di S. Maria Nuova cedette nel 1522 i suoi diritti patronali a quello spedale; ma oggi è divenuta di data Regia. Essa è preceduta da un portico sotto il quale è la sepoltura dell’antica famiglia Bucherelli. Nella chiesa si conservano tuttora diverse opere d’arte: dietro l’altar maggiore è un tondo in tavola colla Madonna, il bambino e S. Giovannino, pregevole opera della maniera di Lorenzo di Credi; sull’altare a sinistra entrando è un quadro racchiuso da ricca cornice intagliata, coll’Annunziazione e nel gradino lo Sposalizio della Vergine, dipinto della maniera del Bronzino adorno degli stemmi dei Cocchi; ai lati dell’altar maggiore si veggono due tabernacoletti di pietra squisitamente scolpiti da un artista del XV secolo; l’occhio sulla facciata e quello del coro hanno delle vetrate dipinte del XVI secolo, forse dell’officina dei Frati Ingesuati; in sagrestia è una croce processionale di rame del XIV secolo. Tutte queste opere, meno forse la croce, furono fatte fare dalla famiglia Cocchi della quale, sulla facciata e in varie altre parti della chiesa, si veggono gli stemmi.

Morello. - Villa Sforni. — Delle numerose ville, o case da signore che esistevano in antico nel popolo di Morello, questa è una delle poche superstiti e la più importante per la sua costruzione e per la vaghezza dei suoi annessi. Fin da tempo remoto apparteneva ad una famiglia originaria appunto da Morello e che teneva da parte guelfa, tanto che dopo il disastro di Montaperti, i ghibellini trionfanti la smantellarono nel 1260 in odio a Rustichello, Azzolino, Cenno ed agli eredi di Diociajuti da Morello. Questa famiglia da Morello portò in seguito il cognome di Riccardini in possesso dei quali troviamo la villa nel primo catasto del 1427. Forse da quest’antica famiglia discendeva quella Bartolommea di Bastiano di Cenni che a metà del XVI secolo lasciava questo suo possesso allo [p. 308 modifica]Spedale di S. Matteo di Firenze, detto comunemente di Lelmo. In nome di cotesto Spedale figura la villa di Morello fino all’anno 1778 nel quale veniva comprata dalla famiglia Orsi ed alla metà del secolo successivo passava nei Fabbroni, i quali ne furono in possesso fino a pochi anni addietro.

Delle case ad uso colonico che fanno parte della fattoria di Morello diverse furono un giorno case da signore di cospicue famiglie fiorentine. Ne indicheremo pertanto le più importanti.

La Fonte o il Poggio di Morello. — Ai primi del XV secolo apparteneva ai Cocchi-Donati che in questa località ebbero un’estesa tenuta e che a loro spese abbellirono più volte la chiesa parrocchiale di S. Maria. Borghino Cocchi con suo testamento del 1598 lasciava i suoi beni allo Spedale di S. Maria Nuova, dal quale acquistava nel 1800 questa villa Maria Giorgia del fu Giorgio Orsi. Dagli Orsi passò nei Fabbroni.

Palaja. — Ai primi del XV secolo era villa di Niccolò di Geri Giani del gonfalone Drago S. Giovanni. Dai Giani passò nel XVII secolo nei Buontalenti e poi nei Salviati.

Pelacane. — Fu casa da signore appartenente per molti anni ai Cocchi-Donati da’ quali pervenne nello Spedale di S. Maria Nuova.

Poggio al Colle. — Villa di una famiglia Pennucci o Del Pennuccia fino dal XV secolo, fu poi dei Morelli da’ quali pervenne nelle Monache di S. Maria degli Angioli in Borgo S. Frediano.

La Collina. — Fu casa da signore dei Ginori fin dal XV secolo.

Colatojo. — Villa dei Giani, passò più tardi negli Strozzi e nei Bonaccorsi.

A ponente di Morello, discendendo verso la Val di Marina è il popolo di

S. Stefano a Sommaja o a Baroncoli. - La chiesa è di antichissima origine e fu consacrata nel 1158 da Giulio vescovo di Firenze. N’ebbero il patronato i monaci della Badia di Settimo ai quali lo confermò Papa Gregorio IX [p. 309 modifica]nel 1237. Più tardi cotesto patronato passò ai Ginori. Sulla facciata della chiesa è una ghirlanda di terracotta invetriata dei Della Robbia.

A breve distanza dalla chiesa è

Il Castellaccio. - Casa Digerini-Nuti. — È un grandioso palazzo vicino al quale sono i resti cadenti di torri e di una porta castellana. Diversi fortilizj e palazzi turriti sorgevano in questi luoghi appartenenti fin dal XIII secolo ai signori Da Sommaja e questo fu forse, uno dei più importanti. Nel XV secolo i Del Pugliese possedevano questo edilizio che doveva essere in rovina, perchè aveva già nome di Castellaccio. Più tardi passò nei Ginori e da loro, per ragioni di dote, nei Digerini-Nuti.

Baroncoli. - Torre Digerini-Nuti. — È un imponente torrione di notevole altezza, tutto costruito di grosse pietre e di filaretti e vicino ad esso sono i resti d’un palazzo, che forse fu dei Da Sommaja. Nel primo catasto del 1427 il palazzo di Baroncoli apparteneva a Piero di Francesco di Ser Gino (Ginori) e da quell’epoca fino ai nostri tempi non uscì mai dal possesso di quell’illustre famiglia che attorno a Calenzano, d’onde ebbe origine, aveva numerosissimi beni. Per ragioni di dote passava anni addietro nei Digerini-Nuti.

Più verso tramontana, sull’alto di un poggio è

S. Rufignano a Sommaja. — Anche questa chiesa è di remota origine e fin da tempo remoto fu di patronato dei Da Sommaja padroni del vicino castello. Nel XVI secolo, per eredità di donna, cotesto patronato passò in Messer Lelio Torelli Segretario del Granduca; ma i di lui successori vi rinunziarono ed a loro sottentrarono nuovamente i Da Sommaja; più tardi l’ebbero i Serzelli, poi gli Strozzi. Nel 1373 fu unita a quella di S. Rufignano la chiesa di S. Michele al Castel di Sommaja già piccola parrocchia che fu ridotta poi ad oratorio di proprietà dei Ginori, oggi dei Conti Digerini-Nuti.

Sommaja. - Villa Martini- Bernardi. — Fu in epoca remota uno dei palagi o castelli dei Da Sommaja; più tardi appartenne ai Dini. [p. 310 modifica]Ma è tempo ormai di compiere le nostre escursioni in questa parte dei dintorni di Firenze ritornando al punto in cui abbiamo lasciata la Via Vittorio Emanuele.

Passato lo stradone di Doccia, siamo nel territorio della Pieve di Sesto ed alle prime case della lunga borgata che costituisce il centro del paese.

Sesto Fiorentino. — Dal sesto miglio di distanza da Firenze lungo la via romana, trasse nome un modesto villaggio situato a breve distanza dall’antichissima pieve di S. Martino. Fin da tempo remoto ebbero dominio su questi luoghi i Vescovi fiorentini i quali, per mezzo de’ pievani loro rappresentanti, esigevano un annuo tributo dagli abitanti. Contro le vessazioni esercitate in nome de’ vescovi insorsero nel 1260 questi popolani, giungendo fino a rivolger minacce al pievano, sicché incorsero nella scomunica vescovile. Cessato il dominio de’ vescovi, Sesto divenne capo di una delle Leghe del Contado Fiorentino e insieme a Fiesole costituì una potesteria il cui giusdicente risiedeva alternativamente nei due capoluoghi.

Modesta però fu ne’ tempi lontani l'importanza del villaggio di Sesto, perchè l’aria malsana dei bassi piani che lo circondavano, ridotti quasi a condizione di paludi non ne favorivano lo sviluppo e fu solo dopo i costosi lavori di bonifica eseguitivi della repubblica, la quale provvide all’apertura di canali e di fossi che raccoglievano le acque stagnanti, che le condizioni dei luoghi poterono sensibilmente migliorarsi e favorire l’accrescersi della popolazione.

Attorno a Sesto parecchie celebri e potenti famiglie fiorentine ebbero palazzi di campagna ed estese possessioni e fra le altre ricorderemo specialmente i Della Tosa, gli Adimari, gli Albertì-Ristori, i Fastelli-Petriboni, i Nasi, gli Agli, gl’Infangati ecc. Nel cozzo terribile delle fazioni Guelfe e Ghibelline, Sesto vide i vittoriosi di Montaperti sfogar l’ira loro contro i beni de’ guelfi, distruggere o smantellare i superbi palagi e devastare le fiorenti campagne; e più tardi, nella lunga guerra fra Pisa e Firenze, dovette sottostare alle rapine ed alle arsioni rabbiose delle milizie dell’Agusto che audacemente si spinsero fin sotto le mura della città impreparata e impaurita. [p. 311 modifica]Sesto deve ai tempi moderni il suo ampio sviluppo; lo deve all’istituzione di opifici industriali, primo dei quali la celebre manifattura di porcellane di Doccia, alla industria dei lavori di paglia ed alla produzione ferace de’ suoi campi. Oggi Sesto non è più un villaggio; è ciò che in altri tempi si diceva una grossa terra, popolata da oltre 7800 abitanti, ricca di caseggiati, di palazzi e di villini che le danno un aspetto di moderna e florida eleganza. È sede di comune e di mandamento, ha comunicazioni continue con Firenze per mezzo della ferrovia e del tranvai, ha un bel teatro, numerose scuole fra le quali quella riputatissima d’arte industriale. Nel centro del paese è un’ampia piazza, sulla quale sorge il palazzo Comunale, edifizio moderno che potrebbe dirsi degno d’una cospicua città. Il comune di Sesto conta quasi 19,000 abitanti.

Sesto. - Villa dei Marchesi Corsi-Salviati. — L’ampia facciata che prospetta la Via Vittorio Emanuele, le eleganti logge che si spingono verso il giardino vasto e delizioso, i ricchi adornamenti delle grandi sale, le statue, le decorazioni di carattere rustico, le fontane, i giuochi d’acqua, contribuiscono a far di quella villa uno dei più suntuosi palagi di campagna de’ nostri dintorni. In origine era qui una casa da signore della famiglia Carnesecchi, che altri possessi ebbe fin da tempo immemorabile nel territorio di Sesto. Il 7 gennaio del 1502 Luca di Andrea Carnesecchi vendeva a Simone di Jacopo Corsi una casa da signore con orto murato, colombaja ecc. La riduzione e l’adornamento della villa furono fatti dalla famiglia Corsi nel secolo successivo, con tutto quello sfarzo e quella magnificenza che il gusto e l’eleganza de’ tempi richiedevano e che la ricchezza di quella celebre famiglia consentiva. Artisti valentissimi furono impiegati nelle nuove costruzioni, nelle decorazioni di stucchi e di pitture e fra gli altri meritano d’esser ricordati i nomi di due geniali e brillanti pittori: Federigo Zuccheri e Baccio Del Bianco.

Il giardino poi è fra i più belli e più deliziosi che vennero creati in quel secolo XVII, in cui tutto doveva essere in armonia collo sfarzo degli abiti, colla magnificenza dei costumi e degli usi. Esso si distende a mezzogiorno della [p. 312 modifica]villa per un lungo tratto della pianura, deliziato da laghetti, da vasche, da fontane, da giuochi d’acqua ingegnosi, da boschetti ombrosi, arricchito di statue, di vasi, di grotte, di rustici adornamenti, di serre e di ajuole dove tuttora nascono rigogliosi i fiori più belli, dove prosperano le piante più rare. Nelle sale come nel giardino, le opere d’arte erano sparse a profusione e fra quelle che tuttora vi si conservano additeremo un superbo busto in bronzo di Sisto V ed una statua d’Antinoo, pur essa in bronzo. I lavori di costruzione e di adornamento incominciati dal Marchese Giovanni Corsi nel 1632 furono compiuti nel 1660.

Tabernacoli antichi. - Sulla Via Vittorio Emanuele, lungo la proprietà dei Marchesi Corsi-Salviati, sono tre tabernacoli adorni di pregevoli affreschi; il primo, posto difaccia alla villa Corsi, interessante anche per la sua costruzione, contiene un affresco raffigurante la Madonna col bambino Gesù fra i Santi Giovan Battista e Pietro apostolo: in alto è l’Eterno Padre ed all’esterno è raffigurata l’Assunzione: ricorda la maniera del Botticelli.

II secondo è addossato ad una casa e contiene i resti di un affresco che porta la data 1479, ed è pure di stile Botticellesco, colla Madonna, il bambino, S. Antonio Abate e S. Lucia. Il terzo, addossato alla casa di fattoria è più grandioso degli altri ed ha la forma di una cappella o di maestà stradale; nella parte interna è tutto decorato di affreschi ed ha nel fondo la Madonna col bambino e sei santi ed altri sei santi sono nelle pareti laterali. Ricorda la maniera di Niccolò Gerini.

Palazzetto Pretorio. — È una fabbrica che in alcuni resti della sua originaria costruzione conserva i caratteri architettonici della fine del XIV secolo. Fu per un lungo corso di secoli residenza dei Podestà di Sesto e Fiesole ed oggi è sede della pretura mandamentale. Sulla facciata sono rimasti molti stemmi di potestà, diversi dei quali di terra cotta invetriata di elegantissima fattura come quelli di Giovanni Gucci (1497), Benedetto Bati (1510), Giovanni Mori (1511), Filippo Sapiti (1512) Simone Gazzetti (1528) e Andrea Petrini (1549). Nell’interno del palazzetto sono degli interessanti affreschi del XV secolo. [p. 313 modifica]Pieve di S. Martino a Sesto. — Di remotissima origine è questa Pieve, giacché se ne hanno già ricordi in documenti del IX secolo e della vetustà della sua costruzione conserva tuttora, specialmente nella parte esterna importantissime tracce, nonostante i molti restauri subiti. Essa ha le mura di conci a filaretto di pietra nelle quali si aprono ad intervalli regolari delle anguste finestrelle a guisa di feritoja. Qualche modificazione più sostanziale ha subito la facciata alla quale è addossato un portico del XVI secolo eretto a spese del pievano Francesco Olmi. L’interno è a tre navate; ma non ha più le tettoje a cavalletti sostituite da volte con decorazioni assai eleganti di differenti epoche. Fin da tempo lontano il patronato di questa chiesa appartenne alle famiglie Martini e Venturi. Di questa, rimasta poi sola patrona, si veggono in più luoghi gli stemmi. Anche il campanile a torre è di vecchia costruzione; ma è stato trasformato e intonacato. Nel 1880-81 la chiesa, che si trovava in stato di deplorevole deperimento, venne completamente restaurata ed in cotesta occasione si rinvennero sotto lo scialbo resti d’interessanti e caratteristiche pitture a fresco del XIII secolo, fra le quali le figure di Adamo ed Eva. Alcune delle cappelle sono riccamente adorne di stucchi e di decorazioni a fresco del XVI secolo. In fatto d’opere d’arte, ecco ciò che vi resta di più interessante: una tavola colla sigla di Santi di Tito, raffigurante quattro Santi - un frammento di affresco del XIV secolo colla Vergine e il bambino Gesù, avanzo delle pitture che adornavano in antico le pareti dell’abside - una gran croce dipinta della maniera di Giotto gli affreschi Vasariani delle due cappelle laterali alla maggiore - un ciborio in pietra della fine del XV secolo collo stemma della famiglia Pasquini - uno scomparto di ancona della maniera di Agnolo Gaddi rappresentante la discesa dello Spirito Santo - una circoncisione del Vignali - una tela del Martellini ecc.

Nel cortile della Canonica sono alcune lapidi romane, state scoperte nella chiesa e nelle vicinanze; nell’interno dell’ampia canonica sono alcuni affreschi della maniera del Poccetti. [p. 314 modifica]Fra i pievani di Sesto non pochi furono illustri per casata o per dottrina o si resero benemeriti per opere di liberalità e di beneficenza. Meritano d’esser ricordati oltre al ricordato Francesco Olmi, alcuni di casa Venturi fra i quali Giovanni d’Alessandro che restaurò la pieve e lasciò un legato per i poveri, Federigo Giannetti professore di teologia, Andrea Bonaparte letterato che fu amico e collaboratore di Lodovico Antonio Muratori ecc.

Compagnia di S. Giovanni Decollato. — Annessa alla pieve è questa compagnia fondata in epoca assai remota. In un tabernacolo sopra l’altare è un altorilievo modellato in cartapesta rappresentante la Madonna col bambino. Per tradizione si attribuisce a Donatello; ma per quanto si tratti evidentemente di un buon lavoro del XV secolo, esso è così deturpato da rozze coloriture a olio da rendere impossibile un serio giudizio nella sua attribuzione.

Spedale di S. Jacopo a Sesto. - Casa Paoletti (in Via Giuseppe Verdi). — Prete Piero del fu Buono rettore della chiesa di S. Ruffillo di Firenze, con suo testamento dell’anno 1340 lasciava alla Compagnia Maggiore di S. Maria un suo podere a Rovezzano coll’obbligo di edificarvi uno spedale per alloggiarvi pellegrini, con 12 letti ed una chiesa. Per accordi presi, la Compagnia determinò che lo spedale sorgesse invece che a Rovezzano a Sesto, dove maggiore era il bisogno di accogliere i pellegrini che venivano dalla strada del Mugello e fondò infatti lo spedale dedicato a S. Jacopo che restò costantemente sotto l’amministrazione dei Capitani del Bigallo. Lo spedale aveva in origine 10 letti ridotti poi al numero di otto. Nel 1679 esso fu dato a livello con tutti i suoi beni a Monsignor Domenico Maria ed a Giovanni d’Antonio Corsi coll’obbligo di mantenerlo all’uso originario e di farvi celebrare la messa.

Anche questo spedale fu chiuso insieme alla maggior parte di quelli che esistevano nelle campagne toscane ed il locale venne ridotto a casa d’abitazione.

S. Leonardo già S. Maria Novella a Sesto. — Nel XIV secolo esisteva a Sesto un piccolo convento con annesso spedale dedicato a S. Maria Novella e appartenente ai frati Domenicani. I frati di S. Maria Novella mancando [p. 315 modifica]dei mezzi per completare la fabbrica vennero soccorsi nel 1385 da Davizzo Della Tosa il quale assegnò loro 300 fiorini d’oro coll’obbligo però che il convento e lo spedale fossero intitolati a S. Leonardo.

L’uno e l'altro debbono avere avuto breve esistenza perchè da quell’epoca non se ne trova più ricordo.

Fra gli edifizj di proprietà privata che si trovano in Sesto meritano di esser ricordati la

Villa Giorgi De Polis sulla via Vittorio Emanuele. — Era un palazzetto dei Della Tosa fino da epoca remotissima Antonio di Giorgio Giorgi il 2 maggio 1603 comprava dai creditori di Neri di Filippo Della Tosa questo edifizio insieme ad altre case e botteghe vicine. I Giorgi ricostruirono la villa dandole l’aspetto presente. Oggi appartiene al sig. Enrico Giorgi De Pons discendente dal compratore.

Villa Biondi sulla piazza della Chiesa. — È un bel palazzetto sormontato da torre. Fu in antico degli Ugolini dai quali lo comprarono i Brunaccini. Ai nostri giorni era Banchelli dai quali per ragione di donne passava nel sig. Ugo Biondi possessore attuale.

Tabernacolo di Via delle Fornaci. — Sul possesso Giorgi è un grazioso tabernacolo di pietra con ricche ornamentazioni scolpite di bassorilievo di carattere del XV secolo. Forse esso servì in origine ad uso di ciborio.

Chiesa di S. Lorenzo a Sesto o al Prato. — È oggi cappella annessa alla villa Corsi, posta a breve distanza da Sesto, nella pianura che si stende da lato di mezzogiorno. È piccola di proporzioni e di antica struttura; ma le decorazioni moderne le hanno tolto ogni traccia del carattere originario. Fu parrocchia fino dal XIII secolo e dipendente dalla Pieve; ne ebbe il patronato la famiglia Venturi proprietaria della vicina villa. Venne soppressa nel XV secolo ed i Venturi la ridussero a cappella privata conservandovi un’ufiziatura tuttora esistente.

Il Prato di San Lorenzo. - Villa Corsi. — Dalle praterie che si stendevano attorno alla vecchia chiesetta di S. Lorenzo trasse nome un antico e sontuoso palagio che appartenne in tempi remoti alla famiglia Fastelli o Petriboni. Nel 1379, a dì 21 febbrajo, Jacopo del fu Ubaldino [p. 316 modifica]Fastelli lasciava alle figlie Caterina e Bartolommea «un palazzo con corte, orto e casolari posto in luogo detto il Prato». Ai primi del XV secolo il palazzo era della famiglia Venturi che attorno a Sesto aveva molti beni e che fu patrona della Pieve, di S. Lorenzo e di varie altre chiese delle vicinanze. Fu de’ Venturi fino all’estinzione della famiglia e da vario tempo appartiene ai signori Corsi. La villa è grandiosa, elegante e conserva molte parti della sua robusta e maestosa costruzione, fra le quali un caratteristico cortile a portici di severa architettura medievale.

Tabernacolo del Prato. — Di faccia alla villa Corsi, già Venturi, è un ampio tabernacolo nell'interno del quale sono i resti di un pregevole affresco della scuola del Botticelli rappresentante la Madonna col bambino Gesù, S. Giovanni Battista e S. Pietro apostolo; all’esterno è un’Annunziazione della stessa maniera.

San Cristofano. - Casa Giolli. — Nella località che si dice Panicaglia e che in antico era chiamata la Stamberga, Pierozzo di Barone Cappelli con atto del 29 dicembre 1353 disponeva che in omaggio alla volontà del padre fosse edificato uno spedale per i poveri, assegnandogli le necessarie rendite. Filippo fratello di Pierozzo, nel 1399, ordinava che allo spedale risedesse di continuo un sacerdote per celebrarvi quotidianamente la messa a suffragio di tutti i suoi predecessori. Lo spedale di S. Cristofano della Stamberga fu sottoposto nel 1543 ai Capitani del Bigallo continuando ad esser di patronato della famiglia Cappelli. Nel 1719 lo spedale fu assegnato a Benedetto di Filippo Giolli coll’obbligo di continuare ad esercitare l’ospitalità con quattro letti. Nel XVIII secolo venne soppresso, ma restò aperto al culto l’oratorio che appartiene anche oggi alla famiglia Giolli insieme alla vicina casa d’abitazione che costituiva l’antico spedale.

Panicaglia. - Villa Zipoli-Cajani. — Nel 1427 era una casa da signore dei Manovelli che avevano in Firenze il loro palazzo in faccia a S. Maria Maggiore. Verso la fine di quel secolo passò nei Cecchi che ne furono in possesso per lungo tempo. [p. 317 modifica]Il Casato. — In questa località vuolsi fosse nel basso medioevo il primo nucleo del villaggio di Sesto e, sempre secondo la tradizione, avrebbe servito di residenza agli ufficiali del piccolo comune una casa, oggi dimora di poveri pigionali, che ha dinanzi un piccolo portico ed una gradinata. Sempre nel Casato, nome che vuolsi derivare da caseggiato, sono gli avanzi di uno dei molti palazzi che i Della Tosa avevano qui attorno e che fu abbattuto da’ Ghibellini nel 1260.

Nel XV secolo i Della Casa e nel secolo successivo i Machiavelli, ebbero i poderi che oggi appartengono ai signori Carlo Odoardo Tosi, Amerigo Barbieri ed al R. Conservatorio della Quiete.

Il Casato. - Villetta Tosi. — È una moderna ricostruzione di un’antica casa da lavoratore. Era nel 1498 degli Strozzi, poi passò nei Marchesi Machiavelli, quindi nei Bargigli, dai quali l’acquistavano nel 1782 i Tosi unendo la nuova compra ai loro possessi di Montorsoli, Basciano, Campi, Prato, Cercina e Caciolle.

'La Zambra. - Case Ricceri. — Dopo la villetta Tosi è un gruppo di case da pigionali con una casa colonica; furono un giorno villa de’ Gerini e vennero comprate nel 1829 da Pellegrino Ricceri.

Tabernacolo del Casato. — Sul canto di Via della Zambra è un tabernacolo nell’interno del quale sono gli avanzi di un affresco colla Madonna, il bambino e due santi. Nel prospetto è un’Annunziazione. Gli affreschi ricordano la maniera di Ridolfo del Ghirlandajo.

Val di Rose. — Questo poetico nome, non giustificato dal carattere della località, ed al quale faceva un curioso contrasto l’altro che gli era comune di Pelacane, è proprio di una località posta nella pianura a mezzogiorno di Sesto a poca distanza dal torrente Zambra. Oggi vi si trovano una villa e diverse case, una delle quali fu pure villa ed appartenne in antico ai Maccagnini, poi alle monache di S. Ambrogio. Ora è Biondi. Val di Rose. - Villa Targioni. — Era nel XV secolo della famiglia Grassi; poi passò nei Tapini, nel 1622 nei Da Ruoti, quindi nei Pandolfini, nei Da Ruoti di nuovo, [p. 318 modifica]nel 1730 nei Cini-Rossi e successivamente negli Strozzi e nei Samminiatelli.

Il Balestro. - Casa Paoletti e di altri. — Lungo la via dell’Olmicino si trova un gruppo di case da pigionali le quali conservano tutti i caratteri di una grandiosa villa probabilmente dei Della Tosa.

Oratorio della Madonna del Piano. — In origine era un semplice tabernacolo che sorgeva presso il torrente Zambra, in mezzo alla pianura spoglia di alberi e un giorno paludosa. Poi per devozione verso un’antica immagine della Madonna che il popolo ritenne protettrice dei campi e dispensatrice di grazie, fu eretto ai primi del XVII secolo il grazioso oratorio che tuttora è oggetto di pubblica venerazione. E di eleganti proporzioni ed è preceduto da un portico. Sull’altare è un affresco mezzo coperto, colla Vergine e il bambino che ricorda la maniera dello Starnina. L’oratorio fabbricato dalla famiglia Lapini della quale si vede tuttora lo stemma sulla porta, fu sempre una dipendenza della villa oggi di proprietà Targioni.

Le Forbici. - Villa Corsi. — Possesso dei Della Tosa fino dal XIII secolo, questa villa ebbe nome dalle forbici da lana che costituiscono lo stemma di quell’antichissima e celebre famiglia, in odio alla quale questa ed altre sue case di campagna vennero smantellate dai Ghibellini dopo la vittoria di Montaperti. Ai Della Tosa appartenne la villa o palazzo delle Forbici fino all’estinzione della famiglia e dopo alcuni passaggi esso pervenne nel XVII secolo nella famiglia Brandi la quale ne rimase in possesso fino agli ultimi del settecento.

Rimaggio e Rimaggiolo. - Case coloniche. — In questa località posta lungo la via che da Sesto conduce a Brozzi e che prende nome dal maggiore fra i rivi che scendono dai poggi vicini, aveva case da signore fino da’ primi del XV secolo la famiglia Pasquini che per la pieve di S. Martino fece scolpire un bellissimo ciborio di pietra. All’estinzione della famiglia la villa ed i vicini poderi andarono nel 1650 in possesso delle Monache di S. Anna sul Prato. Oggi non vi sono che poderi e case coloniche di varj proprietarj. [p. 319 modifica]Cuculia o Ponte alla Gavina. - Casa Del Panta. — Fu casa da signore della famiglia Manzoli che dal XV secolo la possedette fino agli ultimi di quello successivo. Dipoi fu dei Taddei.

Sopra un colle che s’inalza a maestro di Sesto è il popolo di

Querceto.

Chiesa di S. Maria e Jacopo a Querceto. — Porta il nome di Querceto, che ricorda certo i tempi lontani nei quali era coperta di boscaglia, la vaga collina che sparsa di ville e ricca di ubertosi campi si distacca dalle falde occidentali del Monte Morello spingendosi verso i piani di Sesto. Quasi nel centro del colle è la chiesa parrocchiale di S. Jacopo alla quale fu dato più tardi anche l’altro titolo di S. Maria, dopo la soppressione di un vicino monastero di donne dell’ordine camaldolense avvenuta nel 1435 per bolla di Papa Eugenio IV. La chiesa, che è preceduta da un portico, poche tracce conserva della sua originaria struttura, scomparsa nei diversi restauri che essa ha più volte subiti e non possiede oggetti d’arte degni di speciale considerazione. In origine essa fu di patronato dei Vescovi di Firenze che avevano dominio temporale sui luoghi circonvicini; poi il giuspatronato pervenne nell’Arte dei Mercatanti e quindi nel Sovrano.

Tantola o Querceto. - Villa Landini. — La famiglia fiorentina dei Lucalberti possedeva fino da’ primi del XV secolo una casa da signore insieme ad un gruppo di casette alla base del colle di Querceto in una località che si chiamò «Tantola o il Borgo di Tantola». Questi Lucalberti, cospicui mercanti che avevano a Firenze le case loro sulla Piazza Vecchia di S. Maria Novella, conservarono cotesto possesso fino all’anno 1649 in cui Piero vendette case e terre ad Antonio Gori. Il figlio di questi, Niccolò nel 1653 rivendè tutto ad un Ferdinando Medici «levantino, trattenitore d’armeni» dal quale, nel 1667 lo ricomprava Lorenzo Bartoletti. Dall’eredità di questo Lorenzo acquistava i beni nel 1732 Giovan Battista di Benedetto Nobili [p. 320 modifica]della Scala ed i figli di lui li alienavano nel 1775 ad Angiola Grifi nei Rosati. I Rosati tennero la villa fino al 1802 rivendendola a Giovanni e Lodovico di Niccolò Brunelli i successori dei quali ne erano in possesso fino a pochi anni addietro.

Querceto o II Toso. - Villa Borgheri. — Era uno dei molti possessi che la potente famiglia Della Tosa ebbe fin dal XIII secolo nel territorio di Sesto. Il nomignolo di Toso trasformato in seguito per corruzione in quelli di Teso ed anche Tasso e Tosto fu dato da questa famiglia per distinguer la villa da altra che aveva quello di Tosa. Ai primi del XV secolo essa era passata in mano della famiglia de’ Petrucci coltriciai, la quale l’ebbe per circa un secolo. Nel 1530 era di Bernardo di Giovanni Acciajuoli. Più tardi l’ebbero i Gianfigliazzi, poi i Del Rosso che l'unirono ai beni della loro commenda di S. Stefano e da loro andò successivamente nei Capponi.

Querceto. - Villa Thierry. — Di questa villa, una fra le più belle di questa collina, i più antichi possessori appariscono i Mattei del gonfalone Vajo che l’avevano ai primi del XV secolo. Nel 1427 Piero di Bartolommeo dichiarava che la casa da padrone era mezza rovinata. Nel 1480 succede nella proprietà Barone di Giovanni Cappelli al quale appartenevano altri beni in questi luoghi. Luigi Cappelli vendè nel 1534 la villa a Tullio Signorini; nel 1637 passò in Vincenzo Bigordi della famiglia de’ celebri pittori conosciuti col nome di Ghirlandajo, nel 1697 in Domenico Maria Farsi e poi in Luigi Gualtieri. La comprano nel 1743 i Pecori per rivenderla nel 1749 ad un Carlo Martini di nazionalità inglese. Nel 1761 è de’ Michelozzi, nel 1768 dei Da Filicaja, poi dei Cateni.

Presso la villa è un antico tabernacolo collo stemma dei Cappelli.

Sommavilla o il Melarancio. - Villa Alinari. — Nel primo catasto del 1427 la casa da signore denominata «Sommavilla» apparteneva ad un Nanni di Latino o Latini ascritto al gonfalone del Lion d’Oro. Egli la vendette nel 1475 a Lionardo e Girolamo di Giovan Battista Bencini oliandoli, dai successori de’ quali, acquistavala nel 1548 Francesco [p. 321 modifica]Salamoni notaro. Dalla vedova di lui, Antonia, la comprava nel 1604 Niccolò di Ser Piero Puccerelli per rivenderla l’anno dipoi a Giovanni Landini. Lisabetta vedova ederede di Giovanni Landini, morendo, lasciò usufruttuario di questo suo possesso Padre Dionisio Del Campo frate Servita, stabilì l’obbligo di un’ufiziatura nell’oratorio pubblico di S. Luca annesso alla villa e dispose che i beni andassero dipoi a Francesca moglie di Bernardo Verdi. Da Bernardo Verdi la villa passò nel 1783, per compra, nei fratelli Bartolommeo, Vincenzo e Anton Niccolò Follini. Uno de’ tre fratelli, Vincenzo fu celebre erudito che scrisse varie opere sulle antichità di Firenze. Come si rileva da un’epigrafe, che fu forse dettata dallo stesso Vincenzo Follini, la vecchia villa era allora squallida, deserta e cadente, sicché i fratelli Foliini la restaurarono «per godervi le ferie autunnali fra la salubrità dei colli e l’asprezza dei boschi». Più modernamente la ridente villa appartenne ai Gelli, ai Bindi, poi ai Tempestini dai quali l’acquistava nel 1898 il Comm. Vittorio Alinari attuale proprietario.

Nel popolo di Querceto molte illustri famiglie fiorentine possedettero in antico case da signore, oggi per la maggior parte ridotte ad uso di lavoratori. V’ebbero anche un palazzo con torre gli Alberti Ristori e venne smantellato dai Ghibellini vittoriosi a Montaperti.

Ricorderemo pertanto alcune di queste antiche ville. L’Aja. - Casa Sguanci. — Era nel 1427 dei Bettini che la possedevano ancora nel secolo XVII; dipoi andò ai Castelli e nel 1650 alle Monache di S. Pier Martire.

L’Olmo. - Casa Sguanci. — I Dazzi n’erano padroni agli ultimi del XIV secolo. Per dote di Angelica Dazzi pervenne nel 1534 nelle Monache di S. Clemente.

Il Poggio. - Casa della Banca d’Italia. — Possesso antico dei Bencini passò nel seicento nei Covoni Del Milanese.

La Piazzola. - Casa Daddi. — Fu villa dei Masi e per lungo tempo successivo dei Riccardi.

La Loggia. - Casa Corsi-Salviati. — Appartiene da oltre tre secoli a questa famiglia e servì già ad uso di villa.

Querceto. - Casa Adorni-Braccesi. — Fu villa dei Rotilenzi ed in antico dei Bartoli. ' [p. 322 modifica]Altre ville possedettero le famiglie: Lioni, Lapi, Uguccioni, Micceri, Lapaccini, Rondinelli ecc.

Discendendo da Querceto nella via Pistojese, occorre, prima di proseguire oltre, soffermarsi brevemente ad un’ultima frazione estrema del comune di Sesto.

Padule. — È un villaggio posto a ponente da Sesto in una pianura che per essere stata un giorno paludosa a causa delle acque stagnanti che vi scendevano dai poggi vicini, conserva nella sua denominazione il ricordo delle sue antiche condizioni.

Nel centro del villaggio, e ridotte oggi a case da pigionali, sono due antiche ville con torre che furono in epoca lontana dei Lanfredini e dei Sanguigni. Una di queste, oggi casa colonica Sguanci, appartenne al celebre vescovo Scipione Ricci. Ebbero anche possessi nel popolo di Padule Lemmo Balducci fondatore dello spedale di S. Matteo, i Del Forese e i Benintendi.

Chiesa di S. Maria e S. Bartolommeo a Padule. — La chiesa è di origine antichissima e della sua primitiva struttura conserva tracce nella parte esterna e specialmente nella facciata, dove la porta ha un arco a cunei di marmi bianchi e neri che fu rimesso in vita nei restauri eseguiti l’anno 1889. Nella lunetta sopra la porta è un affresco del XV secolo rappresentante la Madonna col bambino Gesù ed i Santi Bartolommeo e Lucia. A destra della porta è un altro affresco nel quale veggonsi i Santi Bartolommeo, Giovan Battista e Agostino, opera della maniera del Gozzoli e forse di Giusto d’Andrea. L’interno è totalmente rimodernato, nè presenta importanza artistica di sorta. Due chiese furono in antico in questa località e dalla loro riunione venne alla chiesa attuale il doppio titolo di S. Maria e S. Bartolommeo. La chiesa di Padule è ricordata in documenti di epoca remota, tanto che si trova com’essa nel 1024 fosse dal Vescovo Ildebrando donata alla Badia di S. Miniato al Monte. Il patronato di essa spettava in parte ai popolani e nel 1430 si sa che essi ne avevano la metà, mentre il resto di tali diritti spettava ai figli dì Francesco di Bartolo Sanguigni che avevano beni nel territorio della [p. 323 modifica]parrocchia. Più tardi il patronato passò ai Venturi de’ quali si vede lo stemma sulla facciata. Fu parroco di questa chiesa lo studioso P. Lino Chini autore di una storia del Mugello, morto nel 1902.

Seguitando la Via Pistojese e oltrepassate le pendici del colle di Querceto, si entra nel comune di Calenzano e nel popolo di

Settimello.

Dal settimo miglio di distanza da Firenze trasse nome quest’antico villaggio che sorge quasi ad egual distanza fra Sesto e Calenzano. Gloria maggiore di questo luogo è quello d’aver dato nel XII secolo i natali ad Arrighetto o Arriguccio da Settimello, che figlio di poveri contadini raggiunse gradi importanti nella carriera ecclesiastica e fu poeta e scrittore assai riputato.

Fin da tempo remoto ebbero quivi possessi i Visdomini ed altre famiglie di quella celebre consorteria.

Chiesa di S. Lucia a Settimello. — Esisteva nel XII secolo come ne fa fede un’antica iscrizione che vi è rimasta; ma venne totalmente trasformata nel secolo XVII. Fu di patronato della famiglia Visdomini e dei Cortigiani loro consorti, de’quali si vede lo stemma sulla facciata. D’opere d’arte non è degna di ricordo che una lunetta, copia dall’originale di Andrea Del Sarto che un giorno adornava questa chiesa; in essa è pure un piccolo monumento ad Arrigo da Settimello poeta e letterato che ne fu rettore. In canonica è un grazioso soffitto a grottesche della maniera del Poccetti.

Tabernacolo di Settimello. — A metà del borgo, difaccia alla strada che conduce alla chiesa, è un grande tabernacolo a forma di cappella, decorato nell’interno di un affresco che rappresenta la Madonna in trono col bambino Gesù e varj Santi all’intorno. È opera della fine del XIV secolo della scuola dei Gaddi e che ricorda in qualche particolare la maniera di Spinello aretino.

La Fonte al Piano. - Villa Carmignani. — Sopra ad una piazzetta posta in faccia alla chiesa è questo edilizio che serve in parte ad uso di villa ed in parte di quartieri da [p. 324 modifica]pigionali. Nel 1427 era di Giuliano e Antonio di Tommaso di Guccio. Alla fine dello stesso secolo passò dei Martini del gonfalone Chiavi i quali ne restarono in possesso fino al 1673.

Allora passò ai Tozzini, da questi ai Lanini di Borgo S. Lorenzo e poi ai Carmignani attuali possessori.

Al Neto. - Villa Gamba. — È la più importante delle ville di questa località; grandiosa ed elegante come costruzione, è resa più attraente da un bel giardino e da un ampio parco che la circondano. Essa non è però di antichissima costruzione, perchè nel 1504 un tale Andrea Mareti dichiara di possedere in questo luogo un pezzo di terra e di avervi murato una casetta per suo abitare. Nel 1593 la casa andò in possesso di Bastiano di Giovanni Ubaldini come dote della moglie, la quale l’aveva comprata da Andrea d’Agostino Mareti. Da questo Ubaldini passò prima in Michele e Bartolommeo Buffati dai quali verso il 1645 la comprò Zanobi di Lorenzo Ridolfi. E probabile che la villa venisse alquanto ampliata dai Ridolfi; ma essa fu completamente ricostruita nel 1683 dalla famiglia Querci la quale la possedette fino all’anno 1795. Dipoi fu dei Minucci, dei Ciapetti e dal 1833 al 1850 dei Gherardi-Uguccioni dai quali l’acquistava nel 1853 il Senatore Marchese di Boissy lasciandola in eredità al nipote Conte Gamba-Ghiselli. Fu il Senatore Boissy che ampliò notevolmente la villa creandovi attorno il vaghissimo parco. Nella villa si conservano degli stupendi arazzi e altre opere d’arte.

Spazzavento. - Casa Gamba. — Fu anticamente dei Del Pace, dai quali passò nel XVI secolo nei Cardi da Cigoli e da questi, per eredità, negli Strozzi.

Il Tabernacolo. - Casa Gamba. — Anche questa casa fu un giorno ad uso di villa e per il corso di varj secoli dal XV al 1807 l’ebbero i Morelli. Dipoi fu Gherardi e seguì i passaggi della villa principale. Il nomignolo che essa conserva, deriva appunto da un tabernacolo entro il quale sono i resti di un affresco della maniera di Spinello aretino.

Limite o gli Olmi. - Villa della Banca d’Italia. — Fra i più antichi possessori di beni in questo popolo furono i Carli, la famiglia dalla quale usci quel Raffaello de’ Carli gentile pittore de’ primi del xvi secolo. Questi [p. 325 modifica]beni furono dai Carli lasciati nel 1713 allo Spedale di S. Maria Nuova che ne rimase in possesso fino al 1781. Insieme a diversi poderi i Carli possedevano anche la villa che modernamente fu dei signori Fossi.

Baldanzese. - Villa Cintolesi. — Fu dei Morelli, poi delle Monache di S. Maria degli Angeli, fino all’anno 1713 in cui passò in una signora Bigordi-Cionacci. Nel 1723 andò agli Scarlatti che l’ebbero a tutto il 1761, poi nel 1764 al Senatore Nelli, quindi alla famiglia Brilli.

Buonriposo. - Casa Vannucchi. — Fu in questo luogo una villa che nel 1427 era della famiglia Morelli la quale altri beni possedeva nel popolo di Settimello. Più tardi fu dei Martini, nel 1673 dei Tozzini e poi dei Lanini.

S. Maria delle Cappelle. — Sopra ad uno sprone del Monte Morello che si spinge verso il piano a sinistra della Val di Marina, i frati Eremitani di S. Agostino edificarono una ricca chiesa ed un ampio convento nel luogo di una villa che fu dei Pecori. Alla soppressione francese il luogo fu venduto a privati, poi venne acquistato dal Seminario vescovile di Prato e ridotto a luogo di villeggiatura per gli alunni.

La Torre o la Torricella. - Casa della chiesa di S. Lucia de’ Magnoli. — Sul colle che domina il villaggio di Settimello, sorge un grandioso edilizio sormontato da una torre che conserva in molta parte i caratteri di un fortilizio medievale. In epoca remota fu della potente famiglia dei Visdomini la quale ebbe anche il patronato della chiesa di Settimello. Successivamente troviamo cotesta casa turrita in possesso degli Aldobrandini di Madonna e dei Morelli. In tempi relativamente più moderni era degli Ubaldini; nel 1700 passò ai Poggini e da questi fu lasciata alla chiesa di S. Lucia de’ Magnoli di Firenze.

A breve distanza da Settimello, allo sbocco delle valli dei torrenti Marina, Marinella e Garille è il capoluogo del Comune.

Calenzano. — La situazione sua di fronte alle valli dei torrenti che scendono dai monti che chiudono da mezzogiorno il Mugello ed a cavaliere di un’antica strada che [p. 326 modifica]per il poggio delle Croci di Combiate si dirige verso Barberino e poi prosegue per Bologna, fece di Calenzano un punto militare importantissimo, sicché fin da tempo remoto i Conti Guidi eressero sulla collina un forte castello che la Repubblica fiorentina gagliardamente afforzò nel XIV secolo. Nelle lotte delle fazioni, come nelle guerre fra le repubbliche Toscane e le milizie d’altri stati d’Italia o straniere, Calenzano fu teatro di aspre battaglie, subì assedj, saccheggi, arsioni, sicché mentre ne’ tempi lontani il castello era popolato di palagi e di case, restò al declinare del medioevo pressoché deserto. Nè ai tempi nostri esso ha riacquistato l’importanza sua primitiva, perchè nuovi fabbricati sono sorti nella sottostante pendice e nel piano, mentre nella cinta murata del castello nel quale si ha accesso per due turrite porte, non esistono che la chiesa e poche case.

Un giorno v’ebbero invece palagi diverse potenti famiglie come gli Scali, i Tosinghi, gli Anselmi, i Cavalcanti, i Consigli, i Bonaccorsi ed i Ginoli, poi Ginori che di qui appunto trassero la loro origine.

Chiesa di S. Niccolò. — È l’antica chiesa del castello ed è di origine remotissima, come ne fanno fede il carattere costruttivo della sua parte più antica, le vecchie memorie ed una iscrizione marmorea che vi si vede da un lato. Era già una dipendenza della vecchia pieve di S. Donato, posta a qualche distanza dal castello; ma nel 1799 venne inalzata al grado di pieve. Nell’interno si conserva una tavola coll'Annunziazione, opera della maniera dei Gaddi: vi sono pure dei lastroni sepolcrali del XIV secolo delle famiglie Ginoli o Ginori e Bonaccorsi da Calenzano.

A qualche distanza dalla chiesa è la Compagnia del Sacramento nella quale è un dipinto rappresentante «Cristo coronato di spine», opera firmata di Domenico da Passignano colla data 1602.

A Calenzano fu anche lo

Spedaletto di S. Jacopo. — Fu fondato nel 1407 da Dino di Benedetto Del Nero di Calenzano rigattiere a Pisa. Nel 1448 era di patronato delle famiglie Petrucci, Ginori e Consigli. [p. 327 modifica]Palazzetto Pretorio. — È un piccolo ed umile fabbricato che conserva appena tracce dell’uso primitivo. Vi sono alcuni stemmi di podestà e nell’interno pochi resti di un affresco che adornava la piccola udienza dove in determinati giorni i Podestà di Campi andavano a render ragione. Oggi è di proprietà Digerini-Nuti.

Villa Digerini-Nuti. — Grandioso ed elegante fabbricato, fu l’antica residenza dei Ginoli o Ginori i quali l’ampliarono considerevolmente nel xvi secolo occupando un tratto delle mura castellane. L’architettura del palazzo è severa ed elegante, mentre la parte interna è ricca di decorazioni di pietrame e di opere d’arte.

Villa Baldini. — È anch’essa un grandioso edifizio ridotto in gran parte ad uso di quartieri d’abitazione. Occupa il luogo dove fu il palagio degli Scali, smantellato dai Ghibellini nel 1260 e poi riedificato. Più tardi fu degli Arrighetti.

Sulla collina di Calenzano dal lato di mezzogiorno è la

Villa Targioni. — È una splendida costruzione moderna abbellita da opere di pittura di alcuni fra i nostri più valenti artisti e da un elegantissimo e bene adorno giardino.

A breve distanza del castello di Calenzano, verso tramontana è la

Pieve di S. Donato a Calenzano, o fra le due Marine. — Si disse in antico fra le due Marine perchè sorgeva su di un colle chiuso lateralmente dai torrenti Marina e Garille. Fu la pieve antichissima di Calenzano, e com’era costume de’ tempi, sorse fuori ed a qualche distanza dal castello. La costruzione originaria a tre navate era grandiosa e severa; ma nelle diverse trasformazioni subite ha perduto affatto il suo vetusto carattere. Soltanto il campanile costituito da una massiccia ed imponente torre che si direbbe quasi di castello, resta a ricordare l’antichità dell’edifizio, sebbene anche questo sia stato deturpato da una più moderna costruzione che si eleva al disopra del coronamento merlato. La pieve di S. Donato fin da epoca lontana fu di patronato del Capitolo di Prato che ne eleggeva i rettori e l'ampia canonica serviva anche di villeggiatura ai ricchi Pievani, [p. 328 modifica]poi Proposti pratesi. Sulla chiesa, come sul campanile e nella canonica sono degli stemmi Medicei del XV secolo che ricordano i restauri fattivi o da Messer Carlo de’ Medici o da altri di quella famiglia che ebbero la carica di Proposti. Sull'altar maggiore è una grandiosa tavola che rappresenta S. Donato vescovo e altri santi, opera di Giovanni Balducci, colla firma dell’autore e la data 1601.

S. Donato. - Villa Bombicci-Pontelli. — Occupa la maggior parte del fabbricato che servi un tempo di comoda di mora ai pievani di S. Donato e di quieta villeggiatura ai ricchi prelati investiti della Propositura di Prato. Alla soppressione francese, parte di cotesta canonica fu alienata e ridotta ad uso di villa. La costruzione aveva il carattere del XV secolo, con un grazioso cortile a doppio ordine di logge nell’interno e le molte armi de’ Medici, e precisamente quelle usate da Cosimo il Vecchio, fanno ritenere che essa fosse così ridotta a tempo del Proposto Messer Carlo dei Medici figlio naturale di Cosimo.

L’attuale proprietario Conte Cesare Bombicci-Pontelli ha notevolmente accresciuta la villa, dandole in ogni parte il carattere gentile ed elegante di un palazzo del rinascimento, pur conservando le caratteristiche architettoniche della vecchia canonica. Nell’interno poi egli ha adornato le belle sale di gustose decorazioni, di oggetti d’arte, di mobili artistici, tanto da porla in armonia coll’esterno del fabbricato.

Giunti a questo punto, noi dobbiamo interrompere la nostra escursione; ma prima di chiudere questo già lungo capitolo, fa d’uopo ritornar fin quasi alla Barriera del Ponte all’Asse per occuparsi brevemente di alcune località poste nella pianura a mezzogiorno del Ponte a Rifredi.

Dalla Via di Rifredi si stacca a mano sinistra venendo dalla Barriera, la Via del Ponte di Mezzo sulla quale, dopo breve cammino troviamo

L'Ulivaccio già il Poggio. - Villa Gondi. — Perchè quest’antica villa situata in pianura a breve distanza dal Ponte di Mezzo che traversa il Terzolle si chiamasse il Poggio non è facile spiegare. Essa apparteneva a’ primi [p. 329 modifica]del XV secolo alla famiglia Vecchietti e nel 1427 era di Jacopo d’Agnolo di Francesco. I Vecchietti nella seconda metà di quel secolo vendevano la villa ai figli di Domenico Gondi i quali poco dopo prendevano a livello dall’Arte dei Mercatanti i beni del vicino convento, poi spedale di S. Eusebio o di Montajone. La villa, che ha l’aspetto di un ricco palazzo del XVII secolo, fu quasi ricostruita dalla illustre famiglia Gondi che la possiede tuttora.

Ponte di Mezzo. — Ponte di antichissima origine che porta questo nome essendo posto in mezzo ai due ultimi ponti che attraversano il torrente Terzolle: quello di Rifredi e l’altro di S. Donato.

Presso questo ponte, sulla riva destra del torrente, sorgevano già diverse antiche ville di cospicue famiglie; ma la maggior parte di esse furono trasformate e ridotte a case di pigionali o di agricoltori.

Una ve n’ebbero fin dal XIV secolo gli Strozzi che la possedevano anche agli ultimi del XVI secolo; un’altra i Riccialbani, passata poi nei Rustichi e poi nello Spedale di S. Paolo; una i Corsellini che fu dipoi dei Redditi e dei Panzanini; una finalmente i Cocchi-Donati andata nel 1522 per donazione nello Spedale di S. Maria Nuova.

Dalla via del Ponte di Mezzo si stacca a destra la strada che conduce a

Caciolle. - Villa Marchi. — È chiamata volgarmente la Nave per la forma originale del suo fabbricato che assomiglia infatti allo scheletro d’una nave. Nel 1427 la troviamo in possesso di un Falarione di Francesco e più tardi va tra i beni che in questa pianura lungo il Terzolle aveva lo Spedale degl’Innocenti. Da questo la comprava nel 1531 Bartolommeo Pedoni i cui eredi la vendevano nel 1553 a Gio. Batta di Francesco Cini del gonfalone Unicorno. Un secolo dopo, nel 1635, la comprava Lorenzo di Giuliano Franceschi e il Barone Andrea di Pier Antonio Franceschi la rivendeva nel 1739 ai Fei. Da Anton Domenico Fei l’acquistava nel 1773 Giuseppe di Giovanni Tosi, i successori del quale lungamente la possedettero. Nella villa sono alcune sale con dei palchi riccamente decorati. L’annessa cappella servì di sepolcreto alla famiglia Tosi. [p. 330 modifica]Nelle vicinanze di Caciolle è il nuovo Cimitero Israelitico, nel quale sono diversi artistici monumenti funerarj.

Lungo la Via delle Sciabbie si trovano:

Il Sassetto. - Villa, oggi Fattoria Carobbi. — Come villa è relativamente recente, perchè nel 1786, quando fu comprata da Pio Lombardi locandiere dell‘Aquila Nera, non era che una casetta di poche stanze che egli convertì in grazioso casino, ridotto poi alla grandezza ed alla forma presente dai signori Carobbi che l'acquistarono nel 1802. Alla villa fu annessa fino a pochi anni addietro una cereria che fu fra le più antiche e riputate di Firenze.

Accosto alla villa è una elegante cappella che serve di sepolcreto gentilizio alla famiglia Carobbi e nella quale sono monumenti funerarj scolpiti da Giovanni e Luigi Magi, da Stefano Ricci, da Giovanni Duprè e da Italo Vagnetti.

Le Sciabbie. - Casa Carobbi. — Fu un giorno casa da signore e difatti dell’antico suo uso appajono evidenti le tracce nella sua struttura, nei resti del muro merlato che chiude il cortile, nel fregio di graffito sulla facciata e negli avanzi di ricche decorazioni di pietrame. Appartenne in antico agli Strozzi, poi nella seconda metà del xv secolo ai Del Nero che ne furono lungamente padroni. Dipoi fu de’ Panciatichi e faceva parte del possesso della Torre degli Agli.

Il Sassetto o a’ Sassetti. - Villa Rosselli-Del Turco. — Remotissimi ricordi si hanno di molti beni che la famiglia Sassetti possedeva in questo tratto di pianura fra Novoli e Rifredi. Alcuni di cotesti beni essa vendè nel 1344 ai Davizzi che altri ne possedevano attorno ed alcuni ritenne e fra questi la villa che tuttora ricorda il nome della ricca e potente famiglia. Essa fu loro fino al secolo xvii nel quale passò per compra in una famiglia Benricevuti. Nel 1738 l'acquistava un Antonio Del Turco, a’ successori del quale appartiene tuttora. La villa conserva molte parti interessanti della sua antica struttura e fra le altre un bel cortile con loggia del xv secolo ed un soffitto dell’epoca stessa con tracce di ornamentazione policroma. [p. 331 modifica]Poco oltre, verso tramontana trovasi

Macia. — È un piccolo borgo sparso, o meglio un villaggio posto nella pianura, parte nel popolo di S. Maria a Novoli e parte in quello di S. Stefano in Pane. Il nome di questa località è antichissimo, trovandosi ricordato già in documenti del XII secolo. Cospicue famiglie fiorentine ebbero fin da tempo remotissimo possessi in questa località e fra le altre ricorderemo i Sassetti, i Davizzi, i Soldani, i Lippi, i Della Badessa, gli Agli, i Giachinotti ecc.

Macia o I Lippi. - Villa, oggi casa Rucellai. — Dalla famiglia dei Lippi-Neri o Lippi di Dinozzo, che abitava, nel popolo di S. Felice in Piazza, ebbe nome questa località dove la famiglia acquistò in più epoche diversi possessi. Uno dei più antichi è appunto questa villa che porta i loro stemmi e che conserva tuttora i caratteri di un elegante edilizio del XVI secolo. Filippo di Simone Lippi l’aveva acquistata da Piero di Simone Bartoli nel 1470 e la di lui famiglia che la ridusse alla forma presente la possedette fino alla sua estinzione. L’Abate Lucalberto di Jacopo Lippi che fu l’ultimo della famiglia, lasciò nel 1755 con varj oneri la sua eredità a Giulio di Paolo Bucellai ed i Rucellai posseggono tuttora la villa ridotta oggi a quartieri d’abitazione.

Il Tabernacolo del Lippi. — Isolato in mezzo al quadrivio formato dalle strade che s’incrociano dinanzi all’antica villa dei Lippi, sorge una piccola cappella che all’esterno presenta i caratteri del XVIII secolo. In origine fu in quel luogo un tabernacolo, dove un pittore de’ tempi di Cimabue effigiò un’immagine della Vergine col bambino Gesù e più tardi, nel 1416, forse dalla famiglia Bartoli, padrona allora della villa poi de’ Lippi e de’ Rucellai, venne eretta la cappella che nelle sue interne pareti fu tutta decorata di affreschi. La tradizione perpetuata da un’epigrafe del 1716 attribuisce gli affreschi a Paolo Uccello, ma l’attribuzione non regge alla critica, giacché i dipinti sono evidentemente di tempo anteriore e si avvicinano per carattere alle opere dell’Orcagna e della sua scuola. Essi ritraggono le figure di varj santi fra i quali S. Giovanni Battista, S. Pietro, [p. 332 modifica]S. Jacopo, S. Stefano, S. Lorenzo ecc. che pongono in mezzo l'antica immagine de’ primi tempi della pittura toscana.

All'esterno ed all’interno della cappella sono gli stemmi della famiglia Lippi.

Cappella de’ Lippi. — Sulla stessa piazzetta o quadrivio è un’antica cappella che fu edificata dai Lippi e che servì poi di sepolcreto alla famiglia Rucellai.

Nella cappella sono dei mediocri e mal ridotti affreschi del XVII secolo e nella sagrestia si conserva un bel gradino d’altare del quattrocento.

Tabernacolo in Via de’ Lippi e Macia. — Sul muro del podere di proprietà Rucellai, detto «Macia», è un tabernacolo che racchiude un bassorilievo di pietra colla Vergine e il bambino, scultura del XV secolo. Attorno sono degli affreschi del XVII secolo e lo stemma dei Lippi colla data 1699. A breve distanza di Macia è

La Loggia. - Casa Carobbi. — L’edifizio che per un lungo corso di secoli servì ad uso di casa da signore conserva, nonostante le trasformazioni subite, tracce della sua remota costruzione; ma esso ha importanza più che altro per ragioni storiche e artistiche, essendo appartenuto a Michelangiolo Buonarroti. Nel 1427 esso era villa di Niccolò di Pagnozzo Strozzi e dagli Strozzi passò a’ primi del XVI secolo allo Spedale di S. Maria Nuova, dal quale lo acquistava il 28 maggio del 1512 Michelangiolo di Lodovico Buonarroti-Simoni, il sommo artista che fu una delle nostre massime glorie. Restò nei successori di lui fino ai nostri tempi e da Clementina Stecchini figlia di Faustina Buonarroti fu venduta nel 1870 ai Perfetti-Ricasoli dai quali l’acquistava poi il sig. Giuseppe Carobbi. Così a titolo di curiosità, notiamo che in uno scavo a fior di terra fatto nel 1896, vennero quivi scoperti un crogiuolo da fondere metalli, alcune monete della repubblica ed una statuetta di bronzo ritenuta da taluno come opera del rinascimento.

Parallela alla Via di Macia è la Via dell’Olmatello.

L’Olmatello. — Forse ebbe nome da un piccolo olmo piantato lungo la via, questo gruppetto di case dove fu anche un’antica villa oggi ridotta a casa colonica di proprietà [p. 333 modifica]Romanelli. Nel XV secolo era dei Lapini dai quali passò nei Del Forese del gonfalone Ruote. Nel seicento era della famiglia Grazzini.

Tabernacolo dell'Olmatello. — Contiene oggi la riproduzione di un bassorilievo di Giovanni Della Robbia rappresentante lo Sposalizio della Vergine. Due volte quel bassorilievo fu soggetto a furti di alcune sue parti e finalmente per salvarlo da ulteriori rapine venne ricomposto in una cappella della pieve di S. Stefano in Pane.


  1. Sotto la tavoletta è questa iscrizione: Questa Vergine Maria e del popolo della Pieve di S. Stefano in Pane la quale fu restaurata sino l'anno MDXXX di settembre al tempo di Stefano Maccetti e Giovanni Socci operai. — Dipoi fu di nuovo restaurata pure di settembre l’anno Santo del MDCXXV al tempo del Rev. Monsignore Luca Mini protonotario apostolico e pievano di d. pieve.
  2. In un libro di ricordi di casa Carlini che potei esaminare, grazie alla cortesia del defunto sig. Giovanni De Saint-Seigne sono diverse interessanti notizie relative alla villa di Casale. La villa fu rifabbricata quasi del tutto nel 1560 e corredata di comodi annessi. Per gli usi del giardino si costruì un gran serbatojo capace di 40.000 barili d’acqua, e su di esso si creò un grande stanzone che servì ad uso di teatro. Nel 1615 Giovanni da San Giovanni dipinse molte cose belle. È notevole questo ricordo dei lavori condotti da quell’artista per la famiglia Carlini: «Ricordo come il 1° martedì dopo Ognissanti, a dì 6 di novembre 1618 da M.o Giovanni Mannozzi da S. Giovanni pittore stimato, fu lasciato finito un ritratto intero a olio della Justina mia carissima figlia lavorato da lui a Casale e cavato in parte da un altro ritratto fatto a fresco pure da lui due mesi innanzi alla morte sua, nella cappella di Casale a somiglianza d’un angiolino e per recognizione et gratitudine riceve da me lire 35 quasi più diss’egli per amorevolezza che per pagamento, essendo egli stato in due volte 15 giorni da me a Casale.»
  3. < Mentre si facevano le fondazioni del monumento a Re Umberto si trovarono tracce, oltre che del vivajo, come rilevò C.O.Tosi, anche dei resti di un condotto d’acqua corrente parallelo alla facciata della villa. Chi sa che non fosse parte dell’antico acquedotto fiorentino!
  4. Sulle ville Reali e sul territorio di Castello pubblicava un interessante ed accurato opuscolo C. O. Tosi nel 1905.