Il romanzo della guerra/Il romanzo della guerra

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Al lettore

[p. 5 modifica] Fu il 30 giugno, giorno degli esami al Politecnico: uno studente trentino giunse in ritardo. Aveva quasi le lagrime agli occhi per la commozione. La sera precedente — mi pare — era scoppiata la notizia della tragedia di Seraievo: l’arciduca Francesco Ferdinando da Este, l’erede al trono d’Austria, era stato assassinato.

— Giustiziato!

— Come crede lei, mio caro giovine, risposi. — Posso convenire con lei che la violenza rimane una delle cose più positive del mondo: ma i suoi frutti non mi piacciono.

— La storia del mondo procede per atti di violenza!

— Lo so; ed appunto per questo non è un’allegra storia. E quella povera arciduchessa? [p. 6 modifica]

— Una reazionaria fanatica, peggio di suo marito.

— E quei poveri figliuoli, innocenti, che non vedranno più i loro genitori?

— Questioni di dettaglio di cui non si può tener conto.

***

Stetti un po’ in silenzio. Eravamo appoggiati al davanzale della grande finestra: il mattino estivo traeva dalla folta verzura dei giardini pubblici una purità grandiosa e solenne. I giardini erano pieni di bimbi in festa. I figli dei due assassinati forse in quell’ora giocavano, inconsci, nel parco del loro castello.

***

— Be’ — dissi infine —, vada per la sua gioia! Un gran nemico — nemico aperto, conviene dirlo — d’Italia è scomparso; ma lei che cosa spera che venga fuori da tutta questa faccenda?

— Una guerra immensa...

— Eh?

— Per forza! L’Austria-Ungheria, con gli Slavi che, ora, le scappano da tutte le parti, è messa in una condizione disperata. Cercherà di venirne fuori con una guerra....

— Vada, vada — esclamai, — scelga un posto e faccia un poco di compito.

— E non volli sentire altro. — Assolutamente non voglio sentire altro! [p. 7 modifica]

Una guerra? La guerra? Un’immensa guerra? Ma si potevano dire più bestialità in poche parole? E da un giovane che fa studi positivi!

Mi ricordo che proprio lì, al Politecnico, uno dei più autorevoli professori — oggi deputato — mi diceva un giorno: «Ma sa lei che bisogna essere ben letterati, ben poeti, per credere alla possibilità di una guerra europea? La rete degli interessi è tale da impedire automaticamente qualunque guerra. Gli armamenti? un premio di assicurazione contro la guerra, dovuti anche ad un fattore economico di recente creazione: l’industria degli armamenti».

Osservava un altro professore come i progressi della chimica nella fabbricazione degli esplosivi fosse a tale punto che la guerra doveva per forza essere uccisa dalla guerra.

«Piccole guerre coloniali avverranno ancora — diceva un altro signore —, ma guerre europee sono un non senso, un anacronismo, specialmente per il fatto tangibile, acquisito, pacifico — come dicono i legali — del maggior rispetto per la vita umana! Ma c’è dell’altro: i governi a tipo ancora feudale, bisognerà che ci pensino due volte!

L'Internazionale oggi è una potenza, specie in Germania. Del resto il Kaiser, con tutti i suoi travestimenti un po’ medievali, è un garbato signore, un onesto, pacifico viaggiatore di commercio per gli articoli, made in Germany. [p. 8 modifica]

***

Io questi ragionamenti li sento ancor vivi all’orecchio. E chi non li ha sentiti?

Per mio conto devo pur dire come in me — per quanto tutti i gigli e le rose della fede nel buon divenire umano sieno divenuti fieno e stabbio, era come una inconsapevole sensazione che i geni dei vari popoli d’Europa fossero a tale grado di maturanza da potersi oramai equilibrare e compenetrare fra loro senza più ricorrere al giudizio di Dio o, meglio, del Diavolo, a quella assisi orribile che è la guerra.

Perciò era naturale che togliessi la parola al mio bellicoso scolaro, come a dirgli: «Non faccia il letterato anche lei. Qui, al Politecnico, di letterati ce n’è uno, ed è di troppo!» Avevo lì i giornali del mattino, fra cui l'Avanti!, figlio cadetto del Vorwaerts. Glielo buttai sul banco dicendo piano: Ecco, caso mai, i nuovi carabinieri e pompieri pel suo incendio.

***

Ora chi avrebbe pensato mai che dopo un mese — ma nemmeno! — ciò che era fantastico, sarebbe divenuto realtà?

***

La macchina del pensiero però in quella mattina [p. 9 modifica] era stata messa in moto e non era in mia facoltà l’arrestarla. I tumulti e le sommosse in Italia erano in quel giorno, 30 giugno, ancora in prima linea.

I giornali dell’ordine un po’ deridevano le così battezzate repubbliche di Pinocchio, un po’ denunciavano le violenze, gli incendi, i saccheggi, i mezzi teppistici usati. Se ne raccoglieva un senso — diciamolo pure — di pavore e di incertezza da parte delle classi dirigenti. E su quel pavore tonava da Milano la voce del prof.

Benito Mussolini, direttore dell'Avanti!, per nulla intimidito, per nulla pentito: «Ma questa era la guerra di classe! la guerra non si fa coi guanti; la teppa rappresenta gli eroici sanculotti della nuova rivoluzione. Vi si preparassero i signori borghesi!»

Allora è sempre la guerra — pensavo —, cioè, se non è zuppa, è pan bagnato.

***

Di queste cose m’intrattenevo nel mese di luglio — quando il sipario dell’orrenda tragedia europea non era ancora levato — con l’amico Renato Serra, qui in Bellaria, lungo la riva del mare.

Renato Serra — non se ne dolga l’amico, restìo ad ogni lode — è una delle più luminose intelligenze che io abbia avuto la ventura di conoscere in questi ultimi tempi; e se le cose non andassero così come vanno, il suo posto dovrebbe essere ben altro che in una [p. 10 modifica] deserta biblioteca di Romagna! Egli si trova oggi in tutta piena giovinezza: alto, quasi atletico, quasi imberbe, coi nervi molto a posto (non come i miei): porge tuttavia, a prima vista, l’impressione di un ragazzone riguardoso e quasi timido. Ma quando guizza la spada del suo pensiero, timido e riguardoso nei giudizi diventa invece chi l’ascolta. Non che egli sia o folgorante parlatore o dialettico. È persuasivo perchè è profondo, arrendevole, umano. Parla pianamente con spiccata cadenza romagnola, chiudendo un po’ le palpebre quasi a meglio concentrare la sua imagine di pensiero: spesso un impercettibile sorriso! Dà piacere accostarsi a lui. Nella sua città di Romagna lo chiamano semplicemente, Renato. Ama di vivere col popolo, ma non beve il gran vino del popolo, perchè egli è bevitore d’acqua. Adora nostalgicamente la Romagna e il suo popolo, benchè il popolo non sospetti affatto chi sia Renato.

Veniva spesso a sorprendermi, sfolgorando nella bicicletta lucida, con quel suo sano affettuoso sorriso, sotto il gran sole. Eravamo così lontani dalla guerra che si faceva la psicologia dei fatti del giugno, specialmente in Romagna. Era stata allora chiamata sotto le armi una classe, e pareva imminente un nuovo sciopero dei ferrovieri.

Le nostre osservazioni non erano troppo liete. — Mussolini — diceva Serra — è un romagnolo di [p. 11 modifica] schietto temperamento rivoluzionario, un sincero. Potrà spiacere, in segreto, anche a qualcuno dei suoi, ma ha il merito di avere dissipato un equivoco in cui ci cullavamo: esiste realmente in Italia uno stato rivoluzionario. E mi narrava anche come molti in Romagna, socialisti en amateurs, rimasero un po’ atterriti vedendo il volto della rivoluzione! «Libertà, libertà!» Cosa? Così, libertà! Come tante volte, in Romagna, nei tempi dei governi passati:

«Libertà, Libertà!» Gente armata sbucava da non so dove domandando, libertà!

In tale caso — dicevo io — la pace goduta fino ad ora è stata comperata dall’on. Giolitti....

Alcune constatazioni erano anche più tristi. Lo Stato? Ecco il nemico!

Si ubbidisce, in Italia, allo Stato per necessità, per paura, come al tempo dei cessati governi: ma il padrone morale è un altro.

Si discuteva, sottilizzando un po’, sopra i due termini, rivoluzione o guerra civile? Un contrasto di idealità può portare alla rivoluzione, che può essere anche un bene. Ma oggi si tratta piuttosto di un contrasto economico. Borghesia e proletariato, si trovano, per chi bene osservi, sul medesimo piano morale.

A me pareva molto opportuno rilevare questa distinzione, non ben veduta, forse, dalla sincerità del prof. Mussolini. Ma Renato Serra trovava che era del [p. 12 modifica] tutto inutile proclamare una verità a cui nessuno avrebbe prestato fede.

Così si parlava, tanto si era lontani dalla idea della guerra. Era così sereno il mare in quei giorni! Tanta vita allegra e spensierata fioriva lunghesso il mare!

***

Sul mondo, d’improvviso, è apparso lo spettro immane della Guerra.

Oh, non mai più terribile cometa vide il mondo! Il Vescovo ordinò ai devoti le orazioni pro tempore belli: in tutta l’Italia si tennero comizi popolari contro la guerra. Ma le preghiere pro tempore belli non valsero più degli ordini del giorno nei comizi. Si sono udite voci strane, incredibili! «Siccome il capitalismo è internazionale ed è danneggiato dalla guerra, così fu proposta una momentanea alleanza fra capitalismo e proletariato che pure è internazionale ed è danneggiato dalla guerra». Si sono adombrati i fatti alla maniera così derisa dei vecchi tempi, quando non esisteva ancora il materialismo storico e la critica positiva: cioè si diede tutta la colpa al Kaiser, alla bellicosità del figlio del Kaiser: Tisza, Francesco Giuseppe, la casa Krupp, il Papa, i fornitori di muletti e di buoi... Come la guerra di Ilion, cagionata dalla vendetta di Menelao e dall’isterismo di Elena. [p. 13 modifica]

***

Milano, 2 agosto: Io sono passato, come un’oca, per tante fasi politiche! ma mi conforta che molte saranno state le oche come me.

Il 2 agosto, ero per breve tempo di ritorno a Milano: una domenica asfissiante, deserta. Il sole aveva riflessi quasi cinerei.

Mi imbatto nel sig. H*** un vecchio barbuto germanico. Egli mi assicura che la Germania non vuole il Cosacco a Berlino. Egli ne è fieramente impressionato. — La cosa è terribile! Noi non vogliamo il Cosacco a Berlino!

«Voi, tedeschi, andate per tutto il mondo! così se anche i Russi vanno a Berlino....» Ma non dissi codesto. Dissi invece: — Ne è proprio certo lei che il Cosacco andrà a Berlino?

— Da qui a tre anni, certissimo! La Francia come una meretrice, seduta sulle ginocchia del Cosacco, lo accarezza, lo ubbriaca, gli dice: Dà per me una pugnalata alla Germania. Aspetta tre anni! dice il Cosacco.

Ma noi siamo pronti oggi!

Il paragone non manca di qualche verità. Il signor H*** batte poi queste parole, in buon italiano, sulla incudine metallica dell’accento teutonico in modo impressionante.

Mi dispiega poi un articolo del Corriere della Sera. Mi fissa, quasi minaccioso, col bianco de’ suoi occhi azzurri. Il Governo italiano ha proclamato la [p. 14 modifica]neutralità! Anche il Corriere, il giornale dei benpensanti, il sostenitore, fino a ieri, della Triplice, approva la neutralità!

(Avevo veduto il Secolo e l'Avanti! che sostenevano la neutralità).

Dissi: — Anche il Corriere della Sera? Impossibile.

Mi squinternò il foglio: — Legga quest’articolo dell’on. Torre...! Aveva due occhiacci il signor H***!

— Non c’è niente da dire — risposi un po’ impacciato. — Così che Avanti! Secolo, Corriere, si trovano per la prima volta in congiunzione. È ben strano!

— Niente strano! Prevedibile pur troppo! Ma è il più pericoloso giro di walzer che abbia fatto l’Italia! Dunque, l’Italia neutrale, Inghilterra contro....

— Ah, questo è impossibile! — risposi subito con premura, anche per non raccogliere quell’affare del giro di walzer. — L’Inghilterra, gente pratica, fare la guerra? Impossibile! «e poi — pensavo — cane non mangia cane».

— Possibilissimo! La Germania perderà forse per mare: ma si batterà, oh, in maniera formidabile.

Mi pare di vedere una lagrima diffondersi su quelle pupille d’acciaio del signor H***.

— Senta, signor H***, dissi — mi pare che in questo momento, dipenda dal loro Kaiser volere la pace o la guerra. La Serbia si è umiliata.... [p. 15 modifica]

— Il nostro Kaiser è cavalleresco e fedele.... — dice il signor H*** con intenzione non dubbia.

Ho capito: torniamo ai giri di walzer: e mi sento quasi sollevato quando il signor H*** mi saluta.

***

Mi pare tutto un sogno: Penso al solito serpente di mare, che pescano i giornali quando è l’estate. Mi viene anche in mente di andare a Mombello a domandare al prof. Antonini, che mi onora della sua benevolenza: «Che cosa succede nel manicomio del mondo, signor mio?»

Entro nel Circolo Filologico. Vediamo cosa dicono i giornali esteri.

I giornali italiani hanno quella brutta abitudine delle testate enormi, che scuotono tutto il sistema nervoso.

I giornali esteri non sono arrivati. Tutta la posta con l’estero è sospesa.

Trovo il numero ultimo dell'Humanité (30 giugno) del socialista francese Jaurés.

Jaurés scrive che ha ferma fiducia che la guerra non si farà. Ciò mi rimette un po’. I socialisti tedeschi sono una potenza, un impero nell’impero. No, la guerra non si farà. E poi è possibile che il Kaiser si voglia mettere in urto col suo popolo? Dei socialisti e sindacalisti francesi, poi, non ne parliamo. Vaillant, l’antico comunardo, ha dichiarato: «Votiamo [p. 16 modifica] dunque la proposta dello sciopero generale, per la salute dell’umanità, per la pace contro la guerra!»

Si deve trattare d’uno scherzo — diciamo pure — di cattivo genere, che il Kaiser fa all’Europa. «Via, piccola Europa, — dice il Kaiser — non tremare!» s’ode un gran rumore: l’Europa tira il respiro. È il Kaiser che ha rimessa la spada nel fodero. I figliuoli del Kaiser sono un po’ bellicosi, ma ci penserà il babbo a metterli a posto. «Vi pare, ragazzi, che nel secolo ventesimo si possa fare la guerra sul serio?»

Oimè! Proprio lì, al Circolo Filologico, trovo le tracce della guerra! Un gruppo di giovani tedeschi, già miei scolari, mi salutano. Sono in abito estivo, lieve, con il colletto candido alla Robespierre. Dolci volti imberbi escono dai larghi colletti. Sono calmissimi: consultano l’orario delle Ferrovie.

Ci salutiamo. — E gli altri? — domando.

— Già partiti per la guerra! — (mi prende un tremito, dentro).

— E voi?

— Partiamo domani. — Mi mostrano i fogli di via del consolato germanico, del consolato austriaco: pochi sgorbi su di un modulo, eppure segnano la storia!

— Simplon, chiuso. Bisognerà passare per Verona, Ala. Oggi niente arrivati giornali. Neppure posta arrivata. — Così dicono e nulla più. Sembrano tutti presi da un’unica idea rettilinea. [p. 17 modifica]

— Anche questo qui Kriegsfreiwillinger, come si dite in italiano? Oh! «volontario» per la guerra — (Chi mi parla così è un caro giovane, impiegato qui, a Milano, in una Banca: aveva promesso di mandarmi in dono un bell’orologio a cucù della Selva Nera, quando fosse tornato al suo villaggio della Selva Nera. Indica, così dicendo, un suo compagno, un esile adolescente biondiccio, un fanciullo addirittura. L’adolescente sorride: nulla dice).

***

Ah, il dio Moloc non è necessario, oggi, andarlo più a vedere al cinematografo, nella Cabiria del signor D’Annunzio! Esso cammina per l’Europa. È però un fatto che questi ragazzi tedeschi non vedono coi loro dolci occhi lo spaventoso dio Moloc, che oggi passeggia per l’Europa. Divino dono della giovinezza: non vedere, non capire!

Mi salutano poi tranquillamente: — Buon ciorno, signor professore!

Rabbrividii. Forse buona eterna notte! Domani, a questi giovani teutonici sarà messo in mano un fucile; andranno ad uccidere un francese, un russo..... Perchè?

Eppure in tanti inverni, in questa scuola internazionale del Filologico di Milano, i giovani francesi, russi, teutonici, inglesi, turchi anche, si trattarono [p. 18 modifica] con più squisita cortesia. Domani si piglieranno a fucilate.

Che brutta ora segna il cucù dell’orologio della Selva Nera!

***

Miei cari giovani tedeschi, permettete che vi dica una parola, non con brutalità teutonica, ma con sincerità italica: nessuno più di me ha ammirato le vostre invidiabili qualità; e spesso ho pensato che una nazione la quale lancia tali figli per il mondo, ha diritto di conquistarsi un bel posto sotto il sole! Quante volte vi ho proposto alla sentimentalità, volubile e tumultuosa, dei miei scolari italiani! E ne ebbi male parole! Voi non volete ubbidire — dicevo —, e so anche che è molto difficile farvi ubbidire, anche perchè voi volete sapere il perchè. I tedeschi ubbidiscono anche senza perchè. Miei cari giovani tedeschi, i miei cari giovani italiani non vogliono ubbidire. Ebbene, cari giovani tedeschi, voi dominerete i mari, le banche, i mercati più di noi. Pazienza! Ma mai, mai, avrei pensato, o giovani tedeschi, di veder voi, così corretti, così puliti, oggi così in via di imbrattarvi di sangue! Credete, non vi laverete così presto. E allora che vale, per la salute vera del mondo, che voi siate dominatori dei mercati, delle banche, delle terre, dei mari? [p. 19 modifica]

Un giornale cattolico fa della letteratura. Sempre questa letteratura!

Scioglie un inno alla guerra il piccolo novello Goethe, perchè deve annunciare come di qui comincia la novella istoria!

Va, va a leggere l’Evangelo, qui gladio ferit, gladio perit, o piccolo giornalista cattolico.

***

Non ho visto mai Milano così triste, così deserta come in questa domenica. L’asfalto delle vie ardeva, il cielo aveva un colore, un colore come d’asfalto. Tutte le persiane dell’aristocratica via di Borgonuovo erano chiuse. Vi ho contato tre viandanti appena. Davanti al Cova niente automobili laccate: dietro le vetrate, niente dame del five o’ clock tea.

Sull’angolo del Cova, per campione, appena tre gentiluomini con l'erre scemo. Sento che parlano anch’essi della guerra, ma con indifferenza. Ciò è indizio di gran signoria.

***

In una trattoria, dove mi sono recato a mangiare un boccone (vecchio risotto al salto che sa di rancido, vino tetro che mai non conobbe la vite: oh, Bellaria, mare azzurro, vino rubino, pane con profumo di grano, galletti che cantano ancora, frutta appena spiccata!) siede [p. 20 modifica]un vecchio signore, un po’ sgangherato, sdentato e sordo. È preso dal convulso della politica: parla, mangia e ride nel tempo stesso. Aveva letto il decreto di neutralità del governo italiano, e diceva con gioia:

— Io non voglio il male di nessuno: ma è certo che i fastidi degli altri ci fanno maggiormente sentire la nostra pace.

Si rivolgeva a me, e chiedeva con insistenza:

— Non è della mia opinione?

— Imbecille!

***

Volevo riposare un po’ nel pomeriggio: ma non mi fu possibile. Che cosa stava per fare l’Italia? Poteva conservarsi neutrale? Non è una folle illusione lo sperare di non ardere in mezzo a tanto incendio? Ma e poi? Non fu rinnovato il trattato di alleanza con la Germania e con l’Austria prima ancora che scadesse il tempo? E a Trieste, a Vienna, a Berlino si suona ora la marcia reale, l’inno a Tripoli; si grida:

Viva l’Italia! viva il re Vittorio Emanuele III! Ma che cosa diranno adesso che sapranno della nostra neutralità?

Ci manderanno un ultimatum di ventiquattro ore! Adesso è un gioco di società spedire ultimatum.

Non potendo dormire, sono andato a trovare, con [p. 21 modifica]un pretesto qualsiasi, un signore, autorevole in molte cose, ed anche in politica.

Ho bisogno di sentire qualcuno. Non che io stimi quel signore un genio della politica; ma siccome non ho visto mai la sua cravatta scomposta; non ho mai udito la sua parola concitata, così ho bisogno di vedere se in questi monumenti terribili le sue parole e la sua cravatta si mantengono ancora così composte: cioè se ne capisce qualcosa di questo ciclone.

Mi fa l’effetto che anche lui non sia eccessivamente orientato: però è tranquillissimo.

Dice: — Già, è un momento un po’ climaterico che attraversa l’Europa...

Non so: questa frase mi fa venire in mente i periodi ciclonici ed anti-ciclonici del Corriere della Sera.

— Ma è la fine del mondo! — dico io.

Sorride della mia iperbole.

— E l’Italia?

— Ecco — dice —, tutto dipende dal contegno che terrà l’Inghilterra.

Se l’Inghilterra dichiarerà guerra alla Germania, è molto probabile che anche l’Italia sarà trascinata nel conflitto...

— E dovremo andare contro la Francia?

— Eh, già!

— E dovremo marciare a fianco dell’Austria? ma le pare possibile che ciò avvenga? [p. 22 modifica]

— Tutto è possibile in politica. La politica è un giuoco di interessi.

— Allora siamo alla guerra anche noi. Oggi no, domani sì! Ma come mi spiega lei questo fatto che la Triplice è stata, per tanti anni, l'arca fidelis, la torre eburnea, la stella mattutina della pace europea, tanto che l’Italia si fidanzò col teutonico per godere il beneficio della pace, e adesso è la Triplice che dichiara la guerra...?

— La moglie dovrà seguire il marito — risponde quel signore.

— Ma allora anche le parole dei re, degli imperatori non contano nulla! Perchè tutti non siamo qui per testimoniare come tutte le volte che i re e gli imperatori venivano a contatto fra di loro, la parola più importante che dicevano levando i calici dello champagne, era, «Pace!». «Siamo felici di garantire la Pace!» «La Pace è garantita ai nostri cari popoli!» Le agenzie telegrafiche subito lanciavano al mondo questi confortanti messaggi. Ben è vero che il mondo pareva dire:

«Pensate piuttosto a garantire voi stessi, o teste coronate!» Ed ora che cosa avviene? Qualcosa di mostruoso. I re garantivano il falso, ed il mondo marcia in guerra, ubbidendo al comando dei re.

— Ecco, veda: le cose stanno così — mi risponde quel signore: i re, gli imperatori, ecc. sono come i reofori di quelle dinamo ultra-potenti che sono i popoli e le nazioni. Niente [p. 23 modifica]di più pericoloso che l’incontro dei reofori, niente di più minaccioso per la pace che l’incontro dei re quando bevono insieme lo champagne...

— E sia! — dico io — Ma e i pacifici? gli uomini dal cuore puro? i poveri di spirito? i galantuomini insomma?

— Godranno il regno dei Cieli! Via via! La Russia combatterà contro la Germania una guerra dolcificata, tanto per onor di firma. La Russia non può fare gli affari per i begli occhi dell’Inghilterra...! Questo lo capisce anche lei.

— Ma l’Inghilterra darà una ripassatina con le sue formidabili dreadnoughts a tutti i nostri porti di mare!

— Ma lei rimane a Milano, che non è ancora porto di mare! Del resto, creda che per quanto possa far dispiacere, una lezione ai nostri buoni vicini francesi va mica male. Si metta tranquillo. Lei vedrà che la Germania in pochi giorni si spiccia, e l’Inghilterra non avrà nemmeno il tempo di decidersi, tutto finirà bene.

Quel signore mi accommiata così, come dice il medico per tranquillare l’ammalato: «Vedrà che tutto andrà bene».

Io non sono calmato: io sono esasperato: io sono onorato di non valere niente in politica. Repubblica o monarchia mi lasciano indifferente:

ma è pur certo che [p. 24 modifica]nelle monarchie sopravvivono ragioni dinastiche, orgogli atavici che vietano molti componimenti. Ma l’Austria non poteva concedere lo sbocco al mare alla Serbia? La Germania non poteva costituire la Lorena e l’Alsazia in istato autonomo? E il mondo non è forse abbastanza grande perchè la vilis mercatura degli Inglesi e dei Germanici abbia il suo sfogo? Lo so: questo non è ragionare da politici, ma da poeti. Voi, voi, però, uomini positivi, uomini dell’alta tecnica, dell’alta borsa, siete pur cattivi politici!

***

La sera è profondamente triste. Ma come faremo per giorni e giorni, forse per mesi, a vivere nell’ansia di simili notizie? Ho le tasche piene di giornali. Ma uno ne sa come l’altro.

Si attende sino alle dieci un supplemento del Secolo e del Corriere. Si dà per certo l’ordine di mobilitazione di tutto l’esercito.

Esce il supplemento del Secolo. Un furgoncino ha attraversato di furia Via S. Margherita. La luce elettrica è strana nella gran via senza gente, coi negozi chiusi, i palazzi soli. Un movimento di rigurgito di poca gente in corsa si forma dietro il furgoncino. Non so per quale associazione di idee mi viene in mente il ricordo del primo carro chiuso notturno, che trasportava [p. 25 modifica]i cadaveri, in un anno lontano, che ci fu un po’ di colera.

Sotto l’arco della Galleria tutti hanno il foglio del Supplemento spiegato. Si tratta semplicemente della chiamata di due classi. Si legge in un attimo: ma ho la visione di tutta quella gente, fisa a lungo e immota, sul foglio. Sarà per domani!

Non ho letto ancora tutto l'Avanti!

Di notevole, un avvertimento in termini molto secchi a S. E. il ministro Salandra. I socialisti in questo momento si trovano d’accordo con S. E. quanto alla neutralità, ma lo pregano di non rompere la gloria ai socialisti. Essi sono occupati a salvare l’Italia.

Se sapessero quei signori che effetto produce questa parola Italia su quel giornale! Il problema della patria! Quei signori l’hanno sempre girato questo scoglio!

Tutto al più serviva per buttarvi molte fra le immondizie che essi incontravano per via. Hanno affermato un ideale di più largo contenuto.

Ma era una soluzione puramente dialettica, non sostanziale. La parola Patria! riappare.

***

Lunedì, 3 agosto. Il mattino è sereno. La gabbietta dei miei piccoli uccellini, alla finestra, si sta come il solito: gaia. Il platano del giardino diffonde, attraverso le larghe foglie, [p. 26 modifica]una luce verde, fra cui scherzano tranquilli gli occhi del sole nascente.

Mi pare un sogno di guerra. Esco: la realtà mi richiama terribile.

Ad un bar, dove prendo il caffè, ci sono già i fogli del mattino.

Recano le dichiarazioni di guerra. Anche l’Inghilterra!

L’Inghilterra! Guglielmo annunzia al mondo che ha levato la spada e non la deporrà se non con onore.

Le dichiarazioni di sfida delle grandi Nazioni, in caratteri grandi neri, parole immote in istile di prammatica, producono un’azione paralizzante anche nel giovane che mesce il caffè.

Ma non tremò la mano di chi le scrisse? V’è uno stupore, un silenzio!

I tram, la gente di via Torino, tutto è più lieve, tutto pare preso da sbigottimento. La mente tuttavia non ci crede ancora. Forse sono le grandi parole di sfida come in un torneo cortese. Tanto furore, tante morti seguiranno queste immobili parole? Ma non è questa la stessa gente che tumultuò in giugno per uno o due dimostranti, uccisi in Ancona?

***

Mi si disegnano davanti le parole dell’antico poeta: Illi robur et aes triplex circa pectus erat! Non sono soltanto [p. 27 modifica]le macchine di guerra fasciate di quercia di bronzo: il cuore dell’uomo è fasciato di bronzo!

***

Le Banche sono affollate: file lunghe, sommesse, pavide, davanti agli sportelli. Buoni Ambrosiani! Un vecchietto si stacca infine con un piccolo fascio di banconote da cinquecento. È felice.

Saluta un amico che sta in fila. Ma, poi, un improvviso dubbio l’assale. Chiede a bassa voce all’amico: — Questa roba qui avrà poi valore?

***

Mi raccolgo su me stesso e mi domando: Ma che bisogno ho io; io, individualmente, di pigliarmela così calda? In fondo questa guerra non è il fallimento più clamoroso di tutte quelle idee di umanità, di fratellanza, di pace a cui non ho mai voluto apporre la mia firma, una firma che, in realtà, non valeva niente, ma io non ho mai firmato.

Firmavo, per dovere d’ufficio, le circolari di S. E. il ministro della P. S., quando, in febbraio, invitava i professori di fare le conferenze su la Pace Universale. Vero è che in iscuola io stavo muto come un pesce, con grave scandalo dei miei scolari, i quali volevano anche dalla mia bocca udire la buona novella che le guerre non si troveranno più se non nei manuali di storia. [p. 28 modifica]

Ah, la pace universale! le conferenze sulla pace! Impossibile che io dimentichi l’entusiasmo che invase, tanti anni fa, tutta la Milano intellettuale quando Guglielmo Ferrero, allora giovanissimo e sconosciuto, tenne le sue conferenze per la pace universale, contro le guerre, contro le caste militari, contro le spese improduttive, ecc.

ecc. Il giovane conferenziere era portato sugli scudi della celebrità da tutti i giornali; compresi i giornali dell’ordine: ma egli svelava il mistero dell’uovo di Colombo.

Quei poveri nostri ufficiali non so come facessero, in quei giorni, a passeggiare sotto la Galleria senza arrossire di farsi vedere con la sciabola al fianco. E tanto grande era l’entusiasmo che non si tollerava nemmeno la critica.

Un mio caro amico mi disse benevolmente:

— Tu sei ancora l’uomo delle caverne. Guglielmo Ferrero è l’apostolo dell’avvenire.

— Ammetto — ricordo bene che risposi —, ma quel giovane signore ha sbagliato indirizzo...

— In che senso?

Nel senso che farebbe meglio ad andare a Berlino ed a Vienna a tenere le sue conferenze.

Impossibile che io dimentichi lo scoppio di contumelie quando — intorno a quel tempo — Giosuè Carducci pubblicò la sua ode, La Guerra. Se le parole fossero [p. 29 modifica]state cipolle e pomidori fradici, il gran vecchio sarebbe morto molti anni prima.

I più benevoli dissero: Quell’uomo corre verso il suicidio della poca popolarità che ancora gli rimane.

— E questi sono gli educatori della gioventù! — mi ricordo che mi disse Teodoro Moneta, e diventava rosso come un gambero, e il ciuffo dei capelli bianchi gli si rizzava sulla fronte.

Caro e buon Moneta! Egli non mi indicò la porta in quel giorno, ma a un di presso. Però disse: — Non capisco cosa lei viene a fare qui (Portici settentrionali, 21, dove risiede la Società Internazionale per la Pace).

Ma Teodoro Moneta (gran vecchio, cieco e dolente, ora) era una nobile anima e un grande italiano.

Ricordo (e il ricordo è prezioso) che un giorno D*** e io lo assilammo abilmente a proposito della generosa, ma pur troppo vana difesa che gli andava facendo su la Vita Internazionale degli Slavi, in Trieste nella Dalmazia.

Il povero vecchio era quasi vinto dalle nostre parole. Ad un certo punto la voce gli tremò, non seppe più trattenersi e disse: — Sapete anche perchè io sono pacifista? perchè cerco di comporre il dissidio fra Italiani e Slavi dell’Austria? Perchè sento che un conflitto armato ci sarebbe fatale. L’Italia e la Francia devono combattere con le armi del loro genio! [p. 30 modifica]

Bisogna dirlo ben forte: il pacifismo di Teodoro Moneta aveva carattere di religione, e nulla aveva a che fare col pacifismo scrofoloso di tanti e di tante! Nessuno più di Teodoro Moneta augurò all’Italia una gioventù forte, aliena sì bene da ogni provocazione, ma temprata a respingere ogni provocazione.

***

4 Agosto. Da Milano a Bellaria.

In treno si parla ancora come cosa certa di mobilitazione imminente.

Frontiera nord-est o frontiera nord-ovest? Ah, questo, poi, nessuno lo sa.

Un grosso signore di mezza età, con una spolverina di tela e il più schietto accento toscano sulle labbra, è tutto occupato del prezzo del cambio. Per tutto il resto è tranquillo. Gli faccio il quadro imponente di tutte le più catastrofiche eventualità della guerra. Non si commuove troppo. Allora arrivo sino al ritorno dei Lorena in Toscana. — O, senti! — di questo gli dispiacerebbe, per Dio!; ma lui prende..., — io prendo icche viene!

— Ma, scusi, lei è?...

— Fabbricante all’ingrosso di casse mortuarie!

***

Bellaria. Qui, a Bellaria, se ne parla appena della guerra; come di una cosa che avviene in un altro pianeta. [p. 31 modifica]La buona gente ragiona ancora con soddisfazione dei fatti del giugno, della rivoluzion, com’essi la chiamano. Si odono parole grosse; ma non bisogna darci troppo peso. È il dialetto romagnolo che è di natura iperbolico. Qualcuno, un po’ più scalmanato, mi consulta sul modo più semplice di abolire i signori, e mi fissa con intenzione.

Non è cosa semplice, abolire i signori, per la ragione che si formano di per sè: rinascono.

Del resto Bellaria è un’oasi tranquilla in Romagna: la gente vi è mite e gentile. Chi a Bellaria non possiede la sua casetta? la sua barca? il suo arenile? la sua bottega?

Io ci vengo qui da tanti anni e mi pare di goderci una certa reputazione. Non credo, però, che sappiano precisamente quale è il mio mestiere. Dire: scrivo è poca cosa. Quasi tutti sanno fare a scrivere. Dire, artista, sarebbe presunzione, e poi non sarei inteso.

Artista è chi fa cose strabilianti che altri non sa fare. Per esempio, tenore, baritono. Ma costoro sono gente qualificata: hanno ville grandi, automobili, e non trattano col popolo familiarmente. Ecco:

professore! Ma di che cosa? Mi presentano talvolta questioni di rettifiche di confini, di numeri mappali. Una bella sposina, che ha già sei figliuoli, mi chiamò in disparte per sapere da me come evitare il settimo figlio. Io feci un minuzioso questionario: dopo di che la persuasi che, [p. 32 modifica]avendone sei dei figliuoli, poteva accettare anche il settimo. — Dovevi venir da me qualche anno addietro, cara la mia donna! — Insomma godo la confidenza e la reputazione da parte di molte persone.

***

Si vendono molti giornali: i signori attendono l’arrivo dei giornali.

Si ode quasi ogni dì, ogni sera, per la serenità della sera dalla parte di Pola, un sordo lieve brontolio che sorvola sulle onde del mare come un alito pauroso: il cannone. La guerra è in questo pianeta.

La guerra! La gente mite me ne chiede ogni mattina: — Lei che ha sempre quel foglio in mano, come va questa guerra? Non si sono accomodati?

— Chi?

— Quelli che fanno la guerra, i signori, quelli che comandano....

— No, non si sono accomodati.

— Speriamo che si accomodino!, e intanto la farina aumenterà, il fromentone aumenterà, la miseria crescerà.

Emigrati, giunti da Longwy, da Trieste, raccontano cose paurose dei Tedeschi.

La gente si limita a dire: — Speriamo che non arrivino fin qui! — Del resto le loro casette non si elevano oltre le cime delle marruche e dei tamarischi. [p. 33 modifica]

Strano, mio figliuolo Piero! Mi strappa i giornali di tasca e più le notizie sono terribili, più sorride. E non è un idiota! Dice: — Allora è la guerra sul serio! Doloroso fenomeno umano: ha visto le orrida bella, le guerre, solamente nei libri: gode di vederle nella realtà.

Si parla sempre di chiamata di classi: i più evoluti assicurano che, in caso di chiamata, sapranno ben loro quelle che c’è da fare!

È venuta la chiamata alle armi di due leve, e nessuno si è mosso. Si sente la forza dell’ineluttabile. Le teste si curvano come le cime degli alberi si curvano e contorcono sotto l’uragano.

Ma l’oste, vecchio abbonato all'Avanti!, non si sa dar pace: — Ma come? la guerra? la guerra tra la Germania e la Francia? E i socialisti tedeschi?

— Marciano con l’Imperatore.

— Sarà, ma non ci credo.

— Veda — mi dice trionfante —: hanno fucilato Liebknecht....

— Speriamo bene — rispondo. Ma il giorno dopo Liebknecht è ancor vivo e marcia anche lui alla frontiera.

Le notizie dell’invasione del Belgio pacifico, hanno fatto una seria impressione sul vecchio oste. Lo sorprendo che catechizza certi giovanotti, sdraiati un po’ mossulmanamente lungo una siepe: — Insomma, raghezz, [p. 34 modifica]se vengono in casa, bisogna che marciate anche vuiter!

Mi pare che siano poco persuasi. Hanno letto troppe vignette dello Scalarini nell'Avanti!

***

Mi sorprese l’espressione del barbiere, buttata a caso, mentre mi facevo la barba: — La vita degli uomini oggi vale poco: siamo in troppi!

To’, la famosa legge della domanda e dell’offerta!

Era necessario un grossolano barbiere per illuminarmi! Ma che luce livida! come di un lampo enorme nella notte.

Ah, il rispetto della vita umana, la conquista più sicura ed «incontrovertibile» della nostra civiltà. Miserabili ciarlatani!

***

28 Agosto. Martedì. La grande battaglia è impegnata. Quando se ne saprà l’esito? Non ho pazienza di più attendere i giornali del mattino sino alle nove. Poi questa gente in accappatoio, in pijama, che fa tranquillamente il bagno, queste donnette che contrattano uova, pesche, polli, che si raccontano bolognosamente gioiose, eh! come hanno ammannito il ragù, o l’anatra col risotto, o i tortelloni col butirro e la forma; queste signorine che bisbigliano dell’abito che sta bene, del [p. 35 modifica]l’abito che sta male, mi producono un’oppressione intollerabile.

Serra in questi giorni è venuto di frequente, e mi lascia ogni volta con un «arrivederci» sempre più incerto. Nella sua qualità di ufficiale di complemento, si aspetta ogni giorno il precetto di richiamo.

Anche lui, come me, non ha più voglia di far niente. — Si vive — dice — come in un’altra atmosfera. I consueti discorsi, le consuete occupazioni non mi sembra che abbiano più scopo.

Già, anch’io non ho più voglia di far nulla.

Ho passato tutta una mattina con la schiena nuda, grondante, sotto il sole in un lavoro bestiale tanto per fare qualche cosa: vagliare la ghiaia del giardino.

— Si desidera — prosegue Serra —, così, appena di parlare con quei due o tre con cui si può parlare senza parole. Ecco perchè vengo da lei.

Grazie!

Andammo lungo la riva del mare. Recitammo una sestina del Petrarca, e il sonetto: Sennuccio mio, ben che doglioso e solo.

Fa quasi ridere Serra, questo quasi atletico giocator di pallone, quando modula i versi tutt’a suo modo, salendo e disgradando con una vocina flebile di rosignolo in amore.

— Ma perchè poi questa guerra? — interruppi io. [p. 36 modifica]

— La causa per cui sono sempre avvenute le guerre — risponde Serra, con la stessa voce mite e quasi rassegnata con cui modulava la sestina del Petrarca. — Si ricorda il ver sacrum, le primavere sacre dei Romani?

I nomi delle cause sono mutati, ma la causa rimane sempre la stessa!

Il popolo tedesco è come un bambino che è cresciuto in proporzioni gigantesche. Sente la necessità di spezzare i suoi vestiti che non lo contengono più, come la biscia esce dalla sua vecchia pelle, come l’aragosta abbandona la vecchia crosta...

— Allora qualcosa di automatico...

— Tutta la vita, se la guardiamo un poco al di là della superficie parvente, è formata dalla ripetizione di antiche consuete piccole azioni automatiche; coltiviamo le stesse biade, mangiamo gli stessi frutti come tremila anni fa, ubbidiamo alle stesse necessità fisiologiche, affettive, illusorie: umanità che è vissuta, e non ha mai fatto troppa osservazione dove è vissuta, perchè è vissuta come è vissuta: La vita? Una piccola parabola davanti al sole. Forse era fatale questa nostra piccola parabola davanti al sole! La vita! Un pullulare di bolle in fondo a una fonte perenne. Alcune bolle vanno più su, altre scompaiono subito. In verità sono sensazioni che non si acquistano bene se non nell’attraversare queste ore tragiche, questi cataclismi, i quali corrispondono ad uno stato precedente e latente di conflitto, piuttosto che preparare un nuovo ordine di cose. Poi si riprende [p. 37 modifica]ancora il solito ritmo fino ad accumulare, dopo un certo numero di anni, gli elementi esasperati per un nuovo cataclisma.

Press’a poco quello che avviene dei temporali. La nostra generazione pacifica è stata sorpresa dal temporale.

— Io ho anche un’altra sensazione, Serra.

— Quale?

— Mille diavoli che ghignano davanti al grottesco enorme di questa nostra umanità che si massacra e scrive da per tutto: Per rispetto all’igiene è vietato sputare per terra. M’hanno detto che in Germania, anche nei boschi, si trovano i cestini per raccogliere le carte sporche.

Serra alzò le spalle. — Sciocchezze!

— Sciocchezze i cestini? il mio ragionamento? la civiltà? l’igiene?

Domandai. — Allora che resta da fare, nella vita, caro Serra?

— Vagliare delle pietre, come ha fatto lei, ieri....

— O recitare una sestina del Petrarca — dico io.

È sopraggiunta la Titì dal mare, con le chiome ondanti e bionde giù per l’accappatoio. Ride. Anche se ci sarà Serra a colazione, ella vuole a tavola la contadinella, sua piccola compagna di giuochi.

— Beato lei, Serra, che non ha figli! — mi avvenne di dire.

Accenna tristamente col capo di sì. [p. 38 modifica]

***

Dico, la grande battaglia è impegnata: due milioni di combattenti s’allineano lungo il confine di Francia. È così? Così assicurano i giornali. Una immane battaglia frontale come ai tempi primordiali. Il pensiero si smarrisce. Non ho la pazienza di attendere. Prendo il treno e vado a Bologna.

Quando fu sera, incontrai l’amico Lolli. Ha sessant’anni, quasi; ma conserva ancora l’aria un po’ sbarazzina e di uomo da faccende dei tempi eroici. Il Lolli appartiene alla vecchia guardia dell'Internazionale. Fu amico del Costa, del Pascoli, del povero Severino, nei giorni della gran loro giovinezza in Bologna. Ne assorbì — da quel popolano che egli è — alcuna intellettualità. Non ha mai rinnegato «scientificamente» l’Italia, e perciò quando lo incontro a Bologna, mi accompagno volontieri con lui.

All’ora di mezzanotte, siamo andati alla Redazione del Giornale del mattino per avere notizie. Buone notizie! L’esito della battaglia è ancora incerto. Non si domanda, del resto, che la Francia vinca:

unicamente che resista. Si annuncia che i Russi, improvvisi, inattesi, hanno invaso la Germania orientale, con immenso arco, ai laghi, ai laghi... Un nome che non si può decifrare.

— Non puoi credere come questa notizia mi faccia bene — dice Lolli. — [p. 39 modifica]Adesso, vedi, vado a dormire più tranquillo.

Ma quando fu il mattino, ottenebramento completo: i Francesi battuti a Charleroi. Particolari orrendi di strage. Longwy caduta. Longwy cadea! I versi del Carducci battono monotoni, insistenti contro le pareti del cervello. Non so che cosa fare tutto il giorno.

Dal barbiere, un vecchio petroniano, parente del famoso sur Pirein, legge, come può, il numero dei morti. Commenta: «Quante pipe hanno perduta la loro cannuccia!»

Un salumaio ed il barbiere ridono. È la frase, parafrasata dalla plebe, della canzone di gesta: «Quanti francesi vi hanno perduta la loro giovinezza!»

Un ufficialetto tutto fresco, elegante, seduto all’aristocratico caffè Medica, immerge, con le unghie rosee, un panino dolce nel caffè e latte dolce. Vorrei vedere ufficiali ferrei, terribili.

Una meretrice, dipinta, canta, sulla soglia, una canzone da caffè concerto: Ma se c’è il signor curato, resto!....

In via Rizzoli mi sorprende questa frase bisbigliata sotto i baffi grigi da un maggiore di artiglieria ad un suo collega: «Quale imprudenza! Ma non dovevano mai attaccare!»

Vi sono molti ufficiali fra via Rizzoli e via Indipendenza: imberbi, eleganti, in istile. Ripeto: li vorrei [p. 40 modifica]vedere titanici, terribili. Lo so: faranno assai bene il loro dovere, come hanno fatto in Libia, ma li vorrei vedere più terribili. Mi viene alla mente il mio tenentino dei bersaglieri, a Milano. Ha un battere di ciglia impressionante. Ha poche idee, lucide: «Battersi!» Dove? come? quando? Non sa: ma battersi. Era mio scolaro: marinava spesso la scuola. Ora è bersagliere.

— È buono — gli domandai un giorno — con i suoi soldati?

Minga tant! Quando mi vedono, cercano di nascondersi.

Durante lo sciopero del giugno, l’ho visto fulmineo, coi suoi bersaglieri, bloccare una via. La teppa gli gridava: «Tenentino, te cognossi! Se ti troviamo solo, ti mettiamo le busecchie al sole».

Sorrideva co’ bei denti aguzzi, ripetendomi questa minaccia. Si rodeva le unghie, ma non per dispetto o per vendetta. Ma perchè, «Veda, — diceva — in Germania, quando passa un reggimento, un reparto di truppa per la città, tutto si ferma: passa l’esercito! Qui, a Milano, siamo pregati di fare il giro dei vergognosi per le vie di circonvallazione.

Non si deve disturbare il commercio col militarismo». Gli battevano le ciglia. Caro ragazzo!

***

Incontro in via Rizzoli, il capitano X***, mio conoscente. — [p. 41 modifica]Nessuna notizia quanto alla mobilitazione?

— Pel momento, nessuna.

— Davvero?

Sorride. — Davvero!

— E se viene?

— Se viene, avremo due guerre...

— Alla frontiera....?

— A quale frontiera, non so. Ma certo una guerra fuori e l’altra dentro. Cose che avvengono in Italia, Paese che vai, sciopero che trovi — dice con rassegnazione.

***

Vado al Carlino. Non vi sarà nulla. Ma andiamo, io ed un giornalista... Ecco Mario Missiroli che ne esce. Ci salutiamo affettuosamente. Chiacchiereremo alquanto, poi andremo a cena insieme.

— Lo converta! — mi dice il giornalista che era con me, nell’atto di accommiatarsi: — Missiroli è germanofilo!

— Non è vero! — dice sorridendo Missiroli — le spiegherò....

Missiroli è un giovane pallido, esile, diafano; figura un po’ da asceta. Pare cresciuto, non alla luce del sole, ma al chiaror bianco della luce elettrica, nelle lunghe notti vegliate alla redazione del Giornale. [p. 42 modifica]

Intelligenza lucida, inflessibile, fredda. Segue la sua logica sino alle conseguenze più dispietate. Direi che se ne compiaccia. Bellissimo ragionatore, ed i suoi ragionamenti riuscirebbero del tutto persuasivi, se gli uomini fossero soltanto pedine dello scacchiere della logica.

Ma gli uomini sono spesso illogici; la verità è proteiforme; ed il più puro ragionamento dispiace quando l’umanità sanguinante può dire, come Beltram dal Bornio nell’inferno dantesco:

Or vedi la pena molesta Tu che spirando vai veggendo i morti: Vedi s’alcuna è grande come questa.

Egli è cattolicamente fedele.

Il mio buon Missiroli è egli convinto di codesto suo cattolicesimo?

Io non so: ma bene io so che molti spiriti nobili e liberi sono oggidì infastiditi a tal punto di questa nostra democrazia un po’ aristofanesca, che i più stravaganti travestimenti del pensiero riescono spiegabili.

Missiroli è calunniato: egli non è propriamente germanofilo.

La Germania odierna è un possente organismo di popolo; invece dei lieds e ballate, sibilano le sirene di mille officine, le quali riversano sul mercato mondiale una produzione impressionante; le sue [p. 43 modifica]applicazioni tecniche sono fra le più perfette; la sua cultura è la più vasta cultura del mondo; la sua letteratura è la più sterminata letteratura; il suo esercito è la più perfezionata e formidabile macchina che mai sia stata ideata, come lo scheletro di questo meraviglioso organismo. Nel momento storico attuale quest’organismo subisce una crisi di dilatazione, fiorisce. La lenta infiltrazione non basta più! È l’esplosione, cioè è la guerra.

Di queste cose tutti siamo oggidì persuasi.

Ma il pensiero di Missiroli procede più oltre, ed io ne riferirò per quello che posso.

— La guerra che la Germania combatte — cominciò egli a dire —, è la guerra dei popoli giovani e poveri, senza sbocchi e senza grandi mari, ansiosi di domini, di territori, di oceani, contro popoli ricchi e capitalisti, che hanno il dominio del mondo, ma non lo sanno più tenere questo dominio; i quali non hanno più aumento di popolazione; non possibilità di azioni eroiche. Tali, l’Inghilterra e la Francia.

È, in altri termini, la guerra dell’energia creativa contro il danaro, l’opulenza, la decadenza, contro nazioni le quali rappresentano glorie finite ormai. Gli Inglesi? Ma se oramai non fanno che selezionare galli, cani, cavalli, giocare a foot-ball, a criket! Unica arma la flotta: un investimento di denaro! La ricca Inghilterra fa la guerra col sangue degli altri. Ha spinto il [p. 44 modifica]Giappone contro la Russia, perchè non sa più combattere essa!

— Dunque, Rule Britannia! Britannia, signora dei mari, non più? — mi ricordo che domandai.

— È un destino segnato!

— Povera Albione! — pensai fra me — Eppure tutte le volte che la ingiustizia e il buon diritto non furono in troppo aperto contrasto coi suoi interessi, la Grande Inghilterra si comportò con nobile umanità —!

Rifugio e patria dei nostri martiri, non io dirò parole perfide verso di te. Tu sei ancora ben grande». — E la Francia, caro Missiroli?

— I Francesi? gaudenti, lascivi, scettici, pacifici fermiers, pacifici rentiers, intenti a tagliare coupons! E chi non è rentier, fa il rivoluzionario per diventare rentier. Hanno oro molto, ma sono oramai in pochi a difenderlo. Hanno ingegno da vendere.

Ma fanno troppe commedie. Ha seguito il processo Caillaux? Una delle più belle, ma anche una delle più disastrose commedie francesi. Ora si alza il sipario della tragedia.

Ma il pensiero di Missiroli procede ancora:

Tutto questo costituisce il buon diritto della Germania; e la guerra che essa combatte è guerra essenzialmente rivoluzionaria e democratica:

di una democrazia in pieno sviluppo. Quella democrazia che odia la violenza, ha compiuto la sua parabola. La guerra presente avrebbe [p. 45 modifica]fatto delirare di entusiasmo Carlo Marx, che ne fu il profeta. Ecco perchè i socialisti tedeschi marciano sotto il vessillo dell’Imperatore; ecco perchè il posto logico dei socialisti del mondo sarebbe là!

Ma il pensiero di Missiroli prosegue ancora, e senza pace:

— L’egemonia germanica non è che una fase della storia moderna, di quella storia che io chiamerei protestante, perchè comincia con Martin Lutero!

Lutero, Rousseau, Rivoluzione francese: ecco i tre grandi momenti. Così si inizia la democrazia moderna! Ma la Francia si è fermata a Rousseau, alla democrazia sentimentale ed astratta; al tentativo di conciliare la trascendenza col razionalismo.

Tutta la tragedia della Francia è qui!

Ora la trascendenza è vera quando arriva alle ultime conclusioni, cioè al dogma morale, alla rivelazione: al cattolicesimo puro in una parola.

In caso contrario, conviene arrivare alle ultime conseguenze del razionalismo, cioè a Kant, ad Hegel, pel quale la verità e la giustizia non sono cose immutabili, ma una continua creazione dell’uomo, un perpetuo divenire.

Ed infine bisogna arrivare a Carlo Marx, che è l’erede della filosofia classica tedesca: che è l’azione di questa filosofia. [p. 46 modifica]

— La conclusione?

— La conclusione è questa; miei cari amici — dice Missiroli (perchè egli dice miei cari amici anche quando parla con una persona sola):

intendendo così la vita come una serie perenne di azioni che non coincidono mai con qualcosa di fermo e di vero, la vita perde ogni fine ed ogni senso.

Quel sublime ideale — chiamiamolo Dio — che trascende la vita, che la guida e la giudica, viene distrutto.

Decapitaro Emanuel Kant Iddio, Massimiliano Roberspierre, il re.

Per tal modo l’uomo espia la ribellione primordiale, immolandosi ad una divinità senza termini, ed in una lotta che non si chiuderà mai.

Abolita qualsiasi Autorità che possa distinguere la cosa giusta dalla cosa ingiusta, è fatale rimettersi alla guerra...

È strano! Mentre Missiroli parlava mi veniva alla mente qualcosa di simile, da me letto in quell’abborrito e pure originalissimo libello, i Dialoghetti, che il padre di Giacomo Leopardi, il conte Monaldo, scrisse nel 1831.

Missiroli proseguiva:

— Questa tragedia è fatalmente senza tregua e senza epilogo. Il suo principio porta alla guerra e vive di guerra; tutta la vita è concepita sotto la categoria della [p. 47 modifica]distruzione. Tutti gli egoismi e tutti gli istinti sono scatenati. Essa assume le forme più diverse e più paradossali, i nomi più strani, le armi più insidiose: lotta per la vita e selezione nel mondo animale, spietata concorrenza nel mondo della produzione e distruzione e sperpero di ricchezza, lotta di classe nel campo sociale, guerra nella vita internazionale.

Dappertutto ira e furore.

La guerra attuale non è altro che un episodio saliente e riassuntivo della guerra che si perpetua ogni ora in tutti i campi del pensiero e dell’azione; è il quadro tragico e orribile dell’orgoglio umano, ribellatosi alla parola di Dio.

Ecco perchè la democrazia razionalista è impotente contro la guerra e non sa, non può, non osa nessuna azione contro il flagello terribile, che abbatte tutte le dignità umane. In nome di quale autorità, in virtù di quale principio assoluto, il razionalismo, la democrazia, possono condannare la guerra e gridare una parola di pace, se essi vivono appunto della negazione di tutto ciò che può offrire all’umanità un assetto veramente civile, una vita veramente umana?

Se la stessa verità intellettuale è una creazione del nostro pensiero, se la giustizia e la verità sociale non sono conseguibili se non attraverso la faticosa e dolorosa elaborazione della storia, alla quale le vite umane vanno immolate — come gli antichi immolavano [p. 48 modifica]alle deità bugiarde le vite degli animali — quale protesta può elevare la nostra coscienza, quale parola di pace?

Dicono di volere raggiungere una maggiore giustizia. Ma quale giustizia?

La giustizia, se pur fosse realizzabile con la guerra, non compenserà mai l’umanità dei dolori e delle tragedie che l’accompagnano. E poi la giustizia è crudele! Essa ha fatalmente vittime e condannati, vinti e sconfitti. Non può essere la giustizia l’ideale umano, ma la carità, nell’eguaglianza assoluta di tutti gli uomini nella rinuncia.

«Bello! — pensavo tra me — Peccato che la storia secolare del dogma, della trascendenza pura, dei Papi, sia grondante di sangue nè più nè meno di quella del razionalismo francese o tedesco».

Prosegue Missiroli:

Il socialismo è l’erede di questa dottrina spietata.

Ecco perchè la Germania da mezzo secolo si prepara alla guerra, in modo inesorabile, senza il pentimento di un’ora! Ecco perchè i socialisti tedeschi lealmente già avvertirono il mondo: «Quando suonerà l’ora della guerra, badate! noi saremo col Kaiser!» Ah il Kaiser, cari amici, il Kaiser! il militarismo germanico! dicono i nostri democratici.

I nostri perfetti democratici credono, che lo Stato germanico sia [p. 49 modifica]lo Stato ancien régime, lo Stato anti-democratico perchè è militare, perchè è disciplinato!

Colossale errore!

Stato, con un’S maiuscola enorme! Stato moderno, Stato in cui il cittadino e lo Stato si identificano. Esercito che è lo Stato!

Imperialismo che è l’ultima parola della democrazia; e la guerra è il suo mezzo.

— Allora, caro Missiroli, sotto i baffi a punta e l’elmo a chiodo dell’Imperatore spunta la testa barbuta di Carlo Marx! Ma è mostruoso!

— Niente mostruoso! semplicemente logico, come logica sarà la egemonia di una razza sull’altra, come logica sarà la concezione mostruosa del popolo eletto.

— Ma intanto i nostri democratici protestano — dissi io.

— Ah, solo noi — esclamò egli dolorosamente — abbiamo il diritto di protestare in nome del Cristianesimo che nega razze e nazioni elette; il solo che possa garantire la fratellanza umana!

***

Mentre Missiroli parlava, io sentivo, anche più dolorosamente che mai, l’impressione di tutto quel grosse, di tutto quel kolossal che è nei Tedeschi, come se avessi avuto sulle spalle la raccolta di tutti i volumi del Giornale Storico della Letteratura Italiana.

E quando Missiroli finì di parlare, gli domandai: [p. 50 modifica]

— Non le pare, caro Missiroli, che questa forma primordiale di lotta, quale è la guerra, sia in contraddizione con la Kultur, la Litteratur, la grande scienza germanica...?

— Ma la scienza dalle molte pagine non è propriamente la sapienza che è di poche parole — dice Missiroli. — La sapienza può valere per me, per lei, per gli anacoreti..., ma nella vita...!

***

Camminammo a lungo per via Rizzoli. Io non ho parlato.

Sono sotto l’impressione di un raccapriccio umano; e mi pare inutile discutere. Mi guardo i piedi, le mani, guardo le vetrine eleganti, colme di cravatte, guanti, scarpe, calze di seta. Sotto il riverbero della luce elettrica sta tutta l’attrezzatura del vestire maschile e femminile. Ho un po’ di schifo di appartenere alla razza umana. Razze giovani, razze vecchie; razze forti, razze deboli, filosofia di una specie, filosofia di un’altra specie... Ci credo poco.

Ma un’idea era persistente:

— Senta, Missiroli — gli chiesi —, non ha lei così, per capo, per una specie di intuizione sensitiva dell’epidermide, il terrore di un enorme peso sul collo? Il giogo teutonico?

Povero e caro Missiroli! Sì, questo lo sentiva anche lui e [p. 51 modifica]lo confessò con candidezza, diafana come le sue mani.

Passammo ad altro. È vero, come scrive Ivanoe Bonomi, che la Triplice è già un’alleanza cadaverica e che l’Italia non deve fare i sei mesi di lutto prima di passare a nuove nozze?

Per Missiroli la triplice alleanza sussiste ancora, ed adduce l’autorità di Bismark; ma forse un cadavere c’è...

Si parla dell’onorevole Bissolati, che fino a ieri era contro le «spese improduttive», ed ora fa gli esercizi militari a Roma. Ma il popolo può avere l’alta coscienza, la lealtà dell’on. Bissolati? Il popolo viene sotto le armi dalle officine, dai campi. Sente dagli ufficiali:

«Italia, onore, dovere, disciplina, bandiera!» Sono le parole contro le quali essi hanno imparato di stare in guardia!

Andiamo a cena insieme.

Leggiamo una lettera di un famoso nazionalista. È fuori della grazia di Dio! Ieri voleva far la guerra alla Francia, oggi — almeno — all’Austria. Un po’ troppo!

***

Sono tornato a Bellaria, convinto che tutto è finito Riposo un po’.

È vespero. Sento di là la voce di Serra. Ci salutiamo; entra nella stanza; si siede nella poltrona. Gli espongo — così, un po’ convulso — i ragionamenti di Missiroli. [p. 52 modifica]

Serra ascolta senza dir nulla. Credevo che rispondesse con un lungo discorso. Intravvedo un lieve moto delle spalle. Dice soltanto: — Sì, Missiroli, un bravo ragazzo! pieno d’ingegno! Ma se ne dicono tante oggi!

— E adesso?

Risponde: — Io non ho perso ancora la speranza di fare alle fucilate....

La sua voce è piana, ma mi pare, là nell’ombra della poltrona, che il suo nobile corpo abbia un fremito.

— Ma è una pazzia, Serra!

— Ma no, una pazzia! — risponde con calma.

Siamo usciti. Ho accompagnato Serra a piedi per il sentiero delle alte marruche finchè giungemmo alla strada maestra. La luna nuova continuava, col suo biancore, il dolce crepuscolo.

Riandiamo le fasi della battaglia tanto per dire qualcosa, per spiegare ciò che è inesplicabile. I Belgi si sono chiusi in Anversa, e avran detto: Noi abbiamo fatto anche troppo! Seppure non hanno accolto segrete proposte. I Russi, probabilmente, fanno la guerra per onore di firma. E poi, Russia ed Inghilterra che hanno a temere? Danno il colpo. Se il colpo va male, si ritirano in casa. Chi li va a pigliare?

Sull’incudine, rimane la Francia. E, dopo la Francia,... noi!

— Ma può scomparire la nostra civiltà latina? — domando.

— Problema di violenza. Perciò quello che ora occorre è la violenza: [p. 53 modifica]

l’arma.

Ai lati della via maestra, presso le case coloniche, si trebbiava.

Ogni tanto nella penombra del crepuscolo si presentava il profilo di un plaustro colmo di strame, e la bianchezza dei grandi buoi si appressava con l’alito mite del presepio.

Esiste la guerra?

Ci siamo lasciati tristamente. Egli montò in bicicletta e scomparve per la via bianca, sotto la piccola luna: io ripresi il sentiero al mare, fra le alte marruche. Ripetevo le parole di Serra: «Problema di violenza!» È la violenza che conta. E la civiltà? Una maschera che rode se stessa.

La Titì, quella sera, fu più affettuosa del solito. Domandò a bruciapelo:

— È vero che vengono i Tedeschi?

Quasi mi venne da piangere. Non risposi. Un suo ricciolo, attorno al mio dito, pareva un magico anello d’oro. Hanno fucilato anche dei bimbi nel Belgio. Nel piroscafo, affondato da una mina «Barone Gausch», ci furono più vittime di quelle pubblicate dai giornali: v’erano cento creature, ancora anonime: dei bimbi.

Penso: Chi sono? Sono stati gli igienisti tedeschi a studiare, precisamente, quante centinaia di bacilli di diverse famiglie formano razza nell’intestino dei bimbi, ammalati di paratifo? Chi sono? Sono stati i filologi [p. 54 modifica]tedeschi a studiare quanti Omèri hanno concorso a formare Omèro? Oh, ma il gran vecchio vide con le cieche pupille più di quello che voi non vedeste!

Piero, mio figliuolo, è indignato. Ha letto il Corriere. Come i Francesi non sapevano che i tedeschi avevano mortai da 420 mm.?

— Che mortai?

Legge: «Enormi mortai adoperati dai Tedeschi. Un deputato al Reichstag ha telegrafato al corrispondente della Frankfurter Zeitung di qui, che la presa di Liegi e la ragione della rapida caduta di Namur si deve all’entrata in azione di un mortaio del calibro di 420 mm., al quale nessun strato di cemento può resistere. L’esistenza di tale mortaio era un segreto noto a pochissimi in Germania. Anche la maggior parte degli ufficiali l’ignoravano. Adesso, come hanno preso Namur, prenderanno Epinal, Verdun, Parigi....

È atterrito.

— Sì, sono questi i grandi microbi, inventati dai Tedeschi.

La lampada si va spegnendo: Vado su e giù per la stanza: — Del resto, ragazzo mio, io sono più avanti negli anni dell’amico Serra: io ero bambino quando è cominciato il mio germanizzamento: dalla prima ginnasiale, grammatica latina tedesca, grammatica greca tedesca, ginnastica tedesca, bastone Jäger tedesco. Tuo padre però ha l’onore di non aver fatto carriera! [p. 55 modifica]I letterati italiani, quando vogliono scoprire la verità, ricorrono, fatti i debiti inchini, al tedesco Gasparry. Così i nostri socialisti, quando sono incerti sulla via della luce, vanno a consultare l’oracolo di Treviri. Nelle scuole tedesco! Anche nel liceo, tedesco! I cervelli degli uomini si sono vestiti alla tedesca come le gambe delle donne, alla francese. Milano? Troppo tedesco; Kaiserbier, Kaiserfleisch! Troppa tronfia paccotiglia architettonica alla tedesca!

Perchè sto bene a Bellaria? Perchè qui si parla puro italiano! Una volta un personaggio autorevole, mi pare al tempo della guerra di Libia, credè opportuno sostituire all’ordine di «pacifismo!» l’ordine di «patriottismo!», ma lo disse in tedesco: Vaterland über alles! Sciocchezze! Del resto io non odio i tedeschi. Sono ammirabili! Quella è la loro forma mentis: ma le scimmie mi fanno disgusto. Dovevi sentire, ragazzo mio, il Carducci quando dalla bocca amara sprigionava i versi del Berchet: «Su nell’irto increscioso alemanno, su Lombardi, puntate la spada.» Perchè odiare? Nel mondo c’era posto per tutti, senza bisogno di farsi luogo col cannone!

Ma Carducci è un sorpassato! Dicono loro!

Supponi, figliuolo, domani un’egemonia teutonica. Essi diranno:

«Internazionale! Macchè patria!» E tutti saranno contenti. Va a letto!

Perchè Solone giudicò beatissimo Tello Ateniese? Perchè [p. 56 modifica]visse con modeste sostanze, perchè i figli ed i nepoti morirono combattendo per la patria...

Un’idea mi tempesta nel cervello: Val la pena di dare la vita per la patria? Per sentire questa bella commemorazione: «Quei guerrafondai, quei bruti, che non conobbero la fratellanza universale!

***

Notte insonne. Apro la finestra che ancora è notte. Il carro dell’Orsa!

Tutti hanno osservato di prima sera il carro dell’Orsa; e molti ridicendo: «Vaghe stelle dell’Orsa!» Ma chi le ha viste al mattino le vaghe stelle? Che strana sensazione vedere quelle mirabili stelle in altra zona del cielo da quella dove le lasciammo la sera, e tutto precipiti in giù, col timone fino a toccare il mare! Come hanno viaggiato nel cielo? — Sembrano più fiammeggianti le stelle, quando il cielo traspare per la nascente alba. V’è una stella crinita fra le stelle dell’Orsa. È la cometa della guerra? E il sole sorge sempre più in là, verso laggiù. Passa i tetti delle casette ad una ad una, passa le pioppe, e poi tornerà verso quassù. Vengono in mente le parole di Serra: tutto automatico, tutto ripetuto, tutto perpetuo! Il pensiero, ecco, la sola cosa libera, e vana: il pensiero, l’anima, cioè; e gli uomini l’hanno collocata presso Dio, fuori di questa materia automatica. In verità gli uomini avevano molto ingegno e concepirono l’idea di una vita migliore, anche senza la guerra. Ma e poi? Gli uomini [p. 57 modifica]non erano filosofi, non erano contemplatori di stelle: si sono annoiati, si annoierebbero, e perciò fanno la guerra. Le stelle! Non so qual lagrimoso consenso risorge in me, e come veri mi appaiono i versi irreali del Petrarca che andavano ripetendo l’altro giorno con Serra, quelli a Sennuccio del Bene:

or vedi insiem l’uno e l’altro polo le stelle erranti e lor viaggio torto.

Guardando le stelle, mi sono pacificato coi Tedeschi. Nel secolo nostro, voi, brava gente, volete occupare tutto il mondo? Se Dio ve lo dà, pigliatevelo. Noi ci restringeremo. Ma l’anima sia salva!

Inghilterra e Germania! Due cugini: uno aveva le pere l’altro aveva il formaggio.

Se li potevano dividere in santa pace. Macchè! Si prendono a cannonate.

«Bambino mio — dicevo ad un bambino — perchè non vuoi essere buono?

Faccio l’elenco di tutti i vantaggi della bontà.

— Sì, è vero! Ma mi annoia.

Domando a che vale la Kultur e la Litteratur!


27 Agosto.

Il Kaiser ha telegrafato alla nuora: «Mia cara figlia, con quale magnificenza il nostro buon vecchio [p. 58 modifica]Iddio ci ha aiutati! Io conferisco a Wilhelm la croce di ferro di prima e di seconda classe, ecc.».

Ma se è così, questo è il vecchio Dio degli Ebrei. Un feroce dio che minaccia esterminio a chi tocca il popolo eletto. E gli Ebrei se lo portavano al campo, nell’Arca Santa, il loro dio. Oppure è il terribile dio Thor col martello gigantesco che picchia? Infatti l’Imperatore ha detto: Picchiate sodo!

Risorgono i paurosi iddii germanici nei paesi evangelisti? risorgono dal millenario letargo? Le Valchirie trasportano i guerrieri morti nel Valalla dove li attende gran sidro e sanguinante cinghiale.

C’entrerà Kant, Hegel e Marx nel pensiero tedesco, come dice Missiroli:

ma c’entra anche il dio Thor.

Ma l’idea del popolo eletto è inconcepibile per la nostra mente.

Ci fu Roma bensì che romanizzò il mondo. Ma noi non siamo i Daci, gli Illirici, i Celti, i Numidi, i Garamanti! Tu regere imperio populos, romane, memento! Ciò fu detto venti secoli addietro in latino; cioè una sola volta nella storia, perchè, forse, fu necessario. Ma ora!

V’è qualcosa di più terribile del buon vecchio iddio del Kaiser. Sono i socialisti tedeschi. La loro internazionale si rivela, in sostanza, come una forma di germanizzazione del mondo. La gran patria germanica assorbirà tutte le altre patrie minori. E chi non è minore rispetto alla gran patria germanica? [p. 59 modifica]

Deve essere questa la principale ragione perchè i socialisti tedeschi si sono messi in testa l’elmetto da ulano.

Dunque, Dio Thor Kaiser e Marx, ecco per i nostri miscredenti un esempio del come possa benissimo esistere una divinità in tre persone.

Mi viene in mente l’on. Filippo Turati. Egli è stato per tanti anni, come dire? il più autorevole agente di Carlo Marx, l’ajo marxista di questa nostra Italia. Dovrebbe quel signore trovarsi, oggi, un po’ in imbarazzo.

***

Una voce fermenta, cresce, si propaga fra gli uomini: Barbara Germania!

Gherardo Hauptmann protesta poderosamente contro la parola «barbara».

Dice: «Ci avevano messo un anello di ferro intorno al petto, e il nostro petto ampliandosi, doveva o rompere il cerchio o cessare di respirare. Ma la Germania non cessò di respirare e preferì rompere il cerchio».

Medito su le parole: il nostro petto ampliandosi... È quello che diceva Serra, sulla riva del mare, quando io gli chiesi: «Ma perchè questa guerra?» Ma chi, ma chi aveva messo l’anello di ferro attorno al petto della Germania? Ma chi — fra l’altro — l’avrebbe osato?

Certo la Germania domanda oggi il dominio del [p. 60 modifica]mondo. Il mondo — fuori di Enver bey — risponde di no. Certo la Germania è oggi assalita da implacabili nemici.

***

Stasera furono da noi a pranzo le contessine F***. Hanno una loro governante tedesca, un cosino così: docile, devoto. Ha due fratelli alla guerra: ma ciò non la preoccupa. Ella è convinta del benefizio e dell’onore che la Germania fa al mondo di educarlo alla tedesca. È preoccupata osservando che il mondo non accetta di buon grado questo beneficio, questo onore. È terribile, un popolo che ragiona così!

***

29 Agosto: Tutti ci vogliono bene. A Vienna, a Berlino sono contenti di noi. Niente più traditori, come fino a ieri: ma savie persone neutrali. «Seguitate così e tutto andrà bene». Mi pare il consiglio del notaio a Renzo Tramaglino: «Pensate al vostro onore, figliuolo!»

Anche il gran generale austriaco, Conte Conrad von Hotzendorf, assicura che egli non ha nessuna intenzione aggressiva verso l’Italia — e pare che per il passato ne avesse. Idee di vendetta, assolutamente no!

Queste dichiarazioni sembrano a molti italiani molto confortevoli, e l’Italia, in pace fra tanta guerra, sembra godere di un trattamento privilegiato. [p. 61 modifica]

Eppure la condizione d’Italia è ben tragica: o grande Slavia o grande Germania.

Nei canti di quei terribili Serbi e Montenegrini si canta: Da Trieste a Cattaro, tutto slavo!

Penso a quella buona massaia che dava il becchime alla sua gallina e le diceva: «Ti metterò a lesso oggi o arrosto domani, gallinella?» Certo è preferibile attendere domani, ma l’entusiasmo non può essere di troppo.

L’amico Serra nutre, invece, molta fiducia nella dolcezza dei canti slavi: «Certe nenie melanconiche di quel popolo, che canta la morte prima di avere provato la vita....» Sarà, caro Serra: ma veda: io ho conosciuto, in una bella città d’Italia, una signorina slava, alta pallente come spiga, profumata come il mughetto d’aprile. Ella era intonatrice di cori in una chiesa russa, tutta d’oro.

— Venga con me nella chiesa russa tutta d’oro? — mi disse.

Era di Marzo. Ella aveva un’enorme pelliccia: il volto di madreperla usciva da quella pelliccia.

— Vede i russi? — proseguiva — Signori russi, dame russe si recavano alla chiesa. Piccoli, gravi inchini.

Sentirà — ripeteva gioiosa — come è bella la musica russa! — Ma io ero distratto quella mattina di marzo. Pensavo a tutta la deliziosa bianchezza che era raccolta [p. 62 modifica]dentro quella pelliccia russa. Basta, lasciamola là, caro Serra. La musica russa, il canto russo è realmente profondo e delizioso. Ma mi fido poco. Anche la signorina era mistica, ma specialmente nella voce.

Miei cari amici, mi diceva Missiroli a Bologna ieri l’altro sera, al restaurant, con supremo sconforto — miei cari amici, noi siamo in questa terribile inconfessabile situazione, di dovere aspettare e dire: Combatteremo con chi vincerà! Ma, miei cari amici, dirà allora il vincitore, non so che farmi del vostro aiuto: ieri sì, oggi no.

Voi volete venire in soccorso del vincitore. Grazie del disturbo. È orribile!

***

La nomina del duca degli Abruzzi ad ammiraglio supremo, un colpo alla gerarchia burocratica dell’esercito, fanno credere che qualcosa si stia preparando.

Ma dove è l’uomo di genio, il divinatore del momento? Cavour è morto da tempo, e i nostri uomini politici si consumano nel provvedere come arrivare alla sera.

***

Noi non odiamo la Germania — siamo d’accordo, come scrive Borgese nel Carlino d’oggi. Noi anzi non abbiamo mai odiato. Nel ’48 permettemmo la ritirata di Radetzky da Milano nel Quadrilatero, e si poteva tagliare [p. 63 modifica]a pezzi la serpe ferita — come voleva Cattaneo: nel ’59, dopo Magenta, nessuno torse un capello agli Austriaci che evacuavano Milano disperatamente: nel ’66, a Custoza, il buon tenente De Amicis lagrimava! Latin sangue, troppo gentile!

Ma Borgese vede ancora la Germania spirituale di Schiller, Beethoven:

di Arrigo Heine, no! Arrigo Heine amava troppo la verità ed il sarcasmo; ed i suoi compatriotti non gliel’hanno mai perdonata.

La Germania romantica, formata di uomini, tutto spirito, che camminano per la neve, fra i boschi, ragionando soltanto di metafisica e di morale, non esiste più che in letteratura!


29. Sabato. Stamattina, patatrac! Il treno aveva un’ora di ritardo. Il piccolo monello che viene coi giornali a furia dalla stazione, sulla bicicletta, è assalito.

Vedo l’intestazione del Carlino: Sette eserciti tedeschi invadono la Francia. Non c’è bisogno di leggere altro. Il Mattino, francofilo, non dice nulla. Parla dell’avanzata russa. Ma io non credo più ai Russi. Sono un mito. Godono di una fama usurpata i Russi. I Cosacchi devono essere dolci persone.

Il Giornale d’Italia ha un’intestazione spaventosa come il Carlino.

Assolutamente è finita. [p. 64 modifica]

Ho un piccolo tremito; questa volta non ho voglia di parlare con nessuno.

— Come va? — mi domanda uno del popolo.

— Male!

— Vincono i Todesch! (Lo sentono anche loro che male vuol dire, «vincono i Tedeschi»).

Per fortuna è venuto Serra. — Caro mio, tutto è finito!

Mi sorprende il suo sorriso tranquillo sulla sua faccia sbarbata, anzi un piccolo sorrisino ironico, dedicato a me, sull’angolo estremo delle labbra.

— Non è atterrito lei?

— Io no! È la prima fase finita; ciò che era attendibile: i Francesi non furono nè messi in fuga, nè accerchiati. Legga bene il comunicato dello Stato Maggiore germanico, e vedrà un po’.

Siamo risaliti in bicicletta. Io ho perso tutto l’appetito. Sulla tavola, attorno alla carta geografica, Serra si è messo tranquillamente a spiegare. I Francesi hanno ripiegato sulle linee fortificate: gli Inglesi hanno dovuto arrestarsi a sud di San Quintino, ma non furono tagliati fuori...

— Ma se le fortezza cadono come le mura di Gerico al comando dell’Imperatore, d’accordo con il vecchio Jehova? E poi non ha lei, Serra, la sensazione subcosciente della fine: Babilonia sarà distrutta? [p. 65 modifica]

— Oggi no: assolutamente. Certo domani, l’idea di una déroute davanti all’enorme valanga...

Un’osservazione di Serra è ragionevole e mi persuade: I Francesi hanno fatto più di quello che era umanamente possibile sperare: sono uno contro due al meno. Tutto lo sforzo della Germania è adesso contro la Francia.

Abbiamo dimenticato persino di parlare di quello che farà l’Italia.

Gli espongo il mio dilemma: o a lesso o arrosto. — Ma oggi, oggi dopo quello che è successo, il più elementare buon senso vieta di credere a qualunque partecipazione di guerra contro l’Austria...

Serra sorride: — Lei si lascia sgomentare da un semplice episodio. Ma sa quanto durerà questa guerra? Per fortuna lei non è generale!

— Ah, si! Sarei un pessimo generale. Però legga Dante, qui, canto XXII dell’Inferno:

Se l’ira sopra ’l mal voler s’aggueffa, Ei ne verranno dietro più crudeli.

— Ma Dante parla dei diavoli!...

— E i Tedeschi? Ma non vede come fanno la guerra?

La minestra è in tavola. Ma anche Serra ha poco appetito. Il mio sistema nervoso non regge a questi estermini umani.

La donna mi avverte, sottovoce, che vino non ce n’è più, fuor che una piccola damigiana da travasare. [p. 66 modifica]

— Vorrei avere tutto il vino — gridai forte — che oggi berranno i preti per la gioia della Francia vinta! Io non credevo di amarla così la Francia. Avevo quasi piacere che quella sua insolente demagogia venisse punita. Glielo confesso! ma oggi!

Abbiamo parlato a lungo tutto il pomeriggio afoso, lento: ma il discorso moriva, si infrangeva stanco, contro la muraglia di bronzo della realtà. Alle quattro è giunto il Corriere ed il Secolo. Nulla di nuovo.

Di nuovo, l’enorme, silenziosa, inattesa avanzata russa. Una tragica battaglia è impegnata in Galizia.

— Vedremo domani.

— Ma ci crede lei ai Russi? La Germania li prenderà come passerotti.

Per prender sonno, la notte, ho dovuto pensare ad una sterminata avanzata russa: russi, leggendari tartari, cosacchi; con le spade curve mietono, recidono le terre dei Cimmeri, degli Sciti vomitano orde senza fine. La macchina di orologeria tedesca è paralizzata. Come se una testa di bimbo tedesco non fosse uguale a una testa di bimbo francese!

Ah, Kaiser, Kaiser, come tu e il tuo Iddio rendono crudele il cuore dell’uomo!

***

Mi domanda un quieto vecchio savio signore: — Chissà oggi, da qui un anno, che cosa ci sarà? [p. 67 modifica]

Non so che rispondere.

Mah! Certo quella piccola luna nascente lassù, in quel posto: quelle anatre lì, o, se non quelle proprio, altre anatre, una è lo stesso:

queste pescatrici col ventre in su (e questo è ciò che importa), queste foglie di marruche, i lumachini che divorano tutte le foglie, le anatre che divorano i lumachini, gli uomini che divorano tutto, e quella piccola luna che guarda lassù. Se i re, i guerrieri, i diplomatici leggessero, come si legge per esempio: la tale città fu per tanti secoli romana, poi per tanti altri secoli bizantina, poi per tanti altri secoli veneta, poi passò all’Austria, ecc. ecc. lascierebbero, arrugginire le inutili loro spade guerriere e starebbero, come me, a guardare quella piccola luna che cresce, poi quando è cresciuta, si volta dall’altra parte e diventa sempre più piccola, e così in eterno.


29 Agosto, Domenica. Niente. La grande battaglia in Galizia, fra Austriaci e Russi, è tuttora indecisa.

Ci si lascia con la parola: Speriamo! Già, speriamo nella santa Russia.

Oh, è triste sperare così; ma è così. Ma da dove trae la Germania i soldati? Come Cadmo dai denti del serpente?

***

I monumenti di Louvain, di Malines, gioielli dell’arte fiamminga, caduti sotto le granate teutoniche. [p. 68 modifica]

Guerra di esterminio! È supponibile che il grande Stato Maggiore Tedesco abbia stabilito di mandare avanti, come furiere, il terrore ottenebrante. I tecnici dicono che la guerra si deve fare così, proprio così. Però bisogna anche possedere la certezza di vincere, giacchè come potrà salvarsi dalle vendette chi fa la guerra così?

Mi viene in mente la guerra disperata di esterminio condotta dall’intellettuale Silla in Grecia. Nulla fu risparmiato della divina Grecia! Urgeva Mitridate da tutto l’Oriente, come ora urge la Russia.

Ma Mitridate aveva prima, a dì prefisso, fatto scannare cento mila italici. Voi chi avete ucciso, cittadini del Brabante? Avete difeso i focolari e gli altari.

Se non vi difendevate eravate vili: vi difendete, siete micidiali e ribelli.

Ma Lucullo pianse quando, impotente contro la furia dei suoi legionari, vide, sotto i suoi occhi, lo strazio dell’ellenica Amiso!

Chi di voi piange, o Teutonici? I vostri intellettuali hanno soltanto parole di freddo, oltracotante sarcasmo. Ah, ben trionfa la pura ragione!

Secondo pura ragione, quanti milioni poteva incassare il re del Belgio per concedere il passaggio agli eserciti germanici? Molti. Preferì vedere disfatto il suo regno. Ben potrà Alberto, l’eroico giovine re latino, ripetere le parole dell’orazione suprema che i difensori di Platea, condannati [p. 69 modifica]a morte, dissero davanti agli Spartani. Lo so, l’orazione di Tucidide non è documentata con pezzi d’archivio. Ma è vera lo stesso. Parole intagliate nell’immortalità!

Ma il popolo germanico è il popolo eletto, il designato per la salute del mondo. Questo è il paradigma, il mito, la forza.

Ha detto l’Imperatore: «Dio ci ha chiamati a civilizzare il mondo: voi siete i missionari del progresso umano».

Ma l’Imperatore — dicono — è un infatuato di medioevo e di superstizioni!

Ma l’hanno detto gli storici, i pensatori tedeschi: «La nazione tedesca è una nazione eletta, una razza nobile: deve in conseguenza agire sui vicini come è diritto e dovere di ogni uomo forte e intelligente di agire sui deboli che la circondano».

«La Germania ha per missione nella storia di ringiovanire le vecchie razze d’Europa con la diffusione del sangue tedesco».

E Lasalle, e Marx, e Bebel che altro dissero? Internazionale sì bene; ma con anima e linguaggio tedesco.

Noi da quando Roma creò la parola humanitas, più non credemmo ai popoli eletti. Noi eravamo mundani, cives mundi prima che i Tedeschi imponessero la loro Internazionale. [p. 70 modifica]

Se i Germanici domineranno il mondo, ben dovranno distruggere anche quella parte del loro linguaggio che porta le vestigia della latinità, perchè le parole della sapienza sono pure in favella latina!

Quale guerra si combatte? Il volto che la Germania discopre è disumano.

È la distruzione di tutto ciò che non è teutonico. Ciò che non è teutonico appare ad essi così intollerando da dover essere scancellato dalla faccia della terra?

Certamente i civili Germani non ragionano così. Certamente così non può essere. Essi non lo dicono. Ma danno al mondo questa impressione.

E un’impressione di terrore!

Che funerea tristezza mi vince. Felice chi non ha prole!

***

— Signor professore — mi ricordo che mi obbiettava uno scolarino — in uno di quei giorni di febbraio in cui era d’obbligo parlare della Pace universale, ed io stavo ferocemente muto — signor professore, la signora professoressa di storia ha fatto una bella conferenza per dimostrare che le guerre non vi saranno più, o, caso mai, saranno guerre umanitarie: c’è già il fucile umanitario; c’è la Croce rossa; c’è il Codice della Convenzione dell’Aia. Anche la guerra è diventata civile! [p. 71 modifica]

— Sì, carino.

— Signor professore — mi ricordo che mi chiedeva un altro scolaro — che cosa sono gli ostaggi?

— Una parola antiquata! Sono o, meglio, erano gli individui più ricchi e più ragguardevoli di una città, che il vincitore si toglieva per malleveria dei patti. Cesare li chiedeva sempre. Iubet obsides dari, arma proici.

— Ma oggi non si usano più!

— Parole fuori d’uso, figliuolo!

Oggi si fucilano contro un muro. Risarà tutto quello che fu.

***

A proposito di vino bevuto ieri dai preti, non è codesta una mia malignità. L’amico dottore, qui di condotta, che è un po’ germanofilo anche lui, mi assicura che un signore — clericalone — sta, da ieri ad oggi, molto meglio.

— I Tedeschi a Parigi, eh?

— Non dico questo — rispose il clericalone —, ma sono notizie che fanno bene.

Povera Francia, li sconti sì, ora, i tuoi peccati.

Deve essere molto elegante la toilette di madama Caillaux, come infermiera della Croce Rossa!

***

Non riesco più ad andare dal macellaio per la spesa. [p. 72 modifica]Ho una visione macabra! Organi di animali, organi di uomini.

Noi credevamo che le fiamme cantanti di Dante e i laghi di sangue appartenessero ad un passato senza ritorno. Sono ancora in attività di servizio.

***

Quell’intelligente municipio di Rimini ha, qui, per Bellaria, stabilito il calmiere... per le uova: Due uova, tre soldi. Non si trova più un uovo al mercato. I contadini le lasciano marcire, piuttosto! I contadini sono miti animali feroci. Devono essere loro che formano le iene dei campi di battaglia. Ma il piccolo chirurgo mio amico, dott.

Cecca, ride coi suoi denti bianchi, nella faccia liscia olivigna. Ha una frase cinica, chirurgica, spietata: — Viene, viene chi metterà il calmiere alla guerra!

— Chi?

— La peste! i microbi della peste, del colera hanno il loro pabulum!

E poi con questo caldo!

Oggi, penultimo giorno d’agosto, è di una limpidezza incantevole. È una vergogna stare al rezzo a sentire la canzone azzurra del mare. Dice chi vi è stato che le gallerie, i ponti del Veneto, sono tutti minati.

***

Leggo: le grandi fabbriche di stoffe a colori si sono oggi quasi esclusivamente dedicate al nero. [p. 73 modifica]

Anche il mio amico Prezzolini, oggi, nel Carlino, ripete la vecchia storia. Il mistero della generazione di un nuovo mondo europeo si compie. Forze oscure scaturite dalla profondità dell’essere sono al travaglio, ed il parto avviene tra rivi mostruosi di sangue e gemiti che fanno fremere. Noi non guarderemo soltanto il dolore. Salute al nuovo mondo. La civiltà non muore! Indietreggia per prendere un nuovo slancio. Si tuffa nella barbarie per rinvigorirsi.

Macchè nuovo mondo! Come il precedente. Ho una nausea! Che non abbiate la forza, o amici, di vivere senza le iniezioni di morfina dell’ottimismo?

Ma se anche è vero che la storia dell’uomo si debba svolgere per simiglianti tragedie, abbiamo la forza di guardare il sole e pregare:

Occhio del sole, spegniti per sempre!

***

Quale cosa terribile succede in Francia? Leggo nel Giornale d’Italia (corrispondenza da Parigi del 25): Sento che l’insonnia domina qui sovrana: per le vie m’ha colpito stamane l’aspetto delle donne; non hanno più sul volto ciprie e belletti, e nel vestito nessun adornamento. Non un gioiello ho veduto su queste creature che erano un mese fa esemplari di eleganza al mondo: sono semplici, schiette, pallide, con gli occhi spesso rossi, ma con una fermezza e una dignità [p. 74 modifica]in tutta la persona da richiamare alla memoria la divina guerriera di Orleans.

O la Francia muore, o la Francia si rinnova. Però, gentili donne di Francia, altro occorre! Occorre del patriottismo che vi arrivi sino dentro all’utero. Non gonne strette; gonne gonfie di donne incinte.

Questa sia la nuova moda di Francia per un secolo almeno!

***

La tragedia in Vaticano, muta: il Vaticano, la fortezza dell’idea trascendente, che resiste nei secoli! Sono giunti i porporati per il Conclave. Cardinali tedeschi, cardinali francesi e belgi. Il primo incontro di questi cardinali è avvenuto nelle grandi aule del Vaticano, ove tutti i porporati si sono scambiati i primi ossequi e saluti. Tutti gli occhi erano fissi sui cardinali tedeschi e francesi: corretti, quasi stilizzati in una rigidità ieratica, essi apparivano in qualche momento come trasognati. Nella massima parte di loro non si vedeva alcun segno di turbamento, ma l’immobilità del volto tradiva la loro interna commozione.

Il cardinale belga, Mercier, quando apprese dai giornali la distruzione della sua città di Malines, ha rotto in pianto, e si mise a gridare disperatamente: «Poveri miei figli! Povera patria mia!»

Volle dir messa, ma all’offertorio svenne. Ma perchè elevando l’ostia consacrata non dicesti: «Il Dio che è in questo simbolo, [p. 75 modifica]non è il vecchio iddio Jehova, non è il dio Thor»?

***

Ho avuto una visione, stanotte. Sul rogo di Patroclo, l’immane catasta, Achille scaglia, da lui sgozzati, i giovanetti troiani in suffragio ed olocausto. Mi è apparsa la figura tetra dell’assassinato arciduca d’Austria. Levò la mano imperiale: «Basta dei giuochi funebri in nostro onore!»

Oh, figli giovinetti di quel ben tragico erede d’Asburgo, figli ancor puri, obliati anche voi nell’immensa tragedia, pregate là dove agli innocenti si risponde!

***

31 Agosto.

Il casellante della ferrovia, mio buon amico, legge tranquillamente, al rezzo, nella calda ora, così come può, le notizie della guerra. Una contadina giovane gli sta, sopra, attenta. Altre sopraggiungono: due lattaie; l’una quasi titanica ed incinta; l’altra ancor giovinetta. Ci salutiamo. Sto a sentire anch’io. Saint-Quintin, 26 agosto, telefonato dalla frontiera il 30...» San-Quintino? Nome perduto, giù, nella storia. Vittoria di S. Quintino, 1597! Emanuele Filiberto! Sentir parlare di S. Quintino, mi fa l’effetto di vedere Emanuele Filiberto vivo. E così Longwy; così le Argonne; così Verdun (Udite udite, o cittadini, ieri Verdun all’inimico [p. 76 modifica]aprì le porte); così le Ardenne, che tanto amai in te, o Boiardo, incantatore divino; così la Mosa, così Acquisgrana (O Mosa errante, o tepidi lavacri d’Acquisgrano)....

Risarà, tutto quello che fu, come dice il poeta.

Anche il Sacro Impero Germanico risarà, se la va avanti così!

Ma ben mi accorgo che quei nomi, quei titoli rappresentano enigmi enormi, misteri di cose ignote; e così i titoli, Di bivacco in vivacco, Anversa la nuova Israele...

Le donne violate. Questo è più facile. Il cantoniere ha già letto e racconta per conto suo con molto vivace parola: «Un povero vecchio, come impazzito dal dolore, è stato costretto a presenziare allo strazio della propria figlia ventenne, fatto nella sua abitazione da un drappello di soldati tedeschi. Erano costoro circa una ventina e nessuno di essi volle rinunziare agli esperimenti barbarici ecc.».

— E se vengono qui i tedeschi, faranno lo stesso? — chiede una donna.

Il cantoniere ci si diverte, e assicura di sì.

Un piccolo terrore invade le donne (in questi giorni s’udiva sulle acque del mare venire il rombo del cannone. Da Pola? Una cosa fievole; ma come uno scotimento feroce dell’aria).

Interrogano me. Anch’io dico di sì. [p. 77 modifica]

La giovinetta chiede: Ma lo possono fare?

— Non capite — spiega il cantoniere alle donne — che i soldati tedeschi hanno mano regia dai loro superiori...?

Un piccolo sorriso succede al piccolo terrore. Dice la donna titanica e incinta: — Se fossero trenta e quaranta soltanto, i tedeschi, io me li sbatto. Basterebbe che dopo non mi ammazzassero.

Anche l’altra donna si dichiara capace di tanto. Ma almeno, dopo, dessero un bacio. — Ora ridono. — Se fossero — spiega poi a me la donna — quelle signore civiline..., ma noi siamo più burrascose. Mi capisce, nevvero?

La giovinetta nulla dice. Sorride.

***

I giornali della sera (Corriere, Secolo) annunziano d’urgenza che i Tedeschi sono a Compiègne: ottanta chilometri da Parigi. È uno smarrimento. È finita! Ma tutti sentono che non soltanto per la Francia è finita; ma anche per noi.

Nessuno più si faceva illusione su possibili vittorie francesi, ma così presto...! E le fortezze? E gli eserciti? Che cosa è successo in Francia? Che cosa succederà? Nel ’70, Parigi resistette tutto l’inverno. Sì, ma vero è che nel ’70 i Prussiani potevano tranquillamente attendere. La preda era certa: bastava bloccarla! [p. 78 modifica]Ora no! Il tempo urge. Questa è la guerra del tempo. Perciò nessuna attesa, nessuna pietà.

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Parigi, Parigi! Le donne di Francia non hanno più belletto! Esse che sono così «civiline!». Altro seme vi feconderà?

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All’osteria, la sera, al lume della lampada acetilene, quattro «proletari» giocano tranquillamente a tresette.

— Adesso, con la guerra — dice l’oste — tutti hanno perso la testa. Si stava così bene prima....

(Già, si stava così bene prima: bere vino, partite a tresette, un po’ di sciopero ogni tanto, e guerra ai signori).

— Abbasso le armi e viva la pace! — esclama uno, possibile richiamato.

— I signori fanno adesso la loro guerra, ma verrà il giorno che noi faremo la nostra!

Cerco di dimostrare che anche i signori oggi non stanno bene. Leggo:

Due banchieri di Bruxelles, ostaggi per il pagamento dei 200 milioni.

— Ci sta ben bene ai signori — dice un calzolaio senza degnare di voltarsi. — Busso e striscio... Noi siamo proletari! [p. 79 modifica]

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1 Settembre. Quella dolce e buona signora M*** è disperata. Suo figliuolo — lei è vedova ed ha quel figlio solo — vuol partire per la guerra. — Non mi è scappato due anni fa quando ci fu la guerra tra il Montenegro e la Turchia? Per fortuna me lo fermarono a Bari... Lo persuada lei; ha tanta soggezione di lei....

E stamane, alle otto e mezzo, mentre attendo il treno che porta i giornali, quel caro figliuolo mi è venuto incontro.

È il più mite giovane che si possa pensare: forse ha un po’ del semplice, cioè è un ragazzo che ha alcune idee semplici.

Gli dico: — Dunque lei vuole andare alla guerra?

— Sì, primo reggimento degli Ussari della Morte. Rimango un po’ intontito.

— Ma non è lei italiano?

— Sì, italiano, — ma, secondo lui, l’Italia deve marciare con le sue alleate, e siccome l’Italia non si muove, andrà lui. E poi odia i Russi, ed ama il Kaiser da lui conosciuto personalmente nel libro di Ernesto Gagliardi (Guglielmo II, fatti, parole, carattere); e poi gli Ussari della Morte sono all’avanguardia delle più pericolose scorrerie.

Spargono il terrore! Poi un popolo che l’Imperatore chiama alla guerra e vanno [p. 80 modifica]tutti, è bello. Merita un aiuto. — Crede — mi domanda trepidando — che i Cosacchi vadano a Berlino?

Non rispondo. Lo guardo. Dunque anche tu, fanciullo dagli occhi dolci, sei nato con un odio nel cuore? Vivere per spargere il terrore? Del resto quanti, fra quei cavalieri tremendi che portano sul casco la morte fra due ossi incrociati, non sono che fanciulli con un piccolo odio germogliato nel cuore.

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Esodo dei bagnanti: gran folla in partenza alla piccola stazione:

giorno puro, estivo. Ecco il giornale: gli uomini afferrano, dispiegano; leggono i grandi titoli, i dispacci. Notizie incerte, oggi. Tu hai promesso, o Renato, di non tornare più a Bellaria se non porterai novelle più felici per la nobile Francia. Ah, non ti vedrò allora più, Renato Serra!

Il piccolo treno è ripartito e la gente defluisce dalla stazione. Due belle donne erette, in accappatoio, mi strisciano col fianco adiposo.

Una dice all’altra: «Che bella giornata! Che bellezza, che bellezza, che bellezza!» L’altra dice: «Vedrai come ce la godiamo bene ora che c’è poca gente! Sai? Quest’anno dicono che con la guerra non verrà mica la moda da Parigi!» «Davvero?»

È mortificante! Il contatto di questo essere pingue, la donna, fa rabbrividire, fa dimenticare anche la guerra! [p. 81 modifica]Non so: le donne mi sembrano oggi più rigogliose, più erte: come fusti di pioppe. Mentre noi chiniamo il capo sotto la maledizione immane, lei ride!

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Il giornale d’Italia ha una lettera del Sergi. Deve essere vecchio questo illustre professore. La sua voce ha accompagnato la mia giovinezza e ne conservo un’impressione di intollerabile fastidio.

Deve anche lui, già da tempo, avere scritto qualche cosa, in nome della scienza, su la Decadenza latina. Argomento di moda! Ma i Tedeschi son gente seria, e ci prendono sul serio, che diamine! Deve avere anche lui, il prof. Giuseppe Sergi, aver scritto qualche cosa, in nome di Lombroso e della scienza, contro il Leopardi: «la scienza assicura questo, la scienza vieta quest’altro; chi non è fisiologicamente allegro, come vuole la scienza, chi dubita dei felici destini del genere umano, sarà collocato da noi nelle tavole degli squilibrati, dei paranoici, dei malati, come questo infelice maniaco e monocorde poeta, Giacomo Leopardi».

Confessiamo la nostra viltà: il timore di apparire nelle tavole dei mistici, dei pazzi, dei delinquenti, come si vede nei libri di Cesare Lombroso, mi rese assai timido ed allora vestii il mio pensiero di un tenue sorriso. Ognuno si difende coi mezzi che ha.

Ed ora, strano! il prof. Sergi scrive una lunga lettera [p. 82 modifica]di protesta contro la distruzione di Louvain; e vi sono queste parole: La guerra europea che ora si combatte, ci mostra che l’uomo è sempre barbaro, anche quando ha una cultura superiore. I Tedeschi, nessun lo nega, sono maestri nella scienza, nell’arte, nell’amministrazione, nell’educazione, ma hanno rivelato che tutta la cultura non ha umanizzato l’uomo.

Ma non disse tutto questo Santo Francesco a frate Leone, quel dì che per la neve andavano da Perugia a Santa Maria degli Angeli? «O Frate Leone, pecorella di Dio, benchè il frate minore parli con lingua d’angelo e sappia i corsi delle stelle, e le virtù delle erbe, e gli fossero rivelati tutti i tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli, e dei pesci, e di tutti gli animali, e degli uomini, e degli alberi, e delle pietre, e delle radici, e delle acque — cioè benchè l’uomo fosse scienziato di ogni scienza, ricco di ogni ricchezza — scrivi che non è in ciò perfetta letizia».

E leggevo con passione il mirabile fiore di quelle leggende, nella scuola, fra l’immenso stupore. Ma lo stupore cadde, e le rivedo ancora tutte le facce dei miei allievi del Politecnico, improvvisamente spalancarsi e, dal silenzio, scoppiare in un’immensa risata: tutta una parete di teste che ridevano, fin su, agli ultimi banchi. Rivedo la scena dopo tanti anni.

— Ma era un pazzo, san Francesco! — disse in fine uno studente, [p. 83 modifica]con voce pietosa come se anch’io, lettore, precipitassi in quella follia.

— Lo dice il Lombroso, infatti, ma non è ben dimostrato.

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2 Settembre. Bombe da aereoplani su Parigi. Die Taube, la colomba che getta bombe! La ville lumière, il cervello del mondo, era ridicolo.

Una lezione se la meritava la Francia, ma le bombe — avviso...., ma l’oltraggio di avvertire Parigi con bombe giù dai Tauben... Meglio i mortai!

Strano! Die Taube, la colomba. La colomba che semina strage. Pare il simbolo della nostra anima con l’etichetta umanitaria e pacifica, che esplode.

Scriverà d’Annunzio un’altra canzone sul Corriere della sera? Ah, se è vero — come celiando spesso asserivano i miei cari amici e colleghi — che in me è un po’ d’anima reazionaria, dovrei gioire ora dei colpi di lancia e di Taube, inferti nel tuo nobile corpo, o Francia!

E perchè tanta tristezza mi vince?

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In terza pagina l'Avanti! ha un articolo del prof. Giovanni Zibordi:

Il socialismo italiano e il socialismo europeo. Il semplicismo di questa prosa è implacabile [p. 84 modifica]come una vignetta a base di scheletri dello Scalarini. Dire: guerra a nessun patto nemmeno contro l’invasore, è un’idea buddista, un’idea tolstoiana, mi pare: e sta bene. Ma l’insistere nell’affermare che questa immane guerra non è altro che la guerra borghese contro il proletariato è..., è intollerabile.

Noi sappiamo che vi sono molti pescicani orribili fra i borghesi; ma sappiamo anche che fra i proletari vi sono molti e orribili uomini, indegni pur di procrear prole.

Via! Anche i preti, che dividono gli uomini in due categorie, o tutti in inferno o tutti in paradiso, hanno sentito che questa partizione assoluta era deficiente, ed hanno creato il purgatorio! Volete essere più preti dei preti?

***

Un gruppo di giovanotti scamiciati (due fiaccherai, il garzone del macellaio, un facchino ecc.) sdraiati alquanto liberamente sui cuscini d’una vettura ferma, vedono la testata dell'Avanti! che sto leggendo.

Uno mi interpella: — Be’, come va questa guerra? Ci saremo fra poco anche noi?

— I Tedeschi sono a Parigi... — rispondo.

Lo sanno, e perciò domandano: — E verranno anche qui?

Chi lo sa?

Ho pronunciato una frase imprudente. Colpa la lettura dell'Avanti! Ho detto: — [p. 85 modifica]Se anche verranno, per voialtri non andrà mai male; andrà male per noi.

— Come sarebbe a dire?

Bisognò spiegare: — Se lì, nelle scritte, invece di esserci, Regio Governo Italiano, ci fosse scritto, Kaiserlich-Königliche Regierung, a voi cosa vi fa? Quando il grano, quando il vino fosse a quel prezzo, quando corresse il denaro, quando le vostre leghe andassero avanti bene, a voi che cosa vi fa?

Io ho parlato mitemente, senza amarezza, senza ironia: una pura constatazione.

Pensano un po’. Uno abbocca e dice: — Ah, per me è lo stesso.

Dice uno: — Vuol dire allora che l’andrà male pei signori.

— Anche per i signori andrà lo stesso. Faranno i loro affari, viaggeranno sulle loro automobili....

Scattò il fiaccheraio: — Ah! i signori che viaggiano sui cuscini rossi delle automobili, che ci buttano tutta quella polvere negli occhi..., che fanno la mattina una spesa che il mercato non basta mai...

— Disprezzate i cuscini rossi delle automobili, disprezzate i milioni di Torlonia, (è il paragone, qui, delle favolose ricchezze), disprezzate la superfluità della vita, disprezzate le pietanze delicate, e sarete superiori ai signori...

Devo aver detto queste parole con calore, perchè [p. 86 modifica]restano un po’ pensosi. Uno dice additandomi: — Non vedi lui come è vestito? (Scalzo e senza colletto).

Ma il fiaccheraio, bizzarro, viso da salapuzio, obbietta e dice: — Ma le donne tutte in ghingherli, le belle donne dei signori come si possono avere senza soldi? A noi non ci guardano nemmeno....

— Ma non avete le vostre donne?

— Nere come la madonna di Loreto, buone a fetare come i conigli, e poi puzzano di pesce. Vogliamo anche noi le donne bianche con l’odor della cipria e che non facciano tanti figli...

Scoppia una risata. Io non so che rispondere: la donna, l’eterno lievito! Il fiaccheraio esemplifica con eloquenza zoliana. Ma il macellaio, più serio, gli impone silenzio. — Sta zitto tu, brutto matto! Lascialo parlare! — E a me domanda: — E allora per chi l’andrà male?

«Per me, per noi che siamo i veri signori!» Ma in verità non so spiegarmi. Dico soltanto: — Per me...

— Già — dice il macellaio che ha capito —, lui vuol dire, o ignoranti, che io, o tedeschi o italiani, seguiterò lo stesso ad ammazzare le bestie. Ma lui è impiegato del Governo, e può darsi che perda il posto.

Ah, in verità, v’è un altro posto, un altro capitale ben più prezioso che si può perdere!

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[p. 87 modifica]

Lunedì, 7 Settembre.

Prego il postino, un buon uomo che ha aggiunto alla naturale semplicità un po’ di conoscenza dell’alfabeto, di cambiarmi un assegno della Banca d’Italia.

— La Posta non cambia.

Lo sapevo: ma lo domandai di progetto.

— Perchè?

Risponde gravemente come ammaestrandomi: — Perchè non si fa niente nel mondo senza interesse!

Eppure i Romani scrissero che l’acqua e il fuoco si devono dare gratuitamente. Oh, buon postino, v’è chi dice che non sei istruito abbastanza. Ma tu sei stato all’università. Romagna, Romagna, se perdi quel poco di generosità e di charitas che ancora possiedi, che ti rimarrà?

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— È vero che si fa la pace? — mi chiede il salumiere. Ha letto il titolo del giornale, che ha lì sul banco. Lo compera per l’occasione, ma gli ci vuol troppo tempo, a leggerlo, e poi libri e giornali van bene per i pensionati o per quelli — come me — che non hanno niente da fare. Ad ogni modo ha letto: «I Governi inglese, francese e russo si impegnano mutuamente a non concludere la pace separatamente durante la guerra attuale.»

È la guerra terribile, senza fine, senza [p. 88 modifica]quartiere. La Francia è l’incudine su cui Russia ed Inghilterra batteranno il tremendo ferro teutonico. Oh, non mai così vera la voce del poeta: Perchè viva la Francia, oggi si muore!

Il dottore ammette che il Kaiser passerà qualche notte insonne.

Il grande Stato Maggiore Tedesco ha preveduto tutto: forse non ha preveduto che avrebbe offeso l’anima del mondo.

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Non ho voglia di far dell’ironia. Germania! Non amabile Germania; ma ammirabile e, in tante cose, inimitabile Germania! Dicono che oggi s’è americanizzata, che è stata presa dal fasto all’americana. Ma il Reno scorre ancora al lume della luna; la Foresta Nera è ancora piena di leggende; vi sono ancora sui muri e nelle volontà tanti verboten che fanno contrappeso ai nostri: facite chillo che vulite, e chi se ne frega? I suoi giovani — occhi azzurri — hanno un orgoglio nazionale immenso, questo l’ho veduto e lo so, ma hanno anche un sorriso facile, aperto! Germania! Sì, anche la feudale Germania del Kaiser, mi pareva che avesse una missione nel mondo. Dirò di più:

guardando giù nella storia, ho sempre sostato davanti al mausoleo del grande ostrogoto Teodorico. Gli ultimi re Longobardi [p. 89 modifica]mi sono apparsi eroici e magnifici e mi sarebbe parso bene che essi avessero potuto dare unità all’Italia e fonder le stirpi. Ma Federico Secondo di Svevia, il gran Federico, mi parve, nell’Evo Medio, luce di civiltà in cui il genio latino e germanico si confondessero. E perchè no? Il Kaiser che sosta meditabondo davanti alle desolate ruine di Castel del Monte, il castello di Federico, mi si adombrava come un nobile cavaliere emergente dal flutto di queste scomposte nostre democrazie.

Ho ammirato le pazienti ricostruzioni dei suoi dotti ed archeologi ma senza entusiasmi. Anzi quando, io giovanetto, sentivo dire, per indicare celebrità vera «noto anche nella dotta Germania», provavo un senso di dignità offesa. Ma quando un occhialuto della dotta Germania entrava in una nostra biblioteca, che reverenza! Non ho mai capito quello che ripetevano i nostri dotti, «che il libero pensiero comincia con Martin Lutero». Forse un po’ prima! Ma, ripeto, ho sempre creduto la Germania grande popolo ed organo ammirabile nella vita del mondo.

Frisch, fromm, frei! Ma benissimo! Fresco, pio, libero! È quello che ci vuole. Sì, bravi Germani, rinfrescate, fate un po’ religioso questo nostro mondo di miscredenti a buon mercato, di scettici! Da noi si deride la vostra disciplina perchè — dicono — è passiva; si esalta la nostra riottosità perchè — dicono — è individualismo. Rinfrescate, rinfrescate, o Germani! [p. 90 modifica]

Ma quale mostruosa deità era sotto il frisch, fromm, frei? Ma così da divenire Germania, giogo e catena del mondo, no!

Ma oggi, oggi, v’è qualcosa che in me si ribella. Oggi i Germani ripetono: Noi temiamo Dio e nessun altro nel mondo. Ebbene, no! E se anche questo disse Bismark, Bismark lo dedusse dall’anima barbarica degli Svevi, quando mandarono il messaggio a Cesare: Noi temiamo Dio e nessun altro nel mondo. Questa orgogliosa sfida al mondo non può avere corona di vittoria, perchè distruggerebbe la tua stessa civiltà, o Germania. O vuol dire, o Germani, che secondo vostra filosofia (Kant, Hegel, Marx, Bismark), tutto si risolve nella vostra coscienza, che la vostra coscienza è il vostro Dio? che soltanto quella temete?

Immenso orgoglio allora, ma anche immensa debolezza, perchè l’uomo non è il domatore della vita. Basta un po’ di mal di pancia, un microbio ostinato, a far perdere all’uomo-dio di Hegel tutta la sua divinità!

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I Russi hanno vinto in Galizia.

Dicono che la spina dorsale dell’esercito austriaco è rotta.

Ci vuol altro!

Si sente dire: Finis Austriae! Ci vuol altro! L’Austria è come quei gattacci che uno scaccia di qua, uno percuote di là, uno gli [p. 91 modifica]mozza la coda, uno gli fa sanguinare l’orecchio. Ma eccolo ancora lassù sul tetto con la coda più lunga e gli occhiacci più grifagni di prima! Vive in tutti i climi, nelle aule auliche, sui cuscini nuziali, nelle fogne, sui tetti, ma vive!

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Molti sono per la guerra: Alceste de Ambris, il sindacalista. Un uomo di fegato, in verità. Anche la anarchica Maria Rygier è per la guerra.

Non so se costei andrà a combattere. Ma dopo aver fatto l’apologia dei soldati italiani indisciplinati, mi sembrano un po’ avventate queste dichiarazioni di guerra. Sì, Hervè ha sconfessato in Francia la sua propaganda antimilitarista. Ma la Francia ha l’elaterio del senso nazionale di una vivacità immortale.

Ma l’Italia è come un cane che fa: bu! bu! Si vorrebbe lanciare: un salto avanti, uno indietro: ma più che bu! bu! non può fare.

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Ivanoe Bonomi scrive che subito, ai primi d’agosto, il Governo Italiano avrebbe dovuto dire: «neutralità; ma da questo momento strappiamo il trattato di alleanza e ci riserbiamo libertà d’azione».

Era un bel gesto, bisogna convenirne. Ma occorrevano due cose almeno: possedere la nazione in pugno [p. 92 modifica]come un’arma, sicura; occorreva un uomo della grande ora! Ma gli uomini di stato che l’Italia potè dare, furono sempre quelli del giorno per giorno; non della grande ora. Di chi la colpa?


8 Settembre. Natività di Maria Vergine.

Come è persistente l'Avanti! nella sua terminologia! Commentando il terribile patto di solidarietà fra Francia, Inghilterra, Russia, dice che questa guerra non è altro che un conflitto di interessi tra due imperialismi. «Tutto il resto è lustra, frangia, polvere negli occhi pei gonzi».

La cosa non è così semplice. È che il mondo vuole la pace; ma non la pax germanica. Forse oggi è maturo il mondo per dichiarare in fede che questa corazza d’acciaio gli mozza il respiro. Ma la pax germanica, no!

L’Impero di Roma nel tempo della sua maggiore estensione, dal Tigri al Danubio, non aveva oltre trecento mila legionari a guardia dei confini; quanti oggi ne arma un piccolo Stato!

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10 Settembre. Il leader socialista tedesco, Ludwig Frank, è morto alla guerra. Deputato, giovane, avvocato di grido: odiava le teorie vacue. Era figlio di popolo. Morto con una palla alla tempia, in Lorena, all’avanguardia. I giornali riportano di lui alcune espressioni ben commoventi. [p. 93 modifica]

Ma era necessario affinchè tu fossi grande, o Germania, questa orribile guerra?

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Il Corriere della sera di oggi reca: «I socialisti si riunirono ier sera al Teatro del Popolo per accordarsi sull’atteggiamento da tenere nell’attuale momento politico.

Hanno parlato autorevoli oratori: ma si è fatta mezzanotte. Il resto a domani. Follia guerresca, neutralità ad ogni costo, guerra borghese, proletariato che non ha patria, patria di lor signori, proteste contro la guerra, guerra santa del proletariato ecc. Il resto a domani. Queste frasi mi fanno l’effetto di visioni di sogno, che cozzano sorprese dal terribile risveglio della realtà. Non si è fatta mezzanotte. È l’alba! Ludovico Frank! Germania! Germania!

Ammaestratrice tremenda della crudele realtà che governa il mondo! Che peccato che il dio Thor ti abbia preso la mano!

V’è però nel discorso di B. Mussolini, uno degli oratori, un pensiero che è stato troppo spesso il mio pensiero, e ben doloroso, e non ho osato dirlo e non oserei dirlo! Certo lo direi con tristezza, non con parola di sarcasmo come fa quel signore. Parla di autocandidatura dell’Italia a grande nazione. Pur troppo! Noi nella storia del Risorgimento abbiamo attribuito, come un’etichetta eroica, ma falsa, a tutto il popolo [p. 94 modifica]d’Italia, compresi i vostri proletari, ciò che fu opera di pochi, di eroi, ovvero di immensa fortuna.

I nazionalisti inveiscono invece contro i socialisti, contro i bravi mercanti e moderati lombardi e il loro piede di casa! «Grande Italia!», «Piccola Italia». Sono i due gridi, che ricordano quelli danteschi: perchè tieni? perchè burli?

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L’enciclica del nuovo papa contro la guerra non mi piace niente. Va bene per le beghine. Doveva dire: «il vecchio dio del Kaiser non ha che fare col giovane Cristo che fece olocausto di sè perchè cessasse l’olocausto degli uomini». Ma lasci stare la Madonna! La bestemmiano anche troppo, qui, la Madonna. Povero Pio X, buon curato di Riese!

«Io non benedico niente e benedico tutti!» disse, o almeno si dice che abbia detto all’ambasciatore d’Austria, quando lo pregò di benedire le armi imperiali.

Avrebbe voluto, come il predecessore suo che andò contro Attila, andare contro il vincitore tremendo? Ma a quei tempi apparvero anche S. Pietro e S. Paolo.

Vaticano, fortezza dell’idea trascendente, bisogna uscire di neutralità! Avete paura dei mortai teutonici? Non si colpisce l’idea.

Dalla cupola di San Pietro, sfondata, uscirà più vincitrice l’idea.

Venne Cephàs e venne il gran vasello Dello Spirito Santo, magri e scalzi.
Dicono che il nuovo papa sia grande politico. [p. 95 modifica]

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12 Settembre. Leggo come anche il Consiglio Comunale di Milano plaude alla neutralità. Filippo Turati vi commemora, con parole molto poetiche, Giovanni Jaurès. Esclama: «Questo assassinato è ancora vivo.

Questo ieri è il domani!» Quando?

Curiosa una cosa: l’On. Turati adopera la parola, irrazionale, destino. Naturalmente ne domanda scusa. Ma no, ma no, onorevole!

Quando non sappiamo che cosa dire, quando la causa causante sfugge alla nostra ragione, noi diciamo ancora: Destino, Fato, Dio, Maria Vergine, ed altre parole irrazionali.

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Ma certamente non è dell’opinione del defunto Jaurès, nè dell’on.

Turati, nè del Consiglio Comunale di Milano, nè dellAvanti!, un socialista marxista, il cui nome mi è nuovo e che scrive nella terza pagina dello stesso numero dellAvanti! un articolo, Guerra e socialismo, in sostegno della guerra, mentre tutti sono per la neutralità. È un articolo che può sembrare meritevole della camicia di forza. Ma in sostanza si tratta di uno che prende la baionetta di una sua logica rudimentale e l’innasta. Il ragionamento, spoglio delle impurità verbali, dice così: «Compagni, non siamo tutti d’accordo che questa è la guerra borghese? Ebbene, la presente guerra borghese abbatte e [p. 96 modifica]sconvolge tutti i valori, brucia tutti i codici sacri della borghesia: diritto privato, chiese, diritto internazionale, banche, famiglia, proprietà dell’ingegno, brevetti ecc. Orbene: questa, guerra esterna non è altro che la preparazione della nostra guerra interna.

Il ministro inglese Asquith ha promesso che la guerra borghese durerà almeno venti anni. Aiutiamo, dunque, gli Stati borghesi a rovinarsi.

Dopo comincerà la nostra guerra, la quale sarà così tremenda, con milioni di proletari, gridanti vendetta, che la attuale sarà in paragone, piccola cosa. Dopo di che avverrà la purificazione ideale.

Bismark è stato il cancelliere di ferro della borghesia, Carlo Marx è il cancelliere di ferro del proletariato. Picchiamo, dunque, sodo (come dice il Kaiser), o compagni!»

Non so perchè, invece di sorridere di queste profezie, mi è venuta una gran tristezza: non so per quale successione di idee mi è balzato in mente quello che si legge concordemente, cioè che i tedeschi fanno uno spreco enorme delle vite dei loro soldati: poi i matrimoni della guerra, ordinati dal Kaiser, matrimoni spicci — spiccia fecondazione di donne prima della morte. Affinchè non manchino i milioni e milioni di proletari da qui a vent’anni? Poi Bismark e Marx, i due germanici cancellieri di ferro ravvicinati. Il pensiero di Missiroli! poi la barba di Marx dietro i baffi del Kaiser. Poi Thor, Siva, Moloc, gli dei sanguinari della distruzione. Materialismo moderno, materialismo di antiche [p. 97 modifica]religioni: orribile connubio.

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Spunti di cronica, dello stesso giornale, istesso giorno (12 settembre): Alla Toscana: non so proprio più dove andare di notte.

Come? Alla «Toscana» di via S. Pietro all’Orto!

Ma che ambiente è?

Simpaticissimo, familiare. Verso le 3, mentre stai facendo il chilo, giungono i giornalisti e ti portano notizie fresche fresche della guerra.

Perdio questa è una bella cosa!

Ed un’altra bella cosa è... la polenta cogli uccelli, pronta a tutte le ore.

Perchè no, manicaretto di carne umana?

Mi viene in mente il signore, mio vicino. Dice, un po’ seccato: «Non si può mai sapere con precisione il numero dei morti». Un pacifico, benpensante signore. Vive nella sua casetta di campagna, come il grillo nel suo buco. Coltiva a tempo perso l’orticello. Egli non si affretta verso i giornali del mattino. Attende sino alle quattro che gli portino il suo Corriere della Sera. Ma non legge subito, ma dopo pranzo quando fa siesta e fuma la pipa. Non ha figli che corran pericolo, non capitali in azioni che corran pericolo. « [p. 98 modifica]E, dice lei che vengano fin qui a bombardare?» mi domanda.

«Ma è un fatto che non si può sapere il numero dei morti».

***

Forse Giacomo Leopardi ha ragione quando cominciò il terribile inno ad Arimane, re vero del mondo, creatore degli uomini. Ma non lo terminò.

Tutto è vano: anche l’inno del poeta. Penso anche alla sublime canzone della Ginestra.

***

Non ho osato mai in questi giorni fermare alcuna nota sulla carta, temendo ogni mattina, all’aprir del giornale, un disinganno. Ma è oramai un fatto che nel campo di battaglia, da Parigi a Verdun, i Francesi da sei giorni ributtano il nemico. Orlando e la Pulcella ne posson gioire. No, i Francesi non vinceranno, ma i Germanici forse dovranno correggere il loro giudizio su la «imputridita» razza latina.

Intanto ammettono che i Francesi non furono mai vili.


13 Settembre.

Come è trasformata la Francia! Deroulède, che pareva un maniaco, un superstite di altre età, è morto ieri; e rivive in ogni francese. La canzonetta del De Musset, [p. 99 modifica]Nous l’avons vu votre Rhin allemand, che si affievoliva nella malinconia del vecchio tempo romantico, oggi squilla a battaglia. Pare quasi risorgere il mito della religione, l’idea trascendente nell’empia terra di Francia.


14 Settembre, lunedì. Il Carlino — strappato proprio all’arrivo del treno (attendevo in casa della Sig.ra M***, la madre del giovinetto che vuol far l'ussaro della morte) ha un titolo che fa tremare il core:

La rapida conquista del territorio francese da parte degli alleati, Gli Austriaci battuti su tutta la linea di battaglia.

Joffre, il generale taciturno, ha parlato: «La nostra vittoria si afferma sempre più completa».

È autentico? Pare cosa portentosa. L’immensa mole tedesca è arretrata oltre la Marna? O non piuttosto la Marna ha arretrato il suo corso? Chi operò il miracolo?

Mi sta tuttora nella mente una descrizione del giornalista Campolonghi, dove è, con tocco d’arte inconsapevole, rappresentato il passaggio dell’esercito germanico per Bruxelles. «L’impressione che danno le schiere germaniche sfilanti senza tregua, è quello di un fiume gonfio, inesauribile, di liquido acciaio, e sulla cui onda, uniformemente grigia, un artista cerchi di ricamare [p. 100 modifica]con la mano possente qualche imagine umana».

(Nelle stanze del giovanetto, dove leggo il giornale sta il ritratto del Kaiser col colbacco e col teschio).

Chi ha avuto l’ardimento di venire a contatto con quel fiume di morte?

Lo stupore, il senso del miracolo ha percosso Parigi prima della gioia.

In Nostra Donna di Parigi (il tempio dalle chimere marmoree,) si adunò folla immensa. Instancabilmente la gente ripeteva: «Dio di clemenza, Dio vittorioso, salvate la Francia».

Appare la statua equestre di Giovanna d’Arco e tutto il popolo grida:

«Liberatrice della patria, salvateci!»

Il mio giovane ussaro della morte è avvilito.

— L’aquila spennacchiata dalle botte, dai tacchini, dai galli...

— Eroico gallo di Francia....

— Ah, signore, non può essere! Il Gran Stato Maggiore tedesco ha preveduto anche questo. Deve essere una mossa strategica. Ah, potere trovarsi là!

— .... Se dopo si rimanesse in vita, come credono i giovani....

— Ma morire per una gran causa non è morire.

***

Più grave, pare, la condizione dell’Austria. V’è chi [p. 101 modifica]la dà per disperata. Ma chi ricorda i prodigi di resistenza militare di quell’Impero, ne può dubitare. Comunque, pare grave. Certo, dopo il 1866, l’Austria privata della secolare base germanica (Sacro Romano impero) costretta (Drang nach Osten) a cercare con la conquista altra base d’Impero in Oriente, ha qualcosa di fatale. La Prussia, per quanto cavallerescamente fedele, non darà mai ciò che Guglielmo I e Bismarck tolsero con Sadowa.

I nunzi degli immani colpi di maglio che l’esercito russo impone, hanno una ripercussione impressionante in Italia. «Abbasso l’Austria», fu gridato ieri a Roma. C’erano persone di tutti i partiti. Ma è possibile ora? Forse quel sabato sera che venne Renato Serra da me, al mio ritorno da Bologna, e un fremito scoteva il suo corpo come nel presentimento di un attimo storico perduto.

Sarebbe cosa nobile, ora? Si racconta che, quando avvenne il terremoto di Messina, fu detto in Austria: «Questo è il momento buono!» Ma diremo noi lo stesso?


Martedì, 15 Settembre.

Barzini, in uno dei suoi migliori scritti da Parigi, dice che i Parigini ci hanno preso gusto al Die Taube, l’areoplano tedesco scaglia-bombe. Inesauribile [p. 102 modifica]popolo! «L’ora della Taube» come si dice, «l’ora del the».

Un’elegante donna parigina dice alla compagna: — Cochon d’alboche, il fait caca sur nous!

Ma Gabriele d’Annunzio è ormai legato alla mola perpetua della letteratura! Una bella disgrazia per un uomo di ingegno così portentoso! In altre Faville del maglio, datate da Parigi, descrive:

«la cortigiana abbandonata dal mantenitore su gli alti tacchi con un gioco sapiente di ginocchi e di lombi nella gonna stretta, lungo le botteghe chiuse, sotto l’ingiuria delle oneste portinaie, già pronta ad accogliere il dragone bavaro o l’ussero della morte.»

Dice anche cose note con parole ignote per il loro fulgore:

«Dove il carnaio si disolve, quivi nascono i fermenti sublimi. Dove si sprofonda il peso mortale, quivi la libertà dell’anima si leva. Quanto più larga sarà l’offerta, tanto più alto sarà il prodigio».

Ma l’ha già detto Cristo: Sine effusione sanguinis non fit remissio.

L’uomo saggio e ben nato, o Poeta, anche nel giorno più sereno della sua vita, deve domandarsi: Temerai tu la morte? Noi non rifiutiamo la guerra e la morte, ma glorifichiamo una più alta lode della vita. Altra Laus vitae! [p. 103 modifica]

Mercoledì, 16 Settembre. Ho scoperto il mistero del mio mite ussero della morte. Abbiamo parlato ieri, mentre tristamente annottava, lungo il mare.

I suoi vecchi erano al servizio di Casa d’Este, e vecchia nobiltà era la sua: ora più nulla! Un suo antico scortò, nel ’59, Francesco V da Este nella fuga da Modena a Mantova. Ne ebbe in compenso non so quale magnifica villa. Ma il nuovo Governo, la democrazia, la rivoluzione non riconobbero il dono. Rimangono soltanto lo stemma, memorie araldiche, nomi di parentado in Austria, o che altro disse. Alcun che di confuso, povero figliuolo! di esagerato: ma alcunchè di vero ci doveva pur essere.

— Dunque lei non è italiano?

— Italiano sì, ma italiano austriaco.

— Non è, allora, nemmeno monarchico...

— Il re vada là — accennava i monti — in val di Moriana. È il suo posto quello lì?

— Quale?

— Quello dove l’ha messo la carboneria, la mazzinianeria, la massoneria, e compagnia bella: Roma! Roma deve essere del papa. E il Lombardo-Veneto all’Austria! Francesco Ferdinando l’ha detto quando inaugurò il monumento a Radetzky: «Ritorneremo!» E l’avrebbe fatto!

— Così che lei ha sofferto molto per la morte di Francesco Ferdinando... [p. 104 modifica]

— Ho esposto per tre giorni la bandiera a lutto. Era la sua guerra, questa...

— Ragazzo mio, dopo che le vittorie russe hanno rotto un po’ la spina dorsale dell’Austria, mi pare che si possa abbandonare la speranza per questa volta.

— Sarà per un’altra volta. Da qui altri cinquant’anni. Intanto ci prepareremo.

Ho domandato da chi avesse preso simili idee.

— Da me, dalla storia, pensando.

Ha vagheggiato tanti progetti per operare: frate domenicano, aviatore bombardiere, ussero della morte. — Ma adesso bisogna ubbidire alla mamma. Poveretta, è sola.

— Ha compagni di queste sue idee, ragazzo mio?

Crollò tristamente il capo: disse: — Pochi! — Nominò una famiglia di nobiltà papalina, la quale gode l’esclusività della vendita delle Sacre Immagini, dei Cristi; e che molto arricchì coi pellegrinaggi.

Stetti un poco in silenzio e domandai in fine: — Lei che è religioso, non trova un contrasto fra Cristo e questi progetti bellicosi?

Alzò le spalle; borbottò: — Papa, Cristo, re, imperatore formano tutta una barracca! E poi chi ha più forza, l’adopera. I socialisti non fanno così anche loro?

Altri avrebbe sorriso di questi ragionamenti. Io ho pensato a varie cose: primo: Quante forze fedeli l’Austria alienò [p. 105 modifica]ed offese, qui in Italia, nella sua storia, dal 1814 al 1859; secondo: quanti in Italia, nel loro segreto, pensano ciò che questo ingenuo ragazzo osava dire.

Terzo: quanto poco ci vuole ad armare la mano di un fanatico!


Giovedì 17 settembre. Giorno natale di Titì in questa casetta al mare, dove ella vide il dì natale sei anni or sono.

— È vero che oggi è il mio giorno? Chi si invita oggi a pranzo? Viene Marino Moretti? Vai a fare la torta dolce?

Si corre verso la mobilitazione. In tanta serenità silenziosa autunnale, la mente non può concepire campi di strage e di esterminio.

***

Marino Moretti! Spesso sono andato a trovarlo nella sua vecchia casa paterna, a Cesenatico, fiorita di gelsomini e davanti il porto dalle rosse vele, ferme le navi oggi che c’è la guerra. Spesso egli venne da noi.

Caro, mite, signorile Moretti! Diceva con la sua amabile voce, un po’ blesa: — C’è un po’ di guerra anche per noi. Nei giornali, non più novelle, non più poesie! La letteratura è abolita.

— E le pare un male?

Anche Marino Moretti conviene che non è un male. [p. 106 modifica]

18 Settembre. Venerdì.

Lacerba del 15, porta un articolo un po’ becero — come il solito — del Papini, ma simpatico. V’è anche un nobile scritto di Soffici. Fa — e si rivolge ai Germani — un confronto fra la cultura latina e la cultura germanica. Lo so: «Per cultura noi intendiamo quell’alleggerimento dello spirito che lo porta a godere profondamente delle armonie segrete della natura amata nella sua semplice concretezza, delle eleganze, dei pensieri luminosi, di tutte le bellezze in un’atmosfera di serenità iridata e felice. Siamo lontani, come vedete, dal vostro nuvolismo metafisico, dalla vostra sentimentalità, dal pastone dei vostri dottorismi, della vostra istruzione compilatoria».

Vero! o, almeno, vero per noi solitari d’Italia. Ma oramai non si tratta più di cultura, ma di mortai.

Lacerba non contiene disegni futuristi nè parole in libertà, e così leggo che Parigi non contiene più apaches, non case da gioco, non fastosi restaurants. Che proprio occorra la guerra per avere un poco di purificazione?

Il Giornale d’Italia ha in testa, a gran caratteri: «Quello che occorre affinchè l’Italia nessun detrimento abbia a soffrire dalla neutralità:

1. Una salda posizione diplomatica;

2. Un milione di armati, pronti ad ogni evenienza» [p. 107 modifica]

Siamo alla guerra anche noi? Ma questa parafrasi classica (Caveant consules ne respublica detrimentum capiat), non mi piace.

L’espressione solenne mi fa l’effetto che nasconda non so quale incertezza. Guerra all’Austria? all’alleata di ieri? Perchè? Per inimicizia? No! Per necessità. Scrive un nazionalista: «Voi sembrate prossimi alla liquidazione. Ci dispiace: ma prima che la presa di possesso delle terre italiche si compia per parte di altri, è necessario che le occupiamo noi».

È un po’ curialesco. Comunque, una sola cosa mi auguro, che non si avveri la profezia di Soffici — l’ho tanta paventata che mai osai formularla — andare in Albania a romperci le corna ancora contro Enver Bey.


19 Settembre. Sabato.

Papini elenca (Giornale del mattino) i vantaggi della guerra: «La guerra in grande c’insegna per lo meno che la vita degli individui oscuri acquista valore soltanto quand’è perduta per la vita dei popoli gloriosi».

Dottrine esoteriche... ed un po’ alle Nietzsche e, come concione di generale ai soldati, argomento non consigliabile; tanto più che non è esatto. È morto per la patria un giovane non oscuro, Carlo Péguy, autore di un bel libro sul Mistero di Giovanna d’Arco.

Buono e caro Papini, se [p. 108 modifica]Ugo Foscolo avesse pensato come lei, mai avrebbe scritto i Sepolcri!


Domenica, 20 Settembre.

Il numero ultimo della Critica sociale porta uno scritto pieno di complicazione. Il concetto è questo: riformisti di destra (perchè non più le stellette del titolo socialisti?), democratici, massoni, nazionalisti et similia (il similia non è mio) vogliono la neutralità per uscirne, cioè la guerra: i socialisti — invece — vogliono la neutralità per non uscirne assolutamente. La ragione è sempre la stessa: questa è la guerra borghese, la quale nasconde il perfido intento di sopprimere la lotta di classe, la santa guerra del proletariato. Se la paghi la borghesia la sua guerra! Ma v’è di più:

se i socialisti volessero la guerra, commetterebbero un grave crimine perchè commesso coscientemente: «contribuirebbero cioè ad assassinare la Internazionale, nel supremo ricetto dove si è rifugiata, nell’attesa della inevitabile risurrezione!»

Allora viene subito da dire: questo crimine lo hanno commesso i compagni socialisti della Germania...

Distinguiamo — risponde l’articolista —: il socialismo tedesco «ritiene con convinzione assoluta, in perfetta buona fede, per quanto, secondo noi, errata, di difendere la patria nell’Impero, e il socialismo nella patria dall’invasione straniera». Nel quale caso cioè, nel «caso estremo e [p. 109 modifica]ben constatato di vera difesa del territorio»

dell’indipendenza, è lecito sospendere la lotta di classe e potrà il proletariato andare alla guerra.

Quanto alla questione dell’ideale libertà e civiltà, si tratta di un «tragico malinteso, per cui con eguale convinzione tutte e due le coalizioni si vantano di lottare per la libertà dell’Europa: l’una, per salvarla dall’impero della sciabola prussiana: l’altra dal comando dello knout cosacco».

A me pare più chiaro il ragionamento di un altro socialista: il proletariato non ha patria.

E non dovrebbe essere troppo facile, anche per il Conte di Cavour, fare il ministro degli esteri in Italia «supremo ricetto dell’Internazionale».

***

21 Settembre.

I giornali riportano un disperato appello della Trento e Trieste che terminava: «Italia salvaci! Ora o mai». Ecco un appello che non è rettorico. Forse tutti lo odono nel segreto del cuore. Anno 1866!

***

Un fatto incredibile! Mi trovo vinto da un grande ottimista, il venerando Luzzatti. Scrive un articolo sul Corriere: «Gli uomini in guerra sarebbero divenuti più feroci?». No, «più», Eccellenza! Sempre uguali. [p. 110 modifica]

***

21 Settembre. Lunedì. Equinozio di autunno. La stagione si è voltata:

pioggia, vento, grande umidore, freddo; il mare in burrasca. Le nubi cavalcano sul mare. Il grosso fabbro, mio vicino e claudicante un po’ come Vulcano, esce dal suo antro con lo schioppaccio in mano e mi chiede licenza di sparare attorno la mia casa.

— Perchè?

— Ma non vede? (Si vedeva da lontano: tutte rondini, rondini oltremarine, sbattute forse dal vento, dalla tempesta, che si erano abbattute lì, sulla mia casa).

Il fabbro assicurò che con un colpo ne avrebbe fatte cadere cento. Lo pregai di desistere col pretesto delle donne. Se ne ebbe a male. («Ma come? vengono dal mare, per un momento domandano ospitalità alla tua casa e tu le fai uccidere?»).

Il fabbro è uomo di martello ed anche di qualche lettera, ma il mio ragionamento andava al di là della letteratura. Lo tenni per me.

Mi accostai alla casa: qualche centinaio di rondini, l’una presso dell’altra, fitte fitte, rigavano di nero e di bianco il cornicione, sotto la gronda scrosciante: tutte le mensole, tutti gli scuri, ogni sporgenza aveva quel vivo ornamento. Ed ecco dal lato opposto ove io [p. 111 modifica]era, rintronò un colpo. Non il fabbro, ma il contadino. I bimbi del contadino, fra cui Titì, raccoglievano allegramente rondini morte, rondini ferite.

— Ma cosa c’è da mangiare qui?

— Quando sono un mucchio — mi risponde — qualcosa si pilucca!

La rondine ferita fra le mani di Titì: testolina tonda tonda, qualcosa di puro, di aereo, zampine lievemente rosee, intatte, che mai non toccarono l’infame terra. Non ci sono più le rondini. Hanno ripreso tutte il loro volo.

— La rondine ferita, Titì, non mangerà pane!

Si trascina in un angolo oscuro per morire. Le altre già volano verso l’oriente.

La sera è tetra. All’osteria, il fabbro, davanti al suo litro, mi dice che se gli avessi lasciato sparare, lui ora avrebbe la cena. Ora ha bevuto, beve e non ascolta obbiezioni: «l’uomo — dice — ha diritto su tutti, uccide tutti: necessità non ha legge!» Sì, ha detto così, il fabbro. Ed ha aggiunto quasi con un certo disprezzo: «E poi cos’è tutta questa compassione? Non rinasce forse tutto? Uomini, grano, insalata, fagioli, uccelli, tutti rinascono! Ed io intanto, per cagion sua, sono senza cena!»

Che cosa rispondere? Rispondere con le parole di San Francesco? Chi le intende più nella ferrea età nostra? [p. 112 modifica]

«Necessità Non ha legge!» Chi disse al mondo di recente le stesse parole del fabbro?

Il ministro degli esteri, germanico, von Jagow, uno dei più fini e cortesi diplomatici del mondo.


22 Settembre, martedì. Cattedrale di Reims, bombardata incendiata!

Biblioteca di Louvain, incendiata! In furia da Parigi trasportano via, occultano la Venere di Milo, la Gioconda di Leonardo, la Vittoria di Samotracia! Nel Belgio occultano i quadri del Rubens. È venuto il giorno? È venuto il giorno in cui le antiche deità guerresche, intravviste nella Germania di Tacito, spezzando la lieve crosta evangelica che le copriva, si levarono dalle loro tombe favolose?

Il dio Thor ha levato il suo martello immane e la cattedrale di Reims è caduta.

Quando cadranno le torri di Nostra Donna in Parigi?

Che cosa succede nel mondo? Forse la Germania sta compiendo una rivoluzione ben maggiore di quella che compì la Francia negli anni 1789? La Germania, la nazione che ha, indubbiamente, raggiunto il più eccelso grado di quella che gli uomini si ostinano a chiamare civiltà:

quella civiltà a cui tutti si inchinavano con reverenza, è abbattuta, come cosa spregevole e vana, dal martello del dio Thor?

Le divinità sono diffuse per gli animi degli uomini operano per inconsapevolezza [p. 113 modifica]oggi come ai tempi di Omero.

I futuristi, a questi annunzi di distruzione, dovrebbero essere coi Germani, non con la Francia.

***

I socialisti ufficiali e il loro gruppo parlamentare, cioè gli uomini parlamentari, hanno «lanciato» un manifesto ai compagni socialisti ed ai lavoratori italiani.

Dice: Nessuna concessione alla guerra ma opposizione recisa, implacabile.

Questo importante documento storico può essere determinato da rispettabili ragioni: può essere un contrappeso contro quelli che vogliono la guerra: chissà? può collimare con le intenzioni del Governo. In verità, io non oso dir nulla. Ma è doloroso, però, che in questa ora tragica si insista nella lotta di classe, che si esorti il popolo a gridare «alto e forte che non intende rinunziare alla sua autonomia di classe per confondersi con la borghesia nella quale sono preminenti i partiti che odiano, i partiti che plaudirono ai massacratori di ieri e plaudiranno a quelli di domani».

E le tremende incognite che minacciano il domani d’Italia, sono semplici pretesti?

Io non so, io non oso dir nulla.

Ma come può, chi non è proletario o lavoratore, prestare fede a questa conclusione del manifesto: « [p. 114 modifica]Dite che in ogni caso l’Italia, la sola grande Potenza europea rimasta neutrale al conflitto, ha perciò stesso segnata la sua missione di mediatrice fra i belligeranti»?

Anche Teodoro Wolff, nel Berliner Tageblatt dice lo stesso: conforta cioè l’Italia a conservare la più stretta neutralità: «perchè se in Italia le passioni non trionferanno sul buon senso, il suo compito potrà allora essere importante. È l’unica grande Potenza neutrale dell’Europa, e, senza questo disturbante chiasso, parrebbe destinata più d’ogni altra alla parte di mediatrice per la pace».

— Ah! tristi giorni — mi diceva ieri sera una donnetta semplice — per chi ha figliuoli sotto le armi!

— E per chi ha occhi veggenti! — dissi fra me.

***

24 Settembre. Giovedì. Bora, bora! Ha nevicato anche lassù in Carpegna.

Le aiuole delle campanelle si sbattono con paura, son vizze, non hanno più colore. Sul mare livido le onde accorrono con fragore di battaglia:

il sole vi batte ogni tanto sprazzi di un biancore troppo lucido.

Il tenentino — che era venuto qui per cura — ha ricevuto ordine di ritornare al reggimento. Parte stamane. La sua sorella, piccina e gracile, trema come i fiori! Un’anima linda e dolce. Qui, al mare, ella non [p. 115 modifica]voleva che il fratello andasse troppo in là col sandolino: voleva che tenesse chiusa la pistola; che non andasse a caccia per non farsi male; insomma ella, minore di età, lo sorvegliava. Nella cassettina militare ora gli ha messo un vasettino di miele, un pollastrino arrosto, cioccolata, uova, un formaggino. Io penso alle trincee fulminate sull’Aisne, dove si combatte da otto giorni, giorno e notte.

La signorina è pallida: questa notte non ha dormito.

— Ma perchè c’è la guerra? — mi domanda contorcendosi come le povere dalie, lì nelle aiuole della stazione.

— Perchè soffia la bora? Perchè siamo nati? Lo lei, signorina?

Forse lei pensava che la montura militare fosse nient’altro che una bella toilette maschile.

***

Una vittima della guerra. Guido Fusinato si è ucciso. Lo ricordo nel collegio Marco Foscarini, a Venezia. Lui era in ottava classe; io fra i piccini del ginnasio. Snello, signorile: uno dei primi a scuola, e tiratore bellissimo di fioretto. Andò poi — come è costume dei nostri giovani eletti — a perfezionarsi a Berlino, dove studiò il più preciso, il più positivo diritto internazionale, per la pace delle nazioni.

Presentemente è professore di diritto internazionale [p. 116 modifica]un homunculus, ma di molto peso; però alto quasi come un uomo: il proiettile del mortaio da 420 mm.! Guido Fusinato fu studiosissimo; ma si deve essere accorto di recente che con tutto il suo studio, egli non aveva fatto a Berlino maggior progresso di quello che fece Marco in Atene, Marco figlio di Marco Tullio Cicerone, il quale figlio consumava allegramente i soldi che gli mandava il babbo e non teneva conto affatto nè delle lezioni di Cratippo filosofo, nè dei saggi consigli paterni: Quamquam, te Marce fili, ecc. ecc.

Non è improbabile, altresì, che Guido Fusinato abbia avuto conoscenza della Carta d’Europa secondo il programma pangermanista:

Alldeutscher Atlas! Questa carta, combinata coi mortai da 420 mm., è molto impressionante, e deve avere contribuito ad acuire la neurastenia del povero e buon Fusinato.

Neurastenia: in un uomo di ingegno, essa è l’esasperazione di un’idea ossessionante, la quale cala lenta implacabile come una cupola di piombo, sino a fare, talvolta, poltiglia del cervello. E allora si ha terrore e si affretta la fine. Così fece Fusinato.

***

26 Settembre. Bisognerà riprendere la via del ritorno: Bisognerà rimettere le scarpe ai piedi ed il colletto al collo. È seccante.

Stelle dell’Orsa, stella di Venere, carro di Boote, gran manto dell’Aurora, arrivederci — se [p. 117 modifica]ti rivedremo — un altro anno! Queste cose celesti esistono, certamente, anche sopra Milano; anzi in piazza del Duomo c’è un omarino col canocchiale che le fa vedere più da vicino per mezza lira. Ma è altra cosa. Mi avviene di trovare quasi naturale la domanda di Titì: «La luna che c’è a Milano, è come quella che c’è a Bellaria?»

Guardo il contadino che dissoda con la vanga il terreno: il contadino che semina la fava da seppellire come ingrasso di questa sterile arena, quando la primavera verrà. L’inverno parla della primavera mercè la mirabile alternativa delle opere. Giorni ed Opere di Esiodo! Anche me, in città, attende un lavoro nobile come il vostro, o contadini:

dissodare anime, alimentare sterili cuori. Ma se ne ricava poco; e la colpa non è soltanto delle giovani anime!

Alcuni pescatori allestiscono con ogni cura la loro tartana e la riforniscono di ogni provvisione. Andranno alle deserte bocche del Po, lontani da ogni consorzio umano, da ogni voce umana, a pescare anguille. Vi rimarranno fin sotto Natale. Quanta invidia!

Addio, dunque, stelle dell’Orsa, carro di Boote, animato alfabeto del cielo!

***

Bologna, 27 settembre. Sotto il Pavaglione incontro l’amico, prof.

X***, compagno di Università. [p. 118 modifica]Dopo un po’, si cade nella guerra. Eh!

eh! Lui non crede alle crudeltà dei Germani. Esagerazioni! O almeno, finchè tutto non sarà debitamente provato, egli terrà sospeso il suo giudizio. È un seguace del metodo storico. Una cosa non esiste se manca la pièce justificative del documento — Tu sei francofilo, eh? — mi dice con un sorrisetto.

Macchè francofilo! Certo io non credevo di amarla tanto la Francia.

Sono sempre en toilette i Francesi, anche quando scrivono! Ma oggi, oggi essi combattono e muoiono per tutti. Gesta Dei per Francos!

***

28 Settembre. Scrive l'Avanti: Il proletariato italiano con voce unanime risponde all’appello del partito socialista, cioè neutralità assoluta.

Esaminiamo freddamente: un po’ di crisi c’è nelle nostre democrazie: i massoni sono per la guerra; la tradizione garibaldina e repubblicana — piccola corrente, ma viva, di nobiltà italica — è per la guerra.

Qualche socialista la rompe col monotono dogma proletariato e borghesia; guerra borghese, non ci riguarda. Volge l’occhio alla realtà terribile; osa scrivere queste parole: «È vero che la patria è tenera e prodiga a vantaggio di oligarchie parassitarie, ma è matrigna, dura, crudele con noi. Ma è anche assurdo pretendere di salire ai gradi superiori delle rivendicazioni sociali senza essere passati pei [p. 119 modifica]gradi inferiori. Vi disinteressate della Patria. Il vostro posto sarà quello che toccò ai compagni di sventura, ai triestini, ai trentini, agli istriani, ai dalmati, nei reggimenti offerti allo sterminio delle lance cosacche e delle potenti artiglierie degli eserciti dello czar».

Questi signori vogliono la guerra. Ma dopo aver seminato per anni ed anni il campo a patate, non è ingenuo pretendere che nascano rose, querce ed allori?

V’è in Italia — come sempre v’è stata, ed è la sua vera forza di Grande Nazione — una diffusa aristocrazia intellettuale, formata di solitari, di ribelli, di studiosi per lo studio — i quali non coincidono con gli studiosi delle accademie. Questa aristocrazia in eroici brandelli pur vuole la guerra. V’è chi ripete le parole del Cavour nel Parlamento subalpino, prima della spedizione in Crimea: La neutralità in questo momento vuol dire rinuncia alle aspirazioni avvenire.

Eppure l'Avanti! ha ragione. Chi vuole la guerra? Il così detto proletariato, no: la borghesia trafficatrice, il piccolo bottegaio, no:

la gente d’ordine, di chiesa, no. Esiste in Italia un’aristocrazia dei natali, di origine nazionale e guerriera?

V’è inoltre fra noi una diffusa classe, e molto rispettabile — universitari, tecnici, uomini d’ordine — che vede nella germanizzazione del mondo una specie di necessità e di fatalità a cui china il capo docilmente, [p. 120 modifica]se non piacevolmente. Non è infatti la Germania la nazione meglio temprata alla concezione della così detta civiltà moderna?

Questi signori sembrano dire: «la guerra è una barbarie; d’accordo. Ma alla Germania è lecita».

***

La Germania spedisce intanto, agenti di pace, i suoi socialisti presso i socialisti d’Europa: ma è la pax germanica. La Germania innonda i paesi neutrali (il mondo commerciale, il mondo universitario) di stampe informate al più puro metodo storico. Vuol dimostrare che è essa la minacciata, la aggredita. Gli aggressori sono gli altri: i Russi? gli Inglesi? i Belgi? i Francesi?

È impossibile non ammirare anche in questa enorme attività la potenza di quel popolo: ma è del pari impossibile essere persuasi. Quel popolo non assimila, non riscalda non conquide. Ma perchè «dimostrare» se è sicuro della vittoria? Perchè persuadere, se non esistono che Germania e Dio?

Forse i Germani stessi sentono che la vittoria materiale non sarà bastevole!

«La Grecia vinta vinse il rozzo vincitore Romano». Così riconobbero i Romani. Ma i Germani vogliono vincere, e con la spada e con l’idea.

Questa cosa è impossibile. Uccidete, ecco: non persuadete. [p. 121 modifica]

***

30 Settembre. Ho trovato Bologna normale, Milano — poi — normalissima.

Quel giorno, due agosto, fu un momento di panico. Forse io ne ebbi un’impressione eccessiva: i signori erano in villa, le cocottine erano in missione ai mari ed ai monti.

Oggi la città ha l’aspetto normale. Un giovane ingegnere mi osserva che crisi c’è, ma in confronto di due mesi fa, quantitativa, non qualitativa...

Un grossista mi conferma la cosa, dicendo che: «Si credeva peggio.

Molto si spedisce in Germania».

Dopo tutto sono tre mesi che arde la guerra. L’incendio non si è appiccicato alle sottane d’Italia; segno che erano di amianto buono.

Adesso sta per venire l’inverno, cadrà molta neve e con la neve e col ghiaccio gli incendi sono meno facili. Si sente parlare di esaurimento:

i giganti in guerra cadranno in istato comatoso e allora verrà fuori l’Italia e dirà: «Che cosa c’è?» Ci sarebbe da sperare bene! E se, invece, l’Italia dovesse passare al grado di prima potenza di secondo ordine?


4 Ottobre, Milano. Mi è accaduta una scena spiacevole, incresciosa, penosa. Mi trovavo ieri fra persone serie, ragguardevoli, mica fra i miei buoni socialisti di Bellaria! e perciò mi ero proposto [p. 122 modifica]di sorvegliarmi con attenzione, anzi di non parlare addirittura di politica. Macchè! Son venuto fuori con due proposizioni che parvero molto eretiche a quei signori: la prima che il marxismo è una cura sociale che può, per chi piace, essere anche bellissima; ma non era troppo adattata all’organismo italiano; la seconda che i socialisti tedeschi ed il Kaiser formano presentemente una cosa sola.

— Ma, caro signore — mi dissero — dove è vissuto lei durante queste vacanze? Ma lei sta poco bene.

E andarono a prendere la cassetta d’urgenza della ragion pura per curarmi. — Ma i socialisti tedeschi sono nella più perfetta buona fede — mi dissero. — Essi sono convinti, e sarà forse un errore, ma sono fermamente convinti che la loro patria è stata aggredita. Nel quale caso, nel caso di legittima e ben provata difesa...

... del territorio nazionale, lo so — interruppi io — l’ho imparato a memoria, anche i socialisti possono ammettere la guerra. Ma non si tratta di questo, si tratta che i socialisti tedeschi vogliono dominare il mondo nè più nè meno del Kaiser, dei loro filosofi, dei loro scienziati. La cosa vi fa dispiacere? vi secca di ammetterla, signori?

vi è intollerabile che altri lo dica? e va bene! Ma va bene anche per me se mi vince una nausea intollerabile [p. 123 modifica]che un italiano ammetta questa buona fede, e come vedete, mi viene il convulso.

Essi vanno a prendere la cassetta dei medicamenti d’urgenza, ed io ho perduto ancora un’altra dose di quella poca reputazione che mi resta.

— La colpa, caso mai, è del Kaiser e del militarismo teutonico, si persuada — mi sento ripetere.

Io non sono persuaso.

***

Ho incontrato per via — dopo un anno — il dottor B***; un savio e valente medico.

— Lei va in fretta, dottore, a portare la salute, e nel mondo si uccide...

— Che cose, eh! — dice sorridendo.

— Per me? Nulla. Io non ho mai creduto troppo negli uomini.

— E nemmeno io — dice seriamente il dottore.

— Davvero? Non era anche lei uno dei credenti nei felici destini umani?

o, da quando ha perso la sua fede?

— Da quando ho assistito al teatro del Popolo ai drammi di Sofocle e di Eschilo.

— Eh?

— Ma già! Quando ho visto che gli uomini di duemila e cinquecento anni fa ragionavano come adesso, ho detto: e allora dove è il progresso? [p. 124 modifica]

Addio fichi!

Un bello scherzo in verità! Il teatro social-democratico del Popolo, che ha insegnato una fra le più aristocratiche verità!

***

— Signor professore — mi diceva anni addietro quello scolaro — ho inteso dire, ho letto, che Omero è molto immorale. Parla sempre di guerra.

Scolaro scolaro, dove sei tu ora? Sì! parla sempre di guerra Omero; ma della triste guerra, della lagrimosa guerra. Dice Achille: «Nessuna tregua nell’eterna guerra dell’agnello e del lupo».

Ma quando il furore è caduto ad Achille, l’eroe accosta a sè, lagrimando, la testa canuta di Priamo: non dice: «Vedi come il vecchio Giove mi aiuta!», ma dice: «È il vecchio Giove che fa micidiali le mie mani!»

Come vedi, o scolaro, noi non siamo molto progrediti, ma piuttosto regrediti. È il caso di coniare questo nuovo verbo!


7 Ottobre. Sono andato a fare una piccola visita di dovere. Ho comperato un mazzolino di fiori ed ho svoltato pel vecchio naviglio:

via Senato. Nel cortile triste, verde, del gran palazzo del senato, fra le colonne solitarie, da anni ed anni, ci sta in prigionia un nobile cavaliero. Senza l’onore dell’alto piedistallo, [p. 125 modifica]sta il monumento equestre di Napoleone III.

«Ecco, bel sire, nobile sire, e sia in vostro onore! E gettai il mazzolino dei memori fiori a piè del monumento. Ma non andai via:

rimasi lì, un poco più a lungo.

«Nobile sire! Voi eravate ben degno di essere re, eravate intelligente, coraggioso, e volevate che il popolo fosse salvo: non che perisse.

Eppure voi foste Arlecchino fatto re, anzi imperatore! E sentimentale per giunta, perchè avevate un grande odio e un grande amore nel cuore.

Ma siccome eravate molto intelligente, per non far scoprire quei sentimenti, vi siete messa sul volto una crudele maschera di Sfinge. Ci fu allora un tempo in cui l’Austria e l’Europa tremò!

Ma astute volpi abitavano allora l’Europa e fissavano la Sfinge imperiale di Francia per vedere che cosa c’era sotto. Quando si accorsero che eravate una Sfinge sentimentale, voi foste ben perduto.

Ma foste voi, nobile sire, che per quell’odio e per quell’amore trascinaste, i Francesi nel 1859 a combattere l’Austria a Magenta ed a Solferino!

Quanti erano i Francesi? Centocinquanta mila.

Quanti dovevano essere gli Italiani in guerra contro l’Austria?

Mazzini, da principio, disse — come Mussolini — neutralità! Ma poi davanti al fatto reale della [p. 126 modifica]guerra contro l’Austria, l’eterna nemica, Mazzini disse: Milioni e milioni di Italiani!

Ma non fu propriamente così, e fu così invece che avvenne la pace di Villafranca, e fu così che sui tappeti verdi della diplomazia si trovò invece la regolare domanda dell’Italia al grado di Grande Nazione.

E Bismark non disse di no!

Bismark corazzato e con l’elmo a chiodo cavalcava poi pesantemente allo sportello della carrozza che trascinava il povero Arlecchino Imperatore, disfatto, vinto; e con lui era vinta la Francia, bella preda! Arlecchino vecchio, con il pallore della morte sotto il belletto e il cerotto, era trascinato davanti al canuto sire teutonico, Guglielmo I di Hohenzollern.

In quel tempo l’Italia andò bel bello a Roma; e Roma caput mundi, diventò capitale d’Italia, e lo stemma sabaudo sventolò sul Quirinale.

E Bismark non disse di no!

Noi avemmo, poi in seguito, dagli Hohenzollern, molti attestati di benevolenza: ebbimo quaranta anni di pace proficua e l’ultimo degli Hohenzollern, il Kaiser, Guglielmo II, il giovane forte, venne spesso a Roma e dava vigorose strette di alleanza al nostro Re.

A Venezia veniva anche più di sovente. Vi onorava belle donne, i nostri artisti, e mi sta in mente di aver letto come una volta volle assaggiare gioiosamente il pesce fritto da un pubblico friggitore. Oh, ci era molto benevolo [p. 127 modifica]il giovane Kaiser; e quando quell’altro Kaiser, quello vecchio vecchio di Vienna, ci faceva delle brutte smorfie ogni tanto, il Kaiser giovane pareva dire: «Herren taliani, non ci badate!

È un tic nervoso che hanno quelli di Absburgo. Non tutti posseggono il bel sorriso, il bel modo gentile di noi Ateniesi della Sprea. Del resto, garantisco io!» Egli era così forte!

Ma mi sta a mente anche un altro fatto che mi fece grande impressione.

Una volta il Kaiser andò a Roma, e cavalcò per tutta la città eterna, per tutto un dì, alla testa di un nostro drappello di carabinieri, grondanti di sudore essi ed i cavalli, egli serenissimo! Al popolo romano questa cavalcata non fece gran caso. Ne ha visti tanti di imperatori! Anzi si racconta che, un dì, il Kaiser vestito di abiti borghesi si recasse con un suo aiutante in un modesto spaccio di vino delli Castelli in Transtevere, e che l’aiutante di campo, per godersi e far godere dell’immenso stupore dell’oste, gli domandasse:

«Sapete voi chi avete l’onore di ospitare in questo momento nel vostro negozio? L’imperatore di Germania!» E l’oste per nulla turbato, rispose con largo sorriso: «Mi rillegro, mi rillegro!» Come dire: Che bella carriera ha fatto quel signore.

Non ci fu che una gatta, una vecchia gatta che abitava il Campidoglio — erede delle oche capitoline — che fece opposizione al Kaiser.

Egli apponeva la imperial firma [p. 128 modifica]nel registro. La gatta, montò su e scancellò, con gran terrore dei circostanti.

Però a me fece molta impressione quella cavalcata. Mi veniva in mente il canto di Dante, là dove incita l’imperatore tedesco a veder Roma. È in Roma preparato il «gran seggio» per accogliere l’Augusto?

Ora, è venuto il giorno che l’Imperatore di Germana ordinò a quel drappello di soldati italiani: Alla frontiera nord-ovest. Marsc!?

Noi non ne sappiamo nulla. Ma è il fatto che il drappello non si è mosso; non intende muoversi verso la frontiera nord-ovest.

Pare che non intenda muoversi nemmeno verso la frontiera nord-est. Anzi per questo fatto molti in Italia confidano che il Kaiser, se le cose andranno bene, farà a noi un bel cadò.

Ma forse sono speranze eccessive.

***

Guglielmo II, il Kaiser, l’imperatore di Germania! Io cerco di formarmi un’imagine e non ci riesco. Che cosa era prima della guerra, per noi, Guglielmo II? Un personaggio eminentemente teatrale: una specie di Lohengrin con certe pose eroiche e medievali, che urtavano tremendamente i nervi alle nostre democrazie, specie quando minacciava di radere al suolo la rocca forte del Socialismo: però simpatico:

Guglielmone! Guglielmone, [p. 129 modifica]ecco! diceva tutto. Impossibile però era per noi prenderlo sul serio! Quei discorsi imprudenti che, subito, un qualche gravissimo personaggio della Dieta germanica si affrettava a mettere in sordina, quel Dio terribile in capo linea di tutte le falangi delle sue concioni militari, era qualcosa che faceva sorridere la nostra borghesia: la nostra democrazia mai avrebbe tollerato un simile principe. Ci voleva tutta la sancta simplicitas dei Germani!

Ammirava egli, il Kaiser, i nostri diroccati castelli imperiali, ricordo degli Ottoni, degli Hohenstaufen? Ma noi, potendo glieli avremmo ben spediti tutti per pacco postale in Germania!

«Badate però — dicevano molti — che sotto quella teatralità si nasconde un omarino che sa lavorare molto bene gli affari del suo paese».

Questo personaggio, ora, improvvisamente, è balzato dal palco scenico nella più tragica realtà. La rocca forte della social-democrazia non l’ha abbattuta, ma più semplicemente: su di essa ha inalberato, piantato il gonfalone imperiale con lo stemma del Santo augello dantesco. Tutti ne sono impensieriti. Egli è diventato, d’improvviso, Attila, Alarico. Ha deposto la spada d’argento di Lohengrin: ha brandito il martello del dio Thor, ha detto: Picchiate sodo! Tutti ne sono impensieriti! V’è chi pensa al «gran seggio» dantesco. [p. 130 modifica]

Come sarà domani quest’uomo nella storia? Certo Lohengrin non sarà più!

Oh, Imperatore! Quando voi dichiaraste la guerra, avevate un bel atout nel vostro gioco. Potevate sostenere la causa dell’ordine, della disciplina, ecc. ecc. contro le demagogie occidentali.

Anche fosse stata una finzione, che importa! La parola è stata data anche per fingere! Ma dire brutalmente come voi avete detto che il mondo deve essere germanizzato, e far seguire una simile dichiarazione da atti di guerra che per usare un termine riguardoso, diremo primordiali, è stato un disastro! Almeno fra noi! Quale ne fu la conseguenza? Anche i più mansueti conigli nostrani a cui le autoritarie vostre parole, o Imperatore, scendevano come rugiada al cespite, temono nel timore, oggi, di finire in fricassea: si fanno coraggio, e non vi sono più molto amici. Ah, non per questo è preparato il «gran seggio»!

La Santa Russia — dato che essa faccia la guerra sul serio — si presenta come àncora di salute.

Quale ne è stata la conseguenza? Che alcuni fra i più ostinati bevitori dei più tetri liquori dell’Utopia, si sono rivoltati al culto della pura acqua della realtà.

Può benissimo darsi che l’Imperatore sia il minor responsabile di questi brutti effetti; ma certo egli è l’Imperatore.

Evidentemente a questo disastro morale irrimediabile, bisogna che il Grande [p. 131 modifica]Stato Maggiore Tedesco ripari con una assoluta vittoria delle armi e delle artiglierie.

Allora sì, l’Imperatore, starà su di un monumento equestre, che avrà il più superbo piedistallo del mondo! Ma, o Imperatore, Imperatore, per tutti quelli che sono morti per voi, per tutti quelli che morranno, l’umanità ha pure un giudizio!

***

E mentre tutte queste cose pensavo, gli occhi miei eran pur fissi al monumento prigioniero di Napoleone III, il quale è sempre lì, col suo berrettino in mano che saluta il popolo liberato da lui: ma il gran cavallo, con la testa in giù e la gran giubba cadente pare spargere grossi lagrimoni...


30 Ottobre. Se l’uomo fosse da vero essere pensante, dovrebbe dargli molto da pensare questa cosa: più nulla commuove. I corrispondenti di guerra ci perdono la loro arte. Particolari di stragi, corazzate colate a picco, massacri di bimbi, fucilazioni in massa, uccisione di feriti e di prigionieri, distruzione di corpi d’esercito ecc., tutto si legge con molta indifferenza.

Pensare a quello che accadde lo scorso giugno, quando in Ancona i carabinieri fecero fuoco ed uccisero due o tre dimostranti. «È ora di finirla con queste [p. 132 modifica]stragi! La vita umana è sacra. Vi sfidiamo, o governo di sanguinari, a fare altre vittime umane!» E si sfidò infatti il Governo con quella rivoluzione che porta, nella storia il nome di settimana rossa.

Ed oltre all’indifferenza, v’è alcunchè di più strano: una portentosa continuità, per cui si potrebbe dubitare della morte. La guerra uccide, ed ecco tutta una germinazione della guerra. Anche il Corriere dei Piccoli adesso fa le vignette dei suoi bamboccini in favolose visioni di guerra. Il giornale La Sigaretta, rappresenta le sue ideali meretrici in perfetto costume di guerra.

***

10 Ottobre. È caduta Anversa. Scrive la Vossiche Zeitung: «Un attacco così formidabile è stato possibile perchè i tedeschi disponevano di un cannone superiore il quale distrusse in breve tempo tutte le cupole corazzate e tutte le opere di muratura».

È una pura constatazione di fatti: tutte le fortezze a cui si accostarono i Tedeschi sono cadute dopo pochi giorni.

Apparterrà il mondo soltanto a chi ha i cannoni superiori?


30 Ottobre. Il mio buon scolaro tedesco che mi promise l’orologio a cucù, della Selvanera, mi manda un saluto da X***.

Egli è Kriegsfreiwillinger, [p. 133 modifica]cioè volontario. Mi promette che il Kuckuck della Schwarzewald me lo manderà finita la guerra.

Caro e valoroso giovane, così tu me lo possa mandare, e possa la tua Germania fiorire, floreat Germania! ma con meno Kultur, se essa deve dare per frutti i mortai da 420 mm.


2 Novembre. Nel giorno dei Morti.


14 Novembre. Il caro giovane e amico mio, Gino S***, è venuto ier sera a salutarmi, dopo sei mesi che non lo vedevo. In fretta. Ha la carrozza alla porta. Parte per terra lontana. Però, anche in quei pochi minuti, si parlò della guerra.

Dice gestendo convulsamente:

— Sente lei odor d’ozono?

— D’ozono?

— Sì, l’odore sano, purificatore delle grandi tempeste! La guerra è la gran purificatrice. Gloria alla Germania! È la bancarotta completa della miserabile civiltà in cui noi credevamo! Monumenti, codici, diritto, proprietà, tutto crolla. Ed è la Germania — la nazione più avanzata in questa civiltà — che fa crollare tutta la vergognosa baracca.

— Ci ho pensato anch’io, caro Gino.

— Ah, — rispose egli allora — sa chi ne gioirebbe se potesse rivivere?

— Chi? [p. 134 modifica]

— Giacomo Leopardi.

— D’accordo, perfettamente.

— Il guerriero — esclamò lui sempre più entusiasta — vincerà il mercante e il filisteo! Ricorda la profezia di Zaratustra?

— Sì! Bello! ma troppo giovanile ragionamento! E dopo? Crede lei che dopo avremo un’umanità diversa? Ma veniamo al positivo: quale conclusione lei fa in caso di vittoria definitiva della Germania? A me, glielo dico subito, si prospetta questo spaventoso avvenire: la Germania costringerà il mondo a vestire un’anima bellica se non vorrà perire sotto la pax germanica. È orribile!

Ma il mio giovane amico è preso da un cupo furore:

— Meglio, così: gli imbelli dovranno o servire o perire, e sempre trionferà Zaratustra.

— Caro amico — dissi accompagnandolo giù per le scale, perisca Ilion, se deve perire; cada l’alta rocca di Priamo, se è fatale che cada; ma v’è qualcosa di sacro che le fiamme dei fatali Germanici non devono distruggere.

Così ci siamo lasciati. La sua carrozza è scomparsa nella notte, sotto la dolorosa pioggia. Egli parte per terre lontane!

Ah, se ci fossero oggi, come ai tempi di Enea, terre lontane, anche noi fuggiremmo. Fuge crudelis terras, fuge litus avarum. [p. 135 modifica]

Porteremmo con noi i nostri Iddii: Dante, Maria Vergine, ed il libro ancora, dei sette sigilli, l’Evangelo di Cristo.

***

10 Novembre. Milano.

Voi ci avete beneficati, o Germani!

Tsing-Tao, perla delle colonie tedesche, che costava tanto oro e doveva diffondere tanta Kultur in Oriente, è, infine, caduta sotto l’assalto ed i mortai dei Giapponesi, che gridano, «Banzai!» ed hanno il vessillo col sole nascente.

I giornali tedeschi sono pieni di parole terribili. «Onta a te, o Inghilterra, che hai spinto il Giappone contro la Germania, e guai a te, o Giappone!» Già, perchè, dopo questa guerra, è molto probabile che cominci la guerra delle razze. Quando? Non si sa: ma comincerà.

Le razze sono cinque; ma per fortuna non c’è che la razza gialla dei Giapponesi e Cinesi che tenga colpo: «il pericolo giallo», come disse il Kaiser. E dopo? dopo la guerra delle razze? Mi dimenticavo la guerra di classe, per la quale mai — come dicono i pontefici ed i leviti del dio Marx — mai si deve chiudere il tempio di Giano.

La concepite voi la grande scienza moderna della vita, la sociologia, combinata con la scienza della morte, la guerra? A prima vista pare un assurdo. Ma niente affatto! E nascere per morire non è un assurdo?

Nascere per servire Iddio e goderlo nell’altro mondo è bambinesco, ma per lo meno ci dà una ragione. [p. 136 modifica]

***

Oh, come sono furenti i Tedeschi contro l’Inghilterra e contro quelli che scrivono poco bene della Germania! E, viceversa, come sono riconoscenti, gentili verso quelli che si mostrano appena un po’ benevoli verso di loro! Bisogna leggere gli scritti, gli opuscoli, scritti in italiano, con cui i Germani innondano il nostro mondo commerciale ed universitario, il quale a vero dire, non ha bisogno di essere troppo convinto, in quanto che l’alta cultura italiana è quasi tutta tedesca, come la bassa cultura italiana è quasi tutta francese.

Essi ci vogliono ammaestrare, convincere, persuadere

— Ma come — dirà qualcuno —, prendono il mondo a cannonate...

— E poi pretendono grazie. Volevate dir questo? ecco, non così propriamente: ma essi vogliono dir questo a noi, che noi siamo ignoranti di ciò che è la Germania e sconoscenti fors’anche. E in mala fede non sono! Ci ho pensato tanto: Non sono in mala fede. V’è qualcosa di ingenuo e di terribile in loro.

Oh, una ben tragica lotta, una immane tragedia di idee, spaventosa quasi come quella delle armi.

In fondo essi dicono: «Voi vivete nella più deplorevole ignoranza di quello che è la Germania. Se noi, Germani, abbiamo detto che è dovere e diritto nostro, col nostro sangue ringiovanire l’Europa; se abbiamo detto che la patria germanica si [p. 137 modifica]estende dovunque vive un germano, è perchè la Germania non è l’evo-medio, non è la barbarie, come asserisce la vostra ignoranza: ma è la perfetta logica, la perfetta filosofia, la perfetta democrazia, la perfetta giustizia, la perfetta disciplina il perfetto guerriero, il perfetto Stato. Voi, invece, siete gente fermata a metà, viventi fra le varie utopie, e lo scomposto disordine. Voi ben vorreste essere quello che noi siamo, ma vi fa difetto la virtù della razza. Siate, dunque, con noi!

— C’è più filosofia in un mortaio tedesco che in un libro di filosofia... scritto non in tedesco.

Pare enorme? Lo ha detto un intellettuale, non tedesco, ma italiano; ed uno dei più autorevoli.

— E andiamo, via — mi diceva un deputato fra i più intelligenti — che se anche noi avessimo i mortai che hanno i Tedeschi, noi li adopreremmo come fanno loro!

***

Forse Missiroli ha ragione. Il concetto superbo di Mario Missiroli è gran diaframma: o di qua o di là. Concetto solitario, accessibile ai pochi; ma quale alto concetto è accessibile ai molti?

Ah, caro Missiroli! Io rivedo la tua testa pallida, la tua giovinezza emaciata per il tormento del profondo pensiero: sopra un saio domenicano rivedo la tua testa pallida. Con Cristo, sì, vorremmo essere, con tutto Cristo! ma, vedi, Missiroli, non è soltanto il dio Thor che [p. 138 modifica]ce lo vieta; è la midolla dell’insano leone che Prometeo — prima ancora di Thor — infuse nella creta primordiale — come canta l’antico poeta: l’infuse ai Germani ed a noi. L’acqua lustrale del battesimo non bastò e non basta.

E allora, allora impariamo anche noi a manovrare i mortai, gli spaventosi mortai....

Voi pur ci avete beneficato, o Germani!


Milano, 14 novembre.

Hans Barth — lo sapete — è un tedesco amico d’Italia. Risiede in Roma; è corrispondente del Berliner Tageblatt; ha scritto un dionisiaco libro bizzarro sulle Osterie d’Italia, al quale libro il d’Annunzio premise una delle sue prose più togate e mitrate.

Ora Hans Barth scrive una lettera che è riprodotta nel Secolo di ieri, ed io ne approfitto perchè mi pare che essa lumeggi le cose che io sono venuto scrivendo, qua e là, in queste pagine:

Hans Barth dice molte cose bellissime e già dette, e apologetiche intorno ai Germani e parla della sentimentalità e della pietà germanica: ma quello che più interessa sono le parole in cui dichiara che in Germania non si tratta di una guerra dinastica e diplomatica, ma della guerra più popolare che un popolo possa mai combattere..., di una guerra veramente nazionale ed ideale, che ha già creato valori morali immensi e imperituri e [p. 139 modifica]che non possono venire capiti da chi non capisce il popolo germanico.

Hans Barth non dice perchè la guerra è popolare ed ideale per i Germani. Ma io credo che al lettore di queste pagine apparirà non oscura la ragione perchè questa guerra è popolare in Germania e vi crea nuovi valori.

Chi poi viene dalla Germania reca la maravigliosa novella di quell’immenso popolo, stupendamente tranquillo, sicuro del suo diritto, sicuro della vittoria. La gran dama teutonica e l’umile operaia ora fanno con pacate mani grosse calze di lana bigia per i soldati.

«Ah, ah — sentii esclamare di recente da un nostro deputato romantico — perchè anche noi abbiamo gente romantica — l’ulano feroce, l’ussaro della Morte, chi è? Forse un povero fanciullo dagli occhi dolci glauchi, e dalla capellatura bionda, che ieri raccoglieva fiorellini per la sua Gretchen; e gli fu imposto di calcar l’elmo, cavalcare, uccidere....»

Ciò è bello, è gentile, e sarà anche vero, ed anch’io l’ho qui detto.

Ma molte sono le cose vere, come molti sono i documenti degli Archivi — è vero, o ricercatori d’Archivio?

Questa è la guerra della Germania! Questa appare come una lotta di classe «più vera, e maggiore», lotta in cui termini delle classi son le nazioni ed i [p. 140 modifica]popoli: guerra di conquista d’aria, di mare, di terra: di ricchezza insomma. La ricchezza, quella cosa che l’uomo agogna dopo l’altra cosa!

Questa è la guerra del popolo che ha la massima cultura, perchè ha la massima scienza, cioè la massima forza della natura a suo servizio, quindi il massimo diritto di dominio. Barbarie? Massima scienza è massima barbarie?

***

Nei nostri sinodi socialisti si disputa ancora se il termine Patria è antinomico col termine Internazionale.

In Germania la cosa è risolta! Fin dove si estende la lingua tedesca, fin dove è un tedesco, quivi è la patria! E allora?

***

Dicono i giornali che l’Inghilterra, la sola che si permise il gran lusso della libertà individuale, dovrà costringere, per legge, i suoi figli al tributo del Minotauro. Occorre la conscrizione militare per avere i milioni dei combattenti!


FINE.