Filocolo (Laterza 1938)/Libro IV

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Libro quarto

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Libro III Libro V
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LIBRO QUARTO

Il volonteroso giovane, abbandonate le sue case con poco dolore, sollecita i passi de’ compagni, seguendo quelli d’Ascalione, ammaestratissimo duca del loro cammino: ma i fati da non poter fuggire volsero in arco la diritta via. E primieramente venuti alla guazzosa terra ove Manto crudelissima giovane lasciò le sua ossa con eterno nome, passarono oltre per lo piacevole piano. Ma, poi che dietro alle spalle s’ebbero le chiare onde di Secchia lasciate, e saliti sopra i fronzuti omeri d’Appennino, e discesi di quello, essi si trovarono nel piacevole piano del fratello dell’imperiale Tevere, vicini al monte donde gli antichi edificatori del superbo Ilion si dipartirono. Qui vi s’apersero gli occhi d’Ascalione, e forte si maravigliò della travolta via, ignorando ove i fortunosi casi li portassero; ma senza parlarne a’ compagni, passando allato alle disabitate mura da Giulio Cesare e da’ compagni costrutte negli antichi anni, per uno antico ponte passarono l’acqua. Né però verso Alfea diritto cammino presero, avvegna che picciolo spazio la loro via forse per piú sicurtá elessero piú lunga, o che gl’iddii, a cui niuna cosa si cela, volenterosi a tal cammino li dirizzassero; e pervennero nella solinga pianura, vicina al robusto cerreto nel quale fuggito era il misero Fileno. E quivi trovandosi, l’acqua venuta per subita piova dalle vicine montagne rovinosa avanzò i termini del picciolo fiume che appiè dell’alto cerreto correva, e di quelli [p. 278 modifica]abbondevolmente uscí allagando il piano: onde costretti furono a ritirarsi sopra ’l cerruto colle, forse di maggiore pericolo dubitando. E quivi tirandosi, di lontano videro tra gli spogliati rami antichissime mura, alle quali, forse imaginando che abitazione fosse, s’accostarono, ed entrarono in quelle, né piú tosto vi furono, che il luogo essere stato tempio degli antichi iddii conobbero. Quivi piacque a Filocolo di fare sacrificii a’ non conosciuti e strani iddii, poi che i fati nel tempio recati li avevano: e fatte levare l’erbe e le fronde e i pruni cresciuti per lungo abuso sopra il vecchio altare, e similemente le figure degl’iddii con pietosa mano ripulire e adornare di nuovi ornamenti, dimandò che un toro gli fosse menato. E vestito di vestimenti convenevoli a tale uficio, fece sopra l’umido altare accendere odorosi fuochi; e con le proprie mani uccise il toro, e le interiora di quello per sacrificio nell’acceso fuoco divotamente offerse; e poi inginocchiato dinanzi all’altare, con divoto animo incominciò queste parole: «O iddii, se in questo luogo diserto ne abita alcuno, ascoltate i prieghi miei, e non ischifi la vostra deitá il modo del mio sacrificare, il quale non forse con quella solennitá che altre volte ricevere solavate, è stato fatto; ma, riguardando alla mia puritá e alla buona fede, il ricevete, e a’ miei prieghi porgete le sante orecchie. Io giovane d’anni e di senno, oltre al dovere innamorato, pellegrinando cerco d’adempiere il mio disio, al quale senza il vostro aiuto conosco impossibile di pervenire, onde meriti la divozione avuta nel vecchio tempio, e l’adornato altare, e gli accesi fuochi con gli offerti doni, ch’io da voi consiglio riceva del mio futuro cammino, e, con quello, aiuto alla mia fatica». Egli non aveva ancora la sua orazione finita, ch’egli senti un mormorio grandissimo per lo tempio, soave come pietre mosse da corrente rivo, il quale dopo picciolo spazio si risolse in soave voce, né vide onde venisse, e cosí disse: «Non è per lo insalvatichito luogo mancata la deitá di noi padre di Citerea abitatore di questo tempio, cui tu divotamente servi, e dal quale costretti siamo di darti risponso; e perciò che con divoto fuoco hai li nostri altari [p. 279 modifica]riscaldati, lungamente dimorati freddi, molto maggiormente meriti d’avere a’ tuoi divoti prieghi vera risponsione de’ futuri tempi, e però ascolta. Tu, partito domane di questo luogo, perverrai ad Alfea: quivi la mandata nave t’aspetta, nella quale dopo gravi impedimenti perverrai all’isola del Fuoco, e quivi novelle troverai di quello che tu vai cercando. Poi di quindi partitoti, perverrai dopo molti accidenti nel luogo ove colei che tu cerchi dimora, e lá non senza gran paura di pericolo, ma senza alcun danno, la disiderata cosa possederai. Onora questo luogo, però che quinci ancora si partirá colui che i tuoi accidenti con memorevoli versi fará manifesti agli ignoranti, e ’l suo nome sará pieno di grazia». Tacque la santa voce. E Filocolo, di ammirazione e di letizia pieno, tornò a’ compagni, e a loro il consiglio degl’iddii ordinatamente recitò; e di questo contenti tutti a prendere il cibo nel salvatico luogo si disposero.

Era nel non conosciuto luogo davanti al vecchio tempio un praticello vestito di palida erba per la fredda stagione, nel quale una fontana bellissima si vedea, alle cui onde la piovuta acqua niente aveva offeso, ma chiarissime dimoravano, e nel mezzo di quella a modo di due bollori si vedeva l’acqua rilevare. Alla quale Filocolo, uscito del tempio, appressandosi, gli piacque, e, chiara vedendola, divenne disideroso di bere di quella, e fecesi un nappo d’ariento portare; e con quello dall’una delle parti si abbassò sopra la fontana per prenderne, e, abbassato, col nappo alquanto le chiare onde dibatté. E questo faccendo, vide quelle gonfiare, e fra esse sentí non so che gorgogliare, e dopo picciolo spazio, il gorgogliare volgersi in voce e dire: «Bastiti, chi che tu sia che le mie parti molesti con non necessario rivolgimento, che io senza essere molestato, o molestarti, mitighi la tua sete, né perisca il fraternale amore, perché io, che giá fui uomo, sia ora fonte». A questa voce Filocolo tutto stupefatto tirò indietro. la mano, e quasi che non cadde, né i suoi compagni ebbero minore maraviglia; ma dopo alquanto spazio, Filocolo rassicuratosi cosí sopra la chiara fonte parlò: «O chi che tu sia, che nelle presenti [p. 280 modifica]onde dimori, perdonami se io t’offesi, ché non fu mio intendimento, quando per le tue parti sollazzandomi menava il mio nappo, d’offendere ad alcuno. Ma se gl’iddii da tal molestia ti partano e le tue onde chiare conservino lungamente, non ti sia noia la cagione per che qui relegato dimori narrarci, e chi tu se’, e come qui venisti e onde, acciò che per noi la tua fama risusciti, e, i tuoi casi narrando, di te facciamo ancora pietose molte anime, se pietá meritano i tuoi avvenimenti».

Tacque Filocolo, e l’onde tutte si cominciarono a dimenare, e dopo alquanto spazio, una voce cosí parlando uscí dal vicino luogo a’ due bollori: «Io non so chi tu sia, che con cosí dolci parole mi costringi a rispondere alla tua domanda; ma però che maravigliare mi fai della tua venuta, non sará senza contentazione del tuo disio, solo che ad ascoltarmi ti disponga; e però che piú mia condizione ti sia manifesta, dal principio de’ miei danni ti narrerò i miei casi. E sappi ch’io fui di Marmorina, terra ricchissima e bella e piena di aobilissimo popolo, posseduta da Felice, altissimo re di Spagna, e il mio nome fu Fileno, e giovane cavaliere fui nella corte del detto re. Nella quale corte una giovane di mirabilissima bellezza, il cui nome era Biancofiore, con la luce de’ suoi begli occhi mi prese tanto il core del suo piacere, che mai uomo di piacere di donna non fu sí preso. Niuna cosa era che io per piacerle non avessi fatto, e giá molte cose feci laudevoli per amor di lei. Io ricevetti da lei, un giorno che la festivitá di Marte si celebrava in Marmorina, un velo col quale ella la sua bionda testa copriva, e quello per sopransegna portato nella palestra, sopra tutti i compagni per forza ricevetti l’onore del gioco. E da Marmorina partitomi andai a Montorio, dove un figliolo del detto re chiamato Florio dimorava; e quivi in sua presenza i miei amorosi casi narrai, ignorando che esso Biancofiore piú ch’altra cosa amasse, come poi detto mi fu ch’egli faceva: per le quali cose narrate meritai a torto d’essere da lui odiato. Questa fu principale cagione de’ miei mali, però che, s’io avessi taciuto, ancora in Marmorina dimorerei, [p. 281 modifica]contentandomi di poter vedere quella bellezza per la quale ora lontano in altra forma dimoro. Ma non essendo io ancora di Marmorina partito, poco tempo appresso della fatta narrazione, Diana, pietosa del crudele male che mi si apparecchiava, in sonno mi fece vedere infinite insidie poste da Florio alla mia vita, e similmente mi fece sentire i colpi che la sua spada e quelle de’ suoi compagni s’apparecchiavano di dovermi dare. Le quali cose vedute, e narrandole io poi ad un mio amico, il quale de’ segreti di Florio alcuna cosa sentiva, m’avverò quello che io veduto aveva, essermi senza alcun fallo apparecchiato, s’io da Marmorina non mi partissi. Seguitai adunque il consiglio del mio amico, e abbandonata Marmorina, e cercati molti luoghi, e pervenuto qui, mi piacque qui di finire la mia fuga, e di pigliare questo luogo per eterno esilio: e ancora mi parve solingo e rimoto molto, ond’io imaginai di poterei senza impedimento d’alcuno nascosamente piangere l’abbandonato bene, e cosí lungamente il piansi. Ma né per le mie lagrime, né per l’essere lontano mancava però lo verace amore ch’io portava e porto a colei che piú bella che altra mi pareva, anzi piú ciascun giorno mi costringeva e molestava molto. Laond’io un giorno incominciai con dolenti voci a pregare gl’iddii del cielo e della terra e qualunque altri che i miei dolori terminassero, e infinite volte dimandai e chiamai la morte, la quale impossibile mi fu di potere avere. Ma pure pietá del mio dolore vinse gl’iddii, li quali chiamando, come ho detto che faceva, sedendo in questo luogo, mi sentii sopra subitamente venire un sudore e tutto occuparmi, e, dopo questo, ciò che quello toccava in quello medesimo convertiva, e giá volendomi con le mani toccare e asciugare quello, né la cosa disiderata toccava, né la mano sentiva l’usato uficio adoperare, ma mi sentiva nel muovere de’ membri e nel toccarsi insieme né piú né meno come l’onde cacciate l’una dal vento e l’altra dalla terra insieme urtarsi: per che io incontanente me conobbi in questi liquori trasmutato, e mi sentii occupare questo luogo, il quale io poi con la gravezza di me medesimo ho piú profondo occupato. E cosí [p. 282 modifica]trasmutato, solo il conoscimento antico e il parlare dagl’iddii mi fu lasciato. Né mai mancarono lagrime a’ dolenti occhi, i quali nel mezzo di questa posti, da essi, come da due naturali vene, surge ciò che questa fontana tiene fresca, come voi vedete. E quella verdura sottile, che in alcuna parte copre le chiare onde, fu il velo della bella giovane col quale io coperto m’era quel giorno che con tanto affetto la morte disiderava, acciò che sotto la sua ombra, pensando di cui era stato, mi fosse piú dolce il morire: e, come vedete, ancora mi copre, ed èmmi caro. Ora per le mie parole potuto avete tutto il mio stato comprendere, il quale io quanto piú brevemente ho potuto t’ho dichiarato: non ti sia dunque grave il manifestarmi a cui io mi sono manifestato».

Ascoltando Filocolo le parole di Fileno, si ricordò lui di tutto dire la veritá, e cominciò quasi per pietá a lagrimare, e cosí gli rispose: «Fileno, pietá m’ha mosso de’ tuoi casi a lagrimare; e certo io sovverrò al tuo dimando, poi che al mio se’ stato cortese, e non senza consolazione delle tue lagrime ascolterai le mie parole. E primieramente siati manifesto che io mi chiamo Filocolo, e sono di paese assai vicino alla tua terra, nato di nobili parenti, e per quello signore per lo quale tu in lagrime abbondi e in dolore, io similmente pellegrinando d’acerbissima doglia pieno vo per lo mondo. E, appresso, quel Florio, il quale tu mi nomini, io conosco troppo bene, e non è guari che io il vidi, e con lui parlai, e tanto dolente per le parole sue il compresi, che mai sí doloroso uomo non vidi. Ma certo egli, per quel ch’io intendessi, ha ben ragione di vivere dolente, però che il re suo padre quella bella giovane Biancofiore, la quale tu giá amasti, vendé a’ mercatanti come vilissima serva. I quali mercatanti lei sopra una loro nave trasportarono via, e dove non si sa: per la qual cosa egli, non sappiendo che si fare, muore di dolore. Onde s’egli a te nuocere voleva, di tale ingiuria gl’iddii l’hanno ben pagato, avvegna che la tua fuga gli spiacque e fugli noia. E però non pur crescere in angoscia, ma con ciò sia cosa che a te siano molti compagni e in simiglianti affanni, e io sia uno di [p. 283 modifica]quelli, confortati, sperando che quella dea che dalle insidie di Florio ti levò, come le fu agevole a rendere lo sbranato Ippolito vivo con intera forma, cosí te nel pristino stato potrá, a’ suoi servigi recandoti, rintegrare». La chiara fonte, finite le parole di Filocolo, tutta enfiò, e con le sue onde passò gli usati termini, producendo un nuovo soffiamento, ma piú a Filocolo non parlò, il quale lungamente alcuna parola attese. Ma poi che per lungo spazio fu dimorato, e quella riposata vide sí come quando prima col nappo mossa l’avea, egli si dirizzò, e con li compagni suoi, di questa cosa tutti maravigliandosi, incominciarono a ragionare, dolendo a ciascuno del misero avvenimento di Fileno, dicendo: «O quanto è dubbiosa cosa nella palestra d’Amore entrare, nella quale il sottomesso arbitrio è impossibile da tal nodo slegare, se non quando a lui piace. Beati coloro che senza lui vita virtuosa conducono, se bene guardiamo i fini a’ quali egli i suoi suggetti conduce. Chi avrebbe ora creduto che nel salvatico paese trovare Fileno convertito in fontana di lagrime, il qual fu il piú gaio cavaliere e il piú leggiadro che la nostra corte avesse? Chi potrebbe pensare Filocolo, figliuolo unico dell’alto re di Spagna, essere per amore divenuto pellegrino, e andare cercando le strane nazioni poste sotto il cielo, e ora in questo luogo trovarsi in questo tempo?». A questo rispose Filocolo dicendo: «L’essere qui venuto m’è assai caro; né per cosa alcuna vorrei non esserci stato, però che mirabile cosa e da notare abbiamo veduto nel diserto luogo, il quale n’è stato dagl’iddii comandato d’onorare, e detto il perché. Certo io non so in che atto il possa avanti di piú onore accrescere che io m’abbia fatto, rinnovando il santo tempio e il suo altare». A cui Ascalione disse: «Noi andremo secondo il santo consiglio, e fornito il nostro cammino e ricevuta la cercata cosa, nel voltare de’ nostri passi il tornar qui non ci fallirá, e allora quell’onore che in questo mezzo avremo ne’ nostri animi diliberato di fare, faremo e agl’iddii e al luogo, però che gl’iddii, solleciti a’ beni dell’umana gente, niuna utilitá pe’ nostri doni ci concedono, ma poi che [p. 284 modifica]elli hanno le dimandate cose a’ dimandanti concedute, dilettansi, ed è loro a grado, che i ricevitori in luogo di riconoscenza offerino graziosi doni e rendano debiti onori alle loro deitá, mostrandosi grati _dello ricevuto beneficio. E però, sí come dissi, nel nostro tornare, ricevute le desiate cose, ci mostreremo conoscenti del ricevuto consiglio, onorandolo come si converrá». Questo consiglio a tutti piacque, e tutto quel giorno e la notte quivi dimorarono senza piú molestare la misera fontana; e la vegnente mattina, secondo l’ammaestramento dello strano iddio, mancate l’abbondanti acque che il solingo piano avevano il preterito giorno allagato, presero il cammino, per lo quale sollecitamente pervennero ad Alfea e a’ suoi porti, avanti che l’occidentale orizzonte fosse dal sole toccato. Qui vi la mandata nave quasi in un’ora insieme trovarono essere venuta: di che contenti, sperando per quello le cose piú prospere nel futuro, su vi montarono senza alcuno indugio, e a’ prosperevoli venti renderono le sanguigne vele, comandando che all’isola del Fuoco il cammino della nave si dirizzasse. Eolo aiutava con le sue forze il nuovo legno, e lui con Zefiro a’ disiati luoghi pingeva, e Nettunno pacificamente i suoi regni servava: onde Filocolo e’ suoi compagni contenti al loro cammino senza affanno procedevano. Ma la misera fortuna, che niuno mondano bene lascia gustare senza il suo fele, non consentí che lungamente questa fede fosse a’ disiosi giovani servata; ma, avendo giá costoro posti il terzo giorno assai vicini al luogo ove, quando nella nave entrarono, avevano diliberato di riposarsi, le bocche di Zefiro chiuse, e diede a Noto ampissima via sopra le salate acque: e Nettunno in se medesimo tutto si commosse con ispaventevole mutamento. Onde dopo poco spazio i giovani, non usi di queste cose, quasi morti in tale affanno, senza ascoltare alcun conforto, nella nave si riputavano. Erasi Noto con focoso soffiamento di Etiopia levato, volendo il giorno giá dare alla notte loco, e aveva l’emisperio tutto chiuso d’oscurissimi nuvoli, minacciando noiosissimo tempo: e i marinari di lontana parte vedeano il mare aver [p. 285 modifica]mutato colore. Ma poi che ’l giorno fu partito, i marinari, da doppia notte occupati, non vedevano che si fare. Elli s’argomentavano quanto potevano di prendere alto mare e di resistere alla sopravvegnente tempesta pe’ veduti segni; ma mentre che gli argomenti utili alla loro salute si prendevano, subitamente incominciò da’ nuvoli a scendere un’acqua grandissima, e il vento a multiplicare in tanta quantitá, che levate loro le vele e spezzato l’albero, non come essi volevano, ma come a lui piaceva, li guidava. E li mari erano alti a cielo, e da ogni parte percotevano la resistente nave, coprendo quella alcuna volta dall’un capo all’altro: e giá tolto avevano loro l’uno de’ timoni, e dell’altro stavano in grandissimo affanno di guardare. E il cielo s’apriva sovente mostrando terribilissimi e focosi baleni con pestilenziosi tuoni, i quali, in alcune parti colti della nave, n’avevano tutte le bande mandate in mare: laonde tutti i marinari dopo lunga fatica, e combattuti dal vento e dalla sopravvegnente acqua e da’ tuoni, il potersi aiutare, o loro o la nave, avevano perduto, e chi qua e chi lá quasi morti sopra la coperta della nave prostrati giacevano vinti; e quasi ogni speranza di salute, per lo dire de’ padroni e per le manifeste cose, era perduta. Né ancora la notte mezze le sue dimoranze aveva compiute, né il tempo faceva sembianti di riposarsi, ma ciascun’ora piú minaccevole proffereva maggiori danni con le sue opere: onde niuno conforto né a Filocolo né ad alcuno che vi fosse era rimaso, se non aspettare la misericordia degl’iddii.

Multiplicava ciascun’ora alla sconsolata nave piú pericolo, e quantunque il romore del mare e dei venti e de’ tuoni e dell’acque fosse grandissimo, ancora il faceano molto maggiore le dolenti voci de’ marinari, le quali alcune in rammarichii, altri in prieghi agl’iddii che gli dovessero atare dolorosissime dalle loro bocche procedevano, conoscendo il pericolo in che erano. Le quali cose Filocolo per lungo spazio avendo vedute, e a quelle conforto e aiuto co’ suoi compagni aveva porto quanto potuto aveva, vedendo la loro salute ognora piú fuggire, con gli altri insieme quasi disperato piangendo si [p. 286 modifica]cominciò a dolere, dicendo cosí: «O fortuna, sazia di me omai la tua iniqua volontá. Assai ti sono stato trastullo, assai di me hai riso. Ora in alto e ora in basso stato non pensare piú di recarmi a quell’ultimo male che continuamente hai disiderato: fallo tosto. Non m’indugiare piú la morte, poi che tu la mi disideri: ma se esser puote, io solo la morte riceva, acciò che costoro, i quali per me ingiustamente li tuoi assalti ricevono, non sofferiscano senza peccato pena. I tuoi innumerabili pericoli tutti, fuori che questo, m’hai fatti provare, e in questo, il quale ancora non avea provato, ogni tua noia si contiene: adunque sia questo, come maggiore, a me per fine riservato nelle mie miserie. A questo niuna cosa peggiore mi può seguire se non morte. Io la disidero: mandalami, acciò che gli altri campino, e la tua voglia s’adempia e i miei dolori si terminino. Sazisi ora ogni tua voglia, e in questo finiscano le tue fatiche e i miei danni. O miseri parenti rimasti senza figliuolo, confortatevi, ché piú aspro fine gli seguita che voi non gli dimandavate. Egli è ora nelle reti tese da voi miseramente incappato. Le vostre operazioni in questa notte avranno fine, e la vostra letizia non vedrá il morto viso, il quale vivo invidiosi lagrimato avete. Solo in questo m’è benigna la fortuna, e in questo la ringrazio, che sí incerta sepoltura mi donerá, che né vivo né morto mai ai vostri occhi mi ripresenterò: però che se mi odiate, come le vostre operazioni hanno mostrato, senza consolazione in dubbio viverete della mia vita; se mi amate, come figliuolo da’ parenti deve essere amato, la fortuna, rapportatrice de’ mali, morto mi vi paleserá senza indugio, e allora potrete conoscere voi debita pena portare del commesso male. Ma la mia opinione solo questa consolazione ne porterá con l’anima al leggero legnetto di Caronte, pensando che la vostra vecchiezza in dolore si consumerá, la quale non consentí che io lieto usassi i miei giovani anni. O Nettunno, perché tanto t’affanni per avere la mia anima? Copri la trista nave se possibile è, e me solo in te ne porta. Finisci il tuo disio e le mie pene ad un’ora: non noccia il mio infortunio agl’innocenti [p. 287 modifica]compagni». E poi ch’egli aveva per lungo spazio cosí detto, con piú pietosa voce alzava il viso mirando il turbato cielo, e diceva: «O sommo Giove, venga la tua luce alla sconsolata gente, per la quale i non conosciuti cammini del tuo fratello ci si manifestino! Aiuta il tuo popolo che solo in te spera, e, senza guardare a’ nostri meriti, con pietoso aspetto alla nostra necessitá ti rivolgi, e se lecito non ci è di poter la dimandata isola prendere con le nostre ancore, prenda la giá non piú nave, senza pericolo di noi, qualunque altro porto. Umilia il tuo fratello a cui niuna ingiuria facemmo mai. Movasi la tua pietá a’ nostri prieghi: non resistano i nostri commessi difetti, i quali sí come uomini continuo adoperiamo. E tu, o sommo iddio, a cui non ha tre dí passati, o forse quattro, feci debiti sacrificii, aiutaci, e la impromessa fatta dalla santa bocca non mettere in oblio. Non si conviene agl’iddii essere fallaci, né possibile è che siano; ma cessi che cosí la tua promessa mi sia attenuta, come quella di Giove fu a Palinuro. Io non men tosto disidero di prendere altri liti, se possibile non è d’avere questi, che per tal maniera la promessione ricevere. O santa Venere, aiutami nel tuo natal luogo. Non mi far perire lá ove tu nascesti, e dove tu piú forza che in altra parte devi avere. Ricordati della mia diritta fede. Cessino per lo tuo aiuto questi venti, e manifesticisi la bellezza del bel nido di Leda e la figliuola di Latona, e i mari, che di sé fanno spumose montagne, nelle sue usate pianezze riduci. Vedi che niuno di noi non può piú; solo il vostro soccorso sostiene le nostre speranze: quello solo attendiamo. Non s’indugi: l’albero e le vele e i timoni e le sartie da’ venti e dall’onde ci sono state tolte. I tuoni e le spaventevoli corruscazioni e le gravi acque cadenti dal cielo e mosse da’ venti ci hanno i nocchieri e i marinari e noi vinti, e renduti impossibili a piú aiutarci: in tempestoso mare, senza guida e in sconosciuto luogo, abbandonato da ogni speranza, per li tuoi servigi cosí mi ritrovo».

Gli altri compagni di Filocolo tutti piangevano, e nulla salute speravano, ma dal fiero colpo d’Atropos, il quale vicino [p. 288 modifica]si vedevano, impauriti e mezzi morti giacevano tutti bagnati, e quasi ogni potenza corporale perduta, si conducevano secondo i disordinati movimenti della nave. Ma al vecchio Ascalione, il quale altre volte simiglianti avversitadi provate aveva, ancora che paurosa fosse, non gli pareva cosa nuova, e con migliore speranza viveva che alcuno degli altri, e tutti li andava riconfortando con buone parole come cari figliuoli. E mentre queste cose cosí andavano, la nave portata da’ poderosi venti senza niuno governamento, avanti che ’l giorno apparisse da nulla parte, ne’ porti dell’antica Partenope fu gittata da’ fieri venti, quasi vicina agli ultimi suoi danni: e quivi da’ marinari, che vedendosi in porto ripresero conforto, cosí spezzata dalle bande e fracassata, in sicuro luogo dall’ancore fu fermata, e aspettarono il nuovo giorno ringraziando gl’iddii, non sappiendo in che parte la fortuna li avesse balestrati.

Poi che il giorno apparve e il luogo fu conosciuto da’ marinari, contenti d’essere in sicuro e grazioso luogo, discesero in terra. E Filocolo e’ suoi compagni, a’ quali piú tosto dalla sepoltura risuscitati pareva uscire che dalla nave, scesi in terra, e rimirando verso le crucciate acque, ripetendo in se medesimi i passati pericoli della passata notte, appena parea loro poter essere sicuri, e ringraziando gl’iddii che da tal caso recati gli avevano a salute, offersero loro pietosi sacrificii e cominciaronsi a confortare. E da un amico d’Ascalione onorevolmente ricevuti furono nella cittá, e quivi la loro nave fecero racconciare tutta, e di vele e d’albero e di timoni migliori che li perduti la rifornirono, e incominciarono ad aspettar tempo al loro viaggio, il quale molto piú si prolungò che ’l loro avviso non estimava. Per la qual cosa Filocolo volle piú volte per terra pigliare il cammino, ma, sconfortato da Ascalione, se ne rimase, aspettando il buon tempo, in quel luogo.

Videro Filocolo e’ suoi compagni Febea cinque volte tonda e altretante cornuta, avanti che Noto le sue impetuose forze abbandonasse: né quasi mai in questo tempo videro rallegrare il [p. 289 modifica]tempo. Per la qual cosa malinconia grandissima e ira la disiderosa anima di Filocolo stimolava, dolendosi della ingiuria che da Eolo ricevere gli pareva. E piú volte la sua ira con voti e con pietosi sacrificii e con umili prieghi s’ingegnò di piegare, ma venire non poteva al disiderato fine, anzi pareva che quelli piú nocessero; onde egli spesso di ciò si doleva dicendo: «Oimè, che ho io verso gl’iddii commesso, che i miei sacrificii puramente fatti non siano accettati? Io non sacrilego, io non invidioso de’ loro onori, io non assalitore de’ loro regni, né tentatore della loro potenza, ma fedelissimo e divoto servidore di tutti: adunque che mi nuoce?». Egli dopo le lunghe malinconie andava alcuna volta a’ marini liti, e in quella parte, verso la quale egli imaginava di dovere andare, si volgeva, e rimirava, dicendo: «Sotto quella parte del cielo dimora la mia Biancofiore. Quella parte è testé da lei veduta, e io la voglio rimirare. Io sento la dolcezza ch’ella adduce seco, presa dalla luce de’ begli occhi di Biancofiore». E poi abbassati gli occhi sopra le salate onde, e vedendole verdi e spumanti biancheggiare nelle loro rotture con tumultuoso romore, e similmente il vento con sottili sottentramenti stimolar quelle, turbato in se stesso diceva: «O dispietata forza di Nettunno, perché commovendo le tue acque impedisci il mio andare? Forse tu pensi ch’io un’altra volta porti il greco foco alla tua fortezza, come fecero coloro a’ quali se tu sí crudele, come se’ a me, fossi stato, ancora le sue mura vedresti intiere e piene di popolo senza esser mai state offese. Io non porto insidie, ma come umile amante, col core acceso di fiamma inestinguibile, per lo piacere d’una bellissima giovane, sí come tu giá avesti, cerco mediante la tua pace di ritrovar lei, allontanata per inganni d’alcuni dalla mia presenza. Di che meritarono piú coloro nel tuo cospetto, che portandonela da me la divisero, che meriti io? Che ho io verso di te offeso, che commesso piú che gli ausonici mercatanti? Niuna cosa; anzi con sacrificii continui ho la tua deitá esaltata cercando di pacificarla verso me. Alla quale s’io forse mai offesi, ignorantemente il male commisi: e che che io m’avessi commesso, [p. 290 modifica]ben ti dovrebbe bastare, pensando quello che mi facesti, non è lungo tempo passato, quando me e’ miei compagni quasi per morti in questo luogo gittasti sopra lo spezzato legno. Adunque perché senza utilitá piú avanti mi nuoci? Certo, se i tuoi regni fossero da essere cercati per brieve quantitá come da Leandro erano, con la virtú dell’anello ricevuto dalla pietosa madre, mi metterei a cercare il disiato luogo oltre al tuo piacere, e crederei poter fornire quello che a lui fornire non lasciasti; ma sí lungo cammino per quelli ho ad andare, che piú tosto la forza mi mancherebbe che il tuo potere m’offendesse: e per questo cerco la tua pace, e quella disidero; non la mi negare, io te ne priego per quell’amore che giá per Ifimedia sentisti. E tu, o sommo Eolo, spietato padre di Canace, tempera le tue ire, ingiustamente verso me levate. Apri gli occhi, e conosci ch’io non sono Enea, il gran nemico della santa Giunone: io sono un giovane che amo, sí come tu amasti. Pensi tu forse per nuocermi avere da Giunone la seconda impromessa? Raffrena le tue ire; racchiudi lo spiacevole vento sotto la cavata pietra. Io non sono Macareo, né mai in alcuna cosa t’offesi. Sostieni ch’io compia l’incominciato viaggio, e quello compiuto, quando nel disiato luogo sarò con la mia donna, quanto ti piace soffia: graziosa cosa mi sará di quel luogo mai non partirmi. Allora mostrerai le tue forze, quando noioso non mi sará il dimorare. Ma ora che con angoscia perdo tempo, mitiga la tua furia, e sostieni che ’l mio disio io possa fornire, ché se tu non fossi, ben conosco che Nettunno priega di starsi in pace». Poi diceva: «Oimè, ove mi costringe amore di perdere i prieghi alle sorde onde e a’ dissoluti soffiamenti, ne’ quali niuna fede, come in cosa senza niuna stabilita, si trova!».

Con cotali parole piú volte si dolea l’innamorato giovane sopra i salati liti, e da malinconia gravato ritornava al suo ostiere. Ma essendo giá Titano ricevuto nelle braccia di Castore e di Polluce, e la terra rivestita d’ornatissimi vestimenti, e ogni ramo nascoso dalle sue fronde, e gli uccelli, stati taciti nel noioso tempo, con dolci note riverberando l’aere, e il cielo, [p. 291 modifica]giá ridendo, a Filocolo il disiderato cammino promettendo con ferma fede, avvenne che Filocolo una mattina, pieno di malinconia e tutto turbato nel viso, si levò dal notturno riposo. Il quale vedendo, i compagni si maravigliarono molto, perché piú che l’altre fiate turbato stesse. Al quale Ascalione disse: «Giovane, iscaccia da te ogni malinconia, ché il tempo si racconcia, per lo quale, senza dubbio di piú ricevere sí noioso accidente come giá sostenemmo, ci sará lecito il camminare». A cui Filocolo rispose: «Maestro, certamente quello che tu dí, conosco, ma ciò alla presente malinconia non m’induce». «E come» disse Ascalione, «è nuovo accidente venuto, per lo quale tu debba dimorare turbato?» «Certo» disse Filocolo, «l’accidente della mia turbazione è questo, che nella passata notte ho veduto la piú nuova visione che mai alcuno vedesse, e in quella ho avuto gravissima noia nell’animo, veggendo le cose ch’io vedeva: per la qual cosa la turbazione, poi ch’io mi svegliai, ancora da me non è partita, ma senza dubbio credo che meco non lungamente dimorerá.» Pregaronlo Ascalione e i compagni che, cacciando da sé ogni malinconia, gli piacesse la veduta visione narrare loro, nella quale tanta afflizione sostenuta aveva. A’ quali Filocolo con non mutato aspetto rispose che volentieri, e cosí cominciò a parlare:

«A me pareva essere da tutti voi lasciato, e dimorare sopra il falernese monte, qui a questa cittá sovraposto, e sopra quello mi pareva che un bellissimo prato fosse, rivestito d’erbe e di fiori assai dilettevoli a riguardare, e pareami da quello poter vedere tutto l’universo; né mi pareva che a’ miei occhi alcuna nazione s’occultasse. E mentre ch’io cosí rimirando intorno le molte regioni dimorava, vidi da quel cerreto dove noi la misera fontana trovammo, uno smeriglione levarsi e cercare il cielo; e poi che egli era assai alzato, pigliando larghissimi giri il vidi incominciare a calare, e dietro a una fagiana bellissima e volante molto, che levata s’era d’una pianura tra le salvatiche montagne posta, non guari lontana al natale sito del nostro poeta Naso: e nel giá detto prato a me assai appresso mi pareva ch’egli la sopragiungesse, e ficcatosela i piedi sopra la [p. 292 modifica]schiena, forte ghermita la tenea. Poi appresso, assai vicino di quel luogo onde levata s’era la fagiana, mi parve vedere levare quell’uccello che a guardia dell’armata Minerva si pone, e con lui un nerissimo merlo, e volando quella seguire, e nel suo cospetto e dello smeriglione posarsi. Poi, volti gli occhi in altra parte di quell’isola la quale noi cerchiamo, il semplice uccello, in compagnia di Citerea posto, vidi quindi levarsi, e insieme con un cuculo in quel luogo ancora porsi. E mentre ch’io in giro gli occhi volgeva, vidi tra l’ultimo ponente e i regni di Trazia di sopra a Senna levarsi uno sparviero bellissimo e un gheppio, e seguitare un girifalco e un moscardo e un rigogolo e una grue, che di sopra alla riviera del Rodano levati s’erano, e dintorno alla fagiana posarsi. Poi, in piú prossimana parte tirati gli occhi, vidi dalle guaste mura, lasciate da noi nel piano del fratello del Tevere, uscire un terzuolo, e con forte volo aggiungersi agli altri sopradetti, di dietro al quale la misera reina, ancora de’ suoi popoli nemica, levata di presso al luogo onde lo smeriglione levare vidi, volando seguia: e di non molto lontano alla nostra Marmorina surse il padre d’Elena, e qui venne, e da una costa di queste montagne vicine venne un avvoltoio e con gli altri nel bel prato si pose. E mentre ch’io dell’adunazione di questi uccelli in me medesimo mi maravigliava, e io guardai e vidi di questa piaggia molti e diversi altri levarsi, e co’ sopradetti congiungersi: e mi pareva, se bene stimai, un nibbio e un falcone e un gufo vedere agli altri procedere, e, a loro dietro, una delle figliuole di Pierio conobbi, e una ghiandaia che pigolando forte volava; e, dopo loro, quelli da cui Apollo è accompagnato, e il mirifico tiratore del carro di Giunone, e una calandra, e un picchio e poi un grande aghirone con la misera Filomena e con Tereo, a’ quali dietro volava un indiano pappagallo e un frusone, e con gli altri accolti, fatto di loro un cerchio dintorno alla fagiana, da’ piè di Niso sopr’essa. Io maravigliandomi incominciai ad attendere che questi volessero fare. E come ciò rimirava, tutti cominciaro a dare gravissimi assalti alla fagiana, e alcuni altri allo smerlo, gridando [p. 293 modifica]e stridendo, quale tirandosi adietro e quale mettendosi avanti, e chi penne e chi la viva carne di quella ne portava; ma lo smeriglione gridando, senza schermirgli punto, quanto poteva da tutti la difendeva; e in questa battaglia per lungo spazio dimorò, e quasi io piú volte fui mosso per andare ad aiutarlo, poi ritenendomi fra me dicevo: ‛Veggiamo la fine di costui, se egli avra tanto vigore che da tutti la difenda’. E cosí attendendo, dalle montagne vicine a Pompeana vidi un grande mastino levarsi, e correre in questo luogo, e tra tutti gli uccelli ficcatosi, e con rabbiosa fame il capo della fagiana preso, e quel divorato, per forza l’altro busto trasse degli artigli di Niso: il quale poi che voti della presa preda si trovò gli artigli, gridando il vidi non so come in tortora essere trasmutato, e sopra un vicino arbore, nel quale fronde verdi il novello tempo non avea rimesse, posarsi, e sopra quello a modo di pianto umano quasi la sentiva dolere. E cosí stando, mi parve vedere il cielo chiudersi d’oscuri nuvoli, molto peggio che quella notte, che noi di morire dubitammo, non fece. E picciolo spazio stette ch’egli ne cominciò a scendere un’acqua pistolenziosa con una grandine grossa, con venti e con tempesta simile mai non veduta: e i tuoni e’ lampi erano innumerabili e grandissimi. E certo io dubitava non il mondo un’altra volta in caos dovesse tornare! E tutta questa pistolenzia parea che sovra il dolente uccello cadesse: la quale dolendosi con l’ale chiuse tutta la sosteneva. La terra e ’l mare e il cielo crucciati e minacciando peggio, parevano contra a quella commossi, né pareva che luogo fosse alcuno ov’essa per sua salute ricorso avere potesse. E cosí di questa visione in altre, le quali alla memoria non mi tornano, mi trasportò la non istante fantasia, infino a quell’ora che io poco inanzi mi svegliai, trovandomi ancora nella mente turbato dalla compassione avuta al povero uccello».

«Strane cose ne conta il tuo parlare» disse Ascalione, «né che ciò si voglia significare credo che mai alcuno conoscerebbe: e però niuna malinconia te ne deve succedere. Manifesta cosa è che ciascuno uomo ne’ suoi sonni vede mirabili [p. 294 modifica]cose impossibili e strane, dalle quali poi sviluppato si maraviglia, ma conoscendo i principii onde muovono, quelle senza alcun pensiero lascia andare: e però quelle cose che ne conti che vedute hai, sí come vane nella loro vanitá le lascia passare. E poi che il tempo si rallegra, e de’ nostri disideri lieto indizio ci dimostra, e noi similmente ci rallegriamo, andiamo e ’l piacevole aere su per li salati liti prendiamo: e ragionando, del nostro futuro viaggio ci proveggiamo passando tempo.» Cosí Filocolo col duca e con Parmenione e con gli altri compagni si mosse, e con lento passo, di diverse cose parlando, verso quella parte ove le reverende ceneri dell’altissimo poeta Maro si riposano, dirizzarono il loro andare. I quali non furono cosí parlando guari dalla cittá dilungati, che essi pervenuti allato ad un giardino, udirono in esso graziosa festa di giovani e di donne. E l’aere di varii strumenti e quasi d’angeliche voci ripercossa risonava tutta, entrando con dolce diletto a’ cuori di coloro a li cui orecchi cosí riverberata venia: i quali canti a Filocolo piacque di stare alquanto a udire, acciò che la preterita malinconia, mitigandosi per la dolcezza del canto, andasse via. Ristette adunque ad ascoltare: e mentre che la fortuna cosí lui e i compagni fuori del giardino teneva ad ascoltare sospesi, un giovane uscí di quello, e videgli, e nell’aspetto nobilissimi uomini da riverire gli conobbe. Per che egli senza indugio ritornato a’ compagni, disse: «Venite, onoriamo alquanti giovani, ne’ sembianti gentili e di grande essere, i quali, forse vergognandosi di passare qua entro senza essere chiamati, dimorano di fuori ascoltando i nostri canti». Lasciarono adunque i compagni di costui le donne alla loro festa, e usciti dal giardino se ne vennero a Filocolo, il quale nel viso conobbero di tutti il maggiore, e a lui, con quella riverenza ch’essi avevano giá negli animi compresa che si convenisse, parlarono, pregandolo che in onore e accrescimento della loro festa gli piacesse co’ suoi compagni passare con loro nel giardino, con piú prieghi sopra questo strignendolo, che esso loro questa grazia non negasse. Legarono i dolci prieghi l’animo gentile di Filocolo, e non [p. 295 modifica]meno quello de’ compagni, e cosí a’ preganti fu da Filocolo risposto: «Amici, in veritá cotal festa da noi cercata non era, né similemente fuggita, ma sí come naufraghi gittati ne’ vostri porti, per fuggire gli accidiosi pensieri che l’ozio induce, andavamo per questi liti le nostre avversitá recitando; e come la fortuna ad ascoltare voi c’inducesse non so, ma disiderosa pare di cacciare da noi ogni noia, pensando che voi, in cui cortesia infinita conosco, ci ha parati davanti: e però a’ vostri prieghi sodisfaremo, ancora che forse parte della cortesia, che da noi procedere dovrebbe, guastiamo. E cosí parlando insieme nel bello giardino se n’entrarono, dove molte belle donne trovarono, dalle quali graziosamente ricevuti furono, e con loro insieme accolti alla loro festa.

Poi che Filocolo per grande spazio ebbe la festa di costoro veduta, e festeggiato con essi, a lui parve di partirsi. E volendo prendere congedo da’ giovani e ringraziare del ricevuto onore, una donna piú che altra da riverire, piena di maravigliosa bellezza e di virtú, venne dov’egli stava, e cosí disse: «Nobilissimo giovane, voi per la vostra cortesia questa mattina a questi giovani avete fatto una grazia, per la quale essi sempre vi sono tenuti, cioè di venire ad onorare la loro festa: piacciavi, adunque, all’altre donne e a me la seconda grazia non negare». A cui Filocolo con soave voce rispose: «Gentilissima donna, a voi niuna cosa giustamente si può negare, comandate: io e’ miei compagni a’ vostri piaceri tutti siamo presti». A cui la donna cosí disse: «Con ciò sia cosa che voi, venendo, in grandissima quantitá la nostra festa multiplicaste, io vi voglio pregare che partendovi non la manchiate, ma qui con noi questo giorno, in quello che cominciato abbiamo, infino alla sua ultima ora consumiate». Filocolo rimirava costei parlante nel viso, e vedeva i suoi occhi pieni di focosi raggi scintillare come matutina stella, e la sua faccia piacevolissima e bellissima, né, poi che la sua Biancofiore non vide, gli pareva sí bella donna avere veduta. Alla cui domanda cosí rispose: «Madonna, disposto sono piú tosto il vostro piacere che ’l mio dovere adempiere, però quanto a [p. 296 modifica]voi piacerá, tanto con voi dimorerò, e i miei compagni con meco». Ringraziollo la donna, e ritornando con l’altre, con esse insieme si cominciò a rallegrare.

In tal maniera dimorando Filocolo con costoro, prese intima dimestichezza con un giovane chiamato Galeone, di costumi ornatissimo e facondo di leggiadra eloquenza, a cui egli parlando cosí disse: «Oh, quanto voi agl’immortali iddii siete piú che alcun altro tenuti, li quali in una volonta pacifici vi conservano in far festa!». «Assai loro ci conosciamo essere obbligati» rispose Galeone; «ma quale cagione vi muove a parlare questo?» Filocolo rispose: Certo niun’altra cosa se non il vedervi qui cosí assembrati tutti in un volere». «Certo» disse Galeone, «non vi maravigliate di ciò, ché quella donna, in cui tutta la leggiadria si riposa, a questo ci mosse e tiene.» Disse Filocolo: «E chi è questa donna?». E Galeone rispose: «Quella che vi pregò che voi qui rimaneste, quando poco inanzi partire vi volevate». «Bellissima e di gran valore mi pare nel suo aspetto» disse Filocolo; «ma se ingiusta non è la mia dimanda, manifestisimi per voi il suo nome, e donde ella sia e da che parenti discesa.» A cui Galeone rispose: «Niuna vostra dimanda potrebbe essere ingiusta; e però di cosí valorosa donna niuno è che apertamente parlando non deggia palesar la sua fama, onde al vostro dimando interamente sodisfarò. Il suo nome è da noi qui chiamato Fiammetta, posto che la piú parte delle genti il nome di Colei la chiamino, per cui quella piaga, che il prevaricamento della prima madre aperse, si richiuse. Essa è figliuola dell’altissimo prencipe, sotto il cui scettro questi paesi in quiete si reggono, e a noi tutti è donna: e, brievemente, niuna virtú è che in valoroso core debba capere, che nel suo non sia; e voi, sí com’io stimo, oggi dimorando con noi, il conoscerete». «Ciò che voi dite» disse Filocolo, «non si può ne’ suoi sembianti celare: gl’iddii a quel fine, che sí singulare donna merita, la conducano; e certo quello e piú che voi non dite, credo di lei. Ma queste altre donne chi sono?» Disse Galeone: «Queste donne sono alcune di Partenope, e altre d’altronde in sua [p. 297 modifica]compagnia, sí come noi medesimi, qui venute». E poi che essi ebbero per lungo spazio cosí ragionato, disse Galeone: «Deh, dolce amico, se a voi non fosse noia, a me molto sarebbe a grado di vostra condizione conoscere piú inanzi che quello che il vostro aspetto rappresenta, acciò che, conoscendovi, piú degnamente vi possiamo onorare: però che tal fiata il non conoscere fa negli onoranti il debito dell’onorare mancare». A cui Filocolo rispose: «Niuno mancamento dalla vostra parte potrebbe venire in onorarmi, ma tanto me n’avete fatto avanti, che sovrabbondando avete i termini trapassati. Ma poi che della mia condizione disiderate sapere, ingiusto saria di ciò non sodisfarvi, e però, quanto lecito m’è di scoprire, ve ne dirò. Io mi sono un povero pellegrino d’amore, il quale vo cercando una mia donna a me con sottile inganno levata da’ miei parenti; e questi gentili uomini i quali con meco vedete, per loro cortesia nel mio pellegrinaggio mi fanno compagnia: e il mio nome è Filocolo, di nazione spagnuolo, gittato dal tempestoso mare ne’ vostri porti, cercando io l’isola de’ siculi». Ma tanto coperto parlare non gli seppe, che il giovine di sua condizione non comprendesse piú avanti che Filocolo disiderato non avrebbe: e de’ suoi accidenti compassione avendo, il riconfortò alquanto con parole che nel futuro vita migliore gli promettevano. E da quell’ora inanzi multiplicando l’onore, non come pellegrino, né come uomo accettato in quella festa, ma come maggiore e principale di quella, a tutti il fece onorare, e la donna massimamente comandò che cosí fosse, poi che da Galeone la sua condizione intese, in sé molto caro avendo tale accidente.

Era giá Apollo col carro della luce salito al meridiano cerchio e quasi con diritto occhio riguardava la rivestita terra, quando le donne e i giovani in quel loco adunati, lasciato il festeggiare, per diverse parti del giardino cercando, dilettevoli ombre e diversi diletti per diverse schiere prendevano, fuggendo il caldo aere che li dilicati corpi offendeva. Ma la gentil donna, con quattro compagne appresso, prese Filocolo per la mano dicendo: «Giovane, il caldo ne costrigne [p. 298 modifica]di cercare i freschi luoghi, però in questo prato, il quale qui davanti vedi, andiamo, e quivi con varii parlamenti la calda parte di questo giorno passiamo». Andò adunque Filocolo, lodando il consiglio della donna, dietro a’ passi di lei, e con lui i suoi compagni, e Galeone e due altri giovani con loro: e vennero nel mostrato prato, bellissimo molto d’erbe e di fiori, e pieno di dolce soavitá di odori, dintorno al quale belli e giovani arbuscelli erano assai con fronde verdi e folte, delle quali il luogo era difeso da’ raggi del gran pianeta. E nel mezzo del praticello una picciola fontana chiara e bella era, dintorno alla quale tutti si posero a sedere; e quivi di diverse cose, chi mirando l’acqua e chi cogliendo fiori, incominciarono a parlare. Ma però che tal volta disavvedutamente l’uno le novelle dell’altro trarompeva, la bella donna disse cosí: «Acciò che i nostri ragionamenti possano con piú ordine procedere e infino alle piú fresche ore continuarsi, le quali noi per festeggiare aspettiamo, ordiniamo uno di noi qui in luogo di nostro re, al quale ciascuno una quistione d’amore proponga, e da esso, di quella, debita risposta prenda. E certo, secondo il mio avviso, noi non avremo le nostre quistioni poste a fine, che il caldo sará, senza che noi il sentiamo, passato, e il tempo utilmente e con diletto sará adoperato». Piacque a tutti, e tra loro dissero: «Facciasi re». E con unica voce tutti Ascalione, però che piú che alcuno attempato era, in re eleggevano. A’ quali Ascalione rispose sé a tanto uficio essere insofficiente, però che piú ne’ servigi di Marte che in quelli di Venere aveva i suoi anni spesi; ma, se a tutti piacesse di rimettere in lui la elezione di tal re, egli si credeva bene tanto conoscere avanti della qualitá di tutti, che egli il costituerebbe tale che vere risposte a tali dimande renderebbe. Consentirono allora tutti che in Ascalione fosse liberamente la elezione rimessa, poi che assumere in lui tale dignitá non voleva.

Levassi allora Ascalione, e colti alcuni rami di un verde alloro, il quale quasi sopra la fontana gittava la sua ombra, di quelli una bella coronetta fece, e quella recata in presenza [p. 299 modifica]di tutti costoro, cosí disse: «Da poi che io ne’ miei piú giovani anni cominciai ad avere conoscimento, giuro per quelli iddii che io adoro, che non mi torna nella memoria di avere veduta o udita nominare donna di tanto valore, quanto questa Fiammetta, nella cui presenza Amore di sé tutti infiammati ci tiene, e da cui noi questo giorno siamo stati onorati in maniera di mai non doverlo dimenticare. E però che ella, sí come io senza fallo conosco, è d’ogni grazia piena e di bellezza, e di costumi ornatissima e di leggiadra eloquenza dotata, io nostra reina la eleggo: e molto meglio, per la sua magnificenza, la imperiale corona le si converrebbe! A costei di reale stirpe ancora discesa, e a cui l’occulte vie d’amore sono tutte aperte, sará lieve cosa nelle nostre quistioni contentarci». E appresso a questo, davanti alla valorosa donna umilmente si inginocchiò, dicendo: «Gentile donna, ornate la vostra testa di questa corona, la quale non meno che d’oro è da tener cara da coloro che degni sono, per le loro opere, di tale coprirsi la testa. Alquanto il candido viso della bella donna si dipinse di nuova rossezza, dicendo: «Certo non debitamente avete di reina provveduto all’amoroso popolo, che di sofficientissimo re aveva bisogno, però che di tutti voi, che qui dimorate, la piú semplice e di meno virtú sono, né alcuno di voi è a cui meglio che a me investita non fosse simile corona. Ma poi che a voi piace, né alla vostra elezione posso opporre, acciò che io alla fatta promessa non sia contraria, la prenderò, e spero che dagl’iddii e da essa l’ardire dovuto a tanto uficio prenderò: e con l’aiuto di colui a cui queste fronde furono giá care, a tutti risponderò secondo il mio poco sapere. Nondimeno io divotamente il priego che egli nel mio petto entri, e muova la mia voce con quel suono, col quale egli giá l’ardito uomo vinto fece meritare d’uscire della guaina de’ suoi membri. Io, per via di festa, lievi risposte vi donerò, senza cercare la profonditá delle proposte questioni, la quale andare cercando piú tosto affanno che diletto recherebbe alle nostre menti». E questo detto, con le dilicate mani prese l’offerta ghirlanda, e la sua testa ne coronò, e comandò che, [p. 300 modifica]sotto pena d’essere dall’amorosa festa privato, ciascuno s’apparecchiasse di proporre alcuna quistione, la quale fosse bella e convenevole a quello di che ragionare intendevano, e tale, che piú tosto della loro gioia fosse accrescitrice, che per troppa sottigliezza o per altro guastatrice di quella.

Quistione I.

Dalla destra mano di lei sedeva Filocolo, a cui ella disse: «Giovane, cominciate a proporre la vostra questione, acciò che gli altri ordinatamente, sí come noi qui seggiamo, piú sicuramente dopo voi propongano». A cui Filocolo rispose: «Nobilissima donna, senza alcuno indugio il vostro comandamento ubbidirò»; e cosí disse: «Io mi ricordo che in quella cittá dov’io nacqui si faceva un giorno una grandissima festa, alla quale cavalieri e donne erano molti ad onorarla. Io che similmente v’era, andando dattorno mirando quelli che nel luogo stavano, vidi due giovani assai graziosi nel loro aspetto, i quali amenduni una bellissima giovane rimiravano, né si saria per alcuno potuto conoscere chi piú fosse stato di loro acceso della bellezza di costei. E quando elli lungamente costei ebbero riguardata, non faccendo ella miglior sembiante all’uno che all’altro, essi incominciarono tra loro a ragionare di lei: e fra l’altre parole ch’io del loro ragionamento intesi, fu, che ciascuno diceva sé essere piú amato da lei, e in ciò ciascuno diversi atti dalla giovane per adietro fatti allegava in aiuto di sé. Ed essendo per lungo spazio in tale quistione dimorati, e giá quasi per molte parole venuti a volersi oltraggiare, riconobbero che male facevano, però che in tale atto danno e vergogna di loro e dispiacere della giovane adoperavano; ma mossi con eguale concordia, amenduni davanti alla madre della giovane se n’andarono, la quale similmente a quella festa stava, e cosí in presenza di lei proposero che, con ciò fosse cosa che sopra tutte l’altre giovani del mondo a ciascuno di loro la figliuola di lei piaceva ed essi fossero a [p. 301 modifica]questione quale d’essi due piacesse piú a lei, che le piacesse di concedere loro questa grazia, acciò che maggiore scandolo tra loro non nascesse, che alla figliuola comandasse che con parole o con atti loro dimostrasse qual di loro da lei fosse piú amato. La pregata donna ridendo rispose che volentieri; e, chiamata la figliuola a sé, le disse: «Bella figliuola, ciascuno di questi duo piú che sé t’ama, e in quistione sono quale da te sia piú amato, e cercano, di grazia, che tu o con segni o con parole ne li faccia certi; e però, acciò che d’amore, da cui pace e bene sempre deve nascere, non nasca il contrario, falli di ciò contenti, e con sembiante cortese mostra verso quale piú lo tuo animo si piega». Disse la giovane: «Ciò mi piace». E rimiratili e guardati amendue alquanto, vide che l’uno aveva in testa una bella ghirlanda di fresche erbette e di fiori, e l’altro senza alcuna ghirlanda dimorava. Allora la giovane, che similmente in capo una ghirlanda di verdi fronde aveva, primieramente levò quella di capo a sé, e a colui che senza ghirlanda le stava davanti, la mise in capo; e, appresso, quella che l’altro giovane in capo aveva ella prese e a sé la pose, e, loro lasciati stare, si tornò alla festa, dicendo che il comandamento della madre e il piacere di loro aveva fatto. I giovani rimasi cosí, nel primo quistionare ritornarono, ciascuno dicendo che piú da lei era amato; e quegli la cui ghirlanda la giovane prese e posesela sopra la sua testa, diceva: «Fermamente ella ama piú me, però che a niuno altro fine ha la mia ghirlanda presa, se non perché le mie cose le piacciono, e per avere cagione d’essermi tenuta; ma a te ha la sua donata quasi in luogo d’ultimo congedo, non volendo, come villana, che l’amore, che tu l’hai portato, sia senza alcun merito: ma quella ghirlanda donandoti, ultimamente t’ha meritato». L’altro dicendo il contrario, cosí rispondeva: «Veramente la giovane le tue cose ama piú che te, e ciò si può vedere che ella ne prese; ma ella ama piú me che le mie cose, in quanto ella delle sue mi donò: e non è segno d’ultimo merito il donare, sí come tu dí, ma è principio d’amistá e d’amore. E fa il dono colui che il riceve soggetto al donatore: [p. 302 modifica]però costei, forse di me incerta, acciò che piú certa di me avere per suggetto fosse, con dono mi volle alla sua signoria legare, se io legato forse non vi fossi. Ma tu come puoi comprendere che se ella dal principio ti leva, ch’ella mai ti debba donare? E cosí quistionando dimorarono per grande spazio, e senza alcuna diffínizione si partirono. Ora dico io, o grandissima reina, se a voi fosse l’ultima sentenza in tale quistione dimandata, che giudichereste voi?»

Con occhi d’amorosa luce sfavillanti, alquanto sorridendo la bella donna si rivolse a Filocolo, e dopo un lieve sospiro cosí rispose: «Nobilissimo giovane, bella è la vostra quistione, e certo saviamente si portò la donna, e ciascuno de’ giovani assai bene la sua parte difese; ma però che ne richiedete quello che ultimamente di ciò giudicheremo, cosí vi rispondiamo. A noi pare, e cosí dee parere a ciascuno che sottilmente riguarda, che la giovane ami l’uno, e l’altro non abbia in odio; ma, per piú il suo intendimento tener coperto, fece due atti contrarii, come appare, e ciò non senza cagione fece, acciò che l’amore di colui cui ella amava piú fermo acquistasse e quello dell’altro non perdesse: e ciò fu saviamente fatto. E però venendo alla nostra quistione, la qual è a quale de’ due sia piú amore stato mostrato, diciamo che colui a cui ella donò la sua ghirlanda è piú da lei amato, e questa ne pare la ragione: qualunque uomo o donna ama alcuna persona, per la forza di questo amore portato è ciascuno sí forte obbligato alla cosa amata, che sopra tutte le cose a quella disidera di piacere, né piú a legarla bisognano o doni o servigi; e questo è manifesto. Ma veggiamo che chi ama, la cosa amata, in qualunque maniera puote, di farlasi benigna e soggetta s’ingegna in diversi modi, acciò che quella possa a’ suoi piaceri recare, o con piú ardita fronte il suo disio dimandare. E che questo sia come noi parliamo, assai la infiammata Dido con le sue opere cel palesa, la quale, giá dell’amore d’Enea ardendo, infino a tanto che ad essa con onori e con doni non parve averlo preso, non ebbe ardire di tentare la dubbiosa via del dimandare. Dunque la giovane colui cui essa [p. 303 modifica]amava di piú, quello di piú obbligarsi cercò: e cosí diremo che quegli che il dono della ghirlanda ricevette, colui sia piú dalla giovane amato.»

Rispose Filocolo come la reina tacque: «Discreta donna, assai è da lodare la vostra risposta, ma non per tanto molto d’ammirazione mi porge, però che di ciò che diffinito avete della proposta quistione, io terrei che il contrario fosse da giudicare, con ciò sia cosa che generalmente tra gli amanti soglia essere questa consuetudine, cioè disiderare dí portare sopra sé alcuna delle gioie della cosa amata, però che di quella le piú volte piú che di tutto il rimanente si sogliano gloriare, e, quella sentendo sopra sé, nell’animo si rallegrano. Come voi potete avere udito, Paris rare volte o nulla entrava nell’aspre battaglie contra i Greci senza soprasegnale donatogli dalla sua Elena, credendosi con quello molto meglio, che senza quello, valere: e certo, secondo il mio parere, il suo pensiero non era vano. Per la qual cosa io cosí direi che, sí come voi diceste, saviamente fece la giovane, non diffinendo però come voi faceste, ma in questa maniera: conoscendo la giovane che da’ due giovani era molto amata, e che ella piú che uno amare non potesse, però che amore indivisibile cosa si trova, ella l’uno dell’amore che le portava volle guiderdonare, acciò che tale benivolenza non rimanesse da lei inguiderdonata, e donagli la sua ghirlanda in merito di ciò. Al l’altro, cui ella amava, volle porgere ardire e ferma speranza del suo amore, levandogli la sua ghirlanda e ponendola a sé: nel quale levare gli mostrò sé essere a lui obbligata per la presa ghirlanda; e però, a mio giudicio, piú costui a cui tolse, che quello a cui donò amava».

Al quale la gentil donna rispose: «Assai il tuo argomentare ci piacerebbe, se tu stesso nel tuo parlare nol dannassi. Guarda: come perfetto amore insieme col rubare può concorrere? Come potrai tu mai mostrarne che io ami quella persona la quale io rubo piú che quella a cui io dono, con ciò sia cosa che tra i piú manifesti segni d’amore d’alcuna persona è il donare? E secondo la quistione proposta, ella all’uno [p. 304 modifica]donò la ghirlanda, e all’altro la tolse, né le fu dall’altro donata: e quello che noi tutto giorno per esempio veggiamo può qui bastare, che si dice volgarmente coloro essere piú da’ signori amati i quali le grazie e’ doni ricevono, che quelli che di quelli privati sono. E però noi ultimamente tegnamo, conchiudendo, che quegli sia piú amato a cui è donato, che a cui è tolto. Ben conosciamo che alla presente quistione molto contro alla nostra diffinizione si potrebbe opporre: e alle opposte ragioni rispondere; ma ultimamente tale determinazione rimarrá vera. Ma però che il tempo non è da porre in una cosa sola, senza piú sopra questa parlare, gli altri ascolteremo, se vi piace». A cui Filocolo disse che assai gli piacea, e che bene bastava tale soluzione alla sua domanda; e qui si tacque.

Quistione II.

Sedeva appresso Filocolo un giovane cortese e grazioso nello aspetto, il cui nome era Longano, il quale, sí tosto come Filocolo tacque, cosí cominciò a dire: «Eccellentissima reina, tanto è stata bella la prima quistione, che appena la mia piacerá, ma non per tanto, per non essere fuori di sí nobile compagnia cacciato, io dirò la mia». E cosí parlando seguí: «E’ non sono molti giorni passati, ch’io soletto in una camera dimorando, involto negli affannosi pensieri pòrti dagli amorosi disiri, i quali con aspra battaglia il core assalito m’aveano, sentii un pietoso pianto, al quale, perché vicino a me la stimativa il giudicava, porsi intentivamente gli orecchi e conobbi che donne erano. Laond’io, per vedere chi fossero e dove, subito mi levai, e, rimirando per una finestra, vidi a fronte alla mia camera in un’altra dimorare due donne senza piú, le quali erano carnali sorelle, di bellezza inestimabile ornate, le quali vidi che questo pianto solette facevano. Ond’io in segreta parte dimorando, senza essere da loro veduto, lungamente le guardai; né però potei comprendere tutte le parole che per dolore con le lagrime fuori mandavano, se non che l’effetto di [p. 305 modifica]tal pianto, secondo quello che compresi, per amore mi parve. Per che io sí per la pietá di loro e sí per la pietá di sí dolce cagione, a piangere incominciai cosí nascoso. Ma dopo lungo spazio, perseverando queste pure nel loro dolore, con ciò fosse cosa che io fossi assai dimestico e parente di loro, proposi di volere piú certa la cagione del loro pianto sapere, e ad esse andai. Le quali non prima mi videro, che vergognandosi ristrinsero le lagrime ingegnandosi d’onorarmi. A cui io dissi: «Giovani donne, per niente v’affannate di ristringere dentro il vostro dolore per la mia venuta, con ciò sia cosa che tutte le vostre lagrime mi sieno state giá è gran pezza manifeste. Non vi bisogna di guardarvi da me, né di celarmi per vergogna la cagione del vostro pianto, la quale io sono venuto qui per sapere, però che da me mal merito in niuno atto non riceverete, ma aiuto e conforto quant’io potrò». Molto si scusarono le donne dicendo sé di niuna cosa dolersi; ma poi che pure scongiurandole mi videro disideroso di sapere quello, la maggiore di tempo cosí cominciò a parlare: «Piacere è degl’iddii che a te li nostri segreti si manifestino, e però sappi che noi, piú che altre donne mai, fummo crude e aspre, resistenti agli acuti dardi di Cupido, il quale, lunga stagione saettandoci, mai ne’ nostri cuori alcuno ne poté ficcare. Ma egli ultimamente piú infiammato, avendo proposto di vincere la sua puerile gara, aperse il giovane braccio, e con la sua saetta, nel macerato cuore pe’ molti colpi avanti ricevuti, ci ferí con sí gran forza, che i ferri passarono dentro, e maggiore piaga fecero, che, se agli altri colpi non avessimo fatta resistenza, non avrebbero fatta: e per lo piacere di due nobilissimi giovani alla sua signoria divenimmo suggette, seguendo i suoi piaceri con piú intera fede e con piú fervente volere che mai altre donne facessero. Ora ci ha la fortuna e amore di quelli, sí come io ti dirò, sconsolate. Io, prima che costei, amai, e con ingegno maestrevolmente, credendo il mio disio terminare, feci sí che io ebbi al mio piacere l’amato giovane, il quale trovai altretanto di me quanto io di lui essere innamorato. Ma certo giá per tale effetto l’amorosa fiamma non [p. 306 modifica]mancò né menomò il disio, ma ciascuno crebbe, e piú che mai arsi e ardo: il quale fuoco, tenendo lui nelle braccia e tal volta vedendolo, come io poteva meglio mitigava tenendolo dentro nascose. Avvenne, non si rivide poi la luna tonda, che costui commise disavedutamente cosa, per la quale eterno esilio dalla presente cittá gli fu donato: ond’egli, dubitando la morte, di qui s’è partito, senza speranza di ritornare. E io, sopra ogni altra femina dolorosa, ardendo piú che mai, senza lui sono rimasa disperata, ond’io mi doglio. E quella cosa che piú la mia doglia aumenta è ch’io da tutte parti mi veggo chiusa la via di poterlo seguire: pensa oramai se io ho da dolermi cagione». Dissi io allora: «E quest’altra perché si dole?». E quella rispose: «Questa similmente com’io innamorata d’un altro, e da lui similmente senza fine amata, acciò che i suoi disii non passassero senza parte d’alcun diletto, per gli amorosi sentieri piú volte s’è ingegnata di volergli recare ad effetto, a’ cui intendimenti gelosia ha sempre rotte le vie e occupate: per che mai a quelli non poté pervenire, né vede di potere, ond’ella si consuma stretta da ferventissimo amore, sí come tu puoi pensare se mai amasti. Trovandoci noi, adunque, qui solette, de’ nostri infortunii cominciammo a ragionare, e, conoscendoli piú d’alcun’altra donna maggiori, non potemmo ritenere le lagrime, ma piangendo ci dolevamo, sí come tu potesti vedere». Assai mi dolse di loro udendo questo, e con quelle parole che al loro conforto mi parvero utili le sovvenni, e da loro mi partii. Ora mi s’è piú volte per la mente rivolto il loro dolore, e alcuna volta ho fra me pensato qual doveva essere maggiore, e l’una volta consento quello dell’una, e l’altra quello dell’altra: e le molte ragioni per le quali ciascuna mi pare che abbia da dolersi non mi lasciano fermare ad alcuna, onde io ne dimoro in dubbio. Piacciavi, adunque, che per voi io di questa erranza esca, dicendomi quale maggiore doglia vi pare che sostenga».

«Grave dolore era quello di ciascuna» disse la reina, «ma considerando che a colui è grandissima l’avversitá che nelle prosperitá è usato, noi terremo che quella che ’l suo [p. 307 modifica]amante ha perduto senta maggior dolore, e sia piú dalla fortuna offesa. Fabrizio mai li casi della fortuna non pianse, ma Pompeo è manifesta cosa che sí. Se dolci cose mai non si fossero gustate, ancora sarebbero a conoscere l’amàre. Medea non seppe mai, secondo il suo dire, che prosperitá si fosse mentre ella amò, ma, abbandonata da Iasone, si dolse dell’avversitá. Chi piangerá quello ch’egli non ebbe mai? Non alcuno, ma piú tosto il disidererá. Seguasi, adunque, che l’una per dolore, l’altra per disio piangeva delle due donne.»

«Molto m’è duro a pensare, graziosa donna, ciò che voi dite» disse il giovane, «con ciò sia cosa che chi ’l suo disio ha d’una cosa disiderata avuto, molto si debba piú nell’animo contentare, che chi disidera e non puote il suo disio adempiere. Appresso, niuna cosa è piú leggiera a perdere che quella la quale speranza avanti piú non promette di rendere. Ivi dee essere smisurato dolore, ove eguale volere non potere quello recare ad effetto impedisce. Quivi hanno luogo i ramaricamenti, quivi i pensieri e gli affanni, però che se le volontá non fossero eguali, per forza mancherebbero i disii: ma quando gli amanti si veggono davanti, le disiderate cose, e a quelle pervenire non possono, allora s’accendono e dolgonsi piú che se da loro i loro voleri stessero lontani. E chi tormenta Tantalo in inferno se non le pome e l’acque, che quanto piú alla bocca gli si avvicinano tanto piú fuggendosi poi moltiplicano la sua fame? Veramente io credo che piú dolore sente chi spera cosa possibile ad avere, né a quella per avversarii impedimenti resistenti pervenire puote, che chi piange cosa perduta e irrecuperabile.»

Disse allora la reina: «Assai seguita bene la vostra risposta, lá ove di lungo dolore fosse vostra dimanda stata; ben che a cotesto ancora si potrebbe dire, cosí esser possibile per dimenticanza il dolore abbreviarsi nelle cose disiderate, ove continuo impedimento si vede da non poterle adempiere, come nelle perdute, ove speranza non mostra di doverle mai riavere. Ma noi ragionammo quale piú si doleva, quando dolendo le vedeste: però, seguendo il proposto caso, [p. 308 modifica]giudicheremo che maggior dolore sentiva quella che il suo amante aveva perduto senza speranza di riaverlo, ché, posto che agevole sia perdere cosa impossibile da riavere, nondimeno e’ si suoi dire: ‛Chi bene ama mai non oblia’, che l’altra, la quale se bene riguardiamo, poteva sperare d’adempiere per inanzi quello che adietro non aveva potuto fornire: e gran mancamento di duoli è la speranza! Ella ebbe forza di tener casta e meno trista lungamente in vita Penelope».

Quistione III.

Alla destra mano di Longano sedeva una bellissima donna piacevole assai, la quale, come quella quistione sentí per la loro reina essere terminata, cosí con dolce favella cominciò a parlare: «Inclita reina, diano le vostre orecchie alquanto udienza alle mie parole, e poi per quelli iddii che voi adorate, e per la potenza del nostro giuoco, vi priego che utile consiglio diate a’ miei dimandi. Io di nobili parenti discesa, sí come voi sapete, nacqui in questa cittá, e fui di nome piena di grazia nominata, avegna che il mio soprannome Cara mi rappresenti agli uditori. E sí come nel mio viso si vede, ricevetti dagl’iddii e dalla natura di bellezza singulare dono, la quale, il mio nome seguendo piú che il mio soprannome, ho adornata d’infinita piacevolezza, benigna mostrandomi a chi quella s’è dilettato di rimirare: per la qual cosa molti si sono ingegnati d’occupare gli occhi miei del loro piacere, a’ quali tutti ho con forte resistenza riparato, tenendo il core fermo a tutti li loro assalti. Ma però che ingiusta cosa mi pare che io sola la legge, da tutte l’altre servata, trapassassi, cioè di non amare, essendo da molti amata, ho proposto d’innamorarmi. E posponendo dall’una delle parti molti cercatori di tale amore, de’ quali alcuno di ricchezza avanza Mida, altri di bellezza Assalon trapassa, e tali di gentilezza, secondo il corrotto volgare, piú ch’altri sono splendenti, ho io scelti tre, che egualmente ciascuno per sé mi piace: de’ quali [p. 309 modifica]tre, l’uno di corporale fortezza credo che avanzerebbe il buon Ettore, tanto è ad ogni prova vigoroso e forte; la cortesia e la liberalitá del secondo è tanta, che la sua fama per ciascun polo credo che suoni; il terzo è di sapienza pieno tanto, che gli altri savi avanza oltra misura. Ma però che, sí come avete udito, le loro qualitá sono diverse, io dubito di pigliare, trovando nell’antica etá ciascuna di queste cose avere diversamente i coraggi delle donne e degli uomini piegati, sí come Deianira d’Ercole, Citennestra d’Egisto, e di Lucrezia Sesto. Consigliatemi, adunque, a quale io piú tosto, per meno biasimo e per piú sicurtá, mi deggia di costoro donare».

La piacevole reina avendo di costei la proposta udita, cosí rispose: «Nullo de’ tre è che degnamente non meriti di bella e graziosa donna l’amore; ma però che in questo caso non sono a combattere castella, o a donare i regni del grande Alessandro, overo i tesori di Tolomeo, ma solamente con discrezione è da servare lungamente l’amore e l’onore, li quali né forza né cortesia servano, ma solo il sapere, diciamo che da voi e da ciascuna altra donna è piú tosto da donare il suo amore al savio che ad alcuno degli altri.

«Oh, quanto è il mio parere dal vostro diverso!», rispose appresso la proponente donna. «A me pareva che qualunque l’uno degli altri fosse piú tosto da prendere che il savio: e la ragione mi par questa. Amore, sí come noi veggiamo, ha sí fatta natura, che, multiplicando in un core la sua forza, ogni altra cosa ne caccia fuori, quello per suo loco ritenendo, movendolo poi secondo i suoi piaceri: né niuno avvenimento puote a quelli resistere, che pur non si convengano quelli seguitare da chi è, com’io ho detto, signoreggiato. E chi dubita che Biblis conosceva essere male ad amare il fratello? Chi disdirá che a Leandro non fosse manifesto il potere annegare in Ellesponto ne’ fortunosi tempi, se vi si metteva? E niuno negherá che Pasife non conoscesse piú bello essere l’uomo che ’l toro: e pure costoro, vinti d’amoroso piacere, ogni conoscimento abbandonato, seguirono quello. Adunque, se egli ha potenza di levare il conoscimento a’ conoscenti, levando al savio il [p. 310 modifica]senno, niuna cosa gli rimarrá: ma se al forte o al cortese il loro poco senno leverá, egli li aumentera nelle loro virtú, e cosí costoro varranno piú che il savio innamorato. Appresso, amore ha questa proprietá, che egli è cosa che non si può lungamente celare, e nel suo palesarsi suole spesso recare gravosi pericoli: a’ quali che rimedio dará il savio che avrá giá il senno perduto? Niuno ne dará! Ma il forte con la sua forza sé e altrui potrá in un pericolo atare; il cortese per sua cortesia avrá l’animo di molti preso con cara benevolenza, per la quale aiutato e riguardato potrá essere, egli e altri per amore di lui. Vedete omai come il vostro giudizio è da servare.»

Fu a costei cosí dalla reina risposto: «Se cotesto che tu dí fosse, chi sarebbe savio? Niuno! Ma giá colui che tu proponi savio, e innamorato di te sarebbe pazzo, è da non prendere: gl’iddii cessino che ciò che tu parli avvenisse. Ma noi non negheremo che i savi non conoscano il male, e pure lo fanno; ma diremo che essi per quello non perdono il senno, con ciò sia cosa che, qualora essi vorranno, con la ragione che elli hanno, la volontá raffrenare, elli nell’usato senno si ridurranno, guidando i loro movimenti con debito e diritto stile. E in questa maniera o sempre o lungamente fieno li loro amori celati, e cosí senza alcuna dubbiosa sollecitudine quello che d’uno poco savio, non tanto sia forte o cortese, non avverrá: e se forse avviene che pure tale amore si palesi, con cento avvedimenti o riturerá il savio gli occhi e gl’intendimenti de’ parlanti, o provederá al salvamento dell’onore della donna amata e al suo. E se mestieri fia alla salute, l’aiuto del savio non può fallire. Quello del forte vien meno con l’aiutante, e gli amici per liberalitá acquistati sogliono nelle avversitá divenire nulla. E chi sará quella di cosí poca discrezione che a tal partito si rechi, che sí manifesto aiuto le bisogni? O che se ’l suo amore si scopre, dimandi fama d’avere amato un uomo forte overo liberale? Niuna credo ne fosse. Ammisi adunque piú tosto il savio, sperando lui dovere essere in ciascun caso piú utile che alcuno degli altri». [p. 311 modifica]

Quistione IIII.

Era nella vista contenta la gentil donna, quando Menedon, che appresso di lei sedeva, disse: «Altissima reina, ora viene a me la volta del proporre nel vostro cospetto, ond’io con la vostra licenza dirò. E da ora, s’io nel mio parlare troppo mi distendessi, a voi e appresso agli altri circustanti dimando perdono, però che quello ch’io intendo di proporre interamente dare non si potrebbe a intendere, se a quello una novella, che non fia forse brieve, non precedesse». E dopo queste parole cosí incominciò a parlare: «Nella terra lá dove io nacqui, mi ricorda essere un ricchissimo e nobile cavaliere, il quale di perfettissimo amore amando una donna nobile della terra, per isposa la prese. Della quale donna, essendo bellissima, un altro cavaliere chiamato Tarolfo s’innamorò e di tanto amore l’amava, che oltre a lei non vedeva niuna cosa, né piú disiava, e in molte maniere, forse con sovente passare davanti alle sue case, o giostrando, o armeggiando, o con altri atti, s’ingegnava d’avere l’amore di lei: e spesso mandandole messaggieri, forse promettendole grandissimi doni, per sapere il suo intendimento. Le quali cose la donna tutte celatamente sostenea, senza dare segno o risposta buona al cavaliere, fra sé dicendo: «Poi che questi s’avvedrá che da me né buona risposta né buono atto puote avere, forse elli si rimarrá d’amarmi e di darmi questi stimoli». Ma giá per tutto questo Tarolfo di ciò non si rimaneva, seguendo d’Ovidio gli ammaestramenti, il quale dice: ‛L’uomo non dee lasciare per durezza della donna di non perserverare, però che per contínuanza la molle acqua fora la dura pietra’. Ma la donna, dubitando non queste cose venissero a orecchie del marito, ed egli pensasse poi che con volontá di lei questo avvenisse, propose di dirgliele; ma poi mossa da miglior consiglio disse: «Io potrei, s’io il dicessi, commettere tra loro cosa che io mai non viverei lieta: per altro modo si vuole levar via»; e imaginò una sottile malizia. Ella mandò cosí dicendo a [p. 312 modifica]Tarolfo: che se egli tanto l’amava quanto mostrava, ella voleva da lui un dono, il quale come l’avesse ricevuto, giurava per i suoi iddii, e per quella leanza che in gentile donna dee essere, che ella farebbe ogni suo piacere; e se quello ch’ella dimandava, donare non le volesse, ponessesi in core di non stimolarla piú avanti, per quanto egli non volesse che essa questo manifestasse al marito. E il dono ch’ella dimandò fu questo. Ella disse che volea del mese di gennaio, in quella terra, un bel giardino e grande, d’erbe e di fiori e d’alberi e di frutti copioso, come se del mese di maggio fosse, tra sé dicendo: ‛Questa è cosa impossibile, e io mi leverò costui da dosso in questa maniera’. Tarolfo, udendo questo, ancora che impossibile gli paresse e che egli conoscesse bene perché la donna questo gli dimandava, rispose che giá mai non riposerebbe né in presenza di lei tornerebbe, infino a tanto che l’addimandato dono le donerebbe. E partitosi della terra con quella compagnia che a lui piacque di prendere, tutto il ponente cercò per avere consiglio di potere pervenire al suo disio; ma non trovandolo, cercò le piú calde regioni, e pervenne in Tesaglia, dove per sí fatta bisogna fu mandato da discreto uomo. E quivi dimorato piú giorni, non avendo ancora trovato quello che cercando andava, avvenne che essendosi egli quasi del suo avviso disperato, levatosi una mattina avanti che il sole s’apparecchiasse d’entrare nell’aurora, incominciò tutto soletto ad andare per lo misero piano che giá fu tutto del romano sangue bagnato. Ed essendo per grande spazio andato, egli si vide davanti a’ piè d’un monte un uomo, non giovane né di troppa lunga etá, barbuto, e i suoi vestimenti giudicavano lui dovere essere povero, picciolo di persona e sparuto molto, il quale andava cogliendo erbe e cavando con un picciolo coltello diverse radici, delle quali un lembo della sua gonnella aveva pieno. Il quale quando Tarolfo vide, si maravigliò e dubitò molto non altro fosse; ma poi che la stimativa certamente gli rendé lui essere uomo, egli s’appressò a lui e salutollo, dimandandolo appresso chi fosse e donde, e quel che per quel luogo a cosí fatta ora [p. 313 modifica]andava faccendo. A cui il vecchierello rispose: «Io sono di Tebe, e Tebano è il mio nome, e per questo piano vo cogliendo queste erbe, acciò che de’ liquori d’esse faccendo alcune cose necessarie e utili a diverse infermitá, io abbia donde vivere, e a questa ora necessitá e non diletto mi ci costrigne di venire; ma tu chi se’, che nell’aspetto mi sembri nobile, e quinci sí soletto vai?». A cui Tarolfo rispose: «Io sono dell’ultimo ponente, assai ricco cavaliere, e da’ pensieri d’una mia impresa vinto e stimolato, non potendola fornire, di qua, per meglio potermi senza impedimento dolermi, mi vo cosí soletto andando». A cui Tebano disse: «Non sai tu la qualitá del luogo come ella è? E perché inanzi d’altra parte non pigliavi la via? Tu potresti di leggieri qui dai furiosi spiriti essere vituperato?». Rispose Tarolfo: «In ogni parte puote Iddio ugualmente, cosí qui come altrove; egli ha la mia vita e ’l mio onore in mano; faccia di me secondo che a lui piace: veramente a me sarebbe la morte un ricchissimo tesoro» . Disse allora Tebano: «Qual è la tua impresa, per la quale, non potendola fornire, sí dolente dimori?». A cui Tarolfo rispose: «È tale che impossibile mi pare omai a fornire, poi che qui non ho trovato consiglio». Disse Tebano: «Osasi dire?». Rispose Tarolfo: «Sí, ma che utile? forse niuno!». Disse Tebano: «Ma che danno?». Allora Tarolfo disse: «Io cerco di potere avere consiglio come del piú freddo mese si potesse avere un giardino pieno di fiori e di frutti e d’erbe, sí bello come del mese di maggio fosse, né trovo chi a ciò aiuto o consiglio mi doni che vero sia». Tebano stette un pezzo tutto sospeso senza rispondere, e poi disse: «Tu e molti altri il sapere e le virtú degli uomini giudicate secondo i vestimenti. Se la mia roba fosse stata qual è la tua, tu non avresti tanto penato a dirmi la tua bisogna, o se forse appresso de’ ricchi prencipi m’avessi trovato, come tu hai a cogliere erbe; ma molte volte sotto vilissimi drappi grandissimo tesoro di scienza si nasconde: e però a chi proffera consiglio o aiuto niuno celi la sua bisogna, se manifesta non gli può pregiudicare. Ma che doneresti a chi quello che tu vai cercando ti [p. 314 modifica]recasse ad effetto?». Tarolfo rimirava costui nel viso dicendo queste parole, e in sé dubitava non questi si facesse beffe di lui, parendogli incredibile che, se costui non fosse stato Dio, egli avesse potuto avere virtú. Non per tanto egli rispose cosí: «Io signoreggio ne’ miei paesi piú castella, e con esse molti tesori, i quali tutti per mezzo partirei con chi tal piacere mi facesse». «Certo» disse Tebano, «se questo facessi, a me non bisognerebbe d’andare piú cogliendo l’erbe.» «Fermamente» disse Tarolfo: «se tu se’ quelli che in ciò mi prometti di dar vero effetto, e dallomi, mai non ti bisognerá piú affannare per divenire ricco; ma come e quando mi potrai tu questo fornire?» Disse Tebano: «Il quando fia a tua posta, del come non ti travagliare. Io me ne verrò teco fidandomi nella tua parola della promessa che mi fai, e quando lá dove ti piacerá saremo, comanderai quello che vorrai, e io fornirò tutto senza fallo». Fu di questo accidente tanto contento in se medesimo Tarolfo, che poco piú letizia avrebbe avuta se nelle sue braccia la sua donna allora tenuta avesse, e disse: «Amico, a me si fa tardi che quel che m’imprometti si fornisca, però senza indugio partiamo, e andiamo lá dove questo si dee fornire». Tebano, gittate via l’erbe, e presi i suoi libri e altre cose al suo mestiere necessarie, con Tarolfo si mise al cammino, e in brieve tempo pervennero alla disiderata cittá, assai vicini al mese del quale era stato dimandato il giardino. Quivi tacitamente e occulti infine al termine disiderato si riposarono; ma entrato giá il mese, Tarolfo comandò che ’l giardino s’apprestasse, acciò che donare lo potesse alla sua donna. Come Tebano ebbe il comandamento, egli aspettò la notte, e, venuta, vide i corni della luna tornati in compiuta ritonditá, e videla sopra l’usate terre tutta risplendere. Allora egli uscí della cittá, lasciati i vestimenti, scalzo, e co’ capelli sparti sopra li nudi omeri, tutto solo. I vaghi gradi della notte passavano, gli uccelli, le fiere e gli uomini riposavano senza alcuno mormorio, e sopra li arbori le non cadute fronde stavano senza alcuno movimento, e l’umido aere in pace si riposava: solamente le stelle luceano, quando egli, piú volte [p. 315 modifica]circuita la terra, pervenne al luogo, il quale gli piacque d’eleggere per lo giardino, allato ad un fiume. Quivi stese verso le stelle tre volte le braccia, rivoltandosi ad esse, e tante i bianchi capelli nella corrente acqua bagnò, dimandando altretante volte con altissima voce il loro aiuto; e poi poste le ginocchia sopra la dura terra, cominciò cosí a dire: «O notte, fidatissima segreta dell’alte cose, e voi o stelle, le quali al risplendente giorno con la luna insieme succedete, e tu, o somma Ecate, la quale aiutatrice vieni alle cose incominciate da noi, e tu, o santa Cerere, rinnovatrice dell’ampia faccia della terra, e voi qualunque versi, o arti, o erbe, e tu qualunque terra producente virtuose piante, e voi aure, venti, monti, fiumi e laghi, e ciascuno iddio de’ boschi e della segreta notte, per li cui aiuti io giá rivolsi li correnti fiumi faccendogli tornare nelle loro fonti, e giá feci le correnti cose star ferme, e le ferme divenire correnti, e che giá deste ai miei versi potenza di asciugare i mari e di cercare senza dubbio i loro fondi, e di rischiarare il nuvoloso tempo, e il chiaro cielo riempere a mia posta d’oscuri nuvoli, faccendo i venti cessare e venire come mi piaceva, e con quelli rompendo le dure mascelle degli spaventevoli dragoni, faccendo ancora muovere le stanti selve e tremare gli eccelsi monti, e ne’ morti corpi tornare dalle paludi stigie le loro ombre e vivi uscire da’ sepolcri, e tal volta trar te, o luna, alla tua ritonditá, alla quale per adietro i sonanti bacini ti soleano aiutare a venire, faccendo ancora tal volta la chiara faccia del sole impalidire: siate presenti, e ’l vostro aiuto mi porgete. Io ho al presente mestieri di sughi d’erbe, per li quali l’arida terra, prima dall’autunno, e poi dal freddissimo verno, de’ suoi fiori, frutti ed erbe spogliata, faccia in parte ritornare fiorita, mostrando, avanti il dovuto termine, primavera. E questo detto, molte altre cose tacitamente aggiunse a’ suoi prieghi. Poi tacendo, le stelle non diedero luce invano, ma piú veloce che volo di ciascuno uccello un carro da due dragoni tirato gli venne avanti, sopra il quale egli montò, e, recatesi le redini de’ posti freni a’ due dragoni in mano, suso in aere si tirò. E, pigliando per l’alte regioni il cammino, [p. 316 modifica]lasciò Spagna, l’Africa tutta, e cercò l’Isola di Creti: di quindi Pelio, Otris e Ossa, il monte Nereo, Pachino, Peloro e Appennino in brieve corso cercò tutti, da tutti svellendo e segando con aguta falce quelle radici ed erbe che a lui piacevano, né dimenticò quelle che divelte aveva quando da Tarolfo fu trovato in Tesaglia. Egli prese pietre sul monte Caucaso e dell’arena di Gange, e di Libia recò lingue di velenosi serpenti. Egli vide le bagnate rive del Rodano, di Senna di Parigi, del gran Po, d’Arno, dello imperial Tevere, di Tanai e del Danubio, di sopra quelle ancora pigliando quelle erbe che a lui parevano necessarie, e queste aggiunse all’altre colte nelle sommitá de’ salvatichi monti. Egli cercò l’isola di Lesbos, e quella di Colco, e Patmos, e qualunque altra nella quale sentito avesse cosa utile al suo intendimento. Con le quali cose, non essendo ancora passato il terzo giorno, venne in quel luogo onde partito s’era: e i dragoni, che solamente gli odori delle prese erbe avevano sentito, gittando lo scoglio vecchio per molti anni, erano rinnovellati e giovani ritornati. Quivi smontato, d’erbosa terra due altari compose, dalla destra mano quello d’Ecate, dalla sinistra quello della rinnovellante dea. I quali fatti, e sopra essi accesi divoti fuochi, co’ crini sparti sopra le vecchie spalle, con quieto mormorio cominciò a circuire quelli: e col raccolto sangue piú volte intinse le ardenti legna. Poi riponendole sopra gli altari e tal volta con esse inaffiando quel terreno il quale egli aveva per lo giardino disposto, dopo questo, quello medesimo tre volte di fuoco, d’acqua e di zolfo rinaffiò. E poi posto un grandissimo vaso sopra l’ardenti fiamme, pieno di sangue, di latte e d’acqua, quello fece per lungo spazio bollire, aggiungendovi l’erbe e le radici colte negli strani luoghi, mettendovi ancora con esse diversi semi e fiori di non conosciute erbe, e aggiunsevi pietre cercate nello estremo oriente, e brina raccolta le passate notti, insieme con carni e ale d’infamate streghe, e de’ testicoli del lupo l’ultima parte, con squama di cinifo e con pelle di chilindro, e ultimamente un fegato con tutto il polmone d’un vecchissimo cervo: e, con queste, mille altre cose, e senza nomi [p. 317 modifica]e si strane che la memoria nol mi ridice. Poi prese un ramo d’un secco ulivo, e con esso tutte queste cose cominciò a mescolare insieme. La qual cosa faccendo, il secco ramo cominciò a divenire verde, e in brieve a mettere le frondi, e, non dopo molto, rivestito di quelle, si poté vedere carico di nere ulive. Come Tebano vide questo, egli prese i boglienti liquori, e sopra l’eletto terreno, nel quale di tanti legni aveva fatto bastoni quanti arbori e di quante maniere voleva quivi, quelli cominciò a spandere e ad inaffiare per tutto: la quale cosa la terra non sentí prima, che ella cominciò tutta a fiorire, producendo nuove e belle erbette, e i secchi legni verdi piantoni e fruttiferi divennero tutti. La qual cosa fatta, Tebano rientrò nella terra tornando a Tarolfo. Il quale, quasi pauroso d’essere stato da lui beffato per la lunga dimoranza, trovò tutto pensoso, a cui egli disse: «Tarolfo, fatto è quello che hai dimandato, ed è al piacere tuo». Assai questo piacque a Tarolfo, e dovendo essere il seguente giorno nella cittá una grandissima solennitá, egli se n’andò davanti alla sua donna, la quale giá era gran tempo che veduta non l’aveva, e cosí le disse: «Madonna, dopo lunga fatica io ho fornito quello che voi comandaste: quando vi piacerá di vederlo o di prenderlo, egli è al vostro piacere».

La donna, vedendo costui, si maravigliò molto, e piú udendo ciò che egli diceva; e non credendolo, gli rispose: «Assai mi piace; faretelomi vedere domani». Venuto il seguente giorno, Tarolfo andò alla donna, e disse: «Madonna, piacciavi di passare nel giardino, il quale voi mi dimandaste nel freddo mese». Mossesi adunque la donna da molti accompagnata, e, pervenuti al giardino, v’entrarono dentro per una bella porta, e in quello non freddo sí come di fuori, ma un aere temperato e dolce si sentiva. Andò la donna per tutto rimirando e cogliendo erbe e fiori, de’ quali molto il vide copioso: e tanto piú ancora avea operato la virtú degli sparti liquori, che i frutti, i quali l’agosto suole producere, quivi nel salvatico tempo tutti i loro alberi facevano belli: de’ quali piú persone, andate con la donna, mangiarono. Questo parve alla [p. 318 modifica]donna bellissima cosa e mirabile, né mai un sí bello ne le pareva avere veduto. E poi che essa in molte maniere conobbe quello essere vero giardino, e ’l cavaliere avere adempiuto ciò ch’ella aveva dimandato, ella si voltò a Tarolfo e disse: «Senza fallo, cavaliere, guadagnato avete l’amore mio, e io sono presta d’attenervi ciò ch’io vi promisi; ma veramente vorrei una grazia da voi, che vi piacesse tanto indugiare a richiedermi del vostro disio, che ’l signore mio andasse a caccia, o in altra parte fuori della cittá, acciò che piú saviamente e senza dubitanza alcuna possiate prendere vostro diletto.» Piacque a Tarolfo, e, lasciandole il giardino, quasi contento da lei si partí. Questo giardino fu a tutti i paesani manifesto, avvegna che niuno sapesse, se non dopo molto tempo, come venuto si fosse. Ma la gentil donna, che ricevuto l’avea, dolente di quello si partí, tornando alla sua camera piena di noiosa malinconia. E pensando in qual maniera tornare potesse adietro ciò che promesso avea, e non trovando lecita scusa, piú in dolore cresceva. La qual cosa vedendo, il marito si cominciò molto a maravigliare e a dimandarla che cosa ella avesse: la donna diceva che niente aveva, vergognandosi di scoprire al marito la fatta promissione per lo addímandato dono, dubitando non il marito malvagia la tenesse. Ultimamente non potendosi ella a’ continui stimoli del marito, che pur la cagione della sua malinconia disiderava di sapere, tenersi, dal principio insino alla fine gli narrò perché dolente dimorava. La qual cosa udendo il cavaliere lungamente pensò, e conoscendo nel pensiero la puritá della donna, cosí le disse: «Va, e copertamente osserva il tuo giuramento, e a Tarolfo ciò che tu promettesti liberamente attieni: egli l’ha ragionevolmente e con grande affanno guadagnato». Cominciò la donna a piangere e a dire: «Facciano gl’iddii da me lontano cotal fallo; in niuna maniera farò questo: avanti m’ucciderei ch’io facessi cosa che disonore o dispiacere vi fosse». A cui il cavaliere disse: «Donna, giá per questo non voglio che tu te n’uccida, né ancora che una sola malinconia tu te ne dia: niuno dispiacere m’è, va e fa quello che impromettesti, ch’io [p. 319 modifica]non t’avrò meno cara; ma questo fornito, un’altra volta ti guarda da si fatte impromesse, non tanto ti paia il dimandato dono impossibile ad avere». Vedendo la donna la volonta del marito, ornatasi e fattasi bella, e presa compagnia, andò all’ostiere di Tarolfo, e di vergogna dipinta gli si presentò dinanzi. Tarolfo come la vide, levatosi da lato a Tebano con cui sedeva, pieno di maraviglia e di letizia le si fece incontro, e lei onorevolmente ricevette, dimandando la cagione della sua venuta. A cui la donna rispose: «Per essere a tutti i tuoi voleri sono venuta; fa di me quel che ti piace». Allora disse Tarolfo: «Senza fine mi fate maravigliare, pensando all’ora e alla compagnia con cui venuta siete: senza novitá stata tra voi e vostro marito non puote essere, ditelomi, io ve ne priego». Narrò allora la donna interamente a Tarolfo come la cosa era tutta per ordine. La qual cosa udendo, Tarolfo piú che prima si cominciò a maravigliare e a pensar forte, e a conoscere cominciò la gran líberalita del marito di lei che mandata l’avea a lui, e tra sé cominciò a dire che degno di grandissima ripresione sarebbe chi a cosí liberale uomo pensasse villania; e parlando alla donna cosí disse: «Gentil donna, lealmente come valorosa donna avete il vostro dovere servato, per la qual cosa i’ ho per ricevuto ciò che di voi disiderava; e però quando piacerá a voi ve ne potrete tornare al vostro marito, e di tanta grazia da mia parte ringraziarlo, e iscusarglimi della follia che per adietro ho usata, accertandolo che per inanzi piú per me mai tali cose non fiano trattate». Ringraziato la donna molto Tarolfo di tanta cortesia, lieta si partí tornando al suo marito, a cui tutto per ordine narrò quello che avvenuto l’era. Ma Tebano ritornato a Tarolfo dimandò come avvenuto egli fosse; Tarolfo glielo contò; a cui Tebano disse: «Dunque per questo avrò io perduto ciò che da te mi fu promesso?». Rispose Tarolfo: «No, anzi, qualora ti piace, va e le mie castella e i miei tesori prendi per metá, come io ti promisi, però che da te interamente servito mi tengo». Al quale Tebano rispose: «Unque agl’iddii non piaccia che lá dove il cavaliere ti fu della sua donna [p. 320 modifica]liberale, e tu a lui non fosti villano, io sia meno cortese. Oltre a tutte le cose del mondo mi piace l’averti servito, e voglio che ciò che in guiderdone del servigio prendere doveva, tuo si rimanga sí come mai fu»; né di quello di Tarolfo volle alcuna cosa prendere. Dubitasi ora quale di costoro fosse maggiore liberalitá, o quella del cavaliere che concedette alla donna l’andare a Tarolfo, o quella di Tarolfo, il quale quella donna cui egli avea sempre disiata, e per cui egli avea tanto fatto per venire a quel punto a che venuto era, quando la donna venne a lui, rimandò la sopradetta libera al suo marito; o quella di Tebano, il quale, abbandonate le sue contrade, oramai vecchio, e venuto quivi per guadagnare i promessi doni, e affannatosi per recare a fine ciò che promesso avea, avendoli guadagnati, ogni cosa rimise, rimanendosi povero come prima».

«Bellissima è la novella e la dimanda» disse la reina; «e in veritá ciascuno fu assai liberale, e, ben considerando, il primo del suo onore, il secondo del libidinoso volere, e ’l terzo dell’acquistato avere fu cortese: e però volendo conoscere chi maggiore liberalitá o cortesia facesse, conviene considerare quale di queste tre cose sia piú cara. La qual cosa veduta, manifestamente conosceremo il piú liberale, perciò che chi piú dona piú liberale è da tenere. Delle quali tre cose l’una è cara, cioè l’onore, il quale Paolo, vinto Persio, piú tosto volle che i guadagnati tesori. Il secondo è da fuggire, cioè il libidinoso congiugnimento, secondo la sentenza di Sofocle e di Senocrate, dicenti che è la lussuria da fuggire come furiosa signoria. La terza non è da disiderare, ciò sono le ricchezze, con ciò sia cosa che esse siano le piú volte a virtuosa vita noiose, e possasi con moderata povertá vivere virtuosamente, sí come Marco Curzio, Attilio Regolo e Valerio Publicola nelle loro opere manifestarono. Adunque, se solo l’onore è in queste tre cose caro, e l’altre no, dunque quegli maggiore liberalitá fece che la donna donava, avvegna che meno che saviamente facesse. Egli fu ancora nella liberalitá principale, per la cui l’altre seguirono: però, secondo il nostro [p. 321 modifica]parere, chi diè la donna, in cui il suo onore consisteva, piú che gli altri fu liberale».

«Io» disse Menedon, «consento che sia come voi dite, in quanto da voi è detto, ma a me pare ciascuno degli altri fosse piú liberale, e udite come. Egli è ben vero che ’l primo concedette la donna, ma in ciò egli non fece tanta liberalitá quanto voi dite; però che se egli l’avesse voluta negare, giustamente egli non poteva, per lo giuramento fatto dalla donna, che osservare si convenia: e chi dona ciò che non può negare ben fa, in quanto se ne fa liberale, ma poco dona. E però, sí com’io dissi, ciascuno degli altri piú fu cortese: e però che, sí come io giá dissi, Tarolfo aveva giá lungo tempo la donna disiderata e amata sopra tutte le cose, ma per questa avere avea lungamente tribolato, mettendosi per sodisfazione della dimanda di lei a cercare cose quasi impossibili ad avere, le quali pure avute, meritò d’ottenere lei per la promessa fede: la quale, sí come noi dicemmo, tenendo, non è dubbio che nelle sue mani l’onore del marito, e il rimetterle ciò che promesso gli avea, stava. La qual cosa egli fece: dunque dell’onore del marito, del sacramento di lei, e del suo lungo disio fu liberale. Gran cosa è l’avere lunga sete sostenuta, e poi pervenire alla fontana e non bere per lasciare bere altrui. Il terzo fu ancora molto liberale, però che, pensando che la povertá sia una delle moleste cose del mondo a sostenere, con ciò sia cosa ch’ella sia cacciatrice d’allegrezza e di riposo, fugatrice d’onori, occupatrice di virtú, adducitrice d’amare sollecitudini, ciascuno naturalmente quella s’ingegna di fuggire con ardente disio. Il qual disio in molti per vivere splendidamente in riposo s’accende tanto, che essi a disonesti guadagni e a sconce imprese si mettono, forse non sappiendo o non potendo in altra maniera il loro disio adempiere: per la qual cosa tal volta meritano morire, o avere delle loro terre eterno esilio. Dunque, quanto deono elle piacere ed essere care a chi in modo debito le guadagna e possiede? E chi dubiterá che Tebano fosse poverissimo, se si riguarda ch’egli, abbandonati i notturni riposi, per sostentare [p. 322 modifica]la sua vita, ne’ dubbiosi luoghi andava cogliendo l’erbe escavando le radici? E che questa povertá occupasse la sua virtú ancora si può credere, vedendo che Tarolfo si credeva essere gabbato da lui, quando di vili vestimenti il riguardava vestito; e che egli fosse vago di quella miseria uscire e divenire ricco, sappiendo ch’egli di Tesaglia infino in Ispagna venne, mettendosi pe’ dubiosi cammini e incerti dell’aere alle pericolose cose per fornire la promessa fatta da lui, e per ricevere quella d’altrui, in sè si può vedere: chi a tante e tali cose si mette per povertá fuggire, senza dubbio si dee credere che egli quella piena d’ogni dolore e d’ogni affanno essere conosce. E quanto di maggiore povertá è uscito ed entrato in ricca vita, tanto questa gli è piú graziosa. Adunque, chi di povertá in ricchezza è venuto, e con quella il vivere gli diletta, quanta e quale liberalitá è quella di chi quella dona, e nello stato, ch’egli ha con tanti affanni fuggito, consente di ritornare? Assai grandissime e liberali cose si fanno, ma questa maggiore di tutte mi pare: considerando ancora l’eta del donatore che era vecchio, con ciò sia cosa che ne’ vecchi soglia continuamente avarizia molto piú che ne’ giovani avere potere. Però terrò che ciascuno de’ due seguenti abbia maggiore liberalitá adoperata che ’l primo tanto da voi commendato, e ’l terzo maggiore che niuno.»

«Quanto meglio per alcuno si potesse la vostra ragione difendere, tanto la difendete bene voi» disse la reina; «ma noi brevemente intendiamo dimostrarvi come il nostro parere dobbiate piú tosto che il vostro tenere. Voi volete dire che colui niuna liberalitá facesse concedendo la moglie, però che di ragione fare gliele convenia per lo sacramento fatto dalla donna, la qual cosa saria cosí, se il sacramento tenesse; ma la donna, con ciò sia cosa ch’ella sia membro del marito, o piú tosto un corpo con lui, non poteva fare quel sacramento senza volontá del marito, e se ’l fece, fu nullo, però che al primo sacramento lecitamente fatto niuno susseguente puote di ragione derogare, e massimamente quelli che per non dovuta cagione non debitamente si fanno: e ne’ matrimoniali [p. 323 modifica]congiugnimenti è usanza di giurare d’essere sempre contento l’uomo della donna, e la donna dell’uomo, né di mai l’uno l’altro per altra cambiare; dunque la donna non poté giurare, e se giurò, come giá detto averno, per non dovuta cosa giurò, e contraria al primo giuramento, e non deve valere, e non valendo, oltre al suo piacere non si dovea commettere a Tarolfo, e se vi si commise, fu egli del suo onore liberale, e non Tarolfo, come voi tenete. Né del sacramento poté liberale essere rimettendolo, con ciò sia cosa che il sacramento niente fosse: adunque solamente rimase liberale Tarolfo del suo libidinoso disio. La qual cosa di proprio dovere si conviene a ciascuno fare, però che tutti per ogni ragione siamo tenuti d’abbandonare i vizi e di seguire le virtú. E chi fa quello a che egli è di ragione tenuto, sí come voi diceste, in niuna cosa è liberale, ma quello che oltre a ciò si fa di bene, quello è da chiamare liberalitá dirittamente. Ma però che voi forse nella vostra mente tacito ragionate che onore può essere quello della casta donna al marito che tanto debba esser caro, noi prolungheremo alquanto il nostro parlare, mostrandolvi, acciò che piú chiaramente veggiate che Tarolfo e Tebano, di cui appresso intendiamo di parlare, niuna liberalitá facessero a rispetto del cavaliere. Da sapere è che castitá insieme con l’altre virtú niun altro premio rendono a’ posseditori d’esse se non onore, il quale onore, tra gli uomini virtuosi, li meno virtuosi fa piú eccellenti. Questo onore, se con umiltá gli uomini il sostengono, gli fa amici di Dio, e per conseguente felicemente vivere e morire, e poi possedere gli eterni beni. Il quale se la donna al suo marito serva, egli vive lieto e certo della sua prole, e con aperto viso usa infra la gente, contento di vedere lei per tale virtú dalle piú alte donne onorata, e nell’animo gli è manifesto segnale costei essere buona, e temere Iddio, e amare lui, ché non poco gli dee piacere, sentendo che per eterna compagnia indivisibile, fuor che da morte, gli è donata. Egli per questa grazia ne’ mondani beni e ne’ spirituali si vede continuo multiplicare. E cosí, per contrario, colui la cui donna di tale virtu ha difetto, [p. 324 modifica]niuna ora può con vera consolazione passare, niuna cosa gli è a grado, l’uno la morte dell’altro disidera. Egli si sente per lo sconcio vizio nelle bocche de’ piú miseri esser portato, né gli pare che sí fatta cosa non si debba credere da chiunque è udita. E se tutte l’altre virtú fossero in lui, questo vizio par ch’abbia forza di contaminarle e guastarle. Dunque grandissimo onore è quello che la castitá della buona donna rende all’uomo, e molto da tener caro. Beato si può chiamare colui a cui per grazia cotal dono è conceduto, avvegna che noi crediamo che pochi siano coloro a’ quali di tal bene sia portato invidia. Ma ritornando al nostro proposito, vedete quanto il cavaliere dava: egli non ci è della mente uscito, quando diceste Tebano essere stato piú che gli altri liberale, il quale con affanno arricchito, non dubitò di tornare nella miseria della povertá, per donare ciò che acquistato aveva. Apertamente si pare che da voi è male conosciuta la povertá, la quale ogni ricchezza trapassa se lieta viene. A Tebano giá forse per le acquistate ricchezze pareva esser pieno d’amare e di varie sollecitudini. Egli giá imaginava che a Tarolfo paresse aver mal fatto, e trattasse di ucciderlo per ravere le sue castella. Egli dimorava in paura non forse da’ suoi sudditi fosse tradito. Egli era entrato in sollecitudine del governamento delle sue terre. Egli giá conosceva tutti gl’inganni apparecchiati da’ suoi parzionali di fargli. Egli si vedeva da molti invidiato per le sue ricchezze, egli dubitava non ladroni occultamente quelle gli levassero. Egli era ripieno di tanti e tali e vari pensieri e sollecitudini, che ogni riposo era da lui fuggito. Per la qual cosa ricordandosi della preterita vita, e come senza tante sollecitudini la menava lieta, tra sé disse: ‛Io disideravo d’arricchire per riposo, ma io veggo ch’è accrescimento di tribulazioni e di pensieri, e fuggimento di quiete’. E tornando disideroso d’essere nella sua prima vita, quelle rendé a chi gliele avea donate. La povertá è rifiutata ricchezza, bene non conosciuto, fugatrice degli stimoli, la quale fu da Diogene interamente conosciuta. Tanto basta alla povertá quanto natura richiede. Sicuro da ogni insidia vive chi [p. 325 modifica]con quella pazientemente s.’accosta; né gli è tolto il potere a grandi onori pervenire, se virtuosamente vive sí come giá dicemmo: e però se Tebano si levò questo stimolo da dosso, non fu liberale, ma savio. In tanto fu grazioso a Tarolfo, in quanto piti tosto a lui che ad un altro gli piacque donarlo, potendolo a molti altri donare. Fu adunque piti liberale il cavaliere, che il suo onore concedeva, che ciascuno degli altri. E pensate una cosa: che l’onore che colui donava è irrecuperabile, la qual cosa non avviene di molte altre, sí come di battaglie, di prove e d’altre cose, le quali se una volta si perdono, un’altra si riacquistano, ed è possibile. Questo basti sopra la vostra dimanda aver detto.

Quistione V.

Poi che la reina tacque, e Mendedon fu rimaso contento, un valoroso giovane chiamato Clonico, il quale appresso Menedon sedeva, cosí incominciò a parlare: «Bellissima reina, tanto è stata bella e lunga la novella di questo nobile giovane, che io, acciò che gli altri nel brieve tempo ad agio possano dire, quanto potrò, lo mio intendimento brievemente vi narrerò: e dico che, con ciò fosse cosa che io ancora molto giovane conoscessi la vita de’ soggetti del nostro signore Amore piena di molte sollecitudini e d’angosciosi stimoli con poco diletto, lungamente a mio potere la fuggii, schernendo piú tosto coloro che la seguivano, che commendandoli, e, ben che io molte volte giá fossi tentato, con forte animo resistetti, cessando i tesi lacciuoli! Ma però che io a quella forza, alla quale Febo non poté resistere, non ero forte a contrastare, avendosi Cupido pur posto in core di recarmi nel numero de’ suoi sudditi, fui preso, né quasi m’accorsí come, però che, un giorno, giá per lo rinnovellato tempo lieto andando io su per li salati liti, conche marine con diletto prendendo, avvenne che voltando gli occhi verso le nitide onde, per quelle vidi subito venire una barchetta, nella quale quattro giovani con un solo [p. 326 modifica]marinaro venivano, tanto belle, che mirabile cosa il vederle sí belle mi parve. Essendosi esse giá verso di me appropinquate assai, né io però avendo i miei occhi da’ loro visi levati, vidi in mezzo di loro un lustrore grandissimo, nel quale, secondo che l’estimativa mi porse, vedere mi parve una figura d’un angelo giovanissino, e tanto bello, quanto alcuna cosa mai da me veduta. Il quale rimirando io, mi parve ch’egli dicesse cosí verso me con voce assai dalla nostra diversa: «O giovane, stolto perseguitatore della nostra potenza, ora se’ giunto! Io sono qui venuto con quattro belle giovinette: piglia per donna quella che piú piace agli occhi tuoi». Io, questa voce udendo, tutto rimasi stupefatto, e con gli occhi e col cuore cercava di fuggire quello che io giá molte volte fuggito aveva; ma ciò era niente, però che alle mie gambe era tolta la possa, ed egli aveva arco e ale da giugnermi assai tosto. Ond’io tra quelle mirando, vidi una di loro tanto bella e graziosa nell’aspetto e ne’ sernbianti pietosa, ch’io imaginai di volere lei per singulare donna, tra me dicendo: «Costei agli occhi miei sí umile si presenta, che fermamente ella non sará ai miei disiri nemica, sí come molte altre sono a coloro i quali io, vedendogli pieni di affanni, ho giá scherniti, ma sará delle mie noie cacciatrice». E questo pensato, subito risposi: «La graziosa bellezza di quella giovane che alla vostra destra siede, o signor mio, mi fa disiderare d’essere a voi e a lei ancora fedelissimo servidore: però io sono qui a’ vostri voleri presto, fate di me quello che a voi piace». Io non aveva ancora compiuto di parlare, ch’io mi sentii il sinistro lato piagare d’una lucente saetta venuta dall’arco che egli portava, la quale io stimai che d’oro fosse. E certo io non vidi quand’egli, volto a lei, essa ferí d’una di piombo: e in questa maniera preso rimasi ne’ lacci da me lungamente fuggiti. Questa giovane piacque e piace tanto agli occhi miei, che ogni altro piacere fora per comparazione a questo scarso. Della qual cosa ella avvedendosene, lungamente se ne mostrò contenta; ma poi ch’ella conobbe me sí preso del suo piacere, che impossibile mi sarebbe non amarla, incontanente ella il [p. 327 modifica]suo inganno con non dovuto sdegno verso me scoperse, mostrandosi ne’ sembianti a me crudelissima nemica, sempre gli occhi torcendo in parte a quella contraria dove me veduto avesse, e con non dovute parole continuo dispregiandomi. Per la qual cosa, avendo io in molte maniere con prieghi e con umiltá ingegnatomi di raumiliare la sua acerbitá, e non potendo mai, io sovente piango, e dolgomi di tanto infortunio, né in maniera alcuna posso d’amarla tirarmi indietro: anzi quanto piú crudele contra me la sento, tanto piú pare che la fiamma del suo piacere m’accenda il tristo cuore. Delle quali cose dolendomi io un giorno tutto saletto in un giardino con infiniti sospiri accompagnati da molte lagrime, sopravvenne un mio singulare amico, al quale parte de’ miei danni era palese, e quivi con pietose parole mi cominciò a volere confortare, i cui conforti non ascoltando io punto, ma rispondendogli che la mia miseria ogni altra passava, egli cosí mi disse: «Tanto è l’uomo misero quanto egli medesimo si fa o si reputa; ma certo io ho molto maggiore cagione di dolermi che tu non hai». Io allora quasi turbato mi rivolsi a lui, dicendo: «E come? Chi la può maggiore di me avere? Non ricevo io mal guiderdone per ben servire? Non sono io odiato per lealmente amare? Cosí come me può alcuno essere dolente, ma piú no». «Certo» disse l’amico, «io ho maggiore cagione di dolermi che tu non hai, e odi come. A te non è occulto ch’io lungo tempo abbia una gentil donna amata e amo sí come tu sai, né mai alcuna cosa fu ch’io credessi che a lei piacesse, che con tutto il mio ingegno e potere non mi sia messo a farla. E certo essa di questo conoscente, di ciò ch’io piú disiderava mi fé grazioso dono, il quale avendo io ricevuto, e ricevendo qualora mi piaceva, per lunga stagione non mi pareva alla mia vita avere in allegrezza pari. Solo uno stimolo avea, che non le poteva far credere quanto io perfettamente l’amava: pure di questo, sentendomi amarla come io diceva, leggermente mi passava. Ma gl’iddii, che niuno bene mondano vogliono senza alcuna amaritudine concedere, acciò che i celestiali siano piú conosciuti, e per conseguente [p. 328 modifica]piú disiderati, a questo m’aggiunsero un altro a me senza comparazione noioso, ch’egli avvenne che dimorando io un giorno saletto con lei in segreta parte, veggendo chi davanti a noi passava senza essere veduti, un giovane grazioso e di piacevole aspetto passò per quella parte, il quale io vidi ch’ella riguardò e poi un pietoso sospiro gittò. La qual cosa vedendo, dissi: ‛Oimè, sono io sí tosto rincresciuto, che voi per la bellezza d’altro giovane sospiriate?’. Ella divenuta nel viso di nuova rossezza dipinta, con molte scuse, giurando per la potenza de’ sommi iddii, si cominciò ad ingegnarsi di farmi scredere ciò che io per lo sospirare avea pensato: ma ciò fu niente, però che nel core mi si accese un’ira si ferocissima, che quasi con lei mi fece allora crucciare, ma pure mi ritenni. E certamente mai dell’animo partire non mi si puote che costei colui o altri non amasse piú di me: e tutti questi pensieri, i quali altra volta in mio aiuto recava, cioè ch’ella piú ch’altro me amasse, ora tutti in contrario stimo, imaginando che fittiziamente abbia detto e fatto ciò che per adietro ha operato, di che dolore intollerabile sostengo. Né a ciò alcuno conforto vale; ma però che vergogna sovente raffrena il volere ch’io ho di dolermi piú che di rallegrarmi, non continuo l’acerbo mio dolore sí che io ne faccia alcuno avvedere, ma, brievemente, io mai senza sollecitudine e pensieri non sono, i quali molto piú noia mi danno ch’io non vorrei. Adunque appara a sostenere le minori cose, poi che a me le maggiori vedi con forte animo portare nascose». Al quale io risposi che non mi pareva in niuno modo il suo dolore, ben che fosse grande, al mio si potesse agguagliare. Ed egli mi rispondeva il contrario: e cosí in lunga quistione dimorammo, partendoci poi senza alcuna diffinizione. Priegovi che ne diciate quello che di questo ne giudicate».

«Giovane» disse la reina, «gran pena è la vostra, e torto ha la donna di non amarvi; ma tutta fiata il vostro dolore può essere da speranza aiutato: quello che del vostro compagno non avviene, però che, poi ch’egli è una volta entrato in sospetto, niuna cosa nel può cacciare. Dunque [p. 329 modifica]continuamente senza conforto si dorrá mentre l’amore durera: e però, secondo il nostro giudicio, ne pare maggiore doglia quella del geloso che quella di chi ama e non è amato.»

Disse Clonico allora: «O nobile reina, per ciò che voi dite, aperto pare che sempre siete stata amata da chi amato avete, per la qual cosa la mia pena mal conoscete. Come si potrebbe mostrare che gelosia porgesse maggiore pena che quella ch’io sento, con ciò sia cosa che colui la disiderata cosa possiede, e puote, quella tenendo, prendere in un’ora piú diletto di lei che in un lungo tempo sentirne pena, e nondimeno da sé per esperienzia può cacciare tal gelosia, se avviene che trovi falso il suo parere? Ma io, di focoso disio acceso, quanto piú mi trovo lontano ad adempierlo, tanto piú ardo, e assalito da mille stimoli mi consumo; né a ciò mi può aiutare alcuna speranza, però che per le molte volte ch’io ho riprovata costei, e trovatala ognora piú acerba, io vivo disperato. Per che la vostra risposta mi pare che alla veritá sia contraria: però che io non dubito che sia molto meglio dubitando temere, che piangendo disiare».

«Quella amorosa fiamma che negli occhi ne luce e che il nostro viso ognora adorna piú di bellezza, mai non consentí che invano amassimo, sí come voi dite, ma non per tanto non ci si occulta quanta e quale sia la pena dell’uno, e quale dell’altro», rispose la reina, seguendo: «e però, sí come la nostra risposta sia con la veritá una cosa, vi mostreremo. Egli è manifesto che quelle cose che piú la quiete dell’animo impediscono, sono le sollecitudini, delle quali alcune a lieto fine vanno, alcune a dolente fuggire intendono. Delle quali quanto piú ne ha l’animo, tanto piú ha affanno, e massimamente quando noiose sono: e che il geloso piú di voi n’abbia è manifesto, però che voi a niuna cosa intendete se non solamente ad acquistare l’amore di quella donna cui voi amate, il quale non potendolo avere v’è gravissima noia. Ma certo e’ potrebbe di leggieri avvenire, con ciò sia cosa che i cuori delle femine sieno mobili, che voi subitamente, non pensandoci, vi trovereste averlo acquistato: e forse ch’ella v’ama, [p. 330 modifica]ma, per provare se voi lei amate, dimostra il contrario, e mostrerá forse infino a quel tempo ch’ella fia bene del vostro amore accertata. Con questi pensieri può molto speranza mitigare la vostra doglia: ma il geloso ha l’animo pieno d’infinite sollecitudini, alle quali né speranza né altro diletto può porgere conforto o alleviare la sua pena. Egli sta intento di dare legge a’ vaghi occhi, a’ quali il suo posseditore non la può donare. Egli vuole e s’ingegna di porre legge a’ piedi, e alle mani, e a ogni altro atto della sua donna. Egli vuole essere provvido conoscitore e de’ pensieri della donna e della allegrezza, ogni cosa interpetrando in male di lui, e credendo che ciascuno disideri e ami quello che egli ama. Similmente s’imagina che ogni parola sia doppia e piena d’inganno; e s’egli mai alcuna detrazione commise, questo gli è mortal pensiero, imaginando che per simile modo esso debba essere ingannato. Egli vuoi chiudere con avvisi le vie dell’aere e della terra, e, brievemente, ne’ suoi pensieri gli nocciono il cielo e la terra, gli uccelli e gli animali, e qualunque altra creatura: e di questo levarlo non ha luogo esperienza, però che se la fa, e se egli trova che lealmente la donna si porti, egli pensa che avveduta si sia di ciò ch’egli ha fatto, e però guardata se n’è. S’egli trova quello che cerca, e che trovare non vorria, chi è piú doloroso di lui? Se forse stimate che ’l tenerla in braccio gli sia tanto diletto che queste cose debba mitigare, il parere vostro è falso, però che quello tenere gli porge noia, pensando che altri cosí l’abbia tenuta come egli. E se la donna forse amorevolmente l’accoglie, credesi che per torlo da tal pensiero il faccia, e non per buono amore ch’ella gli porti. Se a malinconica la trova, pensa che altri ami e di lui non si contenti: e infiniti altri stimoli potremmo de’ gelosi narrare. Dunque che diremo della costui vita, se non ch’ella sia la piú dolente che alcun vivente possa avere? Egli vive credendo e non credendo, e la donna stimolando: e le piú volte suole avvenire che di quella malattia di che i gelosi vivono paurosi, elli ne muoiono, e non senza ragione, però che con le loro riprensioni molte fiate mostrano a’ loro danni [p. 331 modifica]la via. Considerando adunque le predette cose, piú ha il vostro amico, che è geloso, cagione di dolersi che voi non avete, però che voi potete sperare d’acquistare, e colui con paura vive di perdere quella cosa ch’egli a pena tiene in sua. E però s’egli ha piú materia da dolersi di voi, e confortasi il meglio che puote, molto maggiormente voi vi dovete confortare e lasciare stare il pianto, ch’è atto di pusillanima feminella, e sperare del buono amore, che voi alla vostra donna portate, non dovere perdere merito: ché, ben che ella si mostri verso voi acerba al presente, e’ non può essere ch’ella non vi ami, perciò che amore mai non perdonò l’amare a nullo amato, e a’ robusti venti si rompono piú tosto le dure quercie che le consenzienti canne.»

Quistione VI.

Vestita di bruni vestimenti sotto onesto velo sedeva appresso costui una bella donna, la quale, come sentí la reina alle parole aver posto fine, cosí cominciò a dire: «Graziosa reina, e’ mi ricorda che, essendo io ancora picciola fanciulla, un giorno dimorava con un mio fratello, bellissimo giovane e di compiuta etá, in un giardino, e senza alcuna altra compagnia. Dove dimorando, avvenne che due giovani donzelle, di sangue nobili e di ricchezza copiose, e della nostra cittá natie, amando questo mio fratello e sentendolo essere in quel giardino, amendue lá se ne vennero, e lui, che di queste cose niente sapeva, di lontano cominciarono a riguardare. Dopo alquanto spazio, vedendolo solo, fuori che di me, di cui elle poco curavano però che io era picciola, cosí tra loro incominciarono a dire: «Noi amiamo questo giovane sopra tutte le cose, né sappiamo s’egli ama noi, né convenevole è che amendue ci ami; ma qui n’è al presente lecito di prendere di lui parte del nostro disio, e di conoscere se di noi egli ama alcuna, o quale egli ama piú; e quella ch’egli piú ama, poi sua si rimanga senza esserle dall’altra impedito: e però ora ch’egli [p. 332 modifica]dimora solo, e che noi abbiamo tempo, corriamo, e ciascuna l’abbracci e baci, ed egli quale poi piú gli piacerá prenderá». Determinatesi a questo, le due giovani cominciarono a correre sovra la verde erba verso il mio fratello: di che egli si maravigliò vedendole, e veggendo come elle veniano. Ma l’una di loro ancora assai lontano vergognosa quasi piangendo ristette, l’altra infino a lui corse e abbracciollo e baciollo e poseglisi a sedere allato raccomandandoglisi. E poi che l’ammirazione che costui ebbe dell’ardire di costei fu alquanto cessata, egli la pregò, per quell’amore ch’ella gli portava, che gli dovesse di questa cosa dire intera la veritá. Essa niente gli celò: la qual cosa questi udendo, e dentro nella mente esaminando ciò che l’una e l'altra avea fatto, tra sé conoscere non sapeva quale piú l’amasse, né quale piú egli dovesse amare. Ma venuto accidente che da queste gli convenne partire, di questo a piú amici dimandò consiglio, né mai alcuno sodisfece al suo piacere di tal dimanda: per la qual cosa io priego voi, da cui veramente credo la vera diffinizione avere, che mi diciate quale di queste due deve essere piú dal giovane amata».

A questa donna cosí la reina rispose: «Certo delle due giovani quella ne pare che piú il vostro fratello ami, e piú da lui deggia essere amata, che dubitando vergognosa rimase senza abbracciarlo: e per che questo ne paia, questa è la ragione. Amore, sí come noi sappiamo, sempre fa timidi coloro in cui dimora, e dove è maggior parte d’esso, similmente v’è maggiore temenza. E questo avviene però che lo intendimento della cosa amata non si può intero sapere, ché, se ’l si potesse sapere, molte cose, temendo dispiacere, non si fanno che si farebbero, però che ciascuno sa che spiacendo si toglie cagione d’essere amato: e con questa temenza e con amore sempre dimora vergogna, e non senza ragione. Adunque, tornando alla nostra quistione, diciamo che atto di vera innamorata fu quello di quella che timida si mostrò e vergognosa. Quello dell’altra, piú tosto di scelerata e di libidinosa che d’innamorata fu sembiante: e però essendo egli da colei piú amato, piú deve lei, secondo il nostro giudizio, amare». [p. 333 modifica]

Rispose allora la donna: «Gentil reina, vera cosa è che amore, ov’egli moderatamente dimora, temenza e vergogna conviene del tutto che usi; ma la ove egli in tanta quantitá abbonda, che agli occhi dei piú savi leva la vista, come giá per adietro si disse, dico che temenza non ha luogo, ma i movimenti di chi ciò sente sono secondo che egli sospigne: e però quella giovane, vedendosi dinanzi il suo disio, tanto s’accese, che, abbandonata ogni vergogna, corse a quello di che era sí forte stimolata, che inanzi sostenere non potea. L’altra, non tanto infiammata, servò piú gli amorosi termini, vergognandosi, e rimanendo come voi dite. Adunque ama piú quella, e piú dovria essere amata».

«Savia donna» disse la reina, «veramente a’ piú savi leva amore soperchio la veduta e ogni altro debito sentimento, e questo è alle cose che sono fuori di sua natura; ma quelle che a sé appartengono, come egli cresce cosí crescono. Adunque, quanta maggior quantitá d’esso in alcuno si trova, e cosí del timore, come in prima dicemmo, si dee trovare. E che questo sia vero, lo scelerato ardore di Biblis lo ci manifesta, la quale quanto amasse si dimostrò nella sua fine, vedendosi abbandonata e rifiutata: né giá per questo ebbe ella ardire di scoprirsi con le proprie parole, ma scrivendo il suo sconvenevole disio palesò. Similmente Fedra piú volte tentò di volere ad Ipolito, a cui, come a dimestico figliuolo, poteva arditamente parlare, dire quant’ella l’amava, né era prima la sua volontá pervenuta alla bocca per proferirla, che, temendo, in su la punta della lingua le moriva. O quanto è timoroso chi ama! Chi fu piú possente che Alcide, al quale non bastò la vittoria delle umane cose, ma ancora a sostenere il cielo si mise! E ultimamente non di donna, ma d’una guadagnata giovane s’innamorò tanto, che come umile suggetto, e temendo li comandamenti di lei, faceva le minime cose! E ancora Paris, quello che né con gli occhi né con la lingua ardiva di tentare, col dito avanti alla sua donna del caduto vino scrivendo primieramente il nome di lei, appresso scriveva: ‛io t’amo’! Quanto ancora sovra tutti questi ci porge debito esempio di temenza [p. 334 modifica]Pasife, la quale ad una bestia senza razionale intendimento e senza intelletto non ardiva d’esprimere il suo volere, ma con le proprie mani cogliendo le tenere erbe s’ingegnava di farlo a sé benigno, adornando se medesima sovente allo specchio per piacergli e per accenderlo in tal disio quale era ella, acciò ch’egli si movesse a cercare ciò che ella non ardiva dimandare a lui! Non è atto di donna innamorata, né d’alcun’altra, l’essere pronta, con ciò sia che sola la molta vergogna, la quale in noi deve essere, è rimasa del nostro onore guardatrice. Noi abbiamo voce tra gli uomini, ed è cosí la veritá, di sapere meglio l’amorose fiamme nascondere che gli uomini: e questo non genera altro che la molta temenza, la quale le nostre forze, non tante quanto quelle degli uomini, piú tosto occupa. Quante ne sono giá state, e forse noi d’alcune abbiamo saputo, le quali s’hanno molte volte fatte invitare di pervenire agli amorosi affetti, che volontieri n’avrebbero lo invitatore invitato prima che egli loro, se debita vergogna o temenza ritenute non le avesse! E non per tanto, ogni ora che il no è della loro bocca uscito, hanno avuto nell’animo mille pentute, dicendo col core cento volte sí. Rimanga, adunque, simile scelerato ardire nelle pari di Semiramis e di Cleopatra, le quali non amano, ma cercano acchetare il loro libidinoso volere, il quale acchetato, non piú avanti d’uno che d’un altro si ricordano. I savi mercatanti mal volontieri arrischiano tutti i loro tesori ad un’ora a’ fortunosi casi: e non per tanto una picciola parte non si curano di concedere loro, non sentendo di quella nell’animo alcuno dolore, s’avviene che la perdano. Amava dunque la giovane, che abbracciò il vostro fratello, poco, e quel poco alla fortuna concedette, dicendo: ‛Se costui per questo io acquisto, bene sta, se mi rifiuta, non ci sará piú che prendersene un altro’. L’altra, che vergognando si rimase, con ciò sia cosa che ella lui amasse sopra tutte le cose, dubitò di mettere tanto amore in avventura, imaginandosi: ‛Se questo forse gli spiacesse e rifiutassemi, il mio dolore sarebbe tanto e tale ch’io ne morrei’. Sia adunque piú la seconda che la prima amata.» [p. 335 modifica]

Quistione VII.

Feriva del sole un chiaro raggio passando fra le verdi fronde sopra il detto fonte, il quale la sua luce rifletteva nel bel viso dell’adorna reina, la quale di quel colore era vestita che ’l cielo ne mostra, quando, amendue i figliuoli di Latona a noi nascosi, sol con le sue stelle ne porge luce. E oltre allo splendore del viso, quello tanto lucente faceva, che mirabile lustro a’ dimoranti in quel luogo porgeva fra le fresche ombre: e tal volta il riflesso raggio si distendea infino al luogo dove la laurea corona d’una parte con la candida testa, dall’altra con gli aurei capelli terminava, tra quelli mescolata con non maestrevole avvolgimento: e quando quivi perveniva, nel primo sguardo si saria detto che tra le verdi fronde uscisse una chiara fiammetta d’ardente fuoco, e tanto si dilatasse, quanto i biondi capelli si dimostravano a’ circustanti. Questa mirabile cosa, forse piú tosto o meglio avvedutosene che alcuno degli altri, mirava Galeone intentivamente quasí come d’altro non gli calesse, il quale per opposito a fronte alla reina sedeva in cerchio, dividendoli l’acqua sola: e non movea bocca alla quistione che a lui veniva, perché taciuto avesse la reina giá per alquanto spazio, avendo contentata la savia donna. A cui la reina cosí disse: «O solo disio forse della cosa che tu miri, dinne qual è la cagione che cosí sospeso ti tiene, che, seguendo gli ordini degli altri, non parli, solamente, come noi crediamo, mirando la nostra testa, come se da te mai veduta non fosse stata? Dilloci in prima, e poi, sí come gli altri hanno proposto, tu proponi». A questa voce, Galeone, levato l’animo da’ dolci pensieri, in sé ritornò alquanto riscotendosi, come tal volta colui, che per paura rompe il dolce sonno, suole fare, e cosí disse: «Alta reina, il cui valore impossibile saria a narrare, graziosi pensieri in se stessi teneano la mia mente involta, quando io sí fiso mirava la vostra fronte, che mi parve, allora che il chiaro raggio giunse nella bella acqua, riflettendo nel vostro viso, che dell’acqua uscisse uno [p. 336 modifica] spiritello tanto gentile e grazioso a vedere, ch’egli si tirò dietro l’anima mia a riguardare ciò che facesse, sentendo forse i miei occhi insofficienti a tanta gioia mirare, e salì per lo chiaro lume negli occhi vostri, e quivi per lungo spazio fece mirabile festa adornandoli di nuova chiarezza. Poi salendo più su questa luce, lasciando nei begli occhi i suoi vestigi, lo vidi salire sopra la vostra corona, sopra la quale, come egli vi fu, insieme co’ raggi parve che nuova fiamma vi s’accendesse, forse qual fu giá quella che fu da Tanaquilla veduta a Tullo piccolo garzone, dormendo: e dintorno a questa saltando di fronda in fronda, come uccelletto che amoroso cantando visita molte foglie, s’andava, e i vostri capelli con diversi atti movendo, e tornando a quelle, tal volta in essi nascondendosi e poi piú lieto ogni volta uscendo fuori; e parevami ch’egli fosse tanto allegro in se medesimo, quanto alcuna cosa mai esser potesse, e gisse cantando, overo con dolci voci queste parole dicendo:

               Io son del terzo ciel cosa gentile,
          sì vago de’ begli occhi di costei,
          che s’io fossi mortal me ne morrei.
               E vo di fronda in fronda a mio diletto,
          intorniando gli aurei crini,
          me di me accendendo:
               e ’n questa mia fiammetta con effetto
          mostro la forza de’ dardi divini,
          andando ogn’uom ferendo
               che lei negli occhi mira, ov’io discendo
          ciaschedun’ora ch’è piacer di lei,
          vera reina delli regni miei.

E, con queste, molte altre ne diceva, andando com’io v’ho detto, quando mi chiamaste; ma non prima la voce moveste, ch’egli subito si tornò ne’ nostri occhi, i quali come matutine stelle scintillano di nuova luce, questo loco lustrando: udito avete da che gioia con nuovo pensiero m’avete alquanto separato». Di questo si maravigliò assai Filocolo e gli altri, [p. 337 modifica]e, rivolti gli occhi verso la loro rema, videro quello che a udire pareva loro impossibile. Ed ella, vestita d’umiltá, ascoltando le vere parole di lei dette, stette con fermo viso senza alcuna risposta. E però Galeone cosí parlando seguí: «Graziosa reina, io disidero di sapere se ciascuno uomo, a bene di se medesimo, si deve innamorare o no. E a questo dimandare mi muovono diverse cose vedute e udite e tenute dalle varie opinioni degli uomini».

Lungamente riguardò la reina Galeone nel viso, e poi dopo alcun sospiro cosí rispose: «Parlare ci conviene contro a quello che noi con disiderio seguiamo. E certo a te dovria bene essere manifesto ciò che tu dimandando proponi in dubbio. Serverassi, rispondendo a te, lo incominciato ordine, e colui a cui soggetta siamo, le parole, le quali, costretta dalla forza del giudizio, diciamo contro alla sua deita, piú tosto che volontaria, ci perdoni: né però la sua indegnazione caggia sopra di noi. E voi, che similmente come noi soggetti gli siete, con forte animo l’ascoltate, non mutandovi per quelle del vostro proponimento. E acciò che meglio e con piú aperto intendimento le nostre parole si prendano, alquanto fuori della materia ci distenderemo, a quella quanto piú brievemente potremo tornando, e cosí diciamo: amore è di tre maniere, per le quali tre, tutte le cose sono amate; alcuna per la virtú dell’una, e alcuna per la potenza dell’altra, secondo che la cosa amata è, e similmente l’amante. La prima delle quali tre si chiama amore onesto: questo è il buono, il diritto e il leale amore, il quale da tutti abitualmente deve esser preso. Questo il sommo e il primo creatore tiene alle sue creature congiunto, e loro a lui congiunge. Per questo i cieli, il mondo, i reami, le provincie e le cittá permangono in istato. Per questo meritiamo noi di divenire eterni posseditori de’ celestiali regni. Senza questo è perduto ciò che noi abbiamo in potenza di ben fare. Il secondo è chiamato amore per diletto, e questo è quello al quale noi siamo soggetti. Questo è il nostro iddio: costui adoriamo, costui preghiamo, in costui speriamo che sia il nostro contentamento, e ch’egli interamente possa i nostri [p. 338 modifica]disii fornire. Di costui è posta la quistione se bene è a sottometterglisi: a che debitamente risponderemo. Il terzo è amore per utilitá: di questo il mondo piú che d’altro è ripieno. Questo insieme con la fortuna è congiunto. Mentre ella dimora, ed egli similemente dimora; quando si parte, ed egli è guastatore di molti beni: e piú tosto, ragionevolmente parlando, si dovria chiamare odio che amore. Ma però che alla quistione proposta né del primo né dell’ultimo è bisogno di parlare, del secondo diremo, cioè amore per diletto: al quale, veramente, niuno, che virtuosa vita disideri di seguire, si dovria sommettere, però che egli è d’onore privatore, adducitore d’affanni, destatore di vizii, copioso donatore di vane sollecitudini, e indegno occupatore dell’altrui libertá, piú ch’altra cosa da tenere cara. Chi, adunque, per bene di sé, se sará savio, non fuggirá cotale signoria? Viva chi può libero, seguendo quelle cose che in ogni atto aumentano libertá, e lascinsi i viziosi signori a’ viziosi vassalli seguire».

«Io non pensava» disse allora Galeone, «con le mie parole dar materia di mancamento alla nostra festa, né alla potenza del nostro signore Amore, né le menti d’alcuno perturbare; anzi imaginava che, diffinendola voi, secondo l’intenzione mia e di molti altri, dovesse quelli che gli sono soggetti, con forte animo a ciò confermarli, e quelli che no con disideroso appetito chiamargli. Ma veggio che la vostra intenzione alla mia è tutta contraria, però che voi tre maniere d’amare nelle vostre parole essere mostrate. Delle quali tre, la prima e l’ultima come voi dite consento che siano, ma la seconda, la quale rispondendo alla mia dimanda dite che è tanto da fuggire, tengo che da seguire sia da chi glorioso fine disidera, come aumentatrice di virtú, sí com’io credo appresso mostrare. Questo amore di cui noi ragioniamo, sí come a tutti può essere manifesto, però che il proviamo, adopera questo ne’ cuori umani, poi ch’egli ha l’anima alla piaciuta cosa disposta: egli d’ogni superbia spoglia il cuore e d’ogni ferocitá, faccendolo umile in ciascun atto, sí come manifestamente n’appare in Marte, il quale troviamo che, amando [p. 339 modifica]Venere, di fiero ed aspro duca di battaglie, tornò umile e piacevole amante. Egli fa i cupidi e gli avari, liberali e cortesi. Medea, carissima guardatrice delle sue arti, poi che le costui fiamme senti, liberamente sé e il suo onore e le sue arti concedette a Giasone. Chi fa piú solleciti gli uomini all’alte cose, di lui? Quanto egli li faccia, riguardisi a Paris e a Menelao. Chi spegne piú gl’iracondi fuochi, che fa costui? Quante volte fu l’ira d’Achille quetata da’ dolci prieghi di Polissena cel mostra. Questi, piú che altri, fa gli uomini audaci e forti, né so quale maggiore esempio ci si potesse dare di quello di Perseo, il quale per Andromeda fece mirabile prova di virtuosa fortezza. Questi adorna di bei costumi, d’ornato parlare, di magnificenza, di graziosa piacevolezza tutti coloro che di lui si vestono. Questi di leggiadria e di gentilezza a tutti i suoi soggetti fa dono. Oh, quanti sono i beni che da costui precedono! Chi mosse Vergilio? Chi Ovidio? Chi gli altri poeti a lasciare di loro eterna fama ne’ santi versi, li. quali mai a’ nostri orecchi pervenuti non sarieno se costui non fosse? Che diremo noi della costui virtú? Se non ch’egli ebbe forza di mettere tanta dolcezza nella cetera d’Orfeo, che, poi ch’egli a quel suono ebbe chiamate tutte le circustanti selve, e fatti riposare i correnti fiumi, e venire in sua presenza i fieri leoni insieme co’ timidi cervi con mansueta pace, e tutti gli altri animali similmente, egli fece quetare le infernali furie, e diede riposo e dolcezza alle tribolate anime: e dopo tutto questo, fu di tanta virtú il suono, ch’egli meritò di riavere la perduta mogliera. Dunque costui non è cacciatore d’onore, sí come voi dite, né donatore di sconvenevoli affanni, né suscitatore di vizi, né largitore di vane sollecitudini, né indegno occupatore dell’altrui libertá: però con ogni ingegno e con ogni sollecitudine dovrebbe ciascuno, che di lui non è conto e servidore, procacciare e affannare d’avere la grazia di tanto signore e d’essergli soggetto, poi che per lui si diviene virtuoso. Quello che piacque agl’iddii e a’ piú robusti uomini, similmente a noi deve piacere: seguasi, amisi, servisi, e viva sempre nelle nostre menti un cotal signore!» [p. 340 modifica]

«Molto t’inganna il parer tuo» rispose la reina; «e di ciò non è maraviglia, però che tu se’, secondo il nostro conoscimento, piú ch’altro innamorato, e senza dubbio il giudizio degli innamorati è falso, però che il lume degli occhi della mente hanno perduto, e da loro la ragione come nemica hanno cacciata. Adunque, a noi converrá alquanto, oltre al nostro volere, d’amore parlare: di che ci duole, sentendoci a lui soggetta, ma per trarti d’errore, il lecito tacere in vere parole rivolgeremo. Noi vogliamo che tu sappi che quest’amore niun’altra cosa è che una irrazionabile volontá, nata da una passione venuta nel core per libidinoso piacere che agli occhi è apparito, nutricato per ozio da memoria e da pensieri nelle folli menti: e molte volte in tanta quantitá multiplica, che egli leva la intenzione di colui in cui dimora dalle necessarie cose, e disponla alle non utili. Ma però che tu esemplificando ti ingegni di mostrare da costui ogni bene e ogni virtú procedere, a riprovare i tuoi esempli procederemo. Non è atto d’umilta l’altrui cose ingiustamente a sé arrecare, ma è arroganza e sconvenevole presunzione: e certo queste cose usò Marte, come tu sai, per amore divenuto umile, a levare a Vulcano Venere sua legittima sposa. E senza dubbio quell’umiltá, che nel viso appare agli amanti, non procede da benigno cuore, ma da inganno prende principio. Né fa quest’amore i cupidi liberali, ma quando in tanta copia, quanta poni che in Medea fu, abbonda ne’ cuori, quelli del mentale vedere priva, e delle cose, per adietro debitamente avute care, stoltamente diventa prodigo, e, quelle non con misura donando, ma disutilmente gittando, crede piacere, e dispiace a’ savi. Medea, non savia, della sua prodigalitá assai in brieve tempo senza suo utile si penté, e conobbe che se moderatamente i suoi cari doni avesse usati, non sarebbe a sí vile fine venuta. E quella sollecitudine, la quale in danno de’ sollecitanti s’acquista o s’adopera, non ci pare per alcuno da dovere essere cercata: molto vale meglio ozioso stare che male adoperare, ancora che né l’uno né l’altro sia da lodare. Paris fu sollecito alla sua distruzione, se ’l fine di tale sollecitudine si riguarda. Menelao [p. 341 modifica]non per amore, ma per acquistare il perduto onore, con ragione divenne sollecito, come ciascuna persona discreta dee fare. Né ancora questo amore è cagione di mitigare l’ira, ma benignitá d’animo, passato l’empito che induce quello, la fa tornare nulla, e rimettesi l’offesa contro a chi s’adira: ben che gli amanti, e ancora i discreti uomini sogliono usare di rimettere l’offese a preghiera di cosa amata o d’alcuno amico, per mostrarsi di ciò che niente loro costa, cortesi, e obbligarsi i pregatori: e per questa maniera Achille piú volte giá mostrò di cacciare da sé la concreata ira. Similmente pare che costui faccia gli uomini arditi e valorosi; ma di ciò il contrario si può mostrare. Chi fu piú valoroso uomo d’Ercole, il quale innamorato mise le sue forze in oblio, e divenuto vile, filò l’accia con le femine di Iole? Veramente, alle cose ove dubbio non corre, gente arditissima sono gli innamorati; e se dove dubbio corre si mostrano arditi, e mettonvisi, non amore, ma poco senno li tira, per avere poi vanagloria nel cospetto delle loro donne, avvegna che questo rare volte avvenga, perché dubitano tanto di perdere il diletto della cosa amata, che essi consentono avanti d’essere tenuti vili. E ancora non dubitiamo che questi mise ogni dolcezza nella cetara di Orfeo: questo consentiamo che sia come tu porgi, ché veramente, al generale, amore empie le lingue de’ suoi suggetti di tanta dolcezza e di tante lusinghe, che esse molte volte farieno con le loro lusinghe volgere le pietre, non che i cuori mobili e incostanti; ma di vile uomo è atto il lusingare! Come adunque diremo che tal signore si deggia seguire per bene proprio del seguitatore? Certo questi, da coloro in cui dimora, fa dispregiare i savi e utili consigli: e male per li troiani non furono da Paris uditi quelli di Cassandra. Fa costui similmente a’ suoi sudditi dimenticare e dispregiare la loro fama buona, la quale dee da tutti, come eterna erede della nostra memoria, rimanere in terra dopo le nostre morti. Quanto la contaminasse Egisto basti per esempio, avvegna che Scilla non meno male operasse che Pasife. Non è costui cagione di rompere i santi patti alla pura fede promessa? Certo sí. Che [p. 342 modifica]aveva fatto Arianna a Teseo, per la quale, rompendo i matrimoniali patti, e dando sé a’ venti con la donata fede, misera la dovesse ne’ diserti scogli abbandonare? Un poco di piacere, veduto negli occhi di Fedra dallo scellerato, fu cagione di tanto male, e di cotal merito del ricevuto onore. In costui ancora niuna legge si trova: e che ciò sia vero, mirisi all’opere di Tereo, il quale, ricevuta Filomena dal pietoso padre, a lui carnale cognata, non dubitò di contaminare le sagratissime leggi tra lui e Progne, di Filomena sorella, matrimonialmente contratte. Questi ancora, chiamandosi e faccendosi chiamare iddio, le regioni degl’iddii occupa. Chi potrebbe mai le iniquitá di costui con parole contare appieno! Egli, brievemente, ad ogni male mena chi lo segue: e se forse alcune virtuose opere fanno i suoi seguaci, che avviene rado, con vizioso principio le incominciano, disiderando per quelle piú tosto venire al disiderato fine del laido lor volere. Le quali non virtú ma vizi piú tosto si possono dire, con ciò sia cosa che non sia da riguardare ciò che l’uomo fa, ma con che animo, e quello o vizio o virtú reputare, secondo la volonta dell’operante: però che giá mai cattiva radice non fece buono arbore, né cattivo arbore buon frutto. Adunque è reo questo amore, e se egli è reo, è da fuggire: e chi le malvage cose fugge, per conseguente segue le buone, e cosí è buono e virtuoso. Il principio di costui niuna altra cosa è che paura, il suo mezzo è peccato, e il suo fine è dolore e noia: deesi adunque fuggire e riprovarlo e temere d’averlo in sé, però che egli è impetuosa cosa, né in alcuno suo atto sa aver modo, ed è senza ragione. Egli è senza dubbio guastatore degli animi, e vergogna e angoscia e passione e dolore e pianto di quelli, e mai senza amaritudine non consente che stia il cuore di chi lo tiene. Dunque chi loderá che questi sia da seguire, se non gli stolti? Certo, se lecito ne fosse, volontieri senza lui viveremmo, ma di tal danno tardi ci accorgiamo, e convienci, poi che nelle sue reti siamo incappati, seguire la sua volontá, infino a tanto che quella luce, la quale trasse Enea da’ tenebrosi passi, fuggendo i pericolosi incendii, apparisca a noi, e tirici a’ suoi piaceri.» [p. 343 modifica]

Quistione VIII.

Alla destra mano di Galeone una bella donna sedea, il cui nome era Pola, piacevole sotto onesto velo, la quale cosí cominciò a parlare, poi che la reina tacque: «O nobile reina, voi avete al presente determinato che alcuna persona questo nostro amore seguire non dee, e io lo consento; ma impossibile mi pare che la giovane etá degli uomini e delle donne, senza questo amore sentire, trapassare possa. Però al presente lasciando con vostro piacere la vostra sentenza, terrò che lecito sia l’innamorarsi, prendendo il mal fare per debito adoperare. E questo seguendo, voglio da voi sapere quale di due donne deggia piú tosto da un giovane essere amata, piacendo egualmente a lui amendue, o quella di loro che è di nobile sangue, e di parenti possente, e copiosa d’avere molto piú che il giovane, o l’altra la quale non è nobile né ricca, né di parenti abbondevole quanto il giovane».

Cosí rispose la reina a costei: «Bella donna, ponendo che l’uomo e la donna debba amore seguire, come avanti diceste, noi giudicheremmo che quantunque la donna sia ricca e grande e nobile piú che il giovane, in qualunque grado o dignitá si sia, ch’ella debba piú tosto dal giovane essere amata che quella che alcuna cosa ha meno di lui: però che l’animo dell’uomo a seguire l’alte cose fu creato, dunque avanzarsi e non avvilirsi deve. Appresso ne dice un volgare proverbio: ‛Egli è meglio bene desiare che mal tenere ’. Però ammisi la piú nobile donna, e la meno nobile con giusta ragione si rifiuti per nostro giudicio».

Disse allora la piacevate Pola: «Reina, altro giudicio sarebbe per me di tal quistione donato come udirete. Noi naturalmente tutti i piú brievi che i lunghi affanni disideriamo: e che minore e piú brieve affanno sia ad acquistare l’amore della meno nobile che quello della piú, è manifesto: dunque la minore si deve seguire, con ciò sia cosa che giá si possa della minore dire avere acquistato quello che dalla maggiore [p. 344 modifica]è da acquistare. Appresso, amando un uomo una donna di maggiore condizione che egli non è, molti pericoli ne gli possono seguire, né però ultimamente n’ha maggiore diletto che d’una minore. Noi veggiamo ad una gran donna avere molti parenti, molta famiglia, e tutti riguardare ad essa sí come solleciti riguardatori del suo onore, de’ quali se alcuno di questo amore s’avvedesse, com’io giá dissi, all’amante grave pericolo ne può seguire: quello che della meno nobile non potrebbe cosí di leggieri avvenire. I quali pericoli ciascuno a suo potere dee fuggire, con ciò sia cosa che chi il riceve si ha il danno, e chi il fa se ne ride, dicendo: ‛Ben gli sta; dove si metteva egli ad amare?’Né ancora si muore piú che una volta, per che ciascuno dee ben guardare come quella una viene a morire, e dove, e per che cagione. E ancora è credibile cosa che la gentil donna poco il prezzerá, però che essa medesima disiderera d’amare sí alto uomo o maggiore come è la donna, e non minore di sé: e cosí costui tardi o non mai al suo disio perverrá. E della minore gli avverra il contrario, però ch’ella si glori era d’essere amata da tanto amante, e ingegnerassi di piacergli per nutricare l’amore. E dove questo non fosse, la potenza dell’amante potrá senza paura fare il suo disio adempiere: però io terrei, che amare si dovesse la minore piuttosto che l’altra».

«E’ v’inganna il parere» disse la reina alla bella donna, «però che amore ha questa natura, che quanto piú si ama, piú si disidera d’amare: e questo per quelli che per lui maggiore doglia sentono si può comprendere, i quali, avvegna che quella molto gli molesti, ognora piú amano, né alcuno col core tosto la sua fine disidera, ben che il mostri con le parole. Dunque, ben che i piccoli affanni si cerchino da’ pigri, da’ savi sono le cose, che con piú affanno s’acquistano, piú graziose e piú dilettevoli tenute: però la minore donna amare e acquistarla saria, come voi dite, poco affanno, e però poco cara e brieve d’amore, e seguirebbesi che amando si disiderasse di meno amare, ch’è contro alla natura d’amore, come di sopra dicemmo. Ma della grande, che con affanno s’acquista, [p. 345 modifica]avviene il contrario, però che, sí come cara cosa e con fatica acquistata, ogni sollecitudine si pone a ben guardare il guadagnato amore, e cosí ognora piú si ama, e piú il diletto e il piacere dura. Ma se volete dire che il dubbio de’ parenti ci sia, noi nol neghiamo, e questa è una delle cagioni perch’egli è affanno ad avere l’amore d’una grande donna: ma i discreti con occulta via procedono in tali bisogne, ché non è dubbio che delle grandi e delle piccole donne, ciascuna secondo il suo potere, è amato e guardato l’onore de’ parenti, e cosí paria il folle nella mala ventura incappare amando in basso come in alto loco. Ma chi sará colui che Pisistrato di crudeltá trapassi, offendendo chi le cose sue ama, senza pensare avanti quello che poi fará a chi l’avrá in odio? Dite ancora mai costui di maggior donna di sé potere venire a fine del suo disio amandola, dicendo che la donna maggiore di sé disiderera d’amare e lui niente pregerá, mostra che ignoto vi sia che il piú picciolo uomo, quanto alla naturale virtú, sia di maggiore condizione e di migliore che la maggiore donna del mondo. Dunque, qualunque uomo ella disidera, di maggiore condizione di sé lo disidera. Fa bene però il virtuoso vivere e il vizioso i piccioli grandi, e’ grandi piccioli molte volte: non per tanto qualunque donna sará da qualunque uomo con debito stile sollecitata, senza dubbio a disiderato fine se ne perviene, ben che con piú affanno d’una grande che d’una piccola. E noi veggiamo che per continua caduta la molle acqua rompe e fora le dure pietre: però nullo d’amare alcuna si disperi. Tanto di bene seguirá a chi maggiore donna di sé amerá, che egli s’ingegnerá, per piacerle, belli costumi avere, di nobili uomini compagnia, ornato e dolce parlare, ardito alle imprese e splendido di vestire. E se l’acquisterá, piú gloria nell’animo ne avrá e piú diletto: e similmente nel parlare della gente sará esaltato e magnanimo reputato. Seguasi adunque la piú nobile, come avanti dicemmo.» [p. 346 modifica]

Quistione IX.

Feramonte, duca di Montorio, appresso la piacevole Pola sedeva, e cosí, poi che la loro reina ebbe parlato, a lei cominciò a dire: «Consentendo a questa donna che amare si convenga, risposto le avete alla sua quistione che piú tosto nobile donna, piú di sé che meno, si deve amare. La qual cosa assai bene si può consentire per quelle ragioni che mostrate n’avete. Ma con ciò sia cosa che ancora delle gentili donne siano alcune di diverse maniere, cioè in diversi abiti dimoranti, le quali, per quello che si crede, diversamente amano, qual piú qual meno, quale piú fervente quale piú tiepidamente, disidero di sapere da voi, di cui piú tosto un giovane, per piú felicemente il suo disio ad effetto conducere, si dee innamorare di queste tre, o di pulcella, o di maritata o di vedova».

Al quale la reina rispose cosi: «Delle tre l’una, cioè la maritata, in niun modo è da disiderare, però ch’ella non è sua, né sta in sua libertá il potersi donare o concedersi ad alcuno: e il volerla o prenderla è commettere contro alle divine leggi, ed eziandio contro alle naturali e alle positive, alle quali offendere è un commuovere sopra di sé la divina ira, e per conseguente grave giudizio: avvegna che sovente a chi tanto adentro non mira con la coscienza fa migliore amarla che alcuna dell’altre due, cioè o pulcella o vedova, quanto è per dovere avere de’ suoi disii l’effetto, avegna che alcuna volta tale amore con molto pericolo sia. E il perché tale amore a’ suoi disii sovente rechi l’amante piú tosto che gli altri, è questa la cagione. Manifesto è che quanto piú nel foco si soffia piú s’accende, e senza soffiarvi s’ammorta; e quasi tutte l’altre cose usandole mancano: la libidine quanto piú s’usa piú cresce. La vedova per essere lungo tempo stata senza tale effetto, quasí come se non fosse il sente, e piú con la memoria che con la concupiscenza si riscalda. La zitella che ciò si sia ancora non conosce, se non per [p. 347 modifica]imaginazione, e però tiepidamente disia. E però la maritata, sovente in tali cose raccesa piú ch’altra, tali effetti disidera: e tal volta le maritate sogliano da’ mariti oltraggiose parole e fatti ricevere, delle quali volontieri prenderebbero vendetta se potessono, e niuna via piú presta è loro rimasa che donare il suo amore a chi le stimola di volerlo, in dispetto del marito. E avvegna che in tale maniera la vendetta sia e convegna essere molto occulta per non crescere l’onta, nondimeno elle ne sono nell’animo contente. Poi il sempre usare un cibo è tedioso, e sovente abbiamo veduto i dilicati per li grossi cibi lasciare, tornando poi a quelli quando l’appetito degli altri è contento. Ma però, come dicemmo, lecito non è l’altrui cose con ingiusta cagione disiderare, le maritate lasceremo a’ loro mariti, e prenderemo dell’altre, delle quali copiosa quantitá ci para davanti agli occhi la nostra cittá, e piú tosto le vedove seguiremo amando che le pulcelle, però che le pulcelle, rozze e grosse a tale mestiere, non senza molto affanno si recano abili a’ disiderii dell’uomo: quello che nelle vedove non bisogna. Appresso, se le pulcelle amano, esse non sanno che si disiderare, e però con intero animo non seguono i vestigi dell’amante come le vedove, in cui giá l’antico foco riprende forza, e falle disiderare quello che per lungo abuso aveano obliato, ed è loro tardi di venire a tale effetto, piangendo il perduto tempo, e le solinghe e lunghe notti che hanno trapassate ne’ vedovi letti: però queste siano amate piú tosto, secondo il nostro parere, da coloro in cui libertá in sottomettersi dimora».

Rispose allora Feramonte: «Eccelsa reina, ciò che della maritata diceste, aveva io nell’animo deliberato che cosí dovesse essere, e piú ora da voi udendolo ne sono certo; ma delle pulcelle e delle vedove tengo contraria opinione, lasciando le maritate andare per le ragioni da voi poste: però che mi pare che piú tosto le pulcelle che le vedove si dovriano seguire, con ciò sia cosa che l’amore della pulcella piú che quello della vedova paia fermo. La vedova senza dubbio ha giá altre volte amato, e ha veduto e sentito molte cose d’amore, [p. 348 modifica]e i suoi dubbi, e quanta vergogna e onore seguiti da quello, e però, queste cose meglio che la pulcella conoscendo, o ama lentamente e dubitando, o, non amando fermo, disidera ora questo ora quello, e non sappiendo a quale per piú diletto e onore di lei s’aggiunga, talora né l’uno né l’altro vuole, e cosí per la mente di lei la deliberazione vacilla, né vi può amorosa passione prendere fermezza. Ma queste cose alla pulcella sono ignote, e però, come a lei è avviso che ella molto piaccia ad uno de’ molti giovani, cosí senza piú esaminazione quello per amante elegge, e a lui solo il suo amore dispone senza saper mostrare alcuno atto contrario al suo piacere per piú fermo l’amante legare: niun’altra deliberazione è da lei al suo innamorare, cercata. Dunque è tutta pura a’ piaceri di colui che le piace semplicemente, e tosto si dispone lui per signore solo servare nel ferito core: quello che, come giá dissi, della vedova non avviene: però è piú da seguire. Appresso, di quelle cose che mai alcuno non ha vedute o udite o provate, con piú efficacia l’aspetta, e le disidera di vedere e udire e provare, che chi molte fiate vedute e udite o provate l’ha: e questo è manifesto. Tra l’altre cagioni per le quali il vivere molto ci diletta, ed è disiato lungo da noi, è per vedere cose nuove, cioè ancora da noi non istate vedute: e ancora, piú che per nuove cose vedere, c’è diletto di correre con sollecito passo a quello che noi piú che altro ci ingegniamo e disideriamo di fuggire, cioè la morte, ultimo fine de’ nostri corpi. La pulcella mai quel dilettoso congiugnimerito per lo quale noi vegniamo nel mondo non conobbe, e naturale cosa è ogni creatura a quello essere dal disio tirata. Appresso, ella molte fiate, da quelle che sanno quello che è, ha udito quanta dolcezza in quello consista, le quali parole hanno aggiunto foca al disio, e però, tiratavi dalla natura e dal disio di provare cosa da lei non provata dalle parole udite, ardentemente e con acceso core questo congiugnimento disidera d’averlo: e con cui è da presumere, se non con colui il quale ella ha giá fatto signore della sua mente? Questo ardore non sará nella vedova, però che provandolo la prima volta, e sentendolo [p. 349 modifica]quello ch’era, si spense: dunque la pulcella amerá piú, e piú sollecita sani, per le ragioni dette, a’ piaceri dell’amante che la vedova. Che andremo, dunque, piú inanzi cercando che amare non si debba piú tosto la pulcella che la vedova?».

«Voi» disse la reina, «argomentate bene al vostro parere difendere; ma noi vi mostreremo con aperta ragione come voi dovete quello, che noi di questa quistione tegniamo, similmente tenere, se alla natura d’amore con diritto occhio si mira, cosí nella pulcella come nella vedova. E cosí nella vedova come nella pulcella il vedremo potere essere fermo e forte e costante: e in ciò Dido e Arianna ci porgono con le loro opere questo essere vero. E dove questo amore e nell’una e nell’altra non sia, niuna delle predette operazioni ne seguirá: dunque conviene che ciascuna ami, se quello che voi e noi giá dicemmo vogliamo che ne segua. E però amando e la pulcella e la vedova, senza andar cercando chi piú distrettamente s’innamora, ché siamo certa della vedova, vi mostreremo che la vedova piú sollecita è a’ piaceri dell’amante che la pulcella. E non è dubbio che tra l’altre cose che la femína ha sopra tutte cara è la sua virginitá: e ciò è ragione, però che in quella tutto l’onore della seguente sua vita vi consiste, e senza dubbio ella non sará mai tanto da amore stimolata che ella volontieri ne sia cortese, se non a cui ella per matrimoniali leggi si crederá per isposo congiugnere. E questo noi non lo andiamo cercando, ché non è dubbio che chi vuole amare per isposa avere, che egli piú tosto pulcella che vedova dee amare: dunque tarda e negligente sará a donarsi a chi per tale effetto non l’amerá, ed ella il sappia. Appresso, le pulcelle al generale sono timide, né sono astute a trovare le vie e’ modi per li quali i furtivi diletti si possano prendere: di queste cose la vedova non dubita, però che ella giá donò onorevolmente quello che çostei aspetta di donare, ed è senza, e però non dubita che, se se medesima dona ad altrui, quel segnale l’accusi. Poi ella, come piú arrischiante, perché, come è detto, la maggiore cagione che porge dubbio non è con lei, conosce meglio [p. 350 modifica]l’occulte vie, e cosí le mette in effetto. Vero è che voi dite che la pulcella, come disiderosa di cosa che mai non provò, a questo sia piú sollecita che la vedova, che quello che è conosce: ma egli è, di ciò che voi dite, il contrario. Le pulcelle a tale effetto per diletto non corrono le prime volte, però che egli è loro piú noia che piacere, avvegna che quella cosa che diletta quante piú fiate si vede o ode o sente, piú piace, e piú è sollecito ciascuno a seguirla: questa cosa di che noi ragioniamo non segue l’ordine alla maniera di molte altre, che, vedute una volta o due, piú non si cercano di vedere, anzi quante piú volte in effetto si mette, tante e con piú affezione è cercato di ritornarvi, e piú disidera colui la cosa a cui ella piace, che colui a cui ella dee piacere, né ancora n’ha gustato. Però la vedova, con ciò sia cosa che ella doni meno, e piú le sia il donare agevole, piú sará liberale, e piú tosto che la pulceIla, che donare dee la piú cara cosa ch’ella ha. Ancora sará piú la vedova tirata, sí come mostrato abbiamo, a tale effetto che la pulcella: per le quali cagioni ammisi piú tosto la vedova che la pulcella.»

Quistione X.

Convenne, appresso a Feramonte, ad Ascalione proporre, il quale in cerchio dopo lui sedeva, e cosí disse: «Altissima reina, io mi ricordo che fu giá nella nostra cittá una bella e nobil donna rimasa di valoroso marito vedova, la quale per le sue mirabili bellezze era da molti nobili giovani amata, e, oltre a molti, due gentili e valorosi cavalieri, ciascuno quanto poteva l’amava. Ma per accidente avvenne che ingiusta accusa di costei fu posta da’ suoi parenti nel cospetto del nostro signore, e, appresso, per iniqui testimoni provata: per le quali inique prove ella meritò d’essere al foco dannata. Ma però che la coscienza del dannatore era perplessa, però che le inique prove quasi conoscere gli parea, volendo agl’iddii e a’ fortunosi casi la vita di quella commettere, cotale condizione [p. 351 modifica]aggiunse alla data sentenza: che poi che la donna fosse al foco menata, se alcuno cavaliere si trovasse il quale per la salute di lei combattere volesse contro al primo che in quello dopo a lui s’opponesse, quello a cui vittoria ne seguisse, ciò ch’egli difendeva se ne facesse. Udita la condizione da’ due amanti e per ventura prima dall’uno che dall’altro saputa, quegli che prima l’udí prese l’armi subitamente, e salito a cavallo venne al campo, contradicendo a chi contravenire gli volesse per sostenere la morte della donna. L’altro che piú tardi sentito avea questo, udendo che giá era al campo colui per la difesa di lei, né altri piú v’avea luogo ad andare per tale impresa, non sappiendo che si fare, si doleva imaginando che l’amore della donna per sua tardanza aveva perduto, e l’altro giustamente l’avea guadagnato. E cosí dolendosi, gli venne pensato che se prima ch’alcun altro al campo andasse armato, dicendo che la donna dovea morire, egli, lasciandosi vincere, la poteva scampare: e cosí il pensiero mise ad effetto, e fu campata e liberata la donna. Adunque, dopo alquanti giorni, il primo cavaliere andò a lei, e sé umilmente le raccomandò, ricordandole come egli, per camparla da morte, a mortale pericolo pochi giorni avanti s’era posto, e, mercé degl’iddii e della sua forza, lei e sé di tale accidente avea campato: onde per questo le piacesse, in luogo di merito, il suo amore, il quale sopra tutte le cose sempre disiderato aveva, donare. E, appresso, con simile preghiera venne il secondo cavaliere, dicendo che a rischio di morte per lei s’era messo: ‛e ultimamente per che voi non moriste, sostenni di lasciarmi vincere, onde eterna infamia me ne seguita, dove avrei vittorioso onore potuto acquistare, volendo incontro alla vostra salute avere le mie forze operate’. La donna ciascuno ringraziò benignamente, promettendo debito guiderdone ad amendue del ricevuto servigio. Rimase adunque la donna, costoro partiti, in dubbio a cui il suo amore donare dovesse, o al primo o al secondo, e di ciò dimanda consiglio: a quale direste voi ch’ella íl dovesse piú tosto donare?».

«Noi terremmo» disse la reina, «che il primo sia da [p. 352 modifica]amare, e il secondo da lasciare, però che il primo adoperò forza, e dimostrò il buon amore con sollecito modo, dando se medesimo a ogni pericolo infino alla morte, il quale per la futura battaglia potesse avvenire, per la quale assai bene gliene poteva seguire; con ciò sia cosa che se sollecito fosse stato a tale battaglia fare contra lui alcuno de’ nemici della donna, come fu l’amante, egli era a pericolo di morire per difendere lei; né manifesto gli fu che contro a lui dovesse uscire uno che vincere si lasciasse, come avvenne. L’ultimo, veramente, andò avvisato di non morire né di lasciar morire la donna: dunque, con ciò sia cosa che egli meno mettesse in avventura, meno merita di guadagnare. Abbia, adunque, il primo l’amore della donna bella come giusto guadagnatore di quello.»

Disse Ascalione: «O sapientissima reina, ch’è ciò che voi dite? Non basta una volta essere meritato del bene, senza piú meriti dimandare? Certo sí. Il primo è meritato, però che da tutti per la ricevuta vittoria è onorato: e che piú merito gli bisognava se onore è merito della virtú? A maggior cosa ch’egli non fece bastava il ricevuto onore. Ma colui che con senno venne avvisato, dee essere senza guiderdone, e, poi, da tutti vituperato, avendo sí bene come il primo scampato la donna? Non è il senno da anteporre ad ogni corporale forza? Come costui, se col senno alla salute della donna venne, deve per merito essere abbandonato? Cessi che questo sia. Se egli nol seppe sí tosto come l’altro, questa non fu negligenza, ché, se saputo l’avesse, forse prima che l’altro corso sarebbe a quello che l’altro corse. Quello che prese per ultimo rimedio il prese discretamente, di che merito giustamente gli dee seguire, il quale merito dev’essere l’amore della donna, se dirittamente si guarda, e voi dite il contrario».

«Passi della mente vostra che il vizio, a fin di bene operato» rispose la reina, «meriti il guiderdone che la virtú, a simile fine operata, merita, anzi in quanto vizio merita correzione: alla virtú niuno mondano merito può giustamente sodisfare. Chi ci vieterá ancora che noi non possiamo con aperta ragione credere che l’ultimo cavaliere, non per amore [p. 353 modifica]che alla donna portasse, ma, invidioso del bene che all’altro vedeva apparecchiare, per isturbare quello si mosse a tale impresa e misvennegli? Folle è chi sotto colore al nemico s’ingegna di giovare per ricever merito. Infinite sono le vie per le quali possibile c’è con aperta amicizia poter mostrare l’amore che alcuno porta ad alcun altro, senza mostrarsi nemico, e poi con colorate parole voler mostrare d’aver giovato. Basti oramai per risponsione a voi ciò che detto avemo, il quale la lunga etá deve piú che gli altri fare discreto. Crediamo che quando queste poche parole per la mente debitamente avrete digeste, troverete il nostro giudicio non fallace, ma vero e da dovere essere seguito». E qui si tacque.

Quistione XI.

Seguiva poi una donna onesta molto nell’aspetto, il cui nome Graziosa è interpetrato: e veramente in lei è il nome consonante all’effetto; la quale con umile e con modesta voce cominciò queste parole: «A me, o bellissima reina, viene il proporre la mia quistione, la quale, acciò che il tempo che oramai alla lasciata festa s’appressa, e fassi dolce a ricominciarla, non si metta solo in sermone, assai brievemente proporrò; e, se lecito mi fosse, volontieri senza proporla mi passerei, ma per non trapassare la vostra ubbidienza, e degli altri l’ordine, proporrò questa: qual sia maggiore diletto all’amante, o vedere presenzialmente la sua donna, o, non vedendola, di lei amorosamente pensare».

«Bella donna» disse la reina, «noi crediamo che molto piú diletto pensando si prenda che riguardando, però che, pensando alla cosa amata graziosamente, gli spiriti sensitivi tutti allora sentono mirabile festa, e quasi i loro accesi disii in quel pensiero con diletto contentano; ma, nel riguardare, ciò non avviene, però che solo il visuale spirito sente bene, e gli altri s’accendono di tanto disio che sostenere nol possono, e rimangono vinti: ed esso talora tanta parte prende del suo [p. 354 modifica]piacere, che a forza gli conviene indietro tirarsi, rimanendo vile e vinto. Dunque piú diletto terremmo il pensare.»

«Quella cosa ch’è amata» rispose la donna, «quanto piú si vede piú diletta: e però io credo che molto maggior diletto porga il riguardare che non fa il pensare, però che ogni bellezza prima per lo vederla piace, poi per lo continuato vedere nell’animo tale piacere si conferma e generasene amore e quelli disii che da lui nascono. E niuna bellezza è tanto amata per alcuna altra cagione, quanto per piacere agli occhi, e contentare quelli: dunque vedendola si contentano, e pensando di vederla s’accresce loro il disio, e piú diletto sente chi si contenta che chi di contentarsi disidera. Noi possiamo per Laudamia vedere e conoscere quanto piú il presenzialmente vedere che il pensare diletti, però che credere dobbiamo che mai il suo pensiero dal suo Protesilao non si partiva, né giá per questo mai altro che malinconia si vide, rifiutando d’ornarsi e di vestirsi i cari vestimenti: quello che, vedendolo, mai non le avveniva, ma lieta e graziosa e adorna sempre festeggiando nella sua presenza dimorava. Che dunque piú manifesto testimonio vogliamo che questo, che sia piú allegrezza nel vedere che nel pensare, con ciò sia cosa che per gli atti esteriori si possa quello che nel core si asconde comprendere?»

La reina allora cosí rispose: «Quelle cose, e dilettevoli e noiose, che piú all’anima s’appressano, piú noia e piú gioia porgono che le lontane. E chi dubita che il pensiero non dimori nell’anima medesima e l’occhio a quella si trovi assai lontano, ben che elli per particolare virtú di lei abbia la vista, e convengagli per molti mezzi le sue percezioni all’intelletto animale rendere? Dunque, avendo nell’anima un dolce pensiero della cosa amata, in quell’atto che il pensiero gli porge, in quello con la cosa amata essere gli pare. Egli allora la vede con quelli occhi a cui niuna cosa per lunga distanza si può celare. Egli allora parla con lei, e forse narra con pietoso stile le passate noie per l’amore di lei ricevute. Allora gli è lecito senza alcuna paura di abbracciarla. Allora [p. 355 modifica]mirabilmente, secondo il suo disio, festeggia con essa. Allora ad ogni suo piacere la tiene: quello che del mirare non avviene, però che quello solo aspetto primo ne ha senza piú. E come noi davanti dicemmo, amore è paurosa e timida cosa, tanto che il core gli trema riguardando, ché né pensiero né spirito lascia in suo loco. Molti giá, le loro donne guardando, perderono le naturali forze e rimasero vinti, e molti non potendo muoversi si fissero, e alcuni incespicando e avvolgendo le gambe caddero; altri ne perderono la parola, e per la vista molte cose simili ne sappiamo essere avvenute: e queste cose assai saria suto caro, a coloro a cui abbiamo detto, che avvenute non fossero. Cosí, dunque, come porge diletto quella cosa che volontieri si fuggiria? Noi confessiamo bene che se possibile fosse senza tema riguardare, che di gran diletto saria, ben che nulla senza il pensiero varria: ma il pensiero senza la corporale veduta piace assai. E che del pensiero possa avvenire ciò che dicemmo, è manifesto che sí, e molto piú ancora: che noi troviamo giá uomini col pensiero avere trapassato i cieli e gustata dell’eterna pace. Dunque, piú il pensare che il vedere diletta. Se di Laudamia dite che malinconica si vedeva pensando, non lo neghiamo, ma amoroso pensiero non la turbava, anzi doloroso. Ella quasi indovina a’ suoi danni, sempre della morte di Protesilao dubitava, e a questa pensava: questo non è de’ pensieri de’ quali ragioniamo, li quali in lei entrare non poteano per quella dubitazione, anzi dolendosi con ragione mostrava il viso turbato».

Quistione XII.

Parmenione sedeva appresso a questa donna, e senza altro attendere, come la reina tacque, cosí incominciò a dire: «Gentile reina, io fui lungamente compagno d’un giovane, al quale ciò ch’io intendo di narrarvi avvenne. Egli tanto quanto mai alcun giovane amasse donna, amava una giovane della nostra cittá bellissima e graziosa e gentile e ricca di avere e di parenti [p. 356 modifica]molto, ed essa molto amava lui, per quello che io conoscessi, a cui questo amore solamente era scoperto. Amando adunque costui questa con segretissimo stile, temendo non si palesasse, in niuna maniera a costei poteva parlare, acciò che ’l suo intendimento le discoprisse e di quel di lei s’accertasse, né a persona se ne fidava che di questo di parlar tentasse. Ma pure stringendolo il disio propose, poi che a lei dire nol poteva, di farle per altrui sentire ciò che per amore di lei sosteneva. E riguardato piú giorni per cui piú cautamente tale bisogna significare le potesse, vide un dí una vecchia povera, vizza, rancia e dispettosa tanto, quanto alcuna trovare se ne potesse, la quale, entrata nella casa della giovane, e dimandata limosina, con essa se ne uscí, e piú volte poi in simile atto e per simile cagione ritornare la vide. In costei si pose costui in core di fidarsi, imaginando che mai sospetta non saria tenuta e che compiutamente poria lo suo intendimento fornire: e chiamatala a sé, grandissimi doni le promise, se aiutare il volesse in quello ch’egli dimanderebbe. Ella giurò di fare tutto suo potere: a cui questi allora disse il suo volere. Partissi la vecchia dopo picciolo spazio di tempo, e accertata la giovane dell’amore che il mio compagno le portava, e lui similemente come ella sopra tutte le cose del mondo lui amava, occultamente ordinò questo giovane essere una sera con la disiata donna. E messolosi inanzi, sí come ordinato avea, alla casa di costei il menò. Dove egli non fu prima venuto, che, per suo infortunio, la giovane e la vecchia ed esso furono da’ fratelli della giovane insieme tutti e tre trovati: e presi, e costretti di dire la veritá che quivi facessero, confessarono quello che era. Erano costoro amici del giovane, e çonoscendo che a niuna loro vergogna costui era ancora pervenuto, non lo vollero offendere, che potevano, ma ridendo, gli posero questo partito, dicendo cosi: ‛Tu se’ nelle nostre mani, e hai cercato di vituperarci, e di ciò noi ti possiamo punire se noi vogliamo; ma di queste due cose l’una ti conviene prendere, o vuoi che noi t’uccidiamo, o vuoi con questa vecchia e con la nostra sorella con ciascuna dormire un anno, [p. 357 modifica]giurando lealmente che, se tu piglierai di dormire con costoro due anni e il primo con la giovane, che tante volte quante tu la bacerai, o ciò che tu le farai, altretante il secondo anno bacerai e farai alla vecchia; e se la vecchia il primo anno prenderai, quante volte la bacierai o toccherai, tante simigliantemente né piú né meno alla giovane nel secondo anno farai’. Il giovane ascoltato il partito, vago di vivere, disse di volere con le due i due anni dormire. Fugli consentito: rimase in dubbio da quale dovesse inanzi cominciare, o dalla giovane o dalla vecchia. Quale il consigliereste voi per piú sua consolazione che egli dovesse avanti pigliare?»

Alquanto sorrise la reina di questa novella, e similmente i circustanti, e poi cosí rispose: «Secondo il nostro parere il giovane dovria piú tosto la bella giovane che la vecchia pigliare, però che niuno bene presente si dee per lo futuro lasciare, né pigliare male per lo futuro bene è senno, però che delle cose future incerti siamo; e, di questo faccendo il contrario, molti giá si dolsero; e se alcuno se ne lodò, non dovere, ma la fortuna in ciò gli aiutò. Prendasi adunque la bella inanzi».

«Molto mi fate maravigliare» disse Parmenione, dicendo che presente per futuro bene lasciare non si dee: a che fine, dunque, con forte animo ci conviene seguire e sostenere li mondani affanni, dove fuggire li possiamo, se non per gli eterni regni futuri promessi a noi dalla speranza? Mirabile cosa è che tanta gente, quanta nel mondo dimora, tutti affannando a fine di riposo, sentire alcuna volta come in tale errore fossono tanto dimorando, potendosi riposare avanti, se l’affanno, dopo il riposo, fosse migliore che davanti. Giusta cosa mi pare dopo l’affanno riposo cercare; ma senza affanno voler posare, secondo il mio giudicio, non dee né puote essere diletto. Chi dunque consiglierá alcuno che in prima sia da dormire un anno con una bella donna, la quale sia solo riposo e gioia di colui che con lei si deve giacere, mostrandogli appresso dovergli seguire tanta noiosa e spiacevole vita, quanta con una laida vecchia dovere altretanto in tutti atti usare in [p. 358 modifica]che con la giovane è dimorato? Niuna cosa è tanto noiosa al dilettoso vivere quanto il ricordarsi che al termine della morte segnato ci conviene venire. Questa, tornandoci nella memoria come nemica e contraria del nostro essere, ogni bene ci turba: e mentre che questa si ricorda, si può sentire giá mai gioia nelle mondane cose? Similemente niuno diletto con la giovane si potrá avere che turbato e guasto non sia, pensando e ricordandosi che altretanto far si convenga con una vilissima vecchia, la quale sempre dinanzi agli occhi della mente gli dimorera. Il tempo, che vola con infallibili penne, gli parra che trasvoli, scemando a ciascun giorno delle dovute ore grandissima quantitá; e cosí la letizia, essendo dove futura tristizia infallibile s’aspetta, non si sente: però io terrei che ’l contrario fosse migliore consiglio, ché ogni affanno, di cui grazioso riposo s’aspetta, è piú dilettevole che ’l diletto per cui noia è sperata. Le fredde acque parevano calde, e il tenebroso e pauroso tempo della notte pareva chiaro e sicuro giorno, e l’affanno riposo a Leandro andando ad Ero, con la forza delle sue braccia notando per le salate onde tra Sesto e Abido, per lo diletto che da lei aspettante attendeva di avere. Cessi, adunque, che l’uomo voglia prima il riposo che la fatica, o prima il guiderdone che fare il servigio, o il diletto che la tribulazione, con ciò sia cosa che, sí come giá è detto, se quel modo si prendesse, la futura noia impedirebbe tanto la presente gioia, che non gioia, ma presso che noia dir si potrebbe. Che diletto potevano dare i dilicati cibi e gli strumenti sonati da maestre mani e l’altre mirabili feste fatte davanti al tiranno Dionisio, poi ch’egli sopra il capo si vide con sottile filo pendere un aguto coltello? Fuggansi adunque in prima le dolenti cagioni, e poi si seguano con piacevolezza e senza sospetto li graziosi diletti.»

Rispose a costui la reina: «Voi ne rispondete in parte come se degli eterni beni ragionassimo, per li quali acquistare, non è dubbio che ogni affanno se ne debba prendere, e ogni mondano bene e diletto lasciare: e noi al presente non parliamo di quelli, ma de’ mondani diletti e delle mondane noie [p. 359 modifica]quistioniamo, sí come prima dicemmo, che ogni mondano diletto si debba piú tosto prendere che mondana noia ne segua, anzi che mondana noia per mondano diletto aspettare: però che chi tempo ha e tempo aspetta, tempo perde. Concede la fortuna con varii mutamenti i suoi beni, li quali piú tosto sono da pigliare quando li dá, che volere affannare per dopo l’affanno averli. Se la sua ruota stesse ferma, insino che l’uomo avesse affannato, per non dovere piú affannare, diremmo che si potrebbe consentire di pigliare in prima l’affanno: ma chi è certo che dopo il male non possa seguire peggio, come il bene che s’aspetta? I tempi insieme con le mondane cose sono transitorii. Prendendo la vecchia, prima che l’anno compia, il quale non parrá che mai venga meno, potrá la giovane morire, e i fratelli di lei pentersi, o essere donata altrui, o forse rapita, e cosí dopo il male il peggio seguirá al prenditore; ma se la giovane fia presa, avranne il prenditore primieramente il suo disio tanto tempo da lui disiderato, e appresso non gli seguirá quella noia che voi dite che nel pensiero gli deve seguire: però che il dovere morire è infallibile, ma il giacere con una vecchia è accidente da potere con molti rimedii dall’uomo savio cessare. E le mondane cose sono da essere prese da’ discreti con questa legge, che ciascuno mentre le tiene le goda, disponendosi con liberale animo a renderle, overo a lasciarle, quando richieste saranno. Chi affanna per riposare, manifesto esempio ne porge che riposo senza quello avere non puote, e poi che egli prende l’affanno per avere il riposo, quanto piú è da presumere che se il riposo gli fosse presto come l’affanno, ch’egli piú tosto quello che questo prenderebbe? E non è da credere che se Leandro avesse potuto avere Ero senza passare il tempestoso braccio del mare dov’egli poi perí, ch’egli non l’avesse piú tosto presa che notato? Convengonsi le cose della fortuna pigliare quando sono donate. Niuno sí picciolo dono è che migliore non sia che una grande promessa: prendansi alle future cose rimedii, e le presenti secondo le loro qualitá si governino. Naturale cosa è dovere piú tosto il bene che il male pigliare, [p. 360 modifica]quando egualmente concorrono: e chi fa il contrario, non naturale ragione ma follia segue. Ben confessiamo però che dopo l’affanno è piú grazioso il riposo che prima, e meglio conosciuto, ma non però che sia piú tosto da pigliare. Possibile è agli uomini folli e a’ savi usare i consigli e de’ folli e de’ savi, secondo il loro parere, ma però la infallibile veritá non si muta, la quale ci lascia vedere che piú tosto la bella e giovane donna, che la laida e la vecchia, sia da prendere da colui a cui tale partito fatto fosse.

Quistione XIII.

Massalino, il quale tra la destra mano della reina e Parmenione sedeva compiendo il cerchio, disse cosí: «Ultimamente a me conviene proporre, e, acciò ch’io le belle novelle dette e le quistioni proposte avanti faccia piú belle, una novelletta assai graziosa a udire, nella quale una quistione assai leggiera a terminare cade, dirò. Io udii giá dire che nella nostra cittá un gentile uomo ricco molto aveva per sua sposa una bellissima e giovane donna, la quale egli sopra tutte le cose del mondo amava. Era questa donna da un cavaliere della detta cittá per amore intimamente amata, ma ella né lui amava, né di suo amore si curava: per la qual cosa il cavaliere mai da lei né parola né buon sembiante aveva potuto avere. E cosí sconsolato di tale amore vivendo, avvenne che al reggimento d’una cittá, assai alla nostra vicina, fu chiamato, ove egli andò, e quivi onorevolmente avendo retto gran parte del tempo che dimorare vi doveva, per accidente gli venne un messaggero, il quale dopo altre novelle cosí gli disse: ‛Signor mio, siavi manifesto che quella donna la qual voi sopra tutte le altre amavate nella nostra cittá, questa mattina, volendo partorire, per grave doglia non partorendo morí, e onorevolmente in mia presenza da’ suoi parenti fu sepellita’. Con gran doglia ascoltò i1 cavaliere la novella e con forte animo la sostenne, non mostrando nel viso per quella alcun [p. 361 modifica]mutamento; e cosí tra se medesimo disse: ‛Ahi villana morte, maladetta sia la tua potenza! Tu m’hai privato di colei che io piú ch’altra cosa amava, e cui io piú disiderava di servire, ben che verso di me la conoscessi crudele. Ma poi che cosí è avvenuto, quello che amore nella vita di lei non mi volle concedere, ora ch’ella è morta non mi potrá negare: che certo, s’io dovessi morire, la faccia, che io tanto viva amai, ora morta converrá che io baci’. Aspettò adunque il cavaliere la notte, e, preso uno de’ piú fidati famigliari che egli avea, con lui per l’oscure tenebre si mise a gire alla cittá, nella quale pervenuto, sopra la sepoltura dove sepellita era la donna se n’andò, e quella aperse, e, confortato il compagno che ’l dovesse senza alcuna paura attendere, entrò in quella e con pietoso pianto dolendosi cominciò a baciare la donna, e a recarlasi in braccio. E dopo alquanto, non potendosi di baciare costei saziare, la cominciò a toccare, e mettere le mani nel gelato seno fra le fredde menne, e poi le secrete parti del corpo con quelle, divenuto ardito oltre al dovere, cominciò a cercare sotto i ricchi vestimenti, le quali andando tutte con timida mano tentando sopra lo stomaco le distese, e quivi con debile movimento sentí li debili polsi muoversi alquanto. Divenne allora questi non poco pauroso, ma amore il facea ardito: e ricercando con piú fidato sentimento, costei conobbe che morta non era; e di quel luogo primieramente la trasse con soave mutamento; e appresso involtala in un gran mantello, lasciando la sepoltura aperta, egli e il compagno a casa della madre di lui tacitamente la ne portarono, scongiurando il cavaliere la madre per la potenza degl’iddii, che né questo né altro a niuna persona manifestare dovesse. E quivi fatti accendere grandissimi fuochi, i freddi membri venne riconfortando, i quali però non debitamente tornavano alle perdute forze, per la qual cosa egli, forse in ciò discreto, fece un solenne bagno apparecchiare, nel quale primieramente molte virtuose erbe fece mettere, e appresso lei vi mise, faccendola in quella maniera che si conveniva teneramente governare. Nel qual bagno poi che la donna fu alquanto spazio [p. 362 modifica]rata, il sangue, dintorno al cuore coagulato, per lo ricevuto caldo per le fredde vene si cominciò a spandere, e gli spiriti tramortiti cominciarono a ritornare a’ loro luoghi: onde la donna risentendosi cominciò a chiamare la madre di lei, dimandando ove ella fosse. A cui il cavaliere in luogo della madre rispose che in buon luogo dimorava e ch’ella si confortasse. In questa maniera stando, come fu piacere degl’iddii, invocato l’aiuto di Lucina, la donna, faccendo un bellissimo figliuolo maschio, da tale affanno e pericolo si liberò, rimanendo scarica e fuori d’ogni alterazione, e lieta del nato figliuolo: a cui prestamente balie alla guardia di lei e del garzone trovate furono. Ritornata adunque la donna dopo il grave affanno alla vera conoscenza, ed essendo giá nato nel mondo il nuovo sole, dinanzi si vide il cavaliere che l’amava e la madre di lui a’ suoi servigi ciascuno di loro presti: e de’ suoi parenti, miratasi assai dattorno, niuno ne vide. Per che venuta in cogitabile ammirazione, quasi tutta stupefatta disse: ‛Ove sono io? Qual maraviglia è questa? Chi m’ha qui, dove io mai non fui, recata?’. A cui il cavaliere rispose: ‛Donna, non ti maravigliare, confortati, ché quel che tu vedi, piacere degl’iddii è stato, e io ti dirò come’. E cominciando dal principio, insino alla fine com’era avvenuto le dichiarò, conchiudendo ch’ella e il figliuolo erano vivi per lui: per la qual cosa sempre a’ suoi piaceri eran tenuti. Questo sentendo la donna, e conoscendo veramente che per altro modo alle mani del cavaliere non poteva essere pervenuta, se non per quello che egli le narrava, prima gl’iddii con divote voci ringraziò, e appresso il cavaliere sempre a’ suoi servigi e piaceri offerendosi. Disse adunque il cavaliere: ‛Donna, poi che a’ miei voleri conoscete essere tenuta, io voglio che in guiderdone di ciò ch’io ho adoperato vi confortiate, infino alla tornata mia dallo oficio al quale fui eletto giá è tanto tempo, che presso alla fine sono, e mi promettiate di mai né al vostro marito né ad altra persona senza mia licenza non palesarvi’. A cui la donna rispose non potergli né questo né altro negare, e che veramente ella si conforterebbe, e con giuramento [p. 363 modifica]gli affermò di mai non si far conoscere senza piacer di lui. Il cavaliere, veduta la donna riconfortata e fuori d’ogni pericolo, dimorato due giorni a’ servigi di lei, raccomandata alla madre lei e il figliuolo, si partí e tornò allo oficio della rettoria sua, il quale dopo picciolo tempo onorevolmente finí, e tornò alla sua terra, e alla sua casa, dove dalla donna fu graziosamente ricevuto. Dimorato adunque alcun giorno dopo la sua tornata, egli fece apparecchiare un grandissimo convito, al quale egli invitò il marito della donna amata da lui, e i fratelli di lei e molti altri. Ed essendo gli invitati per sedere alle tavole, la donna, sí come piacere fu del cavaliere, venne vestita di quelli vestimenti i quali alla sepoltura avea portati, e ornata di quella corona, anella e altri preziosi paramenti, e, per comandamento del cavaliere, senza parlare all’un lato del marito mangiò quella mattina, e il cavaliere all’altro lato. Era questa donna dal marito sovente riguardata, e i drappi e gli ornamenti, e fra sé gli pareva questa conoscere essere sua donna, e quelli essere i vestimenti co’ quali sepellita l’aveva, ma però che morta gliele pareva avere messa nella sepoltura, né credendo ch’ella risuscitata fosse, non ardiva farle motto, dubitando ancora non fosse un’altra alla sua donna simigliante, estimando che piú agevole fosse a trovar persona, drappi e ornamenti simiglianti ad altri, che risuscitare un corpo morto; ma non per tanto sovente rivolto al cavaliere dimandava chi questa donna fosse. A cui il cavaliere rispose: ‛Dimandatene lei chi ell’è, che io nol so dire, da sí spiacevole luogo l’ho menata’. Allora il marito dimandò la donna chi ella fosse. A cui ella rispose: ‛Io sono stata menata da codesto cavaliere, da quella vita graziosa che da tutti è disiata, per non conosciuta via in questo luogo’. Non mancava l’ammirazione del marito per queste parole, ma cresceva: e cosí infino che ebbero mangiato dimorarono. Allora il cavaliere menò il marito della donna nella camera, e la donna e gli altri similemente che con lui avevano mangiato, dove in braccio ad una balia trovarono il figliuolo della donna, bello e grazioso, il quale il cavaliere pose in braccio al padre, dicendo: [p. 364 modifica]c Questo è tuo figliuolo’; e dandogli la destra mano della donna, disse: e Questa è la tua mogliera, e madre di costui’, narrando a lui e agli altri come quivi era pervenuta. Fecero costoro dopo la maraviglia gran festa, e massimamente il marito con la sua donna e la donna con lui, rallegrandosi del loro figliuolo. E ringraziando il cavaliere, lieti tornarono alle loro case, faccendo per piú giorni maravigliosa festa. Servò questo cavaliere la donna con quella tenerezza e con quella pura fede che se sorella gli fosse stata. E però che si dubita quale fosse maggiore, o la lealtá del cavaliere o l’allegrezza del marito, che la donna e il figliuolo, i quali perduti reputava sí come morti, si trovò racquistati, priegovi che quello che di ciò voi giudichereste ne diciate’.

«Grandissima crediamo che fosse la letizia della racquistata donna e del figliuolo, e similmente la lealtá fu notabile e grande del cavaliere; ma però che naturale cosa è delle perdute cose racquistandole rallegrarsi, né potrebbe essere senza perché altri volesse, e massimamente racquistando una cosa molto amata davanti, e un figliuolo, di che non si potrebbe tanta allegrezza fare quanta si converrebbe, non reputiamo che sí gran cosa sia quanta una farne, a che l’uomo sia da propria virtú costretto a farla; e dell’essere leale questo addiviene, però che possibile è essere e non essere leale. Diremo, adunque, che da cui l’essere leale in cosa tanto amata procede, ch’egli faccia grandissima e notabile cosa lealtá servando, e che in molta quantitá avanzi in sé la lealtá, che l’allegrezza in sé: e cosí terremo.»

«Certo disse Massalino, «altissima reina, sí come dite credo che sia; ma gran cosa mi pare pensare che a tanta letizia, quanta in colui che la donna riebbe fu, si potesse porre comparazione di grandezza in un’altra cosa, con ciò sia cosa che maggior dolore non si sostenga che quello quando per morte amata cosa si perde. Appresso, se ’l cavaliere fu leale, sí come qui giá si disse, egli fece suo dovere, però che tutti siamo tenuti a virtú operare: e chi fa quello a che è tenuto ben fa, ma non è da reputare gran cosa, però imagino che giudicare maggiore allegrezza che lealtá si potrebbe consentire.» [p. 365 modifica]

«Voi a voi medesimo contradite nelle vostre parole» disse la reina, «però che cosí si dee l’uomo rallegrare per dovere del bene che Iddio gli fa, come per operare virtú; ma se essere si potesse nell’uno caso sí dolente, come nell’altro si poria disleale, poriasi al vostro parere consentire: le naturali leggi seguire, che non si possono fuggire, non è gran cosa, ma le positive ubbidire è virtú d’animo; e le virtú dell’animo e per grandezza e per ogni altra cosa sono da preporre alle corporali opere. E se l’opere virtuose, faccendo degna compensazione, avanzano in grandezza ogni altra operazione, ancora si può dire che l’essere stato leale dura in essere sempre: la letizia si può in subita tristizia voltare, o divenire nulla o modica dopo brieve spazio di tempo, perdendo la cosa per che lieto si diventa. E però dicasi il cavaliere essere stato piú leale che colui lieto, da chi diritto vuole giudicare.»

Non seguitava appresso Massalino alcuno piú che a proporre avesse, perciò che tutti avevano proposto, e il sole giá bassando, lasciava piú temperato aere ne’ luoghi. Per la qual cosa Fiammetta, reverendissima reina dell’amoroso popolo, si dirizzò in piedi e cosí disse: «Signori e donne, compiute sono le nostre quistioni, alle quali, mercé degl’iddii, noi secondo la nostra modica conoscenza abbiamo risposto, seguendo piú tosto festeggevole ragionare che atto di quistionare, e similmente conosciamo di molte cose piú potersi intorno a quelle rispondere e migliori che noi non abbiamo dette: ma quelle che dette sono assai bastano alla nostra festa, l’altre rimangano a’ filosofanti in Atene. Noi veggiamo giá Febo guardarci con non diritto aspetto, e sentiamo l’aere rinfrescato, e da’ nostri compagni avere ricominciata la festa, che qui vegnendo per troppo caldo lasciammo, e però ci pare di noi tornare similmente a quella». E questo detto, presa con le dilicate mani la laura corona dalla sua testa, nel loco dove seduta era la pose, dicendo: «Io lascio qui la corona del mio e del vostro onore, infino a tanto che noi qui a simile ragionamento torneremo». E preso Filocolo per la mano, che giá s’era con gli altri levato, tornarono a festeggiare. [p. 366 modifica]

Sonarono i lieti strumenti e l’aere pieno d’amorosi canti da tutte parti si sentiva, e niuna parte del giardino era senza festa: nella quale quel.iorno infino alla sua fine tutti lietamente dimorarono. Ma sopravenuta la notte, mostrando giá a loro luce le stelle, alla donna e a tutti parve di partire e di tornare alla cittá. Nella quale pervenuti, Filocolo, dipartendosi da lei, cosí le disse: «Nobile Fiammetta, se gl’iddii mai mi concedessero ch’io fossi mio si com’io sono d’altrui, senza dubbio vostro incontanente sarei; ma però che mio non sono, ad altrui donare non mi posso: non per tanto quanto il misero core pote ricevere foco strano, di tanto per lo vostro valore si sente acceso, e sentirá sempre, e ognora con piú affetto, disiderando di mai non mettere in oblio il vostro valore». Assai fu Filocolo da lei ringraziato nel suo partire, aggiungendo che gl’iddii tosto in graziosa pace ponessero i suoi disii.

Tornato cosí Filocolo al suo ostiere, quella notte con molti pensieri passò, tra sé l’udite quistioni ripetendo, delle quali assai a’ suoi dolori facevano, e tutto per la bellezza della piacevole Fiammetta racceso, con piú pena sosteneva l’essere a Biancofiore lontano. Egli poi ricordandosi delle passate feste avute con lei in quelli tempi, e in molti altri, fra sé molte volte annoverava i giorni e i mesi e gli anni, dicendo: ‛Tanto tempo è passato che io con lei non fui e non la vidi’; e con gravissimi sospiri notava quelle ore nelle quali piú graziosamente con lei si ricordava essere stato. Ma perché il tempo che si perdeva, e che piú che mai gli gravava, passasse con meno malinconia, egli andando pe’ vicini paesi di Partenope si dilettava di vedere l’antichitá di Baia, e il Mirteo mare, e il monte Miseno, e massimamente quel luogo donde Enea, menato dalla Sibilla, andò a vedere le infernali ombre. Egli cercò Pescina mirabile, e lo imperial bagno di Tritoli, e quanti altri le vicine parti ne tengono. Egli volle ancora vedere parte dell’inesercitabile monte Barbaro, e le ripe di Pozzuolo, e il tempio d’Apollo, e l’oratorio della Sibilla, cercando intorno il lago Averno, e similmente i monti pieni di [p. 367 modifica]solfo vicini a questi luoghi: e in questa maniera andando piú giorni, con minore malinconia trapassò che fatto non avria dimorando.

Ritornato in Partenope, e con noiosa pena aspettando tempo, avvenne che con grave malinconia un giorno in un suo giardino si racchiuse solo, e quivi con varii pensieri si cominciò seco medesimo a dolere, e dolendosi in nove cose di pensiero in pensiero il portò la fantasia, portandogli davanti agli occhi, che a loro potere gli avevano nella mente raccolte, nuove e inusitate cose. E’ gli pareva vedere davanti da sé il mare essere tranquillo e bello quanto mai l’avesse veduto, e in quello una navicella di bella grandezza, sopra la quale vide sette donne di maravigliosa bellezza piene, in diversi abiti adornate, delle quali sette, le quattro alquanto verso la proda della bella nave vide spaziarsi: e giá d’averle altre volte vedute e loro contezza avuta si ricordava. Ma l’altre tre, che molto piú belle gli parevano, dal mezzo del legno quasi infino di tutta la poppa d’esso gli pareva che possedessero, né quelle per mirarle in niuno modo conoscere poteva; ma tra loro gli parea vedere un albero che infino al cielo si stendesse, né per alcun movimento che la nave avesse pareva che si mutasse. E queste cose con ammirazione riguardando, si sentí chiamare, per che a lui pareva prestamente sopra la navicella montare, ed essere intra le quattro donne raccolto. E porgendo gli occhi inver la proda della nave, gli parve fuori di quella vedere una femina d’iniquissimo aspetto con gli occhi velati e di maravigliosa forza nel suo operare: e con le mani appiccate al legno, quello con tanta forza moveva, che pareva che sotto l’acqua il doveva sommergere, e per conseguente pareva che dintorno ad esso tutto il mare movesse e tempestasse, di che egli dubitando gli parve udire: «Non dubitare». Pareva, adunque, a Filocolo, rassicurato da quella voce, guardare le quattro donne che dintorno gli stavano, delle quali l’una vedeva vestita di drappi simiglianti a finissimo oro, nel viso bellissima e onestissima, col capo coperto di nero velo, e nella destra mano portava uno specchio [p. 368 modifica]nel quale sovente si riguardava, e nella sinistra un libro. Assai questa piacque a Filocolo, e, volti gli occhi alla seconda, d’ardente colore la vide vestita, e umile nell’aspetto, sotto candido velo, tenendo nella destra mano un’aguta spada, nella sinistra una rotta lancia, sopra la quale pareva che s’appoggiasse. Della terza Filocolo non sapeva divisare di che colore il vestimento si fosse, ma a diamante il simigliava, e questa sotto il sinistro piè voltava un ritondo pomo grossissimo, nel quale la terra, il mare e i regni sotto diversi climati erano disegnati, ogni cosa riguardando con egual viso, tenendo nella destra mano uno scettro reale: molto riguardò Filocolo costei. Poi rivolto alla quarta, la vide, sotto onesto velo di violato vestita, tacita dimorare tenendosi al petto distesa la destra mano, e alla bocca l’indicativo della sinistra, e tutte, secondo il piacere della donna del caro vestimento, pareva che si guidassero. Dilettava a Filocolo in sí grazioso luogo dimorare: e mentre che egli con piú diletto vi dimorava, volti gli occhi ancora verso la proda, vide in quella un giovane di piacevole aspetto a riguardare, vestita di nobilissimi vestimenti, del quale nelle braccia vedeva una giovane ignuda e bellissima tanto quanto mai alcuna veduta n’avesse, la quale stimolava e angosciava tanto, che ogni riposo le pareva nimico, e con le sue lagrime quasi tutti i vestimenti del giovane aveva bagnati. Questa piaceva a Filocolo molto a riguardare; e dopo lungo mirare gli pareva che fosse la sua Biancofiore, e parevagli che quel giovane per lo proprio nome il chiamasse e gli dicesse: «Vedi come tu fai senza riposo stare la tua Biancofiore?». Da questa voce pareva che tanto disio gli crescesse nel core di correre ad abbracciare quella, che quasi non gli pareva potere stare. Per che egli rivolto a quelle donne gli pareva dire: «Per che cosa mi faceste voi qui chiamare? Ditelomi, perciò che mi voglio partire». A cui risposto fu: «Noi tel diremo». E con lui cominciarono le quattro donne a parlare e a dire molte cose, delle quali niuna gli pareva intendere, tanto aveva l’intelletto rivolto pure a Biancofiore: e non potendo piú il ragionamento di quelle ascoltare, lasciandole [p. 369 modifica]parlando, corse ove era il giovane che ignuda teneva Biancofiore, e quivi gli pareva con quella festeggevolmente essere ricevuto. Ma dimorando quivi, gli pareva che il mare mutasse legge, che, stato alquanto quieto, in tanta tempesta si rivolgeva, che non che la nave, ma ancora, tutto l’universo gli pareva che dovesse sommergere: e rimirando quella femina che la proda della nave moveva, vide dalla sua bocca una voce come un tuono grandissimo procedere, e con quella un vento impetuosissimo, il quale lui e Biancofiore e quel giovane pareva che d’in su la nave levasse, e gittasseli in un luogo di voracitá pieno, che davanti a lui parve oscurissimo e tenebroso. Quivi gli pareva d’essere pieno di mortale paura, e piangere, e il simigliante facevano il giovane e Biancofiore: ma quindi per non pensato modo tutti e tre senza offesa si partivano, ritornando in su la nave onde partiti s’erano, e dove la turbata femina vide divenuta lieta, e con riposo tenere la nave e il mare. E di sua volontá gli pareva con Biancofiore entrare in mezzo delle quattro donne, le quali prima non aveva ascoltate, ove vide aggiunto un uomo di grandissima eccellenza e autoritá nel sembiante con corona d’oro sopra la testa. Questi pareva che molte parole gli dicesse, e col suo dire molto l’essere delle tre donne, le quali egli non conosceva, gli scoprisse: per che tanto gli pareva essere col core acceso d’avere di loro notizia intera, che appena il poteva sostenere. E in questa volontá dimorando, e rimirando verso il cielo, gli pareva quello vedere aprire e uscirne una luce mirabile, risplendente e grande, la quale pareva che tutto il mondo dovesse accendere, e quella parte del mondo, che tal luce sentiva, piú bella che alcuna altra gli pareva che fosse. Questa luce veniva sopra di lui, nella quale egli rimirando, vide una donna bella e graziosa nell’aspetto di quella medesima luce vestita, che nelle mani portava un’ampolla d’oro, d’una preziosissima acqua piena, della quale acqua tutto il viso e per conseguente tutta la persona pareva che gli lavasse, e poi subito sparisse: e come questo era fatto, cosí gli pareva aver multiplicata la vista, e meglio conoscere e le [p. 370 modifica]mondane cose e le divine che in prima, e quelle amare ciascuna secondo il suo dovere. E cosí ammirandosi di ciò, si trovò tra le donne, le quali da prima non conosceva, e con loro la sua Biancofiore pareva che fosse, e che prendesse maravigliosa contezza: delle quali tre vedeva l’una tanto vermiglia e nel viso e ne’ vestimenti quanto se tutta ardesse, e l’altra tanto verde ch’avanzato avrebbe ogni smeraldo, e la terza bianchissima passava la neve nella sua bianchezza. E dimorando questi con loro per certo spazio, avendo ben di loro nel core ogni certezza, seguendo i loro vestigi, subitamente si vide da loro con tutta la navicella su per l’albero levarsi al cielo, quelle tre essendo li duci, e le quattro di sotto a lui rimanere sopra le salate onde, e ad alto sospignerlo. E cosí sagliendo, gli pareva passare infino nelle sante regioni degl’iddii, e in quelle conoscere i virtuosi corpi e i loro moti, la loro grandezza e ogni loro potenza: quivi con ammirazione inestimabile gloria gli parea vedere dalla faccia di Giove procedere a’ riguardanti, della quale egli senza fine sentiva. E volendo dire: «Oh, felice colui che a tanta gloria è eletto!», avvenne che Ascalione e Parmenione vennero cola ov’egli era. E ignorando il bene che a sé lo teneva sospeso, piú volte il chiamarono, né egli a loro rispose. Per che poi, presolo per lo braccio e tirandolo, dalla celestiale gloria alle mondane cose il trassero. E imaginando che profonda malinconia l’avesse occupato, cominciarono a dire: «Filocolo, che pensiero è il tuo? Rallégrati, ché i marinari ne chiamano che andiamo al legno per andare al nostro cammino, e dicono che poi che qui fummo piú non videro prosperevole tempo alla nostra via se non ora: leva su, andiamo». Levossi dunque Filocolo dicendo: «Oimè, da che bene tolto m’avete!». E narrato loro ciò che veduto aveva, con loro insieme, pieni d’ammirazione per lo suo detto, n’andarono alla nave. E rendute in prima degne grazie agl’iddii del buon tempo, e poi pregatigli divotamente che in meglio il dovessero prosperare, in su quella montarono. E su dimorativi le due parti della notte, sentendo il vento rinfrescato parve loro di dare le vele. Le quali date, gli [p. 371 modifica]antichi porti di Partenope abbandonarono, disiderosi di pervenire dove dagl’iddii fu loro promesso di trovare di Biancofiore vere novelle.

Lenti e scarsi venti pinsero la violata nave in piú giorni quasi all’esteriore parte della dimandata isola, e, quivi mancati, discesero in terra, dubitando non gl’iddii quivi per lungo spazio gli ritenessero come in Partenope fatto avevano. Ma ignorando Filocolo in qual parte dell’isola dovesse di Biancofiore novelle avere secondo il risponso degl’iddii, la fortuna, che giá con lieto viso gli si cominciava a rivolgere, gli apparecchiò albergo vicino a Sisife. Dove egli piú giorni dimorando, e cercando di sapere novelle di Biancofiore, né trovandone alcuna, non sapeva che farsi, e giá il tempo vedeva acconciare presto al suo proponimento: per che egli quasi disperato, dispregiando il detto degl’iddii, non sapeva che si fare, ma dimorando malinconico fra sé diceva: ‛Come io qui di Biancofiore non trovo novelle, cosí, in tutto, il mio viaggio sará perduto, e io, ingannato dagl’iddii, per soperchio dolore dolente renderò l’anima alle dolorose sedie di Dite’. Poi fra sé ripensava le parole degl’iddii non potere essere false, ma diceva: ‛Forse non in questo luogo dell’isola debbo io di Biancofiore trovar novelle, ma in alcuno altro’; per che si imaginava di tutta l’isola voler cercare.

In questi pensieri dimorando Filocolo e sedendosi sopra un antico marmo posto a fronte alle grandi case di Sisife, avvenne che stando Sisife ad una finestra, e verso il mare riguardando, il vide, e molto il rimirò, volendosi pure alla memoria riducere d’averlo altra volta veduto. E dopo molto riguardarlo, si ricordò di Biancofiore, a cui, secondo il suo giudicio, Filocolo molto risomigliava. Per che ella vedendolo cosí malinconoso dimorare, fra sé cominciò a pensare che costui per Biancofiore malinconico dimorasse, e volendosi della vera imaginazione accertare, discesa del luogo dove dimorava, a sé fece chiamare lo innamorato giovane, e cosí gli disse: «Giovane, se gl’iddii ad effetto producano ogni tuo disio, non ti siano gravi le mie parole, né noioso il contentarmi di [p. 372 modifica]ciò ch’io ti dimanderò, se lecito t’è il dirlomi. Dimmi qual cagione è in te che si occupato tiene il tuo viso, il quale ha potenza di porgere p i eta nel core a chi ti mira». Riguardando Filocolo costei nel viso, e vedendola gentilesca e bella e di costumi ornata e pietosa di sé, dopo un sospiro cosí le rispose: «Gentil donna, appena ch’io speri mai che gl’iddii alcuna cosa che mi contenti mi concedano, per che io per questo giá poco mi curerei la cagione della mia malinconia narrarvi; ma il gentilesco aspetto di voi ad ogni vostro piacere adempiere mi costringe, per che io la vi dirò, ben che mai non trovai a cui p ieta di me venisse se non a voi. Il pensiero che si malinconioso il mio aspetto vi rappresenta è che dagl’iddii e dagli uomini del mondo abbandonato mi trovo in questo modo. Io povero giovane e pellegrino, statomi dato dal mio padre eterno esilio dalla sua casa, vo cercando una giovane a me per sottile ingegno levata, la quale se io ritrovo, lecito mi fia alla paternale casa ritornare. Ma di ciò male mi pare essere nel cammino, però che d’alcuno iddio dopo i divoti sacrificii ebbi risponso di dovere qui di lei vere novelle udire; ma ciò trovo falso, perciò ch’io sono piú giorni qui dimorato, né alcuno ci ha che novelle di lei mi sappia contare: per che trovandomi dagl’iddii ingannato, quasí come disperato vivo di ritrovarla».

Riguardollo allora piú fiso la donna, e dimandollo come la giovane la quale egli cercava si chiamasse, e chi egli fosse, e come avesse nome, e donde veniva, e quanto tempo era che perduta aveva quella che andava cercando. A cui Filocolo rispose: «Biancofiore è il nome della giovane, e io, suo misero fratello, mi chiamo Filocolo, dalle terre che l’Adige riga partitomi: ben sette mesi o piú l’ho cercata, e tanto ha che ella mi fu levata». Pensossi Sisife tra se medesima: «Veramente questi cerca quella Biancofiore che qui fu da’ parenti miei menata dagli occidentali regni». Per che cosí gli cominciò a parlare: «Giovane, delle impromesse degl’iddii non si deve alcuno sconfortare giá mai, però che infallibili sono. Adunque confortati, e prendi ferma speranza di futuro bene, perciò [p. 373 modifica]che vere novelle di Biancofiore ti dirò, come quella con cui piú giorni in questa casa ella dimorò». Disse allora Filocolo: «O nobilissima donna, se alcuna pietá nel core il mio aspetto vi porge, per quella vi priego che ciò che di lei sapete interamente mi narriate. Pensate quanto merito nel cospetto degl’iddii acquisterete, se per lo vostro consiglio racquistando la mia sorella, lei e me insieme renderò al mio padre». Sisife disse allora: «Per me niuno tuo piacere fia senza effetto. E in quanto della giovane che tu vai cercando, io ti dico: e’ sono omai sei mesi passati che qui due miei parenti vennero con una bella e grande nave, i quali, secondo il loro parlare, da quelle parti, donde tu di che vieni, si partirono, e con loro avevano questa Biancofiore che tu cerchi, bella e graziosa assai. E certo io non ti vidi prima, che io nell’aspetto di lei ti conobbi suo fratello o parente, e però di lei ricordandomi, di te mi venne pietá. Ella dimorò qui con meco piú giorni: e io, secondo il mio potere, in tutte cose la onorai come figliuola, e veramente mai rallegrare non la potei, anzi continuamente pensosa e piangendo la vedeva. E dimandandola io alcuna volta quale fosse la cagione del suo pianto, ella mi rispondeva che mai niuna femina di piangere ebbe tanta cagione quanta ella aveva, però ch’ella aveva lasciato il piú grazioso amadore che mai da donna amato fosse, il quale ella nel suo pianto chiamava Florio: a costui si doleva quasí come se davanti lo si vedesse, a costui si raccomandava, costui chiamava, e mai nella sua bocca altro nome non era. E certo, per quello ch’ella mi dicesse, ella aveva doppia ragione d’amarlo sopra tutti gli altri uomini del mondo, però che egli amava lei piú che altra donna, e appresso, secondo il suo dire, egli era il piú bel giovane che mai fosse veduto: chi costui si fosse non so se tu tel sai». A cui Filocolo disse: «Assai ben lo conosco, e gran cagione la moveva ad amarlo, e a dolersi d’essere da lui allontanata, però che quelle due cose che vi disse, amendue v’erano: ch’io so manifestamente ch’egli da picciolo garzone l’amò, ed ella lui, e ancora sopra tutte le cose l’ama, e novellamente sposare la doveva, se tanto [p. 374 modifica]la fortuna non l’avesse offesi. E tanto di lui vi so dire, che egli pieno di dolore, sí come io, in simile affanno va pellegrinando per trovarla. Onde vi priego che se voi sapete in che parte i mercatanti la portarono, che voi lo mi diciate. Io porto meco molti tesori, de’ quali io renderei doppiamente a’ mercatanti quel che loro costò, se rendere la mi volessero». Disse allora Sisife: «Gran pietá ebbi di lei, e maggiore la mi fai venire, e se gl’iddii m’aiutino, se io fossi uomo sí come femina sono, teco la verria cercando; ma poi che aiuto donar non ti posso, prendi il mio consiglio. I mercatanti, che seco la portarono, mi dissero di dovere andare a Rodi, e di quindi ad Alessandria, e cosí credo che abbiano fatto: e però tu similemente questi luoghi cercherai, e se gli trovi, da mia parte della tua bisogna gli priega, e credo assai ti varrá, e se gl’iddii ti fanno tanta grazia che tu la ritrovi, piacciati che teco insieme io la rivegga». Piacque a Filocolo il consiglio e l’ascoltata novella, e benignamente le promise di rivederla, se conceduta gli fosse la grazia. E dopo molte parole, da lei molto onorato, donatile graziosi doni come a tanta donna si conveniva, con sua licenza da lei si partí. E venuto il tempo al loro cammino utile, co’ suoi compagni salito sopra la nave si partirono cercando Rodi.

Naviga adunque Filocolo: e ciascun giorno piú i venti rinfrescano e pigliano forza in aiuto di Filocolo, sí che in brieve, lasciandosi indietro Gozo e Moata, pigliando l’alto mare fuggiva la terra. Ma per mancamento di venti e per venire a Rodi, torse il cammino d’Alessandria, e passando Venedigo, Sechilo e Pondico, trovò l’antica terra di Minos, dalla quale Saturno fu dal figliuolo cacciato. E alcun giorno qui dimorò in Candia, e quindi partito, Caposermone, Cassio e Scarpanto trapassò e in brieve venne a Trachilo, e di quindi a Lendego. Quivi entrato con la sua nave nel golfo diede l’ancora a’ profondi scogli, e scese in terra e cercò la cittá: per la quale andando Ascalione e’ suoi compagni con lui, avvenne per accidente che Ascalione fu riconosciuto da un grandissimo e nobilissimo uomo della cittá, col quale in Roma [p. 375 modifica]erano giá insieme militanti dimorati, e chiamavasi Bellisano, il quale con grandissima festa corse ad abbracciare Ascalione dicendo: «O gloria della militare virtú, qual grazia in questi paesi mi ti mostra? Gl’iddii in lunga prosperitá ti conservino». Ascalione ben conobbe costui, e affettuosamente abbracciatolo, con lieto viso gli rendé quella risposta che a tali parole si conveniva, pregandolo che Filocolo, cui egli aveva per maggiore e in cui servigio egli era, onorasse. Bellisano allora fatta a Filocolo debita riverenza, lo pregò che gli piacesse al suo ostiere esso e i suoi compagni venire: dove Filocolo, piacendo ad Ascalione, andò, e quivi mirabilmente onorati furono da Bellisano, il quale, amando di perfetto amore Ascalione, in ogni atto s’ingegnava di piacergli. Essendosi riposati alcun giorno, Bellisano dimandò Ascalione se lecito era ch’egli sapesse la cagione della loro venuta, ché a lui molto saria di saperlo a grado. A cui Ascalione, con piacere di Filocolo, interamente narrò la veritá della loro venuta. Le quali cose udendo, Bellisano tutto nell’aspetto divenne stupefatto, dicendo: «Senza fallo e’ non sono passati sei mesi che Biancofiore fu con gli ausonici mercatanti in questa casa, avvegna che poco ci dimorasse. Ed essi ne la portarono in Alessandria, per intendimento di venderla all’amiraglio, il quale di giorno in giorno vi si attendeva, secondo che essi mi dissero: che essi se ne facessero, niuna novella ne seppi poi. Ma se gl’iddii di lei ogni vostro piacere certamente adempiano, ditemi chi fu la giovane e come avvenne che per danari divenisse de’ mercatanti». Disse allora Ascalione come, ucciso Lelio, Giulia pregna era stata presa, e come Biancofiore e Florio in un giorno nati erano, e come innamorati, e separati, per paura di quello che ad effetto si doveva recare, erano dal padre stati, e li pericoli corsi a Biancofiore, e ciò che per adietro era avvenuto. Maravigliossi assai Bellisano, e dimandò quale Lelio fosse stato il padre di Biancofiore. A cui Ascalione disse: «Egli fu il nobile Lelio Africano, il quale a noi e agli altri stranieri soleva essere tanto grazioso mentre in Roma dimoravamo». [p. 376 modifica]

Questo udendo, Bellisano appena le lagrime ritenne, dicendo: «Oimè, or fu in casa mia la figliuola di colui a cui io fui piú tenuto che ad altro uomo, e non la sovvenni d’aiuto? Ahi, maladetta sia la mia ignoranza, ch’io vi giuro, per l’anima del mio padre, che, se ciò che voi mi dite avessi saputo, avrei loro tutti i miei tesori donati, e ogni mia forza adoperata per poterla in libertá riducere, portandola poi, per merito de’ beneficii ricevuti dal padre, in qualunque parte le fosse piaciuto. Ciò non mi reputino gl’iddii in peccato, ché per altro che per ignoranza non mancò: ed ella misera tutti i suoi infortunii mi disse, de’ quali piansi con lei sí come gl’iddii sanno, né di cui figliuola stata fosse mai mi disse». Allora Ascalione disse: «Certi siamo di ciò che ne conti, e siamotene tenuti; ma piacciati consigliarne, per quel singulare grado che tra te e me è giá stato ed è di vera amistá, che via noi dobbiamo tenere a ritrovare e a ravere ciò che noi andiamo cercando». Bellisano rispose: «Il consiglio e l’aiuto che per me si potrá, voi l’avrete. Io con esso voi verrò ad Alessandria, dove ho alcuni amici, li quali per amore di me vero aiuto e consiglio ci porgeranno, ché di qui, senza vedere altro, male vi saprei consigliare». A queste parole rispose Filocolo dicendo: «Bellisano, assai ci basta se ad alcuno de’ tuoi amici per consiglio ci mandi senza affannarti. Tu oramai pieno d’anni, il riposo piú che l’affanno disiderare devi, e ti ringrazio del tuo buon volere». Disse allora Bellisano: «Fermamente da voi non fia senza me tale cammino fatto, ché, ancora ch’io sia anziano, sono io a gravissime fatiche possente piú che tali giovani. Io sono tenuto di mettermi alla morte per amore della giovane cui voi cercate, se io penso a’ ricevuti servigi dal piú nobile padre che mai figliuola avesse. Ond’io vi priego che la mia compagnia, la quale assai vi potrá essere utile, non vi sia grave». Vedendo Filocolo Bellisano in questo volere, disse: «A tuo piacere sia, e però quando ti parrá ci partiremo».

Bellisano vide il tempo disposto al loro cammino, per che a lui parve il partire convenevole. E montati tutti sopra la [p. 377 modifica]nave, renderono le vele a’ prosperevoli venti, li quali in brieve tempo infino al porto di Alessandria salvamente li portarono. Quivi discesi in terra, date l’ancore a’ fondi, a casa d’un gentiluomo d’Alessandria, a Bellisano amico intimissimo, chiamato Dario, se n’andarono. Egli con lieto viso principalmente Bellisano e appresso Filocolo e gli altri graziosamente ricevette, quanto il suo potere si stendeva onorandogli, offerendosi a Filocolo e ad Ascalione e a tutti, per amore di Bellisano, ad ogni loro piacere e servigio apparecchiato: di che da tutti con debite parole fu ringraziato.

Dimorati costoro alquanti giorni con Dario, e veduta la nobile cittá, e presi diversi diletti, Filocolo, il cui core da amorose sollecitudini era stimolato, ogni ora un anno gli si faceva di sapere quello per che quivi venuto era. E però a sé Bellisano e Ascalione chiamò e disse loro: «Che facciamo noi? Che perdimento di tempo è il nostro? Venimmo noi qui per vedere le mura d’Alessandria? Quando vi piacesse, a me molto saria caro d’intendere a quello per che qui siamo venuti. La nemica fortuna ci ha assai tolto di tempo: ora che contro alla forza di lei qui siamo pervenuti, non ce ne togliamo noi medesimi, però che il perderlo a chi piú sa piú spiace». A cui Bellisano rispose: «Ciò che dite assai mi piace, e però facciasi». Chiamato adunque Dario, in una camera tutti e quattro tacitamente si misero, e postisi sopra un ricco letto a sedere, Bellisano cominciò a Dario cosí a parlare: «Amico, perciò che io credo che ignoto ti sia chi tu abbia onorato e onori, e similemente la venuta di costoro da te ricevuti, io lo ti dirò; ma il loro essere e la cagione del loro pellegrinare tu a niuno palesando, quel consiglio e aiuto che per te si può ne sia porto». E mostrandogli Filocolo, disse: «Costui è figliuolo dell’alto re di Spagna, nipote dell’antico Atlante sostenitore de’ cieli; e quelli che tu in sua compagnia vedi, sono giovani nobilissimi e di grandissima condizione, e qui sono venuti, e io con loro, acciò che novella abbiamo di Biancofiore bellissima giovane, la quale fu qui da Antonio ausonico mercatante e da un suo compagno [p. 378 modifica]recata, sí come essi in Rodi, albergati nel mio ostiere, mi dissero. Ella fu da loro comprata da non so quale re nelle parti d’Occidente, e a costui furtivamente furata. Egli sopra tutte le cose del mondo l’ama: e che ciò sia vero a te veggendolo qui può esser manifesto, lá dove egli per niuna altra cagione sia venuto se non per lei racquistare; e ha proposto di mai alla paternale casa ritornare, né egli, né i suoi compagni, né io, se lei primamente non riabbiamo. Vedi oramai quanto servire ne puoi, dicendoci se alcuna cosa di lei sai, mettendoci dopo questo in via di ciò che adoperare dobbiamo, secondo il tuo giudicio, per acquistarla».

Con ammirazione ascoltò Dario le parole di Bellisano, udendo che di sí alto re Filocolo fosse figliuolo, e per tale cagione pellegrino divenuto. E alzato il viso verso il cielo, fra sé cominciò a dire: «O piú che altro pianeta potente, per la cui luce il terzo cielo si mostra bello, quanta è la tua forza negli umani cuori efficace! Quando saria per me mai stato pensato che sí nobile uomo una venduta schiava per amore dall’un canto della terra all’altro seguisse? Certo non mai: ma veduto l’ho! Tempra i fuochi tuoi nelle umane menti, acciò che per soverchio del tuo valore non si mettano alle strabocchevoli cose». E poi che cosí ebbe detto, bassò la testa e cosí rispose: «Amico, a me quanto me medesimo caro, nuove cose mi fai udire, cioè che io sia oste di tanto uomo quanto Filocolo ne dí ch’egli è: la qual cosa molto m’è cara, e piú sarebbe se esso secondo la sua nobile qualita onorato avessi; ma quello che per ignoranza è mancato, con debita operazione adempierò. Ma molto piú d’ammirazione mi porge la cagione della sua venuta, che altra cosa che tu mi potessi aver detta. Né mi fia omai impossibile a credere ciò che di Medea, di Dido, di Deianira, di Fillis, di Leandro e d’altri molti ho giá udito, veggendo quello che io ora di Filocolo apertamente veggo: ma però che amore è passione che tanto cresce quanti piú argumenti a minuirla s’adoperano, senza alcuna debita riprensione farne, che grande a questo si converria, procederò a rispondere a ciò che dimandato m’hai. [p. 379 modifica]Molto mi saria caro il poterti di Biancofiore migliori novelle dire che non posso; ma come colui che interamente di lei ciò che è sa, come ella sia, e donde e come qui venisse vi conterò: poi quel consiglio e aiuto che per me a tal bisogna dare si potrá, com’io per me l’adoperassi, cosí il vi proffererò e donerò. Qui venne, giá sono passati sei mesi, Antonio ausonico mercatante, e il compagno suo, e a me, come a loro caro amico, richiedendo aiuto e consiglio, davanti presentarono la bella giovane la quale voi cercando andate, e dissermi: ‛Dario, noi veniamo dagli occidentali paesi, quivi per avventura chiamati da Felice re di Spagna. Di suo patto e nostro per questa giovane tutti i nostri tesori gli donammo, e quivi menata l’ahbiamo acciò che al signore la vendiamo, e di lei oltre a’ nostri tesori gran quantitá guadagnare intendiamo: però ponici in via come noi possiamo questo ad effetto recare’. Le quali cose udendo, io incontanente all’amiraglio nostro signore li menai, e, narratagli la bisogna di costoro, e fattagli venire Biancofiore davanti, tanto gli piacque, che senza alcun patteggiare comandò che i tesori che costata era a’ mercatanti fossero loro raddoppiati, e la giovane rimanesse a lui, e cosí fu fatto. I mercatanti si partirono, e Biancofiore rimasa dall’amiraglio fu fatta mettere in una torre grandissima e bella, qui assai vicina, con altre molte donzelle in simile maniera comprate, e quivi, a fine ch’io vi dirò, essa e l’altre sotto grandissima guardia sono guardate. Sí come io credo che tu sappia, l’amiraglio di cui davanti parlammo, è soggetto del potentissimo correggitore di Babillonia, e a lui ogni dieci anni una volta per tributo conviene che gli mandi infinita quantitá di tesori, e cento pulcelle bellissime. Ed egli, acciò che nella grazia del signore interamente permanga, quanto piú può s’ingegna d’averle belle e nobili, né alcuna n’ha nel mondo che bella sia, la quale per tesoro avere si potesse, ch’egli a quantitá guardasse, ma, che volesse costasse, e’ converrebbe che sua fosse: e ciò puote egli ben fare, perciò che il suo tesoro è infinito. E si com’io t’ho detto, a fine di donarle al signore il fa; e come egli l’ha, in quella torre le guarda solennemente, dove alcuna [p. 380 modifica]che pulcella non sia, non puote aver luogo. E prima che io a porgere alcun consiglio proceda, voglio divisare come queste pulcelle in questa torre dimorano, e sotto che guardia: le quali cose udite, forse cosí com’io saprete consigliare. La torre dove le donzelle dimorano, come voi nel nostro porto entrando poteste vedere, è altissima tanto, che quasi pare che i nuvoli tocchi, e si è molto ampia per ogni parte, e credo che il sole, che tutto vede, mai sí bella torre non vide, però ch’ella è di fuori di bianchissimi marmi e rossi e neri e d’altri diversi colori tutta infino alla sommitá maestrevolmente lavorata e murata, e appresso ha dentro a sé per molte finestre luce, le quali finestre divise da colonnelli, non di marmo, ma d’oro tutti, si possono vedere, le porte delle quali non sono legno, anzi pulito e lucente cristallo. Tutto questo di fuori a’ riguardanti si può palesare, ma dentro ha piú mirabili cose, le quali, chi non le vede, impossibile gli parrebbe a credere udendole narrare. E’ vi sono cento camere bellissime, e chiare tutte di graziosa luce, e molte sale; ma tra l’altre sale una ve ne dimora, credo la piú nobile cosa che mai fosse veduta. Ella tiene della larghezza della torre grandissima parte, volta sopra ventiquattro colonne di porfido di diversi colori, delle quali alcuna ve n’ha si chiara, che, rimirandovi dentro, vedi ciò che per la gran sala si fa: e fermansi le lamie di questa sala sopra capitelli d’oro posti sopra le ricche colonne, le quali sopra basole d’oro similemente sopra il pavimento si posano. Queste lamie sono gravanti per molto oro, nelle quali riguardando niuna cosa vi puoi vedere altro, salvo se pietre nobilissime non vedessi. In questa sala nelle pareti dintorno, quante antiche storie possono alle presenti memorie ricordare, tutte con sottilissimi intagli adorne d’oro e di pietre vi vedresti: e sopra tutte scritto è di sopra quello che le figure di sotto vogliono significare. Quivi ancora si veggono tutti i nostri iddii onorevolissimamente sopra ogni altra figura posti, co’ quali gli avoli e gli antichi padri del nostro amiraglio tutti vedere potresti. In questa sala non si mangia se non sopra tavole d’oro, né niuno vasellamento se [p. 381 modifica]non d’oro v’osa entrare. Io non vi potrei narrare interamente di questa quanto n’è. Che vi poss’io piú di questa cosa dire se non che infino al pavimento, e il pavimento medesimo è d’oro e di preziose pietre? In questa mangia sovente il nostro amiraglio con Biancofiore e con l’altre donzelle. Ancora è in questa torre, tra le cento camere, una che di bellezza tutte l’altre avanza: e certo appena che quella dove Giove con Giunone ne’ celestiali regni dimora, si possa agguagliare. Essa è di convenevole grandezza, e ha questa proprietá, che alcuno non vi può dentro passare sí malinconico, che mirando il cielo della camera, dove maestrevoli compassi d’oro, di zaffiri, di smeraldi, di rubini e d’altre pietre si veggono senza numero, egli non ritorni gioioso e allegro. E a fronte alla porta di questa, sopra una colonna, la quale ogni uomo che la vedesse la giudicherebbe di fuoco nel primo aspetto, tanto è vermiglia e lucente, dimora il figliuolo di Venere ignudo con due grandissime ale d’oro, graziosissimo molto a riguardare; e tiene nella sinistra mano un arco e nella destra saette, e pare a chiunque in quella passa che egli il voglia saettare; ma egli non ha gli occhi fasciati come molti il figurano, anzi gli ha quivi belli e piacevoli, e per pupilla di ciascuno è un carbuncolo, che in quella camera tenebre essere non lasciano per alcun tempo, ma luminosa e chiara sí come se il sole vi ferisse la tengono. Dintorno ad esso ne’ cari muri tutte le cose che mai per lui si fecero sono dipinte. Nei quattro canti di questa camera sono quattro grandissimi arbori d’oro, i cui frutti sono smeraldi, perle e altre pietre, e si artificialmente sono composti, che come l’uomo con una verghetta percuote il gambo d’alcuno di quelli, niuno uccello è che dolcemente canti, che quivi cantare non sia udito, e ripercotendo tacciono. In mezzo di questa camera sopra quattro leoni d’oro, una lettiera d’osso d’indiani leofanti dimora, guernita con letto chente a sí fatta lettiera si richiede, chiusa intorno da cortine, le quali io non crederei mai poter divisare quanto siano belle e ricche. Né è alcuno piacevole odore, o confortativo, che in quella entrando l’uomo non senta soavemente [p. 382 modifica]odorando. In questa camera e in questo cosí nobile ’letto dorme sola Biancofiore: e questa grazia singulare piú che l’altre riceve, perché di bellezza e di costumi avanza ciascun’altra, ben che l’altre onorevolmente dimorano ciascuna nella sua camera. Ma nella sommitá di questa torre è un dilettevole giardino molto bello, nel quale ogni albero o erba che sopra la terra si trova, quivi credo che si troverebbe: e in mezzo del giardino è una fontana chiarissima e bella, la quale per parecchi rivi tutto il giardino bagna. Sopra questa fontana è un albero il cui simile ancora non è alcuno che mai vedesse, per quello che dicono coloro che quello veduto hanno. Questo non perde mai né fiori né fronde, ed è di molti opinione che Diana e Cerere, a petizione di Giove, antico avolo del nostro amiraglio, pregato da lui, ve lo piantassero. E di quest’albero e di questa fontana vi dirò mirabile cosa, che qualora l’amiraglio vuole far prova della virginitá d’alcuna giovane, egli nell’ora che le guance cominciano all’aurora a divenir vermiglie, prende la giovane, la quale vuoi vedere se è pulcella o no, e menata sotto questo albero. E quivi per picciolo spazio dimorando, se questa è pulcella le cade un fiore sopra la testa, e l’acqua piú chiara e piú bella esce da’ suoi canali; ma se questa forse congiugnimento d’uomo ha conosciuto, l’acqua si turba e ’l fiore non cade. E in questo modo n’ha giá molte conosciute, le quali con vituperio da sé ha cacciate. In questo giardino si prendono diversi diletti le donzelle: in questa maniera che detto vi ho dimorano libere di poter cercare tutta la torre infino al primo solaio; da indi in giú scendere non possono né uscire mai senza piacere dell’amiraglio. Potete avere udito come dimorano: ora sotto a quale guardia vi narrerò.

Nella piú infima parte della torre, copiosa di graziosi luoghi ad abitare, non può alcuna persona ch’è disopra discendere, né alcuna che disotto sia salir disopra senza il piacere dell’amiraglio, sí com’io dissi. Quivi abita un arabo, da cui la torre è chiamata la Torre dell’Arabo, castellano di quella, ed appellato per proprio nome Sadoc. Egli ha a pensare di tutte quelle cose che alle pulcelle siano necessarie, [p. 383 modifica]e quelle dare a loro. Appresso ha molti sergenti, co’ quali il giorno questa torre d’ogni parte guarda: né alcuno uomo, non che a quella, ma ancora in un grandissimo prato ch’è davanti ad essa, sostiene che s’appropinqui, e quale presumesse d’appressarsi senza sua parola o piacer di lui, o morte o grandissimo danno e pericolo gliene seguiria: ma come il giorno si chiude, tutto quel prato pieno d’uomini con archi e con saette potreste vedere guardando la torre dintorno. E il castellano, e’ suoi sergenti, e qualunque altro v’ha alcuno uficio, tutti eunuchi sono: e questo ha l’amiraglio voluto, acciò che alcuno non pensasse di far quello ch’egli sta per guardare ch’altri non faccia; e questa guardia né giorno né notte fálla giá mai. Vedete omai che consiglio o che aiuto qui porgere si può! Ma non per tanto veggiamo le vie che ci sono o potrebbero essere, e per quella che meno rea ci pare, se alcuna ve n’ha, procediamo».

Taciti e pieni di maraviglia per le udite cose si stavano costoro, e niuno rispondeva alcuna parola, quando Dario ricominciò: «Signori, io non discerno qui se non tre vie, delle quali l’una ci conviene pigliare, e mancandoci queste, niuna altra ce ne so pensare. Le quali tre queste sono esse: o per prieghi riaverla dall' amiraglio, o per forza rapida dalla torre, o con ingegno acquistare l’amicizia del castellano, a quale avendo, non dubito che a fine si verria del nostro intendimento. Ciascuna di queste mi pare fortissima a poter venire a fine, perciò che se noi ne vogliamo l’amiraglio pregare, questo mi pare che sia un gittare le parole al vento: e la cagione è questa, ch’egli sopra tutti i suoi tesori la tiene cara, e io gli udii dire che a niuna persona del mondo, fuor i che al Soldano, la darebbe, per doverne ricevere un altro regno simile a quello che possiede. Per che io dubito che i nostri prieghi ne’ quali il nostro intendimento gli si scoprisse, nol movessero piú tosto ad averci sospetti, e a donarci esilio eterno da’ suoi regni, che a farci grazia: e però questa via mi pare al presente da lasciare, con ciò sia cosa che ad essa possiamo ultimamente ricorrere. Il volere la torre assalire, e [p. 384 modifica]per forza trarne quella, per ogni cagione saria follia, però ch’essa primieramente è da sé forte, e appresso è ben guardata, e avanti che combattuta o presa fosse, tutto il suo regno ci potrebbe essere corso, e, non che noi, ma innumerevole quantita di cavalieri pigliare e mettere in rotta potrebbero, e cosí con danno rimarremmo disperati e forse morti. Ma di queste dette mi pare migliore con ingegno l’amicizia del castellano pigliare, per ciò che a prendere quella non ci pote esser pericolo, e forse presa potra giovare, se saviamente con lui si procedeni. La quale in questo modo si potra acquistare: egli è vecchio, superbissimo e avarissimo, e sopra tutte le cose del mondo si diletta di giocare a scacchi e di vincere: però prendere con lui parole, e umilmente i suoi piaceri concedergli, e appresso donandogli alcuna volta di belle gioie, e giocando con lui, gli potrebbe l’uomo divenire amico: la quale amistá quando fosse presa, nuovo consiglio si converria avere per lui recare al nostro piacere. Questo modo mi piacerebbe, e questo mi pare da tenere, e per questo spero che il nostro intendimento verrá ad effetto, ma tuttavia vi ricordo che copertamente procediate a questo, però che se egli, o altri che a lui il ridicesse, s’avvedesse che a questo fine la sua amicizia si cercasse, nulla saria d’averla, ma poi quando amico sará, fia piú sicuro lo scoprirsi a lui solamente. Io mi credo, di ciò ch’io v’ho parlato, avere ben detto e chiaro il mio parere. Voi siete savi, e se bene avete notate le parole mie, voi potete bene aver compreso ciò che qui bisogna fare, cosí com’io vi consiglio: e però se migliore via ci conoscete, sia per non detto quello che io v’ho consigliato, e seguitiamo quella». Tacquesi allora Dario, e Ascalione e Bellisano vi dissero molte parole, ma alla fine a tutti parve e a Filocolo il migliore di seguire ciò che Dario aveva consigliato: e fra loro deliberarono che Filocolo fosse colui che l’amista di Sadoc dovesse pigliare, il quale si vantò di farlo bene e compiutamente.

Partito il lungo consiglio, chi si diede ad una cosa, e chi ad un’altra di costoro. Filocolo solamente si diede a pensare [p. 385 modifica]sopra l’udite cose, e prima fra sé le commenda e poi le disidera e ultimamente gravissimi reputa li pericoli a’ quali si mette, incerto d’acquistare la cosa pe~ la quale a quelli si dispone, e di questo pensiero salta in un altro, e di quell’altro in molti. Egli si ricorda di tutti i pericoli ch’egli ha corsi, e imagina quelli che correre dee: e nella savia mente stima i corsi essere stati grandi, ma molto maggiori gli paiono quelli che a venire sono. E nel pensiero gli prende dei preteriti paura non che dei futuri. E pargli, quando bene le parole di Dario pensa, quasi al suo disio mai non dover pervenire per qualunque pericolo al quale egli si metta, o, se ne dee pervenire ad effetto, pensa che tardi sia. Ma piú tosto consente, se ad alcuna cosa fare si mette, morte o, vergogna acquistarne che il suo volere adempiere, né ancora alcuna volta ha ne’ suoi pensieri conosciuto i suoi folli disii come ora conosce. Per che egli tra sé e sé cominciò a dire: «O poco savio, quale stimolo a tante pericolose cose infino a qui t’ha mosso, e vuole a maggiori da quinci inanzi muovere? Niuna cosa è se non una femina, amata da te oltre al dovere. Ora è egli lecito l’amare altrui piú che sé? Certo no, però che ogni ordinato amore comincia e procede dall’amare se medesimo: dunque ama piú tosto te che questa femina. — E cosí fo io. — Non sai che se tu piú te amassi, tu non cercheresti i pericolosi casi per la sua salute, dove la tua agevolmente si può perdere. — La mia non si perderá. — E chi te ne fa certo? — La speranza ch’io porto agl’iddii che m’aiuteranno. — Gl’iddii aiutano coloro che per debita ragione si mettono a non strabocchevoli pericoli e lasciano perire chi n’ha voglia, come pare che tu abbia. — Adunque come debbo fare? — Lasciala stare. — Io non posso. — Sí potrai, se tu vorrai. — E che vita sará la mia senza amore? — Quale è stata quella di coloro che sono stati avanti a te. — Io non potrei senza amore vivere.— Amane un’altra, e quella che al tuo padre piacerá, e torna a lui co’ tuoi tesori, e contentalo come tu devi, ché sai ch’egli ama te sopra tutte le cose, e non seguire piú questo amore: meno male è [p. 386 modifica]corta follia che lunga. —L’uomo non può amare e disamare a sua posta. E come lascerei questa impresa, acciò che poi si dica Filocolo per viltá fu nel loco dove Biancofiore era, cui egli amava tanto secondo che diceva, e in niuno modo tentò di riaverla?— oh, quanti perirono giá per non volere le loro folli imprese lasciare, temendo di codesti detti, i quali in breve tempo si dimenticano. — Dunque la pur lascerò, tornando donde io mi partii? — Mai sí che tu la lascerai, se tu disideri di vivere. — Di vivere disidero. — Adunque lasciala. — E che varrá la mia vita? — Quel che vale quella degli uomimi che si pongono in core di non amare una cosa che a pericolo li conduca. — Certo, poi che infino a qui sono venuto, io voglio pure tentare di riaverla. — E non te ne avverrá forse bene. — E qual male me ne potra avvenire? — L’essere con vergogna morto. — Chi mi uccidera, faccendomi io conoscere? — Quegli che subitamente, senza dimandare chi se’, ti ferirá. — E’ non s’uccidono coloro che amistá cercano: ucciderammi il castellano perché io voglio essere suo amico? — Mai no; ma quando tu gli scoprirai quello per che tu gli se’ divenuto amico, egli non te ne servirá, per paura non forse il risappia il signore, e privilo d’avere e di vita: anzi a lui ti paleserá per levartisi da dosso. Non sai tu che negli arabi niuna fede si trova? E per questo il signore ti fará uccidere, o ti scacéerra dal suo reame con vergogna. — E’ non avverra cosí, ch’io vincerò la sua nequizia con molti doni. — Or ecco che tu pure la racquisti: che avrai tu racquistato? — Avrò racquistato colei ch’io amo e che me ama sopra tutte le cose. —Tu t’inganni, se pensi che colei ora di te si ricordi, essendo senza vederti tanto tempo dimorata. Nulla femina è che sí lungamente in amare perseveri, se l’occhio o il tatto spesso in lei non raccende amore. — E come mi potrebbe ella mai dimenticare, essendoci noi tanto per adietro amati? — Per un altro amatore! Credi tu che i mercatanti senza alcun bacio o forse senza pigliarsi la sua virginitá, che n’ebbero tanto spazio, la lasciassero da loro partire? E se questi forse non savi da loro la partirono, credi tu che [p. 387 modifica]l’amiraglio infino a qui vergine l’abbia lasciata? Certo non è da credere. Egli non l’ha tanto cara, quanto Dario ti dice, se non perché con lei si giace. Dunque non Biancofiore, ma una meretrice tu cerchi di racquistare. — Non è cosi, ché se i mercatanti tolta le avessero la sua virginitá, l’amiraglio l’avrebbe conosciuta sotto il fatale arbore, e cacciatala da sé; e se egli con lei si giacesse, non con l’altre damigelle, ma seco la terrebbe. — E ben ch’ella sia pur vergine, non è mettersi per lei alla morte? — Certo sí è, ché per questo ultimo pericolo fuggire, non è da volere che perduti sieno quanti ne ho giá corsi per adietro per averla. Io ne ho giá molti passati, non con isperanza d’averla di presente per quelli; per questo, se bene me ne avviene, senza alcun mezzo l’avrò. — Fòlle se’ stato cercandoli, e sarai piú se a questo ti metti. — Fòlle no, ma innamorato sí: e cosí agl’innamorati conviene vivere. Guardisi chi in cotali pericoli non vuole incorrere, d’incappare nelle reti d’amore. Ella sará per me con ogni ingegno e con ogni forza ricercata. Aiutinmi gl’iddii nelle cui mani io mi rimetto,. E cosí detto, alzando il viso. gliela parve dinanzi a sé vedere, e con pietoso aspetto, nelle braccia di Venere, aver tutte le sue parole ascoltate. Per la qual cosa dolendosi se di lei ne’ pensieri o nelle sue parole aveva meno che onorevolmente parlato, e quasi vergognandosene, piú fervente nel suo proponimento divenne, giurando per quella dea, la quale egli molte fiate veduta aveva, di mai non riposare infino a tanto che racquistata non l’avesse, ancora che per quello gli fosse dinanzi agli occhi la morte: e con questa deliberazione si parti da’ suoi pensieri.

Rallegravasi Apollo nella sua casa, quando primamente l’innamorato giovane pervenne al tanto tempo cercato paese, dove l’avuto consiglio di Dario tutto in sé propose di adempiere. Ma ciò si tosto, com’egli imaginava, non poté venire ad effetto, perciò che in diversi atti e modi la fortuna, ancora non contenta de’ suoi beni, gli ruppe le vie, per che assai tempo ozioso gli convenne stare. Egli in questa disposizione dimorando, vietò a’ suoi compagni che in alcuno atto tra loro [p. 388 modifica]piú che uno degli altri onorato fosse, né che alcuno, se non da lui chiamato, mai l’accompagnasse. E, ultimamente, tutti gli pregò che quello per che quivi dimoravano ad alcuno per alcuna cagione non palesassero. Mossesi adunque molte fiate solo per andare al castellano, in se medesimo pensando diverse scuse alla sua andata, né mai al proposito pervenire potea, quando da uno e quando da un altro impedimento impedito, onde dolente indietro si ritornava. Egli mai fuori di casa non usciva, se non per andare a Sadoc, né mai mentre in Alessandria dimorò, da alcuno paesano si fece conoscere, né con alcuno prese notizia, da Dario in fuori. Non potendo adunque costui al disiato fine pervenire, né mai, per quante volte andato fosse alla torre, Biancofiore avere sola una volta veduta, dolente viveva, e per sua consolazione saliva sopra la piú alta parte dell’ostiere di Dario, e, quindi rimirando l’alta torre, alcuno diletto sentiva, fra sé dicendo: «O Biancofiore, poi che tolto m’è il poterti vedere, il luogo dove tu se’ non mi può esser tolto ch’io non vegga». In questa vita stette infino a tanto che Febo in quell’animale, che la figliuola d’Agenore trasportò da’ suoi regni, se ne venne a dimorare, e quivi quasi nella fine congiunto con Citerea, rinnovellato il tempo, cominciò gli amorosi animi a riscaldare, e a raccendere i fuochi di venuti tiepidi nel freddo e ispiacevole tempo del verno: e massimamente quello di Filocolo, il quale sí nel suo disio divenne fervente, che appena raffrenare si poteva di piú non mettersi a volere il suo proponimento adempiere senza guardare luogo o tempo. Ma ciò non sostennero gl’iddii, anzi con forte animo lo fecero sostenere aspettando. Venuto adunque giá Titan ad abitare con Castore, un giorno, essendo il tempo chiaro e bello, Filocolo si mosse per andare verso la torre: alla quale essendo ancora assai lontano, verso quella rimirando, vide ad una finestra una giovane, alla quale nel viso i raggi del sole riflessi dal percosso cristallo davano mirabile luce, per che egli imaginò che la sua Biancofiore fosse, dicendo fra sé impossibile cosa essere che il viso d’alcun’altra giovane sí splendente fosse o essere potesse. [p. 389 modifica]Di che tanto il disio gli crebbe di vederla piú da presso e d’adempiere ciò che proposto aveva, che, abbandonate insieme le redini del cavallo con quelle della sua volontá, disse: «Certo, se io dovessi morire, poi ch’io non posso te avere, o Biancofiore, conviene che il luogo dove tu dimori abbracci per tuo amore». E in questo proponimento col cavallo correndo infino a’ piè della torre se n’andò: dove disteso con le braccia aperte s’ingegnò d’abbracciare le mura, quelle baciando infinite fiate, quasi nell’animo di ciò che faceva sentendo diletto.

Assai di lontano vide il castellano Filocolo verso la torre correre, per che egli, e molti appresso di lui, correndo, con una mazza ferrata in mano gli sopravvenne crucciato molto, e tutto pieno d’ira e quasi furioso il corse a ferire, dicendo: «Ahi, villano giovane, e oltre al dovere ardito, vago piú di vituperevole morte che di laudevole vita, quale arroganza t’ha tanto sospinto avanti, che in mia presenza alla torre ti sia appropinquato? Io non so quale iddio dalle mie mani la tua vita ha campata: tirati indietro, villano!».

Filocolo, udendo queste parole, e vedendosi intorniato da molti, e ciascuno presto per ferirlo, quasi tutto smarrito, dubitando di morire, volontieri avrebbe voluto allora essere stato in altra parte. Ma ricordandosi di Biancofiore rinvigorí, e, riprese le spaventate forze, umilmente cosí rispose: «O signore mio, perdonami, che non per mio difetto questo è avvenuto, né per malizia ho la tua signoria offeso; ma la dura bocca del mio cavallo di questo ha colpa, il quale assai lontano di qui correndo si mosse, né per mia forza tener lo potei infino a questo luogo: al quale venuto, maravigliandomi de’ sottili lavori, non potei fare che io non mi appressassi ad essi per vederli, non credendo a te dispiacere. Tutta fiata s’io ho fallito, nelle tue mani mi rimetto: fa di me secondo il tuo parere».

Sadoc, rimirando fiso Filocolo, e umiliato ascoltando le sue parole, e le sue bellezze simili a quelle di Biancofiore stimando, e avendolo udito cosí benignamente parlare, gli [p. 390 modifica]disse: «Giovane, monta a cavallo». Filocolo presto salito in sul suo palafreno, dietro a Sadoc reverente andava. A cui Sadoc disse: «Dimmi, giovane, se tu se’ cavaliere o scudiero, e di che parte, e quello che quinci andavi faccendo quando il tuo cavallo qui contro tua voglia ti trasportò?». A cui Filocolo rispose: «Signor mio, io sono un povero valletto d’oltre mare, il quale prendo diletto in andare il mondo veggendo; e udendo le gran bellezze di questa torre nominare, ed essendo. da Rodi mosso per andare a Babillonia, qui per vederla ne venni. E ora, quando inanzi il mio cavallo qui mi trasportò, tornava con un mio falcone pellegrino da mio diporto, il quale, avendolo ad una starna lasciato, ed egli non potendola pigliare al primo volo, sdegnato in su questa torre se ne volò, e richiamandolo io, il palafreno, temendo il romore, a correre si mise, qui recandomi come voi vedeste».

Mentre costoro cosí parlando andavano, pervennero alla porta della gran torre, ed entrati in essa dismontarono. E avendo il castellano le belle maniere di Filocolo vedute, imaginò lui dovere essere nobile giovane. Per la qual cosa quivi assai l’onorò, e dopo molte parole gli disse: «Giovane, la simiglianza che tu hai d’una donzella che in questa torre dimora, chiamata Biancofiore, t’ha oggi la vita campata: di che siano gl’iddii laudati, che la mia ira mitigarono come io ti vidi, la qual cosa rado o mai piú non avvenne». Di questo assai lo ringraziò Filocolo, sempre a lui offerendosi servidore, e similmente a quella giovane la cui simiglianza campato l’aveva: e se egli conoscere la potesse, volontieri la ringrazierebbe. E dopo questo entrati in molti e in diversi ragionamenti, a Filocolo andò l’occhio ad un canto del loco dove dimoravano, dove egli vide appiccato uno scacchiere nobilissimo e ricco, il quale veduto, disse: «Sire, dilettatevi di giocare a scacchi, che io veggio sí bello scacchiere?». Rispose Sadoc: «Sí, molto, e tu sai giocare?». A cui Filocolo rispose: «Alquanto ne so«. Disse allora Sadoc: «Ora giochiamo insieme, infino a tanto che questo caldo passi e che tu possa alla cittá tornare’ . «Ciò mi piace molto, signor mio, rispose Filocolo. [p. 391 modifica]

Fece adunque Sadoc in una fresca loggia distendere tappeti, e venire lo scacchiere, e l’uno dall’una parte e l’altro dall’altra s’assettarono. Ordinansi da costoro gli scacchi, e cominciasi il gioco, il quale acciò che puerile non paia, da ciascuna parte gran quantitá di bisanti si pongono, presti per merito del vincitore. Giocando adunque costoro, l’uno per guadagnare i posti bisanti, l’altro per perdere quelli e acquistare amistá, Filocolo giocando conosce sé piú sapere del giuoco che il castellano. Ristringe adunque Filocolo il re del castellano nella sua sedia con l’uno de’ suoi rocchi e col cavaliere, avendo il re alla sinistra sua l’uno degli alfieri; il castellano assedia quello di Filocolo con molti scacchi, e solamente un punto per sua salute gli rimane nel salto del suo rocco. Ma Filocolo a cui giocare conveniva dove muovere doveva il cavaliere suo secondo per dare scacco matto al re, e conoscendolo bene, mosse il suo rocco, e nel punto rimaso per salute al suo re il pose. Il castellano lieto cominciò a ridere, veggendo ch’egli matterá Filocolo dove Filocolo avria lui potuto mattare, e dandogli con una pedona pingente scacco quivi il mattò, a sé tirando poi i bisanti, e ridendo disse: «Giovane, tu non sai del giuoco», avvegna che bene s’era avveduto di ciò che Filocolo aveva fatto, ma per cupidigia de’ bisanti l’avea sofferto, infignendosi di non avvedersene. A cui Filocolo rispose: «Signor mio, cosí apparano i folli». Racconciasi il secondo giuoco, e la quantita de’ bisanti si raddoppia da ciascuna parte. Il castellano giuoca sagacemente e Filocolo non meno. Il castellano niuno buon colpo muove ch’egli non dicesse: «Giovane, meglio t’era il tuo falcone lasciare andare che qui seguitarlo». Filocolo tace, mostrando che molto gli dolgano i bisanti: e avendo quasi a fine recato il giuoco, ed essendo per mattare il castellano, mostrando con alcun atto di ciò avvedersi, tavolò il giuoco. Conosce in se medesimo il castellano la cortesia di Filocolo, il quale piú tosto perdere che vincere disidera, e fra sé dice: «Nobilissimo e cortesissimo giovane è costui piú che alcuno ch’io mai vedessi». Racconciansi gli scacchi al terzo giuoco, accrescendo ancora [p. 392 modifica]de’ bisanti la quantitá, nel principio del quale il castellano disse a Filocolo: «Giovane, io ti priego e scongiuro per la potenza di tutti gl’iddii, che tu giuochi come tu sai il meglio, né, sí come hai infino a qui fatto, risparmiarmi». Filocolo rispose: «Signor mio, male può il discepolo col maestro giocare senza essere vinto; ma poi che vi piace, io giocherò sí come saprò». Incominciasi il terzo giuoco, e giocato per lungo spazio, Filocolo n’ha il meglio: e il castellano, ciò conoscendo, incominciasi a crucciare, e a tignersi nel viso, e assottigliarsi se potesse il giuoco per maestria recuperare. Ma quanto piú giuoca, tanto piú ne ha il peggio. Filocolo gli leva con un alfiere il cavaliere, e dagli scacco. Il castellano. per questo tratto crucciato oltre misura, piú della perdita de’ bisanti che del giuoco, diè delle mani negli scacchi, e quelli e lo scacchiere gittò per terra. Questo vedendo Filocolo disse: «Signor mio, però che usanza è de’ piú savi il crucciarsi a questo giuoco, io voi meno savio non reputo, perché contro gli scacchi crucciato siete. Ma se voi aveste bene riguardato il giuoco, prima che guastatolo, voi avreste conosciuto che io era in due tratti matto da voi. Credo che ’l vedeste, ma per essermi cortese, mostrandovi crucciato, voleste avere il giuoco perduto, ma ciò non fia cosi: questi bisanti sono tutti vostri». E mostrando di volere i suoi adeguare alla quantitá di quelli del castellano, bene tre cotanti ve ne mise de’ suoi, i quali il castellano, mostrandosi d’intendere ad altre parole, gli prese dicendo: «Giovane, io ti giuro, per l’anima di mio padre, che io ne’ miei giorni con molti ho giocato, e mai non trovai chi a questo giuoco mi mattasse se non tu; e similmente piú cortese giovane di te non trovai ne’ giorni miei». Filocolo rispose: «Sire, di cortesia posso io molto piú voi lodare che voi me, con ciò sia cosa che io oggi per la vostra cortesia la vita n’abbia guadagnata».

Le parole in diversi ragionamenti tra costoro moltiplicarono, e il giorno se ne andò, per che a Filocolo, veggendo il sole che cercava l’occaso, parve di partirsi, per che egli disse: «Signor mio, e’ si fa tardi, e d’essere nella cittá mi [p. 393 modifica]contenterei, perciò, quando vi piaccia, con licenza vostra mi partirò». Il castellano, che della piacevolezza di Filocolo era preso, disse: «Cortese giovane, se non fosse che l’andare per questa parte di notte è per molte cagioni dubbioso, tu ceneresti meco questa sera; ma ti priego per amore di quella cosa che tu piú ami, che dimani tu torni a mangiare meco». A cui Filocolo rispose: «Signor mio, per amor di voi, e per quello di colei da cui parte scongiurato m’avete, io non posso niuna cosa che in piacere vi sia, disdire; il comandamento vostro sará fornito: rimanete adunque colla grazia degl’iddii». «Ed essi ad ogni tuo disio sempre siano favorevoli», rispose Sadoc. Filocolo, salito a cavallo e da Sadoc partitosi, alla cittá in parte contento se ne tornò.

Come egli fu alla cittá pervenuto, e smontato all’ostiere di Dario, l’ora essendo giá tarda, trovò Dario e Ascalione e gli altri tutti ad attenderlo, i quali, come il videro, lieti gli si fecero incontro, dicendo: «Molto ci hai oggi fatto avere di te pensiero; dove se’ tu tanto dimorato?». «Nelle mani della fortuna», rispose Filocolo: la quale non cosí nemica mi è com’io reputava, anzi forse de’ miei danni pietosa, comincia a mostrare lieto viso ne’ nostri avvisi, e sí fatto principio in quello che divisammo ho avuto, che appena che io ne possa altro sperare che grazioso fine». E chiamati Dario e Bellisano e Ascalione in una camera, ciò che avvenuto gli era loro narrò. Lodarono costoro gl’iddii, e a Dario piacque tal cominciamento e consigliò l’andare a mangiare con lui, e l’essergli cortese, dicendogli che d’oro e d’avere non dubitasse, che, poi che ’l suo donato avesse, quanto egli n’aveva in suo servigio porrebbe sicuramente, ricordandogli che con discrezione procedesse, ad ogni uomo celando il suo segreto, fuori che al castellano, quando luogo e tempo gli paresse. Ringraziollo Filocolo, e poi prendono il cibo e vannosi a riposare. Ma gli altri dormendo, Filocolo ferma nella mente con molti ragionamenti ciò che al castellano deve dire, e quello che con lui vuoi fare, e che movimento deggia il suo essere a dovergli narrare il suo segreto. Molte vie trova, e ciascuna [p. 394 modifica]prova in se medesimo, e le migliori riserba nella memoria. Poco abbandonano la notte le sollecitudini lo innamorato petto, e la notte, che giá maggiore gli cominciava a parere che l’altre, si consumava: e il chiaro giorno rallegra il mondo. Levasi Filocolo, e tacitamente e con discrezione ordina ciò che, davanti al sonno, la notte aveva pensato, e venuta l’ora ch’egli stimò convenevole, soletto se ne cavalcò alla torre. Quivi dal castellano con mirabile onore è ricevuto, e le tavole preste niuna cosa aspettano se non loro.

Dopo alcuni ragionamenti s’assettarono costoro alle tavole, come piacque al castellano, e con gran festa mangiarono splendidamente serviti. E giá presso alla fine del mangiare, Filocolo cominciò a dubitare non certo venisse il suo diviso ad effetto, però che giá tempo gli pareva, con ciò fosse cosa che altro non restasse al levare delle tavole se non le frutta. Ma mentre in tale pensiero alquanto alterato dimorava, Parmenione giunse quivi, il quale contentò assai Filocolo nella sua venuta, e, salito in su la sala, nelle sue mani recò la bellissima coppa e grande d’oro, la quale con gli altri tesori re Felice ricevette per premio della giovane Biancofiore dagli ausonici mercatanti, e quella piena di bisanti d’oro, tanto grave che appena la avria potuta piú Parmenione portare, coperta con un sottilissimo velo, davanti a Sadoc presentò, dicendo: «O bel signore, quel giovane al quale voi ieri per la vostra benignita la vita servaste, avendo egli per sua prosunzione la morte guadagnata, questa coppa con questi frutti che dentro ci sono, i quali nel suo paese nascono, vi presenta, e, appresso, sé e le sue cose offerisce al vostro piacere apparecchiato». Vedendo questo, Sadoc, e ascoltando le parole da Parmenione dette, tutto rimase allenito, e con cupido occhio rimirò quella, nel core lieto di tal presente. Nondimeno, della magnanimitá e cortesia di Filocolo maravigliandosi molto, e rivolto dove Filocolo sedeva, con benigno aspetto il riguardò, e poi disse: «Grande e nobile è il presente, e prezioso il terreno che sí fatti frutti produce: e se non ch’egli mi si disdice l’essere villano verso di chi a me è stato cortese, non oserei [p. 395 modifica]cotal presente prendere, però che a Giove saria grandissimo e accettevole simile dono». E fatta prendere di mano la coppa a Parmenione, gli disse: «Voi potrete di colui che vi manda pensare quello che del piú nobile uomo del mondo si possa dire, e però ch’io mi sento insofficiente a rendere grazie convenevoli di tanto dono, a quelle non procedo, se non che per questo: egli ha me, e le mie cose, e ciò che per me si potesse, sí a sé obbligato, quant’io potessi essere il piú». Parmenione, fatta convenevole riverenza, si partí. Rimasi costoro insieme, e levate le tavole, per li pensieri del castellano niuna cosa andava, se non la gran nobiltá che gli parea quella di Filocolo, e con affetto in sé diceva: «Che potre’ io per degno merito di tanta larghezza fare a costui, acciò che io interamente gli potessi mostrare quanto per lui farei, e quanto io sia di tal dono conoscente?». E poi a se medesimo rispondeva: «Tu se’ sí suo, che tu mai pienamente mostrare non glielo potresti, salvo se gran bisogno non gli avvenisse, ove tu la persona e l’avere per lui disponessi». Ma dopo questo, volendo a Filocolo parte del suo buon volere dimostrare, seco in una camera solo il chiamò, e, quivi amendue postisi a sedere, cosí cominciò con lui a ragionare: «Giovane, per quella fede che tu devi agl’iddii, e per l’amore che tu porti a me, aprimi sí la tua nobilta, acciò ch’io, di quella pigliando esempio, possa nobile divenire. Io vidi giá ne’ miei di molti nobili uomini, chi per antico sangue, chi per infiniti tesori, chi per be’ costumi, e chi per una maniera e chi per un’altra: ma e’ non mi sovviene che io mai cosí nobile cosa, come tu se’, vedessi. Che operai io mai, o che potrei per te operare, che un tale e tanto dono mi si convenisse? Io porto per opinione che tu trapassi di piacevolezza e di cortesia tutti i giovani del mondo». A costui rispose cosí Filocolo: «Signor mio, non vogliate me rozzo ancora ne’ costumi con queste parole schernire. Io non seguo nobiltá di core in queste operazioni, perciò che non ci è, ché io sono di picciola radice pianta, ma ricordomi d’avere giá cosí veduto fare a mio padre, i cui esempi ho seguito: e [p. 396 modifica]mente conosco che non potrei mai fare tanto che alla vostra nobilitá aggiugnere potessi, o che d’onore a quella piú non si convenisse. Ma voi mi porgete ammirazione col dire che mai per me non operaste, perché questo io operare dovessi. Or crediate che se la mia vita piú tempo lontanasse che quella di Dodamia, di Zenone o d’Epimenide non fece, mai dalla memoria mia non si partirá l’essere per la vostra benignitá vivo, sí come giá oggi udiste che io riconosco. E quando questo non fosse stato, sarebbe illecita cosa a fare, lá dove amichevole amore di due cuori fa uno. Niuna cosa a fin di servigio ricevuta è, o che ricevere per inanzi si deggia: avvegna che questo a me non posso appropriare, però che, come giá dissi, da voi la vita tengo, e conosco voi tanto e tale, che io non dubito che voi piú che altro uomo del mondo per me possiate operare, e perciò non pur coloro da’ quali l’uomo ha servigi ricevuti sono da essere onorati, ma quelli ancora che possono per inanzi servire». Il castellano ferventissimo a’ piaceri di Filocolo, udendo dire lui poterlo piú ch’altri mai servire, con molti scongiuri lo strinse ch’egli non gli celasse di che poteva essere cosí da lui servito, che come se medesimo piú volte servirebbe. Piú volte a questa dimanda tacque Filocolo, e Sadoc piú volte, ognora piú acceso di sapere in che a Filocolo servire potesse, lo strinse. La qual cosa vedendo Filocolo, piúi fiate volle il suo disio palesare, e infino al profferire recò le parole, e poi dubitando le tirava indietro, in altre novelle volgendole. Ma il castellano, avendo proposto pure di volere sapere in che servire lo potesse, non restava di incalzarlo, ogni novella rompendogli, e che ciò gli dicesse pregandolo, non pensando che dovesse riuscire a quello che fece. Filocolo, cosí incalzato, e piú ognora dubitando, per avventura si ricordò d’un verso giá da lui letto in Ovidio, ove i paurosi dispregia dicendo: ‛La fortuna aiuta gli audaci, e i timidi caccia via’; e vedendo manifestamente che tra lui e la fine del suo disio era questo, che parlare gli conveniva s’egli servigio voleva ricevere, allargò le forze al disiderante core, e propose di dare via alle parole, e cominciò cosí: [p. 397 modifica]

«Signor mio, però che io non dubito che quello di che vi pregherò, e a che voi mi stringete ch’io vi prieghi, voi il potreste fare, e potreste molto maggiori cose, io vi paleserò ciò che il dubbioso cuore infino a qui ha celato a tutta gente. E però ch’io nel parlare e nello adoperare non sono il primo errante, vi priego che se forse alcuna cosa dicessi oltre al dovere detta, che voi mi perdoniate, e come padre mi riprendiate; e se quel ch’io dimando per voi si può adempiere, vi priego, per quello affettuoso amore che le vostre parole mostrano che mi portate, che voi senza alcuna disdetta e senza indugio di ciò mi serviate. Io ho nelle vostre mani e della fortuna la mia vita rimessa: e acciò che ben vi sia chiaro il mio intendimento, vi dico cosi, che mia credenza è che, poi che Febo ebbe di Dafne Pennea il cuore per amore passato, io non credo che mai alcuno fosse tanto innamorato quanto io sono. E certo le mie operazioni il dimostrano, ché io sono venuto di Spagna infino a questo luogo con molte tribulazioni e noie, cercando prima il ponente tutto, e poi ciascuna isola che tra qui e Partenope dimora, disiderando di ritrovare Biancofiore, a me furtivamente levata, e venduta a’ mercatanti. Hammi qui la fortuna balestrato, ov’io di lei per risponso d’alcuno iddio ho trovato novelle, e voi ieri la ricordaste. E per quello ch’io abbia per ragionamenti di molti uomini nella mente raccolto, ella in questa torre sotto la vostra guardia dimora, di che io assai mi contento piú che se in altra parte fosse: e avendomi gl’iddii a questo partito recato, ch’io sia vostro com’io mi tengo, ora, sí come vi dissi dinanzi, amore per lei oltre ogni sua legge mi stimola. E certo s’io volessi particolarmente narrarvi quanti pericoli ho giá per amor di lei corsi, e quanto io l’amo, prima il dí sarebbe dalla notte chiuso, e quella, esso ritornando, cacciata; ma perciò che, come credo, giá in parte tale vita provaste, e per quella la mia del tutto potere comprendere, non mi stendo in piú parole, se non che quello che io da voi disidero è questo, e l’una delle due cose: o che io dalle vostre mani sia ucciso, o che voi a Biancofiore parlar mi facciate. Priegovi che quella vita ch’io [p. 398 modifica]per voi porto, per voi non pèra». E non potendo avanti parlare, stretto da’ singhiozzi del pianto, si tacque.

Il castellano ascoltò questo con intero intendimento; e raccolto tutto in sé, cosí fra sé cominciò a dire: «Ben m’ha costui con sottile ingegno recato a quello che io non credetti mai che alcuno mi recasse, ma avvegna che vole, io terminerò i suoi affanni a mio potere. Di ciò mi può la fortuna far poca noia, se contra me per questo si volesse voltare. Io sono omai vecchio, né mai notabil cosa per alcuno feci: ora nella fine de’ miei anni, in servigio di sí nobile giovane come costui è, voglio il rimanente della mia vita mettere in avventura. Se io il servo e campo, gran merito appo gl’iddii acquisterò, e se io per servirlo muoio, la fama di tanto servigio toccherá l’uno e l’altro polo con eterna fama». Cosí adunque deliberato di fare in se medesimo, riguardò Filocolo nel viso: e veggendo le sue lagrime e gli ardenti sospiri, non si poté per pietá tenere, ma con lui pianse. E dopo alquanto cosí gli cominciò a parlare:

«Filocolo, con sottile arte hai rotto i miei proponimenti, e certo la tua nobiltá e la pietá delle tue lacrime hanno piegato la mia durezza: e però confortati. Io disidero di servirti, e di ciò che pregato m’hai senza fallo ti servirò. Aiutinci gl’iddii a tanta impresa, e la fortuna, nelle cui mani ci mettiamo, non ti sia avversa. Non lagrimare piú, ma alza il viso, e ascolta quale via sia piú da noi da esser tenuta». Piacquero a Filocolo queste parole, e alzò il viso. A cui Sadoc disse: «Giovane, io in brieve spazio di tempo per la mia mente molte vie ho cercate per recare cosí alto disio, com’è il tuo, ad effetto, né alcuna ne trovo che buona sia a tal cosa recare a fine se. non una sola, la quale è di non picciolo pericolo, ma di grande. Tu hai grande cosa addimandata, alla quale per picciolo affanno pervenire non si può, e però ascolta. Se a te da il cuore di metterti a tanta aventura, io mi sono ricordato che di qui a pochi giorni in queste parti si celebra una festa grandissima, la quale noi chiamiamo de’ cavalieri. In quel giorno i templi di Marte e di Venere sono visitati con fiori e con [p. 399 modifica]frondi e con maravigliosa allegrezza: nel quale giorno io fo pe’ vicini paesi le rose e’ fiori tutti cogliere, e in tante ceste porre quante damigelle nella torre dimorano, guardandole in questo prato davanti la torre, dove l’amiraglio coronato e vestito di reali drappi con grandissima compagnia viene, e di ciascuna cesta prende rose con mano a suo piacere, e secondo ché egli comanda cosí poi si collano sopra la torre, faccendo chiamare quella a cui dice che data sia. E però che la tua Biancofiore è la piú bella -di tutte e sempre prima ch’alcun’altra è presentata, io ti porrò, se tu vuoi, in quella cesta che a Biancofiore presentare si deve, e coprirotti di rose e di fiori quanto meglio si potrá. Ma s’egli avvenisse che la fortuna, nemica de’ nostri avvisi, ti scoprisse e facesseti al signore vedere, niuna redenzione sarebbe alla nostra vita. Tu vedi omai il pericolo, pensa quello che da fare ti pare. Se egli non se n’avvedrá, tu potrai essere con lei alquanti giorni: e poi s’avviene che esso alcuna volta, sí come egli suole spesso a mangiare salirvi, vi salga, in forma d’uno de’ miei sergenti te ne trarrò: null’altra via c’è. Egli tiene di tutte le porte le chiavi, se non di questa la quale tu vedi aperta, e questa io ho in guardia». Filocolo, pieno d’ardente disio, a niuno pericolo, a niuna strabocchevole cosa che avvenire possa, pensa, ma subito risponde che egli a questo pericolo e anche maggiore che avvenire potesse è presto, affermando che per grandissimi pericoli e affanni si convenga pervenire a tali cose.

Finisce adunque con questo proponimento il loro consiglio, e con fede e con giuramento insieme si legano, l’uno d’osservare la impromessa, e l’altro di tacere. E cosí Sadoc, dato il giorno a Filocolo che egli a lui ritorni, confortandolo da sé l’accomiata. E Filocolo ritorna alla cittá contento, e tanto lieto che appena il può nascondere, disiderando che tosto il termine posto venga: e ogni ora gli parea piú lungo spazio di tempo che non era stato quello che tribolato aveva, Biancofiore cercando.

O avarizia insaziabile fiera, divoratrice di tutte le cose, quanta è la tua forza! Tu sottilissima entratrice con disusate [p. 400 modifica]cure ne’ mondani petti rompi le caste leggi. Tu con grosso velo copri il viso alla ragione. Tu rivolgi la ruota contro il taglio della giusta spada. Tu spezzi con disusata forza i freni di temperanza, e levi a fortezza le sue potenze. Tu, o insaziabile appetito, rechi necessitá ne’ luoghi d’abbondanza pieni. Tu, iniqua, non sai che fede si sia. Tu puoi i pietosi cuori rivolgere in crudeli. Che piú dirò di te, se non che la fama per la infamia fai lasciare, e gli eterni regni pe’ terreni abbandonare? Chi avria mai potuto, o guastatrice d’ogni virtú, credere che pascendoti ampiamente nel petto di Sadoc, la sua fieritá in vilissima lenonia si mutasse per te? Forti cose paiono a pensare le tue operazioni!

Viene il nominato giorno, Filocolo sollecito torna a Sadoc. Niuno suo amico sa la sua andata: e dovendo la vegnente mattina Filocolo nascondersi ne’ fiori, quella notte si dorme con Sadoc, della quale la maggior parte consuma in divoti prieghi. Niuno iddio rimane in cielo, a cui le sue voci non si muovano. A tutti promette graziosi incensi se a quel punto l’aiutano, e Marte e Venere piú che tutti gli altri sono pregati: e ultimamente gl’iddii degli ombrosi regni di Dite da lui sono tentati divotamente d’umiliare, acciò che a’ suoi disii non si oppongano. Ma poi ch’ella, al suo parere lunghissima, trapassa e appressasi il giorno, essi due soli si levano, e trovata la cesta, Filocolo vi si mette dentro, raccolto in quella guisa che egli meglio poté, e quivi entro Sadoc maestrevolmente il copre di fiori e di rose, ammaestrandolo che cheto si tenga. E posti de’ fiori sopra lui grandissima quantitá, cosí acconcio con l’altre ceste davanti al signore giá venuto nel prato, dove similmente quasi tutto il popolo della cittá era raccolto per tale festa vedere, la presenta, alla guardia di quella continuo dimorando.

O amore, nemico de’ paurosi, quanta è maravigliosa la tua potenza, e quanto furono le tue fiamme ferventi nel petto di Filocolo. Quale strabocchevole via fu mai usata per te quale fu quella nella quale Filocolo ebbe ardire d’entrare? A Leandro non era il mare contrario, e a Paris era di lungi [p. 401 modifica]il nemico; a Perseo la sua forza era mediante, e Dedalo per la sua salute, essendogli chiuso il mare e la terra, con maestrevoli ale fuggi per l’aere. Grandi cose fa fare il fuggire la morte; gran fidanza rende l’uomo a se medesimo combattente, e le follie de’ mariti sono spesso cagione d’adulterii alle mogli, e le larghezze delle vie fanno volonterosi gli uomini molte volte ad andare per quelle. Ma costui non larga via si vedeva, non assenza di nemico, non disposto a potere per sua forza campare, né fuggire morte, ma piú tosto seguirla a quello mettendosi. Egli pose la sua vita sotto la fede d’uno che mai fede non aveva conosciuta, e sotto sottili fronde di rose, le quali dalle piú picciole aure sariano potute muovere, e scoprirlo nel cospetto del nemico. Egli diede il vivo corpo all’essere immobile come morto. Tu porgi piú forza e piú ardire che la natura medesima. Quello che Filocolo non aveva avuto ardire di dimandare al padre, solamente ora in pericolo da non potere pensare, davanti al nemico lo cerca. Oh, quale amante! Oh, quanto è da essere amato! Oh, quanto Biancofiore piú ch’altra misera si potria reputare, se di ciò le disavvenisse che Filocolo ha impreso! Oh, quanta saria la sua paura, se ella consapevole fosse di queste cose! Certo io non so vedere quale ella si fosse, o piú dolorosa perdendolo, o piú contenta tenendolo.

Il signore comanda che la piú bella cesta di fiori gli sia presentata davanti. Sadoc tosto quella dove Filocolo timido, come la gru sotto il falcone o la colomba sotto il rapace sparviero, dimorava, gli porta davanti. O iddii, o santa Venere, siate presenti, difendete da tanti occhi il nascoso giovane. Mise allora l’amiraglio la mano in quella, e pensando a Biancofiore, a cui mandare la doveva, tanto affettuosamente di quella prese, che de’ biondi capelli seco tirò, ma non gli vide. Quale allora la paura di Filocolo fosse io nol crederei sapere né potere dire, però chi ha punto d’ingegno il si pensi: egli fu quasi che passato agl’immortali secoli, e appena vita gli rimase, e quasi di tremore tutto si mosse, ma la santa dea di presente il ricoperse con non veduta mano; e levata [p. 402 modifica]quella da Sadoc e da molti altri dal cospetto dell’amiraglio, il quale aveva comandato che per amore di lui a Biancofiore si presentasse, fu portata a’ piè della torre. E quivi fatta chiamare Glorizia, la quale a servigio di Biancofiore dimorava, a lei fece la cesta collare suso ad una finestra. Ma Filocolo, quasi stordito ancora dalla paura, non intese chi chiamata fosse, ma fermamente si credette da Biancofiore dovere essere ricevuto. Per che egli giá a Glorizia vicino, disideroso di vedere Biancofiore, si scoperse il viso. La qual cosa quando Glorizia vide, non riconoscendolo, subito gittò un grandissimo strido, e ritornatole alla memoria chi costui era, ricopertogli il viso, che giá dalle sante mani era stato ricoperto, tacitamente il riconfortò dicendo: «Non dubitare, io ti conosco». Erano giá tutte le compagne di Biancofiore lá corse dicendo: «Glorizia, che avesti tu che sì forte gridasti, né t’è nel viso colore alcuno rimase?». Alle quali ella rispose: «Io non ebbi, care compagne, giá mai tale paura, però che volendo io prendere la cesta de’ fiori e in essa sicuramente mirando, subitamente un uccello usci da quella e nel viso mi ferì volando, per ch’io, temendo d’altro, cosí gridai». E poi ella sola presa la cesta con l’aiuto dell’invisibile dea, nella gran camera e bella di Biancofiore la portò, e serratasi dentro, lo innamorato giovane con le rose insieme dalla cesta trasse, e con ismisurata allegrezza abbracciandolo gli fece lunga festa, e appena in sé credea che essere potesse vero ciò che ella vedeva. Di molte cose il dimandò, e molte a lui ne disse, avanti che interamente fosse certa ch’egli, cui ella vedeva, fosse Florio.

Dimorato Filocolo per alquanto spazio nella bella camera solo con Glorizía, le bellezze di quella con ammirazione riguardando, e vedendo che bene era vero ciò che Dario detto gli aveva, e più, dimandò a Glorizia che di Biancofiore fosse. A cui Glorizia quello che n’era, e che ne fu poi che venduta era stata, interamente gli disse, tanto che di pietá a lagrimare il mosse. E poi cosí le disse: «Glorizia, cara sorella, di grazia ti priego che tosto vedere la mi faccia, perché [p. 403 modifica]io ardo del disio, e appena credo tanto vivere ch’io la vegga». A cui Glorizia disse: «Caro signore, ciò che tu mi di io credo, e di lei essere il simigliante ti posso dire: ella non crede mai te poter vedere. Ma acciò che la fortuna, infino a qui stata in ogni cosa a te contraria, non possa per poco avvedimento piú nuocerti, se ti piace, alquanto m’ascolterai, e s’io di ciò dirò bene, seguirai il mio consiglio.

Egli è usanza qua entro, che quando tutte le giovani donzelle avranno ciascuna le sue rose ricevute, di venirsene qui in questa camera, e di qui andare nell’altre camere, faccendo festa insieme, né a ciò alcuna può prendere scusa, e questo potrai tu vedere: onde io dubito che se io dicessi a Biancofiore che tu qui fossi e mostrassileti, non avvenissero due cose, o l’una delle due, le quali sono queste. La prima è che mi pare manifestamente vedere che se ella ti vedesse, impossibile sarebbe da te partirla mai, e dimorando teco, ed ella non fosse con le donzelle a far festa, di leggieri esse ne potrebbero meno che bene pensare, e potrebbe agevolmente male seguire; appresso, che peggio che questo c’ho detto saria, ch’io so che, vedendoti ella, saria tanta la sua letizia, che di leggieri quello che il dolore non ha potuto vincere, cioè il tribolato cuore, l’allegrezza il vincerebbe. E giá sappiamo che avvenne, e tu il puoi avere udito, di Iuvenzio Talva, di Sofocle e di Filemone i quali ne’ duri affanni vivuti, per allegrezza morirono. Ma, acciò che né l’una né l’altra di queste cose avvenga, si potra cosí fare, acciò che tu contenti il tuo disio, e il suo festeggiare con l’altre non manchi: io in una camera a questa contigua ti metterò, dalla quale tu potrai ciò che in questa si fará vedere. Quivi dimorando tu tacitamente, io, senza dire a Biancofiore alcuna cosa che tu sia qui, qua entro con le sue compagne la farò venire, dove tu la potrai, quanto ti piaceri, vedere. E questo, per rimedio del primo male che avvenire ne potrebbe, e per contentamento di te, tutto questo giorno infino alla notte ti basti. E acciò che l’altro non avvenga, per mio consiglio terrai questa via: io ti trarrò di quindi, e dietro alle cortine del suo letto, le quali abbasserò, che ora stanno [p. 404 modifica]levate sí come tu vedi, ti nasconderò. Quivi tacitamente dimorerai tanto che coricata e dormire la vedrai, e poi che addormentata sará, siati lecito di fare il tuo disio. Sono certa ch’ella, destandosi nelle tue braccia, diverrá piena di paura avanti che ti conosca, ma poi veggendoti e conoscendoti, la paura a poco a poco partendosi, dará luogo moderatamente all’allegrezza, e cosí l’uno e l’altro dubbioso pericolo fuggiremo. Se altro forse avvenisse, io vi sarò assai vicina, e lei caccerò col mio parlare d’ogni errore». Piacque a Filocolo questo consiglio, ancora che grave gli paresse il dovere tanto aspettare. Per che Glorizia in quella camera il menò, e sotto grave giuramento promettere si fece che egli piú avanti non faria che quello che ella gli aveva consigliato. E partitasi da lui e serratolo dentro, dove era Biancofiore se ne venne.

Trovò Glorizia Biancofiore sopra un letto d’una sua compagna bocconi giacere piena di malinconia e di pensieri, e quasi tutta nell’aspetto turbata, a cui ella cominciò cosí a dire: «O bella giovane, che pensieri sono questi? Qual malinconia t’occupa? Leva su, non sai tu che oggi è giorno di festeggiare e non di pensare? Giá tutte le tue compagne hanno i fiori e le rose ricevute e fanno festa, e te solamente aspettano; leva su, vienne; non sono tutti i giorni dell’anno ugualmente da dolersi». A cui Biancofiore rispose: «Madre e compagna mia, a me sarieno da dolere tutti i giorni dell’anno s’egli n’avesse molti piú che non n’ha, e massimamente questo nel quale noi siamo, ché se della memoria non t’è uscito, in tal giorno nacqui, io, e colui similmente per cui mi doglio. Non ti torna egli a mente che questo giorno l’empio re suo padre ci soleva insieme di bellissimi panni e drappi vestire, e solevano della nostra nativitá fare maravigliosa festa? E ora in prigione da lui lontana, non sappiendo che di lui si sia, né m’essendo possibile vederlo, né di lui alcuna novella udire, non credi tu che mi vadano per la mente i dolorosi accidenti, che avvenire possono e avvengono tutto giorno a’ viventi? Ora che so io se il mio Florio vive? E similmente che so io se egli m’ha messa in oblio per amore [p. 405 modifica]d’una altra giovane? Che so io se mai lo debbo rivedere? Come, pensando io queste cose, pensi tu che io possa lieta dimorare, o fare come l’altre fanno festa? Con ciò sia cosa che, qualunque di queste avvenisse, io non vorrei piú vivere e pure conosco tutto esser possibile ad avvenire: ma certo s’io sapessi pure a che fine gl’iddii mi debbono recare, io avrei alcuna cagione di conforto, se buona la sentissi. Elli m’hanno lungo tempo con la speranza c’ho avuta nelle loro parole con meno dolore nutricata, ma ora veggendo che ad effetto non vegnono, tutto il dolore, che per adietro a poco a poco dovea sentire, raccolto insieme tutto mi tormenta: per che parendomi che gl’iddii come gli uomini abbiano apparato a mentire, piú di piangere che di far festa m’è caro». Queste parole udite, Glorizia cominciò a parlare: «Bella figliuola, assai delle tue parole e di te mi fai maravigliare. Come hai tu opinione che Dio possa mentire giá mai, con ciò sia cosa ch’egli sia sola veritá? Non escano piú da te queste parole, ma credi fermamente ciò che t’è da lui promesso, doverti essere osservato: ma alla persona che molto disia, ogni brieve termine par lungo. Credi tu, perché tu sia qui poco piú d’un anno dimorata, essergli però uscita di mente, e ch’egli non ti possa bene le sue promesse attenere? Anzi sia certa che quanto piú dimori senza riceverle, tanto piú t’appressi a doverle prendere. E non voglia Iddio che sia ciò che tu di Florio pensi, che morte, o altro amore che il tuo, l’abbia occupato o l’occupi mai. Di questo ti rendi certa: che egli vive, e amati e cercati, e di qua entro ti trarrá sua, se non m’inganna l’opinione che ho presa d’una nuova visione, che nel sonno di lui e di te questa notte m’apparve. A queste parole si dirizzò Biancofiore dicendo: «O cara madre, dimmi che vedesti?». «Certo» rispose Glorizia, «e’ mi pareva vedere nella tua camera il tuo Florio esser venuto, non so per che via né per che modo, e parevami che egli avesse indosso una gonnella quasi di colore di vermiglie rose, e sopra essa un drappo, il cui colore quasi simigliante mi pareva a’ tuoi capegli, e parevami tanto lieto, quanto io mai lo vedessi, [p. 406 modifica]e solamente rimirava te, che nel tuo letto soavemente dormivi. A cui e’ mi parea dire: ‛O Florio, come e perché venisti tu qui?’. Ed egli mi rispondeva: ‛Del come non ti caglia, ma il perché ti dirò: io, non potendo senza cuore dimorare, per esso venuto sono qui, però che costei che dorme il tiene, né mai di qui senza essa mi partirò. Quegl’iddii che all’aspra battaglia m’aiutarono, quando la sua vita dalle fiamme campai, m’hanno promesso di renderlami, e a loro fidanza per essa venni’. Tu allora mi parea che ti svegliassi e piena di meraviglia riguardandolo, appena potevi credere ch’egli desso fosse, ma poi riconosciutolo, grandissima festa faciavate. La quale mentre ch’io riguardava, tanta era l’allegrezza che nel cuore mi cresceva, che non potendola il debile sonno sostenere, si ruppe: per che io spero che la tua speranza non sia vana. Parmi fermamente credere ch’egli cercandoti sia in questo paese, e che tu forse ancora, anzi che lungo tempo sia, quella allegrezza, che tu con lui solevi in questo giorno fare, farai: però confortati, e fortifica la tua buona speranza.» Udendo queste parole, Biancofiore si gittò al collo di Glorizia, e abbracciatala cento volte o piú la baciò, dicendo: «Cara compagna, gl’iddii rechino ad effetto quello che tu pensi, ma io non so vedere come fare si potesse, posto ch’egli pure fosse a’ piè di questa torre, ch’egli mi parlasse o mi riavesse, se bene consideriamo sotto che guardia dimoriamo». Disse Glorizia: «Non sta a te il dover pensare che via Iddio gli si voglia mostrare a riaverti, né è da pensare che quegli, che altra volta l’aiutò, ora l’abbandoni».

Levossi adunque pe’ conforti di Glorizia Biancofiore, e con l’altre cominciò a far festa, secondo che usata era per l’adietro. Elle avevano giá tutte le rose prese, perché di quelle portando grandissima quantitá alla camera di Biancofiore, con quelle in quella n’andarono, e con dolci voci cantando, e tali sonando con usata mano dolci strumenti, e altre prese per mano danzando, e altre faccendo diversi atti di festa, e gittando l’una all’altra rose insieme motteggiandosi, e Biancofiore similmente, non sappiendo che da Filocolo veduta fosse, [p. 407 modifica]con quelle si festeggiava, gittando spesso grandissimi sospiri: e in questa maniera nella sua camera e in quelle dell’altre tutto quel giorno dimorarono. Filocolo, che per picciolo pertugio vide nella bella camera entrare Biancofiore, di pietá tale nel viso divenne, quale colui che morto a’ fuochi è portato; e per la debolezza dello innamorato cuore cacciò fuori di lui un sudore che tutto il bagnò, e con tramortita voce gittò un gran sospiro, e disse pianamente: ‛Oimè, ch’io sento i segnali dell’antica fiamma!’. E poi in sé ritornato e renduta al cuore intera sicurtá e forza, con diletto cominciò a rimirare quella che solo suo bene, solo suo diletto, solo suo disio reputava, e fra sé, piú bella che mai reputandola, diceva: ‛O sommi iddii immortali, come può egli essere che io qui sia, e vegga la mia Biancofiore? Esaltata sia la vostra potenza!’. E rimirando Biancofiore, si ricordava di tutti i passati pericoli, i quali nulla essere stati stimava vedendo lei, tenendo che per cosí bella cosa a molto maggiori ogni uomo si dovria mettere. Poi fra sé diceva: ‛Deh, Biancofiore, sai tu ch’io sia qui? Se tu il sai, come ti puoi tenere di venirmi ad abbracciare? E se tu nol sai, perché t’è tanto bene celato e tanta gioia quanta io credo che tu avresti vedendomi? Come poss’io sí presso dimorare che tu non mi senta? Mirabile cosa mi fai vedere, con ciò sia cosa che a me non prima giugnendo in queste parti e vedendo questa bella torre, che il cuore cominciò a battere forte, sentendo la tua potenza: e questo fu alla mia ignoranza infallibile testimonio che tu qui eri. Oh, se il mio iniquo padre e la mia crudele madre sapessero che io per te a tale pericolo mi fossi messo, a quale io sono, e che ora cosí vicino ti stessi com’io sto, appena ch’io creda che la paura e il dolore non gli uccidesse! Deh, quanto mi è tardi che io manifestare mi ti possa! Io non posso rimirandoti sentire perfetta gioia, sappiendo che tu nol sappi’. In questa maniera servito da Glorizia celatamente dimorò Filocolo tutto il giorno, il quale egli stimava che mai meno non venisse, tanto gli pareva piú che gli altri passati maggiore, e ben che lungo gli paresse, non però di mirare Biancofiore in [p. 408 modifica]quello si potea saziare. Ma poi che il giorno alla sopravvegnente notte diede luogo, Glorizia, acconciato il letto di Biancofiore e abbassate le cortine, trasse Filocolo del luogo dove stava, e lui di dietro alle cortine, sí come detto gli aveva, ripose, pregandolo che si attendesse, e in quella maniera facesse che a lei la mattina promesso aveva.

Mancati i giuochi e le feste delle pulcelle per la sopravvenuta notte, Biancofiore e Glorizia se ne vennero alla gran camera per dormirsi. E, sí come per adietro erano usate, cominciarono di Florio nuove cose a ragionare e molte: e Biancofiore, che una cintoletta di Florio aveva, la quale lungo tempo aveva guardata, quella tenendo in mano, altro che baciarla non faceva. E in questa maniera dimorando, Glorizia disse: «Biancofiore, se Iddio ciò che tu disideri ti conceda, vorresti che Florio fosse qui teco ora indritto?». Gittò allora Biancofiore un gran sospiro, e poi disse: «Oimè, di chi mi domandi tu ora? E’ non è niuna cosa nel mondo che io piú tosto volessi, che ora qui Florio fosse, ben che male sia a disiderar quello che non si pote avere: avvegna che, se io che sono femina fossi fuori di questa torre, come io imprigionata ci sono dentro, e la mia libertá possedessi, com’io credo ch’egli la sua possegga, non dubiterei d’andarlo per tutto il mondo cercando, infino che io il troverei; e se avvenisse che, cosí com’io dimoro rinchiusa, libera fossi, e egli rinchiuso dimorasse, niuna via sarebbe che io non cercassi per essere con lui; e quando ogni via da potere esser con lui mi fosse tolta, certo io m’ingegnerei di commettermi agli spaventevoli spiriti, che a lui mi portassero. Non so se questo per me egli facesse». «Come» disse Glorizia, vorresti tu metter Florio a tanto pericolo, quanto gli potrebbe seguire, se egli venisse qui? Non pensi tu che, se l’amiraglio in alcun modo se ne avvedesse, tu ed egli morreste senza alcuna redenzione?» «Certo» disse Biancofiore, «credere dèi che niuno suo pericolo vorrei, prima il mio disidererei; ma se io avessi lui testeso alquanto, della mia morte non mi curerei, se avvenisse che per ciò morire mi convenisse, anzi contenta [p. 409 modifica]n’andrei agl’immortali secoli: ma se a lui altro che bene avvenisse, oltre misura mi dorrebbe. E certo io m’ucciderei avanti che io vedere lo volessi». «Or ecco» disse Glorizia, «tu nol puoi avere, ed egli non c’è, né ci può venire: è alcun altro che tu disiderassi o, poi che tu non vedesti lui, ti sia piaciuto? Con turbato viso rispose Biancofiore: «O Glorizia per quell’amore che tu mi porti, piú simili parole non mi dire. Egli non è nel mondo uomo, cui io disideri né che mi piaccia se non egli: e poi ch’io lui non vidi, e’ non mi parve uomo vedere, non che alcuno me ne piacesse, avvegna che egli a torto ebbe giá opinione ch’io amassi Fileno, il quale me molto amò, ma da me mai non fu amato. Cessino gl’iddii da me che alcuno mai me ne piaccia se non Florio, e che io d’altrui che sua sia giá mai, mentre queste membra in vita staranno col tristo corpo: e poi che l’anima ancora da questo si partini, ove ch’ella vada sará sua, e lui a mio potere seguirò. E voglioti dire nuova cosa, che poi che tu stamani mi dicesti la veduta visione, ed entrando io in questa camera, il core mi cominciò si forte a battere, che mai non mi ricordo che si forte mi battesse, e giuroti, per gli eterni iddii, che ovunque io sono andata o stata, e’ m’è paruto avere allato Florio: per che io porto ferma speranza ch’egli per lo mondo mi cerchi, sí come tu mi dicesti che credevi, e forse in questo paese dimora». «Siane certa», le disse Glorizia.

Andavasene la notte con queste parole, e Filocolo di dietro alla cortina ascoltava il ragionare di queste due, e tal volta da nascosa parte Biancofiore rimirava, e con ferventissimo disio voleva dire: ‛Io son qui, il tuo Florio, il quale tu tanto disideri!’. Ma per la promessa fede, e per la paura del mostrato pericolo egli si riteneva, e gli pareva ogni ora un anno che Glorizia tacesse, e che Biancofiore andasse a dormire; ma del suo disio il contrario avveniva, che mai Biancofiore tanto vegghiato non avea, quanto quella sera, invescata. alle parole di Glorizia, vegghiava. Ma poi che Glorizia, vinta dal sonno, lasciò Biancofiore, e nella vicina camera andò a dormire, Biancofiore si coricò nel ricco letto, e per quello stendendo [p. 410 modifica]le braccia, e piú volte cercandolo tutto, non potendo dormire, cosí quasi piangendo incominciò a dire:

«O Florio, sola speranza mia, gl’iddii ti concedino migliore notte che io non ho; gl’iddii ti conservino in quella prosperitá e in quel bene che tu disideri, e a te e a me concedano ciò che lecito non ci fu potere avere, e mettanti in core di ricercarmi, avvegna che assai lontana ti dimori. Ben saper puoi che per amore di te sostengo le non meritate tribulazioni: e però quello amore che me non lasciò vincere alla paura, che del tuo padre avere doveva, che io non ti amassi, vincati a far sí che io da te sia ricercata. Non ti ritengano le minaccie del tuo padre, né le lusinghe della tua madre. Spera, ché io non ho altro bene al mondo che te, né d’altrui aspetto soccorso se non da te. O dolce Florio, possibile mi fosse ora nelle mie braccia ritrovarti! Oh, quanto bene avrei! Certo io non crederei che la fortuna o gl’iddii mi potessero poi far male. Io ti bacerei centomila volte, e appena credo che queste mi bastassero. Oh, quante volte sarieno da me baciati quegli occhi, che con la loro piacevolezza prima mi fecero amor sentire! Io strignerei con le consolate braccia il dilicato collo tanto, quanto il mio disio avanti si distendesse. Deh, ora ci fossi tu: che è a pensare che una timida giovine dorma sí sola in cosí gran letto come fo io? Tu mi saresti graziosa compagnia e sicura. O santa Venere, quando sará che la promessa a me fatta da voi s’adempia? Viverò io tanto? Appena che io lo creda. Io ardo. Io non posso sostenere le vostre percosse, e impossibile conosco che il mio disio ora s’adempia, tanto gli sono lontana; ma in luogo di ciò, o Citerea, manda nel petto mio soave sonno, e quello che io veramente aver non posso, fallomi nel sonno sentire. Contenta con questo il mio disire, acciò che alquanto si mitighi la mia pena. Or ecco io m’acconcio a dormire, e attendo nelle mie braccia il disiato bene, o santa dea. Io gli lascio il suo luogo: venga con grazioso diletto a me, io te ne priego». Queste parole dicendo, ogni volta che ella ricordava Florio, gittava un grandissimo sospiro, e, con le braccia [p. 411 modifica]distese verso quella parte dove Filocolo nascoso stava, con fatica, dopo molti sospiri, s’addormentò.

Filocolo udiva tutte queste parole, e piú volte fu tentato di gittarlesi in braccio, e di dire: ‛Eccomi, il tuo disio è compiuto!’. Ma poi dubitando si riteneva, e con disiderio attendeva ch’ella s’addormentasse; ma poi che la vide dormire, pianamente spogliandosi fra le distese braccia si mise, lei nelle sue dolcemente recando. Giá per questo ella non si destò, né Filocolo destare la voleva prima ch’ella per sé si destasse; anzi, tenendola in braccio, diceva: «Amor mio dolce, o piú che altra cosa da me amata, è egli possibile a credere che tu sia nelle mie braccia? Certo io ti tengo, e stringoti, e appena il credo». Luceva la camera, come chiaro giorno fosse, per la virtú de’ due carbonchi; per che egli riguardandola diceva: «Certo, tu se’ pur la mia Biancofíore, e non m’inganna il pensiero né il sonno, sí come giá molte volte m’hanno ingannato, ché ora pur vegghiando ti tegno. Ma tu che poco avanti cotanto nelle tue braccia mi disideravi, secondo il tuo parlare, come puoi ora dormire avendomi? Non mi sente il tuo cuore, il quale so che continuamente vegghia ricordandosi di me? O bella donna déstati, acciò che tu conosca chi tu hai nelle tue braccia. Veramente tu hai ciò che tu in sogno alla santa dea dimandavi: déstati, o vita mia, acciò che tu piú allegra ch’altra femina col piú lieto uomo del mondo ti trovi, e prenda la promessa della santa dea. Déstati, o sola speranza mia, acciò che tu vegga quello che agl’iddii è piaciuto. Tu tieni nelle tue braccia quello che tu disideri. E non sai ora, s’io ti fossi tosto tolto, come ti sarebbe in odio l’aver dormito? Déstati, e prendi il disiderato bene, poi che gl’iddii ti sono graziosi’. Egli dice queste e molte altre parole, e ad ogni parola cento volte e piú la bacia. Egli, tirate indietro le cortine, con piú aperto lume la riguarda e sovente l’anima alienata richiama. Egli la scopre e con amoroso occhio le rimira il dilicato petto, e con disiderosa mano tocca le ritonde menne, baciandole molte fiate. Egli stende le mani per le segrete parti, le quali mai amore [p. 412 modifica]ne’ semplici anni gli aveva fatte conoscere, e toccando perviene infino a quel luogo ove ogni dolcezza si rinchiude: e cosí toccando le dilicate parti, tanto diletto prende, che gli pare trapassare di letizia le regioni degl’iddii; e oltre modo disidera che Biancofiore piú non dorma, e a destarla non ardisce, anzi con sommessa voce la chiama e tal volta strignendolasi piú al petto s’ingegna di fare che ella si desti. Ma l’anima, che nel sonno le pareva nelle braccia di colui stare, nelle cui il corpo veramente dimorava, non la lasciava dal sonno sviluppare, parendole in non minore allegrezza essere che paresse a Filocolo, che lei teneva. Alla fine pur costretta di destarsi, tutta stupefatta stringendo le braccia si destò, dicendo: «Oimè, anima mia, chi mi ti toglie?». A cui Filocolo rispose: «Dolce donna, confortati, che gl’iddii mi t’hanno dato, niuna persona mi ti potrá torre». Ella udita la voce umana, stordita del sonno e della paura, si volle fuori del letto gittare, e gridare e chiamare Glorizia, ma Filocolo la tenne forte, e subitamente le disse: «O graziosa donna, non gridare e non fuggire colui che t’ama piú che sé: io sono il tuo Florio, confortati e caccia da te ogni paura». Tacque costei maravigliandosi, e, parendole la sua voce, disse: «Come può essere che tu qui sia ora ch’io ti credeva in Marmorina?» . «Cosí ci sono come gl’iddii hanno voluto» rispose Filocolo, «e però rallégrati e rassicurati». Parevano im possibili queste parole ad essere vere a Biancofiore, e riguardandolo le pareva desso, e rallegravasi, e non credendolo, tutta di paura tremava.

In questa maniera Filocolo confortandola, e da lei la paura cacciando con vere parole, dimorarono alquanto. Ed ella in piú modi accertandosi che desso era, cioè Florio, colui che ella teneva in braccio, sospirando lo incominciò ad abbracciare e a baciare, tanto amorosamente e tanto lieta in se medesima, che appena le bastava a tanta letizia la vita; e cosí gli disse: «O dolce anima mia, cosa impossibile a credere mi fai vedere; dimmi per quegl’iddii che tu adori, come venisti qui?». A cui Florio rispose: «Donna mia, cosí ci venni come fu [p. 413 modifica]piacere degl’iddii. Non è bene, mentre ciascuno di noi si maraviglia, narrare il modo, ma rallégrati che sano e salvo, e piú lieto ch’io fossi mai, nelle tue braccia dimoro». «Di ciò io mi rallegro molto, ma non posso fare ch’io non sia nella mia allegrezza impedita» disse Biancofiore, «pensando a qual pericolo tu per venire qui ti se’ messo.» Rispose Filocolo: «Poi che prosperevolmente gl’iddii hanno il mio intendimento recato al disiderato fine, di che tu ti dèi rallegrare, non pensiamo piú a’ passati pericoli, spendiamo il tempo piú dilettevolmente, perciò che incerti siamo quanto conceduto ce ne sia, mentre che nell’altrui mani dimoriamo».

Cominciaronsi adunque i due amanti l’uno all’altro a far festa, e ciascuno i disiderati baci senza numero s’ingegnava di porgere e di ricevere, donde forte sarebbe a potere esprimere la gioia e l’allegrezza di loro due: ma chi tal bene giá pe’ suoi affanni gustò, qual fosse il può considerare. E mentre in questa festa dimorano, Biancofiore dimanda che sia del suo anello, il quale Filocolo nel suo dito glielo mostra. «Omai» disse Biancofiore, «non dubito che l’augurio che presi delle parole del tuo padre, quando davanti gli presentai il pavone, non vengano ad effetto, che disse di darmi, avanti che l’anno compiesse, per marito il maggior barone del suo regno: e certo di te intesi, di cui non sono ora meno contenta, avvegna che passato sia l’anno, che se avanti avuto ti avessi, pure ch’io t’aggia.» A cui Filocolo disse: «Bella donna, veramente verrá ad effetto ciò che di quelle parole pensasti; né credere che io sí lungamente aggia affannato per acquistare amica, ma per acquistare inseparabile sposa, la quale tu mi sarai. E fermamente, avanti che altro fra noi sia, col tuo medesimo anello ti sposerò, alla qual cosa Imeneo, la santa Giunone e Venere, nostra dea, siano presenti». Disse allora Biancofiore: «Mai di ciò che ora mi parli dubitai, e con ferma speranza vivuta sono sempre di dover tua sposa morire; e però levianci di qui, e davanti alla santa figura del nostro iddio questo facciamo, e lí il nostro Imeneo e la santa Giunone e Venere ci siano». [p. 414 modifica]

Levatasi adunque Biancofiore e copertasi d’un ricco drappo, e similmente Filocolo, davanti alla bella imagine di Cupido se n’andarono, e a quella, di fresche fronde e di fiori coronata, accesero risplendenti lumi, e amendue s’inginocchiarono. E Filocolo primieramente cosí cominciò a dire: «O santo iddio, signore delle nostre menti, a cui noi dalla nostra puerizia in qua abbiamo con intera fede servito, riguarda con pietoso occhio alla presente opera. Io con fatica inestimabile qui pervenuto, cerco quello che tu ne’ cuori de’ tuoi suggetti fai disiderare, e a questa giovane con indissolubile matrimonio cerco di congiungermi, al quale congiungimento ti priego che niuna cosa possa nuocere, niuno vivente dividerlo né romperlo, e niuno accidente contaminarlo, ma per la tua pietá in unita il conserva: e come con le tue forze sempre i nostri cuori hai tenuti congiunti, cosí ora i cuori e’ corpi serva in un volere, in un disio, in una vita e in una essenzia. Tu sia nostro Imeneo. Tu in luogo della santa Giunone guarda le nostre facelline e sia testimonio del nostro maritaggio». A questa ultima voce, la figura, dando con gli occhi maggiore luce che l’usato, mostrò con atti i divoti prieghi avere intesi, e movendosi alquanto, e verso loro inchinando, si fece ne’ sembianti piú lieta, per che Biancofiore, che simile orazione aveva fatta, disteso il dito, ricevette il matrimoniale anello; e, levatasi suso, come sposa, vergognosamente dinanzi alla santa imagine baciò Filocolo, ed egli lei. E dopo questo, correndo n’andò al letto di Glorizia, dicendo: «O Glorizia, leva su, vedi ciò che gl’iddii per grazia hanno voluto di quello che noi questa sera e ieri tanto ragionammo.

Levossi Glorizia, mostrandosi nuova di ciò che Biancofiore le diceva, e venuta in presenza di Filocolo gli fece mirabilissima festa; e veduto ciò che fatto avevano, contenta oltre misura disse: «E come, cosí tacitamente da voi tanta festa sará celebrata senza suono né canto? Se non ci sono gl’idraulici organi e le dolci voci della e etera d’Orfeo e di qualunque altro citarista, io con nuove note supplirò al difetto». E preso un bastonetto, tutti e quattro i cari alberi percosse, e quindi dolcissima melodia in diversi versi si sentí: la quale [p. 415 modifica]tanto, quanto di loro fu piacere, durò. Ma dopo molti ragionamenti, giá gran parte della notte passata, ciascuno, fatti tacere i canti, al letto si ritornò.

O allegrezza inestimabile, o diletto non mai sentito, o amore incomparabile, con quanto affetto congiugneste voi li novelli sposi! Pensinlo le dure menti, nelle quali amore non pote entrare, pensinlo i crudi animi: e, se questo pensando, non divengono molli, credasi che graziosa virtú abitare in loro non possa! Ne’ disiderati congiugnimenti si poterono per la camera vedere fiaccole non accese da umana mano, né da quella portate. Vi si poté vedere Imeneo in figura vera coronato d’ulivo, e Citerea far mirabile festa intorno al suo figliuolo. E non ch’altro iddio, ma Diana vi si vide rallegrarsi di tanto congiugnimento, laudandosi, cantando santi versi, che si lungamente l’uno e l’altro aveva sotto le sue leggi guardati casti. Dilettaronsi i due amanti convenevole spazio negli amorosi congiugnimenti, e ultimamente il tempo quasi insino presso al giorno dierono a diversi ragionamenti: poi vinti dal sonno, abbracciati soavemente dormendo stettero tanto, che il sole illuminò ciascun clima del nostro emisperio con chiara luce. Destati quasi ad un’ora amendue gli amanti si levarono lieti, e Biancofiore vide vestito Filocolo in quella forma che Glorizia le aveva detto d’averlo veduto nella sua visione, e maravigliandosene gliela raccontò, di che Filocolo, pensando al modo del parlare di Glorizia, alcuna ammirazione non prese, ma disse: «Gran cose mostrano gl’iddii future a coloro cui essi amano». E da Glorizia serviti, quel giorno insieme, narrando l’uno gli accidenti suoi all’altro, con piacevole ragionamento dimorarono. Ma a Filocolo, gli occhi del quale pure a quelli d’Amore correvano, venne disio di sapere che quella figura quivi adoperasse, e dimandonne Biancofiore, la quale cosí gli disse: «Io non so per che qui posta si fosse, né mai ne dimandai, se non che io stimo che per bellezza e ornamento della camera ci fosse posta; ma ciò che io nel cospetto di questa figura sovente faceva, mi piace di raccontarti. [p. 416 modifica]

Riguardando io questa imagine, e considerando le bellezze d’essa, sovente di te mi ricordava, perché, avvegna che promesso mi fosse da Venere questo effetto a che pervenuti siamo, parendomi impossibile, temendo d’averti perduto, di questa te, qual Sirofane Egiziaco fece del perduto figliuolo, feci: e sí come quegli di fiori e di frondi ornava la memoria del figliuolo davanti a lui, della sua dissoluzione dolendosi, cosí io di questa faceva. Io l’ornava di fiori e di frondi spesso, e per suo proprio nome la chiamavo Florio; e quando disiderava di vederti, a questa vedere correva, alla quale contemplare fui piú volte dalle mie compagne trovata. Con questa, come se meco fossi stato, de’ miei dolori e infortunii mi doleva, con costei piangeva, con costei i miei disii narrava, costei in forma di te pregava che m’aiutasse, costei onorava; a costei gli amorosi baci, che a te ora affettuosamente porgo, porgeva, costei pregava che di me le calesse, costei in ogni atto sí come se tu ci fossi stato, trattava. E certo, la mercé di colui per cui posta c’è, ella alcun conforto, avvegna che picciolo, mi porgeva, per che io sovente con costei dolermi e ad abbracciarla, sí com’io t’ho detto, tornava».

Niuno infortunio, niuno accidente all’uno e all’altro era intervenuto, poi che divisi furono, che quel giorno non si raccontasse, avendo l’uno dell’altro non poca ammirazione e diletto. Ma venuta la notte si coricarono, continuando gran parte di quella vegghiando con piacevoli ragionamenti e con amorevoli abbracciamenti; per che poi, vinti dal sonno, oltre al termine della notte dormirono per lungo spazio; perché la fortuna, ancora alla prosperitá loro non ferma, con inopinato accidente s’ingegnò d’offenderli con piú grave paura che ancora offesi li avesse, in questo modo. L’amiraglio pieno di malinconia, forse per disusato pensiero, cercava, per fuggire quella, la bellezza di Biancofiore vedere, credendo in quella veramente ogni potenza di gioia rendere, fare dimora. E partitosi da Alessandria la terza mattina vegnente poi che le rose presentate aveva, ed essendo ancora molto nuovo il sole, se ne venne alla bella torre, [p. 417 modifica]sopra la quale, come tal volta suo costume era, subitamente salí senza alcun compagno. E giunto nella gran sala, alla camera di Biancofiore pervenne, donde Glorizia poco avanti era uscita e serratala di fuori. Questa aperta, passò dentro, e nella sua entrata, corsogli l’occhio al letto di Biancofiore, vide lei con Filocolo dormire abbracciati insieme: di che rimase tanto stordito, che quasi di dolore morio. Ma pur sofferendogli a vista di riguardare costoro, lungamente li rimirò e fra sé dicea: «O Biancofiore, vilissima puttana, tolgano gl’iddii via che tu dalle mie mani la vita porti: tu morrai uccidendoti io. Tu, da me piú che la vita mia per adietro amata, hai con isconvenevole peccato meritato odio; e tu, la quale io, con sollecitudine infino a qui ingegnatomi, dal congiugnimento di qualunque uomo, e ancora dal mio medesimo, che d’avere i tuoi abbracciamenti tutto ardea, ho guardata, ora che per tua malvagitá ti se’ congiunta non so con cui, la morte debitamente hai guadagnata: io la ti darò. Tu sarai miserabile esempio a tutte l’altre, che per inanzi avessero ardire di cotal fallo commettere. Una ora amendue vi perderá, e la tua vituperata bellezza perirá sotto la mia spada: niuna bellezza mi fará pietoso». E queste parole dicendo, trasse fuori la tagliente spada, e alzò il braccio per ferirgli; ma Venere, nascosa nella sua luce, stando presente, non sofferse tanto male, e messasi in mezzo ricevette sopra lo impassibile corpo l’acerbo colpo, il quale sopra i dormenti amanti discendeva, per che essi niente furono offesi. E il pensiero subito si mutò all’amiraglio, parendogli vil cosa due che dormissero uccidere, e la sua spada sozzare di sí vile sangue: per che egli tiratala indietro, la ripose, e senza destarli si partí dalla camera, infiammato contra loro, e in tutto deliberato nell’acceso animo di tal fallo farli punire. E sceso dall’alta torre, senza essere da persona scontrato o veduto, trovati i sergenti suoi lui aspettanti, loro comandò che senza indugio alla camera di Biancofiore salissero, e lei e colui che con lei troveranno, cosí ignudi strettamente legassero, e giuso della finestra, onde i fiori erano stati collati, gli mandassero nel prato, senza avere misericordia alcuna, e senza alcun priego ascoltare. [p. 418 modifica]

Mossesi senza ordine la scellerata masnada, e allegri del male operare salirono le disusate scale, e pervennero alla camera, la quale ancora sí come l’amiraglio lasciata l’aveva trovarono, e passarono dentro, e videro i due amanti abbracciati dormire, maravigliandosi delle bellezze di ciascuno. Ma giá per questo niuna pietá rammorbidisce li duri cuori. Le scellerate mani legano i giovani colpevoli per soverchio amore. Niuno da tanta crudeltá si tira indietro, ma ciascuno piú volentieri li stringe, e, prendendo diletto di toccare la dilicata giovane, per merito di quello aggiungono piú legami. Toccano le ruvide mani le dilicate carni, e gli aspri legami e duri le stringono, e li disordinati romori percuotono l’odorifero aere: per che i due amanti stupefatti si svegliano, e, veggendosi intorno il disonesto popolo, si vogliono levare per fuggire, ma i non ancora sentiti legami gl’impediscono; e non vedendosi alcun altro aiuto o rimedio, con dolorosa voce dimandano che questo sia. E con vergognose parole è loro risposto: «Voi siete per le vostre opere morti». La miseria, alla quale la non istante fortuna gli aveva recati, niuna risposta lascia porgere convenevole a’ dolenti prieghi. Biancofiore, in reale eccellenzia sempre vivuta infino a qui, è ora come vilissima serva trattata, e dispregiata da’ disonesti parlamenti della sconvenevole gente. E Filocolo, al quale i maggiori baroni solevano porgere dilicati servigi, percosso è con le mani, e con villane parole dai piú vili schernito. Biancofiore piange né sa che dire, e stordita non può pensare come avvenuto sia il doloroso accidente. E il romore multiplica per la torre: corre Glorizia, e corrono l’altre damigelle; ciascuna prima si maraviglia, e poi per pietá piange, e la bella sala, che mai dolenti voci sentite non avea, ora di quelle piena risonando mostra il dolore maggiore. Niuna può a Biancofiore soccorso donare, ma disiderose della sua salute, lagrime e prieghi per quella porgono agl’iddii. Niuna si fa schiva di rimirare l’ignudo giovane, ma notando le sue bellezze, col pensiero menomano la colpa di Biancofiore. I contrari fati sospingono i sergenti ad affrettarsi d’adempiere il comandamento del [p. 419 modifica]signore, per che i due amanti legati sono collati con lunga fune giu dalla torre: e acciò che ad alcuno non sia occulto il commesso peccato, vicini al prato rimangono sospesi. La rapportatrice fama con piú veloce corso rapportando il male, in un momento riempie i vicini popoli dell’avvenuto male: per che con abbandonato freno ciascuno corre al disonesto strazio, vaghi di vedere ciò che pietá fa loro poi debitamente spiacere. I sergenti votano la torre di loro, e armati con molti compagni guardano che alcuno non s’avvicini a’ pendenti giovani. I quali tanto legati pendono, quanto nel duro petto dell’amiraglio pende qual pena a tale offesa voglia dare; ma poi che con deliberato animo elesse che la loro vita per fuoco finisse, comandò che nel prato fossero posati, e quivi negli accesi fuochi fossero senza pietá messi, acciò che di loro facessero sacrificio a quella dea, le cui forze agli sconvenevoli congiugnimenti gli condussero. Udito il comandamento, i fuochi s’accesero, e i due amanti furono messi a terra, e ignudi con sospinti passi tirati all’ardenti fiamme. Piangendo Biancofiore cosí col suo amante sospesa, Filocolo con forte animo serrò nel cuore il dolore, e col viso non mutato né bagnato da alcuna sua lagrima sostenne il disonesto assalto della fortuna, la quale, perché l’angoscia dell’animo non menomasse, niuna sua felicita gli levò dalla memoria. Egli, vedendosi solo e senza speranza d’alcuno aiuto, le forze de’ suoi regni fra sé ripete, e quelle, per adietro poco amate, ora avria avuto molto care. Egli si duole degli abbandonati compagni, nesci di tale infortunio, da’ quali soccorso spererebbe, se credesse che ’l sapessono. Egli, pensando alla vile morte che davanti si vede apparecchiata, appena può le lagrime ritenere. Ma sforzando col senno la pietosa natura, quelle dentro ritenne, e dopo alquanto pensiero, con gli occhi a se medesimo vòlti, cosí fra sé cominciò a dire: «O inopinato caso! O nemica fortuna! Ora l’ultimo fine delle tue ire sopra me sazierai. Ora i lunghi tuoi affanni finirai. Tu per molti strabocchevoli pericoli m’hai recato a sí vile fine, non sostenendo piú volte, quando il morire m’era a grado, [p. 420 modifica]che vita mi fallisse. Oh, quante volte sarei io potuto morire con minor doglia che ora non morrò, e piú laudevolmente, se tu, o iniquissima dea, avessi sostenuto che io, la prima volta che da costei mi partii, fossi nelle sue braccia morto, sí com’io cercava, sentendo io per la mia partita intollerabile dolore: gl’iddii infernali avriano presa lieta la mia anima! O almeno m’avesse la giusta lancia del siniscalco passato il cuore, quando con lui, mai piú non usato all’arme, combattei! O mi fosse stato lecito l’uccidermi, quando costei tanto piansi, credendola morta! Almeno qualunque di queste morti presa avessi, nel cospetto della mia madre sarei morto, ed ella col mio padre insieme il pietoso uficio avrebbero operato, guardando poi le mie ceneri con pietoso onore, le quali mai non rivedranno, se Eolo con le sue forze non le vi porta mescolate con ravvolti nuvoli e con la non conosciuta arena. Ora, se tu forse questa misera grazia agl’indegni parenti non volevi concedere, perché nelle marine onde, dove la spaventevole notte, della quale io ho poi sempre avuto paura, tanto mi spaventasti, non mi facevi ricevere dai marini iddii? E ben che assai mi fosse stata dura la morte, perché piú presso era a’ miei disiri, l’avrei piú tosto voluta, quando nelle tue mani mi rimisi, nascondendomi sotto le frondi mobili sí come tu. Perché allora cosí la persona mia, come i capelli, non palesasti agli occhi del nemico? Tu, crudelissima, da questi e da molti altri pericoli m’hai campato, non per grazia ch’io aggia nel tuo cospetto avuta, ma per conducermi a piú dispregevole fine, sí come ora hai fatto. Certo tutto questo mi saria assai meno grave a sostenere: se a sí fatta vergogna mi vedessi solo. Oimè, quanto m’è grave a pensare che colei cui amo sopra tutte le cose del mondo, colei per cui i passati pericoli mi sono paruti leggieri a sostenere, colei che me piú che sé ama, mi sia compagna a sí vile morte! O Filocolo, piú ch’altro uomo misero, hai tu tanto affanno durato per conducere la innocente giovane a sí vile fine? Ella muore per te, e per te un’altra volta a simil morte fu condannata, per te venduta, e ora per te vituperata. La fortuna forse verso lei pacificata, apparecchiava degna [p. 421 modifica]felicitá alla sua bellezza, se tu non fossi stato, e però tu giustamente muori. Ma ella perché, con ciò sia cosa ch’ella non sia colpevole? Oimè, solo l’angoscia di lei mi duole, ché la mia io passerei con minore gravezza! O crudel padre, o dispietata madre, oggi di me rimarrete privi: voi non mi voleste pacificamente avere, e voi oggi di me vedovi rimarrete. Non vi concederá la fortuna di chiudere i miei occhi nella mia morte, né riporre le mie ceneri ne’ cari vasi. Oggi della vostra nimica Biancofiore, da voi con tante insidie perseguitata, sarete deliberati, ma non senza vostra tristizia, né potrete per me spandere lagrime, che per lei similmente non le spandiate. Un giorno, una ora e una morte vi ci torrá: e non ingiustamente, ché convenevole cosa è che chi non vuole il bene quietamente possedere, che tribolando senza esso viva. Rimanete adunque in eterno dolore, e di tal peccato siano gl’iddii giusti vendicatori. O gloriosi iddii, non si parta dal vostro cospetto inulta l’iniquitá del mio padre. O sommi governatori de’ cieli, i quali in tanti affanni avete le mie fiamme udite, aiutate l’innocente giovane. Venga sopra me, il quale ho commesso l’offesa, a vostra indignazione. O Imeneo, o Giunone, o Venere, i quali io l’altra notte, se non errai, vidi per la lieta camera portanti i santi fuochi del novello matrimonio, riserbatevi Biancofiore al buon augurio di quelli, e se alcuna infernale furia fu tra voi con quelli mescolata, o se alcun gufo sopra di noi cantò, caggiano sopra me li tristi augurii. Io non curo della mia morte, per ciò ch’io l’ho con ingegno cercata: sia solamente costei, che per me senza colpa muore, aiutata da voi».

Biancofiore, piena di paura e di vergogna e di dolore incomparabile, piangeva, e i suoi occhi né piú né meno facevano che fare suole il pregno aere, quando Febo nella fine del suo Leone dimora, che, porgendo acqua da piú bassa parte, con piú ampia gocciola bagna la terra: l’una lagrima non aspettava l’altra. Ella aveva il suo viso e il dilicato petto tutto bagnato, e simile quello di Filocolo, sopra il quale gli occhi, che non ardivano di riguardare in parte dove riguardati fossero, teneva. E se tal volta, sentendo pe’ legami aspra [p. 422 modifica]doglia, alzava gli occhi, rimirando nel viso Filocolo, per vedere se a lui, sí come a lei, doleva, disiderando d’avere piú di lui che di sé compassione, e vedendolo solamente senza lagrime turbato, si maravigliava, e non meno le piaceva vedendolo, ben che in mortale pericolo si vedesse, che piaciuto le fosse qualora piú lieti mai si videro. Ma pensando che brieve tale diletto conveniva essere per la sopravvegnente morte, mossa da compassione debita, cosí cominciò fra sé a dire:

«O nemica fortuna, qual peccato a sí vile fine mi conduce, avendomi in vita tenuta con piú miserie ch’altra femina? Qual sia non conosco. Io misera, composta da Clotos, fatale dea, nel ventre della mia madre, fui cagione del crudel tagliamento fatto del mio padre, e per conseguente, nella mia venuta nel tristo mondo, cacciai di vita la dolente madre, sí che impossibile mi fu di conoscere i miei genitori: e nata serva, mai la mia libertá non fu ridomandata. E ora gl’iniqui fati, di nuocermi apparecchiati, mi recano a peggio. Io, formata bella dalla natura, fui a me per la mia bellezza cagione d’eterni danni, dove all’altre ne sogliono graziosi meriti seguitare. Se io fossi di turpissima forma stata, lo indivisibile amore, tra me e Florio generato per uguale bellezza, ancora saria ad entrare ne’ nostri petti: e cosí io non sarei stata dal suo padre odiata e condannata alle prime fiamme, né sarei stata comperata prima da’ mercatanti e poi dall’amiraglio; ma ancora mi sarei nelle reali case, e cosí fuori di pericolo io e altri sarebbe. O bellezza, fiore caduco, maladetta sia tu in tutte quelle persone a cui nociva t’apparecchi d’essere! Tu principale cagione fosti dello ardente amore che costui mi porta; tu gli levasti la luce dell’intelletto, e la ragione, per la quale conoscere doveva me, femina vile, non essere da essere amata da lui; tu di migliaia di sospiri l’hai fatto albergatore; tu degli occhi suoi hai fatto fontane di dolenti lagrime; tu gl’infiniti pericoli gli hai fatti parer leggieri, per venirti a possedere: e ora posseduta, a questo vilissimo fine l’hai condotto. Ahi, dolorosa me, perché insieme con la mia madre non morii quando io nacqui? Quanti mali sariano per un solo spenti! [p. 423 modifica]Il siniscalco saria vivo, e Fileno valoroso cavaliere perduto non saria in isconvenevole esilio; e Florio ora a tal pericolo non saria; ma lieto de’ suoi regni aspetterebbe la promessa corona, e i miseri padre e madre, che di lui debbono udire la vituperosa morte, viverieno lieti del loro figliuolo, del quale ancora piú dolenti morranno. Oimè misera, a che morte sono io apparecchiata! Al fuoco! Il fuoco caccera da’ fermi petti l’amoroso fuoco. Quel fuoco, che il mare, la terra, la paura, la vergogna, e ancora gl’iddii non hanno potuto spegnere, il fuoco spegnerá. Oggi di perfetti amanti, diventeremo nulla. Oggi sará biasimata e tenuta vile la nostra grande costanza e fermezza d’animi. Oggi congiunte cercheranno le nostre anime gli sconosciuti regni. Oggi scalpiteranno i piedi e moveranno i venti le nostre ceneri giá credute serbarsi agli splendidi vasi. Oggi la forza di Citerea fia annullata. O dolente giorno, di tanti mali riguardatore, perché nel mondo venisti? E tu, o Apollo, a cui niuna cosa si nasconde, perché venisti mostrandoti chiaro insieme e crudele, che giá per minori danni nascondesti i raggi tuoi a’ mondani? Oimè, Florio, a che vile partito mi ti veggio avanti! Oimè, come può l’anima sostenermi tanto in vita, pensando che noi siamo cagione di commovimento a tutta Alessandria? pensando che tante migliaia d’occhi solamente noi riguardino, solamente di noi ragionino, solamente di noi pensino? pensando ancora con quanto vituperoso parlare sia da’ riguardanti ciascuna parte di noi, che ignudi a’ loro occhi dimoriamo, riguardata? Caro ne saria il campare, ma non il vivere in questo luogo. O sommi iddii, i cui pietosi occhi il mio nuovo peccato ha rivolti altrove, che ha meritato Florio, che sia da voi sofferto che questa morte sostenga? Egli ha amato, e amando ha fatto quello che voi giá faceste. Costretto è ciascuno di seguire le leggi del suo signore. Egli fece quello che amore gli comandò; ma io, malvagia femina, non servai il dovere all’amiraglio, sotto la cui signoria mi strignevano i fati. Io sola peccai, dunque io sola merito di morire; muoia dunque io, e Florio, che niente ha meritato, viva. O iddii, se in voi alcuna pietá è [p. 424 modifica]rimasa, purghisi l’ira vostra e quella dell’amiraglio sopra me. Se Florio campa, io contenta piglierò la morte. Cessi che per me, vile femina, muoia un figliolo d’un sí alto re. Oimè, ora che dimando io? Giá è manifesto che i miseri indarno cercano grazia. Oimè, come tosto è in tristizia voltata la breve allegrezza! O quanto è picciolo stato lo spazio del nostro matrimonio, il quale noi pregavamo gl’iddii che il dovessero eternare! Certo per cosí picciolo spazio senza prieghi potevamo passare, adoperando il tempo ne’ baci che si dovevano finire per ischernevole morte. Oimè, ch’io mi rallegrava, parendomi l’augurio delle parole dell’iniquo re poter prendere con effetto buono! Ma i fati, che dolente principio mi hanno sempre in ogni mia cosa dato, non consentono ch’io senta lieto fine. O vecchio re Felice, all’effetto il tuo nome contrario, con che core ascolterai il misero accidente? Ora saratti possibile a vivere tanto, che il triste apportatore di tale novella abbia compiuto di dire che il dilicato corpo di Florio sia stato dalle fiamme consumato? Questo non so, ma forte mi pare a pensare ch’essere possa. Io sono certa, se tu viverai, che, mentre ti basterá la lingua alle parole, mai in altro, che in maledizioni della mia anima, non moverai quella: e se morrai, fra le nere ombre sempre come nemica mi seguirai, e non senza ragione. O iddii, consentite, se i miei prieghi alcun merito acquistano nella vostra presenza, che Florio campi, se possibile è, e io, degna di morire, muoia. La sua vita, ancora molto utile al mondo, non si prolungheni senza vostro grande onore: la mia, che a niuna cosa può valere, perisca, e sostenga il peso del vostro cruccio. Siami conceduta questa grazia, in guiderdone della quale il mio corpo da ora vi offero per sacrificio».

Ircuscomos e Flaganeo, venuti da’ libiani popoli, nel viso bruni, e feroci, e coi capelli irsuti e con gli occhi ardenti, grandi di persona, erano dall’amiraglio fatti capitani de’ suoi militi, e giá la notturna guardia della torre sotto la loro discrezione aveva commessa. Questi dopo il comandamento dell’amiraglio, armati sopra forti destrieri, con molti compagni vennero nel prato, intorniati da pedoni infiniti con archi e con [p. 425 modifica]saette. Essi fecero accendere due fuochi assai vicini alla torre, e fecero posare in terra Filocolo e Biancofiore, e tirargli appresso all’accese fiamme con villane parole. Quivi venuti, Fi1ocolo vide i due luoghi per la morte di loro due apparecchiati; ond’egli, senza mutare aspetto, alzò ’l viso verso Ircuscomos e disse: «Poi che agl’iddii e alla nimica fortuna e a voi piace che noi moriamo, siane conceduta in questa ultima ora una sola grazia, la quale, faccendotaci, niuna cosa del vostro intendimento menomeni. Noi miseri, dalla nostra puerizia in qua, sempre ci siamo amati, e ben che nostro infortunio sia stato il non potere mai coi corpi insieme dimorare, mai le nostre anime non furono divise: un volere, un amore ci ha sempre tenuti legati e congiunti, e un medesimo giorno ci diede al mondo: piacciavi che, poi che un’ora ci toglie, che similmente una medesima fiamma ci consumi. Siano mescolate le nostre ceneri dopo la nostra morte, e le nostre anime insieme se ne vadano». Ircuscomos, che mai non aveva apparato d’essere pietoso, faccendo sembianti di non averlo udito, comandò che com’era incominciato cosí i sergenti seguissero; ma Flaganeo, non meno crudele spirito, disse: «E che ci nuoce di fargli del suo medesimo danno grazia? Con quella forza ardono le fiamme i due, che l’uno: fiagli conceduto di morire con lei, con cui la colp commise».

Fu adunque Filocolo insieme con Biancofiore legato ad un palo, e intorniato di legne. Le quali cose mentre si facevano, Biancofiore piangendo rimirava Filocolo, e diceva con rotta voce e con vergogna: «O signore mio dolce, ove se’ tu con affanni e con pericoli venuto ad essere messo vivo nelle ardenti fiamme? Oimè, quanto è piú il dolore ch’io di te sento, che quello che di me mi fa dolere! Oimè, quanto m’è grave il pensare che tu per me sí vilmente sia dato a morire! I dolenti occhi non possono mostrare con le loro lagrime ciò che il cuore sente, qualora io ti guardo ignudo meco insieme tra tanto popolo disposto a morire. O anima mia, che hai tu commesso, che gl’iddii, che essere ti solevano benevoli, siano cosí contro te turbati e in tanta avversitá t’abbandonino? Perché [p. 426 modifica]ti nuoce il mio peccato? Maladetta sia l’ora ch’io nacqui, e che amore mise negli occhi miei quel piacere, del quale tu, oltre al dovere, sempre se’ stato innamorato, poi che a questo fine dovevi venire. Oimè, ch’io mi dolgo che tu per adietro m’abbi campata all’altro fuoco, per ciò che, campando me, a te acquistasti morte. Io misera, degna di morire, volentieri muoio, né mi saria grave il sostenere prima ogni pena, e poi questa, sol che tu campassi. Ahi, quanto volentieri tal grazia a Dio e al mondo di manderei, se io credessi che conceduta mi fosse! Ma essi hanno avuto del nostro poco bene invidia, e però piú disposti a’ nostri danni, che a’ piaceri, non si moveriano ad alcun priego. O me misera, che quel giorno che ci diede al mondo, quel giorno la cagione di questa morte ne porse. Impossibile è ora alla tua madre credere che tu sia a questo partito; e i tuoi miseri compagni forse estimano che tu ora lietamente dimori, per ciò che, non essendo essi conosciuti, alcuno non dice loro questo accidente. Essi venuti líeti teco, ricercheranno dolenti, senza te, le ragguagliate acque, e lá dove me teco credevano presentare al tuo padre, la crudele morte di noi due racconteranno: per che il tuo regno, rimanendo vedovo, con dolore in eterno ti piangerá».

Queste parole mossero il forte animo di Filocolo, e le lagrime, lungamente costrette, con maggiore abbondanza uscirono da’ dolenti occhi, e cosí piangendo le cominciò a rispondere: «Quella pietá che io di me dovevo avere, non m’ha potuto vincere, che io con forte animo non abbia mostrato di sostenere pazientemente il piacere degl’iddii, ma, pensando a te, ha rotto il proponimento del debile animo. Tu meco insieme misera, per la mia vita prolungare, disideri piú pene che li fati non porgono, cara tenendo la morte, se io campassi, e fatti colpevole, dove manifestamente in me la colpa conosci. Ora in che hai tu offeso? Io ho fatto ogni male. Tu soavemente dormendo nel tuo letto fosti con ingegno da me usato assalita, per che io debitamente morire dovrei. Io sotto giusto giudice dovria per te ogni pena portare: la qual cosa se fosse, e tu campassi, grazioso mi saria molto; ma la fortuna, [p. 427 modifica]che sempre ci ha ugualmente in avversitá tenuti, ora al giusto per lo ingiusto non vuole perdonar morte. Io ho meco questo anello, il quale la mia misera madre mi donò nella mia partita, promettendomi ch’egli aveva virtú di cessare le fiamme e le acque in giovamento della vita di chi sopra l’avesse: la virtú di costui credo che il mio periclitante legno, la notte che io in mare passai tanta tempesta con ismisurata paura, aiutasse. Però tiello sopra di te: io non credo che la fortuna abbia avuta potenza di levargli la virtú, la quale se levata non gliel’ha, di leggieri potrai campare. La tua bellezza merita aiutatore, il quale non dubito che tu troverai, e rimanendo tu in vita, molto nel morire mi conforterai». «Sia lontano da me ciò che tu parli» disse Biancofiore, «ma tu, la cui vita è ad altrui e a me piú che la mia cara, sopra te il tieni, acciò che se gl’iddii altro aiuto ti negano, per la virtú di questo campi: la cui virtu giá mi conforta, e piú consolata al morire mi dispone, pensando ch’ella sia possibile ad aiutarti.» Cosí costoro con sommessa voce parlando, il fuoco fu acceso, e l’ardore s’appressava, quando, rifiutando ciascuno l’uno all’altro l’anello, di piana concordia piangendo s’abbracciarono, e con dolenti voci la morte attendendo, l’uno e l’altro dall’anello era tocco, e dalle fiamme difeso: ma essi, per debita paura del sopravvegnente fuoco, con alte voci l’aiuto degl’iddii invocavano piangendo.

Mossero le voci di costoro i non crucciati iddii a degna pietá, e furono esauditi, ben che assai gli aiutasse l’anello. Venere, intenta a’ suoi soggetti, commosse il cielo, e per loro porse pietosi prieghi a Giove, con consentimento del quale e di ciascun altro iddio, necessario aiuto si dispose a porgere. E involta in una bianchissima nuvola, coronata delle frondi di Pennea, con un ramo di quelle di Pallade in una mano, lasciò li cieli e discese sopra costoro, e con l’altra mano, cessando i fummi dintorno a’ due amanti, a’ circustanti li volse, e quelli in oscurissima nuvola mantenendo bassi, con noioso cocimento impediva i circustanti di poter vedere dove Filocolo e Biancofiore fossero, dando a loro chiaro e puro aere, nel [p. 428 modifica]quale tutta si mostrò loro e disse: «Cari suggetti, le vostre voci hanno commosso i cieli e impetrato aiuto; rassicuratevi: io sono la vostra Citerea, madre del vostro signore. Questa sará l’ultima ingiuria a voi, e la fine delle vostre avversitá, dopo la quale voi pacificamente, avendo vinta la contraria fortuna, vivrete. Io vi ho recato segnale d’eterna pace: guardatelo infino che di qui uscirete. Marte, per lo vostro aiuto, stimola i tuoi compagni con sollecitudine, o Fitocolo, né prima di qui mi partirò, che tu li sentirai cercare la salute di voi due con armata mano». E questo detto, lasciando l’ulivo nelle loro mani si partí, volendo essi giá ringraziarla. La santa voce con intera speranza riconfortò gli sconsolati amanti, li quali con perfetto animo renderono agl’iddii degna lode di tale aiuto; ma ben che ’l fummo rivolto alla circustante gente impedisse il costoro poter vedere, nondimeno il furioso popolo, e gli armati cavalieri, dalla incominciata iniquitá non ristavano, anzi crucciati, piú pronti s’ingegnavano di far male. Ircuscomos con una mazza ferrata in mano costringe i sergenti di ritrovare e d’ardere i giovani; Flaganeo dall’altra parte gli conforta al male operare; ma invano adoperano: niuno li può rivedere, né alcuno è possente di passare piú oltre che il fummo si distenda. L’ira s’accende negli animi, e cercano di passare con le lance e con le saette la oscuritá del fummo, imaginando che delle molte alcuna gli uccidirá. Niuna cosa nuoce loro, niuna saetta vi passa: il romore era grande e tale, che per poco spaventava i confortati amanti. Che piú? Ogni ingegno di nuocere si prova; ma invano s’affatica chi nuocere vuole a colui cui Dio vuole aiutare. Elli non possono loro nuocere, né rivederli in alcun modo.

Ascalione e il duca, con Dario, con Bellisano e con gli altri, ignoranti dell’andata di Filocolo, dubitando l’aspettano quella notte e ’l giorno appresso. E ritornando un’altra volta le stelle, e dopo quelle Febo, con piú malinconia di lui pensavano; e venuta la terza notte, imaginando essi che la fosse andato dov’era, pieni di pensieri vani per la lunga dimoranza, s’andarono a dormire. Ma Ascalione, quasi piú sollecito della [p. 429 modifica]salute di Filocolo, entrato di tale istanzia in varie imaginazioni, si rivolse per la mente le future cose, e dubitando forte non avvenissero, il tacito sonno con quieto passo gli entrò nel petto; e levandolo da quelle, in sé tutto quanto il legò, e nuove e disusate cose gli dimostrò, mentre seco il tenne. E’ gli pareva essere in un luogo da lui mai non veduto, e pieno di pungenti ortiche e di spruneggioli, del qual luogo volendo uscire, e donde non trovando, s’andava avvolgendo e tutto pungendosi. E di questo in sé sostenendo gravissima doglia, non so da che parte gli parea veder venire Filocolo tutto ignudo, palido e in diverse parti del corpo piagato, e tutto livido, e dietro a lui in simile forma Biancofiore, con le bionde treccie sparte sopra i candidi omeri, e correndo verso lui fra le folte spine, tutti si pugnevano e dalle punture pareva che sangue uscisse, che tutti gli macchiasse: e giunti nel suo cospetto si fermavano, e senza parlare alcuna cosa, il riguardavano né piú né meno come se dire volessero: ‛Non ti muove pietá di noi a vederci cosí maculati?’. I quali riguardahdo cosí conci, Ascalione senza dire alcuna cosa piangeva, parendogli che piú li loro mali che li suoi propri gli dolessero. Ma cosí stati alquanto, gli parve che Filocolo piú gli s’appressasse, e piangendo gli dicesse con voce tanto fioca che appena gli la pareva udire: ‛O caro maestro, che fai, che non ci aiuti? Non vedi tu come la nemica fortuna, voltatasi sopra me e sopra la innocente Biancofiore, premendoci sotto la piú infima parte della sua ruota ci ha conci? Come puoi vedere, niuna parte di noi ha lasciata sana, e minacciaci di peggio, se il tuo aiuto o quello degl’iddii non ci soccorre’. A cui Ascalione parea che rispondesse: ‛O cari a me piú che figliuoli, la maraviglia che di voi e delle vostre piaghe ho avuta assai, senza parlarvi m’ha tenuto; ma piú d’ammirazione mi porge il vedervi insieme dolenti, non sappiendo pensare come esser possa, essendo tu con la disiata giovane Biancofiore ed ella teco, la fortuna ci possa porre alcuna noia, che dolenti vi faccia: dimmi come questo è avvenuto; il mio aiuto sai che per lo tuo bene è disposto ad ogni cosa infino alla morte. Mostrami pur da cui [p. 430 modifica]aiutar ti deggia’. A cui Filocolo rispose: ‛Come tu vedi, cosí è: bastiti il veder questo, senza piú volerne udire. Vedi qui dintorno a me Ircuscomos e Flaganeo con infinito popolo, per comandamento dell’amiraglio, per volerei in fiamme consumare’. Questo udito, ad Ascalione parve vedere dintorno a Filocolo ciò che le parole significavano: per che crescendogli il dolore e la pietá di ciò che vedeva, ad un’ora Filocolo e Biancofiore e ’l sonno se n’andarono, ed egli stupefatto per le vedute cose, alzato il capo, vide giá il chiaro giorno per tutto essere venuto. Per che egli senza indugio si levò e vestissi, e quasi tutto smarrito venne a’ compagni, a’ quali narrò ciò che veduto aveva. Per che egli teme non Filocolo abbia alcuna novitá. Gli altri, udendo questo, tutti dubitano, né sanno che consiglio prendere. Ultimamente con Dario e Bellisano deliberarono d’andare alla torre, per sapere da Sadoc quello che di Filocolo fosse, e se con lui dopo la sua partita fosse dimorato.

Stando costoro in questo ragionamento, la rapportatrice fama vide dal suo alto luogo queste cose, e di fuori dalle sue finestre cacciò voci, che in picciolo spazio ciò che a Filocolo avvenuto era per Alessandria si sparse. Ma niuno sa il nome di Filocolo, e tutti quello di Biancofiore; ciascuno corre al prato, e tutti si maravigliano, e in picciolo spazio di tempo riempiono quello. Odono Ascalione e gli altri compagni, sí come gli altri, queste voci, e dubitando dimandano chi costoro siano, a cui la fortuna è tanto contraria, disiderando d’accertarsi di ciò che non vorrebbero sapere. Niuno sa loro dire piú avanti, se non Biancofiore con un giovane essere condannati. Dubitano costoro, e hanno ragione, per la visione veduta, e pensano che Filocolo sia, e dimandano de’ segnali del giovane, i quali udendo, la loro credenza cresce. Non si sanno fra loro accordare che fare si deggiano: i piú savi, storditi dell’avvenimento, hanno perduto il saper consigliare. Ma tra costoro cosí pavefatti un giovane di maravigliosa grandezza e robusto e fiero nell’aspetto, armato sopra un alto cavallo apparve fra loro, e con disusata voce [p. 431 modifica]incominciò loro a dire: O cavalieri, quale indugio è questo? Seguitemi con l’armi indosso, acciò che il nostro Filocolo piú tosto della paura del sopravvenuto pericolo esca». Costoro d’una parte e d’altra di ammirazione ripieni, udendo ricordare il nome di Filocolo, cosí come i furiosi tori, ricevuto il colpo del pesante maglio, qua e la senza ordine saltellano, cosí costoro senza memoria dolenti corrono alle loro armi: Bellona presta a tutti maraviglioso aiuto. Dario, contento de’ pericoli per amore di Bellisano, senza pensare a’ ragunati beni o a sé, né a quello che avvenir possa, apparecchia a sé e a tutti cavalli di gran valore, e armato con loro insieme monta a cavallo, e senza modo or qua or la scorrendo fra la folta gente, che a veder correva, dietro all’armato campione si mettono con le lancie in mano: e venuti sopra il pieno prato veggono il fummo grande e il circustante popolo. Crede Ascalione che veramente in quello Filocolo e Biancofiore senza vita dimorino, ignaro del soccorso della santa dea, e, cruccioso perché tardi gli pareva esser venuto a tal soccorso dare, disidera di morire. Egli si volta a’ compagni e dice: «Signori, io credo che gl’iddii abbiano alle loro regioni chiamata l’anima di colui, per cui debitamente il vivere ci era caro, e come voi potete vedere, in disonesto e sconvenevole modo è stato di morire costretto. Io non so qual si sia il vostro intendimento, ma il mio è di morire combattendo, acciò che parte della vendetta della morte del mio signore io adoperi. In niuna maniera intendo di rapportare al vecchio re sí sconcia novella, però se alcuno di voi disidera piú di rivedere Marmorina che questo intendimento seguire, torni indietro, mentre lecito gli è senza danno: e chi in un volere è meco, ferisca con ardito cuore la nemica turba». A queste parole niun’altra cosa fu risposto se non: «Noi siamo tutti teco in un volere»; e piú avrebbero detto, ma il grieve dolore ristrinse la voce con amaro singhiozzo nel suo passare: per che con focoso disio feriti degli sproni i cavalli, e disposti a morire, prima con le loro forze l’altrui morte e la loro vendicando, appresso Ascalione se n’andarono verso il tenebroso fummo, dove il fiero giovane era giá fermato e [p. 432 modifica]confortavagli al loro intendimento. E quivi trovarono Ircuscomos e Flaganeo costrignenti il maledetto popolo alla morte de’ due amanti.

Pingesi avanti Ascalione, e ficca gli occhi per l’oscuritá del fummo, disiderando, se in alcun modo esser potesse, di veder Filocolo, ma per niente s’affatica: per che dirizzatosi sopra le strieve, vede i compagni pure a lui guardare. Ond’egli recatasi la forte lancia in mano, e chiusa la visiera dell’elmo, e imbracciato il forte scudo, ardendo tutto di rabbiosa ira, fra sé disse: ‛O graziosa anima, dovunque tu dimori, avendo in queste fiamme di Filocolo lasciato il corpo, rallégrati, però che a vedere gl’infernali fiumi grande compagnia d’anime de’ tuoi nemici ti seguirá, e poi quelle de’ tuoi compagni, de’ quali niuno al tuo padre intende rapportare novelle di tua morte. Veramente, o anima graziosa, chiunque gliele dirá, con la tua morte la vendetta fatta d’essa e le morti di noi tutto racconterá. Préstinci gl’iddii sí lunga vita, che, prima che i nostri occhi si chiudano, noi veggiamo le nostre spade tinte di ciascun sangue di qualunque t’ha nociuto, e poi ci facciano cadere con loro insieme senza vita nel sanguinoso prato: dove se chi ci uccida non troveremo, noi con le nostre mani, per seguirti, la morte ci porgeremo’. E questo detto, dirizzatosi verso Ircuscomos, il quale davanti a sé vedeva, gridando disse: «Ahi, crude! barbaro, oggi la tua crudeltá avrá fine, la tua morte sará merito della mia lancia».

E corsogli sopra, dirizzata verso lui la crudele punta, lo ferí nello scudo, sopra il quale quella si ruppe senza offenderlo punto. Il barbaro, questo vedendo, con altissime voci richiamò la sparta masnada sopra i sette compagni, non avendo ancora veduto l’ottavo: e sí come il porco, poi che sente l’agute sanne de’ caccianti cani, schiumoso con furia si rivolge tra essi, magagnando con la sanna quale prima giunge, cosí Ircuscomos rabbioso, con ispiacevole mormorio, con una mazza ferrata in mano, sopra il cavallo con tutta sua forza si dirizzò per ferire Ascalione sopra la testa. Ma Ascalione savio lo schifò, e, mentre che ’l peso del corpo tirava Ircuscomos [p. 433 modifica]abbasso, Ascalione, tratta la spada, il ferí sopra il sinistro omero cosí forte, che di poco il braccio con tutto lo scudo gli mandò a terra. Ircuscomos, sentendo la doglia, e ricoverato il corpo, ferí sí forte Ascalione sopra l’elmo, che, fatto di quello molti pezzi, lui tutto stordito fé abbassare sopra il collo del suo cavallo; ma poco stato, tornato in sé, si levò piú fiero. E come tal volta il leone, poi che ’l suo sangue in terra vede, diviene piú fiero, cosí Ascalione, divenuto piú sopra il barbaro animoso, con la spada in mano tornò verso lui, e dandogli piú colpi, uno con tutta sua forza gli diede dove ferito l’aveva sopra l’omero l’altra volta, e mandò a terra il braccio con tutto lo scudo. Il libiano, doloroso di tale accidente, non però lascia di ferire Ascalione; ma egli spaventato del gran colpo, gli altri sopra lo scudo riceve. Ma Ircuscomos giá debile per lo perduto sangue, vedendosi senza scudo, volta le redini del destriere, e lasciando il campo, verso Alessandria se ne fugge. Il romore per gli incominciati colpi si multiplica, per che gli altri compagni d’Ascalione, poi che vedono lui cominciare, ciascuno, bassata la lancia, corre verso i nemici, e, per esempio del vecchio cavaliere, ciascuno vigorosamente combatte, e senza alcuna paura di morire. Ma Parmenione che con Flaganeo s’era scontrato, datisi due gran colpi nello scontrare, combatteva maravigliosamente, e punto non ispaventato per la fierezza del nemico, né della moltitudine circustante, con maestrevoli e forti colpi il recò a fine, e morto il lasciò quivi, davanti al fummo, correndo agli altri. Bellisano, ormai anziano cavaliere, d’armi gran maestro e di guerra, faceva mirabili cose. Egli, andando dietro ad Ascalione, quanti inanzi del misero popolazzo gli venivano, tanti n’uccideva o fediva, né alcuno a’ suoi colpi poteva riparare. Il duca dall’altra parte, scontratosi con un turco chiamato Belial, ferocissimo e di gran forza, combatteva mirabilmente, ma resistere non gli avrebbe potuto, se non che venendo Menedon di traverso con una scure in mano levata ad un cavaliere, che morto avea, quella alzando, si forte diede sopra la testa al turco, che feritolo a morte e [p. 434 modifica]stordito, tutto sopra il collo del cavallo caduto stette grande ora, difeso da molti; ma poi risentendosi, e recatosi il freno in mano, e cominciando a fuggire tenne la via verso il mare con molti altri, e seguiti dal duca e da Menedon, per tema de’ mortali colpi con tutti i cavalli fuggirono in mare, de’ quali assai, credendo morte fuggire, morirono. Massalino e Dario erano piú che gli altri vicini al fummo venuti, correndo dietro a’ due cavalieri; e incappati tra grande moltitudine d’armati pedoni, quivi combattendo, furono loro uccisi i buoni cavalli: per che rimanendo a piede, forte combattendo con la scellerata turba, di quelli intorno a sé ciascuno aveva fatto gran monte d’uccisi, sopra a’ quali saette e lance, in grandissima quantitá, quasi in forma di nuvoli si sariano vedute continuamente cadere. E ben che ciascuno dei sette mirabili cose facesse, di niuna fu tanta maraviglia, quanta il campare senza morte di questi due. Andavano adunque combattendo i sette compagni valorosamente, piú per vendicare la morte di Filocolo e per morire, che per vaghezza d’acquistar vittoria. E giá presso che al loro intendimento venuti, avendone essi molti uccisi, e ciascuno debile e stanco e in molte parti ferito, ognora piú multiplicando il popolo e la quantitá degli armati cavalieri, si disponevano a rendere l’anime. Il feroce iddio, che ciò conosceva, mossosi dietro se li ricolse, e con veloce corso intorniando il prato tutti e otto, col suo aspetto a qualunque era nel campo tanta paura porse, che come a Noto, robustissimo vento, fugge davanti alla faccia la sottile arena senza resistenza, cosí a lui generalmente ogni uomo fuggiva, trepidando la morte, non altrimenti che la timida cerva veduto il fiero leone.

Vòtasi con grandissimo romore l’ampia prateria: niuna gente vi rimane, se non i vincitori, e quelli i quali o morti o feriti non hanno potenza di fúgire; né alcuno ha ardire di piú ritornare nel prato. Le lagrime delle vaghe giovani, che pietose riguardavano dall’alta torre, crescono per l’uccisione, e con quelle la loro speranza della salute di Biancofiore: e molte, non potendo sostenere di vedere l’uccisione, [p. 435 modifica]se ne levano. Altre porgono pietose orazioni agl’iddii per lo salvamento della picciola schiera: altra va e torna, altra alcuna volta non si parte, disiderando di veder la fine. I vittoriosi cavalieri s’accostano al fummo dolenti della loro vittoria senza morte, e, quella disiderando, niuno le sue piaghe ristringe, ma riguardando per lo campo si maravigliano di ciò che essi pochi hanno fatto, vedendo grande la moltitudine de’ morti e de’ feriti. Ciascuno ringrazia il gran cavaliere, non conoscendolo per iddio, e di molte cose il dimandano, ma egli a nulla né a niuno risponde. Ciascuno vorria vedere, se possibile fosse, i busti de’ corpi che essi morti estimavano. Alcuni di loro dicevano essere convenevole omai gittarsi vivi sopra il loro fuoco, acciò che una medesima fiamma le ceneri di tutti raccogliesse in uno. Altri lodavano prima a loro porgere sepoltura, e poi sé ardere, dicendo che degna cosa non era le loro ceneri con altre, che si non si amassero, contaminare. Mentre che queste cose, disiderosi della loro morte, ragionavano, e tentavano di vedere e di passare il fummo, il quale punto loro non si apriva, Filocolo, il quale piú volte per lo infinito romore aveva della sua salute dubitato, udendo costoro dintorno a sé ragionare, non però conoscendogli né intendendo ciò che diceano, né potendogli vedere, sentendo il prato quieto e senza alcun romore, fuori che d’un picciolo pianto che facevano i feriti, con quella voce piú alta, che paura nel timido petto aveva lasciato, cosí cominciò a dire: «O qualunque cavalieri che intorno a’ miseri dimorate, di noi forse pietosamente ragionando, quella pietá che di noi hanno avuta gl’iddii, entri negli animi vostri: non siate tardi a mettere ad esecuzione quello che gl’iddii hanno incominciato. Essi vogliono la nostra vita forse ancora aver cara al mondo. Noi vivi nell’oscuro nuvolo senza alcuna offesa dimoriamo, tenendo in mano ramo significante pace, lasciato a noi da divina mano: passate qui, adunque, dove noi siamo, e sciogliete i nostri legami, acciò che salvi, dove voi siete, possiamo venire». [p. 436 modifica]

Giungendo questa voce agli orecchi d’Ascalione e degli altri, i quali veramente la conobbero, di tristizia subitamente gli animi spogliarono, di quella letizia rivestendogli, di che Isifile nel dolore di Licurgo si rivestí, riconosciuti i figliuoli.

E Ascalione, prima che alcuno, rispose: «O fortunato giovane, il quale morto stimavano, e per cui noi tutti tuoi compagni morte disideravamo, multiplica con la veritá la nostra letizia, e dinne per la potenza de’ tuoi iddii se tu se’ vivo come ne parli, o se alcuno spirito, volendoci dal fermo volere levare, parla per te nelle accese fiamme: acciò che, se tu vivi, solleciti la tua salute cerchiamo, e se no, la proposta morte prendiamo senza piú stare».

Conobbe Biancofiore la voce del suo maestro e cosí rispose: «Caro maestro, rallégrati, e credi fermamente ciò ch’io ti parlo: il tuo Florio e io viviamo nelle cocenti fiamme da niuna cosa offesi. Ond’io ti priego per quello amore che giá mi portasti, la nostra liberazione affretta, acciò che da noi la paura si parta, e possiamo con voi di tale pericolo campati rallegrarci. Io ardo piú di vederti che non fanno le accese legne preste pe’ nostri danni. Gl’iddii benevoli a noi ci hanno graziosa fortuna promessa per lo inanzi, e senza fallo salute: però il vivere vi sia caro».

Odono Ascalione e i suoi compagni la voce della graziosa giovane, e riconfortati con immenso vigore aspettano francamente qualunque novitá, ragionando diverse cose co’ chiusi amanti, infino a che altra cosa appaia, piú nella pietá degl’iddii ornai sperando, che nelle loro forze. Mentre i cavalieri rallegrati ragionando si stanno accosto alla buia nuvola, la quale in niuno modo cede a chi oltre vuole passare se non come un muro, levandosi da dosso ciascuno le molte saette, di che piú che dell’armi erano caricati, e avendo cura e di loro e delle loro piaghe, le quali non di medicare, ma di ristrignerle per meno sangue perdere s’ingegnavano, Ircuscomos col braccio tagliato, e con molti altri feriti e non feriti pervennero all’amiraglio, a cui Ircuscomos disse: «Signore, vedi come i sopravvenuti nemici [p. 437 modifica]m’hanno concio!». A cui l’amiraglio disse: «O chi sono costoro, e quanti, e che dimandano?». Ircuscomos rispose: «Signore, io non ne vidi se non forse sei o otto contra tutta la nostra moltitudine combattenti, faccendo d’arme cose incredibili a narrare: chi e’ si siano io non so, né per che venuti, ma stimo che per la salute del giovane, il quale credo che morto sia, venuti siano». «Come, credi che morto sia?», disse l’amiraglio: «non l’hai tu veduto? Egli è cosí grande spazio, che voi il menaste al fuoco per mio comandamento!» «Certo» rispose Ircuscomos, «mirabil cosa de’ condannati è visibilmente avvenuta, che non fu piú tosto il fuoco acceso, che il fummo si rivolse tutto a noi, e senza salire ad alto, sí come è sua natura, sí forte quivi dintorno ad essi si fermò, e, come fortissimo muro, ad uomini, a saette e a lance privò il passare dentro a’ due, e similmente il potere essere essi veduti: dintorno al quale dimorando noi, ingegnandoci di nuocere a coloro che dentro v’erano, sopravvennero quelli che cosí n’hanno concio, come parlato v’abbiamo. Egli è con loro un uomo di smisurata grandezza, il quale con la sua vista spaventa sí chi ’l vede, che ciascuno piglia la fuga senza volervi piú tornare. E, brevemente, io non credo che nella gran prateria sia alcuno rimaso se non morto, de’ quali gran quantitá credo che v’abbia; e de’ condannati quello che se ne sia, dire non vi so piú inanzi». L’amiraglio ascolta queste cose, e infiammasi, udendole, d’ardentissima ira. E poi che Ircuscomos tacque biasimando il vile popolo e i molti cavalieri, turbato si leva dal loro cospetto, e andando senza riposo per la sua camera torcendosi le mani e strignendo i denti, giura per gli immortali iddii di far morire gli assalitori de’ suoi cavalieri. E uscito fuori, con fiera voce, comanda ogni uomo essere ad arme, e senza indugio seguirlo. Egli s’arma e monta sopra un forte cavallo; e Alessandria tutta commossa, e ciascuno sotto l’armi, chi lieto e chi dolente, chi a piè e chi a cavallo, ciascuno il seguita, e furiosi ne vanno verso il prato, faccendo con diversi romori di trombette e di corni e d’altri suoni significanti battaglia e con voci tutto l’aere risonare. E [p. 438 modifica]pervenuti vicino al prato, giá quasi essendo per entrarvi dentro, niuno cavallo era che a forza del cavaliere non voltasse la testa, e quasi, senza potere essere ritenuti, infino alla cittá tornavano correndo. A ciascuno uomo s’arricciavano i capelli in capo, come suole fare al ricco mercatante nelle dubbiose selve, poi che egli i ladroni con l’occhio ha scoperti. Niuno aveva l’ardire di passare dentro a quello: tutti hanno paura, e niuno sa di che. Ciascuno, stato infino a quel luogo fiero e ardito al venire, pauroso disidera di tornarsi indietro. L’amiraglio freme tutto, e con minaccie e con percosse s’ingegna di pingere i suoi inanzi, dicendo: «O gente villana, qual paura è questa? Chi vi caccia? Temete voi sei cavalieri?». Le sue parole sono udite, ma non messe ad effetto. Le percosse ciascuno fugge, e le minaccie meno: che la non conosciuta paura temono. Maravigliandosi l’amiraglio di tanta viltá, dimanda la cagione di tanta paura: niuno gliela sa dire, ma tutti temendo rinculano. Traesi inanzi l’amiraglio, e comanda d’esser seguito. Viene in su l’entrata del prato, e piú ch’alcuno degli altri pavido volta le lenti redini del corrente destriero, né egli medesimo conosce perché. Molte volte riprova sé, e fa riprovare i suoi; ma nullo è che piú inanzi passare possa che i termini del prato, segnati ne’ confini della via entrante in quello. Con maraviglia comincia l’amiraglio a esaminare nella mente quello che da fare sia, o perché ciò avvenire possa. Niuno avviso trova, perché il suo avviso si possa fornire: e subitamente muta pensiero, e fra sé dice: «Io operai male dannando i due giovani a morte villana, senza intera notizia di loro avere. Che so io chi essi siano? E’ potrebbero essere tali che gl’iddii fanno per loro queste cose: né altrimenti potrebbe essere, che senza volontá di loro tanto popolo e tanti cavalieri, da sei o da otto fossero messi in fuga, e tanti quanti noi siamo, li temessimo. Veramente credo che spiaccia agl’iddii ciò che di loro feci, e che essi sieno pronti alla loro vendetta».

Propone adunque l’amiraglio d’andare con segno di pace a’ vittoriosi cavalieri, se egli potrá, e dimandare la loro [p. 439 modifica]condizione e la loro pace, se concedergliela vorranno; e se i due amanti non saranno morti, di trarli di quel pericolo, ed in ammenda della vergogna, onorarli sopra li maggiori del suo regno: e com’egli divisa, cosí mette ad effetto. Egli si fa disarmare, e vestito di bianchi vestimenti e sottili, si fa arrecare un ramo d’ulivo, e salito a cavallo, con quello in mano, tenta di passare nel prato tutto solo. Il passare gli è largito, ma non senza alcuna paura; e pervenuto davanti a’ cavalieri che a cavallo incontro gli venivano, maravigliandosi vede con loro lo spaventevole giovane: e certo Filocolo non ebbe maggior paura di morire veggendo intorno a sé le fiamme accese, che ebbe l’amiraglio, vedendosi colui appresso. Egli con umile e con tremante voce cominciò loro cosí a dire:

«O chi che voi siate, vittoriosi cavalieri, vendicatori per la vostra pietá della villana morte de’ due giovani, contro a’ quali io senza ragione fui crudele, gl’iddii, i quali senza dubbio favorevoli a voi conosco, in meglio avanzino i vostri disii. Io con segno di pace in mano vengo per quella a voi, a’ quali guerra non saria stata, se conosciuti vi avessi per adietro, sí come ora conosco: piacciavi di concederlami. Voi avete tanti de’ miei cavalieri morti, che degnamente è vendicata la morte degli arsi giovani, se vostra cosa erano; e se per vendicar quelli, qui veniste, sí com’io credo, e ciò si vede, ché ’l prato, pure stamane tutto verde, ora vermiglio e pieno di morti e di feriti discerno, e ’l mare ancora per paura di voi tiene parte della mia gente annegata. E con tutto questo, se di costoro la morte per li morti non fosse ammendata, vaglia la mia umiltá in mancamento della vendetta. Gl’iddii perdonano agli uomini, e voi per esempio di loro mi perdonate».

Rispose Ascalione all’amiraglio: «Veramente l’ira degl’iddii merita chi pace rifiuta per avere guerra, dove meritevolmente può pace cadere. Noi, vaghi della salute de’ due giovani messi nelle fiamme, qui venimmo, e trovandogli in modo che morti gli credevamo, per morire e per vendicargli combattemmo. Ma gl’iddii a loro e a noi graziosi, loro e noi di morte con vittoria ci hanno campati e salvati in vita: essi nelle [p. 440 modifica]fiamme vivono senza alcuna offesa. E se noi tanta gente abbiamo morta e loro riabbiamo vivi, di ciò niuna mala volontá ci dee da te essere portata, anzi ne puoi molto essere contento, pensando che l’ira degl’iddii, la quale giustamente doveva sopra te cadere per la tua ingiustizia, sopra parte del tuo popolo cadura sia. Adunque, ciò che fatto avemo, prendi in luogo di punizione per il tuo fallo, ch’avesti ardire li amici degl’iddii tentare d’uccidere col fuoco. Ora quello ch’è fatto, adietro non può tornare. Tu cerchi la nostra pace, e la tua ci profferi: noi la riceviamo, e tu prendi la nostra, e sicuro vivi, e di tanto ti facciamo certo, che, se morti fossero i due giovani, tu morresti, e la tua cittá, assalita da noi con fuoco, sarebbe consumata, e da noi uccisi tutti coloro che giunti fossero da noi, mentre la vita e la potenza ne durasse. Va adunque, e coloro cui tu facesti legare fa sciogliere, e dalla infamia, in che per la tua ingiusta opera sono corsi, in vera fama li fa ritornare, e pensa di chiara e intera pace servare. se l’ira degl’iddii e la nostra non vuogli guadagnare».

Di ciò che Ascalione dice, si maraviglia l’amiraglio, e dubita forte, udendo le sue parole, che pace non gli sia rotta, e promette loro con ferma intenzione, per gli suoi iddii, servarla loro. E poi che con amichevoli parole fra l’una parte e l’altra hanno pace fermata, l’amiraglio, che senza modo del miracolo degl’iddii si maravigliava, vedendo il fummo e udendo parlare coloro cui morti credeva, chiamò a sé molti de’ suoi, a’ quali disarmati fu lecito di potere a lui venire, a’ quali egli comandò che ogni ingegno adoperassero che il fummo rompessero e passassero in quello, e i giovani sciogliessero. A’ quali, lieti tutti della vita di Biancofiore, apparecchiandosi di obbedire il comandamento, niuno loro ingegno o forza fu necessaria, ché Venere solvé la durezza del fummo, e, quello spandendosi, se ne salì nell’aria, lasciando i giovani intorniati dagli accesi tizzoni, tutti al popolo scoperti: e tirate le braccia indietro, con diligenza furono disciolti, e tratti quindi così freschi come rugiadosa rosa colta nell’aurora. Niuna cosa li aveva offesi, fuori che alquanto i legami, de’ quali ancora [p. 441 modifica]li segnali nelle dilicate carni apparivano. E furono loro di presente porti preziosi vestimenti, e Ascalione, il Duca, e Parmenione e gli altri smontati da’ debili cavalli, infinite volte abbracciandoli, e pensando al gran pericolo, appena a loro gli pareva avergli salvi, pur dimandando se alcuna cosa loro nociuto avesse. A costoro solamente Biancofiore, che di buon amore li amava, rispose, e con loro parlando e per pietá lagrimando, non avendogli di gran tempo veduti, fece festa, faccendosi maraviglia della loro virtú, vedendo il prato pieno di morti e di feriti. Furono loro apprestati i cavalli, e montati sopra essi, l’amiraglio disse: «Se vi piace, partianci da questi pianti e nella cittá andiamo a far festa, rallegrandoci di tanta grazia, quanta dagl’iddii possiamo riconoscere d’avere questo di ricevuta».

Seguesi il consiglio dell’amiraglio, e cavalcano tutti insieme, e quelli strumenti che con guerreggevole voce uscirono dalla cittá, mutati in segno di letizia precedendo gli accompagnano. Biancofiore cavalca con Ascalione e con gli altri compagni, e con loro de’ suoi infortunii va ragionando, ora parlando con l’uno, ora parlando çon l’altro: ed essi contano a lei de’ loro insieme avuti con Filocolo. L’amiraglio appresso costoro cavalca con Filocolo, e riguardandolo nel viso e notando gli atti suoi, nel cuore nobilissimo e d’alta progenie lo stimava; e maravigliandosi di tante cose quante vedute aveva quel giorno, e vedendo per cui, ardeva di disiderio di sapere chi egli fosse, per che a Filocolo cominciò cosí a dire: «O giovane, il quale piú ch’altro puoi vivere contento, considerando la benevolenzia degl’iddii, la quale intera possiedi, secondo il mio parere, io ti priego per quel merito che tu dèi loro di tanto dono, quanto oggi t’hanno conceduto, che obliando la crudeltá che contra te, non conosciuto da me, ho oggi usata, ti piaccia dirmi chi tu se’, e onde, e come a questa giovane salisti nell’alta torre. E di ciò contentarmi non ti può nuocere, né cagione alcuna spaventarti, però che vedendo la benevolenzia degl’iddii tanta verso di te, ogni ingiuria a me fatta è perdonata, e buona [p. 442 modifica]pace, tra te e’ tuoi compagni e me, è fermata. Adempi adunque per la tua nobiltá il mio disio». Filocolo, udite le parole dell’amiraglio, pensò un poco, e prima che rispondesse, esaminò quello che convenevole fosse da dire, e che da tacere, e conobbe omai convenevole l’essere conosciuto, poi che acquistata ha colei, per cui il suo nome celava, e cosí gli rispose: «Signore, niuna paura mi fará tacere la veritá a voi disiderante di sapere chi io sia, e però, acciò che vi sia piú caro che io viva che se io fossi morto, piú volentieri vel dirò. Siavi adunque manifesto che io mi chiamo Florio, e per tema della fama del mio nome, divenuto pellegrino d’amore, in Filocolo il trasmutai, e cosí ora m’appellano i compagni miei, e sono nipote d’Atlante sostenitore de’ cieli, al quale Felice re di Spagna mio padre fu figliuolo. E dalla mia puerizia innamorato di Biancifiore, discesa dell’alto sangue dell’Africano Scipione, nata nelle nostre case, sì come il fortunoso caso volle, essendo ella falsamente, e di nascosto a me, venduta e qui recata, infino in questo luogo mediante molti avversi casi l’ho seguita. E sappiendo che nell'alta torre dimorava, né potendo a lei in alcun modo parlare né vederla, avendo le condizioni della torre interamente spiate, ammaestrato dalli ingegni della mia madre, a mio padre di questi paesi venuta, a cui gl’iddii ciò che seppe Medea hanno dato a sapere, in quella forma che Giove con Leda ebbe piacevoli congiugnimenti, mi mutai, e in quella torre volai, e lei dormendo, tornato io in vera forma, nelle braccia mi recai, la quale svegliata lungamente a rassicurare penai, tanto la vostra signoria dottava, non ancora cosí subito riconoscendomi. La quale, poi che conosciuto m’ebbe, davanti la bella imagine del mio signore, che sopra l’ignea colonna nella gran camera dimora, di lui faccendo Imineo, per mia sposa con letizia sposai, e con lei, dalla notte passata avanti a questa, infino a quell’ora dimorai che questa mattina lo sconcio popolo sopra mi vidi legarmi con lei, quando io mi destai».

Quando l’amiraglio udí ricordare il re Felice e dire: ‛la mia madre venne al mio padre di questi paesi’, rimirò [p. 443 modifica]Filocolo nel viso e disse: «Ahi, giovane, non m’ingannare, scuopramisi la veritá intera, come promettesti, e se tu se’ figliuolo di colui cui conti, accertamene con giuramento». A cui Filocolo disse: «Signore, per dovere de’ vostri regni la corona ricevere, io non vi narrerei se non la veritá, e giurovi per la potenza degl’iddii, che oggi delle vostre mani sanza morte m’hanno tratto, ch’io sono di colui figliuolo, di cui io vi parlo». L’amiraglio non aspettando piú parole, lieto sanza comparazione, cosí a cavallo com’era, abbracciò Filocolo, e, baciatolo molte volte, disse: «O caro nipote! O gloria de’ parenti miei! O aspettabile giovane, tu sia ben venuto. Io fratello alla tua madre, non conoscendoti, oggi t’ho tanto offeso! Oh, che maladetta possa essere la mia subitezza! Oimè, perché avanti il subito comandamento non ti conobbi io? Tu saresti stato da me onorato, sí come degno. Io ho fatta, per ignoranza della tua grandezza, cosa da non dovere mai essere dimenticata né a me perdonata. Io non sarò mai lieto qualora di questo accidente mi ricorderò. Io avrei potuto dire che io piú ch’altro uomo dagl’iddii ero amato, se io avanti all’offesa t’avessi conosciuto, ben che assai di grazia m’abbiano conceduta, avendo per la loro pietá tornata indietro tanta mia iniquitá, campandoti. Tu mi sei piú che la propria vita caro. Ma certo del mio fallo parte a te si dee apporre, però che, se tu quando qui venisti, mi ti fossi appalesato come dovevi, tu, fuggendo la ricevuta avversitá, avresti il tuo disio avuto sanza fatica e sanza alcun pericolo. Tu saresti da me stato onorato sí come meritavi. L’occultare del tuo nome, e di te a me, e la subita iniquitá, mi hanno fatto contro a te villana crudeltá usare. Alla quale ammendare, considerando chi tu se’, non conosco la via: solo la tua benignitá priego che tanta cosa metta in oblio, sopra di me sodisfaccendo ogni male commesso. E da quinci inanzi, di me e del mio regno, secondo il tuo piacere, disponi, e dell’acquistata giovane co’ pericoli e con gli affanni, sí come il disio ti giudica, ne sia. La quale, avvegna che io per adietro assai ho onorata, molto piú, pensando a’ suoi magnanimi antichi, se conosciuta l’avessi, [p. 444 modifica]onorata avrei, ben che nimici grandissimi fossero a’ nostri per lo loro comune».

Non fu meno caro a Filocolo dall’amiraglio essere per parente riconosciuto, che all’ammiraglio fosse, e faccendogli quella festa che a tanto uomo si convenia, gli cominciò a dire: «Signore, di ciò che oggi è avvenuto non voi siete da incolpare, ma io solamente, il quale presuntuoso oltre al dovere, non conoscendovi, tentai le vostre case contaminare. La fortuna nell’ultima parte delle sue guerre m’ha con debita paura sotto la vostra potenza voluto spaventare, e gl’iddii nel principio de’ miei beni con sommo dono m’hanno voluto dare speranza a maggiori cose. A me non è meno caro con tanti e tali pericoli avere Biancofiore racquistata, poi che sani e salvi siamo, ella e io e i miei compagni, che se con piú agevole via racquistata l’avessi. Le cose con affanno avute sogliano piú che l’altre piacere: e però tutto queste cose considerando, senza piú delle passate ricordarci, facciamo ragione che state non sieno, e delle nostre prosperitá facciamo allegrezza e festa». Consentí l’amiraglio che cosí fosse, e dimandò dello stato del vecchio re, e della sua sorella, di Filocolo madre. Filocolo gli rispose lungo tempo esser passato che di loro niuna cosa aveva udita; ma, come dolorosi della sua partita gli aveva lasciati, gli raccontò. Appressarsi a questa festa i compagni di Filocolo, e l’amiraglio conoscendo per ziano di Filocolo, come signore l’onorarono, ed egli loro come fratelli ricevette, e a Biancofiore con riverente atto delle passate cose cercò perdono, profferendolesi in luogo di fratello in ciò che fare potesse che le piacesse. Ella per vergogna il candido viso, nel quale ancora vivo colore tornato non era per la passata paura, dipinse di piacevole rossezza, ringraziandolo molto, dicendo che, appresso Filocolo, per signore il teneva. E con questi ragionamenti e con altri lieti pervennero alla cittá.

Entrano costoro con letizia in Alessandria, e pervenuti alla real corte, scavalcano, e salgono nella gran sala, e quivi trovano Sadoc e Glorizia legati e fare grandissimo pianto. [p. 445 modifica]Costoro aveva l’amiraglio fatti prendere, per sapere da loro come Filocolo a Biancofiore salito fosse, per farli poi, se colpevoli fossero stati, vituperosamente morire: e giá fatto l’avria, se ’l subito furore preso per le parole d’Ircuscomos, non fosse sopravvenuto. I quali vedendo, Filocolo, mosso a debita pietá de’ loro pianti, per loro priega, e grazia dimanda che siano disciolti: e se in alcuna cosa avessero offeso, sia loro perdonato, sembianti faccendo di non conoscerli. All’amiraglio piace, e senza alcuna disdetta fattigli disciogliere, comanda che con loro insieme si rallegrino, vivendo senza alcuna pena. Cominciasi la festa grande. I due amanti di reali vestimenti sono incontanente rivestiti. E cercando giá Febo di nascondersi, declinando dal meridiano cerchio, ed essi ancora digiuni, con gli altri compagni, i quali tutti con preziosi unguenti aveano le loro piaghe curate, pigliano i cibi, e con graziosi ragionamenti infino aila notte trapassano. E quella sopravvenuta, apparecchiata a Filocolo e a Biancofiore una ricca camera, vanno a dormire, e il simigliante fa ciascuno degli altri, e l’amiraglio.

Le notturne tenebre, dopo i loro spazii, trapassano, e Titano, venuto nell’aurora, arreca il nuovo giorno. Levansi gli amanti, e l’amiraglio e Ascalione e i suoi compagni: e venuti alla presenza di Filocolo, egli domanda di poter sacrificare, però che avanti a tutte le cose vuole i voti e le promessioni fatte per solvere. Piace all’amiraglio, e le necessarie cose s’apprestano. Visita adunque Filocolo per Alessandria tutti i templi, e quelli di mortine incorona. Egli a Giunone il toro, a Minerva la vacca, a Mercurio il vitello, a Pallade le sue ulive, a Cerere frutta e piene biade, a Bacco poderosi vini, a Marte egli e’ suoi compagni offerano le penetrate armi, e a Venere e al suo figliuolo, e a qualunque altro dio o dea celestiale o marino o terreno o infernale, offera degni doni, sopra gli altari di tutti accendendo fuochi: e ’l simigliante fa Biancofiore, e Ascalione e i suoi compagni, e con loro l’amiraglio e molti cittadini, solvendo infinite promessioni fatte a diversi iddii per la salute di Biancofiore. E adempiute le [p. 446 modifica]promessioni fatte da Filocolo e da Biancofiore la notte del loro lieto congiugnimento, contenti tornarono alla real casa da molti accompagnati, dove riposati con festa s’assettarono alle tavole poste, e presero gli apparecchiati mangiari, con l’amiraglio insieme.

Fatti i sacrificii e presi i cibi, l’amiraglio chiama in una camera Filocolo e i suoi compagni, e quivi con molte parole esprime l’affettuoso amore che a Filocolo, come a caro parente, porta. Ultimamente il dimanda se suo intendimento è per vera sposa Biancofiore tenere. A cui Filocolo rispose sé mai altro non avere disiderato che Biancofiore per isposa tenere: la quale poi che gl’iddii conceduta gli hanno, mentre l’anima col corpo sará congiunta, altra che lei avere non intende. L’amiraglio, che piú per contentarlo che per riprenderlo dimorava, loda il suo piacere, e dice: «E’ non è convenevol cosa che sì alta congiunzione furtivamente sia stata fatta: e però, quando di voi piacere sia, narrando prima a’ nostri soggetti la tua grandezza, i quali forse si maravigliano dell’onore ch’io ti fo, in cospetto di loro la sposerai, e con quella festa che a tali sponsalizie si conviene, lietamente le nozze celebreremo».

A Filocolo e a’ compagni piace tale diviso, e di ciò fare nell’arbitrio dell’amiraglio rimette, il quale volenteroso d’onorare Filocolo, comanda che i morti corpi siano levati dalla gran prateria, e data loro sepoltura, e ciascuno, lasciando ogni dolore, s’apparecchi a fare gran festa: e da il giorno a’ suoi popoli, nel quale tutti nella gran prateria vegnano, acciò che la cagione della comandata festa a tutti sia manifesta. Vanno adunque i parenti de’ morti nel sanguinoso prato, e a’ tristi busti con tacito pianto danno occulti fuochi la vegnente notte, e poi debita sepoltura. I feriti da scaltriti medici sono atati, mettendo per comandamento del signore le ricevute offese in non calere.

Il giorno dato viene, e il vermiglio prato ritornato verde riceve la moltitudine de’ nobili e del popolo sopravvegnente in quello. L’amiraglio, che con discreto stile aveva ordinata [p. 447 modifica]l’alta festa, vestito di reali vestimenti e coronato d’oro, e con lui in simile forma Filocolo e Biancofiore, discende nella gran corte: è saliti sopra i gran cavalli tutti e tre, accompagnati da’ piú nobili, con canti e graziosi suoni se ne vengono al prato pieno di gente. E quivi smontati da cavallo e saliti tutti e tre in parte che da tutti poteano essere veduti, Filocolo alla destra mano e Biancofiore alla sinistra dell’amiraglio, l’amiraglio dirizzato in piè, diede segno di voler parlare, e con la mano comandò il tacere.

Tacque ogni uomo, e con riposato silenzio si diede ad ascoltare l’amiraglio, il quale cosí cominciò a dire: «Signori, la non istabile fortuna diede co’ suoi inopinati movimenti che Biancofiore, nobilissima giovane, dell’alto sangue di Scipione Africano discesa, da noi da poco tempo in qua conosciuta, nascesse nelle reali case del gran re Felice, degli spagnuoli regni castigatore, in uno medesimo giorno con Florio qui di lui figliuolo e a me caro nipote, della quale egli ancora ne’ puerili anni, come agl’iddii delle cose che avvengono consenzienti piacque, ferventemente s’innamorò. Al cui amore, avendo avuto da’ contrarii fati invidia, fu con gran sollecitudine cercato di porre fine, e dubitando di non poter pervenire a quello che i movimenti celestiali, secondo alcuni, avvegna che non savi, incessabili, gli hanno ultimamente condotti, egli, per fuggire questo, dando fede al sottile inganno fatto per alcuno, che oltre al dovere l’odiava, consentí che al fuoco dannata fosse; dove ella pervenuta, e di sua salute incerta, fu dagl’iddii, e da costui, con mirabile aiuto soccorsa e levata da tale pericolo. La qual cosa vedendo il re, acciò che quello che pure doveva seguire non gli seguisse, lei, moltitudine di tesori venduta a’ mercatanti, diede ad intendere essere morta, la quale Florio uccidendosi aveva proposto di seguitare: ma la veritá narratagli dalla madre, a me carnale sorella, fece che rimase in vita. Ella fu qui da’ mercatanti recata, e da me, per donare al Soldano, tesori senza numero comperata, e qui da lui, molti pericoli medianti, seguita, con sottile ingegno s’argomentò di congiungere quello [p. 448 modifica] che il padre con tanti avvisi aveva voluto dividere. E andando per artificio mai non udito a lei nell’alta torre, con lei il trovai dormendo; e mosso a subita ira, poco mancò che con la mia spada non gli uccidessi, ma gl’iddii, a cui niuna cosa s’occulta, conoscendo che ancora da loro gran frutto doveva uscire, li difesero dal mio colpo. Ma non però mancata la mia ira, con furore li giudicai sí come voi vedeste, e quanto gl’iddii gli aiutassero, ancora vi è manifesto. Venuti adunque per tante avversità e per sì ratti pericoli com’io v’ho narrato, e aiutati in tutto dagl’iddii, disiderano sotto la nostra potenza di congiugnere quell’amore che insieme si portano per matrimoniale legame. La qual cosa conoscendo noi che degl’iddii è veramente piacere, abbiamo voluto che voi siate presenti, e rallegrandovi di ciò di che gl’iddii si rallegrano, ciascuno secondo il suo grado faccende festa li onori, considerando che l’uno figliuolo è di re, e la sua testa è a corona promessa, e l’altra d’imperiale sangue è discesa». Tacque l’amiraglio, e le trombe e molti altri strumenti sonarono, e le voci del popolo grandissime nelle lode dell’amiraglio e de’ novelli sposi toccarono le stelle.

Mancati i romori e riavuto il silenzio, vennero i sacerdoti con vestimenti atti a’ sacrificii, e recate le imagini dei santi iddii nella presenza e dell’amiraglio e de’ novelli sposi e di tutto il popolo, coronati di liete frondi, invocando prima con pietose voci Imeneo e poi la santa Giunone, e qualunque altro iddio, che grazioso principio e mezzo e fine dovessero concedere al futuro matrimonio, e con eterna pace e unita tenerli congiunti, la seconda volta l’anello fecero dare a Biancofiore: e sonati varii strumenti, e molti canti, di festevole romore riempirono l’aere.

Cominciasi la festa grande, e lo sconfortato popolo si comincia a rallegrare, contento che tanto uomo sia per l’aiuto degl’iddii da si turpe morte campato. Niun tempio è senza fuoco. Niuna ruga è scoperta, ma tutte, di bellissimi drappi coperte, e d’erbe e di fiori giuncate, danno piacevole ombra. Niuna parte della cittá è senza festa, e infino al prato niuno [p. 449 modifica]potrebbe un passo muovere senza avere di gran quantitá di festanti graziosa compagnia. Ordinansi giuochi, e molte compagnie sotto diversi segnali fanno diverse e belle feste. I mangiari copiosamente dati danno materia di piú festa. L’amiraglio per amore di Biancofiore comanda che alle vaghe donzelle, alle quali mai non fu lecito uscire dalla torre, sia aperto, ed esse liete vengano con la loro compagnia a festeggiare. Discendono tutte, e date le destre a Biancofiore, con lei si rallegrano, dandosi lieti baci in segnale di vero amore. La festa multiplica nel prato, e gli amorosi canti e li diversi suoni occupano l’aere, sí che alcun’altra cosa non vi si può udire. Quel luogo, adunque, che alla loro morte poco avanti fu statuito, è ora ad esaltamento della loro vita determinato. Quel luogo, ove ardente fuoco per consumarli era acceso, ora d’odoriferi liquori tutto inaffiato porge diletto a’ festeggianti. Quel luogo, ove pochi giorni inanzi gli uomini armati la morte ora di questi ora di quelli cercavano, ora pieno di pace, di concordia e d’allegrezza vi si festeggia. Quel luogo che poco inanzi era pieno di sangue e d’uomini morti e di pianti, ora di canti e di lieti suoni e di festanti uomini e donne si sente risonare. Rivolta ogni cosa in contrario la mutata fortuna, le molte damigelle, che davanti per la morte di Biancofiore facevano gran pianto, ora cantando della sua vita si rallegrano. Che piú brievemente si può dire, se non che: ‛chi ha il male se ’l piange ’? E gli altri, come se stato non fosse niente, con intero animo festeggiano, dilettandosi di piacere a’ novelli sposi e d’onorarli.

Questo giorno servirono alla mensa de’ novelli sposi nobili baroni e assai: nel quale Feramonte, duca di Montorio, ricordandosi d’aversi vantato al pavone di dovere Biancofiore, il giorno della festa delle sue nozze, della coppa servire, all’amiraglio di grazia cotal dono dimandò e fugli conceduto, per che quel giorno, e quanto la festa durò, graziosamente di tale uficio con riverenzia la servi. A quella mensa furono molti grandi e alti presenti da parte dell’amiraglio, di Dario e d’altri grandi uomini del paese portati, e da parte di Sadoc [p. 450 modifica]la gran coppa con quegli bisanti e con molti altri gioielli fu recata: di che Filocolo lui e gli altri ringraziò debitamente, e a tutti li donatori secondo la loro grandezza convenevolmente donò.

Giá il sole minacciava l’occaso, quando all’amiraglio e a Filocolo parve di tornare alla cittá, ma Parmenione che d’addestrare Biancofiore a casa del novello sposo s’era al pavone vantato, non essendogli uscito di mente, vestito con Alcibiade figliuolo dell’amiraglio, e con alcuni altri giovani nobili della cittá, di drappi rilucentissimi e gravi per molto oro, al freno di Biancofiore vennero, e quella infino al real palagio addestrandola accompagnarono, dove ella, con festa tale ch’ogni comparazione vi saria scarsa, fu ricevuta.

Menedon che la sua promessa non aveva similmente messa in oblio, dimandato all’amiraglio compagni, e da lui molti nobili giovani della cittá ricevuti, con vari i vestimenti di seta, sopra correnti cavalli, di simile vesta coperti, piú volte mentre la festa durò, quando con bagordi e quando con bandiere, e co’ cavalli, tutti risonanti di tintinnanti sonagli, armeggiando, onorevolmente la festa esaltò. Ascalione volonterosamente il suo voto avrebbe fornito, ma, non guarito ancora delle ferite ricevute alla passata battaglia, alle gran prove, di che vantato s’era, non avrebbe potuto resistere: però, comandandolo Biancofiore, se ne rimase. Massalino similmente, lontano a’ suoi regni, non poté li suoi voti allora adempiere, ma riserbogli a fornire nella loro tornata in Marmorina.

Contenti adunque Filocolo e Biancofiore della mutata fortuna, nella gran festa piú giorni lieti dimorarono, ringraziando con pietose lode gl’iddii che da gran pericolo a salutevole porto gli avevano recati e posto avevano alle loro fatiche fine, disiderando omai di tornare lieti al vecchio padre.