Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio. Tomo I/Capitolo I

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Capitolo I

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Errata Corrige Allegorie del capitolo primo della prima cantica della Commedia di Dante Alighieri
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COMENTO

DI M. GIOVANNI

BOCCACCI

SOPRA LA COMMEDIA

DI DANTE ALIGHIERI

ILLUSTRISSIMO POETA FIORENTINO



CAPITOLO I.

Della prima Cantica della Commedia

di Dante Alighieri.


Nel mezzo del cammin di nostra vita ec.


La nostra umanità, quantunque di molti privilegii dal nostro creatore nobilitata sia, nondimeno di sua natura è sì debole, che cosa alcuna, quantunque menoma sia, fare non può, nè bene nè compiutamente, senza la divina grazia. La qual cosa gli antichi valenti uomini e moderni considerando, a quella semplicemente, e domandare e con ogni divozione a nostro potere impetrare, almeno ne’ [p. 2 modifica]principii d’ogni nostra operazione, pietosamente e con paterna affezione ne confortano. Alla qual cosa dee ciascuno senza alcuna difficulta divenire, leggendo quello che ne scrive Platone, uomo di celestiale ingegno, nel fine del primo libro del suo Timeo, per sè dicendo: Nam cum hominibus mos sit, et quasi quaedam religio, qui vel de maximis rebus, vel de minimis aliquid acturi sunt, precari divinitatem ad auxilium; quanto nos aequjus est, qui universitatis naturae, substantiaeque rationem praestaturi sumus, invocare divinam opem, nisi plane quodam soevo furore, et implacabili raptemur amentia. E se Platone confessa, sè più che alcuno altro avere del divino aiuto bisogno, io che debbo di me presumere, conoscendo il mio intelletto tardo, lo ingegno piccolo, e la memoria labile? E spezialmente sottentrando a peso molto maggiore che a’ miei omeri si convegna, cioè a spiegare l’artificioso testo, la moltitudine delle storie, e la sublimità de’sensi, nascoso sotto il poetico velo della Commedia del nostro Dante: e massimamente ad uomini d’alto intendimento, e di mirabile perspicacità, come universalmente solete esser voi, signori Fiorentini; certo, oltre ogni considerazione umana, debbo credere abbisognarmi. Adunque, acciocchè quello che io debbo dire sia a onore e gloria del santissimo nome di Dio, e consolazione e utilità degli uditori, intendo avanti che io più oltre proceda, quanto più umilemente posso, ricorrere ad invocare il suo aiuto; molto più della sua benignità fidandomi, che d’alcuno mio merito. E imperciocchè di materia [p. 3 modifica]poetica parlare dovemo, poeticamente quello invocherò con Anchise troiano, dicendo que’ versi che nel 2. del suo Eneida scrive Virgilio:

Jupiter omnipotens, praecibus si flecteris ullis, Aspice nos: hoc tantum: et si pietate meremur, Da deinde auxilium, pater.

Invocata adunque la divina clemenza che alla presente fatica ne presti della sua grazia, avanti che alla lettera del testo si vegna, estimo siano da vedere tre cose, le quali generalmente si sogliono cercare ne’ principii di ciascuna cosa che appartegna a dottrina: la primiera è di mostrare quante e quali siano le cause di questo libro: la seconda, qual sia il titolo del libro: la terza, a qual parte di filosofia sia il presente libro supposto. Le cause di questo libro son quattro: la materiale, la formale, la efficiente, e la finale.• La materiale è nella presente opera doppia, cosi come è doppio il suggetto, il quale è colla materia una medesima cosa; perciocchè altro è quello del senso litterale, e altro quello del senso allegorico, li quali nel presente libro amenduni sono, siccome manifestamente apparirà nel processo. È adunque il suggetto, secondo il senso litterale, lo stato dell’anime dopo la morte de’ corpi semplicemente preso; perciocchè di quello, e intorno a quello, tutto il processo della presente opera intende. Il suggetto secondo il senso allegorico è, come l’uomo per lo libero arbitrio montando e dismontando, è alla giustizia di guidardonare e di punire obbligato. La causa formale è similmente doppia, perciocchè ella è la forma del [p. 4 modifica]trattato. La forma del trattato è divisa in tre, secondo la triplice divisione del libro. La prima divisione è quella secondo la quale tutta l’opera si divide, cioè in tre cantiche. La seconda divisione è quella secondo la quale ciascuna delle tre cantiche si divide in canti 1. La terza divisione è quella secondo la quale ciascuno canto si divide in ritmi 2. La forma, o vero il modo del trattare è poetico, fittivo, discrittivo, e digressivo e transitivo: e con questo difinitivo, divisivo, probativo, reprobaitvo, e positivo d’esempli. La causa efficiente è esso medesimo autore, Dante Alighieri, del quale più distesamente diremo appresso, dove del titolo del libro parleremo. La causa finale della presente opera è in muovere quegli che della presente vita vivono, dallo stato della miseria allo stato della felicità. La seconda cosa principale che è da vedere, è qual sia il titolo del presente libro, il quale secondo alcuni è questo: Incomincia la Commedia di Dante Alighieri Fiorentino. Alcun altro, seguendo più l’intenzione dell’autore, dice il titolo essere questo: Incominciano le cantiche della Commedia di Dante Alighieri Fiorentino; la quale, perciocchè, come detto è, è in tre parti divisa, dice il titolo di questa prima parte essere incominciata la prima cantica delle cantiche della Commedia di Dante Alighieri volendo per questo mostrare, dovere il titolo di tutta l’opera essere: Cominciano le cantiche della [p. 5 modifica]Commedia di Dante, ec, e come detto è. Ma perchè questo poco resulta, il lasceremo nell’arbitrio degli scrittori, e verremo a quello perchè all’autore dovè parere di doverlo così intitolare, dicendo la cagione del titolo secondo, perciocchè in quello si conterrà la cagione del primo, il quale quasi da tutti è usitato. E ad evidenza di questo, secondo il mio giudicio, è da sapere, siccome i musici ogni loro artificio formano sopra certe dimensioni di tempi lunghi e brevi, e acuti e gravi, e dalle varietà di quelle, con debita e misurata proporzione congiunta, e quello poi appellano cantico; così i poeti, non solamente quelli che in latino scrivono, ma eziandio coloro, che come il nostro autore fa, volgarmente dettano, componendo i loro versi, secondo la diversa qualità d’essi, di certo e determinato numero di piedi intra sè medesimo, dopo certa e limitata quantità di parole consonanti, siccome nel presente trattato veggiamo, che essendo tutti i ritmi d’egual numero di sillabe, sempre il terzo piè nella sua fine è consonante alla fine del primo, che in quella consonanza finisce: perchè pare, che a questi cotali usi, o opere composte per versi, quello nome si convegna che i musici alla loro invenzione danno, come davanti dicemmo, cioè canti: e per conseguente quella opera che di molti canti è composta doversi cantica appellare, cioè cosa in sè contenente più canti. Appresso si dimostra nel titolo, questo libro essere appellato Commedia; a notizia della qual cosa è da sapere, che le poetiche narrazioni sono di più e varie maniere, siccome è Tragedia, Satira e Commedia, [p. 6 modifica]Buccolica, Elegia, Lirica ed altre. Ma volendo di quella sola che al presente titolo appartiene vedere, vogliono alcuni mal convenirsi a questo libro questo titolo, argomentando primieramente dal significato del vocabolo, e appresso dal modo del trattare di commedia, il quale pare molto essere differente da quello che l’autore serva in questo libro. Dicono adunque primieramente mal convenirsi le cose cantate in questo libro col significato del vocabolo, perciocchè Commedia vuole tanto dire quanto Canto di villa, composto da Comos, che in latino viene a dire Villa, e Odos, che viene a dire Canto: e i canti villeschi, come noi sappiamo, sono di basse materie, siccome di loro quistioni intorno al cultivare della terra, o conservazioni di loro bestiame, o di lor bassi e rozzi innamoramenti e costumi rugali; a’ quali in alcuno atto non sono conformi le cose narrate in alcuna parte della presente opera, ma sono di persone eccellenti, di singolari e notabili operazioni degli uomini viziosi e virtuosi, degli effetti della penitenza, de’ costumi degli angeli, e della divina essenza. Oltre a questo, lo stilo comico è umile e rimesso, acciocchè alla materia sia conforme, quello che della presente opera dire non si può; perciocchè quantunque in volgare scritto sia, nel quale pare che comunichino le femminette, egli è nondimeno ornato, e leggiadro, e sublime, delle quali cose nulla sente il volgare delle femmine: non dico però, che se in versi latini fosse, non mutato il peso delle parole volgari, ch’egli non fosse molto più artificioso e più sublime, perciocchè molto pili arte è nel [p. 7 modifica]parlare latino che nel moderno. E appresso dell’arte spettante al commedo, mai nella commedia non in riconducere sè medesimo In alcun atto a parlare, ma sempre a varie persone, che in diversi luoghi e tempi, e per diverse cagioni deduce a parlare insieme, fa ragionare quello che crede che appartenga al tema impreso 3 dalla commedia. Dove in questo libro, lasciato l’artificio del commedo, l’autore spessìssime volte, e quasi sempre or di sè e ora d’altrui ragionando favella. E similmente nelle commedie non s’usano comparazioni, nè recitazioni d’altre storie che di quelle che al tema assunto appartengono; dove in questo libro si pongono comparazioni infinite, e assai storie si raccontano che dirittamente non fanno al principale intento. Sono ancora le cose che nelle commedie si raccontano, cose che peravventura mai non furono, quantunque non sieno sì strane dal costumi degli uomini che essere state non possano. La sustanziale storia del presente libro dello essere dannati i peccatori che ne’ loro peccati muoiono a perpetua pena, e quegli che nella grazia di Dio trapassano essere allevati alla eterna gloria, è secondo la cattolica fede vera, e stata sempre. Chiamano, oltre a tutto questo, i commedi le parti intra sè distinte delle loro commedie, storie; perciocchè recitando li commedi quelle nel luogo detto scena, nel mezzo del teatro, quante volte introduceano varie persone a ragionare, tante della scena uscivano i Mimi trasformati da quelli che prima avevano [p. 8 modifica]parlato e fatto alcun atto, e in forma di quelli che parlare doveano davanti dal popolo riguardante e ascoltante, il commedo che raccontava: dove il nostro autore chiama le parti della sua commedia. E cosi, acciocchè fine pognamo agli argomenti, pare, come di sopra è detto, non convenirsi a questo libro nome di commedia. Nè si può dire, non essere stato della mente dell’autore che questo libro non si chiamasse commedia, come talvolta ad alcuno di alcuna sua opera è avvenuto, conciossiacosachè esso medesimo nel xxi. canto di questa prima cantica il chiami commedia, dicendo:

Così di ponte in ponte altro parlando,
Che la mia Commedia cantar non cura, ec.

Che adunque diremo alle obiezioni fatte? Credo, conciossiacosachè oculatissimo uomo fosse l’autore, lui non avere avuto riguardo alle parti che nelle commedie si contengono, ma al titolo, e da quello avere il suo libro dinominato, figurativamente parlando. Il titolo della commedia è, per quello che per Plauto e per Terenzio, che furono poeti comici, si può comprendere, che la commedia abbia turbolento principio, e pieno di romori e di discordie, e poi l’ultima parte di quella finisca in pace e in tranquillità: al quale tutto è ottimamente conforme il libro presente; perciocchè egli incomincia da’ dolori e dalle tribulazioni infernali, e finisce nel riposo, e nella pace e nella gloria la quale hanno i beati in vita eterna. E questo dee poter bastare a fare che così fatto nome si possa di ragione convenire a questo libro.

Resta a vedere chi fosse l’autore di questo libro: [p. 9 modifica]la qual cosa non pure in questo libro, ma in ciascuno altro pare di necessità di doversi sapere; e questo acciocchè noi non prestiamo stoltamente fede a chi non la merita; conciossiacosachè noi leggiamo: Qui misere credit, creditur esse miser. E qual cosa è più misera che credere al patricida dell’umanità e pietà, all’invidioso della Scrittura4, o all’eretico della fede cattolica? Rade volte avviene che alcuno contro alla sua professione favelli; voglionsi adunque esaminare la vita, e’ costumi e gli studii degli uomini, acciocchè noi cognosciamo quanta fede sia da prestare alle loro parole. Fu adunque autore del presente libro, siccome il titolo ne testimonia, Dante Alighieri, per ischiatta nobile uomo della nostra città; e la sua vita non fu uniforme, ma da varie permutazioni infestata, spesse volte in nuove qualità di studii si permutò, della quale non si può convenevolmente parlare, che con essa non si ragioni de’ suoi studii e però egli nella sua puerizia nella patria si dette agli studii liberali, e in quegli maravigliosamente s’avanzò perciocchè oltre alla prima arte, fu, secondochè appresso si dirà, maraviglioso loico, e seppe retorica, siccome nelle sue opere appare assai bene: perciocchè nella presente opera appare lui essere stato astrolago, e quello essere non si può senza arismetrica e geometria, estimo lui similemente in queste arti essere stato ammaestrato. Ragionasi similemente lui nella sua giovanezza avere udita filosofia morale in Firenze, e quella [p. 10 modifica]maravigliosamente bene avere saputa: la qual cosa egli non volle che nascosa fosse nel xi. canto di questo trattato, dove si fa dire a Virgilio:

Non ti rimembra di quelle parole,
Con le quai la tua etica pertratta, ec.

quasi voglia per questo s’intenda, la filosofia morale in singularità essere stata a lui familiarissima e nota. Similemente in quella udì gli autori poetici, e studiò gl’istoriografi, e ancora vi prese altissimi principii nella filosofia naturale, siccome esso vuole che si senta per li ragionamenti suoi in questa opera avuti con ser Brunetto Latini, il quale in quella scienza fu reputato sommo uomo. Nè fu, quantunque a questi studii attendesse, senza grandissimi stimoli datigli da quella passione la qual noi generalmente chiamiamo amore: e similemente dalla sollecitudine presa degli onori pubblici, a’ quali ardentemente attese, infino al tempo che, per paura di peggio, andate le cose traverse a lui e a quelli che quella setta seguiano, convenne partire di Firenze: dopo la qual partita, avendo alquanti anni circuita Italia, credendosi trovar modo di ritornare nella patria, e di ciò avendo la speranza perduta, se n’andò a Parigi, e quivi ad udire filosofia naturale e teologia si diede; nelle quali in poco tempo s’avanzò tanto, che fatti e una e altra volta certi atti scolastici, siccome sermonare, leggere e disputare, meritò grandissime laude dai valenti uomini. Poi in Italia tornatosi, e in Ravenna riduttosi, avendo già il cinquantesimosesto anno della sua età compiuto, come cattolico cristiano fece fine alla sua [p. 11 modifica]vita e alle sue fatiche, dove onorevolmente fu appo la chiesa de’ frati minori seppellito, senza aver preso alcun titolo o onore di maestrato, siccome colui che intendea di prendere la laurea nella sua città, come esso medesimo testifica nel principio del Canto xxv. del Paradiso; ma ’1 suo desiderio prevenne la morte, come detto è. I suoi costumi furono gravi e pesanti assai, e quasi laudevoli tutti; ma perciocchè già delle predette cose scrissi in sua laude un trattatello, non curo al presente di più distenderle. Le quali cose se con sana mente riguardate saranno, mi pare esser certo che assai dicevole testimonio sarà reputato e degno di fede, in qualunque materia è stata nella sua commedia da lui recitata. Ma del suo nome resta alcuna cosa da recitare, e pria del suo significato, il quale assai per sè medesimo si dimostra; perciocchè ciascuna persona, la quale con liberale animo dona di quelle cose le quali egli ha di grazia ricevute da Dio, puote essere meritamente appellato Dante. Che costui ne desse volentieri, l’effetto nol nasconde. Esso, a tutti coloro che prendere ne vorranno, ha messo davanti questo suo singulare e caro tesoro, nel quale parimente onesto diletto e salutevole utilità si trova da ciascuno, che con caritatevole ingegno cercare ne vuole. E perciocchè questo gli pare eccellentissimo dono, sì per la ragion detta, e sì perchè con molta sua fatica, con lunghe vigilie e con istudio continuo l’acquistò, non parve a lui dovere esser contento che questo nome da’suoi5 [p. 12 modifica]parenti gli fosse imposto casualmente, come molti ciascun dì se ne pongono; per dimostrar quello essergli per disposizione celeste imposto, a due eccellentissime persone in questo libro si fa nominare, delle quali la prima è Beatrice, la quale apparendogli in sul trionfale carro del celestiale esercito in su la suprema altezza del monte di Purgatorio, intende essere la sacra Teologia, dalla quale si dee credere ogni divino misterio essere inteso, e con gli altri insieme questo, cioè che egli per divina disposizione chiamato sia Dante: a confermazione di ciò si fa a lei Dante appellare in quella parte del xxx. Canto del Purgatorio, nel quale essa parlandogli gli dice,

Dante perchè Virgilio se ne vada,

Quasi voglia s’intenda, se ella di questo nome non lo avesse conosciuto degno, o non l’arebbe nominato, o arebbelo per altro nome chiamato. Oltre a ciò soggiugnendo, per la ragione già detta in quello luogo, di necessità recitarsi il nome suo, e questo ancora, acciocchè paia lui a tal termine della teologia essere pervenuto, che, essendo Dante, possa senza Virgilio e senza la poesia, o vogliam dire senza la ragione delle terrene cose, valere alle divine. L’altra persona alla quale nominar si fa èò Adamo, nostra primo padre, al quale fu conceduto da Dio di nominare tutte le cose create, perchè si crede lui averle degnamente nominate. Volle Dante, essendo da lui nominato, mostrare che degnamente quello nome imposto gli fosse con la testimonianza di Adamo; la [p. 13 modifica]qual cosa fu nel canto xxvi. del Paradiso, là dove Adamo gli dice,

Dante, la voglia tua discerno meglio, ec.

E questo basti intorno al titolo avere scritto.

La terza cosa principale, la quale dissi essere da investigare, è a qual parte di filosofia sia sottoposto il presente libro, il quale, secondo il mio giudicio, è sottoposto alla parte morale, ovvero etica perciocchè quantunque in alcuno passo si tratti per modo speculativo, non è perciò per cagione di speculazione ciò posto, ma per cagione dell’opera, la quale quivi ha quel modo richiesto di trattare.

Espedite le tre cose sopraddette, è da vedere della rubrica particulare che segue, cioè: Incomincia il primo Canto dell’Inferno. Ma avanti che io più oltre proceda, considerando la varietà e la moltitudine delle materie che nella presente lettura sopravverranno, e il mio poco ingegno e la debolezza della mia memoria, intendo, che se alcuna cosa meno avvedutamente o per ignoranza mi venisse detta, la qual fosse meno che conforme alla cattolica verità, che per non detta sia, e da ora la rivoco, e alla emendazione della santa chiesa me ne sommetto. Dice adunque la nostra rubrica: Incomincia il primo canto dell’Inferno: intorno alla quale è da vedere s’egli è inferno, e se n’è più ch’uno, e in qual parte del mondo sia, d’onde si vada in esso, qual sia la forma di quello, a che serva, e se per altro nome si chiama che inferno. E primieramente dico, ch’egli è inferno, il che per molte autorità della Scrittura si prova: e primieramente per Isaia, il quale [p. 14 modifica]dice: Dilatavit infernus animam suam, et aperuit os suum absque ullo termine. E Virgilio nel sesto dell’Eneida dice: Inferni janua regis. E Job: In profundissimum infernum descendet anima mea. Per le quali autorità appare essere inferno. Appresso si domanda se egli n’era più che uno. Appare per lo senso della Scrittura sacra che ne sieno tre, de’ quali i santi chiamano l’uno superiore, e il secondo mezzano, e il terzo inferiore; vogliendo che il superiore sia nella vita presente, piena di pene, di angosce e di peccati: e di questo parlando dice il Salmista: Circumdederunt me dolores mortis, et pericula inferni invenerunt me. E in altra parte dice: Descendant in infernum viventes: quasi voglia dire nelle miserie della presente vita. E di questo inferno sentono i poeti co’ santi, fingendo questo inferno essere nel cuore de’ mortali, in ciò dilatando l’affezione. Dicono a quello inferno essere un portinaio, e questo dicono essere Cerbero infernal cane, il quale è interpetrato divoratore; sentendo per lui la insaziabilità de’ nostri desiderii, li quali saziare nè empiere non si possono. E l’uficio di questo cane non è di vietare l’entrata ad alcuno, ma di guardare che alcuno dello inferno non esca, volendo per questo, là dove entra la cupidità delle ricchezze, degli stati, de’ diletti e delle altre cose terrene, ella non esce mai, e con difficultà se ne trae, siccome e’ si mostra fingendo questo cane essere stato tratto da Ercole dello inferno, cioè questa insaziabilità de’ desiderii terreni essere dal virtuoso uomo tratta e tirata fuori del cuore di quel cotale virtuoso. Appresso dicono in [p. 15 modifica]questo inferno essere Carone nocchiere, e il fiume di Acheronte: e per Acheronte sentono la labile e flussa condizione delle cose desiderate alla miseria di questo mondo, e per Carone intendono il tempo, il quale per varii spazii le nostre volontà e le nostre speranze d’un termine trasporta in un altro, e voglion dire, che secondo varii tempi e varie cose che muovono gli appetiti, essere al cuore trasportate. Dicono oltre a ciò sedere in questo inferno Minos, Eaco, e Radamanto giudici e sentenziatori delle colpe delle anime che in quello inferno vanno e a costoro questo uficio attribuiscono, perciocchè grandissimi legisti furono e giusti uomini, per loro intendendo la coscienza di ciascuno, la quale sedendo nella nostra mente, che prima ci ha veduta giudicatrice delle nostre operazioni, e di quelle col morso suo ci affligge e tormenta: e appresso a quali pene ella condanni i peccatori in alquanti tormentati disegnano. Dicono quivi essere Tantalo re di Frigia, il quale perciocchè pose il figliuolo per cibo davanti agl’iddii, in un fiume, e tra grande abbondanza di pomi, di fame e di sete morire; sentendo per costui la qualità dell’avaro, il quale, per non dimenuire, l’acquistato non ardisce toccare, e così in cose assai patisce disagio, potendosene agiare: e senza fallo sono quello che Tantalo è interpetrato secondo Fulgenzio, cioè, valente visione, perciocchè gli avari alcuna cosa non vogliono de’ loro tesori se non vedergli. Fingono ancora in quello essere Isione, il quale, perciocchè essendo, secondo che alcuni vogliono, segretario di Giove e di Giunone, richiese Giunone di [p. 16 modifica]voler giacere con lei, la quale in forma di sè gli pose innanzi una nuvola, con la quale giacendo, d’essa ingenerò i Centauri e Giove il dannò a questa pena in inferno, che egli fosse legato con serpenti a’ raggi di una ruota, la quale mai non ristasse di volgersi; volendo per questo Isione s’intendano coloro, gli quali sono desiderosi di signoria, e per forza alcuna tirannia occupano, la quale ha sembianza di regno, che per Giunone s’intende: e di questa tirannia sopravvegnendo i sospetti, nascono i Centauri, cioè gli uomini dell’arme, co’ quali i tiranni tengono le signorie contro a’ piaceri de’ popoli: ed hanno i tiranni questa pena, che sono sempre in revoluzioni, e se non sono, par loro essere con occulte sollicitudini; le quali afflizioni, per la ruota volubile e per le serpi s’intendono.

Oltre a questi, vi descrivono Tizio: perciocchè disonestamente richiese Latona, dicono lui da Apollo essere stato allo inferno dannato a dovergli sempre essere il fegato beccato da avvoltoi, e quello, come consumato, rinascere intero; per costui sentendo quegli, che d’alto e splendido luogo sono gittati in basso stato, li quali sempre sono infestati da mordacissimi pensieri, intenti come tornar possano là onde caduti sono; nè prima dall’una sollecitudine sono lasciati, che essi sono rientrati nell’altra, e così senza requie s’affliggono. Pongonvi ancora le figliuole di Danao, e dicono, per l’avere esse uccisi i mariti, essere dannate a dovere empiere d’acqua certi vasi senza fondo, per la qual cosa sempre attignendo si faticano invano: per questo dimostrare la stoltizia [p. 17 modifica]delle femmine, le quali avendosi la ragione sottomessa, la quale dee essere loro capo e loro guida, come è il marito, intendono con loro artificii far quello che giudicano non aver fatto la natura, cioè lisciandosi e dipignendosi, farsi belle; di che segue le più volte il contrario, e perciò è la loro fatica perduta. O vogliam dire sentirsi per queste la infermità e sciocchezza di molti, i quali mentre stimano con continuato coito soddisfare all’altrui libidine, sè votano, ed altrui non empiono. Ma acciocchè io non vada per tutte le pene in quello discritte, che sarebbono molte, dico che questo del superiore inferno sentono i poeti gentili. Il secondo inferno, dissi, chiamavano mezzano, sentendo quello essere vicino alla superficie della terra, il quale noi volgarmente chiamiamo limbo, e la santa Scrittura talvolta il chiama il seno d’Abraam; e quello vogliono essere separato da’ luoghi penali, volendo in esso essere stati i giusti antichi aspettanti la venuta di Cristo. E di questo mostra il nostro autore sentire, dove pone quegli o che non peccarono, o che, bene aoperando, morirono senza battesimo. Ma questo è differente da quello de’ santi, inquanto quegli che v’erano desideravano e speravano, e venne la loro salute, e quegli che l’autore pone desiderano, ma non isperano.

Estimarono ancora essere un inferno inferiore, e quello essere un luogo di pene eterne, date a’ dannati. E di questo dice il Vangelo: mortuus est dives, et sepultus est in inferno. Ed il Salmista: In inferno autem quis confìtebitur tibi? E che questo sia, si [p. 18 modifica]legge nel Vangelio, in quella parte ove il ricco seppellito in inferno, vedendo sopra sè Lazzero nel grembo di Abraam, il prega che intinga il dito minimo nell’acqua, e gillandogliele in bocca il refrigeri alquanto. E di questo inferno tratta similemente il nostro autore dal sesto canto in giù. Domandavasi oltre a questo dove sia l’entrata ad andare in questo inferno; conciossiecosachè 1’autore quella, nel principio del terzo canto scrivendo dove ella sia, in alcuna parte non mostra; della qual cosa appo gli antichi non è una medesima opinione. Omero, il quale pare essere de’ più antichi poeti che di ciò menzione faccia, scrive nel lib. xi. della sua Odissea, Ulisse per mare essere stato mandato da Circe in oceano per dovere in inferno discendere a sapere da Tiresia Tebano i suoi futuri accidenti; e quivi dice lui essere pervenuto appo certi popoli, li quali chiama Scizii, dove alcuna luce di sole mai non appare, e quivi avere lo inferno trovato. Virgilio il quale in molte cose il seguita, in questo discorda da lui, scrivendo nel sesto della sua Enelda l’entrata dello inferno essere appo il lago d’Averno tra la città di Pozzuolo e Baia dicendo:

Spelunca alta fiat, vastoque immanis hiatu,
Scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris:
Quam super haud ullae poterant impune volantes
Tendere iter pennis: talis sese halitus atris
Faucibus effundens supera ad convexa ferebat:
Unde locum Graii dixerunt nomine Aornon, etc.

E per questa spelunca scrive essere sceso Enea appresso la Sibilla in inferno. Stazio nel primo del suo [p. 19 modifica]Thebaidos dice, questo luogo essere in una isola non guari lontana da quella stremità d’Acaia, la quale è più propinqua all’isola di Creti Tenaron: e di quindi dice essere, a’ tempi di Edipo re di Tebe, d’inferno venuta nel mondo Tesifone, pregata da lui a mettere discordia tra Eteocle e Polinice suoi figliuoli, cosi scrivendo:

— — — — — illa per umbras,
Et caligantes animarum examine campos
Taenariae limen petit irremeabile portae, etc.

E con costui mostra d’accordarsi Seneca tragedo, in tragedia Herculis Furentis, dove dice, Cerbero infernal cane essere stato tratto d’inferno da Ercole e da Teseo per la spelunca di Tenaro, dicendo cosi:

Postquam est ad oras Taenari ventum, et nitor
Percussit oculos lucis, etc.

Pomponio Mela nel primo libro della sua Cosmografia dice, questo luogo essere appo i popoli li quali abitano vicini all’entrata del mar maggiore, scrivendo in questa forma; In eo primum Mariandyni urbem habitant, ab Argivo, ut ferunt, Hercule datam. Heraclea vocitatar. Id famae fideni adjecit: juxta specus est Acherusia, ad manes, ut ajunt, pervius; atque inde extrasicum Cerberum existimant', etc. Altri dicono di Mongibello, e di Vulcano e di simili, quello affermando con favole non assai convenienti alle femminelle. La forma di questo inferno, parlando di lui come di cosa materiale, discrive l’autore essere a guisa di un corno, il quale diritto fosse, e di questo fermarsi la punta in sul centro [p. 20 modifica]della terra, e la bocca di sopra venire vicina alla superfìcie della terra: in quello aggirandosi l’uomo intorno al voto del corno, a guisa che l’uomo fa in queste scale rivolte, che vulgarmente si chiamano chiocciole, discendersi; benchè in alcuna parte appaia questo luogo, se non quanto allo spazio della via onde si scende, essere in parte cavernoso, e in parte solido: cavernoso, in quanto vi distingue luoghi li quali appella cerchii, e ne’ quali i miseri sono puniti: e alcuna volta vi discrive scogli, e alcuni laghi, e fiumi, li quali non potrebbono per lo vacuo, per quello ordine che egli discrive, discendere. Serve lo inferno alla divina giustizia, ricevendo l’anime de’ peccatori, le quali l’ira di Dio hanno meritata, e in sè gli tormenta e affligge, secondo che hanno, più o meno peccato, essendo loro eterna prigione.

Ultimamente si domandava se altri nomi avea che inferno, il quale averne più appo i poeti manifestamente appare. Virgilio, siccome nel sesto dell’Eneida si legge, il chiama Averno, dove dice:

TrosAnchisiada, facilis descensus Averno.

E nominasi questo misero luogo Averno, ab a, quod est sine, et Vernus, quod est laetitia: cioè luogo senza letizia. E in altra parte nel preallegato libro il chiama Tartaro: quivi:

— — — — — tum Tartarus ipse,
Bis patet in praeceps, etc.

E questo nome è dello da tortura, cioè da tormentamento, il quale i miseri in questo ricevono; ed è secondo Virgilio questo la più profonda parte [p. 21 modifica]dello inferno. Chiamalo ancora Dite nel preallegato libro, dove dice:

Perque domos Ditis vacuas, et inania regna.

Ed è così chiamato dal suo re, il quale da’ poeti è chiamato Dite, cioè ricco e abbondante; perciocchè in questo luogo grandissima moltitudine d’anime discendono sempre. Nominalo similmente Orco nel libro spesse volte allegato, dove scrive:

Vestibulum ante ipsum, primisque in faucibus Orci.

Ed è chiamato Orco, cioè oscuro, perciocchè è oscurissimo, come nel processo apparirà. Oltre a questo l’appella Erebo nel già detto libro, dicendo:

Venimus, et magnos Erebi tranavimus amnes.

E perciò è chiamato Erebo, secondo che dice Uguccione, perchè egli s’accosta molto co’ suoi supplicii; secondo che Uguccione dice a coloro, li quali miseramente riceve e in sè tiene.

Ed è ancora chiamato questo luogo Baratro, come appresso dice l’autore nel canto xii. di questa parte, dove dice:

Cotal di quel baratro era la scesa.

E chiamasi Baratro dalla forma di un vaso di giunchi, il quale è tondo, nella parte superiore ampio, e nella inferiore aguto. Chiamalo ancora Abisso, siccome nell’Apocalisse si legge ove dice: Bestia, quae ascendet de abisso, faciet adversus illos bellum: e in altra parte: Data est illi clavis putei abissi, et aperuit puteum abissi. Il qual nome significa profondità. Hanne ancora il detto luogo alcuni altri, ma basti al presente aver narrati questi. Vedute le predette cose, avanti che all’ordine della lettura si [p. 22 modifica]vegna, pure dovere rimuovere un dubbio, il quale spesse volte già è stato, e massimamente da litterati uomini mosso, il quale è questo. Dicono adunque questi cotali, secondochè ciascuno ragiona, Dante fu litteratissimo uomo; e se egli fu litterato, come si dispose egli a comporre tanta opera, e così laudevole, come questa è, in volgare? a’ quali mi pare si possa così rispondere.

Certa cosa è che Dante fu eruditissimo uomo, e massimamente in poesia, e desideroso di fama, come generalmente siamo tutti. Cominciò il presente libro in versi latini, così:

Ultima regna canam fluido contermina mundo,
Spiritibus, quae lata patent quae praemia solvunt
Pro meritis utcumque suis, etc.

E già era alquanto proceduto avanti, quando gli parve da mutare stilo: e il consiglio che il mosse fu, manifestamente conoscere i liberali studii e’ filosofici essere del tutto abbandonati da’ principi, e da’ signori, e dagli altri eccellenti uomini, i quali solieno onorare e rendere famosi i poeti e le loro opere: e però veggendo quasi abbandonato Virgilio e gli altri, o essere nelle mani d’uomini plebei e di bassa condizione, estimò così al suo lavorio dovere addivenire, e per conseguente conseguirgli quello perchè alla fatica si sottomettea. Di che gli parve dovere, il suo poema fare conforme, almeno nella corteccia di fuori, agl’ ingegni de’ presenti signori; de’ quali se alcuno n’è che alcuno libro voglia vedere, e esso sia in latino, tontosto il fanno trasformare in volgare: d’onde prese argomento, che se vulgare fosse il suo [p. 23 modifica]poema egli piacerebbe, dove in latino sarebbe schifato. E perciò, lasciati i versi latini, in ritmi6 vulgare scrisse, come veggiamo. Questo soluto, ne resta venire, ec. Resta a venire all’ordine della lettura, e primieramente alle divisioni. Dividesi adunque il presente vilume in tre parti principali, le quali sono li tre libri ne’ quali l’autore medesimo l’ha diviso: de’ quali il primo, il quale per leggere siamo al presente, si divide in due parti, in proemio, e trattato. La seconda comincia nel secondo canto. La prima parte si divide in due; nella prima descrive l’autore la sua ruina, nella seconda dimostra il soccorso venutogli per sua salute. La seconda comincia quivi:

Mentre ch’io ruinava in basso loco.

Nella prima fa l’autore tre cose: primieramente discrive il luogo dove si ritrovò, appresso mostra donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo. Ultimamente pone qual cosa fosse quella che lo impedisse a dovere di quello luogo uscire. La seconda quivi: Io non so ben ridir. La terza quivi: Ed ecco quasi. Dice adunque così:

Nel mezzo del cammin di nostra vita:

ove ad evidenza di questo principio è da sapere la vita de’ mortali, e massimamente di quelli li quali a quel termine divengono, il quale pare che per convenevole ne sia posto settanta anni; quantunque alquanti o pochi più ne vivano, e infinita moltitudine [p. 24 modifica]meno, siccome per lo Salmista si comprende nel Salmo 89. dove dice: anni nostri sicut aranea meditabuntur; dies annorum nostrorum in ipsis septunginta anni; si autem in potentatibus octoginta anni. et amplius eorum labor, et dolor. E perciò colui il quale perviene a trentacinque anni, si può dire essere nel mezzo della nostra vita. Ed è figurata nella forma d’un arco, dalla prima stremità della quale infino al mezzo si salga, e dal mezzo infino all’altra estremità si discenda: e questo è stimato, perciocchè infino all’età di trentacinque anni, o in quel torno, pare sempre le forze degli uomini aumentarsi, e quel termine passato diminuirsi: e a questo termine d’anni pare che l’autore pervenuto fosse, quando prima s’accorse del suo errore. E che egli fosse così, assai ben si verifica per quello che già mi ragionasse un valente uomo, chiamato ser Piero di messer Giardino da Ravenna, il quale fu uno de’ più intimi amici e servidori che Dante avesse in Ravenna; affermandomi avere avuto da Dante, giacendo egli nella infermità della quale e’ morì, lui avere di tanto trapassato il cinquantesimosesto anno, quanto dal preterito maggio aveva infino a quel dì. E assai ne costa Dante essere morto negli anni di Cristo 1321. dì 14. di settembre; perchè sottraendo 21. di 56. restano 35. e cotanti anni aveva nel 1300. quando mostra avere la detta opera incominciata: perchè appare ottimamente la sua età essere descritta dicendo: Nel mezzo del cammin, cioè dello spazio di nostra vita, cioè di noi mortali, mi [p. 25 modifica]ritrovai errando, per una selva oscura; a differenza d’alcune selve, che sono dilettevoli e luminosa, come è la Pineta di Chiassi,

Che la diritta via era smarrita:

vuole mostrare qui che di suo proponimento non era entrato in questa selva, ma per ismarrimento. E quanto a dir, cioè a discrivere, qual’era, questa selva, è cosa dura, quasi voglia dire impossibile:

Esta selva selvaggia, ed aspra, e forte:

pon qui tre condizioni di questa selva: dice prima che ell’era selvaggia, quasi voglia dinotare non avere in questa alcuna umana abitazione, e per conseguente essere orribile: dice appresso ch’ella era aspra, a dimostrare la qualità degli alberi e de’ virgulti di quelli, li quali dovieno essere antichi, con rami lunghi e ravvolti, contessuti e intrecciati intra sè stessi; e similemente piena di pruni, di tribuli e di stecchi, senza alcuno ordine cresciuti, e in qua e in là distesi: per le quali cose era aspra cosa e malagevole ad andare per quella. E in quanto dice forte, dichiara lo impedimento già premostrato, vogliendo per l’asprezza di quella essa esser forte, cioè difficile a potere per essa andare e fuori uscirne: e questo dice esser tanto, che nel pensier, cioè nella rammenzione d’esservi stato dentro, rinnuova la paura. Umano costume è, tante volte da capo rimpaurire, quante l’uomo si ricorda de’ pericoli ne’quali luomo è stato. Tanto è amara, non al gusto ma alla sensualità umana, che poco e piii morte -, ed è la morte, secondo il Filosofo, l’ultima delle cose terribili, intantochè ciascuno animale naturalmente, ad ogni [p. 26 modifica]estremo pericolo si mette per fuggirla: adunque se la morte è poco più amara che quella selva, assai chiaro appare lei dovere essere molto amara, cioè ispaventevole ed intricata: le quali cose prestano amaritudine gravissima di mente:

Ma per trattar del ben di io vi trovai.

maravigliosa cosa pare quella che l’autore dice qui, e che egli alcuno bene trovasse in una selva tanto orribile, quanto egli ha mostrato essere questa; e perciocchè egli nella lettera non esprime qual bene in quella trovasse, assai si può vedere questo bene trovato da lui convenirsi trattare di sotto alla corteccia litterale; e perciò dove di questa parte apriremo l’allegoria, chiariremo quello che qui vogliamo intendere: dirò dell’altre cose, cioè che non sono bene, ch’io v’ho scorte, cioè vedute: e questo altresì si conoscerà nell’allegoria. I’ non so ben ridir: in questa parte mostra l’autore, donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo; e primieramente risponde a una tacita quistione.

Potrebbe alcuno domandare: se questa selva era cosi paurosa e amara cosa, come v’entrastu entro? A che egli risponde, sè non saperlo; e assegna la ragione, dicendo:

Sì era pien di sonno in su quel punto,
Che la verace via,

la quale mi menava là dove io dovea e volea andare, abbandonai. Ma po’ ch’i’ fui, errando e cercando, come di quella uscir potessi, appiè d’un colle giunto, cioè pervenuto, Là dove terminava, finiva, quella valle, nella quale era questa selva oscura, [p. 27 modifica]

Che m’avea di paura il cuor compunto,

cioè afflitto,

Guarda’ in alto, e vidi le sue spalle,

cioè la sommità quasi, siccome le spalle nostre sono quasi la più alta parte della persona nostra,

Coperte già de’ raggi pianeta,

cioè del sole, il quale è l’uno de’ sette pianeti; e perciò dice del sole, perciocchè esso solo è di sua natura luminoso, e ogni altro corpo che luce, o pianeto o stella o qualunque altro, ha da questo la luce, siccome da fonte di quella; siccome per esperienza si vede negli eclissi lunari: e questa luce ha solo non per la sua potenza, ma per singular dono del suo creatore, e hanne in tanta abbondanza, che ad ogni parte dintorno a sè manda infinita moltitudine di raggi, per li quali ovunque pervenire possono s’infonde copiosamente la luce sua: e questi raggi, sagliendo il sole dallo inferiore emisperio al superiore, le prime parti che toccano del corpo della terra, alla quale sagliendo il sole pervengono, sono le sommità de’ monti. Per la qual cosa appare qui che il giorno cominciava ad apparire, quando l’autore cominciò ad avvedersi dove era, ed a volere di quel luogo uscire: e di potere ciò fare gli venne speranza, rammemorandosi che la luce di questo pianeto,

Che mena dritto altrui per ogni calle,

cioè per ogni via; in quanto essendo il sole sopra la terra, vede l’uomo dove si va, e ancora con miglior giudicio si dirizza là dove andar vuole, mediante la luce di costui. E per questa speranza presa dice: [p. 28 modifica]

Allor fu la paura un poco queta,

cioè meno infesta, che nel lago del cuor. È nel cuore una parte concava, sempre abbondante di sangue, nel quale, secondo 1’opinione d’alcuni, abitano li spiriti vitali, e di quella, siccome di fonte perpetuo, si ministra alle vene quel sangue e il calore il quale per tutto il corpo si spande: ed è quella parte ricettacolo di ogni nostra passione; e perciò dice che in quello gli era perseverata la passione della paura avuta; e perciò dice, m’era durata

La notte, ch’io passai con tanta pieta,

cioè con tanta afflizione, sì per la diritta via la quale smarrita avea, e sì per lo non vedere, per le tenebre della notte, donde nè come egli si potesse alla diritta via ritornare. E qual’è quei, che con lena, cioè virtù, affannata, affaticato come colui il quale rompe in mare, che dopo molto notare faticato e vinto viene alla riva, e volgesi all’acqua perigliosa, della quale è uscito, e guata, e in quel guatare cognosce molto meglio il pericolo del quale è scampato, che esso non cognosceva mentrechè in esso era: perciocchè allora, spronandolo la paura del perire, a null’altra cosa aveva l’animo che solo allo scampare, ma scampato, con più riposato giudicio vede quante cose potieno la sua salute impedire; e quasi in esso fosse, molto più teme che non facea quando v’era. E però seguita adattando sè alla comparazione,

Così l’animo mio, ch’ ancor fuggiva,

cioè che ancora scampato esser non gli parea, ma come se nel pericolo fosse ancora, di fuggire si [p. 29 modifica]sforzava. E così parendogli, si volse indietro, come fa colui che notando è pervenuto alla riva, a rimirar lo posso, pericoloso della oscura selva, che non lasciò giammai, uscire di sè, persona viva. Questa parola non si vuole strettamente intendere essere viva, perciocchè qui usa l’autore una figura che si chiama iperbole, per la quale non solamente alcuna volta si dice il vero, ma si trapassa oltre al vero: come fa Virgilio, che per manifestare la leggerezza della Cammilla, dice che ella sarebbe corsa sopra l’onde del mare turbato, e non s’arebbe immollate le piante de’ piedi, E perciò si vuole intendere qui sanamente l’autore, cioè che di quello pericoloso passo pochi ne sieno usciti vivi; perciocchè se alcuno non avesse vivo lasciato giammai, l’autore, che dice sè esserne uscito, come sarebbe vivo?

E poi che’ ebbi posato il corpo lasso,

per la fatica sostenuta,

Ripresi via per la piaggia diserta;

e così mostra avere abbandonata la valle per dover salire al monte, cioè in si fatta maniera andando,

Che ’l piè fermo sempre era il più basso.

Mostra l’usato costume di coloro che salgono, che sempre si ferman più in su quel piè che più bassa rimane.

Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta.

In questa terza parte dimostra l’autore, qual cosa fosse quella che lo impedisse a dovere di quel luogo uscire, e dice ciò essere stato tre bestie, per la fierezza delle quali, non che salir più avanti, ma egli fu per tornare indietro nel pericolo dal quale [p. 30 modifica]era cominciato ad uscire. Dice adunque: Ed ecco quasi al cominciar dell’erta, cioè della costa, su per la quale salir dovea, per partirsi della pericolosa valle:

Una lonza leggiera, e presta molto,
Che di pel maculato era coperta:

poi descritta la forma della bestia dice:

E non mi si partia dinanzi al volto.

Appresso dice che questo stargli sempre davanti, che essa impediva tanto il mio cammino, per lo quale al monte salir volea, Ch’i’ fui per ritornar, nella valle, più volte volto, Temp’ era dal principio. Descrive qui l’autore l’ora che era del dì, quando egli era da questa bestia impedito, e la qualità della stagione dell’ anno: e quanto all’ora del dì dice ch’ era principio del mattino, il che assai appare per li raggi del sole, li quali ancora non si vedeano se non nella sommità del monte. E ’l sol montava ’n su, cioè sopra l’orizzonte orientale di quella regione vegnendo dallo emisperio inferiore al superiore, con quelle stelle, in compagnia,

Ch’eran con lui, quando l’amor divino,

cioè lo Spirito santo, mosse da prima, cioè nel principio del mondo, quelle cose belle, cioè il cielo e le stelle. Dimostra qui l’autore per una bella e leggiadra discrizione la qualità della stagione dell’anno. Ad evidenza della quale è da sapere, che gli antichi filosofi caldei, e appresso loro gli egizii, furono i primi che per considerazione conobbero il movimento dell’ottava sfera e de’ pianeti, e similmente quello che per gli movimenti de’ corpi superiori [p. 31 modifica]negl’inferiori ne seguiva; e per lunghe esperienze avvedendosi, che essendo il sole in diverse parti del cielo, evidentemente quaggiù si premutavano le qualità dell’anno: e queste qualità essere quattro, cioè quelle che noi Primavera, State, Autunno e Verno chiamiamo. Intesa già qual fosse nel cielo la via del sole, quella secondo il numero di queste divisero in quattro parti eguali. E poi, perchè sentirono ciascuna di queste parti avere i principii differenti dalle fini, e ’1 mezzo sentire della natura del principio e della fine, ciascuna di queste quattro parti divisero in tre parti eguali e così fu da loro la via del sole divisa in dodici parti eguali, e quelle chiamarono segni. E acciocchè l’uno si cognoscesse dall’altro, immaginarono di figura in ciascuna parte alcuno animale ornato da certa quantità di stelle: e ingegnandosi di figurare in quelle animali, la natura de’ quali fosse conforme agli effetti di quella parte nella quale con la immaginazione il figuravano; e perciocchè la prima qualità dell’anno estimarono essere la primavera, quella vollero fosse il principio dell’anno; e così quella parte del cielo, nella quale essendo il sole quando questa primavera venia, vollero che fosse la prima parte della via del sole, e quivi figurarono un segno, il quale noi chiamiamo Ariete; nel principio del quale affermano alcuni, nostro signore aver creato e posto il corpo del sole; e perciò volendo l’autore dimostrare per questa descrizione il principio della primavera, dice che il sole saliva su dallo emisperio inferiore al superiore, con quelle stelle le quali erano con lui, quando il divino amore lui e l’altre [p. 32 modifica]cose belle creò, e diede loro il movimento, il quale sempre poi continovato hanno; volendo per questo darne ad intendere, quando da prima pose la mano alla presente opera, essere circa al principio della primavera, e così fu siccome appresso apparirà; egli nella presente fantasia entrò a dì 25. di Marzo. Sì che a bene sperar: questa lettera si vuole così ordinare: L’ora del tempo e la dolce stagione, m’era cagione a sperar bene di quella fiera alla gaietta pelle: o vero se la lettera dice di quella fiera la gaietta pelle, si vuole ordinare così; m’ era cagione a sperar bene la gaietta pelle di quella fiera. Ciascuna di queste due lettere si può sostenere, perciocchè sentenza quasi non se ne muta. Reassumendo adunque la lettera come giace il testo, dice:

Sì che a bene sperar m’ era cagione

Di quella fiera, cioè di quella lonza, alla gaietta pelle, cioè leggiadretta, perciocchè pulita molto è la pelle della lonza: o vero, secondo 1’altra lettera, m’ era cagione di bene sperare, di dovere ottenere la pelle di quella fiera, la quale esso intendea di prendere, se potuto avesse, con una corda la quale cinta avea, secondochè esso medesimo dice in questo medesimo libro nel canto xvi. dove scrive:

Io aveva una corda intorno cinta,
E con essa pensai, alcuna volta,
Prender la lonza alla pelle dipinta.

L’ora del tempo, cioè il principio del dì, al a dolce stagione, cioè la primavera. Ma puossi qui domandare, che speranza poteva qui porgere di vittoria sopra la lonza, l’ora del mattino e la stagione della [p. 33 modifica]Primavera; conciossiecosachè ia questi due tempi si soglia più di ferocità essere negli animali; perciocchè l’ora del mattino gli suole generalmente tutti rendere affamati, e7 per conseguente feroci; e la stagione del tempo gli soglia rendere innamorati più che alcuna altra stagione di tempo: e gli animali sogliono per queste due cose, per lo cibo e per venere, essere ferocissimi; e massimamente la lonza, la quale è di sua natura lussuriosissimo animale; e così pare che di quello di che si conforta si dovesse piuttosto sconfortare. Puossi nondimeno così rispondere, che conceduto quello che detto è essere negli animali bruti, è credibile negli uomini similemente in questo tempo crescere il vigore, in quanto essi, che razionali sono, veggendo partire le tenebre della notte, le quali sogliono essere e sono piene di paura, e nel tempo lucido veggono come possano l’arti del loro ingegno usare a vincere, e in che guisa possano i pericoli e l’esser vinti fuggire. E il tempo della primavera, secondo i fisici, è conforme alla compressione sanguinea, e però in quella il sangue è più chiaro, più caldo e più ardire amministra al cuore e forze al corpo; e quinci per avventura si puote nell’autore accendere ottima speranza di vittoria. Ma non sì gli diede speranza 1’ora del tempo ec. Che paura non mi desse

La vista,

cioè la veduta, che m’apparve, appresso la lonza, d’un leone. [p. 34 modifica]

Questi parea che contro a me venesse;

e così appare questo leone essere il secondo ostacolo, il quale il suo cammino8 per salire al monte impedì. Colla test’ alta, nel qual atto si mostrava audace, e con rabbiosa fame, questo il faceva meritamente da temere, come di sopra è detto,

Sì che parea che l’ aer ne temesse,

in quanto l’aere impulso dall’impeto del venire del leone indietro si traeva, il quale è atto di chi fugge: con questo mostrava impropriamente parlando di aver paura di lui. Ed una lupa; questo è il terzo ostacolo il quale il suo salire impediva, che di tutte brame

Pareva carca nella sua magrezza.

brama è propriamente il bestiale appetito di manicare, perocchè oltremodo pieno di voler si mostra; le quali essere in questa lupa testimonia la magrezza sua, della quale noi prosumiamo quello animale in cui la veggiamo essere male stato pasciuto, e per conseguente magro, e indi bramoso.

Che molte genti fe’ già viver grame,

cioè dolorose, Questa, lupa, mi porse tanta di gramezza, cioè di noia,

Colla paura ch’uscia di sua vista,

cioè era sì orribile nello aspetto, che ella porgea paura altrui,

Ch’io perdei la speranza dell’altezza,

cioè di potere pervenire alla sommità del monte, sopra le cui spalle avea veduti i raggi del sole.

E quale è que’ che volentieri acquista,

[p. 35 modifica]per questa comparazione ne dimostra l’autore qual divenisse per lo impedimento portogli da questa bestia, dicendo: E quale è que’, o mercatante o altro, che volentieri acquista, cioè guadagna,

E giugne ’l tempo che perder lo face,

qual che sia la cagione, che ’n tutti i suo’ pensier, ne’ quali si solea guadagnando rallegrare, perdendo piange, e s’attrista;

Tal mi fece la bestia, senza pace,

cioè questa lupa, la quale dice essere animale senza pace, perciocchè la notte e ’l dì sempre sta attenta e sollecita a potere prendere e divorare: che venendomi incontro, come soglion fare le bestie che vogliono altrui assalire, a poco a poco, tirandomi indietro,

Mi ripigneva là dove ’l sol tace,

cioè nella oscura selva, della quale io era uscito ed è questo, cioè dove ’l sol tace, improprio parlare, e non 1’usa l’autore pur qui, ma ancora in altre parti in questa opera, siccome nel canto v. quando dice:

I’ venni in luogo d’ogni luce muto.

Assai manifesta cosa è che il sole non parla, nè similemente alcuno luogo di quelli che dice qui 1’autore, cioè il sole, e il luogo è muto di luce. E sono questi due accidenti9, il tacere e l’essere muto, propriamente dell’uomo; quantunque il vangelo dica, che uno avea un dimonio addosso, e quello era muto. Ma questo modo di parlare si scusa per una figura la quale si chiama acirologia. Vuole adunque dir [p. 36 modifica]qui l’autore, che la paura, che egli avea di questo animale, il ripignea là dove il sole non luce, cioè in quella oscurità la quale egli desiderava di fuggire.

Mentre ch’ io ruinava in basso loco.

Qui si comincia la seconda parte di questo canto, nella quale l’autore dimostra il soccorso venutogli,10 per aiutarlo uscir fuori di quella valle; e fa in questa parte sei cose. Egli primieramente chiede misericordia a Virgilio, quivi apparitogli, quantunque nol conoscesse. Appresso, senza nominarsi, per più segni dimostra Virgilio allo autore chi egli è: poi l’autore estollendo con più titoli Virgilio, s’ingegna di accattare la benivolenza sua, e mostrali di quello che egli teme. Oltre a ciò Virgilio gli dichiara la natura di quella lupa, e il disfacimento di lei, consigliandolo della via la quale dee tenere. Appresso, 1’autore prega Virgilio che gli mostri quello che detto gli ha. Ultimamente, movendosi Virgilio, l’autore il segue. E segue la seconda quivi: Ed egli a me. La terza quivi: Or se’ tu quel Virgilio. La quarta quivi: A te convien. La quinta quivi: Ed io a lui: poeta. La sesta quivi: Allor si mosse. Dice adunque nella prima, Mentre ch’io ruinava, cioè tornava, in basso loco, cioè nella valle della quale era cominciato a partire,

Dinanzi agli occhi mi si fu offerto
Chi per lungo silenzio parea fioco.

Il che avviene, o perchè da alcuna secchezza [p. 37 modifica]intrinseca è sì rasciutta la via del polmone, del quale la prolazione si muove, che le parole non ne possono uscire sonore e chiare, come fanno quando in quella via è alquanta d’umidita rivocata: o è talvolta che il lungo silenzio, per alcun difetto intrinseco dell’uomo, provoca tanta umidità vischiosa in questa via, che similemente rende l’uomo meno espeditamente parlante, infinattantochè o rasciutta o sputata non è. Ma non credo l’autore questo intenda qui, ma piuttosto per difetto delli nostri ingegni, i libri di Virgilio essere intralasciati già è tanto tempo, che la chiara fama di loro è quasi perduta, o divenuta più oscura che essere non solca. Quando vidi costui, cioè Virgilio apparitogli innanzi, pel gran diserto, cioè per quella tenebrosa valle, meritamente chiamata dall’autore diserto, sendo sì aspra come di sopra ha detto, e priva di luce,

Miserere di me gridai a lui,

siccome molte volle gl’impauriti e sbigottiti usano, per essere del loro avvenuto caso soccorsi gridare, tale l’autore, nella paura presa della orribile bestia, fece alla veduta di Virgilio, umilemente verso di lui gridando, abbi misericordia di me; quasi dicendo, aiutami, come più innanzi si dichiarerà.

Qual che tu sii, o ombra, o uomo certo.

Non conosceva quivi l’autore, per lo impedimento della paura, se costui ch’apparito gli era, piuttosto spirito che uomo, o uomo che spirito; e in questo parlare in forse il chiama ombra, il quale vocabolo 11 usasi tra’ testi de’ poeti; e questo muove [p. 38 modifica]da ciò, che altrimenti non si possono prendere, che r uomo possa pigliare l’ombra che alcun corpo faccia. E perciocchè questa materia, cioè che cosa sia l’ombra ovvero anima, e come l’ombra prende quel corpo, il quale agli occhi nostri appare che ella abbia quando talvolta n’appaiono, si tratterà, siccome in luogo ciò richiedente, nel xxv. canto del Purgatorio, non curo qui di farne più lungo sermone. Risposemi: non uomo. In questa seconda particella si dimostra, chi costui fosse che apparito gli era: e questo si dimostra per sei cose spettanti al domandato. Dice adunque: non uomo, a dimostrare che l’uomo è composto d’anima e di corpo, e però separato l’uno dall’altro non rimane uomo, nè il corpo per sè medesimo nè l’anima per sè. E in quanto dice: uomo già fui, mostra sè essere spirito, già stato congiunto con corpo: E li parenti miei: è colui che si manifesta qua Virgilio: e prima si manifesta dalla regione nella quale nacque in quanto dice, furon Lombardi: dove è da sapere, che Virgilio fu figliuolo di Virgilio Lutifigolo, cioè d’uomo il quale faceva quell’arte, cioè di comporre diversi vasi di terra: e la madre di lui, secondochè dice Servio sopra l’Eneida quasi nel principio, ebbe nome Maia. Dice adunque che costoro furon Lombardi, così dinominati da Lombardia, provincia situata tra ’l monte Appennino e l’Alpi, e il mare Adriano; e avanti che Lombardia si chiamasse fu chiamata Gallia, da’ Galli che quella occuparono e cacciaronne i Toscani: e prima che Gallia si chiamasse quella parte dove è Mantova, fu chiamata Venezia, da quelli Eneti che [p. 39 modifica]seguirono Antenore Troiano dopo il disfacimento di Troia. La cagione perchè Lombardia si chiama è, che partitisi certi popoli dell’isola di Scandinavia, la quale è tra Ponente e Tramontana e Oceano, chiamati dalle barbe grandi e da’ capelli, li quali si ritorceano davanti al viso, Longobardi: e sotto diversi signori, e dopo lunghissimo tempo in varie regioni venendo dimorati, si fermarono in Ungheria, e in quella stettero nel torno di quarantasei anni. Poi a’ tempi di Giustiniano imperadore, essendo patricio in Italia per lui un suo eunuco chiamato Narsete, e non essendo bene nella grazia di Sofia, moglie di Giustiniano; ed essendo da lei minacciato che richiamare il farebbe, e metterebbelo a filare colle femmine sue: sdegnato rispose, che se ella sapesse filare, al bisogno le sarebbe venuto, perciocchè egli ordirebbe tal tela, ch’ella non la fornirebbe di tessere in vita sua: e carichi molti somieri di diversi frutti, con una solenne ambasciata gli mandò in Ungberia ad Albuino, il quale allora era re de’ Longobardi, mandandolo pregando, che egli co’ suoi popoli venissero ad abitare quel paese ove quelli frutti nascevano. Albuino, che già in Gallia era stato, ed era amico di Narsete, lasciò Ungheria a certi popoli vicini, li quali si chiamavano Avari, ed in Gallia con tutti i suoi maschi e femmine, piccoli e grandi ne venne, e con la lor forza, e col consiglio e aiuto di Narsete, tutto il paese occuparono; e toltogli il nome antico, da’ suoi lo dinominaro Lombardia; il qual nome insino a’ nostri dì persevera.

Mantovani, per patria, amendui.

[p. 40 modifica]

Mantova fu già notabile città; ma perciocchè d’essa sì tratterà nel xx. canto di questo pienamente, qui non curo di più scriverne:

Nacqui sub Julio, ancorchè fosse tardi.

qui dimostra Virgilio chi egli fosse dal tempo della sua nascita; e pare che l’autore voglia, lui essere nato vicino al fine della dettatura di Giulio Cesare; la qual cosa non veggo come esser potesse; perciocchè, se al fine della dettatura di Giulio nato fosse, ed essendo cinquantadue anni vissuto, come fece, sarebbe Cristo nato avanti la sua morte: dove Eusebio, in libro de imperiali, scrive lui esser morto l’anno dell’imperio d’Ottaviano Cesare, che fa avanti la natività di Cristo da quattordici o quindici anni: e il predetto Eusebio scrive nel detto libro, della sua natività, così: Virgilius Maro in vico Andes, haud longe a Mantua, Crasso et Pompeio consulibus; il quale anno fu avanti che Giulio Cesare occupasse la dettatura, la qual tenne quattro anni, e parte del quinto, bene venti anni. E vissi a Roma. Certa cosa è, che Virgilio avendo l’ingegno disposto e acuto agli studii, primieramente studiò a Cremona, e di quindi n’andò a Milano, là dove egli studiò in medicina; e avendo l’ingegno pronto alla poesia, e vedendo i poeti essere nel cospetto d’Ottaviano accetti, se ne andò a Napoli, e quivi si crede sotto Cornuto poeta udisse alquanto tempo: e quivi similemente dimorando, siccome egli medesimo testimonia nel fine del libro, avendo prima composto la Buccolica, e a racquistare, per opera d’Ottaviano, i campi paterni, li quali a Mantova erano, stati conceduti a un [p. 41 modifica]centurione chiamato Arrio, compose la Georgica: poi, siccome Macrobio, in libro Saturnaliorum, mostra, mentre scrisse l’Eneida, si stesse in villa; il dove non dice, ma per quello che delle sua ossa fece Ottaviano, si presume questa villa propinqua a Napoli, e prossimana al promontorio di Posilipo, tra Napoli e Pozzuolo. E portò tanto amore a quella città, che essendo solennissimo astrolago, vi fece certe cose notabili con l’aiuto della strologia; perocchè essendo Napoli fieramente infestato da continua moltitudine di mosche, e di zenzare e di tafani, egli vi fece una mosca di rame, sotto sì fatta costellazione, che postala sopra il muro della città, verso quella parte onde le mosche e i tafani, da una padule vicina vi venivano, mai, mentre star fu lasciata, in Napoli non entrò nè mosca nè tafano. Fecevi similemente un cavallo di bronzo, il quale avea a far sano ogni cavallo che avesse avuti i dolori, o altra naturale infermità, avendo tre volte menatolo d’intorno a questo. Fece oltre a queste, due teste di marmo intagliate, delle quali l’una piangea e l’altra ridea; e posele ad una porta, la quale si chiamava porta Nolana, l’una dall’un lato della porta, e l’altra dall’altro; ed aveano questa proprietà, che chi veniva per alcuna sua vicenda a Napoli, e disavvedutamente entrava per quella porta, se egli passava dalla parte della porta dove era posta quella che piangea, mai non potea recare a fine quello perchè egli venuto v’era, e se pure il recava, penava molto, e con gran noia e fatica il faceva; se passava dall’altra parte, dove era quella che rideva, di presente spacciava la bisogna sua. E però credo [p. 42 modifica]che egli vivesse poco a Roma, ma che egli talvolta vi passasse questo è credibile. Sotto il buono Augusto, cioè Ottaviano Cesare, il quale essendo per nazione della gente Ottavia, anticamente cittadina di Velletri, d’Ottavio padre e di Giulia, sirocchia di Giulio Cesare, nacque, il quale poi Giulio Cesare s’adottò in figliuolo, e per testamento gli lasciò questo cognome di Cesare: poi avendo egli perseguitati e disfatti tutti coloro li quali avevano congiurato contro a Giulio Cesare, e finite nella morte di Antonio e di Cleopatra le guerre cittadine, e molte nazioni aggiunte allo imperio di Roma; ed essendo a Roma venuti ambasciadori indiani e di Scitia, genti ancora appena da’ Romani conosciute, a domandare l’amicizia e la compagnia sua e de’ Romani; e oltre a ciò avendo i Parti renduti i segni romani tolti a Crasso e ad Antonio, parendo a’ Romani questo essere maravigliosa cosa, il vollero, secondo che alcuni dicono, adorare per iddio: la qual cosa egli rifiutò del tutto. E nondimeno avendo egli tutto il governo della repubblica commesso, e tenendo ragionamento di doverlo cognominare Romolo, per consiglio di Numaccio Planco senatore fu cognominato Augusto, cioè accrescitore. Ma perciocchè in molte parti di questo libro si fa di lui menzione, per questa credo assai sia detto, chiamarlo il buono Augusto l’autore, perciocchè quantunque crudel giovane fosse, nella età matura diventò umano e benigno principe, e buono per la repubblica.

Nel tempo degl’iddii falsi e bugiardi.

Sono falsi non veri iddii, quia Dii gentium [p. 43 modifica]demonia: bugiardi gli chiama perciocchè il demonio, siccome e’ medesimo in altra parte dice, è padre di menzogna, Poeta fui. Altresì ancora qui Virgilio per questo nome di poeta più all’autore: intorno al qual nome, chiamato da molti, e conosciuto da pochi, estimo sia alquanto da estendersi. È dunque da vedere donde avesse la poesia e questo nome origine, qual sia l’uficio del poeta, e che onore sia attribuito al buon poeta. Estimarono molti, forse più da invidia che da altro sentimento ammaestrati, questo nome poeta venire da un verbo detto poio pois, il quale, secondochè i gramatichi vogliono vuol tanto dire quanto fingo fingis: il qual fingo ha più significazioni; perciocchè egli sta per comporre, per ornare, e per mentire e per altri significati. Quelli adunque, che dall’avvilire altrui crede sè esaltare, dissono e dicono che dal detto verbo poio viene questo nome poeta: e perciocchè quello suona poio che fingo, lasciati stare gli altri significati di fingo, e preso quel solo nel quale significa mentire, Conchiudendo, vogliono che poeta e mentitore sia una medesima cosa: e per questo sprezzano e avviliscono e annullano in quanto possono i poeti, ingegnandosi, oltre a questo, di scacciargli e di sterminargli del mondo, nel cospetto del non intendente vulgo gridando, i poeti per autorità di Platone dovere esser cacciati delle città: e oltre a ciò, prendendo d’una pistola di Geronimo a Damaso papa de filio prodigo, questa parola, Carmina poetarum sunt cibus demoniorum: quasi armati dell’arme d’Achille, con ardita fronte contra i poeti tumultuosamente [p. 44 modifica]insultano; aggiugnendo a’ loro argomenti le parole della Filosofia a Boezio, dove dice: Quis, inquit, has scenicas meretriculas ad hunc aegrum permisit accedere? Quae dolores ejus non modo nullis remediis foverent, verum dulcibus insuper alerent venenis? E se più alcuna cosa trovano, similemente come contro a nemici della repubblica contro a essi la spongono. Ma perocchè a questi cotali a tempo sarà risposto, vengo alla prima parte, cioè donde avesse origine il nome di poeta. Ad evidenza della qual cosa è da sapere, secondo che il mio padre e maestro messer Francesco Petrarca scrive a Gherardo suo fratello monaco di Certosa; gli antichi Greci, poichè per l’ordinato movimento del cielo, e mutamento appo noi di tempi dell’anno, e per altri assai evidenti argomenti, ebbero compreso uno dovere essere colui, il quale con perpetua ragione dà ordine a queste cose, e quello essere Iddio, e tra loro gli ebbero edificati templi, e ordinati sacerdoti e sacrificii, estimando di necessità essere il dovere, nelle oblazioni di questi sacrificii dire alcune parole nelle quali le laude degne a Dio, e ancora i lor preghi a Dio si contenessero; e conoscendo non essere degna cosa a tanta deità dir parole simili a quelle che noi l’uno amico con l’altro familiarmente diciamo, o il signore al servo suo, costituirono che i sacerdoti, li quali eletti e sommi uomini erano, queste parole trovassero, le quali questi sacerdoti trovarono; e per farle ancora più strane dall’usitato parlar degli uomini, artificiosamente le composero in versi. E perchè in quelle si contenevano gli alti misterii della [p. 45 modifica]divinità, acciocchè per troppa notizia non venissero in poco pregio appo il popolo, nascosero quegli sotto fabuloso velame. Il qual modo di parlare appo gli antichi Greci fu appellato poetos, il qual vocabolo suona in latino esquisito parlare; e da poetos venne il nome del poeta, il qual nulla altra cosa suona che esquisito parlatore. E quegli che prima trovarono appo i greci questo, furono Museo, Lino e Orfeo. E perchè ne’ lor versi parlavano delle cose divine, furono appellati non solamente poeti ma teologi: e per le opere di costoro, dice Aristotile, che i primi che teologizzarono furono i poeti. E se bene si riguarderà alli loro stili, essi non sono dal modo del parlare differenti da’ profeti, li quali leggiamo sotto velamento di parole, nella prima apparenza fabulose, l’opere ammirabili della divina potenza. È vero, che coloro spirati dallo Spirito santo, quel dissero che si legge, il quale credo tutto esser vero, siccome da verace dettatore è stato dettato; quello che i poeti finsero è stato per forza d’ingegno, e in assai cose non il vero, ma quello che essi secondo i loro errori estimarono vero, sotto il velame delle favole ascosero: ma i poeti cristiani, de’ quali sono stati assai, non ascosero sotto il loro fabuloso parlare alcuna cosa non vera, e massimamente dove fingessero cose spettanti alla divinità, e alla fede cristiana: la qual cosa assai bene si può cognoscere per la Buccolica del mio eccellente maestro m esser Francesco Petrarca, la quale chi prenderà e aprirà, non con invidia ma con piacevole discrezione, troverà sotto alle dure cortecce salutevoli e dolcissimi ammaestramenti: e [p. 46 modifica]similemente nella presente opera, siccome io spero che nel processo apparirà; e così si cognoscerà i poeti non essere mentitori, come gl’invidiosi e ignoranti gli fanno. Appresso all’uficio del poeta, siccome per le cose sopraddette assai chiaro si può comprendere, quanto nascondere la verità sotto favoloso e ornato parlare, il che avere sempre fatto i valorosi poeti si troverà da chi con diligenza ne cercherà: ma ciò che io ho detto, è da intendere sanamente. Io dico la verità secondo 1’opinione di quelli tali poeti; perciocchè il poeta gentile, al quale niuna notizia fu della cattolica fede, non potè la verità di quella nascondere nelle sue fizioni, nascosevi quelle che la sua erronea religione estimava esser vere; perciocchè se altro che quello che vero avesse istimato avesse nascoso, non sarebbe stato buon poeta: e perciocchè i poeti furono estimati non solamente teologi, ma eziandio esaltatori delle oper’ de’ valorosi uomini per li quali li stati de’ regni, delle provincie e delle città si servano; e oltre o ciò quegli ne’ loro versi di fare eterni si sforzarono: e similemerte furono grandissimi commendatori delle virtù e vituperatori de’ vizii; estimarono lor dovere estollere con quel singulare onore, che i principi trionfanti per alcuna vittoria erano onorati; cioè che dopo la vittoria d’alcuna loro laudevole impresa, in comporre alcun singular libro, essi fossero coronati di alloro; a dimostrare che come l’alloro serva sempre la sua verdezza, così sempre era da conservare la loro fama: le fatiche de’ quali se molto laudevoli non fossero, non è credibile che il aeaato di Roma, al qual solo apparteneva il [p. 47 modifica]concedere a cui degno ne reputava la laurea, avesse quella ad un poeta conceduta, che egli concedette ad Affricano, a Pompeo, e a Ottaviano, e agli altri vittoriosi principi, e solenni uomini: la qual cosa per avventura non considerano coloro che meno avvedutamente gli biasimano. E se per avventura volesson dire, noi gli biasimiamo perocchè furono gentili, le scritture de’ quali sono da schifare siccome erronee, direi, che da tollerar fosse, se Platone, Aristotile, Ipocrate, Galieno, Euclide, Tolomeo e altri simili assai, così gentili come i poeti furono, fossero similmente schifati; il che non avvenendo, non si può forse altro dire, se non che singolar malavolenzia il faccia fare. Ma da rispondere è alle obbiezioni di questi valenti uomini fatte contro a’ poeti.

Dicono adunque, aiutati dall’autorità di Platone, che i poeti sono da essere cacciali delle città, quasi corrompitori de’ buoni costumi. La qual cosa negare non si può che Platone nel libro della sua repubblica non lo scriva; ma le sue parole, non bene intese da questi cotali, fanno loro queste cose senza sentimento dire. Fu ne’ tempi di Platone, e avanti, e poi perseverò lungamente, ed eziandio in Roma, una spezie di poeti comici, li quali per acquistare ricchezze, e il favore del popolo, componevano lor commedie, nelle quali fingevano certi adulterii e altre disoneste cose, state operate dagli uomini, li quali la stoltizia di quella età avea mescolati nel numero degl’iddii; e queste cotali commedie poi recitavano nella scena, cioè in una piccola casetta, la quale era constituita nel mezzo del teatro, stando [p. 48 modifica]dintorno alla detta scena tutto il popolo, e gli uomini e le femmine della città ad udire. E non gli traevano tanto il diletto e il desiderio di udire, quanto di vedere i giuochi che dalla recitazione del commedo procedevano i quali erano in questa forma, che una specie di buffoni, chiamati mimi, 1’uficio de’ quali è sapere contraffare gli atti degli uomini, uscivano di quella scena informati dal commedo, in quegli abiti ch’erano convenienti a quelle persone gli alti delle quali dovevano contraffare, e questi cotali atti, onesti o disonesti che fossero, secondochè il commedo diceva facevano. E perciocchè spessa vi si facevano intorno agli adulterii, che i commedi recitavano, di disoneste cose, si movevano gli appetiti degli uomini e delle femmine riguardanti a simili cose desiderare e adoperare, di che i buoni costumi e le menti sane si corrompevano, e ad ogni disonestà discorrevano: perciò, acciocchè questo cessasse, Platone considerando se la repubblica non fosse onesta non poter consistere, scrisse, e meritamente, questi cotali dovere essere cacciati delle città. Non adunque disse d’ogni poeta. Chi fia di sì folle sentimento che creda che Platone volesse che Omero fosse cacciato della città, il quale è dalle leggi chiamato padre d’ogni virtù? Chi Solone, che nello estremo de’ suoi dì, ogni altro studio lasciato, ferventissimamente studiava in poesia? Le leggi del qual Solone, non solamente lo scapestrato vivere degli Ateniesi regolarono, ma ancora composero i costumi de’ Romani, già cominciati a divenire grandi. Chi crederà ch’egli avesse cacciato Virgilio, chi [p. 49 modifica]Orazio o Giovenale, acerrimi riprenditori de’ vizii? Chi crederà che egli avesse cacciato il venerabile mio maestro messer Francesco Petrarca, la cui vita e i cui costumi sono manifestissimo esemplo d’onestà? Chi il nostro autore, la cui dottrina si può dire evangelica? E se egli questi così fatti poeti cacciasse, cui riceverà egli poi per cittadino? Sardanapalo, Tolomeo Evergete, Lucio Catellina, Neron Cesare? Ma in verità questa obbiezione potevano essi, o potrebbono agevolmente tacere, non è egli sì gran calca fatta di poeti onesti d’abitare nelle città. Omero abitò il più per li luoghi solitarli d’Arcadia, Virgilio come detto è in villa, messer Francesco Petrarca a Valchiusa, luogo separato da ogni usanza d’uomini; e se investigando si verrà, questo medesimo si troverà di molti altri.

Dicono oltre a questo, le parole scritte da S. Girolamo: Demonum cibus sunt carmina poetarum: le quali parole senza alcun dubbio son vero: ma chi avesse in questa medesima pistola letto, avrebbe potuto vedere di quali poeti S. Girolamo avesse inteso; e massimamente nella figura, la quale pone d’una femmina non giudea, ma prigione de’ giudei, la qual dice, che avendo raso il capo, e posti giù i vestimenti suoi, e toltesi l’unghie e i peli, potersi ad uno ismaelita per via di matrimonio congiugnere; forse con minore fervore avendo la figura intesa, avrebbero quelle parole contro a’ poeti allegate. E acciocchè questo più apertamente s’intenda, non vuole altro la figura posta da S. Girolamo, se non per.quegli atti che la Scrittura di Dio dice, dover fare se non una [p. 50 modifica]purgazione del paganesimo o d’altra setta fatta, potere qualunque femmina nel matrimonio venire dei giudei: e così purgare certe inconvenenze del numero de’ poeti, restare i versi de’ poeti non come cibo di demonio, ma come angelico potersi da’ fedeli cristiani usare. E questa purgazione per la grazia di Dio si può dir fatta, poichè Costantino imperadore, battezzato da san Silvestro, diede luogo al lame della verità; perciocchè per la santità e sollecitudine dei papi e degli altri ecclesiastici pastori, scacciando i sopraddetti comici e ogni disonesto libro, par questa poesia antica purgata, e potersi ne’ libri autorevoli e laudevoli rimasi congiugnere con ogni cristiano. Non dico perciò, che è quello a che S. Girolamo nella predetta pistola attende molto, che il prete o il monaco, o qual altro religioso vogliam dire, al divino uficio obbligato, debba il breviario posporre a Virgilio; ma avendo con divozione e con lagrime il divino uficio detto, non è peccare in Spirito santo il vedere gli onesti versi di qualunque poeta. E se questi cotali non fossero più religiosi o più dilicati che stati sieno i santi dottori, essi ritroverebbero questo cibo, il quale dicono de’ demoni, non solamente non essere stato gittato via o messo nel fuoco, come alcuni per avventura vorrebbono, ma essere stato con diligenza servato, trattato e gustato da Fulgenzio dottore e pontefice cattolico, siccome appare in quello libro il quale esso appella delle mitologie, da lui con elegantissimo stilo scritto, esponendo le favole de’ poeti; e similmente troverebbero sanlo Agostina nobilissimo dottore, non avere avuto in odio la [p. 51 modifica]poesia nè i versi de’ poeti, ma con solerte vigilanza quegli avere studiati e intesi: il che se negare alcuno volesse non puote, conciossiecosachè spessissime volte questo santo uomo ne’ suoi volumi induca Virgilio e gli altri poeti; nè quasi mai nomina Virgilio senza alcuno titolo di laude. Similemente e Geronimo dottore esimio e santissimo uomo, maravigliosamente ammaestrato in tre linguaggi, il quale gl’ignoranti si sforzano di tirare in testimonio di ciò che essi non intendono, con tanta diligenza i versi de’ poeti studiò, e servò nella memoria, che quasi paia nelle sue opere non avere senza la testimonianza loro formate. E se essi non credono questo, veggano, tra gli altri suoi libri, il prologo del libro il quale egli chiama Hebraicarum quaestionum, e considerino se quello è tutto terenziano. Veggano se esso spessissime volte, quasi suoi assertori induce Virgilio e Orazio; e non solamente questi, ma Persio e gli altri minori poeti. Leggano oltre a questo quella facondissima epistola da lui scritta a santo Agostino, e cerchino se in essa l’ammaestrato uomo pone i poeti nel numero de’ chiarissimi uomini, li quali essi si sforzano di confondere. Appresso, se essi nol sanno, leggano negli atti degli Apostoli e troveranno, se Paolo vaso d’elezione studiò i versi poetici, e quelli conobbe e seppe; e sì troveranno lui non avere avuto in fastidio, disputando nello Areopago contro la ostinazione degli Ateniesi, d’usare la testimonianza dei poeti, e in altra parte avere usato il testimonio di Menandro comico poeta quando disse: Corrumpunt bonos mores colloquia mala. E similmente se io [p. 52 modifica]bene mi ricordo, egli allega un verso di Epimenide poeta, il quale attissimamente si potrebbe dire contro a questi sprezzatori de’ poeti, quando dice: Cretentes semper mendaces, malae bestiae, ventres pigri. E così colui il quale fu rapito insino al terzo cielo, non estimò quello che questi più santi di lui vogliono, cioè esser peccato o abbominevole cosa aver letti e apparati i versi de’ poeti. Oltre a tutto questo cerchino quello che scrisse Dionisio Areopagita discepolo di Paolo, e glorioso martire di Gesù Cristo, nel libro il quale compose della celeste Gerarchia. Esso dice, e perseguita e prova la divina teologia usare le poetiche fizioni dicendo, intra l’altre cose così: Etenim valde artificialiter theologia poeticis sacris formationibus, in non figuratis intellectibus usa est, nostrum, ut dictum est, animum relevans, et ipsi propria, et conjecturali reductione providens, et ad ipsum reformans anagogicas sanctas Scripturas; ed altre cose ancora assai, le quali a questa somma seguitano. E ultimamente, acciocchè io lasci star gli altri, li quali io potrei inducere incontro a questi nemici del poetico nome, non esso medesimo Gesù Cristo, nostro salvadore e signore, nella evangelica dottrina parlò molte cose in parabole, le quali son conformi in parte allo stilo comico? Non esso medesimo incontro a Paolo, abbattuto dalla sua potenza in terra, usò il verso di Terenzio cioè, Durum est tibi contra stimulum calcitrare? Ma sia di lungi da me che io creda Cristo queste parole, quantunque molto davanti fosse, da Terenzio prendesse, assai mi basta a confermare la [p. 53 modifica]mia intenzione, il nostro Signore aver voluto alcuna volta usare la parola e la sentenza, prolata già per la bocca di Terenzio, acciocchè egli appaia che del tutto i versi de’ poeti non sono cibo del diavolo. Che adunque diranno questi, li quali così presuntuosamente s’ingegnano di scalpitare il nome poetico? Certo il giudicio mio è, non gli possono giustamente dannare, se non che co’ versi poetici non si guadagnan danari, che è credo quello che in tanta abbominazione gli ha loro messi nel petto, perchè a’ loro desiderii non sono conformi.

Resta a spezzare l’ultima parte delle loro armi, le quali in gran parte deono esser rotte, se a quel si riguarda che alla sentenza di Platone fu risposto di sopra. Essi vogliono che la filosofia abbia cacciate le muse poetiche da Boezio, siccome femmine meretrici e disoneste; e i conforti delle quali conducono chi l’ascolta, non a sanità di mente, ma a morte. Ma quel testo male inteso, fa errare chi reca quel testo in argomento contro a’ poeti. Egli è senza alcun dubbio vero, la filosofia essere venerabile maestra di tutte le scienze, e di ciascuna onesta cosa: e in quello luogo, dove Boezio giaceva della mente infermo, turbato e commosso dello esilio a gran torto ricevuto; egli, siccome impaziente, avendo per quello cacciata da sè ogni conoscenza del vero, non attendeva colla considerazione a trovare i rimedii opportuni a dover cacciar via le noie che danno gl’infortunii della presente vita; anzi cercava di comporre cose, le quali non liberasson lui, ma il mostrassero afflitto molto; e per conseguente mettessero compassion di [p. 54 modifica]lui in altrui. E questa gli pareva sì soave operazione, che senza guardare che egli in ciò faceva ingiuria alla filosofica verità, la cui opera è di sanare, non di lusingare il passionato, che esso con la dolcezza delle lusinghe del potersi dolere insino alla sua estrema confusione, avrebbe in tale impresa proceduto: e perocchè questo è esercizio de’ comici di sopra detti, a fine di guadagnare, di lusingare e di compiacere alle inferme menti, chiama la filosofia queste muse meretricule sceniche, non perchè ella creda le muse essere meretrici, ma per vituperare con questo vocabolo l’ingegno dell’artefice che nelle disoneste cose lo induce. Assai è manifesto non essere difetto del martello fabbrile, se il fabbro fa piuttosto con esso un coltello col quale s’uccide gli uomini, che un bomere col quale si fende la terra, e rendesi abile a ricevere il seme del frutto, del quale noi poscia ci nutrichiamo. E che le muse sieno qui istrumento adoperante secondo il giudicio dell’artefice, e non secondo il loro, ottimamente il dimostra la filosofia, dicendo in quel medesimo luogo che è di sopra mostrato, quando dice: Partitevi di qui, serene dolci, infino alla morte e lasciate questo infermo curare alle mie muse, cioè all’onestà e alla integrità del mio stilo, nel quale mediante le mie muse io gli mostrerò la verità, la quale egli al presente non conosce, siccome uomo passionato e afflitto. Nelle quali parole si può comprendere, non essere altre muse quelle della filosofia che quelle de’ comici disonesti e degli elegiaci passionati, ma essere d’altra qualità l’artefice, il quale questo istrumento dee adoperare. [p. 55 modifica]Non adunque del disonesto appetito di queste muse, le quali chiama la filosofia meretricule, sono vituperate le muse, ma coloro che in disonesto esercizio l’adoperano.

Restavano sopra la presente materia a dir cose assai, ma perciocchè in altra parte più distesamente di questo abbiamo scritto, basti questo averne detto al presente, e alla nostra impresa ne ritorniamo. Fu adunque Virgilio poeta, e non fu popolare poeta ma solennissimo, e le sue opere e la sua fama chiaro il dimostrano agl’intendenti. E cantai: usa Virgilio questo vocabolo in luogo di compor versi: e la ragione in parte si dimostrò dove di sopra si disse perchè cantiche si chiamano l’opere de’ poeti: alla quale si puote aggiugnere una usanza antica de’ Greci, dalla qual credo non meno esser mossa la ragione perchè cantare si dicono i versi poetici, che di quella che già è detta. E l’usanza era questa, ch’e’ nobili giovani greci si reputavano quasi vergogna il non saper cantare e sonare, e questi loro canti e suoni usavano molto ne’ lor conviti: e non erano li loro canti di cose vane, come il più delle canzoni odierne sono, anzi erano versi poetici, ne’ quali dolcissime materie o laudevoli operazioni da valenti uomini adoperate, siccome noi possiam vedere nella fine del primo dell’Eneida di Virgilio, dove dopo la notabile cena di Didone fatta ad Enea, Jopa sonando la cetera canta gli errori del sole e della luna, e la prima generazione degli uomini e degli altri animali, e donde fosse l’origine delle piove e del fuoco, e altre simili cose: dal quale atto potè nascere il dirsi, che i [p. 56 modifica]poetici versi si cantino. E per conseguente Virgilio, dell’opere da sè composte dice, cantai: il qual non solamente compose l’Eneida, ma molti altri libri, siccome secondochè Servio scrive, lo Stirina, l’Etna, il Culice, la Priapea, il Cathalecthon, la Ciri, gli Epigrammati, la Copa, il Morelo e altri; ma sopra tutti fu l’Eneida, la quale in laude di Ottaviano compose. Poi partendosi da Napoli, e andandone ad Atene ad udir filosofìa, non avendo corretto il detto Eneida, quello lasciò a due suoi amici valenti poeti, cioè a Tucca e a Varrone, con questo patto, che se avvenisse che egli avanti la tornata sua morisse, che essi il dovessero ardere; perchè essendo a Brandizio morto, senza potere essere pervenuto ad Atene, e Tucca e Varrone sapendo questo libro in laude di Ottaviano essere stato composto, e che esso il sapeva, temettero d’arderlo senza coscienza d’Ottaviano; e perciò raccontata a lui la intenzion di Virgilio, ebbero in comandamento di non doverlo ardere per alcuna cagione, ma il correggessero, con questi patti, che essi alcuna cosa non v’aggiugnessero, e se vi trovassero cosa da doverne sottrarre potessero: il che essi con fede fecero. Poi Ottaviano fatte recare le sue ossa da Brandizio a Napoli, vicino al luogo dove s’era dilettato di vivere il fece seppellire, cioè infra ’l secondo miglio da Napoli, lungo la via che si chiamava Puteolana, acciocchè esso quivi giacesse morto dove gli era dilettato di vivere. Di quel giusto figliuol d’Anchise, cioè d’Enea, del quale Virgilio nel primo dell’Eneida fa ad Ilioneo dire d’Enea alla reina Dido queste parole: [p. 57 modifica]

Rex erat Ænea nobis, quo jastior alter
Nec pietate fuit, nec bello major et armis.

Nelle quali testimonia Enea essere stato giustissimo. Anchise fu della schiatta de’ re di Troia, figliuolo di Capis, figliuolo di Assaraco, figliuolo di Troio, e fu padre d’Enea, come qui si dice: che venne da Troia. Troia è una provincia nella minore Asia, vicina d’Ellesponto, alla quale è di ver ponente il mare Egeo, dal mezzodì Meonia, da levante Frigia maggiore, da tramontana Bitimia, così dinominata da Troio re di quella.

Poichè il superbo Ilion fu combusto.

Ilione fu una città di Troia, così nominata da Ilio re di Troia, e fu la città reale, e quella, secondochè Pomponio Mela scrive nel primo della sua Cosmografia, che fu da’ Greci assediata, e ultimamente presa e arsa e disfatta. Chiamalo superbo, dall’altezza dello stato del re Priamo e de’ suoi predecessori. E poichè manifestato se gli è, fa una breve domanda all’autore, dicendo:

Ma tu perchè ritorni a tanta noia?

quanta è a essere nella selva, della quale partito ti se’; e quinci segue, e fanne un’altra,

Perchè non sali al dilettoso monte,
Ch’è principio e cagion di tutta gioia?

Espedite queste parole di Virgilio, segue la terza parte di questa seconda, nella quale dissi che con ammirazione l’autore rispondea, e col commendar Virgilio s’ingegnava d’accattar la sua benivolenza; e rispondendo alla dimanda di lui, gli mostra quello perchè al monte non sale, e il suo aiuto addimanda, e dice: [p. 58 modifica]

Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte,
Che spande di parlar sì largo fiume?

Commendalo qui l’autore dell’amplitudine della sua facundia, quella facendo simigliante ad un fiume;

Rispos’io lui, con vergognosa fronte.

Vergognossi l’autore d’essere da tanto uomo veduto in sì miserabile luogo, e dice con vergognosa fronte, perciocchè in quella parte del viso prima appariscono i segni del nostro vergognare, come che qui si può prendere il tutto per la parte, cioè tutto il viso per la fronte. Oh degli altri poeti, latini, onore; perciocchè per Virgilio è tutto il nome poetico onorato e lume: sono state l’opere di Virgilio a’ poeti, che appresso di lui sono stati, un esempio, il quale ha dirizzate le loro invenzioni a laudevole fine, come la luce dirizza i passi nostri in quella parte dove d’andare intendiamo:

Vagliami, ’l lungo studio e il grande amore.

Poichè l’autore ha poste le laude di Virgilio, acciocchè per quelle il muova al suo bisogno, ora il prega per li meriti di sè medesimo, per li quali estima Virgilio siccome obbligatogli il debba aiutare, e dice; vagliami, a questo bisogno, il lungo studio: vuol mostrare d’avere 1’opera di Virgilio studiata, non discorrendo, ma con diligenza; e ’l grande amore; e per questo intende mostrare un atto caritativo, che fatto gli ha studiare il libro di Virgilio; e non come molti fanno, averlo studiato per trovarvi che potere mordere e biasimare.

Che m’ha fatto cercare il tuo volume,

l’Eneida. Tu se’ il mio maestro. Qui con reverirlo vuol [p. 59 modifica]muovere Virgilio chiamandol maestro, e ’l mio autore. In altra parte si legge signore, e credo che stia altresì bene; perciocchè qui umiliandosi, vuol pretendere il signore dovere ne’ bisogni il suo servidore aiutare.

Tu se’ solo colui da cui io tolsi,

cioè presi,

Lo bello stilo,

del trattato e massimamente dello Inferno, che m’ha fatto onore, cioè farà e pon qui il preterito per lo futuro facendo solecismo. Vedi la bestia, e mostragli la lupa, della quale di sopra è detto: per cu’ io mi volsi, dal salire al dilettoso monte; e qui gli risponde all’interrogazion fatta. Appresso il prega dicendo.

Aiutami da lei famoso e saggio.

Nelle quali parole vuol mostrare, colui veramente essere saggio il quale non solamente è saggio nel suo segreto, ma eziandio nel gìudicio dogli altri per lo quale esso diventa famoso.

Ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.

Tremano le vene e’ polsi quando dal sangue abbandonate sono, il che avviene quando il cuore ha paura; perciocchè allora tutto il sangue si ritrae a lui ad aiutarlo e riscaldarlo, e il rimanente di tutto l’altro corpo rimane vacuo di sangue, e freddo e palido.

A te convien tenere altro viaggio.

In questa quarta particella fa l’autore due cose: prima dichiara ciò che Virgilio dice della natura di quella lupa, e il suo futuro disfacimento: appresso gli dimostra Virgilio quel cammino che gli par da tenere, acciocchè egli possa di quello luogo pericoloso [p. 60 modifica]uscire. La seconda quivi: Ond’io per lo tuo me’. Dice adunque,

A te convien tenere altro viaggio,

che quello il quale di tenere ti sforzi.

Rispose (Virgilio) poi che lacrimar mi vide,

Se vuoi campar, senza morte uscire, d’esto loco selvaggio, come di sopra è dimostrato. E seguendo Virgilio gli dice la cagione perchè a lui convien tenere altro cammino, dicendo: che quella bestia, cioè quella lupa, per la qual tu gride, domandando misericordia,

Non lascia altrui passar per la sua via,

non della lupa, ma di colui che andar vuole: Ma tanto l’impedisce, ora in una maniera e ora in un’altra, che l’uccide. Ed ha, questa lupa, natura sì malvagia e ria,

Che mai non empie la bramosa voglia, del divorare,
Ma dopo il pasto ha più fame che pria.

Vuole Virgilio per queste parole muovere un pensier vano, il quale potrebbe cadere nell’autore dicendo: quantunque questa bestia sia bramosa e abbia la fame grande, egli potrà avvenire che ella prenderà alcuno animale a pascersi, e pasciuta mi lascerà andare dove io desidero: il qual avviso si rimuove per quelle parole:

E dopo il pasto ha più fame che pria.
 Molti son gli animali a cui s’ammoglia,

cioè co’ quali si congiugne. Questo è fuori dell’uso della natura di qualunque animale, congiugnersi con molti animali di diverse spezie ma con alcuno assai [p. 61 modifica]bestie il fanno, siccome il cavallo coll’asino, la leonessa col leopardo, e la lupa col cane. E questo non è da dubitare che l’autore non sapesse; perchè avendol posto, assai ben si può comprendere, l’autore volere altro sentire che quello che semplicemente suona la lettera, e così in ciò che seguita del rimettimento di questa lupa in inferno: la sposizione delle quali cose a suo tempo riserberemo. E più saranno ancora, che stati non sono, infinchè il veltro verrà: è il veltro una spezie di cani, maravigliosamente nemici de’ lupi: de’ quali veltri dice, come appare, doverne venire uno, che la farà morir con doglia. Questi, cioè questo veltro, non ciberà, cioè non mangerà, terra nè peltro, Peltro è una spezie vile di metallo composta d’altri.

Ma sapienza e amore e virtute,

Questi non sogliono essere cibi de’ cani; e perciò assai chiaro appare lui intendere altro che non par che dica la lettera:

E sua nazion sarà tra feltro e feltro.

è il feltro vilissima spezie di panno come ciascun sa manifestamente. Di quella umile. Usa qui l’autore un tropo il quale si chiama ironia, per vocabolo contrario mostrando quello che egli intende di dimostrare; cioè per umile superba, siccome noi tutto ’l dì usiamo, dicendo d’un pessimo uomo: or questi è il buon uomo, d’un traditore: questi è il leale uomo, e simili cose. Dice adunque: di quella umile, cioè superba, Italia fia salute. È Italia una grran provincia, nominata da Italo figliuolo di Cerito re e fratello di Dardano, del quale poi distesamente [p. 62 modifica]diremo appresso nel iv. canto, terminata dall’Alpi, e dal mare Tirreno e dall’Adriano, contenente in sè molte provincie. E perciò a voler dimostrare di qual parte di questa Italia dice soggiugne: per cui morì, cioè fu uccisa, la vergine Cammilla.

Fu questa Cammilla, secondochè Virgilio scrive nel xi. dell’Eneida, figliuola di Metabo re di Priverno e di Casmilla sua moglie: e perciocchè nel partorire questa fanciulla morì la madre, piacque al padre di levare una lettera sola, cioè quella S, che era nel nome di Casmilla sua moglie, e nominare la figliuola Camilla: la quale essendo ancora piccolissima, avvenne per certe divisioni de’ Privernati, Metabo re a furore fu cacciato di Priverno: il quale non avendo spazio di potere alcuna altra cosa prendere, prese questa piccola figliuola, e una lancia, e con essa, essendo dai Privernati seguito, si mise in fuga: e pervegnendo a un fiume, il quale si chiamava Amaseno, e trovandol per una grandissima piova cresciuto molto, e sè veggendo convenirgli lasciar la fanciulla se notando il volea trapassare, subitamente prese consiglio d’involgere questa fanciulla in un suvero e legarla alla sua lancia, e quella lanciare di là dal fiume, e poi esso notando passarlo: perchè legatola, e dovendola gittare oltre, umilemente la raccomandò a Diana, a lei botandola, se ella salva glie le facesse dall’altra parte del fiume ritrovare: e lancinola, e poi notando seguitolla, e dall’altra parte trovati senza alcuna lesione la figliuola, andatosene con essa in certe selve vicine, allevò questa sua figliuola alle poppe d’una cavalla. Alla quale come crescendo [p. 63 modifica]venne, appiccò una faretra alle spalle, e posele un arco in mano, e insegnolle non filare, ma saettare e gittare le pietre con la rombola, e correr dietro agli animali salvatichi: ne’ quali esercizii costei già divenuta grande fu maravigliosa femmina. E fu in correre di tanta velocità, che correndo ella pareva si lasciasse dietro i venti; e fu sì leggiera, che Virgilio iperbolicamente parlando dice, che ella sarebbe corsa sopra l’onde del mare senza immollarsi le piante de’ piedi. Costei da molti nobili uomini addomandata in matrimonio, mai alcuna cosa non ne volle udire, ma virginità servando si dilettava d’abitar le selve nelle quali era stata allevata, e di cacciare: poi pare che richiamata fosse nel regno paterno; e ritornatavi, e sentendo la guerra di Turno con Enea, da Turno richiesta, con molti de’ suoi Volsci andò in aiuto di lui; dove un dì fieramente contro a’ Troiani combattendo, fu fedita d’una saetta nella poppa da uno che avea nome Arruns della qual fedita essa morì incontanente.

Eurialo Turno e Niso di ferute.

Eurialo e Niso furono due giovani Troiani, li quali in Italia aveano seguito Enea; ed essendo insieme con Ascanio figliuolo d’Enea rimasi a guardia del campo d’Enea, il quale era andato a cercare aiuto contro a Turno a certi popoli circonvicini, avvenne, che premendo Turno molto Ascanio, si dispose Ascanio, per tema di non poter sofferire la forza di Turno, di far sentire ad Enea come da assedio era gravemente stretto, acciocchè di tornare in soccorso di lui il padre s’affrettasse. Alla qual cosa fare Niso si [p. 64 modifica]profferse, e ingegnavasi di farlo occultamente da Eurialo; perciocchè conosceva il pericolo esser grande, ed Eurialo ancora un garzone, ed egli nol voleva mettere a quel pericolo. Ma non seppe sì fare che Eurialo nol sentisse; per la qual cosa convenne che Eurialo andasse con lui: e usciti una notte del campo d’Ascanio, convenendo loro passare per lo mezzo de’ nemici, e tacitamente andando, e trovandogli tutti dormire n’ucciser molti: ed Eurialo vago come i garzon sono di certe armadure belle, tratte a coloro li quali uccisi aveano, carico, seguitando Niso, avvenne che si scontrarono in una gran quantità di nemici, li quali come Niso vide, tantosto si ricolse in un bosco, credendo avere appresso di sè Eurialo; ma egli era rimaso, e già intorniato da’ nemici. Quando Niso lui non esser seco si avvide, perchè voltosi, e vedendol nel mezzo de’ nemici, e loro correntigli addosso per ucciderlo, tornando addietro cominciò a gridare, che perdonassero ad Eurialo, siccome a non colpevole, e uccidesson lui, il quale aveva tutto quello male fatto; ma poco valse: essi uccisono Eurialo e poi ucciser lui; e così amenduni quivi morti rimasero. Turno, costui fu figliuolo di Danno re d’Ardea, e nepote carnale d’Amata, moglie di Latino re de’ Laurenti, giovane ardentissimo e di gran cuore: il quale vedendo Latino re aver data Lavina sua figliuola per moglie ad Enea, la quale prima avea promessa a lui, sdegnato avea mosso guerra ad Enea, e per questo molte battaglie avea fatte: ultimamente, secondochè Virgilio scrive nella fine del xii. dell’Eneida, soprastandogli Enea in una singular battaglia stata fra loro, [p. 65 modifica]e veggendogli cinto il balteo, il quale era stato di Pallante, cui ucciso avea lui, addomandante perdono uccise: e così dalle morti di costoro ha l’autore descritta di quale parte d’Italia intenda, cioè di quella là dove è Roma, con alcune piccole circustanze: la quale in tanta superbia crebbe, che le parve poco il voler soprastare a tutto il mondo; nè per la ruina del romano imperio cessò però la romana superbia, perseverando in essa la sede apostolica. Alla quale, al tempo che l’autore di prima pose mano alla presente opera, sedeva Bonifazio papa ottavo, il quale quantunque altiero signor fosse molto, parve per avventura ancor molto più all’autore, in quanto piegare non fu potuto a’ piaceri nè alle domande fatte da quegli della setta della quale fu l’autore. Questi, cioè questo veltro, la caccerà per ogni villa, cioè estermineralla del mondo;

Fin che l’avrà rimessa nell’inferno,
Là onde invidia prima dipartilla.

In queste parole chiaramente si può intendere, l’autore dire una cosa e sentirne un’altra; conciosiacosachè manifesto sia, in inferno non generarsi lupi, e perciò di quello non poterne essere stato tratto alcuno, per doverlo in questa vita menare: ond’io per lo tuo me. In questa particella seconda della quarta, dice l’autore il consiglio preso da Virgilio per sua salute: e secondo l’usanza poetica, mostra in poche parole ciò che dee trattare in tutto questo suo volume; e dice così, ond’io, considerata la natura di questa lupa che t’impedisce, per lo tuo me’, pen so e discerno, giudico, [p. 66 modifica]

Che tu mi segua, ed io sarò tua guida,

E trarrotti di qui, cioè di questo luogo pericoloso, per luogo eterno, cioè per lo inferno e per lo purgatorio, i quali sono luoghi eterni, Dove, cioè in quel luogo, udirai le dispietate strida, in quanto paiono d’uomini crudeli e senza alcuna umanità.

E vederai gli spiriti dolenti,

Che la seconda morte ciascun grida:

cioè la morte dell’anima, perciocchè quella del corpo, la quale è la prima, essi l’hanno avuta. Addomandano adunque la seconda, credendo per quella le pene che sentono non dovere poscia sentire. Ma i nostri teologi tengono, che quantunque essi la spiritual morte domandino, non perciò potendola avere la vorrebbono, perciocchè per alcuna cagione non vorrebbono perdere l’essere. Deesi adunque intendere, li dannati chiamar la seconda morte siccome noi mortali spesse volte chiamiamo la prima; la quale se venir la vedessimo, senza alcun dubbio a nostro potere la fuggiremmo. O puossi sporre così: tiensi per li teologi essere più specie di morte, delle quali è la prima, della quale tutti corporalmente moiamo: la seconda dicono che è morte di miseria, la qual veramente io credo essere infissa ne’ dannati, in tanta tribulazione e angoscia sono: e questo è quello che ciascun dannato grida, non dimandandola, ma dolendosi.

E vederai color che son contenti

Nel fuoco, della penitenza: e dice contenti, perciocchè quella penitenza, che non ci facesse con contentamento d’animo di colui che la facesse, non [p. 67 modifica]varrebbe alcuna cosa a salute; perchè speran di venire, Quando che sia, finito il tempo della penitenza, alle beate genti: Alle quali, beate genti, se tu vorrai salire, perocchè sono in cielo,

Anima fia a ciò di me più degna:
Con lei ti lascerò nel mio partire.

E questa fia quella di Stazio poeta, con la quale egli poscia il lasciò in su la sommità del monte di purgatorio, sopra la riva del fiume di Lete, come nel xxx. canto del Purgatorio si legge. Che quello imperador, cioè Iddio, che lassù, cioè in cielo, regna, Perch’io fu’ ribellante, non seguendola, alla sua legge, a’ suoi comandamenti, Non vuol che a sua città in paradiso, per me si vegna. In tutte parti impera, comandando, e quivi, nel cielo impireo, regge: Quivi e la sua città, nel cielo, e l’alto seggio, reale.

O felice colui, cui quivi elegge,

per abitator di quello, come i beati sono. Io cominciai: Poeta. In questa quinta particella l’autore, udito il consiglio di Virgilio, e approvandolo, lo scongiura elle quivi il meni, dicendo: io ti richieggio, Per quello Iddio, cioè Gesù Cristo, che tu non conoscesti, Acciocch’io fugga questo male, cioè il pericolo nel quale al presente sono, e peggio, cioè la morte,

Che tu mi meni là ove or dicesti,

cioè in inferno e in purgatorio,

Sì ch’ i’ vegga la porta di san Pietro,

cioè la porta del Purgatorio, dove sta il vicario di san Piero: Con quelli i quai tu fai, cioè di essere, [p. 68 modifica]cotanto mesti, cioè dolorosi, dannati alle pene eterne.

Allor si mosse, entrando nel cammino dimostrato. Ed è atto d’uomo disposto a quello di che è richiesto, che senza eccezione il mette ad esecuzione: ed è questa l’ultima particella delle sei, che dissi esser partita la seconda parte principale del primo canto: ed io gli tenni dietro, cioè il seguitai.

  1. Cantichi.
  2. Riptimi.
  3. Impresso.
  4. Scripta invece di Scrittura.
  5. Sua per suoi.
  6. Rittimi.
  7. Perseguente.
  8. Manca questo per.
  9. Il cuore e l’essere muto.
  10. Questo per manca.
  11. Usi.