Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VI/Libro II/Capo IV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capo IV – Giurisprudenza civile

../Capo III ../Capo V IncludiIntestazione 9 aprile 2019 25% Da definire

Tomo VI - Capo III Tomo VI - Capo V

[p. 736 modifica]^36 LIBRO Capo IV. Giurisprudenza civile.

I. Benché il favore e la munificenza de’ principi sembrasse nel secolo di cui scriviamo, sopra ogni cosa rivolta a fomentare gli studj dell’amena letteratura , e quello singolarmente delle lingue greca e latina, e a togliere dalla lunga dimenticanza le opere di tanti antichi scrittori che appena erano conosciute di nome, la giurisprudenza ncn di meno continuò ad avere nelle scuole il primato, e signoreggiar maestosamente sopra tutte le scienz.e. 1 titoli più luminosi e le più onorevoli distinzioni a niuno venivano più liberalmente accordate che a’' dotti giureconsulti, e quella università a cui venisse fatto di avere tra’ suoi professori alcuno de’ più rinomati, ne andava superba non altrimente che di un solenne trionfo riportato sopra i nemici. Per essi erano i più lauti stipendj, e dalla cattedra essi erano più volte e che nel 15o4 assistette in Genova alla morte del march. Lodovico li, e che sia torse ancora quello stesso M. Batista da Genova che leggeva medicina in Ferrara nel 141*9, e CV ’** quell’anno fu ivi creato cavaliere dall’impcrador Federigo III. Osservando poscia l’epoche della vita del Batista, ne inferisce assai giustamente che non già egli da Giovanni de5 Romani, ma questi da lui apprendesse il metodo di cavare la pietra; c reca anzi un documento in cui si nomina Giovanni scolaro di Batista in Saluzzo. Finalmente dal veder Giovanni studiare in Suluzzo, ei ne trae un7 ultra congettura t che questi fosse uatio della stessa città. [p. 737 modifica]SECONDO 7O7 chiamati’ a sedere al fianco de’ principj, e ad esser l’oracolo delle corti. Quindi se grande era sempre stato, come ne’ tomi precedenti di questa Storia si è potuto vedere, il numero de’ giureconsulti, in questo, di cui scriviamo, esso crebbe a tal segno, che appena possiamo sperare di darne una giusta idea. E molti veramente furon tra essi uomini di grande ingegno che lume ed ornamento non picciolo accrebbero a questa scienza; la quale se non comparve ancor corredata da quella molteplice erudizione e da quel critico discernimento che rende tuttor celebri i nomi di alcuni giureconsulti del secolo susseguente, molto fu nondimeno e rischiarata da essi, e purgata almeno in parte dalla barbarie de’ secoli precedenti. Facciamoci dunque a parlare se non di tutti, che a ciò solo si richiederebbe un ampio volume, almeno de’ più illustri. Nel che seguiremo, come in addietro abbiam fatto, l’ordin tenuto dal Panciroli, a cui ci lusinghiamo però di potere aggiunger più cose da esso non avvertite, e di corregger più falli ne’ quali egli è caduto, come dovea necessariamente avvenire a chi prima d’ogni altro ha preso a trattare con giusta estensione questo argomento.

II. Cristoforo da Castiglione milanese è il primo che dal Panciroli si nomina (De clar. Leg. Interpr. c. 80). L’Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 1, part. 2, p. 355), e prima di lui Antonio Beffa Negri ni (Elogi di persone della casa Castigl. p. 248) lo dicon nato da Francesco e da Barbara Biraga, e gli dan per moglie Anna da Baggio; ed è probabile che il [p. 738 modifica]738 LIBRO Befl’a Negrini traesse cotai notizie da’ monumenti della stessa famiglia. Ma ciò che essi aggiungono , cioè che Cristoforo ricevesse la laurea nell’università di Parma, è certamente falso; perchè questa università non fu istituita che nel 1412, come a suo luogo si è detto, e allora già da più anni era Cristoforo professore. Io credo anzi ch’ei facesse i suoi studj e ricevesse la laurea in Pavia, come affermasi dal Panciroli. Se egli era veramente nato nel 1345, parmi difficile ch’ei fosse ivi scolare di Baldo, il quale non cominciò a tenere scuola in quella università che circa il 13i)i, come abbiamo altrove provato (t. 5), quando Cristoforo aveva oltre a trentacinque anni di età. In fatti dagli Atti dell1 università di Pavia si raccoglie che ivi era Cristoforo professore fin dal 1383. Io cito per la prima volta questi Atti, perchè or solamente mi giunge alle mani il libro pubblicato fin dal 1753 dalf avvocato Jacopo Parodi professore delle Pandette in quella università, intitolato: Elenchus Privilegiorum Actiium publici Ticinensis Studii. In esso abbiamo un catalogo di tutti i monumenti che nell1 archivio di essa conservansi dalla prima origin della medesima fino al 1751, opera assai vantaggiosa alla storia letteraria, e di cui mi spiace di non aver sinora avuta notizia. Io me ne varrò, cominciando da questo capo: e ne’ supplementi a questa mia opera aggiugnerò le altre notizie di cui non fio in addietro potuto usare (a). (/?) Questi supplementi sono stati ora aggiunti a’ luoghi lor propini. [p. 739 modifica]8ECONDO *3t) Egli fu in Pavia collega e competitore di Baldo, e ne abbiam certa pruova nel catalogo più volte citato de’ professori di quella università, nel 13c)t), quando essa era stata trasportata a Piacenza; perciocchè in esso dopo Baldo, che era interprete del Codice, si aggiunge immediatamente: D). Cristoforo de Castiliono legenti ut supra (Script. rer. ital. vol. 20, p. j)3y). Ma dove a Baldo , come ad antico e rinomatissimo professore, si assegnano 164 lire di stipendio al mese, a Cristoforo allora ancor giovane ne veggiamo assegnate sole 53, che è nondimeno un de’: più lauti stipendj! in quel catalogo espressi. Io non so parimente quanto sia ben fondato ciò che il Panciroli e l’Argelati raccontano della gara che ardeva tra lui e Baldo per aver maggior numero di scolari, e de’ bassi artificj da essi a tal fine usati; e ciò che il Negrini e l’Argelati soggiungono, cioè che Cristoforo in occasion delle guerre che si sollevarono dopo la morte di Giangaleazzo V isconti, cambiò il Codice colla spada, e fu guerriero valoroso, come era stato dotto giureconsulto; e che per sovvenire a’ bisogni de’ suoi parenti in quella guerra assai danneggiati, dovette vendere la sua

  • propria biblioteca, nè volle mai ricevere da

Facino Cane i suoi beni, che questi volea rendergli , finchè egli non gli avesse ancora renduti a’ suoi mentovati parenti. È certo che nel 1420 egli era di nuovo professore in Pavia, e che nel 1424 benchè ne fosse assente a cagion della peste, gli si pagava nondimeno lo stipendio, come abbiamo negli Atti di quella università. L’iscrizion sepolcrale a lui posta in [p. 740 modifica]740 ’ ■ LIBRO Pavia nella chiesa di S. Tommaso, e riferita dagli stessi scrittori, altre notizie non ci somministra se non che egli ebbe il titolo di conte; che fu consigliero del secondo duca di Milano, cioè di Giammaria Viscont15 e che sostenne le cattedre di Diritto civile, non solo in Pavia, ma in Torino, in Parma e in Siena j e che con uno di que’ fastosi titoli allora usati fu detto monarca delle leggi. In quali anni fosse chiamato Cristoforo alle tre altre università mentovate, non si può accertare. Solo è indubitabile che, come avea cominciato, così ancora finì in Pavia, ove morì a’ 16 di maggio del 1425. Altri onorevoli nomi a lui dati da’ susseguenti giureconsulti si posson vedere presso l1 Argelati, il. quale ancora annovera le opere da lui composte, nelle quali si dice che molte leggi egli ha richiamate all1 antica loro chiarezza, emendando gli errori da altri commessi nello spiegarle. Fra esse però poco più altro abbiamo alle stampe che i Consigli legali.

III. Due scolari ebbe fra gli altri Cristoforo, i quali in fama di dotti giureconsulti andarono ancora innanzi al maestro, cioè Rafaello Raimondi comasco, detto comunemente Rafaello da Como, e Rafaello Fulgosio piacentino. Amen- • due però, se crediamo a Giason del Maino citato dal Panciroli (c. 82), troppo ingrati mostraronsi al loro maestro, sopprimendone i libri, e poi spacciandoli come lor proprj. Non son nuove cotali accuse, e ne abbiam già veduti molti altri esempj, e abbiamo ancora osservato che quanto è fucile f apporre ad altri un tal delitto, altrettanto il provarlo è difficile. [p. 741 modifica]SECONDO I E veramente se questi due professori eran dotati, come tutti confessano concordemente, di grande ingegno, chi mai vorrà credere che potendo essi scrivere tai libri che rendessero immortale il loro nome, volessero anzi usurparsi le altrui fatiche, a gran pericolo di essere con eterna lor infamia scoperti quai plagiarli l Perciocché avendo il Castiglione insegnato per tanti anni, e avendo perciò avuto sì gran numero di scolari, questo furto sarebbe stato troppo agevole a palesarsi. Il Panciroli ancora gli accusa che, colf abusare del loro ingegno, abbian proposte sentenze nuove e non ben conformi alla giustizia. Io lascio che di ciò decidano i giureconsulti. Rafaello Raimondi, benchè dicasi essere stato scolaro del Castiglione , nella Cronaca però di Trevigi, che citeremo tra poco, si dà per discepolo a Rafaello Fulgosio; e forse egli ebbe amendue questi maestri. Il Panciroli non fa menzione che della cattedra da lui sostenuta in Padova. Ma è certo che fin dal 13c)i) egli era professore nell1 università di Pavia, quando essa era trasportata a Piacenza5 e il troviam nominato nel catalogo poc’anzi accennato: D. Raphaeli de Reymundis de Cumis legenti ut supra (cioè l’Inforziato) l. i J, G, 8 (Script. rer. ital. vol. 20, p. y3q), che è lo stipendio d’ogni mese; e negli Atti di questa università troviam che ranno 1404 ac' cresciuto lo stipendio. Fu poscia chiamato a Padova, ove il Facciolati ne fa menzione l’anno 1411 (Fasti Gymn. pat pars 2, p. 28), aggiugnendo che l’anno 1422 egli ancora teneva scuola coll’annuo stipendio di 700 ducali, chiaro [p. 742 modifica]LIBRO argomento della gran (fama a cui era giunto; che l’anno 1426 fu chiamato a Venezia per affari della Repubblica insiemi col Fulgosio e con Prosdocimo de’ Conti; e che tornato a Padova, ivi morì l’anno seguente 1427? ne^ f|,,a^ Par‘nienti finì di vivere il Fulgosio. L’epoca della morte di questi due celebri giureconsulti, sconosciuta al Panciroli, vien confermata dalla Cronaca di Trevigi pubblicata dal Muratori, in cui all’anno medesimo si racconta (Script rer. ital. vol. 19, p. 864), che mentre in Venezia e in Trevigi infuriava il contagio, mancaron (di vita in Padova due eccellentissimi e celebri giureconsulti, che erano professori e concorrenti in quella università, maestro e discepolo, cioè Rafaello Fulgosio (detto ivi Furigosus) da Piacenza in età d’anni sessanta, e Rafaello da Como in età d anni quaranta. Siegue poscia narrando che l’anno stesso morì in Trevigi Alberto da Pietrarossa giureconsulto, uomo più eloquente che dotto, e che lasciò ad una sua unica figlia un ricchissimo capitale, contra quel detto de’ filosofi, dice scherzando il cronista, che dal nulla non si fa che il nulla (*). Ma tornando al Raimondi, ch’egli morisse in etù (*) Alberto da Pietrarossa qui da me accennato fu uomo illustre ai suoi tempi, e nel 1408 fu dal Senato veneto deputato insieme con Francesco Za bare Ila, e poi con Jacopo de’' Fabbri, ad assistere a’ suoi ambasciatori mandati a comporre le differenze de’' Genovesi col duca di Savoia, e fu ancora ambasciadore della Repubblica a’ Fiorentini , come si afferma in un codice indicatomi dal più volte lodato sig. co. Rambaldo degli Azzoni Avogaro canon.co di Trevigi. [p. 743 modifica]SECONDO 74A giovanile, ne abbiamo ancora la testimonianza di Michele Savonarola, che dovea averlo conosciuto, il quale ce ne ha lasciato questo magnifico elogio (ib), vol 24 , p. 1562). Finirò colV aggiugnere a questi Rafaello da Como ile Ila nobil famiglia de’ Raimondi, uomo divino, e dotato di sì gran sottigliezza nel disputare, che rendeva gli uditori attoniti per maraviglia. Se la morte non! l’avesse rapito in età giovanile, non temo di affermare che V Italia da dugento anni in qua non avrebbe avuto V uguale. Ne furono collocate le ossa nel tempio di Santa Giustina in una cappella magnifica fatta fabbricar dagli eredi, e chiuse in una bella arca di marmo coir immagine di esso; ed egli era ben degno di tanto onore per le singolari virtù di cui fu adorno, per le quali deesi ancora annoverare tra gli uomini di santa vita. Ch’egli però non passasse i quarantanni di età, non mi permette di crederlo la cattedra da lui sostenuta l’anno 1399 nella università di Pavia; perciocchè converrebbe dire eli’ egli avesse cominciato a leggere in età di soli dodici anni. l)i lui si hanno alle stampe i Consigli legali, qualche comento sul Digesto, e qualche altra opera di giurisprudenza rammentata dal Fabricio (Bibl. med. et inf. Latin, t. 4 , p. 49) » e da’ compilatori delle Biblioteche giuridiche. Egli ebbe un figlio di nome Benedetto, il qual seguitando, benchè da lungi, le tracce paterne, fu per più anni professore di giurisprudenza in Padova e in Bologna.

IV. Somigliante fu il corso di vita dell’altro Rafaello, cioè del Fulgosio. Egli ancora era i [p. 744 modifica]744 LIBRO professore in Piacenza nell’anno 13c)9; e il vcg* giani nominato nel tante volte accennato catalogo: D). Raphaeli de Fulgosiis le genti ut supra, cioè il Codice, l. 26; anzi negli Atti dell’Università di Pavia egli è nominato tra’ professori fin dall1 anno 138i). Egli ancora avea avuto a suo maestro il Castiglione, e oltre a lui Niccolò Spinelli, come altrove abbiamo veduto (t. 5), e ciò probabilmente in Padova. In Pavia, come dalle opere da lui medesimo pretende di provare il Panciroli (c. 73), prese a moglie dapprima una della nobil famiglia de’ Beccaria, e mortagli essa senza figli, Giovanna Nicella piacentina. Ma il Papadopoli citando alcuni autentici documenti di lui veduti, che tuttor conservansi in Padova, dimostra (Fasti. Gymn, pat. t. 1, p. 210) che Giovanna de’ Beccaria moglie di Rafaello sopravvisse di alcuni anni al marito, e morì solo nel 1439$). Da Pavia passò egli ancora a Padova; ma prima del Raimondi, perciocchè il Facciolati ne fa menzione circa il 1407 (l. cit p. 27). Questi racconta, e sembra che ne abbia in pruova i monumenti di quella università, che sei anni appresso i Parmigiani affine di averlo alla nuova loro università gli fecero la proferta di mille annui ducati, ma ch’egli amò meglio di restarsene in Padova, ove lo stipendio gli fu allora accresciuto fino a 800 ducati, e qualche anno appresso fino a mille (a). Frattanto, come dalle opere di lui me(a) Il racconto del Facciolati vien confermato da un Atto della università de’ Legisti di Padova indicatomi d 1 sig. ab. Francesco Dorighello, con cui essa a’ 21 [p. 745 modifica]SECONDO ^5 dosimo -pniova il Panciroli, ci fu invinto come giureconsulto al concilio di Costanza, e giovò non poco a que’ Padri colla sua destrezza e col suo vasto sapere. Fu ancor più volte chiamato per pubblici affari a Venezia, come si narra dal Facciolati , e singolarmente negli anni I421 e *42^- Già abbiam veduto che l’anno della morte gli fu comune con Rafaello Raimondi, e come del secondo, così ancora del primo parla con somma lode il sopraccitato Savonarola: Nello stesso tempio, dice egli (l. cil. p. 1161 , ec.), cioè in quello di S. Antonio, presso l’altar maggiore in un’arca di marmo magnifica e veramente imperiale giace Rafaello Fulgosio piacentino professore e vero interprete delle leggi, e tra i giureconsulti de’ nostri tempi monarca, che scrisse gravi ed ingegnose letture, e introdusse nuove opinioni, che ora sono sparse per le scuole tutte cf ItaHa. Tra le quali opinioni è celebre quella de’ maschi discendenti per via di femmina, che da lui prende tuttore il nome, e che ha sempre avuti, ed ha ancora al presente contradditori e sostenitori in gran numero. Parecchie opere si hanno alle stampe di questo celebre giuredi luglio del 1413 ottiene una lettera ducale, colla «piale confermasi nella lettura il Fulgosio collo stipendio di oltocentocinquanlu ducati, e con cui chiamasi alla stessa università Pietio Ancorano collo stipendio di seicento ducuti; e 111 vece si da il congeda a Taddeo da \ imercate 1 iputato poco abile giureconsulto, come si è detto ancora nel ragionar di esso..Ma 1’Ancorano non dovette accettare l’invito, come è palese da ciò che nel tomo precedente di lui si è detto. [p. 746 modifica]LIBRO consulto, e fra esse i Consigli e i Comenti sul Digesto, ed altre, delle quali ragionano il Fabricio (l. cit. p. 50) e più altri.

V. Insieme con questi giureconsulti stranieri, che nella università di Padova fecer pompa del lor sapere, un nobile padovano ancora ottenne gran nome, cioè Gianfrancesco Capodilista. Egli era vi professore fin dal principio di questo secolo, come dal Facciolati si afferma (l. cit. p. 24) sull’autorità di un antico codice che presso gli eredi di esso conservasi. Ed ei dovea essere uomo d’autorità sin dal i.{o5; perciocché in quest’anno troviam ch’ei fu uno degli ambasciadori spediti da’ Padovani a Venezia per trattare il loro assoggettamento alla Repubblica (Script. rer. ital. vol. 17, p. 935). Il Facciolati aggiugne che l’anno 1422 era lettore delle Decretali collo stipendio di 200 ducati, e che in quest’anno medesimo andossene a Roma per affari dell’abate di S. Niccolò di Lido; che nel 1428 fu a pubbliche spese mandato a Ferrara, poscia a Bologna, finalmente a Milano per comporre con quel duca Filippo Maria, e non con Lodovico, come ha il Panciroli (c. 84), le controversie intorno a’ confini. Era egli intanto passato alla scuola del Diritto civile, accresciutogli lo stipendio fino a 300 ducati; e spesse volte fu ancor chiamato a Venezia per affari della Repubblica. Più onorevole fu l’ambasciata ch’egli sostenne pe’ Veneziani al concilio, non già di Costanza, come narrasi dal Facciolati, ma di Basilea, in compagnia di Andrea Donato, il qual di fatto veggiamo che a questo secondo concilio fu [p. 747 modifica]SECONDO 747 mandato da’ Veneziani (Agostini, Scritt. venez. t. 2, p 66; Script rer. ital. vol. 22, p. 1034). Ivi Gianfrancesco rendutosi accetto all1 imperudor Sigismondo, n1 ebbe il titolo di conte Palatino, cavaliere e famigliare Cesareo con più privilegi. In quell’occasione fu adoperato ancora l’anno 1440 da Eugenio IV, e tornato poscia a Padova, vi continuò la consueta lettura con accrescimento di stipendio fino a* 400 fiorini. Il Panciroli, seguito poscia da altri, racconta ch’ei morì improvvisamente sulla sua cattedra stessa, mentre spiegava una legge in cui si parla del pensier della morte. Ma io non veggo qual pi uova si arrechi di questo fatto, che forse è un di que’ molti che altra origin non hanno che l’amore del maraviglioso e del raro. Il P. degli Agostini rammenta un’Orazione inedita , di cui egli teneva copia (Scritt. venez. t. 1, p. 3), fatta da Montorio Mascarello nella morte di questo giureconsulto, la qual però non si sa quando avvenisse, nella quale fra le altre cose egli dice che Gianfrancesco sentivasi accendere in seno desiderio ardentissimo di emulazione , quando vedeva alcuno che a lui fosse superiore, o uguale e che perciò andava arditamente sfidando a contesa i più famosi giureconsulti, come Fantino Dandolo, Signorino Omodei, Jacopo da Saliceto e Rafaello Fulgosio. Non trovo però chi accenni alcuna opera da lui composta. Il Panciroli rammenta qui alcuni altri di questa nobil famiglia, che furono parimente illustri giureconsulti, come J rancesco e Gabriello figliuoli di Gianfrancesco, e Gianfederigo e Bartolommeo, de’ quali veggasi [p. 748 modifica]■j48 unno • il Facciolati clic più altri ancora ne annovera (l. cit. p. 31, 42 44 j 4Si, cc.).

VI. Un cenno solo fa il Panciroli di Jacopo Isolani (c. 87), che fu poi cardinale. Ei fu nondimeno uno de’ più famosi giureconsulti di questi tempi, e degno è perciò, che con qualche diligenza ne ricerchiam le memorie. Ne abbiam già la Vita scritta dal P. D. Celestino Petracchi, e pubblicata nei Miscellanei di Lucca (t. 1, p. 177, ec.). Ma essa sembrerà forse ad alcuni più lunga che esatta. E certo molte cose vi sono omesse, che son necessarie a formare una compita storia di questo celebre cardinale, ed altre non si veggono rischiarate abbastanza. Ei ne fissa la nascita circa il 1360, e così affermasi ancora dal Ghirardacci (Stor. di Bol. t 2, p. 250). Ei fu figliuol di Giovanni di Mengolo onorato di ragguardevoli cariche in Bologna sua patria. E io penso che debba qui correggersi il Ghirardacci, il quale distingue Giovanni di Mengolo da Giovanni di Domenico, e del primo dice (l. cit. p. 413) che fu decapitato in Bologna l’an 1389), perchè reo di un trattato segretamente ordito per dar la città a Giangaleazzo Visconti; dell’altro, che secondo lui fu il padre di Jacopo, narra nell’anno stesso la morte, come avvenuta naturalmente (ib. p. 434)- Or negli Annali di Bologna del Borselli abbiamo che Jacopo fu figliuolo di quel Giovanni di Mengolo decapitato: Patrem habuit nomine Johannem filium Mengoli de Isolanis, qui propter quandam proditionem. quam feciebat contra Bononiam pro Vicecomitibus de Mediolano, Bononiae capite punitus est (Script. rer. ital. [p. 749 modifica]SECONDO ' i‘ xx MB» voi. 23, p. 8j/\). E nella Cronaca italiana; Ebbe un padre, al quale in altro tempo fu tagliata, la testa sulla piazza di Bologna per un tradimento che faceva contro il popolo a posta de’ R isconti di Milano, e avea nome Giovanni di Mengolo degli Oselani (ib. vol. 18, p. 630). Ora il vedere che il Ghirardacci assegna all’anno medesimo la morte di amendue i Giovanni , e la somiglianza del nome tra Mengolo e Domenico, mi fa credere che un sol Giovanni veramente vi fosse, male da esso diviso in due. Ma su questo punto aspetteremo che migliori lumi ci vengano somministrati dagli eruditi scrittori bolognesi. L’Alidosi non dice che Jacopo fosse professore in Bologna, ma solo ch’egli era nel collegio de’ giudici, e che fu uno de’ sedici riformatori, e che fu chiamato a leggere nell’università di Pavia, negli Atti della quale in fatti ei trovasi tra’ professori nel 13j)2. 11 Gliirardacci però f annovera tra’ professori bolognesi all’anno 1384 c*1- P■ ^99)t e poscia tre anni appresso nel Consiglio de’ seicento (ib. p. 4*9)• 11 Panciroli ancora lo dice professore in Bologna, e dice ch’ei disputò ivi pubblicamente con Antonio Zelana, che fu poi cardinale, di che reca in prova un passo di Giason del Maino da me non veduto. Checchessia però di tal passo, io non trovo nella serie de’ cardinali alcuno di questo nome, onde è probabile eli’esso sia stato guasto e alterato (35). In (*) Invece di Antonio Zelana nominato dal Panciroli come professore in Bologna, e poi cardinale, deesi forse nominare Antonio de Chalanco. Tira boschi, Voi Vili. 1 [p. 750 modifica]7^0 LIBRO questo frattempo troviamo menzione presso il medesimo Ghirardacci d’un Jacopo Isolani sbandito , e poi richiamato in Bologna, e uomo d’armi, che ebbe sovente parte nelle fazioni che allora sconvolgevano quella città (ib. p. 497 526, 531 , ec.)• Ei non ci dà alcun contrassegno a distinguerlo da quello di cui trattiamo; e nondimeno non ardirei di crederlo quel medesimo senza più chiare pruove. Narra poi il medesimo storico (ib.p. 568) che l’anno 1405 mortagli la moglie Bartolommea (la quale, secondo l’albero pubblicato dal P. Petracchi, era della famiglia de’ Lodovisi), che lasciollo padre di cinque figli, Jacopo depose il pensiere di altre nozze, e rivoltosi interamente agli studj, fu poi da Filippo Maria Visconti condotto a leggere nella università di Pavia. Ma qui il Ghirardacci erra certamente nell’anno*, perciocchè noi troviain f Isolani non solo negli Atti di essa, come si è detto, del 13j)2, ma ancora nel catalogo de’ professori dell’università stessa, quando essa era trasportata a Piacenza l’anno 13i)c): Jacopo de Isolanis de Bononia legenti ut supra (cioè l’inforziato) l. (66 (Script. rer. ital. vol. 20, p. 939). Il qual mensuale stipendio, un dei maggiori che veggansi in quel catalogo, è pruova del nome a cui già era l’Isolani salito. Quindi non da Filippo Maria, ma da Giangaleazzo Visconti deesi dire chiamato a quella università l’Isolani, e quindi ancora dovette ciò avvenire assai prima che gli morisse la moglie, il che avvenne nel novembre del 1495; secondo il P. Petracchi, che avrà trovata probabilmente cotal notizia [p. 751 modifica]SECONDO 7 51 nell’archivio «Iella nobil famiglia Isolani da lui citato più volte (*).

VII. Fin quando si trattenesse egli in Pavia e in Piacenza, non v’ha chi’ ’l dica. Solo il Ghirardacci (l. c p. 579) e il P. Petracchi ci narrano ch’egli accompagnò l’anno 1409 al concilio di Pisa il Cardinal Baldassarre Cossa, che fu poi Giovanni XXIII Il Ghirardacci racconta (ib. 580) che l’anno 1411 ei fu uno degli ambasciadori mandati da’ Bolognesi a più principi italiani; ma accenna insieme che da altri invece dell’Isolani si dice inviato Romeo Foscarari, e questi infatti è il nominato nella Cronaca di Matteo Griffoni (Script rer. ital. vol. 18, p. 219). Questi però poco appresso (ib.p.220) racconta che Jacopo fu inviato nel 1412 da’ Bolognesi al duca di Milano; della qual ambasciata non trovo cenno nell’altra Cronaca italiana. Il P. Petracchi inoltre ci mette innanzi (*) Il sig. D. Petronio Belvederi sacerdote bolognese fornito di molta erudizione, e nelle sue ricerche esattissimo, ha pubblicata nel 1777 un’antica Vita del cardmal Jacopo Isolani, tratta dalla biblioteca de’ Cappuccini di Bologna, e da lui illustrata con erudite annotazioni , e con altri pregevoli documenti. Da essa si rende certo eli’egli nacque in Bologna nel 136o; che nell’anno 13Bi tu addottoralo in legge, e nel ricevuto in Collegio; che nel 1390 prese in sua moglie Imilolommea Ludovici, la qual mori poi agli 11 di novembre del j405; e ch’egli fu veramente esilialo dopo la funesta morte del padre accaduta nel 138). Più altre cose udranno ivi vedersi intorno a’ pubblici affari, ne’ auali il Cardinal Isolani ebbe parte. Vegg-itisi anche le uotizie degli Scrittoli bolognesi del conte 1 antuzzi (l. 4, p. 371, cc.). [p. 752 modifica]7^2 Libilo un Breve del dello pontefice Giovanni XXIII in dala de’ 15 agosto del 1410? m Cl“ concede amplissima autorità a Jacopo per acchetare le differenze insorte, dice egli, tra la Sede apostolica e la città di Forlì. Ma io rifletto che in questo breve si dice Jacopo destinato causa reformandi, et adpacem ac tranquillitatis dulcedinem reducendi fidelissimam Patriam Fori Julii, col qual nome io non ho mai veduta indicarsi la città di Forlì, ma bensì la provincia del Friuli, soggetta allora al patriarca d’Aquileia, e sulla quale perciò credeva il pontefice di poter esercitare l’autorità sua. Ei non lasciava frattanto di pensare a’ vantaggi della università di Bologna, e fu un di quelli che adoperaronsi, benchè senza effetto, perchè Gasparino Barzizza fosse ad essa chiamato, di che abbiamo in pruova la lettera che questi su ciò gli scrisse nel 1411 (Barz. Epist. p. 127). Ma presto ei dovette volgere il pensiero a più gravi affari. Avea Bologna lo stesso anno j 411 scosso di nuovo il giogo del papa, e posta si era sotto il governo del popolo. L’Isolani insieme con alcuni altri formò l’anno seguente il disegno di ritornarla all’ubbidienza della Chiesa, e l’ottenne felicemente nel modo che si narra nell’antica Cronaca italiana (l. cit. p. 601) e da tutti i più recenti scrittori. Nè mancò a Jacopo la mercede del fedel servigio da lui prestato alla Chiesa. Perciocchè Giovanni XXIII venuto nel 1413 a Bologna a’ 13 di novembre, come si legge nell’antica Cronaca italiana (l. cit p. 603),fece Cardinale Messer Jacopo de’ Isolani, come aveagli promesso di fare per cagion di avergli fatto [p. 753 modifica]SECONDO ^53 avere Bologna, e fu accompagnato a casa sua da undici Cardinali. Poscia l’anno seguente 1414 dovendo il pontefice recarsi al concilio di Costanza, mandò il Cardinal Isolani suo legato apostolico a Roma con amplissima autorità sopra tutto lo Stato ecclesiastico, come si raccoglie dal Breve perciò spedito, e pubblicato dal P. Petracchi. Egli vi entrò poco dopo la morte di Ladislao re di Napoli avvenuta nell’agosto dello stesso anno, da cui quella città era stata non molto prima occupata, e con ogni genere di crudeltà maltrattata. Molto perciò di fatica soffrir dovette il cardmal Isolani nel ripararne i danni, e insieme nel riacquistare alla Chiesa più luoghi che le erano stati usurpatij ed egli vi riuscì cotanto felicemente, che i Padri allor raccolti in Costanza gliene mostrarono con lettera piena di elogi in data de’ 25 di luglio del 1415 il loro gradimento. Essa si può leggere presso il P. Petracchi. Ma due anni appresso ei non perdette per poco tutto il frutto delle fatiche finallora sofferte. Braccio perugino famoso condottiere d’arme a que’ tempi. a’ 16 di giugno del , secondato al di dentro dalla perfidia e dal tradimento d’alcuni, entrò colle sue truppe in Roma, e costrinse il Cardinal legato a ritirarsi in Castel S. Angelo, a cui ancora ei pose l’assedio. Fra poco tempo però il celebre capitano Sforza, spedito dalla reina Giovanna al soccorso di Roma, costrinse Braccio a partirsene, e il cardinale e Roma si vider liberi da sì formidabil nemico. Frattanto Martino V, eletto pontefice nel novembre dello stesso anno, confermò con suo Breve, riferito [p. 754 modifica]7^4 LiBno dal P. Pctracchi, la carica di legato al Cardinal Isolani, il qual! in essa continuò fino al settembre del 1420, quando il pontefice venuto a Roma, il cardinale da esso altamente encomiato rimisegli tra le mani il governo con tanta sua lode finallora sostenuto. Vili. Da Roma fu il cardinale inviato dallo stesso Martino V suo legato a Milano, ed egli ivi era nel 1421. quando i Genovesi soggettatisi al duca Filippo Maria, questi all’Isolani commise che ricevesse nel tempio di S. Ambrogio le chiavi della loro città, che essi eran venuti ad offrirgli (Corio, Stor, di Mil. ad h. a.). Quindi tre anni appresso dal duca medesimo fu inviato in suo nome governatore di quella città in vece del Carmagnola, che sin allora sostenuto avea quell1 impiego. Ne abbiamo espressa menzione negli Annali di Giorgio Stella storico genovese, che a quei tempi stessi vivea: Eodem anno Mccccxxrr, dice egli (Script.. Rer. ital. vol. 17, p. 1291) die XV Novembris successit ad gubernationem nostrae Civitatis eidem Carmagnolae, qui jam recesserat a Janua Lombardiam, Reverendissimus in Christo Pater Domnus Jacobus de Isolanis de Bononia tituli Sancti Eustacchij Diaconus Cardinalis, olim Maximus in Scholis Doctor utri usque Juris, donatus de pecunia publica salario annuo Librarum tresdecim milium Januensium, ex quibus conferebat Libras tres mille Urbano de Sancto Aloysio Commissario Ducali existenti in Janua, deinde Opicino de Alzate alteri Commissario Ducali successori ejusdem Urbani. Egli vi si trattenne oltre a tre anni, e ne partì, come [p. 755 modifica]SECONDO ?55 abbiamo(ne’ medesimi Annali (ib. p. 13oo), accomj)agnato con grande onore dagli anziani e da’ cittadini a’ 28 di febbrario del 1428, e su una galea della stessa Repubblica si trasferì a Savona. Questo suo viaggio alla detta città ci fa credere probabile che allora ei fosse inviato dal pontefice Martino V suo legato in Francia, e non già nel 1423, come si narra dal Ghirardacci {Stor. di Bol. t. 2, p. 643). Questa fu f ultima commissione di cui il Cardinal Isolani venne onorato5 perciocchè tornato di Francia, e giunto a Milano, ivi morì, secondo la Cronaca italiana di Bologna, al principio del 1421. A dì detto 4 di Febbrajo, così ivi si dice (Script. rer. ital. vol. 18, p. 630), venne novella certa, che Monsignore Cardinale degli Isolani era morto a Milano, il quale poteva avere circa ottanta anni, e gli sono rimasti due figliuoli e un bastardo, avendogli lasciati ricchi La qual ricchezza fece nel governo della Città di Genova , c/i egli governò parecchi anni pel Duca di Milano. Il detto Cardinale è stato un notabile uomo, e da più che i Maltravesi, che giammai si ricordi essere stato in Bologna. Esso fu prima Dottore e famoso. Poi fu fatto Cavaliere. Mortagli la sua Donna, Papa Giovanni XXI il il fece Cardinale. Ebbe un padre, al quale in altro tempo fu tagliata la testa sulla piazza di Bologna per un tradimento che faceva contra il popolo a posta de’ Visconti di Milano, e avea nome Giovanni di Mengolo degli Oselani. E lo stesso si legge negli Annali bolognesi di Girolamo Borselli (ib. vol. 23,^. 8'5). Leggier divario nel dì della morte si trova in [p. 756 modifica]756 LIBRO una memoria ms. della casa Isolani, citata dal P. Petracchi, in cui si dice ch’egli morì a’ 21 (altri scrivono a’ 9) di febbraio, e fu sepolto nella chiesa del priorato di Santa Maria di Calunzano fuor di città. Il P. Petracchi dice che di questa chiesa s’ignora perfino il nome. E io certo non so che vi abbia alcun luogo nel Milanese che appellisi Calunzano. Ma ben vi ha Calvenzano, terra tra Marignano e Pavia, ove, come altrove abbiamo osservato (t.3), si crede da alcuni che fosse ucciso il famoso Boezio; ed è assai verisimile che questo luogo si voglia ivi indicare, ove forse avea il cardinale qualche suo beneficio; singolarmente se è vero ch’egli avesse fra gli altri la badia di Chiaravalle da Calvenzano non molto lontana. Non si ha, ch’io sappia, alle stampe opera alcuna di questo celebre cardinale. L’Alidosi però avverte che il Soccino ne allega i Consigli; il che se è vero, convien dire ch’essi corressero per le mani de’ giureconsulti d’allora. E ancorchè nulla se ne avesse, la fama di cui veggiamo ch’egli godette, e gli elogi con cui ne ragionano gli scrittori da noi mentovati, bastano a provarci eli’ egli era creduto un de’ più dotti in questa scienza che a’ suoi tempi vivessero.

IX. Maggiori e più celebri monumenti del suo saper nelle leggi ci ha lasciato Giovanni da Imola , uno de’ più rinomati giureconsulti di questo secolo. Presso l’Alidosi egli è detto (Dott. Bologn. di Legge, ec. p. 116) Giovanni di Niccolò degli Ugodonigi o Niccoletti già da Imola, col che sembra indicarsi ch’egli avesse poi avuta la cittadinanza di Bologna. Il [p. 757 modifica]SECONDO 767 Paliciroli (c. «88) «la alcuni passi delle opere dello stesso Giovanni pruova cu ei fu prima in Perugia scolaro di Angelo Ubaldo, poscia in Bologna di Francesco Ramponi e di Benedetto Barzi nel Diritto civile, e nell1 ecclesiastico di Antonio da Budrio e di Pietro Ancarani. A questi però deesi aggiugnere Giovanni da Legnano, che da lui stesso in altro luogo vien detto suo maestro praef. in l. 1 Decretal). Secondo il medesimo Panciroli, ei cominciò a tenere scuola in Padova; e così affermano ancora il Papadopoli (Hist Gymn. pat. t. 1, p. 212, ec.) e il Facciolati Fasti Gymn. pat. pars 2, p. 24); ma essi non dicono in qual anno ei cominciasse a salir quella cattedra. Aggiungon solo che nel 1402 , quando il marchese Niccolò III rinnovò l’università di Ferrara, fra gli altri famosi dottori colà chiamati uno fu Giovanni da Imola; di che abbiam recato un più autorevole monumento nel parlare di quella università. Lo stesso Papadopoli ci racconta che quando egli partì da Padova, 300 scolari gli tenner dietro, e il seguirono a Ferrara, e altri 600 colà si recarono da Bologna. Ma io non so di quanta fede sian degni gli autori a cui egli in tal racconto si appoggia. Anzi, se dobbiam credere al Ghirardacci (Stor. di Bol t. 2. p. 514), egli era professore in Bologna nel 1400, e da questa università perciò, non da quella di Padova, par ch’ei passasse a Ferrara. È incerto fin quando ei si trattenesse in Ferrara, e dove egli poscia passasse. Il Facciolati lo riconduce a Padova circa il 1406, ove dice che assegnati [p. 758 modifica]7^8 unno gli furono 800 ducati. Il Papadopoli e il Panciroli il fan tornare a Bologna j anzi raccontano che avendo i Bolognesi fatto un decreto, in cui vietasi che gli stranieri potessero nella loro università tenere scuola, e veggendo poscia che essa ne rimaneva perciò abbandonata e deserta, annullarono questa legge, e invitarono con ampio stipendio Giovanni da Imola. Di un tal decreto io non veggo menzione alcuna presso gli scrittori bolognesi , e parmi impossibile che quel saggio senato ne concepisse il pensiero j poiché era ben facile il prevedere ch’esso sarebbe stato alla loro università troppo funesto. Molto più favoloso mi sembra ciò ch’essi narrano, riconoscendolo però essi medesimi come fatto inventato a capriccio, che Giovanni venuto a Bologna, dopo una sola lezione se ne partisse. La prima volta che veggiam di nuovo Giovanni in Bologna ne’ catalogi del Ghirardacci (l. cit.p.G 10), è all’anno 1416, ove il troviam nominato tra’ professori di legge civile, come prima avea spiegate le ecclesiastiche , e in quest’anno appunto osserviamo ch’egli scrisse i Comenti sulla prima parte del Digesto nuovo, al fin di cui si legge: Et haec sufficiant pro hoc anno MCCCCXVI die IIII Sept. Il troviam poscia nominato tra’ professori del 1417 (ib. p. 619). Cinque anni appresso, cioè nel 1422, secondo il Ghirardacci (ib. p. 641), o l’anno innanzi secondo l’Ali do si , i Bolognesi fecer conoscere chiaramente a Giovanni in quale stima lo avessero j perciocché essendogli stata da un furioso incendio arsa [p. 759 modifica]SECONDO la casa con tutti i suoi libri, clic erano oltre a 600, gli diedero somma notabile di denaro, perchè potesse rifabbricarla. È dunque falso ciò che narrasi dal Facciolati, che nel 1422 ei partisse da Padova per andare a Bologna , e più certamente falso è ciò eli’ ei soggiugne, che ivi egli morisse quattro anni appresso (a). La morte di Giovanni vien chiaramente fissata al i 436 negli Annali del Borselli, il quale afferma (Script rer. ital. vol. 23 , p. 877) eli’ ei fu sepolto nella chiesa di S. Domenico, e che nel suo testamento ordinò agli eredi che gli ergessero un distinto sepolcro, ma che essi consumata tutta l’eredità non ne eseguirono il comando, e perciò rimase egli privo di tale onore. Al qual racconto è conforme quello delr Ali dosi, clic lo dice sepolto nell’arca de’ Garisendi nella suddetta chiesa di S. Domenico. Grandi sono gli elogi clic dell* indefesso studio di questo giureconsulto fa il Panciroli, e dopo lui altri scrittori, i quali alle opinioni di lui danno non leggier peso, e lo rimirano come un de’ più saggi insieme e de’ più ingegnosi. Ei coltivò collo studio, e illustrò colle opere l’uno (-i) U sig. co. Fantuzzi ha provalo con autentici documenti che Giovanni da Imola ebbe la I mrea in liologna nel 1397, e che poscia fu ivi professore di legge tino al 1402, nel qual anno passò a Ferrara (Scria, botogn. t. 4, p. 3 1, ec.). Quindi non par verisitnilc eh’egli studiasse in Padova; ed è certamente falso eh’ei fosse in quella università professori» prima di passare a I* errara. Da Ferrara passò a Padova nel 1 £06, e iiel 14iG tornò a Bologna. Altre notizie intorno alla vita e alle ojiere di questo celebre giureconsulto si posso» vedere presso lo stesso diligente scrittore. [p. 760 modifica]7C0 LIBRO e r altro Diritto, e ne abbiamo alle stampe i Comenti su diverse parti e del civile e delr ecclesiastico , oltre molti Consigli.

X. Contemporaneo e talvolta collega ancor di Giovanni fu Paolo da Castro, così detto dalla sua patria. Il Panciroli dalle opere di lui medesimo ne ha diligentemente raccolte molte notizie (c. 89), dalle quali veggiamo che, secondo alcuni, ei fu scolaro di Baldo, e certamente di Cristoforo da Castiglione, e condiscepolo de’ figliuoli del detto Baldo; che con un continuo studio ottenne perizia ed erudizion grandissima nelle leggi, e che alla povertà sua medesima, la quale non permettevagli di comperare i cementatori c gli interpreti del Diritto, ei fu debitore di quella non ordinaria chiarezza con cui egli, inerendo alle stesse leggi soltanto, le venne spiegando; che prese la laurea in Avignone, ove nel palazzo del vescovo e poi nelle scuole per un giorno intero disputò pubblicamente con molti prelati e con altri, e riportonne gran lode; che ivi trattennessi per otto anni, nel qual tempo scrisse molte risposte legali; e allora fu ancora probabilmente ch’ei tenne ivi scuola, benchè il Panciroli affermi ciò essere avvenuto più anni dopo. Fu poscia in Firenze uditore e vicario del celebre Cardinal Francesco Zabarella; e presa ivi a moglie una cotal Pietra fiorentina, fu destinato a professore di legge in quella università; nella qual occasione ei fu ancora adoperato in riformare il Diritto municipale di Firenze e di Siena. A questa città parimente ei fu chiamato professore, e poscia a Bologna. E forse a queste cattedre aggiugner [p. 761 modifica]SECONDO ffil devisi ancora quella di Perugia. Certo ei fuvvi per qualche tempo; poichè nel principio de’ suoi Comenti sul Codice ha queste parole: Id qui de ni semel reperi Florentiae... et hic semel vidi de facto Perusii Finalmente ei fu chiamato a Padova, il che dal Panciroli si dice avvenuto nel 1431, dal Facciolali nel143o (Fasti Gymn. pat. pars. 2, p. 34); e questi aggiugne che era allora assai vecchio 5 che colà venne da Firenze, e che ebbe a suo annuale stipendio 800 ducati. Ma io dubito che di alcuni anni si debba anticipar la venut a di Paolo a-Padova. Certo egli vi era nel 1429 perciocchè al fine dei suoi Comenti sulla prima parte del Codice, così dice: Faciamus finem pro isto anno die v Sept. mccccxxix in Civitatem Paduae. E io penso ancora, ch’ei non fosse sì vecchio (quando vi si trasferì; perciocchè osservo che quasi tutti i Comenti da lui scritti sopra i libri del Diritto civile sono intitolati secondum Lecturam Patavinam. È egli possibile che Paolo in età cotanto avanzata potesse scrivere tanto? Il Pancir oli osserva che Paolo dice in un luogo di aver tenuta scuola per quarantacinque anni, ed ei crede che sopravvivesse tre anni a Giovanni da Imola. Vuolsi però riflettere ch’egli era già morto, quando Michele Savonarola scriveva l’opuscolo più volte da noi nominato De laudibus Patavii. Perciocchè in esso, dopo avergli dato il titolo di principe e di superiore in dottrina a tutti que’ che l’aveano preceduto, dice (Script. Rer. ital vol. 24, p. 1162) che il corpo ne giaceva ancora insepolto, e che gli eredi gli stavano apparecchiando una magnifica [p. 762 modifica]762 LIBRO tomba. Or se il Savonarola scrisse quel libro, come è probabile, prima di partire da Padova, e s’ei recossi a Ferrara, come dalle cose già dette di lui parlando par che raccolgasi, poco dopo l’anno 1436, sembra ancora che verso quel tempo fosse Paolo già morto. Gli fu poscia di fatto innalzato il sepolcro nella chiesa de’ Servi da Niccolò di lui nipote e canonico di Padova colf iscrizione che dal Panciroli si riferisce. Questo scrittore accenna ancora gli elogi con cui parlan di lui i posteriori giureconsulti, alcuni de’ ’ quali gli danno il primo luogo dopo il gran Bartolo, e se n’è quindi formato il latino proverbio: Si Bartolus non fuisset, ejus locum Paulus tenuisset. Già abbiamo accennate le opere da lui composte, che sono singolarmente comenti sul Codice e sul Digesto. Il Panciroli accenna qui ancora e Angelo di lui figliuolo , che per quarant’anni fu professore in Padova dell’uno e dell’altro Diritto, e il suddetto Niccolò figliuolo di Antonio, e che in Bologna e in Pavia e in Padova spiegò parimente le Leggi ecclesiastiche; e nomina in questo capo medesimo alcuni altri giureconsulti, e fra essi Pietro Barbo da Soncino, di cui migliori notizie si troveranno presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2 , par. 1, p. 3 a3, ec.). A me sia invece permesso l’aggiugner qui un cenno di un altro figliuol di Paolo detto Giovanni, che io non so se fosse uomo di lettere, ma pure non dee passarsi sotto silenzio, perchè fu il primo scopritore in Italia dell’alume di rocca. Ne abbiam la notizia nell’antica Cronaca italiana di Bologna all’anno 1462. L’Alume (li [p. 763 modifica]SCCO NIX) ^63 rocca fu ritrovato in Italia per un figliuolo di Messer Paolo da Castro, ed è nel Patrimonio tra Corneto e Civitavecchia in un luogo detto la Tal fa, il quale ebbe dal Papa (Pio II) una buona provigione (Script rer. ital. vol. 18, p. 743)• Ne parla ancora Gasparo da Verona nella Vita di Paolo II, il quale però ne attribuisce la lode più a Domenico Zaccaria padovano, che a Giovanni da Castro: Dominicum Zachariam Patavium Astrologum non ignobilem non solum Pii secondi tempore una cum Joanne Castrensi al lumen propc Tu Ip ha/n invenisse, sed etiam tempore Paulli secondi copiam ingentem sulphuris a Dominico solo esse inventam (ib. t. 3, pars 2, p. 1 o38). E altrove: Tandem elaborante Dominico Zacharia Patavino magis quam Joanne Castrensi inventa sunt illa saxa alluminosa, et tempore Pii Secondi coepta est dari opera illis sylvis et montibus, et res verissima intellecta est, et quotannis est inde redditus fructus octoginta millium aureorum Ecclesiae Romanae (ib.p. 1043). Ne parla finalmente e più a lungo il pontefice Pio II ne’ suoi Comentarj (Comment p. 185), il quale, dopo aver fatto un bell1 elogio di Paolo, parla della scoperta fatta da Giovanni di lui figliuolo, a cui egli ne dà tutta la lode, e rammenta ancora altre circostanze della vita di esso.

XI. Sieguono poscia presso il medesimo Panciroli: (c. 90, ec.) alcuni altri giureconsulti, rinomati essi pure, mentre vivevano, ma che non avendo lasciati a’ posteri monumenti durevoli del loro sapere, o tali almeno che abbiano [p. 764 modifica]764 LIBKO avuto l’onor delle stampe, appena perciò sono or ricordati. Tali sono Sacco Gualtieri e Jacopo dal Pozzo alessandrino, professori in Pavia, Tommaso Dotti sanese e professore nella sua patria, Angelo Pei illi, Giovanni da Montesperello e Matteo Francesco di lui figliuolo, perugini di patria, e Giovanni Porto vicentino. Io non parlerò che di Catone Sacchi pavese, perchè di lui abbiamo frequenti e luminose testimonianze nelle Lettere di Francesco Filelfo, molte delle quali sono a lui indirizzate (l. 2, ep. 3, 18, 24-, l. 4,ep. 7, 20, 24, 26, 28; l. 5 , ep. 1, 6, 11; l. 6, ep. 5, 24, 34; l. 9, ep. 38, 39)). Il Panciroli afferma eh* ei tenne per qualche tempo scuola in Pavia; che passò poscia a Bologna, ove ebbe disputa con Paolo da Castro; e che quando questi andossene a Padova, Catone fece ritorno a Pavia, e che ivi morì poco dopo l’anno 1465. Quando e per quanto tempo fosse il Sacchi in Bologna, nè egli il dice, nè io trovo onde congetturarlo. Tutte però le lettere del Filelfo a lui scritte, che sono dal 1439 fino al x 451, cel mostrano in Pavia. Anzi negli Atti di quella università troviamo che fin dal 1.417 fu egli scelto a professore, e che nel 1439 gli fu accresciuto lo stipendio. In Pavia parimente cel mostra come attual professore Biondo Flavio, il quale parlando di quella università, dice che fra gli altri professori di legge avea Catone Sacchi e Sillano de’ Negri, uomini colti ancora nell’amena letteratura (Ital. illustr. reg. 7. Lombard.). E che tal fosse Catone, raccogliesi ancora dalle lettere del Filelfo, che di ciò molto lo loda, e risponde [p. 765 modifica]SECONDO yG5 ad alcuni quesiti di filosofia, di critica e di altri puntixche quegli fatti gli avea. In esse però il Filelfo gli dà il titolo di giureconsulto e di oratore, e nelle ultime due aggiugne ancor quello di cavaliere: Equiti aurato; il che ci indica che Catone avea avuto per premio del suo sapere questa onorevole distinzione (a). In fatti il poeta Antonio d’Asti in una parlata che dice a lui fatta dal suo genitore per esortarlo agli studi, fra gli uomini divenuti celebri e ricchi pel lor sapere in leggi , gli fa nominare singolarmente il Sacelli: FJt Sacchus, qui nunc Jurrconsultus habetur in Latio et toto clarus in orbe Cato Script. Rcr. ital. voi. 14, p- ioa5. (a) Di Catone Sacchi fa onorevol menzione il celebre Teseo Ambrogio in una digressione in lode di Pavia sua patria, inserita nella sua Introduzione alla lingua caldaica stampata nel 1539), di cui diremo nel secol seguente, ove ancora annovera più altri giureconsulti, di. alcuni dei quali parliamo in questo capo medesimo. Noi riporterem qui questo passo, benchè alcuni de’ legisti qui nominati appartengano al secolo XVI. Quantum n dice egli (p. 180) Jus Civile Catoni Sacco, Hieronymo Torquato, quem vulgus Tortum vocat, quantum Putti s, Curtiis , Buttigellis , /Uberitiis, ni pi* , Zaziis, Opizonibus , Joanni Jacopo Meda , et Francisco Vegio viventi, et in Gymnasio nostro Ticinensi in praesentia Jus civile egregie interpretanti debeat, haud facile enarraverim. Eorum tamen me tacente edita in lucem opera loquentur, et edenda manifestabunt. E poco appresso rum menta con somme lodi la Prattica di Giampietro Ferrari parimente pavese vissuto al principio di questo secolo. T IRA BOSCHI , Voi FUI. s [p. 766 modifica]766 LIBRO Altre notizie intomo a questo giureconsulto si possono vedere diste.se con erudizione e con esattezza dal ch. sig. abaLe Angelo Teodoro \ illa (Rare, mi lari. 1757).

XII. Dopo questi men famosi giureconsulti parla il Panciroli di Lodovico Pontano (c. y4)j che secondo lui fu natio di Spoleti nell’Umbria; ma Biondo Flavio, scrittore di questi tempi, lo dice oriondo da Cereto castello nell’Umbria (Ital. illustr. reg. 4- Umbr.) presso Spoleti. Recatosi però in età fanciullesca a Roma, e ivi per più anni arrestatosi, n’ebbe il soprannome, con cui molti l’appellano, di Romano. Dopo avere per sette anni frequentate più scuole legali, e quelle singolarmente di Perugia e di Bologna, in quest’ultima città, ove fu scolaro di Giovanni da Imola, ricevette la laurea, come dalle opere del medesimo Lodovico pruova il Panciroli. Fu poscia professore in Siena nel 1433, e avvocato in Firenze. Passato a Roma, da Eugenio IV fu fatto protonotario apostolico; ma sembra che poco tempo si stesse il Pontano alla corte di Roma; perciocchè il veggiamo inviato dal re Alfonso d’Aragona al concilio di Basilea insieme col celebre Niccolò da Palermo, di cui diremo tra’ canonici. Enea Silvio Piccolomini, che fu poi Pio II, e che trova vasi presente a quel sinodo, ci ha lasciata memoria dell’onorevol comparsa che Lodovico vi fece (De gestis Basil. Concil. l. 1). Si duole egli bensì che la discordia che nacque tra lui e ’l suo collega, recasse non poco disturbo al Concilio, che non fu, dice egli, meno occupato nel conciliarli tra loro, [p. 767 modifica]SECONDO 767 clic nel ricondurre i Boemi alla Chiesa. Ne fa poi nondimeno elogi grandissimi, dicendo che egli era uomo di sì profonda memoria, che non cedeva ad alcuno de’ più rinomati in tal genere; che qualunque cosa avesse egli veduta, o udita, o letta, l’avea sempre presente; e che disputando, recitava interi squarci del Codice, come se lo avesse sott’occhio. Conchiude finalmente ch’ei sarebbe stato uom senza uguale, se avesse avuta più lunga vita; ma che una troppo immatura morte venne a rapirlo nello stesso concilio, avendo egli appena passati i 30 anni di età. E veramente gli scrittori di que’ tempi ne parlano come d’uomo di memoria e di saper prodigioso. Biondo Flavio lo dice Jurisconsultorum Consultissimus; Rafaello Volterrano lo loda come uomo di fatica e di studio grandissimo e di singolare memoria; ma aggiugne insieme: caeterum ineptus diciturfuisse (fuisse Comment. urbana. l. 21), il che deesi intendere nel favellare; nel che Lodovico, se crediamo all’Aleiat 1 citato dal Panciroli, era sì infelice, che qualunque cosa da lui recitata sembrava vile e spregevole. Bello è ancora F epituflio poetico in onor di esso composto dal medesimo Enea Silvio, che vien riferito dal Panciroli, presso cui più altre notizie si potranno vedere di questo celebre giureconsulto. Ciò che è più a stupire, si ò che un giovane morto in età di 30 anni potesse scrivere tanto, quanto pur egli scrisse; giacchè abbiam molti tomi de’ suoi Comenti sopra i libri delle Leggi romane, di Consigli, e di altre cose legali, delle quali opere si può vedere il catalogo [p. 768 modifica]xin. Di Fiiipii tirino 768 LIBRO presso l’Oudin De Script, eccl. t. 4,p. a376, ee.); e più esattamente presso monsignor Mansi nelle sue giunte al Fabncio (li ibi. meiL et inf. Latin, t. 4 p 289, ec.), ove annovera più opere manoscritte di Lodovico, che si conservano nella imperial biblioteca di Vienna, e che ci mostrano ch’egli era un de’ più dichiarati sostenitori di quel concilio contro il pontefice Eugenio IV.

XIII. Se la gara delle università nell’invitare alcun professore alle lor cattedre basta a provarcene il merito singolare, pochi giureconsulti furono in questo secolo che si potessero paragonare a Pier Filippo Corneo nobile perugino. Il Panciroli ne parla non brevemente (c. 95), traendone le notizie singolarmente dalla Vita che ne ha scritta Francesco Maturanzio, e che c premessa al primo tomo de’ Consigli del medesimo Pierfilippo, benchè il Panciroli mai non la citi. Il Corneo, dopo appresi i primi elementi, si volse in età di soli 12 anni allo studio del civile Diritto, e con tale ardore vi si applicò, nulla perciò curandosi di qualunque trastullo proprio dell’età sua giovanile, che presto si vide quanto gran fama dovesse in ciò ottenere. Ebbe a suoi maestri alcuni de’ più celebri professori, e fra gli altri Benedetto Capra da noi mentovato nel tomo precedente, e Giovanni da Montesperello. Presa la laurea, cominciò a tenere scuola nella sua patria stessa , ed egli fu un de’ primi che illustrasse!- le Leggi non solo coll’usar de’ comenti degli altri interpreti, ma col valersi ancora dell’autorità della sacra Scrittura, degli storici, de’ poeti e d’altri autori, secondo il bisogno. Scriveva egli [p. 769 modifica]SF.CONBO yjg ogni cosa di sua propria mano, perchè i copisti parevangli troppo lenti. All’ingegno vivace , di cui era fornito, e al continuo studio con cui andavalo coltivando, congiungeva una singolare illibatezza ne’ suoi costumi e un’amabile piacevolezza di tratto, e dalla cattedra ancora, benchè esile di voce, parlava nondimeno con tal grazia e soavità, che era udito con piacere non ordinario. La fama di questo celebre giureconsulto sparsa per ogni dove fece che il duca di Ferrara , cioè probabilmente lìorso f colà lo invitasse: ed egli vi si condusse. Quindi il borsetti gli ha dato luogo a ragione tra’ professori di quella università (Hist Gymn. Ferr. t. 1 , p. 36). Ma non ci ha saputo indicare in qual tempo egli vi fosse. Io penso, come ho accennato, che ciò avvenisse su gli ultimi anni di borso, che morì nel 1471 In fatti l’autor della Vita racconta che il pontefice Sisto IV, il quale appunto in quell’anno fu eletto papa, veggendo che per la mancanza di Pierfilippo era i’ università di Perugia decaduta notabilmente, con un minaccioso suo Breve l’obbligò a ritornarvi (*). Fra poco tempo però le di(*) A questa gara del papa e del duca di Ferrara, per avere all i loro università il Corneo, appartiene una minuta di lettera dal duca di Ferrara scritta al papa, che conservasi in questo ducale archivio segreto, in cui gli scrive che essendo stato chiamato a quella università da’ riformatori di essa il Corneo, era poi venuto a sapere che questi avea lasciata Perugia senza la buona grazia del papa, che perciò fattolo venire a sè, avealo gravemente ripreso; che nondimeno prega Sua Santità, !poichè lo Studio di Perugia fiorisce singolarmente per la presenza di Baldo , cioè di Baldo Bartolini, e quel [p. 770 modifica]scordie della sua patria lo indussero ad accettar volentieri l’invito che da Lorenzo de’ Medici gli fu fatto per l’università di Pisa. E i monumenti di essa citati dal Fabbrucci (Ccilog. Jìacc. (f Opusc. t. 37) cel mostrano ivi professore nel 1473 e ne’ due anni seguenti col lauto stipendio ili t)5o fiorini. Egli ebbe ivi molti scolari che furono poscia uomini illustri, e fra gli altri Francesco Soderini che fu poi cardinale, come raccogliamo da una lettera scritta al Corneo da Marsiglio Ficino (Op. t. 1, p. 654), in cui lo esalta con somme lodi, affermando di ravvisare in lui l’idea di un perfetto giureconsulto. Ma Sisto IV a richiesta de’ Perugini, che mal volentieri soffrivano di esser privi di sì grand’uomo, richiamollo di nuovo dopo tre anni a Perugia; ed ivi egli poi visse fino all’ultimo de’ suoi giorni , adoperato singolarmente nel dar consigli; onde è che ne abbiamo Quattro interi volumi, i quali ci mostrano che da ogni parte ancor più lontana ei ne era richiesto. E a ciò doveva ancora giovare il cortese animo di Pier Filippo, che spesso assisteva o col consiglio o col patrocinio agli amici senza mercede alcuna; dal che forse ne venne la taccia datagli da alcuni che, non volendo imitarne l’esempio, dissero ch’egli era non troppo facile nel dar parere. Fu ancora incaricato di onorevoli ambasciate a’ sommi pondi Ferrara al contrano scarseggia alquanto di valorosi giureconsulti, a permettere che ivi si trattenga alinea per un anno. Ma nè la lettera ha data, nè vi è espresso il nome del duca che la scrive, nè del papa a cui c scritta. [p. 771 modifica]SECONDO 77I iefici, a’ Fiorentini, e ad altri principi, e sollevalo nella sua patria ad onorevoli magistrati. Finalmente in età di 73 anni finì di vivere, non già nel 1462 come alcuni hanno scritto, ma qualche anno almeno dopo il 1476, benchè mi sembri difficile ciò che afferma il Fabbrucci, cioè che ciò avvenisse nel 1494 Oltre i Consigli già mentovati, ne abbiamo ancora Conienti sul Codice e sul Digesto.

XIV. Fra questi pacifici professori della giurisprudenza che visser contenti della lor cattedra , e degli onori e dei premj che lor ne venivano, ne incontriam due che dall’insegnare — nelle scuole passarono a maneggiare i pubblici affari, ma con poco felice successo. Il primo è Gregorio Lampugnano milanese. Era questi, come afferma il Panciroli (c. 98), professore in Pavia , e ne son pruova le Letture sul Diritto civile e sul pubblico duini composte, che l’Argelati dice (Bibl. Script, mediol, t. 2, pars 1, p. 763) di aver vedute citate nel Catalogo della Biblioteca del re di Francia Francesco I, ma che non trovasi nel Catalogo della real Biblioteca di Parigi. Niuna menzione però io ne veggo negli Atti di quella università. L’anno 1447. morto il duca Filippo Maria, nelle funeste discordie che sconvolsero lo Stato di Milano, egli insieme con Antonio Trivulzi, Teodoro Bossi e Innocenzo Cotta fu trascelto dal popolo a difensore della comun libertà, che sembrava allora bramarsi da tutti (Simon. De reb. gest. Fr. Sfort l. 9, val. 21 Script. rer. ital. p 31)8). Ma, come suole avvenire in una non ben ordinata repubblica, ogni cosa fu presto [p. 772 modifica]7'2 LIBRO piena di partiti e di fazioni, c si rinnovarono i nomi de’ Ghibellini e de’ Guelfi. Allora fu che Francesco Filelfo gli scrisse la lettera, che ancora abbiamo, segnata a’ 13 di novembre del 1448 (l. 6, ep 48), in cui gli significa il dispiacere che sente in vederlo avvolto fra tante procelle, e lo avverte a cercar anzi la pace, che a fomentar le discordie. Ma il Lampugnano non seppe usare il sì opportuno consiglio, e il Simonetta descrive a lungo (l. c. p. 505) il reo frutto che egli ne trasse; perciocchè mandato da’ suoi nemici sotto pretesto di ambasciata all’imperador Federigo, appena fu giunto a Monza, che arrestato da que’ medesimi che gli erano stati dati a scorta, fu da essi decapitato. L’altro fu Rafaello Adorno, che dicesi parimente professore in Pavia, ma di cui non trovo memoria ne’ detti Atti, di cui il Panciroli (c. 99) rammenta la parte che ebbe ne’ tumulti di (Genova, quando costretto nel 1442 il doge Tommaso di Campofregoso a cedere il governo, ed eletto egli per uno de’ capi del popolo, ottenne l’anno seguente di essere innalzato alla digli ila di doge, ma poscia al principio dell’anno 1446 fu costretto egli stesso a deporre le insegne del principato, e a passare privatamente il restante della sua vita. Le quali cose si possono vedere più ampiamente narrate dal Giustiniani (Stor, di Gen. l. 5). Di lui fa onorevol menzione Lorenzo Valla (Invect. in Facium, l. 1), che dice di averlo conosciuto in Milano, e ne loda lo studio della giurisprudenza non meno, di cui era professore, che della eloquenza, di cui molto si dilettava: Raphaelis Adorni, tane [p. 773 modifica]SECONDO 7»'3 T t Gcnuensis Ducis... piane gravis Junsconsuiti atipie Oratoris, quarum doctrinarum alterius Professor atque antistes est. alterius admodum studiosus. Le quali parole sembrano indicarci che deposto il dogado, ei tornasse a occupare la cattedra; di che però io non trovo più sicura memoria.

XV. Notizie assai più copiose abbiamo di Antonio da Pratovecchio, di cui il Panciroli parla assai brevemente (c. 101). Ma l’avvocato Migliorotto Maccioni dottissimo professore del* l’università di Pisa ne ha illustrata con somma esattezza la vita nelle Osservazioni sopra il Diritto feudale stampate in Livorno nel 1764 (a). Io verrò compendiando ciò ch’egli espone distesamente, e ciò di’ * pruova con ottimi documenti presi in gran parte dalle opere stesse di questo giureconsulto. Antonio detto da Pratovecchio, perchè natio del luogo di questo nome nel Casentino in Toscana, ebbe a padre Marco della famiglia de’ Minucci, e non già di quella degli Albini, come avea pensato il sig. Domenico Maria Manni (Sigilli, t. 12, p. 57). Dopo i primi studj recatosi a Firenze, vi si istruì nelle lingue greca e latina e nella filosofia; ma con più ardore si volse alla giurisprudenza, da lui studiata parte in Firenze, parte in Bologna, alla scuola de’ più celebri professori, e singolarmente di Floriano da S. Pietro e di Paolo da Castro. Recatosi poscia, non so per qual (a) Vegga si anche il diligente articolo che su questo celebre professore ci ha dato il sig. conte FanUmi (Scrht. bologn. t. 7, p. 98, cc.). [p. 774 modifica]774 L1BU0 motivo, ma certo in assai povero stato, a Roma, passò) di là al concilio di Pisa nel 1409 ove cominciò a dar pruova del suo sapere. Rendutosi perciò assai celebre, fu chiamato l’anno i.\ i o a leggere le Istituzioni e poi il Digesto nuovo in Bologna, ove si trattenne per molti anni. Questo soggiorno però fu talvolta interrotto e dalla sua gita al concilio di Costanza, ove dalfimperador Sigismondo fu dichiarato conte e consiglier dell’Impero, ed ebbe il comando di riordinare i libri feudali e da qualche altro viaggio che fece a Firenze, a Pratovecchio e a Torino, ove fu chiamato per lite di grande importanza. Tornato a Bologna, compose ivi il suo Repertorio o Lessico giuridico, stampato poi in Milano l’anno 1481 , opera assai lodata a quei tempi, e che dal suo autor medesimo fu gloriosamente difesa contro un professore di Siena, che l’avea accusato di un testo supposto. Più altre opere pubblicò ivi Antonio, che furon poscia stampate, come i Repertorj sopra quelle di Bartolo e di Baldo, e i Comenti sopra alcuni de’ libri legali. Ma singolarmente attese egli in Bologna alla riordinazione delle Leggi feudali ra»:colte già, come altrove abbiam detto, da Oberto dell:Orto e da Gherardo de’ Negri, e accresciute poscia e illustrate, o, per meglio dire, oscurate da altri. Egli dunque le emendò, le corresse, le dispose in ordin migliore, e così pubblicolle verso il 1428, indirizzandole all’università di Bologna. Quest’opera, che dovea meritare ad Antonio gli applausi di tutti i giureconsulti, eccitò anzi contro di lui la loro invidia, per quel dispiacere che soglion gli [p. 775 modifica]SECONDO 5 uomini sentire comunemente nel dover lasciare una strada da essi finallora battuta. Questa loro contraddizione fece che l’imperador Sigismondo non approvasse solennemente l’opera di Antonio, il che fu poscia fatto dalfimpcrador Federigo III, e che l’autore di essa annoiato da tali contrarietà, abbandonasse Bologna, e si trasferisse a Padova, ove appunto nel 1429 cominciò a leggere, secondo il Facciolati (Fasti, Gymn. pat. pars 2, p. 32). Poco tempo però egli vi si. trattenne, e l’anno 1431 era già professore in Firenze. Di là passò a Siena, ove ebbe fra gli altri per suo scolaro il celebre Francesco Accolti, di cui diremo tra poco. La gelosia che allor regnava tra’ Fiorentini e i Sanesi, fece presso di questi cadere Antonio in qualche sospetto, ed egli perciò ritornò a Firenze, ove nel 1433 difese altamente il partito di Cosimo de’ Medici. Apertosi il concilio di Basilea, il Minucci vi fu mandato, ed ei sostenne dapprima con molto calore i diritti di quel concilio e dell’imperadore e del re Alfonso d’Aragona contro il pontefice Eugenio IV. Ma poscia cambiò sentimenti, o almen cambiò stile, e scrisse in favore dell’autorità pontificia. Da quello di Basilea passò Antonio al concilio general di Firenze; ed ivi pubblicò alcuni comenti sul Decreto di Graziano. Nel 1442 fu professore in Siena; l’anno seguente di nuovo in Padova; e poscia, dopo avere onorata qualche altra università. e dopo essere stato ancora , non si sa quando, nè per qual occasione, nel Regno di Napoli, tornò circa il 1456 a Bologna, la cui università fu sempre da lui sopra V [p. 776 modifica]77^ LIBRO ogni altra amata e distinta; e ove per singoiar privilegio gli fu concesso di far quella scuola che più gli piacesse. Ivi egli continuò fino al 1464 almeno; ed è probabile che non molto più sopravvivesse un uomo che fin dal 1409 era stato inviato al concilio di Pisa. Queste sono le notizie che l’eruditiss avvocato Maccioni distesamente ci ha date intorno ad Antonio Minucci, e ad esse ha aggiunto inoltre quattro belle dissertazioni, nella prima delle quali riferisce gli elogi con cui parlan di Antonio gli scrittori antichi e moderni, e il difende da alcune tacce appostegli; nella seconda ne esamina le opinioni, e mostra quanto ei fosse non solo ingegnoso giureconsulto, ma critico ancora e colto assai più che non fossero gli altri a quel tempo; nelle ultime due tratta principalmente dell’Opera feudale d’Antonio. Io non ho che aggiugnere a ciò che questo valentuomo ne ha scritto, presso il quale si potrà ancora vedere una piena notizia di tutte l’opere d’Antonio. E così avesse ogni uomo illustre nella letteratura avuto un sì diligente illustratore della sua vita, come questi ha fatto riguardo a questo giureconsulto.

XVI. Fioriva al medesimo tempo Angelo Gambiglioni di Arezzo , di cui, dopo il Panciroli (c. 102), ci ha date esatte notizie il co. Mazzucchelli (Se ri IL ital. t. 3, par. 2, p. 998, ec.), tratte singolarmente dalla Vita che ne scrisse Tommaso Diplovataccio. Aggirossi Angelo ancor giovane per le più famose scuole italiane, ed ebbe a suoi maestri in Bologna Giovanni da Imola e Floriano da S. Pietro, in Padova i [p. 777 modifica]SECOMIO 777 due Rnfaelli, il Raimondi e il Fulgosio, e Paolo di Castro, e in Perugia Onofrio Bartolini. Presa in Bologna la laurea nel 1442 cominciò a sostenere la carica di assessore in Perugia, in Roma e in Città di Castello; fu poscia luogotenente del senatore nella stessa città di Roma , indi questore o collaterale in Norcia nell’Umbria. Ma qui ei trovossi a un pericoloso cimento. Perciocchè accusato di aver male amministrata la giustizia, e chiuso perciò in prigione, sarebbe forse stato decapitato, se i collegi tutti dei giureconsulti italiani non si fossero per lui interposti. Uscito adunque di carcere, volle far pruova se le cattedre fossero per lui più felici che i tribunali. Passò pertanto a Ferrara, ed ivi lesse pubblicamente le Istituzioni di Giustiniano; poscia fu professore delle medesime in Bologna, ove sicuri monumenti cel mostrano negli anni 1438, 144!j *443- Tornò indi a Ferrara nel 1445 e benchè ivi signoreggiasse allora Leonello, ei nondimeno sembra riconoscer da Borso la sua venuta a quella città. Egli era ivi ancora nel 1450, come vedesi in un catalogo pubblicato dal Borsetti Hist. Gymn. Ferr. t. 1, p. 56), cui vi si aggiugne lo stipendio di lire 225. Ma in quello dello stesso anno, che si conserva ancora negli Atti della Computisteria di Ferrara, di cui tengo copia, lo stipendio è di mille lire. Io debbo aggiugnere ancora che nel 145i panni eli ei fosse, non so per qual motivo, in Milano, e lo raccolgo da una lettera a lui scritta da Francesco Filelfo (l. 9, ep. 11), in cui lo ringrazia che abbia parlato a Cicco Simonetta per ottenergli il [p. 778 modifica]778 i;rro denaro da lungo tempo aspettato. Il Simonetta era allora in.Milano, come da altre lettere del Filelfo raccogliesi, e convien dire perciò, che Angelo per qualche motivo colà si recasse. Non sappiamo fin quando ei vivesse, ma non è punto probabile ciò che alcuni scrivono, ch’ei non morisse che nel 1469 Infatti in un altro catalogo de’ professori giuristi di Ferrara dell’an 1465 ne’ medesimi Atti ei non è nominato, Io poi non so onde il Panciroli abbia tratto ciò che racconta, cioè ch’egli si dilettasse sovente di sfidare i suoi scolari non già a disputare, ma a correre, e che in tal atto fosse talvolta sorpreso da Ercole d’Este, che fu poi duca di Ferrara. Cotai racconti atti a trattenere la curiosità de’ lettori son sempre sospetti; e converrebbe mostrarne la verità con qualche autorevole testimonianza. Il co. Mazzucchelli annovera con diligenza le molte opere legali che se ne hanno alle stampe; e le diverse edizioni che se ne son fatte, e di quella singolarmente de Maleficiis ci pruovan la stima in cui esse erano XVn. Molti de’ giureconsulti finor nominati ebbero il titolo di monarchi delle leggi, di dottori acutissimi, d’uomini incomparabili; elogi più facili ad ottenersi, che a meritarsi. Niuno però andò tant’innanzi nella stima degli uomini , e niuno ne riportò più onorevoli contrassegni, di Francesco Accolti, dal nome della patria detto comunemente Francesco Aretino. Ciò che Azzo era stato nel secolo XIII, e Bartolo nel seguente , egli fu in quello di cui scriviamo, cioè oracolo della giurisprudenza, innanzi a cui [p. 779 modifica]•SECONDO ammutolivano tutti. Egli è degno perciò, che ne esaminiamo la vita con qualche particolar diligenza. Molto ne dice il Panciroli (c. 103), ma. secondo il suo costume, ai fatti accertati ei ne congiunge più altri dubbiosi, o falsi. Bello e pieno d’erudizione è l’articolo che ce ne ha dato il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 1, p. 68). E nondimeno più cose si possono ad esso aggiugnere, e più altre han bisogno di correzione. Francesco figlio di Michele Accolti d' Arezzo e di Margherita Roselli nacque circa il i ^ i S, ed ebbe a suo maestro negli studj dell’amena letteratura Francesco Filelfo, come ottimamente pruova il co. Mazzucchelli da alcune lettere dello stesso Filelfo; e ciò dovett’essere o in Firenze, ov’ei tenne scuola dal 1429 fino al 1435, o in Siena, ov’ei poscia passò, e vi stette fino al » 4^9- Aggiugne poi il conte Mazzucchelli, che Francesco verso il 144^ in Siena scolaro di giurisprudenza di Antonio da Pratovecchio e di Lodovico Pontano, ossia Romano. E ch’egli avesse a suoi maestri questi due celebri professori, non può negarsi. Ma amendue, come abbiamo osservato, furono in Siena non già nel 1443 ma il Pontano nel i.|33, e circa il tempo medesimo Antonio; nè il Pontano potè tornarvi altra volta, perchè inviato al concilio di Basilea, ivi morì. Nè parmi parimente probabile ciò che il co. Mazzucchelli, seguendo il Panciroli, soggiugne, che ei passasse nel 1444 insieme col detto Antonio da Pratovecchio a Bologna; perciocchè questi, abbandonata quella università nel 1429» 110,1 V1 ^*ece ritorno che circa il 1456. Convien dire però, che in Bologua [p. 780 modifica]780 LIBRO tosse per qualche tempo FAccolti, e che ivi ancora tenesse scuola; perciocchè Niccolò Burzio scrittor di que’ tempi, citato dal conte Mazzucchelli, nella sua Bononia illustrata afferma, come poscia vedremo, di averlo avuto a suo maestro; e il Burzio, benchè parmigiano di patria, avea nondimeno studiato lungamente in Bologna, come egli stesso in più luoghi ci narra. Or poichè dopo il 1450 vedremo l1 Accolli occupar sempre altre cattedre , rimane a dire perciò, che tra’ ’l 1440 e ’l 1445 ei fosse in Bologna, e che di là passasse a Ferrara, ove certamente era alcuni anni prima del 1450. Perciocchè nel catalogo poco innanzi accennato di quest’anno egli è nel numero di quei professori collo stipendio di 900 lire. E un decreto del marchese Leonello, che si conserva negli Atti della Computisteria di Ferrara segnato agli 11 di maggio dell’anno stesso 1450, ci mostra che già da alcuni anni egli era ivi professore di legge. Il principio di esso è così onorevole per l’Accolti; ch’io non posso a meno di non riferirne le stesse parole: Leonellus Marchio Es tensis, ec. Multos vidimus, plures accepimus , fuisse et esse claros et excellentes viros; quosdam humanitatis studia, nonnullos Iuris Civilis, alios Pontificii scientiam, aliquos Philosophiae praecepta, alios Theologiae cognitionem memoriter et profunde tenentes. At non qui in omnibus his singulis excellerent; immo etiam, qui in eis mediocriter essent eruditi, de paucis audivimus, neminem non vidimus, praeter tantum unum hac nostra aetate Dominum Franciscum Aretinum Juris utriusque [p. 781 modifica]SECONDO ~8l Ductorem, in quo non solum ipsae leges, sed et humanitatis et omnium bonarum artium studia et disciplinae domicilium suum locasse videntur. Ita enim de iis loquitur, ita de iis quibuscumque tractar, ut divinum non humanum ejus ingenium ac memoria judicari possit Quare cum is, qui per superiores annos conductus ad legendum in hoc nostro almo Studio Ferrariensi plus splendoris et famae. Studio pro sua excellenti et summa virtute tribut, quam ab eo accepit, modo ab alia, nobis insciis, Civitate fiorentissima accitus ad eam se conferre decrevisset. nos , quorum est tantes viros jam partos omni ingenio retinere, ei abeundi facultatem auferentes, voluimus ipsum nostrum esse, et apud nos saltem per quinquennium adhuc in hac nostra urbe morari. Siegue poscia a dire che lo destina per altri cinque anni alla lettura ordinaria del Diritto civile’ gli assegna l’annuale stipendio di 1200 lire di marchesini, che ora corrispondono a un di presso a 500 zecchini veneti: determina i fondi su cui questo stipendio gli debb’essere pagato, e comanda, che ancorchè l’università dovesse per qualunque cagione disciogliersi, ei debba nondimeno pe’ cinque anni fissati godere dell’assegnato stipendio. Morto nell’anno stesso Leonello , Borso di lui successore confermò a’ 20 di gennaio dell’anno seguente il suddetto decreto, e questa conferma ancora conservasi ne’ medesimi atti. Non dovette però l’Accolti continuare per cinque anni il soggiorno in Ferrara, e io lo raccolgo da un altro decreto di Borso segnato a’ 19) d’agosto del 145G. In esso si Tiraboschi, Fol. Vili. 9 [p. 782 modifica]782 LIBRO ripete lo stesso esordio poc1 anzi recato, e poscia si dice: Decernimus tandem eum, qui a nobis per aliquot annos abfuit, ad nos denuo revocare. Quindi lo nomina professore di Diritto o ecclesiastico o civile per due anni da cominciarsi da’ 18 d’ottobre del seguente anno 1457, collo stesso stipendio di 1200 lire; lo dichiara innoltre suo consigliere colf autorità d’intervenire, quando gli piaccia, al Consiglio; e comanda che, ove gli altri consiglieri sieno su qualche punto dubbiosi, debban seguire il parere di Francesco: nam exploratum habemus, dice egli, quod ntiiil, ni si quod rcctum sane funique sil, sentiet et faciet vir ipse clarissimus et optimus. XVM. Nel frattempo in cui l’Accolti si assentò da Ferrara, ei fu professore in Siena. Io ne ho trovata una indubitabile pruova in una lettera dell’ab. Girolamo Agliotti scritta a’ 20 di dicembre del 1460 a’ rettori di quella città (l. 5 , ep. 25) in cui loro rammenta che circa cinque anni addietro a istanza di Francesco Aretino ivi allor professore essi avean liberato dalla morte, a cui era condannato, un giovane d’Arezzo: Abhinc enim circiter quinque annos, quum Dominus Franciscus Civis noster apud florentissimum Licaeum vestrum mercede conductus jura et leges publicitus legeret, ec. Era dunque Francesco in Siena circa il 1455, e probabilmente eravi ancora l’anno seguente. Ritornato a Ferrara nel 1457 ivi lesse Per due anni secondo il convenuto. Poscia dal duca Borso con suo chirografo de’ 5 di giugno del 1 {5y, clic esiste ne’ più volte citati Atti, [p. 783 modifica]SECONDO ^83 fu in quella cattedra confermalo per altri due anni. Sarebbe difficile il diffinire ove si recasse Francesco finito quel secondo biennio. Un passaporto dal duca Borso a lui conceduto a’ 6 di luglio del 1466; che trovasi negli Atti di sopra allegati, con cui gli permette che possa far passare senza alcuna gabella da Ferrara verso Bologna i suoi libri, i suoi abiti e tutte le altre sue cose, che venivano ex partibus Lombardiae... versus Bononiam; questo passaporto, dico, m’avea fatto sospettare chef l’Accolti fosse stato per alcuni anni o in Pavia, o in Milano. E di questo sospetto mi è poi avvenuto di ritrovare più certa pruova in alcune parole da Felino Sandeo aggiunte a un codice della Lettura dell1 Accolti sopra le Decretali, che conservasi nella libreria dello stesso Sandeo, e che si producono da monsignor Mansi (Bibl. med. et inf. Latin. t. 2, p. 193; t. 6, p. 344)’ lemnissimi rarissimique Jurisconsulti Francisci Aretini Commentaria, quae in ultimis suis congressibus Ferrariae gestis sapientissime edidit Demum quinquennio vixit sub Imperio Ducis Mediolani secretorum ipsius fidelissimum scrinium. Cui Duci defuncto successo Galeacio filio abiit tantus Doctor vocatus a populo Senensi leges Romanas istic commentaturus: quo tendens per Ferrariam transitum fecit 3 Octobris 1466. Monsignor Mansi avea prima creduto che questi fosse un Francesco Aretino diverso dal nostro. Ma egli ha poi cambiato parere. E in fatti tutte le circostanze convengon sì bene all’Accolti, che non può cader dubbio che di [p. 784 modifica]7^4 LIBRO Ini uni si ragioni (‘). Nel 1461 termina il secondo biennio, per cui era stato fermato in Ferrara. Va a Milano, e si trattiene presso il duca Francesco Sforza cinque anni, cioè fino al 1466. In quest’anno, morto il duca Francesco, ne parte, e ottiene perciò previamente il passaporto poc’anzi da noi riferito, per far condurre le sue cose per acqua sino a Bologna, e di là poi a Siena; e qui in fatti troviam professore l’Accolti negli anni 1467, 1468 e 1470 come da alcune lettere del Filelfo a lui scritte ha provato il co. Mazzucchelli. Possiam dunque rimirare come cosa certissima che F Accolti fu per cinque anni al servigio del duca Francesco Sforza col carattere, come sembra, di suo se(*) Se Francesco Accolli è Fautore delle versioni dal greco che van sotto nome di Francesco Aretino, come 10 tengo per fermo, eonvien dire che finito nel 1.761 11 secondo biennio della sua lettura in Ferrara , prima di andarsene in Lombardia , fosse per qualche tempo in Itoma , indi in Firenze, e poscia nuovamente in Roma. Io lo raccolgo dalla dedica della sua versione delle Omelie di S. Giovanni Crisostomo sul Vangelo di San Giovanni da lui diretta a Costino de’ Medici, in cui racconta che udendo egli le rare vir.tù di cui Cosimo era adorno, doleasi dell’avversa sua sorte che non gli avesse finallora permesso di conoscerlo di presenza: che Cosimo scorgendo quasi l’interno suo pensiero, avealo da Roma chiamato a Firenze, e lo avea accollo con rare dimostrazioni d’amore, ed esortatolo a dar l’ultima mano all’accennata versione, il che avea egli poi latto tornato a Roma. La dedica non ha data, e la versione non fu stampata che nel 1470* Ala ella certamente dovea essere scrìtta prima della morte di Cosimo, che avvenne nel 1464. [p. 785 modifica]SECONDO ^83 gretario. Dallo stesso duca Francesco fu inviato a Roma a complimentare in suo nome il nuovo pontefice Pio II. nella qual occasione recitò f Orazione clic da monsignor Mansi è stata data alla luce (Miscell Baluz. t. 3, p. i(6), e che deesi aggiugnere alle altre opere di Francesco rammentate dal co. Mazzucchelli. Di questa ambasciata parla ancora Mattia Palmieri (De Temporib). ad an. 1465, t. 1 Script. Rer. ital. Florent), il quale non dice già , come crede il Fabbrucci, che ad essa fosse spedito da’ Fioreni ini, ma solo eli’ ei fu ambasciadore al detto pontefice. Da Milano poscia, come si è detto, passò l’Accolti a Siena, ove era non solo negli anni poc’anzi accennati, ma ancor nel come raccogliam da una lettera a lui scritta dall’ab. Agliotti a’ 20 di dicembre dello stesso anno (Aliotti Epist. t. 1, l. 7, ep. 46), in cui gli veggiamo dato ancora il titolo di cavaliere, e dalla risposta fattagli dall’Accolti da Siena a’ 24 del medesimo mese (ib. t. 2, p. 3t)4)• In questa lettera gli scrive Francesco, che non sa ancora di certo se debba andarsene a Roma. E andovvi egli di fatto fra poco; e già era tornato a Siena al principio di febbraio delf anno seguente, come scrive egli stesso al medesimo ab. Agliotti (ib.p. 395). Questi aveagli scritto, chiedendoli perchè mai avesse fatto quel viaggio in sì contraria stagione; ed ei risponde, ma come in aria di mistero, che, benchè corresse quella stagione, avea nondimeno avuti molti e forti motivi che aveanlo indotto ad ubbidire a’ comandi del sommo pontefice. Ed ecco fissata 1 epoca del viaggio dell Accolti a Roma [p. 786 modifica]7 80 LIBRO sotto il pontefice Sisto IV rimasta finora incerta. Incerto però è tuttora qual ne fosse il motivo; benchè l’Accolti accenni di averne avuto comando dal papa. Rafaello Volterrano dice generalmente Comm. urbana.l. 21 ad fin.) ch’egli andossene a Roma con grandi speranze, ma che tornonne deluso, e quindi è poi nato il racconto adottato dal Panciroli, che essendosi lusingato Francesco di esser posto nel numero de’ cardinali, udisse dirsi dal papa, che avrebbelo fatto, se non avesse temuto di nuocer troppo alle lettere, con toglier loro un tant’uomo. Del qual fatto vorrei che ci recassero fondamenti migliori. Falso è poi certamente ciò di che ha sospettato il co. Mazzucchelli, che Sisto si facesse così beffe di lui, perchè egli avea scritto in favor di Lorenzo de’ Medici all’occasione della congiura de’ Pazzi. Perciocchè questa non accadde che nel 1478, e l’Accolti fu a Roma nel Comunque fosse, assai presto ei tornossene, e non già a Ferrara, come scrive il co. Mazzucchelli, ma a Siena, come ci mostra la lettera poc* anzi accennata. Ed ivi, se non m’inganno, cel mostrano ancora ne’ due anni seguenti altre lettere delP Agliottì (l.8, ep. 17, 34, 35)■ Era egli stato frattanto cercato da’ Fiorentini fin dal 147^ » perchè si recasse a tenere scuola di Leggi nella di fresco rinnovata università di Pisa; ma la cosa non ebbe effetto che nel 1479, come pruova il Fabbrucci (Calog. Rare, a Opusc. L 43), il quale aggiugne ch’egli vi avea l’annuale stipendio di 1440 fiorini, prova ben evidente dell’altissima stima di cui Francesco godeva. In Pisa [p. 787 modifica]SECONDO 78y egli era ancora l’anno 1480; cd è probabile ch’egli ivi continuasse fino all’ultimo de’ suoi giorni. Intorno al tempo in cui finì di viver l’Accolti, diversamente scrivono diversi scrittori; ma tutti a capriccio, e senza recarne prova. Ma il sig. Domenico Maria Manni (Sigilli, t. 12) e il citato Fabbrucci hanno con ottimi monumenti provato ch’ei morì 1 anno 14^3 a’ bagni di Siena , ove si era recato per curarsi de’ calcoli che lo travagliavano.

XIX. Abbiamo fin qui tessuta la serie della vita di Francesco Aretino in modo, che non ci è rimasto alcun anno in cui non abbiam potuto fissare ov’ei dimorasse. Nondimeno l’università ancora di Padova lo pone nel numero dei suoi professori. E il Papadopoli vel conduce nel 1472 (Hist. Gymn. pat t. 1 ,p. 122), il Facciolati nel 1452 (Fasti Gymn. pat. pars 2, p. 45). Niun di essi però ne produce alcun autentico monumento; e ne’ detti anni abbiam chiaramente provato che l’Accolti era in Siena e in Ferrara. Troviamo bensì, e lo pruova il conte Mazzucchelli con una lettera del Filelfo, che l’an 1470 la Repubblica veneta desiderava di averlo in quella università; ma poichè ancora dopo quell’anno il troviamo in Siena , par certo che questo desiderio non fosse condotto ad effetto. Che direm poi de’ leggiadri racconti che il Panciroli ci fa intorno a questo giureconsulto, e che dal conte Mazzucchelli ancora sono stai riferiti? Che egli ogni due mesi al più cambiava di servidore; che per mostrare a’ suoi scolari in Ferrara, quanto valesse il buon nome, rubò egli stesso a un macellaio [p. 788 modifica]788 LIBRO mi pezzo di carne, e che accusati di tal furto due scolari, e posti essi in prigione, e con* fessando f Accolti d’essere egli reo, non fuse non dopo gran contrasto creduto, e fece così intendere quanto giovasse il godere della fama cF uom giusto; che avendo egli veduti una volta alla sua scuola soli quaranta scolari, gettò sdegnosamente il libro, dicendo che a sì scarso numero ei non avea mai insegnato, e che più non volle risalir sulla cattedra. Cotali ed altri simili fatti, che si leggono presso i detti scrittori , sono probabilmente, come più altre volte abbiamo osservato, tradizioni popolari ed incerte, inventate per trattenere chi legge, e autorizzate dalla volgare credulità. Certo il fatto che dicesi avvenuto in Ferrara, non potè seguire a’ tempi del duca Ercole I, come si narra; perciocchè Francesco abbandonò quella università nel 1461 , quando era duca Borso, nè più fu ivi professore. Più degni d’essere letti sono i bellissimi elogi che molti scrittori contemporanei ne hanno fatto, e che dallo stesso conte Mazzucchelli si riferiscono. Si può ivi vedere con quanta lode parlan di lui Rafaello Volterrano, Francesco Filelfo, Biondo Flavio , Giano Pannonio , Gioviano Pontano , e più altri. Io ne riferirò qui tradotti in italiano due soli; e il primo è quello che ce ne ha lasciato Paolo Cortese. Or diciam qualche cosa, dice egli (De Homin doct. p. 53), di Francesco Aretino, che tra tutti i giureconsulti fu certamente il più dotto. Non v ha in tutte le belle arti e in tutte le scienze cosa alcuna o scritta , o insegnata, ch’ei non sapesse, o [p. 789 modifica]SECONDO '89 almeno non ricercasse. E fu uomo innoltre di sì grande memoria e di parole e di cose, che di qualunque cosa egli leggesse, non perdeva mai la memoria. L’altro ancor più magnifico è quello di Niccolò Burzio: Nè io debbo tacere, dice egli (Bonori, illnstr. p. 168), di Francesco Aretino, uomo di vario e molteplice ingegno, che a questi tempi colle eruditissime sue lezioni e co’ suoi libri immortali mi ha istruito e ornato. Egli era, per così dire, monarca di tutte le scienze, e a guisa di un campo fertilissimo di ogni cosa, tali tic se tu aveasi bramato F ornamento della gramatica, l’eleganza della rettorica,l’acutezza della dialettica, e la perfetta cognizione della poesia , in lui avresti trovata ogni cosa. Egli legista , egli canonista, egli musico , egli cantore , ec. Ai quali sentimenti sono concordi quelli di tutti gli altri che ci parlano dell’Accolti non solo come di uno de’ più grandi giureconsulti che mai vivessero, ma come d* uomo versato ancora in tutte le scienze, e che alla severità delle leggi congiungeva la grazia dell’eloquenza e la luce di una vastissima erudizione.

XX. Rimane a dire per ultimo delle opere di Francesco. E a me basterà accennare quelle che appartengono al Diritto civile e al canonico, come i Consigli, i Comenti sul secondo delle Decretali, e su alcuni libri delle Leggi romane, e alcuni altri trattati; de’ quali e delle loro edizioni si può vedere un diligente catalogo presso il conte Mazzucchelli. Con più esattezza dobbiam cercare ciò che appartiene ad alcune traduzioni dal greco da lui pubblicate, [p. 790 modifica]7QO LIBRO non tanto per formarne il catalogo, quanto per esaminare s’ei siane veramente l’autore , o qualche altro Francesco di Arezzo. Abbiamo dunque le Omelie di S. Giovanni Grisostomo sopra il Vangelo di S. Giovanni (à), e le Lettere attribuite a Falaride, e quelle attribuite a Diogene Cinico, tradotte in latino da Francesco d’Arezzo, e più volte stampate, e si hanno innoltre in alcuni codici a penna citati dal conte Mazzucchelli le traduzioni di un1 ol’azion di Luciano sopra la calunnia, e di una parte dell’Iliade d’Omero, e, secondo qualche catalogo, ancora dell’Odissea. Ma queste traduzioni si attribuiscono da alcuni non già all’Accolti, ma ad un altro Francesco d1 Arezzo figlio di Mariotto, e della famiglia de’ Griffolini. Il Panciroli si mostra favorevole a questa opinione, che poi è stata abbracciata da molti altri scrittori, e più recentemente dal P. Gabriello Maria Scarmagli benedettino nelle sue note alle lettere dell’abate Agliotti (t. 1 ,p. 190). Le lor ragioni riduconsi a queste tre singolarmente. L’Accolti, dicon essi dapprima , nelle sue opere legali non mostra di avere tintura alcuna di greco, ed usa di quello stil rozzo ed incolto di’ è proprio di tutti i giureconsulti di quell’età. Dunque non potè egli essere il (a) La versione delle Omelie di S. Gio. Grisostomo sul Vangelo di S. Giovanni attribuita a Francesco Aretino, e stampata in Roma Tanno 1370, è quella stessa di Rorgondio pisano altrove da noi rammentata t. 1, p. 311), e corretta poi e migliorata dal detto Francesco coll1 aiuto di qualche codice greco da lui veduto (V.’Audijredi Calai. Rom. Edìt. Sacc. xr, p.GS). [p. 791 modifica]SECONDO 791 traduttore di quelle opere greche, il cui 6ti(e è assai più elegante. In secondo luogo Bartolommeo Fazio fa l’elogio di un Francesco Aretino (De Viris. ill. p. 15); lo dice uomo dotto nell’una e nell’altra lingua, e ne annovera le traduzioni, e non dice un motto del nome da lui ottenuto nella giurisprudenza. Dunque il traduttore è un altro Francesco d’Arezzo diverso dal giureconsulto. Finalmente in alcuni codici della Vaticana citati dal P. Scarmagli, e in uno della biblioteca di Santa Croce in Firenze citato nel Giornale che già pubblicavasi nella stessa città (t. 3, par. 3, p. 1 a5), cotai traduzioni si attribuiscono a Francesco di Mariotto. Dunque esse non son dell’Accolti figliuol di Michele. A queste difficoltà hanno egregiamente risposto il Fabbrucci da noi già citato, e l’avvocato Maccioni da noi pur nominato poc’anzi (Osservaz. sul Diritto feud, p. 45). E quanto alla prima, essi riflettono saggiamente che l’Accolti ne’ suoi libri legali ha seguito lo stile de’ giureconsulti, e non dovea perciò in essi affettare il grecismo, il Fazio se non afferma che l’Accolti traduttore dal greco fu ancora giureconsulto , nol nega però; e come egli scriveva il suo libro circa il 1456 , quando non eran molti anni che l’Accolti teneva scuola di leggi, e scrivevalo in Napoli, così poteva non esser ancor giunta colà la notizia del molto che sapeva l’Accolti nella scienza legale. All’argomento per ultimo preso da’ codici mentovati risponde il Fabbrucci, che in quello di Santa Croce (io non so se sia lo stesso di quello della Vaticana) così si legge: io: Giysostonii Homiliae...• [p. 792 modifica]J93 LIBRO è Graeco in Latimim tmnslaUie a Domino Francisco Mariotti Aretino; e perciò quella voce Domino pruova chiaramente che il titolo è stato aggiunto posteriormente , e che potè esser errore del copista l’attribuire quella versione a Francesco di Mari otto; e osserva innoltre che in un codice della biblioteca di s Marco in Firenze, che contien la medesima traduzione , non vi ha l’aggiunto Mariotti. Alla quale e ad altre riflessioni devesi aggiungere quella che evidentemente ci pruova che f Accolli seppe di greco, e che è tratta da un dei Consigli dell’Accolti medesimo citato dall’avvocato Maccioni, in cui egli dice di se stesso: Antonii de Pratoveteri opinio est Magistri mei qui me litterarum , et potissimum Graecarum, amore inflammavit. Se dunque T Accolti studiò il greco, non vi ha più difficoltà alcuna a pensare che opera di esso sieno le traduzioni or mentovate. Monsignor Mansi crede che le sole Epistole di. Diogene sieno state tradotte da Francesco Griffolini, e lo pruova colf autorità di una Storia d’Arezzo di Attilio Alessi, che si conserva nella Riccardiana in Firenze, e di cui il Lami ha pubblicato un frammento, in cui si dà al Griffolini la gloria di quella traduzione (Cat. Bibl. Riccard. p. 17). Ma l’Alessi, come osserva il medesimo Lami, vivea verso la metà del secol seguente, e non è perciò testimonio troppo autorevole. Altre riflessioni su questo punto si posson vedere nell’articolo che il Bayle ci ha dato intorno a questo scrittore. Si veggano ancora presso il conte Mazzucchelli alcune altre opere di Francesco, alle [p. 793 modifica]SECONDO 703 quali , come si è detto, deesi aggiugnere l’Orazione da lui recitata in nome (del duca Francesco Sforza al pontefice Paolo II. Lo stesso autore nomina alcune rime da lui composte: e abbiamo in fatti veduto eli’ egli è lodato dal Burzio come valoroso poeta. Il Panciroli per ultimo fa qui menzione di Benedetto fratel di Francesco, di cui noi pure direm tra gli storici; ma egli erra dicendolo fatto poi cardinale; perciocchè il cardinale fu pronipote di Francesco , e fiorì nel secol seguente.

XXI. Più brevemente ci spediremo da alcuni altri giureconsulti, de’ quali ragiona in seguito il Panciroli. E prima ei nomina alcuni (c. 104) della nobil famiglia padovana degli Alvarotti, e singolarmente Jacopo e Pietro fratelli, professori amendue di giurisprudenza, e autori di alcune opere legali, fra le quali è celebre quella de’ Feudi composta da Jacopo. Io rimetto chi brama di essi più copiose notizie , all’opera del co. Mazzucchelli (Scritt ital. t. 1, p. 548), che ne ragiona con molta esattezza. Solo debbo aggiugnere a ciò ch’ei narra di Pietro, che questi morì prima (di giungere a’ 50 anni per testimonio di Michele Savonarola (De Laudib. Patav. Script. rer. ital. vol 24, p. 1162), il quale dice che, s’egli avesse avuta più lunga vita, avrebbe uguagliata la fama di Accorso. Passa indi il Panciroli a parlare di Cristoforo Nicelli piacentino (c. 105), di cui egli dice che conservava presso di sè manoscritta la sposizione sulla seconda parte del Digesto nuovo. Egli afferma che Cristoforo per 13 anni lesse [p. 794 modifica]794 LIDRO nell’università di Torino. Ma io credo eli’ ei facesse ivi più lunga dimora. Ei certamente era professore in Torino nel 1464 perciocchè Alberto da Ripalta ne’ suoi Annali di Piacenza racconta di se medesimo (Script rer. ital. vol. 20, p. 914)j che 111 detto anno egli era con frequenti lettere invitato a recarsi a Torino, per udire ivi subtilissimum Doctorem et ingenio acutissimum Cristophorum de Nicellis ex suae aetatis Doctoribus in Jure Caesareo primum. E in Torino par ch’egli continuasse a vivere fino alla morte, che avvenne a’ 26 di settembre del 1482, secondo l’iscrizion sepolcrale riferita dal Panciroli. Il sopraddetto Alberto però dice che ne giunse la nuova in Piacenza solo a’ di novembre: Die.25 (novemb.) audia est mors numquam delendae memoriae Cristophori de Nicellis in Jure Civili luminari s magni primam in felici Accademia Taurinensi tenentis Cathedram, ac prò Illustrissimo Sabaudiae Duce Audientiarum magni Praesidentis et Consiliarii (ib. p. 969). Anzi nella stessa iscrizione sepolcrale si dice che per \ 1 anni spiegò dalla cattedra le Leggi romane, e che contavane 93 di età, quando finì di vivere. Siegue presso il medesimo Panciroli Paride del Pozzo (c. 106), di cui più esatte notizie abbiamo presso il Giannone (Stor. di Nap. l. 28, c. ult.)y tratte dalle opere stesse di Paride e di altri scrittori di que’ tempi. Paride nato in Pimonte nel ducato d’Amalfi, e recatosi giovinetto a Napoli, ivi prima, e poscia nelle più celebri università italiane apprese le [p. 795 modifica]SECONDO ’Jifj Leggi, e ne acquistò tal perizia, che ritornato a Napoli fu dal re Alfonso dichiarato suo consigliere, e maestro di Ferdinando suo figliuolo, E allor quando Alfonso partendo da Napoli per la guerra di Toscana commise a Ferdinando l’amministrazione del regno, Paride fu da questo eletto a suo auditor generale. Morto poi il re Alfonso, e succedutogli Ferdinando, nuovi onori ricevette Paride da questo re stato già suo discepolo, il quale fra le altre cose dichiarollo inquisitor generale di tutto il regno. Così continuò a vivere in Napoli con sommo onore, consultato ancora da’ più lontani paesi, singolarmente intorno alle questioni appartenenti al duello, nella qual materia era Paride versatissimo , e la illustrò con un suo libro. Era egli uomo più erudito, che non solevano comunemente i giureconsulti di quell’età, e nelle sue opere ne diede pruova valendosi della sacra Scrittura, de’ SS. Padri, degli storici e de’ filosofi antichi, e mostrandosi ancora, ciò che per altro poco importava, perito d’astrologia. Delle dette opere ci ha dato il catalogo il sopraccitato Giannone, fra le quali quella de Syndacatu dal Panciroli vien detta ammirabile, benchè sia scritta senza ordine. Il Fabricio ha dimenticato interamente questo celebre giureconsulto. Egli morì in Napoli nel 14i)3 in età di oltre a 80 anni, e fu sepolto nella chiesa di S. Agostino. A Paride aggiugne il Panciroli altri della stessa famiglia del Pozzo (c. 107), che secondo lui eran tutti oriondi dalla città d Alessandria, ove questa nobil famiglia fiorisce ancora, ma erano stati dalle guerre civili [p. 796 modifica]79^ LIBRO costretti a cercare altra stanza. Fra essi il più celebre è Jacopo professore in Pavia e in Ferrara, di cui il Panciroli dice di aver vedute alcune opere manoscritte. Egli pure è nominato, come un dei più celebri giureconsulti che allor vivessero, dal poeta Antonio d’Asti da me altre volte citato: Ut Jacobus Puteus, qui jure in utroque tenetur Consultus tota magnus in Ausonia Script. Rer. ital. vol. 14, p. 1025. Dagli Atti dell’università di Pavia raccogliamo ch’ei fu ivi professore dal 1431 fino al 1453, nel qual anno a’ 23 di marzo egli era già morto (*).

XXII. Parlando di Jacopo dal Pozzo , fa il Panciroli menzione di Girolamo Torti (a), di (*) Io dubito di qualche errore nell’elenco degli Atti dell’università di Pavia, ove si nota Jacopo dal Pozzo, come già morto a’ 23 di marzo dell’anno 1453; perciocchè in questo ducale archivio segreto io trovo una lettera dei riformatori dell’università di Ferrara al duca Borso dei 2 di dicembre del 1461, in cui mostrano desiderio ch’egli sia chiamato a leggere in quella università, poichè è uno de’ più famosi dottori. E lo stesso dicono essi di quel Girolamo Torti, di cui parliamo in questo luogo medesimo, che benchè giovane homo. V ha bona fama, et è reputato valente homo. Il Torti non passò a Ferrara, ma Jacopo vi fu poi professore, ed è annoverato dal Borsetti sotto il 1466; ed egli aggiugne che morì poi senatore in Milano nell’anno 1486 (Hist Gymn. Ferr. t. 2, p. 4q)• (rt) Abbiamo riferito poc’anzi il passo di Teseo Ambrogio , in cui parlando del Torti così ne indica il cognome: Heronimo Torquato quem vulgus Tortum vocant. [p. 797 modifica]secondo rcyj cui pure avea brevemente parlato poc’anzi 0 (c. i oo). Ma egli è uomo degno d’essere con più distinzione mentovato. E possiamo farlo agevolmente valendoci dell’Orazion funebre che in onor di esso recitò in Pavia l’anno (i a so 11 dal Maino statogli scolaro. Ella fu in quell’anno stesso ivi stampata, come osserva l’Argelati (Bibl: Script mediol. t. 2, pars 1, p. 892); e lo Schelhornio avendone trovata copia in un codice a penna della biblioteca di Raimondo da Krafft, e credendola inedita, l’ha pubblicata di nuovo (Amoenit. literat t. 4, p. 455 , ec.). Io ne darò qui un breve transunto per rinnovar la memoria di un illustre giureconsulto , di cui appena vi ha chi ci dia qualche contezza. In essa Giasone, dopo aver protestato che, quanto ei sa , tutto dee al Torti , da lui sempre considerato come suo maestro , per formarne l’elogio ne vien tessendo, secondo il costume degli oratori di quei tempi , la vita. Girolamo Torti era nato in Castelnuovo di Seri via nel territorio di Tortona di onesta ed antica famiglia, ed ivi ancora sussiste. Non poteva allora nascere un uomo che poi divenisse famoso, senza avere nel nascimento presagi della futura grandezza 5 e questi perciò si narrano qui da Giasone assai seriamente , e noi lasceremo che dia lor fede chi si diletta di tai racconti. I genitori di Girolamo , benchè non molto agiati di beni di fortuna. il fecer nondimeno istruire diligentemente ne’ primi studi 5 ed egli diede tosto a conoscere e f acuto ingegno di che era fornito, e la premura che avea d istruirsi d’ogni cosa. Tiràboschj, Voi. Vili. 10 [p. 798 modifica]J()8 LIBRO .Poiché fu giunto agli undici anni, l’applicarono alla filosofia; ma un anno appresso riflettendo agli onori e alle ricchezze che molti collo studio della giurisprudenza ottenevano felicemente, il rivolsero alle leggi, e lo inviarono perciò alla università di Pavia , ove divenne tosto la maraviglia de’ professori non meno che degli scolari. Nel quinto anno di questo suo studio, cioè nel diciassettesimo dell1 età sua, passò a Ferrara: E rari si ivi radunati, dice Giasone, i più illustri dottori di tutta t. Italia, anzi di tutto il mondo, per opera del march Niccolò f Este amantissimo degli studj non meno che degli studiosi; il quale con grandi promesse e amplissimi stipendi avea da ogni parte raccolti i più celebri letterati. Descrive poscia Giasone l’applauso che in quella università riscosse Girolamo , singolarmente nelle frequenti dispute eh1 egli teneva co’ suoi condiscepoli, nelle quali non si sapeva se più dovesse ammirarsi o l1 acutezza dell1 ingegno, o la forza del ragionamento , o il fervore della contesa. Deesi dunque aggiugnerè il Torli agli illustri alunni di quella università, di cui il Borsetti ci ha dato il catalogo. Dopo tre anni passò a Bologna antica madre delle scienze, dice Giasone; e i Bolognesi, continua egli a dire, che misuran gli uomini, non dalle ricchezze, o dalla fortuna , ma dalla sola virtù, appena ebbero conosciuto il Torti, che tosto presero a onorarlo, a visitarlo e ad allettarlo ancora a salire sulle lor cattedre. Ma il padre, che bramava di averlo vicino alla patria , si trasferì a Bologna per seco ricondurlo in Pavia. Non [p. 799 modifica]SECONDO «C)C) sì tosto si seppe ch’ei ne partiva , che molti de’ più ragguardevoli signori, de’ più dotti uomini di quella città, e la maggior parte degli scolari vollero accompagnarlo per lo spazio di ben tre miglia. Ed eccovi, dice Giasone, Girolamo seduto insieme col vecchio padre su un magro e smunto cavallo, avente in groppa un picciol fardello , senza alcun servidore , e con una tonaca assai logora, andarsene accompagnato e cinto da sì onorevol corteggio. Venuto a Pavia , e accoltovi con sommo onore, poichè ebbe ricevuta la laurea , fu dato, benchè giovine di primo pelo, per collega al celebre Catone Sacchi, il che, secondo gli Atti di quella università, accadde nel 1454 Descrive qui lungamente Giasone Y impegno con cui il Torti sostenne la sua cattedra , l’ingegno da lui mostrato nel disputare, la chiarezza e l’ordine nello spiegare, la singolar memoria ond’era dotato, e gli altri pregi che rendevanlo un perfetto e ammirabile giureconsulto. Dice ch’ei si oppose con forza, e che atterrò totalmente alcune nuove opinioni ch’erano state introdotte da Cristoforo Castiglione, da’ due Rafaelli il piacentino e comasco , e da Lodovico Pontano; e a spiegare a qual fama fosse egli salito , racconta che dalle parti ancor più lontane venivan molti sol per vederlo , e che molti principi e molte città lo invitarono premurosamente. Ma egli antipose a tutte Pavia, eli’ ei considerava come sua patria. Descrive poi la statura del Torti, uomo alto e macilento, di grave aspetto, di occhi vivi, e bello della [p. 800 modifica]800 LIBRO persona, trattene le troppo grandi gambe diseccate per malattia. Era egli innoltre nel sonno, nel cibo, nella bevanda parchissimoj e lontano da ogni ambizione, di altri ornamenti non si curava, che di anelli d’oro fregiati di diamanti. Travagliato da’ calcoli, e esortato perciò a cessar dalla fatica scolastica, rispondeva che ben volentieri avrebbe in quell’esercizio finita la vita. Morì finalmente con rara costanza tra le lacrime della moglie e de’ figli in età di anni, 32 de’ quali egli avea impiegati leggendo in quella università. Finisce poscia Giasone facendo nuovi encomj a Girolamo, di cui dice che, finchè la real città di Pavia sarà in piedi, finchè fiorirà quell’università, finchè saranno in onore le lettere e gli studj, non ne perirà mai la memoria. Questa orazione, come al fin di essa si aggiugne, fu recitata in Pavia nella chiesa dei Frati Minori a’13 d’agosto del 1484 j e deesi perciò correggere il Panciroli che fissa la morte del Torti all’anno 1479Giasone accenna i comentarj su varie parti del Diritto civile , e molti trattati eli’ egli avea scritti , e che correvano allora per le mani di tutti. Io non so però, che altro se n’abbia alle stampe, che i Comenti sull’Inforziato, e un Consulto sull’Interdetto lanciato da Sisto IV contro Firenze all’occasione della congiura de’ Pazzi, che va unito a’ Consigli di Antonio da Budrio. Il Panciroli nomina ancora un Jacopo Torti pavese (c. 109), cui dice maestro di Giasone del Maino, e morto in Pavia nel 1479 e sepolto nella chiesa de’ Frati Minori. E troviamo [p. 801 modifica]SECONDO „ 8ol in fatti negli Atti di quella università un Jacopo Torti che ivi leggeva nel 1461.

XXIII. Tra’ molti giureconsulti ch’ebbe in questo secolo il regno di Napoli, non v’ebbe forse chi si uguagliasse in fama d’uomo dottissimo a Matteo Afflitto. E nondimeno assai scarse son le notizie che ce ne ha dato il Panciroli (c. 108), e nulla più ce ne ha detto il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t.1, par. 1, p. 172). Con maggior diligenza ne ha parlato il Giannone (Stor. di Nap. l. 27, c. ult.), traendone le notizie dalle opere dello stesso Matteo, e di altri che o visser con lui, o non ne furono molto lungi. Ebbe a patria Napoli, ove nacque d’illustre famiglia, circa il 1443 Ma ei pretendeva di discendere dagli antichi Romani, e principalmente dal martire S. Eustachio ,* il che ci mostra ch’ei sapea più di leggi che di genealogie. Presa la laurea nel 1468 , esercitò la giurisprudenza prima ne’ tribunali, poi sulle cattedre, e fu professore in Napoli del Diritto civile, del canonico, del feudale e del municipale; e su questi due ultimi scrisse opere che furon date alle stampe, e ricevute con molto applauso. E osserva il Giannone esser falso che ei componesse quella su’ Feudi in età più avanzata , mentre egli stesso dichiara di averla cominciata in età di 32 anni, e finita nel 1480/ In questi esercizj giunse a tal fama. che dai nobili di Nido fu aggregato al lor seggio. Il re Ferdinando I gli offrì l’impiego di avvocato de’ poveri; ma avendolo ei rifiutato , lo elesse invece nel 1489 giudice della vicaria, e poscia nel 1491 presidente della regia Camera. Le [p. 802 modifica]802 LIBRO rivoluzioni alle quali il regno di Napoli fu soggetto dopo la morte di quel sovrano, furon fatali ancora a Matteo, il quale da’ nuovi sovrani fu spesso balzato da un tribunale all’altro, e una volta ancora per invidia degli emuli dal re Ferdinando il Cattolico fu ridotto alla condizion di privato, sotto pretesto che la sua decrepita età l’avesse tolto di senno. Ei continuò nondimeno i suoi studj. Fu poi nel 1542 fatto di nuovo giudice della Vicaria, ma sol per un anno; ritornando dopo quel tempo a vita privata (a). Cosi egli visse lino al 15a3, (a) Il sig. D. Pietro Napoli Signorelli amichevolmente si duole (Vicende della cultura nelle due Sicilie ì t. 3, p. 212, ec.) che tre soli giureconsulti napoletani io abbia in questo secolo rammentati, l’Afflitto, il Barbazza e I Aurelio. Di due nondimeno, su’ 1 quali ei mi rimprovera di aver taciuto, io ho ragionato veramente, cioè di Paride dal Pozzo in questo tomo medesimo, e di Michele Riccio nel secol seguente tra gli storici , a cui pure appartiene. E inoltre, s’io avessi voluto favellare di tutti quelli che in tutte le provincie d’Italia ebber nome d* illustri giureconsulti, e così dicasi dei medici, ec., la mia opera sarebbe cresciuta, senza gran frutto dei miei lettori, a troppo gran numero di volumi. Alle lodi poi di Matteo d’Afflitto deesi aggiugnere ch’ei fu il primo a raccogliere e a pubblicare le Decisioni del real Consiglio di Napoli , e che nella libreria di S. Domenico maggiore di Napoli se ne conserva una copia, in cui è scritta di man di Matteo la donazione eli’ egli ad essa ne fece; e innoltre che nel suo testamento ei diede alcune disposizioni, e stabilì alcuni legati affin di promuovere e di avvivare gli studj (V. Origlia, Stor. dello Stud. di Nap. t. 1, p. 254, 269). Di lui ha con assai più esattezza parlato il P. Eustachio d’Afflitto domenicano (Se ri/t. nap. t. 1, p. 114i ec-)i il quale ha corretti gli errori di molti scrittori, e fissale [p. 803 modifica]SECONDO 8o3 in cui fu preso da morte in età di 80 anni, e non già circa il 1510 come hanno scritto il Panciroli e il co. Mazzucchelli. Il secondo di questi due scrittori rammenta le opere di Matteo, che si hanno alle stampe. Più lungamente ancora ne parla il Giannone, il quale reca innoltre le testimonianze sommamente onorevoli che ne han date alcuni famosi giureconsulti. Anzi egli riferisce ancor qualche opera ommessa dal co. Mazzucchelli, e quella singolarmente de. Consiliariis Principum, la qual però non fu mai data alle stampe.

XXIV. Avea la città d’Imola ricevuto non poco onore dal suo Giovanni già da noi nominato. Non minore ne ricevette ella da.Alessandro Tartagni, detto comunemente Alessandro da Imola, che viene annoverato concordemente tra i più grandi giureconsulti di questo secolo. Il Panciroli dalle opere dello stesso Alessandro pruova (c. iia) eli’ egli avea avuti per suoi maestri il suddetto Giovanni, Lodovico Pontano, Giovanni d’Anagni, di cui diremo tra’ canonisti, e Gaspero Ringhieri. Ed egli si mostrò degno di tai professori. Poichè ebbe ricevuto l’onor della laurea, fu prima giudice in Reggio, e il Panciroli reggiano si duole ch’egli ne’ suoi Consigli si mostri non rare volte nimico a quella città. Aggiugne poscia che passò meglio le epoche della vita di questo giureconsulto, avvertendo che la nascita se ne deve fissare circa all’anno 14i&, e la morte al 15a8. Di lui ha ancora parlato più recentemente il sig. Lorenzo Giustiniani nelle sue Memorie degli Scrittori legali napoletani, (t. ri V- 5, ec). [p. 804 modifica]professore primieramente a Ferrara. Il Borsetti lo annovera in fatti tra’ lettori di quella università (Hist Gymn. ferr. t. 2, p. 29, ec.); e dice che ciò avvenne a’ tempi di Niccolò III e di Leonello, ossia tra 'l 1440 e 'l 1450, del che però ei non reca pruova di sorta alcuna. Anzi, secondo un codice di Felice Sandeo citato da monsignor Mansi (Fabr. lì ibi. uwd. et inf Latin, t. 1, pag. 65), pare eli’egli fosse in Ferrara nel 1460 (*). Per altra parte il Facclolatì ci assicura (Fasti Gyrnn. pai. pars 2, p. 4$) che nel 1458 Alessandro leggeva canoni in Padova collo stipendio di 600 ducati; che passò quindi alla cattedra del Diritto civile coll’accrescimento di altri 100 ducati; che nel 1467 fu ammesso nel collegio de’ dottori di Padova; e che poscia si trasferì a Bologna. Questa incertezza intorno alle cattedre sostenute da Alessandro si rende ancora maggiore, se riflettiamo ad alcuni de’ suoi Consigli. Perciocché a uno di essi (l. 1 , consil. 4) ei si sottoscrisse die 17 Martii Bononiae 1.461. Anzi, se crediamo all’Alidosi (Dott. bologn. di Legge, p. 12), fin dall’anno 1443 egli era vicario in Bologna, e assessore di Martino della Bocca d’Ascoli conser(*) Intorno alla lettera del Tartagni in Ferrara si possono leggere le Memorie del ch. dottor Barotti (t. 1, p. 82). ove però non si arreca alcun monumento che ci dia lumi sicuri, ma solo se ne discorre per congetture per le quali egli crede che cominciasse a leggere in quella università circa il 144' 1 e c’lie passasse a quella di Padova nel 1458. Al che però si oppongono gli Atti dell’università di Pavia, ne’ quali, come abbiamo osservato, egli è nominato professore al 14^o. [p. 805 modifica]SECONDO 8o5 ’ vatore della giustizia in quella città. 11 clic però non par verisimile; poichè allor non avea Alessandro che 19) anni d’età. E altri simili monumenti non ci lasciano determinare in qual tempo fosse professore Alessandro nelle dette università. È certo però, che in tutte e tre egli lesse. Il Panciroli aggiunge che secondo alcuni ei fu professore anche in Pavia. E così veramente sembra egli indicarci nella soscrizione di un suo Consiglio (l. 1 cons. 107): Factum Papiae in causa magnifici Comitis’ Hieronymi Beccaria anno Domini 1453 die 2 Martii, et consuluit totum Collegium Papiense et Mediolanense, (f itibus subscripsi. E in fatti negli Atti di quella università egli è nominato tra’ professori, e se ne fissa il primo anno al 1450. L’ultima stanza di Alessandro fu certamente Bologna, ove egli finì di vivere nel 1477* ahhiani la memoria insieme e l’elogio negli Annali bolognesi di Girolamo Borselli: Anno Domini 1477* Dominus Alexander Tartagnus de Imola clarissimus et copiosissimus Civilium Legum interpres anno aetatis suae quinquagesimo tertio mortuus est, ac tumulatus in Capella Majori Ecclesiae Sancti Dominici in sepulcro marmoreo miro opere sculpto. Hic fuit decus Civitatis suae et nostrae. Palatium in strata majori contra illos de Cruce Principe dignum construxit, filiisque reliquit (Script. rer. ital. vol. 23, p. 900, ec.). Il Panciroli ci dà innoltre notizia della moglie e de’ figliuoli di Alessandro, e ci fa il carattere dell’animo e dei costumi di esso, tratto dall’opere di lui medesimo, e di altri a lui vicini giureconsulti. Egli è creduto uno de’ migliori tra’ [p. 806 modifica]806 LIBRO consulenti, e se ne loda singolarmente la faticosa attenzione nel raccoglier le sentenze de’ più antichi giureconsulti, benchè talvolta ella degeneri in oscurità e in confusione. Alcuni ne • hanno parlato con biasimo; ma ciò non ostante ha ottenuto i soprannomi gloriosi di padre della verità, e di aureo ed immortale dottore. Molte son le opere legali che ne abbiamo alle stampe, come i Comenti sul Digesto e sul testo dei Decretali e sulle Clementine, oltre i molti Consigli ed altri trattati, de’ quali veggansi il Fabricio (loc. 2.) e i compilatori delle Biblioteche di giurisprudenza.

XXV. Due concorrenti e rivali ebbe Alessandro, uno in Padova, l’altro in Bologna, e con amendue ebbe frequenti contese. Bartolom* meo Cipolla veronese, e Andrea Barbazza siciliano. Del Cipolla, dopo il Panciroli (c. 113), han parlato il marchese Maffei (Ver. illustr. par. 2, p. 103 ed. in-S), c ultimamente il Facciolati (Fasti Gymn. pat. pars 2, p. 43) dopo gli altri storici dell’università di Padova. Egli apprese la giurisprudenza in Bologna, e fu scolaro di Paolo da Castro e di Angiolo d’Arezzo. Passato a Padova, cominciò nel 144^ a sP*e~ gare ne’ dì festivi il Decreto dell’Immunità ecclesiastica a spese di Pier Donato vescovo di quella città. Poscia nel 1458 fu nominato lettore ordinario di Diritto canonico collo stipendio di 100 fiorini d’oro, che gli fu poi raddoppiato, e finalmente accresciuto fino a’ 300. Ivi, come si è detto, ebbe a suo competitore Alessandro da Imola, con cui disputò lungamente intorno all’onore della precedenza. Nè [p. 807 modifica]SECONDO 807 il FaccioJati però uè alcun altro de’ mentovati scrittori ha avvertito che il Cipolla fu ancora per qualche tempo professore in Ferrara, benchè il Borsetti non ne faccia menzione. Io lo raccolgo dal catalogo più volte da me mentovato de’ professori di quella università dell’anno 1450, che si conserva negli Atti della Computisteria di Ferrara , in cui è nominato Don Bartholomaeus Cipolla, senza però che vi si vegga, come negli altri, espresso lo stipendio di cui godeva. Nel 1466, secondo il Facciolati, fu chiamato a Roma all’impiego di avvocato concistoriale, ma fra non molto fece ritorno a Padova, ove nel 1470 avea la seconda cattedra di Diritto civile, e quattro anni appresso fu promosso alla prima. A ciò deesi aggiugnere che nel 1471 fu inviato dalla Repubblica veneta insieme con Paolo Morsini alla Dieta di Ratisbona, ove dall’imperador Federigo fu onorato del titolo di cavaliere (Agost Scritt venez. t. 2, p. 182, ec.). Il Facciolati lo dice morto nel 147^- 1 march. Maffei, sull’autorità di F. Jacopo Filippo da Bergamo , più giustamente ne fissa la morte al 1477- Delle opere da lui composte e poscia stampate veggansi singolarmente il Papadopoli (Hist. Gymn. pat. t. 1, p. 22.4, ec.) e il march. Maffei, giacchè il Fabricio non si è degnato di dargli luogo nella sua Biblioteca de’ tempi di mezzo. Fra esse la più pregiata è quella De Servitutibus urbanorum et rusticorum praediorum, che, benchè venga ripresa come scritta con poco ordine, è nondimeno avuta in tal conto, che se ne son fatte molte edizioni, e di fresco ancora ella è stata recata in lingua italiana. [p. 808 modifica]808 LIBRO

XXVI. Dell' altro competitore di Alessandro da Imola, cioè di Andrea Barbazza siciliano, assai diligentemente ha trattato, dopo altri scrittori, il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, part. 1, p. 282), e io posso perciò spedirmene brevemente, a lui rimettendo chi ne brami più copiose notizie. Ei pruova ad evidenza colle lettere di Gasparino Barzizza, che non aspettò già Andrea fino al 1418 come credesi comunemente, a passar dalla Sicilia a Bologna, ma che ivi era fin dal 1411 (a). E io aggiuguerò (ai 11 eh. sig. conte Fantuzzi crede (Scritt, bologn. t. 1, p. 333, ec.) che sia corso errore nella data delle lettere del Barzizza al Barbazza , alf Isolani, e a’ riformatori dello Studio di Bologna, segnate da Padova nel 1411. Io rispetto l’autorità di questo dotto scrittore , a cui ancora mi stringono dolci vincoli di amicizia e di riconoscenza. Ma in questo punto son costretto ad allontanarmi dal suo parere. Cinque son quelle lettere, e sembra troppo difficile che in tutte siasi scritto per errore l’anno 141 » - Aggiungasi che tutte sono scritte certamente da Padova, come le lettere stesse ci manifestano; e il Barzizza nel 1418 passò a Milano , nè più rivide Padova. Quindi ancorchè vogliasi ammettere qualche error nelle date, esso non può essere che di pochi anni; e certo assai prima del 1422 al qual anno vorrebbe il co. Fantuzzi fissare la venuta del Barbazza a Bologna. È vero che l’Alidosi ne ha fissata la laurea solo al 1439. Ma lo stesso conte ha mostrato che fin dall’anno antecedente egli era dottore e professore; e forse anche più anni prima avea ei ricevuta la laurea. Più volentieri io seguirò lo stesso scrittore , ove dimostra che la lettera del Barbazza in Ferrara non fu a’ tempi di lì orso, ma più probabilmente a’' tempi di Niccolò III, o di Leonello; perciocchè in tutti gli anni del governo di Borso il Barbazza trovasi nominato ne’ rotoli di Bologna. Egli ha ancora [p. 809 modifica]SECONDO 809 a provarlo ancora più certamente che il Borselli, di lui parlando nei suoi Annali, dice: Andreas Barbatia origine Siculus, sed Bononiae educatus (Script rer. ital. voi i’ ò, p. 902). Ricevuta ivi la laurea nel 1439, passò dopo alcuni anni a Ferrara, mentre ne era marchese Borso, e fu ivi professore di Diritto canonico. Ma egli incorse nella disgrazia di quel sovrano, il quale, come ha lasciato scritto Felino Sandeo citato da monsignor Mansi (Bibl. med. et inf. Latin, t. 1, p. 94), non si sa bene per qual ragione, il fè dipingere sulla piazza di Ferrara sospeso per un piede al patibolo, e questa pittura rimase ivi per ben quindici anni , finchè avendo Borso dato al Barbazza l’incarico di stendere un consulto a favor di Roberto figlio di Sigismondo Malatesta, ed avendo egli ubbidito, ottenne in premio che fosse cancellata quella sconcia pittura. Ove deesi avvertire che Sigismondo morì nell’ottobre del 1468, e il consiglio del Barbazza dovette perciò esser disteso l’anno seguente, o certo non molto più tardi 5 poiché nel 1471 morì il duca Borso. Dunque se quindici anni era stata esposta in Ferrara la suddetta pittura, convien dire che ella fosse fatta circa il 1454 e che verso quel tempo stesso partendo da Ferrara il Barbazza tornasse a Bologna. Qui egli continuò ad esreeate assai buone ragioni per render dubbioso il racconto di Felino Sandeo intorno allo sdegno del medesimo Dorso contea il Barbazza; e più altre esatte notizie ci Ira date intorno alla vita e alle opere di questo celebre giureconsulto. [p. 810 modifica]8 IO LIBRO sere professore di giurisprudenza civile fino alla morte, che avvenne nel 1479 di che alle prove recate dal co. Mazzucchelli si può aggiugnere quella de’ sopraccitati Annali, ne’ quali di essa si fa menzione al detto anno: Dominus Andreas Barbatia origine Siculus, sed Bononiae educatus, postquam Jura Civilia et Canonica usque ad senium magna cum fama legisset, magno peculio acquisito, relictis quatuor filiis et aliquibus fili ab us, mortuus est et sepultus in Sacro Petronio in Capella, quam sibi vivens elegerat Più altre notizie intorno alla vita di questo insigne giureconsulto, a’ figliuoli ch’egli ebbe da Margherita de’ Pepoli sua moglie, da’ quali discende la nobilissima famiglia senatoria Barbazza, che ancor fiorisce in Bologna, agli onori ch’ei ricevette da’ principi di quell’età, alla straordinaria memoria e all’acuto ingegno di cui era fornito, a’ difetti, che gli furono apposti, d’uomo venale, imprudente e presentuoso, e finalmente intorno alle molte opere legali che ne abbiamo alle stampe, si posson leggere presso il co. Mazzucchelli. Io mi trovo ingolfato in un troppo ampio argomento, perchè mi sia permesso di trattenermi a parlar lungamente di ciò che dall’altrui diligenza è stato bastevolmente illustrato.

XXVII. Più lungamente mi conviene distendermi nel ragionare di Pietro Tommai da Ravenna, giureconsulto a questi tempi rinomatissimo, non solo pel suo sapere nelle leggi, ma più ancora par la prodigiosa memoria di cui era dotato. Il Panciroli nomina in due diversi luoghi Pier Francesco da Ravenna (c. 117) e [p. 811 modifica]SECONDO dii Pietro Tommasi da Ravenna (c. 138)j e ad amendue attribuisce una straordinaria memoria, lasciandoci in tal modo dubbiosi se egli abbia diviso in due un sol personaggio, o se veramente se ne debban riconoscere due somiglianti di nome, ma realmente diversi. Ma prima di esaminar tal quistione, veggiamo ciò che ci narrano gli scrittori di que’ tempi di Pietro Tommai, e ciò ch’egli stesso di sè ci ha detto nelle sue opere. L’eruditissimo P. ab. Ginanni ne ha trattato a lungo (Scritt. ravenn. t. 2, p. 41 y, ec.); ma pur mi sembra che rimanga ancor luogo a qualche ricerca; e io studierommi di farla colla maggior diligenza. E qui vuolsi prima d’ogni cosa avvertire che e nelle antiche edizioni delle opere di Pietro, e ne’ monumenti che a lui appartengono, e nelle storie di que’ tempi, egli è nominato semplicemente Pietro da Ravenna. Il Facciolati, il Fabbrucci, il Borsetti lo dicono or Pietro dei Tommei da Ravenna, or Pierfrancesco da Ravenna, or Pierfrancesco Tommasi da Ravenna; ma come essi citan bensì i monumenti delle loro università, ma non ne recano le precise parole, così non sappiamo a qual sentenza attenerci; e solo possiam lusingarci che non si sieno ingannati tutti i moderni scrittori nel crederlo della famiglia Tommei, o Tommasi di Ravenna, che forse è la stessa. Egli in un passo del suo libro intitolato Fenice , di cui or ora diremo, afferma che non avendo ancor compiti i 20 anni, era in Padova scolaro di Alessandro da Imola. L’incertezza in cui siamo intorno al tempo della [p. 812 modifica]8 l 2 LIBRO. lettura in Padova di Alessandro, ci lascia ugualmente incerti intorno all' età di Pietro. Ma essendo morto Alessandro l’an 1477 in età di 53 anni, e non avendo ei potuto essere professore prima di averne almeno 21, ne siegue che al più presto ciò potesse avvenire circa il 1445, e che allora perciò avesse Pietro presso a 20 anni. Nè si può differir molto quest’epoca; perciocchè vedremo che al principio del secolo xvi Pietro era già non sol vecchio, ma ancor decrepito. Ei dunque fu scolaro in Padova del detto Alessandro; ed ivi ei cominciò a dar prove della sua strana memoria. Udiamo ciò che ne narra egli stesso del sopraccennato libro intitolato Fenice. Io non l’ho potuto vedere, ma il passo che qui ne recherò tradotto in italiano , vien riferito dallo Schelhornio (Amoenil. li ter. L 11, p. 16, ec.): Essendo io studente del Diritto civile prima di aver compiti i 20 anni nell’università di Padova, dissi c/i io avrei recitato tutto il Codice, e chiesi che mi proponessero alcune leggi ad arbitrio de’ circostanti. Poichè me l’ebber proposte, io recitai i Sommarj di Bartolo y e alcune parole del testo; fissai il caso, esaminai le opinioni di diversi dottori, recai tutte le chiose (fatte su quella legge, proposi e sciolsi tutte le difficoltà. Ciò parve a tutti un prodigio, e Alessandro (da Imola ne rimase attonito.... Io riteneva ancora a mente le intere lezioni, benchè lunghissime, di Alessandro, e le scriveva di parola in parola; anzi, poichè le avea finite, io le recitava innanzi a gran numero di scolari [p. 813 modifica]SECONDO 8l3 risalendo dalle ultime parole alle prime. Udendo le. stesse lezioni, io volgevale in versi, e tosto le ripeteva con grande stupore di tutti Avendo F. Michele da Milano (dell’Ordine de’ Minori) nel predicare in Padova recitati 180 testi il autori che provavano /’immortalità delti anima, taf li li ripetei a memoria innanzi a lui, il quale abbracciandomi disse: vivi lungamente, gemma preziosa: e piacesse al Ciclo, idi io ti vedessi nella mia religione! Siegue poi Pietro a narrare più altre somiglianti pruove ch’ei diede della sua memoria, come il ripeter le prediche udite, e il portarle scritte allo stesso predicatore, il che egli fece singolarmente con Matteo Bosso; il recitare una lunga serie di nomi proprj da lui una sol volta letti, e altri prodigi di tal natura, dei quali io recherò ancora un solo non men maraviglioso degli altri. Io giocava agli scacchi, dice egli, un altro giocava ai dadi, un altro scriveva i numeri che da essi formavansi, e io al tempo medesimo dettava due lettere, secondo 1 argomento propostomi. Poichè fu finito il giuoco, io ripetei tutte le mosse degli scacchi, tutti i numeri formati da’ dadi, e tutte le parole di quelle lettere cominciando dall ultime. Questa sì prodigiosa memoria attribuiva egli a un suo particolare artificio nel collocarsi in mente le parole e le cose di cui volea ricordarsi; ed ei volle comunicare al pubblico questo suo raro segreto, dando alla luce un libro che fu stampato in Venezia nel 1491? e poi altrove altre volte, col titolo Phaenix, sive ad artifici aleni memoriam comparandam brevis quidem et facilis, sed re Tira boschi , Voi. P’III. n [p. 814 modifica]814 li mio ipso, et usti comprobata Introductio. Ma il Fabricio, che ha veduta quest’opera, dice saggiamente (li ibi. med. et inf. Latin, t. 6, p. 58) ch’essa gli è sembrata sì oscura, che ama meglio di esser privo di quella rara memoria, che d’immergersi in tante triche. E veramente poco per lo più giovano cotali regole a chi non ha dalla natura quella felice disposizione che a ben usarne è necessaria. Pietro, che ne era liberalmente fornito, divenne con ciò l’oggetto di maraviglia a’ suoi tempi, e fra gli altri premj ne riportò onorevolissimi diplomi nel 1488 da Bonifacio marchese di Monferrato, e nel 1491 da Ercole I, duca di Ferrara, i quali da lui stesso furono pubblicati nel suddetto suo libro. XXVUL La singolare memoria non fu la sola dote per cui si rendette celebre Pietro. Ei fu ancora un dotto giureconsulto, e fu perciò chiamato a molte università. Egli stesso in un passo di non so qual opera, citato dal P. ab. Ginanni, dice: Bononiae, Papiae, Ferrariaeque legi; ma in quali anni ciò fosse, non abbiamo nè monumenti nè congetture a conoscerlo; e il Borsetti, che lo ai Ciò vera tra’ professori dell’università di Ferrara (Hist Gymn, ferrar. t. 2, p. 37, 40) non ci somministra su ciò alcun lume. E negli Atti dell’università di Pavia egli è nominato nell’indice de’ professori, ma non si spiega in qual anno. Lo stesso Pietro nel passo da me poc’anzi recato, ove parla della sua memoria, accenna di aver letto in Pistoia: Dum Pistorii legerem a Dominis Florentinis conductus; e all’opera stessa egli ha aggiunto un onorevol diploma, con cui l’anno 1480 i [p. 815 modifica]SECONDO 8 15 Pistoiesi gli concederono la loro cittadinanza, lodandone singularem scientiam, admirabilem me ni orlarti, ac morum civilium egregìam probitate ni; il qual diploma è stato ancor pubblicato dal Salvi (Stor. di Pist t. 2 p. 39, 427) e dal P. ab. Ginanni Ma questi nega che Pietro fosse ancor professore in Pisa, e sostiene che quegli di cui parla il Fabbrucci (Calog. Pace. (C Opnsc. t. 40, p. 144), e che da lui è nominato Pier Francesco Tommasi da Ravenna, sia diverso dal nostro Pietro. Su questo punto però mi spiace di dovermi scostare dall1 opinione del sopraddetto erudito scrittore. Perciocchè è certissimo che Pietro non potè essere professore in Pistoia l’anno 1480, se non appunto perchè era professore in Pisa. Abbiam veduto che l’anno 1479 questa università fu trasportata per cagion della peste a Pistoia , ove si stette (fino all’ottobre dell1 anno seguente, di che il Fabbrucci ha prodotti autentici monumenti. Se dunque Pietro fu nel detto anno in Pistoia, ei vi fu per motivo del mentovato trasporto; e se il Pietro da Ravenna onorato da’ Pistoiesi della loro cittadinanza è quegli di cui parliamo (di che non possiam dubitare, poichè il veggiamo singolarmente lodato per la sua rara memoria), ei fu certamente professore anche in Pisa. Egli vi era stato chiamato, come pruova il Fabbrucci, l’anno 1477 stipendio di 350 fiorini, e durovvi almeno fino al 1460, nel qual anno egli ebbe parte nella riforma delle leggi di quella università. È certo ancora ch’ei fu professore in Padova. Ivi egli era interprete del Diritto canonico l’anno 1 4q 1 » quando [p. 816 modifica]8 » 6 LI 1)110 stampò in Venezia la sua Fenice, e perciò nel passo da noi già recato dice fra le altre cose: Omnes lectiones meas Juris Canonici sine libro (quotidie lego. E pare eh1 egli ivi fosse ancora assessore del podestà; perciocchè altrove parlando di una lite ivi trattata, dice: Fgo aule ni, qui cum Praetore ipso sedebam in loco publico (Allegat. in mater. consuetud. p. 520, ed. Colon, if(jy); e poco appresso: Coram quodam judice in palatio Paduae contendebatur inter duos de hoc casu, me superveniente (ib. p. 524)Ma quando vi si recò? 11 Facciolati afferm i {Fasti Gjnnn. pat. pars 2, p. 54) che ciò avvenne nel i 4t4 e che gli furono assegnati 80 ducati di stipendio. Aggiugne che in un decreto del senato del 1484 se ne loda la maravigliosa memoria, per cui diceche ora egli è appellato Pietro della Memoria, or Francesco dalla Memoria, e che in esso se gli accresce lo stipendio fino a 150 ducati; che quattro anni appresso, standosi egli nascosto per timore de’ suoi creditori, a soddisfare a’ quali non bastava la sua memoria, furono essi pagati coll’anticipargli lo stipendio dell’anno seguente; e che nel 1492? a cagione de’ molti figli che avea, gli furono annualmente accresciuti altri 50 ducati. Ma giova il credere che di tutto ciò abbia il Facciolati avuti alle mani gli autentici documenti. Io dubito però, che in vece del 1474? si debba scrivere il 14^4 j Per' ciocché il Facciolati dice che Pietro venne a Padova dalla università di Pisa, e Pietro non andò a Pisa che nel 1477 c0l,ie 81 0 detto. Ma anche in questa maniera rimane a sciogliere [p. 817 modifica]SECONDO 817 un nodo, cioè come chi in Pisa avea di suo stipendio 350 fiorini, andasse a Padova per soli 80 ducati, Io desidero che si esaminino più attentamente i monumenti di questa università per rischiarar meglio un tal punto.

XXIX. In Padova si trattenne Pietro fino al 1497 nel,qual anno si trasferì in Allemagna. Quest1 ultima parte della vita di Pietro non ha bisogno di lunghe ricerche per essere illustrata, perchè ne abbiamo le più distinte notizie in un opuscolo di Ortwino Grazio, che va aggiunto all’opera del primo intitolata Alphabetum aureum utriusque juris. Mentre Pietro era in Colonia l’an 1508, vi ebbe chi ardì di parlarne o di scriverne con disprezzo, tacciandolo come incostante, perchè andavasi per diverse università aggirando, quasi non sapesse trovare certa dimora. Il Grazio dunque a difenderlo scrisse e indirizzò al medesimo Pietro un opuscolo col titolo: Ortwini Gratii D averi treni ad Petrum Ravennatem suae peregrinationis Criticomastix. Da eli versi passi di esso trarremo qui le più importanti notizie intorno a questo famoso giureconsulto; ed io volentieri mi stenderò alquanto nel riferirle, perchè esse ci rappresentano un Italiano divenuto l’oggetto di maraviglia di tutto il Settentrione. Bugislao duca di Pomerania nel tornare dai Luoghi santi di Palestina, venuto nel 14^7 a ^ c“ nezia, conobbe ivi un gran numero d‘ uomini celebri per loro sapere. E nel tempo medesimo avendo avuto avviso che la sua università di Gripswald era in gran decadenza, iuvogliossi [p. 818 modifica]8j8 libro li condurre ad essa qualche valente giureconsulto italiano che la facesse risorgere all’antico onore. Chiese pertanto a parecchi , chi fosse a ciò più opportuno, e tutti gli nominarono Pietro , a cui dicevano non essere alcuno che si potesse paragonare. Il duca per accertarsene maggiormente spedì alcuni suoi messi a Padova, i quali avendo veduto con qual gloria sostenesse Pietro la sua cattedra, tornarono riportandone al duca le più onorevoli testimonianze. Egli allora rispedì altri messi che invitassero Pietro a venirsene seco; e Pietro si offerse pronto a seguirlo, purchè il duca ne ottenesse il consenso dal doge di Venezia Agostino Barbari go. Questi a grande stento concesselo al duca, poichè troppo spiacevagli il privarsi di un tal professore. Pur nondimeno gliel concesse’ , e onorollo di sue lettere ducali, che dal Grazio si riportano distesamente: nelle quali fra le altre cose comanda che nell’università di Padova si tenga come in riserva la cattedra ch’egli occupava, finchè torni in Italia. Grande fu il dolore e il pianto degli scolari nel perderlo j e i Tedeschi, che eran a quella università , tutti vollero seguirlo insiem colla moglie di Pietro detta Lucrezia, e co’ figliuoli che avea da essa avuti. Giunto a Gripswald col duca, questi entrò con lui in città, e gli applausi con cui era accolto nel suo ritorno il sovrano, eran congiunti a quelli che facevansi a Pietro, di cui era già precorsa chiarissima fama. Tenne ivi scuola di leggi per alcuni anni; quando mortigli tutti i figli, trattone un solo, Pietro [p. 819 modifica]SECONDO 8 lf) reggendosi ornai giunto a un’estrema vecchiezza. determinossi di ritornare in Italia, e chiese perciò al duca il congedo. Questi tentò ogni mezzo per ritenerlo; ma vedutolo fermo nel suo pensiero, lo accompagnò con sue lettere patenti di sommo onore, che ivi pure si riferiscono. Giunse frattanto 1 avviso a Federigo duca di Sassonia, che Pietro facea ritorno in Italia, ed egli insiem con Giovanni suo fratello formarono tosto il pensiero di condurlo alla nascente loro università di Vittemberga, e inviarono alcuni messi, acciocchè lo invitassero. Ei finalmente si arrese alla loro dimanda; e recatosi a Vittemberga, fu da que’ principi accolto come ad uomo sì celebre si conveniva. Non solo vollero ch’egli prendesse ivi a spiegare le leggi; ma gli addossarono la cura e il governo di quella loro università. Andavano essi medesimi a udirlo, quando avean qualche tregua dai pubblici alfa ri; e Pietro era l’oracolo della corte non meno che de’ cittadini. Quando un funesto contagio, che menava strage grandissima in Vittemberga, lo costrinse a partire; e allora fu ch’egli si trasferì a Colonia. Nè perciò il duca cessò di averlo carissimo. Il Grazio afferma di aver vedute ben dieci lettere che quel sovrano avea scritte di propria mano a Pietro, e una ne riferisce piena di sentimenti di affetto e di stima per lui, congiunti colle più fervide istanze, perchè faccia colà ritorno. Anzi, come racconta lo stesso Pietro (in l. ad mag. Jacobum de alta Platea), ei fondò in Vittemberga una cattedra con determinato stipendio, perchè si leggesse il conipeudio [p. 820 modifica]8ao LIBRO dell’uno e dell’altro Diritto da lui composto, e a Lipsia ancora esso fu letto per qualche tempo, benchè poscia l’altrui invidia il togliesse dalle mani de’ professori. Venuto frattanto Pietro a Colonia, fu tale il concorso di ogni ordine di persone ad udirlo, che non v era luogo a tanta folla capace. Ei fu il primo tra’ forestieri che fosse ivi professore dell’uno e dell’altro Diritto; e tal fama se ne sparse per ogni intorno, che lo stesso imperadore Massimiliano , chiamatolo talvolta di notte tempo, godeva di udirlo dal suo letto disputare or di una cosa or di un’altra. Il re di Danimarca con sue premurosissime lettere, riferite dal Grazio, lo invitò ad andarsene alla sua corte, e lo stesso invito egli ebbe da’ duchi di Meckelburgo. Ma egli era fermo di ritornare in Italia, come raccogliesi dallo stesso opuscolo del Grazio, nel qual istantemente lo prega a non volere abbandonare Colonia, e gli rammenta perciò i pregi d’ogni maniera, di cui va adorna quella città. Tutte queste belle notizie dobbiamo al mentovato opuscolo, che è un continuo elogio di Pietro, nè di lui solamente , ma per riguardo a lui di tutta l’Italia. Rechiamo le precise parole di questo scrittore, con cui fa un magnifico encomio degli Italiani: Nobilìs mehercule est Italorum natura , magnae vires, animus audens , eruditio locuples, eloquentia singularis. Nesciunt subesse, qui praeesse consueverunt, qui victrices aquilas manu premunt. Heroes sunt. Omnia sine Tìieseo operanlur. Dclphicum illir A pollinis oraculum est, et Libctridum spelonca nj mpharum. Non [p. 821 modifica]SECONDO 8ai ignorant, quantas vires habeat bifidum illud cacumen , quem Parnassum appellant, vati un Musarumquc tutissimum habitaculum. Apud illos Oratores vigent, artes discentem obsecundant: immortalitas conspicitur; ingenium exercetur: soli humanitatis studiosi: omne quod splendidum, illustre decorumque discusserint, tamquam gloriae nati, literis mandare non subdubitant

XXX. Il mentovato opuscolo ci rappresenta Pietro ormai risoluto di ritornare in Italia, ma non ce ne dice il motivo, il quale per altro dovea essere l’estrema vecchiezza a cui era giunto. Pietro scrivendo al Grazio, e ringraziandolo perchè l’avesse difeso, si scusa insieme se non può secondarne le brame col trattenersi più oltre in Colonia, e per ragione ne reca le pressantissime lettere che continuamente gli vengono dall’Italia, e una singolarmente di fresco scrittagli dal rettore dell’università di Padova, con cui pregavolo di non differire più oltre il suo ritorno. Egli aggiugne però, che, prima di lasciare Colonia, vuol rispondere ad alcune obbiezioni che F. Jacopo Hoestraeen domenicano avea fatte a certe sue prolusioni intorno alle leggi. Ed ei gli rispose di fatto con altro opuscolo assai curioso, che va aggiunto ai precedenti, e in cui latinizzando il cognome tedesco del suo avversario lo dice Jacobum de alta platea, e a se stesso per giuoco dà il nome di Pierri Ravennatis de bassa platea, e scherzando sulle sottigliezze usate da Jacopo nell’accusarlo, dice: ego autem qui grossus et corpore et ingenio sum et de bassa platea , grosso modo procedam, quia grossum grossa decent. Or in esso ragiona [p. 822 modifica]832 LIBRO Pietro della sua vicina partenza, ma ne reca un’altra ragione, cioè la violenza usata a una sua serva: Et ego propter stuprum ancillae, meae., quia uxor mea remansit sine, comite, cogor ante tempus Coloniam relinquere , et charissimos meos auditores...et licet multis precibus amicorum fatigatus essem, ut ad Italiam redirem, tamen statueram aliquibus mensibus Coloniae adhuc commorari. J)i questo fatto ragiona egli ancora in un’altra operetta composta a questi tempi medesimi, e intitolata: Dicta notabilia extravagantia, ove fa insieme un bell’elogio a’ Tedeschi, ch’io riporto qui volentieri per riconoscenza di quello che abbiamo udito poc’anzi farsi da un Tedesco agli Italiani: Ego enim adeo in Italia dilexi dominos Germanos propter copiam auditorum de Germania, quod ardebam desiderio visitare et videre partes, et legere in Universitatibus Germaniae, quod mihi non displicet fecisse, immo semper exaltabo vocem meam in laudando loca et personas Germaniae, sed non illum trufatorem, qui abduxit ancillam meam, qui judicio meo solus est fex Germaniae , et maxime provinciae suae Frisiae. Dobbiam dunque noi credere che Pier da Ravenna lasciasse veramente Colonia? Se vogliamo dar fede a una lettera di Arrigo Cornelio Agripj a recata dallo Schelhornio (l. cit.). non solo ei ne partì, ma ne fu discacciato; perciocchè egli scrivendo ad uno che dalla stessa università di Colonia era stato maltrattato, così di quei professori gli dice: Quis enim ignorat hos esse illos Magistros qui.... Petrum Ravennatem celeberrimum juris doctorem urbe exegerunt? E [p. 823 modifica]SECONDO 8a3 questa lettere fu scritta nel 1520, cioè al più dodici anni dappoichè tal cosa era avvenuta, onde f Agrippa poteva essere di questo fatto ben istruito. E veramente lo stesso Pietro al fine della mentovata risposta al suo avversario domenicano ci mostra ch’egli avea ivi potenti nemici, e che talvolta sollevossi contro di lui qualche sedizion popolare. Rechiamo ancor questo tratto nel suo originale latino, poichè lo stile di Pietro per la sua naturale chiarezza ci rende piacevole a leggersi ciò ch’ei ne racconta, nel qual passo però crederem volentieri, com’egli stesso ci assicura, ch’egli abbia parlato per giuoco: Ultimo nolo omittere, quod dixi in voce et in scriptis pro facetia et joco, quod scholares Itali non poterant vivere sine meretricibus. Nonnulli pendentes ab ore meo intenti super quo possent me in verbis capere, inceperunt clamare: Crucifige, crucifige. Et cum has voces audirem, statui ostendere, quod de jure poterat sustineri, quod pro quadam facetia dixeram. Et audio, quod Doctor iste venerandus vult contra me scribere in hoc punto. Scribat, quia forte audiet, quae sibi non placebunt. Quod etsi Coloniae non fiet, alibi tamen fiet, et ipse Coloniae commorans leget Suadeo suae Paternitari, quod pacem diligat. Quod si cupit libellum, illum inveniet, licet inter ipsum et me erit longum chaos interpositum. È verisimile adunque che parte 1’invidia de’ suoi nemici, parte qualche imprudenza da lui usata nel dire e nello scrivere cose non degne di molta approvazione , eccitasse contro di lui una fiera burrasca, e che o fosse cacciato, o fosse alinen [p. 824 modifica]824 Ltimo consigliato ad andarsene. Par nondimeno ch’ei ne partisse con buona maniera; perciocchè il P. abate Ginanni rammenta il testamento fatto da Pietro nel partir da Colonia , che si ha alle stampe, e che consiste in molti salutevoli ammaestramenti ch’ei lascia a’ suoi scolari. Ad esso si aggiugne il racconto del viaggio ch’ei fece a Magonza, e di un discorso che ivi tenne con sommo applauso innanzi al Cardinal Santa Croce legato, e a una folla grandissima di uditori. Il veder Pietro che da Colonia passa a Magonza, sembra indicarci ch’ei s’incamminasse verso l’Italia. Ma se ei veramente vi ritornasse , non ne abbiamo nè documento nè indizio , e niuna notizia più ritroviamo della vita, o della morte di Pietro. È degno però di riflessione un passo di un’altra operetta di esso, di cui non parla il P. abate Ginanni, e che è citala dal Fabricio, il quale ancora ne riferisce queste parole al fin di essa aggiunte: Sciant auditores mei et amici charissimi Itali et Alemanni, quod Deo Optimo Maximo ita disponente ego et uxor mea Lucretia omnia mundi reliquimus, et habitum fratrum et sororum de paenitentia Sancti Francisci sumpsimus, et eorum regulam publice et solemniter professi sumus, et ob id labores meos in jure interrupi. Compendium enim in materia Feudorum , et Commentur super quarto libro Decretalium imperfecta reliqui, quae, ni fallor, lectoribus placuissent, et juri operam dantibus magnam attullissent utilitatem, ec. Quest’opera dicesi dal Fabricio stampata in Vittemberga nel MDIII; ma se in quell’anno avea già Pietro [p. 825 modifica]SECONDO 8 li 5 fatta la professione nel terzo Ordine di S. Francesco, come potè poi l’anno 1508 esser professore in Colonia? Io credo perciò, che possa esser corso qualche errore nell1 anno, e che invece del MDIII si debba leggere mdxi, o altro numero somigliante; il che se è vero, noi abbiamo qui espresso qual fine facesse Pietro; cioè ch’egli tornato probabilmente in Sassonia e a Vittemberga, ivi si fece frate dell’Ordine suddetto, e in esso finì i suoi giorni.

XXXI. Nel ragionare di Pietro abbiam già accennate molte delle opere da lui composte; nè io ne aggiugnerò qui il catalogo, potendosi esso vedere sì presso il P. abate Ginanni, come presso il Fabricio, che a quest’articolo è assai esatto. Il primo di questi due scrittori, dopo aver parlato di Pietro, parla di Pietro Francesco Tommai, che ei dice diverso dal primo. Le ragioni che, secondo lui, li dimostran diversi, sono l’esser il primo appellato sempre col solo nome di Pietro , l’altro col nome di Pietro Francesco, e l’asserzion del Carrari che nella sua Storia di Romagna afferma che Pietro Francesco morì in Pisa nel 1478, laddove Pietro , secondo lo stesso Carrari , morì in Allemagna nel 1513. Io non so però se queste ragioni sieno abbastanza valevoli a provare la diversità tra Pietro, e Pier Francesco. Il Facciolati , come abbiamo veduto, sembra indicarci che Pietro nei monumenti dell’università di Padova sia detto or Pietro, or Pietro Francesco; e il Fabbrucci ancora un solo ne riconosce tra’ professori di Pisa. L’autorità poi del Carrari non è grandissima, e [p. 826 modifica]LIBRO converrebbe vedere su qual fondamento egli assegni la morte di Pietro Francesco al 1478. Quindi finchè non si producano più autorevoli monumenti, io inclino a credere che Pietro e Pietro Francesco non siano che un sol personaggio; e che a quello di cui abbiamo finor ragionato, si debbano attribuire ancora que’ due opuscoli manoscritti che il P. abate Ginanni attribuisce al secondo. Nel qual caso sarà chiaramente provato che il nostro Pietro fu veramente della famiglia de’ Tommei! ossia de’ Tommasi; poichè il suddetto scrittore cita un Consiglio da lui disteso, che conservasi manoscritto nella libreria di Classe, a cui così egli si sottoscrive: Ego Petrus Franciscus de Thomagris de Ravenna Juris utriusque Doctor jura Civilia publice legens in florentissimo studio Pa~ duano. Io debbo qui ancora avvertire che Ambrogio Camaldolese in due sue lettere parla di un Pietro, di cui però non dice la patria, e in una lo appella Petrus memoriosissimus (l. 8, ep. 3), e in un’altra Petrus ille nostcr peri tissimns artifex memoriae (ib. ep. 6). Io crederei volentieri che qui si trattasse del nostro Pietro. Ma come può ciò concedersi? Amendue queste lettere sono scritte nel 1423, poichè vi si parla della venuta dell’imperador greco, non già pel concilio di Ferrara, ma per chieder soccorso contro de’ Turchi; cioè dell’imperador Giovanni Paleologo, che giunse a Venezia nel 1423, come chiaramente vedremo parlando del gramatico Giovanni Aurispa, del cui ritorno in Italia avvenuto in quest’anno medesimo si parla ivi pure da Ambrogio. Or come potea già [p. 827 modifica]SECONDO S’JJ essere nel 1423 in età sufficientemente adulta (giacchè ivi non si parla di un giovinetto, ma di uno il quale erasi accinto a correggere gli errori di Tolommeo) un che poi visse fino circa il 1512? È d’uopo dunque affermare che prima del nostro un altro Pietro vi fosse, uomo di gran memoria egli pure, e inventore di qualche arte per coltivarla, come c’indican quelle parole peritissimus artifex memoriae. Così venisse a scoprirsi qualche altro monumento da cui potessimo avere di quest1 altro Pietro qualche più esatta contezza.

XXXII. Scorriamo ora quasi di volo i nomi di alcuni altri giureconsulti, de’ quali ragiona in seguito il Panciroli, per trattenerci poscia di nuovo più lungamente, ove ci avvenga d’incontrarne de’ più famosi. Giambattista da San Biagio, o, come altri il chiaman, Sambiasi padovano , secondo il Panciroli (c. 118), cominciò a leggere in Padova nel 14^7? c contiuuù per ben quaranl’anni; il che perù non combina con ciò ch’egli tosto soggiugne, che morì nell1 anno 1492- Nello stesso alinoci dicesi morto dal Facciolati (Fasti Gymn. pat. pars 2 , p. 49) j nia questi ne ritarda di due anni il cominciamento della lettura. Egli è autor di più opere che si annoverano dal Panciroli. Francesco Corte della nobilissima famiglia di questo nome in Pavia fu per molti anni professore di legge nell* università della sua patria; ed ivi morì nel 1495. Egli era rivale della gloria di Giason del Maino, di cui parleremo tra poco, e si riferiscon perciò alcuni detti pungenti che passaron tra loro. Il Panciroli però, [p. 828 modifica]. «Sa8 LIBRO che ce ne ha conservata memoria (c. 119), non loda molto alcune opere da Francesco date in luce e singolarmente i Consigli, cui dice appoggiati talvolta a men sode ragioni. Molto onore accrebbe pure alla sua nobil famiglia e all’università di Ferrara sua patria Giammaria Riminaldi. Egli, se crediamo al Panciroli (c. 1:20) copiato ancor dal Borsetti, nato nel 1434 e presa la laurea in Bologna sotto il magistero di Alessandro da Imola, fu poi destinato alla lettura ordinaria di legge civile nell1 università mentovata fanno 147^* ^ue catalogi de’ professori giuristi del 1465 e del 1567, che si conservan negli Atti di questa computisteria (Hi st. Gymn. ferr. t. 2, p. 55 , ec.), ci mostrano il Riminaldi professor fin d1 allora, nominandosi in amendue: D. Joannes Maria de Riminaldis. Alle altre cose che di lui e delle opere da lui pubblicate narrano i due suddetti scrittori, deesi aggiungere l’onorevol menzione che se ne fa nel Diario ferrarese pubblicato dal Muratori, ove all’anno 1497 se nc rac“ conta la morte seguita a’ tredici di gennaio (Script: rer. ital. vol. 24, p. 341): Mercori adi xi ditto Messer Zoanne Maria Ruminaldo Dottore famosissimo, et eccellentissimo, Ferrarese , et che. lezeva a Ferrara, in casa sua cadette del male della goza”. Ma egli non morì che due giorni dopo, come soggiungesi poco appresso ai quindici dello stesso mese. In dicto giorno la sera a Santo Francesco in Ferrara fu seppellito lo famoso Dottore di Legge, uno de’ primi Itimi d Italia , Messer Johanne Maria Ruminaldi da Ferrara, lo quale infitto [p. 829 modifica]SECONDO 829 al Veneri era morto per essere caduto del male della goza, et fulli al corpo grandissima gente (*)• A Giovanni aggi ugna il Panciroli (c. 121) Jacopino di lui figliuolo e Ippolito nipote di Jacopino , celebri amendue pel lor sapere nella scienza medesima, in cui ci han lasciate più opere, e il primo ancora per la sua splendida magnificenza neU’ accogliere e mantenere in sua casa gli uomini dotti. Di Alessandro d1 Alessandro, a cui il Panciroli dà luogo tra’ giureconsulti (c. 122), ci riserbiamo a parlare nel secol seguente. Di Giovanni Bertacchini da Fermo per ultimo, e di Baldo Bartolini perugino, ch’egli qui nomina (c. 124, 125), io non ho che aggiugnere alle notizie che ce ne ha date coll’usata sua diligenza il conte Mazzucchelli (Scritt. It t. 2, par. 2, p. 102.5 ,• par. 1, p. 452). XXXilL Ma eccoci ad un altro oracolo della civile giurisprudenza, e famoso pel suo sapere non meno che pel suo umor capriccioso, cioè a Bartoloimueo Soccino sanese figliuol di Mariano celebre canonista, di cui diremo a suo luogo. Il Panciroli ne parla assai lungamente (c. 126), ma a molte buone notizie ne con(*) Di Giammaria IVuninaldi più distinte notizie si posson vedere nelle Memorie dell’eruditissimo dottor lì 11 otti ((. 1, p. 81), il quale però ha creduto che solo nel 1473 ei cominciasse ad essere professore in Ferrara, laddove noi abbiamo provato ch’ei lo era (ìu «lai 140 . Lo stesso scrittore paria ancora distintamente degli altri due illustri giureconsulti della stessa nohil famiglia ila noi qui accennati, cioè di Jacopino e d’Ippolito (ivi, p. 163, 34i). Tiraboschi, Voi. Vili. 12 [p. 830 modifica]83o LIBRO giunge non poche false, e spesso ancor non ci dice a qual fondamento si appoggi ciò che ri ne racconta. Noi ci sforzeremo perciò di distinguere, quanto meglio ci sia possibile, il certo dal dubbioso, il vero dal falso, e di confermare , quanto più ci riesca, ogni cosa con autentici documenti e con sicure testimonianze. Ma giova il credere che con buon fondamento si assegni da tutti gli scrittori la nascita di Bartolommeo a’ venticinque di marzo dell’anno 1436, di che però io non ho provate più certe pruove. Egli stesso fa menzion de’ maestri da’ quali ebbe la sorte di essere istruito , cioè Tommaso Dotti sanese, e Mariano suo padre in Siena, e Alessandro da Imola e Andrea Barbazza in Bologna (V. Fabbrucci ap. Calog. Bacc. d Opusc. t. 34)• Ricevuta in Siena la laurea , ivi cominciò a spiegare pubblicamente le Istituzioni, ed ivi egli era certamente nel 1471 professore di Diritto canonico, come raccogliesi dal titolo da lui premesso al Comento sulla Legge Falcidia: Dum legeret ordinarie in Jure Canonico in almo studio Senensi anno Domini mcccclxxi. Nel 1473 fu chiamato a Pisa, ove fu prima interprete del Diritto civile, poi del canonico, colf onorevole stipendio di 800 fiorini, e lo stesso Fabbrucci ce ne reca in pruova gli Atti di quella università. Un’altra pruova ne abbiamo ne’ Diari sanesi di Allegretto Allegretti scrittor di que’ tempi , pubblicati dal Muratori, ove si legge: Madonna Lodovica donna di Misser Bartolommeo Sozzini andò a Pisa per star là col marito , eh* era condotto da’! Fiorentini a leggiere con buono onorevole [p. 831 modifica]SECONDO 83I salario (Script. rer. ital. vol. 23, p. 781). Quella università fu l’ordinario soggiorno di Bartolommeo, talchè in un decreto fatto a favor di esso nell’anno 1493 di cui diremo fra poco, si afferma che quasi già da vent’anni l’avea egli colla sua presenza onorata. Ciò non ostante ei ne fu assente per qualche tempo, e il veggiamo avvolto ne’ pubblici affari della sua patria. Anzi convien dire che, benchè lontano da Siena, all’occasione de’ torbidi ond’era quella città travagliata, ei ne fosse dichiarato sbandito perciocchè negli stessi Annali veggiamo che a’ sette di giugno del 1482 si cominciò a levare il populo in arme, e andarono in piazza, e volevano rimettere i cittadini cacciati e ammoniti ned 80, tra i quali era Miss. Bartolommeo Sozzini dal Monte de’ Dodici Ribello. E veduto il Consiglio la volontà del populo e de’ cittadini si mise a partito di rimettere parte de’ cacciati, tra’ quali fu Miss, Bartolommeo Sozzini, e rirru’ sso nel Reggimento... e adi 9 detto in Domenica tornò in Siena da Pisa Miss. Bartolommeo Sozzini (ib. p. 809). Quindi nello stesso anno il veggiamo incaricato di vicendevoli ambasciate fra’ Forentini e i Sanesi, e lo stesso pure nel seguente, in cui il veggiamo ancor nominato capitano del popolo (ib. p. 811 , 812, 813, 815). Tornò quindi alla sua cattedra, ma nel 1487 eccolo di nuovo a Siena , e più come soldato che come. giureconsulto cambiar la forma di quel governo: E Mess. Bartolommeo Sozzini, che leggeva in Pisa, entrò in Siena a ore 20 (a’ 22 di luglio di detto anno (con circa 20 balestrieri a [p. 832 modifica]83 a libro cavallo, t. pareggiane, e scavalcò a Palazzo; e subito si de’ a terra la Balia populare, e fero ancora nuova Balia d ogni Monte cinque (ib. p. 822). Dopo questa spedizion militare dovette Bartolommeo tornarsene a Pisa, ov’egli continuò ancora per molti anni. Grandi cose il Panciroli ci narra della emulazione e delle contese ch’ivi ebbe Bartolommeo con Giason del Maino: e dice fra le altre cose che Lorenzo dei Medici andossene una volta a Pisa per udirli contender tra loro, e che in questa disputa sentendosi Giasone stretto dal suo avversario , per isfuggirgli di mano , finse a capriccio un testo a sè favorevole. Di che il Soccino avvedutosi con egual prontezza ne finse un altro tutto contrario, e avendogli chiesto Giasone, ove mai avesse egli trovato quel testo , presso a quello, rispose il Soccino, che tu hai or ora recato. Io non so quanto sian fondati cotai racconti, i quali, come abbiamo altre volte osservato, s’incontran sovente nelle Vite de’ giureconsulti, senza che si accenni l’autorità a cui sono appoggiati.

XXXIV. Frattanto la fama sparsa dell’ingegno e del saper del Soccino avea risvegliato ne’ Veneziani gran desiderio di averlo alla loro università di Padova. L’avean essi invitato, come il Facciolati afferma (Fasti Gymn. pat pars 2, p.), fin dal 1470; ma allora egli non volle abbandonar la sua cattedra. L’anno 1489) lo invitaron di nuovo coll’ampia offerta di oltre a mille ducati annui. E questa offerta parve al Soccino non dispregevole, e determinossi perciò ad accettarla, e a partire segretamente da [p. 833 modifica]SECONDO 833 Pisa. Il Panciroli racconta che a tal fine, chiuse in alcune botti i suoi libri, e inviatigli innanzi, egli poscia s1 incamminò di nascosto, ma scoperto e arrestato fu mandato prigione a Firenze (a). La circostanza de’ libri chiusi entro le botti, non so quanto sia certa. Ma certo è il fatto della prigionia del Soccino j ed ecco come si narra la cosa dal più volte citato Allegretti: E per in fi no adi 27 di Dicembre 1489 avendo Miss. Bartolommeo Sozzini Dottore Sanese accettato la Lettura dalla Signoria di Venezia per Padova, e li Forentini non volendo si partisse da loro, che leggeva in Pisa, lo fecero sostenere, e menar preso in Fiorenza, e metterlo nella prigione. La Signoria di Siena elessero per Ambasciadore Miss. Antonio Bichi, e mandollo a Firenze, e stettevi 21 dì a trattare il relasso di Miss. Bartolommeo: ma li Fiorentini volevano la sicurtà di 18 milia fiorini d oro larghi, cioè dieci in Firenza, e 8 in Siena; e in Siena si trovò il primo; ma in Fiorenza non era homo, che la volesse fare, per non dispiacere a Lorenzo ,* e per questo V ambasciadore se ne tornò; e lui rimase in prigione (l. c. p. 824, ec.). Qual fosse P esito dell’aliare , 1’Allegretti noi dice. Ma esso si accenna da Niccolò Valori nella Vita di Lorenzo de’ Medici, ove, dopo aver (7) Alcuni bei documenti intorno alla vita di BartoInmmeo Soccino, e singolarmente intorno alla carcere in cui fu chiuso per aver tentalo di abbandonar Pisa, ha dati alla luce monsig. Fabroni (Fila Laur. Med. 1. 2 , p 78, cc.). [p. 834 modifica]834 LIBRO narrata la prigionia del Soccino, aggiugne eh1 ci non ne fu liberato, se non col dar sicurtà; nec inde liberatili, ni si datis vadibus (Vita Laur. Med. p. 46). Quindi tutte le altre particolarità che il! Panciroli racconta, io dubito che non abbian bastevole fondamento, e quella singolarmente che alcuni fossero di parere che il Soccino dovess’esser condannato a morte. Ciò che è certo. si è ch’ei tornossene alla sua cattedra in Pisa. Il Panciroli afferma che tre anni dopo Bartolommeo passò a Bologna. Ma prima, secondo gli Annali dell1 Allegretti, a’ 9 di ottobre dell’an 1492 egli andò insieme con altri ambasciadore della sua patria a Roma al nuovo pontefice Alessandro VI (p. 826). E allora avvenne ciò di che ci ha lasciata memoria Rafaello Volterrano, cioè ch’egli venuto innanzi al pontefice, e volendo esporre in un’orazione la sua ambasciata, mancatagli sul cominciar la memoria, non potè proferirne più oltre una sola parola (Comm. Urbana, l. 34 de Memor.). Se crediamo al Panciroli, quell’orazione eragli stata dettata da Angiolo Poliziano; e la stessa sventura accadde al Soccino essendo stato invitato da’ suoi concittadini al novello doge di Venezia Agostino Barbarigo eletto a quella dignità nel 1486. Che poi il Soccino dopo l’ambasciata al pontefice tornasse a Pisa, ne abbiamo un autentico documento in un decreto della Repubblica fiorentina de’ 20 novembre del 1493, che dal Fabbrucci si riporta distesamente, in cui si ordina che per dar pruova al Soccino della riconoscenza che per lui conserva quella Repubblica, atteso l’onore che per quasi [p. 835 modifica]SECONDO 835 vent’anni egli ha procacciato a quell’università, e per allettarlo vie maggiormente a trattenersi in, essa, s’impieghino /joo fiorini larghi nella compera di beni immobili nella città o nel territorio di Pisa da donarsi in perpetua proprietà allo stesso Soccino. Ciò non ostante lo troviam nell’anno seguente capitano del popolo in Siena (Allegr. l. cit. p. 829, 830, 831); ed è probabile che nell’occasion della guerra di Carlo VIII, da cui quell’università, come altrove si è detto, sofferse non poco danno, egli interamente la abbandonasse. Ei però cadde in sospetto presso de’ Fiorentini di aver avuta gran parte nel sottrarre che fece il re di Francia quella città al loro dominio. Così accenna il Fabbrucci, e ne abbiamo più chiara pruova negli Annali dell’Allegretti, da’ quali ancor raccogliamo che il Soccino fu inviato ambasciador de’ Sanesi a Lodovico il Moro duca di Milano: Adì 29 detto (cioè di dicembre del 1494) tornò Miss. Bartolommeo Sozzino Ambasciadore da Milano , e fe’ la via di Pisa, e poi per mare, per non capitare sul terreno de’ Fiorentini, perchè tengono ancora Campiglia; e questo perchè e’ Fiorentini anno usate strane parole verso il Sozzino, stimando, che lui si sia operato a far liberar Pisa (ib p. 896). Noi troviamo il Soccino in Siena in tutto l’anno seguente (ib. p. 837, 8 (0, 852, ec.), adoperato nel provvedere a’ bisogni della sua Repubblica, e indi a’ 28 di gennaio del 14j)6 il veggiani di nuovo ambasciadore allo Sforza, e di nuovo veggiam fatta menzione dell’odio in cui aveanlo i Fiorentini. Giovedì adì 28 di Gennaio Miss. [p. 836 modifica]836 LIBRO Bartolommeo Sozzini andò Imbasciadoiv a Milano per via di Piombino, per non fidarsi per quel di Firenze, perchè i Fiorentini i /ninno minacciato; perchè dicono, quando el Re di Francia entrò in Pisa, et essendovi condotto a leggere il detto Miss. Bartolommeo, sollevò i Pisani a domandare al Re grazia, che il dovesse liberare, et anco al Re li raccomandò, e però li Fiorentini 1’ hanno in odio (ib. p. &854, ec.). Più oltre di lui non ci dicono questi Annali, che non si stendono oltre il detto anno. Il Facciolati però ci assicura (l. cit.) clic 1’anno 14)8 ci passò a Padova collo stipendio di 1100 ducati, 300 de’ quali gli furono anticipatamente sborsati, e che gli fu ancor conceduto il primo posto tra’ professori. E indubitabile testimonianza ne abbiamo ancora presso Rafaello Volterrano, che a questi tempi scriveva: Vivit hodie Bartolomeeus Sozinus Senensis ingentique salario Paduae profitetur... qui aequam fortasse superioribus famam apud posteros consequetur (Comm. Urbana, l..21 ad ult.). Ma tutte queste sì onorevoli condizioni, dice lo stesso Facciolati, nol poterono trattenere ivi oltre a tre anni. Se da Padova passasse il Soccino a qualche altra università , o se si ritirasse alla patria, non saprei accertarlo. Il Panciroli, citando un passo di questo giureconsulto da me non veduto, dice che per quattro anni ei tenne scuola in Ferrara, chiamatovi dal duca Borso. Se ciò è vero, convien dire ch’egli, prima che in Siena, fosse professor in Ferrara, poichè Borso morì nel 1471 quando il Soccino era in Siena. Il Borsetti lo [p. 837 modifica]SECONDO 83^ annovera etili pm’e tra1 professori di quella un13 JstGmn.Jèn-. t. », p.55), ma non ci dà alcun lume a conoscerne precisamente il tempo. In Bologna ancora gli fa il Panciroli sostener la cattedra di giurisprudenza dopo il 1482; ma già abbiamo osservato che allora ciò non potè avvenire. E forse, s’ei veramente fu in Bologna, deesi ciò riferire al tempo in cui egli partì da Padova. Checchè sia di ciò, il medesimo Panciroli, senza però addurne prova di sorta alcuna, dice che negli ultimi tre anni di vita ei perdette del tutto l’uso della lingua, e che morì in un sobborgo in Siena nell’anno 1507.

XXXV. Il carattere che il Panciroli ci fa de’ costumi di quello illustre giureconsulto, non è molto lodevole. Secondo lui, era egli un giocator disperato, e per le carte lasciava talvolta i discepoli senza lezione, e passava le notti intere al tavoliere; e il frutto che ne raccolse, fu di ridursi a tal povertà, che morendo non lasciò denaro bastevole a fargli l’esequie, e convenne che esse si facessero a pubbliche spese. Uomo al medesimo tempo estremamente avido del denaro , non solo vendeva a ben alto prezzo i suoi consulti, ma talvolta ancora scriveva in favore di amendue le parti che tra lor contendevano. Dicesi innoltre ch’ei fosse di lingua faceta e mordace, e che fra le altre cose interrogato una volta in Bologna, che far si dovesse ad uno il qual negasse di rendere il denaro presso lui depositato senza sicurtà, rispondesse che con costui faceva d’uopo usar del pugnale; e che di fatto chi avealo interrogato, essendosi I [p. 838 modifica]838 LIBRO avventato con un pugnale alla gola a colui cui avea consegnato il denaro, lo inducesse ben presto a renderglielo. Tutte le quali cose, ed altre ad esse somiglianti, che dal Panciroli e da altri scrittori si raccontano, di qual fede sien degne, io non ardisco deciderlo. Abbiam di lui alle stampe e Consigli e comenti sul Codice e sul Digesto, e le Regole del Diritto, ed altre opere somiglianti, delle quali si può vedere il catalogo presso i raccoglitori delle Biblioteche giuridiche, ma non presso il Fabricio che non ne fa alcuna menzione. Alcuni scrittori più recenti ne parlano con disprezzo; e certo appena vi ha al presente chi ne degni di un guardo le opere. Ma allora il saper del Soccino sembrò prodigioso , e ne è pruova f impegno delle università in chiamarlo e in ritenerlo, e gli elogi con cui ne parlano gli scrittori di que’ tempi. Vaglia per tutti Angiolo Poliziano, il quale parlando della correzione, a cui allora pensava, delle Pandette, così scrive: Erit opus omnino Bartolomaei Sozzini Senensis Doctoris exellentis, imo vero plane singularis, opera nobis et consilio. Quem equidem Papinianum alterum videor audacter posse appellare saeculo nostro (l. 5, ep. ult.).

XXXVI. Da Bartolommeo Soccino non dee andare disgiunto Giason dal Maino, che, come abbiam detto, gli fu competitore e rivale, e a lui infatti lo congiunge anche il Panciroli (c. 127), il quale di esso ancora ragiona assai lungamente, ma con lasciarci più volte dubbiosi qual fede debbasi a ciò ch’ei ne racconta. Migliori notizie sperava io di raccoglierne dall1 Argelati; ma [p. 839 modifica]SECONDO 83) con oiia sorpresa ho veduto ch’egli altro quasi non fa che copiare il Panciroli (Bibl. Script, mediol t. 2, pars 1, p. 887), aggiugnendo solo un diligente catalogo delle opere di Giasone. Ci converrà dunque qui ancora distinguere ciò che è cello da ciò che è dubbioso, e accennare, ove sia possibile, l’autorità e i documenti a cui i fatti si appoggiano. Paolo Giovio che, come egli stesso afferma, l’avea fa migliarmeli te conosciuto e trattato, nel breve elogio che ce ne ha dato, racconta (Elog. p. /\ied. Ven. 1543) cb’ei fu (d’illegittima nascita, e che perciò allevato con negligenza fu dato in cura a un pedante, a cui di altro non fu debitore che di molte sferzate. Il Panciroli più minutamente ci dice el11 ri fu figlio di Andreotto dal Maino milanese, il qual esiliato dal duca Filippo Maria Visconti, e ritiratosi a Pesaro, ivi l’anno 1435 da una serva detta di nome Agnese ebbe Giasone, del che egli accenna in prova un passo di Gianfrancesco Riva pavese scolaro dello stesso Giasone. Siegue egli poi a narrare, e lo stesso narrasi ancora dal Giovio, la cui testimonianza è qui di gran peso, che Giasone mandato a Pavia allo studio delle leggi, nel primo anno invece del Codice e del Digesto altro non maneggiò che le carte da giuoco, e che perduta ogni cosa, non avendo di che pagare il suo albergatore, dovette dare in pegno una copia del Codice scritto in pergamena, che avea a gran prezzo comprata. Quindi ridottosi ad estrema povertà , stracciato, e oltre ciò col capo tutto raso e tignoso, era oggetto compassionevole insieme e ridicolo a vedere. [p. 840 modifica]840 libro Ma sgridato severamente e punito dal padre, rientrò in se stesso, e con tal impegno si diede allo studio, che divenne presto la maraviglia de’ suoi professori non meno che de’ suoi condiscepoli. E tra’ primi egli ebbe i più celebri che allor vivessero, come Girolamo Torti, Jacopo dal Pozzo e Catone Sacchi anzi, come pruova il Panciroli con alcuni passi dello stesso Giasone, recatosi ancora a Bologna , ivi udì il famoso Alessandro da Imola. Non sappiamo se in questa università, o in quella di Pavia ei ricevesse la laurea; ma è più verisimile ch’ei ne fosse onorato nella seconda, ove cominciò ancora l’an 1471? se crediamo al Panciroli, a spiegare pubblicamente le Istituzioni, e poscia altri de’ libri legali, e vi continuò tino all’anno 148(j, in cui fu chiamato a Padova. Negli Atti però dell’università di Pavia egli è nominato fra’ professori fin dal 1467 Quanto alla cattedra di Padova, il Facciolati fissa a’ 28 di giugno del 1485 (Fasti Gymn. pat. pars 2, p. 60) il contratto conchiuso tra quella università e Giasone, a cui furono accordati 800 fiorini. Egli aggiugne che Giasone trattenutosi ivi tre anni, nel novembre del 1488 lasciò quell’università, accettando l’invito fattogli da’ Fiorentini per l’università di Pisa. Ma ha pubblicato il Fabbrucci (Calog. lìacc. d Opiisc. t. 46) una lettera de’ Fiorentini a Giasone de’ 7 dicembre dell’anno 1487, in cui gli scrivono di aver dati tutti gli ordini opportuni, perchè egli possa sicuramente passar da Venezia, ove già si era recato, a Pisa. Vi passò egli in fatti, c a’ 5 di gennaio dell’anno seguente diè principio alle sue [p. 841 modifica]SECONDO 8 | I lezioni collo stipendio non di soli 1000, come affermasi dal Facciolati, ma di 1350 fiorini, come pruova il Fabbrucci co’ monumenti di quella università. Io non so qual motivo avesse Giasone di essere mal soddisfatto di essa. Forse le contese ivi da lui avute con Bartolommeo Soccini gli renderono spiacevole quel soggiorno. Perciò per mezzo di un suo servidore fatto raschiare il suo nome dal catalogo di que’ professori, egli andossene nel 1489. Così racconta il Fabbrucci, che ne accenna in prova alcuni monumenti di quella università dell1 ottobre e del novembre di quell1 anno, e 11011 può non maravigliarsi della bontà singolare di que’ professori, che soffrirono in pace questo piccolo affronto. Convien dunque anticipare alquanto il ritorno di Giasone a Pavia, che dal Panciroli si assegna al 1491 In quella università ripigliò il Maino le sue lezioni collo stipendio di 1200 fiorini, e con tal fama, che dicesi che fino a 3000 scolari concorressero ad ascoltarlo; nel che però io premetterò volentieri ad ognuno che creda corsa in tal numero qualche esagerazione.

XXXVII. Ad accrescere fama sempre maggiore a Giasone giovarono ancora le onorevoli commissioni di cui fu incaricato. L’anno 14()2 fu inviato dal duca di Milano a rendere omaggio al nuovo pontefice Alessandro VI, e recitò allora in pubblico concistoro quell’orazione che si ha alle stampe. Quindi avendo nel dicembre del 14i)3 l’irnperador Massimiliano presa a sua moglie Bianca Maria Sforza sorella del duca Giangaleazzo Maria, Giasone fu inviato a [p. 842 modifica]84 a I.IKRO complimentarlo; e a’ io di marzo del 14i4 recitò in lspruch l’orazione che si ha parimente stampala, e ne riportò in premio ii titolo di cavaliere e conte Palatino. Alla qual occasione io non so come dall’Argelati si tragga in iscena rimperador Federigo morto già l’anno precedente. Nell1 anno stesso creato duca di Milano Lodovico il Moro, Giasone a lui pure recitò un’orazione, e ne Fu ricompensato col titolo di patrizio, e coll’onorevole carica di senatore, come narra Paolo da Monte Pico di lui scolaro citato dal Panciroli. Quest’orazione però convien dire che sia perita, perchè non veggo che l’Argelati l’annoveri tra le opere di Giasone. Solo ei ne accenna una stampata, e da lui diretta nel 1495 a nome di Lodovico in risposta agli ambasciadori genovesi venuti a rendergli omaggio. Il Panciroli e quasi tutti gli altri scrittori raccontano che per oltre a nove anni ei dovette cessar dalla scuola per una molestia flussione che gli travagliava gli occhi, e ne recano in prova un Consiglio dello stesso Giasone da me non veduto. Ma il Facciolati afferma che a’ 19 di giugno dell’anno 1496 ei Fu richiamato a Padova collo stipendio di 1000 fiorini. e che vi stette finchè Lodovico XII re di Francia, divenuto signor di Milano, il volle di nuovo a Pavia. Del che s’egli ha trovato, come è probabile, autentico monumento negli Atti di quella università, non vi ha luogo a dubitarne. Ma non veggo come possa ciò consigliarsi col cessar dalla scuola, che dicesi aver lui Fatto per più di nove anni. Gli’ egli Fosse di nuovo professore in Pavia, quando Lodovico XII [p. 843 modifica]SECONDO 8|3 no fu padrone, si afferma anche dal Giovio; e lo stesso Giasone, nel sopraccennato consulto citato dal Panciroli, racconta che non sì tosto fu quegli signor di Milano, che gli fece dono del castello di Pioppera, concedendoglielo in feudo con più altri privilegi, a patto però, che, finchè fosse sano, continuasse nella sua scuola. Ma (quando Lodovico il Moro scese di nuovo nel 1500 in Italia, i ministri del re gli tolsero il feudo, ed egli dopo essersi inutilmente adoperato per riaverlo, e dopo aver in ciò spesi, come egli stesso dice, 150 fiorini, non giunse mai a cavar pur un soldo da quel suo feudo. Il re che avea udito lodar Giasone come il più famoso giureconsulto che allor vivesse in Italia, volle una volta udirlo, e recatosi con nobilissimo seguito , tra cui contenevansi cinque cardinali, alla università, Giasone dal re sommamente onorato, e vestito nobilissimamente, recitò innanzi a lui una sua prolusione. Allo scender ch’ei fece dalla sua cattedra, il re abbracciollo, e con lui trattenendosi in famigliare conversazione, gli chiese fra le altre cose perchè non avesse menata moglie. A cui Giasone, acciocchè Giulio II, rispose, per testimonianza di V ostia Maestà possa sapere eh1 io non son indegno del cappello di cardinale. Era il Giovio stesso presente a questo colloquio, com’egli racconta. Ma Giasone non ebbe il piacere di veder soddisfatte le ambiziose sue brame. Ciò accadde, come narra lo stesso Giovio, quando quel re dopo aver soggiocata Genova , cioè l’an 1507, passò in Lombardia. Egli continuò in quella cattedra , secondo il [p. 844 modifica]8{4 LIBRO Panciroli, sino al 15i i, dopo il qual tempo impazzì. Ma se è vero ciò che l’Argelati al Ver ma, eli’ ei facesse il suo testamento nel dicembre del j 518 » questo impazzamento si rende molto dubbioso, e convien dir per lo meno ch’egli ricuperasse poi la ragione. Morì in Pavia a’ 22 di marzo dell’anno e fu sepolto nella chiesa di S. Jacopo.

XXXVIII. Io non mi estenderò a riferire le lodi con cui egli è stato onorato da molti scrittori. Il Fabbrucci fra gli altri reca gli elogi che ne han fatti parecchi contemporanei di Giasone, da’ quali egli è detto uomo conceduto alle terre per singolar dono del Cielo, il maggiore tra tutti i giureconsulti dell’Italia e della Francia, l’uomo il più ammirabile de’ suoi tempi, e interprete tal delle leggi, che studiandone i libri si viene ad apprendere compendiosamente quanto tutti gli altri hanno insegnato. Ma perchè tali elogi scritti in que’ tempi, in cui la giurisprudenza era ancor troppo barbara, potrebbero aversi in poco conto, aggiungiamo ad essi quello che ce ne ha lasciato il celebre Andrea Alciati, uno de’ più valorosi illustratori di questa scienza, il quale in un suo epigramma riferito dall’Argelati tra i giureconsulti de’ mezzi tempi, cinque soli ne annovera degni ancora d’esser letti, Bartolo , Baldo , Paolo da Castro , Alessandro da Imola e Giasone, di cui dice:. Ordinis Jason atque lucis nomine Videndus est properantibus. E poscia concilili de: llis si quis alios addidit interpretes, Onerat quam honorat magis. [p. 845 modifica]SECONDO 845 A queste lodi però si oppongono da altri non pochi rimproveri. Vuolsi ch’ei fosse insofferente dell’altrui gloria, e che avesse perciò furiose contese con Filippo Decio e con Francesco Corti; col primo de’ quali ancora si dice che in vece di argomenti usasse talvolta di contender coi sassi; che si facesse bello delle altrui spoglie , e di quelle singolarmente di Girolamo Torti, di Alessandro da Imola, di Bartolommeo Soccini e di Carlo Ruini; che comunque fosse amantissimo dello studio fino a starsi di mezzogiorno a finestre chiuse in sua camera, ciò non ostante non poneva mai l’ultima mano alle sue lezioni, e ch’egli stesso diceva che solo in tempo del digiuno quaresimale poteva perfezionarle; che metteva ad altissimo prezzo i suoi consigli, promettendo però a’ clienti che, se avesser perduta la causa ^ avrebbe loro renduto il denaro. Se queste ed altri simili accuse sian fondate sul vero, o se siano calunnie a lui apposte da’ suoi rivali, chi può assicurarlo l Io rifletto solo che, se fosse vero ciò di che egli è accusato, cioè che si valesse degli scritti o dei libri di altri professori tuttor viventi, e che questi ne facessero la lor doglianza, non parmi possibile ch’ei potesse giugnere ad ottener sì gran nome, e ad essere riputato miglior di gran lunga di quei medesimi, delle cui fatiche giovavasi. Intorno alle opere da lui composte io non ho che aggiugnere al diligente catalogo che ce ne ha dato l’Argelati. Esse sono la maggior parte giuridiche, cioè Consulti e comenti su tutti i libri legali, ed altre di Tirauoschi, Poi. Fili. 13 [p. 846 modifica]846 LIBRO somigliante argomento, stampate più volte, oltre alcune orazioni da noi già mentovale.

XXXIX. Tra gli altri illustri giureconsulti di questo secolo io godo di poter annoverare un chiarissimo Modenese, famoso a’ suoi tempi pel suo saper nelle leggi, ma più famoso ancora nel secol seguente per un figliuolo ch’egli ebbe, il quale superò le glorie del padre, e nuovo onore accrebbe alla sua famiglia non meno che alla sua patria. Parlo di Giovanni Sadoleto padre del gran cardinale Jacopo Sadoleto. Il Panciroli ne tratta, e ne dice gran lodi (c. 129); ma molte cose possiamo aggiugnere a ciò ch’ei ne dice, tratte dagli Atti già altre volte citati della Computisteria di Ferrara. Ei fu debitore de’ suoi felici progressi nello studio legale alla magnanimità del duca Borso, che prese ad amarlo e a proteggerlo con sommo impegno, mentre egli studiava nell’università di Ferrara. Conservasi nei citati Atti un mandato da lui segnato nel novembre del 1460, in cui comanda che al dottor Gaspero Fusari si paghino 11 fiorini per una copia di Codice da lui comperata pel Sadoleto. Nel 1468 Giovanni prese la laurea; e perciò il medesimo duca con suo mandato de’ 23 di giugno comanda che gli si paghino 100 lire: Dari faciatis doctissimo viro Domino Jo: de Sadoletis libras centum M. (m arche sinorum) quas praefatus Dominus sua solita liberalitate fretus sibi gratiose donat ad praeparandos honores futuri conventus et Doctoratus ipsius Domini Iohannis. È probabile che poco appresso ei cominciasse a tenere scuola in Ferrara, e che in essa durasse fino 1 [p. 847 modifica]SECONDO 847 al 1 {85; perc*occhè in quest’anno ei fu chiamato all* università (li Pisa colf annuo stipendio di 400 fiorini, come da’ monumenti di essa pruova il Fabbrucci (Calog. Racc. d Opusc. t 46, p 3). Tre anni occupò quella cattedra il Sadoleto, e fece poi ritorno in Ferrara; del che abbiam prova in un altro monumento de’ sopraccennati Atti, nel quale a’ 20 di novembre del 1489 il duca Ercole I gli concede alcune esenzioni con suo decreto, il cui principio contiene un elogio onorevole del Sadoleto, ed è degno perciò d’essere qui riferito: Jam pridem factum est, ut propter optimus mores eximiasque virtutes clarissimi viri excellentis simi* ine jure utroque consulti D. Johannis de Sadoletis Civis nostri dilectissimi, ipse ob singularem ejus doctrinam, ne dum vocatus, sed etiam quasi vi tractus sit ad jura civilia ordinarie legenda in hoc nostro almo Gymnasio Ferrariensi, cum prius in studio Pisano ordinarie legeter Ut autem commodius ac libentius in ipsa Urbe nostra commorari possit, ac perseverare ad honorem et gloriam ipsius, cujus etiam eum Civem costituimus, ec. È certo dunque che il Sadoleto prima del 1489 era stato quasi a forza da Pisa richiamato a Ferrara , e che ivi era stato onorato del diritto di cittadinanza. Quindi è falso ciò che il Borsetti afferma (Hist. Gymn. Ferr. t. 2 , p. 56, ec.), che dal 1473 fino al 1510 ei fosse ivi professore , e che ciò provisi da’ catalogi di quii la università. E io non so pure se si possa ammetter per vero ciò che dal Panciroli si narra, ch’egli per molti anni fosse ancor professore [p. 848 modifica]848 LIBRO neir università di Bologna sostituito ad Andrea Barbazza, quando questi morì nel 14;9» Giglio Gregorio Giraldi ne loda la straordinaria memoria (Hi st. Poet. dial. 7), per cui, uditi una volta sola moltissimi versi, tutti fedelmente li ripeteva; nel che per testimonianza del cardinale Sadoleto (Cc mn. in EpisL nel Poni.

I. 2) fu ancor più felice Giulio di lui figliuolo, a cui bastava l’udire, il leggere, il vedere qualunque cosa per serbarne costante memoria. Il Panciroli lo dice morto in patria j ma il Borsetti , citando gli Annali manoscritti di Paolo Zerbinati, afferma ch’ei morì in Ferrara a’ 22 di novembre dell’anno 1511. Il monumento però, che ancor si vede nel muro esterno di questo Duomo di Modena, inalzato da Jacopo di lui figliuolo e poi cardinale a suo padre già morto, a Francesca Malchiavelli di lui moglie ancor viva, e a se stesso, sembra persuaderci che, s’ei morì in Ferrara, qua ne fossero trasportate le ceneri. Leggesi ivi un bellissimo elogio del nostro Giovanni , che si può veder riferito dal Panciroli e dal Vedriani (Dottori modon. p. 87), in cui se ne loda il sapere non meno che la singolar pietà *, e si dice che morì nel detto anno 1511 contandone egli 71 di età. Il Borsetti accenna più opere che da lui furono scritte in materia legale, ma non se 11’ ha alle stampe che il comento sul titolo de Confessìs (a). (a) Del Sadoleto si posson vedere più distinte notizie nella Biblioteca modenese (t. 4 , /• 4*^» 6, p. «85). [p. 849 modifica]SECONDO 8.J9 XL. Le notizie che il Panciroli (c. 130), e, dopo Ini) più diligentemente ancora il conte Mazzucchelli (Scritt. it t. 2, par. 3,p. 1497, ec.) ci ha date di Lodovico Bolognini giureconsulto bolognese, nulla ci lasciano a desiderare intorno ad esso; ed io perciò sarò pago di farne qui un cenno (a). Nato, circa il 144?? Giovanni Bolognini e da Lucrezia Isolani, e istruito nelle leggi da Alessandro da Imola, ne fu poscia professore per più anni egli stesso in Bologna e in F* rrara. Chiamato indi a Roma dal pontefice Innocenzio VIII, con cui, secondo il Panciroli, era stretto di affinità, fu presso lui alcun tempo occupato in decider le cause. Fu onorato col titolo di consigliere da Carlo VIII re di Francia, e da Lodovico Sforza duca di Milano; chiamato auditor di Rota e podestà a Firenze verso il 1495 4l^? Alessandro VI fatto avvocato concistoriale e senatore di Roma; da Giulio II nominato senator di Bologna, e inviato in suo nome a Luigi XII re di Francia; dalla qual ambasciata tornato a Roma, mentre viaggiava di nuovo verso Bologna, sorpreso da malattia in Firenze, ivi morì a’ 19 di luglio del 1508. Le onorevoli cariche da lui sostenute, e gli elogi con cui ragionan di lui molti scrittori di que’ tempi e più altri ancora, le cui testimonianze si riferiscono dal co. Mazzucchelli, ci pruovano abbastanza el11 egli ebbe (a) Più esatte e più minute notizie intorno al Bolo grimi si possnn vedere nell’articolo di esso dal sig. abate Francesco Alessio Fiori inserito nell' opera degli Scrittori bolognesi del sig. co. Fant lizzi {l. 2, p. 260, ec. [p. 850 modifica]85o LIBRO fama di dolio giureconsulto; il che confermasi ancora dalle molte opere legali da lui pubblicate, che dallo stesso scrittore si annoverano distintamente. Quindi gli indecenti strapazzi co’ quali è stato indegnamente oltraggiato in certe annotazioni latine accennate dallo stesso conte Mazzucchelli, parmi che rechino disonore più all’oflensor clic all1 offeso. Ma io mi terrò lungi dal metter mano in certi argomenti, de’ quali potrebb’esser pericoloso il rinnovar la memoria. Sopra ogni cosa però deesi lodar la premura di questo illustre giureconsulto nelf emendare e nel rendere all’antica e sincera loro lezione i libri delle Pandette. Una lettera a lui scritta dal Poliziano (l. 11, ep. ult.) ci fa vedere ch’egli avea scritto a tal fine a Lorenzo de’ Medici, perchè si consultasse su un certo passo il famoso codice di esse prima serbato in Pisa, poi in Firenze; e il Poliziano mandandogli a nome di Lorenzo la copia del passo da lui richiesto loda il Bolognini dell’opera a cui erasi accinto, e desidera che da tutti gli altri giureconsulti sia in ciò imitato. Il Bolognini poi venuto a Firenze dopo la morte del Poliziano, ed avendo avuto sott’occhio le collazioni delle Pandette fatte da questo grand’uomo , di esse si valse a correggerle. Il Panciroli osserva che si conservò lungo tempo in Cesena un codice delle Pandette da lui in tal modo emendato, il cui originale trovasi nella libreria di S. Domenico in Bologna, alla quale fece egli dono di tutti i suoi libri; e su questo codice se ne » fece poi l’edizione, l’anno 1529, da Gregorio Aloandro, il quale però vantossi, ma [p. 851 modifica]SECONDO 851 falsamente, di pubblicare le stesse correzioni Poliziano. Or benchè venga comunemente il Bolognini tacciato di aver commessi più falli singolarmente per l’ignoranza del greco, e per non aver ben inteso in più luoghi le cifre e le abbreviature del Poliziano, nondimeno non gli si nega la lode di aver in ciò impiegata fatica e studio non ordinario. XLI. E qui, poichè si è fatta menzione di tal correzione , parmi luogo opportuno a dire di quella che con esito più felice ne fece a questi tempi medesimi Angiolo Poliziano. Ei non è annoverato tra gli scrittori legali, e noi ci serbiamo a ragionare distesamente di lui ove tratteremo de’ professori di belle lettere. Ma ei fu uomo di universale erudizione, e alla giurisprudenza ancora si volse, e le recò grandissimo lume. Di ciò ha trattato il ch. sig. canonico Angiolo Maria Bandini nel suo Ragionamento sopra le Collazioni delle Pandette fiorentine fatte dal Poliziano, stampato in Firenze nel 1762 , ove assai eruditamente ha mostrato quanto questo grand’uomo sia stato benemerito della giurisprudenza. Io ristringerò dunque in poco ciò ch’egli ci ha detto di più importante su questo argomento , e lascerò che ognun ne vegga presso di lui i documenti e le prove. Fu egli il primo a trovare e a mettere in luce le greche Istituzioni di Teofilo, che furon poi pubblicate da Virgilio Zuichemo. Ma più che ad esse ei rivolse il suo studio al famoso codice della Pandette, conservato per lungo tempo in Pisa, poi nel 1406 trasportato in Firenze, di cui abbiamo altrove parlato (t. 3, [p. 852 modifica]8j2 , LIBRO p.602, ec.). Guardatasi esso con gran gelosia nel palazzo del Pubblico) e, come cosa per antichità sacrosanta, non iscoprivasi che a gran personaggi, e coll’onore di accesi doppieri. Il Poliziano per opera di Lorenzo de’ Medici potè vederlo e esaminarlo esattamente; e quindi all1 antica edizione delle Pandette fatta in Venezia nel 1485, egli aggiunse le prefazioni che si leggevan! nel codice fiorentino, le leggi greche in quella edizione ommesse , e notò in margine ove qualche diversità incontravasi tra ’l manoscritto e la stampa. Questa copia così corretta ed emendata dal Poliziano rimase dapprima in Firenze nella biblioteca di Lorenzo de’ Medici; poscia fu inviata a Roma a’ tempi di Leone X, e sotto Clemente VII rimandata a Firenze, ov’ella fu veduta e esaminata da molti fin circa il 1553. D’allora in poi essa fu creduta smarrita , e ogni diligenza usata per ritrovarla fu inutile, finchè l’anno 1734, scoperta a caso tra’ libri di una eredità esposta pubblicamente in vendita, fu comprata, e indi riposta, come ben era ragione, nella biblioteca Mediceo-laurenziana. Si posson vedere più esatte notizie intorno a queste Pandette nel Catalogo della medesima biblioteca pubblicato dal sig. canonico Bandini (t. 4 , p. 8 , ec.). XL1I. Or ritornando a’ giureconsulti secondo P ordine del Panciroli, questi, dopo aver brevemente parlato d’Ippolito Marsigli di patria bolognese (c. 131), unisce insieme parecchi giureconsulti dell1 antica e nobilissima famiglia Natta di Casale nel Monferrato (c. 132). E i primi sono Secondino e Enrichetto, i quali [p. 853 modifica]SECONDO 853 trovansi nominati col titolo di dottori di legge e di consiglieri de’ marchesi di Monferrato in più carte dal 1435 fino al 1446 pubblicate dal ch. proposto Giannandrea Irico (Hist Trid. p. 174, 180, 184, iy4)- Enrichetto pe’ molti e rilevanti servigi da lui prestati al marchese Giovanni IV’ fu da lui investito del feudo di Tongo. Di Secondino afferma il medesimo Panciroli di aver veduti alcuni consigli. Ebbe egli non pochi figli, e fra essi Giorgio che fu professore di Diritto canonico, e di cui diremo nel capo seguente. Da Secondino figliuolo pur cf Enrichetto nacque Marcantonio il più celebre di questa illustre famiglia; ma egli appartiene al secolo xvi. Siegue poi il Panciroli a parlare più lungamente di Giovanni Campeggi di patria bolognese (c. 133), di cui infatti fu grande allora la fama, e varie furono le vicende. Ei nacque in Mantova, ove Bartolommeo suo padre esiliato da Bologna era stato onorato della carica di consigliero del marchese Lodovico Gonzaga. Mandato poscia a Bologna , vi ebbe a maestro nella giurisprudenza Alessandro da Imola; donde passato a Pisa , vi udì Francesco Accolti, e ottenne presto tal nome , che, benchè non ancora onorato delle dottorali insegne , fu al medesimo tempo invitato a tenere scuola dalle università di Pavia e di Pisa. Ei prescelse la prima , e per oltre a dieci anni vi fu interprete delle Leggi civili. Tutto ciò affermasi dal Panciroli , ma senza recarne, o accennarne prova di sorta alcuna. Io nol veggo nominato negli atti di quella università, se pure ei non è quel Joannes Campisius de Boìionia [p. 854 modifica]854 LIBRO che è annoverato tra’ professori all’anno 147^ (**)• Hi poi il Campeggi chiamato a Padova, e tal fama n’era precorsa, che, come abbiamo presso il Sabellico scrittor di que’ tempi (Exempl. l. 7, c. 5), i magistrati della città e i rettori dell’università e i professori di ogni ordine gli andarono incontro a riceverlo, cosa usata soltanto co’ più grandi sovrani, ed ad altri professori non mai conceduta. Il Facciolati fissa all’anno 1483 (Fasti Gymn. pat pars 2, p. 49) la venuta a Padova del Campeggi, e dice che assegnati gli furono di annuale stipendio 4^0 ducali 5 e perchè tre anni appresso ei minacciava di andarsene, gliene furono accresciuti altri 150. Aggiugne lo stesso scrittore, che ciò non ostante il Campeggi ne partì poco appresso; nel che se egli ha per guida, come è probabile, i monumenti di quella università, converrà correggere il Panciroli che gli fa sostener quella cattedra per dieci anni, e poi andarsene a Bologna indispettito , perchè a Giasone Maino era stato assegnato stipendio maggior del suo. Che il Campeggi da Padova passasse a Bologna, si afferma ancora dal Facciolati, il quale racconta che l’anno 144^ e* Vì di nuovo chiamato per cinque anni collo stipendio di 1000 ducati; che il rettore dell’università di Padova insieme con cinquanta studenti rccaronsi lino a (o) 11 co. Fantuzzi ha confermata F asserzione HelF Aliciosi , ebe il Compeggi cominciando dal 1473 per dieci anni tenesse scuola in Pavia , e che poscia , passato a Padova, ne partisse nel modo da me indicato, e ci ha date più altre notizie di rjuesto celebre giureconsulto (Scritt. bologn. t. 1, p. 41 » ec-) [p. 855 modifica]SECONDO 855 Bologna per accompagnarlo; che scorsi i primi cinque anni fu confermato di nuovo, e che indi non fece partenza che nel 1504 con gran dispiacere del senato veneto, il quale ben conosceva quanto gran perdita fosse questa , e ne lasciò memoria in un suo decreto de’ 26 d’ottobre del detto anno, accennato dal medesimo Facciolati. In fatti nella Cronaca veneta di Marino Sanudo dal 14^)4 h,lo a* 15oo, pubblicata dal Muratori , troviam menzione di una causa difesa in Venezia dal Campeggi l’anno 1500, ed ivi si dice che era in grandissima riputazione, e leggea a Padova, e avea ducati milla di salario all’anno (Script. rer. ital. vol 24, p. 165). Ritornato a Bologna, in occasione de’ tumulti che ivi si eccitarono pel dominio di quella città tra’ Bentivogli e il pontefice Giulio II, egli ebbe il dolore di vedersi costretto a star lungi dalla sua patria in Mantova, e di veder saccheggiata la sua propria casa , nella qual occasione si dice che gli fosser rubate più opere, di cui altri riportaron poscia l’onore. Queste vicende si narrano a lungo dal Panciroli, che dice morto il Campeggi nell’anno 15i 1 in età di sessantatrè anni; e fa un lodevol carattere della integrità e delle altre virtù di cui egli era adorno, e di cui lasciò erede tra gli altri suoi figli il Cardinal Lorenzo Campeggi sì famoso nel secolo susseguente. Si hanno alle stampe alcune poche opere di giurisprudenza da lui pubblicate, il cui numero sarebbe forse maggiore , se nell’accennato saccheggiamento non ne fosser perite molte. [p. 856 modifica]856 LIBRO XLIII. Io lascio in disparte quel Bulgarino snnese di cui parla in seguito il Panciroli (c. 13{), e assai più esattamente il eh. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. \,p. 2289), perchè questo secondo scrittore ha rischiarato abbastanza ciò che a lui appartiene (a); e passo a uu altro de1 più gran lumi della giurisprudenza, cioè a Filippo Decio. Ei visse molti armi ancora del secol seguente; ma perchè in questo di cui scriviamo, egli ottenne il gran nome di cui poscia godè lungamente, ne ragioneremo a questo luogo, anche per non dividerlo da Lancel(.7) A meglio rischiarare le cose che il co. Mazzucchelli ha scritte intorno a Bulg u iuo, giovano alcuni documenti che ha pubblicati il ch. P. Guglielmo della Valle tratti dagli archivj di Siena (Lettere senesi , t. 2, p. 61, ec.). Sono esse tre ducali del doge Agostino Barbarigo; la prima delle quali è diretta a Pier Donato Vicedomino, come allora dicevasi, della Repubblica a Ferrara, in cui gli commette di esplorare a qual Ijrezzo sarebbe disposto Bulgarino, professore allora di legge in quella città, a passare a Padova a sostenervi la lettura medesima. Essa nella stampa è assegnata a’ 13 di settembre nella vi indizione l’anno MCCCCLXXXII. Ma nell* anno debb’essere corso errore; perciocchè il detto doge fu a quella dignità sollevato sol fanno 1.486. E l’indizione sesta ci persuade che debba leggersi l’anno 1487. Qual esito avesse questa commissione, c’è ignoto. Ma certo nel 1491 egli era in Siena, perciocché in quell’anno a* 20 di ottobre è scritta la seconda ducale diretta a un certo Berteo, in cui gli commette di andare a Siena, e di cercare in ogni modo d indurre Bulgariuo a passare a Padova. E convien dire che questo tentativo avesse felice effetto; perciocchè la terza ducale segnata a’ 13 di ottobre del seguente anno 1492 è una patente di passaporto conceduta a tal fine al medesimo Bulgarino. [p. 857 modifica]SECONDO Siy Idito suo fratello, che morì l1 ultimo anno di questo secolo. Era Lancellotto maggior di età di Filippo, e dopo aver imparata la giurisprudenza sotto Alessandro da Imola, la professò in Pisa e in Pavia, e in quest1 ultima città finì di vivere l’an 1500, lasciando alcune opere legali, delle quali veggasi l’Argelati (Bibl Script, mediol t. i y pars 2 ì p. 549). Ma assai maggior fama ottenne il minor fratello Filippo. L1 Argelati (ih.) e il Panciroli (c. 135) ne parlano assai lungamente. Ma assai più esattamente ne ha scritta la Vita, mentre Filippo ancora vivea, Francesco Boeza spagnuolo di lui scolaro, che suole andare congiunta alle Opere del Decio. Non vi ha monumento che ci dia una più giusta idea delle gelosie e delle gare vicendevoli de’ professori di quel tempo, degli onori che loro rendevansi, della premura con cui erano dalle università invitati, quanto la suddetta Vita. Io ne farò qui dunque un compendio, e spero che non sarà discaro a chi legge, che io mi stenda alquanto su questo argomento. Egli ebbe a padre Tristano Decio milanese uomo assai caro al duca Filippo Maria, e nacque bell1 anno 1453. Secondo il Panciroli ei fu illegittimo; ne è a stupire che di ciò tenga alto silenzio il Boeza, per non oscurar la gloria del suo maestro. Nulla pure ha di ciò l’Argelati; e io dubito, a dir vero, che T asserzione del Panciroli non sia abbastanza fondata. Ei reca in prova T autorità di Lodovico Gomes, che scriveva verso la metà del secol seguente, e che l’afferma con queste parole: Et ob eam causam (cioè per essere bastardo) “Philippum Decium alias ad AuditoraUun [p. 858 modifica]858 LIISRO mandatimi habcntern, excluswn loco legimus (in Regul Cancell Reg. De trienn. possess. qu. 2). Ma il Boeza riferisce il breve che Giulio II scrisse a Filippo, intimandogli che non usasse il titolo di auditore di ruota , e la risposta che su ciò gli fece Filippo; e nè l’uno nè l’altro accennano la suddetta ragione. Il pontefice scrisse soltanto a Filippo, ch’ei non dovea arrogarsi tal titolo, perchè comunque uomo dottissimo, non era mai entrato nel collegio degli auditori di rota; e Filippo rispondegli che Innocenzo VIII gli avea con suo mandato, di cui gli trasmette la copia, conceduto quel titolo , di cui per altro appena mai avea egli usato, e di cui, poichè il pontefice così comandava, non sarebbesi più servito. Qui dunque non veggiamo accennarsi neppur da lungi l’illegittimità de’ natali, la quale perciò io credo che possa considerarsi almen come molto dubbiosa. E molto più che veggiamo amendue i fratelli allevati con ugual premura da Tristano lor padre. Avea egli destinato Lancellotto allo studio della giurisprudenza, ed ei ne era già professore in Pavia, quando Filippo per comando del padre cominciò a coltivare in Milano gli studj dell’amena letteratura. La pestilenza constrinse Filippo in età di circa 17 anni a fuggire dalla patria, e a ritirarsi presso il fratello a Pavia, ove mosso dagli esempj e dalle istanze di Lancellotto egli ancora si volse alle leggi. Ricorreva egli sovente ne’ suoi dubbi al fratello; ma questi o annoiato, o ingelosito, regettavalo spesso aspramente: e Filippo perciò cominciò a valersi di altri, e singolarmente di [p. 859 modifica]SECONDO ODt; Giasone Maino e di Giovanni dal Pozzo, a’ quali egli proponeva talvolta le sue difficoltà , e le incalzava per modo ch’essi divincolavansi, e avean gran pena ad uscirne. Nel secondo anno si espose al cimento di una pubblica disputa , disapprovata prima da Lancellotto che sgridò il fratello come giovane prosontuoso ed ardito, ma che poi ebbe sì felice successo, ch’egli stesso ne rimase stupito , e previde che da esso ei sarebbe stato di lunga mano superato in quella scienza. Nel terzo anno di tale studio, cioè nel 1473 essendo stato Lancellotto chiamato a Pisa, Filippo gli tenne dietro, e tosto rivolse a sè gli sguardi di tutti i più celebri professori che ivi erano, tra’ quali annoveransi Baldo Bartolini, Filippo Corneo, Bartolommeo Soccini e Girolamo Zanettini. Ei diede principalmente a conoscere il suo ingegno nelle frequenti dispute che sostenne con Pietro Monza vicentino, ma oriundo da Milano, e pel lungo soggiorno in Roma detto Romano, che fu egli poscia ancora famoso giureconsulto e auditor della Camera in Roma, e il cui funebre elogio composto da Tommaso Fedro Inghirami è stato recentemente dato alla luce (Anecd. literar. t. 3, p. 191, ec.). E già era Filippo giunto a tal fama, che l’an 1476 onorato della laurea (Fabbrile ci, Calog. Racc. d Opusc. I. 3j, p. i \), fu destinato a leggere , benchè in età di soli ventidue anni incirca, in quella università le Istituzioni collo stipendio prima di 30, poi di 40, e per ultimo di 60 fiorini. Descrive qui il Boeza la vivacità e il fervore con cui Filippo diede principio al suo magistero, e l’applauso [p. 860 modifica]860 LIBRO con cui era udito allor quando disputava pubblicamente, poichè al molto studio e all’acuto ingegno congiungevasi in lui ancora l’eleganza e la grazia del ragionare, e la facilità in motteggiare e deridere graziosamente i suoi avversari. XLIV. Fu poscia promosso alla lettura straordinaria del Diritto civile, in cui egli continuò ancor quando l’università di Pisa fu trasportata a Pistoia l’an 1479 Ivi cominciaron le gare tra lui e ’l Soccini. Perciocchè avendo questi proposte più conclusioni che doveansi sostenere da un Fiorentino suo scolaro, Lorenzo Pucci, che fu poi cardinale, ed era allora discepolo di Filippo, a persuasion del maestro le impugnò con gran forza; e poscia lo stesso Decio propose i suoi dubbj contro le medesime conclusioni, e si diè pubblico avviso che dentro otto giorni avrebbono disputato sopra esse il Pucci contro chiunque si fosse tra gli scolari , e il Decio contro chiunque tra’ professori. Era grande l’aspettazione di sì solenne disfida; ma Rainieri Guicciardini rettore dell’università, che temevane le conseguenze, chiamato a sè il Decio, sotto pena di carcere gliene fece divieto. Altre occasioni però egli ebbe, con cui dar pruova del raro suo ingegno, e singolarmente in una disputa fatta in Pisa nella chiesa di S. Michele in Borgo da Giambattista Cancellieri pistoiese suo scolaro, la quale durò dalle ore 18 fino alle 3 della notte, In essa Filippo, dopo aver risposto al suo avversario, prese a ripeter per ordine quanto in quella disputa s’era detto, e a farne un epilogo con tanta facilità [p. 861 modifica]SECONDO 861 di memoria, che pareva che recitasse collo scritto alle mani. Durò tre ore parlando in tal maniera , udito con universale silenzio, e poscia applaudito per modo, che, finita la disputa, fu accompagnato da gran moltitudine con cerei accesi quasi in trionfo fino alla propria casa. Gli scolari di quella università, che rimiravan Filippo come uom singolare, bramavano eh1 ei fosse dato per competitore al Soccini. Ma questi non volle; e si protestò che o egli, o il Decio sarebbon partiti da Pisa. Troppo spiaceva a’ Pisani il perdere o l’uno o l’altro di sì celebri professori, e studiaronsi perciò di conciliar le cose in tal modo, che il Decio facesse passaggio alla cattedra de’ Canoni, in cui dovea aver per competitore Felino Sandeo. E si credette che ciò fosse opera del Soccini, il quale sapendo che il Decio poco studio avea fatto ne’ Canoni, ne’ quali il Sandeo era dottissimo , sperava ch’egli avrebbe perduto non poco della gran fama di cui godeva. Ma la cosa andò troppo diversamente; perciocchè il maggiore e miglior numero degli scolari, abbandonato il Sandeo, corse alla scuola del Decio , il quale ancora ebbe occasion di trionfare del suo rivale, che da lui sfidato a disputa, dopo aver accettata la sfida, al dì prefisso mancò di parola; e poco appresso sdegnato partì improvvisamente da Pisa, e recatosi a Roma fu poi da Innocenzo VIII dichiarato auditore di Ruota. Sdegnaronsi perciò i Pisani contro Filippo, e benchè dovesse ancor leggere l’anno seguente, nel ruolo de’ professori ei fu ommesso. Strinse egli tosto un trattato col magistrato TlRABOSCHl, Voi. vili. l4 [p. 862 modifica]862 libro cii Siena, e invitato con più lauto stipendio a quella università, partì da Pisa. Ma giunto a Firenze, e ragguagliato Lorenzo de’ Medici di ciò che era avvenuto, questi volle el11 ei ritornasse a Pisa; e dal magistrato fiorentino, che a quella università soprastava , fu ordinato che il Decio per due anni leggesse in Pisa collo stipendio medesimo che da’ Sanesi gli era stato promesso; che passato il biennio fosse nella sua cattedra confermalo colf accrescimento di 100 fiorini; e che in essa avesse per suo competitore il Soccini. Era allor questi in Siena; e poichè ebbe udita tal nuova , scrisse ai riformatori dello Studio , el11 ei non sarebbe in alcun modo venuto colà, se dovea avere a suo competitore Filippo. Questi frattanto amava meglio di andarsene a Siena, e faceva perciò nuove istanze ai riformatori dello Studio; i quali finalmente risposero che se il Soccini fosse venuto, egli avrebbe potuto andarsene. Venne il Soccini in fatti a’ 2 di novembre, e il dì seguente Filippo se ne partì, e recossi a Siena. Ma poco tempo vi si trattenne, e invitato a Roma, vi si trasferì. Innocenzo VIII nominollo auditore di Ruota; ma perchè a tal fine conveniva prendere gli ordini sacri, e al padre e al fratel di Filippo, anzi a’ Filippo medesimo, ciò non piaceva , questi amò meglio di ritornare alla sua cattedra in Siena. Era frattanto il Sandeo tornato a Pisa, ma stava sempre coll1 animo rivolto a Roma; e offertagli si nuova occasione, ottenne finalmente congedo, ed egli stesso dimentico delle sue rivalità, propose che in suo luogo fosse chiamato Filippo; anzi nel suo [p. 863 modifica]SECONDO 863 passaggio per Siena gli fece premurosissime istanze , perchè volesse passare a Pisa. Il cambiamento di governo ch’era allora seguito in Siena, indusse facilmente Filippo ad accettar la proferta; e tornato a Pisa, gli fu assegnato lo stipendio di 450 fiorini. Ed eccoci di nuovo alle antiche contese. Niuno dei professori voleva averlo a competitore. Gli fu finalmente assegnata la cattedra del Diritto canonico, e dato a competitore Roberto Strozzi fiorentino, con cui sembra che il Decio vivesse amichevolmente; ma sostituito allo Strozzi Antonio Cocchi pur fiorentino, tosto vennero essi per tal modo alle mani, e il Decio colf usata sua mordacità punse talmente il Cocchi, che convenne dividerli , e Filippo fu promosso alla cattedra ordinaria di Legge civile. Poco appresso chiamato alla stessa cattedra Giasone Maino, ricusò egli ancora di avere per competitore Filippo, che perciò fu di nuovo rimesso in lizza col Cocchi. Così cambiò Filippo più volte la cattedra , e gli fu insieme accresciuto l’annuale stipendio fino a 700 fiorini; finchè l’anno 1501, essendo quell’università a cagion delle guerre in assai infelice stato, Filippo accettò volentieri l’invito de’ Veneziani che il chiamarono professore di Diritto canonico a Padova collo stipendio di 600 fiorini in oro; e al primo di marzo del 1501 giunse alla detta città, ove grande era l’aspettazion di sì celebre professore. In falli le scuole degli altri giureconsulti rimaser quasi deserte; e Bertuccio Bagarotto competitore del Decio chiese ed ottenne d’esser tolto da sì molesto [p. 864 modifica]864 LIBRO confronto. A lui fu perciò surrogato Anton Irancesco Dottori celebratissimo canonista. Ma ciò non ostante la scuola del Decio era la più numerosa, e ad essa si recavan tra gli altri Giambattista Pallavicini, che fu poi cardinale, il vescovo Foscarini, Girolamo Giustiniani, e più altri patrizj veneti. Alle pubbliche dispute che Filippo spesso teneva cogli altri professori, intervenivano sempre il capitano e il podestà di Padova , ed era bello il vedere azzuffarsi tra loro, ma con quel rispetto che l’uno all’altro dovevano, que’ prodi combattenti, tra’ quali erano Giovanni Campeggi, Cristoforo Alberici pavese, e Carlo Ruino reggiano , dell1 ultimo de’ quali diremo nella storia del secolo susseguente. XLV. Frattanto venuto essendo lo Stato di Milano in poter de’ Francesi, il re Luigi XII fece chiamar Filippo come suo suddito a Milano, con promessa dello stesso stipendio di cui godeva in Padova. Filippo dunque recatosi a Venezia insieme coll’ambasciador francese, cercò il congedo; ma la Repubblica fu costante in negarglielo, talchè Giovanni Rucellai che ivi allor ritrovavasi, Io potrò, disse un giorno, raccontare in Firenze che per il solo Filippo Decio ho veduti contendere caldamente insieme il re di Francia e la Repubblica veneta. Questa ordinò al Decio che tornasse tosto a Padova, nè mai pensasse a partirne. Ma il senato di Milano non cessava di fare istanze presso il re, nè il re cessava di pressar la Repubblica per riavere Filippo. Dovette questi adunque [p. 865 modifica]SECONDO 8G5 tornare a Venezia, ove il doge Leonardo Loredano gli disse tali esser le premure del re Luigi, eli’ ei non poteva a meno di non secondarle; ma che lo stesso Filippo avrebbe fatta cosa gratissima alla Repubblica, se egli stesso ricusato avesse di lasciar Padova. Ma il Decio saggiamente rispose che se la Repubblica non avea forze a impedire la sua partenza, molto meno potea egli sospenderla, suddito, com’era , di quel monarca. Convenne dunque dargli congedo, e Filippo a’ 25 di dicembre del 1505 giunse a Pavia, e per sette anni spiegò ivi il Diritto canonico, udito da gran numero di scolari, molti dei quali celebri per nascita e per dignità si annoverano qui dal Boeza. Accadde intanto che il re Luigi sdegnato contro il pontefice Giulio II, col consiglio di alcuni giureconsulti , e fra gli altri del Decio, radunò il sinodo in Pisa, a cui lo stesso Decio fu costretto suo malgrado a recarsi. Poichè quel sinodo fu da Pisa trasferito a Milano, il Decio scrisse a’ cardinali che il componevano, perchè gli fosse permesso di non avervi più parte; ma questi gli rinnovaron le istanze, perchè proseguisse a prestar ad essi la sua opera, e fu forza al Decio l’ubbidire. Così la lettera del Decio, come la risposta de’ cardinali sono state dal Boeza date alla luce. Il pontefice sdegnato contro del Decio fulminò contro di lui la scomunica. Ed egli ne ricevette la nuova quasi al tempo medesimo in cui le armi de’ collegati chiamate in aiuto da Giulio II costrinsero i Francesi a lasciare l’Italia. Era egli allora in istato cagionevole di [p. 866 modifica]866 LIBRO salute; ma pur gli convenne fuggirsene prestamente. Ritiratosi dunque in Asti e poi passato ad Alba, scrisse di là al pontefice chiedendo scusa di ciò che costretto dalle minacce del re di Francia avea contro di esso operato nel concilio di Pisa. Ma Giulio II non volle allora udire scuse di sorta alcuna. E Filippo ebbe oltre ciò il dispiacere di udire che gli Svizzeri entrati in Pavia aveangli rubata interamente la casa, e seco portatine oltre a 400 libri, e quanto vi avean trovato di abiti e di ogni genere di suppellettili; che la casa stessa insieme coi suoi beni stabili erano stati donati ad altri; clic entrati inoltre nel monastero di S. Andrea, ove egli avea data ad educare una figlia di dieci anni, avean voluto rapirla; ma che mossine finalmente a pietà l’avean lasciata, spogliandola però d’ogni cosa, e portando seco 300 scudi che per gli alimenti di essa erano stati depositati. Filippo costernato a tai nuove, e non credendosi ben sicuro in Italia, passò in Francia, ove egli ebbe troppo dolci compensi delle sue passate sventure. Perciocchè appena giungeva a qualche città, che tosto affollavansi a gara gli scolari tutti a riceverlo; e per tal maniera quasi sulle loro spalle giunse a Lione. Solo egli ebbe a dolersi de’ cardinali francesi da lui serviti nel sinodo di Pisa, i quali radunati allora in Lione, essendogli debitori di 300 scudi, a gran pena gliene contarono 100. Più grato si diè a vedere il re Luigi XII, da cui fu nominato membro del Parlamento di Grenoble. Mentre ivi si tratteneva, Girolamo Bottigella giureconsulto, di cui [p. 867 modifica]SECONDO OU' or ora diremo, il quale insieme col Decio era stato da Giulio per la medesima ragione scomunicato , venne a trovarlo, recandogli un Breve di Giulio II scritto ad amendue, con cui offeriva loro il perdono, purchè si recassero a Roma. Ma il Decio non volle esporsi a tal viaggio, e scrisse facendo le scuse insieme di ciò che in addietro era avvenuto, e del non poter ora venirsene a Roma; la qual lettera , come pure il suddetto Breve di Giulio, si leggon presso il Boeza. Filippo frattanto fu chiamato a interprete del Diritto civile in Valenza nel Delfinato collo stipendio di 1000 franchi non mai in addietro conceduto ad alcuno. Erano quelle scuole allora spopolate e deserte, e appena vi si contavano 25 scolari. Ma non sì tosto Filippo vi giunse, che 100 scolari a lui sen vennero da Avignone, e nel primo anno della sua scuola ne ebbe 3oo, e 4oo nel secondo, e fra essi molti uomini per nascita e per dignità ragguardevoli. Al tempo medesimo , a istanza de’ cardinali raccolti in Lione , scrisse in confutazione di un libro che il Cardinal Gaetano pubblicato avea contro di essi j la qual opera del Decio afferma il Boeza di aver veduta e letta. Essa però non fu pubblicata, perchè morto nel 1513 Giulio II, e succedutogli Leone X, quel sinodo fu disciolto , e il nuovo Iiontefice, che era stato in Pisa discepolo di Filippo, gli scrisse tosto un Breve in cui lo prosciolse da qualunque censura egli avesse incorsa *, e poscia f anno seguente con altro suo Breve invitollo a Roma, ove gli proffer.se la cattedra di Diritto canonico collo stipendio di 5oo [p. 868 modifica]868 LIBRO scudi. Amcndue questi Brevi si riferiscono dal Boeza. il Decio non credette allora di dover lasciare la Francia. Ma poco appresso, morto il re Luigi XII, non sapendo egli che potesse sperare da Francesco I, bramava di far ritorno in Italia. E opportunamente avvenne che l’università di Pisa bramosa di risorgere all’antica sua fama gli inviasse fino a Valenza, l’anno 1514? il suo cancelliere Giuliano da Vinci, pregandolo a fare ad essa ritorno. I patti erano che avrebbe di suo stipendio 800 fiorini; che avrebbe il primo luogo tra i professori, e senza competitore alcuno; che niuno altro professore potesse avere stipendio uguale, o maggior del suo , altrimenti gli si dovesser accrescere altri 200 fiorini; e che gli fosser pagati pel viaggio 100 fiorini oltre lo stipendio. Filippo accettò volentieri sì generose proferte; ma divolgatasene la nuova, i cittadini di Valenza si adoperaron per modo, che il re Francesco I scrisse a Filippo che avrebbegli fatta cosa assai grata col non partire. Il Decio non lasciò di usare ogni mezzo per ottenere il congedo, e recossi a tal fine innanzi al re stesso, da cui fu accolto benignamente. Ma altro non potè ottenerne , se non che, quando lo Stato di Milano tornasse in poter de’ Francesi, egli sarebbe stato chiamato professore a Pavia, e fatto insieme senator di Milano. Così avvenne l’anno seguente 1515, e Filippo venuto in Italia, cominciò la sua scuola in Pavia. Ma la guerra non permetteva a quella università di godere di quella pace che le era necessaria. I professori non eran pagati, e Filippo non potè mai entrare al [p. 869 modifica]SECONDO OlH). possesso della carica di senatore. Anzi il pericolo di vedersi di nuovo esposto al furor de’ nemici, lo costrinse a fuggire. Recatosi dunque a Firenze, fu invitato a Pisa, ove cominciò con incredibile applauso le sue lezioni. Il presidente del senato di Milano a nome del re scrisse allora a Filippo pressandolo a ritornare a Milano, colf offerta di 1000 annui scudi di oro detti del Sole, e della carica di senatore, e scrisse insieme a’ Fiorentini, perchè gli permettessero di partire. Ma i Fiorentini non volean privarsi di sì celebre professore, e gli negaron perciò la licenza di lasciar quelle scuole. Temeva Filippo d’incorrer lo sdegno del re di Francia; e perciò invitato dall’università d’Avignone a recarsi colà collo stipendio di 1000 scudi d oro, rispose accettando l’invito, a p.itto che il re dopo due mesi vi acconsentisse. Ma Francesco I fu allora inflessibile. I Veneziani poscia si fecero innanzi, e il chiesero per la loro università di Padova, e ne fecero istanza al re. Ma questi in quel frattempo avealo finalmente ceduto agli Avignonesi. Filippo però, essendo trascorso il tempo con essi fissato, non volle accettarne l’invito; e perciò i Fiorentini assicuratisi finalmente che il re di Francia non se ne sarebbe riputato offeso, trattennero Filippo in Pisa per altri sei anni. Così egli vi stette sino al 1523; e allor fu confermato per altri tre anni, a patto che in ciascuno de’ primi due anni avesse 1200 fiorini d’oro in oro, e nel terzo anno 1500. Qui finisce la vita del Decio scritta dal Boeza, il qual conchiude dicendo che Filippo nel 1523 contava 69 anni [p. 870 modifica]S^O LIBRO di età, e che era ancora sano e robusto. Ma sappiamo ch’egli ivi continuò, sinchè visse, cioè, secondo il comun consenso degli scrittori, fino a’ 13 di ottobre del 1535, nè io veggo però, che essi rechino alcun monumento a comprovar quest’epoca della morte di Decio. Il Panciroli, l’Argelati, il Fabbrucci riferiscono l’iscrizion sepolcrale ch’ei fece ancor vivo incidere sul suo sepolcro in Campo Santo di Pisa. Essi ci danno ancora il catalogo delle molte opere legali da lui composte e stampate, e aggiungon gli elogi che molti ne han fatto. Ma dopo tutto ciò che abbiam detto della gara delle università e de’ principi in invitarlo a loro, delle contese che perciò furon tra essi, degli straordinarj stipendj a lui assegnati, e del gran numero di scolari che in ogni tempo egli ebbe, parmi inutile l’allungarsi a dimostrar con parole ciò che i fatti stessi comprovano sì chiaramente. XLVI. Noi siamo ormai alla fine della lunghissima serie dei giureconsulti in questo secolo tessuta dal Panciroli, di cui pure per amore di brevità abbiamo lasciati alcuni in diparte. Perciò ancora io accennerò solamente Cristoforo Alberici pavese, di cui il Panciroli fa un cenno parlando del Decio , e di cui più ampie notizie si possono vedere presso il conte Mazzucchelli (Scritt it. t. 1, par. 1, p. 291); Giambattista Sfrondati cremonese, da molti principi de’ suoi tempi adoperato in onorevoli ambasciate, e morto in età di soli trentasei anni in Venezia l’anno 1496 (c. Girolamo Bottigella pavese celebre singolarmente per la vasta [p. 871 modifica]SECÓNDO 8~ I sua iuoiuoria («), e che compagno del Decio nella scomunica fulminatagli contro da Giulio 11, gli fu compagno ancora nella carica di Parlamentario in Grenoble, ove riconciliato poi colla Chiesa morì in età di soli quarantacinque anni nel 1515, di cuij oltre ciò che ne ha il Panciroli (c. 145), si può vedere 1’articolo del (a) Di Girolamo Rott igeila fa un tal#* elogio Teseo Ambrogio nella sua introduzione alla lingua caldaica, che difficilmente troverassi l’uguale di altro giureconsulto; e poichè il co. Mazzucchelli non ne ha fatto cenno nel parlare di questo scrittore , non dispiacerà ch’io qui ne dia un breve transunto. Narra egli dunque p. 181, ec.) che Girolamo avea professate le leggi in Pavia, in Padova e in Roma con tale stima , che pareva di vedere in lui risorti i più celebri giureconsulti romani; che era di tale eloquenza dotato, che sembrava un nuovo Demostene , e di sì rara memoria , che niuno de’ più celebri per forza di essa a lui poteva paragonarsi, e che aveane data solenne pruova nella università di Pavia, quando per tre giorni si espose al pubblico, pronto a recitare o tutti , o qual parte piacesse più a ciascheduno, del libro duodecimo del Digesto vecchio, di alcuni del Codice , del sesto dei Decretali, delle Istituzioni di Giustiniano. dell’Egloghe e delle Georgiche, e del libro sesto delle Eneide di Virgilio, delle opere di Ovidio e di Valerio Massimo, e del settimo libro della.Storia naturale di Plinio; e a rispondere a qualunque interrogazione sopra essi gli venisse fatta; il qual cimento ei sostenne con sommo applauso innanzi a una immensa assemblea. E certo , se in questo passo non vi ha esagerazione , non troverassi forse esempio di sforzo di memoria cotanto sti aordinario. Conchiude poscia dicendo che tutte le università d‘ Italia risonavano delle lodi di Girolamo j c che essendo egli venuto a morte in Roma in età ancor fresca, cioè di quarantacinque anni, fu ivi nella chiesa della Minerva con sommo onore sepolto. [p. 872 modifica]872 LlflRO co. Mazzucclielli (1. cit. t. 2,par. 1,p. 2^2) (a); Vincenzo Paleo! li bolognese avolo del celebre Cardinal Gabriello Paleotti, e professore esso ancora in Bologna, di cui il Panciroli (c. 149) riferisce un magnifico elogio fattogli da Filippo Beroaldo il vecchio. Di alcuni altri che fiorirono in questo secolo in parte, e in parte nel seguente , come di Carlo Ruini reggiano e di Alberto Bruni astigiano, ci riserbiamo a parlare nel VII tomo. Finalmente il Panciroli nomina sol di passaggio (c. 141) Paolo Cittadini, di cui ci lascia dubbiosi s1 ei fosse milanese di patria, ovver padovano. Ma milanese indubitatamente lo dice Marco Mantova (Epit. Viror. ill. n. 206), e con più certezza confermasi ciò dal titolo premesso alla sua opera de Jure Patronatus stampata per la prima volta in Friburgo nel 1543, nel quale egli è detto de Mediolano. E in Friburgo appunto era egli professore di leggi, colà chiamato per la fama in cui era d’uom dotto, e vi stette più anni, finchè tornato a Milano, fu ivi giudice delle appellazioni nel foro ecclesiastico sotto i due Ippoliti Estensi fino alf anno 1525 in cui finì di vivere. Così si afferma dall’Ar gelati (Jiibl. Script, mediol. t.1, pars 2, p. 436, ec.), il quale poscia con grave anacronismo soggiunge che di lui si hanno più lettere scritte al Cardinal Federico Borromeo Tanno 1Ò99 (*). (a) Un’Orazione di Girolamo Hottigella in favore di Gianfiiipjjo Gambaloita podestà di Pavia, stampata due volle sulla fine del secolo xv, si rammenta dall' abaLe Marini [Vegli Archiatri ponti f. t. 2, p. »). Tra5 celebri giureconsulti ommessi dal Panciroli [p. 873 modifica]SECONDO 8'3 XLVn. Se altri giureconsulti non avesse avuti l1 Italia in questo secolo, fuorché i rammentati finora , il lor numero sarebbe tale, che forse doveasi ricordare Bartolommeo Ercolani bolognese, il cui padre Niccolò di Andrea nel 1436 a’ quattro di febbraio era stato ammesso alla cittadinanza di Bologna, in cui per breve di Pio II fu confermato Bartolommeo nel 1Questi fu laureato in Bologna nel 1442 e l’anno seguente cominciò a leggere il Dritto civde nel1* università della sua patria con onorato stipendio, che nel 1460 giunse alle uovecento lire. Sostenne in questo fra ite inpo gl* impieghi di anziano, di giudice del foro de’ mercanti , e di gonfaloniere del popolo, e come tale approvò gli Statuti della città nel 1454 Quanto ei fosse stimato in Bologna, il mostra il decreto fatto • a’ 27 di ottobre del 1459 da quel Reggimento, che temendo che l’Ercolani passasse a leggere altrove, gliene fece severo divieto sotto pena della confiscazione de’ beni, e ancora della vita. Ciò non ostante ei passò a Ferrara nell’anno 1463, chiamatovi dal duca Borso; e per cinque anni vi ebbe la lettura primaria di legge collo stipendio di 1100, e poscia di 1262 lire. Nel 1468 fece ritorno alla sua cattedra di Bologna con grave dispiacere di Borso; e ivi poscia finì di vivere I anno seguente, e fu sepolto in S. Giovanni in Monte. Autentici monumenti di tutte queste cose da me accennate si trovano presso il sig. march, senatore Filippo Ercolani principe del S. R. I., da cui mi sono stati cortesemente trasmessi. Più altri uomini illustri nella repubblica delle lettere ebbe poscia questa nobil famiglia , e fra gli altri Marcantonio del co. Agostino molto lodato in una sua lettera da Giulio Castellani (Castell. Epist. l. 3), ove sembra indicare una letteraria adunanza che presso di lui si teneva; Girolamo di Bernardino, clic ebbe le onorevoli cariche di podestà di Correggio , di Mantova , di Genova , della Marca d’Ancona , di auditore della ruota di Firenze, e di luogotenente del duca d’Urbino, e di cui si hanno alle stampe alcune Lettere e Consigli, e fra gli altri uno intitolato Responsum stampato in [p. 874 modifica]8^4 LIBRO tutte insieme le altre nazioni non ne potrebbon mostrar l’uguale. E nondimeno quanti ne ho io ommessi che avrebbon potuto esser mentovati con lode! Le Storie delle università di Ferrara, di Padova e di Pisa, i catalogi de’ professor bolognesi dell Alidosi, le biblioteche delle particolari città e provincie ce ne offrono un numero ancor maggiore di quelli de’ quali abbiam finora parlato. Ma quando avrebbe fine questo argomento, se io volessi parlare distintamente di tutti? Alcuni pochi soltanto ne accennerò a questo luogo tra quelli che degni sono di special ricordanza. Bornio dalla Scala bolognese e professore di leggi nella patria fu grande amico del Filelfo, che gli scrisse più lettere tra il 1433 e ’l 1459 (l. 2 , ep. 23; l. 3, * ep. 27 j l. 5, ep. 18, 28, 40, 47 j l. 6, ep. 20, 59). Un passo degli Annali bolognesi del Borselli ci scuopre il carattere libero e coraggioso di questo giureconsulto. Essendo venuto a Bologna l’anno 1459) il pontefice Pio II, Bornio fu destinato a complimentarlo con una orazione. Egli soddisfece al carico ingiuntogli j ma nel ragionare riprese apertamente coloro che presiedeFirenre nell’anno 15~7, e da lui dedicato al gran duca Francesco. Il ro. Agostino e il co. Cesare suoi figliuoli son rinomati per gli elogi clic nelle sue opre ne ha fatti il Varchi, il «piale dal secondo di essi diede il nume al suo Ercolano. Anche uu altro ramo di questa famiglia stabilito in Perugia lia dati poscia al mondo illustri giureconsulti, e fra essi son conosciuti principalmente per le opere die se ne hanno alle stampe, Vincenzo sopraunomato il Fregio, e Francesco , de5 «juali si possun vedere più distinte notizie presso il Crispolti, e gli altri scrittori perugini. [p. 875 modifica]SECONDO vano al Reggimento. Perciò il pontefice, dopo aver lodato l’oratore, temendo che non fosse per venirgliene qualche danno, seco il condusse a Mantova. Dopo il qual fatto soggiugne l’Annalista: Iste Dominus Bornius Socrati Philosopho valile similisfitti (Script. rer. ital. vol. 23, p. 891)’. Questo fatto si narra ancora dallo stesso pontefice Pio II ne’ suoi Comentarj al detto anno, ed ivi loda l’erudizione e l’eloquenza dell’oratore non meno che la soavità della voce. Par nondimeno che Bornio tornasse poi in Bologna 5 perchè, secondo l’Alidosi (Dott. bologn. di Legge, ec. p. 48), ivi morì, non sappiamo di qual anno, e fu sepolto in S. Francesco. Negli stessi Annali si fa onorevol menzione di Alberto Cattani bolognese. Egli era professore in Siena, quando l’anno 1458 i Bolognesi gli comandaron di far ritorno alla patria (l ciL p. 897), ove fu uno de’ XVI reggenti, e con questo carattere inviato nel 1471 a Ferrara a trattar di pace col duca Borso (ib. p. 898). Ei morì nel 1477, e ordinò nel suo testamento che non si usasse alcuna pompa nel seppellirlo j e a questo luogo egli è detto dall’Annalista Jurisconsultus. Eques, et Patritius (ib. p. 901). Antonio Corsetti siciliano professore in Padova per molti anni circa il 1489 giunse ad aver lo stipendio di 500 ducati, pruova della non ordinaria stima in cui egli era (Facciol. Fasti Gymn. pat. pars 2, p. 62). Di lui e delle opere da lui composte parla il Fabricio (Bibl. med. et inf. Latin, t. 1, p. i 23 , ec.), e più lungamente il Mongitore (Bibl. sicula, t. 1, p. 60). L’Argelati tra’ giureconsulti milanesi annovera [p. 876 modifica]8~6 LIBRO ancora Giovanni de1 Gradi (Bibl. Script. medioL t. 1, pars 2, p. 700), di cui si hanno più opere appartenenti all’uno e all’altro Diritto, ed altre ancora di diverso argomento, il cui catalogo si può vedere presso il detto scrittore, e più esattamente ancora appresso il Marchand (Dict, histor. t 1, p. 209). Ma questi pensa che Giovanni fosse francese di nascita e non itali ino. E a dir vero, mi sembra che così pensi a ragione. Quasi tutte le opere di Giovanni sono stampate in Francia e non in Italia, e ve n’ha ancora taluna da lui scritta in francese, in cui egli si appella Jean des Degrès. Niun indicio egli ci dà di esser nato in Italia, e non v’ è autor milanese o italiano di quei tempi che di lui faccia menzione. E perciò io inclino a credere che noi non abbiamo diritto di annoverarlo tra’ nostri. Io conchiuderò dunque la serie de’ giureconsulti col mentovarne un altro che alla scienza delle leggi unì la piacevole letteratura , e all’insegnar dalla cattedra congiunse luminosi impieghi. Ei fu Pietro Cara natio di S. Germano nella diocesi di Vercelli. Non abbiamo opere legali da lui pubblicate, ma solo alcune orazioni e alcune lettere stampate in Torino nel 1520. Da due elogi in onor del Cara, che lor precedono, tessuti uno in prosa da Ubertino cherico da Crescentino, l’altro in versi elegiaci da Bassano Robilio poeta mantovano, raccogliesi ch’ei fu professor di leggi in Torino, e che con tal plauso insegnava, che, se crediam loro, non sol da tutta l’Italia, ma dalla Germania, dalla Francia, dall’Inghilterra , dalla Spagna, dalla Danimarca, e per [p. 877 modifica]SECONDO * St** • • 4 4 fin dalla Russia accorrevano scolari ad udirlo; e sì affollato era il concorso, che non essendo capace a contenerlo la scuola, molti dalla pubblica strada arrampicavansi sulle finestre ad udirlo* Essi aggiungono eli’ egli era non solo eccellente giureconsulto, ma eloquente oratore, non mediocre poeta, egregio filosofo, in tutte le storie versatissimo, dotto nel greco, e finalmente gravissimo e giustissimo senatore. Sostenne molte illustri ambasciate a Luigi XII re di Francia, ai duchi di Milano, al marchese di Monferrato, all1 imperadore Massimiliano, alla Repubblica veneta, a’ due sommi pontefici Sisto IV e Alessandro VI, dal primo de’ quali ebbe il titolo di conte del sacro palazzo Lateranese; e le Orazioni che se ne hanno alle stampe, furon da lui in tali occasioni composte. Finì di vivere nel 1502. Di lui parla il signor Vincenzo Malacarne nelle Notizie dei Medici piemontesi (t. 1, p. 155), e speriamo di vederne un belf elogio Ira quelli degli Illustri Piemontesi che si vanno or pubblicando. XLVIII. Così la giurisprudenza fu con sommo ardore coltivata in Italia nel secolo xv. E la fama de’ giureconsulti italiani non solo trasse a queste nostre università gran numero di scolari dalle provincie straniere, ma fece ancora che alcuni professori italiani fossero altrove invitati con lauti stipendj, acciocchè col loro ingegno e colle loro fatiche giovassero a quelli che non potean viaggiare in Italia, e rendessero più famose le università ultramontane. Già abbiam veduto con quale applauso tennero scuola Tiraboschi, Voi Vili. 15