Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo V/Libro II/Capo IV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capo IV – Giurisprudenza civile

../Capo III IncludiIntestazione 9 marzo 2019 25% Da definire

Tomo V - Capo III

[p. 403 modifica] [p. 404 modifica]404 LIBRO lui, coll’esibirgli ancora l’ajuto della sua arte (*). Nella qual risposta il Petrarca, forse per mostrarsi grato all’amico, gli concede che per alcuni piccioli mali possa esser utile la medicina. Abbiam pure una sua lettera a Francesco da Siena Senil. l. 15, ep. 3), e un’altra a Guglielmo da Ravenna (ib. l. 3, ep. 8), amendue medici, e in amendue scherza amichevolmente con essi sull’arte loro. Del primo hannosi nella biblioteca del re di Francia (t. 4 , p. 300, cod. 6979) due trattati, uno de’ bagni, l’altro de’ veleni, e questo dicesi pubblicato in Avignone l’anno 1375, e dedicato a Filippo d’Alençon vescovo d’Auch; ed è probabilmente (quel Francesco da Siena lettore d’astrologia nel 1394, e poi di medicina pratica di Bolo-* gna lino al 1396 (Dott. forest. p. 11), citato dall’Alidosi, e che prima era stato reggente dello studio in Perugia, e medico del papa, di cui abbiamo altrove parlato (l 1, c. 3, n. 3?) (a). Ei nomina inoltre un certo Marco medico, compatriota di Virgilio (Variar, ep. 42), cioè mantovano. Con lode ancor maggiore ci parla di Giovanni canonico di Parma , uomo, com’egli dice (Senil. l. 12, ep. 2), che avea (*) La lettera al medico di Canobio, qui accennata , è la xvi del codice Moielliano, in cui però egli è detto non Albino, come legge P ab. de Sade, ma Albrtino. (a) Di Francesco (-asini da Siena, medico pontifìcio, nuove e più esatte notizie ci ha date poi P eruditissimo sig. abate Gaetano Marini (Degli Archiatri pontif\ t. 1 , p. qC». ec.), il quale ha ancora parlato di Giovanni di lui fratello, che fu parimente medico pontifìcio sulla fine del secolo xiv. [p. 405 modifica]$F.CONflO 4q5 gran nome in medicina, non solo nella sua patria, ma anche nella curia romana (di Avignone) fra que’ gran satrapi e fra quella turba di medici. In fatti egli è nominato da Guido di Cauliac tra’ medici che in Avignone avea conosciuto, e il chiama suo compagno: In Avignone socius meus Joannes de Parma (in proem.). Questi è probabilmente quel Giovanni di Parma , di cui narra il Ghirardacci (Stor. di Bol. t. 1, p. 554), che mentre era in Bre* scia professore di medicina col salario di qua* ranta lire annue, fu da’ Bolognesi, l’an 1311 ^ con solenne ambasciata chiesto a’ Bresciani ed ottenuto col salario di 100 lire. Prima ancora però di passare a Brescia, egli era stato una volta professore in Bologna , ed aveva gran nome, come ha osservato il ch. dott. Monti, fin dall’anno 1298. In una carta del 1308 egli è detto: Mag. Joannes dictus de Parma Filius quondam Domini Alberti de Fufia. È verisimile ch’ei passasse poscia dopo l’anno 1311 da Bologna ad Avignone a trovarvi troppo migliore e più lauto stipendio. Alcune sue opere mediche si conservano manoscritte nella biblioteca del re di Francia (t. 4 , codd. (ijyj 1 , ’j 131 ^ 81G0) (<i). Nè è maraviglia che un canonico (•/) il sig.;ibalc Marini ha saggiamente* avvertito (Degli Archiatri pontif. t. 1, p. (69, ec.) che convien distinguere due Giovanni da Parma medici amendue. Il primo professore in Bologna nel 1298. e detto in una carta del 1308 filius qu. D. Alberti de Fufia; il secondo canonico di Parma , proposto di Prato , chirurgo e medico di Clemente VI, d‘ Innocenzo \I e di Urbano V, e che vivea ancora nel 1363 , c che in 1111 rioni «icnto del Vaticano è detto Johannes de Gabriel, de Parma. [p. 406 modifica]406 li uno esercitasse a que’ Leiupi la medicina; poiché veggiamo che anche a Jacopo da Ferrara, vescovo di Modena, morto l’an 1311, si attribuisce a gran lode l’essere stato dottissimo medico: Jacobus Ferrariensis Mutinae Episcopus, qui Medicinae Scicntlarn prò fluidissime eliam tenucrat, ino ritur (Script. Rer. ital. vol. 11. P. 58, 59). ^ xx1!1-, XX1H Amico pur del Petrarca , benché di (.nido «la.. i # BagiK.io rcR- sentimenti non troppo a lui uniforme, fu Guido !Ì’,Tfi.r;« fh» Bagnolo reggiano (a). Abbiam veduto nel <u Cipro, precedente capor ch’egli era un di que’ quattro che spesso in Venezia venivano a disputa col Petrarca sulla filosofia di Averroe, di cui essi erano dichiarati sostenitori , e abbiam veduto il carattere che questi ce ne ha fatto, dipingendolo come uomo dottissimo al certo, ma insieme d’idee confuso, e pel suo sapere medesimo vano troppo e superbo. Il co. Niccola Taccoli ne ha pubblicato il testamento da lui fatto l’anno 1362 (Mem, di Reggio t. 2, p. 251), in cui egli si chiama: Magi ster Guido de Bagnoli s de Regio physicus Serenissimi Principisi et DD). Petri Hyerusalem et Cypri Regis. E che egli non avesse solamente il titolo di medico del re di Cipro, ma che ivi ancora abitasse per qualche tempo, ne è pruova il medesimo testamento che è segnato in Nicosia città di quell1 isola, e in cui nomina i beni che in essa possedeva. In esso ei nomina ancora una sua schiava, detta per nome Francesca, dalla quale avea avuta una figlia chiamata Alisia; e questa comanda (a) Di Guido da Bagnolo si è poi ragionato più stesamente nella Biblioteca modenese (/. 1 , p. i34). [p. 407 modifica]SECONDO 4°7 che sia condotta in Lombardia, ed ivi sia allevata da Franceschino di Gazzata suo zio materno, e da Tommasina monaca sua sorella, e che quando sia giunta all’età di undici anni? sia data in moglie a qualche scolaro reggiano che si trovi agli studj in Bologna. I suoi libri ancora di medicina e di arti comanda che si distribuiscano in limosina a’ poveri scolari; ed altri legati ancora egli istituisce a vantaggio di essi. Il co. Taccoli crede che Guido morisse in qull’isola in quest’anno medesimo 1362. Ma se altra pruova non può recarne che il testamento , questo certamente fu fatto da Guido , mentre egli era ancora sanus mente et corpore, come in esso egli si appella. E certo il Petrarca nel libro De suipsius et de multonun ignoranti a, che fu da lui cominciato nel 1367, cioè nell’anno in cui Urbano V tornò a Roma, parla di Guido e degli altri tre Averroisti come d’uomini ch’erano allora in Venezia. E io credo che Guido morisse solo l’anno 1370 poichè in quell’anno gli esecutori da lui nominati nel suo testamento, ne chiesero la conferma *, il qual atto è stato pubblicato insieme col medesimo testamento dal suddetto co. Taccoli. E che ei morisse in Venezia, cel persuade ancora la seguente iscrizione sepolcrale che ivi se ne conserva nella chiesa detta de’ Frari, ed è stata pubblicata dal P. degli Agostini (Scritt. venez. t. 1, p. 6). Phisicus hic Regis Cypri Regnique salubre Consiliumque fuit, solers scruptator Olympi , Gesta Ducum referens ì et sic sermone disertus. Philosophia triplex queritur sua damna: quis unquain [p. 408 modifica]4o8 libro Par.sibi veniens,(l. veniens.sibi) lustrabit tot laudibus eTirni? Ilio studiisbausitque cqd (/.hausitquicquid) Parnasia rupes Intus habet; secum virtus humana sepulta est. Quem de Bagnolo cognomine Guido vocarunt A patria Regi: saxum tenet ossa: locatiliMeos supcris: mundo vivax sua fama sedebit Non sappiamo s’egli lasciasse qualche monumento del suo sapere in medicina; ma ben sappiamo che qualche Cronica egli avea scritta: perciocchè, oltre che ciò si accenna nella riferita iscrizione, ne abbiamo il testimonio del Panciroli che avea sotto l’occhio una parte, ora smarrita, della Cronaca di Reggio, scritta da Pietro Gazzata, e che, parlando del sacco dato a questa città l’anno 1371, dice di Pietro: In ea direptione duo Chronicorum Volumina amisit ad eorum exemplum conscripta, quae Guido a Bagnolo ipsius Consobrinus composuerat (Ap. Murat. praef. ad Hist. Gazat. vol. 18 Script. rer. ital.). Ma più glorioso ancora per Guido è ciò che ivi il Panciroli soggiugne, cioè che a lui si dee la fondazione del collegio eretto in Bologna per gli scolari reggiani: Is est Guido Medicus, qui Collegium studiosorum Regiensium Bononiae instituit. XXIV. Nè questi fu il solo medico illustre che avesse Reggio di questi tempi. Abbiam veduto, parlando di Pietro d’Abano, che uno de’ più dichiarati nemici ch’egli avesse, fu un medico Pietro da Reggio. E questi è forse quel Pietro da Reggio, di cui rammentasi, nell’ultima edizion fiorentina del Vocabolario della Crusca (t. 6, p. 52), un Trattato ovvero ammaestramenti a sanità conservare, scritto a [p. 409 modifica]SECONDO 4°9 penna, se pur ei non è quel Pietro di Bonsignore da Reggio, medico in Bologna l’anno 1363, che si rammenta dall’Alidosi (Dott. forest. p. 60). L’anno 1391 viveva, dice il Ghirardacci, citandone in testimonio gli Atti pubblici della città (Stor. di Bol. t. 2, p. 455), un certo Bartolomeo di Guglielmo da Reggio Medico , che abitava in Bologna, riputato uomo miracoloso per tutti i mali degli occhi, e per conservare la vista: haveva l’anno di salario dal Senato fiorini venti di camera, ed era in Bologna e fuori molto stimato. Di lui parla ancor l’Alidosi (l. cit. p. 13), e aggiugne che lesse pur gramatica e rettorica per nove anni. Nel Catalogo de’ Manoscritti della biblioteca del re di Francia veggiamo un trattato di Jacopo da Reggio intitolato: Remedium adversus lapidum efformationem in vesicis (t. 4? p 295 , cod. 6941)• Ma non abbiamo indicio a provare eli’ egli vivesse in questo anzi che in altro secolo; se non che, dicendosi questo codice scritto nel 1402, è certo ch’egli non può fissarsi ad altro secolo posteriore. Somigliante argomento fu illustrato da un medico milanese, di cui il ch. co. Giulini rammenta un codice ms. (Contin, delle Mem, di Mil. t. 2, p. 606) che ha per titolo: Regimen ulceris vescicae; e al fin di esso: Explicit consilium super ardorem urinae editum a Magistro Joanne de Capitaneis de Vitoduno anno Domìni mcccxcxii die Lune Feb. XXV. Io non potrei sì presto giungere al fine di questo capo, se volessi ancora continuare ragionando di tutti quelli dei quali abbiamo notizia che o insegnarono nelle pubbliche xxv. Ragioni |>rr rui si Lisiia di)>url;tre di molli nitri. [p. 410 modifica]4 IO LIBRO scuoio la medicina, o la illustrarono co’ loro scritti. Molti n’ebbero le università di Bologna. di Padova, di Pavia, di Pisa, di Perugia} molti scrissero qualche trattato di medicina , de’ quali io non ho qui fatto parola, poichè mi son ristretto a que’ soli de’ quali è rimasto più celebre il nome, perchè di più luminosi encomj sono stati onorati. E nondimeno mi sarà forse avvenuto di tralasciarne alcuni che abbiano uguale, o ancora maggior ragione ad ottener la stima de’ posteri, che quelli dei quali ho ragionato. Ma mi si perdonerà, io spero, se nella necessità in cui l’ampiezza dell’argomento mi ha posto di ristringere entro un moderato confine questa mia Storia, non mi è venuto fatto di raccogliere almeno tutto ciò che più importa a sapere. Sarà sempre agevole l’aggiugnere supplementi a ciò che io abbia per inavvertenza ommesso, e lo stesso, piacendo a Dio, mi prenderò pensiero di farlo, quando abbia condotta tutta l’opera a compimento. Conchiudiamo frattanto ciò che alla medicina appartiene, col parlare di due scrittori medici milanesi, intorno a’ quali ci si offre a esaminar qualche punto non ancor ben deciso, wvi. XXVI. E il primo di essi è un certo Magnino, iianw"’** Sotto il nome di lui abbiamo alle stampe un ’l,,!a.,Uni libro intitolato Resimen Sani tatis. e alcuni al.intano.. o 7 tri opuscoli stampati insieme, le cui edizioni rammentansi dall’Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 2, par. 1 , p. 830). Ma queste opere, e singolarmente la prima, come avverte lo stesso Argelati, da molti si attribuiscono ad Arnaldo [p. 411 modifica]SECONDO 4 1 1 da Villannova (a), fra le cui opere di fallo si trova inserita anche in alcuni codici mss.; e si pretende ch’ei, costretto ad andarsene qua e là fuggiasco, prendesse il nome di Magnino, e (a) Di Arnaldo da Villanova io non dovea ragionare in quest’opera , perchè ei non fu italiano , ma o francese o spagnolo. Veggasi l’opera degli Archiatri pontificii del ch. abate Marini (t. 1,p. 43). A lui però dobbiamo la notizia di molti medici italiani o nulla o poco finor conosciuti, de’ quali ei fa menzione nella sua opera intitolata Breviarium Medicinae practicae , stampata colle altre sue in Lione nel 1504 perciocchè in essa egli nomina un Giovanni da Perugia, un Giovanni da Firenze, forse quello che fu poi medico di Clemente VI (Marini, t. 1 , p. 64), un Teodorico da Rieti, un maestro Pietro vicentino, un maestro Pietro Marone da Salerno, un maestro Fernello pisano, un Francesco del Piemonte, e più altri. Della stessa opera si raccoglie che lo stesso Arnaldo era stato medico di Alessandro IV, o che almeno avea per lui composto alcune pillole (p. 193, 198 , ec.). Anzi da alcuni passi di essa si può inferire che la detta opera fosse composta nel monastero di Casanuova in Piemonte. Delle quali osservazioni io mi riconosco debitore alla singolare esattezza ed erudizione del ch. sig. Vincenzo Malacarne. Esaminando però diversi passi di quest’opera , i quali sembra che non possano convenire all età di un uomo solo , mi nasce qualche dubbio « he l edizione di essa sia stata fatta su qualche codice interpolato, e accresciuto da qualche meno antico medico, come spesso è accaduto. Ma ciò porterebbe una troppo lunga e minuta descrizione. Un altro Arnoldo, medico di Benedetto XI nel 1304, rammentasi dall’abate Marini (t. 1, p. 42) 1 il quale Arnoldo avea un fratello detto Uberto da Canturio nella diocesi di Milano, ma assai vicino a Como; e sembra perciò che sia quell’Arnoldo comasco indicato dal ch. conte Giovio come autore di alcuni Comenti sulla Scuola salernitana (Giornale di Mod. t. xxx, p. 86). [p. 412 modifica]XXVII. Wiiiii-o Selva) ùo. 4 I 2 LIBRO sotto esso pubblicasse alcuni suoi libri. Altri affermano che vi fosse in Milano in questo secolo un medico di questo nome, e eli’ egli avendo trovata la suddetta opera di Arnaldo 7 la facesse sua. Così si dice dell’edizione dell’opera di Arnaldo fatta in Basilea l’anno 1585, ove questo libro così s’ini il ola: Arnaldi de Villanova de, regimine sani tatis liber, quem Magninus Mediolanensis sibi appropriavit addendo et immutando nonnulla. Il delitto di cui si accusa Magnino, nella repubblica delle lettere è capitale; e perciò appunto non basta asserirlo, ma si richieggono gravi argomenti a provarlo; nè io veggo che alcuno se ne adduca. Converrebe avere più codici antichi, in alcuni de’ quali fosse ciò solo che Arnaldo scrisse su questo argomento, in altri ciò che Magnino vi aggiunse, o almeno di questa frode di Magnino converrebbe aver testimonj autentici e sicuri. Ma finchè questi non si producano,.Magnino è in diritto di esser riconosciuto autore di questo libro che da più codici gli si attribuisce. Ch’ei fosse milanese di patria, egli ce ne assicura nella detta opera, parlando di una pasta formata di millio e panico, e mista con vino e con sale, di cui dice: et iste cibus est in patria me a , quae est Civitas Mediolanum (De reg. Sanit, c. 11). Ma chi egli fosse, quando precisamente vivesse, quando morisse, niuno ce ne ha lasciata memoria. XXVU. L’altro è Matteo Selvatico, di cui vi ha controversia tra i Mantovani e i Milanesi, a chi di essi appartenga. Comunemente egli è creduto mantovano. Ma l’Argelati. citando [p. 413 modifica]SECONDO 41^ l1 autorità di Giovanni Sitone e di Rafaello Fagnano, amendue laboriosissimi raccoglitori de’ monumenti delle famiglie milanesi, stabilisce, co’ documenti da loro addotti (l. cit p. 14^4)? di’ ei fu figliuolo di Faciolo Selvatico, e marito di Erasmina Lampugnana; che l’an 1367 egli era in Milano dottor di arti e di medicina, e che l’an 1388 fu uno de’ Dodici che chiamansi di Provvisione. Così egli; nè io recherò in dubbio ciò ch’egli afferma. Ma che questo Matteo Selvatico fosse T autore dell’opera di cui or parleremo, l’Argelati non troverà sì facilmente chi glielo creda. Essa è intitolata Opus Pandectarum Medie in ae, che è in somma un dizionario de’ semplici, colla spiegazione dei molti usi a cui essi giovano nella medicina; e che è, per testimonianza del Freind (HistMedie, p. 159), la più diligente e la più esatta opera intorno alla virtù dell’erbe che in quei secoli si vedesse, e di cui si son fatte più edizioni che si rammentano dall’Argelati medesimo. Ma nel titolo si aggiugne: quod aggregavit eximius artium et Medicinae Doctor Matthaeus Selvaticus ad Serenissimun Siciliae Regem Robertum, qui fuerunt anno mundi 6516, anno vero C/iristi ìòi’ j. Or l’autore di un libro pubblicato nel 13177 che dovea essergli costata la fatica di non pochi anni, poteva egli ancora vivere oltre a settant’anni dopo sino al 1388, e sostenere in quest’anno un pubblico magistrato? Parmi assai più probabile che T autore di questo libro fosse avolo, o zio, o in altra maniera parente di quello di cui ragiona T Argelati. Sembra che dal re Roberto ei fosse chiamato a professore [p. 414 modifica]41 4 LIBRO in Salerno; perciocché egli indica un orto che aveva in detta città: Et ego ipsam (culcasiarn) habco Salerni in v iridar io rneo secus spectabilem fontem (Pandect. p. 64 ed. Lugd. 1541). Ma di lui ancora non troviamo più distinte notizie.

  • ^Vm*di- XXVIII. I progressi che per mezzo di tali

ri,,;, fu più scrittori fece in Italia la medicina , non furon iiuii/cheai- certo così felici, che questa arte si potesse creder condotta a perfezione. Essi nondimeno s’inoltrarono alquanto sopra il loro predecessori, e sparsero nuovo lume su una sì difficile scienza. E inoltre, qualunque fosse il loro sapere, non può negarsi che numero assai maggiore di scrittori ebbe in questo secolo la medicina in Italia, che in tutte insieme le altre provincie d’Europa. Io non veggo altri fra gli stranieri che di questi tempi coltivasser quest’arte co’ loro scritti, che Guido di Cauliac, Arnaldo di Villanuova, Arrigo d’Hermondaville, Bernardo Gordon, Gilberto inglese, Giovanni di Gadesden Bartolommeo Gian ville, Giovanni Arderno e Valesco daTaranta, le cui opere non son punto migliori di quelle di tanti Italiani, de’ quali per brevità abbiamo ommesso di far menzione. A niuno di questi però si potrebbe dare a ragione l’onorevol titolo di padre, o di ristoratore della medicina. Ma l’anatomia in questo secolo stesso si può dire con verità che sorgesse a nuova vita in~ Italia per opera del famoso Mondino, di cui perciò dobbiam qui trattare colla maggior esattezza che per noi si possa. xxix. XXIX. La patria di Mondino non è quasi JSTS men controversa di quella di Omero. Cinque [p. 415 modifica]SECONDO 4*5 città pretendono di avergli data la nascila. Gli scrittori fiorentini, citati e seguiti dal P. Negri (ScriU. fioretti, p /\iS) e ancora dal Fabricio (Bibl. med. et inf. Latin, t. 5, p. 90), il dicon loro concittadino; ma essi non si compiacciono di darcene alcuna pruova , e perciò debbono soffrire in pace che non seguiamo il lor parere, e molto più che nol veggiam nominato da Filippo Villani tra gli illustri Uomini fiorentini, dei quali egli ha scritte le Vite. Il Freind (Hist. Medic, p. 158), M. Portai (Hi st. de 1 /hiat. t. 1, p. 209) e gli Enciclopedisti (t. 1, art. Anatomie) gli dan per patria Milano. Ma i Milanesi stessi nol riconoscon per tale; poichè nè il Sassi, nè l’Argelati, nè alcun altro de’ loro scrittori di Biblioteche gli ha dato luogo. Finalmente Bologna 7 Forlì e il Friuli ancora si fanno innanzi , e pretendono di aver data la nascita a Mondino. E la lite tra queste città non si potrà probabilmente decidere , se non col dividere almeno tra esse la gloria di cui sono gelose. E quanto a Forlì, che fosse natio di questa città un Mondino, non può negarsi. Ne abbiamo la pruova in.un documento del pubblico archivio di Bologna, che mi è stato gentilmente comunicato dal sig. co. Giovanni Fantuzzi: MCCCLIX die v Jul. Matthaeus qu. Stephani Corvolini Merzarius vendid.it... Mag. Thomae qu. Benvenuti de Pizano Doctori Medicinae Civi Bonon. de Cap. S. Mame, recipienti nomine Mag. Thomae qu. Magi stri Mondini de Forlivio Doctoris Artis Medicinae nunc Civis et habitatoris Venetiarum etc. pctiam imam la pai ria «li Mondin»; lino di ijui’ nlo nome fu Ìoìlivese. [p. 416 modifica]XXX. Prime notizie del Bolognese Mondino. ! 416 LIBRO terrae in castro S. Pel ri. Eoe Memoria!. Pitilippi de Alberghis. Eccoci dunque un Mondino da Forlì dottore di medicina e padre di un Tommaso che abitava in Venezia, del qual Mondino esistono più altri monumenti in Bologna , ne’ quali tutti ei dicesi forlivese. IN (il capo precedente parlando di Tommaso da Pizzano, abbiami osservato eli’ egli in Bologna si strinse in amicizia con un medico di Forlì, il quale essendo poi passato a Venezia, colà trasse ancora il Pi zza 110, e gli diede in moglie una sua figlia che fu madre della celebre Cristina da Pizzano. Or da questo monumento in cui veggiamo Tommaso da Pizzano agire in Bologna in nome di Tommaso da Forlì figliuol di Mondino, che abitava in Venezia, si rende chiaro abbastanza che questi fu il dottor forlivese da lui conosciuto in Bologna, e di cui poscia in Venezia ebbe in moglie la figlia. Fu dunque Mondino da Forlì avolo della madre della famosa Pizzani. Ch’ei fosse professore in Bologna , non ve ne ha memoria ne’ monumenti di quella città. Se il fosse in Padova, il cercheremo fra poco* Qui basti sol P avvertire eli’ei non è l’autore dell’opera d’Anatomia di cui singolarmente cerchiamo, perciocchè questi fu certamente bolognese di patria. XXX. Fin dall’anno 1270 erano in Bologna Albizzo dei Liuci e Liucio di lui figliuolo, come raccogliesi da un monumento pubblicato dal P. Sarti (De Prof. Bon. t. 1, pars 1, p. 463). An. mccl.xx Dominus Albizus qu. Domini Raynierii de Liucis, et Mag. Liucius ejus filius promiserunt solve re. [p. 417 modifica]SECONDO 4l7 Domino Mag. Bartholo Doctori in Physica hinc ad annum lib. xxxx Bon, quas ei debent ad laborandum in arte speciariae ad quartam partem lucri et damni Or Albizzo de’ Luci fu avolo, e Liucio zio paterno del nostro Mondino , come ci assicura il medesimo P. Sarti. Essi avean dunque contratta società con Bartolo nell1 aprire una bottega di speziale, e questa passò poscia a Mondino, da cui le rimase sì stabilmente il nome, che, come avverte il suddetto co. Fantuzzi nell1 erudita ed esatta Vita che di fresco ha pubblicata del celebre Ulisse Aldrovandi (p. 28), fino al principio di questo secolo dicevasi la speziaria di Mondino. Lucio di lui zio l’an 1306 fu eletto a professore di medicina nell1 università di Bologna , come ci narra il Ghirardacci che il chiama Maestro Leucio Dottore in Fisica (Stor. di Bol. t. 1, p. 5o5). L1 anno i3i6 essendo venuto a Bologna Giovanni figliuolo del re Roberto, e poscia partitone, Maestro Lucio,... e Maestro Mondino Dottori Fisici (ib. p. 591), cioè zio e nipote, furono a lui mandati con altri a chiedergli scusa di un insulto fatto a un agente da lui lasciato in Bologna. Due anni appresso Lucio morì, e fu sepolto in S. Vitale in un sepolcro di marmo che dal nipote Mondino gli fu fatto innalzare, e che ancora vi si conserva. Vedesi in esso scolpito a basso rilievo un maestro assiso in cattedra e attorniato da più scolari, che per errore è stato creduto da alcuni Mondino, a cui ancora si è attribuita da alcuni, e singolarmente dall’Alidosi (Dott. bologn. di Tijiaboschi, Voi. V\ 27 [p. 418 modifica]418 LIBRO Teol., ec. p. 137) 7 l’iscrizione che vi si legge e che appartien realmente a Lucio. Gloria nature Medica virtute Leuci, Cujus erant cure morentes reddere luci, Invidia fati recubat jam nomen adeptus Compar Hippocrati sublimi marmore septus. Annis millenis tercentum bisque novenis Dum sol terdenis Augustum torquet habenis. xxxi.fu XXXI. Mondino, nipote di Liucio e figliuolo, veramente il come l’Alidosi afferma (l. cit.), di Nerino Franntore zoli de’ Luzzi, era professore di medicina nelvanatomia, yuniversità di Bologna, come poc’anzi abbiam osservato, l’anno 1316. Il Ghirardacci lo annovera tra’ professori all’anno 1321 (t. 2, p. 18) e all’anno 1324 (ib. p. 56) collo stipendio di 100 lire. Secondo l’antica Cronaca italiana di Bologna, pubblicata dal Muratori, ei morì Tanno i32.6 (Script. rer. ital. vol, 19, p. 340): In questo anno morì Maestro Mondino, che fu riputato uno de’ migliori Medici del mondo , e fu seppellito a San Vitale (nel sepolcro medesimo di suo zio), ed ebbe un grandissimo onore della maggior parte del popolo. Sembra però, che in questa Cronaca sia corso errore di un anno) perciocchè il più volte lodato co. Fantuzzi mi ha avvertito che in un libro de1 frati di S. Francesco, ove si notavan l’entrate e le spese del convento e della chiesa, all’anno 1325 si legge: Item Fr. Guido de Spatis etc. pro anima Magi stri Mandini l. 15, q. 68. Ed è perciò probabile che questo appunto fosse l’anno della morte di Mondino. Or che questo Mondino, e non quel da Forlì, fosse l’autore del trattato di Anatomia, ne abbiam più pruove che non [p. 419 modifica]SECONDO 4X9 ci permeltono di dubitarne. Guido di Cauliac, scrittore di chirurgia di questo secolo e che avea studiato la medicina in Bologna, come già si è detto, parlando dell1 anatomia, dice (Chir. tract 1, doctr. 1, c. 1): secundum quod tractat Mundinus Bonon. qui super hoc scripsitj et ipsam fecit multoties, et Magister meus Bertucius. Inoltre in un codice della biblioteca regia di Torino: Anatomia Mone lini Bononiensis (Cat. Bibl. reg. taur. t 2, p. 110, cod. 477)* Finalmente Giovanni Garzoni, nella sua operetta de Dignitatis Urbis Bononiae, scritta al fine del secolo xv, ne fa questo elogio: Mondinum Bononiensem nobilissimum ac praestantissimum fuisse Medicum affirmem necesse est, cum ejus extent scripta sententiis referta, quae cum legimus maxima nos voluptate afficiunt. Totam hominis fab rie adone m, omnemque humanae naturae figuram atque perfectionem litteris mandavit , quae res quanti facienda sit, nullis possum verbis consequi. (Script rer. ital. vol. 21, p. 1162). In fatti Mondino fu il primo dopo gli antichi che ci desse un intero trattato d1 Anatomia; e questo fu allora caso pregiato , che anche nell1 università di Padova se ne leggea qualche passo come testo autentico, cui poscia il maestro spiegava più ampiamente (Facciol. Fast, pars 1, p. 48). E M. Portal produce una legge della stessa università, con cui si ordina che gli anatomici seguano la spiegazione del testo di Mondino, la qual legge, egli dice ch’era in vigore dugent’anni ancora dopo la morte di Mondino) {Hist. lAnat. t. 1. p. 209). Questo stesso autore confessa che Mondino fu [p. 420 modifica]xxxir. Dri vi probaLilmentr amnetterò un terso Mondino del Friuli. 420 LIBRO il ristoratore dell1 anatomia in Italia, poiché prima di lui ninno avea scritto di questo Jirgomento. Anche il Freind confessa che molte osservazioni e scoperte nuove fece Mondino, e le inserì nella sua opera (Hist. Medic, p. 158). Di essa abbiamo molte edizioni che si rammentano da M. Portal, dal Fabricio (Bibl. med. et inf. Latin, t. 5, p. 90) e dagli autori delle Biblioteche mediche. XXXn. Il Facciolati pensa (l. cit. p. 45) che il Mondino anatomico fosse quel medesimo che fu professore in Padova l’an 1307, e che questi fosse natio del Friuli. Ei reca a provarlo gli atti dell1 esame di Aimerico polacco dei 28 di aprile del 1307, in cui si nomina come promotore Magister Mundinus de Civitate Austriae Physices et Medicinae Doctor, et ac tu re gens in Studio Paduano. Ma lo scrittore d1 Anatomia certamente fu bolognese, come si è detto. Ei dunque non può essere il professore qui mentovato. Sarà egli forse il Mondino di Forlì, nominato poc’anzi? Se le testimonianze di sopra addotte non fossero così uniformi a dirlo forlivese, io sospetterei di qualche errore, e crederei che invece di Forolivio dovesse leggersi Forojulio. Ma poichè chi ha esaminati que’ monumenti ci assicura che vi si legge chiaramente e costantemente Forolivio, non pare che possa temersi di errore. Per altra parte non solo negli Atti sopraccitati, ma anche in un codice della real biblioteca di Torino, in cui si contiene un compendio de’ Sinonimi medici di Simone da Genova, così il fine si legge: Hic finit Mundinus de Forojulio Austria Cwitate dieta [p. 421 modifica]SECONDO \‘2i Aquile/a in studio Paduae: Synon ima bresfiata cum additionibus quibusdam anno MCCCXXI die xi Augusti (Cat. Bibl. reg. taurin. t. , p. 114 > c°d- 4i)9)- E in un altro della biblioteca del re di Francia: Mundini Forojuliensis Synonima Medica (Cat. Bibl. reg. paris. t. 4 > p. 309, cod. 7057). E in un altro citato da monsignor Mansi nelle sue giunte al Fabricio (l. cit.): Synonima Magistri de Janua cum additionibus Magistri Mondini de Forojulio (a). Convien dunque necessariamente confessare che o gli scrittori degli atti e de’ codici? or or mentovati 7 lian preso errore, credendo clic friulano fosse Mondino e non forlivese? e scrivendo perciò Forojuliensis, e aggiungendo per tal persuasione quelle parole de Austria Civitatc, ec.) 0, quando ciò sembri difficile ad (a) La stessa opera delle aggiunte a’: Sinonimi di Simone da Genova , fatta da questo Mondino, trovasi in un codice della Biblioteca Vaticana-Urbinate citato da Monsig. Fontanini nel tomo undecimo de’ suoi INI SS. presso la famiglia del medesimo , e in esso ancora chiaramente si legge: Ego Mundi nus de Forojulii Ci vitate in Studio Paduano; e al fine: eXpliciunt Synonima. M. Simonis de Janua cum additionibus M. Mundini de Foro Julii. Par dunque indubitabile che del Friuli fosse natio il Mondino autor di quest’opera. Anzi il vedere che ad essa in questo codice stesso si aggiugne l’Anatomia di Mondino , senza indicarne la patria , potrebbe farci sospettare che fosse un solo l’autore di amendue le opere. Ma troppo forti sembrano gli argomenti de’ Bolognesi per annoverare tra’ loro questo scrittore , e perciò pare più verisimile che tre Mondini circa il tempo medesimo si debbano ammettere. Veggasi ora, intorno al Mondino, il tomo sesto, pag. 41 degli Scrittori bolognesi del detto conte Fontuzzi. [p. 422 modifica]/j22 LIBRO accordarsi, che oltre il Mondino da Bologna scrittore d’anatomia, ed oltre il Mondino da Forlì avolo della madre di Cristina da Pizzano , vi ebbe a questi tempi un Mondino del Friuli autore dell’opera poc’anzi accennata. N.^oio’ da XXXIII. Chiudiam questo capo col ragionar Re^iu ira-brevemente di yno, che se non fu medico di )“opere d> professione, col tradurre però molte opere di Gaieno. Galeno di greco in latino più felicemente che non erasi fatto in addietro, recò alla medicina non poco vantaggio. Ei fu Niccolò da Reggio di Calabria. Abbiam altrove parlato di un Niccolò autore di un’opera chiamata Antidotario, il qual certamente visse prima del secolo XIII, poichè veggiamo ch’essa fu commentata da Matteo Plateario vissuto nel secolo XII. Quegli di cui ora trattiamo, vivea a questo secolo; e ne abbiamo un certissimo testimonio in Guido di Cauliac che ne parla come d’uomo suo contemporaneo, e rammenta e loda molto le traduzioni di Galeno, che avea mandate alla corte del pontefice in Avignone: In hoc tempore (in prooem.), dic’egli, in Calabria Magister Nicolaus de Regio in lingua Graeca et Latina perfectissimus libros Galeni translatavit, eteos in Curia nobis transmisit, qui altioris et perfectioris stj li videntur, quam translatati de Arabica lingua. Veggiamo in fatti nel Catalogo de’ Manoscritti della Biblioteca del re di Francia molte opere di Galeno da Niccolò recate di greco in latino (t. 4> p• 286, cod. 6865; p. 287, cod. 5867), il che sempre più chiaramente scuopre la falsità di ciò che alcuni hanno asserito, e che altrove abbiam combattuto, cioè [p. 423 modifica]SECONDO 4^3 che solo nel xv secolo si cominciassero a vedere in Italia gli originali greci, e a lavorarsi sopra essi le versioni latine (*). Capo IV. Giurisprudenza civile. I. Gli onori che ne’ due secoli precedenti furono cintine a larga mano profusi sopra i giureconsulti, e le ricchezze per mezzo del lor sapere da molti di sto secolo, essi ammassate, avean conciliata autorità e stima sì grande alla giurisprudenza, ch’ella regnava in certo modo nelle pubbliche scuole, e non vi era scienza a cui non pretendesse di precedere e di soprastare. Quindi era infinito il numero di coloro che mettevansi per questa via; e collo studio della giurisprudenza si addestravano o a professarla nelle università, o ad esercitarla ne’ tribunali. Essa, a dir vero, andavasi (*) Moltissime traduzioni di diversi opuscoli di Galeno, fatte da Niccolò da Reggio tra:1 1317 e ’l i345, veggonsi ne’ primi due tomi dell’edizione latina delle Opere di esso fatte in tre tomi da Pierantonio Rustico piacentino professore dell’università di Pavia, e stampata nella stessa città , parte nel i5i5 e parte nel 151 li. E tra essi è degna di riflessione la dedica di Niccolò al re Roberto di Napoli del libro di Galeno , intitolato De passione uniuscujusque particulae corpo ris , nella quale dice che P imperador de* Greci Andronico avendo udito per fama il gran saper di Roberto, e il desiderio eh* egli avea di posseder certe opere di Galeno, che non erano state ancora recate in latino, alcune gliene avea tosto mandate. [p. 424 modifica]424 LIBRO insalvatichendo ogni giorno più; e ne son pruova gli scritti medesimi di questi tempi, che sempre maggiormente scostandosi dalla precisione e dalla chiarezza degli antichi giureconsulti, oltre uno stil barbaro e rozzo, e oltre la mancanza di critica, ci offrono comunemente un1 ignuda e continuata serie di citazioni, tra le quali va naufrago quel qualunque raziocinio o discorso che sotto vi sta nascosto (a). Questo nondimeno fu il secolo a cui fiorirono i Baldi, i Bartoli e tanti altri chiarissimi lumi della giurisprudenza, che furono a’ lor tempi avuti in conto non men che di Dei, e i cui nomi anche al presente non si pronunciano senza venerazione. E certo nelle lor opere essi danno a vedere e l’acuto ingegno di cui eran (a) Poco onorevole testimonianza non solo al sapere, ma anche all’onestà de’ giureconsulti dell’età sua. rende il Petrarca in una sua lettera a un cotal Marco da Genova. In essa , dopo aver lungamente parlato degli antichi giureconsulti, quod idcirco diligt ntius feci , dice egli, quia pars magna legistarum nostri temporis de origine juris et conditoribus legum nihil a ut parum curata didicisse contenta, quid de contractibus deque judiciis ac testamentis jure sit cautum, ut quae studii sui finem lucrum fecerit. Quindi dopo aver fatto un lungo confronto tra gli antichi e i moderni giureconsulti , lo conchiude dicendo: Quid pluribus morer? Quisquis horum , cioè de’ moderni, promptius reluctantem et invitam legem ad Ubiditimi sua ni traxit , is et jurisconsulti munus implevit, et docti viri meruit nomen. Si quis autem rarus procul ab bis arti bus rectum nudae callem veritatis arripiat, prue ter quam quod lucri et gratiae expers est, rudis insuper et insulsi hominis sit subiturus i tifarti iam (Epist. ed. Genev. 1601 , l. 11, ep. 4)• [p. 425 modifica]SECONDO 425 fomiti, o Fimmenso studio che avcan fatto: c perciò le lor decisioni, benchè non sieno oracoli cui non sia lecito contraddire, si rispettano nondimeno e si rimiran da’ gravi giureconsulti come cosa venerabile e sacra. Ma il metodo di cui essi usano, la loro soverchia lunghezza, la durezza e barbarie del loro stile, appena permettono di sostenerne per qualche tempo la troppo spiacevol lettura. Convien però qui ripetere la riflessione che più altre volte abbiam fatta. Gli errori e i difetti di questi grand1 uomini sono in gran parte difetti del secolo in cui viveano. La scarsezza de’ libri, la scorrezione de’ codici, la perdita de’ monumenti e la mancanza de’ lumi alla critica necessarj rendeva inevitabili i falli; e taluni che ora si fanno beffe de’ nostri buoni antichi, sallo Iddio, quanto più barbari di essi sarebbero stati, se fosser vissuti a’ lor tempi; e quelli al contrario, che noi or disprezziamo, se vivessero ora, fra la sì gran copia dei mezzi che a noi è conceduta, forse ci farebbon non poche volte arrossire della nostra ignoranza. Rechiamoci dunque col pensiero a quei secoli de’ quali ora scriviamo, e col ponderarne le circostanze, apprenderemo ad avere in qualche maggiore stima que’ che allora ottennero la fama e il nome di dotti giureconsulti. Di questi dobbiamo or ragionare; ma il numero n’è sì grande, che qui più che altrove ci fa bisogno il ristringerci, e il trasceglier que’ soli che o per T opere pubblicate, o per cariche sostenute, o per altro riguardo divenner più illustri. Nel tomo precedente ne abbiam ragionato secondo le università [p. 426 modifica]426 Li li Ito a cui essi appartennero. Ma in questo secolo pochi furono que’ professori che avessero stabil sede; e molti inoltre, celebri pe’ loro scritti legali, non tennero mai in alcun luogo scuola di legge. Noi perciò seguiremo a un di presso l’ordin de’ tempi tenuto comunemente dal Panciroli, cominciando da quelli che sul principio del secolo furono rinomati. Onorévoli ^ Papadopoli (Hist Gymn. patav. l. 3, ambasciate sect. 1, c. 1) e il Facciolati (Fasti Grmn. pacd impit— 00.. 1 •’ fi}ii snstv-tav. pars, i, p. 33, ec.) nominano tra’ più aniandoPi^ l*chi professori di legge nell’università di Paiola giure- dova Jacopo d’Arena, di cui abbiam parlato consulto. , * r» 1 1 -rvi • i • t»* nel quarto tomo, e Rolando Placiola ossia Piazzola, di cui, perchè in questo secolo si rendette più celebre, abbiam differito a questo luogo il ragionare; e tanto più volentieri, quanto più scarse son le notizie che ce ne ha date il Facciolati, e più gravi gli errori con cui ne ha scritto il Papadopoli seguendo gli altri scrittori padovani. Ch’ei fosse professor di legge in Padova, pruovasi dal Facciolati colla Matricola dei dottori, in cui dice ch’egli è segnato in secondo luogo; e se cotal matricola è antica, ella ne toglie ogni dubbio. Aggiugne che l’anno 1303 ei presiedeva il collegio de’ giudici, e che di ciò si truova memoria negli Atti del collegio medesimo. Ma assai più che per queste cariche fu illustre Rolando per le ambasciate onorevoli che sostenne, e pe’ pubblici affari che gli furono confidati, e ne abbiamo il racconto presso due gravissimi storici contemporanei, Albertino Mussato e Guglielmo Cortusio (De gestis Henr. VII, c. i, Script. Rer. ital. voi. io). [p. 427 modifica]SECONDO 427 Rolando Piazzola fu uno dei quattro ambasciadori inviati da’ Padovani, sul finire dell1 anno 1311, ad Arrigo VII che allor trovavasi in Genova. Essi vi furono ricevuti con cortesi maniere, e parve che Arrigo non richiedesse dai Padovani che patti assai discreti. Ma essi vennero a risapere che l’imperador già avea risoluto di dare il governo di Padova a Can della Scala dichiarato loro nimico. Tornati perciò in patria, e sparsa tal nuova, tutta la città fu costernata: e, radunato il senato, si disputò lungamente a qual partito convenisse appigliarsi. Il Mussato ci ha tramandato tutto il patetico ed eloquente discorso che fece Rolando per esortare i Padovani a scuotere il giogo di Arrigo, e insieme quello che tenne egli stesso , che pure era stato uno degli ambasciatori per indurgli a più miti risoluzioni (De gest. Henr. VII, l.6, rubr. 1, Script. Rer. ital. voi. io) (*). Ma confessa egli medesimo che l’eloquenza di Rolando fu più della sua efficace. Abbiamo ancora un1 elegia dello stesso Mussato a Rolando. in cui rammenta questa contesa che allora ebbero insieme, e dal titolo di essi raccogliamo quali dignità avessero allora amendue nella lor patria: Ad Rolandum Judicem de Placiola amicum suum sibi conciliandum de contentione inter se habita de rebus publicis, altero existente Jiulicc Ariti ano r um ^ altero priore Gasialdionum (*) Un’altra piuo\a dell’eloquenza di Rolando abbiamo nel’a Stona di Ferreto vicentino, ov5 egli riferisce il breve ma forte ragionamento ch’ei fece al Comune della sua pa ria, per indurlo a conferirne il dominio a Jacopo da Carrara (Script. rer. ital, voi. 9, /;. 117^). [p. 428 modifica]428 LIBRO (ep. 3 ad calc. t. 6, pars 2 TI ics. Antiq. ItaL). Ciò avvenne, come dice il Cortusio (Hist l. 1, c. 14? vol 11 Script. Rer. ital.), nel febbraio del 1312. Sul fine dell’anno stesso ei fu uno degl’inviati da’ Padovani al co. Niccolò di Lozzo (Muss. l. 10, rubr: 2) da cui temevasi il tradimento, che poscia si palesò, contro di loro, affine di renderselo amico e di spiare insieme in quale stato fosser le cose. Quindi nella guerra che ardeva tra Can della Scala e i Padovani, essendo le truppe nimiche venute a battaglia a’ 16 di settembre del 1314? ed essendo stati sconfitti i Padovani, fu tra’ prigioni lo stesso Rolando (id. de Gestis italic. l. 6, rubr. 2; Cortus. l. 1, c. 24); ma poscia conchiusa nell’ottobre dell’anno stesso la pace, e renduti per l’una parte e per l’altra i prigionieri (Muss. ib. rubr. 10), Rolando ancora riebbe la libertà. La pace tra’ Padovani e Can della Scala non fu molto durevole; e venuti presto di nuovo all’armi, i Padovani furon la seconda volta costretti a implorare la pace l’anno 1318, e un de’ deputati a trattarla, che dal Cortusio si chiamano i maggiori tra’ cittadini di Padova (l. 2, c. 25), fu il nostro Rolando. Ma rotta di nuovo la pace nel seguente anno 1319, Rolando con alcuni altri de’ più ragguardevoli Padovani fu inviato nel gennaio del 1320 a Bolzano, ove dovea trovarsi Federigo duca d’Austria, per concertar con lui la più sicura maniera con cui abbattere un sì potente e implacabil nemico (ib. c. 36); ma nè Federigo vi si potè ritrovare, e gli ordini da lui inviati a Cane ricevuti furono con disprezzo. Finalmente [p. 429 modifica]SECONDO /| 29 il reggiamo inviato pel medesimo fine in Carinzia, l’anno 1323 (ib. l. 3, c. 2), a trattar con quel duca per la sicurezza della sua patria contro le continue molestie di Cane. III. Questo è ciò che della vita di Rolando Aj|^I*Bot^ da Piazzola ne narrano gli antichi storici padovani che soli son degni di fede. Ma i mo-n,edeswno* derni, e il Papadopoli singolarmente (l. cit.), lasciate in disparte le vere azioni di questo celebre giureconsulto, ci narrano invece le favolose. Dicono adunque che dappoichè Rolando fu ritornato dall’ambasciata fatta ad Arrigo, venne da’ Padovani inviato al pontefice Clemente V per implorarne l’ajuto contro l’imperadore; e ch’egli colla sua destrezza ed eloquenza seppe per tal maniera acquistarne la stima e l’amore, che avendo chiesto al pontefice un beneficio per un suo fratello, questi due gliene propose, acciocchè scegliesse tra essi, e che avendo egli scelto il men pingue, e chiestogliene il perchè dal pontefice, Perchè, disse, mio fratello non vale punto di più. Cotai racconti sono opportuni a intertenere un ozioso lettore. Ma nè il Papadopoli, nè il Panciroli che prima di lui l’ha adottato (De cl. Leg. Interpr. l. 2, c. 51), non ci potrebbon additare su qual fondamento questo si appoggi. Anzi il silenzio del Mussato e del Cortusio, scrittori esattissimi e minutissimi, intorno a questa ambasciata, basta, s’io non erro, a mostrarcene la falsità. Il Facciolati aggiugne che Rolando fu in Bologna assessore di Niccolò da Carrara, che eravi podestà. In fatti troviamo Niccolò ornato di questa carica l’anno 1322 (Cron. di Bol. Script rer. ital. voi. 18, [p. 430 modifica]IV. Alhfrto da GnuJiao. 430 LIBRO p. 335); e non è perciò improbabile ch’egli da Padova conducesse seco Rolando. In qual anno ei morisse, non trovo chi ce ne abbia lasciata memoria; nè veggo farsi menzione di lui nelle antiche storie di Padova dopo l’anno 1323. Il Panciroli, sull’autorità dell’Alvarotto giureconsulto del secolo xv, il fa autore di un libro sui Feudi, e di un’operetta in cui trattava dei Re; e avverte insieme che la Somma dell’Arte de’ Notai, che alcuni per errore gli hanno attribuita, è opera di Rolandino Passaggieri bolognese. IV. Più scarse e non meno incerte son le notizie che abbiamo di Alberto da Gandino: e appena sapremmo chi egli fosse, s’egli stesso non ce n’avesse lasciata qualche memoria nella sua opera intitolata de Maleficiis, che è in somma un trattato di giurisprudenza criminale. Il Panciroli dice (De cl. Leg. Interpr l. 2, c. 47) ch’ei fu aretino di patria, ovvero, com’egli afferma di aver letto in certi monumenti, bergamasco. Se i monumenti dal Panciroli veduti sono autentici, non vi ha luogo a dubbio. Ma quando nol sieno, si potrebbe sospettare per avventura che Alberto traesse il cognome da Gandino ragguardevol terra del Bergamasco. Non sappiamo ch’egli tenesse mai scuola; nè nella citata sua opera, che è l’unica ch’ei ci abbia lasciata, ce ne dà indicio alcuno. Ei fu occupato comunemente ne’ tribunali nel carico di assessore, di uditore, o di giudice, come dicevasi, delle appellazioni. Così egli ci dice (De Malef c. de filio familias) che fu presidente in Bologna all’Ufficio de’ maleficj, e che ivi consultò una [p. 431 modifica]SECONDO 431 volta Dino dal Mugello che tenne ivi la cattedia dall1 anno 1284 fino alla fine di quel secolo; e altrove dice di aver ivi consultato Rolandino de’ Romanzi (c. Utrum procurat.) che morì l1 anno 1284. E veramente nelle notizie tratte dalle carte bolognesi, e cortesemente trasmessemi dal dottissimo sig. dottor Monti, trovasi eli1 ei fu ivi assessore e giudice l’an 1284 sotto i podestà Giovanni Pallastrelli piacentino e Tebaldo Brusati bresciano; l’anno 1289 sotto Antonino Fissiraga da Lodi, e l’an 1295 sotto Milletto dei Griffi bresciano capitano del popolo. Somiglianti impieghi egli ebbe, come egli stesso ci narra, e in Perugia (in proem) e in Lucca (c. de Bann, pro Malef.) e in Siena (ib.) e in Firenze (c. de Homicidiariis et c. de aliq. Quaest.). Egli afferma ancora di aver avuto a suo maestro del diritto canonico Giovanni Anguissola da Cesena (c. de Homic.), professore in Padova, e deesi quindi correggere l1 errore del Facciolati, secondo il quale (Fasti Gymn. patav. pars 1, p. 33) Giovanni vi tenne scuola al principio del secolo xiv; perciocchè, se Alberto fin dall1 anno 1284 almeno avea in Bologna l1 onorevole impiego che abbiam veduto, convien dire che alcuni anni prima egli avesse compiti i suoi studj. E deesi parimente correggere il Panciroli che afferma aver Alberto composto il suo libro in Bologna; perciocchè ei ci assicura (in Proem.) di averlo scritto in Perugia: Cum assiderem Perusii. jam est diu, ego Albertus de Gandino compositi illuni libelli! m parvum, qui quaedam de Ordine maleficiorum , ec. In qual anno ei finisse di vivere, noi [p. 432 modifica]V. Olili ailo Pimic. 431 LIBRO sappiamo 5 ma è probabile che ciò accadesse dopo i primi anni di questo secolo. V. Al tempo stesso vivea il celebre Oldrado da Ponte? di patria lodigiano, scolaro, come afferma il Panciroli (l. cit c. 52) sull1 autorità ili Baldo, del celebre Dino. Egli, secondo il medesimo autore, tenne prima scuola in Bologna e poscia in Padova, ov1 egli era circa l’an 1310, come confermasi ancora dal Facciolati (l. cit p. 35), e qui è probabile che avesse a suo scolaro Jacopo da Pastrengo che ne fa menzione: Audivi Oldradum de Laude Praeceptorem meum dicentem, ec. (De Orig. Rer. p. 44)In Bologna inoltre, come mi ha avvertito il ch. dottor Monti, ei fu assessore del capitano del popolo Arnolfo Fissirago bresciano sul fine dell1 anno i3o2 e sul principio del seguente; e con onore non solito concedersi agli stranieri fu deputato ad assistere col suo consiglio ad alcuni destinati a formare certi pubblici provvedimenti. Aggiugne il Panciroli ch’ei passò quindi a tenere scuola in Roma, e che vi fu fatto avvocato concistoriale. Ma penso eli1 egli abbia qui nominata Roma in vece di Avignone, ove allora era la sede romana; e che P equivoco abbia avuto origine dal titolo stesso de’ Consigli di Oldrado, ove così si legge: Consilia et quaestiones celeberrimi utriusque juris Monarchae domini Oldradi de Ponte, qui suo tempore fuit Advocatus Consistorialis in Romana Curia peritissimus. In fatti il Panciroli medesimo poco appresso afferma eh1 ci sostenne questa onorevol carica in Avignone, e che ivi presso Giovanni XXII trattò con somma [p. 433 modifica]SECONDO 4^3 lode molte celebri cause, le quali diedergli occasione di scrivere que’ Consulti che ora abbiamo alle stampe. Ma questo scrittore si è qui mostrato assai poco coerente a se medesimo. Perciocchè narra dapprima che Oldrado, più celebre per sapere che per probità , si lasciava talvolta corrompere a tradire i clienti, e che venuta all1 orecchio del pontefice Giovanni XXII sì rea perfidia, egli ne sgridò aspramente Oldrado in 1111 pubblico concistoro, e che questi, infermatosi per dolore, ne morì verso l’an 1320. Quindi, poche linee appresso, soggiugne ch’ei morì l’an 1335, e ne reca in pruova f iscrizion sepolcrale che ancor se ne vede in Avignone. E veramente che Oldrado vivesse almeno fino al principio del pontificato di Benedetto XII, eletto gli ultimi giorni del 1334, ne è testimonio uno dei suoi consulti (Consil. 266) in cui parla della rivocazione che questo pontefice avea fatti di tutti i privilegi da Giovanni suo predecessor conceduti. E il fatto ingiurioso alla memoria di Oldrado, poc’anzi accennato, non si appoggia dal Panciroli che all1 autorità di Paolo da Castro vissuto cent’anni dopo; e possiamo perciò riporlo a buona ragione tra’ favolosi. Di Oldrado fa onorevol menzione anche il Petrarca (Famil. l. 4? ep 10) che il chiama giureconsulto chiarissimo de’ suoi tempi: cum Oldrado Laudensi Jureconsulto nostra aetate clarissimo; e accenna che più assalti avea da lui sostenuti, co’ quali Oldrado adoperavasi, ma inutilmente, a persuaderlo che, abbandonata la poesia, si volgesse alle leggi. L1 ab. de Sade aggiugne (Meni, pour la vie de Tirabosciu, Voi. V. 28 [p. 434 modifica]VI. Andrea da Ciaffo c Francesco di Tigrmo. 434 LIBRO Pelr. t. 1, p. 74) che egli in Avignone teneva scuola di leggi. Ma io non veggo qual pruova egli ne arrechi, e parmi impossibile che il suo impiego di avvocato concistoriale gli permettesse ancora il salir sulla cattedra. I mentovati Consulti sono l’unico monumento del sapere d’Oldrado , che a noi sia pervenuto. VI. Il Panciroli annovera poscia (c*. 53) due professori della università di Pisa, Andrea di Ciaffo, o di Zuffo, e Francesco di Tigrino. Del primo niuna notizia ci dà nell’erudita sua Storia di quella università il dott. Fabrucci, e ne parla solo sull’autorità del Panciroli (ap. Calogerà Racc. d’Opusc. t. 21). Nè altro io posso aggiugnere intorno a lui, se non ch’ei fece i suoi studj in Bologna; perciocchè il ch. dottor Monti mi ha avvertito di averne trovato in una carta indicato il nome, come di scolaro in quella università. Ma del secondo parla il Fabrucci colla consueta sua diligenza (ib. t. 23), e noi accennerem qui in compendio ciò ch’ei ne dice più stesamente, provando ogni cosa con autorevoli monumenti. Francesco figliuol di Tigrino da Pisa circa il 1340 era nella sua patria onorato delle ragguardevoli cariche di giudice e d’anziano, e vi rendette sì illustre non meno per l’integrità de’ costumi che per l’ampiezza del suo sapere. Chiamato perciò a Perugia a insegnarvi la giurisprudenza, ebbe l’onore di avervi a suo scolaro il celebre Baldo, e a suo collega il non men celebre Bartolo. E il primo gli si mostrò grato, come dovea, facendone nelle sue opere onorevol menzione. Ma il secondo viene da alcuni ripreso, che benchè Francesco [p. 435 modifica]SECONDO 435 gli porgesse talvolta ajuto nel richiamargli alla memoria alcune leggi men note , pure si facesse bello delle fatiche di lui , senza mai nominarlo. L’anno 1356 ei fu chiamato a tenere scuola di legge in Pisa sua patria; e il Fabrucci ha pubblicato il decreto che fu perciò fatto da quel Comune, colT assegnargli 200 fiorini d’oro di annuale stipendio. Ma tre soli anni appresso, essendosi quella università quasi interamente disciolta, Francesco ancora fu congedato. E poichè di lui non si trova più alcuna menzione, sembra ch’egli poco oltre sopravvivesse. Di lui non ci è rimasto alcun libro, nè trovo chi afferma aver lui scritta qualche opera di giurisprudenza. VII. Nulla abbiam parimente di Riccardo Malombra cremonese di patria, benchè pure alcuni faccian menzione di opere da lui scritte (Fabr. Bibl. med. et inf. Latin, t. 6, p. 82). Ma gli elogi con cui ne parlano gli scrittori a lui più vicini, e gl’impieghi da lui sostenuti, ci mostrano in quale stima egli fosse. Alberico da Rosciate, che l’avea avuto a maestro, non teme di affermare (proem. in 1 Dig. Vet parte.) ch’egli pensa che di molti secoli addietro non fosse vissuto alcuno che nella scienza legale gli si potesse paragonare, e aggiugne ch’ei soleva deridere alcuni professori de’ suoi tempi, i quali nello spiegare le leggi aveano introdotto un cotal sofistico modo d’argomentare, ch’era stato recato in Italia dagli Oltramontani, e ch’erasi introdotto ancora fra i teologi e fra’ predicatori. Egli spiegava le leggi in Padova, e il Facciolati afferma (l. cit. p. 33) che negli vii. Hìii ardo Milioni lira. [p. 436 modifica]436 LIBRO Alti di quella cattedrale egli è nominato, all’anno 1 3o2 e al 1304, come attual professore. Ivi, se crediamo al Panciroli (c. 54), per invidia degli emuli accusato qual uomo di men sana dottrina, per ordine di Clemente V fu rilegato a Bologna, ove allora tenevano scuola Jacopo da Belviso, Jacopo Butrigario e Ranieri da Forlì. Tutti i giureconsulti dell’università di Bologna interposero le loro preghiere presso il legato del papa in favor di Riccardo. Ma in vece di ottener ciò che bramavano, furono acremente ripresi poichè avessero preso a difendere un uom malvagio (a). Finalmente Riccardo, richiamato a Padova, fu renduto alla sua cattedra verso il i3o(). Così il Panciroli. E che il Malombra fosse rilegato in Bologna, ne abbiamo la testimonianza di Bartolo, il quale, nominando un’opinione da lui in quella città sostenuta, dice (in lege li Dig. de Testoni, tut.): Richardus de Malumbra, qui crat ibi fune relegatus. E certo ancora che in Bologna ei fu accusato d’eresia, e che il collegio de’ dottori fu dal legato ripreso perchè erasi fatto a difenderlo. Così ci assicura Jacopo Butrigari che era (i) Nel 1307 Riccardo Malombra o non era ancora stato rilegato a Bologna , o già era tornato a Padova, perciocchè a’ 9 di marzo del 1307 Goffredo da Lodi, canonico vicentino e vicario del vescovo di Padova, in una controversia tra il vescovo stesso e il clero padovano da una parte, e il monastero e i preti di s Pietro dall’altra, ordinò al Malombra di stendere un suo consulto, il quale fu ancor pubblicato. Questo documento mi è stato indicato dal più volte lodato sig. abate Dorighello. [p. 437 modifica]SECONDO 4^7 allora in Bologna: Et adeo collegium Doctorum fuit graviter reprehensum a domino Legato; dum Doctores supplicabant pro domino Richardo Malumbra, qui erat damnandus de haeresi (in lege. 14 de Episc. et Cler.). E il Ghirardacci aggiugne che Jacopo Butrigari e Baldo furon quelli che gli dieder la taccia d’eretico (Stor. di Bol. t. 1 , p. 535); benchè poi nè egli, nè altri non dica se di ciò si facesse processo , e qual sentenza si pronunciasse (*). Ma quanto a Baldo , ei non potè aver parte in tal fatto, poichè, come vedremo, egli non era probabilmente ancor nato. Ciò che è certo, si è che Riccardo passò poscia a Venezia , ove, come da monumenti autentici si ricava, egli era consultore l’an 1314 e il 1318. L’eruditissimo Foscarini (Stor. della Letter. venez. p. 41 , nota i o3; degli Agostini Scritt. venez. t. 1, pref. p. 7) afferma di aver veduta una carta piena di espressioni onorevoli per Riccardo, in cui l’anno 1320 gli vien confermata la medesima carica. Egli ebbevi ancora i titoli di conte palatino e di cavaliere; e benchè non sia vero, come il sopraccennato scrittor dimostra (p. 17, e nota 33), ciò che altri hanno scritto, cioè ch’ei fosse chiamato a Venezia per compilar le leggi di quella repubblica, è probabil però, che qualche parte egli vi avesse. Appena merita d’essere qui riferito l’errore di alcuni scrittori (*) Intorno all* accusa il’eresia dat^ a Riccardo Malombra si può leggere la Continuazione degli Annali del Raronio fatta dal Rinaldi all’anno i3>6, ove se ne ritrovali alcune più esatte notizie. [p. 438 modifica]438 li uno citati e seguiti dall’Arisi (Cremori. litter. t 1, p. 154)? °lie lian posto in capo a Riccardo il cappello di cardinale. Egli morì l’an 1334, e se ne vede ancor l1 iscrizion sepolcrale riferita del Panciroli e da altri nella chiesa de’ SS. Giovanni e Paolo in Venezia, vui. (Vili. Jacopo da Belviso, da noi poc’anzi BckisoP”.io-accennato, dal Panciroli (c. 55) e da tutti cok^onorevo- munemeute gU scrittori si dice natio di Acqui, ìissimo. ]\|a U11 pasSo della Cronaca di Bologna scritta da Matteo Griffoni, e pubblicata dal Muratori, troppo chiaramente, s’io non m’inganno, conferma il sentimento di alcuni altri che il fan bolognese, perciocchè egli ivi è detto: Dominus Jacobus de Belvixo de Bononia (Script. rer. ital. vol. 18, p. 154)5 c nomina poscia, come più sotto vedremo, altri di questa famiglia, che erano da Bologna; e avverte che benchè questa famiglia fosse per lo più gibellina, Jacopo nondimeno avea costantemente seguita la parte guelfa. E vuolsi riflettere che una figlia di Jacopo era maritata in Matteo Griffoni avolo, o zio dello storico, che perciò dovea essere ben informato di questa famiglia. Alcuni il dicono scolaro del celebre Azzo; ma l’età a cui vissero l’uno e l’altro, basta a convincerli di errore. Fin dall’anno 1297 era professore straordinario in Bologna col titolo di baccelliere, come afferma il Ghirardacci (Stor. di Bol. t. 1, p. 54). Convien poi dire ch’ei passasse a leggere in Padova, perciocchè lo stesso scrittor racconta (ivi, p. 504) che l’anno 1307 ei fu chiamato da Padova a Bologna, essendo ben persuaso il Consiglio che ciò vi avrebbe latto [p. 439 modifica]SECONDO 439 concorrere gran numero di scolari (a). Ciò ci dimostra quanto grand’uomo egli fosse, e qual conto se ne facesse in tutta l’Italia. Ma ciò meglio ancor si raccoglie da un onorevolissimo memoriale presentato dall’università di Bologna al Consiglio della città l’anno i32i , che è stato pubblicato dal Ghirardacci (ivi, t. 2, p. 10) e ch’io recherò qui in parte tradotto in italiano, anche perchè ci scuopre più altre notizie intorno a questo celebre giureconsulto, di cui poco esattamente ha parlato il Panciroli: Essendo (a) Assai più esatte notizie ci ha date di questo illustre giureconsulto il sig. conte Fantuzzi (Scritt. bologn. t. 2. p. 44) , colle quali ciò che qui ne abbiam detto, si può correggere e migliorare. Il Belvisio portossi alla corte del re Carlo II verso la fine dello stesso anno 1297 in Aix, ove allora ei ti ovavasi, e ivi a’ 9 di novembre ricevette la laurea; e indi passò poscia con lui a Napoli, ove, come ha osservato anche l’Origlia (Stor. dello Stud. di Nap. t. 1, p. 169), egli spiegò il Diritto civile e gli Usi feudali, coll’anno salario di 300 fiorini; fu anche dal re nominato suo consigliere e giudice delle appellazioni criminali, accrescendogli di dieci once d oro l’annuale stipendio. Tornò a Bologna nel 1304 e non senza grave difficoltà ottenne di ricevere ivi ancora l’onor della laurea. I tumulti della città costrinsero il Belviso a nuovamente partire nel 1306 , e allora andossene a Padova , donde poi fu richiamato a Bologna nel 1307. Ma ei non volle tornarvi; e crede il conte Fantuzzi che allora ei passasse a Siena, e per qualche anno vi occupasse la cattedra di giurisprudenza. Tentarono nuovamente i Bolognesi di riavere il Belviso nel 1311 , ma anche allora senza effetto; e pare che allora ei tornasse alla corte di Napoli e vi stesse fino circa al 1316, nel qual tempo ei passò a Perugia, e di là poscia nel 1321 a Bologna, nel modo che si è detto. [p. 440 modifica]440 LIBRO stato da gravissime turbolenze sconvolto lo Studio di Bologna , e avendolo abbandonato i j>ro* fessori che solcano tenervi scuola, per andarsene ad altri Studj, i quali per allettar gli scolari procuran sempre di avere i più famosi dottori, perciò noi Rettori e Consiglieri per utile di questa nostra Università, e perchè ella non resti vinta al confronto degli altri Studj, ma anzi li superi, abbiam pensato quai mezzi si possano usare perchè in essa si rinnovino e si perfezionino le scienze, e V altrui malizia non giunga ad ottener la nostra rovina. Abbiam perciò stabilito che se Jacopo di Belviso esimio Professor di Leggi. pel cui credito e senno tutta si regge V Università di Perugia, fosse richiamato a leggere in Bologna, dietro a lui ne verrebbono tutti gli scolari, che or sono in Perugia , e molti altri ancora. Quindi noi porgi porgiam supplica a voi, Capitano, Anziani, e Sapienti.., acciocchè si faccia decreto, che il detto Jacopo col suo figliuolo possano e debban venire a tenere scuola in Bologna senza pericolo suo e del figlio e de’ lor discendenti; e che, s’egli ricuserà di venire, contro di lui si proceda ad arbitrio de’ Rettori. E conoscendo noi i vantaggi di cui in altre città egli gode, nol vogliam danneggiare, ma richiediamo che in compenso gli si accordino più privilegi; cioè, di egli e il figlio e i lor discendenti si considerino come appartenenti alla parte della Chiesa e de! Cere mie si j e che siano come tali in ogni cosa trattati — Noi sappiamo che il detto Jacopo è stato per lungo tempo Consigliere del Re Carlo (secondo di Napoli) di felice memoria, [p. 441 modifica]SECONDO 441 che sempre e vissuto in città di parte Guelfa e non in altre, e da persone degne di fede abbiamo inteso che Filippo Principe di Taranto fratello del Re Roberto, mentre era in Firenze, per la sperienza che in Napoli alla Corte di suo fratello avea fatta della fedeltà di Jacopo, richiese di queste medesime cose per suoi messi e per sue lettere particolari il Comun di Bologna,, benchè per le turbolenze de’ tempi nol potesse allora ottenere, ec. Questo decreto ci mostra che Jacopo dopo avere tenuta scuola in Bologna, cacciatone per le civili fazioni, era prima stato alla corte del re Carlo II, non già professore, come il Panciroli scrive, ma consigliere di quel sovrano: che poscia era stato, per quanto sembra, in Firenze insieme col principe di Taranto, e che l’an 1321 era professore in Perugia. E parmi ancora che da questo decreto medesimo si confermi ch’ei fosse bolognese di patria, sì perchè vi si parla come di una famiglia stabilita in Bologna, si perchè gli si minacciano pene, ove non venga, il che non credo che con uno straniero sarebbesi fatto. IX. Venne adunque Jacopo da Perugia a Bo- Sn logna, come poscia narra il medesimo Giurar- •»«» dacci (p. 18), aggiugnendo che perciò volle il f"“è Consiglio de’ Quattromila, che Francesco il l’l’w figliuolo, Guido e Martino nipoti e figliuoli di Maestro Benvenuto e Giovanni di Benevento Belvisio fossero cancellati dal libro de’ Banditi, e tenuti e trattati come veri cittadini di Bologna. D1 allora in poi Jacopo probabilmente non partì più da Bologna. Veggiamo in fatti IX. ^ logorili Bolosua mortile o[p. 442 modifica]X. Jacopo trigari. 442 LlliRO che Turino i326, essendo insorte alcune contese fra i Veneziani e i Bolognesi, questi mandarono due ambasciatori a Venezia per acchetarle , come riuscì loro felicemente; ed un di essi fu Jacopo, per testimonianza del Ghirardacci (ib. p. 73). Egli moriranno i335, come abbiamo nella Cronaca di Matteo Griffoni (l. cit p. 154)? il qual narra ch’ei fu sepolto nella chiesa di S. Stefano presso il sepolcro di nostro Signore; che Francesco di lui figliuolo gli fece solenni esequie, e che prese il lutto egli con tutti gli altri della famiglia e co’ lor servidori; che il funerale ne fu onorato da quasi tutto il clero di quella città, dal podestà, dal capitano del popolo e da tutti gli altri magistrati; perciocchè egli era uomo assai amato da tutti, e che benchè i Belvisi fossero comunemente gibellini, ei nondimeno erasi stretto con giuramento alla parte guelfa, e aveala costantemente seguita. Queste sono le sicure notizie che intorno a Jacopo da Belviso io ho potuto raccogliere da sicuri monumenti. Più altre se ne posson vedere, prodotte da altri scrittori, presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 2, p. 722, ec.); alcune però delle quali non sono abbastanza provate, altre co’ documenti da me addotti si trovan false. Più opere egli scrisse su varie parti del Diritto civile, e se ne loda singolarmente quella de’ Feudi; intorno a’ quali libri e alle loro edizioni veggasi il soprallodato conte Mazzucchelli. X. Collega di Jacopo da Belviso, nella cattedra di giurisprudenza, fu per più anni Jacopo [p. 443 modifica]I SECONDO 443 Bollii gari, bolognese di patria e fìgliuol di Salvetto 7 come raccogliesi da 1111 catalogo de’ cittadini bolognesi privilegiati dell1 anno i3io, pubblicalo dal Ghirardacci (Stor. di Bol. t. 1, p. 537). Fin dall’anno 1307 ei fu nominato professore in quella università insieme col suddetto Jacopo e con altri (ivi,p. 504); e pare che ei non fosse soggetto a quelle vicende a cui abbiamo veduto che fu esposto il Belviso. Perciocchè l’anno seguente troviamo ch’ei lesse l’Inforziato, e che ottenne che gli fosse accresciuto l1 annuale stipendio (ivi, p. 514). L’anno 1313 ei fu un de’ compresi nella citazione che Arrigo VII pubblicò contro de’ Bolognesi (ivi, p. 5(>4); ma la morte da cui fu questi sorpreso non molto dopo , liberò Jacopo dal pericolo che perciò potea saprastargli. L’anno 1316 ei fu adoperato nell1 acchetare il tumulto eccitato da’ professori del Diritto civile e canonico, che si erano ritirati ad Argenta, come altrove si è detto; ed egli ottenne felicemente di ricondurre le cose all’antica quiete (ivi, p. 597); e in somigliante maniera il veggiamo prescelto a trattare di pace nelle turbolenze di nuovo destatesi l’anno 1321 (ivi, t. 2, p. 5), nel quale troviamo che per la sua cattedra avea lo stipendio di 100 lire (ivi,p. 18). In essa egli continuò probabilmente fino all’anno 1338 , nel quale avendo udito Benedetto XII che i Bolognesi avea 110 scelto a lor signore Taddeo Pepoli, sdegnato contro di essi, pubblicò un monitorio in cui fu nominatamente compreso anche Jacopo (ivi, p. 136). Questi a tal [p. 444 modifica]444 LIBRO occasione fu consultato dal nuncio spedito dal papa a maneggiar quest’affare (ivi, p. 144), e scrisse un’allegazione a favore di Taddeo, die è stata pubblicata dal Ghirardacci (ivi, p. 147)* Conchiuso poscia un amichevol trattato di riunione tra il pontefice e i Bolognesi , Jacopo fu tra quelli che intervennero al Consiglio generale di quella Comunità (ivi, p. 156), in cui fu giurata al papa fedeltà e ubbidienza. Da questo anno in poi non troviamo altra menzione di Jacopo fino all’anno 1347? in cui l’antica Cronaca italiana di Bologna afferma ch’egli morì (Script. rer. ital. vol. 18, p. 402), il che pure narrasi dal Ghirardacci (l. cit. p. 173). Assai scarse notizie ci ha date il Panciroli (c. 56) di questo celebre giureconsulto, il quale, com’egli pruova, fu maestro di Bartolo. Lo scherzo ch’ei ne racconta, cioè che Jacopo per ispiegare come intender si debba la legge del dividere per metà il denaro comune a due, recatosi alla pubblica piazza, e comperata da una vecchiarella la metà di un canestro di fichi, fingesse di volerli tutti tagliar per metà; e gridando la vecchia che nol facesse, ma si prendesse la metà dei fichi interi, egli allora dicesse che così deesi ancora intendere la detta legge; questo scherzo, io dico, è probabilmente una di quelle favole che sì francamente si narran da alcuni; e vi ha in fatti, come il Panciroli stesso riflette, chi l’attribuisce a Bartolommeo Soccino. Più opere legali egli scrisse , cioè comenti e chiose, alcune delle quali si hanno alle stampe, che diligentemente si [p. 445 modifica]SECONDO 44^ annoverano dal conte Mazzucchelli (Scritt. ital. t’a, par. 3, p. 1911) (a). XI. Scarse parimente son le notizie che ci ^pie. dà il Panciroli di Lambertino e di Francesco jjj Ramponi bolognesi (c. 5y)m, perciocché del primo stentili tlu nuli1 altro ci dice, se non che ei fu per più Ramponi! anni professore in Bologna; che scrisse alcune opere che or son perite; che trattò con molto applauso le cause nel foro; e che fu assai stimato da Cino che gli era stato scolaro: del secondo narra soltanto che fu professore in Padova, in Pisa, in Bologna, e che a Padova fu chiamato l’an 1400. Ma il primo appartiene al secolo precedente, e noi allora ne abbiam brevemente parlato , rimettendo chi ne brama più copiose notizie all1 esattissimo P. Sarti. Del secondo dobbiam qui ragionare, ed ei fu uomo di sì gran fama a’ suoi tempi, che merita che con diligenza ne ricerchiamo. L1 Alidosi il fa professore in Bologna nel 1350 (Dott. bologn. di Legge, p. 77), e il dice figliuolo di Raimondo; nel che consente il Ghirardacci che lo annovera tra gli anziani del 1359 (Stor. di Bol. t. 2, p. 237) e tra i professori della università negli anni 1365, 1384 (in cui aggiugne che avea 300 fiorini di stipendio), 1390 e 1400 (ivi, p. 289, 450, 514)• Nel 1376 il veggiamo nominato tra’ cinquecento che formavano il Consiglio della città (ivi, p. 352); presente nel 1378 alla laurea con grande solennità conferita a’ (a) Altre più copiose notizie del lìottrigaro si posson vedere presso il eh. conte Fantuzzi (Scritt. bologn. t. 2, /?. 33o , ec.). [p. 446 modifica]446 LIBRO primi due ninnili del collegio Gregoriano (ivi 9 p. 368); e nel 1387 uno dei seicento consiglieri del Comune (ivi, p. 411). Egli ebbe l’onore l’anno 1361 di essere scelto e mandato dal cardinale Egidio Àlbornoz, che era legato in Bologna, Rettore e Governatore d’Imola per la Santa Chiesa (Script. Rer. ital. vol. 18, p. 463), nella qual carica ei fu confermato l’anno 1363 (ib. p. 468). L’anno seguente il veggiamo accompagnare Gomes, rettor di Bologna e nipote del suddetto Cardinal Albornoz, in un viaggio ch’ei fece ad Ancona a ritrovarvi il zio (ib. p. 472)? e questo viaggio diede probabilmente occasione all1 olferta della podestaria d’Ancona, che il Cardinal medesimo fece a Francesco per Rodolfo di lui cugino l’anno 1365 (ib. p. 479)? offerta però, che fu da lui rigettata. Nulla meno ei fu caro al Cardinal Anglico fratello di Urbano V e legato di Bologna, il quale andato a Roma l’an 1369 a trovare il pontefice suo fratello, seco condusse Francesco con pochi altri de’ più ragguardevoli cittadini (ib. p. 488). L’anno 137(3 il veggiamo per la prima volta incaricato di un’ambasciata in nome de’ suoi cittadini a Barnabò Visconti (ib. p. 5o2)-, nel qual anno pure essendo stato da’ Bolognesi rilegato a Siena Ubaldino de’ Malavolti, e resistendo questi a un tal ordine, sarebbegli stata tagliata la testa, se non fosse stato lo ajuto di Messer Francesco de’ Ramponi Genero del detto Ubaldino, che era molto amato dal popolo, come abbiamo nell’antica Cronaca bolognese (ib. p. 509). Ei fu parimente uno degli ambasciadori [p. 447 modifica]

SECONDO 447 mandati da’ Bolognesi l’anno 1388 a condolersi col marchese Alberto d’Este della morte del march. Niccolò II (ib. p. 530), e in quest’anno medesimo colla sua intercessione salvò dalla morte, che gli era dovuta, Gasparo Calderini celebre canonista, reo di avere scritto più lettere a Urbano VI in danno del Comun di Bologna (ib. p. 532). Un’altra ambasciata sostenne l’an 1389 insieme con Giovanni de’ Fantuzzi a Giangaleazzo Visconti (ib.). XII. Fin qui Francesco avea senza alcuna Suox“;Uo contraddizione goduto in Bologna di potere e.no ritornò d’autorità non ordinaria. Ne’ popolari tumulti" che si eccitarono in Bologna l’anno 1395, egli, benchè malconcio dalla podagra, ebbe ciò non ostante non poca parte. Così gottoso, dice la già mentovata Cronaca (ib. p. 559) e perduto della persona, come era il detto Messer Francesco Ramponi, che era famosissimo Dottore, faceva sul suo letto grandissimi fatti, e molto saviamente, e con gran credito e con poca malevolenza. Ma sulla fine del 1398 essendosi renduto potente e superiore agli altri il partito dei . Zambeccari, Francesco, che era lor nemico, fu per loro comando confinato a Padova; e perchè, come racconta il Ghirardacci (t. 1, p. 4i>l))? Francesco travagliato dalla podagra a’ 20 di gennajo del 1399 non era ancor partito, Carlo Zambeccari mandogli a casa alle sei ore di notte la famiglia del vicepretore, che a mano armata il levaron di letto, e il portaron fuori della Porta, ove posto in una lettica passò a Imola e poscia a Padova. Queste circostanze non si esprimono nelle Cronache bolognesi, ma sembra [p. 448 modifica]448 LIBRO che a ciò si alluda, dicendo (l. cit p.564): Ma furono savi a confinare Messer Francesco di notte: che se di giorno V avessero fatto, non sarebbe stato loro comportato dal popolo minuto, dal quale Messer Francesco era di molto amato. Fecero finalmente il bene di Messer Francesco, che stette a’ confini solamente quanto durò la morìa in Bologna, e alla fine di quella ritornò a salvamento con tutta la sua famiglia; che avea una bella brigata di nipoti figliuoli di Radolfo Ramponi suo primo cugino, che erano diciassette tra maschi e femmine, che forse sarebbono tutti morti a Bologna; come fecero degli altri assai che per certo qui fu troppo grande moria. In fatti morto in quell’anno medesimo Carlo Zambeccari, e atterrato il partito contrario a Francesco, questi a’ 29 di ottobre fu richiamato a Bologna (ib. p. 56(5), ove l’anno seguente leggeva nell’università, come abbiamo veduto. Finalmente dalla stessa Cronaca ricaviamo ch’ei morì nel 1401. Morì Messer Francesco suddetto, e fu seppellito con grande onore a San Francsco dei Frati Minori nell’antica sepoltura de’ Ramponi. Iddio gli perdoni (ib. p. 567). Degno ancora d’essere qui riferito è ciò che della morte di questo celebre giureconsulto narra l’Alidosi (l. cit). Racconta Don Pietro di Matthioli Fabro nel suo Diario, che delT anno \\\o a i5 di Settembre a ore 17 e mezza morì in sua presenza l’eccelso e famosissimo Dottor di Legge M. Francesco di Raimondo Ramponi, ed il giorno seguente aW ora di Terza fu sepolto in San Francesco in abito di Frate Minore, essendo accompagnato da [p. 449 modifica]SECONDO 449 M Giovanni eletto Arcivescovo di Ravenna , del Rettore de’ Scolari, dal Podestà, e da tutti i Cavalieri, e Dottori, e da molte compagnie delle Arti, ed avanti la sua casa fu fatta una bellissima Orazione per Maestro Giovanni di Giorgio dei Cartellini dell Ordine de* Minori Maestro in Sacra Teologia. Era esso M. Francesco uomo molto divoto e da bene; aveva portato una infermità di gotte di più di 35 anni. XIII. Tutta questa serie di fatti che noi siam venuti sponendo sulla scorta delle antiche me- " morie di Bologna, ci mostra chiaramente che ui Francesco Ramponi non potè al certo essere professore in tutte le università mentovate dal Panciroli, se non forse per assai poco spazio di tempo in ciascheduna. E per riguardo a Ferrara, benchè il Borsetti non abbia di lui fatta menzione, è certo però, che l’an 1393 ei vi era professore, come raccogliesi da un monumento dal Fabbrucci dato alla luce (Calogerà Racc, di Opusc. t. 25). In Padova ei potè forse tenere scuola in quei mesi in cui vi fu confinato, non nel 1400, come scrive il Panciroli , ma nel 1399. Il Papadopoli non l’ha annoverato tra’ professori di quella università; ma il Facciolati ne ha fatto un cenno Fasti Gymn. patav. pars 1, p. 39). In Pisa, confessa il citato Fabbrucci, che non vi ha monumento che provi lui avervi tenuta scuola , e nondimeno egli il crede probabile, e pensa che ciò avvenisse tra’ il 1393 e il 1399. Ma poichè abbiamo veduto che nel 1395 egli era in Bologna, e vi era ancora nel 1398, egli è evidente, che se Francesco fu professore in Pisa, ciò Tihauoschi, Voi. V. 29 [p. 450 modifica]450 LIBRO non potè essere che per assai breve tempo. L’Alidosi afferma che di lui si hanno alle stampe alcuni Consigli e i Comenti sul secondo, sul III e sul quinto libro del Codice, oltre alcune altre opere che si conservano manoscritte. Vuolsi avvertire, per ultimo, che vivea a’ tempi medesimi un altro Francesco Ramponi di cui si parla nella storia di Bologna; ma che non vedesi mai nominato col titolo di dottore; e forse alcune delle cose che si attribuiscono al giureconsulto, appartengono all* altro. Nella maggior parte però de’ fatti da me narrati, Francesco vien chiamato dottor di legge, e perciò non può riguardo ad essi muoversi alcun dubbio. (XIV. Chi avrebbe creduto che tra i severi ovr e pensanti giureconsulti di questo secolo doovc vesse annoverarsi anche’ un leggiadro poeta? uo’ E tal fu nondimeno Cino de’ Singibuldi, o, come altri leggono, de’ Sinibaldi, che dalla sua patria vien detto comunemente Cino da Pistoia (a). 11 Panciroli (c 58), allegando più passi dello stesso Cino, dimostra ch’ei fu scolaro, in Bologna, di Francesco d’Accorso, di Dino dal Mugello e di Lamberti no Ramponi. E da essi pure raccogliesi ch’egli fece ivi i suoi studj negli ultimi anni del secolo XIII. Ma il Papadopoli aggiugne (Hist. Gymn. pat. t. 1, p. 8) che, prima di recarsi a Bologna, avea egli studiato in Padova, e che essendosi esposto il A asari lo dice Cino d’Angibolgi; ina monsignor ttottan ci assicura che ei fu veramente de’ Smgilnjldi (Vuì, Vita Puf. l. 1 , p. 36c)3 ed. Livorn. 1767), [p. 451 modifica]SECONDO 45I alle consuete pruove per ricever la laurea, queste gli riusciron così male, che ne fu vergognosamente escluso; ch’egli perciò, venuto a Bologna , vi ripigliò con più felice successo lo studio, e ottenne il sospirato onore; e che o per amor di vendetta, o per sentimento di vergogna non fece mai menzione alcuna nelle sue opere de’ maestri che in Padova aveva avuti. Questo scrittor ci assicura di aver veduto il nome di Cino negli antichi catalogi degli scolari di quella università, e noi non gliel possiam contrastare. Ma ei ci permetterà di non creder sì presto ciò ch’ei racconta delle vicende di Cino, di cui non credo ch’ei ci possa additare vestigio nè negli antichi catalogi, nè in alcun antico scrittore. Ei fu prima assessore in Roma di Lodovico da Savoia, quando questi era vi senatore, come pruova il Panciroli, la qual dignità ebbe Lodovico l’anno 1310 (V. Raynald. Ann. eccl. ad h. an.). Quindi, se crediamo al Panciroli, fu professore a Bologna (*), e vi scrisse il suo voluminoso Comento, (*) Che Cino da Pistoia ricevesse l: onor della laurea in Bologna, e che ciò avvenisse nel 13 * 4-? è cosa di cui non è più lecito il dubitarne; poichè se ne ha alle stampe il diploma segnato ivi a’ 9 decembre del detto anno (Osserv. sopra il Diritto feud. Livorno 17^4 1 p. 63), se non che ove leggesi de mandato Venerabilis Viri Domini Guido ni a de Legis , dee leggersi Domini Guidonis de Gitisi s, come ra(cogliesi da altri monumenti bolognesi, e singolarmente dalla Storia inedita del Diplomatico. Convien dunque dire che Cino scrivesse i suoi Comenti sul Codice, mentre era ancora scolaro, e mentre trovavasi a (juatche universi!;» diversj dalla bolognese, come il passo da me nella [p. 452 modifica]4^2 LIBRO che abbiamo alle stampe, sui primi nove libri del Codice, non già circa l’anno i3oo, copie scrivono il Panciroli e il Papadopolii ma verso il i3i2, perciocché egli il conchiude con queste parole: Hic sit Jinis non solatn hujus legis, sed et tolius opcris lecturae hujus libri} quod ego Franciscus de Sigisbuldis de Pistorio.. jaciendum cum auxilio Dei assumpsi, et quasi continuo prosequendo infra biennium terminavi currentibus a Nativitate Domini Nostri Jesu Christi anno ncccxiv die xi mensis Junii. Egli proseguì ancora più anni, secondo il parere Storia allegato dimostra. E potrebbesi anche credere che avesse allora Cino il grado di baccelliere, che solea di alcuni anni precedere quel di dottore. Egli è vero però che Cino molti anni prima , mentre ancora viveva Lambertino Ramponi, suo maestro, morto nel 1304, si presentò per ricevere quell1 onore, come si raccoglie da un passo citato dal P. abate Sarti (De cl. Prof, Archigymn. Bon. t. 1 , pars 1 , p. 255). Ma bisogna credere che allora soffrisse quella poco onorevol ripulsa che dal Papadopoli si narra aver Cino sofferta in Padova , e eh’egli, di ciò vergognatosi t si accingesse a studiare con maggior impegno, andasse frequentando diverse università , e quella ancor di Tolosa (come mi assicura di aver già letto il dottissimo e da me tante volte lodato sig. dottor Gaetano Monti, benchè or non sapesse precisamente indicarmene il monumento), e che scrivesse ancora il suo Comento sul Codice, per mostrarsi degno di quell1 onore. E forse da ciò ebbe origine il favoloso detto Bartolus ter reprobatus adsum , attribuendosi al discepolo ciò che una voli a era accaduto al maestro. Deesi anche aggiugnere che tra le cattedre sostenute da Cino , fu quella dello Studio pubblico di Trevigi, ove i monumenti da noi alti ove accennati ci mostrano eh7 ei teneva scuola nel 1318, ed era ivi fissato per lo spazio di tre anni. [p. 453 modifica]SECONDO 453 dell’abate de Sade (Meni, pour le vie (le Petr.* t. 1, p. 37), nel medesimo impiego, perciocchè egli era in Bologna, quando il Petrarca vi fu inviato dal padre a studiare le leggi l’an 1322. In fatti Anton Francesco Doni ha pubblicata una lettera (Prose antiche di Dante, ec. p. 76) da Cino scritta da Bologna al Petrarca a’ 20 di febbrajo del 1329, in cui amaramente si duole che egli abbia abbandonata interamente la giurisprudenza per la poesia; gli rammenta l’amore che avea per lui avuto, quando lo istruiva in Bologna nelle leggi, la grande espettazione che avea in tutti destato co’ progressi sì rapidi in quella scienza; che sapeva a mente il corpo intero delle Leggi civili non altri niente che un altro saprebbe i romanzi di Lancellotto e di Ginevra; si sforza di fargli conoscere quanto questo studio superi in dignità e in merito la poesia; e assai eloquentemente perora per indurlo a ripigliare la dimenticata giurisprudenza. Ma comunque i più accreditati scrittori concordemente ci attestino che Cino fu professore di leggi in Bologna, io nondimeno sono costretto ad allontanarmi dal lor sentimento. E quanto alle parole soprarrecate con cui conchiude il suo Comento sul Codice, che dal Panciroli si afferma essere stato da lui composto in Bologna, a me pare che questo passo medesimo ci mostri chiaramente il contrario; perciocchè Cino soggiugne eh1 egli avea intrapresa questa fatica perchè non sembrasse che senza frutto ei fosse stato tante volte a Bologna; ne putarer in vacuum totiens lustrasse Bononiam. Le quali parole non solo non [p. 454 modifica]454 LI MIO provano che Cino fosse professore in Bologna, ma anzi ci mostrano chiaramente ch’egli soltanto vi si era più volte recato; perciocchè se egli vi avesse tenuta scuola , ne avrebbe certamente fatto cenno a questa occasione. Più ancora. Nello stesso Comento sul Codice, parlando Cino de’ privilegi da Federigo I conceduti a’ giovani studiosi , chiaramente ci dice ch’ei non leggeva allora in Bologna (in Autent. Ne filius pro patre): Secundo loco quaero juxta hoc: nunquid hodie locum habear haec authentica. Dicit glossa, quod Bononiae pro parte renunciaverunt Scholares isti privilegio in cri minali bus. Sed certe istud nihil ad nos, quia per renunciationem ipsorum non potest nobis aliquod praejudicium gene rari, cnm res in ter alios acta aliis non praejudicet. Se dunque la rinuncia fatta dall’università di Bologna di un privilegio non privava del diritto di goderne gli scolari a cui Cino insegnava, egli è troppo evidente che Cino non leggeva in Bologna, quando egli scrisse il suo Comento sul Codice, xv. XV. Ma che direm noi della lettera al Pesì mostra trarca scritta da Cino. e pubblicata dal Doni. 1 impostimi * I / tr una i. «»<*- che l ab. de Sade ha giudicata degna di entrare iome d? luì nelle sue Memorie (l. cit p. 38)? Io mi stupisco l’uLbiicata. c|)e quest0 scrittor francese, il quale tanti falli ha scoperto negl’italiani, non abbia avvertito ciò che alcuni Italiani da lui ben conosciuti avean già osservato, cioè che questa lettera ha i più certi caratteri di supposizione e d’impostura. Perciocchè e Apostolo Zeno (Diss. vossiane, t. 1, p. 11) e il P. degli Agostini (Scritt. venez. t. 1, pref. p. 19) e il co. Mazzucchelli [p. 455 modifica]SECONDO 455 (Scritt. iial. t. 2, 4? p- i3ao, nota. 37) han dimostrato che (quella cotal Raccolta di prose antiche, onde questa lettera è tratta, è pressochè tutta tessuta di follie e di sogni del medesimo Doni, il che lo Zeno ha singolarmente avvertito di questa lettera. Anzi lo stesso abate de Sade altrove confessa che la Raccolta del Doni contiene molte cose apocrife (t. 3fp. 170). Perchè dunque non ne ha egli ancor sospettato parlando di questa lettera? E dovea pur egli stesso dubitarne per più ragioni. Cino in essa rammenta al Petrarca l’impegno e l’ardore con cui si applicava allora allo studio delle leggi. E nondimeno l’ab. de Sade avea già scritto (t. 1, p. 38), e provato col testimonio medesimo del Petrarca, che questi non avea mai potuto prender genio ed amore per un tale studio. Cino rimprovera al Petrarca che, poichè avea cominciato a frequentar le corti de’ principi, avea abbandonate le leggi. E nondimeno l’ab. de Sade sapea bene che il Petrarca non avea l’an 1329 veduta ancora alcuna corte. Cino lo rimprovera perchè gittava il tempo facendo dei versi alla corte del vescovo di Lombes. E nondimeno l’ab. de Sade pruova, non molto dopo ib. p. i49)> che il Petrarca andossene a Lombes solo nel 1330, cioè un anno dopo la data di questa lettera. Finalmente Cino parla in questa lettera con disprezzo della poesia e de’ poeti. E nondimeno l’ab. de Sade sapeva che Cino era ancora poeta, anzi avea affermato (ib. p. 46) > ma senza recarne pruova, ch’egli era stato anche in questo studio guida e maestro al Petrarca. Come dunque ha potuto [p. 456 modifica]456. LIBRO l’ab. de Sade riconoscere come legittima una tal lettera? Aggiungasi che Cino era certamente professore in Perugia verso Tanno i3:ì(), nel qual tempo ei vi ebbe a scolaro il celebre Bartolo, come fra poco vedremo, cioè circa quel tempo medesimo in cui si suppone ch’ei fosse in Bologna. Finalmente l’eruditissimo ed esattissimo ilottor Gaetano Monti, che con sì gran diligenza tutti ha ricercati i monumenti e le memorie bolognesi, mi ha assicurato che niun indicio gli è mai avvenuto di ritrovare, onde si possa trarre per congettura che Cino fosse professore in Bologna. E io credo perciò, che l’unico Studio da lui colle sue lezioni illustrato fosse quel di Perugia, e che ivi egli scrivesse il suo Comento sul Codice, e che quindi non avesse mai a suo scolaro il Petrarca, xvi. XVI. Quindi si può giudicare qual fede deb»raSeIf*voie basi a un leggiadro avvenimento che il Panciroli un racconto cj narra, senza però indicarci onde abbialo del iruniuu- 7 *. li. tratto. Cino, secondo lui, fu grande amico del Petrarca, del Boccaccio e di Guido Cavalcanti. Or avvenne che tutti quattro insieme viaggiarono a Udine, ove dal patriarca di Aquileia furono onorevolmente accolti e trattati. Egli, per mostrare in quale stima gli avesse , volle fargli effigiare al vivo nella cappella di S. Niccolò di quella sua chiesa j e il pittore, che allor la stava adornando, volendo dipingere un miracolo che dicesi da quel Santo operato a confusion di un Ebreo che innanzi al giudice affermava con giuramento di aver renduto il denaro prestatogli da un contadino, dipinse nel giudice Cino da Pistoja, nel notaio il [p. 457 modifica]SECONDO 4^7 Petrarca, nel contadino il Boccaccio, nell1 Ebreo il Cavalcanti; e il Panciroli afferma che cotal pittura vedeasi ancora a’ suoi giorni. Io non so s’ella ancor vi si vegga; ma qualunque essa sia, il fatto non potè certamente avvenire qual narrasi dal Panciroli. Il Cavalcanti era morto poco dopo il 1300, prima che il Petrarca e il Boccaccio nascessero j e questi due probabilmente non ebber mai ferma dimora in luogo alcuno con Cino, come da ciò che del Petrarca si è detto, e da ciò che direm del Boccaccio, può essere manifesto. Come potè dunque viaggiare con essi a Udine? Aggiungasi che il Petrarca , il quale non ci ha forse nelle sue opere taciuta circostanza alcuna della sua vita, che fosse alquanto memorabile, di questo suo viaggio e di questa avventura non ci ha detta parola. E io la credo perciò una di quelle tradizioni popolari, delle quali si trovano sì frequenti esempj, nate dal capriccio di alcuni, e confermate dalla credulità di altri scrittori. XVII. Dopo avere più anni sostenuta la cat- sx^n;1(>. tedia delle leggi in Perugia, è probabile che sue opere. Gino si ritirasse a riposo in Pistoja sua patria, e che ivi morisse. Il Salvi, storico pistojese , racconta che due anni innanzi alla sua morte ei fu confaloniere in Pistoja (Storie di Pist. l. 2. p). 29). Alcuni sull’autorità di Bartolo affermano ch’ei morì in Bologna. Ma nel passo da essi allegato, io non ho potuto rinvenire cotal notizia, e in quella città non trovasene alcun vestigio. Per altra parte in Pistoja se ne mostra il sepolcro vagamente scolpito dal celebre Andrea [p. 458 modifica]4M LIBRO pisano coll’iscrizione riportata dal Panciroli dall’abate Zaccaria (Bibl. Pistor. p. 211) da altri, i quali autori perciò sostengono, e a ragione, che Cino morisse in Pistoia D;i questa iscrizione raccogliesi ch’ei morì l’an 1336 e Apostolo Zeno e l’ab. Zaccaria con ottimi argomenti difendono la sincerità e T autori Là di questa lapida. Nondimeno una riflessione ad essi sfuggita, e ch’io debbo all’incomparabile diligenza del poc’anzi lodato dott Gaetano Monti, mi sforza a dubitarne. Il Petrarca pianse la morte di Cino con un suo sonetto, che è il 7 r della prima parte, secondo l’edizione ultima di Firenze. Or le poesie del Petrarca sono comunemente disposte coll’ordine stesso de’ tempi in cui ei le compose: e appena si potrà trovare un sonetto di cui si possa accertare che sia fuor di luogo. Ciò presupposto, si osservi che questo sonetto è preceduto e seguito non molto da lungi da due altri, cioè dal 59 e dall’80, ne’ quali il Petrarca nomina il xiv anno del suo amore con Laura, che è il 134 * - Dunque sembra probabile che in quell’anno medesimo fosse composto il sonetto nella morte di Cino, e che in quell’anno questi morisse. Ma che direm noi dell’iscrizione? Al dottor Monti ella sembra, e parmi con ragione, troppo moderna. Ma forse ancora, chi sa che ove si è letto MCCCXXXVI, non debba leggersi MCCCXXXXI? Ognun vede quanto facile sia a commettersi un tale errore, o egli sia dell’incisore, o di chi ha copiata l’iscrizione dal sasso. Il*suddetto Salvi ci ha inoltre descritta la funebre pompa con [p. 459 modifica]SECONDO 459 pili ne furono ivi onorate l’esequie (l.citp. 43) (*). Jji Cino abbiamo il già mentovato voluminoso Comento su’ primi nove libri del Codice, stampato in Francfort nel i 5*j8 , oltre qualche altro più breve trattato che si rammenta dall’ab. Zaccaria. La testimonianza onorevole che agli scritti di Cino rendeva il celebre Bartolo, il quale per testimonianza di Baldo, citato dal panciroli, soleva dire di averne profittato non poco, basta a farci conoscere quanto essi fosser pregiati. Guglielmo da Pastrengo, scrittore di questo secolo, chiama i suoi Comenti sul Codice opera utilissima a’ professori De Orig. Rer. p. 22, ed. Ven. 1547). Alcuni canonisti però, citati dal Panciroli, ne han favellato con biasimo e con disprezzo; ma ciò dee attribuirsi, come riflette il medesimo autore, alle ingiuriose espressioni con cui di essi e della loro scienza egli era solito a ragionarne. Di lui dovrem di nuovo parlare più brevemente, ove tratteremo de’ poeti italiani di questa età, tra’ quali pure, come già abbiamo accennato, ei non ha l’ultimo luogo (a). (*) OrtAvino Grazio 1 in un suo opuscolo da noi altrove rammentato (r. 6, par. 1) , alleluia die Cioo in u’i in Germania. Ma ei ci permetterà di non crederglielo , finche non ne rechi le pruove. (a) Un altro Cino, giureconsulto egli pure, non pistojese ma di Castiglione Aretino, visse poco dopo i tempi del celebre Cino. Egli è nominato in un documento del 1352, prodotto dal dottissimo p. de Rubeis (Monum. Eccl. Aquil. col. q 1 ^) , come consigliere del patriarca d7 Aquileia , e in nn altro de’: 26 di ottobre del 1356, prodotto di fresco nella Causa della Ch.csa [p. 460 modifica]4(3o LIBRO Xn"oió XV1JI LL,1,e anche Modella di questi tempi M.iiurciiì. Un famoso giureconsulto, cioè Niccolò Mattarelli, che al principio di questo secolo era professore in Padova. In questa città ei certamente era professore l’anno 1307, quando il Comun di Modena spedì onorevole ambasciata all’università di Padova, perchè le concedesse pel mese d’aprile il Mattarelli che era stato eletto difensore ossia avvocato del popolo. Il Muratori ha dato alla luce il decreto perciò formato (A ritiq. Ital. t. 3, p. 908): Item si placet Consilio, quod unus Ambaxator expensis Communis et ad Salarium contentum in Statutis Communis Mutinae mittatur ad Civitatem Paduae et Uni ver si tate rn Seholarium, et prout aliter fuerit necessarium ex parte Communis Mutinae, quod eis placeat precibus et amore Communis Mutinae dare et concedere licentiam sapienti viro Domino Niccolao de Mattarellis Professori Legum standi Mutinae per totum Mensem Aprilis ad complendum officiuni Defensor is Populi Mutinensis; in quo fuit electus. Ch’egli tenesse ancora in Modena scuola di legge, benchè dal Facciolati (Fasti Gymn. patav. pars 1 , p* 35) e del Vedriani (Dott. moden. p. si affermi, non parmi però provato con alcun autorevole documento. Questi scrittori medesimi narrano ch’ei fu chiamato ancor professore a Bologna e a Pisa. Ma per riguardo a Bologna, non trovo, tra gli storici Udinese per la Pieve di Codroipo: preseniilms.... D. Cyno tir Castilione Aretino Jurisperito Referendario Ì). Roman. Imperulons, ec. (/. 2, pag. 4°)• [p. 461 modifica]SECONDO 4^1 jj quella città, dii faccia di lui menzione3 e gonvien dire che ancora ne’ monumenti di quella di Pisa non ne abbia trovato indicio alcuno il fabbrucci, poichè egli non ne parla che coll’autorità del Panciroli (Calog. Racc. d’Opusc. t 21). Essi aggiungono finalmente ch’egli, andato podestà a Lucca, ivi finisse i suoi giorni. Ma anche di ciò non producesi alcun monumento, e altri pensano ch’ei morisse in Modena. Ciò però, che il Vedriani soggiugne, cioè di aver veduta lettera scritta da Lucca l’anno 1552 in cui il dott. Lodovico Bianchi scrive di aver ivi avute sott’occhio le opere manoscritte di Niccolò, ci rende non improbabile ch’egli morendo in quella città, vi lasciasse ancora i suoi libri. Alcuni aveane egli scritti, e Guglielmo da Pastrengo, scrittore contemporaneo che lo chiama celebre per sapere, ma rozzo nello stile, dice (l. c. p. 42) ch’egli avea ridotti in compendio, togliendone le cose inutili, i Comenti di Odofredo sul Codice e su’ Digesti, la qual opera egli intitolò Decisa; e che scrisse inoltre molte buone ed utili questioni e ripetizioni di varie leggi. Alcuni altri trattati se ne rammentano da altri scrittori , ma niuno c’indica che alcun se n’abbia alle stampe. Ciò forse ha data ad alcuni occasione di accusar Bartolo d’aver usurpati gli scritti di Niccolò, e divolgatili come suoi; accusa, come ben avverte il Facciolati, che si suol dare a molti, ma che di pochi si pruova. Il Papadopoli congettura ch’egli morisse l’anno 1339) (Hist. Gymn. patav. t. 1, p. 197)5 ma non ci dice a qual fondamento si appoggi questa sua [p. 462 modifica]XIX. ftiiinirri «1*gli Arsenti. /\6l LIBRO opinione. Di Niccolò si fa onorevol menzione anche nelle antiche Cronache modenesi pubblicate dal Muratori, all1 anno 1334. Hoc tempore floruit Nicolaus Maltarellus Jurisconsulti ss ir/uis Mutinensis, qui composuit multa, et maxime super Digestis et Codice, quamvis pauca reperiantur (Script. Rer. ital. vol. 11, p. 8 ») [(L). XIX. Il glorioso titolo di monarca delle leggi, dato già ad alcuni giureconsulti de’ quali abbiam ragionato , toccò in sorte non meno a Rainieri degli Arsendi di Forlì, che fu veramente un de’ più celebri professori di questo secolo. Io non so onde abbia tratte il cav. Giorgio Viviani Marchesi le notizie che egli ci dà de’ primi anni di Raineri, narrando (Vit. ill. Foroliviens. p. 168) le grandi pruove d’ingegno ch’ei soleva dar disputando, quand’era scolaro 3 e aggitignendo eli’ei fu quindi chiamato a Roma auditore del palazzo apostolico, il che pure è stato scritto dal Panciroli (c. 62) e da più altri scrittori, ma senza recarne pruove. A me sembra difficile che Rainieri, se in età giovanile ebbe quell’onorevole impiego, penasse poi a insegnar la giurisprudenza nelle pubbliche scuole) benchè l’esempio da noi poc’anzi arrecato di Cino da Pistoja, ch’era stato prima assessore del senator di Roma , possa renderlo meno improbabile. Tra le università, la prima che ebbelo a suo professore, fu quella di Bologna. Egli vi era, come afferma il Ghirardacci (Stor. di Bol. t. 2, p. 16), (fi) Pili distinte notizie del Mattarelli si posson vedere nella Biblioteca modenese (3, />. ib‘>). [p. 463 modifica]SECONDO 4(>3 citandone in pruova i pubblici monumenti , e coine mi vien confermato dall’eruditissimo sig. dott. Monti da noi mentovato più volte, fin dall’an 1324, e vi leggeva il Digesto nuovo col salario di 100 lire. Ivi pure egli era negli anni seguenti fino al 1338, poichè più volte ei vedesi nominato nelle carte di que’ tempi. Anzi nel suddetto anno ei fu uno de’ deputati a trasportare lo Studio a Castel S. Pietro, all’occasione dell’interdetto che il papa Benedetto XII avea fulminato contro Bologna , come abbiamo nell’antica Cronaca di Matteo Griffoni (Script. rer. itaL vol. 18,p. 163). Ma Rainieri non andò veramente a Castel S. Pietro; o se andovvi, ne partì presto per passare all’università di Pisa, perciocchè egli stesso afferma di essersi colà recato all* occasione di un tale interdetto; e insieme accenna che gli fu dato successore in Bologna chi gli era stato finallora scolaro, cioè il celebre Bartolo, di cui parla con assai poca stima. Eccone le parole citate dal ch. dottor Fabbrucci (Calog. racc. d Opus. t. 13): Dum ego recessi de Studio Bononiensi per Papam Benedictum fune tempori s interdicto, et transtuli me ad legendum in Jure Civili ad felicem et triurnphalem Ci vitate ni Pisana/n , qui tunc temporis erat meus discipulus , nec multum excellens , fiat assilli ip tua ad meam sedem; del qual passo diremo di nuovo trattando di Bartolo. In fatti lo stesso dottor Fabbrucci ha trovata memoria nell’archivio del Comune di Pisa , del pagamento da esso fatto al convento de’ Domenicani di S. Caterina in quella città, per la casa [p. 464 modifica]464 LIBRO in cui Rainieri abitava (ib. t. 21). £)a pjsa passò Rainieri a Padova, il che, come avverte il medesimo autore, avvenne tra’ l i3/{0 e i345. Ma noi possiamo indicarne più precisamente il tempo, cioè il settembre del 1344, coll1 autorità della Cronaca de’ Cortusj, ove ciò si afferma con un elogio assai onorevole di Rainieri: Eodem anno et mense (scpt. i3^ > Dominus Ubertinus habuit ad solarium /.><• Jlorenorum Rajnerium de Forlivio Doctorem Legum egregium , qui vere, studium fama et opera decoravit (Script. Rer. ital. vol 12, p. 913). Il Panciroli, seguito da altri, aggiugne ch’ei fu ancor consigliere dell’imperador Carlo IV’ • ma non veggo a qual fondamento si appoggi una tale asserzione. Molto più difficilmente m’induco a credere ciò eli’ egli dice, cioè che Rainieri abitò lungamente in Ravenna, e vi acquistò molti beni. Par certo che egli non mai partisse da Padova, ove morì, come credesi , T anno i358, benché negli Annali di Forlì , pubblicati dal Muratori, si dica ch’egli era in fiore nel 13-j 1. His temporibus floruit Raynerius de Arisendis de Forlivio clarus et famosissimus Legum Doctor (ib. vol. 11, p. 188). Il Panciroli e più altri scrittori riportano l’iscrizion sepolcrale di cui fu onorato, scritta con quegli ampollosi ed esagerati elogi che allora si usavano, fino ad asserire che con Rainieri erano perite tutte le leggi. Abbiamo alle stampe alcune opere legali di questo illustre giureconsulto , che si rammentano dal cav. Marchesi , il quale 1 con alcuni passi di esse, dimostra eli egli era uomo alquanto collerico e [p. 465 modifica]SECONDO 465 risentito, e che tale ei mostrossi singolarmente contro due suo’ scolari , Bartolo e Signorolo degli Omodei. Alcune altre sue opere si con, servano manoscritte nel collegio di Spagna in Bologna , intorno a che veggasi il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 1139, ec.). XX. Quel Signorolo, detto da altri Signorino, degli Omodei milanese di patria, che abbiamo ora nominato , fu egli pure di gran nome Uu“’ nella numerosa schiera de’ giureconsulti di questi secolo. Il Panciroli (c. 64) il fa professor in Vercelli l’anno 13 4 o j quindi in Bologna , in Padova, in Parma, in Pavia , in Torino, poi di nuovo in Vercelli, e in questa città morto dopo l’anno 1362. E quanto alla scuola da lui tenuta in Vercelli l’an 1340 , se ciò veramente da lui medesimo si asserisce, come il Panciroli afferma in uno dei suoi Consigli eli’ io non ho potuto vedere, la cosa si dee ammettere per certa. In fatti essendo egli stato scolaro, in Bologna, di Rainieri da Forlì, come si raccoglie dalla disputa tra loro avuta, narrata dal cav. Marchesi e de noi poc1 anzi accennata, ei potea esser giunto fin dall’anno 1340 all’onore di professore. Cli* ei fosse pure professore in Bologna, affermasi da Alberto da Rosciate scrittore contemporaneo; laudabili viro domino Signorolo de fio mode is de Mediolano ac tu legente Bonomiae (in l 1, c. de Verbor. Oblig.). Il Papadopoli (Hi st. Gjmn. pat. t. 1 , p. 200) e il Facciolati (Fasti Gymn. pat. pars. 1, p. 37) lo annoverano tra i professori della loro università verso la metà di questo secolo, e il primo aggiugne eli ei vi TlRÀBOSCHl, Voi. V. 3o [p. 466 modifica]/|66 LIBRO 111 sollevato alY onore di cavaliere e di conte palatino. Quanto all’università di Parma nel ruolo de’ cui professori ci assicura il Panciroli di aver veduto Signorolo, ciò non potè avvenire che nel 1412 nel qual anno quell’università fu fondata, come altrove vedremo. Quindi prima che in Parma , doveasi nominare la lettura di Signorolo in Piacenza, ove certamente ei fu professore. Abbiamo più altre volte rammentato il catalogo de’ professori di quella università nell’anno 1399 , quando fu colà trasportata quella di Pavia. In essa veggiam di fatti nominati anche Signorolo o Signorino collo stipendio di 40 lire al mese: Domino Signorino de Ilomodeis le gente Infortiatum l. 40. (Script, rer. ital. vol. 20 , p. 939). E quindi possiamo congetturare ch’ei fosse prima professore in Pavia. In fatti il Corio lo annovera tra quegli uomini dotti che da Giangaleazzo Visconti chiamati furono a rendere sempre più illustre quella università (Stor. di Milan. ad anno 1402), e prima l’avea egli nominato tra quelli che da Giovanni Visconti arcivescovo e signor di Milano furono adoperati l’anno 1351 a riformar gli Statuti di quella città (ib. ad anno 1351). Finalmente per ciò che appartiene all’università di Torino, se Signorolo vi fu professore, come è indubitabile, poichè ciò si afferma da Cristoforo Castiglione (Consil. 4)> giureconsulto del xv secolo, che stese un consulto perchè agli eredi di Signorolo si passassero gli stipendj che a lui eran dovuti, ciò non potè avvenire prima del 1405 in cui quell’università ebbe principio, come a suo tempo vedremo. [p. 467 modifica]■SECONDO 4^7 Quindi converrà differire di oltre a 50 anni, j0|)0 il i362 , la morte di Signorolo , se è vero ciò che il Panciroli afferma eh1 ei tenne scuola giu’ he in Parma, cioè nel 1412 al più presto, e che passò di nuovo a Vercelli, ed ivi per più anni ancor tenne scuola. Or che un uomo che fin dal 1340 era pubblico professore, il fosse ancora più anni dopo il 1412, come potrem noi crederlo? Parmi perciò che a ragione l’Argelati, seguendo il sentimento di Giovanni Sitone , abbia distinti due Omodei (Bibl. Script. mediol. t. 1 , pars 2, p. 721, ec.), amendue del nome di Signorolo, o Signorino, l’uno avolo vissuto a’ tempi di Jacopo da Forlì, e professore in Vercelli e in Bologna, e morto l’anno 13623 l’altro nipote e professore in Pavia, in Piacenza, in Torino, e poi forse in Vercelli, e morto dopo l’anno 1412. Ma converebbe aver lumi ancora più chiari per distinguere l’uno dall’altro (*). Quanto all’opere clic sotto il nome di Signorolo abbiamo alle stampe, e che si annoverano dell’Argelati, i Consigli son certamente del vecchio, perchè (*) Il cb. sig. D. Jacopo Morelli mi ha avvertito che nc’ Consigli di Signorolo Ornodei egli ha letlo a pagina 10 (ina non avea notata l’edizione) le riferite parole j Quest io disputata per me Sgnorolunt de Homodt is Lcgum Doctoreni 13 {o de. Mense A/adii tunc tempori s Vercellis in le et urti ordinaria eminente/n; e clic diilla pagina 100 de’ medesimi Consigli si trae elv et vivea ancora nel iS^o. Quindi egli ancor crede certo ciò che io pure ho sospettato, che Signorolo «lebba distinguersi da Signorino Ouindci, e che «juesli iioris»e [p. 468 modifica]4^8 LIBRO in essi vedesi la contesa da lui avuta con Rainieri. Le altre difficilmente si può diffinire a chi appartengano. Solo una lettera, che dall’Argelati si accenna, e che conservasi nella Riccardiana in Firenze, scritta a Filippo Maria Visconti duca di Milano, debb’esser del giovane poichè non prima dell’anno 1412 cominciò quel principe a regger lo Stato. Ma io* non so intendere che voglia dir l’Argelati, quando scrive eli1 ei non pubblica questa lettera, poichè già è stata pubblicata da Gaspirino Barzizza ^ il quale essendo morto innanzi l’invenzion della stampa, non potea certo con essa renderla pubblica. xxr XXI. Tra gli alunni dell’università di PaAlln-ii.uda , Ro»ciatr. dova , di cui a ragione essa maggiormente si gloria, uno de’ più ragguardevoli è Alberico da Rosciate, così detto da una terra di questo nome nel territorio di Bergamo, ove egli nacque. Ei fu scolaro in Padova di Riccardo Malombra e di Oldrado da Ponte, com’egli stesso confessa (Comm. in Cod. et in Dig. vet. sub. init). Compiuti i suoi studj, e presa la laurea, esercitò l’impiego di avvocato nella curia romana e altrove, impiego, com’egli dice (in praefi Comm. in Cod.), laborioso, noioso e pericoloso, ma eli’ eragli riuscito insieme di onore e di vantaggio non piccolo. Pare che in Bergamo singolarmente esercitasse un tale impiego 5 perciocché egli afferma (in l. 1 Cod. de novo Cod. comp.) di essere stato adoperato a riformar gli Statuti di quella città. Ei rammenta ancora (in L. 14 » c. de Sacros. Eccl., ec.) 1 onore voi ambasciata di cui fu incaricato da ✓ [p. 469 modifica]SECONDO 4G<J giovanili e da Luchino Visconti; da’ quali 1* anno i34o venne inviato al pontefice Benedetto XII in Avignone, per conchiuder con esso la pace; nella qual occasione ei trovossi presente ancora al concistoro solenne in cui i Bolognesi riconobbero il pontefice a lor signore, e a una disputa che il pontefice ivi ebbe non già con Lodovico il Bavaro, come scrive il panciroli (c. 66), ma cogli ambasciadori da lui inviatigli. L’anno 1350 colla moglie e con tre suoi figliuoli andossene a Roma pel giubbileo , di che egli stesso ci ha lasciata memoria f in Dict. voc. Jubil.). Finalmente morì in Bergamo P anno 1354? come pruovasi dall’iscrizion sepolcrale postagli nella chiesa di S. Niccolò nel sobborgo di S. Caterina, in cui fu sepolto. Ella è riferita dal Panciroli e dal P. Calvi (Scena letter. di Scritt bergam. p. 14); e il primo accenna ancora gli elogi di cui è stato onorato da’ posteriori giureconsulti, e singolarmente da Giason dal Maino. Di lui abbiamo alle stampe molti volumi sul Codice e sui Digesti , oltre altre opere legali da me non vedute , che si rammentano da’ due suddetti scrittori, e dal Fabricio (BibL med. et inf. Latin, t. 1, p. 38), e dal Papadopoli (Ili si. Gymn. patav. t. 2 , p. 310) ,* fra le quali è da osservarsi un Vocabolario delle formole dell’uno e dell’altro Diritto , stampato in Bologna nel 1481. Nè furono i soli studj legali di cui compiacquesi Alberico. Egli coltivò ancora le belle lettere? e ne è pruova la traduzione latina da lui fatta del Comento di Jacopo della Lana sulla Commedia di Dante, di cui conservasi copia [p. 470 modifica]470 LIBRO manoscritta nell’Ambrosiana di Milano i Savìi Hist Typogr P 133). Anzi il Quadrio aggiugne (Stor. della Poes. t. 6, p. ^53 > cj,e ’ 4(_ borico rifece in gran parte cotal Comento e vi aggiugne alcune riflessioni su questa stessa fatica (a). 11 Piipadopoli e il Calvi gli attribuiscono (✓7) Più pregevole è un altro codice in pergamena della traduzione latina del comento di Jacopo della Lana fatto da Alberico da Rosciate, il qual conservasi in Bergamo presso i signori conti Pedrocca Grumelli; perciocchè dove il codice Ambrosiano non contiene che il computo suir Inferno e sul Purgatorio, questo ed è più copioso ed abbraccia ancora il Paradiso Al fine si leggono queste parole, le quali ci mostrano che Alberico avea studiate le leggi più che l’eleganza dello scrivere latino: Explicit coment us Comediae Dantis Aligherii de Florentia composi tus per Magistrum Jacobum de la lana.... Hunc comentum totius usque Comedie composuit quidam Dominus Jacobus de la lana Bononiensis licentiatus in Artibus et Teologia, qui fuit filius Fratris Filipi de la lana Ordinis Gaudentium} et fecit in sermone vulgari tusco. Et quia tale idioma non est omnibus notum , ideo ad utilitatem volentium stadere in ip*a Come di a , transtuli de vulgari Tusco in gramaticali scientia litterarum ego Albericus de Roxiata diet us , et utroque jure peritus Bergamensis. Et si quis defectus foret in translatione maxime in astrologicis, teologi cis, et allegorismo , veniam peto , et aliqualiter excusset defectus e xeni pii, et ignoranti a dictarum sententiarum. Qui non v’ha cenno di giunte e di cambiamenti fatti da Alberico , come il Quadrio afferma. Il codice fu scritto nel 1401 e nel 1402, parte da Pietro de’ Berardi e parte- da Pietro da Vibiallo comasco. Di queste notizie io son debitore singolarmente al sig. abate Carlo Foresti bergamasco, di cui altra volta ancora dovrò fare onorevole menzione. Quanto ai trattati dell’Ortografia o dell’Accento, essi sono stampati al fine del Dizionario di Alberico poc anzi nominato. [p. 471 modifica]SECONDO 471 ancora alcuni trattati sull’Ortografia, sull1 Accento e sull1 Arte oratoria; anzi anche una Somma pe’ Confessori. Ma io non so su qual fondamento ciò si asserisca, fuor dell1 autorità del Tritemio, che non è grandissima. XXII. Ed eccoci giunti, seguendo l1 ordine del Panciroli (c. 67), al gran Bartolo, a cui credo che per poco non rendessero i nostri padri onori divini, mentre al contrario i lor discendenti ne abbandonano alla polvere e alle tignuole gl’immensi volumi. Luce e stella de’ giureconsulti, maestro di verità, lucerna del diritto, guida de’ ciechi, questi e più altri somiglianti sono gli elogi de’ quali egli è stato onorato (V. Pope Blount Censura celeb. Auct. p. 435). Se noi non vogliamo essergliene liberali ugualmente, non possiam però negargli a ragione quel primato sopra i giureconsulti della sua età, che la fama gli ha conceduto5 e quindi con non minor ragione possiamo inferirne, che se vivesse a’ dì nostri e in mezzo alla luce di cui noi godiamo, forse supererebbe i suoi coetanei nello stesso modo che li superò a’ suoi tempi. Due Vite abbiamo di questo celebre giureconsulto, scritte l’una dal Diplovataccio che vivea nel secolo xv, l’altra dal Lancellotto che fiorì nel secol seguente, delle quali singolarmente si è servito il co. Mazzucchelli nel diligente ed esatto articolo che ci ha dato intorno a Bartolo (Scritt. ital. t. 2, par. 1, p. 460). Noi quindi ne accenneremo in breve le cose più certe, e ci tratterremo solo a esaminare ove ci si offra qualche punto non ancor ben XXII. Klui;i del rdelireBartul»: suoi pritHÌ|>ii c suoi studi. [p. 472 modifica]L1BI10 rischiaralo. Bartolo, nato l’anno 1313 a Sassoferrato nella Marca d’Ancona, detto anticamente Sentinum, è stato da alcuni creduto d’illegittima nascita. L’unico fondamento di tal opinione si è ciò che narra egli stesso della sua educazione, in cui non pare che parte alcuna avessero i suoi genitori. Ma ciò non basta a provarlo. Discordan però tra loro il Panciroli e il co. Mazzucchelli nell1 indicai ne la famiglia* perciocchè il primo dice di avere ricavato da un codice antico, ch’egli era della famiglia de’ Severi, che ancor sussisteva in Sassoferrato, e gloriavasi di aver prodotto Bartolo. Il co. Mazzucchelli al contrario, citando l’autorità del Crispolti, dice che la famiglia di Bartolo fu poi detta degli Alfani; se pur non debbonsi tali contraddizioni accordare dicendo col ch. dottore Fabbrucci, che la famiglia Severi fu la paterna di Bartolo, la materna quella degli Alfani (Caìog. linee, (T Opusc. t. 73). Ciò ch’è certo, si è ch’ei nacque da Francesco di Buonaccorso, come egli stesso afferma nel suo testamento pubblicato dal Lancellotto. Come e da chi ei fosse allevato, egli medesimo cel racconta, dicendo ch’egli ebbe un maestro da cui fu istruito ne’ primi elementi, detto F. Pietro d’Assisi dell’Ordine dei Minori, il quale avendo poi fondato in Venezia un luogo pio a ricovero de’ fanciulli esposti, detto la Casa della Pietà, ne era quindi stato chiamato Pietro della Pietà; che questo buon religioso, uomo prudente, sincero e di ammirabile santità, avealo si bene ammaestrato, che nel xiv anno di sua età, cioè [p. 473 modifica]SECONDO nel i327 (in qualche edizione si legge nel XII) avea potuto recarsi a Perugia e studiarvi le leggi sotto Cino da Pistoja e che quindi passato a Bologna, dopo avere in età di vent’anni sostenute pubbliche dispute, l’anno seguente, cioè nel 1334, vi ebbe il solenne onor della laurea; e conchiude dicendo che di questo ottimo religioso ei non poteva ricordarsi senza un dolce sentimento di tenerezza (In l. Quidam cum fil. Dig. de Verbor Oblig.). Intorno alle quali cose si possono vedere più altre circostanze e più altre pruove presso il co. Mazzucchelli. Questo scrittore afferma che Bartolo ebbe a maestri in Bologna Jacopo Botrigari, Rainieri da Forlì, Francesco Tigrino e Oldrado da Lodi. E quanto a’ due primi, essi erano appunto di questi tempi professori in Bologna. Ma le cose che dette abbiamo de’ due secondi, sembrano persuaderci ch’essi non poterono aver Bartolo a loro scolaro. E nondimeno è certo che Bartolo, ne’ luoghi dal Diplovataccio allegati, gli appella amendue col titolo di Doctor meus. Ma non potremmo noi sospettare che questo fosse un semplice titolo di rispetto, con cui egli volesse onorarli? XXIII. Poichè ebbe ricevuta la laurea l’an- xxui. ^ 110 i334, Bartolo ebbe il carico d’assessore c raii7dr?h» prima in Todi e poi in Pisa, come affermasilu,ronler,lr* anche da Baldo (in l. Prius, c. de iis qui accusare non possunt). Il co. Mazzucchelli vi aggiugne che sostenne l’impiego medesimo in Cagli, e ne reca in pruova una carta del 1340, in cui si nomina Bartolo da Sassoferrato asses- • sore di messer Giovanni di Francesco Baglione [p. 474 modifica]4^/j LIBRO podestà ili Cagli. Ma poichè è certo che Bartolo l’an 1339 cominciò ad essere professore a Pisa, come ora vedremo, e che ivi si trattenne più anni, e poichè Baldo fa bensì menzione di Todi e di Pisa, ma non di Cagli: fuit Assessor primo Tuderti, deinde Pisis, et ibi palam legere incoepit, et deinde venit ad civitatem Perusii (ib.)) perciò, se è autentica la mentovata carta, converrà dire che accidentalmente ei si trovasse in Cagli per breve tempo, e vi sostenesse il carico d’assessore. Ciò che alcuni narran di lui, che avendo in una delle suddette città, o, come altri scrivono, in Bologna condennato uno per legier fallo all’estremo supplizio, si rendesse così odioso, che gli convenisse ritirarsi a una villa presso Bologna, detta S. Vittore, ha tutta l’aria di favoloso racconto. L’anno 1339) apertasi l’università di Pisa, come a suo luogo si è detto, egli vi fu scelto a professore di legge collo stipendio di 150 fiorini; e il Fabbrucci ha dato alla luce il decreto del Comune di Pisa, in cui si ordina che gli si paghi la metà di esso stipendio, che gli era dovuta dall’ottobre del 1340 fino all’aprile del 1341 • Doveva questo essere il secondo anno della lettura di Bartolo, sì perchè è probabile ch’ei vi fosse chiamato tosto che quello Studio fu aperto, sì perchè egli stesso afferma che cominciò a tenervi scuola in età di 26 anni (in l. Si iis qui pro Emptore; 15 Dig. de Usucap.)) che coincide appunto coll’anno i 33(). E nondimeno il passo di Rainieri da Forlì, da noi di sopra recato, in cui dice che quando l’anno 1338 ei partì da Bologna, ebbe Bartolo [p. 475 modifica], SECONDO 4?^ a suo successor nella cattedra, sembra persuaderci che ivi dapprima ei leggesse per qualche tempo. Ma per altra parte, il testimonio di Baldo che ci assicura aver lui cominciato a tenere scuola in Pisa, sembra esso pure troppo autorevole* ne io saprei come conciliare insieme sì contrarie testimonianze, se non dicendo che Bartolo fosse bensì destinato a succedere a Rainieri, ma che o ciò poscia non avvenisse, o solo per pochissimo tempo. E certo, come mi ha avvertito il ch. dott. Monti, ne’ monumenti bolognesi di questi tempi non trovasi menzione alcuna di scuola ivi tenuta da Bartolo. Il Diplova taccio e il Lancellotto, seguiti ancor dal Fabbrucci, scrivono che undici anni si stette Bartolo in Pisa, e ne recano in pruova alcuni passi delle sue opere, ne’ quali egli afferma di essere stato in Pisa gli anni 1342, 1345, 1346, 1347, 1350. Al contrario il co. Mazzucchelli, riflettendo al privilegio di cittadinanza che i Perugini concederono a Bortolo l’an 1348, in cui si afferma ch’egli già da più anni si trovava in Perugia, crede che ne’ mentovati passi sia corso qualche errore o negli anni , o nel nome della città, e che Bartolo pochi anni soggiornasse in Pisa. A me sembra difficile che in tutti gli accennati passi si debba ammettere errore. Ma, a dir vero, le opere degli antichi giureconsulti hanno cortesemente avute sì guaste e sì alterate edizioni, che la loro autorità, in ciò che appartiene ad epoche, non si può recare senza qualche timore di andare errato. Oltre i falli proprj de’ copiatori, è avvenuto più volte che le abbreviature, di cui i loro [p. 476 modifica]476 LIBRO scritti son pieni, non sono state intese felioe* mente, e si è citato un autore, una città un anno in vece di un altro. Spesso ancora si^oii fatte f edizioni di tali opere sui quaderni scritti da qualche scolaro; e come questi aggiungon talvolta qualche cosa di lor capriccio, si è creduto detto autorevole del professore, ciò che non era che un’immaginazione dello scolaro. Quindi è che trovansi spesso cose contradittorie, e che per mancanza di altri monumenti ci lasciano incerti a qual parere dobbiamo appigliarci. E tale è la quistione che or trattiamo, in cui è difficile a diffinire qual sia la più sicura sentenza, xxiv. XXIV. Ma qualunque fosse il numero deali Suo soj(- «li» 1 •.. O giono in Pe-anni clic Dar to lo passo 111 risa, e certo che morte: c Ine da Pisa passò a Perugia, ed ivi per più anni °i,trc- tenne pubblica scuola, e vi ebbe fra gli altri a scolaro il famoso Baldo. I Perugini F onorarono col privilegio della cittadinanza l’anno 1348; e perchè eravi legge che niu 11 lor cittadino potesse essere professore in quello Studio, con singolar distinzione Bartolo ne fu dispensato. Questo privilegio è stato pubblicato dal Lancellotto, la cui Vita di Bartolo io non ho potuto vedere. Quando l’anno 1355 l’imperador Carlo IV calato in Italia sen venne a Pisa, Bartolo fu dalla sua università inviato a complimentarlo, ed egli seppe provveder destramente a’ vantaggi del suo Corpo non meno che a’ suoi; perciocchè ottenne al tempo stesso da Carlo e per l’università di Perugia tutti quei privilegi che alle altre si solean concedere, e per se stesso F onorevole titolo di consigliere e domestico [p. 477 modifica]■ SECONDO 477 commensale di Cesare, il privilegio di usare dell1 armi gentilizie de’ re di Boemia, e più altre distinzioni che si posson vedere espresse nel diploma medesimo in data de’ 19 di maggio, pubblicato dal Lancellotto, e accennate anche dal co. Mazzucchelli, il quale riflette che il medesimo Bartolo ha fatta menzione nelle sue opere di questi onori dall’imperador ricevuti. L’ab. de Sade pensa ch’essi fosser mercede della Bolla d’oro che da Carlo fu pubblicata l’anno seguente, e che quest’autor congettura che fosse concertata in Pisa, e distesa da Bartolo (Mém. pour la vie de Petr. t. 3, p. 400). La cosa non è improbabile, ma non so se sia provata abbastanza. In tal modo onorato da Cesare, ritornò Bartolo a Perugia, ove sembra che passasse gli altri pochi anni che sopravvisse. Il Papadopoli (Hist. Gymn. pat t. 1, p. 199) e il Facciolati (Fasti Gymn. pat. pars 1, p. 38) ci dicono che per alcuni anni ei tenne ancora scuola in Padova. Questi due scrittori citano continuamente gli Atti di quella loro università5 ma appena è mai che ne rechino i monumenti quali vi si conservano; e non possiam perciò a meno di non aver qualche dubbio che altri Atti essi non abbiano consultato, che gli scrittori padovani, troppo moderni, perchè la loro autorità equivalga a quella de’ monumenti. Ma il Diplovataccio, clic è il più antico scrittore della Vita di Bartolo, non fa menzione alcuna di Padova. Non è ancora ben certo in qual anno ei morisse, e discordano in ciò non poco gli autori. Ma finchè non producasi monumento certo in contrario, dee a tutti autiporsi il t [p. 478 modifica]478 LIB110 Diplovataccio che lo attenua morto nel i35q, in età di soli quarantasei anni. Egli è vero però che Mattia Palmieri, più antico del Diplovataccio, ne fissa la morte all’anno 1355; e gli dà cinquantasei anni di età (Script Rer. ital. ed Flor. t. 1). Ma, ciò non ostante, par che debba antiporsi l’autorità del Diplovataccio, di cui giova il credere che volendo scriver le Vite de’ giureconsulti, ne esaminasse con più attenzione l’epoche principali; e ciò che è più, il testamento di Bartolo fatto nel 1356 convince d’errore il Palmieri. Il breve corso di vita ch’egli ebbe, ci rende ancor più degno di maraviglia l’ingegno e il sapere di Bartolo che in* sì pochi anni tanto imparò e tanto scrisse. Nè egli si stette racchiuso entro i suoi studj legali, ma sul finir della vita si volse ancora allo studio della geometria, e perfino della lingua ebraica, come pruovano il Panciroli e il co. Mazzucchelli. Della moglie e de’ figli che Bartolo ebbe, del testamento da lui fatto l’anno 1356, di alcune accuse a lui date senza bastevole fondamento, dei contrassegni di stima da lui avuti ancor dopo morte, veggasi il soprallodato co. Mazzucchelli, che ci ha data ancora una diligentissima relazione di tutte le opere di questo sì celebre giureconsulto, xxv. XXV. Il regno di Napoli non fu privo a queujiif:l0q£a sti tempi di illustri giureconsulti, e alcuni ne rammenta co’ dovuti elogi il Giannone (l. 22, iTuma^ro^ c. 7). Due singolarmente si renderon famosi «.mente. non S0|0 pei Jor sapere nelle leggi, ma anche pel maneggio de’ pubblici affari. Il primo di essi è Niccolò Spinelli napoletano, di cui il [p. 479 modifica]SECONDO 479 panciroli ci dice (c. 69) che tenne prima scuola di leggi in patria, e poscia in Padova circa l’an 1350. Ma non c’indica su qual autorità egli ciò stabilisca, e il Papadopoli (Hist Gymn. pat. t. 1, p. 201) afferma solo che negli ultimi due anni di sua vita, cioè verso il 1380, ei fu professore in questa università. Ma niuno ha avvertito ciò che il ch. dottor Monti ha osservato ne’ monumenti di Bologna, e che colla consueta sua gentilezza mi ha cortesemente comunicato, cioè ch’ei fu ancora molto prima professor di leggi in Bologna dal 1353 fino al 1360, e che ivi avea la sua propria scuola, la qual poscia l’anno 1363 fu acquistata da Giovanni di Legnano, di cui parleremo nel capo seguente. Sappiamo ch’egli compose comenti sul corpo delle Leggi romane, benchè gli autori discordin tra loro nel diffinir su quai libri; perciocchè il Panciroli ne accenna i comenti su dodici libri del Codice, sulle Istituzioni e sull’Inforziato; Marco Mantova al contrario ne rammenta solo (Epit. Vir. illustr. nota 191) i comenti su tre libri del Codice e sulle Istituzioni; e noi che niuna di quest’opere abbiam veduta, non possiamo conoscere chi abbia colpito nel vero. Troviam solo che il Fabricio accenna i comenti sul Codice di Niccolò da Napoli stampati in Pavia nel 1491 (Bibl.med.et inf. Latin, t. 5, p. 119), che sono probabilmente dello Spinelli. Il celebre Rafaello Fulgosio, che gli era stato scolaro e che avea cominciato a leggere, mentre Niccolò ancora vivea, dice che questi solea sgridarlo, perchè in un anno spiegava soli dieci libri delle Pandette, [p. 480 modifica]480 LIBRO mentre egli era solito a spiegarne ventiquattro (proce m. in Dig.n. 15). Convien dire che il merito di Niccolò giugnesse all’orecchie di Galeazzo Visconti, perciocchè Baldo racconta (Consil 147) che questi lo ebbe a suo consigliero, e che gli commise più cause di non lieve momento. Ma Giovanna regina di Napoli il volle alla sua corte e dichiarollo cancelliere del regno e conte di Gioja, come afferma il medesimo Baldo. E di fatti il veggiam nominato col primo di questi titoli da Benvenuto da Sangiorgio, come procuratore di Secondotto marchese di Monferrato per le sue nozze con Violanta figlia di Galeazzo Visconti ranno Niccolò Spinelli Dottore e Cavaliere} Cancelliere dei Regni di Gerusalemme e di Sicilia (Hist. Montisf. Script. rer. ital. vol 22, p. 5i)3). Questa esaltazione di Niccolò fu troppo fatale alla Chiesa, poichè, se crediamo al Panciroli, e piuttosto al Collenuccio da lui citato (Stor. di Nap. l. 5, p. 130, ed. Ven. 1541 ei fu il principale autore del funestissimo scisma d’Occidente. Essendo stato eletto a pontefice, l’anno 1378, Bartolommeo da Prignano arcivescovo di Bari, che prese il nome di Urbano VI, la regina Giovanna mandò suoi ambasciadori a prestargli omaggio; e fra essi fu Niccolò che avea già per f innanzi avuta qualche contesa con Urbano. Questi, invitati a mensa gli ambasciadori, poichè si furono assisi, comandò a Niccolò che sorgesse dall’on or e voi e luogo che avea preso, e si ponesse più basso. Egli ubbidì, ma tornato a Napoli, persuase la regina a concorrere all’elezione di un nuovo papa, e a permetter perciò a’ [p. 481 modifica]SECONDO 4Sl cardinali dispósti a farla, di ritirarsi a Fondi. Così il Collenuccio^ Nel qual racconto vi ha forse più cose che non si possono ammetter per vere; e quella singolarmente che il principal motivo dell1 elezione dall’antipapa fosse l’affronto da Urbano fatto a Niccolò; mentre tutti gli storici contemporanei ne arrecano per ragione l’asprezza da Urbano usata inverso de’ cardinali. Ma che Niccolò avesse gran parte nell’elezione dell’antipapa Clemente VII, ne abbiam pruove meno dubbiose. Ne’ Giornali napoletani, pubblicati dal Muratori, ne troviamo un distinto ragguaglio, il quale, benchè vi si trovino alcuni errori nelle date e ne’ nomi, sembra nondimeno veridico ed esatto (Script. Rer. ital. vol. 21, p. io3y). A Ili 23 di Maggio i3^9 (13y8) Messer Niccola Spinello di Giovenazzo, detto Niccola di Napole, Dottor di Legge, convitò la Regina alla casa sua a Nido, e quel giorno fu fatto lo consiglio di fare un altro Papa... e lo detto Messer Niccola con uno Galeone et una Galera andoe per lo Conte di Fundi. Alli 23 di Giugno venne lo Conte di Fundi in Napoli con Messer Niccola, e si concertò farsi lo Papa a Fundi, e per questo effetto mandorno Messer Niccola e lo Conte di Caserta per condurre lo Cardinale di Ginevra, e otto altri Cardinali, quali si erano fuggiti da Roma, subito che videro queste discordie, et erano andati ad Avignone (dee leggersi Anagni). Nè questo è il solo monumento della parte avuta da Niccolò nell’elezione di Clemente VII. Andrea Gataro, scrittore contemporaneo, racconta (ib.vol. 17, p. 262) Tiraboschi, Voi. V. 3i [p. 482 modifica]48a LIBRO ohe quando Urbano mandò a citare i cardinali ritiratisi a Fondi, questi vista la lettera del Papa restarono molto ammirativi, e sopra ciò ogni giorno faceano grandissime, dispute e consigli. Mandarono per Messer Niccolò da Napoli famosissimo Dottore, e con esso consultarono il caso con grandissime dispute, il quale mostrò con ragioni ai Cardinali , che essendo il Papa fatto con condizione, come diceva , non poteva scomunicare. nè comandare a’ Cardinali, se prima non osservava la fede del suo giuramento in mano del Collegio de’ Cardinali. È dunque certo che Niccolò ebbe non piccola parte nella formazion dello scisma; ed egli sarebbe assai più degno di fede, se avesse fatto miglior uso del suo sapere. Il Panciroli aggiugne che l’anno stesso 1378 ei passò a legger di nuovo in Padova , e che ivi dopo due anni morì; ma di ciò ei non reca pruova di sorte alcuna , e il Papadopoli non ne adduce egli pure altro monumento che l’autorità del Panciroli, il quale nomina ancora i due figliuoli ch’egli ebbe. Luca e Bel forte vescovo di Catania, da cui Tanno 14^9 fondato in Padova il collegio, che ancor vi sussiste, detto degli Spinelli. xxvi. XXVI. L’altro famoso giureconsulto del regno Rampmlri- di Napoli fu Andrea Rampini, che dalla sua «•mia. patria si suole comunemente dire Andrea d’I sernia. Di lui parla lungamente il Giannone (l. cit.), e rammenta le onorevoli cariche a cui fu sollevato dalla regina Giovanna, e narra, ma sol sulla fede di autori alquanto da lui lontani, che da un barone tedesco, contro cui avea Andrea [p. 483 modifica]SECONDO 4^3 decisa una lite, fu ucciso nel 1353, mentre di nottempo usciva di casa. Il Panciroli ha raccolto (l cit.) i magnifici elogi con cui ne parlano i giureconsulti napoletani, e singolarmente Matteo d1 Afflitto, il quale afferma che le parole di Andrea non debbonsi scorrere in fretta, ma ponderare maturamente; e ciò per riguardo a’ comenti da lui scritti, che ancora ci rimangono, sulle Leggi feudali e sulle Costituzioni del regno di Sicilia (*). Il Muratori al contrario ne ha parlato con non poco disprezzo (praef. ad. Leg. Langob. t. 1, pars 1 Script. Rer. ital. p. 5), pel biasimar ch’egli ha fatto ne’ comeuti le leggi de’ Longobardi. Forse Andrea ne ha esagerati troppo i difetti; ma credo ancora che altri le abbian lodate oltre il dovere. Di questo giureconsulto niuna menzione ha fatta il Fabricio. XXVII. Siegue ora l1 altro oracolo della ci- xxvtI | li..ido; sur» vile giurisprudenza di questo secolo, scolaro primi «indi, prima e poscia rivale di Bartolo, a cui si dice *tr;UB‘mi,c" che fosse superiore in ingegno, ma non in maturità e in senno; dico il celebre Baldo. Di lui, oltre più altri scrittori, parla lungamente il Panciroli (c. 70), e più lungamente non meno che più esattamente il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 1, p. 146). Quindi, secondo il nostro costume, noi direm brevemente di ciò che da essi è stato chiaramente provato; e l’arem (*) 11 sig. Origlia ha confutato il racconto che ci fa il Panciroli dell’infelice morte di Andrea Rampini da Isernia} e ha mostrato ch’egli era gii» morto nel i3i6 (Slor. dello Stud. di Nup. t. 1, p. 169, ec.). [p. 484 modifica]484 liuho solamente ricerca di quelle cose che ancor sono dubbiose. E queste sono assai più che non sembrerebbe probabile, attesa la celebrità di quest’uomo; ma ciò deesi attribuire, come già abbiamo osservato, a’ gravissimi errori di cui piene sono l’edizioni dell’opere degli antichi giureconsulti. Baldo nacque in Perugia da Francesco degli Ubaldi dottor di medicina , la qual famiglia fu detta poi de’ Baldeschi. Ma intorno all’anno in cui nascesse, cominciamo a trovare incertezza; perciocchè altri fissano l’anno 1324, altri il 1319, e questa seconda epoca a me sembra la più probabile, perchè fondata su ciò che trovasi scritto al fine del suo trattato de Pactis, ove così si legge: Actum sub anno Domini 1340 vigesimo primo anno quo (l. ex quo) natus fuit Baldus, il qual passo, quando non sia guasto, chiaramente ci mostra ch’egli era nato l’anno 1319). Egli ebbe, oltre alcuni altri , a suo maestro il gran Bartolo; e si narra comunemente, e il racconto è stato adottato anche dal co. Mazzucchelli, che in età di quindici anni seppe sì ingegnosamente combattere un’opinione del suo maestro, che questi prese tempo a rispondergli. Ma si rifletta. Bartolo non cominciò a tenere scuola di legge, come si è detto, che l’an 1339. Se dunque Baldo era nato nel 1319), non poteva in età di quindici anni, cioè l’anno 1334 essere scolaro di Bartolo. Questa riflessione potrebbe forse rendere più probabile l’opinione che ne fissa la nascita all’anno 1324 Ma un fatto che non è raccontato che da scrittori posteriori, basta egli a farci abbandonare un [p. 485 modifica]SECONDO 4^5 parere fondato sull’arrecato testo di Baldo? Nè men favoloso dee credersi ciò eli’ altri narrano, cioè che Baldo solo in età di quarantanni s’applicasse alle leggi, e che entrando egli a tal fine nella scuola di Bartolo, questi dicessegli: Tardi venisti, Balde; e che Baldo gli rispondesse: citius recedam; racconti puerili troppo facilmente adottati dagli scrittori che vennero dopo, ma non mai provati con alcun autorevole documento. Dal medesimo Bartolo ebbe Baldo il solenne onor della laurea, non già l’an 1389, come si legge in un passo corrotto di Baldo (in lege Si quis, c. si in quacumque praedictus potestate), ma, come par più probabile, verso il 1340. Io non mi tratterrò a confutare un’altra favola che di lui si racconta, cioè che essendo nata contesa tra Baldo e Bartolo sulla lezione di un testo delle Pandette, e consultando perciò il famoso lor codice che conservavasi in Pisa, si venisse quindi a scoprire che tutti gli altri esemplari erano stati guasti e corrotti da Baldo, e che questi perciò sdegnato, abbandonasse la patria, predicendole che non sarebbe stata degna d’aver le sue ossa. Veggasi intorno a ciò l’apologia di Baldo scritta da Gianpaolo Lancellotto, che suole andare unita alle opere della stesso Baldo, e ciò che eruditamente ne dice il co. Mazzucchelli Questi due scrittori hanno ancora cercato di difendere Baldo dalla taccia, che gli si appone , di aver ne’ suoi scritti parlato di Bartolo con disprezzo, mostrandosi per tal maniera non troppo grato al suo maestro. A [p. 486 modifica]486 LIBRO me pare però, che le ragioni loro su questo punto sien più ingegnose che forti, e che qualche passo di Baldo sia troppo ingiurioso alla memoria di Bartolo. Ma di ciò non giova il disputare lungamente. XXVIII. Il co. Mazzucchelli afferma che Baldo tcdre da lui passò professore a Bologna l’anno 134 \, e che «ostcnuie. prjma ayea tenuta scuola in Siena -, e ne cita in pruova una disputa da Baldo avuta in Bologna con Bartolo sopra un punto su cui egli stesso dice che avea prima disputato in Siena Ma come abbiamo veduto che lo Studio, aperto in questa città l’anno 1320; era tosto venuto meno, e che non fu rinnovato che l’an 1357, così mi sembra improbabile che Baldo vi fosse professore circa quattordici anni prima. E se verso quel tempo ei fu veramente in Siena e vi disputò, ei vi si dovette trovare o come assessore, o per altra occasione. È certo però, che più volte ei venne a contesa con Bartolo, come da più passi delle sue opere provano il Panciroli e il co. Mazzucchelli. Che l’an 1344 andasse professore in Bologna, e vi si trattenesse fino al 1355, si afferma da alcuni scrittori citati dal co. Mazzucchelli. Ma , come mi ha avvertito l’eruditissimo dottor Monti, di lui non trovasi alcuna menzione ne’ monumenti di quella città, onde non posso a meno di non rimirarla come cosa dubbiosa. Ben è certo che l’anno 1358 egli era professore in Pisa, e il sig. Fabbrucci ne ha pubblicato un autentico documento tratto dagli archivj di quel Comune, in cui si ordina il pagamento dello stipendio [p. 487 modifica]SECONDO 4^7 a lui dovuto: Id. Apr. xi Ind. Baldo de Pcrusìo Legarti D oc tori hic ac tu leganti, Ordinariam florenos trigintaquinque de auro, quos habere debet a Communi Pisano pro lectura Digesti veteris praesentis anni, et qui debuerunt sibi solvi in Paschate Resurrectionis Domini proxime praeterito secundum formam suae electionis (Calog. Racc. d Opusc. t. 23). Ma assai poco egli vi si trattenne; perciocchè l’anno seguente, 1359, egli più non vi era, come dimostra lo stesso Fabbrucci. È dunque falso che Baldo fosse in Padova professore dall’anno 1354 fino al 1358, o 79, come scrivono il Papadopoli (Hist. Gymn. pat. t. 1, p. 102) e il Facciolati (Fasti Gymn. pat. pars 1, p. 38). Se ci potessimo fidare abbastanza dclT edizioni dclT opere antiche legali, dovremmo credere che al fine dello stesso anno 1358 in cui lesse in Pisa, Baldo si trovasse in Firenze, perciocchè in un passo leggiamo: Repetita Florentiae anno Domini 1358 Mense Novembris (adì. 1, c. de sacros. Eccl.). Ma chi può assicurarci che ivi ancora non sia corso errore? L’anno 1359 egli era in Perugia, e nell’anno stesso gli nacquero due gemelli, come dalle stesse opere di Baldo pruova il Panciroli. Ed è probabile che allora si trattenesse più anni leggendo in patria. Se però è vero ciò che narra il Platina (in Vita Greg. XI), che Clemente VI mandasse il suo nipote Pietro Belforte (che fu poi papa col nome di Gregorio XI) a Perugia, perchè si formasse sotto il magistero di Baldo, ciò non potè avvenire di questi tempi, come ha creduto il co. Mazzucchelli; perciocchè Clemente VI gii» [p. 488 modifica]488 LIBRO era morto l’anno i352. Quanto tempo ei: si trattenesse in Perugia, non si può stabilire. Pare ch’ei fosse chiamato a Padova da Francesco da Carrara, e che ivi si trovasse l’anno 1380 perciocchè al principio d’una sua Ripetizione si legge: Repetitio in Studio Patavino per eumdem Dominum Baldum facta anno Domini 1380 (ad l Edita, c. de Edendo). Ma è insieme certo che l’anno 1383 egli era in Perugia, perciocchè abbiamo ancora una lettera scritta in quell’anno da Coluccio Salutato in nome della Repubblica fiorentina a’ Perugini, perchè permettano, e, ove faccia duopo, costringano Baldo a recarsi a tenere scuola in Firenze (Coluc. Salut. Epist. t. 2, ep. 8). Se il disegno de’ Fiorentini avesse felice riuscimento, non trovo chi l’affermi. Solo da un passo di Baldo, citato dal co. Mazzucchelli, veggiamo che l’an 1389() egli era di nuovo in Padova; e che nell’anno stesso dovette far ritorno alla patria, chiamatovi da’ Perugini. xxix. XXIX. Sembra quasi impossibile che tanta RiomoVK incertezza e oscurità si ritrovi nella storia d’uotÈV*ueop£ 09ini sì famosi; colpa in gran parte degli scritre- tori delle lor Vite, che invece di ricercare i f)iù sicuri e autentici monumenti, altro non hanno fatto comunemente che trascrivere ciò che altri avean detto prima di loro. Se, in vece di ciò, si fossero con maggior diligenza ricercati gli archivj, come ha fatto l’incomparabile P. Sarti per l’università di Bologna, quanti errori altrui si sarebbono emendati, quante belle notizie si sarebbono raccolte 1 Possiamo noi sperare che venga un giorno in cui usciam dalle [p. 489 modifica]SECONDO 489 tenebre, fra le quali siam ora costretti a ravvolgerci? Ma ritorniamo a Baldo, di cui quanto è più illustre il nome, tanto più incerta è la serie delle azioni. Ch’ei fosse chiamato da Giangaleazzo Visconti all’università di Pavia, è indubitabile; e sembra che ciò accadesse verso il 1391. Ei certamente par che vi fosse nel 1395, poichè nel titolo di un suo comento sul v e vii libro del Codice, stampato in Milano l’anno 1476, si legge: compilata in felici studio Papiae MCCCLXXXXV (Sax. Hist. Tipogr. mediol. p. 564). Ivi egli ebbe a suoi competitori e colleghi Filippo Cassoli e Cristoforo Castiglioni; e alcuni posteriori scrittori citati dal Panciroli e dal conte Mazzucchelli ci narrano cose grandi dell’emulazione che tra essi ardeva nel procacciarsi maggior numero di scolari, e nello sfidarsi a vicenda a chi desse più belle pruove d’ingegno. Io lascio che cotali aneddoti si leggano, da chi ne è avido, presso i detti autori , anche perchè è probabile che alcuni di essi non sien fondati che su qualche popolar tradizione. Essi ancora rapportano e alcuni ingegnosi motti che attribuiscon a Baldo, e le testimonianze di stima ch’egli ebbe da quella università, e dal duca Giangaleazzo, e dal pontefice Urbano VI, di cui si dice che gli desse la signoria d’un castello e d’alcuni beni per T allegazione da esso fatta in suo favore contro l’antipapa Clemente; e più altre cose appartenenti alla vita, al carattere, agli studj, alle ricchezze di Baldo; intorno alle quali è inutile ch’io mi trattenga a ripetere ciò eh’essi haii [p. 490 modifica]49^ LIBRO eletto. Quando l’università di Pavia fu trasportata a Piacenza, tra’ professori di essa era ancor Baldo, come si vede dall’altre volte rammentato catalogo del 1399, in cui ancor si specifica il lauto stipendio che gli si pagava ogni mese: D. Baldo de Perusio legenti Codicem Ordinarium l. 164. (Script. Rer. ital. vol 20 p. 939). L’anno seguente fu l’ultimo della vita di Baldo, che morì, se dobbiam credere al Mattioli (in l. 6 Dioscor. c. 36), morsicato da un suo fedel cagnolino improvvisamente fatto rabbioso. Intorno all’anno della morte di Baldo veggasi il co. Mazzucchelli che ha riferite e confutate le altrui opinioni, e ha provato ch’ei morì a’ 28 di aprile del 1400, singolarmente col testimonio dell’iscrizion sepolcrale postagli in Pavia nella chiesa di S. Francesco, del cui abito ei volle allora essere rivestito. Ma questo esatto scrittore non ha posto mente a una difficoltà che contro quest’epoca ha prodotto monsignore Mansi (Fabr. Bibl. med. et inf. Latin, t. 1 , p. 166). Ei cita un codice della cattedrale di Lucca, in cui si legge una Ripetizione di Baldo sul giuramento con questa nota: Repetita fuit haec lectio per Baldum de Perusio Civem Perusinum J. U. D. in felici Civi tata Florentiae... Actum 1413 hic in dicta Civitate; ed egli perciò dubita che l’iscrizione sepolcrale di Baldo sia di troppo recente data; e che, più che ad essa, si debba aver fede al suo codice. Ma per una parte l’iscrizione è appunto in quel barbaro stile che allor si usava, e che non molto dopo cominciò a cambiarsi [p. 491 modifica]SECONDO 49* ili meglio, e per l’altra non v’ha chi non sappia quanto facilmente la negligenza de’ copiatori intruda ne’ codici gravissimi falli , singolarmente ne’ numeri. Quindi a me pare che, finchè altro argomento non si produca in contrario, l’autorità del codice mentovato debba cedere a quella dell’iscrizione. Io non aggiugnerò nulla, intorno alle opere di Baldo, a ciò che con somma esattezza ne ha scritto il co. Mazzucchelli; ma conchiuderò riflettendo che se esse non ci sembrano ora corrispondenti al gran nome di Baldo, se ne vogliono incolpare, come più volte ho detto, gl’infelici tempi a cui visse, e il difetto di tanti mezzi a meglio illustrare la giurisprudenza, de’ quali ora siamo doviziosamente forniti. XXX. Baldo ebbe due fratelli, uno de’ quali ***; p detto Angelo degli Ubaldi, che se non andò-Pinro”,ii i..» gli del pari in sapere e in fama, il seguì non-frjlclh* dimeno non molto da lungi. Il Panciroli (c. 71), da alcuni passi dell’opere legali da lui composte, raccoglie ch’egli ebbe i maestri medesimi che ’l suo fratello; che in età di 24 anni, avendo già ricevuta la laurea, cominciò a tenere scuola in Perugia sua patria; che di là passò a Roma a’ tempi di Urbano VI, il quale gli diede non ordinarie pruove di stima; che da Roma passò poscia a Firenze; e quindi l’anno 1386 a Padova. Ma se nell’indicare quest’anno non è corso errore di stampa, il Panciroli a questo luogo si contraddice; perciocchè, dopo aver detto che Angelo recossi a Padova l’anno 1386, soggiugne che ivi tenne scuola per circa 17 anni, e che tornato poscia a Firenze, vi morì nello stesso [p. 492 modifica]4ya libro anno die Baldo, cioè nel 1400, quattordici anni soli dacchè era andato a Padova. Gli scrittori padovani nulla ci dicono di più preciso intorno a ciò, e non fanno che copiare il Panciroli. E noi perciò qui ancora, privi di monumenti, non possiamo diffinir nulla. « Certo egli era in Padova nel 1386, come raccogliesi da una carta del 1 di marzo del detto anno, indicatami dal sig. abate Dorighello, in cui egli è detto abitante di Padova nella contrada di S. Caterina, e sapientissimo dottor delle Leggi e de’ Decreti »>. Ed era ancor vivo l1 anno i ògS, perciocché a quest’anno ne fa menzione Benvenuto da S. Giorgio (Hist. Montisf. Script. Rer. ital. vol.23, p.657), rammentando un Consiglio da lui disteso in una controversia tra Teodoro marchese di Monferrato e Amedeo di Savoia principe d’Acaia. Io aggiugnerò ancora, fondato sulle notizie trasmessemi dal celebre dottor Gaetano Monti, ch’egli era stato, sin dall1 anno i363, assessore in Bologna del podestà Zappo de’ Zappi. Di altre cose a lui attenenti, dell’opere da lui scritte, e di più altri della stessa famiglia, che celebri furono nello studio legale, veggasi il medesimo Panciroli. « Celebre ancora fu l’altro fratel di Baldo, detto per nome Pietro, professore in Perugia, poscia avvocato concistoriale in Roma, morto nel 1420, e autore egli pure di alcune opere legali. Di lui, e così pure di Angelo e di altri di questa stessa famiglia , che fu detta ancor de’ Baldeschi, e delle opere loro, più copiose notizie si posson vedere presso il co. Mazzucclielli (Scritt. ital. t. 2, p. no, ec., 104, ec.), [p. 493 modifica]SECONDO 493 e presso gii autori da lui citati , e presso il eli. sig. Annibale Mariotti che con somma esattezza di essi ha trattato nella sua bell’opera degli Uditori di Rota Perugini, stampata in Perugia nel 1787 ». XXXI. Parlando di Baldo, abbiam! veduto ch’egli ebbe a suo rivale in Pavia Filippo Cassoli (a). Era questi reggiano di patria, come tutti concordemente il dicono gli antichi e i moderni scrittori, contro de’ quali troppo debole è l’autorità di Alberto di Ripalta che in una sua orazione lo annuovera tra’ celebri Piacentini (Script. rer. ital vol 20, p. 934)- Ove egli facesse i primi suoi studj, non ne troviamo contezza. Ei fu uno de’ primi che da Galeazzo Visconti furon chiamati a leggere nell’università di Pavia, da lui fondata, come il Panciroli pruova (c. 73) colla testimonianza di Baldo. Egli aggiugne che dopo alcuni anni passò a Padova, e quindi fe’ ritorno a Pavia, ov1 egli ebbe a suo rivale lo stesso Baldo. In quali anni tai cose accadessero, nol possiamo accertare per mancanza di monumenti. Sappiamo solo che l’an 1374 egli era professore in Pavia, come abbiamo nell1 antica Cronaca di Reggio, ove si narra che in detto anno, rottosi il ponte sul Tesino, vi perirono con molte altre persone due fratelli di Filippo, che ivi studiavano, mentre egli vi teneva scuola (Script. rer. ital vol. 18, p. 83), e che l’anno 1377 egli era procuratore di Galeazzo Visconti per le nozze di Violanla XXXI. Filippo Cartoli. (n) Più distinte notizie intorno a Filippo Cassali si posson leggere nella Biblioteca modenese (t. 1 yp. 285, ec.). [p. 494 modifica]4<)4 LIBRO sua figlia col marchese di Monferrato, come appare dal documento inserito nella sua Storia , da Benvenuto da San Giorgio: per egre°iu/n Le ginn Doctorem D. Philippum de Cassolis de Regio (l. cit p. 5<)4). Nell1 anno 1^79 ei fu adoperato nello stabilire una tregua fra Giangaleazzo Visconti e il suddetto marchese di Monferrato, nel cui documento, accennato dal chiarissimo co. Giulini (Contin. delle Mem,. di MiL t. 2, p. 317), egli è detto consigliero della Camera apostolica; e di nuovo l’anno i38o nell’alleanza stretta fra Giangaleazzo e la Repubblica veneta (ivi, p. 322). Il Portenari fissa all’anno 1382 (Felicità di Pad. p. 229) la cattedra da lui tenuta nell’università di Padova; ma non so quanto convenga fidarsi a ciò ch’egli afferma senza recarne pruova. Più certe sono le cose che di lui ne racconta Paolo da Castro , citato dal Panciroli; poichè egli avealo conosciuto in Pavia. Ei dice adunque che per la fama a cui era salito Filippo, era comunemente chiamato dottor dei dottori; ma che avendo egli ardito di sfidar Baldo, questi interrogatolo di una legge di cui Filippo non seppe dar conto, il fe’ ammutire. Baldo ciò non ostante il chiama dottor famosissimo (consil. 105). Egli ebbe ancora il titolo di consigliere di Giangaleazzo Visconti, come pruova il Panciroli. Asdrubale Bombaci nella Genealogia della nobil famiglia Cassoli, ch’io ho veduta manoscritta, dice ch’ei fu ancora consigliere di Stato di Venceslao imperatore, e vicario generale del sacro Impero in Lombardia; la qual seconda dignità sembra strano che si concedesse ad un [p. 495 modifica]SECONDO 49^ privato, e nondimeno convien ammetterla, se è vero, coni’ egli afferma, che se ne trovi il diploma nella pubblica cancelleria di Piacenza. Lo stesso Bombaci, e prima di lui il Panciroli affermano ch’ei morì in Pavia l’anno i3i)i, che, secondo l’ordine da lui dato a’ suoi eredi, ne fu trasportato il corpo a Piacenza, e sepolto nella cappella di S. Tommaso, che egli avea fabbricata nella chiesa dei Predicatori detta di S. Giovanni del Canalej che non avendo avuto nè dalla prima sua moglie, che era della famiglia Sangiorgi bolognese, nè dalla seconda, che fu Caterina Anguissola, alcun figlio, lasciò eredi i suoi fratelli Taddeo e Maffeo, con ordine che col frutto di 3000 fiorini, ch’egli avea in Venezia , si mantenessero agli studj della legge tre giovani reggiani, ma che quest’ordine non si potè condurre ad effetto, perciocchè avendo Otto ossia Ottobuono Terzi occupata Parma e Reggio, e fatto prigione Maffeo, questi dovette con quel denaro e colla vendita di altri suoi beni liberarsi dalla prigionia. Di Filippo abbiam un trattato de’ Testamenti e delle Successioni, e alcuni Consigli sparsi tra quei di Baldo. XXXII. Lo stesso anno i4oo che era stato fatale a Baldo e ad Angelo, il fu non meno a a&vkó L.»Gian-Lodovico Lambcrtacci. Questi dal Panci- hcrtaccu roli (c. 74)? e da tutti gli altri scrittori è detto di patria padovano. Ma è probabile ch’ei traesse Y origine da’ Lambertacci bolognesi sì celebri per le fazioni da essi formate in quella città, e tante volte da essa cacciati. E in questo mio sospetto mi conferma ancora il vedere che il Ghirardacci ne ha inserita menzione nelle sue [p. 496 modifica]4y6 LIBRO Storie (t 2, p. 5i5). Nel catalogo de’ professori di Padova, citato dal Panciroli, ei si dice creato dottore l’an 1384, e sollevato all’onore della primaria cattedra di giurisprudenza; e se è vero ciò che il Papadopoli afferma (Hist. Gymn. pat t. 1, p. 204), eh1 egli illustrale con note il mentovato catalogo de’ professori che l’aveano preceduto, pubblicato poscia dal Porcellino, questo monumento dee certo considerarsi come autentico e sicuro. A lui inoltre si attribuisce la lode di aver corrette, accresciute ed ordinate le Leggi del Collegio de’ Giureconsulti di Padova. Anzi se crediamo all’iscrizion sepolcrale riportata dal Panciroli e dal Papadopoli, non solo ei fu un valoroso legista, ma fu inoltre un maravigli oso oratore e un nuovo Tullio. Ma noi siamo avvezzi a non lasciarci sì facilmente sedurre da tali elogi. Il Papadopoli aggiugne di aver vedute alcune orazioni funebri da lui composte, verbose, è vero, ed incolte, ma che hanno alquanto dello stil del Petrarca, di cui credono alcuni che fosse discepolo e che ne formasse il sepolcrale epitafio. Dicesi ancora ch’ei si dilettasse de’ versi leonini, e si rammentano finalmente alcune opere legali da lui composte, xxxiii. XXXIII. Il Panciroli due altri giureconsulti co Sardi*’è rammenta a questo luogo (c. 75), Lodovico Ferrali lr° Sardi ferrarese, professore in Bologna e autore di un libro intorno a’ figli naturali e alla lor legittimazione e successione ne’ beni, e Giampietro Ferrari pavese, autore di una Pratica legale, che volgarmente suol dirsi la Pratica Pavese. Ma il primo appartiene con più ragione [p. 497 modifica]!• SECONDO 497 al secol seguente, perciocché il Borsetti (Hist. Gymn. ferrar, t. 2 , p. 15) ne ha pubblicata P iscrizion sepolcrale postagli nella chiesa de’ Conventuali in Ferrara, da cui si ricava ch’egli morì P anno 144^* I|1 essa egli è lodato non meno pel sapere nelle leggi, che per gli studi poetici *, e infatti lo stesso Borsetti afferma di averne vedute alcune elegie manoscritte. Questo scrittor medesimo crede, e a ragione, probabile che Lodovico , come in Bologna, così in Ferrara ancora tenesse scuola di legge. Il Ferrari scrisse il sopraccitato libro, come il Panciroli dimostra, l1 anno 1 /joo. Ma ei potè vivere ancora più anni dopo, benchè non abbiamo monumento che cel dimostri, giacchè di lui non ci è rimasta alcun’altra notizia. XXXIV. Alberto da Ripalta, nell’orazione da *xx,,v\ ,.. 1 tv • • 1 1 nirCardo d noi poco anzi citata, tra’ Piacentini celebri per Saliceto, sapere, nomina ancora (Script. rer. ital. vol 20, p. 934) Riccardo e Bartolommeo da Saliceto, illustri giureconsulti di questo secolo, tratto forse in errore dall’esser vissuto nel secolo precedente Guglielmo da Saliceto famoso medico piacentino, di cui abbiamo a suo luogo parlato. Ma questi due certamente furono bolognesi , e noi lo mostreremo più chiaramente, parlando di Bartolommeo che da altri è stato detto reggiano. Or cominciamo a dir di Riccardo. La prima volta che di lui si trova menzione nelle Storie bolognesi, è all’anno 1335, nel quale ei fu uno degli ambasciadori destinati dal Comun di Bologna ad andare al pontefice Benedetto XII in Avignone per iscusarsi della ribellion sollevata contro il Cardinal Bertrando legato della Tir a boschi, Voi V. 32 / [p. 498 modifica]/{()B libro sanla sede (Griffon. Memor. Hist Script. rer. ital. vol. 18, p. 154). Poscia il veggiam di nuovo all’anno 1340 in cui egli è nominato tra que’ che formarono il Consiglio gener •* di Bologna (Ghirard. t. 2, p. 155). Se crediamo alT Ali do si, ei fu professor di legge nella stessa città l’an 1346 (Dott. bologn. p. 204); e non pare che debba ammettersi l’opinione del Panciroli (c. 76) che ne differisce la lettura all’an 1360, se pure in quel passo non è corso, come io sospetto, qualche errore di stampa. L’anno 1347 il veggiamo trai sapienti del Comune di Bologna (Ghirard. ib. p. 178). Quindi allorchè Giovanni Pepoli, T anno i35o, trattò segretamente con Giovanni Visconti arcivescovo di Milano la vendita di Bologna, che Fu poi in quell’anno stesso conchiusa ed eseguita, per occultare i suoi disegni mandò solenne ambasciata a’ Fiorentini, chiedendo loro soccorso. Matteo Villani ce la descrive (Stor. l. 1, c. 67), e narra che il dicitore fu Messer Riccardo da Saliceto famoso Dottore di Legge, e la sua proposta fue: Ad Dominum cum tribularer clamavi ec.; e con nobile ed eccellente Orazione, con efficaci ragioni, e induttivi argomenti conchiuse la sua domanda a inducere il Comune di Firenze a prendere la guardia della Città e dei Cittadini di Bologna. Ma mentre il trattato era vicino a conchiudersi, sopraggiunse la nuova della vendita di Bologna fatta al Visconti, per cui del tutto si sciolse. Poichè ei Fu tornato alla patria, l’anno seguente Fu uno degli ambasciadori nominati da Giovanni Visconti ad andare in suo nome a chiedere al [p. 499 modifica]SECONDO 499 pontefice 1’investitura della città di Bologna 3 ma poiché fu giunto insieme co’ compagni a Milano, Giovanni cambiò parere, e rimandolli alle lor case (Cron. di Bol. Script. rer. ital. vol 18, p. 421; Ghirard. t. 2, p. 209). Un’altra ambasciata sostenne egli in nome dei Bolognesi, l’an 1353, all’arcivescovo Giovanni, affin di esporgli i disordini a’ quali nella lor città facea d’uopo d’opportuno e pronto riparo (Ghirard. p. 213). Da quest’anno fino 13*71 non troviamo alcuna menzion di Riccardo, e questo perciò probabilmente fu il tempo in cui egli andò professore a Padova. E giustamente perciò il Papadopoli (Hist. Gymn. pat t. 1, p. 206) fissa questa lettera all’anno 1365. Questi aggiugne ciò che il Panciroli ancora accenna, ma con minore certezza, che Riccardo tenesse scuola anche in Vercelli. Ritornato quindi a Bologna l’an 1371, fu da’ suoi cittadini onorato nuovamente di un’ambasciata d’ubbidienza al sommo pontefice Gregorio XI, allora eletto (Griffon. Memor. et Cron. di Bol. Script Rer. ital. vol. 18, p. 182, 49°)• Ma nell’antica Cronaca di Bologna si dice eh’egli e i suoi colleghi poca grazia ebbero presso il pontefice. L’anno 1376 il vediamo avvolto nella sedizione che eccitossi in Bologna contro il Cardinal Guglielmo legato del papa, che fu costretto a fuggirsene, e a lasciar la città in mano del popolo (Griffon. ib. p. 186); e poco appresso ei fu nominato tra gli anziani scelti pel buon governo (ib.)) mandato quindi, ma inutilmente, a placare Giovanni Aucud che con soldatesche inglesi combattea pel legato (Ghirard. l. cit. p. 343)} e [p. 500 modifica]500 LIBRO finiilmente nell’anno slesso scello tra ’1 numero ile’ 5oo che componevano il Consiglio della Comunità (ib. p. 356), e insieme professore di legge nella università (ib. p. 359). Ma l’anno appresso in una sedizione popolare che destossi in Bologna, poco mancò ch’ei non vedesse la sua casa data furiosamente alle fiamme (Griffon. L. cit. p. 189). D’allora in poi a me non è avvenuto di ritrovare altra memoria di Riccardo nelle Storie bolognesi, ed è probabile che non molto sopravvivesse. Il Panciroli dice eli’ ei morì in Piacenza, mentre tornava da un’ambasciata fatta a Milano. Ma ei non accenna ove abbia trovata cotal notizia. Ei pure aggiugne che delle opere da Riccardo scritte nulla ci è rimasto. L’Alidosi, al contrario, (l. cit.) afferma che se ne hanno alle stampe le Letture sopra il Codice e il Digesto vecchio e i Consigli. Io non trovo alcuno che espressamente ne indichi l’edizioni; e solo ho veduto un Consiglio di Riccardo stampato tra quelli di Alberto Bruno, ove però è certamente corso errore nella data del 1397, perciocchè in quell’anno dovea Riccardo esser morto, e certamente era morto fin da presso a cinquantanni Giovanni d’Andrea che pur vi si sottoscrive, xxxv. _ XXXV. Riccardo ebbe un figlio per nome lui figliuolo. Roberto, che fu egli pure professore di legge in Bologna l’anno 1365 (Ghirard. t. 2, p. 285); ed ebbe non men che il padre non piccola parte nelle vicende a cui fu esposta Bologna di questi tempi; anzi a lui più che ad ogni altro si attribuisce il sollevamento per cui Bologna l’anno 1376, cacciato il legato, riebbe [p. 501 modifica]SECONDO 5oi la libertà (ib. p. 340), come sopra si è detto. Egli pure fu avvolto nella sedizion mentovata, dell’an 1377, insiem con Riccardo suo padre; e in essa Roberto tu fatto prigione, e, come sembra, ancor rilegato; perciocché nel1 antica Cronaca di Bologna troviamo (Script. rer. ital. vol. 18 , p. 531) che l’an 1388 egli con altri confinati fe’ ritorno a Bologna. Ma in quest’anno medesimo egli ebbe un troppo onorevol compenso del sofferto esilio; perciocchè, come racconta il Ghirardacci citando i libri delle pubbliche Riformagioni (l. cit. p. 424) > giunsero in Bologna gli Oratori Veneziani mandati da quella Repubblica per ottenere dal Senato grazia, che lor fosse concesso Roberto Saliceti, Cittadino Bolognese, Cavaliere ed Eccellentissimo Dottore di Legge, e grandissimo amatore della libertà della sua patria , che benignamente fu loro concesso con questa condizione , che come difensore della patria e dello stato e libertà possa ad ogni suo volere ritornare,, stare, abitare nella Città di Bologna , suo Contado e distretto. Questo sol passo ci mostra in quale stima egli fosse; ed io perciò non ho voluto passarlo sotto silenzio, benchè il Panciroli non ci abbia di lui favellato. L’Alidosi dice (Dott. bologn. p. 2o5) eli’ ei fu sepolto in Bologna nella chiesa di S. Martino maggiore. Ma l’iscrizion sepolcrale da lui prodotta pruova soltanto che ivi fu sepolto Carlo di lui nipote. XXXVI. Il più celebre però di questa fami- X^XVI.. n t» 1 , A 1 • - 11 wirtolnmglia 111 Jiartolommeo da Saliceto, nipote (Id nt«-i> nipote sopraddetto Riccardo. Che ei fosse bolognese 1; [p. 502 modifica]502 libro di patria , è abbastanza palese al riflettere a ciò che abbiam detto del suo padre Riccardo, e del suo cugino Roberto. Ciò non ostante, il Borsetti, citando 1’autorità d’alcuni scrittori reggiani , vuole eli’ ei fosse natio di Reggio (Hist. Gymn. ferrar, t 2 , p. 4 , ec.). Ma con quai pruove? Lasciamo star la Matricola dei Dottori di Reggio, in cui egli è registrato; imperciocchè rimane a cercare di qual antichità essa sia, e se tutti quelli che in essa son registrati , sien reggiani di patria; e lasciamo stare non meno la tradizione ch’ei dice esservene in Reggio , tradizione però, di cui non ebbe notizia il Panciroli, benchè reggiano, che sulla patria di Bartolommeo non muove alcun dubbio (c% 78). L1 unico argomento che sembra aver forza a conchiudere in favor de’ Reggiani, sono alcune parole che si trovano ne’ Comenti di Bartolommeo sull’ottavo libro del Codice; ed ecco quali esse sono: Et scias quia hic non potui interesse ad scribendum, quia fui ad videndum quosdam libros , quos magnificus Dominus Otto de Tertiis, Tizani, ac Castronovi Tertiorum Comes, et Rheginae Civitatis patriae meae Dominus ec. fecit portare in duabus castellatis, quos lucratus fuerat in familia sua in stipendiis suis viriliter, de quibus nullum emi: 1406 die 16 Junii, in quo Eclipsis solis fuit ab hora nona usque ad duodecimam et ultra (in l. Sancimus , c. de Donat, in fin.). Se queste parole fossero veramente di Bartolommeo, la quistione sarebbe decisa a favor de’ Reggiani. Ma a chi mai può cadere in mente ch’ei le scrivesse? Che hanno a fare colai [p. 503 modifica]SECONDO 503 parole colle Leggi de’ donativi, che egli ivi comenta? E che senso posson mai esse avere in bocca dell’autore? Vuol egli forse renderci conto che a questo passo egli ha interrotto per qualche ora di scrivere i suoi Comenti? Ma in primo luogo ei non avrebbe scritto: hic non potui interesse ad schribendum; e inoltre perchè ci dà egli conto di questo solo interrompi mento, e non di tanti altri che egli avrà pur dovuti fare ogni giorno? A me sembra evidentissimo che queste sono parole di uno scolaro che andava alle lezioni di Bartolommeo , e che avendo un dì fuggita la scuola per andare a vedere i mentovati libri, e lasciato perciò qualche vano ne’ suoi quinterni, volle lasciar in essi memoria ond1 era ciò avvenuto. I quai quinterni avendo poscia servito di originale alla stampa, le riferite parole sono state credute di Bartolommeo , e inserite nei suoi Comenti. In fatti il Panciroli, che non muove alcun dubbio sulla patria di Bartolommeo, come si è detto, avverte che le opere di lui sono state stampate, quali aveale scritte un suo scolaro reggiano, e ne cita in pruova questo passo medesimo. E che così esso debba intendersi, si ricava ancora da più passi dell’opere stesse, ne’ quali Bartolommeo chiama Bologna sua patria. Il Borsetti per moltiplicar gli argomenti a favore de’ Reggiani, dopo aver riferite le mentovate parole, aggiugne che ciò provasi ancora da un passo de’ suoi Comenti sul Codice. Ma questo passo è quello appunto in cui contengonsi le parole medesime; e i due argomenti perciò si riducono a un solo, e questo ancor troppo [p. 504 modifica]5o4 LIBRO debole, perché possa combattere un’opinione fondata su troppo autentici documenti. xxxvii. XXXVU. Era egli, secondo l’Alidosi (Dott. •Sua catte-. p 1 • 1 •* » dra r impic- bologn. p. 4°)? prolessor di legge in Bologna sostenuti. 1’anno i363, e noi il troviamo ancora nel Catalogo de’ professori del 1365, pubblicato dal Ghirardacci (t. 2, p. 289) , e probabilmente ei tenne ancor negli anni seguenti la cattedra fino al 1370, in cui il card. Anglico vescovo d’Albano, fratello del pontefice Urbano V e legato in Bologna, ne lo privò sotto pretesto di dar luogo a’ professori inferiori di salire a luogo più degno. Ed ecco , coni’ egli stesso ne parla nel proemio de’ suoi Comenti sul libro ix del Codice , che fu il primo, come altrove dice egli stesso, da lui illustrato: Hic patriae, in qua bona sunt omnia, unde est nuncupata Bononia (nuovo argomento invincibile a provarlo di patria bolognese).... hic in patria disciplinatus, sub patruo, cui nomen Richardus, il le inter Legum Doctores in orbe notissimus.... hic cunctis in Lectura gratti s, aenudorum studio anno 1370, regnante Urbano quinto Potitifi ce summo , per ejus Germanum exstiti a lectura remotus , sumpta causa, ut inferioribus daretur ascendendi locus. Tunc hic patriam egressus cum suspirio supremo in Patavii florido Studio ad lecturam vocatus, in quo quatuor annis continuis praelegendo rexi , ec. Passò dunque Bartolommeo da Bologna a Padova P anno i3yo, ed ivi per quattro anni stette insegnando; e, come egli stesso afferma e al principio del primo libro dei suoi Comenti sul Codice, e al fin dell’ottavo, scrisse il sopraccennato [p. 505 modifica]SECONDO 5o5 Comento sul ix libro; ove è ad avvertire che nel secondo de’ citati due passi ove dice: sequentem librum (cioè il Comento sul ix libro) scripsimus Patavii in studio 1383, deesi leggere 1373 o alcun altro degli anni che corsero tra ’l l’ò’jo e’ l 13-j4? *n cu* rl~ chiamato a Bologna. Veggiamo in fatti che o nel 1376, come si ha nella Cronaca latina del Griffoni (Script. Rer. ital. vol. 15, p. 185), o nel precedente, come raccontasi in quella italiana di F. Bartolommeo della Pugliola (ib. p. 497) » ei fu mandato in Avignone , ambasciadore a Gregorio XI, dal card. Guglielmo legato. E nel 1376 il troviamo annoverato nel Consiglio de’ Cinquecento (Ghirard. t. 1 , p. 355). Egli avea ripigliata la cattedra , e fu uno dei professori che intervennero nel 1378 alla solenne laurea dei primi due alunni del Collegio Gregoriano (ib. p. 378); e nell’anno stesso essendo stato eletto a pontefice Urbano VI, ei fu uno degli ambasciadori da’ Bolognesi mandati a complimentarlo (Script. rer. ital. vol. 18, p. 190, 516). Intanto applicossi a proseguire i suoi Comenti sul Codice, cominciando dal primo libro , poichè in Padova avea illustrato soltanto il nono. Egli stesso, nel proemio del primo libro, rammenta lo scisma onde allora era travagliata la Chiesa , e dice che a questa fatica si accinse a’ 20 del mese di maggio del 1382: ad glori am omnipotentis Dei et exultationem patriae et totius Studii Bononiensis. L’anno 1388, essendo morto il march. Niccolò II d’Este , il Comun di Bologna mandò ad assisterne in suo nome all1 esequie, e a Tiradoschi, Voi. V. 32 * [p. 506 modifica]So6 LIBRO condolersi col march. Alberto di lui fratello e successore , Messer Francesco de’ Ramponi e Messer Bartolommeo da Saliceto amendue famosissimi Dottori di Legge, come si legge nella sopraccitata Cronaca italiana (p. 530). Nella Cronaca latina però (p. 198) in vece di Bartolommeo si nomina Nanne Gozzadini , e così ancora racconta il Ghirardacci (p.). Ma questo autore in vece di questa ambasciata, un’altra ne fa in quest’anno sostenere a Bartolommeo, cioè ad Urbano VI, e narra (p. 425, ec.) come egli insiem co’ colleghi fu svaligiato e lasciato in camicia presso Imola. Come però di questo fatto ei non reca altro monumento che l’autorità di F. Leandro Alberti, e nulla se ne ha nelle antiche Cronache bolognesi, possiam con ragione considerarlo come non troppo accertato. xxxvm. XXXVHI. La gloria con cui Bartolommeo, deglidopo il suo ritorno da Padova, era vissuto in Bologna, fu alquanto Offuscata l’anno 1389, in cui fu scoperto eli’ egli avea parte in un trattato, che occultamente ordivasi, di dar Bologna a Giangaleazzo Visconti (Script. Rer. ital. l. c. p. 199). Alcuni di que’ che n’erano gli autori, furono decapitati, altri furono rilegati. Messer Bartolommeo da Saliceto, dice l’autor della Cronaca italiana (ib. p. 536), fu lasciato , nè gli fu fatto alcun dispiacere nella persona per amore dello studio; e andò la sera a cena co’ Signori Anziani; e loro contò tutto questo fatto, come ho scritto di sopra, e fu lasciato. Ma perchè egli ben vide che non era per avere mai più grande onore, andossene un [p. 507 modifica]SECONDO DO7 dì segretamente al Marchese di Ferrara. Vedendo questo i Signori Anziani , fecero subito mettere tutti i suoi beni i.i Comune. Anche ebbe egli bando della testa: pure io credo ch’ei facesse bene, perchè poco onore ne avrebbe avuto. L’andata di Bartolommeo a Ferrara fu a lui sorgente di nuova gloria; perciocchè avendo il marchese Alberto istituita ivi, l’anno i 3q i , f università, Bartolommeo fu trascelto ad esservi professore di legge. Ma questa università ebbe allora breve durala, e 1* anno i3q4 fu sciolta, come a suo luogo si è detto. È certo però, che Bartolommeo si trattenne ancora in Ferrara fino all* anno i3()8 in cui fu richiamato a Bologna (ib. p. 205, 563), come narra Jacopo di Delaito (ib. p. 931). Ma assai poco tempo ei potè godere del suo ritorno; perciocchè l’anno seguente in una sedizion popolare ne fu di nuovo cacciato (ib. p. 207, 566). Tornò egli allora a Padova , dove però non sappiamo s1 ei ripigliasse P esercizio della scuola; ma solo veggiamo eh1 ei vi compiè la sua opera sopra il Codice; perciocchè al fine dell’ vm libro, ricapitolando in breve tutte le sue vicende da noi finora descritte, così dice: Et hic sit finis hujus nostrae lecturae. Nam sequentem librum scripsimus Patavii in studio in 1383 (dee leggersi, come si è detto, 1373) a nativitate Salvatoris nostri; et postea primum librum inchoavi in Bononia in millesimo ibi in exordio scripto (cioè nel 1382) et usque ad titulum ad legeni A qui. ibi scripsi; et propter discordias patriae in 1380 (così per errore di stampa invece di 1389)) inde discessi, et [p. 508 modifica]5o8 LIBRO Ferratine me contali, et ibi in lectura processi usque ad tit. Qui potiores in pignore h ah cantar; et ad patriam reversus parum scripsi. Postea propter novas dissensiones ortas in patria ad Civitatem Patavii me contuli , et in Conventu Fratrum Praedicatorum quiescens hoc opus perfeci in 1400 die ultima Maii. Quando ei ritornasse a Bologna, le Cronache bolognesi nol dicono espressamente; ma il ch. sig. co. Giovanni Fantuzzi, già da me nominato con lode, mi ha avvertito che da altri monumenti raccogliesi ciò che anche si narra dal Ghirardacci (t. 2 , p. 545) , eli1 ei fu richiamato l’anno 1403, all’occasione’ della pace stabilita fra la duchessa di Milano e il pontefice Bonifacio IX, e ch’egli fece ivi il suo testamento a’ 3 di marzo del i4ii-In questo frattempo è probabile ch’ei ripigliasse la sua lettura; e che avesse fra’ suoi scolari, l’an 1406, quel Reggiano che agli scritti del suo maestro aggiunse le già recate parole, dalle quali non ben intese hanno alcuni raccolto che Bartolommeo fosse reggiano. Ei morì finalmente F anno 1413? e fu sepolto a’ 29 di decembre col solenne onore che racconta Matteo Griffoni nella sua Cronaca: In die S. Thomae de Conturbia sepultus fuit Dominus Bartholomaeus de Saliceto famosissimus Legum Doctor ad sanctum Dominicum cum magno honore , et habuit lectum in strata publica cum baldachino superius, prout sibi conveniebat, et multi fuerunt vestiti de panno nigro (l. cit. p. 119). Oltre il Comento sui nove libri del Codice da noi mentovato , altre sue opere legali ancora si hanno [p. 509 modifica]SECONDO 5ot) alle stampe, che rammentansi dal diligentissimo monsig. Mansi (Fabr. Bibi. rned. et inf, Latin. t. 6, p. i43). L* onorevole iscrizion sepolcrale che gli fu posta , si può vedere presso l’Alidosi, il Papadopoli, il Borsetti e più altri scrittori (*). XXXIX. Di mezzo a Riccardo e a Bartolommeo da Saliceto il Panciroli ripone (c. 77) c. iprn c BcBenedetto Capra e Benedetto Barzi da Piom- V,’,cl,° B ,r’ bino. Del primo dice che fu perugino di patria, che fiorì verso il 1400, che tenne scuola nella stessa città, e che ivi fu onorevolmente sepolto nella chiesa di S. Agostino; e ne rammenta i Consigli da lui pubblicati. Egli però a miglior ragione dovrebbe aver luogo tra’ canonisti , perciocchè di lui si hanno Comenti sul VI libro delle Decretali e sulle Clementine , oltre qualche altra opera che dal Fabricio e da monsig. Mansi si annovera (Bibl. med. et inf. Latin, t. 1, p. 205). Benedetto Barzi , del to ancora Pisano, perchè Piombino apparteneva una volta a quella città, fu da’ Pisani adoperato in commissioni e ambasciate onorevoli , circa il 1380 , ora al Comun di Firenze, ora alla Repubblica di Genova. Fu ancor giudice della curia dei pupilli, e a tutto ciò congiunse l’interpretare in quella università le leggi: delle quali cose si accennano dal Fabbrucci le pruove ne’ documenti che si conservano in Pisa (Calog. (*) Un Consulto legale ms. di Bartolommeo da Saliceto in favore di Urbano VI , scritto in occasione ilei celebre scisma , si conserva nella libreria del Capitolo della metropolitana di Lucca. e nella libreria Nani in Venezia (Cod. MSS. Bibl. Non. p. 24). [p. 510 modifica]5 IO LIBRO Racc. d Opusc. t. 25). Questo scrittoi* medesimo pruova , con autentici monumenti, che Benedetto fu figliuolo d’Arrigo (ib. t. 29) ,• e che perciò quel Benedetto d’Arrigo Barzi, che il Panciroli vorrebbe da lui distinto, non fu veramente che un medesimo personaggio col nostro Benedetto. Il Panciroli, e dopo lui il Papadopoli (Hist Gymn. pat t. 1, p. 205) dicono eli’ ei fu professore non solo in Pisa , ma ancora in Siena, in Firenze, in Pavia, in Perugia, in Bologna e in Padova. In fatti nella iscrizion sepolcrale che da essi si riferisce, si dice, fra l’altre lodi di Benedetto: Omnibus Italiae Studiis tua lectio fulsit. In quali anni precisamente tenesse scuola Benedetto nelle mentovate città, non si può stabilire. Certo egli era in Pisa l’anno 1407 come il Fabbrucci ha provato (l. cit. t 29), e morì in Padova a’ 14 di marzo del i4!o, come dall’iscrizion medesima si raccoglie , che ivi gli fu posta nella chiesa degli Agostiniani. Che se anche in Pisa se ne vede il sepolcro, esso probabilmente dovette da lui ordinarsi, mentre ancora vivea , come osserva il Fabbrucci; ma essendo poi morto in Padova , ivi ne rimaser le ceneri. Di alcune operette legali che di lui ci sono rimaste , veggasi singolarmente il citato Fabbrucci (ib. t 25). xl. XL. Chiuda la serie de’ giureconsulti di queCoriusio.’,r° sto secolo , nominati dal Panciroli, Lodovico Cortusio padovano, di cui egli narra (c. 79) che fu professore in patria circa il 1380, e che , oltre i Comenti sulle Leggi, scrisse sopra [p. 511 modifica]SECONDO 5lI esse un Indice ossia repertorio , eli’ ei dice di aver veduto. Alcuni scrittori, da lui citati, raccontano che Lodovico nel suo testamento ordinò che il suo funerale fosse accompagnato da 50 musici, da altrettanti sonatori e da 15 cetre , a ciaschedun de’ quali si desse mezzo scudo d’oro; che in quel di s’imbandisse lauto banchetto , e la sua moglie vestisse a rosso, che dodici vergini a più colori vestite ne portassero il feretro cantando, e che a ciascheduna di loro si desse dote. Ma il Panciroli aggiugne che ha letto egli stessi il testamento di questo dottore; e che in esso si ordina solo che 100 musici ne accompagnin l’esequie, e che i suoi servidori vestan di lutto. Ei morì a’ 17 di luglio del 1418, e il Panciroli e ilPapadopoli (/. cit p. 209) ne riportan l’iscrizion sepolcrale. Avea egli ordinato che di parte de’ suoi beni si fondasse un collegio pel mantenimento di 8 giovani che studiassero in legge. Ma ciò non fu condotto ad effetto. XLI. Io son venuto finora seguendo comu-.« nemente 1’ordine dal Panciroli tenuto nel fa — gilltcconsulvellare de’ celebri giureconsulti di questo secolo. "* E nondimeno molti ne ho tralasciati, di alcuni de’ quali ei fa menzione sol di passaggio, di altri non dice motto , o perchè non ottenner gran nome, o perchè non n’ebbe notizia. Tra’ primi si contano Ugolino Fontana parmigiano (Pancir. loc. cit. c. 5o), citato da Cino: Fabio Massimo da S. Urbano padovano (c. 51), di cui nell’iscrizion sepolcrale si loda il saper legale non meno che l’eloquenza: Giovanni Perleone da Rimini che credesi il primo professor [p. 512 modifica]5l2 LIBRO di leggi nell’università di Ferrara (c. 57) e passato poscia a Padova , e elio è probabilmente quel Giovanni da Rimini, che dal Facciolati (Fasti pars 1 , p. 31) si dice rettore de’ Cisalpini in Padova l’an 1401 (*); Tonimaso de’ Formaglini bolognese (Pancir. c. , (35) che dalTAlidosi si annovera tra’ professori dell’università di Bologna all1 anno i3i7, e autore di alcune opere legali (Dott. bologn. p. 116), e di cui nell1 antica Cronaca di Bologna leggiamo che l’an 1331 fu inviato ambasciadore al pontefice Giovanni XXII in Avignone (Script Rer. ital. vol. 18, p. 354) j Bartolommeo da Novara, di cui il Panciroli (c. 61) cita un Comento sulle Istituzioni di Giustiniano; Carlino Mandalberto di patria cremonese e professore in Padova (id. c. 61); Taddeo Pepoli (c. 63) famoso non tanto per lo studio della giurisprudenza, tra’ cui professori però è annoverato dall’Alidosi (l. cit. p. 2i5) all1 anno 131 o, quanto pel valore e pel senno con cui giunse ad ottenere la signoria di Bologna; Bartolommeo Gloria professore in Padova (Panc. c. 64); Mattagnano, o, come dicono il Ghirardacci e l’Alidosi , Maccagnano degli Azzoguidi genero del suddetto Taddeo, che andò ambasciadore a Benedetto XII in Avignone T anno 1338 (Ghirard. t. 2 , p. 138) 7 fatto cavaliere nel 1346 (ib. p. 171), e morto (*) Il l’orsetti noi nomina tra’ professori tlell’università di Ferrara; e s: ei vi lu, non potè da essa pas[p. 513 modifica]SECONDO 5I3 poscia dì peste nell’anno medesimo (ib. p• 173) in età , come dice l’Alidosi (l. cit p. 167), di soli 25 anni , lasciando alcune opere legali che da’ giureconsulti antichi si allegano; Gabriele Oseletto modenese, di cui il Panciroli cita due versi (c. 65), e di cui alcune altre notizie veder si possono presso il Vedriani (Dott modon, p. 53) (a) 5 Giambatista Al Fani perugino marito di Nella figlia di Bartolo, e autor di un’opera sopra gli Arbitri (Panc. c. 67); Egidio Cavitelli cremonese che dal Borsetti , dopo altri sciiti ori, si annovera (Hist. Gymn. ferrar, t. 2, p. 6) tra’ primi professori dell* università di Ferrara; Jacopo Pagliatense professore in Siena e in Perugia, e maestro di Baldo (Panc. c. 68); Francesco Albergotti scolaro di Baldo (id. c. 70), di cui pure fa menzione Matteo Villani , dicendo che in una controversia tra i Fiorentini e i Bolognesi, i primi mandarono a Bologna Messer Francesco di Messer Bico degli Albergotti (f Arezzo , Cittadino di Firenze eccellentissimo, e famoso Dottore in ragione civile, il quale allora leggeva in Firenze (l. 8, c. 94), e di cui più lungamente parla il conte Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1 , par. 1 , p. 287); Guideloccio da Perugia collega in Padova e rivale di Angelo Ubaldi (Panc.. c. 71); Antonio da S. Angelo padovano (id. c. 74; Facciol. Fasti par. 1, p.); Benedetto (a) Del modenese giureconsulto Oseletto, che fu «indie eletto canonico della cattedrale di Modena nel 1331, si è detto più a lungo nella Biblioteca modenesi! (t. 3, p. 362). [p. 514 modifica]fu 4 L1URO Petrucci e Michel Riprando di Marostica professori pure in Padova (Panc. c. 78). Aggiungansi a questi e que’ che dall’Alidosi si annoverano nella sua serie de’ professori bolognesi, e que’ che si nominan dal Papadopoli e dal Facciolati, e da altri storici della università di Padova, e que’ che insegnarono in quella di Pisa, rammentati dal Fabbrucci, e i nominati nell1 ampio Catalogo de’ Professori dell1 Università di Piacenza dell’anno i3t)9, da noi indicato più volte, in cui i professori di giurisprudenza civile giungono al numero di 27; e quelli di cui ragiona il Borsetti nella sua Storia dell’Università di Ferrara, e altri moltissimi finalmente che col titolo di dottori vengono indicati nelle Cronache antiche , e in quella di Bologna singolarmente, de’ quali tutti io potrei qui formare un disteso catalogo, se mi piacesse stendermi ancor più a lungo su questo argomento. Così pure io potrei qui ragionare di alcuni che intepretaron le leggi della lor patria , fra i quali deesi distinto luogo a Jacopo Bertaldo prete e notajo veneziano, e poscia l1 anno 1314 fatto vescovo di Veglia nella Liburnia, di cui e della cui opera intorno alle Consuetudini Venete, che conservasi manoscritta nella imperial biblioteca di Vienna, veggasi l1 erudito P. degli Agostini (Scritt venez. t. 1 ,p. 515). Ma io temo che i miei lettori sien forse già annojati da ciò che finora io ne ho detto, e che, come è appena possibile il sostener la lettura dell1 opere de1 giureconsulti di questa età, così sia quasi ugualmente molesto il ragionare della lor vita. Basti dunque il detto di essi fin qui [p. 515 modifica]SECONDO 515 a dare una qualunque idea del gran numero de’ giureconsulti italiani di questo secolo, del favore con cui questo studio si coltivava, della gara delle università italiane nell’invitare i più celebri professori, degli onori che loro in gran parte si concedevano, e de’ luminosi impieghi che venivano lor confidati. XL1I. Una sola riflessione mi si permetta a XLn. . i- r i. Calebnu questo luogo di fare, a gloria sempre maggiore <irHc*u«della nostra Italia. Il Panciroli ci ha date le no- ,u "."LU! tizie non solo de’ giureconsulti italiani, ma degU*”*"*""* stranieri ancora. Or mentre de’ primi egli ci schiera innanzi un sì ampio catalogo, assai pochi ci nomina de’ secondi. Perciocchè di questi altri io non trovo che Pietro da Bellapertica (c. 46), Beltrando da Monte Faentino (c. 60) e Giovanni Fabri (c. 61). E ancorchè io voglia concedere che il Panciroli non abbia avuta notizia di tutti, ognun vede però qual differenza passi fra ’l numero che n’ebbe F Italia, e quello di cui si possono gloriar gli stranieri. In fatti continuava anche in questo secolo l1 affollato concorso de’ forestieri alle università italiane, singolarmente a cagione della giurisprudenza, di cui benché vi avessero scuole anche in altri paesi, non giugneano però alla celebrità e al nome delle italiane. Io non trovo parimente alcun Italiano che in questo tempo andasse in provincie straniere a professare la legge. Il Panciroli afferma (c. 60) che Guglielmo da Cunio (luogo della Romagna ora distrutto1) fu professore in Tolosa e rivale di Bertrando di Monte Faentino, ossia di Montfavez, nella diocesi di Cahors, che fu poi fatto [p. 516 modifica]5 iX> LIBRO SECONDO Cardinale. Ma nel passo di Bartolo, eh’ei reca in pruova, io trovo bensì eli’ ei dice essere>sLato Guglielmo concorrente ed emulo di Bertrando; ma ove ciò fosse, ei nol dice; e benchè il sapersi che Bertrando tenne scuola in Tolosa, ci renda probabile che ivi fosse ancora Guglielmo, ciò però non si può affermar con certezza, poichè Bertrando potè ancora per qualche tempo soggiornare in Italia. Le scuole italiane erano più celebri insieme e più utili ai professori; nè è maraviglia eli’ essi non si curassero di abbandonare F Italia, ove poteano sperare, quanto bramar ne sapessero, onore e vantaggio. Fine della Parte I del Tomo V.