Cristoforo Colombo (de Lorgues)/Libro IV/Capitolo X

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Capitolo X

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CAPITOLO DECIMO

Errore sistematico ed errore tradizionale dei biografi di Colombo. — Vita privata dell’Ammiraglio. — Sua scienza, suo stile, suo amore della natura. — Vita pubblica di Colombo, modello per gli amministratori. — Suo carattere provvidenziale. — Sua missione cristiana, e sue relazioni colla Chiesa. — Sue affinità spirituali. — Del maraviglioso e dei mitico nelle vicende della sua vita. — La leggenda di san Cristoforo. — Relazioni di Colombo coi Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli. — Parallelo tra Mosè e Colombo. — Santità di Cristoforo Colombo. — Testimonianza che l’Altissimo rese al suo messaggero. — Miracoli di una Croce piantata da questo gran servo di Dio.

§ I.

Sinora, senz’arrestarci all’esame filosofico de’ fatti compiuti da Colombo, abbiamo, abbreviandoli, raccontato semplicemente i principali avvenimenti della sua vita. Ora gettiamo uno sguardo sul tutto assieme di questa vasta esistenza che fummo costretti riassumere con tanta brevità.

Tenteremmo indarno di applicare a Cristoforo Colombo i recenti principii che la scuola razionalista mette fuori nel formulare che fa la sua teorica della filosofia della storia; e nemmeno ci penseremmo racchiudere i nostri giudizi nelle regole sistematiche della biografia moderna, ispirata anch’essa a quel modo.

La vita di Colombo è tutt’affatto il contrario delle pedantesche abitudini, imperiosamente imposte dalla scuola razionalista a scrittori che si reputano filosofi per questo appunto che procedono sempre per via di negazione, e pensano che dubitar di tutto sia saggezza. La storia genuina dello scopritore del Nuovo Mondo non potrebbe abbassarsi fino a questo sistema filosofico di biografia, vero letto di Procuste, alla cui misura piacerebbe ridurre la umanità, fosse anco a prezzo delle più crudeli mutilazioni della verità, e della dislocazione degli avvenimenti più sicuri della storia. [p. 330 modifica]

Noi non possiamo ammettere l’opinione di Navarrete, fondata su questa teorica, lorchè giudicando Colombo, dice che «i suoi difetti voglionsi attribuire alla natura ed alla fragilità umana, e furono probabilmente il risultato dell’educazione che ricevette; della carriera che abbracciò e del paese in cui nacque, paese ove il traffico ed il negozio1 formavano il principal ramo della ricchezza, pubblica e particolare2.» Noi non crediamo a questa trasmissione originale delle virtù o dei vizii di una nazione ne‘ privati che la compongono; perocchè, allora, ogni membro dell’aggregazione s’impronterebbe egualmente del medesimo carattere e delle medesime predisposizioni. L’esperienza smentisce questa inezia in maschera di dottrina: nessuno istinto di traffico, nessuna abitudine di cambio e di banco traspare dagli atti amministrativi di Colombo.

Non accettiam neppure l’opinione di Washington Irving, espressa secondo il medesimo sistema3: «gli uomini segnalati sono un composto di virtù e di debolezze. La loro grandezza procede in gran parte dalla lotta che sostengono contro le imperfezioni della loro natura; e le loro più nobili azioni nascono talvolta dalla lotta delle loro qualità opposte4[p. 331 modifica]

In questo sistema non si potrebbe mai scrivere la vita di un santo, sopratutto se operò in circostanze critiche e su di una scena elevata; perocchè dovette necessariamente avere debolezze, mostrar difetti, dacchè bisogna assolutamente che l’uomo, perché è uomo, ci offra una mescolanza di virtù e di debolezze. Questa Scuola non ammette che un uomo sia differente dagli altri, rispetto al fondo del carattere egualmente composto di virtù e di difetti; solamente le sue qualità buone e cattive sono più pronunziate le une che le altre, secondo i lineamenti che distinguono la sua individualità. Così, non potendo spiegare umanamente la sublimità del linguaggio di Colombo, nè la sua visione sulle coste di Veragua, stupefatto della maestosa elevazione del vecchio marinaro, anzichè riconoscervi la grandezza della sua anima cristiana, Humboldt ardì emettere la strana opinione che «l’eloquenza delle anime incolte, gettate in mezzo ad un incivilimento avanzato, è come l’eloquenza dei tempi primitivi. Uomini superiori, di una tempera forte di carattere, poco familiari alle ricchezze di una lingua di cui si servono in una effusion passionata, la quale, colla sua violenza si oppone al libero corso del pensiero, si trovano invasi da quel sentire poetico che appartiene all’eloquenza delle prime età5.» Donde conséguita logicamente, che ogni uomo di tempera forte e poco familiare collo Spagnuolo, avrebbe in un caso simile tenuto anch’esso il sublime linguaggio di Colombo!

Lo scritto più recente pubblicato in Francia su Cristoforo Colombo contiene la prova di questa maniera sistematica di giudicar gli uomini. In una notizia largamente sviluppata, e notevole per erudizione, il dotto direttore della Nuova Biografia Generale, dottor Hoefer, dice: «I grandi genii del paro che gli altri mortali, ritraggono assai della natura umana, e del loro secolo; sono gli storici, che, giudicando il passato col prisma del presente, ce ne danno una falsa idea. Gli è così che ci rappresentano Colombo come ispirato dalla gloria di servire l’umanità; mentre una simile ambizione non gli era mai [p. 332 modifica]venuta nell’animo; come non mai venne a Gutenberg suo contemporaneo, il quale con Schoeffer e Faust, vendeva quali manoscritti i primi libri stampati.

«Prima di valicar l’Oceano, la prima cosa che ebbe a cuore Colombo fu di stipulare per sè e pe’ suoi eredi rimunerazioni magnifiche: ecco quanto all’uomo. Egli ebbe poscia a cuore di portar la fede cattolica sino agli antipodi e di strappare il Santo Sepolcro fuor dalle mani degli infedeli: ecco quanto al secolo6».

Secondo questo principio, la personalità di Colombo si ridurrebbe alla riproduzion delle idee generali dell’età sua; e sarebb’egli soltanto la incarnazione del pensiero dominante al suo tempo.

L’osservazione dei fatti, l’imparzialità della storia, del paro che la dottrina cattolica, distruggono interamente questa teorica. Ad ogni pagina la storia della Chiesa smentisce queste balde pretensioni. Sicuramente nessun uomo può sfuggire ad ogni influenza delle idee dominanti della sua età, e del luogo in cui vive: ove non aspirasse che il falso non potrebbe assimilarsi il vero, nè mostrarsi grande se fu sempre a contatto colle picciolezze. Ma la provvidenza di Dio, quella forza invisibile che mena gli uomini nonostante le loro agitazioni, opera su certe anime, e sembra modificare la natura: l’uomo, così assistito, diventa allora padrone di cose a cui non pareva destinato naturalmente, e delle quali la sua educazione, la scienza acquisita, e la sua propria finezza di spirito non l’avrebbero reso capace. La sublimità dell’evangelista san Giovanni, uomo senza educazione e senza lettere, basta a rovesciare dalla sua base il sistema della moderna filosofia della storia.

Qual emanazione troviam noi dell’idea ebraica o romana contemporanea in san Giovanni, il figlio di luce, il certificatore del Verbo, e suo prediletto discepolo? A qual êra della letteratura, a qual genere di scuola appartengono i suoi collaboratori involontari, i compilatori de’ Vangeli, opera così senza tipo conosciuto, [p. 333 modifica]come senza possibile imitazione; onninamente straniera alle produzioni delle lingue antiche, alle tradizioni del dotto Oriente, e nondimeno accessibile a tutti, e per ciascuno maravigliosa!

Su qual modello, e in qual ambiente fu concepito questo genere inudito di storica esposizione, di narrazione schietta, che conquide ogni mente colla coscienza del vero, coll’ingenuità delle imagini, e coll’incomparabile allettativa del sovranaturale?

Procedendo secondo la sua teorica la scuola razionalista non può spiegare il Vangelo: non ispiegherà neppure i suoi propagatori apostoli e martiri. La storia della Chiesa, che ci offre lungo diciotto secoli di osservazione, la sperienza d’una vita operosa e benefica, ha pure il diritto di essere tenuta per qualche cosa a questo mondo, dacchè fa indissolubilmente parte della costituzione delle nazioni europee. Ora, questa tradizione di milleottocento anni contiene la confutazione permanente dei principii di quella scuola. Perocchè da una generazione all’altra, mediante una successione spirituale non interrotta, la Chiesa ha prodotto uomini sorprendenti e perfetti, eternamente degni di ammirazione, i quali hanno giustificato questo detto: «Dio è ammirabile ne’ suoi santi.» Questi uomini perfetti, questi Santi, per chiamarli col loro nome glorioso, sembra a noi che non possano, come la Chiesa medesima, essere per niun modo spiegati in conformità a quelle teoriche.

Quella scuola è obbligata di attribuire all’esaltazione dell’anima, all’allucinazione di certi fatti, i cui risultamenti felici oltrepassano i calcoli della scienza, le meditazioni della più elevata sapienza. Volendo evitare di riconoscere l’azione soprannaturale, cioè la Provvidenza, bisogna ammettere una potenza cieca e sorda, il caso; quindi cadere in ispiegazioni contrarie al buon senso, ripudiar le leggi della ragione, rovesciare le regole del giusto, la nozione del bello, per deferire all’illusione, all’errore od alla soperchieria il governo delle cose umane. Questa stolta filosofia della storia non è che il fatalismo applicato al racconto degli avvenimenti del mondo.

Gli scrittori imbevuti di questo sistema, affine di sottomettere Colombo alla lor teorica, accettano volontieri ogni imputazione, ogni errore biografico che tende ad abbassarlo, a [p. 334 modifica]collocarlo a livello degli altri uomini: lo accusano d’ingratitudine7, di vanità puerile, d’ignoranza, di avidità, di doppiezza, di scostumatezza, e di entusiasmo religioso, che ai loro occhi è la peggiore delle debolezze. Nondimeno, l’ineluttabile potenza della verità li sopraffà per modo, che, non potendo negare la sublimità di Colombo, sono costretti di ammirare la sua pazienza, il suo disinteresse, la sua generosità in perdonar le offese, e la sua magnanimità; talchè, nonostante la loro critica, Cristoforo Colombo rimane tuttavia un prodigio di grandezza morale.

Ma nessuno di questi scrittori fa presentire il carattere provvidenziale di Colombo, e ne riconosce la missione cristiana.

Per non tornar più su questo argomento, noi dichiariamo che questo sistema di filosofia, concepito al di là del Reno, covato dal protestantismo, introdotto e naturalizzato in Francia ne’ primi anni della Ristorazione, non potrebbe nè davvicino nè [p. 335 modifica]da lontano accomodarsi alla scoperta del Nuovo Mondo ed alla vita del suo rivelatore. Si ha un bel ristringere, impicciolire gli uomini, torcere e porre i fatti fuor di luogo, il soprannaturale ne scaturisce evidente, sendo impossibile attribuire certa serie di avvenimenti al mero caso; e appena il caso scompare, la Provvidenza diventa manifesta.

Eppertanto colla nostra libera sincerità diciamo:

Apostolo della croce, e messaggero del cattolicismo, Cristoforo Colombo, riassumendo il pensiero e il fervor militare del medio evo, non può essere compreso e apprezzato altro che dai Cattolici; l’Eroe della Fede non è intelligibile alla incredulità.

Cristoforo Colombo ha un’esistenza a parte. Ben ci pare naturale che un uomo, il cui genio cresciuto alla fede, s’impadronì dello sconosciuto, e addoppiò lo spazio noto del nostro globo, non sia assolutamente paragonabile, sotto ogni aspetto ai gran personaggi della storia, su cui lo spirito di osservazione e di critica gode di esercitarsi.


§ II.


Vanno grandemente ingannati coloro, che, dopo aver letti i Santi Evangeli, e gli Atti degli Apostoli, s’imaginano conoscere l’intera storia di Nostro Signore Gesù Cristo. ll suo prediletto discepolo, terminando di raccontarci la vita del divin Maestro, dice chiaramente ch’Egli operò molte altre cose, e che i libri, che le scrivessero tutte, empierebbero il mondo. La semplice ragione indica, effettivamente, che i soli fatti riferiti dagli Evangelisti non possono comprendere tutta quell’esistenza, e neppure la pienezza dei tre anni della predicazione e degli insegnamenti della vita pubblica del Redentore.

Similmente coloro i quali credessero di aver trovata qui entro registrata la vita intera del discepolo di Gesù Cristo, Cristoforo Colombo, andrebbero errati. Colombo ha fatto, detto e scritto molte cose che non saranno mai ripetute, mai lette, mai conosciute dagli uomini. Il suo genio abbreviatore sopprimeva le particolarità; egli stesso disse che non scriveva la centesima parte [p. 336 modifica]di quello che gli era accaduto; e noi ne abbiamo avuto di frequente la prova, cercando di ricostruire la sua vita.

Indipendentemente da queste cause di oscurità, le preoccupazioni de’ suoi contemporanei, ed appo gli scrittori spagnuoli, uno spirito mal inteso di amor patrio, ci hanno occultato Cristoforo Colombo. Chi ne scrisse mentre viveva Ferdinando o suo nipote Carlo Quinto, per timore d’irritare il Cattolico o la maestà Cesarea, sfiorarono di volo le azioni e le parole di Cristoforo Colombo: trascorsero perfino a negare che avesse fatto realmente una scoperta: dissero che la scoperta dell’America, facile e da lungo tempo preveduta, non era stata interamente nuova: «Nella sua genealogia di Spagna, Damiano di Goes, non si dà neppure pensiero di nominar Colombo quale scopritore del Nuovo Mondo. Giovanni Vaseus, dotto ebraicista, versato nel diritto, venuto da Lovanio a Siviglia sull’invito del dottor Nicola Clénard e di Fernando Colombo, parlando anch’esso della scoperta del Nuovo Mondo nella sua prefazione delle Cronache Spagnuole, aveva già dimenticato il nome dello scopritore. Colombo era tenuto sì fattamente estraneo all’opera sua, che il protonotaro apostolico Pietro Martire, nel quarto libro della terza decade oceanica, pubblicato sotto gli auspicii di papa Leone X, protestava contra questa spoliazione reputandosi coscienziosamente obbligato di restituire a Colombo quel primato d’invenzione8 che gli veniva negato.

Oltre i magistrati e gl’impiegati di Siviglia, Colombo aveva contro di sè gli idalghi, che non amavano che uno straniero avesse acquistato coi danari di Castiglia una simil gloria, e studiavansi d’impiccolire l’avvenuto per alleggerire la soma delle proprie obbligazioni. Gli uomini di stato dell’Aragona, quelli che superstiziosamente ligii alle vecchie costumanze spagnuole avversavano le imprese d’oltre-mare, le conquiste nello sconosciuto, si erano sistematicamente opposti a Colombo, e [p. 337 modifica]avevano annunziato la sterilità de’ suoi tentativi e la rovina del tesoro9, per l’ostinazione di siffatte sue imprese, tutti costoro non potevano perdonargli di aver data una così solenne mentita alla loro sperienza amministrativa. Se a questo gran numero di personaggi molto ragguardevoli nei due consigli di Aragona e di Castiglia si aggiungano i cortigiani, solleciti d’indovinare e secondare l’odio del Re, si comprenderà qual inciampo l’opinion pubblica opponeva alla verità, e come gli storici contemporanei dell’Ammiraglio, sopra tutto gli arcicronografi imperiali e reali, dovessero necessariamente essere pieni di preoccupazioni contra Colombo. La nimicizia che dopo il volgere di tre secoli, sopravvive a sua denigrazione appo lo storiografo della marineria spagnuola, Martin Fernandez di Navarrete, ci chiarisce quanto ebbe a trovarsi avversata in addietro la verità: i costui giudizi portati sui nemici di Colombo, la maniera timida di qualificarli, e vile di giustificarli, ci rende manifesta la preoccupazione comune a tutti gli scrittori Spagnuoli a danno del grande Uomo.

Ecco in qual modo l’arcicronografo imperiale Oviedo giudica il commendatore Bobadilla, lo sciagurato che osò far incatenare Cristoforo Colombo.

l Re cattolici «fermarono e conchiusero di mandare un gentiluomo, servitore antico della loro casa, a governare quest’isola; uomo sicuramente molto onesto e religioso, il cui nome era Francesco di Bobadilla, cavaliere dell’ordine militare di Calatrava; il quale, giunto appena in quella città, fece carcerare, e stringere in ceppi l’Ammiraglio, il luogotenente don Bartolomeo Colombo e don Giacomo Colombo, suoi fratelli, e furono cosi menati in Ispagna, e messi nelle mani del governatore della città di Cadice sintantochè il Re e la Regina comandassero ciò che piacerebbe loro di fare intorno alla prigionia e demerito degli accusati. Alcuni dissero che non era stato comandato al commendatore Bobadilla di carcerare l’Ammiraglio, e ch’egli [p. 338 modifica]era venuto come giudice di residenza, e per informarsi soltanto della ribellione di Roldano Ximenes, e suoi compagni. Nondimeno, fosse per comando o no, egli fece prendere l’Ammiraglio e i suoi fratelli, e li mandò in Ispagna, e dimorò in quell’isola, avendone il governo, e la resse in buona pace e giustizia sino all’anno 1502, in cui fu rivocato, e gli venne comandato di tornare in Ispagna10

Raccontando questo fatto ributtante, Oviedo non trova una sola parola di compassione a favore di Colombo, non una di biasimo contro Bobadilla. Questa insensibilità, anzi indulgenza per un atto che susciterà a indegnazione la posterità sino alla fine del mondo, dipinge meglio d’ogni nostr’asserzione l’odio del castigliano Oviedo y Valdes contro del genovese Cristoforo Colombo.

Piace conoscere fin dove può trascorrere l’accecamento della preoccupazione? Udiamo il giudizio di Oviedo sull’ipocrito e sanguinario Ovando, che, ne’ suoi giuochi equestri trucidò l’innocente popolo di Xaragua, e colla gravità delle forme giudiziarie fece salire il patibolo alla ingegnosa sovrana d’Haiti, la nobile Anacoana.

«Ho udito dire da molti testimoni degni di fede, e da molti altresì che sono tuttavia in vita, tutti di accordo, che non vi fu mai uomo nelle Indie che eguagliasse e superasse Ovando in ben amministrare, e si mostrasse più largamente fornito delle doti che costituiscono il buon magistrato.

«Perocch’era molto divoto, buon cristiano, gran limosiniero, compassionevole ai poveri, dolce e cortese con tutti; solo cogli sfacciati e irriverenti usava rigore: favoriva gli umili ed i necessitosi; si mostrava severo coi superbi ed altieri com’era di dovere: gastigava i trasgressori delle’leggi colla temperanza e moderazione volute: sicchè, governando in tal guisa l’isola, er’amato e temuto da tutti: favoriva altresì grandemente gl’Indiani, e trattò qual padre tutti i cristiani che seguivano l’arto militare sotto il suo governo. [p. 339 modifica]

«Insegnava e dava a tutti esempio di ben vivere, da cavaliere religioso, qual era, di gran prudenza e sapere, a tale che tenne il paese in gran pace e quiete11

Quando vien qualificato «buon cristiano, gran limosiniero, compassionevole a’ poveri, dolce e cortese con tutti» uno scellerato siffatto vuolsi per natural conseguenza, mostrarsi severo anzi ingiusto verso de’ galantuomini: chi loda il delitto trionfante non può applaudire la virtù oppressa.

I nostri lettori ricordano certamente il procedere frodolento di Ovando verso Colombo, dopo il suo naufragio alla Giamaica, e gli oltraggi di cui lo abbeverava, nel tempo stesso che lo albergava in sua casa, affine di conciliarsi l’opinione della colonia, sdegnata della sua tardanza a soccorrerlo. Oviedo tace delle offese fatte all’Ammiraglio; e ci mostra il commendatore che le festeggia sino al momento della sua partenza12.

L’ultimo e più violento tra’ calunniatori di Colombo in Ispagna, don Martin Fernando di Navarrete, loda anch’esso Bobadilla; e per accreditare l’opinione di Oviedo, si appoggia alla testimonianza di Las Casas, il quale dichiara di non aver mai sentito dire di lui «cosa disonorevole o che indicasse avarizia, neppur dopo la sua deposizione e la sua morte13. Indi, contorce le parole di Oviedo per accusar Colombo di colpe nascoste! le quali indiziavano il segreto motivo della punizione inflitta dai Monarchi; e soggiunge che questi gli avevano usato favore e fatto grazia: si può egli spingere più in là l’impudenza dell’odio?

Oviedo non parla nè di favore nè di grazia; che se riferisce l’opinione dei nemici dell’Ammiraglio, aggiunge, almeno, qual correttivo «certo è che non fu mai penuria di mormoratori e d’invidiosi in questo mondo, principalmente in quel paese così


Ecco le parole di Oviedo. — “Llegado el Almirante á esta ciudad de Santo-Domingo estuvo algunos dias descansando aqui. Y festejóle el comendador mayor y tuvóle en se posada, fasta que despues se partió el Almirante en los primeros navíos que fueron a España.” — Oviedo y Yaldez, la Historia natural y general de las Indias, lib. III, cap. ix. [p. 340 modifica]lontano dal suo Re14. «Navarrete attribuisce a colpa di Colombo di essersi approssimato a San Domingo nel suo quarto viaggio, quando cercava di mutare il Galiziano con altra nave. «Nonostante, dice, questa insinuazione delle loro Altezze, che gli avevano fatta con tanta dolcezza e solamente come un consiglio ed un desiderio, mentre avrebbero potuto farne un divieto positivo, Colombo si presentò alla Spagnuola e volle sbarcarvi15

È chiaro che nel proposito di dissimulare i torti del Re Ferdinando, e di rendere meno odiosi gli eccessi commessi nel conquisto delle Indie, gli scrittori ufficiali di Spagna hanno sistematicamente falsata la storia di Cristoforo Colombo. Studiaronsi di abbassare e calunniare gl’indigeni, e principalmente i due sovrani che avevano in miglior modo accolti i Castigliani, il nobile e fedele Guacanagari16, l’ingegnosa e affettuosa Anacoana. Non potendo provar fatto alcuno contra l’Ammiraglio, hanno propalate vaghe insinuazioni intorno il suo carattere, e ommesse le particolarità edificanti della sua vita, che rivelando tutta la sua grandezza cristiana, avrebbero fatto sentir meglio l’iniquità del subdolo e ostile Ferdinando. La parte edificante e spirituale della sua vita, che, per modestia, il suo figlio Fernando aveva taciuta, non è stata messa in luce da verun istoriografo; a tal punto che Oviedo, da cui abbiamo notizie particolarizzate sulla morte di don Diego Colombo, figlio primogenito dell’Ammiraglio, indica appena la data di quella di Cristoforo. Come avrebbe uno scrittore ufficiale osato parlare di un vicerè, a cui si negava il suo titolo, di un grande ammiraglio senza squadra, di un governator generale impedito di amministrare? La disgrazia del Re pesò sopra di lui sin nella tomba.

Tuttavia, la purezza suprema di Colombo, ciò che offre di strano e quasi sovrumano la sua condotta, e la sua influenza [p. 341 modifica]sui nuovi destini della Spagna, hanno tocco il cuore di questi uomini preoccupati; e li recarono a confessare che l’antichità avrebbe elevato templi a cotesto semi-Dio, che aveva scoperto il Nuovo Mondo: la verità li costrinse a confessare, che meritava una statua d’oro massiccio17 colui che aveva ampliato in quel modo le vie al Vangelo. Senza osare dichiarar la cosa apertamente, riconobbero così l’apostolato di Cristoforo Colombo.

Questo silenzio vergognoso, questa premeditazione degli scrittori a spegnimento d’una gloria immortale c’impone obbligo di esporre ciò ch’essi speravano nasconderci; di riconoscere autenticamente il carattere speciale di Colombo; di stabilire, una volta per sempre l’indole provvidenziale del suo mandato, e d’indicare i segni di favor celeste coi quali questo personaggio eccezionale si distinse dal rimanente degli uomini.


§ III.


La grandezza morale in Colombo non fu da meno dell’opera sua.

Intralasciando ciò che offre di sovrumano questa vita mirabile, consideriamone la missione provvidenziale. E per giudicar meglio Colombo uomo pubblico, facciamoci ad esaminare in lui primieramente l’uomo privato: penetriamo l’interiore della sua casa, e per breve istante torniamo a Genova, nel fondaco dello scardassiere del vicolo Mulcento.

L’amore de’ genitori forma pel fanciullo il primo de’ suoi doveri, e deve amarli avanti conoscere Dio; e Colombo amò teneramente i suoi genitori, e l’abbiam veduto sforzarsi di sollevare la loro povertà quando egli stesso era povero: sicurare contro il bisogno la. vecchiezza del padre prima di avventurare la propria vita nelle scoperte: mandò le primizie del suo buon [p. 342 modifica]successo e de’ suoi agi passeggeri al venerabile vecchio: e quando questo trapasso, Cristoforo non lo dimenticò mai, e neppure la pia donna che prima d’ogni altra gli aveva insegnato ad amar Dio ed a servirlo: impose il nome del padre alla capitale dell’isola Spagnuola: il tempo non intiepidì la sua pietà. filiale: l’età, i disinganni, i patimenti, le cure della paternità non ispensero nel suo cuore la memoria de’ genitori: nel suo settantesimo anno, dava ancora al padre ed alla madre un pegno di affettuosa sollecitudine, pensando al sollievo dell’anime loro, e fondando messe a lor suffragio.

Alla devozione filiale corrispondeva in cuore a Colombo la tenerezza fraterna; e i fratelli ne lo contraccambiavano associando l’affetto alla reverenza: ambedue gli mostrarono eguale attaccamento. Nel raccomandare al suo primogenito di amare il minor fratello, dicevagli «dieci fratelli non sarebbero troppi per te. Io non ho mai trovato migliore amico alla mia destra ed alla mia sinistra de’ fratelli18». Ma, altresì, unqua non v’ebbe fratello primogenito più previdente, più riconoscente di Cristoforo. La sua sollecitudine si manifesta perfino nelle sue relazioni ufficiali coi Monarchi: pensava alla sorte di Bartolomeo e di Diego istituendo il maggiorasco: aveva presenti al pensiero i loro servigi nello scrivere il suo testamento: in tutte le circostanze appare come si occupa di que’ due amici datigli dalla natura ch’ei (per servirmi della sua pittoresca frase) trovò sempre in pronto ne’ suoi bisogni a destra e a sinistra: nominò qual suo primo esecutore testamentario, don Bartolomeo, e seppe ispirare a’ suoi figli, pe’ suoi fratelli, il rispetto e l’attaccamento di cui questi erano degni.

L’immolazione che del suo cuore aveva fatta Cristoforo Colombo alla causa del Vangelo, c’impedisce giudicarlo come sposo: non parleremo della sua vita coniugale, che fu una incessante privazione della felicità intima. Tutto quanto sappiamo del suo matrimonio, si è che n’ebbe unicamente che i pesi, e le [p. 343 modifica]cure, senza gustarne le dolcezze. Ma come dubitare che non sia stato marito perfetto, dacchè si mostrò padre così affettuoso?

Il marinaro, la cui infanzia era stata provata duramente nel navigare i mari del Levante, aveva pel suo primogenito, che fu sì presto privo di madre, viscere veramente materne: lo amava colla tenerezza previdente che avrebbe avuto dona Filippa se fosse vissuta: careggiava di pari affetto il secondonato Fernando. La schietta compiacenza con cui parla di questo fanciullo, perfino nelle sue lettere ai Re, e il modo con cui loro lo raccomanda ci dicono di quale squisita sensibilità er’animato il suo cuore di padre.

A considerarlo quale capo di casa, vediamo Cristoforo essersi chiarito in ogni incontro così scrupoloso zelatore del proprio dovere che si affezionò tutte le persone che lo servirono. La sua egualità di carattere, la giustizia da cui non si dipartiva mai, la bontà colla quale moderava la sua vivacità, la sua mansuetudine, la paternità delle sue previdenze pe’ suoi scudieri e pe’ suoi servi gli avevano guadagnato l’affetto di tutti quelli che vivevano a’ suoi stipendi. Uno solo gli fu ingrato, il qual non era nè soldato, nè marinaro, nè gentiluomo; ma una specie di leguleio improvvisato, un formalista, amator di raggiri e litigi, il giudice Roldano; epperò, parve, che, vergognando del suo procedere, riconoscesse i torti che aveva verso il suo benefattore. Tutti coloro ch’ebbero l’onore di far parte della casa dell’Ammiraglio conservarono una specie di culto per la sua memoria.

V’ebbero scrittori che faticarono per conoscere qual era stata la causa prima della convinzione di Colombo e della determinazione in cui venne di scoprire il Nuovo Mondo. Alcuni pensarono che aveva nozioni matematiche superiori a quelle del Suo secolo; che a lui prima d’ogni altro fu noto l’uso dell’astrolabio, del quarto-di-cerchio; e sopratutto garbò attribuire ai versi quasi sibillini di una tragedia di Seneca, intitolata Medea19, [p. 344 modifica]una grande influenza sullo spirito di Colombo: finalmente venne creduto che l’idea dell’esistenza di una terra-ferma situata all’Occidente, oltre le colonne d’Ercole, gli era stata suggerita da autori antichi.

Queste induzioni, di cui tanti barbassori si contentarono sino ad oggi, sfumano sottoposte ad un serio esame.

Primieramente, gli strumenti nautici conosciuti da Colombo, erano già familiari a tutti i marinari del suo tempo; molto prima ch’ei nascesse, si servivan essi della bussola, del quadrante, dell’astrolabio. La sua profondità nelle matematiche non è menomamente provata: l’illustre Humboldt lo accusa d’imperizia e di «false osservazioni nelle vicinanze delle Azzorre:» trova che Colombo «si era familiarizzato, colla pratica dei metodi di osservazione senza studiare sufficientemente le basi sulle quali sono fondati que’ metodi20:» alle matematiche trascendentali non voglionsi dunque attribuire i concetti e le determinazioni di Colombo; Colombo stesso ne fa ingenua dichiarazione.

Viene generalmente attribuita soverchia importanza ai versi della Medea, porche rinvennersi due volte copiati da Colombo: nulla prova ch’essi abbiano avuto la menoma influenza sulla sua determinazione. Que’ versi, a cui nessuno, neppur Colombo, aveva posto mente prima della grande scoperta, sono trascritti sulla brutta-copia del libro Las Profecias dopo il suo quarto viaggio, mentre languiva naufrago alla Giammaica. Ad attribuire una celebrata significazione a que’ versi valse la scoperta dell’America21.

Tetphisque novos detegat orbes,
Nec sit terris ultima Thule...
                              Medea, atto II, v. 371.

[p. 345 modifica]Non sarebbe giudizioso neppure di attribuire un’azione determinante a frammenti di autori cui ciascuno, al paro di Colombo, poteva compulsare. Sicuramente certe idee di Erastostene e di Possidonio, riferite in Strabone, le parole del Timeo di Platone intorno all’Atlantide, alcune idee cosmografiche di Aristotile sulla forma e la poca estensione della terra, certi pensieri della geografia degli Arabi, l’opera di Alberto Magno, Liber Cosmographicus sulla natura dei luoghi, quello di Roggero Bacone, Opus Majus il libro del cardinale Pietro d’Ailly, Imago Mundi, erano conosciuti e studiati; nondimeno non avevano convertito chicchessia alle idee di Colombo: e quando nella giunta di Salamanca egli trovò un approvatore, costui non fu un cosmografo, ma un teologo, il domenicano Diego Deza.

Del resto, la scienza, a quel tempo, non avrebbe potuto far altro che fuorviare Cristoforo Colombo: primieramente, non emetteva alcun insegnamento positivo; opponeva a congetture altre congetture, senza che l’autorità dell’esperienza potesse porre fine al dibattimento: non vi er’accordo nè intorno alla forma, ne intorno alla estensione della terra: l’unica notizia su cui potè appoggiarsi Colombo relativamente all’estensione della massa acquea del globo, era un errore manifesto, il contrario degli insegnamenti messi in luce dalle osservazioni posteriori.

Se gli uni credevano agli antipodi, gli altri li negavano a tale che, anche dopo la morte di Colombo, v’ebbero dotti i quali gridarono contro una tale credenza. Mentre Herrera scriveva la sua storia generale delle Indie, certi barbassori si beffavano degli antipodi22. Questo storiografo reale dichiara che i pretesi schiarimenti che taluni imaginano di trovare in certi passi degli antichi sull’esistenza di terre sconosciute, erano molto incerti, oscuri e quasi incomprensibili, prima che la scoperta di Colombo avesse lor dato la chiarezza e il senso che poscia venne loro attribuito.

Le dissertazioni de’ biografi, per conoscere l’origine del progetto di Cristoforo Colombo di scoprire l’altra metà del globo, ci sembrano egualmente insufficienti, prive d’autorità, inette a convincere chicchessia. Ove vanno essi a cercare tali cognizioni? [p. 346 modifica]a che giovano le tante investigazioni erudite, ma lontane dalla vera sorgente? quale autore meglio di Colombo può dirci ov’egli attinse la sua prima idea? Prestiamglici attenti. Questa idea non gli venne nè dalla sfera, nè dal compasso, nè dalle matematiche, nè dalle sue proprie riflessioni: egli non se ne attribuì mai il merito. Questa idea prima sorse in lui per improvvisa ispirazione. La Santa Trinità, dic’egli, fu quella che gli suscitò il pensiero, che gli si rese a mano a mano sempre più chiaro, che si poteva andar per mare dall’Occidente all’Oriente23. Questa idea, che gli si affacciava sulle prime come un punto luminoso nel bujo dell’imaginazione, acquistò a poco a poco, merce le fatiche di una meditazione penetrativa, il suo sviluppo e la sua lucidezza. Questa prima ispirazione fu poscia afforzata dalla lettura degli autori. Allora Colombo scoprì nel loro testo ciò che il volgo dei lettori non avea saputo intravvedervi. Noi possiamo certificare, che, per la loro sola autorità, alcuni passi d’autori antichi e alcuni versi di Seneca non avrebbero mai generata quell’inconcussa convinzione che seppe resistere a diciotto anni di dubbi, di negazioni e di dispregio scientifico.

Non ci reputiamo autorizzati a vantare la scienza di Colombo: ei non era nè cosmografo, nè astronomo, nè geometra, nè fisico, nè botanico; non ebbe mai l’onore di far parte di veruna commissione scientifica, o di appartenere alla menoma accademia: nondimeno, la sua penetrazione, e la sagacia delle sue osservazioni lo avviarono allo scovrimento d’importanti verità cosmografiche; e si appropriò nella storia del progresso delle scienze tale posto, del quale non sarà mai che alcuno riesca a spodestarlo. A’ di nostri, Humboldt, che i suoi ammiratori hanno soprannominato l’Aristotele moderno, è attirato verso Colombo; lo ammira «dacchè scerne in lui, in mezzo a tante cure materiali e minute, che affreddan l’anima e impiccioliscono il carattere, un sentimento profondo e poetico della maestà della [p. 347 modifica]natura24.» È diffatti cosa inudita che in un capo-squadra, in un governatore nell’atto di fondare una nuova amministrazione, siasi allogata una simile assiduità d’investigazioui. Humboldt fa questa confessione: «ciò che caratterizza Colombo, è la penetrazione, la finezza estrema con cui coglie i fenomeni del mondo esteriore, ammirabil egualmente e come osservatore della natura e come intrepido navigatore. Giunto sotto un nuovo cielo e in un mondo nuovo, la configurazione delle terre, l’aspetto della vegetazione, le consuetudini degli animali, la distribuzione del calore secondo gl’influssi della longitudine, le correnti oceaniche, le variazioni del magnetismo terrestre, nulla sfugge alla sua sagacità: Colombo non si limita a raccogliere fatti isolati; li combina, e cerca lor vicendevoli rapporti, e s’innalza talvolta con felice arditezza alla scoperta delle leggi generali che reggono il mondo fisico25.» Sprovveduto com’era degli stromenti e del soccorso de’ lumi moderni, il suo genio non tralasciava per questo di osservare i grandi aspetti della natura per investigarne e spiegarne i fenomeni. Le influenze atmosferiche, la direzione delle correnti, l’aggruppamento delle piante marine, le diverse densità degli strati acquei, i principii delle divisioni climateriche, la loro relazione colla differenza de’ meridiani, questi arcani, allora imponenti e severi, non intimidivano l’audacia delle sue investigazioni. Non avendoci qui agio di esporre le conquiste del suo genio ne’ campi dello sconosciuto, ci limiteremo a nominare le principali sue scoperte, ch’emergono provate dai suoi scritti.

Queste grandi scoperte spettanti all’ordine scientifico sono sette:

1.° L’influenza ch’esercita la longitudine sulla declinazione dell’ago magnetico.

2.° L’inflessione che provano le linee isoterme seguitando il tracciato delle curve, a cominciare dalle coste occidentali dell’Europa sino alle rive orientali del Nuovo Mondo. [p. 348 modifica]

3.° La posizione del banco di fuco ondeggiante nel bacino dell’Oceano Atlantico, ovile nettuniano, ove si riparano, si preparano e si formano le nazioni de’ pesci destinati alla nostra alimentazione.

4.° La direzione generale della corrente dei mari tropicali.

5.° Le cagioni geologiche della configurazione dell’Arcipelago delle Antille.:

6.° Il rigonfiamento equatoriale, implicante lo schiacciamento dei poli.

7.° L’equilibrio continentale del globo, da niuno dianzi supposto.

Ed ecco che oltre la sua scoperta del Nuovo Mondo, l’umanità va debitrice a Colombo di queste sette indicazioni, la menoma delle quali avrebbe illustrata tutta quanta un’accademia. Queste conquiste non erano il frutto della scienza acquistata, ma la ricompensa di un’assiduità congiunta ad una potenza di osservazione, che gli permetteva di paragonare e di cogliere la ragione dei fenomeni mondiali. Se non er’alforzato dalla scienza, come assicurano tutti i dotti di conserva con Humboldt, chi dunque gli rivelava i segreti di queste cause fin allora occulte alle perquisizioni umane!

Colombo non diede opera a scoperte nella quiete d’un gabinetto o d’un laboratorio, nè moltiplicando sperienze: le sue intuizioni furono sempre improvvise, sul campo stesso dell’osservazione. Diffettando di nozioni di fisica, egli recava nelle sue investigazioni un’assiduità sì grande, un desiderio così vivo di penetrare i naturali arcani, la fede lo aiutava per guisa a montar alto per coglier meglio l’ordinamento della creazione, e la relazione delle diverse leggi coll’unità cosmica del nostro pianeta, egli erasi per dir breve talmente addentrato nella contemplazione del Verbo, che doveva più facilmente di ogni altro cogliere gl’indizi pei quali si rivelano le leggi fondamentali dell’Universo. Non era la curiosità la sola spinta al suo genio; dimandava a Dio d’illuminarlo; lo supplicava di venire in suo aiuto, non per dispensarsi da veruna fatica dell’intelletto, a cui di sua natura l’uomo è obbligato, e quindi per conseguire senza sforzi la conoscenza delle cose, ma per aversi a guida, nella [p. 349 modifica]ricerca del vero, la fonte stessa della luce: e il suo pensiero, assottigliato dalla contemplazione delle cose divine, alleggerito, e più facilmente sorretto nelle sublimi regioni, vedeva, così, più lungi, più ratto e più giustamente che non avrebbe potuto fare co’ sussidii della scienza appoggiata a’ propri dati.

Fermando uno sguardo tanto continuo sulla creazione, Cristoforo Colombo non cedeva unicamente alla tentazione di sorprendere qualche mistero della natura, ma abbandonavasi, senza un secondo fine, con ineffabile trasporto ai godimenti procuratigli da quel maraviglioso spettacolo.

Non fu uomo mai che amasse la natura d’un amore più veemente, più puro, più ingenuo come Colombo. ll sereno dell’azzurro celeste non eguaglia la pura limpidezza di cosiffatte dilettazioni dello spirito; sì nobil gioia non saprebb’essere sentita che da un’anima profondamente religiosa. Niente sfuggiva alla sua calda contemplazione della terra: il colorito dell’atmosfera, le tinte del mare, l’effetto delle rifrazioni luminose, le squame de’ pesci, il fogliame degli alberi, la forma di piante sconosciute, le magnifiche piume d’ignoti uccelli, il frastaglio delle vegetazioni fluviali, le emanazioni dei boschetti, i melodiosi accenti del tropiale, l’usignolo de’ tropici, le fragranze del mare, la frescura delle ombre, gli aromi delle alte foreste, il grido melanconico del grillo, il gracidar assopitore delle rane, la ondulazione de’ venticelli, le gravi salmodie dell’Atlantico allo spirare de’ venti regolari, il fragore dell’Oceano flagellante le spiagge, tutto rivive nelle sue rapide impressioni; tutto si accoglieva e associava in Colombo come gli armoniosi accordi di una divina melodia.

Ciò che distingue Colombo dai poeti e dai naturalisti, è ch’egli mostra di possedere egualmente la facoltà di osservare affatto propria del naturalista, l’ispirazione del poeta, e la sagacia del filosofo. Le sue estasi interiori non allentano o spengono le sue investigazioni cosmografiche. Mentre sapora i profumi e le armonie del Nuovo Mondo, il suo intelletto lavora a sciogliere i problemi capitali dello sconosciuto, di cui fa la conquista.

Colombo amava sopratutto la natura a cagione del suo Maestro, e vedeva continuamente l’Architetto nell’opera. Quanto più [p. 350 modifica]addentravasi nella conoscenza del creato, e tanto più s’accendeva d’amore pel Verbo divino; e tanto più desiderava servirlo. Considerando la specie umana riserbata a destini immortali, dalle altezze della fede il suo genio si abituava alle misericordie di Dio. Ne’ suoi slanci non v’ebbe mai esitazione; la sua credenza fu ferma e intera, perchè associava le cose visibili al lor principio invisibile, secondo la dottrina cattolica, sola vera filosofia. Se nelle sue prime esplorazioni, appoggiandosi un po’ troppo sugli insegnamenti della scienza, commise errori e confusioni, l’esperienza, l’osservazione modificarono quei primi concetti, e giunse ad emendare sè stesso, e le proprie opinioni. Se, da principio, per combattere il concetto di quelli che risguardavano la terra siccome distesa all’infinito, egli aveva detto, paragonando il nostro pianeta alle altre creazioni di Dio «questo mondo non è grande come pensa il volgare, io dico che questo mondo è poca cosa,» gli è perchè giudicava essere cosa da poco ciò che aveva scoperto, relativamente a quello che giudicava tuttavia discovribile. Egli reputava le scoperte fatte come una sola centesima parte di ciò che rimaneva da scoprire del globo. L’amore di Colombo per la natura si effonde in poetici sentimenti. Come pittore delle scene della vita terrestre, egli avanza Camoens in poesia. Humboldt giudica che Cristoforo Colombo «sa goder meglio delle foreste che sono lungo le coste, e fa maggiore attenzione alla fisonomia delle piante26

Quel tanto del genio di Colombo che la carta raccolse, quello almeno che è giunto sino a noi, non è gran fatto esteso: non possediamo che un briciolo di quanto uscì dalla sua penna; aveva scritto moltissime lettere, così alla Regina come a Religiosi, al pronotaro apostolico Pietro Martire d’Anghiera, ed a personaggi della corte, ma sedici sole ce ne giunsero, a meno che non si vogliano chiamar lettere frammenti epistolari disseminati in diversi documenti.

La storia delle sue quattro spedizioni compilata pel Santo Padre, nella forma de’ Commentari di Cesare, andò perduta, del [p. 351 modifica]paro che la relazione ai Re cattolici del suo secondo viaggio. Le sue note, le sue carte geografiche, che il curato di Palacios e don Fernando ebbero sotto gli occhi, sono scomparse. Le osservazioni che aveva raccolte dopo il suo terzo viaggio, i suoi pensieri cosmografici, le sue note sulla storia naturale rapitegli, insieme con tutte le sue carte, da Bobadilla il 26 agosto del 1500, quando il commendatore s’impadronì della sua casa, mentre egli era assente, non gli furono mai restituite. Pare che Bobadilla le abbia conservate come sua proprietà27, e siano state imbarcate sulla Capitana che naufrago nella tempesta predetta dall’Ammiraglio. S’ignora assolutamente ciò che sia avvenuto del libro delle Profezie, dato dall’Ammiraglio alla Regina Isabella: non ne conosciamo che la brutta-copia informe e manchevole. Nondimeno, dal poco che ci rimane degli scritti di Colombo sfuggiti al naufragio dell’oblio, è permesso di poter portare un giudizio sopra il suo merito letterario.

Primieramente ciò che caratterizza il fare di Colombo è la spontaneità, la concisione, il vigore e l’assenza d’ogni artifizio nel modo di esporre. Ne’ suoi scritti il pensiero scorre con abbondanza: evvi sentita la forza della vigoria, e la dovizia delle idee. Egli vorrebbe dire ogni cosa ad un tratto; dal che conséguita, in certi passi, alcunchè di diffuso, e in apparenza involuto, ma ch’è elevato, profondo, e sintetico alla maniera di san Paolo. Sobrio nello stile come nella vita, Colombo, volontariamente spoglio di ogni arcaismo fraseologico, va sempre dirittamente al fatto per la via più semplice e più breve. E tale è la sua noncuranza d’ogni ordine ne’ suoi scritti, che anche le sue relazioni ufficiali ai Re cattolici portano l’impronta dell’improvviso e rapido vergare che fa la penna. Colombo non fece mai, quale Ammiraglio, una relazione elaborata. Si direbbe che vi hanno sempre in lui diversi uomini: scrive al tempo stesso quale inviato della salute, e contemplatore della creazione; parla da uom di mare, da missionario e da [p. 352 modifica]naturalista, e pare necessitato a dire ogni cosa contemporaneamente. Tuttavia quando procede col solo suo titolo di capo del governo coloniale, si mostra metodico, preciso, istruttivo, e ammirabilmente amministratore.

Questa intima relazione tra lo stile e il carattere dell’uomo, che ora è diventata una verità proverbiale, si fa sentire in una maniera manifesta negli scritti di Colombo.

Come a vedere il mare, il sentimento dell’immensità vieta alla nostra debolezza di descrivere questo infinito ch’è pur sentito, veduto, e di cui siam pieni, ma che ci travalica, e ci trasse seco nella sua stessa immensità; così Colombo riassume, compendia o passa sotto silenzio le sue più intime emozioni; nè tenta descrivere ciò ch’è al di sopra d’ogni descrizione. Non descrive le sue impressioni marittime, che nota perfino il grido del grillo e l’olezzar delle piante recatogli dal soffiar de’ venticelli: la maestà dell’Oceano si è riflessa nella sua anima lasciandovi una impronta infinita, incommensurabile.

Solo, nel suo ultimo viaggio, la sua memoria, descrivendo tempeste ignorate nei mari d’Europa, colora con una vivacità pittoresca le scene della lotta che sostenne contra gli elementi; e la poesia sprizza dalle sue imagini come la fosforescenza dall’affronto delle onde in gran tempesta. Egli diventa allora un grande e vero modello nel genere descrittivo e terribile, quantunque sia abbreviatore, com’è sempre il genio. Nel suo vigoroso pensiero, le parole non sono che una veste dell’idea e non hanno alcun valore per sè: perciò nessuno studio di frasi, nessun coordinamento di vocaboli, nessuna cura di ottenere begli effetti di stile; rimane semplice e grande come il mare, ed è sentita nel suo stile una forza segreta, una possa ritenuta, un’abitudine di austera continenza.

Indoviniamo che quest’uomo ha vissuto innanzi a Dio. La sua meditazione si è formata per mezzo appunto della più grande manifestazione divina dell’infinito che sia accessibile ai nostri sensi, il mare; il mare, uno sopra tutto il globo e così diverso nella sua immutabile unità; il mare, nel quale si assorbe la nostra contemplazione, che lascia muto il poeta, interdetto il filosofo, spaventato il pensatore; il mare ha fecondato il genio [p. 353 modifica]di Colombo. Sotto al ciel luminoso de’ tropici, alle isole Fortunate, alle Azzorre, l‘audacia del pensiero è diventata riflessione: la maturità della convinzione ha fecondato in lui, sotto l’ispirazione del Verbo divino, quel volere cui nè la forza del tempo nè la debolezza degli uomini poterono smuovere.

Uno spregiatore del cattolicismo rimase sorpreso egli stesso di trovare in Colombo una valentia inaspettata di scrittore: il signor Edgardo Quinet ebbe a dire: «il giornale di Colombo nella sua concisione ha un non so che di misterioso, di sublime, di religioso come il grande Oceano in mezzo a cui è stato scritto28.» Dopo averlo lodato in alcuni luoghi, Humboldt, il quale cerca secondo il suo sistema, di sminuire il merito di Colombo, censura il suo stile e i suoi versi: alla sua opinione digiuna d’ogni prova, noi contrapporremo il sentimento della più sicura autorità contemporanea, in fatto di buon gusto e di sana letteratura, quella del signor Villemain. Ecco le sue parole. «Io non esito ad affermare che questo straniero, il quale non imparò lo spagnuolo che tardi nelle sue udienze per far gradire la scoperta del Nuovo Mondo, Colombo, è stato nel suo secolo l’uomo più eloquente della Spagna. Egli è perchè Colombo aveva grandi idee, le quali recavan con sè espressioni sublimi; sovratutto l’entusiasmo lo investiva. Spiritus Dei ferebatur super aquas. Le forme esteriori dell’arte, le frasi lunghe e dotte sino a que’ giorni non erano mancate nelle cronache spagnuole: con lui comincia il sublime, ch’è la semplicità nella grandezza29

Come il genio, così lo stile di Colombo pare innalzarsi e grandeggiare cogli anni: la sua più notevole produzione è stata scritta che ne contava sessantasette. Fiamma giovanile e poetica celavasi sotto a’ ghiacci dell’età, al modo che i vulcani delle Ande si coronano di nevi eterne: chiarita così l’immarcescibile virilità dell’anima, che si franca della legge del tempo e delle influenze fisiche. L’ardore della pietà, la freschezza dell’ispirazione si manifestarono anche al fine della sua quarta [p. 354 modifica]spedizione, nella sua disastrosa campagna del 1503. Sfuggito miracolosamente ad un naufragio inevitabile, colla sua nave fracassata, mezzo sommersa, e che giunse con gran pena in porto, tribolato dalla lame e dalla gotta, anzichè cedere all’abbattimento degli equipaggi, si unisce col pensiero alla Chiesa cattolica, solennizza con essa la festa di San Giovanni Battista, e, durante il digiuno ch’è costretto patire, la sua pietà celebra in versi la natività del venturoso Precursore del Messia. Questa ispirazione nonostante i patimenti e la miseria su navi quasi affondate, è certamente l’unico esempio di un componimento letterario scritto in simili circostanze.

Quale idea non dà della serenità di spirito e della pietà di Cristoforo Colombo quel canto pacifico dell’anima cristiana che signoreggia i dolori, gli sfinimenti della carne, intesa a comparteciparci da lunge all’allegrezza della Chiesa Cattolica nel di natalizio del beato San Giovanni, il quale trasali nelle viscere della madre sua alla voce della Vergine benedetta fra tutte le donne, nel cui seno posava il Salvatore! Le circostanze di tempo e di luogo non sono meno edificanti dell’argomento di cosiffatta ispirazione; e addoppiano l’attrattiva della ingenuità di tal poesia.


§ IV.


Se Colombo si fosse limitato a scoprir terre, anche riconoscendo la grandezza del suo genio, potremmo considerarlo unicamente qual marinaro cosmografo; ma le sue scoperte sono siffattamente collegate colla sua vita privata, colla sua fede, e la sua missione apostolica signoreggia per modo i suoi atti ufficiali, ch’è diametralmente contrario alla giustizia pretendere di giudicarlo, non tenendo conto del sentimento religioso, principio e fine della sua esistenza pubblica.

E se alcuno maravigliasse come, dopo aver notate le sue doti eccellenti, noi non abbiamo, colla severa probita ch’esige la storia investigato il lato debole del carattere di Colombo, affine di porre i suoi difetti allato alle sue virtù, abbandonandoli all’equo giudizio de’ lettori; risponderemo anticipatamente a [p. 355 modifica]questo rimprovero, che indarno abbiamo scrutato quel cuore eroico; lo esaminammo sotto tutti gli aspetti, e non ci riuscì di scoprire in lui colpa volontaria. E per dir tutto intero il pensier nostro, confessiamo, altresì, di non essere punto sorpresi di questo vuoto d’inclinazioni od azioni biasmevoli nel corso della sua vita.

ln genere, ne’ grandi uomini, i difetti inerenti alla nostra natura sono sempre riconoscibili, quantunque mitigati dalla propria loro generosità, dall’alta posizione in cui vivono, del rispetto verso l’opinione, dal timore della posterità: ma negli eroi del Vangelo non appare alcun difetto di carattere, nessuna debolezza; l’amore, purificandoli, li solleva, e nobilita: hanno talmente ammirato il Divino Modello, che modificarono la propria natura, affine di accostarglisi sin dove è consentito alla nostra natura.

Esponiamo schietto il nostro pensiero su Colombo:

Quest’uomo non ebbe difetti; abbiam forti motivi per crederlo santo.

E a giusta ragione andiamo dritti al fatto, parlando di ciò che vediamo in lui, senza darci fastidio di quello che non vi troviamo; appunto perchè i biografi che per obbedire alle esigenze del loro sistema di filosofia storica, hanno lungamente faticato, con induzioni erronee, a stabilire che Colombo aveva avuto dei difetti, non sepper citarne uno nè recarne un esempio od una prova. Oltrechè gli uni dopo gli altri, cotesti scrittori, cedendo alla forza dei fatti, cancellarono essi medesimi le conseguenze del loro biasimo, delle loro restrizioni, tessendo un elogio così compiuto delle virtù di Colombo da render vana ogni loro censura; dimodochè a lor insaputa posero viemmeglio in evidenza la sua superiorità: e per questo ci sembra più logico tendere dirittamente alla meta, senza preoccuparci di quella minuta autopsia la quale vorrebbe mostrare qualche dubbia qualità in una esistenza, la cui parte attingibile è interamente aperta agli sguardi della storia. [p. 356 modifica]

§ V.


Ei si può arditamente affermare che, per una specie d’intima solidarietà, la purezza dell’uom privato serve anticipatamente di prova alla dignità ed all’irreprensibile condotta dell’uom pubblico. Dopo veduto Colombo studiarsi ad innestare la giustizia e l’equità tra le abitudini della famiglia, noi ci aspettiam di leggeri a vederne osservare rigorosamente i doveri ogniqualvolta la responsabilità politica s’ingenera negli obblighi morali.

Sulla elevata scena, ch’egli saliva improvvisamente, insignito il giorno stesso della triplice dignità di grande Ammiraglio dell’Oceano, di Governator generale perpetuo, e di Vice-re delle Indie, Colombo non venne mai meno a’ suoi triplici doveri. Mentre durò la sua amministrazione, niuno mai lo accusò di parzialità. I superbi idalghi, i persecutori degl’Indiani, furono i soli che si lamentassero, perchè proteggeva gl’indigeni. Il pensiero ch’ei si dava di costoro, offendeva l’alterezza castigliana: ma Colombo, discepolo del Vangelo, non riconoscea privilegi: stabilì scrupolosamente una intera eguaglianza davanti alla legge. Noi abbiam già dimostrato30 che la sua amministrazione fu scevra d’errori; perciò non ci fermeremo sui particolari, fermandoci solamente e per poco a gruppi di fatti.

ll rifiutar che fece un principato per tema che i vantaggi particolari non lo stornassero da’ doveri pubblici, pone in piena luce il suo disinteresse.

Grande Ammiraglio dell’Oceano, Vice-re e Governatore generale a titolo perpetuo, non fu mai che dimenticasse l’obbedienza; tutto al contrario si sottopose agli ordini di un semplice commissario dei Re, cotanto rispettava l’autorità legittima.

Dava costantemente l’esempio del sacrifizio e dell’eguaglianza nell’avversità: nella penuria de’ viveri e nelle malattie, sia in mare, sia in terra, non usava de’ suoi diritti e non volle accettar altro che la razione attribuita ad ogni marinaro.

I suoi provvedimenti amministrativi non presentano quel [p. 357 modifica]carattere di cieca sommissione all’urgenza che regola la maggior parte degli atti dell’autorità nella pratica degli affari. Non sacrificava mai all’attualità provvisoria gl’interessi venturi; perchè sapeva che gli atti dell’amministrazione durano più dell’amministratore, e che l’avvenire è tutto quanto nel presente. In nessuna occasione lo si vide scendere alle seduzioni della gloria, e darsi vinto ad ambizione di popolarità, o tentare il favor della corte. Le cabale e le contrarietà degli uffici, l’ingiustizia e l’ingratitudine del Re non lo facevano mutare di condotta; il suo zelo rimaneva immutabile come il dovere; si occupava col medesimo ardore degli interessi della corona, e di que’ dell’incivilimento.

Anche quando il testo delle sue convenzioni coi Sovrani gli dava diritto di difendere colle armi il governo perpetuo ond’era insignito, e la sua dignità di Vice-re delle Indie, che nessun ordine posteriore poteva legalmente annullare, egli diede l’esempio dell’obbedienza cristiana all’autorità: rispettò sino allo scrupolo il suo giuramento di fedeltà, e non se ne reputò sciolto dall’ingiustizia altrui. Quando fu carico di catene, non chiese ristoro, nè pubblica riabilitazione: invece di conservar ruggine, di punire i principi colla sua inazione, cercò ancora di servir la corona di Castiglia; e morta la Regina, raccomando a suo figlio di raddoppiar di zelo pel servigio del Re, e di cercare di alleviargli il peso degli affari.

La sua operosità, la sua previdenza, la sua moderazione, la sua fermezza, il suo attaccamento, il suo rispetto de’ superiori comechè iniqui verso di lui, la sua protezione dei deboli, dei marinai che avean presa parte a’ suoi patimenti, la sua riconoscenza pe’ suoi subordinati fedeli e zelanti, costituiscono Colombo il modello delle virtù pubbliche.

Siccome la religione era il fonte segreto di questa forza, e il legame di tutte le sue azioni, così Cristoforo Colombo vuolsi proporre a tipo d’ogni uomo. Pare a taluni che un santo non debba venir presentato modello che a puri cristiani: un vescovo, un fondatore di ordini monastici, un missionario, non si credono indicati esemplari che a vescovi, a sacerdoti, a religiosi: si direbbe che il chiostro o il santuario abbiano soli da [p. 358 modifica]profittare di quegl’insegnamenti pratici: la Provvidenza ha giudicato utile presentare agli uomini un laico, un magistrato secondo il Vangelo. Colombo è un eloquente insegnamento per l’alte magistrature ed anche pei Monarchi.

La sua vita contiene feconde istruzioni.

l subordinati v’impareranno a sopportare coraggiosamente le ingiustizie sopravvegnenti: la vita di Colombo mostra che al merito può benissimo venir negato il guiderdone. La ingiustizia, da parte de’ superiori, non muta i doveri del subordinato, il quale soffre, ma non si ribella. Il cristiano vede in queste prove un mezzo di migliorar sè, e riscattarsi colla rassegnazione dalle segrete negligenze commesse verso Dio. D’altronde, la rassegnazione alla volontà divina comporta una dolcezza interiore che lo spirito del mondo non conosce.

Se, fondandosi sullo stretto diritto, e sul testo delle sue convenzioni colla corona di Castiglia, avesse Colombo respinto colle armi i commissari dei Re, Aguado, Bobadilla ed Ovando, i quali cercavano di spodestarlo delle sue dignità; se fosse riuscito a sicurarsi uno stato indipendente, ad appropriarsi l’isola Spagnuola, il suo fine sarebbe stato quello di un uomo volgare: la grandezza e la poesia delle sue fatiche sarebbersi eclissate in cosiffatta triviale peripezia e andrebb’egli spoglio di quell’aureola di cui lo coronò la sua sciagura santamente sopportata.

Vedendo sì grandi servigi così male retribuiti, e disconosciuti sì ben fondati diritti, impariamo a sopportare con minor pena le piccole ingiustizie, le offese recate all’amor proprio, i danni subiti, i torti del pubblico, i soprusi de’ superiori. Che cosa sono i maltrattamenti di un’amministrazione, di un municipio, di un capo di corpo verso un particolare, un impiegato, un ufficiale, quando si pensa ai servigi resi da Colombo? Ricordando ciò che egli soffrì senza mormorare, chi ardirà lamentarsi di contrarietà o picciole vessazioni, o preferenze ingiuste?

Se rimontiamo alla causa della sua forza d’animo, della sua tranquillità di spirito, in ciò che lo tocca, si vedrà che aveva profonda conoscenza dell’umanità e delle debolezze della nostra natura: il suo alto concetto di Dio, la nozione della bontà divina, il suo desiderio di perdonare, per essere anch’egli perdonato, [p. 359 modifica]la sua consapevolezza della instabilità delle cose di questo mondo, e il distacco naturale dell’anima sua tutta rivolta verso gli immortali splendori, lo sostenevano durante le sue prove: si consolava, nell’aspettazione del non perituro e sovrano bene, dei disinganni e delle miserie della vita presente.


§ VI.


Vedemmo un uomo di virtù perfetta, d’intera purezza di cuore, la cui grandezza morale avanza i tipi più celebri dell’antichità, e non è inferiore ai più nobili personaggi formati dal Vangelo.

Ma questo non basta.

Per giudicar Colombo, proviamoci di entrare nel fondo del suo carattere.

Sicuramente, quando lo si esamina e si abbracciano col medesimo sguardo gli atti e gli avvenimenti principali del suo arringo, siamo recati a riconoscere che il carattere pubblico di Colombo, in relazion necessaria col suo carattere privato, offre sopratutto il tipo della missione religiosa, e del mandato evangelico. Come disse già sapientemente l’illustre padre Ventura di Raulica «Colombo è l’uomo della Chiesa31

Diffatti Colombo appartiene alla Chiesa, molto più decisamente che alla marineria.

Egli viveva abitualmente piuttosto da religioso che da laico.

Fin dal suo arrivo in Ispagna, paese che la Provvidenza aveva eletto a secondare i suoi disegni, per guiderdonare la bontà di Isabella, Colombo è provvidenzialmente addotto ad un convento: quivi si lega unicamente con religiosi od ecclesiastici. Alla corte, ov’è introdotto da un antico Nunzio apostolico, monsignor Antonio Geraldini, eccettuata la Regina e il Gran Cardinale, non trova che opposizione ed incredulità: nel congresso dei dotti di Salamanca, non riscontra che diffidenza o dispregio: un sol uomo, un religioso, un teologo, Diego Deza, [p. 360 modifica]favoreggia il suo disegno: i Domenicani lo accolgon OSpite presso di loro; soccorrendolo d’asilo, assistenza e danaro.

Quando, stanco di aspettare, vuole uscir dalla Spagna, un monaco lo trattiene, lo fa chiamare, e integrando colle sue preghiere ciò che aveva iniziato coll’esortazioni, gli ottiene la grazia di Isabella.

Colombo torna a quel convento, e vi si appresta alla spedizione, non col compasso, le carte, le indicazioni della scienza, ma colla penitenza, l’orazione, la meditazione delle cose divine. La sua spedizione assume il carattere religioso della sua origine e del suo scopo; dà il nome della Vergine Maria alla sua nave, e v’inalbera la croce: parte in venerdì, e comanda in nome di nostro Signore Gesù Cristo di spiegare le vele.

in nome di Gesù Cristo prende possesso della sua scoperta; e, per onorare il Redentore, pianta croci ovunque sbarca. Gridata sui flutti la gloria del Verbo, promulga il nome di Gesù Cristo nelle vergini terre degli Arcipelaghi e sulle rive del Nuovo Continente: mercè la sua ardente pietà, le preghiere della Chiesa nella lingua universale del Cattolicismo, echeggianvi ovunque: i figli delle isole, le popolazioni dei boschi hannovi salutato il simbolo del divino riscatto e della felice eternità: ad esempio di Cristoforo Colombo, sonosi volontariamente inginocchiati dinanzi a quell’emblema, di cui ignoravano il significato, ma del quale già subivano il misterioso ascendente.

Egli, per primo, ha recata la croce alla nuova terra, precursore delle missioni, araldo del Cattolicismo, mandatario tacito del Papato: per primo ebbe l’idea di un seminario delle missioni straniere, e volle fondarlo coi propri danari32. [p. 361 modifica]

Colombo fornì opportunità alla Santa Sede di chiarire lo spirito di sapienza infallibile perpetuamente ispiratore della Chiesa, e di provare in guisa autentica che il Papato, anzichè fulminare anatema su coloro che ammettevano l’esistenza del Nuovo Continente, come hanno tante volte ripetuto gli scrittori del secolo decimottavo, ne lodò effusamente lo scopritore, e portò intorno la forma e la dimensione del nostro globo, un giudizio ben più ardito, esatto e sagace di quel de’ cosmografi e dei dotti di allora, e di ogni tempo. [p. 362 modifica]

Anzichè, dopo la sua scoperta, godersi del suo trionfo, e gustare le dolcezze della sua dignità vice-reale, Colombo non aspirò che a nuove esplorazioni, per gridare in contrade anco più remote il nome del Redentore. Egli recitava regolarmente l’offizio de’ Religiosi Francescani. A Valladolid, a Granata, ovunque dimorava, alloggiava nei loro conventi. Fuor dell’Ordine Serafico, non aveva stretti legami che coi Domenicani, i Certosini, i Geronimiti, con ecclesiastici di vita edificante, e con uomini semplici e devoti. Non contrasse dimestichezza mai con grandi e favoriti della corte: viveva, ascritto del terz’Ordine di San Francesco, come un vero frate laico.

I viaggi posteriori di Colombo non ebbero altra mira che la propagazione del Vangelo. Tutte le scoperte posteriori non essendo state altro che l’esecuzione del suo piano, si può dire che la mercè di lui, il sacrifizio perpetuo della Nuova Legge, annunziato e profetato nell’antica, è stato realmente stabilito in America. Ad ogni ora del giorno e della notte, l’immolazione della Celeste Vittima si rinnova nei due emisferi. Quando il canto delle compiete annunzia il cadere del giorno nella nostra Europa, quello del mattutino precede l’aurora in altre regioni; e mentre la notte seppellisce sotto le sue ombre il nostro emisfero, l’augusto Sacrifizio vien celebrato sulle Ande, e nelle isole del mar Pacifico. Il sole illumina incessantemente le cerimonie della Chiesa di Gesù Cristo. Le parole de’ profeti e dei salmisti, le letture del Vangelo si congiungono, si succedono secondo le regole della liturgia romana; e come nel vecchio Mondo, così nel nuovo, la gloria del Verbo, e le sue misericordie sono annunziate all’uomo. La potenza dell’unità cattolica splende nella permanenza di questo omaggio reso al Signore; perocchè sola su questo globo, la Chiesa Romana offre questa inalterabile perpetuità di aspirazioni verso il cielo. Il Santo Sacrifizio vi continua senza interruzione, come la vita organica, la respirazion delle piante, la rotazione della terra sopra il suo asse e la traslazione del medesimo sole nell’immensità dello spazio.

Dopo l’onore di scoprire la metà sin allora ignota del nostro pianeta, e di mostrar ivi l’emblema della Salute, il messaggero [p. 363 modifica]della croce non ebbe che un desiderio, la liberazione del Santo Sepolcro, affine di agevolarne l’accesso a tutte le nazioni, e darne la proprietà alla Santa Sede. Ei non provava inquietudini altro che intorno a questo risultamento; desiderosissimo inoltre di preservare da ogni smembramento futuro il patrimonio della Chiesa. ll suo ricorso alla Santa Sede, i poteri spirituali che invocava da Lei, i servigi che si profferiva di renderle, la stima che di lui mostrò il Papato, la fidanza che in lui pose, così intorno alla linea di demarcazione, come nel rifiuto delle sedi episcopali delle Indie, sembrano confermare tacitamente il carattere di Legato Apostolico, di cui si mostrò insignito ne’ suoi atti e nelle sue intenzioni. La sua esemplare pietà, la’sua fiducia in Dio, lo splendore della sua carica, l’umiltà della sua vita, le sue sciagure inudite, i suoi servigi senza pari lo sceverarono dal rimanente de’ mortali. Dal principio del mondo, in poi non v’ebbe mai uomo che adempiesse opera cotanto vasta. La dolcezza evangelica de’ mezzi corrispose alla santità dello scopo. Senza versare una goccia di sangue, senza costare a chicchessia una lagrima, raddoppio lo spazio noto della Terra, e schiuse alla scienza un campo illimitato.

Evidentemente Dio elesse messaggero della Salute il suo servo Cristoforo Colombo.

Fin dalla culla quest’Uomo fu contrassegnato di un suggello misterioso. Appartenente all’era del rinascimento, sembra partecipare altresì dell’esistenza legendaria dei Santi incivilitori del medio evo. Il maraviglioso lo investe da ogni parte a malgrado delle basse accuse de’ suoi nemici, della precisione dei testimoni e dell’autenticità dei documenti contemporanei. Colombo ci si è fatto innanzi nel pieno movimento del progresso letterario, nell’epoca fiorente delle università e della stampa in Ispagna: ha fornito opportunità di creare scuole navali, commissioni di idrografia, e di ampliare immensamente la marineria e la navigazione. E, tuttavia, la sua imponente grandezza sembra sollevarlo al di sopra della storia, per trasferirlo all’età nuvolose del mito e dell’epopea. Egli è che invero ogni grandezza si distacca dalla terra portando seco la propria sublimità, ed ogni sublimità ravvolge seco la propria poesia. [p. 364 modifica]

Perchè Colombo, eletto da Dio, era chiamato a compier l’opera della provvidenza, il segno di questa elezione divina spicca nei più minuti particolari stessi, in mezzo a’ quali versò la sua vita. Questo alto dignitario della marina, questo governator generale delle colonie serba in sè qualche cosa di strano e di eccezionale, a prima giunta non conosciuto dal volgo; ma che le anime cristiane e gli uomini interiori ponno facilmente avvertire.


§ VII.


Nella storia primitiva del Cattolicismo, che, per filiazione non interrotta, risale alla culla del mondo, vediamo, per una intenzione espressa della Provvidenza, i Patriarchi, i Profeti, ricevere al loro nascere un nome che simbolizza ciò che dovevano essere e fare. Similmente, nello stabilimento del Vangelo vediamo i primi cooperatori scelti da Gesù, portar nomi figurativi della loro particolare destinazione.

Avanti che il divino Istitutore degli uomini manifestasse la sua dottrina, il precursore Giovanni Battista uscito dalla stirpe sacerdotale d’Abia, portava nel deserto il nome significativo, che gli fu imposto da un’autorità soprannaturale33 non ostante l’opinione de’ suoi genitori e parenti, i quali lo volevano chiamare Zaccaria come suo padre, e respingevano il nome di Giovanni, perchè nessuno nella loro famiglia l’aveva portato34. Il nome di Giovanni, Johannes, esprime la vera pietà, la grazia, la misericordia cui veniva ad annunziare agli uomini colui che preparava le vie del Signore; rectas facite semitas ejus.

Il primo degli evangelisti si chiamava Levi, figlio di Alfeo. Chiamandolo Gesù Cristo a seguirlo, disselo Matteo, per [p. 365 modifica]esprimere ad un tempo il dono volontario e la gratuità del favore35.

Per non moltiplicare gli esempi, ne riferiremo un solo, quello del principe degli Apostoli, del capo della Chiesa, San Pietro.

Quando il divin Maestro lo vide che gettava, aiutato da suo fratello, le reti nel mare di Galilea, ei si chiamava Simone Barjona. Già questi due nomi riuniti presentavano un significato interessante. Gesù gli disse di lasciar là le sue reti, che lo farebbe pescator d’uomini, ed incontanente, con illimitata obbedienza abbandonò le reti, con cui si buscava il pane. Quantunque ammogliato, e avente a suo carico la suocera inferma, seguì il Cristo, senza la menoma esitazione, senza neppure informarsi del modo con cui avrebbe quindinnanzi sostentato sè e la famiglia.

Questa candida fiducia, questa immediata obbedienza, indizio della rettitudine d’intenzione e della fedele semplicità che distinguono il primogenito degli apostoli, erano maravigliosamente rappresentate dal suo nome Simone Barjona; perocchè in ebraico-siriaco Simone vuol dire che obbedisce, e Barjona figlio della Colomba. Sin da principio il nome di questo oscuro pescatore del mare di Galilea, esprimente obbedienza e semplicità, presagiva, altresì, la primogenitura, poichè la colomba n’era il simbolo36. Ma a questi due nomi il divin Maestro ne aggiunse un terzo, che figura compiutamente il destino del Principe degli Apostoli: lo disse Cefa, che in siriaco significa pietra37, la pietra fondamentale. E tal è la potenza del nome, che, dopo avergli detto a «ti chiamerai Pietra», tu vocaberis Cephas, il Redentore aggiunse «su questa pietra edificherò la mia Chiesa, et super hanc petram œdificabo Ecclesiam meam 38[p. 366 modifica]

Non ci sorprenderà che l’uomo eletto per raddoppiare lo spazio noto della terra, riunire i popoli che s’ignoravano l’un l’altro, e diffondere il Vangelo fra nazioni sconosciute, abbia presentato anch’esso nel suo nome un qualche significato misterioso o simbolico.

Fin dal suo nascere, il primogenito de’ figliuoli dello scardassiere Colombo, fu portato al fonte battesimale sul monticello ov’è la chiesa consacrata al primo martire, Santo Stefano. Quivi un nome di battesimo fu aggiunto al suo nome patronimico. Questo fanciullo, riportato alla casa paterna, ebbe da quel momento i nomi meglio rispondenti a ciò che doveva operare fra gli uomini.

Chiamavasi, anzitutto, Colombo, voce che fa pensare ad innocenza, purezza, semplicità di cuore, e ricorda il messaggio sull’acqua, il messaggio pacifico, il messaggio divino, il pronto arrivo, la felice novella, la terra scoperta; esprime altresì la navigazione, il genio marittimo, il pezzo fondamentale d’ogni nave, la chiglia39. A questo nome così espressivo, che ritraeva dalla famiglia, la Chiesa ne aggiunse un altro, che doveva essere significativo della sua missione futura Cristophoruas, vale a dire che porta Cristo, che trasferisce la Croce, che diffonde il Vangelo. E quando Colombo in Castiglia, per accomodare il proprio nome alla lingua spagnuola, lo abbreviò a Colon; per la forza originale del suo simbolismo, così raccorciato com’era, questo nome rappresentava tuttavia l’idea del viaggio, — dell’agricoltura d’oltre mare. — della colonia — del trapiantamento lontano. Anzichè mutilare la figura emblematica del suo nome, questo .raccorciamento la distese, la compie, la caratterizzò vieppiù profondamente.

La potenza del suo nome fa augurare quella del suo destino. [p. 367 modifica]

Tutto è argomento di sorpresa e di stupore nella sua vita. Uscito di ceppo antico, sostiene oscure fatiche nella povertà: indi, nel giorno segnato dalla Provvidenza, tutto ad un tratto l’antico mozzo genovese emerge grande Ammiraglio dell’Oceano. L’antico giovane scardassiere del vicolo Mulcento si eleva Governatore generale perpetuo e Vice-re delle Indie, salutato nella sua triplice dignità su di una terra posta al di là del mare tenebroso: gli equipaggi ribellati, che due giorni prima volevano precipitarlo ne’ flutti, si umiliano davanti al suo genio, e gli prestano giuramento di obbedienza, come a sovrano.

Se ci facciamo a considerare a parte a parte e nel loro tutt’insieme gli accidenti della vita di Colombo, sentiamo incontanente il pittoresco e il poetico degli avvenimenti uguagliarne quasi la grandezza.

Il bianco delle vele delle sue tre caravelle sulle onde azzurre ricorda le tre bianche colombe su campo cilestro del suo stemma paterno, avente ad impresa i nomi delle tre Virtù Teologali; la sua prima spedizione maravigliosa per rapidità, ed il cui ritorno fu più sorprendente ancora a motivo delle tempeste successive che lo minacciavano; i rapporti misteriosi tra ’l venerdì e gli avvenimenti di quella impresa in onore della croce; il grido del suo trionfo, che allegra il suo vecchio padre; i suoi tre primi viaggi fatti con tre navi in nome della Trinità; la sua carriera di scoperte, componentesi di quattro spedizioni marittime: la sua ammissione nella famiglia Francescana, che gli merita quattro volte l’ospitalità dell’Ordine Serafico alla Rabida; poi i suoi quattro viaggi postumi alla ricerca di quel funebre riposo cui Dante, ancor vivo, aveva dimandato ai Francescani di Corvo; l’assistenza visibile di Dio durante le sue gigantesche fatiche; i più gran conquisti scientifici dovuti a quest’Uomo, che i dottori moderni escludono dalla classe dei dotti; la protezione celeste accordata a chi gli stava presso o gli apparteneva; l’iniquità che fe’ prova di lui, e i patimenti che lo tribolarono prestandogli campo di chiarire la propria pazienza e rassegnazione; le sue amarezze che gli venner tutte da coloro a cui si era dedicato: la maestà della sua vecchiezza, la vigorosa poesia della sua intelligenza resistente al tempo ed alla sciagura, finalmente la sua [p. 368 modifica]lucida agonia e la sua liberazione nel giorno anniversario di quello in cui il Redentore salì al cielo; coteste circostanze così strane, coteste manifestazioni e grandezze che si direbbero da gran tempo destinate al coturno ed alla lira, non separano forse Colombo da ogni altra esistenza narrata dalla storia?

E coloro che videro questi eventi mirabili, coloro che hanno aiutato a compierli, i cooperatori di questi gran fatti non gli hanno compresi, o non vi hanno posto mente. I capi degli ufficii della marina, quel miserabile don Juan di Fonseca, furono uomini senza religione, ed altresì inettissimi: non vedevano che le loro persecuzioni crescevano la grandezza del loro innocente nemico, e che lo sollevavano alto agli occhi della posterità, quando credevano di averlo umiliato al cospetto d’un Re malvagio e de’ suoi abietti cortigiani.

Ma per essere giusti, bisogna riconoscere che alcune anime elette, l’illustre Francescano, cardinale Ximenes Cisneros, il dotto Domenicano Diego Deza, arcivescovo di Siviglia, intravvedevano una impronta misteriosa apposta sui destini di Colombo: altri, lontani dalla corte, avevano anch’essi una chiara percezione della sua grandezza: come il dotto gioielliere di Burgos, eglino sentivano che Cristoforo Colombo aveva adempiuto un mandato provvidenziale: da quel punto, dotti teologi e glossatori spagnuoli furono sorpresi del rapporto mistico esistente fra gli atti di Cristoforo Colombo e certe parole de’ Libri Santi. ll padre Acosta riconosce che diversi passi di Isaia, fra gli altri il capitolo LXVI, possono applicarsi alla scoperta delle Indie, e dice: «autori dottissimi dichiarano che tutto questo capitolo allude alle Indie40.» Nel suo libro De Consolatione Ecclesiœ, il cardinale di Verona, il gran Valerio, esaltava implicitamente la parte dell’araldo della croce. Malvenda, Tomaso Bezio, il frate Basilio Ponce di Leone, Botero, il padre Tomaso di Gesù, Solorzano, Herrera, tutti quelli che hanno impresi gravi studi sull’epoca della scoperta, sono andati persuasi della missione divina conferita a Colombo: furono sorpresi e ammirati in veder le sue navi e perfino i suoi stemmi annunziati dal [p. 369 modifica]Re-profeta additarono nelle Sante Scritture nove passi chiaramente applicabili alla scoperta del Nuovo Mondo.

Il correre del tempo non ha fatto che rendere più manifeste queste relazioni e chiarire vieppiù queste applicazioni. Il destino degli Americani, espresso nel versetto 12 del capitolo sessantesimo d’Isaia, farà stupefatto l’osservatore. Esposte che ha le cose sorprendenti racchiuse nei quattro versetti precedenti, il Profeta pronunzia sulla sorte delle nazioni d’oltremare che non osserveranno il culto divino «popoli e regni periranno:» e come l’annunzio di questo terribile castigo non risguardava un tempo vicino, il Veggente Reale aggiunse questa parola dell’Altissimo: Io, che sono il Signore, eseguirò tutto questo a suo tempo, 41» vale a dire nel tempo fissato negli eterni decreti.

Che la missione del rivelatore del globo, avvenimento che doveva così profondamente modificare le condizioni future dell’umanità, sia stata mostrata al Profeta cui fu rivelato il Messia, non sarà cosa per niun conto ardua a venir creduta dalle anime felicemente penetrate della verità divina. Rispetto agli uomini che non vogliono risalire sì alto, e chiedono testimonianze più recenti, diremo che, lasciando stare i documenti scritti, esiste anche oggidì la prova di un annunzio dimenticato, di un presentimento misterioso dei popoli intorno la missione di Colombo; e li preveniamo lealmente che senza Colombo la misteriosa figura che siamo per additar loro sarebbe inesplicabile.


§ VIII.


Alle rivelazioni d’Israele è succeduta, posteriormente a’ tempi del Messia, una profezia di cui sono ignoti l’autore, la culla, la data, la lingua, e che nonpertanto una trasmissione costante ha conservato fino a noi. Questa misteriosa profezia senza testo scritto, senza padre dichiarato, uscita non si sa donde, come le voci che commossero il mondo romano avanti la nascita del Salvatore, si è prodotta sotto la forma di una tradizione anonima, forse collettiva, sicuramente popolare. [p. 370 modifica]

Questa tradizione si è personificata colla scultura, si è installata nelle basiliche atterrate di Antiochia e di Bisanzio, nelle antiche chiese di stile romano, donde penetrò nei monasteri, nelle abbazie, nelle cattedrali gotiche, col mezzo dei dipinti murali e della statuaria. Una pia credenza ha fatto adottare come commemorativo del passato questa simbolica imagine dell’avvenire: intendiamo ricordare la colossale effigie di san Cristoforo e la sua leggenda popolare. Non si vuol dimenticare che Cristoforo era il Santo patrono del rivelatore del globo.

Vediam primieramente la storia reale di un tal santo, e poscia apprezzeremo il significato de’ suoi attributi.

L’agiografia c’insegna quanto segue:

Ofero, siro di nascita, era un pagano di statura atletica, una specie di Golia, altero della sua forza e che non voleva servire che il re più potente della terra: diventato cristiano alla vista di un miracolo, nell’ardore della sua fede, non volle altro nome che quello di Porta Cristo, Cristoforo. San Babila, vescovo di Antiochia, lo ammise al battesimo. Cristoforo promulgò le parole di Cristo nel suo paese, ne’ dintorni della Palestina, in diverse contrade dell’Asia Minore, e viaggio costantemente, predicando coraggiosamente il Vangelo, fino al punto, in cui, imprigionato dagli emissari dell’idolatria, durante la persecuzione dell’imperatore Decio, bagnò del suo sangue la croce che aveva portato.

Il suo martirio in breve diventò celebre in Oriente: Orientali, Copti e Greci gli rendettero culto. Sant’Ambrogio lo ha preconizzato. San Cristoforo è notato ne’ più antichi martirologi: a Costantinopoli erangli dedicate due chiese. ll Breviario Mozarabico, attribuito a sant’Isidoro di Siviglia, fa menzione di lui. Al tempo di san Gregorio Magno, esisteva in Siviglia un monastero sotto il nome di san Cristoforo. Fin dal settimo secolo, Toledo e diverse città di Spagna possedevano reliquie di questo martire. A Parigi, la chiesa parrocchiale del suo nome era una delle più antiche della città.

Non vi ha cosa più autentica e più precisa della storia di san Cristoforo, nulla che sia meglio stabilito dell’antichità del culto che gli fu reso sin dal quarto secolo della Chiesa. Nondimeno, [p. 371 modifica]se ci facciam ora a considerare in qual maniera la pietà de’ fedeli onorò san Cristoforo sin dal principio, non troveremo rapporto veruno fra gli atti apostolici della sua vita, e gli attributi sotto i quali lo si rappresenta.

La sua effigie è quella di un santo colossale, con attitudine ed azione che non esprimono nè dottrina, nè penitenza, nè martirio: non prega, non parla, non patisce: nondimeno, non si tiene punto immobile nella sua gloria: cammina per mezzo all’acqua, portando Cristo fanciullo sulle sue spalle.

Sicuramente in questa imagine del confessore della fede non è cosa che ricordi apostolato o martirio. Non essendo questa rappresentazione per alcun modo applicabile agli avvenimenti della vita di san Cristoforo, evidentemente non potrebbe riferirsi che al suo nome. Or è stata data a questo nome, realmente simbolico, una significazione, che, non potendo riferirsi al passato, per necessità dee risguardar l’avvenire.

Questo fatto implica per forza l’esistenza di una profezia da lungo tempo obliata, di un annunzio misterioso, di cui s’ignora al presente l’origine, ma su cui e stato necessariamente costrutto il tipo di san Cristoforo, quale lo produsse a bella prima l’Oriente, e quale lo conserva ancora il mezzogiorno dell’Europa cristiana; da che è permesso dedurre che tale profezia fu contemporanea forse del martirio di san Cristoforo. Non sarebbe impossibile che questa figura fosse letteralmente la riproduzione in pietra della profezia del santo che primo prese il nome di Porta-Cristo, e annunziatrice che un giorno un grand’uomo, portando anch’esso Cristo nel proprio nome, trasporterebbe effettivamente la legge di Gesù Cristo attraverso l’Oceano. Questo spiegherebbe come il genio orientale, dando al Martire l’emblema del santo viaggiatore annunziato, ha fatto un uomo colossale in allusione alla sua opera gigantesca. Per una eccezione unica nell’iconografia sacra e negli usi del culto, la pietà popolare adottò questi attributi figurativi dell’avvenire. La Chiesa ha dato asilo alla colossale effigie di san Cristoforo, che, rendendo omaggio al gigante martire della fede, rappresentava l’apostolato futuro di un grand’uomo che porterebbe Cristo. [p. 372 modifica]

Per ogni spirito serio diviene evidente l.° che una tradizione misteriosa ha dato motivo alla figura di questa statua simbolica, nunzia dell’avvenire, non ricordatrice del passato, e perciò spoglia di tutte le memorie della vita apostolica e della palma del martirio di san Cristoforo, e che lo rappresenta unicamente là dove, sopratutto, egli non andò mai, sul mare; che gli fa traversare i flutti, mentre non evangelizzò che sulla terra: 2.° che la conoscenza di questa profezia, causa dell’effigie colossale, essendosi perduta, venne posteriormente composta sulla stessa effigie una leggenda pia che ha subito alterazioni e varianti secondo i tempi ed i luoghi. Rimane certo che l’Oriente fu culla di questa tradizione; e che là sorsero le prime chiese e le prime statue di san Cristoforo.

Ora, in qual maniera fu primitivamente dipinto san Cristoforo? Come ha scritto il suo nome lo scalpello iconografico degli statuari?

l fatti rispondono.

San Cristoforo è invariabilmente rappresentato sotto forma di un gigante che porta il fanciullo Gesù sulle spalle, che passa il mare senza bagnarsi oltre il ginocchio; e si appoggia sopra un tronco d’albero verdeggiante, fornito della sua cima e delle sue radici.

Decomponiamo questo emblema; le particolarità ci faranno trovar facilmente il significato dell’insieme.

Questo santo gigante è un eroe del cattolicismo. — Egli porta al di là del mare Gesù fanciullo, vale a dire l’aurora del Vangelo sulla nuova terra. — Il piccolo Gesù tien in mano il mondo sormontato dalla croce: questa sfericità del globo riassume anticipatamente il sistema della scoperta. — La croce che sormonta il globo annunzia l’effusione del Vangelo fra tutti i popoli. — Il gigante cattolico, cinta la fronte dell’aureola, indizio della santità, si appoggia, traversando i flutti, sopra un tronco d’albero, che porta foglie e frutti, il qual ricorda ad un tempo la verga fiorita d’Aronne, la radice di Jesse, il tronco dell’albero della salute, quel legno che ha salvato il mondo. — Si vuol notare che quest’albero reca sulla cima palme di dattili, caratteristiche dell’Oriente, e al basso radici capellute, imagine di trapiantamento, [p. 373 modifica]di nuova coltura. — Inoltre, la vecchia impresa latina di san Cristoforo, esprimente la bontà di questo apostolo gigante, spetta alla dolcezza di Colombo, alla buona novella di cui è nunzio, dacchè dice qui te mane vident, nocturno tempora rident. Queste parole evidentemente implicano il movimento futuro, il viaggio avvenire, nè possono in alcun modo riferirsi al passato.

In processo di tempo, dopo le invasioni dei Vandali, degli Ariani, essendo questa statua colossale diventata incomprensibile a molti, venne fuori in Alemagna, e ne’ paesi nordici una leggenda intesa a spiegare questa figura, e adattarsi alla vita di san Cristoforo. A poco a poco si modificarono gli accessorii della sua effigie: invece di un missionario portante Cristo, venne imaginato un eremita, che trasferiva gratuitamente dall’una sponda all’altra dei torrenti i viandanti sulle proprie spalle. Questo impiego, in tempi ch’esistevano pochi ponti per comodo de’ pellegrini, poteva essere utilissimo A motivo de’ suoi gagliardi omeri, san Cristoforo diventò capo-squadra de’ frati pontefici; o costruttori di ponti, modestamente dedicati a quell’opera, secondo l’esempio del giovane pastore san Benedetto, a cui il contado Venosino va debitore del ponte di Avignone. Fu detto, che, per provarlo, Gesù Cristo, sotto forma di un fanciulletto, venisse una notte a richiederlo di portarlo sull’altra riva del torrente ingrossato dalle piove, e che, quantunque al Santo dolesse alquanto di essere disturbato a quell’ora in cui suoleva pregare, pure, avendolo preso sulle sue spalle, riconobbe al peso enorme di quel bambolo, che andava sempre crescendo, che portava il Signore del mondo.

La tradizione misteriosa, e la grande effigie che la consacrava nelle chiese d’Oriente, presero, giungendo nelle foreste della Germania, e nelle nebbie delle plaghe settentrionali, il carattere di una leggenda volgare, di un aneddoto cristiano opportuno a trastullare le lunghe sere del verno. Avendo le pitture variato a somiglianza della tradizione, venne finalmente surrogato al mare un fiume, e rappresentato san Cristoforo, che traversa il fiume recandosi sulle spalle il fanciullo Gesù. Sovra una delle rive è un eremita, con in mano reliquie, vicino ad una [p. 374 modifica]cappella col suo campanile; sull’altra un bravo alemanno a cavallo, che va al molino, di cui giace collocata in vista la ruota idraulica.

Quest’ultima versione della leggenda tedesca è stata riprodotta dal pennello in moltissime chiese del nord, sulle rive del Reno, in Baviera, nel Belgio, in Alemagna e nel cuor della Francia. Or fanno due anni, l’abbiamo ritrovata in Borgogna fra le pitture murali del coro nell’antica Abbazia de’ Benedettini di San Sequano, una delle meglio conservate del medio evo. Riassumendo una leggenda pia, questa figura era così diffusa in Europa, che fornì soggetto alla più antica incisione munita di una data; ed è quella che si conserva nel gabinetto delle stampe della biblioteca imperiale, recante il millesimo 1423. Questa incisione ci è sembrata la copia fedele dell’affresco dell’abbazia di San Sequano, ripetuto presso a poco senza varianti nella maggior parte delle chiese del settentrione.

Nondimeno, a malgrado della sua profusione, non si deve cercare nel nord l’esatta rappresentazione del colosso emblematico di san Cristoforo. Per trovarla, vuolsi tornare al mezzodì , vicino al paese onde trasse origine. Qui san Cristoforo è propriamente il gigante che porta Gesù, e valica il gran mare, non entrando nell’acqua che sino alla cintola, e tenendo a mo’ di bastone l’albero mistico da trapiantare, od anche avendo in mano la croce, che vuol portare alla riva opposta del mare. Il santo viaggiatore è talmente rivestito de’ suoi attributi di missionario, che tiene appeso alla cintura il fiaschetto del viaggio.

Cosa strana! le chiese, le imagini e i nomi di san Cristoforo sono più divulgati nel mezzogiorno che nel settentrione; più fra le popolazioni del littorale che fra quelle dell’interno. Di tutti i paesi cristiani la Spagna fu quella in cui si moltiplicarono maggiormente l’effigie, le cappelle, le chiese di san Cristoforo. Nessun’altra nazione possedette così anticamente nè sopra tanti altari reliquie di questo martire, ed alzo statue al santo gigante che dovea passare il mare.

Perciò un’antica tradizione, da gran tempo perduta, risalente almeno al secolo duodecimo, e ricordata da Cristoforo Colombo [p. 375 modifica]dopo il suo terzo viaggio42, aveva indicata la Spagna siccome colei che doveva compiere una gran missione religiosa. Nella sua Storia naturale e morale delle Indie, il padre Acosta, di cui Humboldt ha notato lo spirito profondo e generalizzatore, dice che si afferma «essere stato predetto da lungo tempo che il Nuovo Mondo doveva andar convertito a Gesù Cristo dalla nazione spagnuola43.» Or non è strano che fosse designata per quest’opera evangelica una nazione confinata tra le montagne ed il mare, la quale non poteva, per conseguenza, distendersi che per via dell’Oceano? Quest‘ idea di un’azione evangelica oltre il mar tenebroso non è dessa sorprendente?

Dalla Spagna infatti, ove fu tanto onorato san Cristoforo partì il messaggero della buona novella, che andava a portar la croce oltre il mare.

Ed è così naturale vedere nella mission cattolica di Colombo la spiegazione dell’emblematica figura di san Cristoforo, che il primo geografo vissuto all’epoca della scoperta, Juan de la Cosa, riconosciuto dalla Regina Isabella pel più valente del suo tempo44, nel compiere il disegno della carta del Nuovo Mondo, e mostrare il moderno progresso geografico dovuto a Colombo, invece di nominarlo vincitore del mare tenebroso, si tenne pago di dipingere la figura simbolica del santo che porta Cristo attraverso il mare45: a’ suoi occhi la predizione contenuta in quella religiosa imagine era finalmente avverata. [p. 376 modifica]

E veramente, da più che dieci secoli, la colossale effigie esprimeva in rilievo l’alta pietà che doveva mettere, un giorno, l’antico Mondo in possessione del Nuovo.

Notisi altresì che, dopo la scoperta, le statue di san Cristoforo sono meno colossali e si rimpiccolirono, le sue cappelle scemarono di numero: conservaronsi quelle ch’esistevano; ma di rado se ne costrusser di nuove intitolate al suo nome. Oggimai la gigantesca effigie ha ricevuto la sua spiegazione, si può restituire al Martire siro la palma del suo trionfo, la corona della sua vittoria: ci resta di venerare in lui il martire di Gesù cristo, e probabilmente l’autore e l’occasione della profezia misteriosa che Colombo, rivelatore del globo, fu destinato a compiere.


§ IX.


Andrebbe forte errato chi prendesse a giudicare Cristoforo Colombo come farebbesi a giudicare l’imperatore Enrico III, Luigi XlV, Cromvello o ’l gran Federico.

Colombo non può venire spiegato interamente coi fatti di osservazione, poichè avvenimenti straordinari, ed un concorso di coincidenze maravigliose s’infrappongono alle sue imprese di navigatore, agli atti della sua amministrazione; e perchè la natura del suo spirito e il suo carattere religioso lo fanno piuttosto partecipare del cielo che della terra.

Il contemplatore del Verbo, araldo della croce, liberatore in isperanza del Santo Sepolcro, reca impresso in tutte le sue abitudini il suggello del suo apostolato. [p. 377 modifica]

L’ambasciatore di Dio alle nazioni sconosciute si distingue fra tutti gli uomini, pel carattere della sua augusta missione.

Ad ogni caso della sua vita si frammette alcunchè di misterioso, di sublime. Il dramma e la poesia compenetrano la sua esistenza. Tutto ciò che tocca quest’Uomo acquista nobiltà. Colla loro persistenza e i loro eccessi, fin le sue tribolazioni spettano non meno all’epopea che alla storia. I suoi dolori son diventati immortali: gl’ingrati e gl’invidiosi, dalla propria abiezione destinati all’oblio, appartengono alla storia perchè hanno fatto guerra all’araldo della croce, e il loro nome vive ad un obbrobrio eterno.

Ma coloro che servirono lealmente quel buon padrone guadagnaronsi l’immortalità pel solo contatto ch’ebbersi con lui; e il loro nome non saprebbe andar cancellato dal mondo. Tutto ciò che è di lui o vien da lui si solleva in gloria ed in utilità; a tale che i titoli di nobiltà conceduti a’ suoi fratelli non son essi che valgono a farli grandi: essere fratelli di Colombo vale assai più dei lor diplomi. Il suo fedele scudiero Diego Mendez ottiene stemmi gentilizi, il titolo di cavaliere e l’ammirazione di ogni cuore generoso: il suo fedele mastro di casa, Pietro di Terreros, ferito a morte per difenderlo, aveva in prevenzione acquistato un titolo imperituro alla immortalità, dacchè Colombo gli aveva riserbato l’onore di porre prima d’ogni altro il piede sul Nuovo Continente: il suo interprete indiano, povero idolatra battezzato, il lucaiano Diego, sposa la sorella del più nobile sovrano d’Haiti. Il suo interprete spagnuolo, Cristobal Rodriguez «La Lengua» acquista una grande importanza: i suoi servi diventano ufficiali; i suoi ufficiali navigatori: i suoi primi piloti sono grandemente celebrati dalla fama; altri occupano cariche di fiducia od onorevoli impieghi, come Sanchez de Carvaial eletto guardia del corpo: il suo compatriota Bartolomeo Fieschi trovasi associato per sempre alla gloria dell’ultima spedizione di Colombo, mercè l’attaccamento che gli portò.

Se non avesse avuto relazioni con Cristoforo Colombo chi ricorderebbe il giureconsulto Nicola Olderigo, quantunque temporaneamente incaricato di una missione dalla serenissima Repubblica di Genova? chi conoscerebbe il generoso Domenicano [p. 378 modifica]Diego Deza, il dotto teologo certosino padre Gaspare Gorricio? Dopo avere dilettata la corte letterata d’Isabella, Pietro Martire d’Anghiera sarebbe da tre secoli dimenticato, se, per sicurarsi contro gli effetti del tempo, non avesse parlato di Colombo. Col prestigio de’ suoi trattenimenti, il Rivelatore del Globo recò il dottore Garcia Hernandez di Palos e il dottore Chanca di Siviglia a visitare le nuove regioni; e la lor fede in lui gli ha salvi da un inevitabile oblio. Conversando col primo commesso del sensale marittimo, Juanoto Berardi, Colombo fece di lui un cosmografo: sollevò questo scrivano contabile quasi ad essergli emolo, perocchè egli si chiamava Americo Vespucci.

Similmente, per avere generosamente accolto il viaggiatore, allora sconosciuto, quando giungeva povero e stanco al convento della Rabida, l’Ordine Serafico, non aspirando che a privilegio dell’umiltà, si è veduto investito degli onori ricusati alla scienza, e dividerà la gloria della scoperta. I figli di san Francesco hanno ricevuto il premio de’ valorosi. Il primo prete che celebrò il Santo Sacrifizio sull’Oceano fu un Francescano: il primo prete che pose piede sulla nuova terra è stato un Francescano: il primo prete che ammirò la natura nelle nuove spiagge di Cuba, della Giammaica, dei Giardini della Regina e dell’Evangelista, fu un Francescano: il primo prete che predicò in indiano il nome del Signore, che promulgò nel Nuovo Mondo la legge di Gesù Cristo, e l’autorità della santa Chiesa cattolica, apostolica, romana, fu un Francescano.

L’Ordine Serafico ebbe la gloria di dare il primo battesimo, di edificare il primo convento e di fornire il primo vescovo alla Spagnuola, com’ebbe l’onore di fornire il primo martire che innaffiò l’America del suo sangue.

Producendosi sulla scena del mondo nel punto in cui esordiva l’êra del Risorgimento, Colombo non prese nulla a prestanza dall’età sua: egli la sopravanza sotto il rapporto dell’intuizione e della scienza; ma la fede implicita e ardente del medio evo col suo carattere militante e cavalleresco splendette in lui. Nondimeno egli partecipava sì fattamente dello spirito primitivo e fondamentale del cattolicismo, da farci pensare piuttosto ad un eroe del Vangelo, ad un profeta, ad un patriarca di [p. 379 modifica]quello che ad un paladino crocesignato. Fu vano che la letteratura profana, allor appunto risuscitata dalla stampa, colle sue allusioni mitologiche, invadesse la Castiglia, seducesse i begli spiriti d’Italia, di Francia e tentasse perfino i dotti della Città Eterna; il messaggero della croce non venne mai a patti od accordi coll’errore dominante. Nessuna espressione, nessuna forma di pensiero palesa da parte sua la più leggera concessione alle opinioni acclamate a’ suoi dì. Nelle sue relazioni coi propagatori dell’ellenismo e della bella latinità, il discepolo di san Francesco rimane ciò ch’era nella sua infanzia a Genova, e poscia sul mare, l’allievo del puro cattolicismo. Questo rispetto alla sua fede, questa ortodossia di linguaggio dice molto meglio d’ogni commentario, a qual punto il discepolo del Vangelo erasi profondamente addentrato nel significato delle cose divine, e com’era in lui permanente il sentimento della sua missione.

E perchè la sua missione era provvidenziale, parve Dio segnalar Colombo sino dal suo nascere, alla guisa di quegli eroi che Egli aveva chiamati a nome.

Non fu mai che questo discepolo della croce si confrontasse coi grandi cittadini della Grecia o di Roma. Se talvolta cerca similitudini e accostamenti, nella sua modestia fa velata allusione a questo o quel personaggio dell’Antico o del Nuovo Testamento: sembra che una volta si faccia forte nella sua fede ed accalori l’ardire che lo sorregge nella sua impresa coll’esempio di san Pietro: due fiate paragona le grazie di cui Dio l’ha ricolmo ai favori largiti a Mosè e Davide: il messaggero della salute paragonava più volontieri la sua missione a quella del legislatore degli Ebrei.

Era egli fondato a metter fuori questa somiglianza rispettosissima, e sicuramente nel suo pensiero alienissima da Ogni vanità personale? Difetto di spazio ci vieta esaminare una tal quistione: solo diremo che appariscono punti di rassomiglianza fra Colombo e il Capo dell’apostolato. In lingue diverse l’uno e l’altro avevano ricevuto il medesimo nome di famiglia: San Pietro era figlio della Colomba, e Cristoforo, di Colombo: l’uno e l’altro avevano sulle prime vissuto dei prodotti del mare: il [p. 380 modifica]primo ricevette da Cristo un nome significante che porterebbe la Chiesa; il secondo ricevette dalla Chiesa un nome significante che porterebbe Cristo: San Pietro rappresentava l’immutabilità del fondamento: Cristoforo Colombo rappresentava la dilatazione della Chiesa, la propagazione della croce.

Indi, se consideriamo le somiglianze maggiori fra ’l destino di Mosè, e quello di Colombo, apparirà che questi due uomini straordinari hanno egualmente adempiuta una missione provvidenziale: quella di Mosè, attestata dalla Chiesa, è riconosciuta egualmente dagli ebrei e dai cristiani: quella di Colombo, attestata dall’evidenza, sarà un giorno riconosciuta da tutti gli uomini di buona fede.

Al tempo fissato dalla Provvidenza, cinquecento anni prima di Gesù Cristo, Mosè ricostituisce il popolo di Dio, affralito dalla schiavitù; proclama il vero insegnamento, il culto del Dio unico, ed isola il suo popolo affine di guarentirlo meglio dal contagio dell’idolatria.

Al tempo fissato dalla Provvidenza, millecinquecento anni dopo Gesù Cristo, Colombo allarga le vie della terra, raccosta le nazioni, e dilata la Chiesa Cattolica.

Ambedue avevano un nome altamente simbolico.

Ambedue avevano quarant’anni lorchè cominciarono l’attuazione del loro mandato divino. Mosè dovette abbandonar Sefora sua sposa, per attendere alla sua missione: Colombo si tenne lontano da Beatrice per adempier la sua.

Il mare aprì suoi flutti, e diede il passo a Mosè. L’Oceano chiuse suoi abissi sotto le navi di Colombo.

Mosè recava una nuova legge, la legge dell’alleanza al popolo eletto. Colombo recava la nuova legge, la legge di grazia alle nazioni chiamate: il primo applicava la legge temporale colla sua sanguinosa inflessibilità; il secondo, la legge di grazia, di misericordia, di carità.

Mosè trionfò col segno della croce degli ostacoli che gli opponevano gli uomini e la natura: figurò questo segno colle mani sollevate sulla montagna, e col palo in forma di Tau su cui espose il serpente di bronzo. Colombo trionfò degli altri e di sè col segno sacro che portava in cuore, e nel nome. [p. 381 modifica]

Questi due mandatarii dell’Altissimo, diversamente occupati, ricevettero segni visibili dell’assistenza divina, e furono aiutati soprannaturalmente da un soccorso proporzionato alla differenza dei tempi e dei luoghi.

A guiderdone de’ suoi pericoli, delle sue fatiche opprimenti e della libertà da lui conseguita pel suo popolo, Mosè subì contraddizioni, minacce, cospirazioni, ammutinamenti, e l’abbandono de’ suoi parenti. A contraccambio dell’accrescimento della signoria terrestre, dei doni fatti allo spirito umano, delle ricchezze assicurate alla Spagna, Colombo dovette sottostare alla ribellione, all’abbandono, alla destituzione, alle catene, alla povertà, alla calunnia.

Mosè desiderava veder Dio faccia a faccia, ei che aveva avuto la ventura di udirlo e parlargli. Colombo ambiva scoprir le maraviglie delle opere di Lui e di conoscerlo così per l’esteriore, come ne sentiva in sè la onnipresenza.

Mosè aspirava a condurre il suo popolo nella terra promessa. Colombo aspirava ad aprire alle nazioni l’accesso al Santo Sepolcro.

Nessuno dei due aggiunse l’oggetto dei propri voti. ll nome dell’uno e dell’altro si perpetuerà sino alla estinzione del genere umano.

Le maraviglie operate in favore di Colombo rendono credibili, anche ai filosofi di buona fede, i miracoli del popolo di Dio, accompagnanti l’adempimento de’ suoi destini fra le nazioni idolatre, in tempi ne’ quai segni materiali e decisivi surrogavano l’autorità della parola di grazia e di amore, parlata indi dal Vangelo.

La natura imponente delle sue fatiche, il carattere strano de’ suoi viaggi, il sorprendente ardimento delle sue investigazioni, le mirabili coincidenze e i segni prodigiosi dell’assistenza che ricevette dall’alto, e la possa del suo stile lo fanno risalire all’età eroica, a’ tempi primitivi; e lo terremmo per una figura emblematica, per una formula di jerofante, se la sua tenerezza evangelica e il suo ardente cattolicismo non ce lo avvicinassero; avvegnachè mentre la moltiplicità degli affari troppo spesso assorbe la vita intera, e non lascia all’anima agio per le cose eterne, [p. 382 modifica]Colombo, che, certamente disimpegno affari immensi, non cessò di agire incessantemente memore della presenza di Dio. Perciò la sua virtù oltrepassò i confini delle forze umane, e potè elevarsi a quella costante altezza in cui sol Grazia vale a sostener la debolezza dell’essere mortale. Assumendo in minuta analisi questa esistenza, sottomettendo ad una critica minuta le azioni e le intenzioni di questo araldo della croce, arriviam necessariamente a riconoscere in lui una virtù costante, fondamentale, che sembra costituire il suo essere; non osiam quasi qualificarla col nome triviale e tanto prodigalizzato di virtù, e siam recati a chiamarla la santità.

Tutti i santi non sono giunti al cielo per la medesima via. Come vi hanno diverse dimore nel regno del Padre Celeste, così vi hanno diverse vie per aggiugnere alla santità.

ln mezzo alle cure ed ai doveri del secolo, Colombo non poteva limitarsi all’orazione, agli uffici di coro, alle mortificazioni, al perfezionamento interno, come i Religiosi che vivono nel chiostro; ma si sforzò di conseguire il loro spirito di annegazione, il loro zelo pel servizio di Dio, e per la salute del prossimo nell’esercizio de’ suoi doveri pubblici. La sua autorità fu più fiate compromessa, e la sua vita esposta a motivo dell’evangelica mansuetudine, da cui non volle dipartirsi, neppure in mezzo ai più gravi pericoli: come capo di spedizione marittima. e non ostante le più urgenti estremità, unqua Colombo non fe’ versare pure una goccia di sangue. Sino a lui tutte le esplorazioni lontane erano state accompagnate da sanguinosi sacrifizi. ll primo circumnavigatore del nostro globo, Magellano, fu ridotto a far morire alcuno crudelmente. Prima di comandare agli altri, Colombo volle comandare a sè medesimo. L’impero ch’esercitava sulla violenza naturale del proprio carattere prova con quale perseveranza egli si abituò a combattere.

Colombo fu dolce ed umile di cuore. Al ritorno del suo primo viaggio, si mostrò sorpreso di averlo così facilmente compiuto; e fece omaggio di tale riuscimento alla sola bontà di Dio. La sua umiltà fu sempre tale, che non consentì mai a battezzare del suo nome veruna terra, isola o nave, mentre i suoi luogotenenti, si erano affrettati d’imporre il loro nome a [p. 383 modifica]qualche caravella46. La sua modestia e la sua evangelica dolcezza si appalesano nel modo con cui egli accoglieva i piccioli secondo il mondo, gli impiegati inferiori, i marinai i mozzi. È noto che i mozzi osavano parlargli, e che conversava benignamente con essi, ad esempio del Maestro, il quale voleva si lasciassero approssimare a lui i fanciulli.

Colombo aveva in particolare gran cura de’malati: si ha prova di ciò nell’odio comune di cui l’onoravano i direttori degli spedali, dell’infermerie e gli ufficiali di sanità della marina. L’oblio delle offese47 non era semplicemente naturale alla sua generosità di carattere: lo allargava sì fattamente e rendeva così sinceramente evangelico il suo perdono dei nemici, che perorava in loro pro, pativa per essi, e pagava in lor vece. Ecco in quali semplici termini questo ammirabile cristiano biasimava coloro che attraversavano le sue spedizioni. «Degni nostro Signore dimenticar le persone che hanno combattuto e che combattono una così eccellente impresa, e che fossero per opporsi ai suoi progressi.»

Il suo attaccamento indefettibile alla fede cattolica, la sua previdente sollecitudine pel Papato non poterono essere superate da verun membro della santa Chiesa romana. Nella sua noncuranza di gloria personale, mentre non occupavasi nè di scrivere nè di stampare, compilava espressamente secondo la intenzione del Sommo Pontefice, il racconto delle sue cristiane spedizioni. E questa attenzion pia che mostra verso il Santo Padre, non l’ebbe egli pei Monarchi. Il qual semplice fatto prova semprepiù quanto poco le umane considerazioni influissero sulle sue risoluzioni. L’intimo e ardente desiderio ch’ebbe Colombo di liberare il Santo Sepolcro, e di far onorare la tomba del Salvatore da tutte le nazioni della terra, onde servire la pietà [p. 384 modifica]de’ cristiani nella proporzione, che le sue scoperte fossero per giovare agl’interessi del Cristianesimo e dell’incivilimento, non chiarisce forse in Colombo un vero eroe del Vangelo?

I suoi nobili disegni di scoperte, e i suoi conquisti dello sconosciuto nel campo delle verità scientifiche non alteravano menomamente il candore della sua divozione alla Vergine, di cui amava teneramente il culto, nè la sua filiale pietà verso san Francesco, glorioso fondatore dell’Ordine che gli aveva prestato il primo ricovero, e data la prima assistenza. Se le testimonianze del suo fervore e della sua purezza non risultassero per sè chiaramente da tutti i fatti della sua vita, le sue familiari relazioni coi più dotti e coi più edificanti religiosi del suo tempo basterebbero ad indicare lo stato di perfezione nel quale domandava a Dio la grazia di servirlo.

Questo insieme di aspirazioni, di calcoli disinteressati, d’imprese cristiane, di pie azioni, forma tale accordo, che indarno si vorrebbe trovar nel secolo un altro cristiano così grande per la fede, la costanza nelle prove, la rassegnazione alla volontà suprema.

Ciò che dimostra altresì che il rivelatore del globo non era un uomo semplicemente scelto per la scoperta, ma che, gradevole agli occhi del Signore, egli camminava con fermo passo la via angusta, è che, compita l’Opera sua non gli venne meno il soccorso di Dio; anzi, i favori superni si moltiplicavano insiem colle fatiche dell’Araldo della Croce. Quanto più procedeva negli anni, e tanto più si avanzava in perfezione; tanto rendevaglisi viemaggiormente sentita l’assistenza miracolosa. L’azione cooperatrice della Provvidenza non è solamente sensibile per Colombo, ma diventa manifesta a tutti quelli che la osservano con occhi apparecchiati alla luce. Ma a misura che, fortificato dalle prove e dal soccorso invisibile, egli è diventato capace di sopportar molto, le tribolazioni gli sono scompartite con una oppressiva larghezza, moltiplicate e proporzionate alla grandezza di lui. E nondimeno non isfugge all’Araldo della Croce nessun lamento contra le sue afflizioni. La sua capacità per soffrire diventa immensa come il suo amore. La serenità del suo spirito, sino alla sua ultim’ora, la sua calma angelica nelle angosce della [p. 385 modifica]morte, la sua conversazione cominciata ne’ cieli prima che il suo soffio immortale abbia abbandonato questa terra, il principio prodigioso, e il fine edificante del gran dramma del suo terreno pellegrinaggio, tuttociò non indica forse in Colombo un predestinato?

Colombo possedette visibilmente le tre virtù teologali; praticò costantemente le quattro virtù cardinali; i sette doni dello Spirito Santo parvero discesi sopra di lui; e noi abbiamo in lui trovato Dio ammirabile, come lo è sempre ne’ suoi Santi.

Dietro l’esame dei fatti, è difficile supporre che questo adoratore in ispirito e in verità, che questo seguace del Verbo, che quest’uomo di misericordia, il quale perdonava a’ suoi nemici ed anche a’ suoi carnefici, e rimase povero in mezzo alle ricchezze, che questo precursore della Buona Novella nel Nuovo Mondo, che questo araldo insomma del Re di gloria cotanto favorito da Dio, non sia nel numero de’ suoi eletti nel cielo, dopo di esserlo stato così manifestamente sulla terra.


§ X.


I fatti che abbiamo ricordati, di qual ordine son essi? appartengono al mondo od alla santità? Se non si fosse letto ciò che precede, a scorrere anche solo questo capitolo, non si crederebbe che trattasi della storia di un beato, e che trascriviamo alcune pagine della vita di un santo?

Quanto a noi, da lungo tempo la nostra opinione è formata sotto questo rispetto! Primieramente, l’abbiamo chiaramente espressa nel 1843, nel nostro libro Della Croce nei due Mondi; indi ella si è corroborata per uno studio speciale di quell’epoca e di quel carattere. I nostri primi presentimenti si sono rifrancati; e considerando il Rivelatore del Globo come degno della riverenza del genere umano (perocchè senza l’autorizzazione della Chiesa non osiamo per anco dire di più), noi portiamo un pio amore alla sua memoria.

Ma questo non basta.

Scovriamo il fondo intimo del nostro pensiero: dichiariamolo [p. 386 modifica]dinanzi agli uomini che lo ignorano, come davanti a Dio che lo sa: Cristoforo Colombo fu un santo.

Noi usiamo la parola santo, per quanto è permesso alla sommessione di un cattolico d’usarne, in diffetto di espressione più esatta, per applicarla ad uomo che la Chiesa non ha peranche canonizzato; perocchè a’ nostri occhi nessuno è santo nel vero significato della parola, se non chi fu dichiarato tale dalla Chiesa. Nel dire che facciamo come a nostro avviso Cristoforo Colombo sia santo, intendiam esprimere che il messaggero della croce si trova nelle condizioni d’un eroe del Vangelo, d’un gran servo della Chiesa, intorno a’ cui meriti la Chiesa non ha peranco pronunziato. Grandi vescovi, martiri, fondatori d’ordini religiosi, illustri Santi sono rimasti temporaneamente in una simile condizione aspettando il giorno della canonizzazione.

Alquanti lettori sicuramente saranno sorpresi, forse scandolezzati dell’ardimento della nostra affermazione: ma noi possiamo assicurare che l’augusto Capo della Cristianità, e i Principi della Chiesa non rimarranno meravigliati delle nostre parole. Quando, non ha il gran tempo, abbiam a Roma reso testimonianza della purezza di Cristoforo Colombo, quando dichiarammo la grandezza del messaggero della salute, la nostra voce non ha incontrato nelle alte regioni del Pontificato altro che benevolenza e incoraggiamento. L’immortale Pio IX, il primo papa che abbia valicato l’Oceano ed abitata la terra scoperta da Colombo, conosce a fondo la sua pietà, la sua missione provvidenziale, e le simpatie della Santa Sede per la sua gloria. Il Sacro Collegio onora il gran Porta-Croce del Cattolicismo. L’onore del suo nome si è conservato nella Città Eterna, la quale non dimenticò che il Rivelatore del Globo ebbe l’onore di essere in relazione epistolare con tre Papi successivamente; che tre Papi, Leone X, Gregorio XIV, Innocenzo IX accettarono dedicatorie di opere nelle quali è parlato dello spirito divino ch’empieva Colombo: è tuttodi ricordato in Roma, che, ad esempio del papato, il cardinalato ha protetto la sua gloria; e che in diversi tempi i Cardinali Romani seppero ispirare e retribuire poemi che l’italia mise fuori in lode di questo gran Cristiano, allora quasi sconosciuto al mondo. [p. 387 modifica]

I Francescani di Roma hanno dato asilo a questa non peritura memoria. L’amicizia del padre Juan Perez de Marchena per Cristoforo Colombo si è trasmessa nell’Ordine Serafico. I Francescani di Roma, i Minori Conventuali, i Religiosi dell’Osservanza, i Cappuccini sonosi conservati fedeli depositarii della sua memoria. E, dal canto loro, neppure i Domenicani lo hanno messo in oblio. Troveremmo anche oggi fra loro Dieghi Deza per difendere la sua fama, cominciando dal lor vicario generale, il reverendo padre Jandel, di cui si onora la Francia.

Noi adunque ripetiamo:

L’araldo del Re di gloria è in faccia alla Chiesa, nella condizione di un beato, prima della sua beatificazione.

E perchè non lo diremmo dacchè ne abbiamo il presentimento? Verrà giorno, sicuramente, in cui la virtù che Dio fece spiccare nel Messaggero della Salute sarà solennemente qualificata. Quello il qual esercita la sovranità spirituale del mondo parlerà, e la Chiesa aggiungerà un titolo ai nomi così maravigliosamente significativi dell’eletto dalla Provvidenza. Dichiarata la santità di Cristoforo Colombo, non mancherà oggimai nulla alla riabilitazione di questo eroe. Spetta al Papato, in tempo opportuno, decidere nella sua sapienza su quest’aureola che sarebbe il solo ornamento degno di una tal gloria.

Ma, si dirà forse, un Santo opera miracoli. Chi afferma e prova che l’Araldo della Croce non ne abbia mai operato? Noi addurremo la prova, che, dopo i prodigi operati in vita, egli ha fatto dopo la morte miracoli; sicchè non abbiamo alcun dubbio che non possa operarne di nuovi.

Dio ha voluto che il segno della Redenzione, la Croce che il suo Rivelatore aveva così amorosamente portata nel Nuovo Mondo, rendesse testimonianza alla virtù di lui, e che grazie particolari venissero a segnalare alla venerazione de’ cristiani una croce che Cristoforo Colombo aveva piantato alla Spagnuola, qual omaggio di tenera pietà verso il Salvatore degli uomini.

Questo fatto merita di essere riferito. [p. 388 modifica]

§ XI.


Sul principiar dell’aprile 1495, Colombo visitò per la seconda volta alla Spagnuola la pianura reale, La Vega Real, ove l’anno precedente si era fermato compreso d’ammirazione, benedicendo Dio pubblicamente, e ringraziandolo di avergli scoperto siffatte bellezze48. Dopo la sommissione di Guarionex, sovrano del paese, l’Ammiraglio aveva ottenuto, tra le condizioni della pace, la facoltà di edificare una fortezza sull’entrata di quel magnifico paese. Volendo onorare il segno della Salute in quel luogo incantevole, ordinò al luogotenente di nave, Alonzo di Valencia, di prendere venti uomini49, e di andare con questo drappello, composto principalmente di marinai e falegnami, ad abbattere un albero superbo da lui trascelto per formarne una croce. Il tronco, perfettamente spianato, formava l’albero, e il più grosso ramo, messo attraverso rappresentava le braccia. Questa gran croce, di notevole altezza, fu piantata dall’Ammiraglio sopra una collina appiè delle montagne, donde la vista abbracciava, insiem con un immenso orizzonte, l’aspetto più magnifico di quella magnifica pianura.

Applicando il suo ingegno innato d’ingegnere alla costruzione di una fortezza importante sotto il rapporto strategico di cui egli aveva ideato il piano, Cristoforo dimorò qualche tempo in quel luogo, da lui denominato l’Immacolata Concezione. La fortezza e la regione furono chiamate col medesimo nome. Durante l’esecuzione de’ lavori, non avendosi presso nè sacerdote nè, chiesa, egli ogni giorno pregava davanti a quella croce; vi raccoglieva ogni mattina e ogni sera al suo piè gli operai ed i soldati; accosto a quel sacro segno recitava regolarmente il suo ufficio. Il Rivelatore del Globo prediligea quella croce. Come il [p. 389 modifica]Salmista cercava il Signore e ammirava le sue opere nel cuor della notte50, così anch’egli veniva colà spesso al dubbio chiarore delle stelle. Appiè della Croce, simbolo della vita eterna, si raccoglieva in contemplazioni ineffabili. La vista degli astri gravitanti armoniosamente nell’etere, Operava divinamente sull’anima sua, non altramente che se a quella distanza avesse udito la melodia de’ cori celesti. Senza alcun dubbio la sua intuizione delle cose mistiche si distendeva sotto la protezione di quel segno da lui piantato con pietà sincera, e che Dio parve gradire. Noi vediamo nella storia di uno Spagnuolo per sempre celebre, Ignazio di Lojola, che un giorno, mentre pregava vicino ad una croce, sulla via da Manresa a Barcellona, ciò che aveva conosciuto dianzi della religione, «gli fu posto avanti gli occhi in così grande chiarezza, che le verità della fede parvegli avessero perduta ogni oscurità per lui51.» Sembra che interne illuminazioni rischiarassero in quel luogo anche Colombo; perocchè vi si tratteneva molte ore.

La Concezione è il luogo dell’isola Spagnuola in cui egli fermò più lungamente la sua dimora: ivi non aveva famiglia, società, agi a lavori intellettuali; ma sublimi compensi erano largiti al suo isolamento. Perciò reduce dal suo terzo viaggio, dopo avere scoperta la Trinità e il Nuovo Continente, tornò sollecito alla Concezione. Quietate appena le turbolenze di Roldano, e lasciato suo fratello don Diego a governare San Domingo, e l’Adelantado a percorrere lo stato di Xaragua, tornò alla splendida solitudine della Concezione; vi dimorò più mesi consecutivi, e vi si trovava ancora quando Bobadilla sbarcò nell’isola per cacciarnelo. Non si potrebbe spiegare questa costanza e questa affezione altro che per le consolazioni e i favori spirituali che colà trovava. In quel luogo aveva invocata la Santa Trinità: lo dice lo stesso Colombo: perciò volle consacrarlo coll’edificazione di una chiesa, nella quale dovevano ogni giorno essere celebrate tre messe; la prima in onore della Santa [p. 390 modifica]Trinità, la seconda in onore dell’Immacolata Concezione, la terza a suffragio de’ morti52.

Quando il Rivelatore del Globo, a premio delle sue nuove scoperte fu strappato al suo governo e, gravato di ceppi, mandato in Ispagna, i Castigliani, avvezzi dal suo esempio a pregare appiè di quella croce, continuarono a convenirvi; e un giorno, implorata con una fede sincera, fec’essa miracolo; alcuni febbricitanti furono guariti con solo toccarla. Un tale prodigio trasse ad essa altri malati, altri cristiani sofferenti e che si raccomandavano vivamente a Dio. Alcuni di loro risanarono. Da che ne venne che questa croce fu chiamata la Vera Croce, perchè si distingueva dalle altre croci pei miracoli.

Il nome e le maraviglie della Vera Croce si sparsero da lontano. Gl’Indiani, oppressi dagli Spagnuoli sotto il governo di Bobadilla, notando la venerazione de’ loro signori per questo segno, risolvettero di abbatterlo, attaccarono sode corde di aloe53 al tronco della croce, facendo ogni miglior prova per atterrarla; ma nè il loro numero, nè i loro sforzi produssero effetto. La croce rimase immobile sfidando la loro gagliardia. Umiliati per questa prova infruttuosa, tentarono distruggere la croce col fuoco: cumulate assai legne minute e secche, di nottetempo ne la circondarono, ed acceserle. L’incendio scoppiò gagliardo e in breve la croce scomparve nel vortice delle fiamme e del fumo: gl’idolatri accompagnati dai loro sacerdoti, i Bohutis, si ritrassero soddisfatti: ma la mattina del dimani, videro la croce al suo posto intatta in mezzo alle ceneri fumanti: non n’era neppure stato alterato il colore; solo appariva appiedi un cotal po’ di nero54.

Interdetti e spaventati da quella potenza miracolosa, [p. 391 modifica]gl’Indiani se ne fuggirono allora tremanti, e tementi di aver provocato la superna collera, persuasi com’erano che quella croce provveniva dal cielo: tuttavia rabbia violenta spinse i loro Bohutis a ritentare la prova; accintisi a tagliarla colle loro scuri di pietre acute e coi coltelli che si erano procurati nei loro cambi coi Castigliani, essi trovarono nel legno una resistenza insolita, e notarono che appena ne avevano levato un pezzetto, il vuoto si riempiva55, sicchè tornavano sempre da capo nella loro fatica. L’accanimento della lor ostinazione cedette alla vista di questo nuovo prodigio; e ricordando che la loro moltitudine era stata impotente, non solo ad atterrar la croce, ma pur a smuoverla, si prostrarono anch’essi dinanzi a lei56.

A questi prodigi se ne aggiungeva un altro permanente, visibile da tutti, e la cui evidenza andava crescendo ogni anno; la conservazione perfetta di quel legno secco, che sebben non difeso da catrame od inverniciatura, resisteva all’azione dell’umidità e del calore, che in quel clima inducono rapida distruzione. Quella croce non era nè screpolata, nè aperta; nessun insetto la rodeva: sarebbesi detto che la si era alzata in quel punto. Cinquant’otto anni dopo ch’era stata piantata, la Vera Croce presentavasi tuttavia intatta come al primo giorno. Un’altra maraviglia sorprendeva sopra tutto gli abitatori della Concezione, ed era vedere in piè, rispettata dagli uragani e dalle trombe57 quella croce, mentre gli alberi vicini, e le case intorno erano stati atterrati.

Il racconto di questi prodigi, e la vista delle guarigioni miracolose attraevano alla vera croce gran concorso di coloni: essa era diventata lo scopo d’un vero pellegrinaggio: [p. 392 modifica]Verificando il prodigio del rinnovamento del legno, molti ne recidevano, valendosi di coltelli, un qualche pezzetto, ed ogni giorno venivano fatte nuove incisioni: quelle faldelle riposte in reliquiari, distribuivansi numerose per la Spagnuola, nelle colonie del Nuovo Mondo, perfino in Castiglia. «Dio fece, per mostrare che gradiva la pietà dei fedeli, ciò che aveva fatto per confondere il sacrilego attentato degl’Indiani: si ebbe un bel tagliar via pezzi della croce per molti anni consecutivi; essa non fu vista scemare per questo58».

Siffatta conservazion permanente, guarigioni in gran numero, ed affluenza continua alla Concezione diedero alla Vera Croce una immensa notorietà. Siccome l’umana debolezza si mostra ovunque son uomini, così pare che certi cherici, profittando della pietà dei fedeli, ricevevano numerose offerte destinate alla Vera Croce, ma non le applicavano secondo l’intenzione de’ pellegrini e de’ malati. Informato l’imperatore Carlo Quinto di tale abuso, comandò che il tesoriere del vescovo della Concezione provvedesse ad impiegare le somme offerte alla Santissima Croce secondo la indicata loro destinazione. Nel 1525, per onorare anch’egli la Santissima Croce, Carlo Quinto ordinò si levassero per quattro anni ventimila maravedis dall’ammontare delle ammende incassate a profitto della Camera regia, per contribuire ad ornare il luogo della Santissima Croce, adattandolo meglio in conformità al rispetto ed alla devozione ch’eranle dovute59.

Moltiplicandosi sempre più i miracoli operati dalla Vera Croce, e questa diventando ogni giorno più celebre, la Spagna fu tocca di prodigi così bene accertati: l’Imperatore ne scrisse al Santo Padre, pregandolo a voler autorizzare la divozione dei fedeli a questa Croce e concedere alcune indulgenze a quelli che a lei [p. 393 modifica]n’andassero in pellegrinaggio, o facessero qualche offerta a sua intenzione60.

Ma siccome nel dispaccio imperiale non si faceva menzione dell’Araldo della Croce, e si parlava solo di una Croce stata piantata presso la Concezione, così il Sommo Pontefice, nella sua prudenza, non fu sollecito a secondare il voto dell’Imperatore. La Santa Sede, e i teologi in generale non mostrano gran fidanza ai prodigi attribuiti ad operatori indeterminati: questa potenza, cui riconoscono e invocano così volontieri i filosofi alemanni, e i razionalisti, la potenza dell’indeterminato, stata in tanto credito presso gli scrittori del secolo decimottavo, non fa peranco autorità a Roma. La Chiesa non riconosce i meriti dell’indeterminato, nè crede a miracoli fatti da taumaturgi in plurale.

Diffatti, nella storia dell’antico Testamento non vediamo un solo miracolo senza nome di autore. Similmente nella storia primitiva dell’apostolato non v’è esempio di miracolo anonimo: e anche quando, per cause riservate ne’ segreti della Provvidenza, il miracolo è operato da varii, il nome e la qualità di questi uomini eletti non restano mai occulti: il loro plurale può sempre decomporsi in singolari distinti; e sono o i figliuoli di Aronne, o i sacerdoti, o i profeti, o gli apostoli, o i discepoli, Santi, o corporazioni religiose eredi del loro spirito. Quando Dio, concedendo miracoli alla riunione de’ fedeli, a quelli che lo pregano insieme, degnasi esaudire lor voti, non conferisce un potere miracoloso all’anonimo: fa miracoli in lor favore, ma non col loro mezzo; così è ordinariamente.

Certo che, si sono veduti miracoli in una tal cappella, sul tal altare, senza che alcuno ne potesse additar la causa, vale a dire l’occasion personale, e sapere per cui merito la grazia er’accordata: nondimeno, in generale, il miracolo che profitta a molti [p. 394 modifica]si ottiene da uno, e l’indeterminato, il collettizio non vi hanno titolo o pretesa.

Che che ne sia, nella sua prudenza, Roma aspettò di avere più ampie informazioni: e forse voleva fidare al tempo di servir di prova a qne’ prodigi. Ma le successive esplorazioni nel Nuovo Mondo, il conquisto del Messico, quello del Perù, le scoperte de’ Portoghesi nell’America Meridionale e nelle Indie Orientali facevano trascurar dalla Spagna la sua prima colonia. Ne’ seguenti anni, una causa interamente sconosciuta dà fine al prodigio del rinnovamento del legno della Vera Croce della Concezione. Tnttavia a toccarla operava ancora miracoli; e siccome la pia avidità de’ pellegrini continuava a levarne piccoli pezzi, così andava diminuendo di giorno in giorno: allora fu che il vescovo della Concezione la fece trasportare processionalmente nella sua cattedrale, ove fu collocata in una cappella. La Vera Croce vi si trovava ancora nel 1535, quando l’archicronografo imperiale Oviedo y Valdez, governatore della cittadella di San Domingo, compilava in questa città il suo terzo libro della Storia naturale delle Indie.

Ma venti anni dopo, nel 1553, uno spaventevole tremuoto distrusse quasi interamente la Concezione. Tutti gli edifizi in pietra furono atterrati, un solo eccettuato. La cattedrale, edificata con macigni, rovinò per la violenza degli scuotimenti. Sola una cappella resistette al fenomeno, quella in cui si conservava la Vera Croce. Fu notato, eziandio, che nessuno degli abitanti avente frammenti indosso o in casa della Vera Croce, rimaso per alcun tempo sepolto sotto le rovine delle proprie abitazioni, restò menomamente offeso nella persona61. Cosa strana! i primi amici dell’Araldo della Croce, inauguratore di quel segno miracoloso, i Francescani, si trovavano raccolti nella loro chiesa lorchè infuriò tremuoto. Gittati a terra, oppressi sotto il peso de’ materiali caduti sopra di essi, si rialzarono nonpertanto [p. 395 modifica]protetti da una potenza invisibile: a nessuno era tocca la menoma offesa. L’unico edifizio che fu visto in piè cessato il terribile fenomeno, fu il convento di San Francesco, i cui religiosi possedevano un frammento della Vera Croce della Concezione. Mentre il padre Giambattista Le Pers raccoglieva sovra luogo le informazioni che servirono al padre Charlevoix per compilare la sua Storia di San Domingo, quel Convento, tuttavia solo in piè, torreggiava tramezzo le rovine della città.

Dopo un tal disastro, i sopravissuti si dispersero in luoghi lontani. Gli abitanti ch’erano maggiormente affezionati a quel suolo fondarono due leghe al sud-est della Concezione il borgo della Vega.

Che ne avvenne della Vera Croce dopo siffatta emigrazione?

Questo è ciò che nessuno può dire. Quella terribile rovina mutò le condizioni di esistenza del paese. La sede episcopale della Concezione fu soppressa, e riunita a San Domingo. Lo sviluppo delle colonie del Darien, e della Castiglia d’Oro, la scoperta delle miniere del Messico e del Perù, per la loro importanza, stornarono l’attenzione del Consiglio reale delle Indie, e la Spagnuola fu quasi abbandonata a sè medesima. Giovandosi di siffatta negligenza, gl’Inglesi attaccarono e rovinarono San Domingo62. Dal canto loro i Francesi avevano preso terra in alcuni punti dell’isola senza chiederne licenza. Le relazioni tra la metropoli e questa sciagurata colonia si erano allentate a segno che non vi si mandava una nave se non ogni tre anni! L’abuso e l’avidità delle autorità locali trascorsero siffattamente, che il governatore osava, d’accordo coi principali magistrati, comprare in monte tutto il carico di quella nave prima che avesse gettata l’áncora, per rivenderlo poi al minuto a prezzi fuor d’ogni equità. E il fatto era sì vero, che i poveri abitanti avevano a mala pena modo di coprire la loro nudità, il che obbligò nei grossi borghi a dire una messa nella notte, [p. 396 modifica]affinchè cotesti sciagurati cristiani fossero coperti dalle tenebre e non avessero a vergognare gli uni degli altri!63

In mezzo al disordine e al mal essere di un tale stato, col pericolo di una invasione imminente degli avventurieri inglesi, francesi ed olandesi, i quali formavano qua e là stabilimenti secondo che loro conveniva, non ostante l’impotenza dei coloni ad opporvisi, le comunicazioni dell’interiore dell’isola colla metropoli diventarono intermittenti, indi furono interrotte. Quindi non è cosa strana che in contrada rovinata, posta a soqquadro, e atterrita, siasi ignorato che cosa avvenisse della Vera Croce, miracolosamente preservata e preservatrice, mentre a San Domingo era interamente dimenticata la stessa sepoltura di Colombo.

Noi ci sorprende che i rapporti esistenti tra la missione di Colombo e la croce da lui piantata siano rimasti occulti ad uomini a’ quali sfuggivano perfino di vista le correlazioni esistenti fra Colombo e la sua scoperta; e che di bonissima fede parlassero della sua scoperta in plurale, come parlavano in plurale della sua croce miracolosa64. Chi avrebbe osato sotto l’amministrazione di Ovando ricordare il nome di Cristoforo Colombo, a proposito de’ miracoli di quella croce? Indi la modestia del suo successore don Diego, gl’imbarazzi che gli suscitavano gli odii ereditari con cui si trovava alle prese, il timore di aiutar le calunnie de’ suoi vigili denunziatori lo impedirono di associare il proprio nome al grido dei prodigi attribuiti alla croce piantata da suo padre.

Ma la realtà de’ miracoli della Vera Croce eretta alla Concezione non può essere posta in dubbio, portata com’è al più alto grado di certezza storica. Non solamente gli storiografi ufficiali riferiscono i fatti, ma li afforzano di testimonianze contemporanee e d’autentici documenti. Le conseguenze de’ miracoli operati dalla virtù di quella croce diventarono oggetto di [p. 397 modifica]un carteggio amministrativo colle autorità della Spagnuola, e di una comunicazione dell’imperatore al capo della Chiesa. La notorietà di questi prodigi valicò il mare, penetro in Ispagna, e si diffuse, sopratutto, nel Nuovo Mondo.

Il nome della città di Vera Cruz non ha altra origine che la memoria della Vera Croce, onorata alla Concezione. La pretesa spiegazione del nome di Vera Cruz data da alcuni storici non merita pur di essere presa in esame: dicono che Fernando Cortez nomino così Villa-Rica, perch’era sbarcato colà il venerdì santo. Se avesse voluto consacrare la memoria del giorno del suo sbarco, avrebbe chiamato questo luogo Ave Crux oppure Vexilla Regis, ma non gli avrebbe dato il nome speciale di Vera Croce, spontaneamente attribuito dalla popolazione della Spagnuola alla sola croce dell’isola che operava prodigi.

Fernando Cortez è stato il più abile, il più felice, e, al tempo stesso, il più umano e più religioso de’ conquistadores. Non vuolsi dimenticare ch’ei si trovava a San Domingo quando vi sbarcò Cristoforo Colombo reduce dal suo ultimo viaggio; e che nella sua qualità di parente di Ovando, il giovane Cortez, che dimorava probabilmente con lui, ebbe, nonostante la sua età, occasione di riconoscere la pietà dell’Ammiraglio. Il genio precoce di Fernando non trascurava osservazione veruna. A molti indizi si riconosce che gli stava a cuore l’imitazione degli uomini grandi, e che volle modellarsi su Colombo: ad esempio di lui, inalberò la croce sulle sue navi; ad esempio di lui, piantò croci, e proclamò il nome di Gesù Cristo nelle nuove contrade. È fuor d’ogni dubbio che la fama de’ miracoli della Vera Croce lo avrà conquiso di ammirazione: sappiamo che si portavano come reliquie pezzetti di quella croce in Europa ed alle Indie. È sommamente probabile che Fernando Cortez abbia fatto inserire uno di que’ pezzetti venerati nella gran croce che piantò nel luogo da lui chiamato, per questo motivo, la Vera Croce, la Vera Cruz.

Se non si possono negare i miracoli operati dalla Vera Croce, si può molto meno dubitare che questa croce non sia stata piantata da Colombo; perocchè il suo nemico Oviedo ne conviene. Egli scriveva queste particolarità vicino ai luoghi [p. 398 modifica]medesimi in cui si operavano i miracoli: perciò ne parla col più gran rispetto: la chiama la Santa vera Croce della Concezione65: specifica il tempo in cui Cristoforo Colombo la elevò: nomina l’ufficiale di mare, che, per gli ordini dell’Ammiraglio, aveva comandato il drappello incaricato di eseguire la erezione di quella croce; il qual ufficiale, Alonzo di Valencia, viveva ancora, e dimorava a San Domingo.

Uno degli scrittori più vicini a quel tempo, l’abate Lopez di Gomara, dice assai chiaramente che guarivano molti malati mercè la croce piantata da Cristoforo Colombo, al tempo del suo secondo viaggio alla Vega, e che perciò le fu imposto il nome della Vera Croce. Se ne dispiccavano pezzetti a mo’ di reliquie66: ricorda, che, nonostante il lor numero, gl’Indiani non poterono strapparla dal luogo ov’era. Un altro testimonio molto importante intorno a questa croce è lo stesso Cristoforo Colombo. Nel suo testamento, indica, per farvi costruire una cappella, il luogo ove ha invocato la Trinità. Il qual luogo è così familiarmente conosciuto da’ suoi che non lo distingue che pel suo nome particolare: si limita a raccomandare che questa cappella, sotto l’invocazione della Trinità, sia, per quanto è possibile, edificata nel sito medesimo in cui la invocò67, nella campagna chiamata la Concezione68. La notorietà di quella ubicazione, la modestia dello scrivente, e la ricordanza delle sue interne consolazioni lo fanno astenere da ogni particolarità. [p. 399 modifica]

La chiesa ideata da Cristoforo Colombo non potè venir edificata. Gli ostacoli frapposti dalla Corte all’esecuzione de’ suoi trattati, e la deficienza delle rendite che gli appartenevano, impedirono al suo erede di adempiere più d’una delle sue pie intenzioni.

L’uomo che aveva scoperte così vaste contrade, miniere d’oro, di rame, di argento, ed altre infinite ricchezze nelle isole e nella terra ferma; il cristiano che ardeva del desiderio di liberare il Santo Sepolcro, di difendere il Papato, che progettava le decima a prò dei poveri, spedali pei malati, una facoltà di teologia per le missioni straniere, una chiesa per l’Immacolata Concezione, una cappella in onore della Trinità, si trovò onninamente scaduto dalla sua legittima aspettazion di opulenza. Nonostante il vivo ardore del suo desiderio, il Governator generale perpetuo, grande Ammiraglio dell’Oceano, Vice-re delle Indie, non potè offerire a Dio che questa croce di legno. E Dio gradì l’offerta, e si compiacque benedire il solo monumento della sua pietà che abbia potuto offerirgli in quell’isola di cui era stato scopritore e donatore. L’Altissimo fe’ discendere la sua grazia su questa croce, emblema del nome e del cuore di Colombo: la dotò di una potenza miracolosa, come, in passato, la verga di Mosè, il bastone di Eliseo. Questa croce operò prodigi, guarì infermità, consolò afflizioni. La sua virtù soprannaturale si manifestò anche ne’ suoi frammenti trasferiti in lontane regioni. E, tuttavia, nessuno forse di quelli che si partivano da lei risanati, attribuiva all’apostolo della croce la menoma parte in que’ favori celesti.

Tale noncuranza non sorprenderà chi ricorda, che, su dieci lebbrosi guariti, uno solo riedeva al divin Maestro per ringraziarlo. Il carattere così miracoloso della Vera Croce fu appunto quello che tolse di pensare a Colombo. Come avrebbe il pubblico pensato che quell’uomo, rapito dall’isola carico di catene, che quel governatore deposto, rimasto in disgrazia, morto nell’indigenza e nell’oscurità, avesse la benchè menoma parte negli effetti della virtù maravigliosa di quel legno? Gli abitatori profittavano de’ benefizii miracolosi di quella Croce senza pensare a Colombo, a quella guisa che godevano delle Indie senza [p. 400 modifica]risentire per lui la più leggera riconoscenza. ll Rivelatore del Globo giudicava con tal esattezza le preoccupazioni diffuse contra di lui, che scriveva pochi anni prima: «mi hanno fatto una riputazione così singolare, che se io facessi edificar chiese o spedali, si direbbe che sono caverne per ladri69

Nondimeno, e questo merita di essere notato, i primi cui il tocco di quella Croce restituì a sanità erano precisamente quelli, che, secondo l’esempio di Colombo, onoravano la Croce, appiè della quale aveva amato cotanto di raccogliersi. Senza che se ne rendessero conto, la sua memoria entrava per qualche cosa nella loro venerazione di quel simbolo. Ma tali erano infatti le voci che correano di Colombo, che, fra quei medesimi la cui guarigione miracolosa erale dovuta, nessuno avrebbe osato dichiarare apertamente che appiè la Croce, che la sua pietà aveva eretta, erasi raccomandato a lui.

Che che sia di ciò, non vi ha fatto più certo e meglio testificato di questo della croce miracolosa. Non vi ha motivo nè ragione da supporre qui la menoma frode o connivenza. Questa non è una reliquia dubbia, un oggetto misterioso celato dietro un qualche altare, a cui una inferriata vieta di accostarsi: è una semplice croce di legno, sorgente in pien’aria su di un’altura. Per ottenere i suoi favori non è bisogno di alcun intermediario. Per mezzi impenetrabili di un potere invisibile, questo legno opera a grado della Provvidenza, secondo il merito dell’impetrante; opera, dico, ora sul luogo medesimo in cui la fede lo implora, ora a lontane distanze, col mezzo di particelle che un pio candore ne ha spiccate. La scomparsa posteriore di questa croce non deve affievolire per niente la realtà storica de’ suoi effetti, e l’autenticità de’ suoi prodigi. Quante reliquie gloriose, oggetto della più autorizzata venerazione, sono state anch’esse nelle vicissitudini de’ secoli perdute o distrutte!

La rinomanza di Colombo comincia finalmente a risorgere dall’oblio. Noi portiam ferma speranza che un giorno la santità [p. 401 modifica]dell’Araldo della Croce emergerà dalla storia; e che, sotto la protezione del Papato, al Rivelatore del Globo saranno tributati solennemente gli omaggi che la Chiesa decreta ai Santi del Signore.


§ XII.


Il destino di questa biografia e il suo implicito valore è tale, che, anche spogliando del suo mandato Cristoforo Colombo, anche ostinandosi a negare la missione provvidenziale che adempiè, la sua vita presenta un alto insegnamento sotto il punto di vista della filosofia della storia.

Ridotto a se medesimo il Rivelatore del Globo rimane nientedimeno inesplicabile, misterioso e grande come tutto ciò che non appartiene alla terra. La sua vita presenta una lezion pratica di saviezza e di ammirabile rassegnazione. Quale istruzione non racchiude il suo esempio!

L’uomo che compie l’opera più importante dell’umanità fu altresì colui che patì la più immensa ingratitudine. Disconosciuto e tenuto a vile prima della sua scoperta, per breve istante ammirato nello stupore del primo successo, indi odiato, spodestato, imprigionato e incatenato senza motivo, fu bensì restituito in libertà, ma per soggiacere alle più oppressive persecuzioni: indarno aggiunse nuove scoperte e nuovi imperi alle terre già date alla Spagna; non v’ebber prodigi che bastassero a raquistargli l’opinione, videsi abbandonato da tutti, perchè inviso al Re; colui che avea resa la Castiglia la più ricca nazione dell’universo, languì oscuramente, in preda ai disagi, alle privazioni, ai patimenti del corpo e del cuore, inquieto sul pane della vita di ogni dì, e morì senza che alcuno vi ponesse mente. Il cumulo delle sue traversie sopravanza le proporzioni umane. La sua sciagura supera quasi la sua gloria. Nondimeno quest’Uomo non si permette lamento, non accusa, non maledice alcuno; non lamenta la sciagura di esser nato. L’antichità non avrebbe pur sognato questo tipo di eroe: il Cristianesimo che lo creò è il solo che lo può comprendere. [p. 402 modifica]

Questo esempio ci mostra, che, anche padroneggiando le proprie passioni, anche adempiendo con amore ciascuno dei propri doveri, e mettendo al servigio delle più nobili intenzioni la saggezza più oculata, nessuno va esente dalle tribolazioni ordinarie della vita. Il genio, la gloria, la sublimità non preservano dagli strali avvelenati della maldicenza; la virtù, i doni di Dio non francano l’uomo dai malori della sua condizione. Nonostante i consigli della prudenza più illuminata, non siam padroni di sfuggire l’oppressione, e di allontanare da noi l’ingiustizia. Il tempo inesorabile ci curva, e ci tragge nel suo precipitare verso l’eternità: il corso degli avvenimenti dissipa le nostre risoluzioni, distorna o logora le nostre forze: siam costretti a fare quello che volevamo evitare, senza poter evitare ciò che non volevamo fare.

L’esempio di Colombo conferma che nessuno aggiunge quaggiù interamente lo scopo de’ propri desiderii. L’uomo che addoppìò lo spazio noto della terra non potè giungere al suo scopo; si proponeva molto più di quello che fece.

Colombo accoglieva nel suo pensiero tre nobili ambizioni: scoprire il Nuovo Mondo, — fare il giro del globo, — liberare il Santo Sepolcro.

Una sola di queste tre aspirazioni del suo cuore fu esaudita; però, se scoprì il Nuovo Continente, non ebbe la soddisfazione legittima d’imporgli il proprio nome. Uno, il quale non aveva fatto altro che raccogliere i suoi discorsi, s’impadronì della sua gloria; e questa usurpazione non venne sturbata dai secoli! l’indifferenza pubblica ha sanzionato questa spoliazione dell’eroismo! Le intenzioni cattoliche del messaggero della croce furono quasi interamente ignorate dalla Spagna: non fu riconosciuto gran navigatore, e neppure gran cristiano: l’ingiustizia de’ contemporanei si trasmise ai discendenti, da questi perpetuatasi fino a noi. L’ostinazione dell’errore è tenace come l’inferno, che però non sarà mai che alla fine prevalga.

Il cumulo delle difficoltà che dovette superar Colombo affine di compiere l’opera sua, sembra rinnovarsi a’ dì nostri, per impedire che gli sia resa giustizia. Quanto fu agevole di [p. 403 modifica]seppellir la sua gloria sotto le preoccupazioni, e di abbandonare ad uno stranio la più ambita mercede del suo genio, altrettanto oggidì torna difficile ricondurre le menti alla verità, cancellare i vecchi pregiudizii, e ottenere la sua terrena riabilitazione.

Primieramente importanti documenti sono scomparsi dagli archivi della Spagna, dopo la stampa delle Decadi di Herrera. La brutta-copia del libro delle Profezie e stata lacerata. L’occupazion francese sotto Napoleone I ha fornito occasione a dolorosi furti. Documenti manoscritti, che ci avrebbero permesso di esporre le grandezze spirituali dell’Araldo della Croce, sono scomparsi. ll dotto canonico di Piacenza, Pietro Maria Campi, è morto allor appunto che stava per raccontar il fine edificante di Cristoforo Colombo, e le carte preziose che si era procurato sono state distrutte dall’ignorante noncuranza de’ suoi eredi. Ogni cosa risguardante Colombo, perfin la riabilitazione materiale della sua persona, perfino il suo ritratto, riscontrano ostacoli d’ogni genere. Figure di fantasia, imagini ignobili di una inverosimiglianza ributtante, accettate nelle gallerie storiche e ne’ musei dell’Europa, sono accreditate e affermate genuine da persone autorevoli: ogni gran città d’Italia possiede una sua-effigie particolare dell’Eroe genovese.

Si direbbe che lo strano destino di Colombo gli sopravvive; e che le fatiche imposte al Rivelatore del Globo, in compenso della sua gloriosa impresa, gli ostacoli contro i quali lottò per tutta la sua vita, pesano egualmente sulla sua memoria.

Volendo Genova elevare a Colombo un monumento del suo patriotico entusiasmo, ha da dieci anni in qua spese enormi somme senza potere ancora aggiungere allo scopo. Il celebre scultore di Firenze, Bartolini, fu strappato dalla morte all’esecuzione del suo lavoro. Dopo di lui l’eminente artista Pietro Treccia, côlto improvvisamente da un morbo cerebrale, lasciò incompiuta quella stessa opera. Altri scultori di merito dovevano immortalare col loro scalpello alcune pagine della vita di Colombo, sul piedestallo del monumento dell’Acqua Verde; ma infermità e sciagure sono venuti a troncare i loro studi. Noi medesimi, in mezzo a incessanti malori della salute, e sempre incerti del dimani, noi medesimi abbiamo scritto, facendo un gagliardo [p. 404 modifica]sforzo, queste pagine così da meno de’ nostri desiderii ed ite così discosto dal nostro primitivo concetto. La nostra mano infiacchita si è, nondimeno, affrettata, per la tema che soverchia sollecitudine di correzione letteraria ci togliesse di condurre a fine questo lavoro: e ringraziam Dio dal più profondo del cuore, di aver permesso, che, nonostante lo scadimento della nostra penna, siam giunti a questa pagina70.

Se l’opera di Colombo profitta all’umanità collettivamente, la storia della sua vita non è meno utile ad ogni uomo in particolare.

Per gli spiriti superficiali o mondani n’esce così la dimostrazione del transitorio e del nulla delle cose umane, come la necessità. di un’altra vita, che spieghi l’esistenza presente, e rimuneri le sue opere. Vi si vede che gli stimoli terreni della ricchezza e della fama non avrebbero potuto resistere all’imminenza dei pericoli ed all’infinità degli ostacoli di cui trionfò una determinazione inconcussa come la verità; e che insiem coi grandi atti dell’impresa di Colombo andò commisto alcunchè di superiore e di misterioso, estraneo al suo genio, superiore alla sua volontà. Questa potenza che la filosofia della storia battezza con ogni specie di nomi, eccetto il vero, nel linguaggio del Cattolicismo si chiama la Grazia.

Rispetto ai sinceri cristiani, mentre riconoscono l’influenza manifesta della Grazia sui prodigi del Rivelatore della Creazione, vedranno altresì al tempo stesso nella sua vita la più alta glorificazione individuale possibile del Cattolicismo. Sicuramente, nessun mortale affrontò impresa che sia nella sua importanza da paragonare a quella di Cristoforo Colombo. Lo spirito umano non saprebbe concepire come da quest’oggi sino alla fine del mondo un altr’uomo potesse eseguir opera ugualmente gigantesca. Non è meno evidente, altresì, che la sola Chiesa, vale a dire il Clero in tutti i gradi della gerarchia, concorse [p. 405 modifica]all’adempimento della scoperta. Il solo Clero credette a Colombo, allora che la scienza l’opprimeva colle sue obbiezioni e colle sue avversioni.

Per un effetto istintivo de’ rapporti che univano ai destini del Cattolicismo il cuore sacerdotale, e il genio apostolico di Colombo, il Clero ch’era stato il protettore delle sue idee, fu il consolatore delle sue sciagure, e rimase il solo difensore della sua gloria. Diremmo, che, precedendo l’epoca, il Clero sentiva che la causa di questo laico era la sua propria, e che, giustificando lui, onorava sè. Diffatti la vita di Colombo fa risplendere irrefragabilmente la superiorità del Cattolicismo; perocchè rivela il contatto del soprannaturale coll’uomo. A dir vero, senza il soccorso della Grazia non si potrebbe spiegare la scoperta, poichè è ammesso che il Rivelatore del Globo non possedeva alcuna conoscenza superiore al suo secolo, e nessun mezzo nautico di cui non avessero fatto uso prima di lui altri uomini di mare.

Inoltre la sua vita sembra giustificare anticipatamente il Papato dalle accuse mossegli dagli enciclopedisti intorno alla sua avversione al sapere, ed alle persecuzioni di Galileo. La rotazione della terra sopra il suo asse non era nè più impacciante, nè più compromettente per l’ortodossia della sfericità del globo, ammessa in principio e in fatto da papa Alessandro VI. La teoria della sfericità doveva necessariamente condurre al sistema della rotazione.

Dall’alto della sua infallibilità, il Papato aveva sin dal 4 maggio 1493, riconosciuta implicitamente la forma sferica del globo nel tracciato della sua linea di demarcazione per la divisione degli spazi ignoti fra le due corone di Castiglia e di Portogallo. Indi, nel secolo decimosesto, con accettar la dedicatoria dell’opera De Revolutionibus orbium cœlestium, il Sommo Pontefice, papa Paolo III, approvava le idee di Copernico. Come mai nel secolo decimosettimo, dopo i notevoli progressi dell’astronomia dovuti all’invenzione del telescopio, la Santa Sede avrebbe perseguitato in Galileo la sua dottrina del movimento terrestre? Evidentemente le precauzioni prese relativamente al grande Toscano ebbero motivi affatto personali: la sua teorica potè, per verità, fornirne l’occasione, ma sicuramente essa non ne fu la [p. 406 modifica]causa unica o diretta. La fiducia conceduta a Colombo dal Pontificato Romano confutava anticipatamente le imputazioni posteriormente sollevate contra di questo a proposito di Galileo, il qual non ha fatto che rendere più manifesta la dimostrazione, già si perentoria, della sfericità del globo.

L’infallibile sapienza della Chiesa è tanto visibile ne’ suoi giudizii, quanto l’operazione della Grazia nell’opera stessa della scoperta. La storia di Colombo contiene la glorificazione della Chiesa Cattolica; mostra lo spirito di luce che guida sempre il Papato nel governo delle intelligenze; porge motivo di ammirare la fiducia ardita largita generosamente dalla Santa Sede al genio di un laico, nel quale la sua infallibile sapienza indovinava una missione provvidenziale, allor appunto che la prudenza de’ politici diffidava de’ suoi progetti e de’ suoi calcoli.

La vita di Colombo porge gravi insegnamenti, suscita. salutari riflessioni, fa che l’anime si ripieghino fruttuosamente in sè stesse. Il dramma di questa poetica esistenza, che influì così direttamente sopra i secoli avvenire, opera in triplice modo sull’imaginazione, sul cuore e sull’anima. Se l’aspetto delle sue lunghe traversie ci addolora, lo spettacolo della sua indefettibile costanza ci solleva, ci accosta a Dio. A vedere questo sublime donatore d’un mondo oppresso sotto l’ingratitudine, serbare un silenzio pieno di grandezza verso i suoi nemici, conservare il suo primo candore, non perder nulla della sua serenità e del suo inesauribile calor di affezione; riconosciamo, esaminando questo nuovo prodigio, che, in mezzo alle più terribili prove, l’Altissimo non ispogliò punto il suo servo della cintura di fortezza della quale aveva stretto i suoi lombi di viaggiatore; gli conservò la speranza, perch’egli aveva conservato la fede; e la poesia non derelisse l’anima di Colombo perché il mondo lo avea derelitto: qual suo interiore guiderdone, Dio permise che conservasse la primitiva ingenuità di sentimento, che il tempo non producesse ruga nella sua anima, non induramento nella sua ragione, non aridità nel suo cuore. L’eccesso delle patite ingiustizie non generò in lui quella disposizione alla misantropia, e quelle diffidenti preoccupazioni così naturali a chiunque ebbe lungamente a lamentarsi degli uomini. Questo gran contemplatore della [p. 407 modifica]creazione, giunto all’apogeo dell’esperienza umana e della conoscenza divina del Verbo, cercava di diventare fanciullo colla schiettezza della fede, e col candore delle speranze, alfine di poter entrare nel regno de’ cieli.

Quando ci facciamo a considerare l’insieme di questa vita di viaggiatore, di apostolo e di martire, quando vediamo questa potente intelligenza compenetrata dalla presenza di Dio al segno di soffrir sempre senza mormorare, cotanto essa è sicurata dall’immortale retribuzione promessa agli atti del nostro terreno passaggio, noi ci sentiamo tirati a credere docilmente e ad amare senza riserva. Commiseriamo le grandezze umane, e ci togliamo al caduco per aspirare all’eterno. A solo considerare una tale vita, ci solleviamo sopra le imperfezioni e le virtù terrestri; e andiamo consci di toccare alle regioni della santità. È impossibile ad un’anima cattolica di esaminar la vita di Colombo senza sentirsi intenerire e fortificare: cosifiatta intima emozione è forse un importante corollario della santità di questo gran servo di Dio.

Lo studio di questa biografia, profittevole a tutti, sarà, spezialmente per le anime cristiane, un argomento di edificazione. Leggendo il riassunto troppo succinto che ha scritto della vita di Colombo, trent’anni dopo di lui, il suo secondogenito don Fernando, comprendiamo esser questi tocco da una emozion religiosa, a motivo di ciò che rinviene nelle annotazioni di suo padre, e che per eccessiva modestia sventuratamente tace: egli scrive quel racconto con un sentimento di profonda pietà, e lo termina con una elevazione verso il Signore, ponendo’ad unica conclusione del suo libro, queste due parole che ne contengono tutto il significato: Laus Deo! Lode a Dio!





Note

  1. Navarrete suppose in Colombo l’istinto mercantile, quella finezza genovese, che ha una rinomanza proverbiale, di cui parla Humboldt; ma Colombo non mai commerciò, nè speculò, nè possedette, nè mai in alcun atto della sua vita egli discese fino alla finezza; poichè in fine la finezza non è che l’astuzia colla coperta dello spirito, e l’astuzia e l’artifizio non sono l’arme dei forti: Armatura fortium.
  2. Navarrete, Coleccion de los viages y descubrimientos que hicieron por mar los Espanoles, etc. — Introduction, § lvii.
  3. Washington Irving, Storia della vita e viaggi di Cristoforo Colombo, tom. IV, c. v, p. 41.
  4. Vale a dire, in altri termini, che la loro mollezza crea la loro energia, e la loro debolezza la loro bravura! Come mai il contrasto delle qualità opposte alle nobili azioni, donde avrebbero a sortirne dei vizi, ottiene delle virtù, la grandezza il sublime? Sfidiamo anima qualunque vivente a darci di ciò la spiegazione. Considerate a qual alto grado di assurdità può giungere questo moderno sistema di biografia. Pur veggasi di quali inezie appaghinsi gli addetti della scuola razionalista.
  5. Humboldt, Esame critico della storia della geografia del Nuovo Continente, tom. III, p. 240, 241, ediz. frane.
  6. Nuova biografia generale pubblicata dalli signori Firmin Didot fratelli. — Dispensa 103, articolo Cristoforo Colombo.
  7. Humboldt dà a Colombo la taccia d’ingratitudine verso Martino Alonzo Pinzon, e lo accusa di un odio a lungo dissimulato contro il capo di questa famiglia potente di Palos, alla quale l’Ammiraglio aveva molte obbligazioni. — Humboldt, Esame critico della storia della geografia del Nuovo Continente, t. III, § II, pag. 180-1. — Humboldt in prova di questo odio lungamente dissimulato (tanto lungamente, che mai non manifestossi se non per la clemenza e l’obblio), dice che l’Ammiraglio scese alla piccolezza di chiamare Fiume di Grazia, il fiume al quale Martino Alonzo Pinzon aveva dato il suo nome, quantunque Pinzon sia ivi stato all’áncora sedici giorni prima di lui. Humboldt dimentica che Martino Alonzo Pinzon era venuto furtivamente in questo luogo durante la sua diserzione doppiamente colpevole, perchè egli aveva abbandonato il suo posto, ed erasi, in opposizione al divieto dell’Ammiraglio dato al traffico dell’oro, senza pensare a riparare l’alberatura della sua caravella durante i sedici giorni d’ancoraggio. Poteva egli Colombo, conservando a questo fiume il nome di Martino Alonzo, sembrare consacrare la sua diserzione e giustificare il suo delitto? In quale mai marina del mondo si fece ad un disertore l’onore delle sue scoperte? L’Ammiraglio nominò il fiume di Martino Alonzo, fiume di Grazia, precisamente perciò ch’egli facevagli grazia del castigo che meritava il suo tradimento. E difatti, al suo ritorno in Castiglia non fece alcun rapporto su tale delitto. Ed invece d’ammirare Colombo, Humboldt lo accusa?
  8. Defraudare virum et admittere scelus mihi viderer inexpiable, si labores toleratos, si curas ejus perpessas, si denique descrimina quæ subivit ea navigatione, silentio preterirem.” — - Petri Martyris Anglerii, Oceanœ Decadis tertiœ, liber quartus.
  9. Cristoforo Colombo. Lettera ai Re Cattolici sul terzo viaggio dell’Ammiraglio.
  10. Oviedo e Valdez, Storia naturale e generate delle Indie, lib. III, cap. xii. Traduzione di Gio. Poleur, cameriere di Francesco I.
  11. Oviedo e Valdez, storia naturale e generale delle indie, lib. III, cap. xii. — Traduzione di Gio. Poleur, cameriere di Francesco I.
  12. 2
  13. Las Casas, Historia general de las Indias, lib. II, cap. vi.
  14. Oviedo e Valdez, Storia naturale e generale delle Indie, lib. III, cap. vi.
  15. Navarrete, Viages y decubrimientos que hicieron per mar los Españoles desde fine, etc., tomo I, introduccion, § lxiii.
  16. Washington Irving riconosce che “Oviedo ha cercato di denigrare il carattere di questo principe indiano.” — Storia di Cristoforo Colombo, lib. VIII, cap. viii.
  17. “Lo storiografo Oviedo scriveva dalla Hispaniola: Per avere recato la fede cattolica qui ove siamo e nelle Indie tutte dove, per la grazia di Nostro Signore, la religione cristiana cresce di giorno in giorno.” — Storia naturale e generale delle Indie, lib. VI, cap. viii.
  18. Cartas del Almirante don Cristobal Colon á su hijo don Diego. — Lettera del 1° dicembre 1504.
  19.           Venient annis sæcula seris,
              Quibus Oceanus vincula rerum
              Laxet, et ingens pateat tellus,

  20. Humboldt, Esame critico della storia della geografia dei Nuoco Continente, tom. III, p. 20, ediz. franc.
  21. Nella sua curiosa pubblicazione dei Viaggiatori antichi e moderni, il signor Edoardo Charton, diffidando di questa comune opinione sulla influenza dei versi della Medea, ha indicato con molta sagacia che essi non ebbero per Colombo l’importanza che loro si attribuisce; e che sino ad allora alcuno non ne avea fatto conto seriamente. — Viaggiatori antichi e moderni, tom. III, pag. 85, ed. franc.
  22. Herrera de las Indias occidentales Decada 1 lib. I, cap. iii
  23. Cristoforo Colombo. — “Ansi que me abrió Nuestro Señor el entendimiento con mano palpable a que era hacedero navegar de aqui á las Indias.” — Libri de las Profecias, fol. IV.
  24. Humboldt, Esame critico della storia della geografia del Nuovo Continente, t. III, pag. 16.
  25. Ibidem, p. 20, 25.
  26. Humboldt, Cosmos, Saggio d’una descrizione del mondo fisico. t. II. pag. 67.
  27. L’Ammiraglio si lamentava di non avere mai potuto ricuperare le sue carte, delle quali il commendatore crasi impadronito “da vero corsaro.”
  28. Edgar Quinet, Discorso pronunciato al Collegio di Francia nel 1843.
  29. Villemain, Quadro della letteratura del Medio Evo, t. II, p.392.
  30. Secondo volume, pag. 122, 123 sino a 147, ediz. franc.
  31. P. Ventura di Raulica, Cristoforo Colombo rivendicato alla Chiesa. Manifesto, in-4° Parigi, 1853.
  32. Nel suo atto d’istituzione del Maggiorasco, del 22 febbraio 1498, Cristoforo Colombo imponeva al suo successore l’obbligo di fondare alla Hispaniola quattro cattedre di insegnamento teologico per la conversione degli Indiani. La Castiglia non eseguì questo trattato, e ciò impedì l’adempimento del suo desiderio. Or ecco che prima che siano scorsi 357 anni, il patriottismo d’un illustre genovese realizza nella città natale di Colombo le pie intenzioni di lui.
    S. E. il marchese Antonio Brignole Sale ha fondato,a Genova, nel quartiere di San Teodoro, nel luogo detto Fassolo, un Seminario delle Missioni straniere. Questo Seminario, creato collo scopo di propagare la fede nei paesi idolatri, venne stabilito sovra proporzioni veramente reali. Ai tempi nostri poche case sovrane avrebbero ideato una tale fondazione.
    Il Seminario di Fassolo conterà perpetuamente almeno ventiquattro allievi e cinque professori. I missionari formati in questo stabilimento, diretto dai preti di San Vincenzo di Paolo, saranno agli ordini della Sacra Propaganda, e sulla indicazione Sua andranno a recare il Vangelo in tutte le contrade del Globo.
    L’inaugurazione di questa casa ebbe luogo l’11 febbraio 1853 sotto la presidenza del venerabile arcivescovo di Genova, S. E. Monsignor Andrea Charvas, in presenza di scelta adunanza. Merita d’essere ricordata una circostanza di quel giorno: la sera del dì precedente, il signor Marchese Brignole Sale fece una caduta discendendo la scala del suo vasto palazzo che popolarmente è indicato col nome di Palazzo rosso, ed ebbe la sventura di rompersi e slogarsi l’avambraccio. Tutta la città ne fu desolata, ed ognuno pensava che l’inaugurazione dovesse essere protratta ad altro giorno. Ma con ammirabile energia di volontà, il marchese Brignole impedì che la cerimonia fosse differita, e recandosi col braccio fasciato, colla intrepidezza dello stoico pronunciò un discorso notevole per eleganza e modestia, e ciò come se accidente alcuno non avesse avuto luogo.
    Per tal modo, S. E. il marchese Antonio Brignole Sale fecesi da sè l’esecutore testamentarie del suo compatriotto Cristoforo Colombo, e con munificenza veramente condegna al Vice-re delle Indie, eresse questo monumento della sua pietà. Con una generosità che ricorda le donne consolari dei primi secoli cristiani, le Fabiole, le Marcelle, le Melanie, la signora Artemisia Negrone marchese Brignole Sale volle associarsi ai sagrificii pecuniari del suo nobile sposo; perciò il seminario è denominato a Genova: Collegio Brignole-Sale-Negrone.
  33. “Ait autem angelus, ne timeas Zacharia! quoniam exaudita est deprecatio tua, et uxor tua Elisabeth pariet tibi filium, et vocabis nomen ejus Joannem.” — Evang. Luc., cap. i, v. 61.
  34. “Gli risposero: nella vostra famiglia nessuno v’ha di questo nome.” — San Luca, cap. i, v. 61.
  35. In linguaggio siriaco Matteo vale che è regalato.
  36. La Colomba, emblema del pacifico messaggio, ricordo dell’area di Noè, era per motivo della sua antichità divenuto l’emblema della primogenitura, e per questo riguardo figurava sulle insegne del primogenito dei popoli, gli Assirii, dai quali, per Arfaxad, Giuda discendeva.
  37. “Tu es Simon, filius Jona: tu vocaberis Cephas quod interpretatur Petrus.” — Joan., cap. i, v. 42.
  38. “Et ego dico tibi quia tu es Petrus et super hane petram ædificabo Ecclesiam meam et portæ inferi non prævalebunt adversus eam.” — Matth., cap. XVI, v. 18.
  39. Anticamente, in Italia, nella costruzione navale, la chiglia di qualunque bastimento era detta Colomba. Trovasi usato questo nome nel trattato di costruzione navale greco di Bartolomeo Crescenzio. — A. Sal. Archeologia Navale, t. II, pag. 138, ediz. franc.
  40. P. Acosta, Storia naturale e morale delle Indie, lib. I, cap. xv.
  41. Isaia. Cap. lx, vers. 12.
  42. “El abad Joachin Calabres dijo que habia de salir de España quien habia de redificar la casa del monte Sion.” — Libro de las Profecias, vol. IV.
  43. Il P. Acosta, Storia naturale e morale delle Indie, lib. I, cap. xv.
  44. La Regina Cattolica, in una lettera in data da Alcala il 5 luglio 1503, diceva indicando Juan de la Cosa “porque creo que lo sabrá hacer mejor que otro alguno.” — Real Archivo de Simancas. — Legajo de la Camara, n° xlii.
  45. Questo documento prezioso eretto da Juan de la Cosa al Porto-SantaMaria, nel 1500, e posseduto dal signor Walckenaër, fu ricuperato dal governo spagnuolo. ll signor Humholdt ne ha pubblicato la copia nell’ultima edizione della sua Storia della Geografia del Nuovo Continente. Vi si vede l’imagine di San Cristoforo, attraversante il mare, portando in spalla il piccolo Gesù. ll signor Ferdinando Denis pensa che Juan de la Cosa ha procurato di riprodurre in questa effigie proprio i lineamenti di Cristoforo Colombo. Noi avvisiamo perfettamente d’accordo con lui, e prima di noi così pensava pure l’editore Herrera, perchè nella sua pubblicazione del 1628, il ritratto inciso da Bouttats sembra altro non essere che l’ingrandimento della piccola miniatura del San Cristoforo posta in testa al documento di Juan de la Cosa.
  46. Fra altri, uno degli invidiosi di lui, il capitano Vincenzo Yañez Pinzon, il minore dei tre fratelli Pinzon di Palos.
  47. Ecco semplicemente in quali termini questo ammirabile cristiano biasimava coloro che attraversavano le sue spedizioni. — “Piaccia a Nostro Signore dimenticare le persone che hanno contrariato e tuttora stanno contrariando una impresa tanto eccellente, e che si opporrebbero a’ suoi progressi.” — Relazione ai Re Cattolici sul terzo viaggio, traduzione delli signori Verneuil e de la Roquette.
  48. Tom. I, lib. II, cap. iii, p. 457, ediz. franc
  49. “Mando a veinte y tantos hombres quo fuescn á cortar un buen palo derecho y alto y bien hecho. Y los mas de aquellos á quien lo mando eran hombrcs de la mar.” — Oviedo y Valdoz, la Historia natural y general de las Indias, lib. III, cap. v.
  50. “Media nocte surgebam ad confitendum tibi, super judicia justificationis tuæ.” — Psal. 118.
  51. Il P. Bouhours, Vita di Sant’Ignazio, lib. I, pag. 39 in 4°, ediz. franc.
  52. Testamento y Codicillo del Almirante don Cristobal Colon otorgado en Valladolid á 19 de mayo del año 1506.
  53. ”Ni jamas la pudieron movcr de aquel lugar los Indios aun que la quisieron arrancar tirando della con cuerdas de hejucos mucha cantidad de Indios, etc.” — Oviedo y Valdez, la Historia natural y general de las Indias, lib. III, cap. v.
  54. Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo, t. I, lib. VI, p. 479.
  55. Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo, t. I lib. VI, p. 479.
  56. “Y accordandóse que aquella allí hincada non eran bastantes tantos hombres á la menear ni quitar de aquel lugar, la miravan con acatamiento y respecto y se humillavan á ella de ay adelante.” — Oviedo y Valdez, la Historia natural y general de las Indias, lib. III, cap. v.
  57. “Assi por sus miraglos como porque en tanto tiempo como estuvo descubierta, jamas se pudrió ni cajó, por ninguna tormenta de agua ni viento.” — Oviedo y Valdez, la Historia natural y general de las Indias, lib. III, cap. v.
  58. Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo, t. I, lib. VI, p. 480.
  59. “Su majestad mandó que de lo de las penas applicadas á su camara, le diesse de lismona veinte mil maravedis, en cada años, por cuatro años, para ayuda á quo el lugar donde estava la Santissima Cruz, se tuviese con mas decencia y devocion.” — Herrera, Historia general de las Indias occidentales. Decada III, lib. VIII, cap. x.
  60. “Supplicò al Papa que para conservar y acrecentar la devocion de fieles Cristianos, concediese alguna indulgencia para los que la visitassen y ofreciessen alguna lismona.” — Herrera, Historia general de las Indias occidentales. Decada III, lib. VIII, cap. x.
  61. “Nel tremuoto di cui feci parola, nessuno di coloro che ne avevano in fu offeso quantunque molti si fossero trovati sotto le rovine degli edificii.” — Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo, t. I, lib. VI, p. 480, ediz. franc.
  62. Nell’anno 1586 l’inglese Francesco Drake rovinò e distrusse in gran parte San Domingo.
  63. Il P. Charlevoix, Storia di San Domingo. Anno 1606.
  64. Il continuatore della Cronaca di Hernando di Pulgar, maestro Vallès, Gomara, Mariana, ecc., attribuiscono la scoperta ad uno sconosciuto, a molti uomini. Ne parlano in plurale, anzichè farne onore a Colombo.
  65. La Santa vera Cruz de la ciudad de la Concepcion.
  66. “Sanaron muchos enfermos con el palo y devocion de una Cruz que pusó Cristobal Colon la segunda vez que pasó en la vega, que llamaron por eso, de la vera Cruz, cuyo palo tomaban por reliquias.” — Francisco Lopez de Gomara, Historia de las Indias, cap. xxxiv.
  67. Cristoforo Colombo. — “Holgaria que fuese alli donde yo la invoqué, que es en la Vega que se dice de la Concepcion.” — Testamento y codicilo del almirante don Cristobal Colon otorgado en Valladolid a 19 de mayo del año 1506.
  68. Questa cappella ad onore della SS. Trinità, al cui servizio dovevano essere addetti tre sacerdoti, non vuol confondersi colla Chiesa ad onore della immacolata Concezione che l’Ammiraglio aveva fondata nella sua istituzione del Maggiorasco il 22 febbraio 1498.
  69. Lettera dell’Ammiraglio Cristoforo Colombo alla nutrice del principe don Juan. — Traduzione dei signori di Verneuil e de la Roquette, membri dell’Accademia reale di storia di Madrid.
  70. L’illustre Autore non potè qui indicare (perché sovraggiunta dopo) un’ultima sventura tocca a Colombo; ed è che il gran monumento eretto in nella Piazza Verde a Genova dovette di là sgombrare per dar luogo all’embarcadero della Strada Ferrata. (T. D.)