Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VIII/Libro II/Capo II

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Capo II – Filosofia e Matematica

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Capo II.

Filosofia e Matematica.

I. Nella maggior parte de’ capi di questo tomo l’Italia ci si offre in aspetto troppo diverso da quello del secolo precedente. Perciocchè dove in esso da ogni parte ci si faceva innanzi un numero prodigioso di dotti, di colti e di leggiadri scrittori, ora un assai scarso drappello comunemente ci si offre a parlarne; e sembra che ogni cosa spiri languidezza e indolenza, e che l’eleganza dei secolo xvi sia (n) Anche il sig. Tommaso Barbieri ha intrapreso a dilendere il Vanini dalla taccia appostagli di ateismo (Noti zie de’ Matem. e Filos. napol. p. 127, ce.); e io desidero che gli argomenti da lui recati sembrino dii caci e valevoli a discolparlo. [p. 238 modifica]2.38 LIBRO cambiala presso la maggior parie degli «criitori iu una deplorabil rozzezza. Ma l’argomento di cui ora prendiamo a trattare, è sì glorioso all Italia , che ancorché ni mi altro suo pregio potesse ella additare nel secolo XVII, dovrebbe per questo solo andar lieta e superba. Fu questo il secolo nel quale la filosofia uscì veramente dalla barbarie in cui ne’ secoli precedenti era sì lungamente giaciuta, e in cui la matematica fece sì lieti progressi, che anche dopo la perfezione a cui essa è stata nel nostro secol condotta, deesi confessar nondimeno di’ essa ne è debitrice in gran parte agl1 ingegni del secolo precedente. Or questo risorgimento della filosofia e della matematica avvenne singolarmente per opera degl’italiani, e la nuova luce sorta tra noi si andò poscia spargendo nelle lontane provincie. Se alcuni tra gli stranieri nel coltivar queste scienze superarono i nostri, e colle loro scoperte si avanzaron più oltre, non può negarsi però, ch’essi, per innoltrarsi in quel vastissimo regno, cominciarono a premere le pedate segnate dagl’Italiani. Questo è dunque il tratto di Storia che deesi da me esaminare con particolar diligenza, e mi studierò di farlo in tal modo che, ponendo nella miglior luce che mi sarà possibile le nostre glorie, io sfugga nondimeno la taccia di scrittor prevenuto e parziale. II. Io farei cosa e inutile e spiacevole a’ lettori, se dove tanti chiarissimi ristoratori della filosofia ci vengono innanzi, io mi trattenessi a tessere una stucchevole serie «le’ comeutalori d’Aristotile e de’ sostenitori del Peripato , i [p. 239 modifica]•£CO>DO ’jZi) quali credendo che ’’ rton si potesse senza grave delitto sentire diversamente da quel che sentivasi tanti secoli addietro, andavano ad alta voce gridando che i moderni filosofi erano in errore, perchè non seguivano Aristotile. Molli ne ebbe l’Italia (e il Cartesio si avvide a pruova che molti ne avea ancora la Francia), i quali crederono di rendersi illustri collo scrivere nuovi comenti sopra il maestro e l’oracolo dell’antica filosofia. Ma i loro libri si giacciono ora dimenticati nelle poh erose biblioteche , e noi non turberem la quiete di cui essi godono , e di cui auguriamo loro che continuino a godere per molti secoli. Uno solo ne accenno, perchè fra tutti i Peripatetici ottenne singolar fama, e che merita d’essere rammentato almeno per il prodigioso numero di opere da lui composte. Ei fu Fortunio Liceto, nato nel 1 ^>77 in Rapallo nella riviera orientale di Genova, di cui oltre ciò che ne hanno detto gli scrittori delle Biblioteche genovesi, ci ha data la Vita il P. Niceron (Mém, des Homm. ill. t. 27, p. 373 , ec.) , e ne parla ancor brevemente il Bruckero (t. 4, p. 233). Dopo avere studiato in Bologna, e dopo essere stato per nove anni professore in Pisa, nel 1609 passò a Padova alla prima cattedra straordinaria di filosofia, e nel 1622 fu promosso alla seconda ordinaria , accresciutogli poscia lo stipendio nel 1631 fino a 1000 fiorini. Nel 1636 si recò professore a Bologna, e vi si trattenne fino al 1645, in cui tornossene a Padova alla prima cattedra di medicina teorica j nel 1653 gli fu aumentato lo stipendio fino a 1300 fiorini; ed essendo egli [p. 240 modifica]2-|0 LIBROpoi morto nel 1607, il Stilato veneto, per contrassegno di stima e di gratitudine a questo celebre professore, ordinò che fosse pagato a’ figliuoli di lui rimasti lo stipendio che ad esso si sarebbe dovuto per altri sei mesi (Facciol. Fasti, pars 3, p. 280, 28.4, 344)- Fino a cinquantaquattro opere da lui pubblicate annovera il P. Niceron, e ve ne ha d’ogni argomento, mediche, filosofiche. morali, antiquarie, storiche e di ogni genere d1 erudizione. Nelle filosofiche egli è seguace appassionatissimo di Aristotele , e nelle mediche non ha cosa che il distingua da’ mediocri scrittori. Le più pregevoli per avventura sono le due che appartengono alle antichità, cioè quella De Lucernis antiquorum reconditis, e quella De Anulis antiquis, nelle quali contengonsi diverse erudite ricerche sugli argomenti de’ quali prende a trattare. III. Prima d’innoltrarci a parlare de’ più famosi ristoratori della filosofia, ci è necessario il ragionare di un uomo celebre pel suo ingegno non meno che per le sue avventure , che volle pure accingersi a riformare la filosofia, ma il fece con esito nulla più felice di quello che avuto aveano nel secolo precedente il Cardano, il Patrizio, il Bruni, il Telesio ed altri, de’ quali si è a suo luogo detto ampiamente. Parlo di F. Tommaso Campanella domenicano , di cui moltissimi scrittori ragionano a lungo, ma più esattamente di tutti Ernesto Salomone Cipriani nella Vita di esso stampata prima nel 1701 e poscia più accresciuta nel 1722, i pp. Quetif ed Echard (Script. Ord. Praed. L 2, [p. 241 modifica]SECONDO 34l p. 5o5) e il Bruckero (/list: crit. t. 5, p. 107, ec.; Supplem. p. 824, ec.). Stilo nella Calabria fu la patria del Campanella, che ivi nacque a’ 5 di settembre del j 508- In età di cinque anni cominciò a far mostra di sì rara memoria , che qualunque cosa egli udisse da’ parenti, da’ predicatori e da’ maestri, ripetevala con ammirabile felicità, e in età di 13 anni spiegava prontamente qualunque Oratore o poeta gli venisse posto tra le mani. Non avea ancora compiuti i quindici, quando entrò nell’Ordine de’ Predicatori. Applicato agli studi in diversi conventi, più che alla teologia, ei si volse ardentemente alla filosofia; e benchè ogni cosa all’intorno gli risonasse Aristotele e Peripato, egli mal soddisfatto di quelle opinioni, si diè ad impugnarle liberamente j e ne1 famigliali ragionamenti e nelle pubbliche scuole inveiva continuamente contro gli errori d’Aristotele , dichiarandosi apertamente seguace delle opinioni del Telesio, le quali in quelle provincie avean eccitato rumor grandissimo. Nè pago di discoprir disputando i suoi sentimenti, nel 1591, quando ei non contava che 23 anni di età, diè alle stampe in Napoli l’opera intitolata Pliilosophia sensi bus demoìistrata , che altro non è che una impugnazione delle opinioni di Aristotele, e un’apologia del Telesio, da cui però allontanossi poscia in molte sentenze. L’ingegno del Campanella , il fuoco con cui disputava , e le vittorie che comunemente riportava, gli conciliarono più nimici che ammiratorij ed egli perciò, veggendosi odiato nel regno di Napoli, passò nel 1592 a Roma, ed ivi ancor non trovando Tiraboscui, Voi. XIV. 16 [p. 242 modifica]2^3 L1BTIO quel favorevole accogliemento che vi sperava, andossene a Firenze nel 1593, ove fu amorevolmente accolto dal gran duca Ferdinando I, il! quale anche pensò d’inviarlo professore a Pisa, come il Campanella medesimo scrive in una sua lettera pubblicata di fresco (Lettura ìited. et Lo/n. ili. jFir. 177$, t. 2, p. 1). Ma non essendo ciò riuscito, ed essendo egli perciò venuto a Bologna, gli furono ivi segretamente involati tutti i suoi scritti, e mandati a Roma al tribunale della Inquisizione, da cui però non fu egli allor molestato. Anzi dopo aver soggiornato qualche anno in Padova, istruendo nella sua filosofia alcuni giovani veneziani, tornato a Roma, vi ebbe più favorevole accoglienza che prima. Nel 1598 andossene a Napoli, e indi a Stilo sua patria, ove lo attendeva un trattamento troppo diverso da quello che aspettavasi. Per alcune parole, dicono i PP. Quetif ed Echard, che gli erano sfuggite di bocca intorno al governo spagnuolo in quel regno, caduto in sospetto di macchinar cose nuove, fu come reo di lesa maestà arrestato nel 1599), e condotto a Napoli, e chiuso in istrettissimo carcere. I detti scrittori arrecano diverse ragioni a provare che a torto fu il Campanella accusato di tal delitto3 e il Bruckero ancora si mostra inclinato a credere che senza bastevole fondamento gli fosse apposto il reo disegno di unirsi in lega coi Turchi, e col loro aiuto insignorirsi della Calabria, e stabilire ivi il regno del suo potere al pari che della sua filosofia, benchè insieme aggiunga che non è inverisimile che il genio incauto e fervido del Campanella, [p. 243 modifica]SECONDO aX3 unito alla pazzia, da cui era compreso, di far predizioni astrologiche, desse qualche occasione di crederlo macchinatore di quelle rivoluzioni che forse solo ei sognava di leggere nelle stelle, E certo come il rigore con cui fu trattato al principio, ci persuade ch’ei fu veramente creduto reo di fellonia, così il mitigarsene che poscia fece la priginia, benchè lunghissima , e finalmente la liberazione che ne ottenne, ci mostra che si conobbe non esser lui tanto reo, quanto erasi creduto dapprima. Atroci furono i tormenti co’ quali il Campanella fu al principio della sua prigionia straziato, ed egli stesso ce ne ha lasciata una compassionevole descrizione: Vide quaeso, dice egli, (in prooctn. Atticismi triumphati), simne asinus ipsorum, qui quidem jam in quinquaginta carceribus huc usque clausus afflictusque fui, septies tormento durissimo exanimatus, postremumque perduravit horis quadraginta, funiculis arctissimis ossa usque secantibus ligatus, pendens manibus retro de fune super acutissimum lignum, qui carnis sex tertium in posterioribus mihi devoravit, et decem sanguinis libras tellus ebibit. Tandem sanatus posto sex menses divino auxilio in fossam demersus sum. Fra le accuse che date furono al Campanella, come egli stesso racconta in seguito delle citate parole, una fu quella di aver composto un libro De tribus impostoribus; ed egli se ne difese col dire che quel libro era stato stampato trent’anni prima ch’egli nascesse: Accusarunt, me, quod composuerim librum de tribus impostoribus, qui tamen invenitur typis excusus annos triginta ante ortum meum ex [p. 244 modifica]244 Liunq utero matris. Queste parole ci mostrano che il Campanella credeva che il libro De tribus impostoribus fosse stampato circa il 1538, trent’anni prima eh1 egli nascesse. E veramente f accusa data al Campanella di averlo scritto, e la risposta da lui recata in sua difesa , con cui francamente afferma, come cosa notoria, che il libro era stampato tanti anni addietro, sembra che non lasci luogo a dubitare dell’ csistenza di questo libro. E il tempo in cui se ne afferma seguita l’edizione, potrebbe farci credere che ne fosse veramente autore Pietro Aretino. Ma torniamo al povero Campanella. IV. Fu dapprima strettissima la prigione in cui egli giacque rinchiuso, privo del tutto di libri e di ogni altro mezzo a studiare, e senza avere corrispondenza di sorta alcuna con chiunque si fosse. Ma poscia gli fu permesso di occuparsi scrivendo e conversando co’ dotti che venivano a ritrovarlo, e diverse opere compose nella sua carcere , che dagli amici di esso furono date alla luce. Le istanze e gli ufficii di molti che alla corte di Spagna perorarono pel Campanella, gli avrebbon forse ottenuta più presto la libertà, se l’amicizia che per lui avea don Pietro Giron duca d1 Ossuna viceré di Napoli, non gli avesse recato danno. Perciocchè questi, caduto in sospetto di volersi usurpare l’autorità sovrana in quel regno , fu richiamato in Ispagna nel 1620 (V. Murat Ann. d’Ital, ad h. a.), e il Campanella, da cui si temette che potessero essere stati fomentati cotai pensieri di ribellione, fu lasciato ancor per più anni gemere tra lo squallor della car[p. 245 modifica]SECONDO ~ ^ 34D cere. Finalmente nel 1626, o perchè il pontefice Urbano VIII, mosso dall amore e dalla stima che avea pel Campanella , ottenesse ciò dalla corte di Spagna, o perchè il Campanella medesimo, come altri dicono, si fingesse reo d’eresia per esser tradotto alle prigioni dell’Inquisizione di Roma, ove sperava di riaver presto la libertà, fu trasportato a Roma, e consegnato alle carceri del S. Ufficio, ove però fu tenuto assai largamente. Compiuti alla fine trent’anni di prigionia, ne fu liberato nel 1629, e il pontefice, per dargli qualche compenso de’ danni sofferti, gli assegnò uno stipendio onorevole , e gli diè il titolo di suo domestico. Questa liberalità di Urbano VIII verso il Campanella piacque cotanto al celebre Gabriello Naudè, che per ciò solo ei recitò pubblicamente nel 1632 un panegirico in lode di quel pontefice. Ciò non ostante alcuni Spagnuoli, che viveano in Roma, rimiravanlo ancor di mal occhio, e molto più veggendolo unito in amicizia co’ Francesi. E temendo perciò, o fingendo almen di temere che un’altra volta non macchinasse cose nuove, pensarono ad arrestarlo, e ricondurlo prigione a Napoli. Ma egli avvertitone , col parer del pontefice e dell’ambasciador di Francia, travestitosi in abito di Minimo, in un cocchio dell’ambasciadore medesimo fuggì da Roma nel 1634 Giunto a Marsiglia, il famoso Peirescio mandò a prenderlo in una sua lettica, e seco il tenne in Aix per più mesi, e sovvennelo di denaro per continuare il viaggio fino a Parigi. Fu ivi presentato nel 1635 al re Luigi XIII, il quale per opera del Cardinal di Richolieu gl» [p. 246 modifica]246 LIBRO assegnò un’annua pensione di mille franchi, e volle eh1 egli avesse stanza nel convento di S. Onorato del suo Ordine. I più dotti uomini che allora erano in Parigi, lo ricolmaron di onori, e godevano di conversare famigliarmente con quest1 uom sì famoso. Ma troppo tardi era cominciata pel Campanella la lieta sorte: e quattro anni soli potè goderne, essendo venuto a morte a’ 26 di maggio del 1639), in età di 71 anni. V. Un uomo chiuso per trent1 anni in prigione , appena sembra possibile che potesse comporre sì gran numero di opere, quante pure composene il Campanella. Un diligente catalogo ce ne danno i PP. Quetif ed Echard, in cui oltre quelle che furon date alla luce, veggonsi registrate quelle eh1 ci dice di aver composte, ma che o smarrironsi nelle sue avverse vicende, o giacquero inedite. Il Bruckero invece del catalogo delle opere ce ne ha dato il transunto, riducendo a certi capi i sentimenti di questo scrittore intorno alla logica, alla fisica e alla metafisica. E questo transunto è stato poi in parte tradotto in francese, e inserito nella Enciclopedia (art. Campanella), senza pur nominare il Bruckero, dopo aver accennate con molti errori le vicende del Campanella. Se noi ci facciamo a leggere alcune opere di questo scrittore, esse ci scuoprono un uom dottissimo e di vastissima erudizione e di ottimo discernimento. Nell’opuscolo De recta ratione studendi, aggiunto al trattato da lui scritto de’ suoi propri libri, prende a dar giudizio di un gran numero di filosofi , di poeti , di oratori , di storici, di [p. 247 modifica]SECONDO teologi, di matematicij e il giudizio ch’egli ne dà è tale che ci fa conoscere ch’egli aveali letti, e clic era ben atto a conoscerne i difetti e i pregi. Le regole che nello stesso libro ei propone per istruire con frutto la filosofia, e per innoltrarsi nella cognizione della natura, son le più sagge che si possan descrivere. Ei fece oltre ciò conoscere quanto felice disposizione avesse dalla natura sortito pe’ buoni studi, col pubblicare un’apologia pel Galileo e pel sistema da lui sostenuto. In altri generi ancora mostrò il Campanella acuto e penetrante ingegno, e singolarmente negli Aforismi politici e nel libro De Monarchia hi spanica, ne’ quali egli propone ottime e giustissime riflessioni. Ma tutti questi pregi vengon troppo oscurati da difetti molto maggiori} e fa maraviglia il vedere che un uom sì erudito e sì ingegnoso si lasciasse infelicemente avvolgere in tanti errori. Somigliante in ciò al Cardano, abbandonossi alle più puerili superstizioni j ed egli ancora s1 immaginò di avere al fianco gli spiriti che con lui favellassero, e di udirsi predir le sciagure nelle quali dovea cadere} benchè dovesse egli pur conoscere che troppo male il servivano questi tutelari suoi Genii, poichè nol seppero avvertire della lunghissima prigionia e de’ tormenti che gli soprastavano. E lo stesso dovea egli pure riflettere riguardo all’astrologia giudiciaria, dietro alla qual nondimeno andò follemente perduto. La filosofia del Campanella è un complesso di sogni avvolti in oscurissimi termini , la lettura de’ quali ci mena in un inestricabile laberinto, e non ci reca altro frutto che quello [p. 248 modifica]a48 LIBRO d1inutilmente stancarci in sì intralciato sentiero. Ei segue comunemente le opinioni del Telesio; da cui però si allontana più volte, per cadere in altri ancor più gravi errori. Di lui in somma possiamo dire ciò che detto si è del Cardano, cioè eli’ egli avrebbe potuto recare gran giovamento alle scienze, se avesse voluto frenare la sua immaginazione e ’l suo ingegno, e serbare egli stesso quelle ottime leggi che per lo scoprimento del vero prescrive agli altri. VI. Mentre il Campanella co’ suoi ingegnosi delirii sconvolgeva la filosofia tutta, senza rischiararne gli astrusi misteri, il gran Galileo con passo franco e sicuro innoltravasi arditamente nel vasto e sconosciuto regno della natura , e tanti trofei v’innalzava all1 immortalità del suo nome, quante vi facea ad ogni passo nuove e meravigliose scoperte. Di questo gran genio, che potrebbe bastare a render f Italia oggetto d’invidia alle straniere nazioni, dobbiamo qui ragionare; e dobbiam cercare di ragionarne in tal modo, che nulla si taccia di ciò che a lui debbon le scienze, ma dentro a que’ ristretti confini che la natura di quest’opera a noi prescrive. E tanto più, che ci è qui lecito l’esser brevi, ove tanti e tanti altri scrittori ci han prevenuto. La Vita del Galileo è stata diffusamente scritta da uno de’ suoi più illustri scolari, cioè da Vincenzo Viviani; ed essa fu la prima volta stampata ne’" Fasti consolari dell’Accademia fiorentina (p. 397), e quindi premessa alle due ultime edizioni delle opere del Galileo medesimo fatte in Firenze e in Padova. Nuovi lumi per la vita di questo grand1 uomo [p. 249 modifica]SECONDO ^9 ri lian dato i due tomi di Lettere d’Uomini illustri pubblicate dal ch. monsig. Fabroni j c la contesa in tal occasione insorta tra i Giornalisti pisani (t. 11p. p 341 t 13, p. 301) e gli autori delle Novelle letterarie fiorentine (an. 1773, n. 49, 50 an. 1774, n. 8, 9, 10, 16, 17, 18 19, 21, 22, 2.3, 24) ha giovato essa pure a tal fine. Per ciò poi che appartiene alle invenzioni e alle scoperte del Galileo, la prefazione premessa alle due sopraccitate edizioni, il Saggio sul Galileo, e l’Elogio del medesimo, opere amendue del ch. sig. ab. Frisi, la prima inserita nel Caffè (t. 2), la seconda stampata in Livorno nel 1775,e singolarmente il Saggio sulla Filosofia del Galileo del signor ab. don Giovanni Andres, in cui con somma esattezza e vasta erudizione esamina le opinioni di questo immortale filosofo, nulla ci lasciano omai a bramare su tale argomento (a). Nondimeno una più copiosa Vita del Galileo, corredata di molti autentici ed inediti monumenti, ci fa da molto tempo sperare il ch. senatore Giambattista Nelli fiorentino} e noi non possiamo a meno di non bramare con impazienza di vederla un dì pubblicata. Frattanto da’ sopraddetti e da più altri scrittori noi raccorremo le più sicure e le più importanti notizie. E prima (a) Più recentemente ancora ha trattato delie scoperte del Galileo, singolarmente in ciù che all’astronomia appartiene, M. Bailly (Ifist. de 1’s/stro»orn. ntod, t. a, p. 79, ce.), e una nuova Vita del Galileo, sciatta dal sig. ab. Luigi Brenna, abbiamo tra quelle del suddetto monsig. Fabroni (t. 1, p. 1). [p. 250 modifica]VII. Cnm pon.! Ji nu. 25o LIBKO* diremo in breve della vita da lui condotta, poscia esamineremo gli stromenti da lui ritrovati, e finalmente esporrem le scoperte da esso fatte ne’ diversi rami della filosofia, a’ quali egli volse il suo studio. VII. Galileo Galilei nacque in Pisa a’ 15 di febbraio del i5(34 (^a Vincenzo Galilei nobile fiorentino e celebre scrittor di musica, da noi nominato nel secolo precedente, e da Giulia Ammanati di Pescia di lui consorte; ed è favola perciò eh1 ei fosse illegittimo, come si pruova con autentici documenti in una nota aggiunta nell’edizioni di Lucca e di Livorno all’Enciclopedia francese, ove cotal favola adottata comunemente era stata inserita (art. Astronomie). Poco ei dovette a’ maestri ch’ebbe in Firenze, e quasi tutto a se stesso, che, supplendo a ciò ch’essi non sapeano insegnargli, colla lettura de’ più colti scrittori si venne fornendo di molte e pregevoli cognizioni. La musica e il disegno ne’ più teneri anni formarono la più dolce occupazione del Galileo, che ad amendue queste arti avea ricevuta dalla natura eccellente disposizione, e anche nella poesia italiana esercitossi felicemente, e un leggiadro sonetto codato in istile burlesco ne ha pubblicato il ch. sig. Pier Antonio Crevenna nel Catalogo della sua sceltissima Biblioteca (t. 2, p. 108) (a). Il padre, per aiutare la sua famiglia (n) Un saggio degli studi poetici del Galilei in età giovanile sono le Considerazioni ch’egli scrisse Sopra la Gerusalemme liberata in confronto dell’Orlando furioso 7 in cui egli antiponeva al Tasso l’Ariosto. Esse [p. 251 modifica]secondo a5i non troppo agiata, avrebbe voluto formarne un medico valoroso , e inviollo perciò all’università di Pisa, ove attese agli studi della filosofia e della medicina. Ma nè questa piacevagli. nè in quella, quale allor s1 insegnava, trovava pascolo al suo ingegno. Da un certo Ostilio Ricci da Fermo, che fu poi lettore di matematica in Firenze, ebbe i primi principii della geometria; e poichè questi cessò dall’istruirlo, per comando del padre, che, benchè foss’egli pure valoroso geometra , voleva il figlio applicato a più utile scienza, egli da se medesimo tanto in essa s’innoltrò, che il padre stupitone, gli permise finalmente di darsi tutto alla matematica. Nel 1589 ne fu destinato professore nella medesima università di Pisa; ed egli cominciò tosto a sostenere pubblicamente alcune di quelle opinioni per le quali egli ora è rimirato come un de’ più gran lumi della filosofia, ma che allora il fecero considerare come un fantastico sognatore, perchè ardiva di affermare che Aristotele e i Peripatetici tutti aveano errato. Invece dunque di ammirazione, le sue opinioni e le sue scoperte gli conciliaron 1 invidia di molti; ed egli perciò volentieri accettò l’invito dell’università di Padova, e ad essa si trasferì nel settembre del 1592. Diciotto anni si trattenne in quella città il Galileo, onorato da tutti, e distinto dalla Repubblica con ampli sono state trovate dal eh. sig. ab. Serassi in una libreria di Roma , ed ei ne Ira prodotto ancor qualche sng»io (Vita di T. Tasso, />. 200, 365, ec.). [p. 252 modifica]25 2 libro privilegi, e coll1 accrescimento dell1 annuo stipendio fino a mille fiorini. Bramò nondimeno, richiese ed ottenne di esser richiamato a Pisa, e nel 1610 con lettera del segretario Vinta, scritta a’ 5 di giugno, fu nominato Matematico primario dello Studio di Pisa, c filosofo del se* venissi tuo gran duca, senza obbligo di leggere e di risiedere nè nello Studio nè nella città di Pisa, e con lo stipendio di mille scudi l’anno moneta fiorentina (Lettere ined. d Uom. ili f, i, p. ’j.\). Nel 1611 andossene la prima volta a Roma j e allora ei vi fu accolto da tutti con sentimenti di alta stima, e fu ascritto nell1 accademia de1 Lincei circa quel tempo fondata. Di questo viaggio parla il Viviani; ma egli non fa menzione del secondo che il Galileo vi fece nel 1615. Le opinioni da lui insegnate, e quella singolarmente del sistema copernicano, cominciavano a farlo rimirar come eretico; ed ebbevi tra gli altri un frate che, predicando dal pergamo, scagliossi contro di lui, e si lusingò di conquiderlo , volgendogli contro quel passo di S. Luca: Viri Galilaei, quid statis aspicientes in Coelum (ivi, p. 47j nota 1) (a) ■ H (a) Alcuni moderni scrittori di Vite e di Elogi sembran) volerci persuadere che i più ostinati persecutori del Galileo fossero i Gesuiti. A. me pare che P accusa sia calunniosa ed ingiusta. Le prime scoperte che dal Galileo si fecero in cielo intorno a’ satelliti di Giove, e intorno agli altri pianeti, furono ripetute in Roma dal P. Clavio e da alcuni altri Gesuiti suoi colleghi negli studi astronomici. Il primo ne diede avviso al Velsero; gli altri ne assicurarono con lor viglietto il Cardinal [p. 253 modifica]SECONDO 233 Galileo, a persuasione aueor del gran duca, credette opportuno il recarsi personalmente a jjellnrtnino, che aveali interrogati se fosser vere (V. Targioni, Aggrandimenti, ec. t. 2, par. 1, p. 18, ec.). Il Galileo medesimo si compiacque dell’approvazioni che i Gesuiti di Roma e quelli ancor di Firenze davano alle sue scoperte: Sono finalmente comparse, jerive egli al Velsero a’ 17 di dicembre del 1610 (ivi) alcune Osservazioni circa i Pianeti Medicei veduti da alcuni Padri Gesuiti scolari del P. Clavio scritte e mandate anco a Venezia. Io gli ho fatti più volte vedere ad alcuni de’ medesimi Padri qui in Firenze , anzi pure a tutti questi che ci sono, et ad altri che ci sono passati, e questi se ne sono serviti in prediche et in Orationi con concetti molto graziosi. Il P. Griemberger gesuita è detto dal Galileo Matematico insigne mio grandissimo amico e padrone (ivi, p. 27). Il Galileo medesimo avea tal concetto del sapere insieme e della lagionevolezza della più parte de’ Gesuiti, che mandando a un prelato una sua lettera apologetica intorno al sistema copernicano, lo prega a darne copie, o a leggerla a’ Gesuiti, come il più presantaneo rimedio che potesse opporre alle persecuzioni contro lui eccitate (ivi , p. 29). il Viviani nella Vita di Galileo tra i più considerati amici di esso nomina i due suddetti PP. Griemberger e Clavio. I PP. Riccioli e Grimaldi rifecero e approvarono le sperienze del Galileo sulla caduta dei gravi. Se un Gesuita in Mantova impugnò in parte l’opinione del Galileo intorno a’ monti lunari, il P. Griemberger ne intraprese l’apologia, e lo stesso fece il P. Biancani, a cui perciò il Galileo si diclino ò infinitamente obbligato (Op. t. 2, p. 40). Se il Padre Scheiner pretese di avere scoperte prima del Galileo le macchie solari , il P. Adamo Tannero e il P. Goulin ne assicurarono al Galileo la gloria, come tra poco vedremo. Se il P. Grassi combattè P opinione del Galileo intorno alle comete, è certo, per comun sentimento dei migliori filosofi, eli’ egli in questa parte filosofò meglio del Galileo, benchè sia a biasimarsi l’asprezza eh" egli tenne scrivendo. Or ci si dica se in [p. 254 modifica]2->4 LIBRO Ironia, ove si cominciò a disputare se il detto sistema dovesse condaiuiursi come ereticale (4). nitro Corpo regolare ebbe il Galileo amici e difensori (quali tra’ Gesuiti. Perchè dunque rivolgere contro questi un’accusa che loro assai meno conviene che mi ab tri { Perchè attribuire a tutti un errore che fu sol di pochissimi ì 11 sistema copernicano fu quello che da molti fu impugnato, ma il fu ugualmente (da quasi tutti gli altri, perchè ere.levasi che a sostenerlo si opponesse l’autorità della sacra Scrittura. Ma in ciò ancora non si sa che i Gesuiti eccedessero i giusti confini della moderazione; e certo non furon essi che gridaron dal pulpito: Viri Gali luti ec(*) Alcune tra le Lettere ms. di Antonio Querenghi, che si conservano qui in Modena nella libreria de’ signori Vandelli, ci danno su questa venuta del Galileo a Roma diverse interessanti notizie: Habbiamo qui, scrive egli a’ 30 di dicembre del 1615, il Galileo, che spesso in ragunanze di huomini d’intelletto curioso fa discorsi stupendi intorno idi opinione del Copernico da lui creduta per vera, che ’l sole stia nel centro del mondo, e la terra e il resto degli elementi e del cielo con moto perpetuo lo vadano circondando. Si riduce il più delle volte in casa de’ signori Cesarini, per rispetto delsig. D. Virginio, che è giovinetto d’altissimo ingegno. In altra del primo del 1616: A quello che scrissi mercordì sera del Galileo, aggiungo hora, che la sua venuta a Roma non è , come si credeva, affatto voluntaria , ma che.si vuole fargli render conto, come salvi il movimento circolar della terra, e la dottrina in tutto contraria della S. Scrittura. E in altra de’ 20 gennaio: Del Galileo havrebbe gran gusto V. S. Illustrissima, se l’udisse discorrere, come fa spesso, in mezzo di XV et XX che gli danno assalti crudeli, quando in una casa , et (piando in un’ (dira. Ma egli sta fortificato in maniera, che si ride di tutti, et se bene non persuade la novità della sua opinione, convince nondimeno di vanità la maggior parte degli argomenti, coi quali gli oppugnatori cercano di atterrarlo. Lunedì in particolare in casa del sig. Domenico Ghisilieri fece pruove maravigliose: [p. 255 modifica]SECONDO.255 Il calore con cui il Galileo lo sosteneva, lo pose in qualche pericolo; ma frattanto, essendogli venuto ordine dal gran duca di tornare a Firenze nel maggio del 1616 (ivi, t. 1, p. 61), il contrasto ebbe fine con un comando dato al Galileo dal Cardinal Bellarmino in nome del papa di non sostenere tale opinione (ivi, t. 2, p. 303). Ciò non ostante il Galileo, tornato a Roma nel 1630, ottenne che il maestro del sacro palazzo approvasse per la stampa i suoi Dialoghi sul sistema copernicano (ivi, p. 310), che poi furono stampati in Firenze nel 1632. Ma appena essi vider la luce, grande rumore eccitossi contro l’autore , a cui convenne nell’avanzata sua età di quasi 70 anni far di nuovo il viaggio di Roma nel febbraio dell’anno seguente , citato a render conto delle sue opinioni (a). Si usò nondimeno col Galileo di una non consueta piacevolezza, perchè dapprima gli fu permesso di abitare nella casa dell’anihasciador del gran duca Francesco Niccolini, nuli, quando si cominciò a formare il processo, et quel che mi piacque in estremo fu, che prima di lisponde re alle ragioni contrarie le amplificava e l’inforzava con nuovi fondamenti <Tapparenza grandissima per far poi nel rovinarle rimaner pia ridicoli gli avversarli. Finalmente in altra de5 5 di marzo dell’anno stesso: Le dispute del Galileo sou risolute in fumo d’alchimia, liavendo dichiarato il S. Uffizio , che il sostener quell’opinione sui un dissentir manifestamente d*ii dogmi infallibili della Chiesa. (a) Piìi altre minute circostanze intorno al processo fatto al Galileo in Roma si posson vedere nell’opera spesso citata del dott. Giovanni Targioni Tozze Iti (/. i, /;. u3, ec.; t. 2, par. 1, p. 122, ec.). [p. 256 modifica]256 LIBRO nel qual tempo, secondo le ordinarie leggi, avrebbe dovuto stare ristretto in carcere, gli furono assegnate le stanze proprie del fiscale di quel tribunale (ivi, t 2 , p. 303), ove fu trattenuto circa quindici giorni, e al primo di maggio fu rimandato a casa dell’ambasciadore, benchè non fosse ancor finito il processo, e gli fu anche permesso! di uscirne talvolta a sollievo. Indi a’ 22 di giugno, chiamato di nuovo innanzi alla Congregazione del S. Uffizio, gli fu intimata la pena della prigionia ad arbitrio della stessa Congregazione, e fu obbligato a ritrattare e a condennare la sua opinione del sistema copernicano, e a promettere con giuramento di più non insegnarla. La sentenza contro il Galileo e l’abiura da esso fatta si leggono innanzi al IV tomo dell1 opere di esso dell’ultima edizione di Padova. Il pontefice cambiogli tosto la prigionia in una relegazione o confine al giardino della Trinità de’ Monti (ivi, p. 3io), che era del gran duca. Poscia al principio di luglio gli fu permesso di andarsene a Siena, assegnatogli per carcere quell’arcivescovado , ove dall1 arcivescovo Piccolomini fu accolto e trattato con amorevolissime distinzioni. Sulla fine dell1 anno gli fu permesso di andarsene alla sua villa d1 Arcétri fuor di Firenze. Ivi egli visse fino alla morte, occupandosi ne’ consueti suoi studi, ma ubbidendo insieme al precetto impostogli di non più scrivere o ragionare del condennato sistema (*). Sulla fine (*) Sulle vicende del Galileo in Roma aggirasi una lettera da esso scritta al celebre P. Renieri suo discepolo, [p. 257 modifica]SECONDO 357 del i63; prette interamente la vista: lo voleva. scrive egli a’ 20 di febbraio del dello il cui originale conservasi presso il ch. sig. senator Nelli in Firenze, e ch’io godo di poter qui pubblicare: Voi ben sapete 3 stimatissimo Padre Vincenzo, che la mia vita non è stata finora che un soggetto di accidenti e di casi, che la sola pazienza di un filosofo può riguardare con indifferenza, come effetti necessari delle tante, strane rivoluzioni a cui è sottomesso il globo che abbiamo. I nostri simili, per quanto ci affatichiamo di giovarli, a diritto e a rovescio, procurano di renderci la pariglia coll’ingratitudine , co’ furti, colle accuse; e tutto ciò si ritrova nel corso della mia vita. Ciò vi basti, senza più interpellarmi circa le notizie di una causa e di un reato, che io neppur so di avere. Voi mi dimandate conto nell’ultima vostra dei 17 di giugno di questo anno di ciò che in Roma mi è accaduto , e di qual tenore fosse verso di me il Padre commissario Ippolito Maria Lancio, e Mons. Alessandro Vitrici assessore. Questi sono i nomi de’ miei giudici, che ho presenti ancora alla memoria , sebbene ora mi vien detto che tanto T uno come 1’alito sieno mutati, e sia fatto assessore Mons. Pietro Paolo Febei, e commissario il Padre Vincenzo Macolani. Mi interessa un tribunale, in cui per esser ragionevole sono stato riputato poco meno che eretico. Chi sa che non mi reduchino gli uomini dalla professione di filosofo a quella di storico dell Inquisizione! me ne fan tante a fine ch’io diventi l’ignorante e lo sciocco d’Italia, che farà d’uopo alla per fine finger di esserlo. Caro Padre. Vincenzo , io non sono alieno di porre in carta i miei sentimenti su di ciò che mi dimandate , purché si prendino le precauzioni per farvi giungere questa lettera, che già si preser da me allor quando mi convenne rispondere al sig. Lottario Sarsi Sigensano, sotto il qual nome era nascosto il Padre Orazio Grassi Gesuita autore della Libra Astronomica e Filosofica, il quale ebbe l’abilità di punger me unitamente con il sig. Mario Guiducci nostro comune amico. Ma non bastarono le lettere, bisognò dar fuori il Saggiatore, Tiraboschi, Voi. XIV. 17 [p. 258 modifica]258 LIBRO anno, secondo Fuso fiorentino, cioè del i638, secondo il comune uso d’Italia (Op. t. 2; p. ^ e porlo sotto l’ombra delle Api di Urbano / III, acciò pensasser esse col loro aculeo a pungerlo e a difèndermi. A voi perii basterà questa lettera, che non mi sento portalo a fare un libro sul mio processo, e sull Inquisizione , non essendo nato per Jarc il teologo , e molto meno l’autor criminalista. Io aveva fin (Li giovane studialo e meditalo per pubblicare, un Dialogo dei suoi sistemi Tolemaico e Copernicano, pel soggetto del quale fin da principio che andai Lettore a Padova aveva di continuo osservalo c filosofalo , indottovi principalmente da litui idea , che mi sovvenne di salvare co’ supposti moti della terra il flusso e riflusso del mare. Alcuna cosa su questo proposito mi uscì di bocca , allorché si degnò di sentirmi a Padova il principe Gustavo di Svezia, che da giovane facendo l’incognito per t Italia, si fermò quivi colla sua comitiva per molti mesi, ed ebbi la sorte di contrarvi servitù mediante le nuove mie speculazioni e curiosi problemi, che venivan giornalmente promossi, e da me risoluti, e volle ancora eh’io gl’insegnassi la li/igiui toscana. Ma ciò che tese pubblici in Iionui i miei sentimenti circa il moto della terra, fu un assai lungo discorso diretto all eccellentissimo sig. cardirude Orsini, e fui allora accusato di scandaloso e temerario scrittore. Dopo la pubblicazione de’ miei Dialoghi fui chiamato a Roma dalla Congregazione del S. Offizio, dove giunto a io di febbrajo del 1GJ2 fui sottomesso alla somma clemenza di quel Tribunale e del sovrano pontefice Urbano V III, il qiuilc non per tanto mi credeva degno della sua stima, benché’ non sapessi far l’epigramma ed il Sonettino amoroso. Fui arrestato nel delizioso palazzo della Trinità de’ Monti presso l atnbasciador ai Toscana. Il giorno dopo venne a trovarmi il P. commissario Lancio, e condottomi seco in carrozza mi fece per la strada varie interrogazioni, e mostrò dello zelo, acciò riparassi lo scandalo che io aveva dato a tutta V Italia, col sostenere l’opinione del moto della terra; e per quante solide ragioni e matematiche gli adducessi, egli altro mi rispondeva che « Terra autem in [p. 259 modifica]SECONDO JOj) ed. Pculosf. 1744) con pià accurate osservazioni andar ritrovando altre particolarità ma aetcrnuni stabit, quia Terra autem in aeternum slat ♦* conte dice la Scrittura. Con questo Dialogo giungemmo al Palazzo del S. Offizio. Questo è situato a ponente della magnifica chiesa di S. Pietro. Fui subito presentalo dtil commissario a monsig. Vii rici assessore. , e seco lui trovai due Religiosi Domenicani. Essi ni intimarono civilmente di produrre le mie ragioni in piena Congregazione, e che si sarebbe dato luogo alle mie discolpe in caso che fossi stato stimato reo. Il giovedì dopo fui presentato alla Congregazione, ed ivi accintomi alle prove, per mia disgrazia non furono queste intese, e per quanto mi affaticassi, non ebbi mai V abilità di capacitare. Si veniva con digressioni di zelo a convincermi dello scandalo; e il passo della Scrittura era sempre allegato per l’Achille, del mio delitto. Sovvenutomi a tempo di una ragione scritturale, io V allegai, ma con poco successo. Io diceva che nella Bibbia mi pareva trovarsi delle espressioni che si conformavan con ciò che anticamente si credeva circa le scienze astronomiche, e che. di questa natura poteva essere il passo che contro me si allegava; poiché, io soggiugneva , in Giobbe al capo 37, v. 18, è detto che i Cieli sono solidi e puliti come uno specchio di rame o di bronzo. Elia è quegli che ciò dice. Qui si vede dunque che parla secondo il sistema di Tolomeo, dimostrato assurdo dalla moderna filosofia , e da ciò che ha di più solido la retta ragione. si fa dunque, tanto caso della fermata del Sole fatta da Giosuè per dimostrare. che il Sole si muova, dovrà pur considerarsi questo passo, ove è detto che il Cielo è composto di tanti Cieli a guisa di specchi. La conseguenza mi pareva giusta: non ostante fu sempre trascurata , e non ebbi per risposta , che un’alzata di spalle, solito rifugio di chi è. persuaso per pregiudizio e per anticipata opinione. Finalmente fui obbligato di ritrattare come, vero cattolico questa mia opinione , e in pena mi fu proibito il Dialogo , e dopo cinque mesi licenziato di Roma (in tempo che la città di Firenze era infetta di peste) mi fu destinata per carcere con generosa pietà V abitazione del [p. 260 modifica]260 LIBRO dalla fortuna mi è stato tolto il poter ciò eseguire, essendomi da circa sei mesi in qua caduta una flussione negli occhi, che mi toglieva l’uso del telescopio, la quale flussione, sono adesso più di due mesi, che, andò a terminare in una cotal cecità, avendomi coperte le luci con densissime cateratte. Egli finì di vivere agli 8 di gennaio del 1641, e il corpo ne fu trasportato a Firenze, e deposto nella chiesa di Santa Croce, ove poscia gli venne innalzato un magnifico mausoleo. Tal fu la vita di questo grand’uomo, che a somiglianza di più altri non ebbe vivendo quella felicità e quegli onori che al raro suo merito sembravan dovuti, e verso cui più giusti sono stati i posteri che i coetanei. La prigionia e la condanna del Galileo han data occasione a molti d’inveire contro i romani pontefici 5 e i Protestanti han creduto di trarne un invincibile argomento contro l’infallibilità della Chiesa. Io non voglio qui entrare in una quistione che nulla appartiene al mio argomento 5 ma rifletterò solamente che il mio più caro amico che avessi in Siena, monsignor arcivescovo Piccolomini, dclLi cui gentilissima conversazione 10 godetti con tanta quiete e. soddisfazione dell’animo mio, che quivi ripigliai i mici studi, trovai c dimostrai gran parte delle conclusioni meccaniche sopra la resistenza de’ solidi con altre speculazioni , c dopo cinque mesi in circa cessata la pestilenza delUi mia patria verso 11 principio di dicembre di quest’anno i633 da Sua Santità mi < stata permutata la strettezza di quella casa nella libertà ile Ila campagna da me tanto gradita, onde me ne tornai alla villa di Bellosguardo, e dopo in Àree tri , dove tuttora mi ritrovo a ir spirare quest’aria salubre ncino alla mia cara patria Firenze. State sano. [p. 261 modifica]SECONDO 2(31 Galileo non fu condennato nè dalla Chiesa universale, nè dalla romana, ma solo dal tribunale della Inquisizione, a cui niuno tra’ teologi più zelanti ha mai accordato il diritto della infallibilità; e che anzi il riflettere che la Chiesa, anche in que’ tempi ne’ quali credevasi comunemente che la dottrina del Copernico e del Galileo fosse contraria a quella della sacra Scrittura , pure non condennolla giammai come eretica, ci fa conoscere con qual cautela essa proceda nelle solenni sue decisioni. Vili. Or dalla Vita del Galileo passando alf ingegnose sue invenzioni, vuolsi prima rammentare quella del telescopio, di cui se non fu egli il primo ritrovatore, ottenne nondimeno quella gloria medesima che ad esso è dovuta. Egli stesso nella sua opera intitolata Nuntius Sidereus, stampata in Padova nel marzo del 1610, racconta che circa dieci mesi prima, avendo udito che un Fiammingo avea lavorato un cannocchiale, per cui mezzo gli oggetti ancor più lontani vedeansi così distinti, come se fossero sotto l’occhio, e essendogli poscia ciò confermato con lettere da Parigi, egli si diede a pensare tra se medesimo in qual modo si potesse ciò ottenere, gli venne fatto di lavorare diversi telescopii! che avvicinavano e ingrandivano maravigliosamente gli oggetti, e de’ quali si valse a far nel cielo quelle memorande scoperte, delle quali tra poco diremo (a). Di ciò parla ancora (a) Abbiamo altrove mostrato che nè a Ruggero Bacone, nè al Fracastoro, nè al Porta si può attribuire I invenzione del telescopio (t. 7, par. 2, p. 443, ec., [p. 262 modifica]262 LIBRO più lungamente il Galileo nel suo Saggiatore, c tutti pure ne parlano gli scrittoli da noi al principio citati, e più diffusamente di essi il sig. dottore. Domenico Vandelli (Considcraz. sopra le Noliz. de Lincei, p. 21, oc.; Letture di Ciriaco Sincero, p. 84, ec.), che coll’addurre le testimonianze di moltissimi scrittori di que’ tempi in favore del Galileo, ribatte la nuova asserzione del celebre dott. Giovanni Bianchi da Rimini, il quale al principe Federigo Cesi avca attribuita la gloria dell’invenzione sì del telescopio, come del microscopio, di cui presto ragioneremo; e pruova insieme, ciò che noi pure abbiamo altrove provato, che nè il Porta, nè altri più antichi avean conosciuto il telescopio. Che se il Galileo non fu il primo a trovare questo stromcnto, egli ebbe la gloria di lavorarlo con assai maggior perfezione che non si facesse in Ollanda, e ne abbiamo fra le altre la testimonianza in una lettera di Costantino 466, ec.). Il P. Cabeo ha voluto egli pur contrastare questa gloria al Galileo, dicendo che vent’anni prima che il Galileo facesse uso del telescopio, conosciuto avea in Modena un Gesuita il quale, benchè inesperto in tali cose, ponendo all’occhio una lente concava, e sopra essa tenendone un’altra convessa, ingrandiva mirabilmente gli oggetti (Comm. in Lib. Meteorol. Arisi. ’ p. 48, l. 3, p. 16,). Ma già si è osservato che anche il Fracastoro parla di tali lenti così unite. E ciò vuol dire che eransi dati tutti que’ passi che a trovare il telescopio erano necessarii, ma ch’esso non era ancora stato trovato. Veggasi intorno a ciò la più volte citata opera del dott. Giovanni Targioni Tozzetti, ove assai lungamente esamina questo argomento (t. 1 , p. 23 , ec.). [p. 263 modifica]SECONDO a63 Ugenio padre del celebre Cristiano, scritta dall’Aia nel 1637, nella quale dice che co’ telescopii che in quelle parti si lavoravano, non poteansi ben distinguere i satelliti di Giove (Galil- Op. t 2, p. 491,ed. Pad 1744). Gl’Italiani hanno sostenuto per lungo tempo la fama alla patria loro recata dal Galileo colla perfezione di questi stromenti. E due artefici tra gli altri nel secolo di cui scriviamo, furono in ciò rinomati. Il primo fu Eustachio Divini da S. Severino nella Marca, che giunse a formar telescopii di 72 palmi romani. Nè egli fu solo artefice5 ma fece egli ancora molte osservazioni, e nel 1660 pubblicò in Roma l’impugnazione del sistema di Saturno proposto da Cristiano Ugenio, nel che però gli astronomi più valorosi han dato all1 Ugenio la palma. Il Montucla crede (Hist. des Mathém. t 2, p. 481) che il detto opuscolo fosse opera veramente del Padre Onorato Fabri gesuita francese. Ma nella lettera con cui il Divini lo indirizza al principe Leopoldo de’ Medici (Lett. iticd. d Uomin. ili. t. 2, p. 69), ei dice che avea egli medesimo cominciato a scriverlo in lingua italiana, poichè non intendea molto la latina; clic poi avea date le sue osservazioni al detto gesuita , perchè ei le stendesse e le ampliasse in latino, e desse lor quella forma che gli piacesse (a). L’altro fu Giuseppe Campani romano, il quale alquanto piò lardi, (a) Di alcune altre operette del Divini e de’ cannocchiali da lui lavorati più minute notizie ci ha date il più volte lodato dott. Gio. Targioni Tozzetti (Aggrandimenti, ec., t. r, p. 7.4^, ec.). [p. 264 modifica]264 LIBRO ma vivente ancora il Divini, prese a gareggiare con lui nel lavoro de’ telescopii, ed arrivò a formarne della lunghezza di 210 palmi romani. Della rivalità che passava fra questi due artefici, abbiamo una pruova in una lettera dell’abate, poi cardinale, Michelangelo Ricci al principe Leopoldo del 1664: Quanto poi al paragone, dice egli, {ivi, p. 219), de’ due grandi occhialoni, non so che finora si sia fatta comparazione tale, che se ne possa formare un certo giudizio, avendo quello del Divini avuto il pregiudizio o dell aria men chiara, o della poca distanza; sulla quale eccezione continua il Divini a mantenere il suo non cedere all altro. Ed a dirla a f \ A. S. questi due artefici o virtuosi sono in una sì forte emulazione, che altri non può aprir la bocca a favor dell uno, senza che V altro se ne offenda; quindi è poi che ognuno s’astiene dal dire il parer suo. Il sig. Cassini ha gran soddisfazione in quello del Campani, e con esso va tuttavia scoprendo cose nuove nel cielo. Finalmente dell invenzione da mostrar Saturno con quel cerchio intorno, credo di poter indurre il Campani in altra scrittura , che ne additi il vero e primiero autore. Ma il Campani ebbe sopra il Divini l’onore di vedere i suoi cannocchiali adoperati dal gran Cassini, il qual fece con essi le sue belle scoperte, e ne parlò con somma lode. Egli ancora, non pago d’essere artefice, fu autore, e ne abbiamo il Ragguaglio di nuove Osservazioni da lui fatte co’ suoi cannocchiali stampate in Roma nel 1664 (V. Journ. des Sçavan. an. 1665, p. 9*, an. 1666, p. 16), e una Lettera sulle [p. 265 modifica]SECONDO 265 Ombre delle Stelle Medicee nel volto di Giove, stampata in Bologna nel 1666 (a). Su questo argomento pubblicò una lettera anche il Divini nell* anno stesso, in cui volle pruovare che co’ suoi telescopii, e non con que’ del Campani, si erano scoperte le macchie di Giove (ib. an. 1666, p. 267). Oltre questi due, celebri ancor furono nell1 arte stessa il canonico Manfredo Settala nel libro precedente da noi nominato, il conte Carlo Antonio Mancini bolognese che ne pubblicò anche un Trattato nel 1660, Giannalfonso Borelli, di cui diremo in questo capo medesimo, ed altri che si annoverano dal sopraccitato dottor Vandelli (Consider., ec. p. 33). JX. Più contrastata è f invenzione del microscopio. E il Montucla, che pur suole comunemente render giustizia ai meriti degl’Italiani, parlando di esso, non fa pur menzione del Galileo (l. cit. p. 167, 173, ec.). Anzi egli, citando il libro De vero telescopii inventore di Pietro Borel, stampato nel 1655, reca alcune testimonianze a provare che prima del 1619 un certo Zaccaria Jans da Middelburgo avea fabbricato un miscroscopio, e presentatolo all’arciduca Alberto. Io non ho veduta l’opera del Borel; e non posso perciò giudicare di qual peso siano (a) Prima di queste due operette un’altra nel 1GG0 aveane pubblicata in lloma il Campani, che ba per titolo: Discorso di Giuseppe Compatii intorno a3 suoi muti oriuoli y alle nuove sfere archimedee, ec., di cui reca un frammento il suddetto dott. Giovanni Turgioni Tozzetti (Aggrandimenti. ec. t. 1, p. 243, ec.). [p. 266 modifica]260 LIBRO le accennate testimonianze. Il Fontana (a) astronomo napoletano, in un suo libro stampato nel 1646, pretende di essere egli stato 1 inventore così del telescopio astronomico come del microscopio (Novae coelest. et terre str. Obsciv.). Ma perchè non pubblicò egli prima i suoi ritrovati?! Cotali pruove d’invenzioni trovate molti anni prima, ma tratte da’ libri stampati solo nel 1646 e nel 1655, mi sembran molto dubbiose. Del Galileo al contrario abbiam monumenti sicuri che almeno nel 1624 fabbricò microscopii Dissi almeno nel 1624} perciocchè il Viviani, come osserva il dott. Vandelli (l. cit. p. 41 e l’autore della Prefazione generale alle opere del Galileo (p. 13, ed. Pad.), afferma che fin dal 1612 ei ne inviò uno in dono al re di Polonia, Io ho dubitato per qualche tempo della verità di un tal fatto. Ma un passo de’ Ragguagli del Boccalini , stampati la prima volta in quell’anno medesimo, mi ha fatto conoscere che il microscopio era fin d’allor conosciuto: Mirabilissimi, dice egli (cent 1, ragg. 1), sono quegli occhiali fabbricati con maestria tale, che altrui fanno parere le pulci elefanti, i pigmei giganti. E nell’istesso luogo ragiona de’ telescopii, come d’invenzione fiamminga: Ma gli («> » sig. Tommaso Barbieri parla a lungo delle opere e delle scoperte astronomiche latte da Francesco Fontana (Notizie de* Malem, e Filot. napoL p. i34), il quale certo deesi annoverare tra’ più valorosi astronomi di questo secolo. Fgli vuole anche attribuirgli la gloria di aver trovato il microscopio. Ma io dubito che 111 ciò ci non giunga a persuadercene. [p. 267 modifica]SECONDO 20 7 occhia^ ultimamente inventati in Fiandra a gran prezzo sono comperati dagli stessi personaggi , e poi donati a’ loro cortigiani, i (quali adoperati da essi fanno presso loro vicinissimi quei premii e quelle dignitadi, alle quali non giugne la vista loro, e forse non arriverà l’età. A dir vero però, sembra che il Galileo non perfezionasse il microscopio che nel 1624 j perciocché abbiamo una lettera da lui scritta in quell1 anno al principe Federigo Cesi, in cui mandandogli un microscopio, Invio a V. Eccellenza, gli dice, un occhialino per vedere da vicino le cose minute, del quale spero dì ella sia per prendersi gusto e trattenimento non piccolo, che così accade a me. Ho tardato a mandarlo, perche non V ho prima ridotto a perfezione, avendo avuto difficultà in trovare il modo di lavorare i cristalli perfettamente, lì og~ fetto s’attacca sul cerchio mobile, che è alla base, e si va movendo per vederlo tutto, ec. E segue descrivendo l’uso del microscopio5 il che pure egli fa in due altre lettere da lui scritte l’anno medesimo a Bartolommeo Imperiali e a Cesare Marsili, le quali si riportano da’ due suddetti scrittori, che aggiungono ancora la testimonianza di Niccolò Aggiunti lettore di matematica in Pisa in una sua orazione, stampata in Roma nel 1627. Ancorchè dunque concedasi, il che però non è sì agevole a provare, che altri prima che il Galileo prendesse a lavorar microscopii, converrà confessar nondimeno che questo grand’uomo, senza averne veduto alcuno, ideò ed eseguì egli pure lo stesso lavoro. Deesi però qui riflettere che qualche idea [p. 268 modifica]a68 LIBRO di questo stromeuto ebbero anclie gli antichi; perciocché Seneca ragiona di certe picciole sfere di vetro, delle quali essi usai ano per ingrossare e render leggibili le lettere più minute (Quaest natur. l. 1, c. 5, 6), che erano in somma una specie di microscopio. Anche di un altro genere di telescopio detto dal Galileo cimiero o celatone, poichè adattavasi al capo in modo che anche navigando sulle galere poteansi assai da lungi scoprire ed ingrandire gli oggetti, fu egli medesimo l’inventore} e oltre le pruove che se ne arrecano nella Prefazion generale (p. 39) e nella Vita del Galileo scritta dal Viviani, ne abbiamo la descrizione in una lettera da lui scritta al co. Orso d’Elci ambasciador del gran duca alla corte di Spagna (Op. t. 2, p. 44^)? e inoltre il sopraccitato sig. senator Nelli ha pubblicata un1 altra lettera dal Galileo scritta all’arciduca Leopoldo nel 1618, in cui gli manda insieme con due cannocchiali uno di questi stromenti (Saggio di Stor. letter. fior, p. 71). Da ciò questo scrittore inferisce che non deesi fede al P. da Rheita cappuccino, che in un suo libro stampato nel iG.p, e intitolato Oculus Enoch et Eliae, pretende di aver ritrovati prima d" ogni altro i cannocchiali di due tubi detti binocoli. Ma, a dir vero, a me non sembra che dalle parole del Galileo si possa raccogliere che il suo celatone fosse di due tubi; anzi a me pare ch’ei sempre parli di un solo, e perciò dell’invenzione de’ cannocchiali binocoli si può lasciare tutta la gloria al suddetto cappuccino. Questo stromento però fu coll1 esperienza scoperto meno opportuno di [p. 269 modifica]SECONDO 269 quel clic credevasi alle osservazioni, e perciò andò presto in disuso. X. Anche l’applicazione del pendolo all’orologio, che è stata sorgente di tante belle scoperte nella tisica e nell1 astronomia, vuoisi da molti che non sia invenzione del Galileo, o che almeno nè da lui, nè da Vincenzo figliuol naturale di essAjion fosse eseguita, ma che tutta la lode ne sia dovuta a Cristiano Ugcnio (a). Non solo il Montitela sostiene e si sforza di provare questa opinione (/. dtp. 383, ec.), ma anche nelle Novelle fiorentine del 1774 si è affermato (n. 10. p. i5o) clic presso il signor senalor Nelli esiste la Storia dell’orologio a pendolo, scritta nel 1659 da Vincenzo Viviani; che da essa raccogliesi clic il Galileo l’immaginò solo nel 1G41 - ma non l’eseguì; che Vincenzo di lui figliuolo tentò di lavorarlo per mezzo di Domenico Balestri artefice fiorentino, ma che prevenuto dalla morte nel i(>49> 11011 potè vederlo eseguito; che Marco Tretfler orologiaio del gran duca Ferdinando II lo mise in pratica alcuni anni dopo con idea diversa da quella che avea avuta Vincenzo; che il (a) 11 sig. ab. Andres, fondato su una lettera dell’inglese Odoardo Bernard, che lo afferma senza addurne nè pruova, nè congettura alcuna, vorrebbe persuaderci (Dell’Orig;e Progr. tP ogni Letter. t. 1, p. *>.48) che agli Arabi fosse noto l’uso del pendolo per misurare il tempo. Colpiste.a franchezza con cui il Bernard lo afferma, noi possiamo negarlo , finchè non se ne rechin le pruove. E ancorchè esse ci si recassero, sarà sempre certo che se n’era poscia perduta ogni memoria, e che perciò non è punto minore la lode di chi ne rinnovò ’invenzione. [p. 270 modifica]27O LIBRO primo vero esecutore di questa macchina fu l’Ugenio , il quale, come narra il Montucla , nel 1(357 presentò agli Stati d’Olanda un orologio a pendolo, e che perciò il suddetto senator Nelli ha conosciuto di avere altrove errato, asserendo (Saggio, Ictterec. p. 72, ec.) sulla testimonianza di Giovanni Gioachimo Bechero, che il Galileo era stato l’inventore dell’orologio a pendolo, e che avealo fatto eseguire al suddetto Treffler. Se questa relazion del Viviani avesse veduta la pubblica luce, sarebbe lecito ad ognuno il giudicare de’ sentimenti di quel valentuomo. Ma finchè essa non esce al pubblico, noi non possiamo a meno di non dubitare che non siansi esaminate abbastanza le parole e le espressioni della medesima. Perciocchè è certo che il Viviani, anche dopo il 1649, Pcrsiiaso che il primo a ideare l’orologio a pendolo fosse il Galileo, il primo ad eseguirlo Vincenzo di lui figliuolo. Oltre ciò ch’ei racconta nella Vita di esso, cioè che essendo il Galileo scolaro in Pisa inventò quella semplice e regolata misura del tempo per mezzo del pendolo, non prima da alcun altro avvertita, pigliando occasione d osservarla dal moto d una lampada, mentre era un giorno nel Duomo di Pisa; oltre ciò dico, nell1 esperienze dell’Accademia del Cimento, di cui era il Viviani uno de’ principali membri, stampate nel 1666, si legge: Fu stimato bene di applicare il pendolo all oriuolo sull’andare di quello che prima d ogni altro immaginò il Galileo, e. che. dalV anno 1649 hi pratica Vincenzo Galilei di lui figliuolo. E lo stesso Viviani in una / [p. 271 modifica]SECONDO 21I 6Ua lettera al Magalotti, scritta nel 1673, Molto prima» dice (Magal Lett. famil Fir. 1769, t. 1. p- 44)? avevo inteso da V. S. medesima, quanto quegli (l’Ugenio) malagevolmente soffrisse la giusta pretenzione che noi qua abbiamo a favore del gran Galileo nostro, primo in tempo osservatore ed applicatore del pendolo olì oriuolo, e del sig. Vincenzio suo figliuolo, primo esecutore dei concetti del padre. Del dispiacere che l’Ugenio provò in udire che il Galileo prevenuto l’avesse in questa sì bella invenzione , abbiamo la pruova nella lettera da lui su ciò scritta al Cardinal Leopoldo de’ Medici nel 1673 , e nella risposta a lui fatta dal cardinale (Lett. ined. d’Uom. ill. t. 2, p. 222, ec.), il quale nell’atto di assicurare l’Ugenio ch’egli era ben persuaso che nulla gli fosse giunto all’orecchio dell’invenzione del Galileo, conferma insieme che questi veramente era stato il primo ad idearla: Per quello che ri sguarda all invenzione del pendolo, con asserzione dettata da animo sincerissimo costantemente le affermo di credere mosso da un forte verisimile, che a notizia di V. S. non sia per alcuno tempo venuto il concetto, che sovvenne ancora al nostro Galileo, di adattare il pendolo all oriolo: poiché ciò era a pochissimi noto, e l’istesso Galileo non aveva ridotto all atto pratico cosa veruna di perfetto a tale conto, come si vede da quel poco che fu manipolato ed abbozzato dal figliuolo. E l’Ugenio medesimo scrivendo al Bullialdo, si arrende finalmente a credere che il Galileo l’avesse in ciò prevenuto: llfautbien croire pourtiuit, puisqu un tei Princc bassure, [p. 272 modifica]2^2 LIBRO que Galilée ait eu auparavant moi cette pensée (ib), p. 225). Alla testimonianza del Cardinal Leopoldo aggiugnesi quella del Galileo medesimo, il quale, scrivendo nel 16.^7 a Lorenzo Reali, ragiona a lungo del pendolo eli’ ei chiamava il suo misuratore del tempo, e, dopo avere minutamente descritto in qual maniera egli il! formasse, accenna insieme 1 uso clic potea farsene per gli oriuoli: E siccome la fallacia degli oriuoli consiste principalmente nel non s’essere sin qui potuto fabbricare quello che noi chiamiamo il tempo dell’orologio, tanto aggiustatamente, che faccia le sue vibrazioni eguali, così in questo mio pendolo semplicissimo, e non soggetto ad alterazione alcuna, si contiene il modo di mantenere sempre egualissime le misure del tempo (Galil. Op. t. 2, p. 476). Puossi egli bramare monumento più autorevole a dimostrare che il Galileo ideasse l’applicazione del pendolo all’orologio? Che poi l’idea del padre fosse dal figlio Vincenzo eseguita, oltre le pruove già accennate, ne abbiamo un1 altra evidente in una lettera latina di Matteo Campani degli Alimeni al re Luigi XIV, la quale contiene troppe più altre belle notizie, perchè io debba qui darne un fedele estratto (Letti ined. (d’Uom. ill. t. 2, p. 227, ec.). Ei narra adunque che nel 1655 (due anni prima che f Ugenio offrisse agli Stati d’Olanda il suo orologio) il pontefice Alessandro VII aveagli ingiunto di applicare il pendolo agli orologi; e eli1 egli alora avea riflettuto che poteansi per mezzo del detto pendolo regolare gli oriuoli in modo che la divisione dell’ore fosse perfettamente uguale j [p. 273 modifica]SECONDO 2^3 che quattro anni dopo, cioè a’ 5 di maggio del 1659, andando da Roma a Firenze, trovò in Radicofani un certo Monanno Monanni fiorentino, da cui intese che in Firenze si cominciava a trattare il perfezionar gli oriuoli con una macchina trovata dal Galileo; ch’egli quindi avendo adattato il pendolo al suo orologio portatile, lo offrì al gran duca Ferdinando II e che questi gliene fè mostrare un altro più grande, a cui era stato applicato il pendolo, secondo l’idea che data ne avea in una sua macchina il figliuolo del Galileo, e secondo ciò che il Galileo stesso aveane scritto: Is benignissime ostendi mihi mandavit quoddam suum majoris molis horoligium, cui simile pendulum affigi jusserat, ducta scilicet invetione tum ab antiqua et aeruginosa machina minime absoluta, quam Galilei filius jam ab anno 1649 construxerat, rum etiam ex quibusdam ejusdem Galilei scripits et epistolis de pendulorum usu ad Hollandos datis. Avea dunque Vincenzo fatta veramente eseguire l’idea di suo padre, col far lavorare un oriuolo a pendolo, benchè il lavoro non fosse riuscito perfetto, come in tutte le cose nuove suole accadere. Soggiugne poi il Campani, che avendo egli considerata quella macchina, cominciò a pensare a varie maniere di applicare il pendolo all’oriuolo, e che venutogli poi alle mani il libro dell’Ugenio, stampato nel 1658, si diede a immaginare in qual modo si potesse applicare il pendolo all’oriuolo in maniera che o questo avesse sempre uguali le vibrazioni, o che il pendolo stesso da se medesimo, senza alcuna forza estrinseca, si Tiiubosciu, Voi XIV. 18 [p. 274 modifica]2"4 LIBRO movesse perpetuamente; del che egli dice che trovò l’idea nella lettera sopraccitata del Galileo al Reali; e siegue poscia sponendo diversi t< illativi eh’ei fece per assicurar 1’uguaglianza delle vibrazioni del pendolo, finchè trovò il modo, da lungo tempo cercato, di far che un semplice pendolo per proprio suo movimento e senza forza estrinseca si movesse; il qual segreto ei dice di aver comunicato all1 imperador Ferdinando II. Or questa lettera rende si certo che il figliuolo del Galileo eseguisse, benchè non del tutto esattamente, le idee del pa«lre nell1 applicazione «lei pendolo, che sembra escluderne ogni dubbio. Ma a rendere ancor più certa questa gloria del Galileo, si aggiungo clic f orologio da Marco Treffler fabbricato sotto la direzion di Vincenzo esiste tuttora presso il sig. avvocato Maccioni professore nella università di Pisa; e il dottissimo sig. Tommaso Perelli professore di matematica nella stessa università ne ha pubblicata la descrizione (V. Giorn. di Pisa, t. 2 , p. 234) Il meccanismo però ne è alcun poco differente dall1 Ugeniano, perchè il motore del primo, in vece di un peso, ha una molla, a cui dopo sono state aggiunte due laminette cicloidali. XI. Pare che sia destino di tutte le invenzioni del Galileo, eh1 esse gli vengono contrastate, e che altri cerchi di arrogarne a se stesso la gloria. Così avvenne ancora al compasso di proporzione da lui ideato fin dal , e fin «f allora «la lui fatto eseguire, e mostrato a diversi ragguardevoli personaggi, che si annoveravano dal Viviani, e prima di lui dal medesimo à [p. 275 modifica]SF.COXnO 2^5 Galileo nella sua Difesa contro il Capra. Nel 1606 ei diede in luce in Padova il suo trattato su questo stromento col titolo: Le operazioni del compasso geometrico e militare. Quand1 ecco fanno seguente uscire alla luce nella stessa università di Padova un trattato latino sullo stesso argomento di Baldassar Capra milanese, in cui a se stesso attribuiva tale invenzione. Punse altamente il Galileo questo proceder del Capraj e avendone egli fatta doglianza presso i Riformatori dell’università, questi, esaminata attentamente la causa e conosciuto f aggravio clic il Galileo ricevuto avea dal suo avversario, ordinarono che le copie del libro del Capra fosser soppresse, e permisero al Galileo di scrivere in sua difesa, com’egli fece, inserendo in quclf opera testimonianze di molti in suo favore, c f accennata sentenza de’ Riformatori dello Studio. Vuolsi però qui avvertire a qualche scusa del Capra , che non fu tanto egli il reo di questa ingiuria al Galileo usata , quanto Simon Mario di lui maestro, di cui infatti lo stesso Capra fece onorevol memoria nella sua prefazione. Così afferma altrove il medesimo Galileo: Io parlo, dice egli (Il Saggiatore, Op. t. 2, p. 235), di Simon Mario Gunzebusano, che fu quello che già in Padova , dove allora io mi trovava, trasportò il lingua latina l’uso del detto mio compasso, ed attribuendoselo lo fece da un suo discepolo sotto suo nome stampare, e subito; forse per fuggire il gastigo, se ne andò alla patria sua, lasciando il suo scolare, come si dice, nelle peste, ec.*, e soggiunge che questi avea poi ardito ancor d’affermare [p. 276 modifica]276 LIBRO che prima ili lui uvea scoperti i satelliti di Giove. Ma non fu il solo Capra, o il solo Mario che contrastassero al Galileo questa invenzione. Alcuni vogliono che Giusto o Giodoco Byrgio ne fosse il vero inventore; e di questa opinione, oltre più altri scrittori, è anche il Montucla (l. cit. p. 471), il quale avverte che ciò affermasi da Levino Hulsio in un suo libro stampato nel 1603, e che anche un certo Horchero da Berncastel avea stampato un libro nel 1607 su questo stromento. Ma se il Galileo , come pruovano le testimonianze da lui prodotte nella sua Difesa, fin dal 1597 avea cominciato ad usarlo, invano se gli oppone un libro stampato nel i(5o3; e molto più che avendone egli mostrato f uso a diversi Tedeschi, come narra egli stesso, intendersi facilmente come presto se uè divolgasse la fama nell1 Allemagna. Io credo però, che il Byrgio, senza saper di quello del Galileo, inventasse il suo compasso, e il raccolgo da ciò che dice il Bernaggeri nelle sue note al libro del Galileo, cioè che il compasso di questo era assai meno soggetto agli errori, e di uso assai più ampio che quello del Byrgio. XII. Anche il termometro, benchè da alcuni, , e fra gli altri dagli Enciclopedisti. si spacci come invenzione del Drebbel, con maggior fondamento si annovera tra gli stromenti ideati dal Galileo (a): In questi medesimi tempi, cioè (a) Il già citato sig. Barbieri vorrebbe dar la gloria dell’invenzione del termometro a Sebastiano Bartoli da Montella nel principato Ultra, il quale ne fece menzione [p. 277 modifica]SECONDO 2«7 circa il »596, dice il Viviani nella Vita ili es50, ritrovò i termometri, cioè quegli strumenti di vetro con acqua e aria, per distinguer le mutazioni di caldo e freddo, la varietà de’ temperamenti de’ luoghi,» la qual maravigliosa invenzione dal sublime ingegno del gran Ferdinando II nostro Serenissimo Padron Reggente è stata modernamente perfezionata e arricchita. Più autorevole ancora è la testimonianza di Gianfrancesco Sagredo patrizio veneto, e uomo nelle filosofiche e nelle matematiche scienze dottissimo, il quale in una sua lettera scritta al Galileo nel 1613, e prodotta dal sig. Francesco Grisellini (Mem, di F. Paolo, p. 210), ! l’instrumento , dice, per misurare il caldo inventato da V. S. è stato da me ridotto in varie forme assai comode ed esquisite, intanto che fa la differenza della temperie da una stanza all’altra, e si vede fino a cento gradi. La bilancetta idrostatica per conoscer col. mezzo delf acque il peso de’ metalli, fu essa ancora ritrovato del Galileo, benchè tardi ei pubblicasse il suo trattatello su questo stromento, che fu poscia dal P. Castelli e dal Viviani illustrato colle lor note per renderne più agevole l’uso. Finalmente ei mostrò la fecondità delle nella sua The minto già Aragonia , stampata. più anni dopo la stia morte \ ed ei pniova assai bene eli’ ei t u anteriore al Drebbel, a cui da al uni s’attribuisce questa invenzion- (Nntiz. de’ Malati, r Filo*. 11 a poi. p. i38, cc. 1. Ala noi abbiamo qui mostrato che fin dal 1 f> 13 d Galileo usava dt questo strumento da lui ritrovato. e che sembra an/.i che l’invenzione *e ne debba riferire circa Tanno i5cj6. [p. 278 modifica]2J& LIBRO sue ingegnose invenzioni nell1 armare la calamita , e nell’accrescerne stranamente le forze. In questi medesimi tempi, cioè verso il 1600, dice il Viviani.fece studio e osservazione particolare sopra la virtù della calamita, e con varie e replicate esperienze trovò) modo sicuro di armarne qualunque pezzo, che. sostenesse di ferro ottanta e cento volte più che disarmato, alla qual perfezione non s era mai pervenuto da alcun altro a gran segno. XIII. Se altri monumenti non ci rimanessero dell ingegno del Galileo , che le invenzioni da noi esposte finora, queste sole potrebbon bastare a dargli onorevol luogo tra i ristoratori della filosofia. Ma tutto ciò è quasi un nulla in confronto alle belle scoperte che in ogni parte del regno della natura egli fece. Fino dagli anni suoi giovanili egli conobbe che finallora altro nelle scuole non si era fatto che speculare inutilmente; che mille diversi sistemi si erano immaginati, ma tutti aerei, perchè fondati nella fantasia de’ filosofi più che nella cognizione della natura; che l’autorità di Aristotele presso alcuni, di Platone, di Parmenide4 d’Epicuro presso altri, era stata comunemente la guida che tutti aveano ciecamente seguita , credendo che i soli antichi filosofi avessero avuto il dono d’intendere e di ragionare, e che non fosse lecito senza grave delitto il discostarsi dalle loro opinioni. Egli ebbe il coraggio di dubitare di’ essi non avessero ben conosciuta la natura; ma in vece di combattere le inutili loro speculazioni con altre ugualmente inutili sottigliezze, come avean fallo il [p. 279 modifica]SECONDO 2^i) Palmi , Cardano, il Bruno ed altri filosofi del secolo precedente, si diede a studiare diligentemente l’indole e le proprietà delle cose create. Il Galileo non fu autor di sistema; perchè ei conobbe che il voler ridurre a certi e determinati principii i fenomeni della natura, senza prima conoscerne f indole e le leggi, era lo stesso che innalzare un vasto edificio senza prima gettarne un solido fondamento. La magni or gloria del Galileo, dice egregiamente l’abate Andres (Sagg. della Filos. del Galil. p. 12), è stata non formare sistemi, e questa forse è stata ancora la sua disgrazia, e la cagione di non essere grandemente stimato il suo merito. In fatti da alcuni egli è rimirato come un freddo osservatore che, pago di fare diverse sperienze, non sa poi concatenarle insieme e ridurle, per così dire, a un sol corpo. Ma s’egli non ha avuto l’onore di esser capo di scuola, e di proporre un sistema che fosse abbracciato da molti, come avvenne al Cartesio, le scoperte però e le osservazioni da lui fatte hanno servito e servono tuttora di fondamento a’ sistemi che altri han poscia formati. Al contrario il Cartesio, il quale, gonfio del suo sistema e dell1 applauso con cui il vide ricevuto da’ suoi Francesi, scriveva con intollerabil disprezzo del Galileo, dicendo che nelle opere di esso non vedea cosa alcuna che gli facesse invidia, o che volesse riconoscere per sua (Lettres, t. 2, lettre. 91 au P. Mersenne), se ora levasse il capo, vedrebbe il suo sistema abbandonato ornai, e rimiralo non altrimenti che un sotmo. [p. 280 modifica]280 LIBRO e le osservazioni del Galileo al contrario riconosciute comunemente e adottate come principii su cui quasi tutta è fondata la moderna filosofia. E deesi aggiungere ancora chè il Caii tesio non ebbe difficoltà a spacciar come sue molte opinioni che da altri già erano state proposte , come chiaramente e distintamente ha provato il co. Algarotti (Sagg. sopra. il Cartes Op. 13 293); ma niuno si è ancor trù-»<9 vato clic cjuesta taccia abbia con buon fondici mento apposta al Galileo, il quale al suo ingegno e al suo studio dovette tutte le belle scoperte! k delle quali la filosofia fu per lui arricchita. Facciamoci dunque a esaminarle, ma brevemente, poichè siamo in un argomento che dalle penne di molti valorosi scrittori è stato già bastantemente illustralo. XIV. L’astronomia fu per avventura la scienza che maggiormente piacque al gran Galileo, e in cui con più piacere occupossi; e se ad essa ei dovette i travagli e i patimenti che vivendo sostenne, ad essa ancor dee principalmente la gloria di cui ora egli gode. Il sistema copernicano , adombrato già oscuramente da alcuni antichi filosofi, poscia dal Copernico ridotto a chiarezza e ad evidenza maggiore, fu da lui posto in tal luce, collo stabilire e spiegare il moto diurno e il moto annuo della terra, e collo sciogliere tutte le obbiezioni che ad esso si posson fare, che se il Galileo avesse potuto persuadere che ciò non si opponesse alf autorità della sacra Scrittura, avrebbe in ciò fin d’allora avuto gran numero di seguaci; e molti, [p. 281 modifica]SECONDO 28! ciò non ostante, veggendo la forza degli argomenti da lui proposti, presero a sostener quel sistema come un1 ipotesi, e finalmente esso è divenuto sì universale tra’ dotti, che niuno omai ha coraggio di seguire altra opinione. Ma in ciò il Galileo non fece che illustrar maggiormente gli altrui sentimenti. Maggior gloria egli ottenne colle nove scoperte che per mezzo del suo telescopio ei fece nel cielo. Le stelle fisse, dice graziosamente l’ab. Andres (l. cit. p. 514), non so se piuttosto vorrebbero lamentarsi del Galileo, che ringraziarlo: egli diede loro la compagnia di tante altre stelle, di cui per tanti secoli mancavano, cioè scoprendo che la via lattea e la nebulosa altro non erano che gruppi e ammassi di stelle finallora non conosciute; e le dotò di una luce propria e nativa, ma le privò parimenti di gran parte del loro splendore, di cui quietamente godevano, per non esservi nessuno che loro lo contrastasse, cioè scoprendo col telescopio, che la loro radiazione le fa all’occhio nudo comparire più grandi, che non dovrebbono. Ei fu il primo innoltre a osservar due stelle intorno a Saturno, e vedutele poi dileguarsi, ardì di pronosticare il loro ritorno, e vide la sua predizione avverata; e aprì in tal modo la strada a conoscer l’anulo di quel pianeta, e a scoprirne le variazioni. I satelliti di Giove furono la scoperta di cui più compiacquesi il Galileo (a). Ei diede (a) Simotie Mario astronomo dell’elettorato di Brandelli! rgc pretese di avere un anno prima del Galileo, cioè nel 1 Glhj , scoperti i satelliti di Giove; ma non [p. 282 modifica]282 LIBRO loro il nome di stelle medicee, calcolò i periodi de’ loro moti, e ne distese le tavole. Per mezzo di questa osservazione, del suo telescopio e dell1 orologio e del pendolo, egli sperò di sciogliere il sì famoso problema delle longitudini. Ei comunicò la sua idea circa il 1615 al gran duca Cosimo, da cui fu proposta alla corte di Spagna, la quale avea promessi gran premii a chi giugnesse a scioglierlo. Ma tali difficoltà si frapposer da alcuni, che non potè il Galileo ottenere che si prendesse a tentare di mettere in esecuzione le sue idee. Più felice successo pareva che aver dovesse f offerta che egli ne fece nel 1636 alla Repubblica d’Olanda, la quale gradì talmente il progetto del Galileo, che oltre il ringraziarnelo con cortesissima lettera, inviogli tosto una magnifica collana d’oro, cui però il Galileo non volle accettare, finchè l’effetto non avesse comprovata la giustezza de’ suoi disegni. Frattanto essendo egli divenuto cieco, consegnò tutti i suoi scritti su tal materia al P. don Vincenzo Ranieri suo discepolo; ma questi ancora , mentre stava per pubblicarli , fu da immatura morte rapito, e gli scritti indicati andarono infelicemente dispersi, sicchè non se 11’ è piò avuta contezza alcuna; e il frutto di tante fatiche e di tanti studi del Galileo si è interamente perduto. Marte e Venere ancora furon f oggetto di diverse osservazioni del Galileo, il quale, fra le altre cose, avendo ei pubblicata la sua scoperta che quattro anni dopo il medesimo Galileo, cioè nel 161.^, non trovi» sì là ilmenle olii gli prestasse lede (V. Bailty, Hist, de l’Attron. moti. (. 1, p. 102, ve.). [p. 283 modifica]secondo a83 cominciò ad aver qualche idea delle fasi del primo di questi due pianeti, e pienamente scoprì quelle del secondo. Più ampio campo alle scoperte del Galileo somministrò la Luna. Ei fu il primo a conoscere die la superfìcie ne era scabrosa, e a ravvisarvi i monti, de’ quali ancora si accinse a misurare l’altezza. Questa scoperta fu comunemente ricevuta con plauso5 ma ebbe anche qualche avversario. Un Gesuita professore in Mantova , in una pubblica disputa ivi tenuta, sostenne che il corpo della Luna avea certo de’ monti, ma la circonferenza non già, come il Galileo affermava; e innoltre che non era giusta la dimostrazione da lui recata del suo metodo nel misurare f altezza de monti lunari. Della stessa opinione fu il p. Giuseppe Biancani bolognese pur gesuita , professore di mattematica in Parma, e autore di alcune opere intorno a questa scienza, degne per que’ tempi di lode (Mazzucch. Scritt. ital. t. 4, par. 2 , p. 1120). Ad amendue fece il Galileo lunga e ingegnosa risposta in una sua lettera al p. Cristoforo Griemberger gesuita, che insieme cogli scritti de’ due suddetti Gesuiti si legge nel secondo tomo dell" opere del Galileo dell’edizione di Padova, insieme con alcune altre lettere del medesimo inserite nel terzo tomo in risposta ad altre difficoltà oppostegli da Gio. Giorgio Breugger e da Lodovico dalle Colombe e da Fortunio Liceto. Io lascio altre scoperte dal Galileo fatte nel corpo lunare, che si posson veder accennate dai più volte nominati scrittori, per passare a quella tanto più celebre delle macchie solari.Questa ancora gli fu contrastala; [p. 284 modifica]3^4 LIBRO perciocché alcuni affermarono che il P. Cristoforo Scheiner gesuita tedesco aveale prima del Galileo osservate. Di fatto nel 1611 a’ 26 di dicembre lo Scheiner in una sua lettera al celebre Marco Velsero, a cui si sottoscrisse con finto nome Apelles post tabulam latens , gli diede avviso delle macchie solari eh1 egli avea cominciato a scoprire sette o otto mesi innanzi, e con altra più lungo lettera , scritta ai 25 di luglio dell’anno seguente, più ampiamente le descrisse e ne recò la sua spiegazione. Il Galileo rispondendo a’" 4 di maggio del 1612 al Velsero, che aveagli mandata la prima lettera del finto Apelle, dice di averle osservate diciotto mesi addietro, cioè verso al fine del 161 o. Ma come lo Scheiner nelle sue lettere non si vantava di esserne egli stato il primo scopritore, così il Galileo nè in questa, nè in altre lettere scritte al Velsero su questo argomento, su ciò non si arresta; e benchè impugni molte opinioni del Gesuita tedesco, il fa nondimeno con espressioni di rispetto e di stima verso il loro sostenitore. Ma poichè lo Scheiner nel 1630 ebbe pubblicata la sua opera intitolata Rosa Ursina , in cui a sè attribuiva lo scoprimento di queste macchie, e in molte cose impugnava le sentenze del Galileo, questi se ne risentì, e in alcune sue lettere scrisse dello Scheiner con tali espressioni, che dal commercio de’ dotti dovrebbon essere sbandite. Io credo però, che il Galileo a ragione si arrogasse tal gloria. In una sua lettera ad Alfonso Antonini (Op. t. 2, p. 50) ei cita la testimonianze di due Gesuiti, cioè quella del P. Adamo Tannerò , il quale [p. 285 modifica]

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dimorava in Ingolstad, ove c?rn anche lo Scheiner, e che nella sua Astrologia sacra, senza pur nominare lo Scheiner, al Galileo attribuiva la scoperta delle macchie; e quella di un altro Gesuita, di cui non vuol dire il nome, il quale affermava averne egli dato il primo avviso al detto Scheiner nel tempo eh* io mi trovava in Roma, dove più volte le feci vedere a molti gran prelati negli Orti Quirinali, il che accadde nell’aprile del i(5ij. Chi fosse questo Gesuita, raccogliesi da un’altra lettera di Giovanni Pieroni al Galileo, il quale mandando a lui una copia della celebre opera De Centro gravitatis del P. Paolo Guldin gesuita tedesco, che questi aveagli data a tal fine, aggiugne: E perchè detto Padre è quello che mi attesta, che fu il primo che diede lume ed avviso al P. Scheiner delle macchie del Sole scoperte da V. S., perciò più particolarmente io l’amo, ec. (ivi, p. 200). E ancorchè volesse concedersi che lo Scheiner, senza sapere del Galileo, scoprisse le macchie solari, è certo però , che lo scrittore italiano assai meglio che il tedesco ne spiegò la natura e i fenomeni, cambattendo l’opinione dello Scheiner sostenuta, ch’esse fossero altrettante stelle (a). (j) Un altro Oltramontano pretende, e, secondo il parere di m. Bailly (l. c. p. 104, ’<17)1 con maggior ragione che il P. Scheiner, di essere stato il primo ad osservar le macchie solari, cioè Giovanni Fabricio, che intorno ad esse pubblicò una sua lettera nel giugno del 1611. Nondimeno, se il Galileo osservolle verso la fine del 1610, non pare che si possa sì facilmente decidere [p. 286 modifica]2iSC> LIBRO XV. Non ugualmente felice fu il Galileo nclf esaminar le comete. Il gran Ticone era stato il primo a scoprire che esse erano veri pianeti colle orbite per tal modo ellittiche, che nel giro di molti anni per pochi mesi, o anche solo per pochi giorni si muovono presso il Sole, e ne ricevono il lume. Il P. Orazio Grassi gesuita savonese, che era lettore di mattematica in Roma, ove anche finì di vivere nel i65-4 (Soliteli. 71 ibi. Script. Soc. J. p. 351), in una dissertazione latina senza il suo nome stampata nel 1618, all’occasione di tre comete che in quell’anno si videro, sostenne la stessa opinione. Era allora il Galileo infermo, e non potendo per se stesso osservar le comete, gli convenne fidarsi all1 altrui relazioni; il che forse se non avesse egli fatto, avrebbe anche in ciò sostenuta la gloria del suo nome. Egli dunque, non ben persuaso dell1 opinione del Ticone e del p. Grassi, comunicò i suoi sentimenti a Mario Guiducci suo discepolo, e consolo dell’Accademia fiorentina, il quale, in un suo discorso tenuto nell’accademia stessa e poi divolgato, prese a confutare quell’opinione, e a sostenere che le comete eran composte di materia terrestre che dalle nostre regioni sollevavasi sopra f aria. Il P. Grassi, che tenne per fermo che sotto il nome del Guiducci si fosse nascosto il medesimo Galileo, a lui rispose colla sua opera intitolata Libra astronomica c filosofica, a chi debbasi il primato della scoperta. E probabile che amendue la facessero circa d tempo medesimo senza sapere l’uno dell’altro. [p. 287 modifica]SECONDO 287 eii egli pure lu pubblicò sullo il nome iìnlu «li Lotlario Sarsi suo discepolo. Alla Libra replicò il Galileo col suo Saggiatore, opera dottissima, in cui, dice F ab. Andres (l. cit p. »(>y), la dottrina del (Galileo merita ogni sorte d’indulgenza in riguardo alle bellissime cose che la ottica e tutta la Filosofia deve ad esso. Anche il Saggiatore non rimase senza risposta, e il p Grassi pubblicò nel 1627 un’opera intitolata Hat io ponderimi Librac et Symbellae, in cui paragonando tra loro le opere della Libra e del Saggiatore, mostrava qual fosse la più sicura dottrina che intorno alle comete doveasi stabilire. Il Guiducci ancora veggendosi attaccato nella Libra del Sarsi, si difese con una sua lettera al P. Tarquinio Galluzzi gesuita, che si ha tra le opere del Galileo (t. 2 , p. 3(.iy). Nò passò più oltre questa contesa, nella quale se il Galileo non ha avuto f onore di vedersi da’ posteri rimirato come vincitore in ciò che appartiene alle comete, niun però gli contrasta il primato di sapere e d’ingegno in tutti gli altri rami delle scienze astronomiche; e il Saggiatore, malgrado gli errori in cui il Galileo è caduto, si considera ancora come una delle più utili e delle più dotte opere che il secolo precedente vedesse uscire alla luce. Dalle cose astronomiche passò il Galileo a quelle che da esse in qualche modo dipendono. L’ipotesi da lui proposta a spiegare il (lusso e il riflusso del mare, benchè poscia abbia ceduto a quella del Newton, è nondimeno rimirata da tutti come sommamente ingegnosa e ammirabile riguardo a que’ tempi in cui ancora non aveasi idea di [p. 288 modifica]288 LIBRO tante scoperte che tanto hanno illustrata la filosofia; e lo stesso dee dirsi di ciò ch’egli scrisse intorno alle meteore e all’aurora boreale e alla cagione de’ venti. XVI. Se nell’astronomia fu il Galileo lo scopritore, per così dire, di un mondo nuovo, nella meccanica ei fu il creatore di una nuova scienza; e molto più in ciò ammirabile, perchè delle celesti scoperte ei fu debitore alla felice invenzione de’ suoi telescopii dei principii della meccanica e delle conseguenze che ne dedusse, ei fu debitore soltanto al profondo suo ingegno. I suoi Dialoghi intorno alla nuova Scienza, dice f ab. Andres (L cit. p. 39), della cui testimonianza io spesso e volentieri mi vaglio, perchè non essendo egli italiano, essa non può credersi dettata da adulazione, formano l’epoca della vera e nuova Filosofia. Lasciando stare la giusta definizione del moto equabile, e i principii eli1 ei giustamente ne stabilì, fu egli il primo a mostrare falso l’assioma di Aristotele, seguito poscia dell1 immensa turba de’ suoi seguaci , che i gravi accelerano la lor caduta a proporzione del loro peso, e ardì di affermare che una paglia, a cagion d’esempio, e un pezzo di piombo nel voto caderebbero con uguale velocità; e la macchina pneumatica poscia trovata fece conoscere quanto vero fosse il raziocinio del Galileo. Egli impugnò parimente l’altro assioma d1 Aristotile, che le velocità dello stesso mobile, che cade per diversi mezzi, hanno tra loro la proporzione contraria della densità* de’ mezzi medesimi; e fissò le proporzioni clic hanno le velocità de1 simili, o de1 dissimili in [p. 289 modifica]SECONDO 28l) un mezzo medesimo, o in diversi mezzi. A lui si dee la tanto famosa legge dell’accelerazione de’ gravi (a). La discesa de’ gravi, pe’ piani inclinati fu da lui ridotta a certe e determinate leggi La ballistica ancora, ossia il moto dei proietti, fu da lui prima d’ogni altro esattamente spiegata; perciocchè tutti vedevano che i gravi spinti orizzontalmente descrivevano una linea curva; ma egli innanzi a tutti definì la natura di questa curva, mostrando ch’ella era una parabola, e determinando qual sia l’impeto di un grave spinto in tal modo in qualunque punto della parabola j aprendo con ciò la via a tanti moderni autori che, seguendo le vestigia del Galileo, hanno egregiamente illustrato questo argomento. Nelle riflessioni da lui aggiunte all’opera del Commandino sul centro di gravità, molti lumi egli sparse»su questa materia ancora, ed ei pensava di scriverne poscia più ampiamente. Ma avendo veduto il libro che su questo argomento pubblicò nel 1603 Luca Valerio professore di matematica in Roma , autore ancora di un eccellente trattato sulla quadratura della parabola , e lodato con breve elogio dall’Eritreo (Pinacoth. pars 1, p. 236), ei ne depose il pensiero, e ci privò in tal modo del frutto delle sue ingegnose ricerche. Della dottrina innoltre de’ pendoli fu egli il primo ritrovatorej e fu questo (ti) E degno di esser letto ciò che a difesa della dimostrazione ilei Galileo intorno all’accelerazione de* gravi ha scritto il eh. sig. don Giovanni Audres (Racc. ferrar. d’Opusc. t. 1, p. 44). TlRÀBOSCHl, Voi XIV. f9 [p. 290 modifica]• Jh j 390 LIBRO uno de1 primi saggi ch’in età giovanile ei diede del suo talento per questa sorta di studi. Ei ne osservò le oscillazioni sempre uguali; vide l’uso che potea farsene nella medicina per conoscere il polso; appiccollo poscia a misurare le altezze; e finalmente ideò di usarne per gli orologi; come si è poc’anzi mostrato. La statica fu parimente da lui felicemente illustrata; e quel general principio di essa, che per muovere un peso richiedesi una forza maggior del peso, o, s’ella è minore, richiedesi che il mancamento della forza sia compensato dalla velocità; questo principio, dico, che, come osserva 1’abate Andres (p. 80), credesi comunemente trovato dall’inglese Desaguliers, è chiaramente espresso e spiegato dal Galileo, il quale pure ingegnosamente ne trae la spiegazione di molti particolari movimenti, e delle leve e della vite ragiona molto accuratamente. La resistenza de’ solidi e la forza della percossa occuparono esse pure l’acuto ingegno del Galileo; e benchè i più recenti filosofi abbiano accresciute e perfezionate le cognizioni ch’egli su queste materie ci ha date, tutti però ne hanno seguite le vestigia, e su’ fondamenti da lui gittati hanno innalzato il loro edificio. Nel Trattato intorno alle cose che stanno in sull’acqua, o che in quella si muovono, in quello della Bilancetta idrostatica, e in altri passi delle sue opere veggonsi da lui egregiamente e sottilmente spiegati i principii dell’idrostatica; e fra le altre cose ei rigetta il principio de’ Peripatetici, che la diversità della figura ne’ corpi sia la cagione o dell’andare essi a fondo dell’acqua, o del [p. 291 modifica]SECONDO | galleggiare sopra la superficie; e spiega onde avvenga che una medesima quantità di piombo in forma di palla cali al fondo, in forma di luminetta galleggi; spiegazione ingegnosa, di cui fecesi poscia bello M. Petit, spacciandola come sua (ivi, p• 110). Le nuove opinioni del Galileo furono impugnate da due Peripatetici, cioè da Lodovico delle Colombe e da Vincenzo di Grazia; e le loro infelici opere insieme colla valorosa confutazione fattane dal P. ab. Castelli si veggon nel primo tomo dell’opere del Galileo, ove però è ad avvertire che il ch. signor senator Nelli, da me altre volte lodato, ha dimostrato che il Galileo fu certamente l’autore di tali risposte, benchè egli volesse che uscissero sotto il nome del P. Castelli suo scolaro (Sagg. di Stor. letter. p. 58, ec.) (a). Benché dell’idraulica ei non abbia scritto un ampio trattato, la lettera però che ne abbiamo intorno al fiume Bisenzio, sparge tai lumi ancora su questa scienza, ch’ei può esserne riconosciuto per padre e per fondatore: perciocchè egli stabilì e dimostrò che due canali, la declività de’ quali uguale sia nel lor totale, avranno la medesima velocità, benchè l’un di essi sia più breve e diritto, l’altro più lungo e tortuoso; e applicando prima d’ogni altro la geometria al corso delle acque, determinò gli effetti della diversa pendenza di due canali che abbiano la (o) Intorno alla controversia che sulle cose galleggianti nell’acqua ebbe il Galilei co1 due filosofi qui nominati, veggasi anche la più volte citata opera del dott. Giovanni Targioui Tozze Iti (I. i, p. 19, ec.), [p. 292 modifica]292 LIBRO stessa lunghezza; e con queste ed altre profonde ricerche agevolò il sentiero al suo celebre discepolo il P. ab. Castelli, a cui abbiamo alcune lettere seri Ite dal Galileo < linee, di Scili, sul moto dell’acque, t. 4, ed. parm.), e dal quale, come tra poco diremo, fu questa scienza condotta a gran perfezione. Finalmente la legge di continuità, che si suole credere una scoperta del Leibnitz, da’ più moderni filosofi poscia illustrata, non fu al Galileo sconosciuta; perciocchè, come osserva l’ab. Andres (p. nel suo primo Dialogo de’ sistemi del Mondo, ei dice che un mobile partendosi dalla quiete, ed entrando in moto, passa per tutti i gradi di tardità precedenti, che sono tra qualsivoglia grado di velocità assegnato, e lo stato di quiete, i quali gradi sono infiniti, che non vi è ragione veruna per la quale ei debba entrare in un tale determinato grado di velocità prima di entrare in un minore, e in un altro ancor minore prima che in quello j anzi par molto bene ragionevole passare prima per li gradi più vicini a quello, domi’ ci si parte, e da quelli a’ più rimo ti (*). (*) Anche all’architettura militare volse il Galileo il suo studio, e se ne conservano le pruove in due pregevoli codici della biblioteca Ambrosiana in.Milano, accennati dal celebre sig. ab. Frisi nel suo Elogio del! Galileo, e de’ quali io pubblicherò qui l’esatta descrizione, che gentilmente me ne ha comunicata l’eruditissimo prefetto di essa sig. dott. Baldassare Oltrocchi. Ex Cod. MS. Bibl. Ambros..Signat. D. 296 in fol. G. Galilei de Fortificatione. Dovendo noi discorrere intorno al modo di fortificare, [p. 293 modifica]SECONDO 2^3 XVII. Alcune altre particolari quistioni di fisica furono dal Galileo felicemente illustrate. Seguendo gli esempi del padre, applicossi alla doviamo prima recarsi inanti alla mente il fine , per il quale sono state ordinate le fortificationi: il quale altro non è che il fare che pochi possino difendersi da molti, atteso che si deve sempre sopporre che il nemico venendo per impadronirsi d’una fortezza sia per condurre sempre assai più numeroso esercito che non è la moltitudine de’ diffensori. Adunque bisogna che quelli della fortezza $ s’ingegnino di potere contrastare al nemico con vantaggio del sito. Bisogna oltre a ciò sapere a quali sorte d’offese si deve resistere, se vogliamo potere talmente ordinare la fortezza che possa a detto effetto contrastare. Et venendo al particolare nostro, poichè si è trovala r artegliaria strumento da guerra di tutti violentissimo, non possono quelle, diffese che anticamente, bastavano, essere ne i nostri tempi atte a resistere. Però bisogna che troviamo altri corpi da difesa, che agli antichi non furono de mestiere. I mezzi con i quali s offendono et espugnano le fortezze, pare che siano principalmente cinque, cioè la batteria quando che con l’artegliaria s’apre di lontano una muraglia, et per Z1 apertura fa adito ad entrare nella fortezza; la zappa che si fa accostandosi alla muraglia, et con pali di ferro, con picconi, et altri stromenti di rovina. La terza è la scalata, quando con le scale si monta sopra la muraglia. La quarta è la mina, la qual per la forza de.l fuoco rinchiuso in una cava sotterranea, come a suo luogo dichiareremo, rovina in un istante una muraglia. La quinta finalmente è l’assedio, quando togliendo a i difensori ogni sorte di sussidio, si costringono per la fame a rendersi. Lasciamo stare il tradimento, come maniera di espugnare ingnominiosa, et alla quale male si può trovare rimedio, essendo impossibile guardarsi da i traditori. Lasciamo per simile rispetto le. improvvise rubberie , dalle, quali non ne può assicurare la forma della fortezza, ma solamente la vigilanza e cura de gnanUc. \ [p. 294 modifica]294 * LIBRO musica, c dalla osservazione delle vibraziorù de’ pendoli ei trasse la soluzion del problema delie due corde tese ad unisono, che toccanDelle quattro prime, offese è officio dell architetto, ec. Capitoli con figure. Delli diversi corpi di difesa. Della diversità de’ tiri. Quello s’intenda per pigliare le diffese. Delle tre cause della prima imperfezione de.’ Balluardi. Della fossa, scarpa, contrascarpa, et strada coperta. Dell Orecchie ne. Considerazioni nel determinar le diffese. Della pianta et del profilo. Della scala. Prime considerazioni intorno alt accomodare, diversi corpi di difesa alle fot ti frazioni. De* remedi contro alle scalate. Della Zappa Della trincera. Come si traversi la fossa. De’ rimedi per proibire V accostarsi alla fortezza, et zapparla. Delle mine, et contromine. Della batteria, et suoi rimedi. Delle misure particolari di tutti i membri della fortezza. Della diversità de’ siti, et loro proprietà. Della fossa. Diversi esempi et accomodare, i corpi di diffesa secondo le diversità de’ siti. Del fare di terra. Dell" ordine da tenersi nelt edificare. filtro trattato delle Fortificazioni. Usavano anticamente per diffesa delle loro città cingerle di muraglia atta a resistere a quelle offese, che da diversi stromenti del nemico le venivano, ec. Capitoli con figure. Fianco, cortina , baluardo , piattaforma, piattaforma rovescia, cavaliero, Cavaliero a cavallo. sul baluardo, a canto del baluardo, tra’ baluardi, forbiccia, balza, denti, ec. Come si possa fortificar un sito dove sian posti gli alloggiamenti. Case matte. Quale sia il fine per il quale si formano i corpi di difesa. Strisciare per cosa sia. Tiro di ficco. Delle scarpe. Il principal fine per il quale si fa la cortina. Le muraglie sottili sono meno danneggiate dalla batteria. Quale per ordinario habbia ad esser la grossezza della muraglia. Dell’altezza della muraglia. Quale altezza habbia ad esser quella della [p. 295 modifica]SECONDO 2(p Jone una, l’altra ancora non tocca risuona, e stabilì i principii tlella consonanza e della muraglia per il giudizio de’" più intendenti. Parapetto che cosa sia. Panchetta che si fa intorno al parapetto, a che serve. Della grossezza del parapetto. Si determina di qual grossezza habbia a esser il parapetto. Camiscia che rende il parapetto gagliardo, e come si faccia. Contro forti che cosa siano. Falsa opinione d’alcuni intorno alla fabbrica cC essi contraforti. Si determina di che grossezza habbino a essere i controforti, e da che parte debbano essere più grossi. Contraforti, quanto lontano habbino a esser tra di loro. Della piazza da basso , e delle sue cannoniere. Quanto alte da terra debbano essere le cannoniere. Spalletta per difender le cannoniere. In che modo debbano esser fatte. Del merlone. La piazza da basso quanto abbia a esser lunga. Strada fra l’una e I altra piazza da basso a che. fine. Dell’orecchione della fossa. Della fossetta et a che fine. Della larghezza delle fosse. La controscarpa et sue qualità. Della strada coperta. DelC argine alias spalto. Modo di dar le diffese basse, senza abbassar troppo le cannoniere. Pomerio che cosa sia et sua Etymologia. Strada a canto al terrapieno. Delle piatte forme. Similitudine et differenza tra ’l baluardo et la piattaforma. Il cavaliero. Trincea dritta. Trincea obliqua. Delle mine. Luogo che si vuol minare. Della batteria. Si conchiude esser meglio porre la batteria vicino. Quali sorte d’arteglieria siano più a proposito per far la batteria. DelC assedio. Del fortificare di terra. Triangoli equilateri. Triangoli equicruri et scaleni. Rombi. Romboidi. Quadri. Trapezio, ed altre figure. Dalle figure poste di sopra si potrà comprendere quali fortificazioni siano da sfuggirsi, e quali si possino metter in uso, ec. Altro trattato. Incomincia. Modo da tirare una linea a squadra sopra un’altra da un punto che sia dentro essa linea. Finisce. E questa sarà equidistante a essa A B con figure. [p. 296 modifica]396 LIBRO dissonanza, e le ragioni di esse; principii, conie osserva 1’ab. Andres (p. 188), adottati poi^ benché esposti sotto altra forma, dall1 Eulero, il quale avrebbe potuto citare il Galileo, e con. cedergli l’onore di tale scoperta. Molti punti appartenenti all’ottica, alla diottrica e alla catottrica esaminò egli in diverse sue opere, e più ancora gli sarebbe questa scienza tenuta, se non si fosse smarrito il trattato da lui scritto De visti et coloribus, che insieme con più altre scritture del Galileo fu da un ignorante nipote di questo grand’uomo gii tato al fuoco. Riguardo alia calamita, egli seguì 1’opinione Alter Cod. MS. ejusd. Il ibi. sign. D. 328 in fol. Trattato delle fortificazioni del Galileo. Incomincia. Modo da tirare una linea, ec., e termina come sopra. Breve Trattato del sig. Galileo Galilei lettor di Mathem. nello studio di Padova dove per via di compendio insegna il modo di fortificar le città et di espugnarle, diviso in due parti. 25 maggio i5<)3. Usavano anticamente per difesa, ec. Termina Però non dovrà alzarsi sopra la cortina meno di sette o otto braccia. * * Secoiula parte ove V autore ragiona de’ modi iT offendere et assalire le fortezze. Si è nella parte di sopra ragionato quali sieno i più opportuni modi per assicurare le città e fortezze dalle forze de’ nemici, Hora in questa seconda parte per V apposito dobbiamo ragionare di modi cT offendere , et assalire le medesime fortezze. Tra’ quali modi si connumerano le batterie, le scalate , gli assalti, le mine, la zappa, et altri, come nel progresso si vedrà, ec. Sieguono poi li triangoli equilateri, ec., come nell altro codice. [p. 297 modifica]SECONDO at)^ del Gilberto, cioè che la interior massa del globo terraqueo sia una gran calamita, ma più di lui si avanzò nell’aggiugnere alla medesima. per mezzo dell’armatura, forza molto maggiore di quella che avea saputo aggiugnerle il Gilberto, come si è già osservato: Le cose fin qui dette, conchiude l’ab. Andres (p. 198, ec), fanno vedere abbastanza, quanto sia la fisica debitrice al Galileo in tutte le sue parti. Io non ho voluto addurre alcune proposizioni del medesimo sopra la generazione de’ corpi, sopra la densità e radità ed altre qualità, nelle quali cose tutta consisteva la fisica di quei tempi. Galileo vero estimatore delle scienze faceva di tali questioni sì poco conto, come ne fanno al presente tutti i saggi filosofi, e però ne lasciò poco scritto; ma pure in questo poco spiegò assai chiaramente tali materie senza forme sostanziali o accidentali, e fu precursore al Cartesio di una verità che fece tanto risuonare nelle scuole il suo nome. Non meno potrei formare una logica di varie proposizioni del Galileo, come la fecero i Cartesiani dalle poche regole della dissertazione sul metodo del Des-Cartes. Il dubitare tanto raccomandato dal Cartesio non lo fu meno dal Galileo in una sua lettera al P. Castelli; dove chiama il dubitare padre delle invenzioni, e quello che fa strada allo scoprimento del vero. Nel levare il giogo di Aristotile, e scuotere il giogo dell autorità, ebbe già Des-Cartes l’esempio del Galileo, che nel primo e nel secondo Dialogo, ne’ Pensieri varii e nel Saggiatore dice cose graziosissime su tale materia. Galileo insegna il [p. 298 modifica]29$ LIBRO vero modo di studiare la Filosofia nel gran libro delT Universo; egli dà vere regole per contemplare la natura ed interpretare le sue voci: egli raccomanda lo studio delle Mattematiche, per imparare a conoscere la natura, e per entrare nella vera filosofia: egli dice molte altre cose, che insegnano più il vero modo di filosofare che tutti i ghiribizzi della logica di que’ tempi. XVIII. Io ho accennate in breve le maravigliose scoperte fatte dal Galileo in tutte le parti della filosofia. A chi è in questa scienza versato , basta un sol cenno per ben conoscere quanto essa gli debba. A chi ne è inesperto , sarebbe inutil lo svolgerle anche più ampiamente. Or dopo ciò, niuno potrà stupirsi che il Galileo sia stato da’ più dotti filosofi considerato come uno de’ più rari genii che dalla natura sieno stati prodoti i. L’ab. Frisi accenna gli elogi con cui di esso ragionano il Grozio, il Leibnitz , Giovanni Bernoulli, il Keplero, il Newton, il Keill, i quali ne esaltano con somme lodi l’ingegno e le scoperte ammirabili: Il nome del Galileo, dice M. Fontanelle nell’Elogio del Viviani, si vedrà sempre alla testa delle più importanti scoperte, che servono di fondamento alla buona filosofia. Ma bello è singolarmente l’elogio che ne ha fatto M. Hume (Hist.de la Maison de Stuart, t. 1, p. 3(5o), e io il riporto qui volentieri, perchè contiene il confronto del Galileo con un altro gran genio inglese; e la preferenza che M. Hume dà all’italiano, è perciò meno sospetta. Dopo aver lodato l’ingegno del famoso Bacone da Verulanio, Se noi lo [p. 299 modifica]SECONDO ^99 consideriamo semplicemente, dice, come autore e filosofo, egli è assai inferiore al Galileo suo contemporaneo, e forse ancora al Keplero. Il Bacone ha mostrato da lungi il-vero sentiero della filosofia; il Galileo non sol 1 ha mostrato, ma vi si è avanzato a gran passi. L’Inglese non avea cognizione alcuna della geometria; il Fiorentino ha ravvivata questa scienza in cui era eccellente, ed è creduto il primo che colle sperienze l’abbia applicata alla filosofia naturale. Il primo ha rigettato sdegnosamente il sistema del Copernico; il secondo I ha confermato con nuove pruove tratte dalla ragione e dai sensi. Lo stile del Bacone è duro e affettato, il suo scrivere, benchè a quando a quando vivace, è poco naturale , e pare che abbia aperta la strada a quelle troppo sottili comparazioni e a quelle lunghe allegorie che sono proprie degli scrittori inglesi; il Galileo al contrario è vivo e piacevole, benchè alquanto prolisso. Ma l’Italia non unita sotto un solo governo, e paga forse di quella gloria letteraria di cui ella ha goduto ne’ tempi antichi e moderni, ha trascurato troppo I onore di aver data la nascita a sì grand’uomo; e al contrario lo spirito nazionale che domina tra gl’inglesi, fa eh* essi rendano a’ loro illustri scrittori, tra’ quali contano il Bacone, lodi ed applausi che posson sembrare o parziali o Eccessivi XIX. L’esempio del Galileo e le scoperte da esso fatte in tante parti della filosofica e della , matematica eccitaron gl’ingegni di più altri Ita- { liani ad avanzarsi nel bel sentiero ch’egli con tanta fatica e con tanta sua gloria avea loro [p. 300 modifica]300 LIBRO spianalo innanzi. Molti scolari di questo grand’uomo si distinsero principalmente nelFaggiu» gnere nuovi lumi a quelli che dall’immortale loro maestro aveano ricevuti; e fra essi furono i più famosi’ il Castelli, il Cavalieri, il Torricelli , il Viviani. Di questi e di altri valorosi illustratori di queste scienze dobbiam qui ragionare partita niente, scorrendo i diversi rami delle medesime, ne’ quali essi si esercitarono. In ogni parte incontreremo oggetti gloriosi alF Italia , e ci studieremo di dimostrare quanto de’ loro lumi giovati si sieno gli scrittori stranieri, benchè questi talvolta non siansi degnati di render loro la dovuta giustizia, e di confessare a chi fossero debitori delle lor cognizioni. XX. La meccanica e la statica, che al Ga: lileo doveano, per così dire, la lor creazione, furon poscia da alcuni altri non senza felice esito coltivate. Giambattista Baliani patrizio e senator genovese, onorato dalla Repubblica di ragguardevoli impieghi, e morto nel 1666 in età di 84 anni, pubblicò nel 1638 un trattato De motu naturali gravi uni solidorurn, che da lui poscia accresciuto di molto, fu di nuovo dato alla luce nel 1646. Il Montucla, ragionando di questo libro dice (Hist des Mathém. t. 2 , p. 271) che generalmente è scritto con soda e giudiziosa dottrina; che l’autore, dopo aver dette cose assai buone sul moto, e dopo aver data un’ingegnosa ed evidente dimostrazione della legge di accelerazione stabilita dal Galileo, passa poscia, non si sa come, a dire che potrebb’essere che l’accelerazione si facesse in [p. 301 modifica]SECONDO 301 modo die le velocità acquistate fossero proporzionali agli spazii percorsi, idea che fu da alcuni filosofi incautamente adottata. Questa asserzione del Montucla non solo fu ripetuta dal Saverien (Hi st. des progr. dans les Scienc. exact. p. 291), ma egli aggiugne di più che il Baliani impugnò espressamente la dottrina del Galileo. Ed è questo un de’ moltissimi errori di fatto, de’ quali il Saverien ha riempiuta la sua Storia , nella cui prefazione avea detto ch’ei non credeva potersi trovare un libro che tante verità contenesse quante la detta sua Storia. Il dottissimo co. ab. Vincenzo Riccati in un suo opuscolo (Opusculor. t. 1) e in una sua lettera (Calogerà, N. Racc. d’Opusc. t 21), ha difeso il Baliani da questa accusa, e ha dimostrato che egli è ben lungi dall’asserire ciò che il Montucla gli attribuisce (<i). Di alcune altre opere, non ugualmente stimate, fu autore il Baliani, che si annoverano dal co. Mazzucchelli (Scrii, it. t. 2, par. 1, p. 171, ec.). Frattanto la legge dell’accelerazione de* gravi fissala dal Galileo fu poscia con nuove esperienze confermata in Bologna da’ PP. liiccioli e Grimaldi amendue gesuiti, de’ quali diremo più (a) 11 Baliani è anche stato valorosamente difeso dal sig. ab. don Gio. Andres (Racc. ferrar. d’Opusc. t. 1, p. 65, ec.). Le opere di esso sono state di fresco congiuntamente ristampate in Genova nel 1792, e nella prefazione ad esse premessa si ribatte pur questa accusa , e insieme si prende a provare che il Baliani trovò, al tempo stesso che il Galilei, la teoria della discesa de’ gravi, benchè la dimostrasse per via alquanto diversa. [p. 302 modifica]3oa libro sotto, c il primo di essi le pubblicò (Almagest nov. l. 2, c. 19), rendendo in tal modo sempre più certo ciò che ipoteticamente avea il Galileo dimostrato, e confermato poscia cogli sperimenti. XXI. Niuno però nel seguir le vestigia del Galileo, in ciò che spetta alla meccanica, ottenne sì gran nome, quanto Evangelista Torricelli (a), uno de’ più grand’uomini di questo secolo, e de’ più celebri scolari del Galileo. Negli Elogi degl’illustri Toscani si è affermato ch’egli era di Piancaldoli castello della Romagna fiorentina (t. 3). Ma nella operetta degli Scrittori faentini del P. abate. Mittarelli, e nelle osservazioni sulla medesima fatte dal ch. signor dott. Andrea Zannoni, si arrecano sì chiare pruove a mostrare che ei fu di patria faentino, che la cosa non può rimanere dubbiosa. In fatti, per tacere altri monumenti, in una carta autentica fatta in Firenze nel 1662 per la ricognizione di certe scritture originali del Torricelli, e pubblicata al fin della lettera di Carlo Dati, di cui diremo tra poco, egli è detto Evangelista del qu. sig. Gasparo Torricelli da Faenza. In questa città dunque egli nacque a’ 15 di ottobre del 1608. Dopo i consueti (a) Del Torricelli e degli altri o scolari o segnaci del Galileo, e di lutti quelli che furono accademici del Cimento, e che a’ tempi del gran duca Ferdinando illustrarono in qualche modo le scienze fisiche in Toscana, si posson vedere più copiose e più minute notizie nelf opera più volte citata del dott. Giovanni Targioni Tozzetti. Del Torricelli pure Ini scritta elegantemente la Vita monsig. Fabroui (Vitue Jtalor. t. 1, p. 345, ec.). [p. 303 modifica]SECONDO 3o3 studi elementari si volse alla matematica; e avido di penetrarla profondamente, andossene in età di 18 anni a Roma, e si diede a discepolo al celebre P. don Benedetto Castelli. Ivi avendo veduta l’opera del Galileo sul moto, gli venne in pensiero di scriver sullo stesso argomento5 e il fece con sì felice riuscita, che avendo inviato per mezzo del P. Castelli al Galileo il suo libro, questi lo ammirò, e invitato il Torricelli a venir seco ad Arcetri, sel prese in casa. Ma poco tempo poteron essi godere ed aiutarsi vicendevolmente de’ loro lumi, essendo il Galileo morto tre mesi soli dopo la venuta del Torricelli. Questi fu allor nominato matematico e filosofo del gran duca e professore pubblico di matematica nello Studio fiorentino, e finì di vivere in Firenze a’ 25 di ottobre del 1647 in età di soli 39() anni con gravissimo danno della filosofia e della matematica, che da lui potevano aspettare non ordinarii frutti. Quei nondimeno eli* esse ne riceverono , sono tali che bastano a dargli luogo tra’ più benemeriti illustratori di queste scienze. Nel 1644 ei pubblicò il suo Trattato del Moto, assai più accresciuto insieme con altri trattati fisici e matematici nella raccolta delle sue opere geometriche. In esse egli tratta della sfera e de’ solidi sferici, del moto dei gravi che naturalmente discendono 5 e ragiona ancora dei fluidi, del moto de’ proietti, della misura della parabola e della cicloide, e del solido acuto iperbolico. In tutte queste opere si mostra il Torricelli valoroso seguace del Galileo, e non solo illustra la dottrina del suo maestro, ma [p. 304 modifica]3o4 LIBRO lé aggiugne ancor nuovi lumi. Così osserva il Montucla (L cit p. 278) che nel Trattato del Moto trovasi la prima idea di un principio ingegnoso e utilissimo alla meccanica, cioè che quando due pesi sono talmente legati insieme, che il centro di gravità non si alza nè si abbassa in qualunque situazione essi sieno, in tutte queste situazioni essi sono in equilibrio j e che parlando de’ projetti, egli stabilisce fra le altre cose, che se questi sono gii tati dal medesimo punto sotto diversi angoli, ma colla medesima forza, tutte le parabole ch’essi descrivono, sono racchiuse in una curva, che parimente è una parabola , la qual le tocca. La misura della cicloide diede occasione a una contesa tra ’l Torricelli e ’l Roberval geometra francese, la quale ha divisi ancora gli animi degli scrittori posteriori. M. Pascal pubblicò la Storia della Cicloide, la qual però, come avverte il Montucla (l. cit. p. 4 a , ec.), non è tanto una storia quanto un libello fatto a norma della passione del Roberval. A questa Storia rispose Carlo Dati con una lettera pubblicata sotto nome di Ti mauro Alitiate, diretta a’ Filale ti, e stampata in Firenze nel 1663. Il tedesco Groningio pubblicò egli pure una Storia della Cicloide tutta favorevole al Torricelli, per cui pure dichiarasi il Wallis nel suo Trattato sulla stessa materia. Il suddetto Montucla tratta la quistione con maggior imparzialità. Ne parla ancora il ch. ab. Boscovich nel secondo tomo de’ suoi Comenti alla Geometria del Tacquet, il quale giustamente riflette che avendo essi tenuta nelle dimostrazioni diversa via, possono [p. 305 modifica]SECONDO 3o5 amendue aspirare alla gloria lor propria. E noi , senza entrare in un lungo esame, ne toccheremo in breve i punti più importanti e più certi. È certo dunque dapprima che il Galileo pensò lungamente alla cicloide, ma disperò di poterne trovare la dimensione , come pruovasi con alcune lettere di esso citate dal Dati nell’accennata sua lettera. Questi non pretende già di provare che il Torricelli prima del Roberval trovasse tal dimensione, dimostrando che l’area della cicloide è il triplo del circolo da cui essa è generata; anzi confessa ei medesimo che il Roberval circa il 1636 trovò cotal dimensione, laddove il Torricelli sembra che non la trovasse che verso il 1643. Solo egli rigetta ciò che lo storico francese avea francamente asserito, che il Torricelli si fosse fatto bello delle scoperte del Roberval, e pruova con evidentissimi argomenti che il Torricelli non ebbe di esso notizia alcuna; il che pure affermasi dal Montucla. Mi si permetta però di fare una riflessione sulla precedenza di tempo tra ’l matematico francese e l’inglese in questa scoperta. L’unico autorevole fondamento che dal Dati e dal Montucla si arreca a provare che il Roberval precedette in essa al Torricelli, si è l’opera del P. Mersenno intitolata Harmonia universalis, stampata nel 1637", in cui egli afferma che avea già il matematico francese fatta questa scoperta; nel qual tempo è certo che in Italia essa non si era ancor fatta, Io non ho veduta quest’opera del Mersenno, e non posso perciò giudicare di ciò ch’ei dice. Ma lsmaelio Bulbaldo, Tiraboscui , Voi XIV. 20 [p. 306 modifica]3o6 LIBllO scrivendo da Parigi nel 1663 al principe Leopoldo de’ Medici, dice di aver udito dalla bocca del Mersenno e del Roberval, che il Torricelli era stato il ritrovatore di questa dimensione, e che il Roberval avea aggiunto di averla egli pur dimostrata in altra maniera. Recida tu questo passo che dà molto lume su questa contesa: Serenissimae Celsitudini tuae, dice egli (Lettere ined. di Uom. illust. Fir. 1773, t. 1 p. 210, ec.), procul dubio jam significaverit Ilius tris s. Abbas Marucellius, quae de historia cycloidis mihi nota ipsi exposui; quae paucis hic tibi repetere extra rem non erit. Marino olim Mersenno, viro bono pioque, et Robervallio de cycloide colloquentibus me intervenisse optime memini; et quamvis oblata mihi tunc primum fuisset illa linea , ex percepta illico generatione spatii per ingredientem circulum, partes quibus constat ipse, nec plures addentem, ac in medio totum illud ingressum, ipsis dixi, triplum circuli spatium a cycloide spatium comprehensum mihi videri, ultra vero de conficienda demonstratione , quam factam asseverarunt, non fui sollicitus. Utrumque de Torricellio, quod rationem, quam tenet spatium genitum ad circulum genitorem ille invenisset, dicentem audivi; ejusdemque industriam laudarunt; subjecitque Robervallius alia ratione alioque medio eadem se demonstravisse. Hoc verissimum esse apud omnes constantissime affirmabo, nec Torricelli i famae hoc in argumento veri conscius detrahi pariar. Or come combinare l’autorità del Bullialdo con quella del P. Mersenno? Se le parole di questo secondo [p. 307 modifica]SECONDO. 307 son sì evidenti che non ammettano altro senso, par eh1 esse debbano aver maggior forza dell’asserzione del Bullialdo; perciocchè essendo il libro stampato nel 1637, è certo che allora il Torricelli non avea ancora fatta questa scoperta. Ma se esse potessero avere altro senso, l’autorità del Bullialdo avrebbe certamente non leggier forza per dare la preferenza al Torricelli. Continuarono poscia amendue i matematici le loro scoperte intorno alla cicloide, e a’ solidi formati dalla rotazione di essa intorno al suo asse, e intorno alla sua base e sul centro di gravità della stessa cicloide; e le lor lettere con quelle del P. Mersenno pubblicate dal Dati ce ne danno la serie. Quella del solido formato dalla rotazione intorno alla base fu scritta dal Mersenno al Torricelli, e questi rispose di averla egli pure trovata; quella del solido che nasce dalla rotazione intorno all’asse, fu dal Torricelli comunicata al Mersenno, ma in essa prese errore, come osserva il Montucla , e più felice fu il Roberval. Il Torricelli parimente nel luglio del iG/j.j inviò al Mersenno la dimostrazione del centro della gravità della cicloide; e quasi due anni passarono prima eli’ ei n’avesse risposta. Finalmente ebbe una lettera del Roberval, scritta al 1 di gennaio del 1646, in cui tutte a sè attribuiva le scoperte intorno alla cicloide, e quella particolarmente del centro della gravità. Il Torricelli si risentì alquanto al leggerla , e nondimeno con due modestissime lettere, una al Roberval, l’altra al Mersenno, ricordò loro distesamente tutto ciò che era avvenuto tra loro in tali scoperte, [p. 308 modifica]3o8 LIBRO e il tempo singolarmente in cui egli avea mandata in Francia la dimostrazione del centro della gravità. Un passo solo della prima reciterò io a questo luogo, perchè ci mostra il bel carattere di questo dottissimo uomo: Ego fateor non adeo multis ab hinc annis demonstrationes illas me reperis sé, sed proprio marte non minus quam a quopiam alio sive ante me si ve post factum sit Si vero aliqua, ex meis demonstrationibus convenit cum Gallicis, primum quod ad meam internam quietem attinet, quodque plurimi facio, ego mihi ipsi conscius sum, illas omnes ex meo reperisse, et quicumque me noverit, idem credet: deinde quidquid alii credant, nihil me movet. Eximium illum voluptatis fructum, quem percipimus unusquisque in inventione veritatis, et pro qua tantum speculor, nemo a me auferet. De gloria, quam per contentiones et controversias acquirere debeam, minime sollicitus sum; propterea quod non tantum unam, sed et omnes demonstrationes illas, si quis volet, concedere paratus ero, dummodo per injuriam non eripiat. <v)uesto non è lo stile di un impostore che cerchi di usurparsi la gloria altrui, ma di un uom saggio e modesto che vive sicuro sul testimonio della sua coscienza. E la risposta che gli fa il Padre Mersenno , ci mostra che questi era persuaso dalla ragione del Torricelli; perocchè gli scrive ch’ei si stupiva che alcuno volesse contrastargli le sue scoperte; c che era verissimo tutto ciò che il Torricelli scriveva; che non poteva negare che anche il Roberval avesse dimostrata in altra maniera la cosa medesima, ma che il [p. 309 modifica]SECONDO 3o<) Torricelli l’avea preceduto; e che non credeva che il Roberval fosse per fargli il minimo torto. Ma basti ciò di questa contesa, e torniamo all1 opere e alle invenzioni del Torricelli. XXII. Il Torricelli stese le sue ricerche a’ fluidi, e scrisse del loro moto. Ma benchè anche su questa parte della fisica egli spargesse non poca luce, non giunse però ad uguagliare la fama del P. ab. Castelli suo maestro, di cui diremo tra poco. Più bella e più gloriosa al nome del Torricelli fu la scoperta eli1 ei fece della cagione della sospensione de’ liquidi ne’ tubi. Era già noto questo fenomeno, e l’antica filosofia ne avea fissata per cagione l’orror del voto. Il Galileo, benchè avesse conosciuta la gravità dell’aria, e benchè avesse scemato alquanto di forza all’orrore del voto, non ebbe però coraggio di sbandirlo del tutto. Era riser» vata tal gloria al Torricelli, il quale non solo fu il primo a farne l’esperienza, ma ancora a spiegarla per mezzo della pressione dell’aria; di che si portan dal Dati nella più volte citata lettera evidentissime pruove, tratte dalla lettera da lui scritta nel 1644 all’abate Michelagnolo Ricci, poi cardinale, e dalla risposta da esso fattagli. La stessa lode dà al Torricelli l’inglese TV allis in una sua lettera al principe Leopoldo de’ Medici , scritta nel 1670, in cui afferma che questa sola scoperta avea cambiata quasi interamente la fisica, come era stata cambiata la medicina da quella della circolazione del sangue (Lett. ined. d Uom. ili. t. 1 , p. 321), In fatti nel 1743 Giorgio Mattia Bose, professore nella università di Vittemberga in Sassonia. [p. 310 modifica]3lO LIBRO celebrò P anno secolare dell1 invenzion del barometro con una orazione in lode del Torricelli , considerandola come una dell1 epoche alla moderna filosofia più gloriose (Calog. linee, d Opusc. t 32, p. 1, ec.). Fu dunque incontrastabilmente il Torricelli P inventor del barometro, ossia dello stromento con cui si misura la gravità dell1 aria, c questa sola invenzione potrebbe renderlo immortale ne’ fasti della filosofia. Non meno che in questa, fu il Torricelli insigne nella matematica pura; e vedremo tra non molto ch’egli perfezionò il metodo degl1 indivisibili trovato dal P. Cavalieri. Ei fu innoltre spertissimo nella fabbrica delle lenti pe’ cannocchiali, i quali furono da lui perfezionati non poco; e uno di essi lungo 18 braccia era appresso al gran duca Ferdinando de’ Medici (Lett ined. t 2, p. e prese ancora prima d1 ogni altro a fabbricar certi microscopii con palline di vetro lavorate alla lucerna, i quali ingrandivano mirabilmente gli oggetti. Intorno a’ quali lavori del Torricelli veggasi la Vita di questo ingegnoso filosofo, premessa dal signor Tommaso Buonaventuri alle Lezioni, accademiche di esso stampate in Firenze nel 1715, e P estratto che il1 è stato dato nel Giornale de’ Letterati d1 Italia (t. 3o y p. 111). Queste Lezioni medesime sono una nuova testimonianza dell’ingegno e del sapere del Torricelli, e assai maggiori ne avremmo, se venissero alla luce molte opere inedite da lui composte, che or si conservano presso il sig. senator Nelli (Nov. lett. di Fir. an. 1750, p. 593), e se una troppo immatura morte non f avesse sì presto rapito al mondo. [p. 311 modifica]

SECONDO 3 I I XXin. Un altro non meno illustre scolaro del P. ab. Castelli, cioè Giannalfouso Borei li, illustrò egregiamente la statica e la meccanica, e in un punto singolarmente che da niuno ancora era stato trattato, cioè intorno al movimento degli animali. Oltre le notizie che di lui ci ha date il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. par. 2, t. 3, p. 1709), ogni copiosa Vita, scritta con esattezza al pari che con eleganza, ne abbiamo di fresco avuta dal celebre monsig. Angiolo Fabroni (Vitae Italor. doctr. excell. dec. 4 3 p. 308, ec.), di cui trarremo in breve le cose più importanti a sapersi. Il Borelli non fu di patria messinese, come da molti si dice, ma napoletano, e figlio di Michele Alonzo e di Laura Borello, dalla quale prese il cognome; e da essi nacque nel Castelnuovo di Napoli a’ 28 di gennaio del 1608; della qual epoca però diremo sul fine di questo paragrafo. Perciò il Mongitore saggiamente lo fa escluso dalla sua Biblioteca degli Scrittori siciliani (t. 2, Append. p. 51). In età ancor giovanile passò a Roma, ove alla scuola del P. ab. Castelli sì felicemente si avanzò negli studi della filosofia e della matematica, che fu chiamato professore di matematica in Messina, e poscia fu ancora da que’ magistrati a pubbliche spese inviato in Italia, perchè viaggiando sempre più si istruis se. Giunto a Firenze, ebbe il dolore di vedersi tra non molto rapito il gran Galileo, della cui conversazione avea cominciato a godere. Tor nato in Sicilia , all’occasione delle febbri mali gne , dalle quali fu quell’isola travagliala negl [p. 312 modifica]3l2 libro anni 1647 e 1648 scrisse un trattato italiano su questo argomento, che non è però il libro che a lui faccia maggior onore. Benchè in Messina ei fosse sommamente onorato, fino ad essere ascritto alla nobiltà, accettò di buon animo nondimeno l’invito che gli fu fatto di andarsene a Pisa ad occupar la cattedra di matematica collo stipendio di 350 scudi, e vi giunse sul cominciar di febbraio del i()56. Poco felice fu il primo ingresso del Borelli alla sua cattedra; perciocchè gli scolari udendolo recitacela sua prelezione senza eleganza di stile, in cui mai non erasi esercitato, senza grazia di pronunzia e di gesto, senza felicità di memoria, annoiati, diedersi a strepitare per modo, ch’ei non potè finire la sua orazione. Presto nondimeno conobbesi il valentuomo ch’egli era, e il concetto del saper del Borelli divenne sempre maggiore tra gli scolari e tra’ dotti. Ei fu carissimo al gran duca Ferdinando II e al principe Leopoldo, e da questo fu scelto tra’ membri dell’Accademia del Cimento, di cui diremo più sotto. L’esperienze pubblicate sotto il nome di questa sì illustre adunanza furono in gran parte opera del Borelli. Egli perfezionò il sistema del Torricelli intorno alla pressione dell’aria: egli esaminò la natura e le proprietà dell’acqua gelata: egli con replicate sperienze rigettò la leggerezza positiva peripatetica. Queste sperienze furono in gran parte da lui pubblicate nella sua opera De motionibus naturalibus a gravitate pendentibus stampata nel 1670; e al principe Leopoldo dispiacque che il Borelli [p. 313 modifica]SECONDO 3I3 10 avesse come sue proprie date alla luce, volendo egli che uscissero sotto il nome dell’accademia. Ma il Borelli era uom fermo nella sua opinione, impaziente della critica, facile a sdegnarsi, e a venire a contesa con chi ne fosse. E alcune ne ebbe principalmente col Viviani, delle quali diremo ove si dovrà ragionare dell’opere matematiche di amendue. Nè qui si contenne l’ingegno di questo profondo filosofo. Ei promosse ancora gli studi dell’anatomia e della medicina, e a lui non poco si dee di quel gran lume che su queste scienze diffusero Malpighi e il Bellini. Nell1 astronomia fu versatissimo, e vedremo fra non molto quanto essa gli sia tenuta. La stima di cui godeva in Pisa il Borelli, non potè ivi fermarlo oltre a undici anni. Nel marzo del 1667 chiese il suo congedo per tornare all1 università di Messina, e l1 ottenne. E benchè egli recasse a pretesto l’insalubrità di quel clima, fu chiaro abbastanza che il suo umore incostante ne era il vero motivo. E un fatto particolare che si racconta in certe sue Memorie inedite dal cav. Antonfrancesco Marmi citate dal senator Nelli, pare che a ciò gli desse l’ultima spinta: Il dottor Antonio Uliva di Reggio di Calabria, dice egli (Nelli, Saggio letter. p. 116, nota 1), si licenziò dalla Corte di Toscana; poichè trovandosi in Pisa col Borelli, dove la gran duchessa faceva in palazzo non so qual festino di ballo, non furono da quei Tedeschi cotti dal vino lasciati non solo entrare nella sala, ma precipitosamente respinti indietro; e il Borelli fu anche, rincorso col! alabarda alzata giù per le scale, [p. 314 modifica]3 1 4- LIBRO per il che sdegnato c per altre cause si licenziò, e poco dopo fece il simile l’Uliva. Tornato a Messina il Borelli, si vide accolto con somma allegrezza e onorato, come al suo merito si conveniva. Essendo in quell’isola seguita una memorabile eruzione del Mongibello nel 1669, egli ad istanza del principe e allor cardinale Leopoldo, e della real Società di Londra, a cui aveva avuto l’onore di essere ascritto, ne scrisse e ne pubblicò in latino la storia e la spiegazione. Scorse ancora gran parte dell’isola, osservandone attentamente le antichità e le cose più degne della considerazion d’un filosofo. Accadde frattanto la sollevazione di Messina nel 1674*? e il Borelli, accusato di avere nella sua scuola destato co’ suoi discorsi il fuoco della sedizione, ne fu esiliato. Ritirossi allora a Roma, ove dalla reina Cristina fu amorevolmente accolto e ammesso nella sua accademia, in cui recitò molte dissertazioni; e convien dire ch’ei fosse allora ridotto a uno stremo bisogno, poichè per ottenere le grazie della reina, che era persuasa della verità dell’astrologia giudicarla ,.una Dissertazione scrisse in difesa della medesima. Un suo servidore che lo spogliò d’ogni cosa , il condusse a miseria sempre maggiore , talchè gli convenne ritirarsi tra’ Chierici regolari delle Scuole Pie, per guadagnarsi il vitto colf istruire que1 giovani religiosi nella matematica e nella filosofia, ed ivi per ultimo, con segni di singolare pietà , finì di vivere l1 ultimo giorno del 1679, in età, come dicesi nell1 iscrizion sepolcrale, di 66 anni; il che io non so come si accordi colf epoca [p. 315 modifica]SECONDO 3i5 della sua nascita fissata al 1608, secondo i monumenti prodotti da monsig. Fabroni (Lett. ined. t. 1, p. 280). In essi però io avverto che é nominato non Giovanni Alfonso, ma Gianfrancesco Antonio, che fu forse fratello del nostro, e nato alcuni anni più tardi. XXIV. Io ho già accennate alcune opere del Borelli, e di tutte ci han dato il catalogo il co. Mazzucchelli e monsig. Fabroni. Scorgesi in esse il vasto ingegno e l’universale erudizione di questo dotto filosofo.5 perciocché in esse egli abbraccia l’astronomia, la matematica, l1 anatomia, la storia naturale, la medicina. Ma qui dobbiamo esaminare principalmente ciò di’ egli ha lasciato scritto intorno alla statica e alla meccanica. Lasciando ora da parte le due opere su’ moti che dipendono dalla gravità, e sulla Forza della percossa (le quali pure son piene d’ingegnose ricerche, benchè talvolta ei si abbandoni alquanto alle ipotesi, e stabilisca certi principii che sono stati poi rigettati), diremo solo di quella che tra l’opere del Borelli è la più accreditata , cioè di quella De Motu Animalium. Molti anni spese egli in comporla, ma le molte sperienze che gli convenne fare, e le vicende alle quali fu egli soggetto, non gli permisero di compirla che sul fine della vita. Sul principio del dicembre del 1679) offrì egli finalmente alla reina Cristina l’opera pronta alle stampe, e quella magnanima principessa volle farne tutta la spesa. Ma appena erane cominciata l’edizione, che il Borelli morì, dopo aver raccomandata l’opera sua al P. Carlo Giovanni da Gesù, che era allor generale delle Scuole Pie, XXIV. Sue o(>ere. [p. 316 modifica]3 I 6 LlBllO c che di fatto attese con sommo impegno a compirla j benché non si trovasse chi avesse coraggio di dar l’ultima mano a qualche passo che dal Borelli non era fiyilo. Così ne fu la Prima parte stampata nel i(‘>8o, e la seconda l’anno seguente, e se ne fecer poscia molte altre edizioni. Nella prima egli spiega tutti gli esterni voi Ciliari moli degli animali; nella seconda tutti gl1 interni che son necessarii. Ognun vede qual vasto campo sia questo , e quante belle quistioni si. offrano a un ingegnoso filosofo. Tutto lo corre felicemente il Borelli , ed esaminando ogni cosa co’ lumi della sperienza e della ragione, ci dà una delle più belle, delle più dotte e insieme delle più dilettevoli opere che siensi mai vedute uscire alla luce. Benchè alcuni errori vi sieno poi stati scoperti, tutti i più grandi filosofi nondimeno l’han rimirata come opera originale. Gli elogi de’ quali essa è stata onorata, si posson vedere accennati o riferiti da’ due suddetti scrittori; ed è glorioso al Borelli quello singolarmente del gran Boerahave, il quale afferma che un medico il quale sia privo de’ lumi di questa sì grande e incomparabile opera , dee necessariamente brancolar tra le tenebre (Studii medici, pars 7, de Anatom. sect 3, c. 3). Pietro Chirac, uomo dotto, l’ebbe in tal pregio, che nel suo testamento assegnò certi fondi perchè nell’università di Montpellier s’istituisse una cattedra, nella quale f opera ilei Borclli si spiegasse pubblicamente. Bello è ancora un breve tratto di una Dissertazion del Borelli, pubblicato da monsig. Fabroni, in cui spiega in qual maniera potessero [p. 317 modifica]SECONDO 3l7 esser composte le triremi e le quadriremi degli antichi, come questi diversi ordini di remi potessero agevolare il viaggio delle galee. Anche l’idraulica fu dal Borelli illustrata, e oltre ciò ch’ei ne dice in altre sue opere, scrisse alcuni Discorsi sulla laguna di Venezia, sullo stagno di Pisa, e sopra altre cose idrostatiche, che si hanno alla stampa (Race. cT Autori del moto dell’acque, Fir. 1723, t. 1). Ma in ciò, come il Torricelli, ei non giunse ad uguagliare la fama del suo valoroso maestro il P. ab. Castelli, di cui è tempo che passiamo ora a parlare (a). XXV. Scarse notizie abbiamo della vita di questo dottissimo uomo; e il p ab. Armellini, da cui poteansi aspettar più distinte, non ha forse in ciò soddisfatto alla comune espeltuzione (b). Ei narra (Bibl. Bened. casin. t. 1, p. 92) che il Castelli, nato in Brescia di antica e nobil famiglia, entrò nell’Ordine di S. Bener detto nel monastero de’ SS. Faustino e Giovilta di quella città a1 4 settembre del 1590. Della (a) Delle opere filosofiche e matematiche del Boccili una diligente analisi ci ha data il più volte citato signor Tommaso Barbieri (Botiz. de3 Malctn. e l’ilos. uapol. p. i3r), ec.). (b) La Vita del l\ Castelli è poi stata scritta colla consueta sua eleganza da monsig. Fabroni (Vitae Italor. t. 1, p. 235, ec.). Ei ne fissa la nascita a’ 25 di maggio del 1577, e non fa parola dell" istruzione del principe Ferdinando a lui appoggiata. Osserva che l’anno 1641 fu chiamato a Venezia per consultare sul modo con cui riparare a’ danni della laguna, e a quella occasione dovette scrivere l’opera di cui parla nella lettera scritta l’anno 1642 al principe Leopoldo, di cui si fa menzione più sotto. Ei ci dà ancora una diligente analisi dell’opere di questo valoroso scrittore. [p. 318 modifica]3 1 S LIBRO vita **a lui condotta no1 primi trentanni, dacché ebbe vestito quell’abito, non abbiamo contezza. Ma una lettera a lui scritta dal Galileo a’ 30 di dicembre del 1610 (Op. t. 2, p. 45) ci mostra clic era allora il P. Castelli vicino a venire a Firenze: Ho con grandissimo gusto sentito, gli scrive egli, il suo pensiero di venire a stanziare in Firenze, il quale mi rinnova la speranza di poterla ancor godere e servire per qualche tempo. E sulla fine: Orsù venga a Firenze, che ci godremo, e avremo cose nuove e ammirande da discorrere. Questa lettera stessa ci fa vedere quanto fosse già il Castelli versato nell’astronomia, e con qual piacere gli comunicasse il Galileo le sue scoperte. È probabile che poco appresso il P. Castelli passasse a Firenze, e che ivi si desse discepolo al medesimo Galileo. Io non so su qual fondamento il P. Armellini affermi eli’ ei fu maestro di matematica del gran duca Ferdinando II, prima di passare all’università di Pisa. A questa fu egli chiamato, perchè ivi occupasse la cattedra di matematica nel 1G15 5 e vi stette fino al 1625, come si afferma da monsig. Fabroni (Lett. ined. t. 1, p. 78, nota 1). In quel frattempo ei coltivò sempre più l’amicizia del suo maestro ed amico, e sotto la scorta di sì grand’uomo fece maravigliosi progressi nella matematica e nella filosofia. Sotto il nome di esso uscì l’Apologia del Galileo contro le censure di Lodovico dalle Colombe e di Vincenzo di Grazia, della quale però abbiamo veduto che fu principalmente autore il Galileo medesimo. Alcune osservazioni ancora egli scrisse [p. 319 modifica]SECONDO 319 sulla bilancella idrostatica del suo maestro (Galli, Op. t. 1, p. 586), e ne abbiamo oltre ciò un* altra lettera a comprovar quella scritta dal Galileo sulla stima di un cavallo secondo la proporzion matematica (ivi, t 3, p. 377). Nel 1625 fu dal pontefice Urbano VIII chiamato professore a Roma, benchè altri ciò differiscano al 1628, ed ebbe la cattedra di matematica nella Sapienza collo stipendio di 150, poi di 200 scudi (Carafa de Gymn. rom. t. 2, p. 385). Nè cessò egli perciò di coltivar l’amicizia del suo Galileo, come ci mostrano due lettere ad esso scritte} una nel 1639 sul modo di misurare le gocciole cadenti sopra una data superficie (Galil. Op. t 3 , p. 353)} 1’altra nel 1640 su alcune osservazioni fatte intorno a Saturno (ivi, t. 2, p. 83). Questa ultima ci dimostra che il P. Castelli avea allor proccurato di poter tornare a Firenze; ma che la cosa non avea avuto effetto: Non posso al vivo esprimere, scrive egli, tutto quello che è passato intorno al mio negozio della licenza proccurata di venire a Firenze, ma spero ancora che un giorno V. S. molto illustre resterà maravigliata. Basta: non si poteva fare di più di quello che si è fatto: mi conviene abbassar la testa, ed avere pazienza: piace così a Dio, dee piacere ancora a me. E che il P. Castelli fosse fin da’ primi suoi anni di molto aiuto al Galileo nelle sue osservazioni astronomiche, ce ne ha lasciata memoria il Galileo medesimo nella seconda lettera da lui scritta nel 1612 al Velsero sulle macchie solari, in cui parlando [p. 320 modifica]3ao LIBRO del modo di disegnar giustamente le dette macchie per mezzo di una carta bianca e piana posta incontro al vetro concavo del cannocchiale rivolto al Sole, e quattro o cinque palmi da esso lontana, dice che un tal modo è stato ritrovato da un suo discepolo Monaco Casinese nominato D. Benedetto Castelli famiglia, nobile di Brescia, uomo d’ingegno eccellente, e , come conviene , libero nel filosofare (ivi, p;. 109). Ma il principale studio del P. ab. Castelli fu quello del movimento delle acque, del quale studio ei si può dir con ragione fondatore e padre. Fin dal 1628 pubblicò egli in Roma le due opere che tanto nome gli hanno in questa materia acquistato, cioè la Misura dell’acque correnti e le Dimostrazioni geometriche della misura dell’acque correnti, le quali, dopo più altre edizioni, sono state di nuovo inserite nella Raccolta degli autori che trattano di tale argomento, stampata in Firenze (t. 1), insieme con diversi altri trattati finallora inediti dello stesso P. Castelli sulla Laguna di Venezia, sul Fiume morto, sulla Bonificazione delle Paludi Pontine, sulle Bonificazioni del Bolognese, del Ferrarese e del Romagnolo, ed altre operette di somigliante argomento. Il Guglielmini, di cui tra poco ragioneremo, benchè in alcune cose impugni il P. Castelli, confessa però ch’egli è stato il primo ad applicare la geometria al moto dell’acque (Praef. ad Mensur. Aquar. fluent). Il Montucla lo chiama il creatore di questa parte dell1 idraulica, e dice che il libro della Misura deli acque è poco considerabile [p. 321 modifica]SECONDO 3ai .ìt.l volume, ma prezioso per la soda e giudiziosa dottrina che in esso contiensi (Hist des Mathém. t. 2, p. 277, ec.). E con somiglianti espressioni ne parlano tutti que’ che hanno preso a trattare questa difficil materia, il Fabbretti ha ripreso il Castelli (De aquis et aquaeJiu t. Rotti, diss. 2 127), perchè si sia usurpata una gloria non sua, e vuol persuaderci che Sesto Giulio Frontino scrivesse a maraviglia su questo argomento. Ma ognun sa quanto poco di geometria sapessero gli antichi Latini, e io non so quale delle dimostrazioni del P. Castelli si possa trovare in quell’antico scrittore. Io non so pure di qual altra opera parli il P. ab. Castelli in una sua lettera al principe Leopoldo de’ Medici, scritta nel 1642 (Lett. ined. t. 1, p. 77), a cui egli la offre e mandala manoscritta. Essa non può esser quella della Misura delle acque correnti, perciocchè già da molti anni era stampata. Forse è quella sulla Laguna di Venezia, perciocchè ei dice di averla scritta con pensiero di servire la Serenissima Repubblica di Venezia, di cui son vassallo. Di alcuni altri opuscoli, che se ne hanno alla stampa, si vegga il citato P. Armellini, il quale avverte che oltre l’insegnare il modo di regolar le acque, il P. Castelli pose ancora in pratica i suoi medesimi insegnamenti, singolarmente col riparo fatto al Lago di Perugia. Alcuni altri opuscoli e alcune lettere inedite del P. ab. Castelli sono state inserite nella Raccolta degli Scrittori sul moto dell’Acque, pubblicata in Parma per opera del ch. P. abate. don Andrea Mazza monaco Tuuboschj , Voi. XIV. 31 [p. 322 modifica]32 2 LIRRO Casiilese ((. 4) (a). Egli mori in Roma nel 1 CjJ j, lasciando immollai memoria di sé medesimo non solo nelle sue opere, ma ancora ne’ vaio, rosi discepoli eli ei venne formando, tra’ quali ottennero gran nome il Torricelli e il Borelli. da noi già rammentati, e il P. Cavalieri, di cui poscia diremo. XXVL Benché non soglia annoverarsi tra gli scrittori più illustri in materia d’acque, è nondimeno meritevole di onorata menzione don Fabiano Michelini. Ei fu dapprima Scolopio, e chiamossi allora Francesco da S. Giuseppe; e con questo nome egli si sottoscrive in una sua lettera al principe Leopoldo, scritta da Pisa nel 1G47 ùied. t. 1, p. 167). Ma io non so quand’egli deponesse quell’abito, rimanendo prete secolare. Narra egli stesso che fin dal 1635 egli era venuto alla servitù della casa de’ Medici, e vi stette più anni leggendo le matematiche in Pisa, e instruendo anche in esse il principe Leopoldo ivi, p. 275). Nel 1659 veggiamo ch’egli era in Patti città della Sicilia presso Messina (ivi, p. 2), nè trovo a qual occasione ei colà si recasse. Tornossene però presto.in Toscana, e fu gli ultimi anni di sua vita in Firenze, ove anche morì a’ 10 di gennaio del 1 (365 (a) 11 Beili rammenta 1111 discorso ms. del P. Castelli intorno agli effetti della vista, di cui egli avea copia, e alenile lettere scritte al Galileo sopra il disuguale e diverso riscaldamento di quel mattone tinto mezzo di nero e mezzo di bianco tenuto al Sole, delle quali pure avea copia , ma clic prestate a un barone tedesco più non si eran trovate (Op. t. 5, p. 28 rd. i\<ipol. 1778). [p. 323 modifica]SECONDO 3a3 fecondo l’uso fiorentino, cioè del 1638 secondo jl comune d’Italia. Il co. Magalotti annunciando tal morte a Ottavio Falconieri: S’ è perduto, dice (Lett.famigl. t. 1,p. 119), un grand’uomo appunto quando era in sul farsi conoscere. La maggior parte delle sue invenzioni se ne sono ite con lui, non avendo egli fidato alla penna cosa veruna. Qualche speculazione conferì jeri al sig. Borelli, il quale mi disse che poco avea potuto ritrarne, avendolo avuto a raccorre a grandissimo stento nell’agonia della morte. Io non so in che materia; ma credo che siano i remedii della Laguna di Venezia.... Credo ancora che gli conferisse il modo di medicare i porti infestati dallo scirocco e da qualche altro vento. Veggi amo in fatti che il principe Leopoldo gli avea data speranza di fargli aver da Venezia centomila scudi, se trovava il rimedio a quelle lagune (Lett. ined. t 1, p. 179), e eh1 ci lusinga vasi di averlo trovato per mezzo di certi rastrelli, con cui smuoverne il fondo e sollevarne il fango; col qual mezzo pure ei pensava di sanare il porto di Messina, non avvertendo che altra cosa era l’usare di un tal rimedio in un letto di poca estensione, c f usarla in un ampio porto, e in una laguna di varie miglia. Vuolsi però che de’ lumi del Michelini si valesse il Borelli nella scrittura che scrisse sulle dette lagune da noi accennata. Le Lettere del Michelini, pubblicate da monsig. Fabroni (iviy p. 168, ec.), ci mostrano ch’ei fu ancor consultato intorno a’ ripari dell’Arno, e intorno a un taglio che del fiume medesimo dovea farsi o sopra, o sotto Pisa. Ma egli aflaticossi [p. 324 modifica]324 LIBRO principalmente intorno alla sua opera Della <li,r. ziorie ile Jitimi. Eran già molti anni, dacchè il Michelini avea promessa quest’opera; e il piit!. cipe Leopoldo, non veggendola mai pubblicare, se ne sdegnò alquanto con lui. e fecegli intendere che nulla sperasse dalla corte, se non pubblicavala; e gli fece poscia ordinare che tutto ciò che in tal! materia avea scritto, dovesse consegnarlo tosto in mano al Borelli, com’egli fece nel dicembre del 1 (162 (ivi, />. *76). Essa finalmente uscì alla luce in Firenze nel 1664- Ma benchè provasse l’ingegno e il sapere nelle matematiche del suo autore, non soddisfece abbastanza a’ dotti, singolarmente pel falso principio stabilito dal Michelini, che l’acqua de’ fiumi poco o nulla premesse contro le sponde, principio che fu giustamente oppugnato da Ottavio Falconieri e da Michelangiolo Ricci, e che poco felicemente fu dal Borelli difeso (ivi, p. 127). Il Michelini non sol fu matematico, ma medico ancora, e lusingossi di aver trovato un segreto per vincer le febbri terzane semplici e doppie, e ancor le continue, il quale in somma consisteva nell’uso di molto agro di limoni, d’aranci o d’agresto, accompagnato da bibite d’acqua fresca, senza prendere altro cibo, che pappa cotta nell’acqua con poco sale. Per questo segreto egli scrive (p. 168) che gli erano stati esibiti in Sicilia fino a diecimila scudi, s’egli avesse voluto renderlo pubblico. Ma egli il mandò al principe Leopoldo, da cui è probabile che ne avesse onorevole ricompensa. Questo rimedio però, benchè ottimo, era troppo semplice, per [p. 325 modifica]SECONDO ’5 2.5 poter essere pregiato, e il Michelini fu per esso da molti deriso , come anche pel gran lodar eli1 pi faceva la Medicina statica del Santorio , fino ad esser per disprezzo chiamato il Dottor Staderone. Nella libreria Nani in Venezia conservansi in codice a penna alcuni Discorsi sopra la sanità del Michelini, ne’ quali egli parla

a lungo di questo suo rimedio, e tratta assai

bene altre quistioni di medicina (Codici ital. della Libreria Nani, p. 63, ec.). XXVII. Ma a niuno tanto dovette in questo secolo la scienza dell’acque quanto a Domenico Guglielmini. Di questo dottissimo uomo abbiamo un elogio nel Giornale dei Letterati d’Italia (t. 3), e un altro nelle Memorie dell1 Accademia delle Scienze di Parigi (an. 1710), e ne abbiamo ancora la Vita scritta dal dott. Morgagni, e premessa all’edizione dell’opere di esso fatta in Ginevra nel 1719, e inserita poi da 111011sig. Fabroni nelle sue Vite de’ dotti Italiani (dec. 1, p. 42) (a). Era il Guglielmini di origine novarese, ma nato in Bologna a’ 27 di settembre del 1655, ove già da circa cent’anni erasi stabilita la sua famiglia. Ebbe la sorte di avere a suoi maestri due celebri professori Geminiano Montanari e Marcello Malpighi, e unendo felicemente in se stesso gli studi di amendue, nella matematica, nell’astronomia e nella medicina, fece liet i e non ordinari progressi. In età di soli 30 anni fu destinato dalla sua patria a (a) Un" altra più copiosa Vita del Guglielmini ha po’ sfritta lo stesso mortsig. Fabroni, e I ha inserita nell » nuova edizione delle sue Vite (1. , p. 33o, ec). [p. 326 modifica]3 26 LIBRO v sopiain tendere a’ fiumi del Bolognese, e poco yp. presso ei fu nondimeno pubblico professore d’idrometria in quella università cattedra in grazia di esso nuovamente fondata. Nel 1698 passò all1 università di Padova alla cattedra di astronomia e di matematica collo stipendio di mille fiorini; e perchè il Guglielmini non meno era eccellente nella medicina che nella matematica , e di questa valeasi a perfezionar quella, l’an 1702 fu trasferito alla cattedra medica, e due anni appresso gli fu accresciuto di 300 fiorini l’usato stipendio. Frattanto la fama del Guglielmini. sparsa per ogni parte, il fece istantemente richiedere da molti principi; e appena v’era lavoro d’acque in Italia, che si dovesse intraprendere, a cui egli non fosse chiamato. I gran duchi di Toscana, i duchi di Mantova, di Modena e di Parma, il pontefice Clemente XI, la Repubblica veneta e quella di Lucca di lui più volte si valsero, e molto singolarmente fu adoperato nella gran controversia delle acque delle tre Legazioni. Le accademie di Parigi, di Vienna, di Berlino, di Londra, lo annoverarono tra’ loro membri, e da tutti ebbe que’ contrassegni di stima che al raro suo merito eran dovuti; merito da lui conseguito non solo coll’eccellente ingegno di cui era dotato, ma anche colf indefesso suo studio , per cui non lasciava passar momento che utilmente non impiegasse. Egli giunse in età ancor fresca, cioè di soli 54 anni, al fin de’ suoi giorni in Padova a’ 12 di luglio del 1710, e fu pianto da tutti i dotti, che non solo lo stimavano pel molto suo sapere, ma lo amavano ancora pe’ suoi [p. 327 modifica]SECONDO 3-2" rgrogi costumi. Io non mi tratterrò a parlare nè delle opere astronomiche del Guglielmini, nè delle mediche, perciocchè, benchè esse ancora sieno pregevolissime, non contengono però tai nuove e luminose scoperte che possan bastare a rendere immortale il nome del loro autore. Ma la scienza dell’acque, s’ei non ne fu il primo fondatore, poichè in ciò avealo preceduto il P. ab). Castelli, fu però da lui estesa e rischiarata e confermata per modo in diverse sue opere, e singolarmente nel Trattato fisico-matematico della natura de’ Fiumi stampato in Bologna nel 1697, eli1 essa si potè allor dire condotta alla sua perfezione. Quest’opera, dice il Montucla (t. 1, p. 476), più originale della prima (cioè di quella intitolata Aquarum fluentium mensura, già pubblicata dal Guglielmini) è piena di un gran numero di nuove vedute non meno ingegnose che utili, ed è degna di essere meditata da tutti quelli che o per genio, o per obbligo del loro impiego coltivano questa parte delf idraulica. A me par poco esatto il confronto che fa.M. Saverien tra ’l Guglielmini e ’l Pascal (Hist. des scienc, p. 323) dicendo che l’opera dell1 Italiano 11011 fn tanto stimata, quanto quella del Francese sull1 equilibrio de1 liquori. Perciocchè il Pascal altro finalmente non fece che trattar generalmente del detto equilibrio , laddove la scienza de’ fiumi spiegata dal Guglielmini ha una estensione di gran lunga maggiore. E innoltre monsieur. Saverien si mostra assai mal istruito nelle opere di questo scrittor italiano, perciocchè ei nomina solo quella della Misura delf acque, e non fa motto [p. 328 modifica]828 LIBRO ili quella lauto più celebre della Natura de’ fiumi. XXVIII. Oltre questi più illustri scrittori molti altri ne ebbe in questo genere la nostra Italia, altri più antichi del P. Castelli e del Gngliel inini, altri loro contemporanei, che illustrarono lo stesso argomento; e benchè non ottenessero fama uguale a quella di que’ dottissimi matematici, meritan però essi ancora di non venire dimenticati. Giambattista Aleotti, natio di Argenta sul Ferrarese, prima semplice muratore, poi ingegnere architetto, adoprato da molti principi italiani in disegnar fabbriche e in far riparo a’ fiumi, e morto in Ferrara nel 1630, pubblicò nel itìoi un1 opera intorno al modo di prevenire la sommersione del Polesine di Rovigo e la rovina dello Stato di Ferrara, rispondendo a una Scrittura sullo stesso argomento l’anno innanzi pubblicata da Cesare Mengoli ravennate (V. Mazzucch. Scritt. ital. t. 1, par. 1, p. 434, ec.; Ginanni, Scritt. ravenn. t. 2, p. 53); e molte lettere innoltre di questo celebre matematico, scritte al duca Cesare d Este e a" ministri di esso, in materia d’acque, conservansi in questo ducale archivio (u). Le (a) Più diligenti notizie intorno all’Aleotti mi ha gentilmente trasmesse il ch. sig. dott Antonio Frizzi, di cui abbiam già avuti i primi tre volumi della Storia di Ferrara, scritta con accuratezza e con erudizion singolare. Da’ documenti di quella città egli ha raccolto che 1 Aleotti, figlio del fu Vincenzo Cittadino Ferrarese, era nato nel 1 />46, e che fu col carattere d’architetto ai servigi del duca Alfonso II dal 1575 fino [p. 329 modifica]SECONDO 3 29 famose controversie sulle acque delle tre Legazioni , sulle quali il Guglielmini ancora avea scritto, furon parimente l’oggetto delle ricerche di molti altri valorosi matematici italiani. Molte di esse si leggono in una Raccolta di varie scritture e notizie concernenti F interesse della remozione del Reno dalle Valli, stampata in Bologna nel 1682. E molte altre inedite sullo stesso argomento ne ha questa biblioteca Estense, cioè di Luigi Rossetti, di Michele Manfredi, del P. Agostino Spernazzati gesuita, del P. Lucio Maria Paselli certosino, di Giacomo Roscelli, di Carlo Pasetti e di altri. Molti altri presero particolarmente a parlar de’ ripari del Tevere \ al i5g7, ,n cut qu°l principe fini di vivere. Passata allora Ferrara sotto il dominio pontificio, egli ebbe il titolo di architetto della (amera apostolica c di quel pubblico; e fu adoperato singolarmente nelle fortificatimi! della città, nel tentativo fatto inutilmente per la seconda volta a* tempi di Clemente Nili per rivolgere il Keno nel Po di Ferrara, e in molte fabbriche di quella città, «Ielle quali parla lo stesso dott. Frizzi nella sua Guida dtl forestiere per Ferrara. Fu ancor richiesto da altri principi , e già abbiamo altrove veduto eli’ ei fu 1’arehitetto del celebre teatro di Parma. Il borsetti lo dice morto nel i63o, perchè quest’anno si vede segnato nell’iscrizione cli’ei fece porre in quell’anno al suo sepolcro , con intenzione che i suoi eredi aggiugnessero il numero degli anni eli’ celi ancora sopravvivesse, e la sua età, avendo egli latto incidere solamente W. AET. SYAE. Fgli mori solo nel i636, come raceogliesi dal Necrologio di quella città. Ma gli credi non si curarono di compir l’iscrizione. Oltre le opere clic ne riferisce il co. IMazzucchclli, se ne ha ancora la Piatila topografica del ducato di Ferrara, stampata nel r >qi), e la Corografia del medesimo Stalo, incisa in legno nel 16o3. [p. 330 modifica]33o LIBRO e abbiamo su ciò più opere di Onorio Lunghi milanese, di Cesare Domenichi romano, di Filippo Maria Bonini, di Cosimo Ferdinando Muti, di Agostino Martinelli, di Cornelio Meyer. Altri finalmente trattarono in generale delle direzioni e de’ ripari de’ fiumi, come Onofrio Castelli, Giambattista Barattieri, Domenico Capra, Carlo Fontana. E nel numero di questi scrittori dee riporsi anche il dottissimo Viviani, di cui però ci riserbiamo a parlare, ove diremo degli scrittori di matematica. XXIX. Non meno che la statica e la meccanica, dee in gran parte all’Italia i suoi felici progressi, che in questo secolo fece, l’astronomia. Le grandi scoperte del Galileo furono come segnale che invitò gl’ingegni italiani a imitarne l’esempio, e ad innoltrarsi con franco passo ne’ nuovi regni, nè quali egli avea osato prima d’ogni altro di mettere il piede. Don Vincenzo Renieri monaco olivetano, di patria genovese, fu uno de’ più fidi discepoli di quel grande uomo. Avea egli in addietro coltivata la poesia, e dapprima nel 1628 avea pubblicato in Macerata un poema latino sulla distruzione di Gerusalemme , poscia in Genova nel 1635 una favola boschereccia italiana intitolata L’Adone; ed io ho osservato che nel titolo della prima opera ei si dice Monaco Olivetano, nella seconda si dice semplicemente Vincenzo Renieri, anzi nelle approvazioni egli è detto il sig. Vincenzo Renieri. E forse egli volle allora comparire in pubblico come secolare, parendogli che ad un religioso non convenisse lo scrivere su quell’argomento. Si volse poscia con più [p. 331 modifica]SECONDO 33I nini uro consiglio all’astronomia, e si diè scolaro, come ho detto, al Galileo, il quale, come narra il Viviani nella Vita di esso, quando sulla fine del 1637 perdette la vista, a lui consegnò tutte le sue osservazioni sulle stelle medicee, acciocchè ne formasse le tavole e l’efemeridi , che doveansi poscia mandare agli Stali d1 Ollanda pel fine da noi accennato poc’anzi, il P. Renieri continuò sulla scorta degl’insegnamenti del suo maestro a far nuove osservazioni; e della sua diligenza nel farle, e del suo ingegno nel dedurne le conseguenze, è pruova una lettera da lui scritta da Genova nel 1640 al principe Leopoldo, in cui gliene comunica alcune. In essa egli spiega il suo desiderio di avere una cattedra in Pisa: Questa «, serenissimo signore, un opera altrettanto degna, quanto fastidiosa; e il dovere seguitare molte notti senza mai chiuder occhio, siccome, bene spesso mi è succeduto ne’ due anni passati, toglie i migliori giorni della vita , e mi sforza ad andar con piede un poco più lento. Se mi fusse succeduto d ottenere la cattedra di Pisa, con l’ozio che non ha chi è, come son io , soggetto al coro e ad altri esercizii della religione, avrei sperato di terminare con più prestezza V impresa ormai vicina al suo fine: non dispero però del buon esito, ed alla protezione di V. A. S. la raccomando, sicuro che l’utilità che per la correzione delle Longitudini è per trarne tutto il mondo, ha bisogno dell’appoggio di personaggio che abbia quell’affetto e cognizione, di queste, scienze, che in altri che nella sua sereni ss. Casa non riconosco; e tanto.basta circa [p. 332 modifica]3°) 2 I.IBRO le stelle medicee. E l’ottenne in fatti tra poco; ed egli era già sul punto di pubblicare le mentovate Efemeridi de’ satelliti di Giove, quando nel 1648 fu dalla morte rapito, e gli scritti, non si sa per cui opera, ne furono involati. Una sola opera io ne veggo citata da M. Drouet (Méthode pour l’Hist. de M. Lenglet, t. i i , />. 5oo), ma da me non veduta, nè da alcun altro indicata, cioè Disquisitio Astronomica de Etruscarum antiquitatum fragmentis Scornelli prope Vulterram repertis, stampata in Firenze nel 1638, nè io so che cosa egli sentisse su quelle supposte antichità. Giambattista Odietna, natio di Ragusa in Sicilia , e uomo nell* astronomiche scienze dottissimo, e autore di moltissime opere di tale e di altri argomenti (Mangi t li ibi. siciiln, t. i, p. 330), stese poscia e pubblicò nel 1656 in Palermo f Efemeridi de’ detti satelliti. Il Borelli ancora ne formò delle altre, e stampolle in Roma nel 1666. Ma amendue , e il primo singolarmente, presero molti errori; e la gloria di darle esatte era riserbata al gran Cassini. Il Borelli però come nella meccanica, così anche nell1 astronomia , era versatissimo; e, oltre la lettera sul movimento della Cometa del 1664 e l’Osservazione, dell’Ecclissi lunare degli 11 di gennaio del i(3^5 , che si hanno alle stampe, nelle lettere inedite pubblicate da monsig. Fabroni, tra le quali molte ne ha del Borelli, trovansi frequentemente citate le diverse osservazioni astronomiche da lui fatte; e fra esse è da notarsi singolarmente eh1 ei fu il primo a predire che ne’ giorni 21 e 22 d’aprile, del 1662 Venere dovea comparire [p. 333 modifica]% SECONDO 3J3 vespertina e mattutina, benchè il ciel nuvoloso non gli permettesse d’osservarla la gloria della quale scoperta concedesi al Borelli anche dal valoroso astronomo M. Monier (Fabrani fi tue Jtalor. doctr. ex ce II. dee. 4; f}- 35 i). WX. Fra" valorosi astronomi di questo secolo debbonsi annoverare due gesuiti, il Padre Giambattista Riccioli e il P. Francesco Maria Grimaldi. Il primo era di patria ferrarese, nato nel 1598 e rendutosi gesuita nel iti 14, e dopo avere per più anni insegnata tra’ suoi la filosofia e la teologia ora in Parma, ora in Bologna, in quest’ultima città finì di vivere a’ 25 di giugno del 1671. Il catalogo delle molte opere da lui pubblicate si può vedere presso il Sotuello (Bibl. Script. Soc. Jesu, p. 416, ec). Io dirò in breve di quelle sole per le quali è degno di essere in questa Storia nominato con lode. Il suo Almagesto è una raccolta di tutto ciò che gli astronomi di ogni tempo, aveano pensato e scritto fino a’ suoi giorni; opera, dice il Montucla (t. 2, p. 255); di cui si può dir veramente eli1 è 1111 vero tesoro di erudizione e di sapere astronomico. Nella sua Astronomia Nova egli, o perchè fosse convinto della falsità del sistema copernicano, o perchè piamente credesse di dover soggettare il suo ingegno alla condanna contro il Galileo fulminata, volle proporre nuove ipotesi, colle quali si lusingò di spiegare tutti i celesti fenomeni. Ma in ciò ei fece bensì conoscere di essere dotato di acuto e penetrante ingegno, ma non potè ottenere di avere molti seguaci. Ei prese ancora a combattere direttamente il sistema copernicano con un xxx. PP. Hicrinll r Griiiutili. [p. 334 modifica]334 LIBRO suo Argomento fisico-matematico, stampato in Venezia nel 1669. Una contesa astronomica insorta a que’ tempi diede occasione al Riccioli di scrivere un1 alti opera. Francesco Leverà, che dall1 Allacci (Apes urb. p. 146 ed. Hamburg. 1711) e dal Mandosio (Bibl. rom. t 2, p 3i3) (a) è detto romano, dal Rossotti è detto di origine savoiardo, nm allevato fin da fanciullo in Roma {Sjrllab. Script. Pedcm.p. 209), autore di molte opere di diversi argomenti, e fra le altre di un Prodromo latino su tutta l’Astronomia riformata, pubblicò nel 1664 un Dialogo, iu cui faceasi a dimostrare che la riforma del Calendario non era stata sì perfettamente eseguita a" tempi di Gregorio XIII, eh’esso 11011 abbisognasse di nuova correzione. Il P. Riccioli persuaso clic la correzion Gregoriana fosse, quanto polca bramarsi, esatta, ne scrisse f Apologia e le Vindicie, che sotto il nome di Michele Manfredi furono stampate in Bologna nel 1G66, e in questa sua disputa ebbe a sè favorevole il sentimento del famoso Cassini. Il Leverà replicò al Riccioli, c altre opere anche di altri scrittori uscirono in tal materia, le quali però 11011 produssero effetto alcuno, perciocché il Calendario rimase qual era prima. Fondato su’ suoi principii, il Leverà sostenne ancora in una Dissertazione, stampata nel 1666, che in quell’anno la Pasqua 11011 dovea celebrarsi (a) Vegetisi anche l’elogio che del Riccioli ha fatto M. Bailly (Hist. de l’Astron. mod. t. 2, p. 166, ec.), il quale potrà servir di compenso alla diversa maniera con cui ne ha favellato un altro moderno scrittore. [p. 335 modifica]SECCANDO 335 nel mese d’aprile, come secondo il Calendario gregoriano era stato ordinato, ma a’ 28 di marzo. Ma le ragioni da lui addotte, benchè avessero molta forza , giunsero troppo tardi, perchè rimanesse tempo d’intimare al mondo cristiano l’anticipazion della Pasqua. Intorno a questa contesa son degne d’esser lette alcune lettere dell’ab. Michelangiolo Ricci e dello stesso Levera, dalle quali si trae anche notizia di altre opere di questo dotto scrittore (Lett ined. if Lom. HI. t. 1, p. 13:2, i34, 138, 223, 224, 226), e alcune altre ancora se ne annoverano dal Cinelli (71 ibi. volante, t. 3 , p. 188). Or tornando al P. Riccioli, ne abbiamo ancora la Geografia e l’Idrografia riformata, e parimente la Cronologia riformata , opere, la prima delle quali è piena di erudite ricerche, e la seconda ancora contiene notizie pregevoli, benchè quella del P. Petavio sia di lunga mano più dotta, e il Riccioli sia in essa caduto in molti e non piccioli falli. Il P. Francesco Grimaldi, bolognese di patria, entrato nella Compagnia di Gesù nel 1632 in età di 19 anni, e morto in età ancor fresca nel 1663 (Sotuell. l. cit. p. 236), fu indivisibil compagno del P. Riccioli nelle fisiche e nelle astronomiche osservazioni) e già abbiamo osservato che amendue colle loro sperienze giovaron non poco a confermare l’opinione del Galileo intorno alla caduta de’ gravi. Ma due cose renderon più celebre il P. Grimaldi: i nomi da lui imposti alle macchie lunari , i quali furono dagli astronomi universalmente adottati, a preferenza di quelli che già imposto avea loro l’Hevelio, e la scoperta della [p. 336 modifica]XXXI. Elogio di Giandomenico Cuimi. 33f> LIBRO din iazion della luce, ch’egli in primo osservò, e con replicate sperienze illustratala, ne diede la spiegazione nel suo trattato De lumine, coloribus et iride, stampato, poichè egli fu morto, nel i 665 (Montitela, t. 1 , p. (603). Egli osservò ancora la dilatazione dei raggi solari nel prisma. benchè non giugnesse a spiegarne la diversa refrangibilità. E qui ci sia lecito di accennare il libro di Marcantonio de Dominis (autore. di cui abbiamo nel precedente capo trattato) De radiis visus et lucis, stampato in Venezia nel 1611. Alcuni gli danno il vanto di essere stato il primo a spiegare, secondo le giuste leggi dell’ottica , l’arcobaleno; vogliono che da lui togliesse il Cartesio la spiegazione dello stesso fenomeno, solo migliorandola alquanto , e citano in loro favore il Newton che questa gloria concede al citato scrittore (Opt. l. 1 , pars 2, prop. 9). Ma io darò qui una pi uova della mia imparzialità, confessando sinceramente che, dopo il diligente esame che di questo libro ha fatto il dottissimo ab. Boscovich (in Not. ad Noceti Poem. de Irid. not. 26), parmi evidentemente conchiuso che il de Dominis cominciasse bensì ad aprire la via alla spiegazione di quel fenomeno, ma che fosse ben lungi dal giunger dove poscia arrivò il Cartesio, e più di lui il Newton, e che anzi in quel libro cadesse in non pochi errori, i quali il mostran poco versato nella fisica e nella matematica. XXXI. Non bastava alfonor dell1 Italia l’aver dato al mondo nel Galileo il primo fondatore e padre della moderna astronomia. Da essa [p. 337 modifica]SECONDO 33-7 dovca ancor uscire un altro gran genio, il quale facendo sempre nuovi progressi in questa vastissima scienza, la conducesse a tal perfezione, che rimanesse dubbio se più a lui fosse ella tenuta, o al gran Galileo, Io parlo, come ognun vede, del famoso Cassini, il quale se dalla Francia fu rapito all’Italia , questa potè compensare il dolor di tal perdita coll1 onore di vedersi richiesta dal più gran re di quel secolo a cedergli un uomo a cui confessava la Francia di non avere l’uguale* Nel parlare di lui noi ci varrem dell1 Elogio che ne ha fatto M. de Fontenelle (Hist de VAcad. i •j 13), e della Vita che ne è stata inserita nel Giornale de’ Letterati d’Italia (t 17, p. 91, ec.) (a). Perinaldo picciol luogo della contea di Nizza fu la patria di Giandomenico Cassini, che ivi nacque agli 8 di giugno del 1625 da.Jacopo Cassini e da Giulia Crovesi. Prima in patria, poscia in Genova alle scuole de’ Gesuiti istruito negli studi dell’amena letteratura, mostrò per essi sì felice disposizione, che stampandosi ivi nel 1646 una Raccolta in lode di Luca Giustiniani doge di Genova, egli, giovane di s 1 anni, v’inserì alcuni suoi sonetti. Frattanto qualche libro d’astrologia venutogli alle mani, il sedusse alquanto; credette di poter con essa (a) I meliti del Cassini singolarmente verso f astronomia sono stati in parlicolar modo esaminati c celebrati più recentemente da M. Baylly (ffi’ t. de VAstron. rnod. t. 1, //V. 8) che in ragionar di essi ba impiegato tutto un libro. Di lui ancora ha scritta recentemente la Vita inonsig. Fabroni (Vìtiic Italor. l. 4, /). in, ec.). Tiraboscui, f^oL Xir. [p. 338 modifica]33S LIBRO far predizioni, le fece, e talvolta le vide avverate. Ma presto ei conobbe la fallacia dell’arte; e l opera di Giovanni Pico il disingannò totalmente. Il piacere, però dal Cassini provato nel contemplare le stelle in lui non si estinse, anzi si fece maggiore, quando il volse a più saggio (fine. Il marchese Cornelio Malvasia senator bolognese , intendentissimo nelle scienze astronomiche e nelle matematiche, avendone avuta contezza, il trasse a Bologna nel 1650, ove gli fu destinata, mentr’ei non contava che anni di età, la cattedra di astronomia, che allora era vacante. Sulla fine del 1652 una cometa apparsa diede occasione al Cassini di osservarla esattamente; e ne scrisse un trattato, stampato l’anno seguente in Modena, e da lui dedicato al duca Francesco I. Ei credette allora, come erasi quasi sempre creduto, che le comete fossero effetto di esalazione. Ma presto ei cambiò idea, e cominciò a credere di’ esse ancora avessero il regolare lor corso, come i pianeti; opinione ch’ei proccurò poscia di confermare colla sperienza e col raziocinio, ma non fu da lui sì felicemente trattata , come si è poi fatto da’ più recenti astronomi. Più felice egli fu nella soluzion di un problema che dal Keplero e dal Bullialdo si era creduto impossibile a sciogliersi; cioè dati due intervalli tra il luogo vero e il luogo medio di un pianeta, determinare geometricamente il suo apogeo e la sua eccentricità. Egli il tentò, e riuscì nel suo tentativo con istupore di tutti i grandi astronomi. La nuova meridiana da lui fatta tirare nel tempio di S. Petronio, assai più grande [p. 339 modifica]SECONDO 33j} f assai più esalta «li quella che nel secolo precedente vi avea formata F. Egnazio Danti, di cui si è detto a suo luogo , come riscosse gli applausi de’ dotti astronomi, e fece rimirare il Cassini come uomo di ammirabile ingegno, così diede a lui occasione di far nuove osservazioni, e di stabilire la teoria del Sole assai più giustamente che non si fosse ancor fatto j c frutto di (queste osservazioni furono le Efemeridi del Sole stesso calcolate sulle Tavole del Cassini dal senator Malvasia , che insieme con alcune lettere di amendue furono stampate in Modena nel 1662. Gli studi astronomici del Cassini vennero interrotti da altri di diverso genere. Nel 1657 fu chiamato a Roma da Alessandro VII, che volle udirne il parere sulla tanto dibattuta quistione delle acque; ed egli fece conoscere quanto anche in questa scienza fosse versato nella scrittura su ciò pubblicata l’anno medesimo in Roma. Le nuove fortificazioni di Forte Urbano, e le differenze insorte tra ’l detto pontefice e ’l gran duca di Toscana per le acque delle Chiane e su’ ripari al Tevere nella Sabina, diedero nuova occasione al Cassini di far pruova de’ suoi talenti nelle scienze matematiche. Due comete che apparvero negli anni 1664 e 1665, mentre egli trattenevasi in Roma, furon sorgente di una nuova gloria al Cassini. Quando ei le vide apparire, ne calcolò i movimenti, e predisse il lor corso prima dell’Auzout, il qual nondimeno vantossi poscia di essere stato il primo a fissarne la teoria (V. Magal. Lett. famil. t. 1, p. 112); e le predizioni del Cassini, benchè contraddette da [p. 340 modifica]34° "LibllO alcuni, furono con grande onor di esso pienamente avverate. Intorno ad esse ei pubblicò un’opera nel 1665, che fu seguitata nell’anno stesso da due lettere all’ab. Ottavio Falconieri sullo stesso argomento (a). L’anno stesso osservò l«* ombre che i satelliti gittan sul disco di Giove, quando passano tra Giove c *1 Sole, e le distinse dalle macchie dello stesso pianeta, e (a) Circa questo tempo il Cassini fu a Firenze, ove era stalo già un’altra volta, non sappiam quando. Il Magalotti ne scrive in due sue lettere al Falconieri, e non troppo vantaggiosamente in ciò che appartiene alla sua condotta. Nella prima, che è de’ 12 di gennaio del così scrive: Che vuoi ch’io ti dica del Cassini? Io seppi cK egli era in Firenze la sera innanzi ch’egli partisse; lo riverii in anticamera del gran duca, nè ti posso dir altro, se non che mi corrispose con gran contegno; talchè , se io non C avessi creduto mescolato con una parte di sua natura, e un’altra di modestia, l’avrei battezzato per pretto malcreato; tanto più ch’ei sa molto bene la.stretta amicizia che passa tra me e voi altri fratelli Dal gran duca mi pare che stesse due volte, e per poco tempo, essendosi abbattuto a venire in (quello che S. A. cominciò a travagliare, e il dì. dopo , se non la sera stessa, si mise in letto: del resto non ne ho sentito a parlare a nessuno nè bene nè male (Lettere famigl. t. 1, p. 110). E nella seconda, che è de’ 17 dello stesso mese, più chiaramente: Il Cassini fu ricevuto con sufficiente cortesia, ma molto diversa da quella con la quale fu accolto la prima volta. Ma dee saperne grado alla sua maniera di pensare, e allo sfatar che ha fatto questo paese , e qualunque sorta d impiego ci avesse potuto sperare (ivi, p. 126). In un’altra lettera il Falconieri, scrivendo al Cassini, si duole ch’egli è uomo che non si trova il verso a fargli sbrigare mai niente (ivi, p. 12.3). 11 Magalotti però ne stimava molto I" ingegno, e ne loda spesso le opere, e singolarmente la Teoria delle Comete (ivi, p. i3G) [p. 341 modifica]SECONDO 3 | I por mezzo di esso giunse a scoprire il tempo della rotazione di Giove ini omo al proprio asse; scoperte alle quali furono per qualche tempo increduli i più illustri astronomi, i quali però dovettero finalmente cedere all1 evidenza della dimostrazione e alla certezza della sperienza. In alcune però di queste scoperte pretese il p. Gottigniez di aver prevenuto il Cassini, anzi di averlo rimosso da qualche errore in cui egli era; sul che può vedersi una lettera da lui pubblicata insieme con quella di Eustachio Divini sulle macchie di Giove, della quale abbiamo già fatto cenno (V. Jour. des Sav. cui. i(>(5B, p. 277). In questo pianeta continuò egli a far sempre nuove scoperte, e giunse per ultimo , ciò che non era ancora venuto fatto ad alcuno, a formarne con somma esattezza l’Efemeridi de’ satelliti, le quali furon pubblicate nel 1668 in Bologna. Non men che a Giove si volse il Cassini co’ suoi telescopii a Marte, e di esso ancora scoprì le macchie, e determinò il tempo della rivoluzione, intorno al proprio asse. Vide ancor le macchie di Venere, e congetturò il tempo della rivoluzione di questo pianeta; ma la difficoltà di osservarle esattamente , non gli permise di ragionare se non con qualche dubbiezza. Vide per ultimo alcune nuove stelle,.e una lunga striscia luminosa che a lui parve la stessa che da alcuni antichi dicesi parimente veduta circa 373 anni innanzi alla nascita di Gesù Cristo, e ne trattò di un discorso Delle Apparizioni celesti dell’anno 1668, stampato in Bologna. Nel tempo medesimo ad altri studi [p. 342 modifica]34 2 libro ancora volgeva egli il suo vivo e fertile ingegno. Alcune fisiche osservazioni da lui fatte sugl’insetti, da Ovidio Montalbani, a cui indi, rizzolle, vennero inserite nell’opera dell’Aldovrandi sullo stesso argomento che allor pubblicossi. Volle egli stesso rifare in Bologna le celebri esperienze della trasfusione del sangue, che già si erano fatte in Francia e in Inghilterra, e all* occasione del passar che talvolta ei fece per Firenze, il principe. Leopoldo volle ch’egli intervenisse alle adunanze dell’Accademia del Cimento. XXXII. Avea fin qui l’Italia goduto di un tale astronomo, di cui avea ben ragione d’andar lieta e superba. Ma sulla fine del 1668 il re Luigi XIV, ad istanza di M. Colbert, il chiese al pontefice Clemente IX. Troppo spiaceva al) papa e a tutta l’Italia il perderlo, e si lusingò di conciliare i suoi propri vantaggi colle premurose istanze di quel gran monarca, accordandoglielo per alcuni anni: Egli giunse dall’Italia a Parigi, dice M. de Fontenelle, chiamato dal re , come Sosi gene era t tenuto dall’Egitto chiamato da Giulio Cesare. Il re lo accolse e come un uomo raro e come uno straniero che per lui abbandonava • la patria. Dopo alcuni anni il papa e Bologna il ridomandarono istantemente; ma M. Colbert era troppo lieto di tal tesoro, per condursi a renderlo. Nel 1673 gli furono accordate le lettere, come dicono, di naturalizzazione, e sposò nell’anno medesimo Genovefa figlia di M. Delaitre luogotenente generale di Clermont in Bcavoisis, e [p. 343 modifica]segoni o ,,.jo j>rr tal modo si stabilì in Francia la famiglia dei Cassini, in cui il saper astronomico si è trasfuso, come per retaggio, dal padre a’ figli e a’ nipoti: Il re, dice lo stesso M. de Fontenelle, approvandone il matrimonio, ebbe la bontà di dirgli, che si rallegrava di vederlo divenuto per sempre Francese. Così la Francia stendeva le sue con (pus te fui nell impero delle lettere. E così f Italia, dirò io, mantenevasi nel suo diritto di dare in ogni scienza i maestri alla Francia, Io non anderò annoverando minutamente tutte le altre belle scoperte che il Cassini fece in cielo, dappoichè fu in Francia, ma ne accennerò solo le principali. Della famosa cometa del 1680, ei predisse che tenuta avrebbe la via medesima che avea già tenuta quella osservata da Ticon Brahe nel e la predizione si avverò, Il lume zodiacale fu da lui prima di ogni altro osservato, o certo egli prima di ogni altro lo additò al pubblico, e ne* scoprì la natura. L1 Ugenio avea nel 1655 scoperto un satellite di Saturno, che è il quarto. Gli altri quattro scoperti furono dal Cassini. nè alcuno altro, oltre essi, se n’è poscia veduto. A lui deesi ancora il modo di calcolare per tutti i paesi del mondo le eclissi del Sole colla proiezione dell1 ombra della Luna sul disco terrestre, metodo ideato già dal Keplero, ma dal Cassini perfezionato, e adottato poscia da tutti gli astronomi. Propose egli ancora il metodo di determinare con un solo osservatorio la parallassi di un pianeta*, ma questo metodo, come dice il Montucla (t. 2, p. 5oo) essere sialo [p. 344 modifica]344 J.IBIIO avvertito da M. Monnier, era già sialo propoj sto da M. Morin. A lui debbonsi ancora l’applicazion dell’eclissi solari a trovar la longitudine de’ luoghi della terra, diversi nuovi periodi cronologici per conciliare i movimenti del Sole e della Luna? e l’ingegnosa spiegazione delle regole dell’astronomia indiana. Nel 1695 fece un viaggio in Italia, e giunse a tempo per riparare a’ danni che alla meridiana di S. Petronio avea recato il pavimento, su cui era tirata, uscito dal suo livello; nella qual occasione fu da’ Bolognesi fatta coniare in onor di esso una medaglia, come un1 altra ne era stata coniata in Francia per lo scoprimento de’ satelliti di Saturno (Mus. Mazzucchell. t. 2,p. a 16). Tornato in Francia , ebbe una gran parte nel lavoro della gran meridiana dell’Osservatorio di Parigi. Essendosi in Roma cominciato di nuovo a parlare della riforma del Calendario gregoriano, ed essendo stata perciò formata nel 1700 una congregazione d’uomini dotti, il papa volle che fosse su ciò consultato il Cassini, il quale mandò a tal fine in Italia il celebre Maraldi suo nipote, natio esso pure di Perinaldo, e venuto in Francia fin dal 1(187 Por unirs‘ negli studi astronomici al zio, di cui sostenne poscia sì felicemente la gloria. Ma il Maraldi e le fatiche intraprese per f accennala riforma non appartengono al secolo di cui scriviamo. Negli ultimi anni della sua vita, come già il Galileo, anche il Cassini divenne cieco; e finalmente a’ 14 di settembre del 1712 in età di 87 anni finì di vivere senza malattia, senza dolore, c per la [p. 345 modifica]SECONDO 34O sola necessità di morire: uomo, il cui nome all1 Italia e alla Francia sarà sempre di dolce ed onorevole ricordanza, non solo per le tante scoperte da lui fatte nell1 astronomia, ma anche per la sua rara modestia, per l’innocenza de’ suoi costumi, e per la singolare felicità che egli avea di comunicare agli altri il frutto delle sue ricerche, a rischio ancora di vedersene usurpata la gloria. Noi abbiamo accennate molte delle opere del Cassini, ma moltissime ancora ne abbiam tralasciate. I volumi dell1 Accademia delle Scienze di Parigi fino al 1709 son pieni di osservazioni e di dissertazioni di questo grand1 uomo, e vi ha tra esse la Storia dell’origine e de1 progressi de)!1 Astronomia, la quale ci fa vedere che non solo egli possedeva la teoria e la pratica di questa scienza, ma che ne conosceva ancora le vicende di tutti i secoli e di tutte le nazioni. Un lungo catalogo di tutte le opere da lui pubblicate ci ha dato il P. Niceron (Mém, des Homm. ill t. 7, 10) (a). XXXIII. A questi illustri astronomi alcuni altri voglionsi aggiugnere, i cui nomi, se non hanno la celebrità de’ Galilei e de’ Cassini , son {a) Il Cassini non coltivi) solamente le pravi scienze, ma le amene ancora. Molti suoi mss. si conservano nelf Osservatorio reale in Parigi, e tra tssi molte poesie italiane «• Ialine, e singolarmente parecchi frammenti ili un poema italiano non finito sopra l’astronomia. Alcuni di essi tradotti in francese sono stali pubblicati nelf/ftprit des Journaux (1787, Janv. p. ab5); ma sarebbe stato a bramare che se ne fosse ancor pubblicato l’erigi naie italiano. [p. 346 modifica]3^6 LIBRO però degni di essere con onor mentovati. Andrea Argoli di Tagliacozzo nel regno di Napoli, di cui copiose notizie ci somministra il conte Mazzucchclli { Se ri IL ital. t. 1 , p. 1045), essendo professore in Padova, ove anche morì nel 1657 , pubblicò molti tomi di efemeridi, di tavole, e l’altre opere astronomiche, le quali però dopo le più recenti scoperte, di cui non fece egli molto uso, sono quasi dimenticate. Il P. Paolo Antonio Foscarini carmelitano stampò in Napoli nel 1615 una lettera sulla mobilità della terra e sulla stabilità del sole, in cui cercò di conciliare questa opinione co’ testi della sacra Scrittura, che ad essa sembrano opporsi; ed essa fu poi aggiunta, tradotta in latino, a’ Dialoghi del Galileo sullo ste.<fSo argomento. Un’opera intitolata Uranoscopia, sive de Coelo, del P. don Redento Baranzani vercellese barnabita fu stampata in Ginevra nel 1617; e il Weidlero osserva (Hist. Astronom. p. 441? ec-) c^ie essendosi egli in questa sua opera mostrato alquanto favorevole al sistema di Copernico , e avendo udito che ciò era dispiaciuto al pontefice Paolo V, aggiunse al fin dell’opera l’impugnazione dello stesso sistema. Dell1 autore e dell1 altre opere da lui pubblicate si vegga il co. Mazzucchelli (l. ciL t. 2, par. 1, p. 230). Scipione Chiaramonti cavalier cesenate e professore in Pisa sarebbe stato un de’ più dotti astronomi del secolo precedente, se invece di tenersi strettissimo alle opinioni peripatetiche, e invece di dichiararsi nimico delle scoperte del Galileo, cui impugnò co’ suoi libri, se ne fosse fatto [p. 347 modifica]SECONDO J47 scolaro (a). 11 celebre P. Cavalieri ha diritto « 11 essere annoverato tra gli astronomi per alcune sue opere di tale argomento; ma noi gli darem luogo tra’ matematici , ove con maggior sua gloria debb’essere rammentato. Francesco Montebruni genovese pubblicò in Bologna nel 1640 le Efemeridi celesti dal 1641 fino al 1660; e altre Efemeridi dal 1664 fino;,al 1670 diè alla luce in Roma Pietro Palazzi bresciano; e di nuovo in Bologna in diversi tomi dal 1675 fino al 1720 Flaminio Mezzavacca bolognese. La cometa del 1664 diede occasione a una latina Dissertazione di Gaudenzio Brunacci, stampata in Venezia nel 1665. Il Weidlero accenna una Dissertazione di Francesco Travagini veneziano, in cui. all1 occasione di un tremuoto sentito in Ragusa, in Venezia e altrove nel 1 tòt>7, pretese di dimostrare da esso il diurno moto della terra l. cit. p. 314).e un Lessico matematico, astronomico e geometrico del P. Girolamo Vitali capoano teatino, stampato in Parigi nel 1668, e alcune nuove tavole del primo mobile da lui pubblicate in Norimberga nel 1(176 (ib.p. 515). Pietro Maria Cavina nobile faentino diè alla luce dopo la metà del secolo molte opere astronomiche che si posson veder indicate dal P. abate Mittarelli Append.de Scriptfavent.). Ma benchè egli in esse si discostasse ila Aristotile, e {a) Della vita c delle opere del Chiaramonti si posson vedere più distinte notizie nelle annotazioni aggiunte al poemetto De Majorum suonwt laud:bus del sig. arcidiacono Giacinto Ignazio Clùaranonti, stampalo ni Cesena nel 1785. [p. 348 modifica]LIBRO facesse uso delle recenti scoperte, volle però immaginare sistemi nuovi, eli1 ei non ebbe la sorte di vedere approvati. Ei fu ancora autore di alcune opere intorno alla storia della sua patria, delle* quali diremo altrove. Alcune osservazioni su Saturno e su Marte con una Dissertazione sull’ii regolarità de* movimenti celesti pubblicò nel 1672 in Pesaro Gianfrancesco de’ Lorenzi (Weidler. l. cit p. 533). Del P. don Guarino Guarini modenese teatino abbiamo la Matematica celeste, e alcune altre opere astronomiche; ma di lui diremo più sotto parlando degli scrittori d’architettura. Modenese e teatino parimente fu il P. don Gaetano Fontana, figlio del co. Francesco, morto in Modena nel 1719. Benchè nella sua Istituzione fisico-astronomica, stampata in Modena nel 1695, seguisse alcune opinioni che presso i migliori astronomi non son ricevute, fu nondimeno osservator diligente, e alcune osservazioni da esso fatte si veggono inserite negli Atti dell’Accademia di Parigi (An. 1701, 1704, 1706) (a). XXXIV. Fra questi astronomi di second’ordine il più illustre per avventura fu Geminiano Montanari, anche perchè a molle altre parti (n) Di amendue questi dotti Teatini, e più ancora del celebre Geminiano Montanari poco appresso rammentato, abbiam poscia pai lato più a lungo nella Biblioteca modenese , ove singolarmente l’epoca della vita del Montanari, le scoperte da lui fatte, le controversie per esse avute, sono state con più attenzione esaminate (t. 2, p. 317; t.3, p. 36, 254). Ne ha scritta anche la Vita monsig. Fabbroni (Vitae Italor. t. 3, p. 69, ec.) [p. 349 modifica]SECONDO della filosofia ei rivolse 1’ingegno , c col ti volle felicemente. Monsignor Francesco Bianchini ne ha scritta la Vita, premessa al libro del Montanari sul Turbine, stampato dopo sua morte, e noi ne trarrem solo le cose più degne d’essere rammentate. Egli era nato in Modena il 1 di giugno del 1633, e dopo aver fatti in patria i primi studi , in età di 20 anni passò a Firenze per attendere alla giurisprudenza, e di là passato a Salisburgo nell’Allemagna, vi ricevette in questa scienza la laurea, Indi si trasferì a \ ionna, ove, mentre ei si trattiene, avvenutosi in Paolo del Buono discepolo del Galileo uno degli accademici del Cimento, e allor matematico dell’imperadore , dal conversare con lui tanto invogliossi degli studi filosofici e mattematici, che con esso si diè a visitare le miniere dell’Ungheria, della Boemia e della Stiria. Costretto dagli affari domestici a tornare in Italia , impiegossi per qualche tempo nel foro in Firenze, ma non in modo che non seguisse a occuparsi negli altri più amati studi, e a godere dell’opportunità che porgevagli il fiorir ch’essi faceano in quella città. Nel 1661, richiamato a Modena dal duca Alfonso IV, fu onorato del titolo di filosofo e matematico aulico. Ma essendo inoi to quel duca l’anno seguente, egli stette due anni presso il marchese Cornelio Malvasia generale d’infanteria in questo dominio, da noi rammentato nel parlar del Cassini, finchè rapitogli dalla morte il nuovo suo protettore, nel i(S64 fu scelto professore di matematica nell’università di Bologna, e fu ancora ascritto all Accademia ile’ Gelati, nelle [p. 350 modifica]35(1 LIBRO cui Memorie se ne legge i elogio (p. a()4, ec.). Quattordici anni sostenne quella cattedra il Montanari con molta sua lode, finchè nel 1678 chiamato a Padova a quella delle meteore e dell’astronomia. questa fu da lui tenuta fino al 1687 , in cui per colpo d’apoplesia finì di vivere. Molte son le opere del Montanari che all’astronomia appartengono, cioè Dissertazione su diverse Comete a’ suoi tempi vedute in cielo, sulle Ecclissi solari e sulle lunari, sulla Sparizione di alcune stelle , sulle Fiamme volanti e su altri celesti fenomeni. Nelle sue osservazioni ei si scuopre diligente ed esatto , e ingegnoso ne’ suoi raziocinii, seguendo comunemente le più sicure opinioni, benchè non sia egli pure, come niuno fu allora , esente da errore. Non pago di osservare, agevolò ancora il modo di fare le osservazioni, pubblicando nel 1674 la Livella Diottrica , nuova invenzione per livellare il cannocchiale con maggior esattezza e facilità che per l’addietro con altre livelle non si è fatto, aggiuntovi il modo di misurare una distanza incognita con una sola stazione guardando nel cannocchiale, ed un nuovo e facil modo di misurare mediante la livella medesima il vero circuito della terra. L1 abuso (’he tanti avean fatto in addietro, e che alcuni tuttor facevano dell" astronomia, volgendola alle superstizioni dell’astrologia giudiciaria , lo indusse a combattere il volgar pregiudizio, e il fece colla sua Astrologia convinta di falso. Ma a più altri oggetti rivolse egli i suoi studi. Il salir che fa l’acqua pe’ cannelli di vetro, gli diè l’occasione di far diverse sperienze e di [p. 351 modifica]SECONDO 35I esaminarne l’origine, e pubblicò le sue idee ne’ suoi Pensieri fisico-matematici stampati in Bologna nel 1667, attribuendo questo fenomeno alla pressione dell aria. Il canonico Donato Rossetti livornese dottore di teologia, e professore allora di logica nell università di Pisa, impugnò il Montanari con tre dialoghi intitolati Antignome fisico-matematiche, stampati in Livorno nell’anno stesso. Era il Rossetti uomo di grande ingegno, ma amante di nuove e strane opinioni, come ben si vede al leggere il) detto libro; perciocchè in esso sosteneva che i sensi ed organi esterni non eran cinque, ma undici; che con due soli moti, il perpendicolare e f orizzontale’ , tulli spiegavansi gli effetti degli atomi; che un mobile in un istante potea muoversi con 17 diversi movimenti; che nel globo della terra era un gran cuore diviso in due ventricoli; e pareva innoltre affermare che il globo stesso fosse animato, la qual ultima proposizione dovette egli poi dichiarare di aver proposta soltanto come un suo capriccio (V. Lett. ined. d’ Vorti, ili t. 2, p. 160, ec. 229, ec.). La contesa su questo fenomeno tra ’l Montanari e ’l Rossetti diede occasione a più libri che da una parte e dall’altra si pubblicarono, anzi ella si stese anche a un’altra quistione , cioè a (quelle pallette e a que’ fili di vetro, i quali rompendosi in una estremità si stritolano. Avea il Montanari fatte sopra quelle pallette molte belle sperienze, e ne avea fabbricate alcune egli stesso diverse dalle altre in Murano (ivi, t. 1, p. 159); e nel 1670 pubblicò sopra esse le sue speculazioni, nelle quali attribuisce [p. 352 modifica]35 3 LIBRO il fenomeno alla violenta tensione in cui sono le parti di quelle pallottole di vetro pel costiparsi che fa il vetro medesimo, quando dalla fornace si lascia cadere nell’acqua fredda. Il Rossetti, a cui non piacevano se non le più strane opinioni, volle scrivere egli ancora su questo argomento, e nel 1671 stampò in Livorno le sue Composizioni o passioni de’ vetri; colla qual opera valendosi del suo sistema degli atomi e delle diverse loro appetenze , spiega capricciosamente questo fenomeno per via di certi cilindretti uniti sì strettamente tra loro, che, rottone uno, forza è che tutti gli altri ancora si rompano. Egli frattanto che dalla cattedra di logica era passato a quella di filosofia , ma che mal volentieri soffriva di esser costretto a leggere alla Galileista (ivi, t. 2, p. 235), accettò volentieri f occasione che gli si offerse di andare a Torino per certi affari di un suo fratello 5 ed ivi fattosi conoscere al duca, fu adoperato in dar disegni per fabbriche , per fortificazioni, per ripari de’ fiumi, e accettò nel 1674 l’offerta fattagli dell’impiego di matematico della nuova accademia da quel duca ivi fondata. Continuarono in tutto questo frattempo le contese tra lui e il Montanari, e finalmente il Montanari medesimo pregò la reggente duchessa di Savoia a destinare alcuni soggetti a ciò opportuni, che attentamente esaminassero le opere di amendue, e decidessero a chi si dovesse la vittoria. Quella sovrana volle dapprima che i due avversarii si riunissero in amicizia; furon poscia uditi amendue recitare i loro discorsi nell’accademia, e col far plauso [p. 353 modifica]SECONDO 353 ai! amendue si proccurò che le controversie avessero fine; ma questo congresso medesimo, e la Relazione che il Rossetti ne pubblicò in suo vantaggio, diede occasione al Montanari di fargli una nuova risposta, che fu l’ultimo libro che su questa contesa si pubblicasse. Oltre questa contesa col cancellier Rossetti? alcune altre ne ebbe il Montanari con Pier Maria Cavina, da noi rammentato poc’anzi, sulla meteora della fiamma volante del 1676, ma che non fu nè sì lunga, nè sì ardente come la già accennata. Il Manualetto de’ Bombisti, il Discorso sopra la Tromba parlante, Le Forze d’Eolo, ossia il Discorso sopra il Turbine, l’Esame della Corrente del Mare Adriatico, stampato nella Raccolta degli Scrittori delle Acque, sono altre testimonianze del valore del Montanari nelle scienze matematiche e filosofiche. Degne ancora di un dotto filosofo sono alcune Lettere che di fresco ne sono state pubblicate (ivi, t. 1, p. 152, ec.), nelle quali, oltre a diversi punti d’astronomia, espone le sue osservazioni sopra alcuni animaletti, e sostiene l’opinione, allor poco comune, ch’essi nascon dal seme; esamina la materia del fulmine all’occasion degli effetti ch’egli ne aveva veduti in due fanciullij e benchè allora l’elettricità fosse mal conosciuta. ei rigetta però la volgare opinione che vuole il fulmine composto di materia soda, e la crede materia fluida e ardente; e narra ancora le diverse sperienze ch’egli avea fatte sulle Alpi modenesi per osservare la diversa altezza del mercurio ne’ tubi torricelliani, nel che ei dee essere TlRABOSCHl, Voi. XIV. 23 [p. 354 modifica]354 LIBRO riconosciuto come uno de’ primi a proporre un tal metodo per determinare le altezze de’ luoghi. Il valore delle monete fu esso pure oggetto delle ricerche del Montanari, e ne son pruova il Trattato del valore cd abuso» delle monete { /Irgei de Monetis Ital t. 3), e I1 opera intitolata La Zecca in Consulta di Stato (ib. t. 6). Finalmente egli esercitossi ancora nella poesia italiana e nella latina; e nelle Memorie del Gelati si legge che ne furono lette più volte di sue nell’Accademia de’ Cavalieri italiani di Vienna avanti quelle Cesaree /Maestà. XXXV. Mentre in tal modo la meccanica e l’astronomia si venivano per opera degl’ingegni italiani sì felicemente perfezionando, molte altre parti della fisica per mezzo delle replicate e diligenti sperienze toglievansi dall’oscurità, e purgavansi dagli errori in cui l’ignoranza de’ secoli precedenti avea involta ogni cosa. Il principio fissato dal gran Galileo di studiare attentamente i fenomeni della natura, e di esaminare partitamente le leggi di’ ella tiene nel suo operare , invece di fissare un generale sistema , a cui ridurre loro malgrado tutti i fenomeni stessi; questo principio, io dico, risvegliò nell’animo del principe Leopoldo de’ Medici il pensiero di formare un’adunanza d’uomini dotti, i quali con replicate sperienze andassero investigando la natura de’ corpi. Fin dal 1651 il gran duca Ferdinando II avea gittati i fondamenti di quest’accademia, ed egli medesimo avea ingegnosamente trovati diversi stromenti per tali esperienze, alcuni de’ quali passaron poi all’accademia di cui siamo per dire. Intorno [p. 355 modifica]SECONDO 355 a ciò veggansi i monumenti prodotti dal ch. senator Nelli (Saggio di Stor. letter.fior. p. 79, ec.), di cui ci varremo singolarmente nel ragionare dell1 accademia del Cimento, che tal fu il nome che il principe Leopoldo le impose (a). A1 19 di gingilo del 1667 ebbe essa principio, c fu perciò anlerior di tre anni alla reale Accademia di Londra, istituita nel 16G0, e di nove a quella delle Scienze di Parigi, istituita nel iGGG. Quella de1 Curiosi di Vienna è la sola accademia rivolta alle cose fisiche e naturali, che colla fiorentina possa contrastar del primato, perchè essa ebbe principio nel i652. Ma olirceli»; fanno innanzi avea già il gran duca Ferdinando 11 cominciata a tenere, come si è detto, un’accademia di tal natura, f Italia avea avuta fin dal principio di questo secolo quella de1 Lincei, della quale però, perchè essa era prìncipahneriLe tliretta alla storia naturale, ci riserbiamo a parlare nel capo seguente. Hadunavasi l’accademia del Cimento nel palazzo del principe Leopoldo, il qual sempre interveniva alle adunanze, e godeva egli stesso di fare le sperienze sugli argomenti proposti, di ragionare sulle quistioni, (a) Più altre notizie intorno a diversi strumenti o inventati, o perfezionati dal gran duca Ferdinando o dal cardiual Leopoldo si posson vedere nell’opera più volte citata del dott. Giovanni Targioni Tozzetti (Aggrandim, ec. t. 1, p. 148, ec.). Egli ha ancora pubblicati nuovamente i Saggi dell’Accademia del Cimento, con molte altre esperienze fatte da quegli accademici e nella prima edizione ommesse; e con più altre scritture che spargono nuova luce sopra i progressi fatti per mezzo di quell’illustre accademia in tutte le parti della moderna fisica (/. 2, par. 1). [p. 356 modifica]356 LIBRO ili comunicare i suoi lumi agli accademici, e di riceverli da essi a vicenda , deponendo la maestà del principato, e trattando con loro famigliarmente, come se gli fossero uguali. Aveano gli accademici commercio co’ più dolti (ilosoii di Lui la l’Europa, e il soprallodato senator Nelli afferma di aver un buon numero di lettere da essi o ricevute, o scritte su argomenti di fisica e di astronomia a’ letterati stranieri (ivi, p. 104). Frutto delle loro adunanze furono i Saggi di Naturali Sperienze fatte nelF Accademia del Cimento, stampati in Firenze nel i(»6t>, c poscia di nuovo nel 1692, e altrove ancor ristampati, opera stesa principalmente dal co. Lorenzo Magalotti, che n’era segretario. Gli argomenti che in essa si trattano, sono i più importanti di tutta la fisica, cioè la pressione dell’aria, la natura del ghiaccio, la capacità dei vasi secondo le diverse loro figure, la compressione dell’acqua, la gravità universale de’ corpi, le proprietà della calamita, dell’ambra e di altre materie elettriche, il cambiamento del colore in alcuni fluidi, il moto de’ proietti, il caldo, il freddo, la luce, la penetrabilità del cristallo e del vetro riguardo agli odori ed all’umido, la digestione degli animali, ed altre somiglianti quistioni o non mai trattate, o non ben conosciute in addietro, e tutte con somma maestria maneggiate da quegli accademici, e illustrate con ingegnose ed esatte sperienze; opera perciò accolta con sommo plauso da’ dotti, e che, finchè la buona fisica avrà seguaci, sarà sempre stimata una delle migliori e delle più utili in questa scienza. Io potrei recarne in pruova l’autorità di [p. 357 modifica]SECONDO 357 molti illustri filosofi che l’hanno con alte lodi encomiata. Ma basti ricordare il celebre Muschenbroeck, il quale giudicò ben impiegato il tempo nel recarla in latino, e nel corredarla di dotte annotazioni, acciocchè meglio si divolgasse anche dove la lingua italiana non è intesa, e credette di recar con ciò non leggier giovamento agli studi della buona filosofia. Così avesse quest accademia avuta più lunga vita! Ma nel 1667, partiti da Firenze il Borelli, il Renaldini e FUliva, che eran nel numero degli accademici, e fatto cardinale il principe Leopoldo, questi non potè più promuoverla ed avvivarla, come avea fatto in addietro, e gli accademici , privi del lor protettore e ridotti a minor numero, si sbandaron tra poco, e questa sì illustre adunanza, dopo dieci anni soli, venne meno e si sciolse (V. Lett. ined. t. 1 , p. 221, 295). Ma prima di finire di ragionarne, dobbiam vedere chi fossero i valentuomini da’ quali fu ella composta. XXXVI. Nove ne nomina il sopraccitato senator Nelli (l. cit. p. 104, ec.), e vuole che questi soli vi fossero ascritti. E noi seguendo 1 ordine da lui tenuto, e valendoci delle notizie da esso raccolte, ne direm qui brevemente. Paolo e Candido del Buono fratelli fiorentini sono i primi. Paolo era stato scolaro del Galileo , e avea da lui appreso il buon metodo di filosofare. Nell1 accademia ei fu l’inventore dello strumento per comprimere l’acqua. Ma appena avea ei cominciato a dare in essa più saggi del suo valore, che passò in Allemagna col carico [p. 358 modifica]358 LIBRO di presidente della Zecca imperiale, e già ivi era nell’ottobre del 1657 ivi, t. 1, p. 94)*» e nel 1658 andò col Montanari a visitar le miniere dell’Ungheria e di altre provincie, come poc’anzi si è detto. Il senator Nelli afferma ch’ei morì in Vienna nel 1661; ma una lei.era del lìullialdo, sci iti a a! principe Leopoldo a’ 19 di dicembre del 1659, ci mostra che Paolo era allora morto, e non in Vienna, ma nella corte del re di Pollonia. Il tratto in cui ne ragiona, è troppo onorevole a Paolo, perchè non debba essere qui riferito: Quoniam injecta mihi est, dice (ivi, p. 200), a Ser. Cels. Tua mentio de nuper defuncto in Poloniae Regis aula Paulo de Bono luctum de illo amisso comprimere meum hic nequeo. Ingenio enim in mathematicis, ac praecipue in mechanicis valebat, moribusque probis ac honestis praeditus erat, sique diutius in vivis egisset, plura procul dubio praestiturus. De Republica litteraria ac philosophica , quam animo conceperat, quamque statuere cogitabat, aliquid intellexi. Excelsae quidem mentis, et ad magna viri nati propositum erat; sed hisce temporibus sedes inter Europaeos quaerere non debebat, cum omnibus in regnis et rebus publicis orbis nostri nulla societas iniri queat, quae suspecta dominantibus non sit. Tra le Lettere pubblicate da monsignor Fabroni ne ha una di Paolo al principe Leopoldo ivi, p. 151), e una a lui del Borelli ivi, p. ()94), e amendue son pruova del molto eli’ egli sapeva in astronomia e in matematica. Candido fu egli pure inventore di alcuni strumenti [p. 359 modifica]I SECONDO 3jl per T accademia, c di un orologio ad acqua; lodato da Vincenzo Viviani. Di lui abbiamo due lettere al principe Leopoldo, scritte da Roma; nel 1662 ivi, t. 2, p. 136, ec.), e una a lui di Rafaello Maiotti uomo parimente nelle mate maticlie assai versato ivi, p. 269). Oneste let tere sono un nuovo indicio della molta dottrina di Candido singolarmente nelle cose astronomiche; e il Magalotti, in una sua lettera allo stesso principe Leopoldo, afferma (ivi, p. 99’ ch’egli avea trovato molti anni prima quel metodo di misurare il diametro di Saturno, che fu poi proposto dall’Ugenio. Ebbe poi la pieve di S. Stefano a Campoli, ed ivi morì a’ 19 di settembre del 1676. Alessandro M.usili sanese è il terzo degli accademici del Cimento mentovati dal senator Nelli, che di lui ci dà esatta contezza. Ma egli avverte che poco felici furono le sperienze da esso fatte, perchè nella geometria e nella moderna fisica non era molto esercitato, e a noi perciò basterà l’averne dato un cenno. Seguono due gran nomi, Vincenzo Viviani e Francesco Redi: ma del primo direm tra poco fra’ matematici, del secondo sarà luogo più opportuno a parlare nel capo seguente. Passiam dunque al sesto, che è degno di special ricordanza, cioè al co. Lorenzo Magalotti. XXXV11. Di questo dotto non meno che elegante scrittore, dopo più altri, ci ha data un’esatta Vita il ch. monsig. Fabroni, stampata l’anno medesimo in lingua italiana (Lett. famil. del co. Magalotti, Fir. 1769, t. 1) e in lingua latina (Vitae ltal. dori, cxccll. dee. 2), [p. 360 modifica]36o LIBRO e io perciò formeronne soltanto un breve compendio (a). Orazio Magalotti e Francesca Venturi fiorentini furono i genitori di Lorenzo, che da essi nacque in Roma a’ 13 di dicembre del 1637. In età di 13 anni, inviato per educazione al seminario romano sotto la cura de’ Gesuiti, si avanzò felicemente nei buoni studi colla scorta de’ suoi maestri e d’altri uomini dotti che ivi conobbe, e singolarmente di Antonio Uliva, di cui diremo tra poco, del gesuita francese Onorato Fabri celebre per le sue opere filosofiche e matematiche , e del P. don Antonio Lanci canonico regolare uomo dottissimo, e dal Magalotti paragonato quasi col Galileo. Nel 1656() passò all’università di Pisa, ove nello spazio di sole sedici settimane apprese con istupore de’ suoi maestri la scienza vastissima delle leggi: coltivò ancora Tanatomia ] ma soprattutto attese alla matematica e alla filosofia per tre anni sotto il Viviani, il quale prese ad amare e ad ammirare per modo il giovane suo scolaro, che nella prefazione alla sua opera De Mnoci mis et Minimis ne inserì un magnifico elogio. E fu il Viviani medesimo che il propose al principe Leopoldo per segretario dell" accademia del Cimento , sostituendolo ad Alessandro Segni, che ne’ primi tre anni esercitò quell’impiego. Fu dunque il (a) Veggnsi anche)’elegante ed erudito Elogio del Magalotti, nuhldicato in Firenze l’anno 178- dal chiarissimo P. Pompilio Pozzetti delle Scuule Pie. [p. 361 modifica]SECONDO 361 Magalotti che stese il libro de1 Saggi di quell’Accademia; e benchè egli in quell’opera non soddisfacesse pienamente a se stesso, la vide nondimeno accolta con grandissimo plauso non solo per la dottrina in essa racchiusa, ma ancora per l’eleganza con cui è esposta. Fu poscia ammesso fra’ gentiluomini di camera del gran duca, e la gentilezza del tratto, la naturale eloquenza, la perizia ch’egli avea nelle belle arti, la molteplice erudizione di cui era fornito, lo rendette a tutta quella corte carissimo. Ma la corte non lo distolse da’ geniali suoi studi. Le cose fisiche e le astronomiche lo dilettavano principalmente, e ne son pruova le Lettere scientifiche ed erudite , e le altre lettere da lui scritte e in diversi tempi pubblicate, nelle quali egli tratta con eleganza di stile e con profondità di dottrina molte di tai quistioni. A questi severi studi frammischiava i piacevoli della volgar poesia , e vedremo altrove eh1 ei fu in essa uno de’ più felici. Vi aggiunse ancora lo studio delle lingue orientali, e singolarmente dell’araba e della turca. Fra le moderne scriveva e parlava il francese, lo spagnuolo e l’inglese con grazia non ordinaria. I diversi viaggi ch’ei fece per le principali provincie d’Europa, or accompagnando il gran principe Cosimo in Francia e in Inghilterra , or insieme con Ottavio Falconieri internuncio apostolico in Fiandra, or inviato ministro del gran duca alla corte di Vienna, giovarono a un tempo ad accrescerne e a farne conoscere l’erudizione. Fu caro a tutti i dotti che con lui conversarono; ed egli [p. 362 modifica]3rìa libro si strinse principalmente in grande amicizia col famoso Boyle, cui procurò ancora, ma inutilmente, di condurre al grembo della cattolica religione. Tornato in Italia nel 1678, ripigliò con più ardore i suoi studi; e allora fu ch’egli scrisse le celebri sue Lettere contro gli Atei, le quali, benchè non sieno, per così dire, un corpo ordinato di controversie, contengono nondimeno i più forti argomenti che contro di essi si possan recare, e mostrano (quanto anche in queste materie fosse il Magalotti versato. Nel 1689 dal gran duca Cosimo III fu dichiarato terzo consigliere di Stato. Ma egli improvvisamente nel 1691, annoiato da molte domestiche brighe, e sperando di trovar quella pace che invano avea finallora cercato in altro stalo, colf approvazion del gran duca recatosi a Roma , entrò nella Congregazione de’ Padri dell’Oratorio. Appena però era tra essi stato lo spazio di pochi mesi, che non potendo adattarsi al nuovo tenor di vita , ne uscì; e quasi vergognandosi della sua incostanza, passò gran tempo tra la solitudine di un’alpestre sua villa. Si arrese per ultimo alle replicate istanze del gran duca, e tornò a Firenze e alla corte, e ivi continuò a vivere fino a’ 2 di marzo del 1712, in cui diè fine a’ suoi giorni, dopo essere stato cinque anni prima aggregato alla real! Società di Londra. Alla Vita di questo illustre scrittore soggiugne il valoroso autor di essa il catalogo delle opere stampate e delle inedite, che sono anche in maggior numero, da lui composte, le quali ultime conservansi in gran parte presso il cav. Cosimo Venturi, [p. 363 modifica]SECONDO 3G3 e altre ancora ne ha il sig. senator Nelli. Convien confessare che non abbiamo del Magalotti alcuna opera insigne , e le Lettere contro gli Atei son quelle sole a cui in qualche modo un tal nome può convenire. Le altre, lasciando ora in disparte le Poesie , sono Lettere scientifiche e famigliari, Lezioni dette nell’accademia della Crusca, alcune Relazioni da lui raccolte o dalla bocca altrui, o dalle altrui opere, traduzioni e altre cose di picciola mole. Ma in tutte si scuopre l’ingegno e il sapere del Magalotti, singolarmente, come si è detto, nelle materie filosofiche • e queste che ne abbiamo alle stampe , ci fanno soffrire con dispiacere che a tante altre opere da lui cominciate non abbia posta l’ultima mano, o ch’esse siansi finora giaciute inedite. XXXVill. Rimane a dire degli altri tre accademici del Cimento annoverati dal senator Nelli. Il settimo fu Antonio Uliva natio di Reggio di Calabria, uomo però, a dir vero, non molto degno d’entrare in quella chiara adunanza. Fu prima teologo del Cardinal Francesco Barberini, e ne fu cacciato pe’ suoi rei costumi. Tornato in patria, cambiò il personaggio di teologo in quello di capo de’ ribelli, e perciò fu arrestato e tenuto per qualche tempo prigione. Uscitone, passò in Toscana, e nel 1663 fu fatto professore di medicina in Pisa collo stipendio di 300 scudi, ed egli ebbe il coraggio di recitare nel suo ingresso quasi intieramente un’orazion del Mureto, e di rispondere ad Andrea Forzoni Accolti, il quale gliene fece rimpro’ vero, eli’ei non voloa dir XXVYUI IH A titoli;»» Eli» a » • Irl ri». C»rlr» lUiiaMiw. [p. 364 modifica]304 libro male, e che non sapea dir meglio che copiando il Mureto. Fu nondimeno caro al gran duca e al principe Leopoldo, perchè era uomo d’ingegno , benchè incapace di freno, e di cui ottimamente diceva il Redi: Il sig. Antonio Oliva è più bizzarro che mai, e più virtuoso che mai. Grande ingegno che è costui (Lettera al Dati nel 16(>o, Op. t. 5, p. 24, ed. Napol. 1778)! Nell’Accademia non fece cosa che il rendesse famoso, e partì da Firenze nel 1667 o per T avventura narrala nel parlar del Borelli, o perchè avendo egli proposto il segreto di dar il colore al sale, ciò spiacesse talmente ad alcuni, a’ quali ciò era dannoso, che minacciassero di ucciderlo, o perchè finalmente all1 occasion d1 una disputa perdesse il rispetto a un gentiluom del gran duca. Trasferitosi a Roma, e datosi ad esercitare la medicina, ebbe favorevole accesso presso diversi pontefici. Ma al tempo di Alessandro VIII, essendosi scoperto di’ egli era uno de’ fondatori di certe oscene adunanze che tenevansi in casa di molisi g. Gabrielli, fu imprigionato; ed egli, temendo di peggio, all1 uscir di un esame, gii tossi da una finestra , e poco dopo morì. L1 ottavo accademico fu il Borelli, di cui già si è parlato. Il nono fu il co. Carlo Renaldini di Ancona , che dopo aver servito col carattere d1 ingegnere a Urbano VIII e a Innocenzo X, passò nel 1649 professor primario di filosofia a Pisa collo stipendio di 300 scudi, accresciutogli poi fino a’ 550. Fu ammesso alla mentovata Accademia, e fu ancora maestro nelle matematiche del gran principe Cosimo. Nel 1667; sotto il pretesto [p. 365 modifica]SECONDO 365 clic il clima di Pisa non era alla sua salute opportuno, passò a Padova alla cattedra di filosofia collo stipendio di 1200 fiorini, che crebbe poi fino a 1800. Nel 1698 ottenne il congedo, e ritirossi ad Ancona, ove a’ 18 di luglio dell’anno stesso finì di vivere. Molte opere filosofiche e matematiche in molti e voluminosi tomi ei diede alla luce, che si annoverano dal Papadopoli (Hist. Gj rnn. patav. t. 1, p. 382). Esse or sono quasi dimenticate. Il Bullialdo però, in una sua lettera al principe Leopoldo, ne loda assai i pensieri sulle proprietà del mercurio (Lettere ined. t. 1, p. 200). Monsig. Fabroni ne ha pubblicate alcune Lettere al medesimo principe (ivi p. 184, ec., t. 2, p. 56), che contengono alcune osservazioni fisiche da esso fatte; e da esse ancora raccogliesi che nel 167 4 bramò e chiese di tornare al servigio dei principi di Toscana, ma non 1’ottenne. XXXIX. Aggiugne poscia il senator Nelli , che tra gli accademici del Cimento potrebbono in qualche modo essere annoverati anche l’Aozout che, essendo di passaggio in Firenze, intervenne a quelle adunanze e vi fece egli stesso diverse sperienze; Niccolò Stenone danese che, venuto in Italia nel 1666, abiurò in Firenze F eresia luterana in cui era stato allevato, e fatto poi vescovo di Titopoli e vicario apostolico nelle parti settentrionali, finì di vivere in Svezia nel 1687, lasciando fama di uomo non sol per sapere, come le molte opere da lui pubblicate fan fede, ma ancora per santità di costumi chiarissimo. Egli ancora nel [p. 366 modifica]366 LIBRO tempo che si trattenne in Firenze, intervenne alle sessioni dell1 Accademia, e fu da quegli accademici avuto in altissima stima, e perciò monsig. Faln oni ne Ini inserì La la Vita tra quelle de’ dotti Italiani (dec. 5, p. 172). A me basta accennare il nome, perchè non sembri ch’io sia troppo avido di accrescer gloria all’Italia coll1 annoverare Ira gl1 illustri Italiani coloro ancora che solo per pochi anni tra noi abitarono. Tra gli accademici del Cimento non ha il soprallodato senator Nelli nominato Alessandro Marchetti, e questa omissione, e alcune altre cose da lui affermate nel ragionare dello stesso Marchetti, hanno eccitata una viva contesa tra esso e P avvocato Francesco Marchetti figliuol di Alessandro. Io, che per indole son nimico di contese e di brighe, mi asterrò dall’entrare all1 esame di questa disputa e de’ punti tra lor controversi. Dirò solo che a me non sembra che il signor avvocato Marchetti abbia prodotto alcun monumento, da cui si possa raccogliere o con certezza, o con soda probabilità , che Alessandro fu ascritto tra quegli accademici. Ma del Marchetti io mi riserbo a parlare, ove si tratterà de’ poeti, poichè la traduzion di Lucrezio più assai che le opere filosofiche e matematiche hanno renduto celebre il nome di questo scrittore. E altrove pure, parlando di Ottavio Falconieri, vedremo ch’ei può ancora aver luogo tra questi accademici (a). (a) Di tutti questi accademici del Cimento, e di più altri ancora che intervenivano a quelle adunanze, delle sperienze e delle scoperte che ognun di essi vi fece, si [p. 367 modifica]SECONDO j()j XL. Non furono i soli accademici del Cimento, che colle loro esatte sperienze spargessero sulla fisica nuovo lume. Più altri filosofi italiani usaron del metodo stesso quali in una e quali in altra particolar parte della fisica stessa , e noi dobbiam far menzione almeno di quelli che di essa con ciò si renderono più benemeriti. Il P. Niccolò Cabeo gesuita ferrarese, che, dopo aver per più anni tenuto scuola di filosofia e di teologia morale e di matematica in Parma, passato a Genova, ivi morì a’ 30 di giugno del 1650 in età di (65 anni (V. Sotuell. Bibl. Script. S. J. p. 626), fu il primo fra gl"Italiani a scrivere un ampio e compito trattato sulla calamita. Prima di lui avea l’inglese Guglielmo Gilbert illustrato felicemente questo argomento colla sua Philosophia nova de Magnete, stampata la prima volta in Amsterdam nel 1600. Ma prima ancora del Gilberto il P. Leonardo Garzoni gesuita, morto in Venezia sua patria nel 1592 (ib. p. 549), avea fatte molte osservazioni e sperienze sulla medesima, e ne avea scritto un trattato che rimase inedito. Il P. Cabeo, che!ie ebbe copia e che spesso lo cita nella sua opera, afferma che essendo questo trattato venuto alle mani di Giambattista Porta, questi ne trasse il meglio, per inserirlo nella sua Magia naturale, senza mai nominarlo • e dice posson leggere piti distinte notizie nell’opera più volte citala del dott. Giovanni Targioni To7zetli, il quale avendo per fortunato accidente avute sotl: occhio le scritture dell’accademia medesima, ha potuto più copiosamente parlarne (AggranditneiUi, ee.!. i,/j. 3-a, ec.) XL. Notizie l\ Cu beo. [p. 368 modifica]368 LIBRO eh1 ei potrebbe recarne evidenti pruove. Il Sotuello aggiugne che Costantino Garzoni patrizio veneto, fratello del P. Leonardo, pensava di pubblicare questo trattato j ma egli non eseguì la sua intenzione. Il P. Cabeo adunque valendosi dell1 opere del P. Garzoni e del Gilbert, rifacendo le loro sperienze, e altre nuove aggiugnendone, scoperse alcuni errori da essi presi, e dal primo singolarmente, e assai meglio illustrò , che non si fosse ancor fatto, questa parte della fisica, benchè poi nel Cabeo ancora si sieno trovati errori sì nelle sperienze, che nelle spiegazioni ch’egli ne reca, e l’indole e la forza della calamita si sieno poscia assai meglio investigate da’ più recenti filosofi. Egli diede in luce la sua Philosophia magnetica in Ferrara nel 1639’e un’altra opera, ma assai meno pregiata , cioè i Comenti sulla Meteorologia d’Aristotele , stampò in Roma nel 1646. Il Bruckero tra gli scrittori italiani di questo argomento nomina solo (Hist. crit. philos. t. 5 , p. (616) il P. Cabeo e il P. Niccolò Zucchi parmigiano, parimente gesuita, che con fama d’uomo non men dotto che santo finì di vivere in Roma nel 1(176 in età di 84 ann* (Sotue.ll. I. cit. p. 637). Ma di lui io trovo bensì indicato e lodato il Trattato delle Macchine e l’Ottica , ma della calamita non so eli’ ei ragionasse (a). (n) M. Bailly osserva che sembra dovuta al P. 7,occhi la lode di avere prima d’ogni altro scoperte le macchie ossia le fasce di Giove (Hist. de l’Astron. mod. t. 2, p. 265). [p. 369 modifica]SECONDO 36o XLI. Un altro valoroso sperimentatore, benchè poco or conosciuto, fu Niccolò Aggiunti, nato nel 1600 in Borgo S. Sepolcro picciola città della Toscana , di cui pochissime notizie ci ha date il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 1, p. i84)j lua P*l’i a lungo e più esattamente ne tratta il senator Nelli (l. cit. p. 84). Dopo essere stato in Perugia scolaro di Marcantonio Bonciario, passò all1 università di Pisa, e, sotto la direzione del gran Galileo e di altri dotti professori, appena vi ebbe scienza in cui egli con molto profitto e con molta lode non si esercitasse. Il gran duca Ferdinando II il volle alla sua corte col solo carattere di letterato, e gli assegnò stipendio, e poscia il nominò professore di matematica nell1 università rii Pisa, ove ebbe l’onore di aver talvolta presenti alle sue lezioni i principi della casa Medici e i duchi di Lorena e di Guisa; e fu ancora maestro dei principi Gian Carlo e M ittia de’ Medici. Ma nel più lieto corso de’ suoi studi e de’ suoi onori fu da immatura morte rapito in età di soli 35 anni. Ciò che ne abbiamo alle stampe, cioè alcune Conclusioni di Fisica da lui sostenute, mentre era scolaro, e un’orazione latina in lode delle matematiche, non basterebbe a fargli aver luogo tra gli scrittori benemeriti della filosofia. Ma miglior pruova del raro ingegno di cui era V Aggiunti fornito, e della esattezza con cui egli facea le sperienze, sono le opere inedite annoverate dal soprallodato senator Nelli, presso cui se ne conservano alcune, e singolarmente un Libro di Problemi varii geometrici, etc., e di speculazioni e di sperienze fisiche. Tifuboschi , Voi. XIV. 24 [p. 370 modifica]3~0 L1B1ÌO Molle di queste sperieuze intorno al ghiaccio, intorno a’ pendoli e intorno ad altri argomenti fatte dall’Aggiunti, si producono dal suddetto scrittore colle stesse parole da lui usate. Ma ciò che è piò degno di osservazione, si è eli egli lu il primo ad osservare il salir che fa 1 acqua ne’ tubi capillari, e a riflettere che la cagione di questo fenomeno è quella stessa per cui sale il chilo nelle picciole vene latee. In fatti, come avverte il senator Nelli, il P. Onorato Fabri afferma che la sperienza de’ tubi capillari fu prima che altrove fatta in Firenze (Phis. t. 3, prop. 235, digress. 7), benchè ei non ne nomini l’autore. Quindi essendo morto l’Aggiunti nel 1635 , ognun vede qual fede si debba all’autore della prefazione al Trattato dell’Equilibrio de’ fluidi di M. Pascal, stampata nel 1663, il qual dice che il Pascal non parla di queste sperienze , perchè esse non cominciarono a farsi che più anni dopo da un certo M. Rho. In fatti il Borelli, scrivendo nel i(558 al principe Leopoldo, dice (Lettere ined. t. 1, p. 115) che il Thevenot da Parigi aveagli dato avviso che i filosofi di una privata accademia, che ivi si era cominciata a tenere, hanno esaminato (quel sollevarsi dell’acqua sopra il suo ordinario livello, quando s immerge un sottilissimo cannello di vetro, e quando i acqua è in una caraffa di collo sottile, e si alza tanto più, quanto più è sottile il cannello e il collo. Hanno similmente fatto fabbricare un vetro con una parte larga, e la sottile alla percossa si rompe in minutissimi pezzi. Queste in Italia, come sa V. A., sono materie un pezzo fa considerate. Se poi quei signori [p. 371 modifica]SECONDO 3}r Frantesi hanno trovato la vera cagione di tutto questo, allora dirò che abbiano preoccupato in ciò il posto e la gloria agli ingegni italiani. E quindi soggiugne: Ora io godo sommamente che da quei signori in Francia si vada con nuove sperienze e speculazioni promovendo la natural filosofia; ma ho anche qualche sospetto e gelosia, che dell invenzioni e speculazioni dei nostri maestri, e di quelle che abbiamo trovato noi, se ne abbiano secondo T usanza vecchia a far autori e ritrovatori gli stranieri. Questo rispetto mi fa andar ritenuto ad attaccar questo commercio con quei signori dell’Accademia Parigina , poiché non si può far di meno nello scrivere di non comunicar loro qualche cosa, e l’istesso dubitare dà campo a quegl ingegni pellegrini di ritrovar le cose, tratte dalle ragioni non dall esperienze. Dall altra parte parmi che sarebbe pur bene esser informati di quello clic si va operando e speculando in quell accademia, sicché io mi trovo irresoluto; e però ricorro a V. A. S. perchè mi comandi, come mi debbo portare in quest’affare. XLL1. Benché niun opera ne abbiamo alla luce, anzi benchè sia appena conosciuto fra’ dotti, è degno però di venir tra essi annoverato Gian Francesco Sagredo patrizio veneto. L’eruditissimo Foscarini, ragionando di alcuni dotti Veneziani de’ quali sarebbe a bramare che fosser rimaste più ampie memorie, Ma era ciò ancora, dice (Letterat venez. p. 316, ec.), più necessario da farsi rispetto a Gianfrancesco Sagredo, giacchè fu insigne filosofo , estimato dal Galileo, quale nel partirsi da Padova XLtl. Di fimnfr.inc«ro S*grailo. [p. 372 modifica]3" a LIBRO voli’ averne un bel ritratto, e fi e serbasi tuttavia presso i di lui eredi. Ma fuori di cotesti segni di onorevolezza procedenti dall’affezione d’uomo straniero, non s incontra per entro all’opere de’ nostri chi rammenti pur solamente esservi stato al mondo un Gianfrancesco Sagredo, E se a luogo opportuno ci avverrà di riferirne alcuni particolari, il faremo per averli ricevuti da scritture che ne ragionano per incidenza. I)i questo illustre patrizio parla anche il signor Francesco Griselini Mem, di F. Paolo, p. 209), il quale afferma che presso il senator Nelli conservansi trentasei lettere originali del Sagredo al Galileo, dalle quali raccogliesi che il Sagredo tenea corrispondenza col re di Persia; che godeva di rinnovar le sperienze del Galileo; e che fra le altre cose perfezionò in varie guise il termometro da esso ritrovato. Anzi aggiugne il signor Griselini, che da un’altra lettera dello stesso Sagredo si deduce eh1 egli ha conosciuto l’uso del cannocchiale di riflessione; invenzione che ha fatto in questo secolo tanto onore a Isacco Newton. Trattandosi però di un sì pregevole ritrovato, sarebbe a bramare che si pubblicasse la lettera per cui tale onore si assicura al Sagredo. In una lettera da F. Paolo scritta al Lescasserio nel 1610, e citata dal Griselini, ei fa menzione del Sagredo, ch’era allora console in Aleppo, e ricorda le belle osservazioni da lui fatte sulla calamita: Est vir accuratissimi^, dice egli , et interfuit omnibus oh se reati ani bus, quas plurem olim nos fecimus, et aliquas in sui gratiam. et cum accubat vertici cupreo insistentibus, et cum innatantibus [p. 373 modifica]secondo 3^3 aquae. et cum brevibus, et cum longis, quibus modis omnibus et Hierapoli usus fuit Della stima che il Galileo avea pel Sagredo, è pruova ancora f introdurlo eh’ei fece tra gl* interlocutori ne’ suoi Dialoghi della Nuova Scienza e del Sistema del Mondo. Ma egli era già morto quando questi secondi furono pubblicati, come dalla prefazione del Galileo si raccoglie (*). (*) Insieme eoi Sagredo potrà si far menzione di un gentiliioni Invigilino < In: fu pure amico del Galileo, e de’ cui lumi questo gran filosofo si valea non poco. Egli è Paolo Aproino , di cui scrivendo il Galileo al P. Fulgenzio a’ 12 d aprile del 1G26: Duoimi, dice (Lettere d’Uom. ill. ven. p. 396), in estremo del sinistro incontro del signor Aproino, non meritando un ingegno peregrino d esser distratto dalle sue speculazioni..Nel vi de’ suoi Dialoghi lo introduce il Galileo a ragionare col Saviati e col Sagredo; e questi è da lui introdotto a ragionare così (Op. Pad. t. 3, p. 196): Questo gentiluomo che qui vede, è il sig. Paolo Aproino nobile, Trivisano stato non solamente uditore, del nostro accademico, mentre lesse in Padova, ma suo ini/insidi issimo famil are di lunga e continuata conversazione, nella quale insieme con altri.... intervenne in particolare a gran numero di sperienze di intorno a diversi problemi in casa di esso accademico si facevano. ]•’il Salviati nel Dialogo stesso lo loda come uomo d’ingegno accurato. Anche il \ ivinni nella Vita del Galileo lo annovera (p. 68) tra gli amici co’ quali egli conferiva le sue speculazioni intorno due nuove scienze della meccanica e del moto locale. Per ultimo l’autore della Prefazion generale alle opere del Galileo dice (p. 36) ch’ei fu autore fin dall’anno 1613 di un eccellente strumento per multiplicar l’udito. Ei fu poscia canonico e vicario capitolare in patria, e finì di vivere in Venezia a’ 12 di marzo del i638 (B u rettela! i, Ut rat’0 del Colle di S. Zenone, p. *xc>7). u II dott. Giovanni Targioni Tozzetti ha pubblicate alcune lettere dell’Aproino al Galileo (Aggrandimenti, ec., t. 2, par. 1, p. 98.ee.). *» [p. 374 modifica]3~4 LIBRO XL1II. Io non annovererò tra le opere che • abbiali giovato molto a rischiarare- la fisica, quelle del P. Daniello Bartoli gesuita Del ghiaccio e della coagulazione, della tensione e pressione, del suono, de’ tremori armonici e del! udito; perciocché benché esse, e l’ultima principalmente die è lodata ancora da alcuni oltramontani scrittori (V. Portal Hist de l’Anat. t. 3 , p. 5"5), contengano alcune sperienze dall’autor medesimo fatte, le quali alle quistioni accennate arrecano non ispregevoli lumi, egli però si mostra troppo attaccato a’ principii peripatetici , e ad essi vuole ad ogni modo ridurre le sue stesse sperienze. L’opera Del ghiaccio e della coagulazione fu impugnata da Giuseppe del Papa natio di Empoli in Toscana e professore nell’università di Pisa , il quale in questa e in altre sue opere si mostrò fedele seguace della dottrina del Galileo, e adoperossi felicemente perchè gli errori peripatetici da quel grand’uomo sbanditi non tornassero , come parea potersi temere, a germogliare in Italia. Ma questo scrittore visse sino al 1735, e non è perciò di questo luogo il parlarne; e invece io rimetterò chi voglia di lui e delle opere da lui composte aver notizia, alle Vite che ne hanno scritto monsig. Bottari (Vite degli Arcadi ill. t. 5) e monsig. Fabroni (Vita e Ital. doct. excell. dec. 4, p. 112, ec.) (a). (a) Asti scrittori di fisica di questo secolo deesi anche aggiugnere Giuseppe Antonio Barbari da Savignano in Romagna, di cui abbiamo nn? opera fisico-matematica intitolata l’Ir rtr. stampata in Bologna nel 1678, la qual però non è stata da me veduta (V. Mazzucch. Scritt!, ital. t. 2, par. 1, p. 1^3). [p. 375 modifica]SÉcoxno 3“»f5 Miglior di quella del Bartoli è l’opera del Padr** Francesco Lana , parimente gesuita, di patria bresciano, e nato nel 1631. Ella è intitolala Ma giste riunì Natnrae et Artis, e divisa in tre tomi; il primo de’ quali fu stampato in Brescia nel 1684, e ne avea egli fin dal 1670 stampato il Prodromo in lingua italiana. Le nuove sperienze da esso fatte in molte parti della fisica, e le invenzioni di molte macchine da lui ideate, fecero accoglier con plauso quest’opera anche Oltremonti. Si posson vedere gli onorevoli estratti che se ne diedero nel Journal des Savans (an. 1685, p. 179), ove si dice che il P. Lana è stato il primo a tentar di ridurre a’ principii certi e costanti tutte le quistioni della fisica 5 e si lodan molto alcune sue sperienze e alcune invenzioni. Con somiglianti sentimenti di lode ne parlano i compilatori degli Atti di Lipsia (an. 1685, p. 3 ij art. 1688, p. 35), e ne riferiscono singolarmente una macchina da lui trovata per estinguer gl’incendii, e uno specchio ustorio di nuova invenzione (n). {1) È noto che il P. Lana nel suo Prodromo diede I* idea e In spiegazione di una barca per cui potevasi navigare per l’alto, facendola sostenere da quattro globi di metallo vóti d* aria; idea però, la cui esecuzione non era possibile, non essendo a tal uopo atto il metallo, nè potendosi sperare col metodo da lui prescritto di estrarne del tutto l’aria. Ei fu però il primo a immaginare questa sperienza per mezzo del voto. Prima del P. Lana il celebre Giulio t esare Scaligero avea spiegato il prodigio che dicesi operato da Archita da Taranto per far volare una colomba artefatta, di[p. 376 modifica]XLIV. I itogli r»r tr*i.ini.Tnnv titano Curili lio. 37G LIBRO XLIV. Beni.hè la maggior parte «le’ saggi e<I ingegnosi filosofi italiani di questo secolo seguissero le opinioni e promovessero le scoperte del Galileo e de’ primi di lui discepoli, non inancaron però alcuni clic invece di seguire la via sicura da lui additata, e da tante sperienze confermata continuamente, amarmi meglio di tener dietro a" sogni del Cartesio, e di aggirarsi con Ini tra’ suoi oscuri e impenetrabili vortici. Due soli ne rammenterò io che col loro ingegno accrebbero in Italia la fuma della cartesiana filosofia, e forse l’avrebbono propagata, se da una parte i Peripatetici per la fedeltà giurata all’antico loro maestro, dall’altra i seguaci dell’opinioni del Galileo colf evidenza delle spcrienze e colla forza delle « eiìdo eli’essa dovea essi r formata di una pelle da battiloro (Exercit. 326), l i quale in conseguenza dovea esser ben gonfia per sostenersi, come ora si fa ne’ palloni volanti pieni d’aria infiammabile. Finalmente il p Giuseppe Gagliano domenicano nel suo libro, stampato l’anno 1755 in Avignone, intitolato L’Arte di navigare nell’aria, propone di formare un globo di buona tela incerata o impeciata, ben contornata di corde e ripiena d’un’aria più leggiera della comune. Tutte queste speculazioni di scrittori italiani, benchè da essi non ridotte alla pratica, non poco hanno giovato a rendere a’ giorni nostri eseguibile la navigazione per aria; alla quale manca soltanto che col trovare il modo di fissare la direzione de’ palloni volanti, essa da piacevole trastullo, qual è stato finora, pericoloso però a chi naviga, e dispendioso a chi mira, divenga scoperta utile e interessante. \ eggaiisi su ciò i Fondamenti teorico-pratici dell’Arte aereonautica di Francesco Henrion, stampati in Firenze nel 17^9. [p. 377 modifica]SECONDO 3^7 dimostrazioni non le avessero impedito ulteriori progressi. Il primo fu Tommaso Cornelio natio di Roveto, villaggio presso Cosenza, della cui vita abbiamo esatte notizie presso il marchese Spiriti (Mem, degli Se riti, cosenf. />. 161, ec.). Le scuole de’ Gesuiti in Cosenza furon le prime alle quali ei fu istruito; indi in Napoli, in Roma. in Firenze, in Bologna ebbe la sorte di conoscere f ab. Michelagnolo Ricci poi cardinale, il Torricelli, il Cavalieri, e colla loro scorta tanto avanzossi negli studi della filosofia e della matematica, che, tornato a Napoli, fu dal vicerè nominato alla prima cattedra di medicina e di matematica in quella università, e con molta sua gloria sostennela per oltre a trent’anni. Egli fu il primo a introdurre in quel regno le opere e le opinioni del Cartesio, che appena vi erano conosciute, e la novità di quelle sentenze fu origine di traversie al Cornelio, che venne anche accusato come uomo di dubbiosa fede; ma da tali accuse ei si difese , e purgossi felicemente. Diversi opuscoli da lui composti in materie filosofiche e mediche , i quali erano stati stampati più volte mentr ei vivea , furon poi uniti insieme poichè egli fu morto nel 1684 in età di circa 70 anni , e congiuntamente stampati in Napoli nel 1688, insieme con alcune non infelici sue poesie latine. Ne’ detti opuscoli ei si mostra sovente seguace della filosofia cartesiana, ma vi si scuopre ancora ingegnoso filosofo, e singolarmente le osservazioni da lui fatte sulla digestione meritaron di esser lodate dal celebre Francesco Redi. Alle testimonianze onorevoli [p. 378 modifica]378 LIBRO al Cornelio, che si adducono dal march. Spiriti, una ne aggiugnerò io tratta da una lettera scritta nel novembre del 1663 al principe Leopoldo de’" Medici da Giovanni Finchio, clic poc1 anzi era stato in Napoli: A Napoli, dice (Lettere ined. t. 1, p. 266), abbiamo avuto particolarissima notizia del signor Tommaso Cornelio matematico e medico di gran grido , ed amico del signor Michel Angelo Ricci; ha egli scritto un libro intitolato Progymnasmata Physica, il quale è stampato a T enezia, ed una parte è dedicata al signor D. Alfonso Borelli. Egli è Cartesiano e gran difensore delle cose nuove, e per questo in Napoli è odiato da quelli che giurano fedeltà a’ loro maestri. Dice nel suo libro di essere stato inventore, della ipotesi della compressione e forza elastica dell’aria prima del Pecquetto e di qualunque altro: è calabrese di nazione, uomo vivo ed acuto, e, come suol esser la maggior parte di essi, molto caldo. XLV. L’altro filosofo cartesiano fu Michelangelo Fardella, nato in Trapani nell1 isole di Sicilia l’an 1650, di cui abbiamo l’Elogio nel Giornale de’ Letterati d’Italia (t. 32, p. 455). In età di 15 anni entrò nel terz1 Ordine di S. Francesco, e avvenutosi in Messina nel Borelli, che ivi erasi ritirato, fu da lui istruito nella fisica sperimentale e nella matematica. Nel 1676 passato a Roma, vi lesse geometria nel collegio siciliano di S. Paolo ad Arenulam; e quindi trasferitosi in Francia, nel soggiorno che per tre anni fece in Parigi conversando colf Àrnaud, col Malebranche, col Lamy, col [p. 379 modifica]SECONDO Z’jg Regis, tutto s’imbevette dell’opinioni cartesiane i e seco portolle tornando in Italia. L1 impiego di lettore di teologia scolastica e morale che gli fu addossato in Roma nel convento de’ SS. Cosma e Damiano, era troppo poco opportuno a promuovere la filosofia del Cartesio. Presto adunque cambiò la cattedra in un’accademia di fisica sperimentale, a cui concorrevano i migliori ingegni di Roma. Quando il duca Francesco II aprì la nuova università di Modena, fu ad essa condotto il P. Fardella; ma poco qui si trattenne, e passato a Venezia , prese a tenere privata scuola ad alcuni giovani patrizii e ivi nel i(x)3 con pontificia dispensa cambiò l’abito regolare in quello di prete secolare. L’anno seguente fu destinato alla cattedra d’astronomia, tenuta già dal Montanari nell’università di Padova, da cui nel 1700 passò alla primaria di filosofia, tenuta già dal Renaldini. Nel 1709 viaggiò in Ispagna, ed accoltovi onorevolmente dall’austriaco re Carlo, che era allora in Barcellona, ne ebbe il titolo di teologo e matematico regio colla pensione di duemila filippi. Un colpo apopletico , che nel 1712 il pose a gran pericolo della vita, fece eli’ ci fosse inviato a Napoli, ove continuò a vivere fino a’ 2 di gennaio del 1718, in cui un nuovo colpo lo uccise. La più voluminosa opera del Fardella è quella intitolata Animæ humanæ natura ab Augustino delecta. ec., stampata in Venezia nel 1698, in cui egli, seguendo la dottrina di quel santo dottore, si sforza di spiegar la natura dell’anima umana. Avea egli ancora intrapreso un nuovo corso di tutta [p. 380 modifica]38o li uno la filosofia e di tutta la matematica, ma del1 «ma e dell’altra non uscì alla luce che il primo tomo. Di altri opuscoli da lui composti, che sono principalmente le Lettere al Magliabecchi e ad altri, e di qualche altra opera inedita, si veggano i giornalisti poc’anzi citati (*). (*) Non doveasi qui tacere un altro poco conosciuto filosofo italiano, il cui nome nondimeno è degno di gloria assai maggiore di quella che comunemente lo accompagna. Egli è Giammaria Ciassi di patria tu ugnino, nato a’ 20 di marzo del 1654, addottorato in illusoti i e in medicina l’anno 1671,e morto in età giovanile poco dopo l’anno 1677, in cui avea pubblicato il libro di cui dobbiamo fare menzione. Esso è intitolato: M. ditaliones de natura plantarum, et tractatus physico-matematicus de aci/uilibrio praesertim fluì dormii, ti de levitate ignis. Auctore Joanne Maria Ciasso. Venetiis 1677, apud Benedictum Milochum, in 12. Il ch. signor abate Nicolai, ora professore nell’università di Padova, avendo trovato nella libreria del seminario vescovil di Trevigi questo picciol libro non mai finallora rammentato da alcuno, prese ad esaminarlo; e in una lettera <!c‘ 9 novembre 1754, inserita nelle Memorie del Ynlvasense (/«4» pars 5, p. 38, ec), ne diede un diligente estratto. Egli dopo avere osservato che l’autore nella prima Dissertazione parla del seme necessario a fecondare le piante, della circolazione del nutrimento, del senso dc’le piante medesime, nelle quali cose i moderni sono andati assai più oltre, passa a riflettere e a dimostrare colle parole dell’autore medesimo eli’ egli nel principio della seconda Dissertazione provando dall’ugualità de’ momenti l’equilibrio de’ solidi nella statera, osserva non doversi desumere la misura dai momenti, o, per parlare più propriamente, la misura delle azioni delle masse gravi dalle masse stesse nelle velocità, come suppose il Galileo seguitato dai Cartesiani, ma dalle masse bensì nelle altezze verticali da essi mobili percorse, e ciò) che più merita osservazione , fondato perciò sull’istesso principio del ftibnizio [p. 381 modifica]SECONDO 38I XLVI. Al tempo medesimo in cui la filosofia veniva dagli ingegni italiani sì felicemente illustrala , nulla meno lieti erano i progressi die tra noi facevano le matematiche pure. E qui ancora in vece di fare una lunga e noiosa serie di quegli scrittori clic altro non fecero che copiare e ripetere ciò che da altri già si era detto. io mi occuperò solamente in ragionare di quelli a’ quali per qualche loro particolare scoperta deesi il glorioso titolo d’Inventori. E il primo che ci viene innanzi, è Biionavenlura Cavalieri, autore del Metodo degl’ ludivisibili, lo non ho veduta la Vita che ne ha scritta (supposto però, ma non provato da amendue questi autori) per cui nel mese di marzo l’anno 1686 negli Atti di Lipsia pag. 161 principiò a dubitare della misura delle forze vive dai Cartesiani e comunemente da tutti i filosofi abbracciata. Onde apparisce manifestamente che non fu il Leibnizio il primo, come finora da tutti fu giudicato, a vacillare sopra un principio creduto inalterabile , per cui poi si rese tanto famosa nel mondo letterato la quistione delle forze vive; ma fu nove anni almeno prima dal nostro giovane italiano filosofo prevenuto. Egli osserva però, che il non essersi allor trovato per anche il metodo degl’infinitesimi, non permise al Ciassi finnol trarsi nelle sue scoperte, quanto avrebbe potuto, e il! fece ancora cadere in qualche errore. Ma ciò non ostante non è picciola lode di esso che in età di 23 anni al più ei potesse giugner tant’oltre, e prevenire il Leibnizio in questa sì importante scoperta. Nè ’ perciò vuol egli che al gran Leibn zio si apponga la taccia di plagiario, essendo troppo verisimile ch’ei non avesse cognizione di questo opuscolo, e non potendo in alcun modo sospettarsi che un sì grand’uomo volesse arricchirsi! delle altrui spoglie: ma solo che diasi la dovuta lode all’italiano filosofo che finora ne era stalo ingiustamente privato. [p. 382 modifica]382 LIBRO Urbano Davisi di lui discepolo, premessa da esso al suo Trattato della sfera, stampato in Roma nel 1682 Ma l’Argelati (Bibl. Script, mediol, t 1, pars 2. p. 4ot>,) e >1 Montucla (Hist des Mathém. t 2, p 25) ce ne somministrano sufficienti notizie, e abbiamo innoltre l’elogio che di fresco ne ha pubblicato il ch. sig. ab. Frisi, il quale chiama il Cavalieri un geometra che confina con Archimede e con Newton; che dalle invenzioni geometriche del primo è volato sino a toccare le invenzioni analitiche del secondo. Intorno al quale elogio, o, a dir meglio, intorno ad alcune invettive che il detto autore vi ha poco opportunamente inserite, si può vedere il Nuovo Giornale de’ Letterati d’Italia (t. \!\,p. 191; t. 15, p. a5o) (a). Fu di patria milanese, e nacque nel 1598, e in età giovanile entrato nell’Ordine de’ Gesuiti in Milano , diede presto tali pruove d’ingegno, che i suoi superiori, acciocchè meglio potesse istruirsi, f inviarono alla università di Pisa. Per buona sua sorte conobbe ivi il P. abate Castelli, e da lui introdotto negli studi della geometria, tanto ad essa (a) La Vita del Cavalieri è stata poi scritta ancora da monsig. Falironi, il quale, com’egli stesso confessa, ha 111 gran parte tradotto l’elogio del sig. abate Frisi (filile lhilor. t. 2, p. 2G7). Convien dire eli’ 01 non avesse allora per anche veduto il tomo qui accennato del Giornal modenese, poiché altrimenti et non avrebbe certamente ripetute le ingiuriose invettive che l’abate Frisi vi ha inserite contro que’ Gesuiti che impugnarono il metodo del Cavalieri, alle quali sembraci che in quel Giornale si sia data giusta risposta. [p. 383 modifica]SECONDO 383 5, affezionò, eh’essa fu poscia Punica sua occupazione e ’l più dolce sollievo negli acerbi dolori della podagra , da cui assai presto cominciò ad essere travagliato. Nel 1629, bramandosi un matematico dall* università di Bologna (non però per successore al Ma gin i, come dicono i due suddetti scrittori, perciocchè egli era morto fin dal 1617), il Cavalieri presentò al senato e a’ dotti di quella città il Trattato che già scritto avea, ma non ancora pubblicato, sul metodo poc’anzi accennato, e un altro sulle sezioni coniche, nè più vi volle, perchè la cattedra fosse tosto a lui conferita. Ei la tenne per molti anni, e benchè richiesto dal Cardinal Federigo Borromeo a volere esser nel numero de’ dottori del suo collegio Ambrosiano, non volle abbandonar Bologna, finchè facendosi sempre maggiori i suoi dolori, sulla fine del 16 ^7 il tolscr di vita. Se altre testimonianze non avessimo del sapere del Cavalieri, che l’espressioni di stima con cui di lui scrisse il Galileo , potrebbon bastare a fargli aver luogo tra’ più dotti matematici di questo secolo: Godo da otto giorni in qua, scrive egli da Arcetri a’ 26 di luglio del i(j36 a F. Fulgenzio Micanzio (Op). t. 2, p. 551), qui appresso di me la dottissima conversazione del M. R. P. Bonaventura Cavalieri matematico dello studio di Bologna: alter Archimedes. E a’ 16 di agosto, scrivendo allo stesso: Quanto al P. Matematico di Bologna, egli è veramente un ingegno mirabile. E altrove rammentando il libro sullo Specchio ustorio dal Cavalieri dato alla luce, lo loda altamente, e chiama l’autore uno de principali . \ [p. 384 modifica]384 LIBRO matematici dell età nostra (ivi, t. 3, p. 26 , dial. 2 delle Scienze nuove). E le opere del Cavalieri mostrano infatti ch’egli era degno di tali elogi. Quella ch’egli intitolò Geometria indivisibilibus continuorum nova quadam ratione promota, stampata in Bologna nel 1635 , è quella che lo ha renduto più celebre: il Metodo degl’Invisibili, dice il Monlucla (/. ciL)ì forma l epoca da cui si cominciano a annoverare i grandi progressi che la geometria ha fatti. Il suddetto Montucla ci dà un diligente estratto di quest’opera. ne spone il metodo , ne rileva le più importanti scoperte, e spiega le belle conseguenze che ne discendono; e più steso ancora è quello che ce ne dà il suddetto ab. Frisi, il quale osserva che con questa sua opera egli ha gittati i fondamenti del calcolo differenziale e dell’integrale. Con somiglianti lodi ragionano amendue questi scrittori delle Esercitazioni geometriche d i Cavalieri, da lui stampate l’anno 1647", che fu l’ultimo di sua vita, in cui egli scioglie molti problemi intorno alla misura delle parabole degli ordini superiori, di quelle delle conoidi, di’ 1 lor centri di gravità, ec. Pregevoli sono ancora le altre opere del Cavalieri sullo specchio ustorio, ossia sulle Sezioni coniche, la trigonometria, intitolata Directorium universale urano-metricum, e alcune altre, fra le quali il Montucla riprende soltanto quella intitolata Ruota Planetaria, da lui pubblicata sotto il nome di Silvio Filomanzio, nella quale ei segue in qualche parte i volgari pregiudizii riguardo all’astrologia giudiciaria, benchè il Davisi affermi ch’ei n’era nemico, c che [p. 385 modifica]SECONDO 385 bell conoscevane P inutilità c la superstizione. Al sig- ab- Frisi non pare che si possa a quest’opera apporre la taccia accennata. Ma, a dir vero, basta leggere nella prefazione che questa sua Ruota gioverà per potere in qualsivoglia tempo, col fabbricare la figura celeste , e far le direzioni ancora, sapere quello che facciano nelle loro sfere le stelle, e ciò che di buono e di cattivo c influiscono a proprio beneplacito; e ciò che altrove egli avverte (l. cit. p. 62), cioè, che potrà il sagace astrologo ritrarne con reiterate osservazioni qualche probabile congettura per le predizioni astrologiche, considerando gli aspetti che posson fare i pianeti, ec., e qualche altro passo somigliante, per inferirne che il Cavalieri non si tenne affatto lontano da tai pregiudizi. E forse, come riflette il Montucla, non fu che per sottrarsi alle importunità, di alcuni suoi discepoli, eh1 ei si condusse a scriver quel libro (a). (n) Parlando del Cavalieri, non dovea ommettersi Giannantonio Rocca nato di nobile famiglia in Reggio l’an 1607, e ivi morto nelF età fresca di 49 a,,ni F anno i656. Poco egli era noto in addietro t e poco il sarebbe tuttora, se il sig. co. Gaetano Rocca proposto dell’insigne basilica di S. Prospero in Reggio, e di lui discendente, non ne avesse trovato e dato alla luce in Modena nel 1785 il letterario carteggio, aggiugnendovi la Vita di questo suo illustre antenato , di cui io pure ho parlato nella biblioteca modenese (t. 3’J7,ec.). Il suddetto carteggio ci mostra ch’egli era in corrispondenza co’ più celebri filosofi e matematici del suo tempo, e singolarmente col Torricelli, col Baliani , e più che con ogni altro col Cavalieri, il quale avea un’altissima stima del Rocca, e spesse volte lo consultava in diverse Tiraboschi, Voi. XIV. a5 [p. 386 modifica]386 libro XLVn. Dopo il Cavalieri. fa menzione il Montucla del Torricelli (p. 61). e ne loda le opere matematiche , cioè quella De Solidis Sphaeralibus , De quadratura Parabolæ , De Solido hyperbolico acuto, nelle quali afferma che molte cose si leggono assai ingegnose, come le dimostrazioni della proporzione della sfera al cilindro , della quadratura della parabola , ed altre che sono nuove, dice egli, o di una grande eleganza. Il Wallis, in una sua lettera al principe Leopoldo de’ Medici, dà al Torricelli la lode di avere perfezionato il metodo del Cavalieri: Cavale rii mcthodum indivisibiliwn Torricellius vesier promovit feliciter et illustra vit (LelL ined. t. 1, p. 320). E abbiamo ancora veduto eli’ ei fu il primo ritrovatore della cicloide, la qual quistione si è da noi esaminata poc’anzi. Stefano degli Angeli veneziano, discepolo e correligioso del Cavalieri , e poscia sacerdote secolare, poichè l’Ordine de’ Gesuiti fu nel 1668 soppresso, e professore in Padova dal 1663 fino al 1697 in cui chiuse i suoi giorni, fu egli pur matematico di molto grido, e degno scolaro del suo illustre maestro. Il Montucla accennandone le opere, dice (l. cit. p. 69) ch’esse gli sono sembrate lavoro di un abilissimo geometra, e che in esse applicossi singolarmente a coltivare e a quistioni di matematica. La dimostrazione del fuso parabolico , da lui trovata, ottennegli gran nome; e il suddetto carteggio c pieno dell’espressioni le più gloriose al ltocca pel suo profondo sapere. Ma non ee if è rimasta opera alcuna. [p. 387 modifica]SECONDO 38stcìulere il metodo del Cavalieri. Un’esatto catalogo di tutte le opere di questo dotto matematico , insieme con più notizie intorno alla vita di esso, si può leggere presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 740 ec.). Meno illustre per moltitudine di opere date alla luce, ma non men degno di stima pel raro ingegno che in lui si vide, è il Cardinal Michelangelo Ricci, di cui un’assai bella ed elegante Vita ci ha data di fresco monsig. Fabroni (Vi!ac Italor. doctr. excell. dec. 5, p. 242). Egli era figlio di Prospero Ricci comasco e di Veronica Cavalieri bergamasca; ma nacque in Roma a’ 30 di gennaio del 1619, e perciò vien detto romano. L’amicizia ch’egli ivi strinse col Torricelli , gli fece piacer lo studio della filosofia e della matematica; e quel valentuomo che ne conobbe il non ordinario talento, prese a coltivarlo studiosamente, e poichè fu partito da Roma , tenne con lui frequente commercio di lettere. Nel 1666 ei pubblicò un opuscolo intitolato Exercitatio geometrica, in cui si prefigge di determinar le tangenti e i massimi e i minimi delle curve per mezzo della geometria pura; il che egli fece, tra le altre cose, riguardo alle sezioni coniche degli ordini superiori. Ei prometteva ancora in quest1 opera molte altre importanti ricerche su queste curve, sull’antica analisi, sulla costruzione geometrica (delle equazioni, e su altre somiglianti materie. Ma avendo poi abbracciata la vita ecclesiastica, tutto si diè agli studi sacri, e non soddisfece alla comune espettazione. Frattanto 1 opera del Ricci passata in Inghilterra, piacque per modo [p. 388 modifica]388 LIBRO a quella Rcal Società, che fu ivi due anni appresso ristampata. Avverte però monsig. Fa» broni che in alcuni de’ teoremi dal Ricci proposti , e nelle loro dimostrazioni, avealo il Torricelli già preceduto , come da alcuni monumenti inediti egli ha raccolto j ma aggiugne, che se il Torricelli andò innanzi al Ricci nel tempo della invenzione, questi lo superò nella bellezza delle dimostrazioni. Maggior lode ancora deesi al Ricci, perchè laddove tra ’l comune degl1 Italiani l’algebra in questo secolo non fece grandi progressi, e le nuove vie additate dal Vieta, dall* Harriot, dal Cartesio, e da altri Oltramontani, non furon da’ nostri molto seguite, egli in questa scienza ancora volle istruirsi, e fece conoscere quanto in essa valesse: Furono da me, scrive egli al principe Leopoldo nel i(X55 (Lctt. ined. t. 2, p. 126), quattro matematici insieme, due di Germania, uno Franzese ed uno nostro Italiano, e di quei Tedeschi si dichiarò uno di non aver incontrato in Italia persona da conferire le materie dell’algebra, della cui perizia si pregiava singolarmente, ed avendo inteso eh io ne professavo , mi propose un problema geometrico da sciorre per e speri menta re , coni egli disse, quanta prontezza io avessi nelle matematiche. Ora mi parve di veder posta in cimento la mia riputazione e degli altri nostri paesani, cioè degl" Italiani, e la mattina seguente ero in ordine col problema risoluto pure a mente , ed ampliato assai più di quello che mi era stato proposto, e mi rallegrai di poter in ciò rintuzzare l’orgoglio di quel buon Tedesco, al quale [p. 389 modifica]SECONDO narra & trionfare sopra noi altri Italiani. In fatti parve ai matematici italiani, poco avvezzi alle algebriche formole, che il Ricci con esse oscurasse alquanto il suo discorso, come scrive il P. degli Angeli in una lettera allo stesso principe, citata da monsig. F ab rolli (/. cit.p. 264). Oltre il coltivar per tal modo gli studi, il Ricci promossegli ardentemente. Le molte lettere da lui scritte al detto principe e ad altri (Lett. ined. t. 1) ci mostrano eli1 egli, benché lontano, recò all1 accademia del Cimento non minori lumi e vantaggi che i più illusil i accademici; perciocché non v1 era quistione o sperienza, intorno alla quale non fosse egli ancor consultato , e il principe Leopoldo volle ch’ei rivedesse 1’opera dell1 accademia stessa. A questo suo sapere nelle cose fisiche e matematiche ei congiunse lo studio delle scienze sacre, e una singolare esemplarità di costumi, per cui, dopo essere stato da’ romani pontefici adoperato in impieghi e in commissioni assai rilevanti, fu finalmente da Innocenzo XI, il 1 di settembre del 1681, onorato della sacra porpora. La modestia del Ricci e i replicati sforzi eli1 ei fece per sottrarsi a tal dignità , nel renderono agli occhi de’ saggi sempre più degno. Ma quanto maggior fu il piacere di tutti in vederlo così esaltato, altrettanto fu maggiore il dolore, quando pochi mesi appresso, cioè a’ 12 di maggio del 1582 , il videro dalla morte rapito in età di 64 anni. XLYII1. Ninno però tra’ matematici italiani di questo secolo uguagliò la fama di Vincenzo Viviani, di cui perciò è giusto che noi ragioxr.vni. Klogin Hi ViiurmoViTuai. \ [p. 390 modifica]3^0 LIBRO uiamo con maggior esattezza , e molto più che qualche cosa potremo agguiguere all elogio che ne ha fatto m. de Fontenelle (HisU de l’dead, des Scienc, an. 1704), di cui è traduzione in gran parte la Vita latinamente scrittane dal celebre dott. Lami (Memorab. Ital. t. 2 y p. 7, ec.)j nel che ci varremo di molte lettere pubblicate da monsig. Fabroni , e di una singolarmente assai lunga dello stesso Viviani (Lett. ined. t. 2, p). 4) (ti- Ei nacque in Firenze a’ 5 di aprile del 1622 da Jacopo Viviani e da Maria del Nente patrizii fiorentini , e studiò le lettere umane alle scuole de’ Gesuiti. Il p. Sebastiano da Pietra Santa minore osservante gli spiegò la logica, ma nello spiegargliela gli fece intendere che non \ avea logica migliore della geometria. Ad essa adunque si volse il giovinetto Viviani, e vi ebbe a maestro il P. Clemente da S. Carlo delle Scuole Pie scolaro del famoso Michelini, da noi già nominato. Appena ebbene egli assaggiati, per così dire, i primi elementi, che tutto se ne sentì rapito, e da se stesso, senza la scorta d’alcun maestro , tutto lesse ed intese il quarto libro d1 Euclide. Desideroso d’internarsi sempre più ne’ misteri della geometria, si accostò al Galileo vecchio allora e cieco, e non fu mai tra maestro e scolaro sì tenera unione e sì vicendevole stima, come tra essi. Il Viviani di niun altro titolo vantavasi maggiormente che di quello di (a) Lo stesso monsig. Fabroni ha poi scritta la Vita del \ iviani, e I’ ha inserita nella nuova edizione delle Mie degfltaliani celebri per sapere (/. 1, p. 307). [p. 391 modifica]SECONDO 3gI ultimo scolaro del Galileo, poichè a tutti gli altri ei sopravvisse, e mostrossi ben grato al suo amato maestro collo scriverne stesamente la Vita, già da noi rammentata, e innoltre un ragguaglio delle ultime opere da lui composte. Circa quattro anni stette con lui, e poichè egli fu morto, si unì col Torricelli, e l’ebbe in ■ conto di secondo maestro. In età di 2.\ anni, veggendo che l’antico geometra Pappo alessandrino fa menzione di un’opera scritta da Aristeo col titolo De locis solidis, e in cinque libri divisa, la quale si è smarrita, intraprese a cercare quai problemi potesse egli avere proposti, e come potesse averli sciolti, e intitolò perciò la sua opera: Divinatio in Aristœum de locis solidis. Ma i domestici a Ilari, le malattie , le commissioni addossategli dal gran duca Ferdinando II, che in età di 16 anni l’avea dichiarato suo geometra , e poscia lettore di matematica a’ paggi della corte e nello Studio fiorentino, e per ultimo suo ingegnere, lo costrinsero a differir tanto il compimento di quest’opera, eh1 essa non fu stampata che nel 1701; opera, dice il Montucla (l. cìt. t. 2, p. 70), che fa ugualmente onore al sapere e al cuore del Viviani per la profonda geometria che contiene, e pe’ sentimenti che vi sono sparsi di gratitudine verso il re Luigi XIV suo benefattore, come diremo, e verso il suo maestro Galileo. Frattanto a un1 altra opera di somigliante natura si accinse il Viviani. Apollonio da Perga, altro geometra antico, avea in otto libri trattato ampiamente delle sezioni coniche. Gli ultimi quattro si eran perduti, e sapevasi [p. 392 modifica]3c)2 nino solo che nel quinto libro avea egli trattato delle linee rette massime e minime, che vanno alle periferie delle sezioni coniche. Il Viviani si accinse a supplire alla perdita di questo libro, e a indovinare, come avea fatto d’Aristeo, ciò che potesse avere scritto Apollonio. E già crasi mnoltrato nel suo lavoro, quand’ecco che nel 1656 il Borelli trova in Firenze l’opera d’Apollonio tradotta in arabico. Invogliossi egli tosto di darla al pubblico tradotta in latino; ma perchè quella lingua gli era del tutto sconosciuta, ottenutane licenza dal gran duca, recossi col libro a Roma nel 1658, e il fece tradurre dal maronita Abramo Eckellense, e la traduzione era compita fin dall’ottobre dell’anno stesso (Lett. ined. t. 1, p. 145). Il Viviani , a cui sarebbe spiaciuto perdere il frutto delle sue non lievi fatiche, provò con atti autentici che nè egli veduto avea quel libro, nè punto sapeva di arabico, e anche il gran duca prese le più opportune cautele perchè nulla si scemasse alla gloria del Viviani Affrettò egli adunque l’opera cominciata , ma nell’affrettarla , caduto infermo, e non volendo tardar più oltre la stampa, la diè non ancor finita alla luce nel 1659. Due anni appresso uscirono il quinto, il sesto e il settimo libro di Apollonio (poichè l’ottavo non si era trovato), tradotti dall’Eckellense e dal Borelli. E i matematici corser tosto a esaminare se il Viviani avesse colto nel segno. Niun confronto fu mai più glorioso di questo. Si vide che il Viviani non solo avea indovinato felicemente ciò che Apollonio avesse potuto dire, ma che, ove da lui [p. 393 modifica]secondo 3y3 disrostavasi, crasi avanzato anche più oltre di quell’antico geometra. Il Bullialdo singolarmente ne scrisse al principe Leopoldo con trasporto d’ammirazione, dicendo fra le altre cose: Nullus dubitabit, quin illis duobis libris in eo argumento, quod tractavit, pi uni quarn Apollonius ipse complexus sit, ac prœstiterit (ivi, p. 1 o4)• E il gran duca e gli altri principi della casa de’ Medici, lieti dell’onore acquistato dal lor matematico, versarono a piena mano sopra lui la loro beneficienza: Le relazioni che ne venissero, scrive lo stesso Viviani, (ivi, t. 2, p. 10), non sta bene a me il riferirle; posso, e debbo ben dire che S. A. mi caricò d’un buon peso iT oro, e che il simile fece il serenissimo Cardinal Carlo il vecchio, e di poi ancora il serenissimo principe Leopoldo. E forse fu questo il motivo che determinò il gran Luigi XIV a dare al Viviani una luminosa ripruova dell1 alta stima che di lui aveasi in Francia; perciocchè nel gli assegnò generosamente un’annua pensione di 109) doppie (Magal. Lett. famil. Fir. 17(»9, f. 1, p. 18y nota), e innoltre nel 1699 gli diede luogo nella Reale Accademia delle Scienze, e gli offerse anche l’impiego di suo primario astronomo. Ma il Viviani, che avea già rifiutate le medesime offerte fattegli dal re di Polonia Casimirro, si scusò dall’accettare l’invito del re di Francia; ma , grato al suo benefattore, volle lasciare a’ posteri una durevol memoria de’ beneficii da lui ricevuti. fabbricando una nuova casa in Firenze, cui dal secondo nome del re chiamò Deodata; e facendovi [p. 394 modifica]3y4 unno ancora porre l1 effigie del Galileo suo maestro in bronzo, con un elogio di esso, ch’egli pi scia inserì ancora nella sua Divinazione sopra Aristeo. XLIA. Frattanto ei fu nel 1662 adoperai

  • - dal gran duca Ferdinando II nelle controversie

sulla Chiana , da noi accennate nel parlar del Cassini, che per esse era stato deputato dal papa. L’occasione eli’ ebbero allora questi due grand’uomini di conoscersi l’uno 1 altro, g strinse in vicendevole amicizia, e mentre trai lavano la controversia per cui erano stali dt stinati da’ lor sovrani (la qual però non fu allora decisa), fecero insieme diverse osservi zioni astronomiche e naturali, e anche sulle antichità. Queste occupazioni però, nelle quali egli era impiegato come ingegner del gran duca , troppo il distoglievano da’ cari suoi studi, e perciò Ferdinando II con due suoi motuproprii onorevolissimi al Viviani, segnati a’ 15 di maggio del 1666, gli concedette il riposo dagli esercizii di quella carica. Il Viviani stesso nella lunga lettera da me sul principio) indicata e scritta nel 1697, appiè della quale si leggono i due motuproprii sopraccennati racconta con quanta bontà il gran duca lo trattasse in quella occasione, e quanto amore volmenle con lui ragionasse; ma aggiunge in sicme, che l’invidia di alcuni avea operato in modo, che i sovrani comandi non erano stati eseguiti, ed egli non avea ancor potuto olle nere, dopo anni di servigio, la bramata quiete. Pensava allora il Viviani a stender un1 opera sulla resistenza de’ solidi, affili d [p. 395 modifica]SECONDO 3g5 difendere ed ampliare la dottrina del suo maestro. E avendo udito che un’opera sullo stesso argomento stava per pubblicare Alessandro Marchetti, adoperossi presso il Cardinal Leopoldo de’ Medici, perchè il Marchetti nol prevenisse; e questi a istanza del cardinale soprastette sei mesi; ma essendo stato il Viviani da nuove occupazioni sempre impedito dall’ultimar la sua opera, il Marchetti pubblicò finalmente la sua nel 1669. Intorno alla quale e a qualche altra controversia che il Viviani ebbe col Marchetti, il qual certo nelle matematiche gli era di molto inferiore , si può vedere la Risposta apologetica del P. ab. Grandi, e il Saggio più volte citato del senator Nelli. A gloria parimente del suo gran maestro, ei pubblicò nel 1674 il quinto Libro (d’Euclide, ovvero la Scienza Universale delle Proporzioni spiegata colla dottrina del Galileo. Occupossi egli ancora nello scioglier diversi problemi che, secondo l’uso di quell’età, i geometri proponevano agl’intendenti di questa scienza, e fra gli altri ne sciolse tre proposti da M. Comiers proposto di Ternant; e quindi egli stesso ne propose uno sotto il nome di Pio Lisco , invitando a scioglierlo i moderni algebristi, in cui chiedeva come si fosse potuto fabbricar la volta emisferica di un tempio che avea quattro finestre uguali con tal arte formate, che il restante della volta poteasi perfettamente quadrare. Egli vide presto i più dotti uomini dell’Europa, il Leibnizio, Jacopo Bernoulli, il marchese de l’Hopital, il Wallis e il Gregory darne ingegnosissime soluzioni. Ma ciò non [p. 396 modifica]3p6 LIBRO ostante, confessa il Montitela < /. cit. p. 71) di’ esse cedono per qualche riguardo a quella ch’egli propose nel suo libro su ciò stampato nel 1692. La Società Reale di Londra lo annoverò nel 1696 tra’ suoi socii, e nel diploma a lui inviatone leggesi questo magnifico elogio: Galilæi in mathematicis disciplinis (discipulus, in ærumnis socius, Italicum ingerii/ini ita perpolivit optimis arti bus, ut inter Mathematicos sæculi nostri facile princeps per orbem litterarium numeretur. Ei fu ancora ascritto tra gli Arcadi, e tra le Vite de’ più illustri leggesi anche quella di questo celebre matematico. Le sue virtù, e la modestia singolarmente in sì grand’uomo ammirabile, il rendevano a tutti carissimo, e non vi ha scrittor di quei tempi che non ne parli con grandi elogi. Una medaglia in onor di esso coniata vedesi nel Museo Mazzucchelliano (t 2, p. 184). Finalmente carico di anni, di meriti e di gloria finì di vivere in Firenze a’ 22 di settembre del 1703, in età di 81 anni, e fu sepolto vicino al suo amato maestro in S. Croce, ove nel 1735 si eresse un bel mausoleo di marmo, in cui le ceneri del Galileo e il cadavero del Viviani, che fu trovato intatto, furono congiuntamente riposti. Noi abbiamo già accennate quasi tutte le opere di questo celebre matematico. Alcune altre però se ne indicano al fin delle Vite scrittene dal dottor Lami e da monsig. Fabroni, insieme con alcune inedite. « Ma niuno di essi fa menzione di un’opera del Viviani, di cui egli stesso rende conto, come di cosa omai compita, al Magalotti in una sua lettera [p. 397 modifica]SECONDO 397 (le 24 di luglio del 1691 (Magai Lctt. fam. t i, p- 51» ec.)7 e in cui applicava, per quanto era possibile, la geometria alla cristiana morale. Essa dovea avere per titolo: Geometria Moralis Vincentii Viviani, per quam dum Stereometria et Centrolargia de tìjrpcrboli-cotiicis interminatis nondum pertractatæ solvuntur, admirandaque in eis symptomata , licet incomprehensibilia, luce clarius demons tran tur, animi pacem quærentibus æterno duraturam, et auxilio indigentibus opem ferre pro viribus Geometriæ profitetur. E voleva prima darne al pubblico un saggio con una sua lettera al P. Giuseppe Ferroni della Compagnia di Gesù, cui egli loda per la gran propensione che ha mostrata al Galileismo, la quale dovea avere per titolo: Saggio di Geometria Morale. Ma convien dire che quest1 opera non si trovasse tra’ suoi mss. » Alcune lettere ne han pubblicate monsig. Fabroni e il senator Nelli nelle opere più volte citate , e il secondo ha ancor pubblicata la nota (l. cit. p. 110) scritta di mano dello stesso Viviani degli strumenti da lui ritrovati per uso dell’accademia del Cimento , e delle sperienze nella medesima da esso fatte. Nella libreria Nani in Venezia conservasi un pregevol libretto ms. , in cui il Viviani segnava i nomi de’ dotti stranieri che a Firenze venivano, con qualche annotazione di cose a lui stesso appartenenti, un saggio delle quali , che sempre più scuopre la rara modestia di questo grand’uomo, ha pubblicato il sig. D..Jacopo Morelli (Codici mss. della librerìa Nani, p. 107, ec.). A gloria per ultimo [p. 398 modifica]3l)S LIBRO «lei Viviani, dee nominarsi un illustre matematico di lui scolaro, cioè Lorenzo Lorenzi ni fiorentino, di cui abbiamo la Vita scritta da monsig. Fabroni (dec. 3, p. 246). Egli era in corte del gran duca Cosimo III, quando avendo questi fatto divorzio dalla sua moglie Luigia (d’Orleans , e avendo scoperto eli’ essa per mezzo del Lorenzini teneva segreto commercio di lettere col gran principe Ferdinando, nel 1681 il fece chiuder in prigione nella fortezza di Volterra, ove si stette vent’anni. Ivi fu eli’ ri tutto applicatosi alla geometria, in cui già dal Viviani era stato istruito, scrisse i dodici libri delle Sezioni coniche, ne’ quali giudicarono i dotti ch’ei fosse andato più oltre di Apollonio e del suo stesso maestro. Quest’opera però non vide mai la luce, e insiem con più altre del Lorenzini conservasi nella Magliabecchiana; e un solo opuscolo geometrico se ne ha alle stampe, pubblicato in Firenze nel 1721, cioè nell’anno stesso in cui egli, dopo essere stato vent’anni addietro rimesso in libertà, diè fine a’ suoi giorni. L. Due altri matematici italiani accenna brevemente il Montucla (l. cit. p. 7:1), cioè il Padre Tommaso Ceva gesuita e Giovanni di lui fratello, di patria milanesi; e del primo rammenta il poema sull’antica e moderna Filosofia, del secondo l’opera intitolata Geometriae motus, e quella De lineis rectis se invi ceni secantihus, e molle altre di amendue se ne posson vedere indicate presso l’Argelati (Bibl. Script mediol. t 1 , p. 417)• Ma essi appartengono con più ragione al nostro secolo, di cui vider [p. 399 modifica]SECONDO jgg molli anni- e io perciò qui indicherò solamente che il P. Ceva, sì celebre per le eleganti e leggiadre sue poesie latine, fu l’inventore dello strumento per la sezione dell1 angolo, cui egli pubblicò fin dal itx)5, e che il marchese de l’Hopital nelle sue Sezioni coniche , stampate in Parigi più anni dopo, il pubblicò egli pure, senza far menzione alcuna del P. Ceva , come ha osservato il dottissimo P. abate. Grandi (praef. ad Quadrat Circuli, ec.). Al secolo di cui scriviamo , appartengono molti altri filosofi e matematici di minor nome, de’ quali non giova il far distinta menzione in un1 opera che non è una Biblioteca di Scrittori italiani, ma una Storia de’ progressi che tra noi fecer le scienze. Io ho ricercate più minutamente in addietro le notizie de’ nostri scrittori, perchè così doveasi fare, allor quando meritava non picciola lode chiunque sforzavasi d1 illustrare in qualche modo le scienze dall’ignoranza di tanti secoli oscurate ed oppresse. Ma or che siamo in una chiarissima luce, dobbiam cercare soltanto di quelli che maggior nome ottennero nel coltivarle, e furono ad esse più utili colle dotte loro fatiche. Alcuni altri però ne indicherem brevemente, quasi per saggio del molto più che dir ne potremmo, se volessimo stenderci più ampiamente (a). (fi) Due celebri matematici ebbe il regno di Napoli, Antonio di Monforte nato in Basilicata I" unno iti-fi c morto l’anno 1717, e Giacinto Cristoforo nato in Napoli nel 1650, e che visse almeno fino al 1720. Amendue coltivarono smgol.irniente P umilisi: e il secondo [p. 400 modifica]4°° LIBRO LL Di Muzio Oddi da Urbino abbiamo due Trattati degli Orologi solari, e due altri dello Squadro, e della fabbrica e dell’uso del comparso polimetro, stampati in diversi anni separai amente E i primi due son memorabili, perchè l’autore gli scrisse essendo in prigione, ove stette con gran rigore racchiuso per nove anni, perchè fu accusato a) duca d’Urbino di avere alla duchessa scoperti alcuni segreti, e a scriverli si valse perciò d’inchiostro fatto di carboni pesti stemprati nell’acqua e al fumo della candela, e rassodando la carta con colla assai leggiera. Di queste vicende dell1 Oddi che, uscito di carcere nel 1609, fu rilegato a Milano , ed ivi ebbe la cattedra delle matematiche nelle Scuole Palatine, c morì poi in Urbino nel 1639, parlano a lungo l’Eritreo (Pinacoth. pars 1, p. 174) e Apostolo Zeno (Note al Fonlan. t. 2, p. 38y), il quale osserva che l’Oddi si dolse che il P. Giulio Fuligatti gesuita si fosse usurpate le sue fatiche in un colla sua opera De Constructione Æquationum, pubblicata l’anno 1700, ottenne un luminoso elogio dall’Accademia di Parigi. Il primo all’analisi congiunse 1 astronomia. Viaggiò ancora in Costantinopoli, e dicesi che vi trovasse il gran Visir molto istruito nelle matematiche , e eh ei volesse trattenere ivi il Monforte, perchè nella scienza medesima istruisse il Sultano j ina che si grande onore parve pericoloso al Monforte, e che amò meglio di tornarsene in Italia. Del saper di amendue, e delle opere da lor pubblicate, si posson vedere più distinte notizie nell’opera altre volte lodata del signor Matteo Barbieri (Notiz. de’ Mult rn. e Filos. napol. p. 167 , cc.). [p. 401 modifica]SECONDO ^01 Trattato degli Orologi solari, stampato in Ferrara nel 1617, della qual accusa io non posso decidere, non avendo potuto confrontare l’un libro colf altro. Fratello di Muzio fu Matteo, di cui abbi ani tre centurie di Precetti d Architettura militare, stampati in Milano nel 1627. Sulla fabbrica del compasso di proporzione scrisse anche il P. Paolo Casati piacentino gesuita, di cui abbiamo ancora molte altre opere sul fuoco, sulla meccanica e su altri argomenti filosofici e matematici, nelle quali, benchè egli non si allontani molto da’ principii peripatetici, trovansi però osservazioni e sperienze curiose non meno che utili) onde molte di tali Dissertazioni sono state in questi ultimi anni di nuovo ristampate in Vienna (a). Pier Antonio Cataldi bolognese professore di mattematica prima in Perugia, poscia per molti anni in Bologna, fu avuto in conto di dottissimo mattematico, e molte opere da lui pubblicate si annoverano dall’Alidosi (Dott. bologn. di Teol. ec., p. 161, ec.) e dal P. Orlandi (Scritt. bologn.), e più esattamente dal conte Fantuzzi (Scritt. bol. t. 3, p. 152). La nuova Aritmetica del Mengoli si vede lodata nelle lor lettere dal principe Leopoldo de’ Medici e dal Cardinal Michelangiolo Ricci (Letter. ined. t. 2, p. 208, 209), e amendue fanno elogi non sol del sapere, ma anche delf ottima ed esemplarissima vita dell1 autore. (a) Del P. Paolo Casati, morto in Purina in età di oltre a 90 noni, u? 11 di decembre del 1707, alcune notizie ci ha date il eh. sig. proposto Poggioli (Metn. per la Stor. leiier. di Piac. t. 1, p. 219, ec.). TIRÀBOSCHl , Voi. XIV. 26 [p. 402 modifica]/\02 LIBRO L’Arilmclica e la Geometrìa pratica ili Giulio Bassi piacentino fu accolta con molto plauso, quando fu la prima volta stampata nel 1606, e perciò vide altre volte la luce 5 e una parte in cui egli ragiona del valore e del peso delle monete, fu anche inserita nella Raccolta sulle Monete dell’Argelati (t 3). Paganino Gaudenzi da Poschiavo nella Valtellina, professore in Pisa dal 1627 fino al 1649, in cui finì e d’insegnare e di vivere, è autore di un grandissimo numero d’opere teologiche, filosofiche, giuridiche, storiche, poetiche, mediche, oratorie, antiquarie, delle quali ci dà il catalogo, insieme colla Vita del loro autore, il P. Niceron (Mém. des Homm. ill. t. 31, p. 108, ec.). Ei potrebbe perciò ad ogni capo di questa Storia venir rammentato j ma io credo che appena egli meriti d’esser nominato in alcuno} perciocchè volendo egli abbracciare ogni cosa, niuna ne strinse, e fu scrittore superficiale e leggiero (a). Molte opere appartenenti all’astronomia , all’ottica 0 ad altre parti della tìsica si hanno alle stampe del P. Francesco Eschinardi gesuita romano, di cui pure abbiamo due opere sull’architettura civile e sulla militare, pubblicate sotto il nome di Costanzo Amichevoli, Qui possiamo ancor rammentare le macchine di Vittorio Zonca, di Francesco Natti, di Giovanni Branca, di cui (a) I)el Gaudenti, perchè fu professore nell’università di Pisa, ha scritto la Vita il più volte lodato monsig. Fabbroni, che ci ha anche dato il catalogo di tutte le moltissime, ma or poco conosciute, opere da lui pubblicate (Vitae. Italor. t. 14 3 p. 459 ec.), [p. 403 modifica]SECONDO 4o3 pure abbiamo un’opera sulla Riparazione de’ fiumi , e un assai pregiato Manuale d’Architettura. che in questi ultimi anni è stato ristampato in Roma e in Modena. E tale era infatti la fama che del sapere degl’italiani nelle matematiche risonava ancor nella Francia, che il gran re Luigi XIV volle che in Roma si fondasse un’accademia di matematica ad uso di quei suoi sudditi che in quella città soggiornavano. Io debbo questa notizia al titolo di un libro riferito dal marchese Maffei: Corso di Matematica, tomo primo, che comprende Euclide restituto ovvero gli antichi Elementi Geometrici ristaurati e facilitati da Vitale Giordani lettore delle matematiche nella Reale Accademia stabilita dal Re Cristianissimo in Roma, ivi stampato nel 1680 (Osservaz. letter. t. 2, p. 297). Aggiugne il marchese Maffei che questo primo tomo dovea essere da sei altri seguito, che già erano pronti alla stampa; ma nè questi uscirono, nè dovette quell’accademia sostenersi per lungo tempo, perchè non ne abbiamo altra memoria. Lll. Le arti liberali, e l’architettura civile singolarmente, ebber buon numero di scrittori in Italia, e alcuni ne abbiam nominati poc’anzi. Il più illustre tra essi fu Vincenzo Scamozzi di patria vicentino, emulator della gloria del gran Palladio. Il ch. sig. Tommaso Temanza ne ha scritta la Vita stampata in Venezia nel 1770 e inserita poi tra quelle degli Architetti veneziani. e noi ce ne varremo per trarne le più importanti notizie, che si posson vedere ancora presso il P. Angiolgabriello da Santa Maria [p. 404 modifica]4«4 * libro (Scritt viccnt. t. 5. p. 2 38, ec.). Gian Domenico Scamozzi, buon architetto egli pure, fu il padre di Vincenzo che nacque in Vicenza nel 1550. In età di soli 17 anni cominciò a dare disegni di fabbriche, e i disegni del giovinetto Scamozzi furono altamente applauditi. Il desiderio di meglio istruirsi col veder le opere de’ grandi maestri dell’arte il trasse a Venezia, ed ivi ancora diè pruove del suo valore , e in età di a 2 anni scrisse un trattato in sei libri De’ Teatri e delle Scene, che però non ha veduta la luce. Da Venezia passò a Roma e a Napoli, e tutto occupossi nel contemplare e nel disegnare que’ venerandi monumenti d’antichità; e frutto di queste sue ricerche fu la Descrizione eh1 ei ne pubblicò in Venezia, ove tornato da’ suoi viaggi fissò il soggiorno nel 1583, co’ rami disegnati dal Porro, opera nondimeno che al Temanza non sembra degna di quelle lodi di cui altri l’hanno onorata. Questo scrittore annovera le pubbliche e le private fabbriche dallo Scamozzi disegnate in Venezia, fra le quali sono le più memorabili quelle adiacenti alla libreria di S. Marco, e le Proccuratie nuove. Nel 1585 tornò a Roma cogli ambasciatori della Repubblica al nuovo pontefice Sisto V, e indi passò a Vicenza, ove diè compimento al famoso Teatro olimpico in occasione della solennissima rappresentazione che vi si fece dell1 Edipo di Sofocle, da noi altrove accennata. Diè ancora in Venezia il disegno per la nuova fabbrica del Ponte di Rialto; ma ei non ebbe la sorte di essere trascelto a eseguirla, e l’incarico ne fu dato ad Antonio [p. 405 modifica]SECONDO da Ponte. Nel 1588 fu chiamato a Sabbioneta dal duca Vespasiano Gonzaga, che col disegno dello Scamozzi eresse ivi il teatro da noi nel precedente tomo descritto. Col senalor Pietro Duodo viaggiò lo stesso anno in Polonia, e nel 1599 e nel seguente in Boemia, in Ungheria, in Francia, oltre il rinnovar che fece due volte il viaggio di Roma e di Napoli. La fama dello Scamozzi il fece chiamare ancora ad altra città fuor dello Stato veneto, e anche fuori d’Italia. In Firenze disegnò il palazzo degli Strozzi, in Salisburgo quello dell’arcivescovo , che fu d’una rara magnificenza, in Genova quello de’ Ravaschieri. Il nuovo pretorio di Vicenza (a) e quello di Bergamo furono essi ancora opera dello Scamozzi, il quale, nel tempo medesimo che andava maestosamente disegnando tanti edificii, stendeva ancora i precetti (a) Che lo Scamozzi desse il disegno del palazzo pretorio di Vicenza, si è dal sig. Temanza provato in modo che non può nascerne dubbio. >la è certo che, quale esso ora esiste, non può esser interamente disegno dello Scamozzi, perchè esso non è fiunto conforme alla descrizione che ne dà il Temanza, e perchè ha ditelti indegni di quel valentuomo. Sembra dunque, e ciò sembra accennarsi dal Temanza medesimo, che si pittassero bensì i fondamenti, e si ergessero alcuni pilastri sul disegno dello Scamozzi; ma che poi, cambiata idea, si proseguisse la fabbrica in quella non troppo lodevol maniera che si vede al presente. Questa riflessione devesi al sig. co. Arnaldo Arnaldi Primo Tornieri vicentino, che me lTia gentilmente comunicata. Io aggiugnerò solo che nella Descrizione delle Archi triture, ec. di Vicenza, ivi stampata nel 1779, allo Scatnozzi si attribuisce solo la facciata di quel palazzo rivolta nd oriente verso la piazza della biada (t. 2, p. 14)• [p. 406 modifica]4^6 LIBRO che a lui servivai) di norma; e frutto di questo studio fu P Idea dell Architettura universale divisa in 10 libri, de’ quali però ne mancano quattro, da lui composta, e stampata in Ve nezia nel 1615, opera che benchè scritta assai male, è nondimeno, per gli avvertimenti e per le riflessioni che contiene, utilissima a’ professori di questa scienza; e il sesto libro principalmente , che contiene i cinque ordini d1 architettura , ne è pregiatissimo, e fu perciò da Agostino Carlo d Aviler tradotto in francese e stampato nel 1685, e poscia più altre volte. Poco sopravvisse lo Scamozzi alla pubblicazion del suo libro, e finì di vivere in Venezia a’ 7 di agosto del 1616. Egli è annoverato a ragione tra’ più illustri architetti. Osserva però il Te manza che in alcune delle ultime sue opere, e singolarmente nel deposito del doge Niccolò da Ponte, ei si allontanò da quella semplice maestà che tanto avea fatti ammirare i suoi primi lavori. In fatti al principio di questo secolo cominciò l’architettura a soffrire notabile decadimento; e mentre la poesia e l’eloquenza, per soverchia affettazione d’ingegno e per troppo ricercati ornamenti, andavasi vieppiù corrompendo, il difetto medesimo introducevasi nelle belle arti, e nell’architettura principalmente. Ma di ciò diremo nel ragionar della storia delle arti stesse. LUI. Gli altri scrittori d’architettura civile , non hanno sì chiaro nome. Giambattista Montano, Zannino Giuseppe Viola, Orazio Perucci, Niccola Sabbatini da Pesaro, Bartolommeo de’ Rossi, Carlo Cesare Osio, Alessandro Capra , [p. 407 modifica]SECONDO 407 Lodovico Corticelli e alcuni altri trattarono quest’argomento (a). Ma le loro ope re non giunsero ad ottenere il plauso che a quelle del secolo precedente era stato accordato. Nomi più illustri son quelli del P. don Guarino Guarini cherico regolare teatino e del Fratello Andrea Pozzo gesuita. Il primo fu di patria modenese, matematico del duca di Savoia, e autore di molte opere poetiche, matematiche, astronomiche, fisiche, nelle quali ei si mostra uomo di acuto ingegno, ma che ama spesso di allontanarsi dalle opinioni tra’ filosofi più ricevute. Ma egli applicossi più che ad ogni altra cosa all1 architettura, e del suo valore in quest’arte son pruova principalmente la cittadella di Modena, e la casa del suo Ordine in questa stessa città, la cittadella di Torino e la cappella reale , e in Parigi ancora la casa del detto suo Ordine. Nelle fabbriche del P. Guarini vedesi molto ingegno e non ordinaria vaghezza; ma egli ancora ha non poco del gusto del secolo nel soverchio sminuzzamento delle parti, nella troppa copia degli ornamenti. Egli morì nel 1683, come raccogliesi dalla sua opera intitolata Mathematica coelestis in quell1 anno stampata. Nè solo egli illustrò co’ suoi disegni l’architettura, ma ne (a) Fra’ miglimi scrittori d’architettura deesi annoverare Teofilo Gallaccini sancse, morto in Siena nel i6\i in età di 76 anni, di cui abbiamo uu’ opera intitolata Degli Errori degli Architetti, stampata poscia in Venezia nel 1767. Iti lui ha parlato il P. Guglielmo della Valle (Lettere sanesi, t. 2, p. 27) , il quale ci ha anche dato un estratto dell* opera stessa (ivi, 3, p. 409, ec.). [p. 408 modifica]4°8 LIBRO scrisse ancora cinque ampii Trattati, che in due tomi in folio furono stampati in Torino molti anni dopo la sua morte, cioè nel 1737, aggiuntivi i disegni delle fabbriche più ragguardevoli da lui innalzate (a). Il Pozzo era nato in Trento nel 1642 e dopo aver appresi in patria gli elementi delle lettere, invogliatosi della pittura, passò a Milano, e si diè scolaro a un pittore che ivi avea qualche nome, il quale veggendosi presto superato dal suo discepolo, lo congedò. Proseguì egli dunque, scorto dal solo suo genio, a dipingere, ed entrato poscia in età di 23 anni tra’ Gesuiti col carattere di fratello coadiutore , anche nel nuovo stato continuò ad esercitar la sua arte. Le chiese che il suo Ordine avea in Milano, in Modena, in Genova, in Venezia, in Mondovì, in Torino, in Roma, conservano bei monumenti del suo valor nel dipingere. Benchè egli si esercitasse ancor ne’ ritratti, la prospettiva però e l’architettura eran quelle nelle quali faceva maggiormente risplendere il suo talento. Ed gli volle anche lasciare a’ posteri il frutto delle riflessioni da lui fatte su questa scienza ne’ due tomi di Prospettiva, stampati la prima volta in Roma; il primo nel 1693, il secondo nel 1700. La fama sparsa del valore del Pozzo il fece invitare a Vienna dall’imperator Leopoldo, ove egli ricevette da (a) Del P. Cumini si è ragionato più a lungo nella Biblioteca modenese (t. 3, p. 3d), ove si è anche recato il troppo severo giudizio che ne dà l’inesorabile sig. Milizia. [p. 409 modifica]SECONDO 409 tutta l’imperiale famiglia distinte pruove di onore. e ivi finalmente, in età di 67 anni, chiuse i suoi giorni nel 1709 (V. Abrégé, de la Vie des Peintres, ec., t 1, p. ag5). L1V. Anche l’architettura militare non ha nè gran numero, nè grande sceltezza di scrittori. Oltre alcuni già nominati, Pietro Sardi romano e Francesco Tensini cremasco sono i due forse più rinomati, benchè a me pare ch’essi o poco o nulla aggiugnessero a ciò che nel secolo precedente si era scritto. Il Tensini innanzi alla sua opera di Architettura militare, stampata in Venezia nel 1624, s’intitola Cavaliere, Ingegnero, Capitano e Luogotenente Generale dell’Artiglieria del Duca di Baviera, del Re di Spagna, e dell’Imperadore Rodolfo II, ed ora personaggio condotto dalla Serenissima Signoria di Venezia. E nella prefazione dice di essere stato in età di 17 anni nella guerra di Fiandra, indi in quelle di Giuliers, di Alsazia, di Boemia, poi in Piemonte e nel Friuli, di aver veduto diciotto assedii, di essere stato quattro volte assediato, e di essere intervenuto a molte battaglie (a). I Precetti militari di Francesco Marzioli bresciano, stampati magnificamente in Bologna (a) Il Tensini accenna ancora di avere o innalzate o migliorate diverse fortezze in Italia , e nomina fra le altre quella di Bergamo (l. 1, c. 14 27). Le mura però di quella città, che per la loro altezza e per la lor costruzione sono tra le più belle d’Italia, erano state in* nalzate fino dall’anno 1561 , come raccogliesi! da una medaglia in quell’occasione coniata, che conservasi presso l’altre volte lodato sig. Giuseppe Beiti anielli. [p. 410 modifica]4*0 LIBRO nel 1R73, appartengono piò al modo di ordinare le schiere, che al metodo di attaccare e difendere le piazze (a). Ma se l’Italia non ebbe in questo secolo tali scrittori di architettura militare che possano additarsi come classici e originali, ella ebbe l’onore di dare al mondo il primo maestro dell’arte della guerra , che, riducendo questa scienza a certi e generali principii , aprisse la via a quelle più ampie e più stese opere colle quali ella è poi stata illustrata. Parlo del principe Raimondo Montecuccoli, e delle Memorie sull’Arte del guerreggiare da lui composte, il primo libro di tale argomento che si vedesse uscire al pubblico dopo il gran cambiamento che l’uso dell’artiglierie avea in esso introdotto. Non è di quest’opera il rammentare le gloriose imprese di questo gran condottiere d’esercito; e oltre ciò che ne hanno le Storie tutte del secolo precedente, il bello e luminoso Elogio che di fresco ne ha pubblicato il ch. sig. co. Agostino Paradisi non ci lascia cosa alcuna a bramare su questo punto (b). Ma io debbo riflettere, come già ha avvertito (a) Debbonsi ancora qui rammentare le Memorie del maresciallo Federigo Veterani dal i683 fino al 16^4» stampale per la prima volta in Lipsia nel 1771, ma da me non vedute. (b) Del principe Raimondo Montecuccoli si è ragionalo più a lungo nella Biblioteca modenese (t. 3, p. 28(1), e deesi ancor qui ricordare ciò che trattando delf accademie abbiamo osservato, parlando di quella che a coltivamento della lingua italiana fu eretta in Yieuna dall’imperador Ferdinando III, di cui era capo il principe Raimondo. [p. 411 modifica]SECONDO ^ I i lo stesso scrittore, che il principe Raimondo non fu solo gran generale, ma ancora gran letterato, nè io posso mostrarlo meglio che col riferir le parole dell’eloquente oratore, il quale parlando de’ due anni ch’egli stette prigion di guerra in Isvezia: Le scienze, dice (Elog. del princ. Montecucc. p. 24 , ec.), consolatrici della, sua solitudine e dell’esilio, lo erudirono compiutamente di quanto gli rimaneva a sapere, perchè ei fosse perfetto capitano; e tale egli uscì, meditando, della sua prigionia, qual già Lucillo della sua nave. Euclide lo instruì della geometria, Tacito della politica, Vi travio dell’architettura , le quali scienze celeremente percorse e penetrate, gli avanzò tempo, tanta era in lui la misura di usarlo , perchè ei si erudisse, della Filosofia, della medicina e della giurisprudenza, ed anco ebbe valore di sollevarsi co’ teologi nella contemplazione della Divinità. Dotto di tante scienze, versato in tanti idiomi, per la dimestichezza delle storie a tutte le età presente e a tutti i fatti memorabili, secondo il suo secolo non inelegante poeta, io non vedo, qual titolo a lui manchi, perchè, come non si dubitò di annoverarlo tra’ sommi condottieri, così non se gli nieghi luogo tra’ sommi letterati. Frutto di questi suoi studi, e della sua lunga sperienza, e di una rara felicità d’ingegno nel ridurre le cose a’ lor sicuri principii, e nel trarne le più sicure conseguenze, furono le Memorie sull’Arte della Guerra, che, benchè stampate dopo la sua morte avvenuta nel 1681, e perciò assai scorrette, e talvolta per oscurità difettose, sono sempre state da’ [p. 412 modifica]4 1 2 LIBRO più celebri generali considerate come l’opera di un gran genio. In pochi tratti di penna ei racchiude quanto a una sì difficil arte appartiene • il maneggio dell’artiglieria, la sussistenza degli eserciti, la maniera di accampare sicuramente e vantaggiosamente , marcie , battaglie , assedi, non v’ ha cosa ch’ei non comprenda, e di cui con ottimo metodo, sostenuto da una vasta erudizione delle antiche e delle recenti Storie, non dia i più sicuri precetti j opera perciò dal soprallodato oratore giustamente paragonata agli Aforismi d’Ippocrate; perciocchè, ciò che essi sono riguardo alla medicina , son riguardo alla guerra le Memorie del Montecuccoli, cioè un codice a cui come ad oracolo convien ricorrer ne’ dubbii, e su esse formarsi a sì ardua scienza. Nè per questo solo riguardo dee il principe Montecuccoli avere in questa Storia onorevol luogo, ma anche perchè egli fu il primo protettore dell’Accademia de’ Curiosi della Natura, e la promosse e l’avvivò sempre con sommo impegno. Il Buchnero nella Storia di quell’Accademia ne parla più volte con sentimenti di molta stima (Hist Acad\ Nat. Curios. p. 93, 97, 1 o5, 347, ec.), e fra le altre cose parlando della protezione che f imperator Leopoldo accordò alla stessa Accademia , Hoc augustissimum exemplum, dice (ib. p. 93), primo quidem nostro illustrissimo protectori serenissimo principi Raimundo a Montecuccoli non sola atque gravissima curandarum atque protegendarum Academiae nostrae rerum fuit causa , sed quae in ipso prorsus singularis erat, studiorum in primis [p. 413 modifica]SECONDO A|3 tnathematicorum, phjrsicortwi, physiologicorumquc inter ipsos armorum strepitus cultura atque intelligentia, et tum primum nuperrime post magnificentissima et immortalia facinora sumtum a malitia otium, effecit quoque potissima rn, ut in nostra Academicorum vota liberalissime concederet, intentamque in Academiae nostrae salutem, quoad vixit, haberet curam. Così dovea l’Italia non solo dare il primo esempio di tali adunanze, ma concedere ancora alle straniere nazioni i principali ornamenti e sostegni delle loro accademie , cedendo a quella di Parigi il Cassini, e a quella di Vienna il Montecuccoli. LV. Le altre arti liberali ebber tra noi alcuni valorosi scrittori, le cui opere anche al presente si leggono non senza frutto. Alcune opere assai pregiate ci diede al principio del secolo Federigo Zuccaro natio di S. Angelo di Vado, celebre non meno nel dare i precetti della pittura, che nell1 eseguirli, e che fu fondatore dell’accademia del Disegno istruita in Roma sulla fine del secolo precedente (V. Zeno, Note al Fontan. t. 2, p. 410; Mus. Mazzucch. t 1, p. 408); e fra esse quella che ha per titolo Idea de’ Pittori, Scultori e Architetti, è stata giudicata degna di esser di nuovo pochi anni addietro data alla luce (Lettere pittor. t. 6). Pietro Berettini famoso pittor cortonese, oltre le Lettere accennate dal co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2 , p. 925), scrisse anche insieme col P. Giandomenico Ottonelli da Fanano gesuita il Trattato della Pittura e Scultura, uso ed abuso loro, composto da un Teologo e da un [p. 414 modifica]4*4 Libro Pittore, e stampato in Firenze nel i65a. Pregevoli notizie ed utili avvertimenti contengonsi ancora nel Microcosmo, ossia Trattato della Pittura di Francesco Scanelli forlivese. Io veggo innoltre citarsi nella Biblioteca dell’Haym t. 2, p. 55 7, n. 18) i primi Elementi per introdurre i giovani al disegno del celebre Gianfrancesco Barbieri, più noto sotto il nome del Guercino da Cento. il qual però non trovo annoverato dal conte Mazzucchelli tra gli scrittori italiani. Una bell1 opera inedita di Giulio Mancini sanese, intitolata Trattato della conoscenza della Pittura, conservasi nella libreria Nani in Venezia, e un diligente estratto ne ha dato il sig. don Jacopo Morelli, il quale ancora accenna gli elogi con cui del Mancini, medico di professione circa il principio del secolo, han ragionato molti scrittori di que’ tempi (Codici mss. della Libr. Nani, p. 25, ec.). Aggiungansi più altre opere di somigliante argomento di Giambattista Paggi, di Pietro Antonio Barca, che fu anche scrittore d’architettura, di Gaspero Colombina, di Pietro Accolti, di Domenico Francesco Bisagno, di Jacopo Moro e di più altri scrittori, per tacere ora di quelli che ci dieder la Storia dell’Arti e de’ più illustri loro coltivatori. Io non entro a parlare di quelli che scrissero sulle altre arti o liberali o meccaniche, le quali hanno minor relazione alle scienze; perciocchè il trattarne maggior noia che frutto apporterebbe a’ lettori. LVI. Ma non dee passarsi del tutto sotto silenzio la musica, la quale come agl’Italiani del secolo xvi dovette il giugnere eli’ ella fece [p. 415 modifica]SECONDO ^|5 a perfezione maggiore assai che mai non avesse in addietro, così nel secolo di cui scriviamo , fu vie maggiormente illustrata, unendosi in ciò lo studio delle matematiche proporzioni con quello delle antichità, e dandosi l’uno all’altro vicendevoli lumi a perfezionarne la teoria non men che la pratica (a). Io non parlo qui della (a) Contro questo passo della mia Storia si è veramente levato il sig. ab. Arteaga, dolendosi rii1 io obbia passati sotto silenzio tanti illustri stranieri, i quali si portarono in Italia ad illustrar sì distintamente e sì gloriosamente la musica (Rivoluz. di i Teatro music, ital. t. 1 , p. 265, ec.), e de’ quali egli ci ha dato un lungo catalogo; e graziosamente tu’ adatta que’ versi di un celebre tragico francese, ne’ 3uali s insegna la massima che per salvare la patria deesi dimenticare ogni legge. Ei nomina perciò molti Oltramontani, e singolarmente Spagnuoli, che nella musica furono uomini sommi. A questa accusa già si è risposto nel t. 27 di questo Giornale (p. 268 , ec.), mostrando che le cose dallo stesso ab. Arteaga narrate confermano la mia proposizione. In ogni caso, se io nella mia opera ho mancato per difetto, parrà a molti che il sig. ab. Arteaga abbia peccato per eccesso; io perchè nella Storia della Letteratura italiana ho dimenticato di parlare de’ musici spagnuoli; egli perchè nelle Rivoluzioni del Teatro musicale italiano ci ha data la Storia de’ Teatri musicali di Francia, di Spagna, di Germania, d’Inghilterra, di Moscovia , ec. Io non cercherò punto di sminuire le glorie delle altre nazioni; ma pregherò in vece l’ab. Arteaga ad informarsi un po’ meglio de’ fatti che egli francamente ci narra, e a non vantarsi tanto sovente di cavare dalla oscurità alcuni uomini. Tra questi è un certo F. Pietro d’Uregna, di cui egli dice (p. 202) che circa il 1520 aggiunse una settima nota alle sei di Guido d’Arezzo. Ma se egli avesse attentamente osservato ciò che il Caramuel e Niccolò Antonio dicono dell’Uregna, avrebbe [p. 416 modifica]LIBRO Sambuca Lincea di Fabio Colonna, perciocché di questo scrittore parlerem nel capo seguente, e lascio pure in disparte molti scrittori di musica men conosciuti, per ristringermi a un solo cbe in tutte le scienze profondamente erudito, a questa con particolare studio si volse, e ne formò la più dolce sua occupazione. Ei fu Giambatista Doni patrizio fiorentino, di cui ha scritta ampiamente ed eruditamente la Vita il eh. signor cancelliere Bandini, stampata in Firenze veduto che ei fiorì circa un secolo dopo, cioè circa l’an 1610^ e se leggerà l’opera di un suo nazionale, cioè del sig. ab. don Faustino Arevalo , altrove da me lodata (De Hymnodia hispan. p. 166, ec.), vedrà che il primo ad aggiugnere una settima nota non fu l’Uregna, ma Ericio Puteano in un libro stampato l’anno 1602. Ciò che fa maraviglia, si è che il signor ab. Arteaga reca il titolo del libro dell’Uregna, compendiato e pubblicato dal Caramuel, nel qual titolo vi e espi.’ssumeute indicato l’an 1610; ma egli omette questa indicazione, la quale si può vedere nel titolo stesso più esattamente prodotto dall* ab. Arevaio. E io conchiuderò questo passo con ripetere ciò che il celebre Rousseau dice dell’ab. Du Bos (Lettre sur la Musique françoise, Oeuvr. t. 1, p. 270, ed. flcuchatcl «775): JJ ab. Du Bos si stanca molto per far onore a’ Paesi Bassi del rinnovamento della musica; e ciò potrebbe concedersi, se il nome di musica si desse a un continuo ripieno di consonanze (remplissage d’accords). Ma se l’armonia non è che il basso comune, e la melodia sola ne forma il carattere, non solo la musica moderna è nata in Italia, ma vi è qualche apparenza che fra tutte le lingue vive la musica italiana sia la sola che possa veramente esistere. Al tempo d} Orlando e di Goudimel si faceva dell’armonia e de’ suoni; Lully vi ha aggiunto un po’ di cadenza ,* Correlli, Bononcini, Vinci e Pergolese sono i primi che abbiano fatta musica. [p. 417 modifica]SECONDO ^ nel 17^5 insiemi colle lellere da lui scritte , o a lui da’ più dotti uomini di tutta l’Europa. Francesco Doni e Giustina Lapi del Tovaglia furono i genitori di Giambattista, che da essi nacque in Firenze nel 1594 In età di 10 anni passò a Bologna e indi a Roma alle scuole del Collegio romano, ove ebbe a suoi maestri i gesuiti Tarquinio Galluzzi, Bernardino Stefonio e Famiano Strada, celebri a que’ tempi nell’amena letteratura. Da questi studi passò a quelli della filosofia e della matematica, e in tutti si scorse presto il raro ingegno del giovane Doni, l’insaziabile sua avidità di studiare, e l’attenzione in notare diligentemente tutto ciò che gli paresse degno a osservazione e a1 suoi studi opportuno. Tornato in Firenze, fu nel i(ji3 mandato in Francia, e per lo spazio di cinque anni trattennesi in Bourges, aggiugnendo agli altri suoi studi, cui seguì a coltivare, quello ancor della giurisprudenza. Nel 1618 tornò in Italia, e prese in Pisa la laurea. Ma invece di applicarsi, come il padre avrebbe voluto, agli esercizii forensi, da’ quali era per natura alienissimo, continuò a istruirsi nell" erudizione d* ogni maniera, aggiugnendovi ancor lo studio delle lingue orientali, e dell’ebraica singolarmente. Insiem col nunzio Ottavio Corsini fece un altro viaggio in Francia nel 1621, e per lo spazio di oltre ad un anno si stette in Parigi, conversando frequentemente coi dotti, de’ quali era ivi allora gran numero, visitando le biblioteche, e osservando minutamente ogni cosa che giovar gli potesse. Sulla fine del 1623 fu di nuovo in Firenze, e applicossi principalmente a formare Tiri boschi , Voi. XIV. 37 [p. 418 modifica]4*8 LIBRO una copiosissima Raccolta d’iscrizioni e di altri antichi monumenti , la quale, dopo essere giaciuta per un secolo inedita, fu finalmente nel 1731 pubblicata in Firenze dall’eruditissimo proposto (Gori. L’elezione a pontefice del Cardinal Maffeo Barberini col nome di Urbano \ li| il trasse a Roma, ove si strinse in grande amicizia col Cardinal Francesco Barberini nipote del papa j nè era possibile che stretta union non passasse tra questi due uomini, cui la somiglianza degli studi e delle.inclinazioni rendeva l’uno all’altro carissimo. Col Cardinal Francesco fece il Doni la terza volta il viaggio di Francia, con lui navigò in Ispagna , e osservando sempre colf usata sua diligenza ogni cosa, e le biblioteche principalmente, formò il disegno di una vasta ed erudita opera intorno ad esse, la qual però, non avendola egli ultimata, non ha veduta la luce. Fino al 1640 trattennesi in Roma. sempre occupato nel conversare co’ dotti, nel frequentar le accademie , nello scriver più opere, e onorato ancora da Urbano \1U dell" impiego di segretario del sacro collegio. Ma nel detto anno i domestici affari il ricondussero a Firenze, ove fu destinato alla cattedra di eloquenza in quel pubblico fiorentissimo Studio Nel 1641 prese in sua moglie Margherita Fiaschi , da cui ebbe più figli. Fu aggregato all’Accademia fiorentina e a quella della Crusca, e continuò sempre colf usato suo ardore a correre il vastissimo campo dell’universale erudizione, e a comunicare col pubblico i frutti delle due dotte ricerche, finchè al 1 di dicembre del 1647, nell’età ancor fresca di 53 anni, fu dalla morte rapito. [p. 419 modifica]SECONDO 4l<) LV1I. Pochi scrittori ebbe in questo secol l’Italia, che nella moltitudine, nella varietà e nella erudizione dell’opere loro potessero al J)oni paragonarsi. E se altro di lui non avessimo che quelle appartenenti alla musica, per esse sole dovrebb’egli essere annoverato tra’ più benemeriti di questa scienza. Alcune di esse erano già state stampate separatamente, Nel 1763 una nuova e bella edizione di tutte queste opere, aggiuntevene ancora molte altre inedite, è stata fatta in Firenze in due tomi in folio, per opera di due eruditissimi uomini, il proposto Gori e l’auditor Passeri. Qual sia lo scopo di queste opere, e quale la dottrina del Doni in questa materia, io non posso meglio esprimerlo che colle parole del più dotto uomo in questa scienza medesima che abbia avuto l’Italia, e forse l’Europa, dico del Padre maestro Giambattista Martini. Questi, in una sua lettera inserita nel secondo tomo dell’accennata edizione (p. 265), Non è facile, dice, ad esprimere la profondità, colla quale il Doni penetrò la musica greca sì teorica che pratica, sì vocale che strumentale, col rintracciarne i sensi più oscuri dai poeti e filosofi, rilevarne dai monumenti antichi le più minute circostanze, rischiararne dagli antichi scrittori le cose più dubbiose , dimostrando tutte quelle parti della greca musica, che posson ritrovarsi e ridursi alla musica de’ nostri tempi. E per ciò che riguarda la teoria della musica greca, quali diligenze, quali scoperte egli non fece per illustrarla e porla nel suo vero lume, sepolta essendo stata per tanti secoli in una profonda i.rn. Su « Mj’pre. [p. 420 modifica]4 20 LIBRO oscurità, dalla decadenza del romano Impero sino ai due secoli XIV e xv? E non ostante tutti gli sforzi e diligenze usate dagli scrittori del XVI secolo, Zarlino, Salinas, Galilei , Fogliani, Bottrigari, e alcuni altri, pure molto vi restava da illustrare, e sopra tutto da di. stinguere, quanto della greca musica poteva alla nostra applicarsi. Non è possibile in poche righe esprimere le osservazioni, le deduzioni, i precetti da esso rilevati spettanti alla musica pratica, ma singolarmente alla drammatica de’ Greci, il rinnovamento della quale è tutta gloria della città di Firenze. Convien dire che questa è quella parte, sopra di cui il nostro autore ha fatto profonde meditazioni e smidollato quanto di più raro è stato insegnato e praticato dai Greci, per applicarlo, per quanto sia possibile, alla nostra musica teatrale. Bel vantaggio per i compositori di musica de’ nostri tempi avere alla luce un autore unico e ricco di quanto richiedesi per trattare degnamente e illustrare un sì difficile argomento. Oltre l’illustrare di’ ci fece l’antica musica, fu ancora inventore di un nuovo stromento da corde da lui, in grazia di Urbano VIII, detto la lira barberina, e con nome greco anficordo, perciocchè era da amendue le parti munito di corde clic eran di metallo dall1 una, di nervo dall’altra. Egli stesso in una delle sue opere ne diede la descrizione, e la cetra da lui usata conservasi ancora presso i suoi eredi. Ma qualunque ragion se ne fosse, questo strumento del Doni, benchè allor lodato da molti, non fu adottato, e morì, per così dire, insieme col [p. 421 modifica]SECONDO j i sllo autore. Non fu però sola la musica a cui egli volgesse il suo studio. Fra le opere stampate , oltre la Raccolta d’iscrizioni, e oltre le lettere da noi accennate, alcune delle quali si leggono ancora nelle Prose fiorentine (par. 4 , t 3), si veggono alcune poesie latine, un’Orazion funebre italiana in lode di Maria de’ Medici reina di Francia, una dissertazione sulla Poenula degli antichi, e un’altra sulla maniera di render salubre l’aria della Campagna Romana. Ma ciò è quasi un nulla in confronto alle tante opere ch’egli prese a scrivere, ma o che non videila luce, o che non furono da lui finite. Nell’indicata edizione dell’opere musicali del Doni leggesi un opuscolo (t. 1, p. 183) da lui scritto, in cui dà l’idea di alcune di cotali sue opere. Ei rammenta in esse un grande Onomastico , che dovea esser diviso in venti libri, ne’ quali doveansi comprendere tutti i vocaboli proprii delle scienze, delle arti, degli usi domestici, e ciò non solo in latino, ma in greco ancora, in italiano, in francese e in tedesco; e il libro che apparteneva alle vivande, era quasi finito, e in gran parte ancor lavorati que’ che trattavano de’ vocaboli militari, economici e d’agricoltura. Parla delle iscrizioni da sè raccolte, come già abbiam detto, alle quali doveansi aggiugnere alcuni assai antichi diplomi; e parla ancora dell’opera da noi già accennata sulle biblioteche, della quale ci dà l’indice de’ capi in cui era divisa. Ci dà notizia innoltre di un’opera intorno alla giusta pronuncia delle tre lingue ebraica, greca e latina, che dovea essere in [p. 422 modifica]4^2 LIBRO , somma una copiosa gramatica dulie rnedesime ’y di un’altra intorno alle emigrazioni de’ popoli antichi, e alle lor lingue, nelle quali confutate le favole di Annio da Viterbo, del Postello y del Goropio e di altri lor simili so. gnatori, sull" autorità de’ più accreditati scrittori e de monumenti antichi e sull’indole delle lor lingue, stabiliva le più sicure 0])inioni; (jj un trattato intorno al ravvivare la lingua htj. na f di un altro sugli avanzi de’ Cristiani tra’ Maomettani, e de’ Gentili tra1 Cristiani e Maomettani , e di varie altre opere intorno alla poesia, alla musica, agli abiti, al teatro e alle fabbriche degli antichi. Ragiona ancora di alcune Centurie di sue osservazioni sugli antichi Scrittori, di una Raccolta di Storie e di avvenimenti maravigliosi, di un Catalogo delle opere smarrite, che si vedean citate da alcuni, di un altro Catalogo degli Scrittori fiorentini e delle opere loro, assai più ampio e più esatto che quel del Poccianti, e finalmente delle giunte da lui fatte alla Raccolta d.’Epiteli del Testore, e al Vocabolario della Crusca, e di un Fraseologico poetico, opere sue giovanili. Nè ancor siamo al fine delle opere di questo infaticabile e dotto scrittore. Il canonico Bandini moltissime altre ne accenna, altre inedite, altre cominciate , ma non finite. Abbiam tra esse alcuni alt,ri libri del grande Onomastico, la Notizia de’ Vescovadi del Mondo cristiano cominciata da Giambattista Lauro e da lui finita, e più altre opere appartenenti ad agricoltura, ad antiche medaglie e ad altre quistioni di [p. 423 modifica]SECONDO 433 antichità, ili storia, di genealogia, di poesia e jj mille altri argomenti. E io confesso che riflettendo alle tante opere da lui scritte, e alla vasta erudizione che si ammira in quelle che sono state stampate, parmi che il Doni debba annoverarsi tra quegli uomini che, qualunque ne sia la ragione, non hanno fama al lor merito corrispondente; perciocchè nè il Niceron nelle sue Vite, nè il Bayle, il Chaufepiè, il Marchand nei lor Dizionarii, in cui pure si veggon le notizie d’uomini troppo a lui inferiori in sapere, del Doni non fanno menzione alcuna. IiVUL La logica, la metafisica, la filosofia morale non ci offron cosa che degna sia di particolar ricordanza. Quei che si occuparono in tali argomenti, non si avanzarono molto oltre que’ confini a’ quali eran giunti i precedenti scrittori, e parecchi di essi ancora, usando di quello stile vizioso e corrotto che pur troppo dominò in questo secolo nella maggior parte d’Italia, se scrissero cose buone, non seppero scriverle bene, e i loro libri perciò si giacciono ora dimenticati. Lasciamoli dunque noi pure in quella oscurità a cui il buon gusto gli ha condennati , e passiamo ad oggetti più gloriosi e più lieti, (a). (a) Non dovea a questo luogo tacersi uno scrittor di politica poco conosciuto in Italia, perchè poco egli vi si trattenne, ma che certamente fu italiano. Egli è Carlo Paschal che, per confessione de’ Francesi medesimi (V. Dict, des Homm, ill. ed. Caen. 1779, t. 5, p. 328), era natio di Cuneo in Piemonte. Passato in età ancor fresca in Francia, fu al servigio di quella corte, e co’ suoi rari talenti vi ottenne i più luminosi imp.eghi. Fu