Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VI/Parte III/Libro III/Capo III

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Capo III – Poesia italiana. Teatro

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Tomo VI - Indice e sommario Tomo VI - Capo IV

[p. 1225 modifica]STORIA DELLA letteratura italiana On11’anno mcccc fino all’anno mza CONTINUAZIONE DEL LIBRO TERZO . * Capo III. Poesia italiana. Teatro. I. La gloria a cui nel secolo precedente avevano sollevata la poesia italiana Dante e il Petrarca, e la perfezione a cui essa da questi due poeti era stata condotta, pareva che la dovesse render l’oggetto dell’amore e dello studio di tutti coloro che pel loro felice ingegno sperar poteano di pareggiarne, o forse ancora di superarne la fama. E nondimeno essa fu quasi dimenticata, e non ricadde per poco nella antica rozzezza. Pochi e per lo più di non molto valore sono i verseggiatori italiani di questo secolo, e se se ne traggono alcuni che fiorirono verso la fine, appena ritroviamo chi debita Tiiuboscih, Voi. IX. i [p. 1226 modifica]1336 LIBRO essere rammentato con lode. Onde ciò avvenisse, non è difficile, a mio parere, d’intenderlo. Il passaggio di alcuni Italiani in Grecia, eia venuta in Italia di alcuni Greci ne’ primi anni del secolo di cui scriviamo, anzi fino dagli ultimi del precedente, risvegliò fra gl Italiani un vivo entusiasmo per la greca letteratura; e ad essa si volser quasi tutti coloro che vollero aver luogo e ottener nome fra gli eruditi. Quindi ancor venne lo studio della platonica e della aristotelica filosofia, e le tante traduzioni e i tanti comenti degli antichi filosofi greci. Al tempo medesimo i codici greci venuti dall’Oriente risvegliarono il desiderio di andare in traccia ancor de’ latini, e perciò in niuna cosa più s’occuparono i dotti, che nel ricercare ogni angolo delle polverose biblioteche, nello scoprire le opere de’ classici autori, nel confrontarne i diversi codici, nel farne copie, nel dichiararle, nel commentarle. Queste credeansi le occupazioni più degne d’uom dotto, e la poesia italiana pareva in confronto ad esse un fanciullesco trattenimento; e sembrava a’ più di onorarla abbastanza, prendendola a interrompimento e sollievo de’ più gravi studj. Qual maraviglia perciò, ch’ ella avesse pochi e non molto felici coltivatori? Quali ch’essi però si fossero, noi non dobbiam passarli sotto silenzio, e dobbiamo anzi esser loro tenuti, perchè in essa esercitandosi, come poteano meglio, la conservarono, per così dire, in vita, e agevolarono in tal modo a coloro che vennero appresso, il ricondurla di nuovo alla propria sua eleganza, e il renderla anche sempre più bella. [p. 1227 modifica]terzo 1227 IT. E qu* io debbo ripetere ciò che più altre volte ho detto, per isfuggire la taccia di trascurato j cioè, che mia intenzione non è di annoverar tutti quelli de’ quali leggousi o stampate o inedite alcune rime; fatica inutile al fine di questa mia Storia, e da cui non potrei sperare altro frutto, che quello di annoiar totalmente e me e chi legge. Le opere del Crescimbeni e del Quadrio posson bastare a chi voglia averne contezza; e io non son tra quelli che pensino di avere scoperto un tesoro, quando possono additare un sonetto o un madrigale a quegli autori sfuggito. Ai’ detti scrittori però io rimetto chi brami di sapere i nomi di tutti i poeti italiani di questa età. Tra essi si veggono alcuni di quelli de’ quali abbiamo altrove parlato, e che anche nella poesia italiana si esercitarono, come Leon Battista Alberti, Leonardo Bruni, Ciriaco d’Ancona, di cui oltre quelle citate dal Quadrio (¿2, /j. 200) più altre rime, ma assai incolte, si leggono nel più volte mentovato codice trivigiano, il card Domenico Capranica, Francesco Accolti, Mariano Soccino il vecchio, Benedetto Accolti, Antonio Aglio, Benedetto Morando, Felice Fc1 ¡ciano, Mario Filelfo, Pier Candido Decembrio, Angiolo Poliziano, Giovanni Pico della Mirandola, Bartolommeo Fonte, e più altri. Il Canzoniere però di Francesco Filelfo, che il Quadrio dice (l. c. p. 201 > trovarsi manoscritto in questa biblioteca Estense, a me non è mai avvenuto di ritrovarlo. Dalla serie medesima de’ poeti dai’ detti scrittori tessuta noi raccogliamo che in questo secolo ancora alcuni de’ principi [p. 1228 modifica]1338 libro e signori italiani non isdegnarono di verseggiare nella lor lingua, e tra essi troviam nominati Leonello d’Este, Malatesta da Rimini, Alessandro e Costanzo Sforza signori di Pesaro, Isabella d'Aragona duchessa di Milano, Giangaleazzo Maria e Lodovico Sforza amendue duchi di Milano, il card Ascanio Maria Sforza, Giuliano e Piero de’ Medici, oltre alcuni altri de’ quali diremo più stesamente. III. Or venendo a parlare di alcuni de’ migliori rimatori di questo secolo, troviamo primieramente Niccolò Malpigli bolognese (ib.p. 196), che l’an 1400 era notaio delle Riformagioni in patria (Ghirardacci, Stor, di Bol. t 2,p. 515). Molte rime se ne hanno in diversi codici, e una canzone ne ha pubblicata il Crescimbeni (Coment, della volg Poesia, t. 3, p. 134), per la quale egli il dice uno de’ più felici imitatori del Petrarca, da cui però a me sembra ch’ei sia di troppo spazio lontano. Il medesimo Crescimbeni avverte che in qualche codice questa canzone è attribuita a Jacopo Sanguinacci rimator padovano. Ei però crede non solo che essa sia del Malpigli, ma che ancora a lui si debba attribuire il Quadriregio di Federigo Prezzi vescovo di Foligno, di cui altrove abbiamo parlato (t. 5, p. 8(54). Monsignor Fontanini fu già dello stesso parere (A minta difeso, p. 269), ma poi cambiò sentimento (Bibl. t. 2, p. 180, ed. Ven. 1 ^53). E veramente le ragioni e le pruove con cui il P. d Pietro Cannetti abate camaldolese nella sua Dissertazione apologetica aggiunta all’ ultima edizione del Quadriregio ha dimostrato autor di quell’opera il Frezzi, \ [p. 1229 modifica]sembrano escluderne ogni dubbio. Poche notizie abbiam parimenti di Giusto de’ Conti da Valmontone romano. Nella prefazione premessa all’edizione delle Rime di questo poeta fatta in Firenze nel 1715 si son raccolti i pochi monumenti che intorno a lui si son potuti trovare; da’ quali traesi solamente, che essendo egli in Roma nel 1409, si accese di amore per una fanciulla che fu l’oggetto delle sue Rime; che morì poco avanti al 1452, e che fu sepolto nel celebre tempio di S. Francesco in Rimini eretto da Sigismondo Pandolfo Malatesta, ove tuttora si legge l’iscrizion sepolcrale che è la seguente: Justus Orator Romanus Jurisque Consultus D. Sigismundo Pand. Malatesta Pand.... F. Rege hoc saxo situs est. Ove è ad avvertire che Giusto non è già detto senatore romano, come comunemente si crede, ma solo oratore e giureconsulto. Della morte di Giusto abbiam l’epoca meglio accertata nella Cronaca Riminese pubblicata dal Muratori, ove all’anno 1449 così si legge: A’ dì xix di Novembre morì Messer Giusto da Vallemontone Dottore valente, e buon uomo, Consigliere del nostro magnifico Signore, et ebbe un solennissimo onore, e fu seppellito a S. Francesco (Script. Rer. ital. vol. 15, p. 965). Alla ristampa che di questo poeta si è fatta in Verona nel 1753, il conte Giammaria Mazzucchelli ha premesse le notizie della vita di esso; e a me dispiace di non averla veduta, che vi avrei forse trovati altri migliori lumi. Alle sue rime amorose ei pose il titolo di Bella Mano, perchè sovente ei fa menzione della mano della sua donna. E non vi è forse tra’ poeti di [p. 1230 modifica]I a3o LIBRO questo secolo, ehi più di lui si sia accostato al Petrarca nella vivezza delle immagini, e nello stil poetico e passionato, benchè pur vi abbia molto di stentato e di languido. IV. Il Crescimbeni (t 2, par. 2, p. 138), il Quadrio (t. 2, p. 199), e dopo essi il co Mazzucchelli (Scritt ital. t. 1, par. 2, p. 1030) parlano di un Niccolò Cieco d’Arezzo, di cui si hanno più rime in alcuni codici a penna, e non sanno decidere con sicurezza s ei fosse cieco veramente, o se tal ne fosse solo il cognome. Ma un bel passo da essi non avvertito di Gioviano Pontano ci mostra ch’egli era cieco di fatto, e ci fa insieme conoscere quanto famoso poeta egli fosse a' suoi tempi in Firenze ove vivea. Rammenta il Pontano (De Fortitud. l. 2, et. de Coecitate) alcuni di coloro che, benchè ciechi, coltivaron nondimeno le lettere felicemente, e tra essi nomina Niccolò con questo magnifico elogio: Dii boni! quam audientiam Nicolaus caecus habebat, cum festis diebus Etruscis numeris aut sacras historias aut annales re rum antiquarwn e suggestu decantabar! Qui doctorum hominum, qui Florentiae permulti tunc erant, concursus ad eum fiebat! Un sonetto però (Crescim. t 3, p. 162) e un capitolo (Lami, Bibl. Riccard. p. 295), che se n’hanno alle stampe, non corrispondono all’idea che ce ne dà il Pontano, o perchè essi siano stati malconci dagli stampatori, o perchè veramente la grazia della pronuncia e la rarità di vedere un poeta cieco aggiungessero alle rime di Niccolò un pregio che loro non conveniva. Il Crescimbeni avverte che da alcune altre rime [p. 1231 modifica]rtnzo,ia3i inedite di questo poeta si raucoglie ch’egli vivea a tempi di Martino V e di Eugenio IV. ,Al medesimo tempo visse Tommaso Cambiatore reggiano, che tradusse in terza rima l'Eneide di Virgilio, in maniera però sì poco felice, ch essendo questa versione venuta alle mani di Gianpaolo Vasio, questi la ripulì, la corresse, e in gran parte ancor la rifece; e pubblicolla la prima volta in Venezia nel 1532, avvertendo ch'ella era opera del Cambiatore, di cui ivi racconta che nel 1430 fu coronato poeta in Parma (a). Intorno a questa versione veggasi Apostolo Zeno che dà al Vasio la taccia di plagiario, e avverte che il Cambiatore fu coronato non nel i43o, ma a’6 di maggio del i43a (Note al Fonlan. t. i, p. 276); e veggasi ancora ciò che a difesa del Vasio ha scritto il P. Paitoni (Rihl. de Volgarizz. t \, p. 164, ec.) {b). Il Cambiatore era amico di (a) Questa traduzione dell" Eneide mi dà occasione di ricordarne un’ altra fatta in questo secol medesimo de’ Distici morali attribuiti a Catone, tradotti, o anzi parafrasati assai rozzamente in sesta rima, e in que versi che furon poi detti martelliani. Il ch. sig. Vincenzo Malacarne me ne ha additata un antica edizione, ma senza data, a cui vanno annessi il trattato di Bartolo de Tabellionibus e l’opera delle Cose mirabili di Solino. Il titolo è: Ine'pii Liber Calori's in vulgares rigmos (sic) tramlatus a Domino Castellucio de Campania milite. Gli eruditi napoletani, a’ quali par che appartenga questo (finora sconosciuto scrittore, potran forse darcene più copiose notizie. b) Intorno alla taccia di plagiario che il Zeno ha apposta al Vasio, si è parlato più a lungo nella Biblioteca modenese (t. 1, p. 336), ove si canche mostrato [p. 1232 modifica]1333 LIBRO Leonardo Bruni, di cui abbiamo due lettere ad esso scritte (l. 5, ep. 2; l. 10, ep. 21). Dalla prima raccogliesi che il Cambiatore era non sol poeta, ma ancora giureconsulto, e di lui abbiamo di fatto in questa biblioteca Estense un’opera ms. parte giuridica, parte morale, intitolata De Judicio libero et non libero, e dedicata al march Leonello d’Este. V. Dovrò io qui parlar lungamente del famoso Burchiello? Poco di lui hanno detto gli antichi, molto i moderni, fra’ quali il Manni ne ha scritta la Vita (Veglie piacevoli, t. 1, p. 27, ec.), e un diligente articolo ce ne ha dato il co Mazzucchelli (Scritt ital. t. 1, par. 4 p 2433), per tacer di molti che ne hanno illustrate, se non dobbiamo anzi dire oscurate le poesie. Le sole certe notizie però, che se ne hanno, sono che il proprio nome di esso era Domenico, e che Burchiello fu un soprannome aggiuntogli, non si sa per quale motivo; che visse per lo più in Firenze, ove credesi ancor che nascesse; che nel 1432 venne matricolato nell’arte di barbiere da lui esercitata nella contrada di Calimala; e che morì in Roma nel 144^- ^ Se* nere di poesia da lui coltivato, ch è un capriccioso intreccio di riboboli, di proverbj, di motti, dei'quali per lo più non s’intende il senso, ha avuti ammiratori e imitatori in buon numero, Io concederò al Varchi (Lez. della Poet) che abbiavi qualche cosa degna di lode. Ma essa non è abbastanza fondata, e della vita e delle opere del Cambiatore si son date più copiose e più esatte notizie. [p. 1233 modifica]TERZO ia33 Ma essa va naufraga tra mille altre che o per oscurità non s'intendono, o cadono per bassezza. Quindi a me pare che abbiano ugualmente gittato il tempo e quei’ che l’hanno accusato e quei’ che l’hanno difeso, ma più di tutti que’ che Fhan comentato. Una lunga serie di autori che di lui hanno scritto, si può vedere presso il co Mazzucchelli, e io cederò ben volentieri a chi il voglia il piacer di giovarsi di tali letture. Mi basterà parimente accennare il nome del celebre Piovano Arlotto, cioè di Arlotto Mainardi fiorentino piovano di S. Cresci a Maciuoli nella diocesi di Fiesole, morto in età di 87 anni l’an 1483. il Crescimbeni (t. 2, par. 2, p. 144) e il Quadrio (t. 2, p. 206) gli han dato luogo tra’ poeti italiani, perchè nella Raccolta delle Facezie di questo leggiadro ingegno si veggono sparsi alcuni versi. Ma parmi che ciò sia un accordare con soverchia facilità il nome di poeta. VI. Benchè pochi finallora fossero stati i poeti italiani degni di qualche nome, si diè nondimeno principio a far raccolte de rimatori che innanzi a questi tempi avean goduto di qualche nome; e una fra le altre dobbiam qui rammentarne, che fu opera di uno de’ più gran personaggi di questo secolo, cioè di Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico. Quanto a lui debba la letteratura italiana, si è da noi esposto ampiamente nel primo libro di questo tomo. Ma egli non pago di promuovere i buoni studj, li coltivò ancora con tale impegno, che non fu inferiore ad alcun di coloro che in essi sol s’occuparono. Oltre lo studio della filosofia platonica, [p. 1234 modifica]I23{ LIBRO di cui già abbiam favellato, coltivò la poesia italiana, e in età di circa 17 anni compilò ad istanza del principe Federigo d’Aragona una Raccolta de’ migliori Poeti italiani. Apostolo Zeno nelle sue Note al Fontanini (t. 1, p. 3) ne accenna un codice manoscritto, di cui ci dà nelle sue Lettere una descrizione assai più esatta (t. 3, p. 335). Nè solo egli raccolse la altrui poesie, ma molte ne scrisse egli stesso, e gli si dee a ragione la lode di essere stato uno dei’ più felici poeti di questo secolo. Nè dirò già io con Giovanni Pico della Mirandola (Op.p. 348), ch’ei debba antiporsi a Dante e al Petrarca, giudizio che ci fa conoscere il poco buon gusto che ancor regnava a que’ tempi; ma dirò anzi col Varchi (Ercolano, p. 19, ed. P'en. i5ro), ch’egli fu uno de’primi i quali cominciassero nel comporre a ritirarsi e discostarsi dal volgo, e, se non imitare, a volere, o parer di volere imitare il Petrarca e Dante, lasciando in parte quella maniera del tutto vile e plebea. In fatti le Poesie volgari di Lorenzo de’ Medici stampate dal Manuzio nel 1554 7 e lmovo in Bergamo nel 1 ^63, ci offrono esempj di diversi generi di poesia, ne’ quali vedesi una felice imitazion degli antichi, una leggiadra e fervida fantasia, e uno stile assai più colto di quello che leggesi negli altri poeti di questa età. Ne abbiamo ancora le Rime sacre stampate in Firenze nel 1680 insiem con quelle di Lucrezia Tornabuoni madre dello stesso Lorenzo, che dilettossi parimente di tali studj, e di altri della stessa famiglia de’ Medici. Nè poco contribuì egli a ricondurre a maggior [p. 1235 modifica]temo i a35 eleganza la poesia italiana coll invenzion de canti carnascialeschi, co’quali accompagnavansi le mascherate solenni che si faceano in Firenze. La pompa di tali spettacoli si può vedere descritta nella prefazione premessa alla nuova edizione de suddetti Canti dello stesso Lorenzo. Questi ancora sono componimenti eleganti non men che piacevoli, ne quali e allora e poscia Lorenzo ebbe gran numero d imitatori. Quindi è venuta la Raccolta di Trionfi, Carri, Mascherate e Canti Carnascialeschi del tempo di Lorenzo de' Medici stampata in Firenze nel 1559, e poscia con molte aggiunte pubblicata di nuovo in Lucca sotto la data di Cosmopoli 1* anno i-5o dal signor Rinaldo Maria Bracci sotto nome di Neri del Boccia, la qual nuova edizione fu occasione al Bracci di contese e di non lievi disgusti (Mazzucch. Scritt. ital. t. 2, par. 4, p 1950). Vedrem Guai mente che Lorenzo ebbe ancor qualche parte nel risorgimento della poesia teatrale, e che quindi a ben giusta ragione gli è dovuto il titolo di ristoratore della poesia italiana. MI. Tra quelli che in sì glorioso disegno si unirono a Lorenzo, i più illustri, per testimonianza del sopraccitato Varchi, furono Angiolo Poliziano e Girolamo Benivieni. Del primo parleremo più a luogo, ove diremo de professori d’eloquenza. Qui rifletterem solamente che a lui dee moltissimo la poesia italiana, non solo perchè egli fu uno de più felici ristoratori del nostro teatro, di che ragioneremo fra poco, non solo perchè fu uno de’ primi a dare qualche id«.a della poesia ditirambica, come egli [p. 1236 modifica]« 236 LIBRO fece nel leggiadrissimo coro delle Baccanti inserito nel suo Orfeo, ma principalmente perchè egli congiunse insieme altezza di sentimenti, eleganza dì espressione e soavità di metro, benchè a quando a quando vi s’incontri ancor qualche avanzo dell antica rozzezza. Una canzone che ne ha pubblicata il Crescimbeni (Stor. della volg. Poes. p. 39), dopo quelle del Petrarca è forse la prima che noi troviamo degna di esser letta. Più d’ogni altro componimento però sono in gran pregio le Stanze dal Poliziano composte per la giostra di Giuliano de’ Medici fratel di Lorenzo il Magnifico, giacchè coloro che le dicon composte per l'altro Giuliano figliuolo dello stesso Lorenzo, danno con ciò a veder chiaramente di non averle mai lette. Il M acchiavelli racconta (Stor. fiorent l. 7) che un anno dopo la morte di Cosimo il padre della patria, cioè nel 1465, s’intimarono in Firenze solenni giostre, e che in esse Lorenzo ottenne la prima lode. Vedremo di fatto che Luigi Pulci cantò co’ suoi versi il valor di Lorenzo; ma che non giunse a conseguir quell onore che ottenne poscia il Poliziano in somigliante occasione. Quando si facesse la giostra in cui Giuliano fu vincitore, gli scrittori di que’ tempi nol dicono, e il Menckenio, dopo aver su ciò lungamente disputato, conchiude dicendo (Vita Polit, p. 44 » ec) che probabilmente ciò accadde qualche tempo dopo la giostra in cui Lorenzo riportò l onor del trionfo. Ma ciò a mio parere non solo è probabile, ma certissimo; perciocchè il Poliziano nato nel 1454 non contava che 11 anni nel 1465. Chi mai [p. 1237 modifica]TERZO 1237 può credere che in tale età ei si accingesse a poetare, e vi riuscisse tanto felicemente? Convien dunque differire d’ alcuni anni l epoca di queste Stanze; ma certo non oltre il 1478, nel qual anno Giuliano fu ucciso; e perciò il Poliziano non avea al più che 24 anni quando le scrisse. Ei non condusse a fine questo lavoro, e forse ne fu cagione l immatura morte dello stesso Giuliano. Ma ancor non finite, sono queste Stanze uno de più eleganti componimenti che vanti la poesia italiana; ed è cosa di maraviglia, come in un tempo in cui coloro che più lungamente esercitati si erano nel verseggiare, non sapean ancora spogliarsi dell antica rozzezza, un giovin poeta, che appena avea cominciato a prender tra le mani la cetera, potesse giunger tanto oltre. Vili. Girolamo Beni vieni, il secondo ristoratore, per testimonianza del Varchi, dell’italiana poesia, visse fino al 1542. Ma noi ne ragioneremo a questo luogo per non disgiungerlo dagli amici co’ quali fu strettamente unito, cioè da Marsiglio Ficino, di cui abbiamo una lettera ad esso scritta (Op. t 1, p. 890), e da Giovanni Pico della Mirandola, che conosciutane l’integrità de’ costumi, di lui si valeva nel soccorrere a’ poveri, e ne comentò la canzone sopra l’Amor divino, e scrisse in lode di esso un’elegia italiana. Ei fu fratello di Antonio filosofo e medico, di cui si ha alla stampa un’ opera di medicina, e di Girolamo canonico di S. Lorenzo in Firenze, di cui parimente abbiamo alcune opere ascetiche, e due in difesa di F. Girolamo Savonarola (Mazzucch. Scritt. « [p. 1238 modifica]ia38 libro ilaL i. i, par. a, p. 856, 858, ec.). Di Girolamo si posson vedere più ampie notizie presso il co Mazzucchelli (ib. p. 890), il qual riferisce ancora l’iscrizion sej)olcrale che gli fu posta in S. Marco, ove egli volle esser sepolto insieme col suo Giovanni Pico, e ci dà un diligente catalogo di tutte l’opere da lui composte sì stampate che inedite. Esse appartengono quasi tutte a poesia italiana; e l’argomento dei’ versi del Beni vieni è comunemente l’Amor divino, da lui però rivestito secondo il costume d allora colle immaginazioni e colle idee di Platone. Per dare un saggio del valor non ordinario di questo poeta, ne recherò qui pochi versi tratti da un componimento in terza rima intitolato Deploratoria, i quali certamente son tali, che ogni più colto poeta non isdegnerebbe, io credo, di esserne autore: A te, dolce Signor, cantando varca Per l onde avverse, a te mia navicella D’angosciosi sospir vien grave e carca. Morte regge il timon: dura procella D amaro pianto agli occhi infermi vela De l’alto polo la più fida stella. Fortuna ha posta a governar la vela Vergogna, ira, dolor: torbida notte Gli scogli e’ liti e’ porti involve e cela. Già sviluppate le catene e rotte, Borea superbo orribilmente latra Libero fuor delle ventose grotte. Dinanzi a l’ ira sua torbida ed atra afflitto legno mio per l’onde scuote L’arbor rompe, e l timon, le vele squatra. E 'l Ciel, che in fin dalle tonanti ruote. Turbato mugghia, con ardente face L eccelse nubi fulmina e percuote, ec. Op. p. 139, ed. Fir. i^ig. [p. 1239 modifica]IX L’esempio di questi valorosi poeti, e il plauso con cui essi venivano ricevuti, eccitò molti altri in Firenze a porsi sullo stesso sentiero. Bernardo Bellincioni fiorentino di patria, ma da Firenze passato poscia alla corte di Lodovico il Moro in Milano, fu da questo gran principe amato singolarmente, e con onori non meno che con ricchi doni distinto. Il Sassi (Hist typogr. mediol. p. 355, ec.) e il conte Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 2, p. 680), che ci han date alcune notizie di questo poeta, affermano ch ei fu da quel duca solennemente coronato di alloro. Ma come essi altra testimonianza non ne arrecano che quella non troppo autorevole del P. Negri, così io non posso rimirar questo fatto se non come molto dubbioso1. Dalle Lettere di monsignor Lodovico Gonzaga, che si conservano nel secreto archivio di Guastalla, ricavasi che il Bellincioni prima che a quel dello Sforza fu al servigio del detto vescovo; che quindi passò a quello di Niccolò da Correggio, a cui il Gonzaga raccomandollo con sua lettera de’ 5 di gennaio del 1474- Della qual notizia io son debitore all’erudito P. Ireneo Affò Minor Osservante da me altre volte lodato. Morì in Milano nel 1491, e due anni dopo ne furono pubblicate le Rime [p. 1240 modifica]12.^0 LIBRO ila Francesco Cornigero Tamii (a), alcune delle quali trovansi ancora sparse in altre raccolte. Esse fan testo di lingua, benchè pur non siano prive di quella rozzezza che vedesi in quasi tutti i poeti italiani di questo secolo. Ei fu famoso per maldicenza, e ne abbiamo in prova il sonetto del Tibaldeo, che comincia: Non t’ accostare a questa tomba oscura, Se tu non sei di lingua empia e mordace; Che qui Bernardo Beli mona giare, Che in morder altri pose ogni sua cura, ec. Se ne lodano singolarmente le poesie burlesche da lui composte a imitazion del Burchiello nel qual genere parecchi altri Toscani si esercitarono, come Feo Belcari, di cui abbiamo molti altri componimenti poetici, ed altre opere in prosa (ib. p. 620, ec.), Antonio Alamanni < ib. t. 1, par. 1, p. 241, ec.), Giovanni Acquettini, Filippo Brunelleschi ed altri, le rime de’ quali, oltre altre edizioni, sono state unite alle Poesie del Burchiello ristampate colla data di Londra nel 1757. Francesco Cei fiorentino, che fiorì circa il 1480, ebbe in quel secolo, se crediamo al Crescimbeni (Comment t. 2,par 2, p 170) e al Quadrio (t 2, p. 214), stima non inferiore a quella che già avuta avea il Petrarca, anzi da alcuni fu allo stesso Petrarca antiposto. Essi citano la testimonianza del Varchi. (a) Francesco Tanzi milanese fu anch’egli coltivatore della poesia, e se ne posson veder le pruove nelle notizie clic l’Argelati re ne ha date nella sua Biblioteca degli Scrittori milanesi. [p. 1241 modifica]TERZO 124l Ma a J*1 vero, questo scrittore, benchè in qualche modo sembri affermare ciò ch’essi dicono, il fa nondimeno per modo, che non ridonda in molto onor del Cei, perciocchè a mostrare il cattivo gusto che allor regnava, ei reca la stima in cui era questo poeta: Come si trovano di coloro, dic egli (Ercolano p. 15, ed. ven. l570), i quali prendono maggior diletto del suono d una cornamusa o di uno sveglione, che di quello d un liuto o d un gravicembalo, così non mancano di quegli i quali pigliano maggior piacere di leggere Apulejo o altri simili autori, che Cicerone, e. tengono più bello stile quel del Ceo e del Serafino, che quello di Petrarca o di Dante. Nondimeno tra le Rime di questo poeta, stampate la prima volta nel 1507, ne troviam molte degne di lode per vivezza poetica e per fantasia, nel che, come osserva il Crescimbeni, egli è un de’ migliori per ciò che appartiene allo stile che dicesi anacreontico. E molti altri poeti ebbe Firenze non meno che le altre città della Toscana, de’ quali però è inutile il ragionare distintamente. X. Nè fu la sola Toscana feconda a (|ite’ tempi di rinomati poeti. Gasparo Visconti ebbe gran plauso nel poetare alla corte di Lodovico Sforza. L’Argelati (Bibl. Script, mediol. t 2, pars 1, p. 1604) lo dice figlio di un altro Gasparo e di Margarita Alciati, cavaliere, consiglier ducale e senatore, e marito di Cecilia Simonetta figlia del celebre Cicco. Morì, secondo lo stesso scrittore, in età di soli 38’anni agli 8 di marzo del 14f)i>* Mentre egli ancora vivea, ne furono pubblicate le rime col titolo Tirai:0 scili, Voi. IX. 2 [p. 1242 modifica]iz4'j LIBRO di Ritmi in Milano nel »493, e più altri sonetti ne sono stati stampati non son molti anni (Racc. milan. t. 1). Egli ancora fu a quei’ tempi creduto da alcuni non inferiore al Petrarca. Ma chiunque ne legge ora le poesie, è costretto a recarne ben diverso giudizio. Altre notizie intorno a Gasparo si posson vedere presso il ch. Sassi (Hist typogr. mediol. p 357) e il suddetto Argelati, che ci indicano ancora il romanzo de’ due amanti Paolo e Daria da lui scritto in ottava rima, e stampato in Milano nel 1491. Insieme co' mentovati sonetti di Gasparo sono stati dati alla luce nella Raccolta milanese alcuni sonetti di Guidotto de’ Prestinari bergamasco grande amico del Visconti, di cui ancora si danno ivi alcune notizie, e si accennano quelle che ce ne han date il P. Calvi (Scena letter. par. 1, p. 313) ed altri scrittori, e altre poesie che se ne hanno alle stampe (a). Agostino Staccoli da Urbino viene annoverato tra’ miglior rimatori che verso il fine di questo secol fiorissero; e il pontefice Innocenzo Vili, a cui il duca d’Urbino inviollo (a) Il Visconti era stato scolaro del Prestinari, come osserva l’ab Angiolo Mazzoleni, il quale afferma ancora che presso il sig. co. Jacopo Tassi coltissimo cavalier bergamasco si conserva il Canzonier ms. originale del medesimo Prestinari f Rime oneste, La, p. 582, 583). Presso il sig. ab Maffeo Maria Rocchi bergamasco, che di molte erudite notizie concernenti questa mia opera mi è stato cortese, si conservano dieci capitoli mss. in terza rima dallo stesso poeta diretti all Eccellentissimo D. benedetto Ghislandi jureconsulto celeberrimo. [p. 1243 modifica]TERZO Ia43 soo ambasciadore nel 1485, ne concepì tale stima, che il nominò suo segretario e abbreviatore del Parco Maggiore. Altre notizie di questo poeta si posson leggere nella prefazione premessa all’ultima edizione delle Rime di esso fatta in Bologna nel 1709, e nel Giornale de’ Letterati d’Italia (t 1, p. 187). Serafino detto Aquilano, perchè natìo dell’Aquila nell’Abbruzzo, nato nel 1466 e morto in Roma in età giovanile nel 1500, fu tra coloro che vennero allor creduti poeti poco men che divini; e abbiam udito poc’ anzi, che da alcuni egli era preferito al Petrarca. Ei servì a molti principi, richiesto a gara da tutti, e da tutti a gara onorato. Il conte di Potenza, il card Ascanio Sforza, Ferdinando III re di Napoli, Guidubaldo duca d’Urbino, Francesco Gonzaga marchese di Mantova, Lodovico Sforza duca di Milano, e per ultimo il duca Valentino Cesare Borgia lo ebbero successivamente alle lor corti; di che veggasi, oltre più altri scrittori, il co Mazzucchelli che intorno a questo poeta ci ha dato un erudito ed esatto articolo (l c t. 1, par. 2, p. 904), ove esamina ancora di quale famiglia egli fosse, ma senza deciderlo interamente per mancanza di monumenti. Gli onori fatti all Aquilano e in vita e dopo morte, e le molte edizioni che delle Rime di esso si fecero fino oltre la metà del sec xvi, ci fan conoscere quanto elle fosser pregiate. Angelo Colocci scrisse in difesa di esse un’apologia che si legge in varie edizioni delle medesime. E v ha ancora tra gli scrittori moderni chi ne parla con lode. Niuno però, io credo, ardirà [p. 1244 modifica]1^44 LIBRO ora <li proporre a modello le Rime dell’ Aqui- I lano; e la dimenticanza in cui esse giacciono j da gran tempo, è pruova del comune consenso nel non farne gran conto. Ed è probabile che I il grande applauso da lui ottenuto fosse in gran 1 parte frutto dell’ arte da esso usata di accom- I pagnare i suoi versi col suon del liuto; il che I egli dovea fare singolarmente quando improv- I visava, come il co. Mazzucchelli dimostra che 1 egli era solito di fare talvolta. Infatti Paolo Cor- I tese alla perizia nel suono che avea l’Aquilano, I attribuisce il piacere che provavasi nell1 udirlo. ■ Quoti quidem genus, dic egli (De Cardinal, I /. '2. p. q.\), prirnus apud nosiros Frutici- I seus Peirarcha instituisse dicitur, qui edita I carmina caneret ad lembum. Nuper autem Se- 1 rapbinus Aquilanus princeps ejus generis reno- 1 vandi Juit, a quo ita est verborum et cantuum I ronjunctio modulila ncxa, ut nihil fieri /»ossei I modorum ratione dulcius. Itaque ex eo tanta j imi tantium auledonun multitudo manavit, ut I quicquid in hoc genere Italia tota cani videa- 1 tur, ex ejus appareat carminum et modorum 1 praescriptione natimi. XI. Competitore e rivale dell’ Aquilano fu Àn- I tonio Tibaldeo ferrarese, che perciò non dob- 1 biamo da lui disgiungere, benchè continuasse 1 a vivere fino al 1537, nel qual anno morì in 1 Roma. Se ne suole comunemente fissar la na- I scila al 1456 forse per conformarsi all’auto- I ritù del Giovio, che il dice morto in età 1 di ottani’anni. Ma, come si osserva nel Gior- ] naie de’ Letterati d’Italia (t. 3, p.'òr]^), Luca j Gamico scriltor vicine a que’ tempi, nel lor-! [p. 1245 modifica]TERZO | a4f> marne l’oroscopo, lo afferma nato a’ 4 di novembre del 1463. E ci basta a confutar come favola ciò che molti asseriscono, cioè che nell'anno i4&) pi fosse coronato poeta in Ferrara dall imp Federigo III. E veramente nel Diario ferrarese pubblicato dal Muratori (Script. Rer. ital. vol. 24), in cui si descrivono minutamente le cose tutte che allora accaddero in quella città, di questa coronazione non si fa motto. L’ arcipr Baruffaldi sostiene la coronazione del Tibaldeo per mano di Federigo (Jac. G ut trini atl Ferrar. Girmi, llist. Sappi, pars 1, p. a 4; pars 2, p. 19), ma la differisce al 1483; e ne reca ¡11 pi uova la testimonianza di Cesare Torti da Ascoli poeta volgar di (que tempi. Io non ho vedute le Rime del Torti, ma certo dopo l'an 1470 Federigo III non ritornò in Italia, nè potè rendere quell’ onore al nostro poeta. Egli era medico di professione; ma assai più che la medicina fu da lui coltivata la poesia. Ne' primi anni dilettossi principalmente della italiana; e anch’egli, come l’Aquilano, accompagnava i suoi versi col suon della cetera; ed essi sembrarono allor sì eleganti, che fin dal 1499) se ne fece in Modena la prima edizione per opera di Jacopo Tibaldeo di lui cugino, la quale fu poi seguita da molte altre (Zeno, Note al Fontan. t. 2, p. 54, ec.). Antonio però se ne dolse, come di cosa troppo presto prodotta al pubblico; e ne abbiam sicura testimonianza presso il Git aldi tanto più degno di fede, quanto era più stretto e per amicizia e per cittadinanza col Tibaldeo: Numquid praeteribimus Antonium Thebaldeiun [p. 1246 modifica]I a46 LIBRO cunicum et municipem nostrum, quem et linguae Latinae castimonia clarum apud doctos facit, apud indoctos vero, quae jampridem f quorum nunc poene pudet, a patruele fratre sunt edita vernacula. Exstant pleraeque Thebaldei Elegiae, et utriusque. liguae Latinae et Italae Epigrammata arguta quidem et mollia, quae adhuc sub lima teruntur indigne (De Poetis sui temp dial. 1). Questa maniera di favellar «lei (jriralili ri fa conoscere che non erano allora in gran pregio le Rime del Tibaldeo. almeno quali erano.uscite alla luce. Il conobbe egli stesso, singolarmente allor quando vennero in pubblico quelle del Sannazzarro, del Bembo e d’altri valorosi poeti; e si volse perciò a coltivare la poesia latina. Nel che ei fu più felice, sì perchè queste, delle quali alcune ne abbiamo nelle Raccolte de’ nostri poeti latini, son più eleganti che le italiane, sì perchè ei ne trasse frutto molto maggiore; poichè per un solo epigramma fatto in lode di Leon X dicesi ch ei n’ avesse in premio 500 ducati d’ oro. E certo egli era carissimo a questo pontefice, il quale raccomandando a’ canonici di Verona un certo Domizio Pomedelli scolaro del Tibaldeo, quem virum, dice di questo, propter ejus praestantem in optimarum artium studiis doctrinam pangendisque carminibus, mirificam industriam unice diligo (Bemb. Epist. Leon. X nomine, l. 9. ep. 2). Egli innoltre scrivendo al legato d’Avignone, dopo aver fatto un elogio di questo poeta. gli chiede che a lui conferisca la soprantendenza al ponte di Sorga, la qual dovea recar seco qualche vantaggio [p. 1247 modifica]TER550 ta4/ {ih ep■ i4). Quindi veggiaino che nel i5ai fU|i era ben agiato de’ beni di fortuna (Bemb. l 5, Famil!, ep. 17). Ma cambiaron poscia le cose, e nel 1527 il troviamo in molta necessità e disagevolezza delle cose che sono altrui mestiere alla vita, costretto perciò a chieder 30 fiorini al Bembo, che gliene fu liberale (Bembo, Lettere, t. 3, l. 5; Op. t. 3, p. 237); e il distolse poi dal pensiero di partire da Roma per andarsene in Provenza (ivi). Una lettera di Girolamo Negri scritta da Roma a’ 1 j di gennaio dell'anno j.*»35 ci mostra qual fosse allora lo stato del Tibaldeo: Il Tibaldeo vi si raccomanda, scrive egli a Marcantonio Micheli (Lettere di Principi, t. 3, p. 150, ed. f ren. 1577); sta in letto, nè ha altro male che non aver gusto del vino: (fa Epigrammi più che mai; nè li manca a tutte l'hore compagnia de Letterati: è fatto gran Francese inimico dell' Imperadore implacabile. Oltre le sopraccennate edizioni delle Poesie italiane del Tibaldeo, quattro capitoli e un’ egloga italiana ne ha pubblicato il sig. Giambattista Parisotti (Calogerà, Racc. d Opusc. t. 19, p. 509), e una lettera con alcuni sonetti il Ch. sig. ab Serassi nella nuova sua edizione delle Lettere del Castiglione (t 1, p. 176). Il Muratori nella sua opera della Perfetta Poesia avendo criticati alcuni sonetti del Tibaldeo, si vide uscire contro di lui nel 1709 una lettera in nome dello stesso poeta scritta dal celebre arciprete Girolamo Baruffaldi, in cui si difende il Tibaldeo dalle accuse a lui date. Nè io dirò infatti, come altri [p. 1248 modifica]ia/,8 LIBRO ha asserito, ch’ei fosse un de’ primi corrom pitori del buon gusto in Italia; poichè in lui non si vedono che quei' difetti ch erano allor comuni a quasi tutti i poeti, cioè poca eie ganza di stile, e sentimenti e pensieri non sempre giusti e secondo natura. Ma questi difetti medesimi son per avventura nel Tibaldeo assai più leggeri che in altri, ed ei perciò a ragione può aver luogo tra migliori poeti che vivessero a quei’ tempi. Di lui parlano ancora il Giovio (in Elog.), il suddetto Barufi’ahii (Diss. de Poetis ferrar.; e Notizie dei' Poeti ferrar.) gli autori del Giornale d’Italia (l.c) e gli scrittori della storia della Poesia (*). (*) Belle notizie intorno ad Antonio Tibaldeo ci ha date il più volte lodato dott Barotti (Mem, degli Ill. Ferrar, t. 1, p. 145, ec.). Egli reca alcuni argomenti a provare che l’anno della sua nascita fosse il 1456, e non il 1463; e io lascio ad ognuno il decidere della lor forza. Crede che sia favolosa la professione di medico a lui attribuita; nè io ho pruove che la dimostrino vera. Nega egli pure, come ho fatto io ancora, la coronazione del Tibaldeo. Osserva che questi frequentò la corte di Mantova; e alle pruove ch'egli ne reca, io posso aggiugnere una lettera, di cui ho copia, e l’original della quale conservasi nel segreto archivio di Guastalla, da lui scritta da Ferrara a’ 18 di gennaio del 1506 a un certo Francesco Boccalini, ch era in corte di monsignor di Mantova, e nella quale egli si offre pronto ad andare alla corte di esso in Gazzuolo, per recitarvi una sua egloga, che era come sembra un componimento teatrale, e mostra di avere grande amicizia co’ personaggi che ivi erano. Ei difende innoltre il Tibaldeo dalla taccia da alcuni appostagli di essere stato corruttor del buon gusto; e io ancora [p. 1249 modifica]TFRZO,24ì) XII. Il Varchi parlando dello stato della poesia italiana di questi tempi, afferma che dopo la morte del Petrarca tanto andò di male, in peggio, che quasi non si riconosceva più, come si può vedere ancora da chi vuole nelle composizioni dell’ Unico Aretino, di M. Antonio Tibaldeo di Ferrara, e d alcuni altri, le quali se ben sono men ree e più comportevoli di quelle di Panfilo Sasso, del Notturno, dell’Altissimo, e di molti altri, non hanno però a far cosa del mondo nè colla dottrina di Dante, ne colla leggiadria del Petrarca (Ercol. p. 58). Così egli unisce insieme questi poeti, e noi pure qui gli uniremo, benchè alcuni di essi potessero aver luogo nella storia del secol seguente. E quanto all Unico Aretino, che vien posto del pari col Tibaldeo, e con lui è preferito agli altri, egli è Bernardo Accolti figliuol dello storico Benedetto da noi già mentovato. Di lui ha parlato a lungo il co. Mazzucchelli (Scrit. ital. t. 1. par. 1, p. 66), e si posson vedere presso questo esatto scrittore le più minute notizie intorno alla vita di questo poeta soprannomato rUnico, per ispiegarne la singolare eccellenza nel verseggiare. L applauso ch’egli ebbe prima alla corte d Urbino, poscia a quella di Boma bo affermato che alcuni lo hanno più del dover biasimato; ma forse parrà ad altri che anche le lodi di cui il sig. Tìnrolti l’onora, dovessero esser minori. Egli però non ha posta mente alle Lettere scritte dal Itemho a nome di Leon X, e a que'le di Girolamo Negri da noi qui citate, che qualche altra notizia ci danno della vita di questo illustre poeta. XII. Brrnanlrt Accolti celebre improvvisatore. [p. 1250 modifica]• 25o muro a’ tempi di Leon X, fu senza esempio. Quando spargeasi la voce che l’Unico dovea recitare suoi versi, chiudeansi le botteghe, e da ogni parte si accorreva in folla ad udirlo; si ponevan guardie alle porte, s’illuminavan le stanze, e i più dotti uomini e i più venerandi prelati vi si recavano a gara, e il poeta era spesso interrotto dagli alti applausi degli uditori. Il co. Mazzucchelli afferma che vi son congetture a credere ch’egli oltre ciò improvvisasse, e ne reca ancor qualche pruova, a cui due altre assai più evidenti posso io aggiungerne; e primieramente l’autorità di Paolo Cortese ch erane testimonio in Roma: Quo ex genere, dic egli parlando dell’improvvisare (De Cardinal, t. 3, p. 174)7 Ht nuPer Baccius Ugolinus et Jacnbus Corsas in Italia sunt laudari soliti, sic hodie maxime debet Bernardus Accoltus celebrari, qui quamquam versus ex tempore dicat, ita tamen apte sententiis verba concinna jungit, ut cum celeritati semper parata sit venia, magis in eo sint laudanda quae fundat, quam ignoscendum, quod ex tempore et partu repentino dicat. L’altra testimonianza nulla meno onorevole all’Unico è quella di Pietro Bembo, da cui raccogliamo ancora qualche, benchè oscura, notizia intorno agli amori di questo E ocla: Le loro Signorie (cioè la duchessa d’Urbino e Emilia Pia) sono corteggiate dal Signor Unico molto spesso; ed esso è più caldo nell ardore antico suo, che dice esser ardore di tre lustri e mezzo, che giammai; e più che mai spera ora di venire a pro de’ suoi desìi, [p. 1251 modifica]TERZO 1a5I massimamente essendo stato richiesto dalla Signora Duchessa di dire improvviso; nel quale si fida muovere quel cuor di pietra intanto, che la farà piangere non che altro. Dirà fra due o tre dì: detto che abbia. ve ne darò avviso. Ben vorrei che ci poteste essere, che son certo dirà eccellentemente. Così egli in lettera al cardinale di s Maria in Portico scritta da Roma a 19 di aprile del 1516 (Op. ed. ven, t. 3. p. 11). Vuolsi da alcuni che’egli avesse in dono da Leon X il dominio di Nepi; ma egli stesso in una sua lettera afferma di averlo comperato co’ proprj denari, e duolsi ch’esso gli fosse tolto da Paolo III (Lettere di diversi a Pietro Aretino, t. 1, p. 135). Era ancor vivo nel 1534; ma sembra che non sopravvivesse molto più oltre (a). Delle varie edizioni che abbiamo delle Rime dell’Unico, tra le quali è ancora una commedia intitolata Virginia, veggasi il co Mazucchelli. Esse non corrispondono certamente alla’idea che l’applauso da lui ottenuto ce ne potrebbe dare. A giudizio però dei’ più saggi maestri, alcune delle poesie di Bernardo cel mostrano non mediocre poeta, e tale che se all’ingegno e alla poetica fantasia di cui era fornito, avesse congiunta quell'eleganza che circa al medesimo tempo cominciò {a) Bernardo Accolti era già morto a’ 2 di marzo del 1 >35, ne] qual giorno Paolo 111 concedette in commenda a Tommaso Cadamosti lodigiuoo suo medico la prevostura di S. Cristoforo di Lodi dell- Ordino dogli Umiliati vacante per la morte del suddetto lieruaido (Digli Archiatri pontif. I. 1, p. 351). [p. 1252 modifica]

  • 253 LIBRO

ad usarsi, ei potrebb’essere proposto come un dei’ migliori modelli (*). XIII. Di Panfilo Sasso ci riserbiamo a dire tra’ poeti latini, poichè tra essi ei può avere più onorevol luogo che tra gl italiani. Del Notturno napoletano appena abbiamo notizia alcuna. Il Quadrio crede (t a,/), a «4) che questo non fosse già soprannome, ma cognome proprio di famiglia, e dice che il suo Canzoniere fu stampato nel sec xvi senza nota nè di luogo nè di anno, ma ch’ei fiorì circa il 1480. In questa biblioteca Estense però si hanno alcune raccolte delle poesie del Notturno stampate separatamente in Bologna tra’l 1517 e’l 1519, ciascheduna delle quali è intitolata: Opera nuova de Noe turno Neapolitano, ne la quale vi sono Capitoli, Epistole, ec. In alcune sue stanze intitolate Viaggio egli afferma di aver viaggiato per tutte e tre le parti del mondo, ma dell’America non dice motto: E le tre parti del mondo ho cercato, L’Africa, l’Europa, e l’Asia doppia, Dove cento regioni ho ritrovato, Tutte diverse, ed altre cose in coppia, ec. In fatti le stesse sue poesie cel mostrano or in uno or in altro paese. Egli ha ancora alcuni sonetti nel dialetto di Bergamo; il che sembra indicarci ch’egli ivi abitasse per qualche tempo. In due capitoli descrive l’esequie del famoso generale Gian Jacopo Trivulzi, e del marchese (*) Alcune rime inedite dell’Unico Aretino eonsorvansi nella libreria Nani (Codici mss. della liltr. A'ani, p. i35). [p. 1253 modifica]terzo ia53 di Mantova Francesco Gonzaga, morti amendue nel 151 j). Nè io so s’ei vivesse ancora più oltre. Il leggier saggio or recato delle poesie del Notturno basta a farci vedere che a ragione esse sono ora abbandonate alla polvere e alle tignuole. Più incerto è ancora ciò che appartiene all’Altissimo. E Crescimbeni afferma (t. 2,par. 2,p. 172) ch’egli appellossi Cristoforo; che fu fiorentino di patria; che per l’eccellenza del poetare ebbe il soprannome di Altissimo e l’onore della corona; che fu improvvisatore solenne, e che i versi da lui detti cantando furon poscia raccolti dagli uditori, e dati in luce. Il Quadrio avea dapprima seguito il parere del Crescimbeni (t. 1, p. 163), ma poi cambiò sentimento; e da alcuni versi dello stesso poeta congetturò (t 2, p. 216) che Altissimo fosse cognome di famiglia, e che il nome proprio di esso fosse Angelo, e che fosse prete, dottore e parroco. Aggiugne poi, che fu ancora un celebre improvvisatore cieco, detto Cristoforo Sordi da Forlì, e che forse si è dagli scrittori confuso l’un coll’altro. Ma del Sordi non si trova menzione che apresso il Boccalini e presso il Sansovino (id. t. 7, p 27), autori troppo lontani da quei tempi, i quali non ci dicono pure quando ei vivesse. Quindi ogni cosa è incerta intorno a questo poeta, e solo si può affermare ch’ ei vivea ancora nel 1514 5 perciocché in quell’anno, come avverte il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 1, p. 539), Filippo di Giunta gli dedicò la sua edizione dell’Arcadia del Sannazzaro, e ch’ ei fu un assai cattivo poeta, di elio [p. 1254 modifica]• 254 MURO non ci lasciano dubitare le sue poesie. Di esse non abbiamo che il primo libro de’ Reali, romanzo da lui composto improvvisando, e pubblicato poi per la prima volta in Venezia nel 1534E qui, giacchè abbiam fatta menzione di alcuni improvvisatori, deesi aggiungere che, oltre essi, alcuni altri ne addita il Quadrio (t. 1,p 162, ec.) a questo secol vissuti, cioè Mario Filelfo, di cui direm tra’ grammatici, il celebre architetto Bramante, il suddetto Panfilo Sasso e Ippolito ferrarese. XIV. Molti altri poeti allora pregiati assai, i ma poscia del tutto dimenticati, ebbe a questi tempi l'Italia. Antonio Fregoso patrizio genovese, detto ancora Fulgoso e Campofregoso, soprannoinato Fileremo, per l’ amar ch’ ei facea la solitudine, visse lungo tempo in Milano alla corte di Lodovico il Moro: e dopo le sventure di questo principe ritirossi alla sua villa di Colterano presso Melegnano, ove è probabile ch’ ei componesse la maggior parte delle sue rime. Molte esse sono, stampate quasi tutte in Milano ne’ primi anni del secol seguente. Le principali sono il tiisn ili Democrito e il Pianto (tEraclito in trenta capiLoli in terza rima, la Cerva Bianca poema morale ed amoroso in ottava rima, le Selve ossia raccolta di più altre poesie, oltre alcuni altri opuscoli parimente poetici. Il co Mazzucchelli, che ci ha date prima d’ogni altro esatte notizie della vita e dell’opere di questo poeta (Calogerà, Racc. t. 48, p. 1), le annovera distintamente; mostra ch’ei viveva ancora nel 1515, e rammenta gli elogi con cui ne I [p. 1255 modifica]TERZO 1 a55 han parlalo l1 Ariosto ed altri scrittori (*). Di Benedetto da Cingoli abbiamo sonetti, barzellette e capitoli stampati in Roma nel 1503, e da Gabbriello di lui fratello indirizzati ad Angiolo Colocci, di cui ancora ivi leggesi una canzone in morte di Benedetto. Alcune poesie latine di questo medesimo autore ivi si hanno, e Gabriello nella prefazione accenna alcune altre opere da lui composte. Lodovico Sandeo di patria ferrarese, e fratello del celebre canonista Felino, vien lodato dal Crescimbeni (t. 2. par. 2, p. 166), come uno de’migliori rimatori di questo secolo j benché confessi egli stesso che rozzo ne è lo stile, le rime poco felici, e più vivaci che gravi le chiuse de sonetti. Le rime di esso furon pubblicate in Pisa nel 1485, tre anni dappoichè l’autore era morto di peste. Somigliante lode dà il Crescimbeni (l. c.) a Bernardo Illicino, ossia da Montalcino, o, come il Quadrio lo dice (t. 2, p. 186), Bernardo Lapini da Siena, di cui però appena si ha cosa alcuna alle stampe. Certo egli era grande ammirator del Petrarca, sui Trionfi del quale scrisse un comento pubblicato in Venezia nel 1494)Timoteo Bendedei, soprannomato Filomuso, nobile ferrarese, fu creduto un de’ migliori poeti che fiorissero sul finire di questo secolo e sul (‘) Di Antonio Fregoso fa menzione Cesare Cesavano serittor di f|ne’ tempi ne’ suoi conienti sopra Vitruvio, ed ei lo dice patrizio milanese: Di questi due (cioè di Democrito e ui Lraclilo)... etr/i il nostro Aureu/n Milite, et Porla volgare Antonio Pi egoso Patricia Mcdiolniien.se, in qual modo co/i onorati versi il riso et il piatito ha dcscriplo (p. 34). [p. 1256 modifica]1a5(t libro cominciar del seguente. Con molta lode di lui ragiona Tito Vespasiano Strozzi (Carm, p. i3t>, cd. Aid. 1513)} e più altre notizie intorno a questo poeta, e alle rime che di lui ci sono rimaste, si posson vedere presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1,par. 2, p. 797, ec.) (*). Gianfiloteo Achillini bolognese fratello di Alessandro da noi nominato tra’ medici, benchè morisse solo nel 1538 in età di 72 anni, vuol però essere qui rammentato, perchè seguì egli pure il cattivo gusto di poetare, che sul finire di questo secolo fu comune. Egli era per altro uomo assai dotto nelle lingue latina e greca, nella musica, nella filosofia, nella teologia, nello studio delle antichità, delle quali avea raccolta gran copia. Delle molte poesie da lui composte, delle loro edizioni, di altre circostanze della vita dell’Achillini, e di altri libri ch’ ei diede in luce, veggasi il co. Mazzucchelli (ib. t. 1, par. 1. p. 108, ee.) (a). Io mi affretto ad uscire da questo poco lieto argomento, e perciò fra molti altri poeti, dei’ quali potrei qui (*) Se non per l’eleganza, almeno per 1’ argomento di cui prese a trattare, si può qui far menzione di un altro poeta italiano, le cui rime io ho vedute in un codice ins. della libreria di S. Salvadore di Bologna. Esso è intitolato: Operetta volgare intitulnta Barbatiteli coni posta da Pentura di Malgrado Castello in Liuti sana. E iu lode della famiglia, e principalmente di Agostino Barbarico eletto doge nell'anno ed è dedicalo a Multaiilonio BurLiango capitano c podestà di Trcvigi. (17) Veggasi anche l’articolo che intorno a (»io. Eiloteo Achillini ha pubblicato il eh. co. Eantuzzi (Scritt. bologn. l. 1, p. 63, et.). [p. 1257 modifica]TERZO 1257 schierare un gran numero, mi ristringo a dir di due soli, cioè di Antonio Cornazzani e del Cariteo. XV. Il Cornazzani dal Borzetti (Hist Gymn. ferr. t. 1, p. 344) e da alcuni altri scrittori ferraresi viene annoverato tra’ lor poeti. Ma è certissimo ch’ei fu piacentino; ed egli ste&o riconosce per sua patria Piacenza dicendo: Hactenus ut nullos enixa Placentia vates Me colit: Aonidum sum sibi primus honor. De Orig. Proverb. in poem. Egli era poeta famoso fin dal 1471 perciocchè nell’ orazione detta in quest’ anno in Milano da Alberto da Ripalta per ottenere a’ suoi Piacentini la conferma del diritto di conferire la laurea, di cui altrove abbiam parlato, tra i Piacentini allora più rinomati annovera Antonium Cornazzanum in versu vulgari alium Dantem sive Petrarcham (Script. rer. it, vol. 20, p. 934)• Ei visse lungamente in Milano, e molte ivi scrisse delle sue opere in versi; ed ivi era quando morì il duca Francesco Sforza (De Re milit. l. 4, c. 1). Fu poscia in Venezia, ed ivi vide l’ armata che quella Repubblica inviò in soccorso di Negroponte, ma inutilmente; perciocchè i Turchi se ne fecer signori l’an 1470. Ei fu ancora per qualche tempo col celebre generale Bartolommeo Colleone, di cui poi scrisse la Vita. Perciocchè in essa parlando (l. 5) del piacere che quegli provava nell’udire i discorsi e le dispute degli uomini dotti, così ne dice: Literatorum hominum amantissimus, quos si quando ejus aulam plures attigissent, Tirabosciii, Voi. IX. 3 [p. 1258 modifica]12^8 LIBRO experturi Principis charitatem et munificentiam; maxime ad certamen invice ni provocare conabatur, assiduumque se palestrae hujus literariue exliibebat spec lato rem, gestiens mi rum in modani ci tra contentionem Astronomorum ac • Philosophoram opinioncs audire. Quindi, dopo aver riferite alcune opinioni di quel gran generale riguardo alla filosofia, così continua: Haec et altiora alia coram eo me teste et proponente non nunquam sunt disputata. Namque ego post obitum Francisci Sfortiae Ligurum Ducis patria mea profugus ob malignam temporum mutationem, ad Venetos per mille difficultates evaseram, ibique apud eum aliquandiu fui, locum sane superiorem meritis meis et virtù ti meae consecutus. Audivi itaque illum conclusiunculas nostras frequenter sola rerum experientia, et mira naturae integritate impugnantem. Sed nihil erat in eo praestantius, quam opiniones et aculeata interdum sophismata, in quibus nostrum quisque frustra clamando sudava rat, felici ac brevi circumdumcta ratione ad radios veritatis et Catholicae fidei lumen audire convicti, ec. Ei fu ancora in Francia, com ei medesimo ci assicura (Vita di Crist, l. 3, c. 2), ma non sappiamo nè quando, nè a qual occasione. Finalmente gli ultimi anni della sua vita passò in Ferrara, amato e onorato dal duca Ercole I e dalla duchessa Leonora d’ Aragona, dei’ quali fa spesso onorevol menzione nelle sue opere; ed ivi ancora è probabile che morisse, benchè non possiamo accertarne il tempo. Moltissime sono le opere ch’egli ci ha lasciate in latino ugualmente che [p. 1259 modifica]in italiano, e in prosa non men che in versi. Tra le poesie italiane abbiamo alle stampe l’opera De Re militari scritta in terza rima, e divisa in nove libri, con altri opuscoli dello stesso argomento e nel medesimo metro intitolati: De modo regendi, De modu fortunae, De integritate rei militaris, et qui in re militari Imperatores excelluerint; la Vita di Maria Vergine e quella di Gesù Cristo, amendue in terza rima, e amendue da lui dedicate alla duchessa Lucrezia Borgia2, molti sonetti, canzoni, ed altre rime unitamente stampate, le quali sono la miglior cosa che abbiamo del Cornazzani. Perciocchè, comunque le altre poesie da lui composte sian molto rozze e triviali, le sue Liriche Rime però, dice il Quadrio (t. 2, p. 217), sono delle migliori che abbia la volgar Poesia, come che paragonare si possono a quelle gioje che non sono pulite alla mola. Lo stesso Quadrio (t. 3, p. 212) attribuisce al Cornazzano la Reprensione contro Manganello per Bertocho, componimento esso ancora in terza rima, di cui singolarmente compiacevasi il Cornazzani. In terza rima è ancora la Vita di Pietro Avogadro, che non fu data alle [p. 1260 modifica]1260 unno stampe che nel 1060. Delle quali opere e delle loro edizioni veggasi il sopraccitato Quadrio (t 2, p. 217; t. 3, p. 212; t. 6, p. 79, 170; t. 7, p. 25(i). Più altre poesie nel medesimo metro ne abbiam manoscritte in questa biblioteca Estense, cioè quella de Mulieribus admirandis dedicata alla duchessa Bianca Maria Visconti Sforza, un Canto in lode di Giacomo Trotti ferrarese, e un Capitolo nella morte del duca Galeazzo Maria Sforza, un Poema intorno agli uomini più famosi di tutti i tempi, di Cui questa biblioteca conserva un vaghissimo codice, quel desso probabilmente che fu offerto al duca Borso, e che ha questo titolo: Divo Borsio Estensi Mutinae ac Regii Duci de excellentium virorum Principibus ab origine mundi per aetates Antonii Cornazzani Placentini materna lingua liber incipit. Il Quadrio cita ancora la Vita (t. 6, p. 170) inedita di Francesco Sforza scritta essa pure in terza rima. In prosa latina abbiamo la \ ita poc’anzi accennata di Bartolommeo Colleone pubblicata dal Burmanno (Thes. Antiq. ital. t. 9, pars 7). In versi latini elegiaci abbiamo un’ opera intitolata de Proverbiorum origine stampata in Milano nel 1503, e indirizzata dall’autore a Cicco Simonetta. Altre poesie latine se ne hanno nella Raccolta stampata in Firenze nel 1721 (Carm, ill. Poet t. 3, p. 446, ec.), e nella Miscellanea del Lazzaroni (t. 1, p. 546, ec.), e alcune ancora inedite trovansi nella Laurenziana (Band. Cat Codd. lat. t. 2, p. 167). Finalmente in questa biblioteca Estense conservasi un’opera del Cornazzano in prosa italiana con questo titolo: A [p. 1261 modifica]terzo 1361 lo Illustrisi. Ecccllenliss. Sig. Hercule Estense Duca di Ferrara, de la integrità de la militare arte Antonio Cornazzano immortale servo. Di queste opere ho io voluto parlare distesamente, perchè non trovo chi ne faccia menzione. Alcune altre se ne accennano da’ compilatori delle Biblioteche, a’quali io rimetto chi brami d’esserne istruito. XVI. Più scarse notizie abbiamo del Cariteo, e più scarso ancora è il numero delle opere ch’ei ci ha lasciate. Il Quadrio (t 2, p. 213), e prima di lui il Crescimbeni (t. 2, par. 2, p. 167), affermano ch’ei fu di patria barcellonese, e il secondo di questi scrittori aggiugne che ciò si narra dal medesimo Cariteo; di che io non ho potuto accertarmi. Ma s’ei nacque in Ispagna, visse comunemente in Napoli, ove convien credere che fosse trasportato ancora fanciullo. Ei fu uno de’ socj della celebre accademia del Pontano, e questi lo introduce a parlar nel suo dialogo intitolato Ægidius, in cui il Cariteo fa menzione di Petronilla sua moglie, da cui avea già avute figlie in gran numero, e della podagra che lo travagliava (p. 180, ed. flor. 1520). Il Sannazzarro però, amico egli ancora del Cariteo, di cui fa ne’ suoi versi onorevol menzione (l 1, eleg. 11, p. 118, ed. Comin. 1731), dà alla moglie il nome di Nifea (ib. l. 1, epigr. 11, p. 165), se pur egli nol fece per facilità, o per vezzo di poesia. Non sappiamo fin quando ei vivesse; ma certo egli era morto nel 1515, come raccogliam da una lettera di Pietro Summonte ad Angiolo Colocci (Mem, di Ang. Colocci, p. 91, ec.), xvi. Unir« [p. 1262 modifica]1262 LIBRO la quale ancora fa vedere che il Cariteo assai dilettavasi delle rime degli antichi Provenzali; nel che era ugualmente e forse anco più versato un nipote dello stesso poeta, lo qual jovane, dice il Summonte, per essere di natura Catalano, versato in Franza, et esercitato pure assai si in leger, come, in scriver cose Toscane, tene non poca destrezza in interpretar lo idioma e la Poesia Limosina. Parte delle rime di esso furono stampate in Napoli nel 1506, poscia altre più copiose edizioni se ne fecer singolarmente nel 1509; ed esse, trattane l’espressione non molto felice, quanto a’ sentimenti e alla tessitura sono riputate tra le meno infelici di questo secolo. XVII. Fin dal primo nascere della poesia italiana avean cominciato le donne a gareggiar cogli uomini nel coltivarla; e abbiamo veduto che ogni secolo fra molti poeti avea avuta ancora qualche gentil poetessa. Maggior numero ne ebbe il secolo di cui ora scriviamo, che fu forse il più fecondo di tutti i precedenti in donne celebri per sapere, e noi dobbiam perciò nominar qui alcune delle più illustri, colla qual occasione parleremo ancor di altre donne famose per lettere a questa età, benchè di esse non si abbiano poesie italiane. Il Crescimbeni fa menzione (t. 2, par. 2, p. 147) di Battista da Montefeltro figliuola del conte Federigo da Montefeltro, e sposata l’anno 1405 con Galeazzo Malatesta signor di Pesaro, poscia, morto il marito, religiosa di s Chiara col nome di suor Girolama. Aggiugne ch ella recitò molte orazioni all’imperador Sigismondo, a’ cardinali [p. 1263 modifica]TERZO,a(i3 e al pontefice Martino V nella sua elezione; che lesse pubblicamente filosofia, e che venendo a disputa con altri filosofi ne uscì vincitrice; che scrisse ancor qualche opera, alcune laudi sacre, ed altre poesie; fra le quali egli ha pubblicata una canzone piena di energia e di forza ai’ principi italiani (t. 3, p. 170); e ch ella visse oltre il 1455. Ei reca a provar tali cose l’autorità del Clementini storico riminese. Ma, a dir vero, nè nella Cronaca de’ Malatesti di Marco Battaglia pubblicata dal P. Calogerà (Racc. d Opusc. t. 44), nè nella recente Storia che de’ Conti di Montefeltro ci ha data il signor proposto Reposati, nè in altri esatti scrittori io non trovo menzione di una Battista figlia di alcuno de’ tre Federighi conti di Montefeltro. Io credo adunque ch’ella fosse figlia del co. Antonio, come in fatti si afferma dal Giacobilli (Script. Umbr. p. 66), benchè questi per errore lo dica duca d Urbino, titolo non ancora conceduto alla casa di Montefeltro. In fatti il suddetto proposto Reposati racconta che l’anno i3i)5 Batista figlia del co. Antonio fu data in moglie a Galeotto ossia Galeazzo Belfiore Malatesta (Della Zecca di Gubbio, t. 1. p. 115), il quale poscia morì fra non molto in età di appena 20 anni, secondo la Cronaca sopraccennata, o di 23, secondo il Clementini, che lo dice morto a’ 15 di aprile dell’anno 14oo (a). Delle altre cose che da’ citati (//) L’eruditissimo sig. Annibale degli Abati Olivieri ha pubblicate in Pesaro nel T7S1 II? A -tiz r iti Itali>ta ila Montefeltro, ed ha corretto l’errore del proposi« [p. 1264 modifica]1264 LIBRO scrittori di essa si narrano, io non veggo sicure testimonianze. Ma ch’ella fosse donna di grande ingegno, e assai amante della letteratura, oltre le poesie poc’anzi accennate, cel mostra il trattato De studiis et literis a lei indirizzato da Leonardo Bruni di Arezzo (non già dal Petrarca, come scrive il Clementini) stampato in Basilea nel 1533 insiem con altri opuscoli di altri scrittori di somigliante argomento. In esso Leonardo le addita il metodo che seguir dovea ne’ suoi studj, e comincia con far di lei questo elogio: Mosso dalla costante fama delle singolari vostre virtù, ho risoluto di scrivervi, affine di rallegrarmi con voi, che con cotesto vostro ingegno, di cui sì grandi cose ho udite, siate- ornai giunta alla perfezion del sapere,, o almeno per esortan’i a conseguirla. Quindi dopo averle rammentate altre celebri donne, così continua: cercare dunque d imitarne gli esempi; perciocchè nè a caso vi è stato dato sì grande e sì raro ingegno, nè esso dee in alcun modo esser pago di cose mediocri; ma dee anzi sforzarsi di giungere alle più ardue; e in tal modo la vostra lode sarà di gran lunga Epposati ila ine seguito ove confonde un’ altra figlia del conte Antonio da Montefeltro, di cui ignorasi il nome, sposata nel 13c)'> da Galeotto belfiore, con batista, la quale fu sposala nel i4o5 da Galeazzo Malulesta; ed ha provato che questa, yivente ancora il marno, entrò nelle monache di Santa Lucia di Foligno ove 1' anno seguente finì di vivere. Più altre belle notizie intorno a questa celebre donna si posson vedere presso il medesimo autore, di cui è abbastanza nota ia erudizione c la esattezza. [p. 1265 modifica]TERZO!aC3 maggior delTaltrui. Il Campano nelforazion funebre di Batista duchessa d’Urbino, pronipote di quella di cui or parliamo, la dice donna celebratissima a’ tempi suoi, la cui dottrina ed eloquenza risvegliò ammirazione ne’ più dotti; e aggiugne ch’ella perorò innanzi al pontef Eugenio e all’imperador Sigimondo (*) con grandissimo applauso, e che tuttora leggeansi le erudite risposte che i teologi e i filosofi più rinomati avean date alle quistioni da essa loro proposte. A questa illustre matrona entrata in casa de’ Malatesti aggiugniamo il nome di un’altra da essa uscita, cioè di Paola moglie del marchese di Mantova Gianfrancesco Gonzaga, di cui in questo tomo medesimo abbiam dimostrato (par. 1, p. 45) che coltivò felicemente le lettere; e in esse ancora volle che fosse istruita la sua figliuola Cecilia, la quale, abbandonato il mondo dopo la morte del padre, consecrossi a Dio, e di cui ci ha lasciato un magnifico elogio Francesco Prendilacqua nella sua bella Vita di Vittorino da Feltre (Vita Vict feltr. p. 90, ec.). XVIII. L amor delle lettere, da cui era compresa Battista, fu in certo modo da essa trasfuso in una sua nipote, cioè in Costanza da Varano nata di Lisabetta sua figlia, e da Piergentile V arano signore di Camerino, una delle (') L’orazione detta da liutista da Montcfeltro moglie di Galeazzo Malalesta all’imperador Sigismondo e stata pubblicata dal P. abate Miltnrelli; e da essa si posson trarre diverse notizie intorno alla vita di questa celebre donna (B bl. MSS. S. flhch. Venct. p. 701. ec.). [p. 1266 modifica]• 206 LIBRO più eelebri donne di questo secolo, di cui benché non ci siano rimaste poesie, crediam nondimeno di dover qui ragionare, per non disgiungerla dalle altre matrone illustri pel coltivamento de buoni studj. Ella era nata nel 1428, come raccogliam da una lettera di Guiniforte Barzizza scritta nel 144a? cu‘> conie fi13 poco vedremo, dice ch ella allora contava 14 anni d’ età. È assai probabile che a Battista sua avola dovesse ella la colta educazione che ricevette; e questa non solo le arricchì la mente di pregevoli cognizioni, ma le ottenne ancora un felice cambiamento di sorte. Avea la sua famiglia nelle vicende delle guerre civili perduta la signoria di Camerino. Quando venuta l’an 1442 a soggiornar nella Marca Bianca Maria Visconti moglie del co Francesco Sforza, la giovinetta Costanza recitò innanzi ad essa una latina orazione, pregandola a ottenere dal conte a suo fratello Ridolfo la restituzione dell’ antico dominio. La fama di questa orazione detta da una fanciulla si sparse per tutta l’Italia; e Guiniforte Barzizza, che allora era in Milano, benchè non l’avesse mai conosciuta, le scrisse una lettera piena di congratulazione e di elogi (Guin. Barz". Epist. p. 124), in cui fra le altre cose le dice ch è cosa di gran maraviglia che una fanciulla di 14 anni abbia potuto scrivere con tanta eleganza, e ch è singolare onore dell’ Italia, che ivi le stesse donne vincano in eloquenza i più valenti oratori delle straniere nazioni. Per la stessa ragione ella scrisse ad Alfonso.re di Napoli, ed ebbe finalmente il piacere di veder esaudite le sue preghiere. [p. 1267 modifica]TERZO 1267 Perciocché Ridolfo l'anno i444 f'1 rimesso nella signoria di Camerino, come raccogliam da una lettera di congratulazione che lo stesso Barzizza a lei scrisse (ib. p. i42)- hi questa occasione recitò Costanza un’ altra orazione latina al popolo di Camerino; e questa colle due precedenti e con altre lettere da lei scritte sono state, non ha molti anni, date alla luce (Lazzaroni, Miscell, t. 7, p. 300, ec.). L’ anno seguente 1445 Alessandro Sforza, divenuto signor di Pesaro, prese a sua moglie Costanza da lui lungamente amata (V. Olivieri, della Zecca di Pes. p. 3g) (a). Il Quadrio la dice morta nell’an 1460 in età di quarantanni (f.2,71202). Ma se questo fu veramente l’ anno in cui Costanza morì, è certo ch’ella non visse oltre.a 31 anni, essendo nata, come abbiam dimostrato, nel 1428. Le suddette orazioni ed epistole latine sono l’unico monumento rimastoci del valor di Costanza negli studj dell’amena letteratura. E certo, benchè esse non possano dirsi scritte con grande eleganza, per riguardo nondimeno al tempo in cui furon coniti) Il eh. sig. Annibale degli Abati Olivieri nelle Afemorie di Alessandro Sforza ha provato (pag. i\) che il matrimonio di Costanza con Alessandro seguì agli S di dcccmbre del 14'14 * e che s°l° ncl wnrso seguente ebbe Alessandro il dominio di Pesaro Egli ha anche osservato (p. 12), che sembra incredibile e tinto a capriccio quel lungo amore, di cui vuoisi che lo stesso Alessandro prima di sposarla fosse per essa compreso. E per ultimo ba dimostrato eh'essa morì assai prima, cioè a’ 13 di luglio del 1447 7 ot*° ¡por*" dopo aver partorito il suo figlio Costanzo (p. 3q), mentre essa non contava che circa diciannove anni di età. [p. 1268 modifica]i a(38 libro poste, e all’età di Costanza, son degne di non picciola lode. Di cesi ancora, ch’ella con singolare facilità verseggiasse principalmente in latino, e questa lode fra le altre le viene attribuita in un orazion panegirica di essa, diesi ha alle stampe tra quelle pubblicate da Gregorio Britannico. Ma non so se di tai poesie si possa indicare alcun saggio. Il Crescimbeni ha data per figlia a Costanza la B. Battista (t. 2, par. 2, p.185) principessa di Camerino, e poi religiosa di s Chiara, di cui ha ancor pubblicata una Laude spirituale (t. 3, p. 106). Ma egli stesso ha poi conosciuto e ritrattato il suo errore (ib. p. 375). La religiosa fu figlia di Giulio Cesare di Varano signore di Camerino e di Giovanna Malatesta, e morì solo nel 1524 Ma un’ altra Battista fu veramente figlia della suddetta Costanza, data in isposa l’ an 1459) a Federigo duca d’Urbino, e morta in età di soli 27 anni non ancora compiti nel 1472 (Reposati, Zecca di Gubbio, t 1, p. 200, 247). Magnifiche ne furon le esequie, e il vescovo Giannantonio Campano ne recitò l’ orazion funebre che si ha alle stampe tra le opere del medesimo. Da essa raccogliesi che Battista allevata presso il duca Francesco Sforza in età di soli 14 anni recitò in Milano con istupore di tutti un’ elegante orazione latina; che tornata tra’ suoi, non v’ ebbe ambasciadore, principe, o cardinale, che passasse per Pesaro, cui ella non complimentasse, e per lo più all’ improvviso, latinamente; e che divenuta già duchessa d'Urbino, arringò un giorno con tale eloquenza innanzi al pontefice [p. 1269 modifica]TERZO, 369 Pio II, che questi, benchè uomo eloquente e dottissimo, si protestò di non aver forza a risponderle ugualmente. Niuna cosa però di questa valorosa donna veggo da alcuno indicarci, come ancora esistente (*). XIX. Io non farò qui menzione nè della B. Caterina da Bologna, di cui si hanno alle stampe alcune Laudi spirituali, perciocchè esse son più pregevoli per la pietà che per l’eleganza, e v’ ha ancora chi dubita ch’ esse almeno in parte sieno di suor Illuminata Bembo compagna della santa (Quadrio, t. 2, p. 203, ec.); nè di Laura Brenzoni Schioppi veronese annoverata tra le poetesse di questo secolo, e lodata sommamente da Dante III Alighieri, come si può vedere presso il march Maffei (Ver. illustr. par. 2, p. 213), che corregge gli errori da molti commessi nel ragionarne, ma non ci iu. dica cosa alcuna che di lei ci rimanga. Basterammi ancora accennare semplicemente i nomi di Lucrezia Tornabuoni de’ Medici madre di Lorenzo il Magnifico (Quadrio, t 2, p. 4y3), (*) Un magnifico elogio di Batista duchessa d’Urbino ci ha lasciato il Bclussi (Addiz. alle Donne ill. del Boccacc. pag. 161), tratto singolarmente da quello che già avenne scritto fra Jacopo Filippo da Bergamo (De clar. Mulìer.). Magnifico ancora è queilo che ce ne lia fatto Bernardo Tasso nel suo Amadigi. La prima che Demostene e Piatane Par ch'abbia acanti, c legga anche Platino, D'eloquenza e sacere al paragone Ben potrà »tar con V Ortilor d" Arpino. Uog lie Jia d’un invitto alio campione Fcdrigo duca dell' antica Urlino. c. 44, »t. 57. [p. 1270 modifica]1^7° LIBRO <1 Isabella d’Aragona moglie del duca di Milano Giangaleazzo Maria Sforza (ib. p 210), di Serafina Colonna (ib. p. 218), di Anna di Spina romana (ib. 221), di cui si narra che in età di 14 anni era ammirabile nel verseggiare, e che morì giunta appena al XV anno; delle quali e di altre simili poetesse si posson Veder le notizie presso il Quadrio. Abbiam già fatta menzione nel capo precedente d Ippolita Sforza figlia del duca Francesco (a), e maritata poi ad Alfonso II re di Napoli, dotta nella lingua greca e in ogni genere di amena letteratura, di cui innoltre rammentano il Sassi Hist, Typogr. mediol. p. 151) e l’Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 2, pars 1, p. 1380) due orazioni latine da lei recitate, che si conservano nell’ Ambrosiana, una in lode della duchessa Bianca sua madre, l’altra in Mantova innanzi al pontef Pio II (*). Anche Carlo VIII re di (a) Degli studi felicemente coltivati da Ippolita Sforza abbiamo un bel documento in un codice dell’ open-Ua de Senectute di Marco Tullio da lei medesima scritto, clic or si conserva in Roma nel monastero di Sauta Croce in Gcsusatemme, e ebe è descritto dal P. abate Casati (Cicereii Epist. t. 1, p. 173). Al fin della quale si legge: Ego Ilìppnlyta María Vicecomes Illustrissimi Principis Francisci Sforliae Duris Mediolani exeripsi ritea manti hunc libellum sub tempus putritine mrac et sub Baldo Praeceptnrc (cioè Baldo Martorelli) anno a Natali Christiana ucccciym octavo Idus Julias. E vi si aggiungono al principio e al fine parecchie sentenze di diversi autori da lei raccolte. (“) L’orazione detta da Ippolita Sforza nel r4”o in Mantova innanzi al pontefice Pio 11 è stata pubblicata da monsig. Mansi (Pii II Oration. t. 5, p. iya). [p. 1271 modifica]TERZO 1 2" I Francia, quando nel i4‘)5 venne in Italia, si udì arringare con suo stupore in Asti da una fanciulla di 11 anni, cioè da Margherita Solari astigiana, come narrano il Chiesa (Teatro degli Scritt. piem, p. 248) e il Rossotti (Syllab. Script pedemont. p. 183), i quali indicano ancora che questa orazione si legge stampata nell’ opera di un certo Pietro Esnauderie intitolata Les Louanges du Mariage. e aggiungono ch’ ella fu valorosa nella poesia non meno che nell’ eloquenza. Laura Cereta bresciana, di cui ha scritta la Vita, e pubblicate nel 1680 le lettere latine Jacopo Filippo Tommasini, fu donna ella ancora assai famosa a quei’ tempi, e lodata perciò da Elia Capriolo (Stor, di Bresc. l. 12), benchè non sappiasi ch’ella scrivesse rime (a). In un codice a penna, che si conserva in Carpi presso il sig. avv Eustachio Cabassi, e che contiene una raccolta di Rime fatta nel 1460 da Felice Feliciarto, se ne leggono alcune di Medea degli Aleardi veronese scritte al co Malaspina pur veronese, e a Niccolò de’Malpigli bolognese) nel qual codice, oltre le poesie d altri poeti già noti, trovansene ancora alcune di Filippo Nuvolone e di Tom(a) Fratello ili Laura fu Daniello Cerelo medico insieme e poeta, morto nel l'J-zH, di cui per opera del valoroso sig. abate GiambaliUn Budella è stato pubblicato in Brescia nel 1778 un lungo poemetto elegiaco in lode di Brescia c degli illustri Bresciani intitolato: (le Foro et Laudibus Bri.ti ne ad Magni/'. Lodovicum Marlinrngum, premessevi le notizie della vita e delle opere del medesimo Daniello. [p. 1272 modifica]•a“3 libro muso d’Arezzo, poeti finora non conosciuti. Finalmente Alessandra Scala figlia dello storico Bartolommeo, amata dal Poliziano, e moglie di Michele Marullo, poetò ella ancora, se non in lingua italiana, di che non trovo indicio, certamente, e con sua gloria maggiore, nella greca, come ci mostrano alcuni suoi greci epigrammi che vanno aggiunti alle Poesie latine del Poliziano, oltre una lettera latina che ne abbiamo tra quelle di Cassandra Fedele (ep. 107). XX. Due Isotte, celebri amendue nella storia e nelle opere de’ poeti, ebbe il secol-presente. La prima detta da Rimini, della nobil famiglia degli Atti, prima concubina, poi moglie di Sigismondo Pandolfo Mala testa; la seconda della cospicua famiglia Nogarola in Verona. Queste due Isotte sono state confuse insieme, come se fossero state una sola, da alcuni scrittori, e singolarmente dall’ab Goujet nel suo Sup1 demento al Moreri. Troppo però è evidente la loro diversità, perchè faccia bisogno di trattenersi a provarla. Della prima ci ha date copiose notizie il co Mazzucchelli, inserite prima nella Raccolta milanese (an. 1756), poscia separatamente stampate in Brescia nel 1759. Ella è celebre principalmente pe’ versi che in lode di essa composero diversi poeti di quell’età, e singolarmente Porcellio, Basinio e Trebanio, i quali furono la prima volta stampati in Parigi neI 1549, come altrove si è detto. Se crediamo ad essi, ella nel poetare fu un’altra Saffo. Ma come al tempo medesimo essi la dicono un’altra Penelope nell’onestà, così, se [p. 1273 modifica]TEIlZO 12^3 fila non fu miglior imitatrice di Saffo che di Penelope, non può aver gran diritto ad essere annoverata fra le poetesse. Non così l'altra Isotta, che fu donna per onestà non meno che per sapere rinomatissima, figlia di Leonardo Nogarola e di Bianca Boromea padovana. Di lei ragiona il March MafFei (Ver. illustr. par. 2), il quale accenna gli elogi di cui molti scrittori di quel secolo l’hanno onorata, come donna ben istruita in tutte le scienze, e anche nel verseggiare eccellente. Ad essi io aggiugnerò quello di Costanza da Varano nominata poc’anzi, la quale avendo vedute molte lettere d’Isotta, e ammirata avendone l’eleganza e la gravità, le scrisse una lettera piena di lodi, che si ha alle stampe colle altre lettere ed orazioni della medesima (Lazzaroni, Miscell t. 7, p. Quando Lodovico Foscarini dottissimo patrizio veneto fu podestà in Verona nel 1451, Isotta ancora intervenne alle assemblee degli eruditi ch’ egli godea di raccogliere per udirli disputare tra loro; e in una di cotai conferenze essendosi disputato se la prima colpa dovesse attribuirsi più ad Adamo che ad Eva, Isotta fu di questo parere; e la disputa su ciò da essa tenuta fu poscia stampata in Venezia nel 1563 insieme con un’elegia della medesima Isotta; intorno a che, oltre il march Maffei, veggasi il P. degli Agostini (Scritt. venez. t. 1, p. 58, cc.). Il primo di questi scrittori accenna ancora altre opere d’Isotta, che sono inedite, e ad esse deesi aggiugnere il principio di 1111’ora zinne in lode di S. Girolamo, che conservasi in questa Tikaboschi, Voi. IX. [p. 1274 modifica]13-4 LIBRO biblioteca Estense (*). Ei reca inoltre fautori là «li F. Jacopo Filippo da Bergamo, il quale, secondo lui, nella sua Cronaca afferma che Isotta morì celibe in età di 38’anni nell’an 1446. Ma il P. degli Agostini osserva che quel cronista non nomina pure Isotta nell’opera or accennata, che ben ne parla nel suo libro intorno alle Donne celebri per virtù o per vizj, e che ivi la dice morta in età appunto di 38’anni, ma assai più tardi, cioè nel 1466. E certo, s’ella fosse morta nel 1446 non avrebbe potuto venire a disputa innanzi al Foscarini, che non fu podestà in Verona che nel 1451. Io credo però, che il cronista ancora abbia errato nel fissar gli anni d’Isotta j perciocché lo stesso p degli Agostini osserva altrove (ib. p. 234) ch essendo stato Ermolao Barbaro il vecchio fatto protonotario apostolico nel 14*^7 > Isotta gli scrisse una lettera di congratulazione, la quale ancora si conserva in Verona. Or se Isotta nel 1466 non avea che 38 anni d’età, nel 1437 ella ne contava sol 9, nè era perciò in istato di scrivere cotal lettera. Quindi, se ella veramente morì in quell’anno, convien dire che fosse più che non affermasi dal cronista avanzata in età (**). Mario Filelfo aveane (*) Una lettera latina d’Isotta Piegarola a Lodovico Foscarini è stata pubblicata dal H. abate Mitlarclli t Bill. MSS. S. Mieli. Venti, p. 811) (**) Anche Angiola Nogarola figlia del cav Antonio, e moglie di Antonio d’ Arco, viene da F. Jacopo Filippo da Bergamo (De clar. Mulier.) e dal Betussi (Addiz. alle Donne ill. del Boccac. p. 151) lodata, come donna per costumi non meno che per sapere celebratissima, e ne rammentano alcune egloghe e alcune altre poesie che furono ricevute con sommo plauso. [p. 1275 modifica]TERZO ia-5 scritta la Vita in versi latini, di cui avea copia il march Maffei, e un opuscolo in lode della medesima avea pure scrittoli Foscarini poc’anzi citato, che vien rammentato dal P. degli Agostini (ib. p. 105). Il march Maffei accenna ancora Ginevra sorella d’Isotta e moglie del co Brunoro Gambara, di cui si lodano alcune eleganti lettere. Ma ei non ha conosciuta un’altra poetessa veronese, di cui il sig. can Bandini ci ha data prima di ogni altro notizia (Cat. Codd. hit. Bihl. Laur. t. 3, p. (639), ec.). Essa è Polissena de’ Grimaldi, di cui nella Laurenziana conservansi due poetici componimenti latini, uno in lode del co Francesco Sforza, l’altro in lode di Bianca Visconti che fu poi moglie dello stesso co Francesco; e una lettera in prosa a Costanza da Varano, oltre due altre lettere che non han nome, ma che forse sono della medesima Polissena ». XXI. Nella corte ancor di Ferrara videsi una principessa adorna di non ordinario talento in più generi di letteratura felicemente da lei coltivato. Ella fu Bianca figlia del march Niccolò III, e nata a’ 18 di decembre del 1440 (Script Rer. ital. vol. 18, p. 1096). Tito Vespasiano Strozzi ci ha lasciato un magnifico elogio di questa principessa, che comincia con questi versi: .’Æmula Pieridum, et magnae certissima cura Palladis, Estensem Virgo quae tollis ad astia l'.ximia virtute domum, cui non tulit aetas Nostra parem, quid primum in te mirabile dicam Carm, p., ed. Aid. i ji3. XXI. Riaucj tl’E[p. 1276 modifica]I 2^6 LlBllO Quindi dopo averne accennati i pregi che son doni della fortuna, passa ad esaltarne la pietà, singolare e l onestà dei’ costumi, l’eccellenza a cui era giunta nella danza, nel canto, nel suono, e nel ricamo. Ma più d’ogni cosa ne loda lo studio della poesia e dell’eloquenza, e l’eleganza con cui scriveva in verso non men che in prosa, e in latino del pari che in greco: Te chorus Aonidum secreta per avia ductam Pierios haurire lacus, umbrasque subire L.turiteli nemoris, sedesque habitare beatas Permittit, comitemque sacri jubet agminis ire. Hinc fluit ingenuus vigor, hinc sublime videmus Ingenium, hinc nitidi facundia provenit oris. Sive libet faciles numeris includere versus, Libera seu pedibus componere verba solutis, Sive quid ipsa paras Grajae non inscia linguae. Nec satis est, si te nuribusque virisque Latinis Praeferimus, quos nostra vident nane saccaia; *ed jatn Vatibus acquari meruit tua laurea priscis. Così continua lo.Strozzi lodando Bianca, di cui aggiugne che Federigo duca d’Urbino avea destinato di darla in moglie a un suo figlio; ma che questi morì in età giovanile, prima che si celebrasser le nozze. E questi debb’ esser Buonconte figlio' di Federigo, di cui di fatto leggiamo che morì in età di soli 14 anni (Reposati, Zecca di Gubbio, t. 1, p. 2G5). XXII. Grandi elogi veggiam farsi non meno di Damigella ossia Domitilla Trivulzia figliuola di Giovanni Trivulzi senator milanese e di Angiola Martinenga bresciana, e moglie di Francesco Torello conte di Montechiarugolo, di cui [p. 1277 modifica]TERZO % I27rimasa poi vedova si rinchiuse in un monastero (*). Di lei, oltre ciò clic ne limino detto (’) lo ho seguito il Quadrio affermando che Damigella Trivulzia Torella rimasta vedova del co. Francesco Torello suo marito si chiuse in un monastero. Il ch. P. Ireneo Affò da vari monumenti che si conservano nel suo convento de' Minori Osservanti di Parma, e ch’ ei mi ha cortesemente additati, ha raccolto che dopo la morte del marito ella continuò ad attendere al governo della famiglia, non meno che del feudo di Monlccbial-ugnjo, e alla educazione dell'unico suo figlio Paolo, giacchè i cinque figli che lo stesso Quadrio le dà, fondato sopra un albero di questa illustre famiglia, bu on nipoti di Damigella, e figli di Paolo che fu il solo ch’ essa avesse. E in tal modo ella visse fino al 1530, in cui chiuse i suoi giorni. Non è parimente provato ciò che il Quadrio afferma, ch’ella, anco vivente il marito, si ritirasse talvolta in un chiostro. Il passo del Pacediano, che la dice assente da Parma, se ben si esamini, pruova soltanto ch'essa non era in Parma, ed è probabile ch’ ella fossa al suo feudo di Montechiarugolo, da cui era allora escluso il co. Cristoforo di lei cognato, per essere stato contrario al partito francese. Ciò che principalmente ha tratto in errore il Quadrio, sono quei’ due versi dell’Ariosto: Veggo Ippolita Sforza, e la nodrita Damigella Trivulzia al sacro speco. C. 46, st. 4, ove la voce speco è stata da lui intesa, coma se dinotasse monasterio, o romitorio. Ma se noi esaminiamo le prime edizioni dell’ Ariosto, veggiumo che per sacro speco egli intese quel delle Muse. perciocchè in quella di Venezia dell’an 1526 così si legge: Veggo Ippolita Sforza, e la nutrita Trivultia de le Muse al sacro speco. C. 46. st. 4. Non vi ha dunque alcun fondamento a stabilire questo volontario ritiro di Damigella. Falso è parimenti ciò che [p. 1278 modifica]•^7^ LIBRO alcuni scrittori di que' tempi, Jia lungamente parlato il Quadrio (L q, p. qo, ec.), confutando i molti errori da’molti commessi nel ragionarne (Jìibl. Script, mediol. t. a, p. 5i!j). Io ne recherò solo le parole di Niccolò Pacediano, il quale la vide nel 1617, e no lasciò questo onorevole plogio in certe sue memorie che manoscritte si conservano nella biblioteca Ambrosiana in Milano. Ella fisplende, dice egli secondo la traduzione fattane dal detto Quadrio, illustre per la fama traile più chiare femmine di questo secolo: poiché è possente per molte virtù. E in prima ella e più dotta di quello che alcun possa immaginare di femmina. 'Era' Musici e per arte, e per attitudine, e soavità di voce sovrasta. Ila imparate per eccellenza le Lettere Greche, e molte altre sì fatte cose ella sa; intanto che è la maraviglia di tutti. Nè le mancano oltre alle doti della fortuna e dell’ animo anche quelle della natura, essendo da annoverarsi meritamente tra coloro che hanno pregio di beltà. Dalle quali cose allettato ebbi molta il Quadrio afferma, ch’ella circa il 1486 andasse a marito; perciocchè F. Jacopo Fdippoda Bergamo, nella sua opera De claris Mulieribus stampata in Ferrara nel 1497, la distingue come ancora fanciulla. Magnifico è l’ elogio che ne fa questo scrittore; e da esso ha tratto in gran parte il suo Giuseppe Betussi, che altamente ne loda la perfetta intelligenza della lingua latina, le orazioni recitate innanzi a cospicui personaggi, la rara memoria, lo studio della lingua greca e della filosofia, e le belle virtù delle quali fu adorna; benché poscia con grave errore soggiunga ch’egli non trova che’essa avesse marito (Addiz. alle Donne ill. del Boccac. p. 176 ed. ven. 1547). [p. 1279 modifica]TERZO 1 allegria che mi fosse questo uffizio toccato di visitare così insigne e tal donna, la quale certamente ritrovai facilmente accessibile, gradevole nel parlare e vogliosa di trattare coi dotti. XXIII. Niuna però fra le donne erudite di questo secolo giunse ad uguagliare la fama di Cassandra Fedele; la quale, benchè vivesse in estrema vecchiezza fin oltre alla metà del secol seguente, dee essere qui rammentata, perchè a questi tempi principalmente ella si rendette famosa (*). 11 Tonimasini ne ha scritta la Vita, che ha premessa alfedizion da lui fatta nel 1636 delle Orazioni e delle Epistole di questa celebre donna, dalle quali ne ha tratte le principali notizie; e un compendio di essa ci ha dato il P. Niceron (Mém, des Homm. ill. t. 8, p. 366). Ella era di nobil famiglia oriunda da Milano, e veggiamo perciò, ch ella era in corrispondenza di lettere con Baldassare Fedeli milanese arciprete di Monza, e che questi riconoscevala a sua parente. Nata in Venezia circa il 1465 da Angiolo Fedeli e da Barbara Leoni, fu per voler del padre istruita nelle lettere greche e latine, e negli studj dell eloquenza, della filosofia e ancor della musica, con sì lieto successo, che ancor fanciulla divenne l’ammirazion de dotti. Ecco con quali elogi le scrive Angiolo Poliziano in risposta ad mia lettera che aveagli (*) Degno d’ esser letto è F elogio che di Cassandra Fedele Ima fatto prima Jacopo Filippo da Bergamo, ehe seri ve a mentre ella era ancor giovane (Dv dar. Afulier. i, poscia il Belassi (Addii, alle Donne ili. del iiorcac. p. 173). [p. 1280 modifica]1 a8o LIBRO indirizzata Cassandra. Dopo aver cominciato con quel verso di Virgilio: O decus Italiae virgo, quas dicere grates, ec., e dopo aver detto quanto sia cosa ammirabile che una fanciulla in sì tenera età sia giunta a saper tanto, così continua: (l. 3, ep. 17): Tu scrivi, o Cassandra, lettere piene di sottigliezza d ingegno e di latina eleganza, e non meno leggiadre per una certa fanciullesca e verginale semplicità, che gravi per prudenza e per senno. Ho letta ancora una tua orazione erudita, eloquente., armonica, maestosa e piena di gran talento. Nè ti manca l arte di arringare improvvisamente, al che non giungon talvolta i più eccellenti oratori. Mi vien detto inoltre che nella filosofia e nella dialettica sei inoltrata per modo, che, e avvolgi altri in gravissime difficoltà e sciogli con felicità ammirabile quelle che a tutti eran sembrate insolubili, e che difendi, o combatti, secondo il bisogno, le proposte quistioni, e fanciulla qual sei non temi di venir a contrasto cogli uomini in tal maniera, che nè dal sesso ti si sminuisce, il coraggio, nè dal coraggio la modestia, nè dalla modestia l ingegno. E mentre tutti ti esaltano con somme, lodi, tu ti confondi, e ti umili per modo, che abbassando a terra i verginali sguardi, sembri che abbassi ancora la stima in cui ti hanno. Oh chi mi conduce costà, perchè io possa, o Cassandra, conoscerti di presenza, e rimirare il tuo portamento, il tuo abito, i tuoi gesti, e udir le parole che a te sembrano dettar le Muse! Così continua il Poliziano ad esaltarla con somme lodi, e finisce augurandole un tal marito clic [p. 1281 modifica]TERZO 1 118 I sìa degno di lei, e sempre più la renda l’elice. Abbiamo ancora una lettera a lei scritta da Matteo Bosso canonico Regolare, in cui esortandola a sofferir con coraggio i mali che la travagliavano, ne loda insieme non solo il raro talento nel disputare, nel verseggiare, nello scrivere, ma ancora l'illibata verginità e l’innocenza de costumi (Epist famil. sec. ep ult. Battista Fregoso da noi mentovato altrove, che vivea a que’ medesimi tempi, mentre Cassandra non era ancora data a marito, l’annovera egli ancora tra le donne più illustri, e dice ch’ ella era rimirata come un prodigio; che scriveva elegantissimi versi latini, e dolcemente accompagnavali col suon della cetera; che in Padova avea ottenuta gran lode disputando in pubblico, e rispondendo a qualunque dotta quistione le venisse proposta; e aggiugne che avea pubblicato un libro intorno all’ordine delle scienze, il quale debb’esser perito (De dict, et faCt memorab. l. 8, c. 3,'. Alcuni affermano che nell'università di Padova ella tenesse pubblica scuola. Ma di ciò nulla abbiamo ne’ monumenti di quello Studio, e troviam solo che, come in più occasioni ella fu destinata a parlare pubblicamente, così fra le altre l’an 1487 recitò un’ orazione in occasion della laurea che ivi prese Bertuccio Lamberti canonico di Concordia suo parente (Facciol. Fasti Gymn. pat. pars 2, p. 16 \ Ed ella attendeva ivi in que’ tempi agli studj delle scienze, nei' quali sappiamo ch’ ella ebbe a suo maestro Gasparino Borro veneziano dell’Ordine dei’ Servi di Maria Vergine (Agostini. Scritt. venez. t. 2, p. 601). [p. 1282 modifica]128a L1BU0 La fama sparsa del sapere di Cassandra fece che ella fosse cercata con grandi premure dal pontef Leone X, da Luigi XII re di Francia, e da più altri principi, tra’quali la reina di Spagna dovette farle più calde istanze; perciocchè abbiamo tra le Poesie dell’Augurello un’ ode con cui la esorta ad intraprender quel viaggio: Ad Cassandram Fidelem Venetam, ut se ad Hispaniarum Reginam libenter coiifèrat (Carni. I. 2, od. 11); anzi le Lettere di Cassandra ci mostrano ch’ ella fosse disposta a recarsi a quella corte (ep. 11, 12, ec.); mala Repubblica veneta troppo gelosa di conservare un sì pregevole suo ornamento, non le permise di accettare le lor proferte. Fu data in moglie a Giammaria Mapelli medico vicentino, il quale destinato essendo dalla Repubblica a passare in Candia per esercitarvi la medicina, Cassandra il seguì; e nel tornar poscia con lui a Venezia, furono travagliati da una pericolosa tempesta, per cui. perduta parte de loro averi, furono essi ancora esposti a gran pericolo di morte. Perdette il marito, da cui non ebbe figliuoli, l’anno 15a 1. Il Tommasini e il P. Niceron dicono ch’ ella in età di 90’ anni fu eletta superiora delle Spedaliere di S. Domenico in Venezia; che governò quella casa per 12 anni, e che morì avendone 102 di età verso il 1567. Ma nell’epoca della morte di questa illustre matrona essi han preso errore. Il chiariss senatore Flaminio Cornaro ne ha rinvenuto l’anno e il giorno preciso nel Necrologio del Convento di S. Domenico di Castello della stessa città in queste parole: Anno 1558 [p. 1283 modifica]TERZO 1283 2(ì Martii sepulta fuit D. Cassandra Fidelis in prima parte Claustri prope sepulturam de Alberghetis (Eccl. ven. t. 7, p. 345). Quindi o ella non giunse che a novantatrè anni di età, se era nata nel 1465, o se ella arrivò veramente a’ cento due anni, convien dir che nascesse circa il 1456. Le Lettere e le Orazioni latine scritte non senza eleganza sono il sol monumento che del saper di Cassandra ci è rimasto; ed esse insieme ci mostrano che quasi tutti i principi e gli uomini dotti di quell età godevano di aver con lei frequente commercio di lettere. Ch’ella coltivasse la poesia italiana, non trovo chi lo affermi. Non è però verisimile che, avendo ella rivolto l’animo ad ogni sorta di studj, questo solo fosse da lei trascurato. XXIV. Le poetesse e i poeti finor mentovati non eransi occupati comunemente che o in cantare d’amore, o in altri generi di lirica poesia. Niuno avea ancora ardito di accingersi a più grande impresa, cioè a quella di un poema epico. E se questo nome si voglia intendere nel rigoroso suo senso, ci converrà aspettare fino al secol! seguente a trovarne il primo esempio. Ben si videro a questa età alcuni poemi di varj generi per lo più non molto felici; ma che pur furono i primi passi che si diedero, per giugner poscia a cose migliori. Tra essi possiamo annoverare il Viridario e il Fedele di Gianfiloteo Achillini, poemi scientifici e morali in ottava rima (Quadrio, t. 6, p. 28), la Sfera del Mondo attribuita a Goro di Staggio Dati fiorentino colle giunte di F. Giovanmaria da Colle domenicano, nel medesimo metro (ib. [p. 1284 modifica]<384 LIRRO p. 4<)j hi Geografia del Berlinghieri, da noi già rammentata, come pure alcuni, de quali abbiamo veduto che scrissero storie in versi, l’opera De f/nnnre Multe rum in terza rima di Benedetto di Cesena, die di cesi coronato poeta da Niccolò V (ib. p. 211). la Città di Vita di Matteo Palmieri, di cui altrove si è detto, e altre opere somiglianti ch è inutile l’annoverare. I poemi ne’ quali si prese a cantare qualche eroe da romanzo, fui’on quelli che più dappresso accostaronsi a’ poemi epici. E di questi ebbe il secol presente gran copia. Il romanzo de’ due Amanti di Gasparo Visconti, alcuni de’ poemi di Battista Fregoso, i Reali dell’Altissimo, de’ quali tutti si è già fatta parola, il Philogine di Andrea Baiardi (Mazzucch. Scritt. ital. t 2, par. 1, p. 68), il Buovo d’Antona stampato per la prima volta in Venezia nel 1489 (Quadr. I. dtp. 540, il Troiano e l’Alessandreide di Jacopo di Carlo fiorentino, il primo stampato la prima volta in Milano nel 1518, il secondo in Venezia nel 1521, ed altri moltissimi poemi di tal natura, poco felici per l’invenzione non meno che per lo stile, appartengono a questo genere. Noi lasciando tutti gli altri in disparte, direm di tre soli che ottennero allor maggior nome, e anche al presente non l’hanno interamente perduto, cioè del Morgante maggiore del Pulci, dell’ Orlando Innamorato del co. Boiardo, e del Mambriano di Francesco Cieco da Ferrara XXV. Tre fratelli della nobil famiglia de’ Pulci ebbe sul fine di questo secolo la città di Firenze. Bernardo, imo de’ primi scrittori di [p. 1285 modifica]TERZO,285 poesie pastorali, le cui Egloghe insieme con quelle di Jacopo Buoninsegni, di Francesco Arrocchi e di Girolamo Benivieni furono stampate in Firenze nel ifò'i, pubblicò ancora la versione della Buccolica di Virgilio nel 1494 oltre più altre poesie. Luca. oltre le Stanze per la Giostra di Lorenzo de’ Medici, e oltre l’ Epistole in terza rima stampate in Firenze nel 14j)1 ed altre poesie, fu autore ancora del Driadeo d’Amore, nella prima edizione del i4$9 attribuito per errore a Luigi di lui fratello, e del Ciriffo Calvaneo, amendue poemi romanzeschi in ottava rima, il secondo però de’ quali fu in parte opera di Luigi (ib), t. 6, p. 584, ec.)• Questi nell’edizion del Morgante fatta in Napoli nel 1732 si dice nato ai’ 15 di agosto del 1432. Ma negli Elogi degl illustri Toscani (t. 1) con autentici monumenti si prova ch’ ei nacque a 3 di dicembre del 1431. Poco per altro sappiamo della vita da lui condotta, che fu del tutto privata, e sol rivolta agli studj. Fu amicissimo di Angiolo Poliziano e di Lorenzo de Medici, e ad istanza di Lucrezia Tornabuoni madre dello stesso Lorenzo, corifei medesimo afferma (c. 28, st. 131), si accinse al lavoro del suo Morgante, ch è uno de’ Paladini celebri ne’ romanzi composti sopra le imprese di Carlo Magno. Alcuni hanno creduto che vi avesse gran parte Marsiglio Ficino, e altri ancora ne han fatto autore il suddetto Angiolo Poliziano. Ma chi ha così giudicato, convien dire che non avesse mai lette le opere di questi autori j altri menti ci 11011 avrebbe portata sì strana opinione. Bernardo Tasso racconta (Lettere, t. 1, [p. 1286 modifica]i udrò p. 147j *■ 2, p. 3o7, ed. Corniti.) clic Luigi soleva leggerne i canti di mano in mano alla tavola di Lorenzo. Ciò ch è più leggiadro, sono i div ersi giudizi che di questo poema si recano da diversi scrittori. Alcuni il pongon tra’ serj, altri tra’ burleschi; alcuni ne parlano con disprezzo, altri non temon di anteporlo al Furioso dell’Ariosto. Il che altro non prova, se non che non v’ha alcuna follia che non sia stata scritta e adottata da alcuno. Basta aver qualche poco di senso comune e di buon gusto, per ravvisar nel Morgante un poema burlesco, in cui si vede invenzione e fantasia poetica, e purezza di stile per ciò che appartiene a’ proverbj e ai’ motti toscani, de’ quali si legge ivi gran copia. Ma la sconnessione e il disordine de’ racconti, la durezza del verso, la bassezza dell’ espressione, appena or ce ne rende soffribile la lettura. Innoltre dee biasimarsi l’abuso di volgere in ridicolo le cose ancora più sacre, e i testi medesimi della sacra Scrittura, difetto però comune allora a non pochi tra’ poeti burleschi. Alessandro Zilioli, nella sua Storia inedita de’ Poeti italiani citata da Apostolo Zeno (Nota al Fontan. t. 1, p. 260, ec.), racconta che il Pulci morì miseramente in Padova, e che per l’empietà da lui scritte fu privo dell’ecclesiastica sepoltura. Ma egli è il solo che narri tal cosa; e non è autore a cui si debba gran fede; e il tempo non meno che le circostanze della morte del Pulci sono del tutto incerte (*). Delle diverse edizioni del Morgante (*) l’ntna ilei Zilioli avea uarrate le stesse cose del [p. 1287 modifica]TERZO I287 vcggasi il Quadrio (t. 6, p. 563), a cui deesi aggiugnere la più recente e vaghissima fatta in Parigi colla data di Londra nel 1768. Altre poesie di Luigi Pulci si hanno alle stampe, e fra le altre i Sonetti corsi tra lui e Matteo Franco poeta fiorentino anch’esso, nei’ quali questi due poeti, benchè tra loro amicissimi, si dileggian però e si mordon l’un l’altro rabbiosamente; di che veggasi il sopraccitato Quadrio (t 2, p. 566). XXVI. Di Matteo Maria Boiardo conte di Scandiano, dopo le belle ed erudite notizie che ne ha date al pubblico il cav Antonio Vallisnieri (Calogerà, Racc. t. 3, p. 351, ec.), ha parlato con molta esattezza il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1436, ec.), e poco rimane ad aggiugnere a ciò ch’ essi ne han detto. Ei nacque dal co Gasparo e da Cornelia degli Apj circa il 1430 alla Fratta presso Ferrara (*). Gli scrittori ferraresi citati Pulci lo Scardeone, la' cui autorità è alquanto maggiore (De antiq. urli. Palar. p. 323). (*) 11 eh. dottor Baratti si è steso assai a lungo in provare che il co Matteo Maria Boiardo fu ferrarese e non reggiano (Mem. de’ Letter ferrar, t. 1, p. 5q, ee.). •Su questo punto noi tornerem forse a parlare, ma più in breve, nella Biblioteca degli Scrittori modenesi, che ci apparecchiamo a dare alla luce. Qui frattanto ritratteremo l’errore in cui ci ha tratti l’autorità del co Mazzucchelli e di altri scrittori, e confesserem!! volentieri che Matteo Maria non fu già figlio del co. Gasparo e di Cornelia degli Api, ma del co. Giovanni e di Lucia Strozzi sorella del celebre l’ilo, e che non vi ha pruova a mostrare ch’ei nascesse alla Fratta. Egli non crede che il Boiardo fosse scolaro del medico XXVI. Mai™. >1.,ru Rounlu;

  • tio Oliando

Imami-raG». [p. 1288 modifica]1388 LIBRO da’ mentovali autori lo dicono scolaro nell’ università di Ferrara di Succino Benzi filosofo a f«Ioso|o Soccino Meti/.i; e noi pure non abbiamo osato di affermarlo. Ma ciò ch’ egli aggiugne parlando di Soci uhi, cioè die forar, non J'u mai, ci sembra contrario ai troppo autorevoli monumenti citati dal co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 14 3G, ec), e singolarmente a una lettera del card Jacopo Ammanati scritta a lui stesso nell’anno i4^4 {Jc. Papiens. Epist, p. 3i), rp. 5l)- Sieguc presso il 15 ¡rotti una lunghissima digressione contro ciò di che il Muratori avea sospettato, e che da noi pure si è a suo luogo creduto non improbabile (t. 4 • P- 3oa), che la Cronaca imperiale di Riccobaldo, che il Boiardo ci diede come da lui tradotta in lingua italiana, fosse cosa dal Boiardo stesso composta, e spacciata sotto il nome quell’antico scrittore. Noi non vogliam trattenerci nel disputarne più oltre. Si leggano le ragioni del Muratori; si leggano le risposte del Barotti, e si decida qual delle due opinioni sia la più verisimile. L’epoca della morte del co. Matteo Maria si dee fissare non ai’ venti di febbraio, come noi, seguendo altri scrittori, abbiamo affermato, ma al mese di dicembre, come lo stesso dott Barotti ha dimostrato. Egli confessa ch è incerto il luogo ov’ ei fu sepolto, e crede probabile che fosse in Reggio, Io so che citasi un ms. in cui si narra da quel sacerdote medesimo che accompagnò il cadavero!, che questo fu condotto a Scandiano, e deposto nella Rocca, onde poscia dal clero fu trasportato alla chiesa maggiore, e di magnifiche esequie onorato. Ma per quante istanze abbia io fatte per vedere un tal ms., non l’ho potuto ottenere. Io aggiugnerò per ultimo che in questo ducale archivio si conservano molte lettere del Bojardo al duca Ercole I, le quali però non ci offron notizie molto importanti. « Si può ora vedere ampiamente esaminato nella Biblioteca modenese (t. 1, p. 287, ec.; t. 6, p. 35) ciò c lic appartiene alla patria, alla vita e alle opere del Boiardo E ivi si è anche detto che par veramente certo che il cadavero ne fosse trasportato a Scandiano, e sepolto in quella chiesa maggiore ». [p. 1289 modifica]TERZO 1289 que’ tempi illustre, e ivi laureato in legge e in filosofia. Il che benchè sia verisimile, non se ne adduce però da essi sicura pruova. Certo egli abitò lungamente in Ferrara; e la prima memoria ch’io ne ho trovata, è all’an 1461. Perciocchè negli Atti di questa Computisteria di Ferrara da me più volte citati si trova un passaporto a lui accordato dal duca Borso agli 8 d’ottobre del detto anno, nel quale si esprime che il co Matteo Maria dovea allora venire ad abitare in quella città: spectabilis et generosi Matthaei Mariae de Bojardis venturi de proximo ad habitandum Ferrariae. Nel 1469 fu tra coloro che andarono incontro all’ imp Federigo III, quando recandosi a Roma passò per Ferrara Diar. Ferrar. Script, tìer. ¡tal. voi. 24, p. 217). Ei fu carissimo non meno al suddetto duca Borso, che ad Ercole I, di lui successore; e come accompagnò il primo nel viaggio che fece a Roma nel 1471 così dal secondo fu destinato l’an 1472 ad accompagnare a Ferrara la futura sua sposa Eleonora d’Aragona. Negli Atti sopraccitati abbiamo un decreto di questo duca a favore di Matteo Maria, in cui lo appella: Clarissimum et insignem vi nini MatOiaeum Mariam Bojardum Comitem Scandiani et consocium nostrum fidissimum et dilectissimum. Fra le altre onorevoli cariche a cui da Ercole I fu sollevato, ebbe nel 1478 quella di governatore di Reggio, nel 1481 quella di capitano in Modena, e di nuovo quella di governatore di Reggio, ove anche finì di vivere a’ 20 di febbraio dell’ anno 14f>4 » e Tibaboschi, Voi. JX. 5 [p. 1290 modifica]• 390 LIBRO corpo ne fu poi trasportato, secondo alcuni, alla cattedral di Ferrara. Egli fu uno de’ più colti uomini e de’ più leggiadri ingegni di quell’età. Dotto nelle lingue greca e latina, tradusse dalla prima in lingua volgare la Storia di Erodoto, e dalla seconda l’ Asino d’oro d’ Apuleio, e la Cronaca di Ricobaldo, intorno alla quale però veggasi ciò che altrove abbiam detto (t. 4, p. 323). Ne abbiamo ancora molte poesie italiane e latine, delle quali e di altre opere da lui composte leggasi il sopraccitato co Mazzucchelli, a cui io debbo aggiugnere, che X Egloghe latine molto eleganti ne ha questa biblioteca Estense assai vagamente scritte, e dedicate al duca Ercole I. Noi, riservandoci a dir tra poco del suo Timone, parleremo qui brevemente dell’Orlando Innamorato, ch è l’opera che ne ha renduto più celebre il nome, La morte non gli permise di condurlo a fine, e ciò che ne abbiamo, non oltrepassa il canto ix del libro III. Ed è probabile che s’egli avesse avuta più lunga vita, l’avrebbe anche limato e corretto con più attenzione. Ma ancor qual esso è, ci scuopre abbastanza il talento poetico e la fervida fantasia del Boiardo, che anche in uno stile non molto colto e in versi spesse volte duri e stentati piace nondimeno e diletta. In fatti oltre le molte edizioni che ne furono pubblicate nelle lingue francese e spagnuola, Niccolò degli Agostini, non forlivese, come ha creduto il Quadrio (t. 6, p. 555) con altri, nè ferrarese, come è detto da molti, ma veneziano, come dimostra Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. 257), al principio [p. 1291 modifica]terso lag, ilei secol seguente vi aggiunse tre libri divisi in xxxiii canti. Quindi verso la metà del medesimo secolo e quasi al tempo medesimo Lodovico Domenichi e Francesco Berni si fecero a ripulirlo e a correggerlo. Ma le fatiche del primo non ebber successo molto felice. Al contrario l’ Orlando Innamorato rifatto dal Berni fu accolto con grande applauso, ed è riputato tuttora un de’ migliori tra’ poemi epici romanzeschi. Così non ne avesse egli offuscati i pregi co’ motti e co’ racconti troppo liberi ed empj che vi ha inseriti. Del ritratto del co Matteo Maria e di altri di sua famiglia, che già vedeansi in un gabinetto della Rocca di Scandiano, diremo nella storia del secol seguente, ove parleremo di Niccolò dell’ Abate autore di quel ritratto, e delle altre vaghissime dipinture rappresentanti l’Eneide di Virgilio, che adornavano quel gabinetto; le quali staccate poi destramente da quelle mura sono state di fresco trasportate a questa capitale per ordine del duca Francesco III, e con somma felicità incastrate nella gran sala di questa sua corte. XXVII. Dell’ultimo de’ tre mentovati poeti, cioè di Francesco Cieco da Ferrara, sappiamo assai poco. E certo che Cieco fu soprannome ch’ egli ebbe per la sua cecità, non cognome proprio di famiglia. Il Quadrio afferma (t. 6, p. 567) ch’ ei fu della famiglia Bello; e che ciò ricavasi dai’ Discorsi da me non veduti di Francesco Buonamici in difesa d’Aristotele. Aggiugne ch’ ei visse quasi sempre in Mantova in assai povero stato, e che ivi morì circa il 1490. Ma in ciò ei commette certamente [p. 1292 modifica]> unno non pochi falli. Eliseo Conosciuti ferrarese, il quale l’anno 1509 pubblicò la prima volta il Mambriano del Cieco, nella lettera dedicatoria al card Ippolito da Este, lo prega che sotto il suo auspizio Mambriano del servitore suo venga impresso, e per sua solita benignitade non neghi alla memoria d esso Francesco quel favore, da che vivendo lui quelle tante volte gli fu liberalissima. Le quali espressioni a me sembra che non possano convenire nè a un uomo che fosse quasi sempre vissuto fuor de dominj de’ duchi di Ferrara, nè a un uomo che fosse vissuto e morto assai povero. È falso ancora, ch’ ei morisse circa il 1490 perciocchè, come osserva Apostolo Zeno (Note al Fontan. t. 1, p. 259), egli scriveva il suo poema al tempo della venuta di Carlo VIII in Italia, cioè nel 1495 Il Borsetti poi osservando che il Conosciuti nella lettera sopraccitata chiama il Cieco suo parente, ne trae come probabile conseguenza (Hist Gymn. ferr. t. 2, p. 341) ch’ei fosse della stessa famiglia 5 il qual argomento però ognun vede che non è di gran forza. Checchè sia di ciò, il Mambriano, nome di un re dell’Asia a’ tempi di Carlo Magno, poema da lui composto e diviso in xlv canti, può stare al paro cogli altri due da noi or mentovati perciocchè lo stile, a parere ancora di Apostolo Zeno, non è punto inferiore a quel del Boiardo, e l’invenzion ancora e la disposizion della favola non è affatto spregevole. Ma esso, benchè fosse allora lodato da molti (Barotti, Difesa degli Scritt ferrar, par. 2, cens. 3), non ha avuta la sorte di [p. 1293 modifica]TEnZO 1 2q3 ritrovare chi lo continuasse, e lo rifacesse, e perciò è rimasto meno famoso (*). xxvni. Nè trascurati furono gli altri generi di poesia, anzi di alcuni di essi si videro in questo secolo i primi saggi. Già abbiamo veduto che una specie di ditirambo ci diede Angiolo Poliziano nel suo Coro delle Baccanti. Alcuni componimenti satirici di Antonio Vinciguerra (**) segretario della Repubblica Veneta furono pubblicali verso la fine di questo secolo (Quadrio, /, 2, p. 545), e a questo genere si posson riferire le poesie del Burchiello e de’ suoi seguaci, e i sonetti di Luigi Pulci e di Matteo Franco da noi già mentovati. Abbiamo ancora osservato i principii della pastoral poesia ncll’egloghe di Jacopo di Buoninsegni e d’altri poeti. Lorenzo de’ Medici fu il primo, come osserva il Quadrio (£.3, p. 321), a scriver canzoni in vari metri per adattarle alla musica. Alcune Novelle descritte in versi nel corso di questo secolo si annoverano dallo stesso scrittore (t. 3, p. 361). E in prosa ancora scrissero a questi tempi novelle Masuccio Salernitano, di cui il Pontano ci ha lasciato fepitafio (Carni, p. 71), c Giovanni Sabbadino degli Àrienti bolognese, che alle sue diede il titolo (*) Oltre questo Francesco Cieco ferrarese, un altro Francesco Cieco fiorentino fu in questi tempi medesimi, di cui alcune poesie stampate si accennano nel Catalogo della libreria Capponi (p. 120, ec.). (**) Oltre le Satire stampate, alcune altre inedite del Vinciguerra si conservano nella libreria Farsetti (Dibl. ms. Fars. p. irtG). [p. 1294 modifica]I2q4 LIBRO di Porrctnne (*). Di questo secondo scrittore si ha in questa biblioteca Estense un’ altra opera inedita, cioè un Trattato di consolazione scritto in prosa italiana ad Egano Lambertini lontan dalla patria (a). Possiam qui ancora accennare il Peregrino, romanzo in prosa di Jacopo Cavieeo parmigiano di patria, e morto in Montecchio l’anno «5n. Il soggiorno per alcuni anni da lui fatto in Pordenone nel Friuli, ove tenne pubblica scuola di belle lettere, ha data occasione al sig. Liruti di annoverarlo tra gli scrittori friulani, e si possono presso lui vedere • —:_»ìrn0 a quesj0 scrittore, . ~¥ A T Y del Friuli, t i, p. 4^2, ec.) (’). Ma niuna opera (’) Un’altra opera di Giovanni Sabbadino degli A rienti conservasi ms., e un bel codice ne ha la libreria de’ PP. Carmelitani di Parma, ed è intitolata: Opera nominata Ginevra delle Clare Donne composta per Joanne Sabadino degli Arienti ad la Illustre Madonna Ginevra Sphorza dei’ Bentivogli; sul qual argomento scrisse circa il tempo medesimo F. Jacopo Filippo da Bergamo, e al principio del secolo susseguente Luigi Dardano veneziano, benchè l’opera di questo secondo non venisse alla luce che nel (554(a) 11 sig. co Fantuzzi ci ha date più copiose notizie della vita e delle opere dell’Arienti (t. 1, p. z83). (**) Alcune particolari notizie della vita e dell opere di Jacopo Caviceo ci dà Angelo Edovari da Erba nel suo Compendio storico ms. di Parma: Fu Giacomo de’ Cavicei venerando Sacerdote, non manco di divine, che di umane, Canoniche, e Civili Leggi eruditissimo Dottore, quale fu L'icario del Vescovo in Rimino, dell’Arcivescovo di Ravenna in Ferrara, Pretore in Siena, e Fiorenza, da Federico III Imperadore ornato di amplissimi privilegj e dignità, favorito composte (De Letter. [p. 1295 modifica]TERZO I ag5 più capricciosa vide in questo secol l’Italia uscire alla luce, che l Hypnerotomachia Poliphili stampata la prima volta da Aldo l’anno 149*)- Politilo è nome finto dell’autore, che vuol dire Amante di Polia, e Hjpnc.rotomav.hia significa pugna di amore in sogno; e ivi infatti descrivesi un sogno amoroso. Felice, non dirò già chi giugne ad intenderla, ma solo chi si sa dire in che lingua essa sia! Così vedesi in essa un miscuglio di favole, di storie, di architettura, di antichità, di matematica e di ogni altra cosa, e uno stranissimo accozzamento di voci greche, latine, lombarde, ebraiche, arabiche e caldee; e perciò appunto alcuni che tanto più ammirano i libri, quanto meno gl’intendono, hanno creduto che fosse racchiuso in quest’opera quanto si può al mondo sapere. L’autore ne fu Francesco Colonna veneziano di patria, e religioso domenicano, morto in Venezia nel convento de’ SS. Giovanni e Paolo l’anno in età di oltre ad ottant’ anni, come con certissimi documenti dimostra Apostolo Zeno, il quale di quest’opera e dell’autore di essa ci ila Guido Rossi Conte di Corniglio, e scrisse latinamente in versi Eroici la Lupa, opera amorosa, et in prosa un Dialogo dell’ esìlio di Cupida, un Dialogo della rcstituzion del medesimo, alcuni Dialoghi delle miserie, et infelicità de’ Cortigiani, la vita di Pietro Maria primo de? Rossi, il conflitto fatto da' Germani dal Campo Veneziano a Rovereto, li editti d? alcune Città per Massimiano I Imperatore, una regola del l>en confessare de’ commessi errori, e contentò le epistole d’Ovidio, e nella lingua volgare, sd isse un libro <lel naufragio della vita umana. dove intese di se medesimo, intitolato il Peregrino. [p. 1296 modifica]1296 libro ha date bellissime notizie (Note al Fontan. t. 2, p. 164, ec.). Il Colonna prima di rendersi religioso, come congettura il detto scrittore, innamoratosi di Lucrezia Lelia, nipote di Teodoro Lelio vescovo allor di Trevigi, scrisse in onor di essa quest’opera, ch è tutta in prosa, e che nondimeno per riguardo al suo argomento doveva essere qui rammentata. E a me basta Taverne qui dato un cenno. Più altre notizie se ne potranno avere, non dirò già presso i pp Quetif ed Echard, che appena hanno conosciuto questo loro scrittore (Script. Ord. Praed. t. 2, p. 35), ma presso il suddetto Apostolo Zeno, e presso il Marchand, se pur saravvi chi abbia la sofferenza di leggere le venti intere colonne in folio che egli ci ha date intorno al Colonna (Dict. art. Colonna) (*). Noi frattanto passiamo all’altro argomento di questo capo, che appartiene in gran parte alla poesia italiana, benché la latina ancora vi fosse non rare volte impiegata, cioè alla poesia teatrale. XXIX. Abbiamo ne’ precedenti tomi osservalo quai fossero i principii del risorgimento della poesia teatrale in Italia. Le rappresentazioni de’ sacri Misteri ne diedero la prima idea. (*) Alcune belle ed esatte notizie intorno a Francesco Colonna ci ha date dopo la pubblicazione di questo tomo della mia Storia il ch. sig. Tommaso Temanza, il quale ancora esaminandone minutamente l’ opera qui accennata, dimostra ch’ essa contiene molti e pregevolissimi monumenti di’architettura, i quali ci danno a vedere quanto in essa fosse versato il Colonna (Vite de’ più celebri Ardui, e Acuii. I. i, p. i, ec.). [p. 1297 modifica]TERZO | Ma o fosse ch’esse altro non fossero che scene mute, o fosse che gli aittori ragionasse!- tra loro, come allora veniva lor sulla bocca, o fosse finalmente che niuno allora si prendesse pensiero di conservare a’ posteri cotali poesie, è certo che dopo la decadenza della letteratura fino al sec xiv non abbiamo alcuna sorta di poesia teatrale, composta in Italia, che sia fino a noi pervenuta. Le Tragedie di Albertino Mussato son le più antiche che si abbiano alle stampe, e noi ne abbiamo altrove parlato (t. 5, p. 576), accennandone ancora un’altra composta nello stesso sec xiv da Giovanni Manzini, e alcune Commedie di Francesco Petrarca. Tutti questi componimenti drammatici sono in latino; e pare che la lingua italiana non fosse ancor creduta opportuna al teatro. In fatti anche ne’ primi anni del sec xv si continuò-a usare nelle poesie drammatiche della lingua latina. Pierpaolo Vergerio in età ancor giovanile scrisse una commedia intitolata Paulus, Comoedia ad Juvenum mores corrigendos (Zeno, Diss. voss. t. 1, p. 59), la qual conservasi manoscritta nella biblioteca Ambrosiana. Gregorio Corraro patrizio veneto, da noi mentovato altre volte, destinato a regger più chiese, ma non giunto mai ad ottenerne alcuna, e morto nel 1464, compose in età di soli 18 anni una tragedia in versi latini intitolata Progne, la quale fu poscia stampata per la prima volta in Venezia nell’anno 1558, e che il Domenichi tradusse in italiano, spacciandola qual cosa sua. Del Corraro e di altre opere da lui composte ragiona esattamente il P. degli Agostini [p. 1298 modifica]«ayS LIBRO (Scrìtt vcncz. t i, p. 108, ec.), a cui io nggiugnerò solo che due magnifici elogi abbiamo di questo dotto ed elegante scrittore nella Vita di Vittorino da Feltre di lui maestro, scritta dal Prendilacqua Vita Vict. Feltr. p. 54), e in due lettere di Girolamo Agliotti abate Benedettino (l. 2, ep. 4, 5) (a). Abbiano già altrove parlato della commedia che Leonbattista Alberti scrisse in prosa latina, intitolata Philodoxeos, e che fu per lungo tempo creduta opera di antico scrittore, e di quella che col titolo di Polissena compose Leonardo Bruni. Un’ altra latina commedia intitolata Philogenia fu pubblicata circa il tempo medesimo da Ugolino da Parma della famiglia Pisani. Il Ludewig ha data in luce un’Orazione recitata da un anonimo nel 1437 in occasion della laurea conferita ad Ugolino (Reliquiae MSS. t. 5, p. 274), e in essa fra le molte lodi che gli si danno, oltre gli studj di poesia, d’eloquenza, di storia e di più altre scienze, si rammentano ancor le Commedie da lui composte: Comoedias edidit ornatas, dulces, et jucundissimas. Ma della sola Philogenia ci è rimasta memoria. Io non saprei (a) Anche Giaratnichele Alberto da Carrara, altrove ricordato, scrisse una latina commedia intitolala Artniranda, divisa in atti e scene, nel cui titolo si dice che fu recitata Luttis Megalensibus Calixto III Sacerdote Max. Friderico ITI Caesare, Francisco Fo* careno Venet. Duce Bcnedicto Fidano et Leonardo i'ontarcno Patavii Praetoribus. Essa conservasi in Bergamo in un codice altre volle da me indicato presso il sig. Giuseppe Beltrainelli, ove notasi ancora che ne fu correttore quel Francesco Orca, di cui altrove diremo. [p. 1299 modifica]TERZO, 3t)<) indicarne alcuna edizione, perchè non trovo chi la rammenti. Una copia manoscritta, ma senza nome d’autore, ne ha questa biblioteca Estense (a). Ella è in prosa, ma in uno stile, come detto abbiam dell’Alberti, che ha alquanto di quello dei’ comici antichi. Io dubito però ancora, che’ella sia stata stampata; perciocchè veggo che Alberto da Eyb ce ne ha dato un estratto (Margarita poet. pars 2, t. 5, c. 17) (*). Secco Polentone, da noi nominato altrove, scrisse egli ancora una commedia in (a) Un Codice ms. della Philogenia conservasi nella biblioteca dell’ imperiai monastero di S. Ambrogio in Milano, come ha osservato il eh. P. abate ('¡itali (67cereii Epist. t. i, p. 140). il quale non avendovi veduto indicato I’ autore, c avendola trovata unita ad alcune opere di Francesco Filetto, ha creduto che questi ne fosse 1’ autore. (*) La Philogenia di Ugolino da Parma è veramente Stampata, come io avea dubitato; e il sig. Mercier da me altre volte lodato mi ha avvertito di averne veduta un’ antica edizion senza data in caratteri gotici in 4° al fin della quale si legge: Alphius recensuit. Amen. Et sic est finis, u Di Ugolino da Parma, che fu della famiglia Pisani, parla più stesamente il diligentiss P. Affò (Scrit. parmig. t. 2, p. 169. ec.), il quale anche osserva che Angelo Decembrio fa veramente menzione di un’Accademia letteraria nel suo palazzo raccolta dal march. Leonello d’Este, del che io avea dubitato. Un altro scrittor di commedie diede Parma a quel tempo per nome Antonio, di cui ignoriamo il cognome. Una commedia latina intitolata Frandiphila ne rammenta l’ab. Zaccaria (Excursum litter. c.8,p. 152). Ed essa ora conservasi in questa ducal biblioteca di Modena. L’autore è Antonio Tridentone, di cui poi ha parlato colla consueta sua esattezza il ch P. Affò (l. cit. p. a 19) ». [p. 1300 modifica]

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UDRÒ prosa latina, intitolata Lusus Ebriorum, che fu poi stampata, tradotta in prosa italiana, e intitolata Catinia, l’an 1482 in Trento: di che veggasi Apostolo Zeno (Note al Fontan. t 1, p. 358), il quale pensa che sia questa la più antica commedia in prosa volgare, che si abbia alle stampe. Una tragedia latina in versi jambici divisa in cinque atti, dedicata al duca Borso, e intitolata De Captivitate Ducis Jacobi, abbiamo manoscritta in questa biblioteca Estense. L’argomento di essa sono le vicende del famoso generale Jacopo Piccinino, che l’ an 1464 fatto" ’ improvvisamente arrestare da dello stesso re ucciso; ed è questa perciò la prima tragedia in cui si vegga trattato argomento recente e non favoloso (*). L’autore ne è un certo Laudivio Veranense; e il march Maffei dubita (Ver. illustr. par. 2, p. 202) che forse nel codice latino in vece di Veranensis debba leggersi F'eronensis. Vi è anche Verano terra della diocesi di Milano. Ma mi sembra più probabile che s’indichi qui un luogo del regno di Napoli, e della Terra di Lavoro, ove in fatti troviamo presso Biondo Flavio un luogo detto Varianum (Ital. illustr. reg. 13). In fatti in un altro codice di questa biblioteca, in cui si contiene la traduzione in latino fatta dallo ✓ (*) Quando ho qui affermato che la tragedia di Laudivio De Captivitatc Ducis Jacobi era la prima clic si trovasse scrittn su argomento recente, non mi è sovvenuto che io medesimo parlando nel tomo quinto di Alberiino Mussato avea rammentata la tragedia da lui composta sul celebre Er.r.elin da Romano. Ferdinando poscia per ordine [p. 1301 modifica]TERZO | 30I stesso Laudivio delle Lettere attribuite a Maometto II, nella prefazione egli dice: Cum mei gratia colligendi Cicianum Campaniae oppidum secessissem; il che ci mostra che Laudivio abitava in quella provincia (*). In questo codice (*) Io mi sono affaticato in ricercare la patria del cavaliere e poeta Laudivio, e io potea risparmiarmi tal pena, se avessi avvertito ciò che mi ha fatto riflettere il ch. sig. d Jacopo Morelli, cioè che tra le Lettere del card Jacopo Ammanati stampate in Milatto nel 1506, una ne ha a pag. 310 a questo autore, il quale ivi si dice Laudivius VezanensH Lune usis Eques Hierosilymitanus; e che il P. Oldoino nel suo Ateneo ligustico annovera Laudivio dicendolo natio di Vezzana nella Lunigiana, e della famiglia Zacchia. Nella stessa lettera egli accenna una sua opera sulla Geografia delle Isole, ch’egli avea composta; e che ora, come si nota nel margine, è perduta. Debbo aggiungere ancora, che della pretesa traduzion da lui fatta delle Lettere di Maometto, le quali probabilmente l'uron da lui stesso composte, si ha un’antica edizione, la quale dalle lettere G. F. T. raccoglie il detto sig Morelli, che sia stata fatta in Trevigi da Gherardo Fiammingo e dietro ad essa più altre ne furon poi ripetute. « Di qualche altra antica edizione delle supposte Lettere di Maometto fatta per opera del cav Laudivio veggasi il p. Audifredi Catal, rom. Edit. saec. XV, p. 144 > 4<>(j. 44‘) > il quale ragiona ancora di una Vita di S. Girolamo da lui composta, e due volte stampata in Roma nel secolo xv (ib. p. 200, 334, 438). Il Clement si stupisce (Bibl. Curieuse, t. 1, p. 390) che niuno abbia avvertito che al fine dell’ edizione delle Lettere di Laudivio, che ha la marca G. F. T., si trova l’Hermaphroditus del l’anornnta, creduto finora inedito. Ma è più da stupire che il Clement abbia scritta tal cosa; perciocchè al fine di quella edizione non leggesi più l’opera del.Panormita, ch è divisa in due libri, ma un solo epigramma di dieci versi, il quale non è pure del Panormita, come mi ha avvertito il soprallodato sig. d Jacopo Morelli ». [p. 1302 modifica]i3oa libro egli è detto cavaliere Gerosolimitano. Un’ elegia a lui indirizzata abbiam tra quelle di Battista Guarino (Carm. p. 80), in cui lo loda come valoroso poeta: Laudivi celebres inter numerande Poetas, Quos sacra Cyrrhei nutriit unda lacus. Quindi continua in essa a dirgli che ha ricevuta la lettera da lui scrittagli, accenna che Laudivio avea abbandonata Ferrara costretto dalla sua povertà, lo esorta a sperar da’ suoi versi fortuna migliore, e lo consiglia per ultimo a rispettare in essi Guarino il padre, di cui forse Laudivi o non mostrava di aver molta stima. Ma null’altro di lui sappiamo. Di lui parla anche il Pontano, come di un tra coloro che componevano l’ accademia del Panormita; il che sempre più ci conferma ch’ ei fosse natio del regno di Napoli. Ma egli ce lo descrive come uomo vanaglorioso e gonfio del suo sapere, e poeta di assai poco valore: inanissimi simul hominis et inertissimi Poetae (De Serm. l. 6, p. 103, ed. Flor. 1520). Finalmente il sopraccitato march Maffei parla (l. c.) di una tragedia latina di Bernardino Campagna sulla Passione di Cristo da lui dedicata al pontef Sisto IV (a). (a) 11 eh. sig. co can Avogaro da me più volte lodato mi ha comunicati due epigrammi inediti di Girolamo Bologni, ne’ quali loda come scrittor di tragedie Tommaso da Prato cittadino Trivigiano; e in uno singolarmente afferma ch’ egli prima di ogni altro avea ardito di calzare il coturno e di scrivere una [p. 1303 modifica]TElttO l3o3 XXX. Tutti questi componimenti drammatici furono scritti in latino, e di niuno possiam affermar con certezza che fosse pubblicamente rappresentato. Assai più tardi si cominciò a scrivere cose teatrali in lingua italiana. Il Quadrio, dopo altri scrittori, rammenta la Floriana (¿5, p. 62), commedia, o farsa in terza rima di sconosciuto autore, ch egli crede vissuto al principio del xv secolo, o fors’ anche prima. Essa però non fu stampata che nel 1523, e io non so se vi sia argomento a provarla sì antica, come si afferma. Molto meno fondato mi sembra ciò che’egli aggiugne sulla fede di altri scrittori, cioè che Giovanna di Fiore da Fabbriano al principio del xv secolo scrisse due commedie in versi italiani, una intitolata Le Fatiche amorose, l’altra La Fede, e che Ferdinando Silva cremonese compose una commedia in versi italiani in occasion delle nozze di Bianca Maria Visconti col co. Francesco Sforza, intitolata L’ Amante Fedele, e ch’ ella fu in quella occasione rappresentata. Di tali commedie e di tali rappresentazioni non v’ha, ch’io sappia, memoria negli scrittori di que’ tempi, e quelli che dal Quadrio si allegano, non son tragedia sopra la Passione del Redentore (Promise tior. I. 6, n. 16)s Ticmo Sophocleos ausus tentare cothurnas Colchica per proprios dclulil acta pedes. Divinam sodo lem crudeli caede pcremplam Tu canis et Judae Pontificumque nephas. Ma (li questa tragedia, che dovette essere scritta verso la fine del secolo xv, non abbiamo nè F epoca precisa, uè più distinta contezza.

  • TX.

Si riami» nano alcuni pretei»«! ramini italiani più antichi. [p. 1304 modifica]l3o4 LIBRO così autorevoli che basti la lor parola a farcene certa fede. Lo stesso Quadrio poi rigetta come del tutto favoloso (t 4, p 62) ciò che delle Tragedie composte in lingua italiana da Fabricio da Bologna nel sec XIII racconta il Bumaldi. I primi, benchè assai rozzi, saggi di poesia drammatica italiana sono le rappresentazioni poc’ anzi mentovate de’ sacri Misteri. Fra essi abbiamo La rappresentazione del Nostro Signor Gesù Cristo, la quale se rappresenta nel Colliseo di Roma il Venerdì Santo con la sua SS. Resurrezione istoriata, stampata più volte, e opera di Giuliano Dati fiorentino, di Bernardo di mastro Antonio romano e di Mariano Particappa (ib.). Il Dati, secondo il Quadrio, fioriva circa il 144^- come egli viveva ancora non solo alla fine di questo secolo, quando pubblicò tradotta in versi italiani la lettera del Colombo sullo scoprimento dell'America (ib. t. 6, p. 48), ma visse ancora fino al primo di gennaio del 1524 (ib.p. 148), così non possiamo accertare quando quella sacra farsa fosse da lui composta (a). Antiche sou certamente quelle di Feo Beicari, perciocché l’Abramo e l’Isacco da lui composta in ottava rima fu la prima volta recitata in Firenze nella chiesa di Santa Maria Maddalena l’anno 1449 (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. a, (a) Di Giuliano Dati si hanno ancora alcuni poemetti italiani in assai rozzo stile stampati negli ultimi anni di questo secolo a Roma, de quali la menzione il padre maestro Audilrcdi (Calai, rom. Edit. saec. XV, p. 3ih, 3a7, 3a8, 32g, 4a>)[p. 1305 modifica]TERZO »3o5 par. j, p. 621). Ma queste ed altre simili rappresentazioni, che vennero appresso, come quella di Jtarlami e Josafal di Bernardo Pulci, da altri attribuita a Socci Porretano, e quella 1 i Antonia moglie del sudd Bernardo, e quella di Lorenzo de’ Medici intitolata De SS. Giovanni e Paolo (Quadr. t (4, p. 63), e quella di Antonio Alemanni intitolata La Conversione di s Maria Maddalena (Mazzuch. l. c t. 1, par. 1, p. 242), e quella de’ Miracoli di di S. Geminiano, che, come leggesi negli antichi Annali de Modenesi, fu fatta sulla piazza di questa città l’ an 1494 (Script. rer. ital vol. 11, p. 85), ed altre molte di questo genere, benchè fossero rappresentate con pompa e con superbo apparato, non par nondimeno che si potessero dir veramente rappresentazioni teatrali [a). E ciò mi si rende probabile al vedere che in Roma, ove pure cotali rappresentazioni erano in uso da lungo tempo, la gloria però di aver rinnovato il teatro si dà a Pomponio Leto, come ora vedremo (i>). (a) Alcune buffonesche e ridicole farse composte da Pietro Antonio Caracciolo, e rappresentate in Napoli a’ tempi del re Ferdinando I, si descrivono dal chiarissimo sig. Don Pietro Napoli Signorelli (Vicende della Coltura nelle due Sicilie, t. 3, p. 31)4 « cc.). (b) L’ingegnoso sig. abate Arteaga trova i primi abbozzi dell’opera in musica nella Convcrsion di S. Paolo, Dramma, dice egli, messo, non so il perche, dal Cav. Piattelli trai componimenti profani, rappresentato in Roma nel 1480 per ordine del Cardinal Riario, c io una farsa del Sunnazzaro, che nel i4<pfu recitata in Castel Capoano (Rivoluz. del Teatro music, ¡tal. Tnunoscui, Voi IX. 6 [p. 1306 modifica]i3o6 LIBRO XXXI. Marcantonio Salicilico nella Vita di -questo celebre letterato da me altre Volte citata a lui espressamente attribuisce la lode di aver renduto a Roma il teatro, di coi ella da sì gran tempo era priva, e di aver cominciato a fare ivi rappresentare ne’ cortili de’ pm illustri prelati le Commedie di Terenzio e ili Plauto, c anche de’ poeti modern i: Pari studio veterem spectandi consuetudinem desuetaa civitali restituii, primorum Aritistitum atriis prò theatro usus, in quibus Plauti, Tcrcntii, receritiorurn edam quaedam agerenlur fabulae, quas ipse bonestos ailolescentes et docuit, et agentibus praefuit. In fatti Paolo Cortese rammenta la recita dell’Asinaria di Plauto fatta a’ suoi tempi sul Colle Quirinale (De Card. I. a, p. 98 vers.), c Jacopo Volterrano nel suo Diario, pubblicato dal Muratori, parla di un dramma intorno alla vita di Costantino rappresentato in Roma innanzi al pontefice e a’ cardinali nel carnovale dell1 anno 14^3 i: Bacchanaliurn die, qui Carnisprivium nurrcupatur, acta est 1Ustoria Constanti/li Caesaris in Pontificis atrio, ubi Cardinales in Curia/n venientes ab r. 1, p. 219, sec. ed.). Ma in primo luogo il Planelli nel passo da lui citato non nomina pure la Conversion di S. Paolo (dell’Opera in Musica, t. 1, p. 5), della qual rappresentazione io non ho trovata notizia presso alcun altro scrittore. In secondo luogo la l’arsa ilei Sannazzaro, come ha a lungo mostrato il sig. Napoli Signcrelli (Fi rende della Coli, nelle due Sicilie, t. 3, p. 171, ec.), non può in alcun modo essere considerata come opera musicale; perciocchè fu essa ben interrotta da sinfonie c da cauti, ma niuiia parte di cs.>a !ù posta in musica. [p. 1307 modifica]TERZO 1307 equis descendunt Pontifex e superioribus fenestris laetus spectavit. Huic Scenae praefectus erat Genuensis quidam Constantinopoli natus et educatus, et in Pontificis fan idi ani ascitus. Hic quum Constantini personam sustineret, ex eo die Imperatoris nomen accipiens usque ad mortem secum illud honorifice detulit (Script. Rer. ital vol. 23, p. 193.). Somiglianti a queste, ma assai più magnifiche, dovettero essere le rappresentazioni che il card Pietro Riario fece vedere ai’ Romani all’occasion del passaggio di Eleonora d’Aragona, che andava sposa ad Ercole I duca di Ferrara l’an 1473. Lo Cardinale di Santo Sisto detto Frate Pietro, così nel Diario di Stefano Infessura (Script. Rer. ital. t 3, pars 2, p. 1143, ec.), nel (detto tempo fece coprire la piazza de’ Santi Apostoli, e fece certi tavolati intorno alla detta piazza con panni di arazzo, e tavole a modo di una loggia, e corritore; et anche sopra lo porticale di detta Chiesa fece un’altra bella loggia tutta ornata, et in que tavolati fu fatta per li Fiorentini la festa di Santo.... Qui non si esprime il nome del Santo la cui vita fu rappresentata; ma fu per avventura la storia di Susanna, come si narra dal Corio (Stor. di Mil. ad h. a.). Quindi descritte le altre feste di sovrana magnificenza date alla duchessa dal cardinale, così continua l’Infessura: E dopo lo Martedì fu fatta l altra divozione del Corpo di Cristo, e nello Mercordì fu fatta l altra di S. Giovanni Battista, e di San Jacopo Item nel penultimo dì di Giugno fece un'1 altra rappresentazione nobilissima, e fu lo tributo, che veniva ai Romani, [p. 1308 modifica]i3o8 LIBRO quando signoreggiavano lo mondo, dove stettero settanta muli carichi tutti copertati con la coperta di panno con i arma siui — e dinanti a questa fece certe altre rappresentazioni della Natività di Gesù Cristo coi Magi, e della Risurrezione di Cristo, quando spogliò l Inferno, ec. Nondimeno non al card Pietro, ma al card Rafaello Riario si attribuisce la gloria di aver rinnovata in Roma l’idea delle vere rappresentazioni teatrali. Il Quadrio accenna (t. 5, p. 57) una lettera da me non veduta di Giovanni Sulpizio da Veroli al medesimo cardinale (*), in cui, dopo avere a se stesso attribuita la lode di aver il primo istruita la gioventù romana a rappresentare e a cantar (*) La lettera di Sulpizio da Veroli al card Rafaello Riario qui accennata va innanzi a un’antica edizion di Vitruvio fatta sulla fine del secolo xv, ma senza data; e sì belle son le notizie che della magnificenza di quel celebre cardinale nelle cose teatrali ivi si dicono, che sarà, spero, cosa grata a chi legge, che io qui ne riferisca qualche tratto: Tu enim primus Tragocdiae, tpiarn uos juventutem excitandi gratia et agere: et cantare primi hoc aevo docuimus; (nam eius actionem jam multis saeculis Roma non viderat) in medio foro pulpitum ad quinque pedum altitudinem erectum pulcherrime exornasti ■ eamdcmque, postquiun in Hadriani mole Divo Innocentio spectante est acta, rersus intra tuos penates, tamquam in media Circi cavea, toto consessu umbraculis tecto, admisso popolo, et pluribus tui ordinis spectatoribus htonorifice excepisti. Tu etim primus picturatae scenae faciem, quum Foamponiani Comoediam agerent, nostro saeculo oste udisti. Qutue a te quoque. Theatrum novum tota Urbs magnis votis expedal. Videi cui ni liberalitatcm ingeni i lui, qua ut uti possit, deus et fortuna concessit, ec. [p. 1309 modifica]TERZO J309 le commedie, dice che quel cardinale avea più volte condotti gli Accademici di Pomponio Leto a far le loro rappresentazioni ora in Castel S. Angelo, or in mezzo del Foro, or in sua propria casa; che lo stesso pontef Innocenzo VIII vi era intervenuto; e che Roma sperava che dal card Riario dovesse finalmente ricever un nuovo e perfetto teatro. Non sembra però, che il desiderio di Roma fosse in ciò soddisfatto. Certo nel 1492 non era ancora in quella città uno stabil teatro. Perciocchè giunta la nuova della espugnazion di Granata fatta dal re Ferdinando il Cattolico, fra le molte feste che perciò celebraronsi in Roma, Carlo Verardi da Cesena arcidiacono nella sua patria, e cameriere e segretario de’ Brevi di Paolo II, di Sisto IV, d’Innocenzo VIII e di Alessandro VI, composta avendo una specie di rappresentazion drammatica su tale argomento, il card Riario, fatto prontamente formare un teatro in sua casa, ivi la fece rappresentare: Eam igitur, dice lo stesso Verardi nella dedicatoria della sua opera al card Raffaello, cum tu magnopere probasses, confestim temporario in tuis magnificentissimis aedibus excitato theatro recenseri agique curasti. Tanto autem patrum ac populi silentio et atlentione ex copta est, tantusque favor ac plausus subsecutus, ut jamdudum nihil aeque gratum ac jucundum auribus oculisque suis oblatum fuisse omnes faterentur. Quest opera, di cui si hanno più edizioni, è scritta in prosa latina, trattone l’argomento e il prologo che sono in versi jambici. Non ha divisione di atti, e si può anzi [p. 1310 modifica]« 3 I O LIBRO dire una union di dialogi, scritti con qualche eleganza, che un’ azione drammatica. Di somigliante argomento è un altro dramma latino intitolato Fernandus Servatus, che lo stesso Verardi ideò, e fece poi distendere in versi esametri latini da Marcellino suo nipote all’occasione dell’ attentato di un sicario contro la persona del medesimo re Ferdinando lo stesso an 1492. Esso ancora fu solennemente rappresentato in Roma, ed esso ancora fu dato alle stampe, di che veggasi Apostolo Zeno { Diss. voss. t 2, p. 271) (*). (*) Il ch. P. Ireneo Affò tante volte da me lodato mi ha indicata la prima edizione del Fernandus Servatus di Carlo Verardi, sconosciuta ad Apostolo Zeno, che cita sol quella del 1513. Essa è unita nWHìsloria Dnptica del medesimo autore, e della medesima stampa romana d’Euchario Silber nel 1493 in 4° Anche l’Disforìa Bori ca è una rappresentazione scenica, ma in prosa, tranne l’argomento e il prologo. In fine si legge: Acin ludìs Romani s Innocentio VIII in solio Petri sedente anno a ISaiali Salvaloris mccccxcij undecimo Kalendas Maii. Seguono alcuni componimenti in verso di Marcellino Verardi, indi una ballata che comincia: Viva il gran Re Fernando con le note musicali per cantarla. Il Fernandus Servatus può star solo, e non ha data tipografica, ma il carattere, la carta e la forma lo manifesta bastevolmente stampato al tempo medesimo, come è pure l’Epistola di Michele Ferno a Jacopo Antiquario intorno alle Legazioni italiche al pontef Alessandro VI, che alle altre cose è congiunta. Di Marcellino Verardi, e di alcuni altri della stessa famiglia, cioè di Camillo Cavalier pontificio, di Sigismondo e di Lattanzio conservansi alcune Poesie latine in un codice a penna scritto sulla fine del secolo xv nella libreria di S. Salvatore in Bologna. [p. 1311 modifica]TERZO l3li XXXH. L’esempio di Roma risvegliò in più altri il desiderio d’imitazione (a). Ma niuno vi (zz) Il sig. co. commmendatore Gio. Rinaldo Carli, il cui nome solo equivale a qualunque elogio, nella bella sua Dissertazione dell' Indole del Teatro tragico antico e moderno, stampata prima nel t XXXV della Raccolta Calogeriana, poscia assai più accresciuta e corretta nel t XVII delle sue Opere, e il sig. ab Arteaga (Rivoluz. del Teatro music, t. 1, p 814, ec.) ed altri, annoveran tra le più antiche opere drammatiche, anzi come il primo saggio del melodramma, la magnifica festa data da Bergonzo Botta in Tortona l’anno 1quando vi passò) isabella d’Aragona sposa di Giangaleazzo Sforza duca di Milano (Carli, Op. t. 17, p. 21), la quale minutamente descrivesi da Tristano Calchi (Calchi Residua Mediol. Ilist. i644> P- "d, ec.). Ma io dubito primieramente se questa possa veramente chiamarsi azion teatrale, quando questo nome non voglia darsi a qualunque dialogo scritto in versi. Perciocchè qual titolo direm noi, o qual diremo che sia l’argomento di questa rappresentazione, in cui cominciano a comparire Orfeo, gli Amori e le Grazie, la Fede coniugale, Mercurio e la Fama vengono appresso Semiramide, Elena, Medea, Cleopatra; poi succedono Penelope, Lucrezia, Tomiri, Giuditta, Porzia e Sulpizia: e Sileno dà compimento alla festa?) Anzi la descrizione che il Calchi ce ne ha lasciata (il quale non la divide in atti, come sembra indicare il co. Carli), appena ci offre ombra di dialogo, trattone allor quando la Fede conjugale obbliga le disoneste donne a tacersi, e le fa volgere in fuga. Ma ancorchè vogliasi riconoscere questa come azion teatrale, essa appartiene, come si è detto all’ an 1489, e il Cefalo di Niccolò da Correggio era stato rappresentato, come si dirà, fin dal 1487. Ben sarebbe alle azioni teatrali di Ferrara e di Roma anteriore la rappresentazione intitolata SS. Giovanni e Paolo coinpostn da I orenzo de’ Medici, se potesse provarsi ch’ essa fosse rappresentata l’anno 14? • - iu occassione del viaggio fatto a Firenze dal duca di Milano Galeazzo Maria Sforza colla duchessa [p. 1312 modifica]l3ia libro * ebbe, che nella pompa di tali spettacoli andasse tant oltre, quanto Ercole I duca di Ferrara, principe veramente magnifico al pari di qualunque più possente sovrano. Nell’ antico Diario ferrarese troviam menzione di molti teatrali spettacoli da lui dati con regia magnificenza; e il primo che ivi si accenni, è dei 25 di gennaio del 1486 giacchè io non veggo pruova di ciò che dal Zeno (Note al Fontan. t. 1, p). 402) si afferma, che questo duca aprisse il teatro fin dal 1484): Il Duca Ercole da Este (Script rer. itaL t. 24, p 278) fece fare una festa in lo suo Cortile, et fu una facezia di Plauto, che si chiamava il Menechio. Erano dui fratelli, che si assomiliavano, che si acconosceano uno de l altro; e fu fatta suso uno Tribunale di legname con case V merlade con una finestra, et uscio per ciascuna; poi venne una fusta di verso le canove, et disine, et traRona sua moglie, come lo stesso co. Carli aQ'erma («Vi, p. 20). l\Ia a me non sembra che vi abbia argomento che basti a provarlo. E l’Ammiralo nomina bensì Ire spettacoli sacri, ina certo non drammatici, che il Pubblico di Firenze diede allora a que’ piinripi, cioè L,Annunciaxion della t'ergine, L'Ascensione ili Cristo c La Discesa dello Spirito Santo sopra gli Apostoli (Stor. fior. I. a3). Ma di quest’ altra non fa parola. Anche quella solennissima rappresentazione della Risurrezione di Cristo, che un f rate Francescano, come narra Donato Bossi nella sua Cronaca all1 anno i4-7-5» lece in Milano in una radunanza, se possiam crederlo, di oltre ad ottanta mila uomini, non par certo che fosse cosa drammatica. E perciò a me sembra che si debbano ancori considerare le azioni teatrali ferraresi come le piò antiche fra le italiane, trattone solo 1’ OrJeo, di cui diremo tra poco. [p. 1313 modifica]TERZO 13 1 3 versò il Cortile con dieci persone dentro con remi et vela del naturale, et qui si attrovonno li fratelli l'uno con l altro, li quali erano stati gran tempo, che non si aveano visti, e la spesa di dicta festa venne più di Ducati 1000. Della qual festa un’altra descrizione di autor parimente contemporaneo si può vedere presso il Zeno (l. c. p. 403). Poscia al’ 21 di gennaio dell’anno seguente: Il Duca Hercole fece fare una festa in lo Cortile con uno Tribunale, che pareva uno Castello, che tenea da uno muro all altro, et fu una facezia di Plauto, chiamata Cefalo, la quale fu bella, e di grande spesa (Script. rer. ital. l. c. p. 279). Indi a’ 26 dello stesso mese (ib.): il Duca Hercole fece fare in dicto Cortile a tempo di notte la festa di Amphitrione et di Sosia con uno Paradiso con stelle, et altre rode, che fu una bella cosa; ma non si potè finire, perchè cominciò a piovere, et bisognò lasciare stare a hore V di notte, et dovea durare fino a le IX, et ghe era il Marchese di Mantua, et messer Annibale dei Bentivoli fiolo di Messer Zoanne de’ Bentivioli di Bologna con una grande compagnia, li quali erano venuti a tuorre la Sposa fiola del Duca Hercole per dicto Messer Annibale. Così pure all’occasion delle feste che in Ferrara si celebraron nel 1491 a 12 di febbraio per le nozze di Alfonso figliolo di Ercole con Anna Sforza: Dopoi feceno una bella festa, nella quale ghe era assai Gentildonne: et in moggio della Sala ghe era uno Paradiso, e dopoi dicta festa feceno la Commedia di Amphitrione. Adì XÌli, et era di Domenica, feccno [p. 1314 modifica]« 314 unno una bellissima festa suso la predicta Sala, et dopoi un’altra bella Commedia (ib. p. 282). Di commedie parimente par che debbasi intendere ciò che ivi si narra al 1 {<>3 in occasione della venuta a Ferrara di Lodovico il Moro: Marti (cioè a’ 21 di maggio) si fece una bella festa in lo Giardino, et ghe furono tutti li predicti Signori: Mercori. Si fece un altra festa di Menecemio, et li furono tutti li predicti Signori (ib. p. 283). Nè ciò solamente. Ma il medesimo duca con tutta la sua corte andossene nell’agosto dello stesso anno a Milano per certe commedie che ivi doveansi rappresentare: siiti XV (d’agosto). Il Duca Hercole, Don Alphonso, et molti altri si partinno da Ferrara per andare a Milano a solazzo, et per fare certe Commedie (ib. p. 285). Veggiamo in fatti che Lodovico Sforza, fra le altre cose da lui operate a pro delle lettere, fece aprire in Milano un teatro, e ne abbiamo in prova un epigramma di Lancino Corti poeta di questi tempi: Saecula temporibus priscis tua, maxi Princeps, Fama loquax chartis praeferat atque decus. Quando magis Latiae licuit sperare Camoenae Quando plus tetricae commeruere Deae? Pulchrius aut Sophiae sub quo duce cura theatri ‘ ^iam quae cura ducis dulcior esse potest? Musarum postquam sublimia tecta renasci More jubes, ingens jura cothurnus habet. Epigr. l. 2, p. 21. Finalmente all’ anno 14<)9 a’ i o di febbraio: Il Duca di Ferrara fece fare in la sua Sala grande la festa seu Commedia di Sosia di Terenzio [p. 1315 modifica]TERZO I 315 in dimostrazione; e al dì seguente: Il Duca Hercole fece ballare, et la sera fare una Commedia di Plauto, che durò fino a hore tre di notte (l. c. p. 360). Di alcune altre commedie rappresentate nell’anno e nel mese stesso ragiona il Bembo, che ivi allor ritrovavasi, in una sua lettera ad Angiolo Gabbrielli: Non fuit tanti comitiis et foro interesse, ut ludis nostris careres: tres fabulae actae sunt per hos dies, Plautinae duae, Trinummus et Penulus, et una Terentii, Eunuchus; quae quidem ita placuit, ut etiam secundo et tertio sit relata; e aggiugne poscia che molti da Venezia eran venuti a Ferrara per goder di tali spettacoli (l. 1 Famil. ep. 18, calend. Mart.. 1499)• XXXJ1I. Abbiamo fin qui vedute di seguito le diverse commedie che nella corte di Ferrara furono rappresentate a tempi di Ercole I. Or ci convien ricercare de traduttori e degli autori delle medesime; poichè non è a dubitare che esse non fossero recite a più facile intelli genza di lutti in lingua italiana. Anfitrione fu opera di Pandolfo Collenucci da Pesaro, che fu per qualche anno in Ferrara, come altrove si è detto; e si ha in fatti alle stampe questa commedia da lui tradotta in terza rima, c stam pata poscia in Venezia nel 1530 (Argel. Bibl. de’ Volgarizz. t. 3, p. 288; Fontan. Bibl colle note del Zeno, t. 1, p. 202); e ad istanza parimente di Ercole I scrisse il Collenuccio la sua commedia, o, a dir meglio, tragedia intitolata Joseph, che fu poscia stampata nell’anno i5(14 (Quadr. t. 4, p. 65). Abbiamo ancora la Cassina e la Mostellaria di Plauto tradotte in terza [p. 1316 modifica]l3lG MURO rima da Girolamo Berardo ferrarese, e stampate in Venezia nel suddetto anno; ed è probabile ch’esse fosser da lui tradotte per comando del medesimo duca (Mazzucch. Scritt, ital. t.. 2, par. 2, p. «)14)- S istanza parimente di Ercole scrisse il co. Matteo Maria Boiardo il suo Timone, come si legge nel titolo di questa commedia (ivi, par. 3, p. 1443) > che è tratta da un dialogo di Luciano, divisa in cinque atti, e scritta in terza rima; ed essa dovette certamente esser composta prima del 1494, nel qual anno il Boiardo finì di vivere. Antonio da Pistoia ancora due drammi scrisse ad uso di questo teatro (Quadr. t. p. G4)- Lo stesso duca Ercole non isdegnossi di porre mano alla traduzion de’ Menecmi di Plauto, che fu la prima fra le commedie in Ferrara rappresentale (a). Così accenna Apostolo Zeno di aver appreso dall’eruditissimo sig. Giannandrea Baroni (Lettere, t. 3, p. 190), il quale ciò aveva raccolto da non so quale epigramma di Francesco Amadio scrittor di que’ tempi, che ò probabilmente quel Gianfrancesco Amadio poeta cieco, a cui scrive «lue elegie Bartoiommco Prignani Paganelli poeta modenese di questa età (a) Il sip. Baroni cambiò poi sentimento, e nelle sue Memorie dei’ Letterati ferraresi affermò che il duca Ercole era bensì splendido protettore, ma non già coltivatore delle lettere, e ch egli al par di Borso nulla sapea di latino. Forse egli vide che l'epigramma dell’ Amadio da lui già citato potevasi intendere anche in altro senso, e forse ancora trovò documenti di questa ignoranza del duca. Abbiam nondimeno qualche altra pruova ch" ei sapesse pur qualche cosa di latino, del che diremo altrove. [p. 1317 modifica]TERZO » l3J 7 (/. 3, el 6, 7). Alcune delle Commedie di Plauto furono in tal occasione tradotte da Battista Guarino (‘): perciocché nelle Lettere di monsig Lodovico Gonzaga eletto vescovo di Mantova, che si conservano nell’archivio segreto di Guastalla, ve n’ha una de’ 5 di marzo del 1501 in cui scrive al poeta Timoteo Bendedei: vorrei, che usa stive omne diligentia per farmi havere due de le Comedie di Plauto, traducte per M. Baptista Guarino. Della qual notizia io son debitore all’ erudito P. Ireneo Affò min Osservante che ha diligentemente esaminato il detto archivio. La Storia degli Scrittori ferraresi, che aspettiamo con impazienza, ci darà probabilmente su tutto ciò lumi più accertati, Io osserverò solamente che la rappresentazion de’ Menecemi, o fosse per la novità della cosa, o per la magnificenza dello spettacolo, riscosse l’ammirazione di tutta l’Italia. Il suddetto Guarino, ch era allora in Ferrara, ce ne lasciò memoria in una’elegia che si legge tra le altre sue Poesie latine stampate in Modena nel 1496& Rechiamone alcuni versi, ne’ quali descrive la regal pompa di quella rappresentazione, e il gran concorso che da ogni parte ad essa si fece: Et remis puppim, et velo sine fluctibus actam Vidimus in portus nare Epidamne tuos. Vidimus, effictam celsis cum moenibus urbem, Structaque per latas tecta superba vias. (*) Della traduzione di alcune Commedie di Plauto, eh’ egli avea l'atta, parla lo stesso batista Guarino in una sua lettera al duca Ercole I de’ 18 febbraio t4y?> la «piale insieme con alcune altre di esso al medesimo duca si conserva in questo ducale archivio. [p. 1318 modifica]l3l8 Libito Ardua creverunt gradibus spectacula multis, Velaruntque omnes stragula picta foros. Graecia vix tales habuit vel Roma paratus, Dum regerent long s finibus imperium. Venit et ad magnos populosa Bononia ludos, Et cum finitimis; Mantua Principibus. Euganeis junctae properarunt collibus urbes, Quique bibunt lymphas, Arne vadose, tuas. Hinc plebs, hinc equites plauserunt, inde Senatus, Hinc cum Virgineo nupta caterva choro. Carni. I. 4XXXIV. Il Cefalo, che fu la seconda delle ! commedie rappresentate in Ferrara, e fu recitata, come si è detto, a’ 21 di gennaio del 1487 fu opera di Niccolò da Correggio dell’antichissima e nobilissima casa de’ signori di Correggio, da noi mentovata nel precedente tomo (t. 5, p. 34, ec.); uomo in lettere non men che in armi famoso a que’ tempi; e di cui perciò ci conviene ricercare le notizie con qualche maggior diligenza, che finor non si è fatto. Egli era figlio di Niccolò da Correggio e di Beatrice d’Este sorella del march Leonello, nata a’9 d’aprile del 1427 (Script. Rer. ital. vol. 18, p. 1096), e sposata a’7 di ottobre del 1448 (ib), vol 24, p 196). Niccolò il padre morì, secondo il Sansovino (Orig. delle Case ili. Aitai, p. 277), agli 11 di luglio dell’anno seguente, lasciando incinta la moglie, al cui figlio di fatto veggiamo dato il soprannome di Niccolò Postumo. Egli passò in gran parte i suoi giorni alla corte di Ferrara. L’an 1469 tra quelli che andarono incontro all’imp Federigo III, quando venne a Ferrara, troviam nominato Messer Nicolò da Correggio figliolo [p. 1319 modifica]TERZO l3l<) che fu del Signor Nicolò da Correzo, et fiolo della illustre Madonna Beatrice da Este sorella del prefacto Duca Borso, moglie al presente dell' illustre Messer Tristano Sforza, fiolo che fu del Conte Francesco già Duca de Milano, il quale Messer Niccolò habita et stà in Ferrara con il prefacto Duca (Script. Rer. ital. vol. 24, p. 216). Ed egli pure accompagnò l’an 1471 il duca Borso nel viaggio che fece a Roma (ib. voi. ì 5, p. 542). Nella guerra che i Veneziani mossero al duca Ercole I l’an 1482, Niccolò diede pruove di non ordinario valore singolarmente nell’assedio di Figarolo (ib. col. 24, p. 259)). In un fatto d’arme del 1 di novembre dello stesso anno fu fatto prigione da’ Veneziani (ib. p. 263); ma fra poco tempo, cambiati i prigioni (ib. p. 264), egli ancora ebbe la libertà. Nel 1457, se crediamo all'Azzari, egli era governatore di Reggio (Comp. star, di Begg.) (a). Quando Lodovico Sforza nel maggio del 1493 portossi a Ferrara, tra le feste che in tal occasione si celebrarono, fu una solenne giostra in cui Niccolò ebbe parte (Script. Rer. ital. l. c. p. 284). Egli passò poscia a Milano, ed ivi si trattenne più anni. (a) Non fu Niccolò signor di Correggio, nia Gio. Niccolò Correggi reggiano, che nel 1487 fu governatore di Reggio. Niccolò da Correggio fu veramente aiukascindore del duca Lodovico Sforza al nuovo pontefice Alessandro VI nel 14»)2, benché allora non fosse ancora passalo a stabilirsi in Milano; il che accadde probabilmente dopo il giugno del i4|)3- Intorno a che si può vedere la biblioteca modenese, nella «piale di Niccolò si è parlato assai più ampi unente ed esattamente (1. 1, p. io3). [p. 1320 modifica]1320 LIBRO Quando lasciata la corte di Ferrara si trasferisse a quella degli Sforzeschi, e qual ne fosse il motivo, non abbiamo indicio a conoscerlo. Il Sassi racconta (Hist typogr. mediol. p. 358) che quando fu eletto pontefice Alessandro VI, cioè nell’ agosto 1492, Niccolò fu uno degli ambasciatori di Lodovico Sforza inviati a complimentarlo; e ne cita in pruova un opuscolo di Michel Ferno stampato in Roma l’anno seguente. Ma come poteva egli essere alla corte di Lodovico sulla fine del 1492, se nel maggio dell’ anno seguente era ancora, come si è provato, in Ferrara? A ciò nondimeno si può rispondere che forse Niccolò era già veramente passato nel detto anno a Milano, e che nel seguente venne a Ferrara accompagnando il medesimo Lodovico. Certo egli era già stabilito da qualche tempo in Milano fino dal 1497 5 perciocché nel più volte citato Diario ferrarese a’ 29 di novembre del detto anno leggiamo: si have lettere in Ferrara da Milano, come era morta lì in Milano la illustre Madonna Beatrice da Este sorella naturale del Duca Hercole Estense, et già maritata in lo Magnifico Mcsser Niccolo da Corre zzo, de' quali ne nacqe il Magnifico Messer Niccolò da Correzzo, che vive e stà in Milano per condottiere del Duca Lodovico Sforza di Milano, e poi fu rimaritata in lo Illustr Messer Tristano Sforza già fratello naturale, del prefato duca di Milano (l. c. p. 350). Ei fu ivi carissimo a Lodovico, da cui fu conceduto a lui non meno che a Giangaleazzo di lui figliuolo il privilegio di unir alle sue arme quella de’ Visconti, come [p. 1321 modifica]TERZO l3ai affermasi dal Sausoviuo. In fatti Gasparo Visconti, dedicando a lui le sue Poesie italiane, gli dà amendue i cognomi (Sax. I. ciL). Avca Gasparo grande stima dell’ ingegno e del sapere di Niccolò, come raccogliesi da alcuni versi che sono stati dati alla luce nella Raccolta milanese (an. 1756, fogl. 51), ove frale altre cose dice: Perdonerammi il gran Can gio, e Sasso, ec. Con gran lode ne parla ancora Pier Candido Decembrio in alcune sue lettere citate dal medesimo Sassi, per l’eleganza con cui egli scriveva in versi non men che in prosa. E ne abbiamo di fatti, per ciò che appartiene alla prosa, alcune lettere latine tra quelle del suddetto Decembrio. Dopo le avverse vicende del Moro, Niccolò fece ritorno a Ferrara, ove egli giunse a’ 6 di febbraio «lei 14y<J:.t trio orino in Ferrara la Magnifica Madonna Bianca de la Mirandola, et il Magnifico Messer Nicolò da Correzo, che vennero a vedere le feste del Duca Hercole (Script. rer. ital. vol. 24. p. 361). Quindi veggiamo ch’ ei fu tra’ destinati dal duca Ercole ad andare a Roma l’anno 15«> 1 per condurre a Ferrara Lucrezia Borgia destinata moglie ad Alfonso primogenito di quel duca (ib. p. 3t)8). A questo secondo soggiorno fatto da Niccolò in Ferrara deesi riferire un’elegia di Ercole Strozzi scritta all’ occasion della peste, da cui quegli era stato condotto a gran pericol di vita, e intitolata Soteria pro Nicolao Corigia (Eleg. I. p. 00, ed. Jld. 13i3). In essa ringrazia dapprima il Ciclo che col salvar Tiraboschi, Voi. IX. 7 [p. 1322 modifica]•322 ^ LIBRO Niccolò abbia salvato un uomo celebre ugualmente nelle lettere che nell armi; En deploratum saeva modo peste litati Nicoleon salvum restituere Dei; Scilicet Etruscae ne deforet altera linguae Gloria, neu Martis del'oret nlter hunor. Et simul una duas raperet mors improba lauius, Deliciasquc hoaiinum, dclieia.sque Dei'un. Quindi volgendosi a Lucrezia, la esorta a rallegrarsi ella pure della guarigione di Niccolò, per cui le rammenta quanta stima abbia ella sempre mostrato; Te decet in primis, nostri nova gloria secli, Borgia, pacati solvere vota Deis. 1 Ile tuas cecinit victuro carmine dotes, Quoque tuum potuit nomen ad astra tulit; Et libi laetiliac consol i, consorsque dolorum Idem, animum fato non variante, fuit. Consiliis adliibes; l’ylium nec IN estoni tanti, Nec tanti faceres terrae libaiensis beruni. / Del soggiorno fatto da Niccolò in Ferrara, della stima in cui egli era presso gli Estensi, e del coltivare insieme e favorire ch’ ei faceva gli studj, abbiamo una bella testimonianza presso Celio Calcagnini, che a lui dedicando un suo apologo intitolato Gigantes, così conchiude: Ceu tempestate nostra mactus omni laude, omnique praeconio celsior Nicolaus Princeps fortunae indulgentia clarus, avito stemmate clarior, sed suis virtutibus longe. clarissimus. Cui nisi Corregium nuncupatione patria cognomentum dedisset, e meritis certe suis non aliud adoptasset. Hic litteris ac litteratis favet: hic [p. 1323 modifica]terzo i3a3 bene ingeniatos allicit, exercitamenta ac voluntates heroicas magno Herculis haeredi conciliat: concertationem scilicet ad palum, palaestras, scenicos actus, Musarum denique ac Nympharum conciliabula. Hujus denique auspiciis bonae disciplinae caput cxerunl, anden tque promptius gemmatas alas explicare, quum adhuc videant in eo homine aliquas aurei saeculi reliquias superesse (Op. p. 623, ed. Basil 1544). Niccolò ebbe in sua moglie Cassandra figlia del celebre generale Bartolommeo Colleone; la quale essendo sopravvissuta al marito, gli fece un elegante epitaffio in versi, che dal Sansovino si riferisce. Da esso raccogliesi ch egli morì in Ferrara: e ciò accadde l’an 1508, e si ha un frammento del testamento del medesimo Niccolò nell’archivio de’ PP. Domenicani della suddetta città di Correggio, ch è segnato die 9 Januarii 1508. Le opere che di lui ci sono rimaste, sono il Cefalo, che non è veramente una traduzione di Plauto, come nel Diario ferrarese si afferma, ma una favola pastorale, di cui l’autore nel prologo dice ch’ ei non l’ appella nè commedia, nè tragedia, ma lascia che ognun le dia quel nome che più gli piace. È divisa in cinque atti e scritta in ottava rima, e ne furon fatte più edizioni, delle quali esattamente ragiona il sig Girolamo Colleoni (Scritt di Corr. p. 15, ec.), correggendo gli errori da altri commessi nel favellarne. Un’altra favola pastorale se ne ha alle stampe intitolata Gli amori di Psiche e di Cupidine. Questa però non è componimento teatrale, ma un poemetto romanzesco in 178 [p. 1324 modifica]i3a4 LIBRO stanze e in ottava rima. Altre rime se ne leggono in alcune Raccolte inedite di poesie italiane, e se ne trovano alcune stampate dopo i Sonetti del Molza. Intorno a che, e ad altre rime a lui non ben attribuite dal Guasco (Stor. letter. di Reggio, p. 43), veggansi le diligenti osservazioni del suddetto sig. Colleoni. Egli fu in grande stima a’ suoi tempi, come abbiamo veduto, e a lui Girolamo Benivieni dedicò le sue Stanze d’Amore (V. Mazzucch. Scritt, ital. t. 2, par. 2, p. 862), e di lui pure fece onorevol menzione il grande Ariosto, annoverandolo tra' poeti che sostengono la fontana da lui descritta, e dicendo: Un Signor di Correggio di costui Con alto stil par che cantando scriva. C. 42, st. 92 (a). XXXV. Dalle cose fin qui osservate è mani) festo abbastanza clic il teatro Estense in Ferrara fu il più magnifico di quanti in questo secolo si vedesser tra noi; e che ivi prima che altrove rappresentaronsi commedie in rima; poiché l'Amicizia di Jacopo Nardi, che dal Fonianini si dice la più antica di tutte in tal genere, (a) Alle più copiose e più esatte notizie che di Niccolò da Correggio abbiam date nella Biblioteca modenese, vuolsi aggiugnere che tra le Poesie di Gio. Michele Alberto da Carrara, che si leggon nel codice altrove citato de’ signori conti Carrara Beroa, due elegie si trovano da lui dirette a Niccolò piene di elogi di questo ottimo principe, in cui ne loda ugualmente e il valore nell’armi, e 1’eccellenza nelle lettere, e l’onestà de’ costumi. [p. 1325 modifica]terzo i3a5 certamente fu posteriore di molti anni alle finor mentovate, come ad evidenza ha mostrato Apostolo Zeno (Bibl. t. 1, p. 384)* Abbiamo ancora in questa biblioteca Estense una commedia latina in versi jambici sulla conversione di S. Agostino, scritta da Pietro Domizio (*) sacerdote, che teneva scuola in Ferrara, e dedicata al duca Ercole I. Essa, come raccogliesi dalla prefazione che l’autore vi ha premessa, fu composta ad istanza del celebre F. Mariano da Genazzano, che ivi allor predicava, e fu pubblicamente rappresentata innanzi a gran numero di religiosi Agostiniani. Il detto F. Mariano predicò in Ferrara nell’an 1491 e nel 1494 (Script. rer. ital. vol. 24 j fK 288), onde a uno di questi due anni deesi assegnare la rappresentazione di questa commedia (**). Prima però (’) La Commedia qui accennala di Pietro Domizio dovette recitarsi in Ferrara nell’anno 1 <4f>4 » npl qual anno fu ivi tenuto il generai Capitolo degli Agostiniani. (*’) Un bel monumento intorno alle rappresentazioni teatrali della corte di Ferrara abbiamo in una lettera del duca Ercole I al marchese di Mantova Francesco Gonzaga, scritta nel 149!», che conservasi in questo ducale archivio, e spero che non dispiacerà a chi legge vederla qui riferita: Illustriss, et Excellentiss. Domino Genero et Fratri nostro (dilectissimo Domino Francisco Marchio ni Munitine illustrissimi Doni. Venetor. Armor Capit, generali. Illustr. et Ex. Domino Gener et fr, nost. dii eri. Tlavemo ricevuta la lettera de la S. V. per la quale la ne addi manda, che vogliamo mandarle quelle. Commedie vulgari, che Nui già facessimo recitare. Et in risposta gli dicemo chel ne rincresce non poter satisfare al desiderio suo: che volemo che la sappia, che quando [p. 1326 modifica]i3a6 LIBRO die in Ferrara, crasi veduto in Mantova un maStifico teatro, ed erasi ivi rappresentata un’ aone a cui deesi per ogni riguardo il primato Aui facessimo recitare diete Commedie, il fu dato la parte sua a cadaune di quelli, che li havevano ad intervenire, acciocch' imparassero li versi a mente, et dapoi che furono recitate, Nui non avessimo cura di farle ridurre altramente insieme, ne tenerne copia alcuna, et il volergele ridurre al presente seria quasi impossibile per ritrovarsi parte di quelle persone, ch intervennero in dicte Commedie, in Franza, parte a Napoli, et alcuni a Modena et a Reggio, che sono uno Zacchagnino, et m. Scarlattino. Si che la S. V. ne haverà excusati, se non ge le mandemo. Lo è ben vero, che volendole Nui fare recitare a la Ill. M. Marchesana se la non se partiva, havevamo dato principio a volere fare rifare la parte de li predicti, che li manchano, cavandole dal testo delle Commedie di Plauto, che se i itrovarno aver traducte in prosa. Ma dopo la partita sua non vi havemo facto altro. Se la S. V. desiderarà mo de avere alcuna de dicte Commedie in prosa, ed ne advisi quale, Nui subito la faremo cavare dal libro nostro voi,intieri, et la manderemo a la V. S. a li beneplaciti de la quale ne offerimo paratissimi. Ferrariae quinto Februarii 1496 Hercules I)ux Ferrariae. Deesi qui avvertire che ove leggesi nella lettera, che alcuni degli attori trovavansi allora in Francia e in Napoli, nel margine della medesima si legge, Francesco Ruino: Pignatta, il primo de’ quali era probabilmente in Francia, il secondo in Napoli; il che ci mostra che da Ferrara si sparsero in ogni parte cotali attori, e insegnarono alle altre provincie e alle altre città il modo di rappresentare commedie. È ancor degno di osservazione ciò ch egli dice delle Commedie di Plauto, che si n'trovamo aver traducte in prosa, ove par che c indichi traduzioni da lui medesimo falle} [p. 1327 modifica]TERZO 13*7 su tutti i componimenti drammatici in lingua italiana che in questo secolo vennero a luce. Parlo dell'Orfeo di Angiolo Poliziano, che dal Quadrio viene annoverato tra le favole pastorali (t. 5, p. 3c)7>. E in fatti i pastori e le Driadi che vi s introducono, possono meritargli tal nome. Nondimeno l’argomento grave e patetico di questa azione può ancora in certo modo ottenerle il titolo di tragedia. E i cori che vi sono inseriti, ci offrono qualche rassomiglianza cogli antichi tragici greci e latini. Ch essa fosse rappresentata in Mantova, e che ivi nel solo spazio di due giorni il Poliziano la componesse ad istanza del card Francesco Gonzaga, è certissimo. Alessandro Sarti, che l’an 1494 ne fece fare in Bologna la prima edizione, nella dedica ad Antonio Galeazzo Bentivoglio protonotario apostolico e arcidiacono di Bologna dice: la festa di Orpheo, quale già comma potrebbe anche indicar solo, eh’egli avesse presso di se quelle Commedie da lui tradotte. Un'ultra bello testimonianza in lode delle rappresentazioni teatrali della corte di Ferrara ubbiatuo in una lettera originale di D. Girolamo Reraldi priore del monastero di Nonantola. ai Ioni dell’ Ordine di S. Benedetto, scritta al duca Ercole I a’ 23 di ottobre del i5o3, che conservasi nello stesso ducale archivio, in cui gli dice che avendo trovate in una cella di quel monastero certe rappresentazioni a stampa. le. quali si roteano recitare a Fiorenza, ha consigliato ad inviargliele a Ferrara, non perchè impari da’ Fiorentini de ordinare et fare rappresrntatione, ma più presto acciocché- quella veda, quanta d'fferenlia è da le cose de V. S. e le loro, li quali tra le rose devote mischiano buffonerie, come in quello vederà V■ S. [p. 1328 modifica]i3a8 LIBRO pose a Mantova quasi all improviso. E lo stesso Poliziano in una sua lettera a Carlo Canale, con cui gli manda il suo Orfeo, e che va annessa alla detta edizione e ad altre posteriori: la fabula di Orpheo, la quale ad requisitione del nostro Reverendiss. Cardinale Mantuano in tempo di duo giorni intra continui tumulti... havevo composta. Ma quando precisamente ciò avvenisse, non è facile a stabilire. Il chiarissimo signor abate Bel tinelli crede probabile (Delle Lett, e delle Arti mantov. p. 3 {) che Y Orfeo fosse rappresentato nel 1.^72, quando, secondo gli storici mantovani, il cardinale fece il solenne ingresso in Mantova sua patria, e seco condusse fra gli altri i due Pichi della Mirandola, Galeotto e Giovanni. Ma Giovanni Pico nato nel 1463 non avea allora che 9 anni di età, e non parmi perciò verisimile ch ei venisse in quell’ anno a Mantova. Innoltre il Poliziano allor non contava che diciott’otto anni; e comunque sia celebre il saper giovanile del Poliziano, appena sembra credibile che in sì tenera età ei potesse esser trascelto a comporre un’azion teatrale, e che sì felicemente vi riuscisse. Aggiungasi che il Sarti, nella dedica or mentovata, parlando delle Stanze per la giostra di Giuliano de’ Medici, dice che il Poliziano le scrisse nella sua prima adolescentia, il che non dice dell’ Orfeo. E il Poliziano medesimo, nella lettera sopraccitata al Canale, adduce bensì a scusare i difetti del suo componimento la fretta con cui lo scrisse, ma non età giovanile in cui allora egli fosse. Quindi io inclino a credere che di qualche anno delibasi [p. 1329 modifica]TERZO 1^29 differire l’epoca di questa azione, benchè a me non sia riuscito di trovarne il tempo preciso. È certo però, ch essa non sì può ritardare oltre il 1483, in cui morì il card Francesco Gonzaga; e perciò non avendo noi alcun’altra azione drammatica, dopo le rappresentazioni de’ sacri Misteri, che non son degne di questo nome, più antica di questa (poichè quelle rappresentate in Ferrara non cominciali cheali48(>), deesi a giusta ragione all' Orfeo del Poliziano la lode dì essere stata la prima rappresentazion teatrale, scritta non solo con eleganza, ma ancora con qualche idea di ben regolata azione, che si vedesse in Italia. Egli è vero che l Orfeo, qual si è avuto finora alle stampe, è anzi una farsa disordinata e confusa, che un giusto componimento drammatico. Non vi si vedea division di atti e di scene; irregolare e mal intrecciato era il dialogo; e ridicolo sopra ogni cosa era l'uscire che faceva improvvisamente Orfeo a cantare un’ode saffica latina in lode del card Gonzaga. Ma il Poliziano ha avuta la rea sorte comune a molti altri scrittori, che questo suo componimento sia stato da’ copisti ignoranti corrotto e guasto; perciocchè esso non fu pubblicato, come ricavasi dalla prima edizione, che a’ 9 di agosto del i4o4> c’°^ 4^ giorni soli prima ch’egli morisse; e perciò egli forse non vide, o certamente non potè emendare i gravissimi errori che vi eran corsi. Per buona sorte del Poliziano il poc’anzi citato ch P. Ireneo Affò Minor Osservante, già noto al mondo per altri suoi libri assai eruditi che in questi [p. 1330 modifica]i33o 1 IT1RO ultimi anni ha dati alle stampe, nella libreria del suo convento di S. Spirito in Reggio ha rinvenuto un antico codice in cui l Orfeo ci si odi? in l'orma molto migliore. Ed ei ce ne ha data di fresco una bella edizione corredata di osservazioni e di note. Ivi l Orfeo è primieramente intitolato Tragedia, e la tragedia, secondo le leggi, vedesi in cinque atti divisa, la qual divisione è annunciata al fine del prologo con questi due versi: Or stia ciascuno a tutti gli atti intento, Che cinque sono; e questo è l argomento. Il dialogo è assai più regolato, e lo stile ancora n è spesso più elegante. L’inno scioccamente intruso in lode del card Gonzaga qui non si vede; ed esso in fatti non dee vedersi che tra le poesie latine del Poliziano, fra le quali ancora è stampato. Vi si legge in vece un coro assai elegante a imitazione de’ Greci, in cui le Driadi piangono la morte di Euridice. Vi si scorge l’ornamento e la disposizion del teatro, come al principio dell’atto iv, quando Orfeo giunge all’Inferno, ove nel codice reggiano si legge: In questo atto si mostrano due. Rappresentazioni, cioè da una parte la soglia esterior dell’Inferno, ov’è Orfeo, e l’interno di esso, che vedesi prima da lungi, e poscia si apre, perchè Orfeo vi entri. Queste ed altre simili riflessioni si potran vedere più ampiamente e con erudizione distese in questa nuova edizion dell’ Orfeo dataci dal P. Affò, il quale con questa occasione ha rischiarati ancora più altri punti appartenenti alla storia della poesia [p. 1331 modifica]TERZO I 33 ( drammatica; e ha mostrato fra le altre cose, contro l’opinione di alcuni moderni scrittori, che la division degli atti, (la quale da essi si crede una invenzione di questi ultimi tempi, fu conosciuta ed usata non sol dagli antichi, ma ancor da coloro che al risorgere delle scienze e delle arti rinnovarono tra noi le rappresentazioni teatrali. Io non parlo qui della Verità raminga, che il soprallodato ab. Bettinelli (Risorg: d Ital.t. 2, p. 189, ec.) crede essere il più antico dramma profano per musica, e afferma che fu cantato in teatro a Venezia nel 1485. Perciocchè io penso che’ei sia stato in ciò ingannato da qualche citazione di altri scrittori, in cui sia corso errore di stampa. Il suddetto dramma, di cui egli ci dà l'analisi, è di Francesco Sbarra autore del secolo xvii, e fu stampato la prima volta in Lucca nel 1654 (<*)•

  1. Il P. abate Casati, nelle sue erudite note alle Lettere di Francesco Ciceri, rammenta un ritratto del Bellincione, che si conserva in Milano, in cui egli vedesi coronato d’alloro (t. 2, p. 123); e rendesi perciò assai meglio fondata l’opinione, che a me parve mal sicura, ch’egli avesse la poetica laurea dal duca Lodovico Maria Sforza.
  2. Nell’edizione della Vita di Cristo e di quella della Vernine fatta dal Zoppino in Venezia l’anno 1517, che è la sola da me veduta, amendue son dedicate alla duchessa Lucrezia. Ma il ch. sig. proposto Poggiali, che della vita e dell’opere del Cornazzani ci ha date di fresco copiose ed esatte notizie (Mem. per la Stor. letter. di Piac. t. 1, p. 64, ec.), ha assai ben dimostrato che egli non potè dedicarle quelle due Vite, e che fu quella una giunta fatta dall’editore.