L'asino (Guerrazzi, 1858)/Parte III/Continua il trattato delle qualità intellettuali e morali dell'Asino

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Parte III - Continua il trattato delle qualità intellettuali e morali dell'Asino

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Parte III - Continua il trattato delle qualità intellettuali e morali dell'Asino
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CONTINUA IL TRATTATO

DELLE QUALITÀ INTELLETTUALI E MORALI

DELL’ASINO


§ XV.

Cammelli condotti a suono di musica. Opera in musica di Maiali. Della Musica presso gli uomini in generale. Santo Atanasio. Santo Agostino dubita al solito e non leva un ragnatelo dal buco. Semestro anticipato delle pene dell’Inferno. Infamie della musica. Detto dell’Arciduca [p. 40 modifica] Ranieri governatore di Milano nel 1848. Turpitudini della musica religiosa. Storia del Te Deum. Te Deum incominciato a Siena pei Russi e per gli Austriaci, terminato pei Francesi. Agl’Italiani manca il cuore di musicare un inno patrio. La marsigliese dei Francesi. Gesù Cristo e lo imperatore Alessandro Severo. Come i cattivi costumi partoriscano le buone leggi. Il mal francese, e il mercurio. Ottime leggi in mezzo a gente prava, che cosa ci stieno a fare. Giudici e Carnefici. Santo Ivo, e pericolo che corre nell’essere tirato su in Paradiso. Lamartine che sia; suoi obbrobrii alla Italia; Suoi anatemi alla Grecia, e prima l’aveva benedetta. Il Sultano gli paga una pensione di ventimila franchi per anno. Niccolò Macchiavello. Bruchi, Cani, e Formiche repubblicane. Api Monarchiche. Da capo il Macchiavello in ballo. L’Asino se ha da portare sempre il medesimo basto non si deve muovere. I Francesi non capiscono questa politica. E nè anche gl’Italiani, che vorrebbero cacciare via il Re di Napoli spagnuolo con un re di Napoli francese. Mente di Napoleone I sopra il reame di Napoli. Miserie presenti, e presagii del futuro. Trattato di pace del 30 marzo 1856. Asino augure. Claudio. Marcello. Coraggio dell’Asino. Gloria marziale. Epiminonda. Washington. Bolivar. Se l’Asino desse la zampata al Lione moribondo. Avventura della Mula fiorentina. Asina di Balaam. Cani, Gatti, e Serpenti guerrieri. Vipere. Sermide. Tonni dichiarono la guerra ad Alessandro Macedone. Topi guerrieri. Scorpioni. Teredini di Olanda Pulci. Orillo. Leggi in pro delle Bestie. Compilatori del Regolamento di Polizia toscano. Repubblica di Francia, ed Asino del Poiteru. Tenerezze austriache per le Bestie. Amore materno di una Gatta. Carità romana cantata dal Byron. Ancora del Priore di San Simone, e sue parole a Caterina che spaventata fugge di casa. Ospedale degl’Innocenti. Figli naturali in [p. 41 modifica] Corsica. Suore della carità. Arciconfraternita della Misericordia nasce dalla bestemmia. Lucio Settimuleio. Amore coniugale dello Scimmiotto di Parigi. Cane del Re Nicomede, e pericolo delle mogli a lasciare l’uscio di camera aperto. Il cardinale Mai. Rimbrotto del poeta Malerba. Cani della prima rivoluzione francese; della seconda. Cane di Milano e parallelo co’ Cani tedeschi. Secolo d’oro. Scimmia che si mette gli stivali, crepa. Claudio lascia il tribunale per lo stufato dei Sacerdoti di Marte; vomita per mangiare da capo. Enrico I e Don Pedro di Toledo muoiono d’indigestione. Luigi XVI per un desinare perde la testa. Ghiottoneria dei preti. Lucullo e la sua ala di Apolline. Il Gladiatore moribondo. Effetti del diaframma ferito. Epilogo. Cannibalismo. Pane di ossa di morti, e di serpenti. Infami Giuochi di Borsa. Infamie di giornali. Melchiorre Delfuco. I Papi dei Cattolici, e dei Turchi bruciano libri, in che cosa gli uni superino gli altri. Francesco I d’Austria copia il Califfo Omar. Filippo il macedone si augura un po’ di disgrazia. Uomini trasformati in Bestie renuntiano alla umanità. Grillo. Frammento di commedia di Menandro. Platone. Dionigi di Siracusa ed Archeanassa.

Questo senso di armonia non gentile degli Asini soltanto, sibbene di altri animali in vista pari, o più zotici; così gli Arabi costumarono nelle carovane attraverso i deserti dare ai Cammelli invece di profenda una suonata, e certo milord inglese ai suoi Cavalli, affinchè si conservassero di buono umore, faceva di tanto in tanto suonare un bellissimo concerto. Che più? Nell’isola d’Islanda, narra Tommaso, [p. 42 modifica]Porcacchi, le Balene innamorate del suono della lira correre al lido e quivi lasciarsi prendere senza fare difesa1.

Casi più stupendi racconto. I Francesi a torto marcio calunniati, come studiosi della repubblica non si potendo dar pace che quell’anima buona del Re Luigi XI traesse i giorni sconfortati, con industre pazienza educarono una mandria di Maiali a condurre un bel ballo sul teatro di Plessile Torri; nè di ciò contento l’abate di Baigne (e tu ammira quanto lo sviscerato amore dei Francesi pei loro padroni fosse ingegnoso), mosso dal desiderio di bandire da Corte ogni malinconia, venne a capo di far cantare un dramma in musica ai prelodati Maiali. Dicono ancora che il Re prendesse tanto sollazzo dei canti di cotesti nuovi virtuosi, che volle per contratto fermarli al suo servizio, ma non vi riuscì per manco di destrezza del suo ministro barbiere; il quale dopo avere pattuita la mercede di centomila sacca di ghiande e firmata di questo la scrittura, fece intendere loro come in sostanza egli non ne avrebbe dato che ventimila. Se questa paresse novità grande ai Maiali, bestie, generalmente parlando, di buona fede, non è da contarsi; senonchè Oliviero procurò renderli capaci come con gli uomini cantanti si costumasse sempre così, mettendosi nei contratti una somma e pagandosene un’altra, e questo in grazia della [p. 43 modifica]ridevole vanità loro e per mantenerli in credito. I Maiali risposero che, in quanto a reputazione, essi non avevano mestieri, per la grazia di Dio, accattarne da scritture teatrali, e rispetto al resto governarsi con l’appetito, non con la vanità; però point d’argent, point de suisses, o metti cochons, che torna lo stesso, gli uni e gli altri vendendosi a libbre e forse peggio; anzi peggio addirittura, perchè i Maiali vendonsi per essere ammazzali, mentre gli Svizzeri vendonsi per ammazzare: o centomila sacca ghiande o senza Maiali; e per questo mandarono a monte il partito.

E come se cantare e suonare non bastasse, volemmo noi stessi servire per istrumenti. Quando quell’altra anima bella di Filippo II si condusse a complire il padre suo Carlo V a Brusselle, la città, come quella che devotissima era, volle dare ai regali ospiti suoi lo spettacolo di una magnifica processione. Dopo che furono difilati molti misteri devoti e molte sacre persone, religiosi tutti pii, tutti dotti, eccetera, un Orso in sembianza di Santa Cecilia poco innanzi al baldacchino suonò un organo composto di Gatti. Giovanni Cristofano Calvette ne fu l’arguto inventore, e la storia, che questo racconta, assicura eziandio che così inaudita armonia non deliziò mai orecchie umane e forse chi sa? nè anche celesti, ed io ci credo. Stavano i Gatti di vario tuono [p. 44 modifica]legati sopra una tavola bucherellata e le code loro immesse nei diversi buchi, mercè di cordicelle, erano attaccate ai registri dell’organo. L’Orso, toccati i tasti, tendeva le cordicelle, le quali con più o meno forza tirando le code ai Gatti li persuadeva a miagolare in cadenza. Dicono che l’Imperatore stesse lì lì per insignire l’Orso col Tosone d’oro, ma siccome egli era uomo di cervello (tanto è vero che si fece frate), considerando che mettere una Bestia sopra l’altra non garbava alla vista, ordinò si desse piuttosto all’Orso un paniere di mele. Di ciò molto lodaronlo allora, ed anche adesso io lo lodo; cogli Orsi ci vogliono mele, non tosoni.

Ai meriti armonici delle Bestie, che cosa avviseranno contrapporre i mortali? L’antichità della loro musica forse? Ma noi salutammo l’alba dei secoli con la medesima voce gioconda a sentirsi, con la quale cantammo loro il Miserere; mentre voi altri uomini, anche quando Venere nacque, zotici ed incolti non sapeste strombettare all’universo la Madre degli amori con miglior suono che di corni marini; di ciò ebbi prova nei tanti dipinti dove Citerea appariva precorsa ne’ suoi viaggi su le acque dai Tritoni co’ nicchi in bocca. Nella Scizia, ai tempi miei allettatrice di gole canore e di piedi leggeri, non troppi secoli prima Alea, udendo Ismenia suonare divinamente il [p. 45 modifica]flauto, giurò per gli Dei che in quanto a sè gli preferiva i nitriti del suo Cavallo2. Gli Svedesi in antico tanto ebbero in abbominio i musici, che ne concessero la strage, e questo si argomenta dal castigo dell’uccisore, il quale appariva piuttosto scherzo che altro; imperciocchè l’omicida del musico fosse per legge tenuto di dare all’erede del morto un paio di scarpe nuove, un paio di guanti ed un vitello; però l’erede non guadagnava mica tutta questa roba a bocca baciata; all’opposto gli conveniva acquistarla nel modo che sto per dire. L’omicida e l’erede del morto recavansi in cima ad un colle; quivi il primo metteva la coda del vitello insegata in mano al secondo, poi sferzava l’animale; se questo scivolasse (ed ordinariamente scivolava) di mano all’erede, invece del vitello aveva fischi e sassate. Da questa Svezia a quella dell’attrice Giannina Lind, il Rosignolo del settentrione, la differenza è grande3! I re dei Persi e dei Medii relegavano addirittura i musici fra i parassiti ed i buffoni, ma via, cotesti erano barbari e non fanno caso; guardiamo altrove. Ahimè! La causa umana in questa parte non diventa punto migliore. Platone consigliava incoronarsi di fiori i musicanti e donatili coll’obolo dei suonatori randagi accomiatassersi: più severo di lui Antistene denigrò Ismenia per uomo di gusti obliqui perchè tenesse in casa un tubicinante [p. 46 modifica]solenne; ad Alessandro Macedone che cantava il padre Filippo rimprocciando disse: vergògnati. — Essendo domandato più tardi al re Pirro in un certo concerto quale gli paresse migliore suonatore di Pitone o di Cafisia, rispose: il capitano Polispenonte; dando in questa guisa ad intendere che ad un Re non convenisse avere notizia di siffatte frivolezze, ma sì unicamente delle faccende guerresche e delle arti di governare i popoli4. Nè gli Ateniesi ebbero buon gusto, quantunque la fama li predichi elegantissimi fra i popoli di tutta la terra in fatto di musica, avvegnachè Antegenida musicante vedendo com’eglino dispettassero certo suo egregio alunno ebbe a dirgli tutto commosso: orsù, suona dunque per le Muse e per me5. Dei Romani non parlo. Scipione Emiliano e Catone il Censore avevano cari i musici come il fumo agli occhi; dannosi alla libertà, peste dei buoni costumi; onde anche più lardi, quando l’antica rigidezza era non poco decaduta, Augusto per mantenersi in buon odore si astenne dai canti e dai suoni. — La religione di Giove poco se ne avvantaggiò ed elesse modi semplici: quella di Cristo per lungo tempo ne rifuggì. Santo Atanasio, trovato avendo la musica in chiesa, ne la bandiva; Santo Ambrogio ce la introdusse da capo. Sant’Agostino, secondo il solito, avverte nelle Confessioni essergli venuta la [p. 47 modifica]pulce in capo se la fosse cosa buona ossivero cattiva, e poi ci pianta lì senza sciogliere il dubbio; secondo il suo costume di tentennare sempre, e non cavare un ragnatelo dal buco. E tanto dimostri, come tardi e tepidi amici dell’armonia gli uomini fossero. — Gli uomini vanteranno come i cantanti loro rimunerassero con tale stipendio che avrebbe potuto bastare a due ospedali, a quattro asili infantili e a sei refugi d’invalidi; come apice del dove possa arrivare voce a raccogliere quattrini allegheranno ancora la Giannina Lind menata intorno per l’America dal frappatore Barnum e in Inghilterra dal suo marito Goldscmtz, ma a ciò rispondo: questi meriti avrieno da allegarsi se adesso gareggiassimo per la elezione del papa dei matti; ma poichè si tratta di sapere chi della Bestia o dell’uomo fosse più savio, ci hanno che fare proprio come il cavolo a merenda: e poi, se ce ne giovassimo, nè anche cotesto vanto ci mancherebbe, chè certo Rosignolo donato ad Agrippina, la quale di Uccelli rari aveva, come sapete, vaghezza, pagarono un tesoro6. Per eccellenza nell’arte non avemmo pari. Certa gentildonna francese pei silenzi di una notte estiva presso una vasca nel giardino di Versaglia cantò una canzone del suo paese. Salomone, credimelo in onore di Asino galantuomo, ecco, pareva proprio una Gatta che cantasse il Tantum ergo: ora [p. 48 modifica]accadde che il dì veniente fosse rinvenuto nelle acque un Rosignolo annegato; non ci volle altro, perchè un Abate, tratto di tasca il lapis, scrivesse questa quartina, la quale tradotta in idioma italiano suona:

«Qui Medora cantò: un Rosignuolo
Il giorno appresso ci trovaro estinto;
Si era annegato il povero figliuolo
Preso dall’izza del sentirsi vinto!»

Spampanate oltrealpine! Io so di certo che il Rosignolo morì di calcinaccio. Noi superati dagli uomini, e dove e quando? In Primavera su l’aperta frasca migliaia e migliaia di Uccelli così dolcemente sfogavano l’ardente affetto verso il Padre delle cose, che la Natura stava a bocca aperta ad ascoltarci innamorata dell’opera delle sue dita, ed appena cessavano, i rivi gemevano, le foglie tremando sospiravano insieme pregando tornassimo da capo: non mai, discordi, sempre varii gareggiavamo di giocondezza co’ raggi giovanotti del sole e li vincevamo. A queste stupende melodi, a queste divine armonie, che ardireste di confrontare voi altri? Per avventura i concerti, pei quali Berlioz, raccattando musici in Francia e fuori, come branchi di montoni gli spingeva a Parigi. Chiamavano codesti assembramenti mostri e dovevano dire mostruosi. Misericordia! A chiunque gli udì parve ricevere un semestre anticipato delle pene eterne dell’Inferno. [p. 49 modifica] — Andiamo innanzi, vediamo un po’ quale uso facemmo noi di questo dono di Natura e quale voi? Noi lo adoperammo a ringraziare Dio e a porgergli umile sì, ma sincero tributo di lode: cantammo le glorie della Natura e la bellezza dell’universo: la manifestazione dei legittimi ardori commettemmo al canto; voi presto presi in fastidio il modo Frigio animatore della guerra e il Lidio prefico dei trapassati e il Dorico persuasore di cose sante7, con lazzi, scorbii e sazievoli smancerie rendeste in chiesa la musica sfregio, in casa lenocinio, in teatro bordello. Oh quante faville di stupri scoppiarono fuori dalle corde tese dei vostri pianoforti! Oh suonate a due, ma in ispeciale modo a quattro mani, assassine dell’onore maritale! Oh tasti, veri scogli acrocerauni del santo matrimonio, di quante spose antiche e novelle voi contemplaste i naufragi infelici! La Musica, ornato del vivere urbano e sollievo di studii virili, giocondava temperando i cuori; quando poi il costume pravo ne fece scopo non pure precipuo ma unico della vita, ecco veleno solutivo, di tutti il peggiore, solleticando i sensi attossicò gli spiriti, vani ella gli rese e frivoli e codardi. Arnesi di tirannide (cose incredibili ma vere pur troppo io racconto) diventarono saltatrici e cantanti. Principi cortesi gambe e gole con grossi salari presero a nolo e le ministrarono ai popoli soggetti, [p. 50 modifica]come l’Inghilterra l’oppio alla China. Così è vero questo che il governatore di Milano, udendo nel 1848 la marea della rivoluzione che cresceva, la tolse a scherno dicendo: con una Opera nuova ed una cantatrice di cartello aggiusto ogni cosa, ed in parte indovinava, in parte poi faceva il conto senza l’oste, e l’oste era il popolo che non va alla Scala, e se coloro che frequentano la Scala non fossero stati, ah! forse il nemico della mia povera Italia ripassava le Alpi per non valicarle mai più. Quale infamia tu non hai cantato, o Musica? Dicono, un solo dei tuoi alunni, il Marchesi, rifiutasse noleggiare la voce alle feste della nuova tirannide instituita da Napoleone Buonaparte in Italia8; se il fatto è vero, o Italia, quegli che si mostrò solo uomo fra i figli tuoi era eunuco. Entrata invereconda in Chiesa tu ci portasti, o Musica, le armonie delle scene e dei baccanali, il Santo dei santi nel benedire i credenti ebbe accompagnatura musicale pari a quella della prima ballerina quando comparve sopra il palco scenico: anzi le labbra vendute al teatro esaltarono le tue lodi nel santuario! E religione di Cristo fu ella questa? Sacerdoti sfacciati, ora quando i pagani osarono mai tanto? Qual lutto della Patria non celebrasti, o Musica? Qual dolore di popolo non inaspristi? Alleata al Te Deum tu hai colmo il sacco dell’affanno che non ha [p. 51 modifica]conforto. Altri scriva la storia del mondo e degli antichissimi suoi incoli co’ fossili scavati nelle viscere della terra; altri quella dei pianeti, occhi del firmamento: abbia chi vuole vaghezza di narrare le famiglie delle erbe e degli animali: frughino pure nelle rovine di Ninive, di Palmira, di Persepoli e e di Egitto: a me se l’ingegno e la comodità bastassero vorrei esporre la storia del Te Deum; storia complessa, molteplice, profonda; storia comprensiva di ogni altra storia, anzi di ogni facoltà, di ogni scienza dalla Teologia fino all’Ortopedia. Incomincerei, a mo’ di esempio, per raccontare come l’arcivescovo di Siena, nel 1799, udendo rotti i Francesi dagli Austriaci e dai Russi in Italia, andasse difilato al tempio a cantare il Te Deum in ringraziamento a Dio (quasi Dio si prendesse cura dei Russi e degli Austriaci e quasi che, cacciato uno straniero ed entratine due, si potesse senza bestemmia dire liberata la Italia); come nel bel mezzo della ceremonia il generale Miollis, venuto coi suoi Francesi in Siena, il Te Deum rimanesse in asso; come chiamato a sè l’arcivescovo e fattogli un cappellaccio, gli ordinasse di tornare in chiesa e finire il Te Deum per conto suo. L’arcivescovo, inchinato il generale, gli disse: — magari! se non vuole altro la sarà servito — e ridottosi al tempio del Signore compiva pei Francesi l’inno Ambrosiano che pei [p. 52 modifica]Russi e Austriaci incominciò. Tali le grazie dei preti a Dio! Or, non vi par egli che gli abbiano a tornare proprio gradite? O pazienza divina come inesausti i tuoi tesori! — Insemina, la meretricia Musica aveva siffattamente intisichite le anime in Italia, che quando vi successero i rivolgimenti del 1831 e del 48, fra la copia dei cervelli trovatori per mestiere di ariette e frottole, di cui è fecondo il paese, non sorse alcuno che sapesse musicare un inno degno della Patria e della Libertà. Nel 1831 presero in presto non so quale armonia ad una Opera detta Donna Caritea e la impastarono sopra uno strambotto diaccio e sbiadito quanto il sole di dicembre; nel 48 poi saltarono fuori versi e suoni, sbadigli veri di vecchiarella che, lassa di filare, si addormenti su la rocca, non gridi di Libertà che si desta scuotendo la criniera di Leone. In questo i Francesi più felici di noi, che dalle rovine della loro Libertà avanzarono un inno, eco immortale di voce che morì; mentre la Libertà italiana disparve intera senza che nè un canto la ricordasse, nè un poeta la piangesse, nè una cenere almeno avvertisse i posteri: qui arse l’incendio!

Siccome quando vedi molte boccie di medicine accanto il letto dello infermo tu argomenti la gravità della malattia; così dalle molte leggi tu poi misurare il grado di fracidume in cui un popolo giace. Qual [p. 53 modifica]Codice mondo valse mai a contemplare gli universi obblighi e i diritti e provvedere a tutti? Il Codice che solo aveva a reggere gli uomini, se fossero stati giusti, era breve davvero: Gesù Cristo lo dettò in due parole: — non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te. — E tale parve anche all’Imperatore Alessandro Severo, il quale quante volte castigava un nocente lo faceva bandire al popolo: anzi così lo reputava compendio e base di tutta onestà che volle si scrivesse nel palagio imperiale e sopra i pubblici monumenti9. Infatti Demonacte filosofo non senza molta sembianza di vero la ragionava in questa maniera: a cui buone le leggi? Se avrai santi i popoli, senza bisogno di quelle opereranno santamente; se iniqui, da commettere cose inique non li tratterranno. Una pertanto la regola del retto, e giudici per commentarla e applicarla alle varie contingenze, gli uomini di valore e che temano Dio. Tali e non altre furono le doti che Ietro suocero di Moisè persuase il suo genero a cercare in coloro che avrebbe preposto ai giudici del popolo d’Isdraelle, e Moisè conobbe che aveva ragione, onde, per quanto si legge nelle sacre carte, non chiese mai ai suoi giudici, il diploma di dottore laureato all’Università di Pisa o vogli di Siena10. — Fu opinione che i cattivi costumi partorissero le ottime leggi: se questo fosse o no falso non importa inquisire, [p. 54 modifica]imperciocchè se mai apparve vero, lo fu come se si dicesse che il mal francese fece trovare il mercurio; preme, per lo contrario assai conoscere se le buone leggi avessero virtù di sanare i rei costumi: e questo poi fu un altro paro di maniche, e dove badiamo al successo possiamo risolutamente giudicare di no. Quello che disse Michelangiolo in censura delle catene che legano gli archi delle logge dell’Orgagna, le fabbriche cioè doversi tenere da sè, non con le stringhe, con maggiore fondamento di ragione hassi da applicare alle Società: elleno devono reggersi in virtù di costumi buoni, non per via di puntelli, i quali potranno per maggiore o minore spazio di tempo impedire che ruinino, non già per fare che in vita nuova si ritemprino. Buona la medicina, troppo vecchio il male, e così gli infermi come i medici, chi prende il rimedio e chi lo manipola appestati tutti. Le ottime leggi in mezzo a gente prava stanno come la immagine della madre di Gesù a capo letto della peccatrice per vedere la colpa e farla più brutta. Presso la gente romana, palestra di ogni alta speculazione, non furono mai visti lauti giureconsulti egregi nè promulgate tante savie leggi come quando ella precipitava a rovina, anzi i più iniqui fra i Cesari larghissimi datori di ottimi provvedimenti. Non meno di ottocento ne bandì Antonio Caracalla. Rigido o piuttosto spietato a [p. 55 modifica]procurare che la giustizia da altri, non già da lui, si osservasse, Domiziano11. La bella scuola dei giureconsulti Scevola, Paolo, Papiniano, Ulpiano, Sabino, Alfeno, Africano, Fiorentino, Marziano, Gallistrato, Ermogene, Venuleio, Pomponio, Trifonio, Meziano, Celso, Proculo e Modestino fiorì, imperando Caracalla, Eliogabalo, Massimino, Massimo ed altra siffatta infamia di umanità.

Le leggi di Romolo dette Curiate poche; costui tenne il suo codice su la punta del brando; il dottore Numa fece di più, e così di mano in mano i re, che accolte da Papirio in un volume costituirono il diritto papiriano: dopo questo le leggi delle dodici tavole che tra le altre belle disposizioni vietavano alle donne di farsi la barba12; poi il gius Flaviano e l’Eliano; la legge Ortensia, il diritto del pretore, i plebisciti, i senati—consulti, le consuetudini, le risposte dei prudenti e via e via. Cesare che vinse il mondo ordinare un codice non potè, Pompeo nemmeno; Costantino scombuiò peggio di prima; Teodoro impastò alquanto alla carlona; poi gli venne in uggia; per ultimo tennero dietro Giustiniano imperatore e Triboniano giureconsulto, ed era tempo, conciossiachè le leggi dello impero fossero cresciute tanto da caricarne le carra o, come scrissero gli storici di allora, da farne la soma a parecchi Cammelli. Triboniano usò co’ giureconsulti vissuti innanzi a lui, come [p. 56 modifica]il Serpente di Mosè con quelli dei Maghi; gli mangiò tutti e fece un Serpente solo, ma il Serpente dopo essersi empitosi vuotò, ed i Serpenti morti uscirono alla luce giudici vivi, i quali dissero che il codice di Giustiniano era il disordine in architettura, magazzino da rigattiere tra sè discorde troppo e vana sovente e spesso anche muto; però alle tenebre aggiunsero l’oscurità, il caos al disordine; l’abisso chiamò l’abisso: l’arie o il mestiere del curiale convertirono in alchimia; avere ragione parve cosa cabalistica: gente patentata l’ebbe a dire e gente patentata ad ascoltare; le sostanze dei cittadini in mano a costoro parvero il marinaio caduto in mezzo ai pesci Cani: ed avvertite che i parafulmini trovarono, ma il para—giudici e il para—curiali non gli seppero trovare. I Serpenti morti convertiti in giudici vivi a loro posta cominciarono a partorire vermi cucurbitini che non finiscono mai in forma di decisioni, e di queste una disse di sì, un’altra di no, la terza come tutte e due, la quarta le disfece tutte e tre; il Diavolo si turò le orecchie e fuggì via a guarire la emicrania, mettendosi a letto accanto la incudine della fucina dei Ciclopi giù a casa sua.

Gli uomini gli mandarono una solenne ambasceria, affinchè si degnasse imprestare loro Minos che nello Inferno giudica le cause con la coda13, ma ei non se ne volle [p. 57 modifica]disfare avvertendoli che, senza frastornarlo, nel mondo avevano il bisogno: imitassero il dottore Francia che mentre visse tenne il timone del governo del Paraguay, il quale quando era eletto a giudicare qualche lite incominciava col buttare tutti gli atti della procedura sul fuoco e poi, banditi procuratori e avvocati, strettosi a parlamento con le parti, interrogava, udiva e in poco d’ora i più arruffati negozii decideva14: o meglio ancora richiamassero il giudice, il quale, scritto il nome dei litiganti su le ciabatte, le scaraventava al palco dandola tra capo e collo alla ciabatta prima cascata in terra15, ch’era propria il fatto loro, e così ordinassero ai giudici che d’ora innanzi avessero a definire i piati e la faccenda tornerebbe a camminare coi suoi piedi. Ma, ohimè! fin qui trattavasi di sostanze e non fu il peggio. Io non ho raglio che basti a vituperare le infamie dei giudizii criminali: mi astengo dalle lamentazioni, racconto fatti. Francesco I di Francia favellando un giorno coll’ammiraglio Chabot, il quale virtuosissimo uomo era, ma teneva del presuntuoso più di quello che si addica a cui vive in Corte, gli disse: i principi possedere sempre facoltà di far capitare male sotto sembiante di giustizia qualunque dei sudditi fosse venuto loro in fastidio, comecchè per altra parte innocente, e se egli, avesse voluto [p. 58 modifica]l’ammiraglio condannato a morte, con molta agevolezza gli verrebbe fatto di conseguire. Chabot fiero rispose: ch’egli non avrebbe potuto. Quinci la iniqua gara del re. Chabot sostenuto è consegnato al Cancelliere Poyet, il quale aveva preso a cottimo di condannarlo a morte; aguzza i ferri costui, fruga e rovista: nulla; non trova parte dove attaccare le zanne; da capo crivella il povero ammiraglio e non n’esce fuori altro che, stando a governare la Normandia, egli aveva riscosso senza diritto durante il mese di Aprile del 1536 ventotto soldi per barca incamminata alla pesca delle aringhe e lire sei per battello reduce col pesce; su questo fatto arzigogola non si sa come l’accusa d’ingratitudine, delitto che, a dire suo, secondo le antiche ordinanze meritava la morte; i suoi colleghi che sapevano qual buona lana ci si fosse intimaronlo ad esibire la ordinanza; non fu trovata e tuttavolta condannarono l’ammiraglio alla prigionia. Francesco I che per sgararla voleva la morte prese in odio il cancelliere che invece di vincerla l’aveva, per così dire, impattata; onde più tardi ordinò che appiccassero a lui la medesima accusa d’ingratitudine e lo condannassero e fu condannato. L’ammiraglio dimise, però che fosse giuoco come i re costumavano, ma in fine giuoco; col Poyet fece davvero ed egli ebbe a tirare il calcetto nella Bastiglia16. E come in Francia, nella [p. 59 modifica]Inghilterra, e forse peggio; sotto il regno dì Carlo II Jefferies servendo agli odii dei protestanti, affilata la legge come un coltello, ne assassinava i cattolici; poco dopo, regnando Giacomo II ministro delle vendette cattoliche, egli macellò i protestanti. Un giorno il popolo perse la pazienza e lo ammazzò a sassi e a bastonate, come si costuma co’ Lupi; ma l’esempio non valse. Poichè la legge, perduta la coscienza, diventò atea, i giudici apparvero schifosi d’immane luridezza; aiuto e molestia ad ogni maniera di tirannide furono essi, e sovente più feroci della tirannide stessa, la quale ben volle che versassero il sangue, non già lo leccassero: anzi, quante volte il tiranno fece sembianza, tigre satollo, di contrarre gli ugnoli, eglino si opposero. Durò quindici giorni (che più lungo ricordo la scellerata italica frivolezza non consentiva) la memoria in Italia di quel Borgarelli presidente del Senato di Torino, il quale atterrito dal decreto del re Vittorio Emanuele che statuiva, di ora innanzi il regio potere non si sarebbe mescolato nei negozii domestici dei cittadini, menando codazzo del corpo amplissimo dei suoi colleghi tra le altre cose degne disse; — Sire, rammentatevi, le antiche leggi delle Stato essere la tutela della sicurezza e dello splendore suoi: non consentite che mani indiscrete vi rechino cangiamenti; le nuovità menano sempre seco grandi sciagure17! — Pare[p. 60 modifica]vano sostegno, ed erano molestia alla tirannide, perchè intenti a roderla come i formicoloni di sorbo, usurpando a benefizio proprio le prerogative di lei; di questo somministrarono esempio i parlamenti di Francia, i quali, a lasciarli fare, di giudici diventarono prefetti di palazzo e balii del re. Però taluno fra i principi ebbe i giudici in parte di gentame che avesse appigionato loro a un tanto il mese la faccia di ottone, e le mani di ferro, chè di anima non si ha parlare nemmeno; una cosa di lusso, una maniera di prezzemolo nelle polpette, mantenuta così per non parere, e più per altro per tirare le castagne dal fuoco con le zampe del Gatto. Si conoscevano, si odiavano, si disprezzavano e si ossequiavano. I giudici pronunziarono le sentenze di morte e di galera, come i musici nelle orchestre suonano con le note sul leggìo composte avanti dal maestro di cappella; e il fatto lo dimostra. Certo spagnuolo di una legnata sul capo ammazza un lanzo che gli aveva fatto ingiuria; il buon papa Sisto V comanda glielo impicchino caldo caldo; e al governatore di Roma, il quale lo avverte della necessità del processo, risponde: — or bene, via, lo processino nelle regole, io non voglio mica usare forza alla coscienza dei giudici, a patto però che lo mandino alle forche prima di mangiare ed avvisateli che stamane mi sento fame18! [p. 61 modifica]Dopo un papa che dava l’esempio imitatori non mancarono, massime in Italia; un Ferdinando I o II che io non ricordo bene, ma quel desso belva incoronata che strinse nelle regie zanne Napoli nel 1849, mandava a dire al consiglio di guerra giudicassero con imparzialità gli accusati, ma si sbrigasse, dacchè la compagnia dei giandarmi preposta a fucilarli prima di sera dovesse restituirsi ai quartieri. Trucemente buffone in cotesto paese il presidente Navarro, caso mai si accorgesse che i colleghi inchinassero a mitezza, si levava da sedere e, girando attorno la tavola, non senza lacrime gli scongiurava per amor suo, per amore delle cinque piaghe di Gesù aggiungessero un anno alla galera; se non riusciva a conquistare un anno instava per un mese, e se neppure il mese, almeno un giorno gli dessero; un giorno solo per letificare l’anima del collega che cosa mai era19? Dio un giorno gli toccò con la cangrena il cuore e non gli dette il suo avere. E come Napoli ebbe Navarro, così non difettarono nella rimanente Italia i Navarrini, i quali abietti, plebeissimi e vilissimi da per tutto si meritarono la lode che il duca di Wintoun celebrò dei giudici inglesi nel 1715: — voi fate come nelle terre dei selvaggi, dove il mestiere del carnefice si mescola con quello di giudice. — Così è, boia e magistrato assunsero in certi paesi, che vergogna mi prende a rammentare [p. 62 modifica]soltanto, indole di beneficii senza cura di anime, i quali possono comularsi sopra la medesima testa. Da per tutto fronti dove si poteva battere moneta; da per tutto impudenza da fare svenire di vergogna la sfacciataggine stessa; da per tutto ignoranza da misurarsi su la stadera dell’Elba, di cui la prima tacca è sul mille, non curando i fischi del mondo, condannarono di lesa maestà gente e popoli traditi per conto di principi ipocritamente traditori. Insomma si venne a tale, che il popolo, il quale senza accorgersene è la coscienza dei tempi, quello che fosse diventata la giustizia, significò col chiamare giustiza opera del boia e giustiziato il misero condotto e guastarsi.

Qual meraviglia pertanto se in questo finale giudizio abbiamo veduto andare all’inferno non pure giudici tristi, ma a dozzine anco quelli, che nell’altra vita passarono per buoni? La doveva andare così: badate, le mille volte io gli ammoniva, tutti i nodi giungono al pettine — non vollero dare retta, peggio per loro! E sì che oltre i miei documenti, i quali pure avevano a bastare, non mancarono loro quelli di persone religiose, anzi sante. Narrasi dalla Cronaca dei Minori osservanti20 come ci fosse una volta un solennissimo dottor in utroque jure, il quale teneva ragione a Civita Castellana in nome del papa. Ora accadde che certa sera standosene egli col capo appoggiato alla finestra [p. 63 modifica]del pretorio prospettando la sottoposta campagna per riposarsi delle fatiche del corpo gli venisse fatto vedere un garzone porcaio, che si dava il maggiore affanno del mondo per ridurre i Maiali allo stabbio, ma quegli non ci riusciva. In questa eccoti sopraggiungere un compagno del garzone di faccia sinistra e di maniera acerba che, visto lo impaccio di lui, incominciò a garrirlo dicendo: che Dio ti mandi il mal giorno e il male anno, omai ti se’ fatto grandicello e contando degli anni più di nove non hai anco appreso l’arte di fare rientrare i Maiali nello stabbio? Dà retta, girellone che le lo insegnerò io. Allora voltatosi alla mandra dei Porci in guisa che sentissero tutti, si mise a gridare: — Maiali, Maiali, entrate nel porcile nel modo stesso, col quale i Giudici entreranno nell’inferno. — Stupendo a un punto e terribile a dirsi! Appena egli ebbe profferito cotesto scongiuro, i Porci a scavezzacollo traboccarono in fretta contro lo stabbio provandosi vincere l’uno l’altro con tanta furia che fra loro urtavansi e mandavano sossopra; taluni ebbero ammaccate le costole fra gli stipiti, altri si ruppero il grifo; ci fu perfino chi crepò di botto. Il Giudice preso da paura e parendogli, come veramente egli era, cotesto, avviso di Dio, renunciato tosto l’ufficio si ritirò dal mondo rendendosi frate nella regola, dei Minori osservanti di San [p. 64 modifica]Francesco insieme con un suo figliuolo. Ebbe questo bene avventurato Giudice nome di Giovanni Parenti e riuscì tanto perfetto nelle vie del Signore, che pe’ suoi meriti venne promosso a primo generale dell’Ordine. Con questa santa risoluzione egli giunse a scansare la pena dei malvagi giudici, avvegnachè sia da credersi, che gli uomini dabbene potessero esercitare il magistrato senza pericolo della salute eterna, come accadde appunto a santo Ivo, il quale zelando le faccende delle vedove e dei pupilli meritò la gloria del paradiso. Però come Asino scrupoloso io intendo riferire le osservazioni critiche che udii muovere nell’altra vita intorno a questo racconto, le quali si restringono nelle seguenti: che santo Ivo non era giudice, bensì avvocato; ma qui per via di confutazione opposero che l’obbietto non faceva caso, perchè la cosa andava fra il rotto e lo stracciato: e l’altra, che quando si ebbe a tirare su santo Ivo, dei quattro cavi a cui lo raccomandarono se ne stiantarono tre, e se non era san Cristofano prima, che trovandosi ad essere uno di quelli che tirava, gridò a tempo: acqua alle corde, come il genovese quando Domenico Fontana levò sopra la base l’obelisco in Roma, e san Francesco poi, che per onore dell’ordine accorse con un secchio pieno di misericordia di Dio, anche santo Ivo andava a rotoli a casa del diavolo. Ma forse [p. 65 modifica]ell’erano novelle, ed io le ho dette piuttosto per imparzialità che per crederci, epperò me ne lavo le mani. Noi altre Bestie non avemmo giudici fra noi, dacchè nè anche conoscemmo misfatto. Il nostro Cambiagi21 fu la Natura la quale, invece di stampare i lenzuoli ed impastarli ai canti, fece una legge breve e ce la impresse nel cuore: questa legge religiosamente osservando avemmo in tasca i giudici.

Quantunque conoscessi anticipatamente la vanità delle mie, ricerche, non omisi diligenza per investigare negli archivii di casa, se alcuno Asino fosse stato legislatore e, come presagiva, fu: non però così delle altre Bestie, imperciocchè tu hai da sapere come uno degli antichissimi imperatori della China andando a diporto lungo le sponde del mare vedesse salire su fuori da quello una Tartaruga, la quale gli portò scritto su la groppa di scaglia un Codice intero, ed egli avendolo esaminato a dovere e trovatolo al caso, senz’altra fatica l’applicò ai suoi popoli. Io non saprei affermarti la novella vera e neanche screditartela per falsa: fatto sta che il popolo chinese teneva della Tartaruga dalla cima dei capelli alla punta dei piedi, onde in quattromila anni si trovò a non aver fatto un miglio22; e parve che qualche altro popolo lo volesse imitare in Italia, non fosse altro nelle leggi sul matrimonio civile. Conosco eziandio le [p. 66 modifica]pretensioni delle Cavallette, dei Granchi, e dei Gamberi al componimento delle leggi del mondo, dacchè le Cavallette sostenevano avere dettato quelle che saltavano avanti, i Granchi le altre che camminavano di traverso e i Gamberi quelle che stornavano; ma coteste erano grullerie, chè gli uomini sapevano saltare, andare storti e a ritroso senza mestieri Bestie. Basta; in quanto a me ripeto che gli Asini non furono legislatori..

Non so se tu abbi mal sentito parlare di un certo coso chiamato Alfonso Lamartine: uomo parmi non si potesse dire, bensì piuttosto un organo di Barberia, conciossiachè mettesse tutto in canzona, e prima di ridurre la storia dei varii popoli di Europa in ode saffica, aveva svaporato la Rivoluzione di Francia in ditirambi23. Un giorno condusse la sua pallida Musa per le terre d’Italia, come i milordi inglesi costumano menarci le moglie tisiche, e poichè le sgronchi chi, le membra intirizzite col calore delle ceneri dei nostri sepolcri, e rifatto su le guancie un po’ di vermiglio con le vampe dei nostri soli, l’accomodò per fantesca in casa Byron per reggere lo strascico alla musa di cotesto signore. E fin qui non ci era niente a ridire; ma il cuore e il cervello di costui assai somigliavano al mondo disfatto, dove mentre un lato appariva luminoso l’altro s’intristiva nella oscurità; quindi da quella, malvagia bestia, ch’egli era, tirando calci [p. 67 modifica]al vaglio dove aveva pasciuto la biada medicò, coll’aceto e col fiele le piaghe di un popolo desolato e in premio delle liete accoglienze gli disse vituperio. Colà in Grecia la sua Musa, sentendo un po’ di passione per riverbero, cantò onestamente di seconda mano le glorie antiche, i gesti moderni e le speranze future. Appena passato un quarto di secolo, eccolo vecchio, senza capelli, senza denti e senza cuore sputare in faccia alla inconsueta e ormai stantia generosità sua. In sembiante di pubblico penitente, alla presenza della Europa che lo guarda e ride, ora si picchia il petto domandando perdono, se un dì desiderò la Grecia cristiana libera dai Turchi: confessa il peccato di aver contraddetto che le zampe dei Cavalli monsulmani recavano seco la pace, la prosperità, ed ogni bene di Dio, e dal baleno della scimitarra uscisse più lume di civiltà che dai libri di Platone; la Croce di Cristo conficcata nel centro della mezza luna con le punte in su starci proprio d’incanto, come un pargolo nella culla. Su nell’Olimpo ei non vede più Numi, bensì Mercurio fatto pirata, Giove palicaro, gli Dei Consenti klefti24 compreso le donne; le sponde del Caistro pantani, domicilio di Ranocchi, il fonte di Aganippe dove venivano ai lavacri le Sante Muse, una vasca da Oche, Socrate un cavadenti, e Maratona un campo da seminarci patate. Davvero egli non [p. 68 modifica]si raccapezza nemmeno come abbia fatto a desiderare che la Grecia uscisse dai paterni artigli della Porta ottomana, nè sa vedere come la dovrebbe o potrebbe affrancarsi. Hai ragione, galantuomo, hai ragione; tu non ci puoi vedere dopo che li cascò un bruscolo nell’occhio; bruscolo di ventimila franchi di pensione, che il Sultano ti ha dato o tu l’hai presa col titolo di bostangi della Grecia25, onde tu gliela cucissi dentro un sacco e mazzerasse nell’arcipelago come si costuma con le odalische infedeli. Un giorno il Diavolo allegro disse: in Toscana corre il proverbio: uccello in mano a un fanciullo, giovanotta in mano a un vecchio, e cavallo in mano a un frate sono tre cose strapazzate; io vo’ che d’ora innanzi le sieno quattro mettendo la Francia in mano a questo fanfano: giuoco le corna se dentro sei mesi ei non si guadagna una statua incoronata di bietole col motto:

Ei fece di una trave un nottolino
E dell’asta di Achille un temperino.

Nessuno volle tenere la scommessa, però che saltasse agli occhi di tutti che il Diavolo giuoca col pegno in mano. Mentre costui governava o piuttosto nabissava la Francia, certi valentuomini delle parti d’Italia gli si fecero innanzi ammonendolo: badasse bene, Iddio avergli messo in mano la impresa più grande che fosse mai stato da [p. 69 modifica]secoli in poi: raunasse i popoli di stirpe latina intorno la Francia e ne componesse quasi un fascio da littore; minaccia di verghe e di decapitazione al barbaro che più che di passo alle contrade natie non tornasse o quinci molesto irrompesse: divina opera restituire la Patria della gente quirita: vanto immortale affrancare la Terra, che alitando dal cuore oppresso accese la favilla dell’intelletto di Dante, di Galileo, di Macchiavello. Ora quando dopo di avere in cotesta sentenza favellato gli Italiani attendevano parole gravi e degne dell’argomento, costui prendendo un bocciuolo di canna rispose bolle di sapone, una delle quali rompendosi lasciò cadere sul nome di Niccolò Macchiavello una stilla di acqua sordida, imperciocchè, quasi per modo di rabbuffo, avvertiva gl’Italiani a vergognarsi di contare fra le loro glorie il Macchiavello.

Niccolò Macchiavello non ha faccia di Sfinge; preciso come un triangolo, esatto come un problema geometrico, non fa bisogno di altro che di retto intendimento per penetrare i suoi consigli. Lui compresero tutti gli ingegni gagliardi da Francesco Bacone fino al moderno Gotifredo Gervino, ma non fu pane pei denti di Lamartine. Io so che molti già esposero quello che sto per dire, ed io pure altrove ne favellai, ma l’esperienza mi fece scorto che l’errore vinto iu tutto dalla verità, la vince in [p. 70 modifica]questo, che nella pertinacia è più fermo di lei: non confidi pertanto la verità di superare il suo eterno avversario con l’evidenza e bontà dei precetti, dove non sia tenace a riedificare quanto l’errore si mostra fastidioso a distruggere. Tre cose, si apprende dal Macchiavello, fanno di mestieri ad un Popolo: ch’egli sia franco dalla dominazione straniera, integro e libero; difficile conseguirle tutte in un tratto a popolo nascente, impossibile poi a popolo che, decaduto per vizii proprii e per ingiuria esterna, attenda a rigenerarsi. Badate al primo ed al secondo scopo, però che questi stieno come legati insieme: ad acquistarli poi tutti i partiti sono buoni, come pure anche tutti gli uomini quasi, e quasi tutte le passioni, quantunque ree, cupide e ingenerose. A costruire un tanto edifizio, grazia di Dio sarebbe avere in pronto uomini eredi della virtù romana; all’opposto ci occorrono lebbrosi di corruzione; non importa, piglia gli uomini come sono pel fine di farli diventare come devono essere. Se presumi per incominciare, ch’essi si rendano od altri gli renda virtuosi, gli è fiato perso; prima perchè la virtù pubblica nasce dalla Libertà e non la genera e questo è vecchio; poi perchè non potrai fare senza l’aiuto di quelli che la Libertà fastidiscono; terzo finalmente, gli stessi principi troverai restii a prendere le mosse dell’affrancare anche in parte i popoli dalla vecchia tirannide col [p. 71 modifica]pretesto che immaturi alla Libertà ne abuseranno, la quale cosa suona repulsa espressa, dacchè davvero io non ho mai veduto al mondo tirannide la quale intenzionalmente o con le pratiche tolga il carico di educare i popoli a bene adoperare la Libertà; però questo è quanto dire, io pretendo gli uomini in perpetuo soggetti ad assoluto dominio. Tu per tanto ti attendi a trovare gente subdola, codarda, dei proprii comodi smaniosa, avara del suo, cupida dell’altrui; ti attendi a trovarla eziandìo del servaggio cultrice o indifferente, della patria immemore, alla virtù (ultimo male!) irrisora; in Italia specialmente in fino all’osso rosa dalle marmeggie sacerdotali, troppo più funeste degli Unni, dei Vandali e degli altri barbari antichi ormai passati e de’ barbari moderni che passeranno; prendi di tutto; ogni sasso per gettarsi nei fondamenti buono: e se tu cerchi gli esordi degli avi non avrai da rallegrarti; simbolo e precetto la divina Commedia del tuo Allighieri, per salire in paradiso gli è forza rifarci dallo inferno. Le terre d’Italia sono tutte piene di tiranni, cagione di debolezza e di servitù; aiuta uno a divorare gli altri; diventato questo unico e grosso potrà misurarsi, con maggiore o minore probabilità di buon successo, col nemico straniero e respingerlo oltramonte. Torre di mezzo questi tirannetti con guerra aperta la sarebbe ardua, però che il [p. 72 modifica]comune pericolo li persuaderebbe a metter giù gli odii e stringersi in lega, e posto ancora che si potesse vincere, la Patria ne anderebbe da cima in fondo a soqquadro ed nell’ultimo si troverebbe esangue alla impresa della cacciata dei barbari. Il Valentino doveva confortarsi e secondo le forze promuovere, non perchè meno tristo, ma perchè più potente degli altri e più capace di appetiti grandiosi: costui sovvenuto dalle armi pontificie, non inviso alla Francia, l’orto degli arnesi papalini, sroventati, è vero, tuttavolta non anche gelidi affatto, benvoluto dai popoli, a cui pare ventura trovarsi flagellati con le funi anzichè co’ bastoni, sembrò destinato dai cieli a diventare l’undecimo Luigi d’Italia. La faccenda di Sinigaglia fu tanto lavoro fatto. La rea fortuna avendo tronco i disegni bisognò indirizzarsi a Lorenzo dei Medici ed insegnargli non già il modo di reggere magnanimo Popoli virtuosi, che questo fu dichiarato nei discorsi intorno le Deche di Tito Livio, bensì quello di affrancare la genie italica fradicia fino alle ossa dalla dominazione straniera. All’altro aveva da provvedere il tempo, e la fortuna non sempre contraria. Avrà la Patria salute quando troverà persona, che alla salute dell’anima preferirà quella della Patria. Così in iscorcio il Macchiavello ammaestra.

Io con la mente immagino Niccolò [p. 73 modifica]Macchiavello ristretto a parlamento con Alfonso Lamartine, e parmi sentirlo dire proprio così: — odi, figliuolo; tu hai detto che se la Duchessa d’Orléans consigliata da te avesse profferito non so quali parole, la rivoluzione non sarebbe successa: ora vedi, queste cose non le avevi a dire, però che ti chiariscano addirittura bugiardo o gocciolone: bugiardo, s’elle erano, come ordinariamente accade tra voi altri francesi, sparate: gocciolone, s’ell’erano per lo contrario vere. Pon mente, donde la necessità di mettere sottosopra un Popolo se con poche parolette uscite da labbro di femmina si aggiustavano le faccende? Tu in cotesto modo favellando chiaristi la Repubblica essere stata posta sopra le spalle della Francia, come la croce su quelle di Cristo: tenere peggio che di lattuga le barbe della Repubblica, mentre per prosperare ha bisogno di cacciare profonde le radici più che di quercia, e desti avviso e conforto altrui per isvellerla e buttarla via pianta parassita o maligna. Ancora tu in altro metro cantasti l’antica canzona dei Principi quando alcun Popolo si leva, e non lo vogliono aiutare: ognuno per se, e Dio per tutti; ovvero per la Francia sono l’oro ed il sangue francesi: dovevi avere atteso a questo che i Principi fanno quando taluno di loro pericola: allora data tregua agli astii, reputandosi obbligati in solido ad avversare [p. 74 modifica]qualunque moto di Popolo, sovvengono lì pericolante alla scoperta, e se così non possono, di celato. Capo di genio, che rigenerandosi intende rigenerare, dovevi oggimai avere appresso come la sentenza suoni vera così: ognuno per se, Dio per nessuno. La maledizione che i tiranni mandano ai Popoli non dice mica: cascate morti; chè questo tornerebbe a danno anco di loro, bensi; cascate sordi, onde l’uno non senta l’altro o si rimanga neghittoso a vederlo cascare, e perchè rimasti soli riescano ad ammanettarli agevolmente da capo. I Popoli, sia che non sappiano o dimentichino l’arie di sodarsi fra loro, la quale troppo bene sanno e rammentano i Principi, sono precipitati sempre e precipiteranno. Nè ti scusa punto l’istanza che affermi esserti stata mossa da gl’Italiani di astenerti dalle loro faccende: imperciocchè tu sai che simile istanza fu menzogna di re più aborrente i sicuri danni, che voglioso dei benefizi probabili delle armi repubblicane: tu non dovevi accorciare i passi della Repubblica per pareggiarli a quelli di un re: essendoti raccomandata la causa della umanità, e tu avendola presa in mano, dovevi regolarti con la cura della salute e dei pericoli di questa. Quel tuo concetto di accorrere in aiuto della Italia, caso mai rimanesse vinta, fu peggio che stolto; però che torni sempre difficile cavare la pietra dal pozzo quando ci è cascata, e la occasione [p. 75 modifica]sia calva per tutti così popoli come individui, e il fatto lo provò, che presto mutando le voglie, i tempi e la ragione dei tempi non avendo fatto potere alla Francia quando voleva, più tardi non volle, anzi disvolle; e trattenuta dal sovvenire la Italia venne a nuocerle. I Popoli grandi e forti, letificati da Dio con le benedizioni della Libertà, hanno l’obbligo di reggere col consiglio e con le armi quelli che si levano ad acquistarla od a ricuperarla, sotto pena di trovarseli morti sopra le braccia; tu all’opposto ti restasti con la bocca aperta a vedere il turbinìo della rivoluzione, augurando il finimondo. Quanto è più riarso il terreno dagli estivi ardori, tanto per poco di vento che si levi andrà ingombro di nembi di polvere, i quali oscurano il cielo e lo aspetto delle cose tramutano. Indi a breve, cessato il soffio, che rimarrà dello scombuiamento? Nulla: un po’ di polvere, trasportata da un luogo ad un altro. Come il fanciullo si accosta all’orecchio la conchiglia, e udito il ronzìo che mena l’aria nel cavo tripudia, tu ti ci recasti il coccio della tua vanità e bambinasti funesto agli uomini più di trenta Tiberii: adesso, cerretano, a che rimani? Non contento di mal fare, ora ti rendi sazievole col mal dire. Forse le Muse ellene e le ausonie da te bestemmiate ti serbano in vita per mostrare al mondo che il marito dell’Aurora tramutato in Cicala non fu favola antica26. [p. 76 modifica]

Nato pertanto o cresciuto nella patria di Niccolò Macchiavello, non fa specie s’io giorno e notte mi versassi nella politica: ed avendo cercato con amore il suo volume, egli m’insegnò parecchie sentenze e belle, le quali a ridire tutte ci vorrebbe troppo: favellerò di alcune. Egli mi disse che il Popolo vissuto in servitù riesce ottima leva per alzare pesi, ma guai se si avvisa da un punto all’altro affibbiarsi la giornea di architetto: tolta via la iniquità degli ordini antichi, essere urgente che i cittadini illustri stringansi a fare argine con gli esempii, i costumi buoni e il coraggio egregio, finchè dietro a loro non se ne fabbrichino dei nuovi migliori. Parlisi al Popolo di diritti e di doveri, ma più di questi che di quelli, e non si consenta che a modo suo e spontaneo gli eserciti; tanto varrebbe ad uomo, per arte del cerusico liberato appena dal male delle cateratte, dargli a leggere la Biblioteca del Viaggiatore impressa per David Passigli e Compagni. L’uomo è animale di abitudine, e finchè questa non resti vinta dallo studio e dalla pratica contraria se lo lasci in sua balìa tornerà a fare lo stesso. Piglia un paio di dadi e sopra le sei faccie del cubo segna un uno e poi tira e ritira e tira poi: quanto leggi su i dadi? Assi sempre. Or fa il tuo conto: la tirannide stimmatizza le popolesche anime da tutte le bande: viltà, viltà, viltà. Miracoli in politica o in arme non attenderò mai; Dio sta con chi [p. 77 modifica]ha più cervello e i battaglioni più forti, e concesso che si rinnovasse la piscina miracolosa, avverti a questo ch’ella mandò la lebbra del corpo, quella dell’anima non avrebbe potuto, però che il sommo Dio statuisse che laidezze dello spirito gli uomini abbiano da purgare con le proprie virtù. Piglia l’uomo qual’è, ti ripeto per farlo diventare quello che dev’essere, sminuzzagli il cibo della Scienza, esempii buoni gli puoi dare a carra ed usa diligenza ad ampliargli e migliorargli il cibo corporale perchè egli consti formato di anima e di corpo, e se nel comune del popolo arriverai a pareggiare le aspirazioni di quella con gli appetiti di questo segnala col carbone bianco: avertendo ancora, che la tirannide si lascia scappare di mano il Popolo bagnato e cimato da lei quanto più può materia, e trista e malvagia e pestilente materia. Per le quali cose tu pensa, o Re, se io mi ebbi a sbarrare gli occhi e intirizzire gli orecchi quando i Repubblicani pestarono le mani e i piedi per commettere in mano al Popolo, pur ora uscito dal guinzaglio, libero il suffragio per provvedere alle cose sue. Plausero al nuovo trovato i nemici della Libertà, memori del detto; loda il pazzo e fallo correre; imperciocchè presagissero che il somiero lasciato in sua balia si sarebbe restituito agli antichi presepii. Come questi suffragi riuscissero io non vo’ dire, contento ad affermare che il [p. 78 modifica]Pidocchio a paragone dell’uomo fece prova di maggiore giudizio di lui.

Come il Pidocchio? Che cosa ebbe ad eleggere costui? Un poco di pazienza; non v’inquietate, Bestie illustrissime, chiarissime e reverendissime, che ve lo racconterò. I priori di Aremberga nella Vesfalia avendo sperimentato parecchi modi di elezione per creare il podestà e trovatili tutti fallaci, deliberarono commettere un tanto ufficio alla discrezione del Pidocchio; ed ecco il modo col quale procedevano. Gli eligendi sedutisi intorno ad una tavola, piegato il capo, con le barbe loro venerabili toccavanla; allora, adoperate le debite cerimonie, ponevano in mezzo di quella il Pidocchio, il quale soffermatosi alquanto per considerare maturamente la diversa generazione delle barbe e tutto quanto era degno di esame, dopo avere invocato quello che disopra o disotto invocano i Pidocchi quando eleggono i podestà, con piena conoscenza di causa difilato contro la barba che gli era paruta più giusta ed arrampicandosi su pei peli eleggeva il sindaco di Aremberga27.

I Persiani andarono convinti di questa verità; imperciocchè, spento l’usurpatore, commisero la elezione del Re al nitrito del Cavallo; quello di Dario nitrì e lui elessero; come poi il Cavallo di Dario prima di quello degli emuli suoi nitrisse e per quale accorgimento, io mi vergogno dire. L’Alfieri [p. 79 modifica]nelle sue commedie non dubitò raccontarlo: ma egli era conte, ed io sono un Asino. Questo però ti affermo che avventuroso saria stato il mondo se molti fra i re non avessero dovuto obbligo della corona a partito più tristo di quello che il palafreniere di Dario adoperò.

Il Macchiavello m’insegnò ancora che le perpetue contenzioni degli uomini intorno ai diversi modi di reggimento erano fisime prette; conciossiachè, esemplificando alla sua maniera, mi fece conoscere che Silla e Mario ressero una repubblica, e Cleomene ed Agide furono re. Il Popolo è un creditore, i Principi debitori; se questi per malvagità propria o per vizio di pubblico costume sono imbroglioni e bindoli, e se per vilezza dei Popoli lo ponno essere impunemente, a che montano patti leggi e statuti? Le leggi, fu detto ab antiquo e bene, sono tele di Ragnatelo che chiappano le Mosche e dai Bovi sono rotte. Siate meno cupidi di avere, seminate amore di Patria, non bandite il sagrifizio ma fatelo, disprezzate la vita; ed allora nelle Repubbliche non si vedranno comparire Silla nè Mario, e nei regni torneranno a governare Cleomene ed Agide. Fatti vogliono essere, non parole; e chi vuole cavare dai tiranni cappa o mantello, baratti nella bottega del beccaio la sua lingua col pugnale, col quale Virginio consacrò agli Dei infernali il sangue della [p. 80 modifica]figliuola e il capo di Appio Claudio. Infatti passata un po’ di rassegna nella famiglia degli Animali, trovai, che quantunque i Bruchi, i Cani di Mistra e le Formiche si reggessero a Repubblica vivendo insieme senza capi e del continuo vaganti28, e le Api a monarchia, tuttavolta gli uni e le altre lietamente passavano il tramite vitale assegnato loro dalla Natura perchè nelle voglie parchi, di retti appetiti, non ingiusti, non ladri e, quello che pareva anco più efficace alla duratura loro prosperità, inconsapevoli di sacerdoti, di soldati e di giudici. Le Api però si mantennero contente della monarchia a questo patto che, educati parecchi Re, scegliessero il meglio, il quale si conosceva dalle macchie nere sul corpo e gli altri, come inutili o pericolosi, ammazzassero29. Ed in questa guisa anche fra gli uomini la monarchia avrebbe potuto andare, ma no, essi s’incaparbirono a volerla istituita di maniera che il figliuolo succedesse al padre, al nonno il nipote a gatta in sacco senza neanco badare se avessero la macchia nera sul corpo o che altro, che valesse a distinguere il birbo dal galantuomo; nè a farne smettere la usanza valse la esperienza, la quale dimostrò che quando si trovavano principi come i polli di mercato, uno buono e l’altro cattivo, bisognava appiccare il voto, e nè anche i gravi precetti di una catasta di filosofi e politici, fra i quali mi [p. 81 modifica]piace scegliere Flavio Vopisco, che tardi ne aveva vedute di molte, e tu sai che il Diavolo è tristo perchè è vecchio, e poi non sembra che pizzicasse di libertino: tutt’altro. Discorrendola pertanto con Giunio Tiberiano Prefetto di Roma egli scrive: "Oh! adesso come va questa faccenda, che fra tanti Cesari sieno comparsi così pochi Principi dabbene? Mira i fasti pubblici e ne conterai da Augusto fino a Diocleziano e Massimiliano una filastrocca, ma quelli che si possono citare senza cuoprirci la faccia sono Augusto, Flavio, Vespasiano, Tito, Cocco Nerva, il Divo Traiano, il Divo Adriano, Antonino il pio, Marco Antonio, Severo affricano, Alessandro il figliuolo di Mammea, il divino Claudio e il divino Aureliano. Sicchè tu vedi che gli imperatori buoni a qualche cosa si possono, si può dire, tenere chiusi nel pugno, avvegnadio Valeriano, che anch’egli fu buono, ebbe nemica la fortuna; onde un certo mimo, buffone di Claudio, soleva dire assai lepidamente che il nome dei principi buoni si poteva incidere sopra un anello. All’opposto contempla il diluvio dei furfanti, e dato anco un taglio ai Vitelli, ai Caligoli, ai Neroni, chi avrà stomaco di patire i Massimini, i Filippi e gentaccia altra siffatta? Però io voglio a cavarne fuori i Decii, i quali così nella vita come nella morte possono [p. 82 modifica]paragonarsi ai Romani dei vecchi. Tu qui, mi figuro, che dirai: oh! ch’è quello che fa i principi birboni? Gli fanno birboni i costumi pravi, la troppa abbondanza di ogni ben di Dio, le male pratiche, i ministri borsaioli, gli eunuchi spilorci, i cortigiani melloni e schifi, e finalmente la solenne buaggine loro dei pubblici negozii. Ed io sovente ho sentito raccontare da babbo buon’anima come Diocleziano d’imperatore tornato cittadino soventi volte costumasse dire: che a governare col cervello sotto la berretta gli è un osso duro. Quattro o cinque cortigiani più che altro degni di bastonare i pesci s’indettano a infinocchiare il principe e, quello che vogliono si faccia, dannogli ad intendere; l’acqua corre per coteste grondaie, epperò gl’indegni che dovriensi bandire promuovonsi ai maestrati; i buoni che sarebbonsi a chiamare si bandiscono. Insomma, e questo pure diceva Diocleziano, il principe per quanto prudente, buono e sottile egli sia, va soggetto ad essere menato pel naso da’ suoi cortigiani. Io poi ti ho voluto riportare le parole di Diocleziano appuntino, onde tu conosca a tasto come il principe buono davvero è così raro a trovarsi come una Mosca bianca30."

Il guaio grande dello umano consorzio mi disse il Macchiavello giacere nei preti, non già nella religione, necessarissimo, [p. 83 modifica] quand’anco non fosse istituto divino, arnese di governo; e me ne porse la prova col caso accaduto a Roma nella seconda guerra l’unica, dove i Romani disperati di ogni rimedio ed ormai disposti di cercarsi altrove un asilo furono salvi dalla religione del giuramento; e nè anche nei preti, perocchè ci abbiano ad essere i sacerdoti eziandio, però cittadini vissuti nella pratica della virtù e consacrati dalla santità di costumi, non collegio di volpi tonsurate, che la religione convertono in mestiere di uccellatore; giacere nei giudici, non già nella giustizia, la quale ingenua e schietta non ha da rendersi da gente pagata, bensì a turno da cittadini incliti per fama di rettitudine; giacere nei soldati, non già nella milizia decoro dell’anima e del corpo, retaggio di tutta la gioventù di un Popolo e non di un branco di bighelloni scioperati, cui di umano appena avanza il sembiante. Qui dentro aversi a mettere la scure e non sollazzarsi a ritagliare le vette degli arbori con le forbicine da ricami.

In queste ed in altre cose ammaestrato m’accadde un giorno che mentre io stava a pascere erba sul prato, accostatomisi il padrone tutto ansimante mi gridasse: «Dattela a gambe... salvati per Dio». A cui placido tra una boccata ed un’altra domanda: «Perchè ho da fuggire io?» — «Oh! non senti, egli disse, sopraggiungere [p. 84 modifica]il nemico? Ma scappa, Asinaccio, scappa, e non sei scappato ancora»" Ed io da capo senza turbarmi: «scapperò, ma dimmi prima: il nemico mi ammazzerà?» E quegli: «Io giudico che ti lascerà in vita, come quello che ne avrà bisogno per sè.» — «Bene, soggiunsi io; ora chiariscimi un’altra cosa; ci è egli pericolo che il nemico voglia mettermi due basti?» — «Oh! come vuoi tu che due basti sulle tue groppe capiscano? Te ne metterà uno solo» — «Secondo il solito?» — «Secondo il solito.» — «E allora, conclusi io, scappa tu se vuoi, e poichè un basto mi toccherà sempre a portare, io non mi muovo, continuo a mangiare fieno31.» Questo conoscimento mi venne dalla politica: gli uomini non l’ebbero mai; e, se io dica il vero, rivanga con la mente i ricordi del Popolo arrogante, che si vantò cervello del mondo; costui, scannato un re, ne soffre cento, poi infastidisce i cento e torna ad uno fabbricato di carne pesta (avverti carne, non carta), semina ossa come fiori in tutta l’Europa per sostenerlo, poi gli viene in uggia e, scossolo giù dalle spalle, si ripiglia i parenti dello scannato; un bel giorno via anch’essi ed in vece loro altri più lontani; poi neppure questi; Repubblica ha da essere; un poco più tardi al diavolo la repubblica e prorompe furioso a rimettersi da sè le manette ai polsi. Viva Dio! Oh! non era meglio che questo Popolo cervellone si [p. 85 modifica]rimanesse come me sapientemente tranquillo a pascere erba senza rompersi il capo a mutare basto, considerando bene che Popoli e Asini di basti non possono fare a meno e due sul groppone non ci entrano, e fra un basto e l’altro non ci corre divario o poco.

Ti ho raccontato altrove come vivendo al mondo consultassero me Asino, se per sovvertire un principe vecchio dovessero dare mano a promuovere i vantaggi di un principe nuovo, e quello che io rispondessi: la mi parve chiara; eppure non fu così; tornando a picchiare sul chiodo ebbi mestieri di ammonire con gravi parole i pervicaci dicendo:

O gente dura! quello che già vi ragionai doveva bastare: anzi ce n’era d’avanzo; arrogete, che accogliendo principe francese riconficcate in croce la Italia e portate un sasso all’edifizio buonapartiano, il quale comecchè caduto per non risorgere mai più nella sua pienezza, potrebbe in parte rifabbricarsi a tuo danno. Adesso conosci tu quale fosse la mente di Napoleone? — Te la dirò io. — Nel 15 maggio 1806 egli scriveva di questo inchiostro al fratello Giuseppe re di Napoli: «a che vi approderanno le vostre cinquanta mila guardie armate e ordinate? Al primo scoppio di guerra sul Continente questi uomini per lo meno rimarranno neutrali e i capi loro si stringeranno a patto [p. 86 modifica]col nemico; fate che arrivi la notizia di una battaglia perduta da me su l’Insonzo o su l’Adige e vedrete voi che rovescio. Se la pace dura e la fortuna mi continua seconda, a che pro soldati? Anzi ne uscirà danno, imperciocchè con le armi in mano estimandosi non vinti imbaldanziranno, e qualunque Popolo la pensa così, non si può dire sottomesso. Badate bene a questo; un solo grido italiano: “fuori i barbari„ vi strapperà in un attimo di mano tutto l’esercito vostro,.....bisogna dunque disarmare, condannare, deportare..... smettete e presto milizie napoletane, le quali, vinto io, vi pianteranno: importa che voi, facciate i vostri conti così32.". —

Ora vi par egli che delle tiranniche arti sapesse il frodo costui? Certo il sapeva e avrebbe potuto disgradarne anche l’Austria; e poi a Santa Elena gli basta il muso di fare lo spasimante per la Libertà, come il Gatto Murr pei Piccioni terraiuoli: certo, quando voglionsi opprimere i Popoli bisogna supporli frementi, e disegnando spogliarli della indipendenza e della Libertà non si può sperare conciliarseli amici: colpa non già della natura popolesca, bensì della tirannica sua: e in lui tiranno non potevamo porre maggiore fede che in lui repubblicano, quando venuto primamente in Italia, comecchè le sue parole suonassero fratellanza e libertà, più che tirannici [p. 87 modifica]n’esperimentammo i modi ed insolenti e rapaci. Se le intenzioni erano diverse e le pratiche, anche diversi ne scendevano gli effetti, imperciocchè dove la Francia, sostenendo davvero le parti di figliuola maggiore della Libertà, si fosse fatta soccoritrice della Nazione sorella dandole le armi, questa avrebbe conosciuto, come la sua salute stesse nella salute di lei; accomunate le fortune prospere come le contrarie, l’avrebbe con ogni supremo sforzo difesa. Donde si fa manifesto che la politica ingenerosa partorisse sospetti e rovine, e che lo straniero dov’entri in casa tua in sembianza amica ed invece di darti le armi te le tolga, puoi apparecchiarti a provarlo indi a poco tiranno.

Nè la finisce qui; il convertito a Santa Elena persuade al fratello Giuseppe di adottare nel regno di Napoli un feudalismo soldatesco come le colonie di Giulio Cesare e di Ottaviano nell’impero romano, del Cromvello in Irlanda, dei Normanni in Inghilterra, dei Longobardi, di Carlo Magno e degl’imperatori germanici in Italia, confiscando la metà dei beni alle famiglie napoletane, infeudandola poi ai soldati di Francia con obbligo di mantenere casa a Parigi; ma lascio portare a lui, che queste cose sa dire per filo e per segno: «»Secondo il mio parere la vostra corona (scriveva al fratello Giuseppe) non sarà mai ferma, se non vi rechiate dattorno un centinaio di generali, [p. 88 modifica]colonnelli ed altri ufficiali addetti alla vostra famiglia; e signori di grandi feudi, tanto nelle terre di qua, che in quelle di là dal Faro. Io penso che voi dovreste indurre Bernadotte e Massena a stanziare costà, dando loro grossi stipendii e titolo di principe. In quanto a me pongo in pratica siffatto partito in Piemonte, in Italia e a Parma e me ne trovo bene: fra questi paesi e Napoli, bisogna creare il patrimonio di trecento o quattrocento ufficiali francesi signori di dominii redabili dai discendenti loro a titolo di maggioraschi: così in pochi anni si allargheranno co’ matrimonii, ed allora il trono si troverà fermo in modo da passarsi di eserciti francesi33

Hai tu inteso? la Italia avrebbe trovato grazia presso all’Imperatore côrso unicamente allora che diventasse francese: sicchè tenetevi per avvertiti che, se il potere è monco, dura irrequieto il volere.

Quando gli articoli del trattato di pace, che leone dietro alla guerra taurica, cascarono sopra l’anima dei Popoli, sinistri e lugubri quanto il picchio del martello che conficca i chiodi sopra la cassa da morti, il Macchiavello, compresse alquanto dell’indice le labbra, mi sussurrò negli orecchi: — per ecclissi non manca il sole. Amare, imparare, lavorare, attendere e sperare sono il filo di sinopia tracciato dai destini al pellegrinaggio pel Popolo, la gente spesso [p. 89 modifica]lo smarrisce, ma presto lo ritrova e il cammino continua. Pensa che l’uomo, più che nelle altre cose, s’inganna nella politica, e questo non mica perchè ella di per sè sia scienza fallace, bensì per colpa della caldezza appassionata, che ci porta l’uomo e lo induce a travedere; così nel 1415 gl’Inglesi stando per rovesciarsi in Francia, i Francesi temevano del duca di Lorena: nel 1508 mentre gli Spagnuoli apprestavansi ad invadere le terre italiane, qui dubitavano dei Veneziani: nel 1796 il Direttorio sospettava il Buonaparte intendesse farsi duca di Milano. I partigiani della libertà dei Popoli presagivano miracoli dalla impresa russa e s’ingannarono, però che la guerra fosse circoscritta col compasso, nè i casi portarono a rompere il cerchio; per la pace si accosciarono lamentando a modo di Geremia, ed invece sul pavimento ritrovarono la Libertà caduta. finchè il popolo, fatto verme, non abbia mangiato tutta la foglia della sventura, non risuscita farfalla; e lo vedrai. Lo stesso di’ del gran nemico d’Italia, il Papato. La Francia se lo pose in seno per riscaldarlo ed ha rinnovato il caso del fanciullo spartano e della Volpe; per non farsi scorgere ella sta zitta, ma la Volpe che se ne è accorta mangia e sgraffia. L’Austria per invidia della Francia si è legato ai piedi il Papato come Orlando matto la [p. 90 modifica]Cavalla morta: quando (e fia in breve) l’avrà provato insopportabile e vorrà venderlo o barattarlo le rideranno in faccia: — l’hai voluto? tientelo. —

Virtù prima, anzi unica del Popolo che vuole risorgere è la pertinacia: diciassette anni i Romani si travagliarono nella impresa di cacciare Annibale fuori d’Italia34 e premio della costanza fu Annibale vinto e morto, Cartagine distrutta; e tu, Vienna, potresti un giorno.... — e più non disse.

La diplomazia usarono gli uomini per trattare i negozii concernenti le economie dei Popoli o per istringere leghe o statuire le paci. Noi non conoscemmo quest’arte, imperciocchè non avendo mai appetito l’altrui, liberali del nostro, dai soprusi astenendoci, non fu mestiere pattovire, mediante fogli scritti, che di ora in poi avremmo usato meno ingiustizie e meno dispetti ai nostri simili. I trattati di commercio sono monumenti eterni della mancanza di carità tra i figliuoli di Adamo, e prova espressa che non si usarono benevolenza se non tratti per le funi. Della diplomazia ci giovammo a ristabilire la pace nelle varie famiglie degli animali, quando per qualche accidente era venuta ad alterarsi: prima però ch’eglino rompessero alle busse, non dopo, come gli uomini costumavano; invero combattuta due anni la impresa taurica, dove le parti guerreggianti nabissarono ottocento [p. 91 modifica]e più mila anime, e da otto o nove miliardi di moneta, a che pro la diplomazia? La Morte ed il Fallimento stavano in procinto di mettere le parti d’accordo, senza bisogno di scomodare il Brunow e l’Orloff e tutti codesti altri signori, che convennero a Parigi. Il filosofo Cleante racconta un fatto, del quale egli fu testimone, successo tra le Formiche. Comecchè per ordinario mansuete, io non so come alquante Formiche di due tribù diverse, venute a rissa tra loro, si scambiassero di sconce battiture, e disgrazia volle che un Formicolone, assai reputato nel paese, restasse morto sul terreno. Di qui un ribollimento fra la tribù offesa: aprono il tempio di Giano: le armi brandiscono, le insigne drappellano ai venti e dato fiato alle trombe marciano in battaglia ordinata contro al nemico. Allo svoltare di un monte di grano incontrano le trincera avversarie, donde mercè un ponte di filo di paglia esce solenne ambasceria composta degli Anziani della tribù assalita. Accolta in parlamento, con parlare succinto uno di loro favellò: «sorelle! un tristo fatto accadde fra noi, e se lo cordogliate voi, noi non canzoniamo; però al successo non è rimedio. Ora che colpa abbiamo noi, se uno dei nostri vi ha ammazzato uno dei vostri? E che bel giudizio mostrereste voi se per ristorarvi della perdita di una Formica vi cacciaste nel repentaglio di perderne mille? [p. 92 modifica]Che cosa potete pretendere, se siete savie come solete)? Il castigo del reo? Già fu punito, che noi lo esponemmo al Porco spino, il quale ne fece un solo boccone. Il restauramento del danno? Ebbene noi siamo disposti di pagarvi il prezzo del sangue, oltre quanto potreste chiedere o sperare. E perchè non vi saltasse in testa che la paura, non già la moderazione, ci persuada sensi siffatti, io vi prego ad essermi cortesi tanto da mandare qualcheduno di voi fin qua su la cima a questo monte di grano, donde si prospetta il paese tutto dintorno, affinchè veda quali e quante le forze nostre e con quale ordine schierate.» Andarono, e sbigottiti gli esploratori scendendo riferirono ch’erano spacciati. Ma gli oratori magnanimi, imitando Scipione Africano che, dopo avere vinto in battaglia i Cartaginesi nella seconda guerra punica, non impose loro patti più duri di quelli richiesti prima della vittoria, dissero che volevano ad ogni modo compensarli del danno: lo avevano detto ed intendevano mantenerlo. In questo levatisi tornarono al campo donde uscirono, facendo tirarsi dietro un mostruoso Lombrico, che valeva un tesoro. — Non si descrivano i baciari e gli abbracciari; dicono che accendessero le luminarie; non trovo però che cantassero il Tedeo, non essendo ragionevoli abbastanza da mescolare il nome santo di Dio in siffatte bazzecole o sconcezze: forse [p. 93 modifica]a quell’ora Santo Ambrogio non l’aveva inventato: la pace fu fatta; le Formiche banchettarono col Lombrico; del morto, secondo il solito, non se ne parlò più, o se se ne parlò, fu per dire che, se non voleva restare morto con le scarpe in piedi, sapeva come fare: Catone il vecchio così per le Formiche come per gli uomini avere lasciato scritto: rumores fuge35.

Come la politica è presagio del futuro in grazia della notizia e del giudizio delle cose passate, la divinazione è conoscimento di quello per virtù di dote speciale compartita da Dio. Bandito C. Mario dal Senato era tratto prigione alle case di Fannia Minturnese, quando io Asino consapevole del fatto, che gli pendeva su la testa, detti alla sua presenza di un calcio alla profenda e corsi all’acqua: dal che Mario conobbe quello che si avesse a fare, essendo uomo nella scienza degli augurii intendentissimo: però al popolo accorso per aiutarlo persuase lo menassero al mare dove subito salì in barca e sopra quella riparando in Affrica dalle vittoriose armi di Silla scampò36. Quando favellai degli onori ricevuti dalla mia stirpe feci ricordo della statua di rame postami da Ottaviano Augusto nel tempio da lui edificato presso porto di Anzio, e ciò perchè andando egli per appiccare il fatto di arme con Marco Antonio gli comparsi davanti vaticinandogli la vittoria37. Questo [p. 94 modifica]credei poter fare piuttosto con lode che con biasimo, avvegnadio se Ottavio aveva tre quarti di Volpe addosso, Marco Antonio era Lupo pretto, e a tale oggimai si trovava la repubblica condotta che non si trattasse più di scegliere tra i buoni il migliore, bensì il meno tristo fra i pessimi, e questo parmi avere fatto.

Questa facoltà mi compartirono i cieli comune con molti altri animali, massime Pesci e Topi. Durante la guerra siciliana andando Augusto a diporto lunghesso il mare, certi Pesci saltatine fuori cascarono ai suoi piedi. Consultati gli Auguri risposero: essere il presagio chiaro più dell’olio di Lucca e del titolo degli accademici, a cui danno del chiarissimo, e significare che Nettuno in tempo debito avrebbe mandato con gli Angioli a cena Sesto Pompeo e sottoposto alla fortuna di Augusto i mari dove di presente dominava costui38. Più stupendo il vaticinio della presa di Costantinopoli. Costantino Paleologo assediato dai Turchi, desiderando rimanere solo per pensare ai casi suoi, come interviene a coloro a cui vanno male, esce solo di città e cacciatosi per mezzo ai boschi cammina cammina, finchè si trova presso una fontana, dove un vecchio arrostiva Pesci novellamente presi. — Che ci è egli di nuovo, compare? dice l’imperatore al vecchio; e quegli risponde: — ahime! ecci che in questo momento [p. 95 modifica]i Turchi entrano in Costantinopoli. — Minchionerie! dice l’imperatore, ti crederei se i tuoi Pesci arrostiti si rituffassero nell’acqua. — Appena ebbe ciò detto, i Pesci saltano dalla gratella nella fontana e il vecchio sparisce. Allora Costantino corse indietro e arrivato alla porta Silivria conobbe pur troppo vero l’infortunio, colà combattendo disperatamente, un Arabo l’uccise39.

E meglio dei pesci riuscirono profeti i Topi, non dico da paragonarli a Baruc, e ad altri cotali che vanno per la maggiore, ma la batte lì. Di vero la Talpa a notte perpetua condannata, e come quella che, amica delle dimore tenebrose assai frequenta le tombe, par fatta a posta pei misteri della religione, così corse comune credenza presso gli antichi, che chiunque mangiasse il suo cuore fresco avrebbe acquistalo notizia del futuro. Non cade dubbio di sorte, che i Topi rodendo gli scudi di argento a Lanuvio presagissero la guerra dei Marsi e la morte del generale Carbone, quando gli rosero le scarpe a Chiusi40.

Claudio Marcello, finchè sentì che un Bove aveva mandato fuori voce umana ed un bambino venuto al mondo col capo di Elefante, non estimò cotesti augurii un lupino; quando poi intese, dai Topi essere stato roso l’oro del tempio di Giove, esclamò: — sono fritto! — ed acconciate le cose [p. 96 modifica]dell’anima andò a farsi ammazzare verso Venosa: ancora col rosicchiare dell’oro nel tempio stesso i Topi annunziarono imminenti le truci contese fra Mario e Silla, per le quali la repubblica già inferma traboccò alla rovina41.

E perchè non si sospetti essere stata questa superstizione dei tempi in cui stanziavano in cielo li Dei bugiardi, riporterò un fatto bellissimo accaduto la vigilia della battaglia navale combattuta tra Olandesi ed Inglesi il due giugno 1652. La notte precedente al fiero caso i Topi rosero parte del giustacuore del Deane, ammiraglio inglese, il quale rodimento egli considerando sul mattino conobbe prossima la morte; però si chiuse solo e per due ore pregò. Questo fu avvertito da tutti, perocchè egli non lo costummasse mai, e notarono eziandio che smessa la preghiera apparve come trasfigurato in viso, comecchè valorosissimo uomo ei si fosse. Una palla di cannone lo colpì appunto la dove i Topi gli avevano roso il giustacuore. In cotesta zuffa incontrò la morte anche il suo emulo illustre, l’ammiraglio Tromp42.

Conoscete voi il mio cuore? Ah! voi nol conoscete. Lodi chi vuole i pronti consigli e l’ingegno sottile, io mi attengo al cuore e mi ci attengo, come quello che genera la forza ed io in questa come in moltissime altre cose mi accosto facilmente al senno [p. 97 modifica]antico, il quale dei doni compartiti ai mortali dai Numi ottimi massimi giudicarono primo la forza, secondamente la bellezza e per ultimo la sapienza. Di vero bellezza melensa e fregio di cortigiana; sapienza imbelle, amaritudine di spirito. Il cuore codardo abbuia lo intelletto così, che l’uomo vinto dalla paura va come ebbro, ed io l’ho visto troppo più spesso, che Asino dabbene poteva sopportare. Io sono colui, che suscito nei petti guerrieri il sacro furore delle battaglie. Quando il terreno trema e l’aria va ingombra di tenebre di tratto in tratto squarciate dalla procella di fuoco: quando i combattenti esitano a inoltrarsi calpestando i petti dei compagni mutilati e raccapricciano di tuffare i piedi fino alla caviglia nel sangue e le ossa trite a diritta e a mancina schizzano fatte esse pure strumento di morte, e il baluardo apparisce vermiglio come i balconi ornati di damasco rosso nella festa del Corpo di Cristo, e dalle feritoie sbuffano i cannonieri pari a teste di Demonii insaziabili a divorare anime e corpi, ditemi chi è che vince il pianto e le bestemmie dei feriti? Chi il rantolo dei moribondi? Chi versa nel petto dei feroci nuova onda di rabbia a mo’ di olio di vetriolo sopra carboni accesi? Chi? Io Asino, con la mia pelle convertita in tamburo. Oh! per quanto amore portate a Dio, state cheti; non mi favellate di gloria, nè di Patria, che io ho conosciuto [p. 98 modifica]a prova in che conto si tengano da cui dà a nolo anima e spada. Io vi dico in verità che senza la virtù della pelle dell’Asino non si farebbe niente, e se troppo di me presumo, tu, re, esamina e giudica. Partì egli, che uomini comprati e venduti a cento scudi il paio o poco più, raccolti nel mezzo della strada con la pala, nudriti a spilluzzico, pagati con quattro quattrini il giorno, battuti sovente a panca possano essere mossi da cause tanto solenni? Se Patria e Gloria e Civiltà potessero stillarsi in acquavite di Cognac o in ginepro di Olanda e bersi, capirei ancora io che valessero a tanto, ma finchè questo non accada, negli arringhi marziali non potranno mai levare la mano alla pelle dell’Asino. E nota eziandio alla spontaneità nostra, con la quale diamo la pelle come arnese di guerra, e la paragona con la repugnanza degli uomini, che pure si vantano unici fra gli animali ad avere dato regole all’arte di ammazzarsi fra loro. Uno solo tra gli uomini, e fu Zisksa capitano degli Ussiti, ebbe cuore d’instituire erede della sua pelle una cassa da tamburo; per noi Asini, i tamburi sono eredi ab intestato della nostra pelle.

Tanto spira da me certa guerresca ferocia, che gli uomini prodi sempre mi vollero al fianco in pezzi od intero. Chi fu che mise tanto cuore in corpo al fortissimo Sansone? Dillo tu, re, che lo sai. Chi gli [p. 99 modifica]compartiva la forza di ammazzare, solo com’era, mille Filistei nella pianura di Lehi tutti di un fiato senza neanche trattenersi a prendere una presa di tabacco? La mascella dell’Asino. Lo puoi negare? No certo, che tu non lo negherai. Egli medesimo, tuttochè di estrema gagliardia si sentisse dotato, non sapeva capacitarsi del fatto, onde saltando come trasecolato strillava: — con una mascella di Asino un mucchio! due mucchi! Con una mascella di Asino ho ucciso mille uomini43!

In altri tempi e fra gente diversa chi la ritirata famosa dei dieci mila protesse? Chi da Babilonia per mezzo a tante fortune e barbarie di popoli agresti, incolumi alla cara Patria gli restituì? Senofonte, il quale (sebbene sia andato all’inferno per non aver creduto in Cristo, che venne dopo di lui) mostra essere stata quanta onestà fosse al mondo in quei tempi, non usurpa per sè tutta la gloria della ritirata: anzi non lo tenta nemmeno e narra come un repentino timore panico caduto sopra i soldati affranti dalla fatica gli spingesse a sfilarsi con manifesto esizio dell’universo esercito. Allora un Asino ispirato da Minerva (a quei tempi la parte, che sostenne poi la Madonna del Buon Consiglio presso i Cristiani, la faceva Minerva) sacrificandosi alla comune salvezza incominciò a fuggire, e Clearco capitano sagace e di partiti ricchissimo, colto per aria il [p. 100 modifica]ripiego, di che l’Asino gli dava lo addentellato, chiamò l’araldo Tolemide dalla voce di Stentore e gli commise bandisse: posassero gli animi agitati, essere nato il tumulto a cagione della fuga dell’Asino, tale e tale, (e qui disse i segni) chiunque lo riportasse al cappellano dello esercito avrebbe ricevuto di mancia un talento di argento44. I soldati presero a vicenda a proverbiarsi sopra la inane paura e da quel giorno in poi pei repentini rumori inalberarono meno.

Al contrario pei loro rei costumi venutimi in uggia i Romani ne mandai a male i disegni e gli consegnai in mano ai barbari come un campo di biada ai falciatori. — Gli Avari capitanati dal Cane Baiano, invasa la Tracia, avevano messo le tende vicino all’Emo; di ciò avvertiti i Romani, notte tempo avvisando sorprenderli, si cacciano cheti per una forra strettissima. L’ordine della marcia era su due file, i bagagli e i Somieri in mezzo. Ormai presso alla foce stavano per isboccare nella campagna aperta, quando io inteso a fare che la impresa fallisse stramazzai bocconi a terra ingombrando il cammino. Il bagaglione, non accorto del caso, essendo ito avanti, fu chiamato dai sorvegnenti, i quali non si potevano inoltrare per rimettere in piedi la bestia, co’ gridi: — retorna, retorna fratre! — Queste parole passando per le tenebre di bocca in bocca fecero dubitare che, trovato [p. 101 modifica]il nemico all’erta, fosse mestieri ritirarsi: i più paurosi, come suole, sbandaronsi e rotti gli ordini strascinarono nella fuga loro malgrado anco gli altri. Così salvai i barbari mandati da Dio a castigare i Romani45.

Quel sì magnanimo re degli animali Leone nelle cacce perigliose, negletta ogni altra bastia, me elesse pel mio valore compagno. Le belve atterrite troppo più dal mio raglio, che dal ruggito di lui, fuggivano ed egli attesele al varco le insaccava in carniera; laonde certo giorno al cospetto degli oratori del papa per onorarmi mi disse, come Augusto a Mecenate:

— Capitano Somaro, io vi son schiavo46 —.

E questo si trova scritto anco da Esopo, il quale quantunque per la malignità sua meritasse essere creato Barone, pure non seppe così adombrare il vero che suo malgrado non gli scappasse di bocca. Qui capita il destro di rimbeccare il proverbio: — Raglio di Asino non arriva in cielo. — All’opposto così egli ci arrivò che ragliando mise in fuga i Titani armati contro Giove, come più tardi San Michele Lucifero ribelle al suo Creatore: anzi dopo cotesto fatto io ci rimasi, e comecchè Annibale Gozzadini cavaliere bolognese cantando i miei fasti (i veri nobili al pari dei frati camminarono agli Asini parzialissimì) muova canori [p. 102 modifica]lamenti intorno alla mia esclusione dai cieli con questi versi:

Il Granchio, il Toro e lo Scorpion con quanti
     Altri assai men di lui lo han meritato,
     Chi stelle fatti, dieci o venti e tanti47;

le sue querimonie non si trovano punto fondate; e già dichiarai a suo tempo coll’autorità del Poeta anonimo meglio informato, come certe stelle del Granchio si chiamino Asino in ogni paese, e la cosa veramente sta com’egli la conta. E di vero se l’Asino non fosse stato convertito in astro, Salvatore Rosa parlando nelle sue Satire di certo principe avrebbe potuto dire:

Par che Asinina stella a lui predomini48?

Ed io ti giuro che finchè stette il mondo, più che non credi uomini non mica meccanici o grossieri, bensì di alto affare governi lo influsso della mia stella dai cieli.

I capitani del medio evo cui non mancò valore, bensì nobiltà di scopo, appellarono certa macchina guerresca Asino, della quale, se tempo ti avanza o ti pigli vaghezza a informartene, tu potrai satisfartene leggendo le Antichità italiche del proposto Ludovico Muratori49, caso che il Padre eterno abbia conservato questo libro nella biblioteca del cielo come reliquia di un tempo che fu; se no, credi alla mia parola [p. 103 modifica]tiriamo innanzi. Nei tempi medesimi come i privati cavalieri in segno di sfida gittavansi il guanto, i popoli volendo accattare briga fra loro non seppero invenire trovato che meglio dimostrasse brama di sangue, come briccolare co’ mangani un Asino messaggio di morte nelle avverse mura, nè quando misero da parte il mangano cessai versarmi fra gli strumenti bellici: va persuaso, o re; più che altri non pensa, il mio spirito di Asino penetrò nei cannoni, sì nascose nei moschetti, si rannicchiò su la punta dei ferri, coi quali gli uomini si rompevano le costole e si spaccavano il capo. Ministro della guerra nel mondo quasi sempre fu l’Asino.

In mezzo al mar Tirreno, a canto

. . . . . . . . all’isola di Sardi
Ricca di cacio e d’uomini bugiardi50

sorse già un’altra isola in antico chiamata Cirno e in tempi più moderni Corsica, dove incominciando a illanguidirsi la fama dell’Asino grosso toscano detto l’Asino di prete Rutilio51, si recò a restringere i vincoli di parentela alquanto rilassati certo mio privassimo servitore, non però mio allievo, che altrimenti non avrebbe creduto, per aver fatto del bene al prossimo, di esserne ringraziato o almanco lasciato stare. Or bene in cotesta isola la gente del paese [p. 104 modifica]di Marana discesa, come era voce, da Mario e l’altra di Lucciana da Silla, più volte mandaronsi e rimandaronsi un Asino vocato Baione come tessera di guerra e pegno di sfida: anzi, notte tempo, i Luccianesi lo doposero furtivamente nella sagrestia di Santo Appiano in Marana dentro un cataletto accendendovi intorno i torchi, come si costuma al mortorio di nobile carogna52. I Maranesi per impattarla a posta loro, cauti ed insidiosi alla bruna appessero Baione per le zampe e per certa altra parte, (la quale non si può rammentare che sotto metafora, per rispetto delle signore Bestie femmine) alle funi del campanile di San Michele a Lucciana. Dai quali successi derivarono poi disertamenti di terre, incendii di case, eccidii di famiglie e vendette terribili; come leggemmo un dì sopra libri stampati per ammaestramento dei popoli, i quali, almeno finchè durò il mondo, non impararono mai nulla53.

In vituperio mio raccontano ancora, come standomi un giorno in Olimpia a rimirare le corse dei Cavalli, preso da repentina superbia scuotessi dalle mie groppe il villano incavallato o slanciatomi giù nel nobile arringo a orecchie diritte e voce spiegata presumessi mettermi a gara coi Cavalli di Filippo re di Macedonia. Innanzi tratto dichiaro cotesto racconto fandonia, e poi supposto ch’ei fosso vero, io vorrei [p. 105 modifica]un po’ mi dicessero in che e come avrebbesi a biasimare prosuntuoso negli umili quel divino entusiasmo che nei potenti crea maraviglie! Io per me li giuro, o re, che dove avessi eletto girmene in campo ad osteggiare i nemici odiatissimi della Patria mia avrei chiarito il mondo se io sapessi al bisogno tirare più calci che ragli, o per lo meno ragli quanto zampate: arte che a me parve non avesse bene appreso la gioventù bellicosa de’ miei tempi; anzi memore della virtù romana e dei precetti di cotesta egregia disciplina io non sarei tornato se non vincitore; più della morte assai aborrendo udire col fischio della sferza mescolata la bestiale minaccia e lo scherno roditore delle viscere e contemplare la generazione frivola e scellerata delle miserie della Patria farsi letto, dove dorme un sonno d’infamia; no, quanto è vero che Dio vive non sarei tornato, imperciocchè nella guerra che un popolo combatte per francare le sue case e le sue tombe dalla servitù straniera bisogni vincere o morire; la ferocia è santa; la morte libertà; e chi altro pensa, con la vergogna abbia il danno. Umile fui e sono; però umiltà diversifica da abiezione, e ciò tanto meglio si chiarisce quante volte pongasi mente, come umilissimi e modesti piacesse sempre mostrarsi ai virtuosi. Assai fu noto lo esempio di Epaminonda presso [p. 106 modifica]gli antichi, il quale, dopo aver capitanato eserciti e vinto nemici in abbattimenti terribili, attese senza bifonchiare all’ufficio di tenere nette le strade a cui gli emuli suoi lo avevano fatto preporre per avvilirlo, rendendo con la virtù sua cospicuo un ufficio per lo innanzi tenuto in dispregio; e fra i contemporanei miei andarono famosi Giorgio Washington, il quale, liberata la Patria, veruna cosa ebbe maggiormente a cuore che tornarsene in villa alla custodia dei campi paterni, e Simone Bolivar, che dopo aver detto con animo concitatissimo ai conterranei suoi — voi non saprete degradarmi; il nome dì re non vale quello di liberatore — si tolse volontario esilio, raccapriccito all’idea di essere eletto principe da uomini che egli aveva affrancato dalla tirannide54. Ma questi fatti che ricordava io Asino, gli uomini avevano da remotissimo tempo dimenticato; però mostrandomi umile mi vollero abbietto, non si potendo immaginare che sotto la mia pelle di Asino la politica e la virtù militare avevano posto, sto per dire, le tende.

La Invidia, il tristo nemico, che

Mai non si doma, nè Virgilio il vinse
Nè il Meonio cantor55,

anzi ai più degni più ringhia, come vediamo tenere dietro ai maggiori corpi [p. 107 modifica]l’ombra maggiore, mi appose una brutta calunnia e fu questa: che io Asino dopo essere stato compagno del Leone per le macchie, avere cacciato seco ed alternato con esso lui gli uffici di scambievole consuetudine, vistolo vecchio, me gli scuoprissi di punto in bianco nemico rompendogli il muso con proditoria zampata. Infamia! A fronte aperta io sostengo che se tra gli Asini non occorrono apostoli, nè anche ci si trovano Giuda. Però, come si addice ad animo ingenuo, io non dissimulo che una zampata e badiale il Leone ebbe, però non da me, bensì dalla Mula mia cugina, ed anco per la difesa della propria vita, o come dicevano i legisti pel moderamen inculpatae tutelae, ed ecco come sta il fatto. Certa Mula fiorentina, qualunque ne fosse la cagione, forse ell’era democratica, non consentì per fas o per nefas a lasciarsi dal suo nobilissimo padrone cavalcare, onde questi stizzito pel disprezzo che gli pareva non peritarsi per parte della Mula, e veramente non meritava, la espose al Leone, imperciocchè, per qualche tempo anche su i primordii del principato taluno di stirpe leonina or qui or là sì mostrasse a Firenze. Già entrambi i volghi, il patrizio e il plebeo, accorrevano in folla al circo dove così tristo governo doveva farsi della mia cugina, e sparsi pei gradini già apprestavano le smanacciate e le risa per la strage abietta della Mula rifiutatrice dell’illustre [p. 108 modifica]patrizio, quando la vergine fiorentina (bada che parlo della Mula) cauta ed animosa si trasse in parte dove non poteva essere assalita che per di dietro, e quando si vide a tiro il Leone che si accostava sbadato facendosela in tasca, tale gli consegnò una coppia di calci nel regio muso che ce ne fu di avanzo per rimandare a casa senza denti il tagliacantoni, il quale aveva fatto disegno mangiarsela mezza a desinare e mezza a cena. A pensarci su, questa lezione meritava non il Leone che da alcune taccherelle in fuori nel sottosopra è bestia di garbo, bensì il marchese che non aborrì mandare la Mula al macello per superbia e per ira di non avere avuto animo o capacità di cavalcarla56.

Tacciommi di viltà, perchè menando Balaam il mago, uscito di strada mi sviassi pei campi, ma io avrei voluto mettere un po’ nei miei piedi Capaneo o Aiace Oileo o quale altro più audace degli eroi di Omero e stare a vedere che pesci pigliasse all’aspetto repentino di un Angiolo scarmigliato con la spada ignuda nelle mani, il quale gli sbarrasse il cammino e di avventarglisi agli occhi lo minacciasse57. Infatti la mala nota di codardia mosse da un pentolaio; un uomo avvezzo a mettere in isbaraglio la tifa se ne sarebbe astenuto, ed anche fu in grazia di piaggiare una femmina; per la quale cosa come partorita da mente zotica o [p. 109 modifica]maligna o interessata hassi a sprezzare. Il caso successe com’io te lo conto. Fu già un pentolaio (il nome non importa), il quale menando in volta certo suo Asino carico di stoviglie, allo svoltare di un canto lo spinse per inavvertenza incontro a bellissima e giovane gentildonna. All’apparire che fece all’improvviso di dietro al moro la donzella ogni pelo dell’Asino arricciossi, si fece bianco nel muso e come quello di Balaam aombrando si arrembò58 alla parete, e tu immagina con quanta rottura universale di stoviglie nel corbello sinistro. La gentildonna soffermasi alquanto e dimostra con le sembianze del volto, rammarico grande del caso, non per questo però faceva atto alcuno di sollevare il danno del povero pentolaio, il quale o perchè arguto si fosse, o perchè, come credo piuttosto, la sua buona fortuna in quel punto lo assistesse, uscì fuori con queste parole: — o signora mia, la non si pigli passione, ch’ella non ci ha briciolo di colpa; la disgrazia è stata mia che mi ha fatto incontrare un Angiolo, e gli Asini dopo quello di Balaam sa ella? ebbero sempre paura degli Angioli. — Si piacque della lusinga sottile la figliuola di Eva e solleticata dalla vanità a fare quello a cui si trovò corta la misericordia, donava al pentolaio dieci lire sterline, che tanto non valse l’Asino con ambo i corbelli e il pentolaio per giunta59. [p. 110 modifica]

E po’ poi, la fosse anco stata paura, che ci sarebbe egli a ridire? Forse nella religione pagana trovarsi faccia a faccia con li Dei non generava infortunio? In quell’altra degli Ebrei lo incontro dell’Angiolo fece zoppo il Patriarca Giacobbe per tutta la vita60; finalmente anche i preti della religione romana solevano dire agl’infermi: il Signore vi ha visitato; onde un certo tale, che per trovarsi in un fondo di letto da quattro anni non aveva perduto il buon umore, ebbe ad esclamare: ohi quanto era meglio se mi avesse mandato il biglietto di visita.

Nè io soltanto, ma quelli eziandio a cui era largo del mio nome, mostrarono proponimento nelle imprese ferocissimo: così un giorno Asineo, tessitore della Patria, essendomi venuto a trovare mi disse: — incomportabile la oppressione romana (imperava Caligola: ma fosse stato anco un altro, la messa tornava a mattutino): l’anima sua disfarsi nell’amarezza; a qual partito si appiglierebbe egli? — Combatti e vinci, — gli risposi io. Indi a parecchi giorni tornato a consultarmi, si rammaricava così: — come vinceremo noi i Romani di numero potentissimi, di arnesi guerreschi e di ordinamenti stupendi? — Ed io: — combatti e muori; — ed Asineo combattè, e con esso lui quaranta mila della sua gente e morirono61. Una finta misericordia lusingando perfidamente [p. 111 modifica]gli animi abbiosciati vituperò la impresa, e me che la consigliai, come quello che aveva mandato a male un tesoro di sangue. Ipocriti! tanta querimonia per un po’ di sangue sparso in benefizio della Libertà da un lato, e dall’altro pei fiumi sparnazzati dalla tirannide tanta dimenticanza! Nè poi, se bene tu guardi, fu indarno, imperciocchè per rugiade di sangue la pianta della tirannide venga meno; quella soltanto della Libertà barbichi, e questo fu visto.

Quasi tutte le Bestie sorelle mi pareggiarono nella virtù militare; nessuna mi superò. Primi in onore i Cani; Mario, vinti i Cimbri, sostenne una zuffa lunga ed ostinata coi Cani, i quali amici fedeli della sventura sovvennero le donne Cimbre a difendere il carreggio disperatamente; i Celti, armatili di collare e di corazza, li chiamarono alleati nelle guerre combattute da loro; e così Colombo in America, che andò obbligato ai Cani della vittoria di San Domingo, e dopo di lui quanti Spagnuoli si fecero in America all’acquisto dell’oro, allo sterminio della gente umana e alla propagazione della religione cattolica; il Camerario racconta avere taluno consigliato Elisabetta a mandarne seicento in Irlanda di rinforzo all’esercito di Sussex per isprofondare cotesto infelice paese; per allora gl’Inglesi se ne astennero, ma gli mandarono più tardi nella Giamaica ai danni degli [p. 112 modifica]schiavi fuggitivi, che chiamavano marroni. Anche a’ miei tempi nel Texas gli uomini gli adoperavano, egregi ausiliarii; ed i Corsi eziandio, finchè durarono a combattere pro aris et focis, tennero a parte i Cani delle glorie e dei perigli; però Alfonso d’Ornano vinto più che per altro dall’abbandono consueto di Francia pattuì, concedessegli Genova, che i suoi Cani guerrieri lo seguitassero nello esilio; e l’ottenne. Erodoto ricorda i Cani di Ciro, Plinio quelli di Colofoni e dei Castabli, e di più narra come duecento Cani riconducessero dallo esilio il re dei Garamanti, sbaragliando quanti oppositori gli si paravano dinanzi. Nella battaglia di Fontenoi, che Luigi XV vide e il maresciallo di Sassonia combattè, un Cane chiamato Mustafà, dato fuoco a un pezzo di artiglieria, uccise settanta soldati. Re Giorgio II volle che glielo presentassero a udienza e lo pensionò, mostrando per questa guisa in qual pregio tenesse la milizia che ammazza e si fa ammazzare per mezzo paolo al giorno62. Dopo i Cani, i Gatti; mercé loro Cambise, ai tempi di Psammetico successore di Amasi, espugnò Pelusio scaraventandoli arrabbiati in faccia ai difensori di quello. Attilio Regolo militando in Affrica mosse con le legioni contro al Serpente del fiume Bragada e stette a un pelo per restarne vinto; così almeno attesta Valerio Massimo. Annibale co’ serpenti capitanando l’armata di Antioco [p. 113 modifica]battè quella di Eumene re di Pergamo alleato dei Romani, e si legge in tutte le storie. Anche in Italia Amicle fu distrutta dai Serpenti; a’ miei tempi Sermide; veramente erano Tedeschi, ma Tedeschi e Serpenti per gl’Italiani volle sempre dire lo stesso. Alessandro il macedone, colui che, preso per le braccia la Pitonessa, le fece forza perchè profetasse ed ella urlando le salutò con le parole; — figlio mio, tu sei invincibile! — or bene; egli proprio sudò acqua e sangue di venire a capo dei Tonni scopertiglisi, quando meno se lo aspettava, nemici. Gli abitanti delle isole Baleari mandarono in diligenza ambasciatori a Cesare Augusto, affinchè con tutta pressa spedisse costà qualche polso di legionarii ma dei vecchi per guerreggiare i Conigli, seppure il dominio di coteste isole gli stava a cuore. Le mura di Tarragona giacquero a terra per virtù dei prefati Conigli, fatti esperti nell’arte dei minatori; e chi non crede al primo caso vada a riscontrarlo nella geografia di Strabone; del secondo lo renderanno capace, oltre le medaglie antiche nelle quali osserviamo la immagine di Tarragona in sembianza di donna seduta sopra un Coniglio, la testimonianza di Marco Varrone riportata da Plinio. Doveva mettere dopo i Gatti i Topi, ma anche qui ci stanno e di questi si leggono per le storie cose stupende; occupata Giaro, una delle [p. 114 modifica]Cicladi, ne bandirono gli abitanti, rodendo loro ogni cosa perfino il ferro, e vedilo in Teofrasto. Quest’altra è più bella: la giustizia eterna, che regnando Giove commise alle Furie di perseguitare Oreste in vendetta della strage materna; più tardi, mutato Dio, cangiaronsi i ministri e furono scelti i Topi per castigare Popiello, il re di Polonia, il quale non contento di avere ammazzato li zii faceva restare senza vino i frati Francescani del suo regno. I Topi pertanto, ereditati dalle Furie vecchie i flagelli viperirini e le tede accese, saltarono fuori dai cadaveri e lui, indarno dalle guardie difeso, divorarono. Quest’altra poi e più bella di tutte e due. Ottone arcivescovo di Magonza si dilettava, invece di soccorrere, mettere sul fuoco i poveri del Signore (a quello che pare anche tra gli Arcivescovi ci ebbero birbanti; rari........ ma ci ebbero, ai tempi antichi però). Il Signore, chiamato il maresciallo dei Topi, ordinò gli dichiarasse guerra implacabile, e non lo disse a sordo. Rosi in un attimo biancherie, arredi e piviali, l’olio bevuto, le farine, il grano, tutto insomma perfino le arcivescovili noci divorate; l’arcivescovo in fuga. Sbigottito, tra lui o lo inseguente nemico pone l’acqua, ricovrandosi in certa isoletta nel mezzo del Reno: pannicelli caldi! valicavano a frotte il fiume, nella Torre, che anche a’ miei tempi stava in piè e si chiamava dei Topi, lo assediano, [p. 115 modifica]superata poi di scalata lo divorarono per la maggiore gloria di Dio63.

Finalmente questa ultima le supera tutte e tre. Ricordi lo imperatore Carlo V? Il sole nei suoi regni non tramontava mai, e siccome lo appetito viene mangiando, così li molti dominii gli misero fame del mondo intero. Quante battaglie ci sostenne, quante sconfitte con saldo petto durò! Nè ira di papi, nè leghe di principi avversi, nè furia di elementi lo atterrirono mai; e non pertanto (questo ad eterna memoria registrate nei vostri fasti, o Bestie) un Topo, dove tutte queste cose non valsero, un Topo bastò e ce ne fu d’avanzo. Mentre egli dettava nella reggia spagnuola lettere al principe di Borbone di assaltare Roma, ecco un Topo comparirgli sopra la tavola e fattosi campione di quella perla di papa Clemente VII, gittargli in faccia il guanto. Rabbrividì lo imperatore? però come cavaliere non potendo fuggire il debito rispondere alla sfida, trasse la spada, ma ahimè! e mano e spada tremavano come canne al rovaio. Fu sua ventura che accorressero i cortigiani a cavarlo d’impaccio, altrimenti, si ha per sicuro che sarebbe morto di spavento. — Se fossi stato pittore io Asino avrei dipinto il quadro di Carlo V imperatore spasimante della podestà universale sul mondo con la spada ignuda nella destra rimescolato per la presenza di un Topo e me lo sarei [p. 116 modifica]tenuto appeso a capo del letto. Superbia umana64!

E postergati i Topi, quale animale non palesò virtù guerresca e venuto a prova coll’uomo nol vinse? Le Talpe diroccarono dai fondamenti una città di Tessaglia. Le Api difesero in Portogallo Tanby, in Corsica Vicario contro Alfonso re di Aragona: gli Scorpioni fecero il deserto della terra, che giace di qua dalla Etiopia Cynamolga; i Rezii si trovarono cacciati a marcia forzata dalle antiche dimore, da chi mai? Dalle Scolopendre alleate co’ Centogambe e co’ Lombrichi. Un giorno il papa assaettato che l’Olanda lo rifiutasse per pastore le mandò il castiga—matti, e questo fu la Teredine, insetto il quale rosica il legname sotto acqua e foralo, sicchè le palafitte cascano e le armate sprofondano. La repubblica, superba di avere affrancato l’Oceano, respinta la Spagna, imposta la pace a Luigi XIV, si vedeva ridotta al verde ed in procinto di andare in bucato nell’acqua salsa se il papa voleva; ma il papa non volle; conforme la tenerezza delle sue viscere gli persuade, non la morte, ma il ravvedimento del peccatore gli piacque epperò consentì che gli Olandesi vi trovassero riparo; nella speranza che un dì nel grembo di santa madre Chiesa si restituissero, e gli aspettava. Veramente aspettò un pezzo, ma la colpa fu tutta del Tempo ch’ebbe furia: se durava, anche un [p. 117 modifica]secolo prima che il mondo finisse cotesto giorno veniva: ad ogni modo fu merito del papa che, contento di avere minacciato gli Olandesi ed avvertiti che sarebbero andati a casa del diavolo, si astenne da pretendere delle cose il troppo65. Siffatta temperanza dei papi non è nuova, per converso antichissima; insegnavala loro la volpe, quando non potendo agguantare l’uva disse: non mi garba perchè non è matura. I papi, se non arrivavano a grancire gli eretici, esclamavano: — nolo mortem peccatoris sed convertatur et vivat, — se poi gli afferravano, senza misericordia ardevano. Ai tempi miei nol fecero, non mica perchè mancasse il volere, bensì il potere, o nol celavano a persona66.

Talvolta gli uomini ruppero guerra al più sordido degl’insetti e ne rimasero vinti. Io non voglio registrare nei fasti dei Pidocchi i suoi trionfi sopra a casto figliuolo di Pelia, Ferecide filosofo maestro di Pitagora, Alemane poeta, Gallistene di Olinto, Mucio giureconsulto, Enne sommovitore della guerra servile in Sicilia, Erode re, Antioco Epifanio e Cassandro successore di Alessandro, morti tutti di male pedicoliere; questi però che io sto per raccontare paionmi e sono gesti: — di poema dignissimi e di storia — La comparsa di C. Silla nel mondo lasciò dietro a sè parecchi dubbi rimasti sempre insoluti e per avventura insolubili, voglio dire [p. 118 modifica]se fosse più abbietta la viltà degli uomini, i quali non seppero percuotere il tiranno col pugnale della privata, nè con la spada della pubblica vendetta, o più ardua la ferocia di lui che, sazio di tagliare carne morta, gittò la mannaia in faccia al popolo romano e se ne tornò a casa sua. Questo tiranno, il quale dove passava faceva il deserto, questo tiranno, cui gli estremi sollazzi della vita furono lo strangolamento di Granio a piè del letto67, questo tiranno, dico, assalito da Pidocchi in mezzo ad angosce ineffabile morì: documento illustre dato dai Pidocchi agli uomini, che chiunque non teme la morte è signore della vita del tiranno. Filippo II, il demonio del mezzogiorno e figliuolo di santa Chiesa benemerito, come la Mignatta saturata di sangue, prima di morire l’ebbe a rivomitare crocifisso da tali dolori, che anco alla sua trucolenta fantasia parvero troppo atroci, e se ne dolse68. Se non fosse più giusto credere che gli spiriti di loro, che riceverono da cotesto spietato il battesimo di sangue, trionfali di martirio quetassero in grembo a Dio, io vorrei immaginare che si fossero convertiti nei Pidocchi, i quali gli logorarono a poco a poco quel cervello e quel cuore che tanti iniqui pensieri ed affetti malvagi partorirono, e quelle mani che tante sentenze di morte vergarono. Il desiderio del tiranno che la vittima fosse percossa in guisa da sentirsi [p. 119 modifica]morire, fu applicato al tiranno69. Possa agli oppressori dei popoli incogliere morte punto migliore di questa! Intanto, o genti tribolate, fatevi intorno al letto, dove Silla e Filippo agonizzano e consolatevi.

I Pidocchi offesi o lasciati stare dall’Asino non ebbero dominio alcuno sopra la sua pelle, come anche su quella dei Montoni; onde, anche per questo, comparvi superiore in bontà al genere umano70.

Perpetuo vanto ricorre nelle storie greche quel Cinegira ateniese che, stesa la destra per fermare la nave persiana, poichè gli venne tronca sporse animoso la manca, e questa pure tagliata, l’addentò e la tenne finchè non rimase ucciso: ma questo, se non unico, almeno fu caso raro, imperciocchè per molto investigare ch’io abbia fatto pei ricordi umani non ho trovato altri che lo imitasse, tranne Caio Acilio romano, il quale, Cesare capitano, operò il Medesimo gesto nella battaglia navale contro i Marsigliesi71, ma troppo più stupendemente feroci e per quotidiano rinnovellarsi consuete le azioni delle Pulci dell’Australia, le quali sovente arrivano alla mole di un Gatto, se non la superano. Una di queste Pulci, salita in furore per la insolenza di certa sua compagna, volendo torsi quel fastidio dattorno, le staccò il capo di netto; ma questa invece di morire, com’era di dovere, si attaccò al corpo nemico mordendolo [p. 120 modifica]disperatamente. La zuffa fra quel capo spiccato dal basto e la Pulce intera si produsse oltre a mezz’ora senza ch’ei desse segno alcuno di morte, e forse il morto avrebbe ammazzato il vivo, se per buona sorte non fossero sopraggiunte altre Pulci, le quali persuasero con le buone a quel capo che, essendo ormai stato mozzo, si rassegnasse a sostenere in pace la sua parte di morto. Nè vale contrapporre san Dionigi che corse dietro al suo capo tagliato e, ripresolo, con quello sotto il braccio si andò con Dio; altri anche aggiungono che prima lo baciò, perocchè cotesto fatto si legga nel Flos sanctorum e fu miracolo; nè Orillo, a cui quante volte era reciso il capo lo agguantava pel naso e riponevalo al posto; perocchè cotesto si legga nell'Orlando furioso e fu fantasia di Messere Lodovico Ariosto e fantasia di poeta eziandio fu l’altra del guerriero tagliato così finamente e con bel garbo a mezza vita che continuò a menare strage fino a sera, dove nello scendere da cavallo cascò mezzo da un lato e mezzo dall’altro:

«il Povero uomo non se n’era accorto
Combattè tutto il giorno — ed era morto.»

Panzane o miracoli questi; quello delle Pulci cosa vera e naturale; e se non ci credi valla a provare in Australia.

Una volta fui vinto: non mi piace [p. 121 modifica]dissimularlo e nè mi giova: ora odi il come Talete, quel Talete, che per opinione universale era stimato uno dei sette sapienti della Grecia, possedeva un Asino. Parendo a lui virtuoso, come veramente è, crescere per diritte vie la roba, andava esercitandosi nella mercatura; però non consentiva che l’Asino suo gli mangiasse il pane a tradimento, anzi mandavalo tutto giorno in su e in giù a caricare di sale facendogliene mettere a soma grossissimi corbelli. Adesso hai da sapere come dalla salina tornando a casa sua fosse mestieri guadare un fiume durante l’intero anno, qualunque corresse la stagione non mai povero di acque. L’Asino impermalito del peso disonesto e voglioso per altra parte d’insegnare carità al filosofo, giunto in mezzo della riviera vi si tuffa dentro di sfascio e tanto vi sta finchè, strutto il sale, non ebbe agio di tornarsene scosso alla stalla. Il filosofo andò in bestia e prese il guanto di sfida che l’Asino gli aveva dato; il filosofo s’incoccia animalescamente contro l’Asino, e l’Asino incaparbisce umanamente contro il filosofo. — Il primo raddoppia su la groppa dell’Asino carichi di sale, il secondo moltiplica i tuffi in mezzo al fiume; quegli cresce la paga di bastonate, questi gliela baratta in calci. Allora il valentuomo, dato spese al cervello, immaginò una sua nuova [p. 122 modifica]malizia, la quale fu questa: senza che l’Asino se ne andasse ordina con due grosse balle di spugna caricasserlo e con doppie funi molto bene raccomandassero; ciò fatto, l’Asino arriva al fiume, dove improvvido si tuffa secondo il solito fino alle orecchie.

O delusa speranza, o pensier folle!

Le spugne impregnate di acqua gli pesarono addosso venti volte più gravi di prima, in guisa che gli ci volle del buono e del bello per non restare annegato come un Cane. Intanto l’aspro filosofo stavasene a gran diletto sopra la sponda facendo eco ai lai dell’Asino con risa così sgangherate, che gli avresti potuto annoverare quanti denti gli rimanessero in bocca. — Ah! Filosofo, vincesti! Nè io punto t’invidio il vanto miserabile, imperciocchè la tua sapienza non ti condusse ad altro che ad aggravare il carico e a schernire alla sventura dell’Asino72.

Se togli questo e qualche altro scarso caso, gli Asini non furono mai superati dagli uomini, anzi nell’apparente servitù dominammo: su la quale cosa meditando Filippo padre di Alessandro Magno proruppe in quella dolorosa esclamazione — ah! qual mai è nostra vita, che fa d’uopo assoggettarla perfino alle circostanze degli Asini73. [p. 123 modifica]

Qui sento oppormi: dunque a che ti lamenti di gamba sana? Io mi lagno, perchè non camminò sempre ad un modo la bisogna. E se per tanto, obbiettano da capo, fosti zotico e dappoco, con qual fronte fumi d’orgoglio? — Oh! questa è bella: a sentirvi, i Romani, perchè digradando giunsero al segno che, secondo quello ne afferma Liutprando, quanto di perfido, di maligno e di codardo si voleva ai suoi tempi significare con una parola sola si chiamava romano, non erano stati dominatori del mondo. Un giorno gli uomini, origine funesta di ogni nostro guaio, sentirono rimorso dell’antica ingiuria e studiarono emendarla, ma ahimè! la mano di un infante in poco di ora può abbattere l’albero che fecero crescere i lustri; e i figli di Adamo unici per sobbissare non ebbero potenza pari a ricucire gli strappi. — Tuttavolta non voglio tacere, come principi di corona e personaggi incliti, penetrati come tu della comune origine della Bestia e dell’uomo, molto virtuosamente provvedessero in Baviera prima, poi in Francia, che fu la Roma74 degli Asini, a prevenire che si commettessero e gastigare commessi gli antichi strazii in jattura di noi. Anzi tanto stemperatamente s’infervorarono in questa opera di carità che, a mo’ di esempio, un vetturale poteva legnare ad libitum la moglie ed i figliuoli, senza che i gendarmi, quei santi custodi [p. 124 modifica]della morale pubblica, se ne dessero per intesi, mentre poi, se si fosse attentato bistrattare il suo Asino o vogli Mulo, lo portavano diritto come un cero in prigione e per di più gli facevano pagare l’ammenda75. E tu pure, o mia Toscana, quando ti ebbero esorcizzata dal demonio della libertà e ricondotta alla pace, alla sicurezza, al vivere lieto, agli onesti baccani degli antichi carnevali mercè le cure paterne del potere dispotico, tu pure, o patria, che i Tedeschi fecero trovare acerba dopo essere stata riconosciuta matura, qual cura o prima o fra le prime ti punse il cuore? Bella domanda! Quella della Bestia, e non poteva fare a meno, sopratutto premendoti mantenere intatta la fama di civiltà per la quale il tuo nome si sparse per tutto il mondo e per la repubblica di S. Marino. In vero nello articolo 134 del Regolamento di Polizia pubblicato il 22 ottobre dell’anno sempre memorabile 1849, traverso le lacrime di tenerezza io lessi queste parole: «chiunque per iracondia, malvagità o petulanza eserciti crudeltà contro animali domestici è punito da 2 a 25 lire, e nei casi più gravi alla carcere fino ad otto giorni.» O cari cotesti spiriti bennati, vasi di carità per le Bestie! O benedette quella mani che scrissero quel comandamento degno di stare alla coda dei dieci del Decalogo! Vostra mercè, se non tutte come in Egitto vennero adorate le [p. 125 modifica]Bestie, almeno ne salirono in credito parecchie! Però, a dirla qui adesso che siamo in famiglia, in quelle provvidenze con un sesto di carità ce n’entravano due di matto e tre di Volpe secondo il solito, imperciocchè noi non avessimo a sopportare mai vita più trista come dopo che pretesero proteggerci, avvegnadio le multe non servissero mica ad acquistarci più abbondevole e saporoso cibo, affinchè l’anime nostre, per usare le parole d’Isacco prima di morire, benedicessero cotesti virtuosi filobestie toscani76, bensì con le altre le ingoffava il fisco, e per giunta il padrone infellonito, a stalla chiusa non potendo legnare i giudici se la rifaceva sopra le nostre groppe in ragione di sessanta bastonate per lira una al quattrino, e non era caro: ancora parve, ma questo non fece specie, che non ci fosse senso comune avvegnachè si ebbe in orrore e fu punito bastonare il Bove concesso poi ammazzarlo e mangiarlo, per la quale cosa una Bestia arguta scappò fuori col motto che gli uomini avevano salvato tutto agli animali tranne la vita. Nondimanco, per fuggire la nota d’ingratitudine in come del collegio delle Bestie, in generale e degli Asini in particolare io profferisco quelle grazie che so e posso maggiori a sua altezza il principe di Sassonia Altenburgo, all’onorevole generale Grammont ed agli umanissimi compilatori del [p. 126 modifica]Regolamento di Polizia toscano per le caritative loro intenzioni. Che più? L’Austria stessa, ch’ebbe viscere di granito per tutti, per le Bestie poi se le sentì di carne: e valga il vero; nell’aprile del 1857 sua Eccellenza il signor cavaliere di Toggerburg ministro del commercio di S. M. apostolica accettava gratamente il diploma di membro onorario della Società Triestina contro il maltrattamento degli animali77; se fosse stato contro il maltrattamento degl’Italiani, lo avrebbe ricusato addirittura; forse se lo sarebbe tenuto a ingiuria e chi glielo spedì non la cavava pulita. In questa guisa speravano i ministri dell’Austria saldare sul libro della vendetta di Dio la partita del sangue italiano proditoriamente sparso col prendersi cura del sangue delle Bestie.

Sì, dico, sì proditoriamente e vilissimamente sparso; quello che bagnò i campi di battaglia non conto: quando due popoli vengono a contesa, forza è che uno di loro esca piangendo dallo steccato. Dio giudicò contro noi ed io non mormoro: per me fu segno che i nostri peccati non avevano ancora superato i loro; ma a questa ora o egli hanno ad essere impattati o la sgara di poco. Tra i tanti ricordi, pei quali in questo mondo e nell’altro andrà eternamente infame la memoria degli Austriaci, rammento un fatto trucissimo a pochi noto e forse, chi sa? adesso obliato. Nella terra [p. 127 modifica]di Dicomano visse un uomo retto davanti a Dio, benevolo agli uomini, semplice nei costumi, tutto cuore; chiamavasi Baldini, attempato e padre di famiglia; costui, quando il principe cortese felicitò dello statuto i suoi popoli, in quel punto di luna trovati maturi (più tardi, ponendoci migliore attenzione, li riconobbe acerbi) egli ne fece dimostrazioni grandissime imperciocchè la libertà pel cuore dei buoni appaia quasi raggio di sole ai fiori intirizziti. Chiamati più tardi gli Austriaci dal principe cortese a rimettere l’ordine in Toscana, quel truce ordine di dispotismo che risponde a scavare nei cimiteri le fosse in simetria; il povero uomo, pauroso di guai, come quello che non si sentiva troppo saldo di cuore, partitosi da casa, riparava in Gubbio, dove i magistrati papalini lo accolsero e assai cortesemente ospitarono. Quivi visse quieto, finchè gli Austriaci capitanati da certo colonello Markowski fecero una punta fin là, ed occupata la terra, seppero del rifugiato: arrestaronlo, davanti il malnato colonnello il tradussero, il quale incominciò a richiederlo dello essere suo, delle cause che lo avevano colà menato e di altri particolari siffatti; e intanto facevagli dopo le spalle scavare una fossa, ed il meschino non se ne addava; terminata la fossa, chiuse lo interrogatorio ordinando lo moschettassero; il povero padre alla atroce immanità quasi morto [p. 128 modifica]inginocchiarono sul monticello della terra scavata, e rotto il corpo da palle assassine precipitarono nella fossa........!

E vuole stare in pace con noi in questa nostra Patria lo Austriaco? Ah! quando ci mancasse ogni arme, noi metteremmo nella fionda il nostro cuore per romperne la fronte a questo Gigante di ferocia, di sfacciataggine e di obbrobrio.

In Francia, paese classico degli Asini grandi, i rettori repubblicani, paurosi che se ne perdesse la razza, molto virtuosamente attesero a mantenerla in fiore ricavando dal Poitou un Asino magnifico, al tutto degno di figurare in qualunque repubblica di Europa, pel prezzo di franchi diecimila: e perchè il repentino cambiamento dei costumi e dell’aria lo faceva stare malinconico oltre il convenevole, mandarono pel suo antico stalliere, onde con amore lo governasse e suonandogli talora arie del paese lo tenesse sollevato, assegnandogli pertanto la paga di un capitano di infanteria e di un giudice di prima istanza78. Non sine quare' si presumevano i Francesi cervelli del mondo e santi Antonii della civiltà.

Come le libertà sono sorelle, così di un solo amore non si pasce il petto delle creature: in quella guisa stessa che Espero apparisce a sera sopra l’estremo orizzonte e scintillato che abbia cinque volte o sei, [p. 129 modifica]accende un’altra stella e questa cento e le cento miriadi, sicchè in breve ora lo emisfero arde tutto di quei santi lumi; l’amore della Patria suscita l’amore dei parenti, della moglie compagna, dei figli desiderabili, dei consanguinei, degli amici e dei patriotti. Accorrete, uomini, venite, o donne, a vergognarvi degli esempi di amore che ponno darvi le Bestie: La Ciuca mia onorata consorte non dubita passare traverso le fiamme per raggiungere l’amato pargoletto se in suono di pietà la chiami: ad una stirpe intera di Asini, contemplata la morte dell’antico genitore, prese in fastidio la vita lasciandosi miseramente perire d’inedia79. Ascoltate un caso da piangere a sproni battuti. Certo signore vissuto celibe, non patendo piagnistei per casa, comandò che alla Gatta sua delizia annegassero i neonati Gattini. Più misera di Niobe assai, più volte la Gatta fu madre e più volte ahimè! si vide spenta tutta la sua portatura; finalmente nell’ultimo puerperio o sia che così il padrone ordinasse, o come credo piuttosto uno zotico fante così facesse supponendo il meglio, ogni giorno l’orbavano di un figlio: a tanto strazio non durò il cuore materno, e vinta da amore e da furore strinse per la pelle del collo l’unico superstite lo recando pietosamente su le ginocchia dell’acerbo signore; poi stette a guardarlo muta, che il pianto non concedeva le parole. Le viscere [p. 130 modifica]del sire si commossero e, levata la destra, le diè pegno di clemenza; però la madre amante sapendo le volontà degli uomini mutabili e la fede corta, non si tenne paga di questo, chè su le ginocchia di lui ogni giorno riportava il fantolino, nè quinci lo rimoveva, finchè la mano temuta non si stendesse alla carezza e con la carezza non rinnovasse l’alleanza80. Il signore di Buffon narra il caso di due Gatti illuminati che il vecchio genitore cieco ed infermo con egregia carità nutrivano togliendosi perfino dalla propria bocca il cibo per recargli il buono ed il meglio. Furono visti Cavalli giovani torsi in mezzo il padre sdentato per troppo di anni e porgli dinanzi nella greppia il fieno da loro triturato prima, affinchè lo stomaco illanguidito di quello facesse meno laboriose digestioni81. Nella effemeridi intitolata il Giornale Arcadico di Roma si legge del Cane involatore prima di due pani, poi, di uno, onde sostenere la consorte Cagna nei travagli della faticosa allattatura. Più miserabile caso ecco riferisco adesso: statemi a udire, chè queste sono le colonne di Ercole del patetico.

Nella dimora lunga che hai fatto nelle terre dei morti tu avrai, o re, sentito vituperare sovente i settarii di Maometto come impalatori implacabili; or bè, io ti certifico ch’eglino non furono in questo più viziati degli altri. Presso gli universi popoli [p. 131 modifica]cristiani, non esclusi i cattolici, qual Piccione grosso o vogli torraiolo levò la testa infortunata dal guscio che lui non dominasse fatale la costellazione dello spiedo? Ora, per volgare notizia sanno tutti, grande criminoso reputarsi nella Mecca colui che qualche Piccione uccidesse ovvero incarcerasse ed anche spaurisse, conciossiachè fosse di fede, tutta quanta la famiglia dei Piccioni discendere per linea diritta dal Piccione che fu celeste messaggero al profeta dei precetti di Dio82. Dove accadde pertanto il caso che sto per raccontare? Forse in casa al re Erode? O nel palazzo di Nerone od in quello di Domiziano o nelle cucine di Caracalla e di Eliogabalo? No, sire, no, bensì in quella di un prete; proprio nella canonica dei priore di San Simone: nè già i Fiorentini chiusi ormai al senso di misericordia si avvisarono demolirla, sconsacrarla e sopra l’area scellerata innalzare una colonna infame; al contrario passandovi davanti se ne andavano oltre senza pure badarla, quasi non fosse fatto loro. Tu già conosci il mio priore, gavitello politico che in mezzo alle tempeste galleggia sempre; cotesto suo ventre immane in parte somigliava all’antro di Caco, in parte no; in questo gli fu eguale, che ogni maniera Bestie precipitò là dentro, in questo altro dissimile, che nell’antro di Caco le Bestie ci entrarono a ritroso, e qui per ogni verso, ancora che Ercole dai [p. 132 modifica]dai venne a capo di ricuperare gli armenti rubati dall’antro di Caco, ma non sarebbe riuscito col ventre del priore ch’era di natura di prendere molto e rendere poco ed a stento. In cotesta sua, non so s’io mi abbia a dire casa o caverna, vivevano due Oche, madre e figliuola pei costumi onesti e per ogni altra più cara dote dicevole ad Oche, tenute in buono odore da tutto il vicinato. Il priore fingeva avere messe loro addosso un bene pazzo, ed elleno semplicette con altrettanta svisceratezza lo ricambiavano, sicchè lui a letto, lui a mensa, lui perfino in pulpito accompagnavano, a mangiargli in mano senza sospetto avevano appreso, anzi, la figliuola, sospinta da certa sua giovanile baldanza, fino tra le fibbie delle scarpe attentavasi talora di beccolare le briciole. E sì che la pancia immane del priore avrebbe dovuto mettere qualche pulce in capo non dirò alla figliuola, ma alla madre, cui ormai, per essere di età matura, non doveva mancare esperienza di mondo nè notizia di girarrosto, ma entrambe lo udivano quotidianamente favellare tante mirabili cose intorno alla virtù del digiuno, che poverine! giudicarono per colpa del digiuno tanto si fosse ingrossata la pancia al priore. Il destino volle altresì (già quando uno nasce sotto cattiva stella accadono proprio tutte a lui)! che non lo vedessero mai mangiare, imperciocchè allora si sarebbero [p. 133 modifica]accorte che il priore di san Simone, in quanto a denti, poteva correre il palio con gli Smerigli e, com’è da supporsi, sariensi tirate al largo; ma stettero sempre, mentr’ei mangiava, sotto la tavola a beccare i frusti di midolla di pane ch’egli insidioso loro gettava. Eravamo di decembre sul finire delle novene del Santo Natale, quando il consueto affetto del priore infervorandosi parve diventare delirio amoroso, massime per l’Oca vecchia, e lei incominciava a nudrire con cibi eletti, come sarebbe a dire, riso cotto nel latte e noci e mandorle: anzi lo dico o lo taccio? Lo pur dirò, affinchè tu conosca la perfida dissimulazione di lui;, persuasa dai blandimenti la improvvida si attentò beccargli fin su la bocca la mandorla che il priore assassino le porgeva stretta fra i labbri, e la pudica, confidata nella purità dei suoi pensieri, non dubitava punto che sifatte carezze somministrassero argomento di mormorazioni al vicinato, che altramente se ne sarebbe astenuta. Le dolci parolette e gli sguardi soavi io passo, e lo stazzonarla per di sopra e il tastarla e il soppesarla per di sotto: insomma, tutta la serie delle carezze, per le quali temevasi forte che la faccenda arrivata all’orecchio dell’Ordinario non motivasse ad evitanda scandala la separazione dell’Oca dal priore. Magari! fosse andata così, che sarebbe stata una manna. Intanto ecco sopraggiungere la notte del [p. 134 modifica]Natale, notte a tutti i fedeli gioconda, e per l’Oca nostra funesta, atroce, orribilissima notte! — Vi avverto di raccogliere le virtù vostre intorno al cuore, chè la pietà si acresce. Il buon priore scende da letto, si veste di tutto punto, camice, manopole, stola, pianeta addosso e berretto quadro con tre spicchi in capo83 e prima di recarsi in chiesa a celebrare lo incruento sacrificio, toltosi in collo l’Oca, la quale di nulla sospettava, con la destra ne avvinghia le zampe e con la manca le cinge il collo, adagiatala poi lungo la coscia manca e di uno strettone tirate le mani l’una verso il cielo l’altra verso lo inferno, la strangola per colpa di averla trovata troppo grassa. Ahi! prete traditore, se adipe era capitale delitto, da quanti anni mai avresti dovuto essere strangolato anco tu! — La mattina all’alba, quando l’Oca figliuola, levato il capo di sotto l’ala, contemplò lo spettacolo della madre priva del decoro delle piume appesa alla rastrelliera dei piatti, fu per cadere in deliquio, fu per gittarsi nel pozzo, fu per darsi di un coltello nel cuore, il capo nei muri, fu per mettersi in ginocchioni davanti al Gatto e dirgli:

«. . . . . . tu le insidiasti
Queste misere carni e tu le spoglia.»

Ma pensando poi che il Gatto non se lo sarebbe fatto dire due volte e sospettandolo [p. 135 modifica]anco reo della strage materna, aspettò il ritorno della fantesca per contarle le sue ragioni ed ottenerne vendetta. Ma che! Venne la Caterina e, impugnato il trinciante, incise il collo della defunta e ficcando le impronte dita per l’apertura estrasse il ventricolo e lo diede al Gatto, le sparò quindi utero e seno e cavatone fuori le palpitanti viscere, parte di esse serbò su la tafferia e parte da capo ne buttava al Gatto che aggrappato su per la gonnella di lei ne faceva, miagolando, urgentissima istanza. La rea femmina per maggiore strazio la trafisse allora di ben cento ferite, e nelle aperte margini ficcò tasselli di prosciutto e frondicelle di rosmarino. In quel punto parve all’orfana derelitta di scuoprire il mistero della scelleraggine: certo la fantesca astiosa della parzialità che il priore dimostrava per l’Oca aveva, daccordo cogli altri animali domestici, congiurato a perpetrare il misfatto. La cupidità che immensa in cotesto punto la invase di vendicare i mani materni le tennero unita al petto l’anima che già partiva, e innanzi di abbandonare questa terra, dove la colpa semina e la morte raccoglie, volle attendere tanto che il priore tornasse, e così cogli occhi suoi sincerarsi quale mente sarebbe stata la sua nel contemplare il caso nefando. Venne il priore, ma spogliati a mezzo i sacri arredi, recasi in cucina e, dato di piglio ad uno spiedo, trapassa l’Oca già sua [p. 136 modifica]mignona, ed acconciatala con due fette di pane sotto le ale e alquante foglie di salvia, nella guisa che i giovincelli di bella speranza premiati escono dal ginnasio coll’alloro e coi libri sotto il braccio, l’abbandonò al vortice del girarrosto, il quale stridendo pareva gioire di esporla con alterna vicenda all’azione del fuoco. Allora l’orfana infelicissima sentì andarsi per le ossa un gelo, il lume degli occhi le venne meno, e aperte le ali, le scosse alquanto e poi tirati gli ultimi tratti cessò84. Il priore chinatosi a terra vi raccolse un cadavere; l’anima dell’Oca figlia sopraffatta dal dolore tenne dietro all’anima della Oca madre, colà dove vanno dopo morte gli spiriti delle Oche. Il priore pertanto, tolto ch’ebbe in mano il cadavere infelice e sportolo verso la Caterina, è fama che in questa sentenza favellasse: «e talvolta accade, Caterina mia, che le Oche muoiano di accidente siccome questa: ciò poi non pregiudica nulla la bontà loro: la mangeremo rifatta con le lenticchie domani.»

Qui l’Asino sopra pensiero volle mettersi la mano in tasca per cavarne fuori il moccichino ed asciugarsene le lagrime, immemore che gli Asini non costumano tasche nè fazzoletti, per la quale cosa negli estri della orazione tale si diè di una zampata nelle costole, che con danno gravissimo del suo decoro si sdrucì un braccio e più di pelle: ond’ei con troppo maggiore verità di [p. 137 modifica]quella che per avventura desiderasse proruppe in suono lamentoso che in cotesto immenso vacuo venne da mille echi ripercosso. Le strane regioni fremono dintorno un guaio sterminato, e la pietà irresistibile e ratta, come favilla elettrica, scosse tutti i cuori delle Bestie. L’effetto della parola superando l’aspettativa dello stesso oratore lo concitava a continuare con infervorata eloquenza:

— Chi questi ed altri più lacrimabili casi degli Animali raccontò? Veruno. Mancano alle sventure nostre poemi, storie ed anche semplici cronache. E come poteva accadere altrimenti se i papi stessi, i quali, non fosse altro, per carità del prossimo dovevano pigliare in mano la nostra causa, tanto ci tennero in dispregio che da Sisto IV, a cui Teodoro Gaza dedicò la Storia delle Bestie, vedendosi ricompensato con soli cinquanta scudi, gittò il danaro nel Tevere e, maledicendo le lettere, si ritrasse in Calabria, dove indi a poco disfatto dalla etisia morì85. Un signore inglese, di nome Byron, con versi ricchi, proprio da pari suo, cantò della figlia che porgendo le mammelle al vecchio padre condannato a perire di fame in carcere per buono spazio di tempo nudrì86: sono quattro stanze, ma quattro stelle del Carro, che Dio stesso con le sue sante mani creò in un tripudio di amore, le pareggiano appena di gloria e di luce. Se un cherubino [p. 138 modifica]ed anche un presidente di Corte regia avessero cantato in dattili e spondei cotesto caso, no, lo sostengo alla recisa, non lo avrebbero potuto con accento più dolce. Pertanto la pietà filiale della donna romana inclita pei suoi della nobile cetra durò finchè il mondo si aperse come un petronciano cotto in forno e tuttavia dura, mentre quella dell’Oca del priore di San Simone nessuno conobbe, non celebrò nessuno, nè voi sapreste adesso a mondo finito, se un Asino veramente servo dei servi di Dio non ve la raccontasse. Un Asino che mai ebbe obblighi con le Oche, quando infiniti erano quelli che loro dovevano professare gli uomini: invero, qual parte prese il latte nella composizione dei Versi di lord Byron? Veruna: oh! ch’era forse un pudding, il quale per ordinario senza latte non si fa? Ma no davvero, e per lo contrario senza l’Oca come mai sarebbe riuscito a scriverlo? Poeti, storici, politici e di ogni maniera scrittori, senza penne di Oca non avrebbero potuto levarsi a volo di Aquila, mentre all’opposto si vide a Parigi che quando adoperarono per iscrivere le penne dell’Aquila, i diplomatici manipolatori del trattato di pace del 30 marzo 1856 si alzarono al volo dell’Oca87. La lira assunsero nei cieli, la penna dell’Oca no: e quella fu menzogna, questa verità, conciossiachè (e ne invoco la tua testimonianza, o re, che nel tuo mondo anche tu poetasti) i poeti a [p. 139 modifica]suono di lira non improvvisino o improvvisino male, bensì con la penna di Oca scrivano, cancellino, emendino e ricorreggano poi, finchè facciano, dopo molta fatica, o fico o scoppio. Insomma, la stagione della giustizia o non è arrivata, o si deve bandire con voce concorde che quanto ebbe virtù di onorare la stirpe umana uscì dall’Oca.

Più tardi pei nostri peccati sopraggiunse un secolo sozzamente schifo e laidamente duro, dove per mettere in armonia fra loro cose, fini e concetti miserabilissimi pullulanti per quello, come Lombrichi in letamaio, il ferro ebbe la presunzione di foggiarsi in penna e levare la mano diritta alla Oca. Invano però, chè la penna ferrea ad altro non fu provata buona che a scrivere denunzie di spie, accuse di fiscali stupidi e ribaldi e sentenze di giudici..... di tali giudici da rimandare Giuda in grammatica per apprendervi le concordanze della lingua del traditore....!

E poichè di un ultimo tratto, chente il priore di San Simone si fosse, io ti dipinga intero, hai da sapere come il giorno stesso della esposta tragedia cotesto Polifemo tonsurato, poichè ebbe imbandita su l’empia mensa l’Oca madre e fattone, rosecchiando, le ossa polite di carne così che meglio non avrieno potuto i Formicoloni delle Indie, chiamò la fantesca, ed additatole il nudo carcame, sciolto prima un lungo sospiro, le favellò in suono d’Jerusalem, convertere: [p. 140 modifica]«O Caterina, vedi che cosa siamo noi! Pensa a questo e va a portarmi l’altra roba da desinare.» La Caterina tornando in cucina si mise il catriosso davanti e meditò che se il priore un giorno o l’altro si fosse trovato corto a stracotto era strumento da mangiarsela mezza; la quale immaginazione tanto le sbigottì la mente che, dato al cappellano il finocchio da recare in tavola al priore, uscita di casa, andò ad accomodarsi con certo arciprete che mangiava anch’egli come quattro procuratori, pure umanamente sempre e non a modo dei Coccodrilli. S’intende acqua, ma non tempesta! — E con questo fo punto, non mi sentendo capace di proporre esempio più tenero della benevolenza divina che i figliuoli devono ai padri loro, la quale dagli uomini fu distinta col nome di umanità, nella guisa medesima che Maometto chiamavasi il profeta dei credenti.

Vergognando dei piati turpissimi di cui andavano strepitose le curie tra padri e figli e di ogni maniera congiunti, i quali, mentre profondevano tesori in cacce, conviti e in vizii altri più rei, negavansi vicendevolmente tanto da mantenersi in vita, gli uomini ordinarono una legge per ovviare a questa immanità chiamandola fra i Greci della Cicogna, però che essi primi osservassero come le Cicogne giovani e gagliarde prendessero cura delle inferme e vecchie nutrendole e procacciando loro tutte quelle comodità che [p. 141 modifica]la propria natura consente: i Romani eziandio salutarono la Cicogna col nome di Avis pia, uccello pietoso, onde gli uomini imparassero umanità dalle Bestie88.

Gli Ospedali degl’Innocenti, della istituzione dei quali millantavansi gli uomini, ch’erano mai se non testimoni murati della infamia dei loro costumi? Quello, che i figli della colpa patissero là dentro, descrisse a modo di romanzo egregiamente Antonio Ranieri. La Fortuna, che come governa assoluta molte delle faccende umane, così anche su i libri spiega impero, non tenne a galla cotesto libro su le acque di Lete e pur lo meritava; certo non era condotto con le regole dei romanzieri francesi; diversi lo scopo e l’arte: egli proponevasi migliorare insegnando; cotesti poi hanno in mira divertire perdendo. In Corsica, e questo rammento per causa di lode, le fanciulle rimaste incinte per via di non legittimi amori guardavansi bene di emendare il fallo col delitto ed i figli naturali allevavano affettuosamente, non vergognando della maternità. Le cure del figliuolo si paravano dinanzi loro quasi steccato per impedire ricadute, e non affermerò sempre (chè queste cose gli Asini di esperienza nè credono, nè dicono), ma spesso bastavano. La donna uscita dal tempio della dignità muliebre per la porta dello amore venereo vi rientrava per quella dello amore materno; ed era argomento di riguardo, anzichè [p. 142 modifica]di obbrobrio d’ipocrita repulsa, la povera ingannata che la umiliazione di fanciulla sopportava col coraggio di madre. Queste cose ho voluto dire, perchè a’ miei tempi e ne’ miei paesi il sacramento del matrimonio adoperavasi a guisa di patente per esercitarsi negli adulterii con civile decenza; le fanciulle poi all’opposto tenevansi in conto di Vestali; chiunque cascasse doveva essere sepolta viva.

In quanto concerne la Carità del prossimo basti ricordare le Cornacchie di Messina, infermiere della congiunta ferita, mediche, vegliatrici indefesse le quali, poichè Dio la ebbe destinata ad altri sensi, prefiche inconsolabili ne cantarono l’esequie e le dettero sepoltura onorevole a piè di un frassino mentre le sue figliuole, ahi misere! su la materna tomba vinte di angoscia col cuore lacero perivano89.

Io non lo nego, me ne guardi Dio, le suore della Carità furono un bel vanto presso gli uomini, e potrei anche dire che la più amorosa fra loro ebbe nome da una Bestia, carissima e soavissima se voi, ma pur Bestia: infatti la suora inglese che tanto si distinse nella guerra di Crimea non si chiamò Nightingale? E Nightingale non significa egli Rosignolo? Ma non lo dico sospettando che vogliano appuntarmi di andarle a cercare col lumicino: dirò soltanto, che non tutte le donne furono di certo suore di Carità e mi pare di mostrarmi discreto: elleno [p. 143 modifica]composero uno istituto di elette fra cento mila, mentre da natura viene a noi la propensione di sovvenire al prossimo e ci governa universale lo istinto benefico. Gli uomini santificarono san Vincenzo di Paola per la sua svisceratezza verso gli orfanelli e fecero bene, ma tu se arguto intendi, o re, troverai, che con questo vennero a confessare la consueta asperità loro, perocchè facessero capire tanto essere nuovo pesce un caritatevole nel consorzio umano, che comparso appena lo assunsero in cielo. In qual parte dunque avrebbero eglino levata la Canarina piissima, la quale non solo adottò per figli gli orfani del Rosignolo, ma vincendo il ribrezzo recava prima loro col becco il quotidiano pasto di Lombrichi, e subito dopo volava ai lavacri delle acque chiare e forbivaselo90? Gli uomini superbirono della fraternità della Misericordia, la quale, come sai, trasse origine dalla bestemmia, e per di più ebbe in mira di usare carità verso creature della medesima specie; io di ricontro ti narrerò cosa mirabile e vera. Conosci, o re, i Pettirossi? Tu li conosci, non fosse altro, arrosto; considera dunque i milioni di questi uccelletti arrostiti messi in fila davanti a te e alternati con gl’inseparabili crostini, e di’ poi, se più barbaramente potessero gli uomini comportarsi con loro? Ebbene questi Pettirossi in Inghilterra sentendo pietà per gli spietati persecutori loro quante volte ne [p. 144 modifica]incontravano i cadaveri derelitti per le macchie, con paglie, musco e foglie secche cuoprirono togliendoli alle fiere e all’aere maligno91. Certo veruna creatura al mondo osservò meglio dei Pettirossi il precetto di Gesù Cristo di rendere bene per male; e tu avverti, che anche prima della venuta di Cristo così fiorita carità praticavano, epperò senza precetto e senza neppure consiglio osservarono ciò, che gli uomini ammoniti e comandati aborrirono sempre. Il sommo dei poeti britanni non tacque di questo loro pregio e con versi divini ch’io, come posso, m’ingegno voltare nel caro idioma materno, lo celebrò:

. . . . . . . . . . . Coi più bei fiori,
Finchè dura la estate ed io pur viva,
La trista fossa allieterò, Fedele,
Nè fie che manchi il pallido verbasco
Che alla tua morta guancia si assomiglia,
Nè il pari alle tue vene azzurro bàccaro,
Nè de’ tuoi fiati meno olente assai
La cara foglia dell’agreste rosa.
E laddove io non sia, pietoso il becco
Del Pettirosso (o becco, onta all’avaro
Rede, che lascia l’anima del padre
Un degno avello supplicare invano!)
Le foglie ti verrà recando e i fiori:
E allorchè i fiori cessano e le foglie
Par che piangano il sol che manca in cielo,
Di molli muschi cuopriranno il tuo
Cadavere Infelice92.

Immemori gli uomini del divino eloquio di Marco Tullio Cicerone, mentre lo cercano [p. 145 modifica]a morte e i servi paurosi lo abbandonano, i Corvi punti di affetto pel supremo Oratore uscivano dal tempio di Apollo crocidando e beccando le funi e le antenne facevano prova di respingerlo dallo infausto lido di Gaeta; nè, riuscendo loro ogni partito invano per venirne a capo, cessarono da sovvenirlo, ma gli trassero dietro predicandogli augurii sinistri in loro favella; anzi pure dai tetti, su la finestra continuarono ammonirlo, ed uno di loro si arrisicò perfino sul letto dove Cicerone giaceva col capo avviluppato, e col becco gli scoperse la faccia, di che vergognando i familiari si dissuasero da lasciare deserto colui, allo aiuto del quale si erano mossi i volatili del cielo e ripostolo prestamente in lettiga s’incamminarono con tardo consiglio alla spiaggia. Quivi gli troncò il capo Popilio tribuno, che già accusato di parricidio e salvo per la virtù della parola di Cicerone, tale gli dava ricompensa adesso93! Ah! quando le Bestie non fossero state in altro superiori agli uomini, che nella ignoranza della ingratitudine, tanto basterebbe per farci aprire a due battenti le porte del paradiso; imperciocchè la ingratitudine, a mio parere, sia lo sfregio più brutto di cui il Diavolo deturpasse l’anima umana. Di questo nequitoso delitto nei Codici degli uomini non trovi fatta menzione; di là mi dissero doversi eccettuare quello dei Chinesi, e sarà, ma la più parte dei [p. 146 modifica]figliuoli di Adamo si astenne dal punirlo presentendolo universale troppo ed insanabile: per ordinario essi non badavano alla ingratitudine come neppure ad ogni altro fondamento della umana fortuna, bensì avvertivano al successo, e questo somministrava la misura del giudizio. Laonde se il beneficato, schiantando il benefattore, sopra le rovine di lui edificava, il mondo o si profferiva da se, o dopo alcun poco di preghiera si prometteva compare al birbante battezzato dal prospero evento: gli sdegni e le onte serbava pei ribaldi abortivi, e questa pazienza di vicendevole obbrobrio andava pregiata come mansuetudine di civiltà. Non così le Bestie. Del Leone di Andronico soldato romano suonò nel mondo assai chiara la fama: guarito un giorno per opera sua dalla spina nella zampa, quando glielo gittarono nel circo non gli toccò un capello. Più oscuro il Luccio del parco di Durham, magione del conte di Stamford, il quale essendosi rotta la testa percuotendo dentro uno spunzone fu medicato dal dottore Warwich, che gli rimase l’encefalo al posto e ne continuò la cura, finchè non l’ebbe alla pristina salute restituito. Non ingrato il Luccio, quante volte udiva la voce del dottore saltava fuori dell’acqua con manifesti segni di allegria dandogli il buon giorno94. La Pantera, che parve sì crudele, per rimerito dei figli cavati fuori dalla buca ov’erano caduti [p. 147 modifica]ricondusse incolume l’uomo fuori del deserto impervio, dove da più giorni piuttosto perduto che smarrito aggiravasi. Più mirabile a dirsi l’Aspide, quotidiano commensale di certo Satrapo; udendo come uno dei suoi figliuoli o figliuole che fossero, avesse dato la morte al primogenito dell’ospite, in vendetta della violata ospitalità e della ingratitudine in prima uccise il reo e poi vinto dal pudore si tolse bando volontario dalla casa desolata95.

Appio Giunio e Publio Silvio consoli, fu condannato a morte Tizio Sabino con tutti gli schiavi, così comandando Nerone: il Cane di un servo raccolto randagio e curato del cimurro da lui lo seguitò in carcere, condotto alle Gemonie gli tenne dietro e, comecchè ormai lo avessero morto, non si dipartiva pur sempre lamentandosi al suo fianco: avendogli certo passeggero, gittato un tozzo di pane, egli, sebbene sentisse rifinirsi dalla fame, lo prese e recollo su la bocca del padrone pensandolo vivo; e quando lo traboccarono nel Tevere vi si slanciò ancora egli, sottentrando al cadavere e con, ogni possa adoperandosi a sostenerlo a fior di acqua: spettacolo di pietà non solo alla moltitudine, bensì agli stessi cagnotti del tiranno96.

Di ricontro io pongo la ingratitudine di Lucio Settimuleio: privatissimo costui di Caio Gracco e con ogni maniera di benefizii [p. 148 modifica]gratificato, poichè ebbe udito il bando del console Opimio il quale prometteva tanto oro quanto pesava la testa di Gracco a cui lo riportasse, lo decapitò: nè qui rimase; foratogli il cranio ne cavò fuori il cervello sostituendovi piombo, perchè nella stadera maggiormente gravitasse il capo dell’amico benefattore, vincendo così con la immane gratitudine di anima plebea la efferatezza dell’odio patrizio non placabile mai97.

Circa amor coniugale io già non credo, che presumano gli uomini allegare lo esempio delle femmine indiane, le quali chiamavano suttie, però che di certa scienza io mi sappia com’elleno gittando nelle fiamme avvampanti il corpo del marito fossero mosse da errore, da ebbrezza o da paura, mentre la cagione vera di cotesti sacrifici stava negli spessi avvelenamenti operati dalle femmine indiane cupide di nuove nozze, per la quale cosa non sapendo i coniugi come schermirsi, ordinarono per legge che con essi morti avessero ad ardere le mogli vive. Però di tali abbominazioni andava ignaro lo Scimmiotto conservato nel Museo del Giardino delle Piante a Parigi, che si lasciò morire d’inedia, quando gli astri tiranni congiurati con le barbare stelle dello abate Metastasio gl’involarono la Scimmia compagna dilettissima della vita; nè per quanto leggiamo nelle storie degne di fede, valsero conforti di fichi secchi, in grazia dei quali si [p. 149 modifica]affaticavano a tutto uomo per mantenerlo in vita i pietosi custodi. Questo prodigio di affetto coniugale si venerò lungamente impagliato a Parigi nel museo del Giardino delle Piante; onde i moralisti, finchè nel mondo durarono mogli e mariti, solevano indefessi predicare: «Coniugi infedeli, andate in pellegrinaggio alla bacheca dello Scimmiotto di Parigi e pentitevi98

Gli Asini salvatichi dell’Africa nel fervido amore delle consorti non conoscevano pari; e siccome chi ama teme, così ugualmente acuti gli scombuiò l’amore e la gelosia. Non possedendo fabbri tra loro capaci di manufare quei cotali arnesi, in grazia di cui gli uomini l’onore delle mogli mettevano in salvo, avvisarono un rimedio più spiccio e questo fu di strappare co’ denti ai temuti rivali gl’istrumenti co’ quali vengono a ricevere torto i mariti; e siccome gli Asini africani di natura loro pendono allo sfarzoso, non tennero nascosto il segreto, poco curando medaglie d’invenzione o patenti privilegiate, ma subito lo parteciparono agli uomini, perchè se ne giovassero. Questi poi lo rifiutarono, trovandoci dentro troppo grave il pregiudizio del terzo: su di che gli Asini si strinsero nelle spalle persistendo a sostenere che, per quanto gli uomini si beccassero il cervello, tanto non avrebbero trovato un rimedio pari a quello in sicurezza ed in bontà99. [p. 150 modifica]

Gli annali del genere umano fanno prova come la fedeltà dei Cani superasse quella delle mogli; ma che diavolo favello io fedeltà? Al fiero talento delle donne odiatrici i mariti non trovarono riparo che bastasse fuori del Cane; e quella Tebe consorte di Alessandro Fereo non sarebbe venuta a capo di ammazzarlo nel talamo, dove l’improvvido marito dormiva, se non avesse atteso ella prima ad allontanare il Cane custode100. Però un Cane pronipote di questo, posto a guardia dei penetrali di Nicomede re di Bitinia, sbirciando dall’uscio socchiuso come la sua moglie Consigi lo provocasse alla ginnastica di Ciprigna con gesti di soverchio veementi, memore degli aviti ricordi ed erede dei sospetti domestici, avventatosele addosso, la sbranò101. Questo esempio mi parve bene riferire, affinchè le femmine coniugate o no, quando si accingono a cosiffatte faccende, si chiudano l’uscio dietro, tenendo sempre davanti gli occhi che il minor male cui elleno vadano incontro con la porta aperta, è di trovarsi sbranate dai Cani, e non vi paia poco.

Ma ritorniamo a discorrere di benevolenza non imposta da obbligo alcuno sia di parentela, sia per vincolo matrimoniale, ovvero in ragione di gratitudine. Ermia garzoncello, mentre con meno riguardo fende il mare spumante sul dorso dello amico Delfino annega; ripescato e condotto alla [p. 151 modifica]spiaggia, ce lo seguita il Delfino, e quivi, preso in orrore il malauroso elemento, a canto a quello esala lo spirito102. L’Aquila di Pirro re, vistolo morto, abborrito il cibo, desiderò accompagnarlo nel sepolcro103. Dell’Aquila della fanciulla di Sesto, che le sue volle mescere con le ceneri di quella, già tenni proposito. Così pure fra gli Elefanti si celebra Aiace, prode compagno del virtuoso Poro, il quale trasportò fuori dalla pugna il suo padrone contendente invano contro Alessandro magno, e poichè lo ebbe deposto esanime sul terreno e liberato dalle molte freccie ficcategli dentro al corpo, sopraffatto anch’egli dalle piaghe e dal trambasciamento, al suo fianco spirò104. Meno illustre, non meno fedele l’Elefante Nicone, nello assalto di Argo dove morì il re di Pirro, studiando riavere il suo reggitore, mandò sottosopra così amici come nemici, e ricuperatone finalmente il cadavere, se lo tolse sopra le zanne, correndo poi per furore fatto vesano a deporlo in luogo sicuro105. Nella famiglia dei Cavalli per antica celebrità era illustre il Destriere Scita che, visto il vincitore accostarsi per ispogliare il padrone spento in battaglia, lacerandolo co’ morsi e calpestandolo ridusse informe massa di fango insanguinato106: al pari di questo merita l’onore della memoria il Cavallo di Antioco, che salito da Centerato di Galazia omicida di lui, poichè [p. 152 modifica]non gli occorse spediente migliore alla vendetta, si spinse contro al baratro e dentro quello in uno coll’abborrito cavaliere sprofondò107: più elegiaco il Cavallo del re Nicomede (che morto di naturale infermità non lo lasciava erede di veruna vendetta), attesa la regale anima al varco, con essa si accompagnò e insieme a braccetto arrivarono agli Elisi108. Di fama più recente andò inclito il Destriero britanno che nella battaglia di Maupertuis, dove il principe Nero ruppe re Giovanni di Francia, venuto in mano dei nemici, valicò lo stretto di Calais, ed arrivato in prossimità del castello del suo signore si pose a nitrire tutto festoso, quasi per annunziargli da lontano il ritorno: ma il suo cavaliere non lo potè sentire sopra la terra inglese, che lui riteneva morto quella di Francia; della quale cosa accortosi il gentile animale, non sostenne vivere, volle morire di fame109. Ai tempi miei salì in fama il Cavallo turco di Cristiana Triulzio principessa di Belgioioso. Erasi questa gentildonna virtuosamente nelle guerre italiche adoperata contro l’aborrito tedesco, e quando la fortuna, dopo breve sorriso, tornò a guardarci in cagnesco, sostenne per più anni con forte petto l’amarezza dello esilio: di repente però o la prendesse il tedio o la femminile costanza fosse giunta al verde, udii con rammarico infinito com’ella si fosse adattata a vivere serva in quella Patria, [p. 153 modifica]dalla quale usciva per non averla potuta rivendicare in Libertà. La fama impone obblighi ardui; nè io affermo superiori al coraggio di donna, bensì al comune delle donne: onde se fossimo a tempo e se giovasse, io consiglierei le femmine a interrogare bene l’anima propria prima di mettersi dentro eventi difficili e per duraturo fastidio affannosi, e laddove non se la sentano tetragona rimangansi, che bene avrà sempre meritato la femmina del consorzio civile e della sua famiglia, se non avrà dato a dire di sè in bene, nè in male, secondo quello che ne sentenziò l’antico Teofrasto. La violetta, per crescere all’ombra del cespuglio, non si pregia meno, nè si ama, e colta con diligenza esala pudicamente il suo profumo davanti la immagine domestica della Madre di Gesù: ed anco questo è fine desiderabile. Ora adunque nella relazione del suo pellegrinaggio in Oriente la Principessa racconta come cavalcando fra Latakia e l’Anatolia sopra un Cavallo arabo chiamato Kur o Bianco, arrivata che fu presso a certo colle, non lo potesse più tenere nonostante gli sforzi, sicchè improvvida di ogni partito lo lasciò in sua balia: allora il Cavallo su in linea ritta prese ad erpicarsi pel monte, e salito in vetta, a dirupare giù per fratte e per burroni spaventosi: come piacque, a Dio venuto a valle, andò difilato incontro ad un altro [p. 154 modifica]Cavallo che dall’altra parte comparve: riconosciutisi entrambi incominciarono a saltellare, a nitrire, e su le deretane gambe rizzati sporgersi quelle davanti come due gentiluomini inglesi che, dopo molta lontananza, corrono a squassarsi, a rotta di scapole, le mani. Maravigliando, poi seppe la Principessa, come conterranei fossero questi Cavalli, amici di lunga data e per bontà di lignaggio dotati di sensi squisiti, atti a riconoscere gli Animali e i luoghi di loro usanza.

La umanità dei Cani passa il segno: ci sarebbe materia per parecchi volumi; così in iscorcio mi sia concesso ricordare di alcuni, perchè davvero le cose operate da loro in pro degli uomini rendonmi superbo di essere nato Bestia, non uomo. In quanto ad Argo, cane di quel mascagno d’Ulisse, che attese il ritorno del padrone per leccargli la mano e spirare, io mi rimetto all’Odissea di Omero, confessando volentieri che, cantato da cotesta tromba divina, può passarsi del mio raglio. Il Poeta Pope compose versi intorno alla strenua fedeltà del suo, che dal coltello del sicario gli salvò la vita; però anche questo non ha bisogno di me. Solino, continuatore di Plinio, ci fa sapere la virtù del cane di Sulpizio, il quale seguitò il padrone al patibolo, e quando vide dal mozzo tronco sgorgare il sangue di lui, cieco di furore si avventò contro il [p. 155 modifica]carnefice, stracciandogli le carni: in seguito, tenendo dietro a coloro che portavano il cadavere, poichè l’ebbero gettato nel Tevere, volle generoso la sepoltura comune con quello dentro ai gorghi del fiume: Cane galantuomo, Cane al tutto degno di essere nato gemello coll’altro del servo di Sabino, del quale ho già discorso, e ne sospettai; però ne scrissi a quel dottissimo Cardinale Mai che ne facesse ricerca nella Vaticana; e se la morte non lo rapiva al desiderio dei buoni, io so, che sarebbe venuto a capo di questa fatica lodevolissima. Chi ridirà tutti gli atti d’amore, di carità, di fede della schiatta canina? Mi ci vorrebbero, e chi sa se bastassero, le cento lingue di ferro e i cento petti di bronzo invocati da Omero per celebrare le ribalderie di cotesti suoi tagliacantoni Argivi, che a furia di splendore di canto ci vuole dare ad intendere, che fossero stinchi di santi e d’eroi. Pagherei un orecchio a non essere entrato in cosiffatto selceto; ma poichè ci sono, m’ingegnerò cavarne, come meglio posso, le gambe. Fino i putti delle scuole di Rettorica conoscevano il caso del Cane di Santippo padre di Pericle, il quale non sopportando rimanersi derelitto in Atene, lo seguitò notando a Salamina, di cui attinta la spiaggia affranto dall’angoscia morì110. I Cani di Pirro (e notate quanto era in grazia questo guerriero alle Bestie) come pure quelli [p. 156 modifica]di Lisimaco, morti i padroni, gli accompagnarono su le pallide rive di Acheronte, dove non li volendo traghettare il navalestro infernale per difetto di pedaggio, Cerebro a cagione della parentela s’interpose, ottenendo che passassero a bardotto111. Furonci perfino Cani, che per salvare il padrone si buttarono nel fuoco, e questo accadde in Inghilterra: nell’acqua poi non se ne discorre neppure112. Il Cane di Guglielmo I di Olanda, dopo i funerali di lui, logoro dalla malinconia, odia il cibo e muore. Per questo successo i borghesi di Delfti gl’innalzarono una statua113. Qui fo punto e domando: parecchie Bestie fino a questa parte del mio ragionamento sono venuto ricordando morte di affanno per la perdita del re loro signore: adesso prendete penna e carta e calcoliamo i compagni umani, dei Principi, che per la costoro morte disperati perissero, Perissero? Cala! di’ pure piangessero. I re sono destinati a non possedere amici che fra le Bestie; e questo non invento mica io, bensì lo ricavo dalla bocca di Luigi XIV, dei costumi di corte praticissimo e di quelli conservatore solenne, il quale, poichè si accorse vicina la morte, vedendosi attorno alquanti cortigiani che stavano lì come se sbracati sedessero a carne ignuda su le ortiche, gli ammoniva con la seguente sentenza: Che fate voi qui? Il vostro posto non è intorno al sole che [p. 157 modifica]tramonta sibbene a quello che si leva114. E i cortigiani, volando via come colombi impauriti, si accordarono a dichiarare che le più belle parole e le più belle cose dei Principi, del pari che il canto de’ Cigni, sono quelle che dicono o fanno in procinto di morte. Una volta, per quanto ne intesi, alcuni cortigiani convennero a fare prova di piangere nell’anticamera di certo Principino, che nella stanza appresso stava per tirare il calcetto: ma il poeta Maleserba, uomo rotto, passando quinci oltre, con burbero accento gli rampognò: — di che cosa piangete, che Dio vi mandi il vermocane? disse loro; avete paura che vi manchino padroni?115. I cortigiani cessarono le finte lagrime, considerando che amare e cordogliare i principi, che servono, non entra negli obblighi loro. Ammirabili nella prima rivoluzione di Francia i Cani consolatori, dei proscritti visitatori indefessi, non ributtati dagli oltraggi, non atterriti dalle minaccie, dalle ferite stesse non vinti; messaggieri unici, compagni fino al sepolcro degli amati padroni, anzi oltre il sepolcro, conciossiachè se ne annoverassero parecchi morti col cuore rotto sopra la fossa di quelli116. Frattanto ventinove o trenta milioni di Francesi tremavano a verga sotto la sferza dello avvocatuzzo di Arras, come sempre davanti quelli che, fra i loro caporali, ricordansi, che l’undici viene dopo il dieci: [p. 158 modifica]agevole cosa per tutti, pei Francesi no, nemici mortali dei conti lunghi, e condannati a tornare perpetuamente da capo. Allora e sempre agli uomini piacque la fortuna dei vincitori; ai Cani quella dei vinti. E quando si trovarono fra le zampe ogni rimedio corto, i Cani stettero custodi dei sepolcri fuggendo ogni chiarore, fuorchè degli astri benigni alle abbandonate sepolture. Dopo la rivoluzione del 1830, durò a Parigi per quattro giorni interi (eternità francese!) il pietoso ricordo di quel Cane Medoro, che a verun patto consentì allontanarsi dalla colonna del luglio dove giacque il suo padrone spento allo assalto del Louvre nelle tre giornate celebri per molte cose e per vanità uniche117. Il signore Sismondi, tanto della Italia benemerito, racconta come taluni perduti ad ogni senso di misericordia mettessero davanti nella città di Milano a certo Cane un bambino, affinchè lo divorasse, dalla quale scelleraggine egli constantemente rifuggì118. Il signor Sismondi a questo punto tronca il racconto, ma altri personaggi mi assicurano, che il Cane forte scandalizzato, che lo si reputasse capace di siffatte ribalderie, abbaiasse così: — sono io diventato un austriaco per ammazzare pargoli? Coteste opere fanno i soldati di sua maestà apostolica figliuolo prediletto di santa madre Chiesa, non io. — Delle altre bestie mi basti ricordare il Topo del [p. 159 modifica]barone di Trenk, e il Ragnatelo del Pèllissier; ne fa l’elogio il nome; la fama loro disgradò quella degli eroi di Plutarco, imperciocchè per lode non si potesse crescere, nè per biasimo diminuire.

Corse tra gli uomini una leggenda la quale fu questa. Gesù Cristo pellegrinando con san Pietro nel mondo capitò davanti alla bottega di un fornaio giusto in quel punto, che cavava il pane dal forno; solleticato dall’odore del pane cotto allora allora ne domandò un catollo al fornaio per amore di Dio; questi invece ne prese uno intero per darglielo, ma nel mentre che glielo porgeva crebbe smisurato quanto la rota di un carro: la figliuola del fornaio ch’era la maggiore tigna che mai fosse venuta nel mondo, vedendo il pane mostruoso lo tolse di mano al padre dicendo: ou! ou! e lo ripose su la madia. Il fornaio allora ne prese un altro per darlo a Gesù, ed anche questo ingrandendosi gli venne tolto dall’avara figliuola: così del pari la terza volta: venuta meno la pazienza al Signore, volto alla trista le favellò: — donna, poichè il tuo cattivo cuore ti fece invidiare il pane ai poveri di Dio, io ti condanno a cercarti il cibo traverso la scorza degli alberi quando avrai fame — e dopo queste parole la trasformò in Picchio, uccello che per nudrirsi costuma come Cristo, disse119. Donde poi vollero ricavare argomento che le Bestie non [p. 160 modifica]si trovarono a prova caritative e buone, come altri sostenne: a ciò breve risposta; la leggenda è falsa, e se i preti avessero posseduto meno ignoranza o più pudore, sariensi astenuti con siffatta maniera novelle contaminare la divina semplicità della fede di Cristo lasciandole al paganesimo; colà stavano al suo posto; e dato il caso che la fosse vera, considerate che il fallo lo commise la donna, non già l’uccello, incolpevole affatto, e da natura, per fini al nostro intendere celati, disposto ad alimentarsi nel modo che ho detto.

La madre delle cose nel fabbricare l’Asino dimenticò il fiele, o piuttosto quel tanto che gli doveva retribuire in fiele glielo pagò in cuore, onde io mi sentii conformato a disprezzare molto e a odiare poco, anzi punto; però quante volte la fortuna mi porse il coltello in mano dalla parte del manico mi astenni dalle vendette: confortandomi a questo non mica misericordia dei vinti, che nè pietà meritavano, nè sdegno, nè nulla, così io gli estimava abietti ed erano; sibbene studio di fama gentile e religione degli esempi magnanimi, dei quali mi parve che l’anima mia dovesse adoperare a modo che usò Chirone con Achille delle midolle leonine, onde per cotesto cibo diventata gagliarda potesse bastare poi alle battaglie della vita. Altri si valse degli antichi documenti e delle oneste parole a guisa [p. 161 modifica]di arazzi, che si mettono fuori a ricoprire la turpitudine dei muri finchè passa la processione, e così praticando a sè nocquero e ad altrui, imperciocchè in morale fosse certa una cosa, che non puoi durare stimabile, se tu non ti stimi. Fa di sentirti buono e aspetta: il culto degli uomini verrà a trovarti fino a casa. Però confidato nella opera infallibile del tempo e nella forza della virtù non solo non mi vendicai, ma neppure volli dagli obbrobrii, e dalle offese difendermi. L’Olimpo, sede degl’immortali, non bada se vapori terrestri aggruppandosi a mezza costa ne involino la vetta agli occhi degli uomini; perpetuamente sereno, divinamente inalterato aspetta, che le nuvole passino per letificarli da capo con la vista delle sue azzurre pendici. Pertanto avevano un bel tempestarmi sopra le spalle con bastoni di sorbo o vuoi marruche i figliuoli di Adamo, ch’io nell’amorosa fantasia mi piaceva figurarmeli cubiculari solerti, che mi scuotessero la giubba, sicchè prima che la polvere andasse travolta ludibrio dei venti, ogni ira in me cadeva in terra, e questo ti sia nuovo segno di cuore magnanimo. — Fra le Bestie poi d’accordo con tutti; nemici uno, o due, ma così umili e piccoli da non contarsi nemmeno, l’Egito e il Lucherino. Un giorno però l’Egito saltandomi addosso prese, beccandoli, a inciprignirmi i guidaleschi; di che piuttosto maravigliato che offeso lo [p. 162 modifica]interrogai: — Frate, che fai? Ed egli a me: mi vendico. — Vendicarti, ripresi io, e di che? — Mi vendico, rispose egli, perchè io pongo il nido nei pruni e tu mangiandoli me lo sconci sovente, sempre me lo scompigli. — Oh! scusa, replicai pur domandando con l’aria del volto perdono: io non l’ho fatto a posta, e causa ne fu l’uomo, che di un calcio nella pancia mi ha dato cena120. Così chiarita la faccenda, posammo gli animi, ormai più di prima diventati amici.

Suprema virtù, celebrarono i filosofi la temperanza così nei cibi, come nelle bevande, avvegnachè dalla qualità e dal soverchio di quelli venne a generarsi negli animaleschi corpi ogni cagione d’infermità: e questo fu male; non però il peggio, chè l’anima si sentì con inestimabile smacco presa dallo stravizio e sbatacchiata fuori delle consuete rotaie con pericolo di fiaccarsi il collo. Ignobile cosa il corpo, e nondimeno padrone di condurre l’anima in precipizio, nel modo stesso che per ordinario un vetturino ubbriaco menava in giro tanti papi fiori di galantuomo, e tanti principi di garbo.... ond’io Asino anche adesso pensando al pericolo, che allora correvano il trono e l’altare, pei brividi faccio la pelle di Pollo. — In testimonio della mia sobrietà adduco il proverbio vecchio:

«Per sè bee l’acqua e agli altri porta il vino»

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Nè portando unicamente il vino bevo acqua, ma porto grano, orzo, di ogni sorte elettissime biade altresì e mi contento di paglia. Tu re dichiara se io mai ti venissi a tabellare co’ memoriali dintorno onde tu mi promovessi a più comodo stato, e fieno invece di paglia tu mi mettessi nella greppia, come costumavano ogni giorno le marmeggie degli stati, con parola forestiera detti impiegati. Agli uomini male incolse sovente di cercar miglior pane che di grano: Asino esperto stetti soddisfatto alla paglia e ad un po’ di erba quando capitava. Nonostante che queste verità si leggessero nei boccali di Montelupo, anche qui mi fece ostacolo la emulazione umana, e non potendo vantare la temperanza propria negarono la mia: a tale intento misero fuori la voce, che un Asino ingordo avendo sbirciato nel tinello del filosofo Filemone un bacile di argento pieno di fichi fiori si pose a mangiarli con sì ridicole smorfie, che le più strane non furono mai fatte al mondo; per modo che entrato in cotesto punto il filosofo, e visto il caso, tale lo colse irrefrenabile un riso, che senza sacramenti, in compendio, come si dice crepò. Così di questa avventura l’incerto poeta:

Poi con che grazia mangia, e con che lena
     Filemon cel potrebbe raccontare,
     Ma ridendo morì senz’altra pena,

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E fu, che vide un’Asino mangiare
     De’ fichi alla sua mensa apparecchiata
     E tal fu il riso, che lo fe’ crepare,
Ma prima disse alla fante, che stata
     Era troppo a venir portargli bere,
     Che la prima vivanda aveva mangiata.»

Comecchè mi sovvenissero di più sorte argomenti, tuttavolta io non voglio smentire il mio poeta dabbene; sia pertanto come lo conta; io qui non vedo colpa nell’Asino, sebbene follia di uomo, che certo usurpò reputazione e barba da filosofo: e valga il vero, oh che cosa trovava di riprendere costui nel vedere un Asino mangiare fichi? Paionvi queste cause sufficienti di ridire e per di più crepare di riso? Sono i fichi frutti della terra, e su questi ha giurisdizione la universa famiglia degli animali; sicchè per questa parte zitti a riso: rispetto al bacile tanto vale che di argento fosse o di faggio, massime per un filosofo, il quale doveva rammentarsi che l’uomo un dì, e non correvano le centinaia di secoli, si era pasciuto scuotendo i rami della quercia e mangiandone i frutti caduti, come dissetato, facendo scodella delle mani in mezzo ai fiumi; anzi certo giorno morto di sete egli si trovò presso un pozzo dell’acqua, del quale non sapendo in qual modo valersi, stavasene malinconoso a considerarla; allora il Corvo, poichè l’ebbe lunga pezza proverbiato delta sua superba ignoranza, [p. 165 modifica]grancite con gli artigli pietre, le gittò nel pozzo facendo salire l’acqua, e così gli insegnò la maniera di attingerla121. Coteste furono salutate età dell’oro e regni di Saturno, dove gli uomini obbedirono a parecchi dei comandamenti di Dio non mica per volontà ma per non poterne fare a meno. Che Dio vi benedica! come volevate rubare le posate di argento a cui pasceva ghiande bacchiate dalle querci? Pochi pertanto io conobbi filosofi, i quali non ispogliassero a casa con la zimarra la filosofia, tra i quali io mi stringo a ricordare Crisippo, cui non sapevano di buono le pietanze, se dentro piatti di argento non gli venissero messe davanti. Donde per via di sillogismo si conclude, che se Filomene crepò è segno, che doveva crepare senza accagionarne me: che se colpa ci cadde, fu tutta sua, non mia, avvegnadio spacciandosi egli filosofo e persona arguta lasciò così stranamente percuotersi il cervello da un caso dozzinale e volgare. In quanto a riso, io so di certo che quello eccitato dalle Bestie negli uomini riuscì loro sempre vantaggioso, sia gli facesse crepare, o gli restituisse alla pristina sanità. Cantasi per Messere Luigi Pulci come le scimitarre, le spade, e le incantagioni non essendo potute venire a capo di dare il crollo a quel malanno di Margutte.

«Gran professor di cose inique e brutte,

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il quale possedeva settantasette dei peccati mortali, che non lo lasciavano mai state nè verno, una Scimmia tolse il carico di cotesta impresa e ci riuscì levando a lui gli usatti o vogli stivali e mettendoseli ella; di che Margutte:

«Tanto le risa sghignazzando addoppia,
Che finalmente per la pena scoppia122

All’opposto Giulio Mazzarino cardinale di santa madre Chiesa, essendo da mal di morte travagliato in grazia di un apostema nella gola, vinto dallo spasimo, dopo un grande sospiro si gettò giù. — Per lo che i servi reputandolo morto, senza porre tempo fra mezzo si accinsero al saccheggio, e quale arraffava robe, chi quattrini, chi gioie. La scimmia, solenne imitatrice delle azioni umane e pertanto fra tutte le Bestie tenuta meritatamente in dispregio, immaginò potersi in coscienza appropriare qualche cosa fra mezzo a cotesto rubamento universale. Uncinata quindi la berretta cardinalizia e la cappa purpurea, se le vestì con molto sussiego, riportando appuntino i gesti e gli atti del padrone. Ora accadde che il Mazzarino riavutosi alquanto, schiudendo un po’ gli occhi a fatica, di prima colta gli si presentasse davanti la Scimmia cardinale, donde così veemente gli scosse la gola un gruppo di riso, che questo potè solo ciò che [p. 167 modifica]tutti i medici uniti insieme non avevano potuto, voglio dire scoppiarli il tumore e sanarlo123. Così il medesimo riso sortiva effetto diverso, funesto nell’empio che, avendo in tasca il simbolo degli Apostoli, conchiudeva il suo tristo Credo con le parole:

E soprattutto nel buon vino ho fede.
E credo che sia salvo chi ci crede124.

avventuroso nel Mazzarino, in primis perchè arpione o cardine della Chiesa cattolica, ed oltre a ciò la castità, ingenuità e sincerità del personaggio e, se altre vi hanno virtù che finiscano in a, delle terrene dovizie il disprezzo esemplare e gli altri pregi inerenti alla sacra porpora cardinalesca lo facevano degno di quello non meno che di maggiori benefizii.

Alla peggio; o eterni nemici nostri, dite faceste ridere voi altri quando sprofondaste nella gola, come nel baratro, le sostanze, vostre, quelle dei pupilli alla fede vostra commessi, il vivere quieto di popoli interi? Faceva ridere Claudio imperatore che, seduto a rendere ragione nel foro di Augusto, sentito l’odore dello stufato che cocevano i sacerdoti Salii nel prossimo tempio di Marte, lasciati in asso i litiganti, là corse con la lingua fuori a mangiarlo? Ovvero quando pinzo a crepa pelle di cibo, cotesto imperatore del mondo si buttava a giacere a [p. 168 modifica]pancia all’aria, affinchè gli schiavi; solleticandoli con la penna la gola, lo eccitassero al vomito125? Moveva le risa o le lacrime Vitellio imperatore anch’egli (di gente volgare io non piglio vaghezza), invitantesi impronto a parecchi festini in ore diverse di un medesimo giorno per avere abilità di divorare a tutti? E nota che ognuno di questi conviti non costava meno di quattrocentomila sesterzii: famosissimo tra gli altri quello imbaditogli dal suo fratello quando egli entrò in Roma; ci furono duemila pesci e settemila uccelli, dell’altra roba all’avvenante: allora comparve in tavola un piatto di grandezza enorme chiamato per grandigia: scudo di Minerva protettrice, pieno di fegati di Passerini, cervelli di Fagiani e Pavoni, lingue di Fenicotteri e latte di Lamprede. Triremi e vascelli solcavano il mare dei Parti agl’Iberi recando cibi al vorace imperatore, il quale poi mangiava di tutto senza neppure squisitezza di gusto, imperciocchè in quante osterie s’imbattesse diluviava cibi grossolani cotti o non cotti, freschi o vieti ed anco andati a male126. Plinio il vecchio descrivendo il piatto di Vitellio racconta che per cuocerlo (però che fosse di coccio) bisognò fabbricare un forno in aperta campagna e valse un milione di sesterzii; onde Muciano mordendo cotanta spesa iniquamente matta ebbe a dire che superava nel costo quello di Asperna, [p. 169 modifica]il quale per essere avvelenato tolse di vita ben centotrenta persone127. E prima di Vitellio, Drusilliano Rotundo liberto di Claudio se n’era fatto fondere uno di argento di cinquecento libbre; e i servi di Drusilliano altri ottocento ed anche di ottocento cinquanta libbre128. O Curio, dov’erano andate la tue rape allora! Come e dove in breve secolo traboccano i popoli! — Gl’imperatori non parvero soli a empire gli enormi piatti di cose enormi: leggesi di Esopo Clodio istrione tragico, il quale ne imbandì uno ai convitati suoi composto di uccelli addestrati a imitare il linguaggio degli uomini, di cui ognuno costava meglio di seimila sesterzi!, sicchè la vivanda valse intorno alle venticinquemila lire di moneta fiorentina129. Massimino imperatore mangiava a pasto quaranta libbre di carne quando si sentiva svogliato; avendo appetito fino a sessanta; in quanto a bere faceva punto al quattordicesimo fiasco130. Principesco spettacolo lo stravizio se immane: quindi prese diletto Aureliano imperatore a guardare Fagone, che divorò nel giro di ventiquattro ore un Cignale, un Porco di latte, un Montone e cento pani; di vino ne vuotò una botte131. In tempi più prossimi Enrico I re d’Inghilterra per satolla di Lamprede muore132; don Pietro di Toledo per satolla di Beccafichi a Firenze, onde il genero [p. 170 modifica]suo Cosimo lo fece riporre dentro un sepolcro di legno, perchè secondo i gusti taluno ci vedesse un’urna, e tal altro un trogolo; diluviatori insigni i Borboni tutti, più degli altri Luigi XIV che, cenato per quattro, teneva a canto il letto sempre pronti brodi e capponi, caso mai si sentisse illanguidire lo stomaco, e corse comune opinione che se Luigi XVI, preso pei capelli dalla Gola, non si fermava a Vincennes, sariasi messo in salvo nelle terre del cognato. Un cuoco ai tempi di Tiberio valse più di un trionfo133. Nei fasti della ghiottoneria romana tre Apicii salirono in eccellenza; il primo visse contemporaneo a Silla; il secondo fu coetaneo a Traiano ed inventò il modo di conservare le Ostriche; del terzo parlano Seneca e Plinio: di lui si ha il libro intitolato de re Culinaria: ei fu quegli, che spese in mettere tavole agli amici due milioni e mezzo di sesterzii; rimastogli un capitale di duecentocinquantamila lire, parendogli non bastasse a fargli le spese, da pari suo si avvelenò. Come i martiri e i confessori, così ebbe i suoi pellegrini la Ghiottoneria. Archestrato poeta greco viaggiò per conoscere le cucine dei varii popoli del mondo: frutto delle sue pellegrinazioni un poema, nel quale propose dividere il genere umano in due specie; di cui la prima: quelli che abbondano di fame e scarseggiano di desinari; la seconda: quelli che di pranzo hanno copia, e di [p. 171 modifica]appetito mancanza. Oh non era curioso costui? Il signore Delestre visitando i manicomii di Francia trovò un cuoco matto che Geremia della cucina lamentava lo scadimento di quest’arte per eccellenza francese: con pietoso stile venne raccontando costui come presso il principe di Condè ogni giorno mettesse al fuoco trecento casseruole a coda, e innanzi di arrivare ai cuochi di corte ce ne voleva134! I partiti tragici che parvero un dì esclusivo corteggio di catastrofi politiche, di ora in poi accompagnarono i mestieri pululati dai vizii umani, e la gloria entrò anch’essa in casseruola: il nome di certo cuoco francese stette celebre un tempo per essersi reciso la gola ai mani di un ragù nato sciapito. Dettaronsi opere voluminose sia come codici, sia come glose dell’arte di cucinare: sopra gli altri illustre Careme cuoco di Talleyrand, di mondiale celebrità per la sua ghiottoneria: e così fosse piaciuto a Dio che presso i Popoli non acquistasse nomèa per vizio peggiore di quello della gola! — Nè questo è tutto: dopo l’enorme viene il mostruoso, ed anche per ciò spaziarono gli umani appetiti insaziabili di mali; il figlio dello istrione Clodio, erede delle immense ricchezze paterne, volle che i suoi commensali gustassero perle disfatte135: il consolare Lucullo e la sua sala sacra ad Apolline, favole da fanciullo a petto del figliuolo dal [p. 172 modifica]mimo! Così è, i primi quattro scalini l’inferno popoli e individui scendono a uno per volta, in appresso si precipitano ruzzolando le scale intere. Dopo di lui Cleopatra, irridendo la magnificenza dei banchetti di Marco Antonio, afferma sè essere donna da spendere a cena dieci milioni di sesterzii: accettasi il gioco: dato fine al banchetto, ordina le siano recate due perle, maraviglia di Oriente, e un vasello di aceto: come aveva imposto essendo stato eseguito, getta una perla nel vaso e, stemprata appena, la beve; già si apprestava a far lo stesso con l’altra, quando Lucio Planco, sapendogli male che si perdessero così coteste insigni opere della natura, dichiarò vinto Marcantonio e salvò la perla: questa poi segata in mezzo fu appesa alle orecchie della Venere nel Panteon, comparendo, avverte Plinio, orrevole alle genti con la metà della cena di Cleopatra136! Assurdi di tutti i culti quando, cessato di essere buoni, non ebbero altro rifugio che comparire ricchi. Estremo in questo, come in ogni altra infamia, Antonio Eliogabalo imperatore: costui per dieci giorni continui dette a mangiare agli ospiti suoi piselli mescolati con grani di oro, lenticchie con pietre preziose, fave con pezzetti di ambra, riso con perle, e con perle trite ebbero a impepare Pesci e tartufi137. Che coteste mense fossero e cotesti usi materia di ludibrio è di riso [p. 173 modifica]per cui ebbe a sentirne parlare, assai agevolmente si comprende: ma non si sa come coloro, che ebbero a provarle, tra spasimi di coliche atrocissime non perissero. Io stava sul punto di lasciare indietro una cosa ed era la meglio. Gli uomini conobbero un’altra maniera di ridere e di far ridere, la quale, superato il ribrezzo, ti voglio raccontare, sia perchè a cagione della età vetusta a’ tempi miei andava ignorata, sia perchè mostra il fondo della misericordia degli uomini.

Nei silenzii della notte un generoso britanno (almeno i Britanni, se non ci aiutano, ci compiangono!) viene a visitare il Colosseo; lo sguardo obliquo delle stelle lo illumina a ritroso, e il vento zufola per le tamarici appese alle sue rovine, come trofei del Tempio che consumandosi consuma uomini e cose. Alle generazioni che colà convennero per inebriarsi di sangue successero figliuoli codardi sì, non meno empii dei padri, i quali usano le bettole per ubbriacarsi di vino: la via crucis sta piantata accanto ai vomitarii delle Bestie feroci, dove rimbombarono le urla di milioni di uomini; or sì, ora no si sente la voce del frate che intuona le litanie, rotta dal vento vespertino e dal tremito della febbre: tutto disparve degli antichi viventi, e dello stesso sepolcro la massima parte. Che monta ciò? Ecco il poeta alita su coteste rovine e le tombe palpitano al soffio poderoso; ecco uscirne la caterva [p. 174 modifica]degli spettri, le colonne risorgono, piegansi nelle ampie curve i gradini, si prolungano stupendi intercolonnii ed atrii; la moltitudine si assetta ai suoi posti, e i cavalieri, i senatori, i sacerdoti e le vestali: — ecco il gladiatore; il Byron coll’alta fantasia ce lo mette davanti agli occhi ferito a morte: egli tenta sostenersi sul braccio che gli vien meno tremando, e il corpo giù giù si piega acconsentendo reluttante alla morte; dal petto lacero gli sfuggono le ultime gocciole di sangue grosse e rare quanto le prime della tempesta; il capo, come campo di biada matura alla brezza, di qua, di là tentenna. Intanto dagli atrii sublimi, dalle aperte scalee assorge il plebeo volgo e il patrizio; corruscando dagli occhi il baleno del tigre, deturpata la faccia con osceno scontorcimento della bocca empie di urla e di fremito l’arena: cotesti erano plausi al vincitore più infelice del vinto: ma questi non gli udì o, se gli sentì, non vi attese, che fra mezzo alle ombre crescenti della morte egli vedeva sopra le sponde del Danubio la moglie Dacia occhiazzurra, e il biondo figliuoletto logorarsi nell’agonia del suo ritorno. Non ne riavranno nè anche le ossa138! Orrende cose queste che l’alto poeta cantò e pure non tutte, nè le più truci, cui egli per avventura ignorava o, come credo piuttosto, tacque in grazia del medesimo senso di arte, il quale persuase Timante a [p. 175 modifica]dipingere velato il volto di Agamennone, mentre la sua figliuola Ifigenia cadeva svenata davanti l’altare di Diana: la racconta Plinio; nè io dubito punto che nella favella rimessa della scienza percuoterà meno acuta delle altre splendide per la luce del canto. — Il riso nasce dal diaframma, dice Plinio; e nei combattimenti dei gladiatori, ne furono veduti parecchi che per averlo trapassato, morivano ridendo139. — Se il Byron avesse descritto il contrasto tra le immagini che contristarono gli estremi aneliti del gladiatore e le mostruose convulsioni dei muscoli delle labbra, che parvero riso; se quello tra gli spasimi di cotesta anima dolorosa, cui era negato perfino lasciare la vita decentemente, e il battere della palma contro palma e il pestare dei piedi frenetico e lo sghignazzare della gente credula, epperò soddisfatta, che il gladiatore moribondo ridesse per provocare il suo riso ed il plauso, oh! non si sarebbe già egli contentato d’invocare, come fece, i Goti alla vendetta, bensì avrebbe stupito come Dio non avesse preso l’arcobaleno e gridato, stracciandolo: no, tra me e il genere umano non ci ha patto che tenga.

Raccogliendo pertanto, re sapientissimo e proteggitore nostro, quello che con industria sono venuto sparsamente esponendo fin qui, se furono estimati meritevoli della immortalità gli uomini, donde mai arieno a rimanerne escluse le Bestie? Quali egli possedè [p. 176 modifica]laudabili doti, che noi pare non possedessimo? Quali le sue perverse, di cui non mancassimo? Udiste mai di Asini italiani assembrati, a cui i denti non bastando e le zampe, immaginassero ordigni infernali per disperdere dalla faccia del mondo Asini francesi o vogli tedeschi? Nei libri dei filosofi nostri, ti occorre di leggere quello che Gaetano Filangeri dettò nella prima pagina della sua Scienza della Legislazione: — precipuo studio da gran tempo a questa parte essere fra gli uomini, distruggere la maggiore quantità possibile dei loro simili, nel minor tempo possibile? — Udiste di Cavallo arabo che, valicati i mari, occupasse i pascoli del Cavallo inglese e volesse campare alle sue spese e se questo niente niente nicchiasse, come brigante uccidesse? L’Asino del Giordano mosse mai guerra all’Asino del Manzanares, perchè a questo si mostrarono i cieli cortesi di più copiosa pasciona? Dove le Iene assoldate a quattro quattrini il giorno per lacerare altre iene senza saperne la cagione; senza curare saperla nemmeno: oggi fra di loro sgozzantisi; domani pane e cacio per trucidarne delle altre? Quando mai Corvi appollaiati sul cucuzzolo dei campanili pretesero dare ad intendere se essere procaccini privilegiati del Paradiso e qualunque avesse lettere o pacchi da mandare lassù li dessero a loro pagandone il porto anticipato, diversamente sarebbero rimasti in buca per omnia [p. 177 modifica]saeculo secolorum amen? Incontraste Coccodrilli, che mettessero Dio creatore del cielo o della terra sutto la protezione degli sbirri e martoriassero creature, perchè professavano religione diversa dalla loro; quasi il cielo avesse una strada sola e non fosse fatto nel modo che vediamo, onde da qualunque parte ci si potesse arrivare? A quale Asino saltò mai in testa di presentarsi un giorno con un cerchio di oro, irto di spunzoni sul capo, al collegio degli Asini e bandire davanti a loro: — d’ora in poi, pena la vita, ed altre ad arbitrio, voi servirete e i vostri figliuoli serviranno a me e i figliuoli miei e morirete di fame per farmi morire di ripienezza — senza andare sicuro, che ridendogli sul muso lo schernissero col detto: — va via buffone; e poi con un diluvio di sassi lo rincorressero? Dove Lupi giudici politici convenuti a torma, per vendere il sangue innocente a calo e poi darlo anche per nulla, se la Mignatta Regia non urlava: — affogo; non ne voglio più! — Dove le spie, i traditori, gli sbirri, i giandarmi e i carnefici? Di’, sentisti talvolta favellare che alcuna Scrofa alle mammelle altrui la propria prole confidasse o la buttasse via nelle latrine o furtiva, notte tempo, nella ruota dei Trovatelli la ficcasse o la cuocesse e mangiasse? E questo fu pur visto in Giudea più fiate: presso i popoli della Baia dell’Hudson sovente, ed una volta eziandio in [p. 178 modifica]Francia, a Parigi assediato da Enrico IV, che costrinse i Francesi non pure a mangiarsi i figliuoli, ma a cibare pane impastato di ossa di morti e di Serpenti, per cui eglino ebberlo caro fuori di misura e lo celebrarono specchio di magnanimità, di clemenza e di tutte le altre stupende cose, che nei memoriali si dicono ai principi140.

Presso i Romani, mira Augusto padre della patria e mira Tito delizia del genere umano: imperando il primo, i Cantabri assediati, poichè i giovani ebbero pasciuto le carni dei padri, e le madri quelle dei propri figliuoli non potendo per preghiere nè per lacrime essere ricevuti a patto mangiando di un’erba avvelenata simile all’ipposelino si attossicarono tutti141; del secondo non ardisco parlare; se ti dà cuore leggilo in Giuseppe Flavio; o buono o tristo che sia, non ebbe torto Catone, quando rispose il re tra la famiglia degli Animali carnivori: e’ fa mestieri nutrirli di sangue! Vantaronsi gli uomini superiori a noi nello ingegno e l’ebbero, ma poichè non valse a procacciare loro vita contenta nè morte tranquilla, giovò meglio il nostro a noi, conciossiachè a tutte le necessità ordinate dalla natura soddisfacesse. Vantaronsi essi eziandio della ragione e l’ebbero, ma come la palla, che si attacca al piede dello stizzoso Mandrillo, la meschina ragione andava del continuo sbaracchiata per tutti i canti! [p. 179 modifica]Povera povera, Ragione condannata a tenere dietro alla umanità come un notaro per rogare tutti gli atti spropositati o perversi di quella! Oh! chi mi dice con tutto lo ingegno e la ragione loro quanti grani di oro seppero mescolare dentro la sabbia, che nell’oriolo del Tempo ne misurò le vite? — Arti e mestieri (non si nega) praticaronsi dagli uomini stupendamente. E che per questo? Diventarono forse più felici o migliori? Co’ trovati crebbero le voglie e queste troppo più di quelle assai, onde si vennero a caricare di soma, che non aveva posto sopra le loro spalle Natura, e quindi proruppero a bocca di barile cupidità, vizii e delitti. Le arti partorirono il lusso, da questo nacque la corruttela; più tardi la ignominia dei popoli. — Catone il Censore, che la vedeva lunga, ridevasi dei fonditori, dei pittori e dogli statuarii, e costumava dire che dall’uomo valoroso una sola maniera d’immagini doveva desiderarsi, quella cioè che di sè bellissima fosse portata negli animi dei cittadini, non già cotesta altra che si appendeva alle muraglie o si rizzava su gli zoccoli142: nè si rimase dal combattere con gli spedienti delle leggi che la contaminazione crescesse; senonchè ormai la virtù romana pendeva a rovina e non ci potè rimediare: per la qual cosa, io sovente udii dalla bocca di uomini prestantissimi rimpiangere la virile barbarie e desiderarla; ed [p. 180 modifica]io pure tenni siffatta sentenza. Le scienze insegnarono a calcolare il moto dei corpi celesti; ebbene, via chiaritemi, qual profitto ricavaste voi dalla contemplazione delle stelle con occhio armato di telescopio? — Risero gli uomini di più, quando conobbero, che a tal giorno, a tale ora, a tal punto doveva apparire la cometa, o piansero meno, allorchè seppero il minuto dell’eclisse del sole? — La bussola aperse il regno ampio dei venti all’uomo: lo concedo; in grazia, che cosa guadagnarono gli Americani a conoscere Cortez e Pizzarro? Domandatelo a Montezuma e a Guatimozzimo. Un commercio di maledizione tra il vecchio mondo ed il nuovo fu aperto e dura; questo gli mandò su le caravelle strage e ladronaie, quello sopra le medesime caravelle gli spedì la ignavia e la peste. Avrai sentito cordogliare i ceppi che incatenarono Colombo: non ti lasciare intenerire, egli ebbe il suo avere; oh che la terra antica non gli parve abbastanza feconda di guai, perchè mettesse in isbaraglio anima e corpo per andare e falciarne degli altri per terre sconosciute? — Gli uomini molto osarono, impresero molto, ed anche io lo vo’ dire, molto compirono, considerati cotesti steccoli che loro servirono di braccia, deboli, fragili, foderati con pelle di seta incrocicchiati da rete di fili e di cordoni sanguigni, nulla se volti l’occhio all’ardua grandezza della natura. Ancora, non [p. 181 modifica]piantavasi fiore da mano di uomo, che lì presso spontanee non germogliassero in copia piante venefiche. — Così accanto le meraviglie del vapore sorsero i giuochi su l’altalena dei danari; rogna schifa e incurabile dei tempi miei, la quale popolò il mondo con la famiglia degli scrocchi, dei fallimenti, coll’agonia dell’oro e delle morti violenti; onde non mica Carlo V, come immaginò l’antico poeta, bensì Rotschild ebreo potè, levata la faccia verso il firmamento, esclamare:

Signor, quanto il Sol vede è vostro e mio?

Così accanto alle parole alate di fuoco, i comandi celeri della tirannide e il pronto ubbidire per cui, se togli in America, non fu dato alla libertà di accendere tizzo nelle più recondite parti nel mondo, ove potesse le mani intirizzite dighiacciare. Breve, se nel bilancio della vita umana le scienze e le arti da un lato ingrossavano la partita del Dare; dall’altro poi siffattamente i bisogni ed i vizii crebbero la colonna dell’Avere che, tirata la somma, fu trovato che la carne non valeva il giuoco di rizzare traffico, e conosciuto a prova, ch’erano più gli sbirri dei preti, valeva meglio chiudere bottega e stassi ai soli bisogni derivati dalla natura, la quale a questi come madre amorosa aveva cupidamente provvisto. Il fornaio infornò il [p. 182 modifica]pane e la fame; il prete benedisse il matrimonio e senza ch’ei lo volesse di certo, gli spruzzi di acqua santa cascarono addosso anche all’adulterio; il notaro rogò il contratto di proprietà e creò i ladri. Egregie cose invero le nozze, il lavoro, le proprietà e le altre tutte, per cui il consorzio umano si mantenne: noi non ne avemmo bisogno e neppure gli uomini una volta: ora se l’ordigno quanto più si conserva semplice è più perfetto, le Bestie conservarono sempre le impronte delle dita di Dio. Se l’uomo avesse avuto bisogno, per durare sano così di anima come di corpo, di tutti quegl’istrumenti intorno ai quali egli si travagliò, il Creatore non lo avrebbe fatto uscire ignudo dalla sua mano potente, nè ignudo avrebbe ordinato che in seno alla sua genitrice ritornasse. Le lettere eziandio furono decoro o govacciolo della umanità? Questo è sicuro, che per un libro buono ed onesto ne sbucarono fuori mille tra stolti e ribaldi e, se non fosse altro, dettero vita ai giornali pullulati la più parte come vermini dai corpi fradici. Peccato che ai tempi della schiavitù degli Ebrei non si conoscessero giornali! Laddove allora fossero stati, per me sono di avviso che Moisè, senza tanto arrovellarsi, bastava avesse detto a Faraone. — lascia andare via il popolo d’Isdraelo io Ti mando il Dèbats, l’Univers, l’Assemblèe Nationale, la Revue des Deux Mondes addosso — che il rè di Egitto [p. 183 modifica]rompendogli la parola di bocca avrebbe esclamato: — no Moisè, queste non sarebbero azioni da amici, e nè da nemici; va dove ti pare, conduci teco cui ti piace, pòrtati via il buono e il meglio dell’Egitto, anco le Piramidi, se ti accomodano, in tasca, che io non ti farò frugare dai gabellotti alle frontiere; ma per quanto amore porti al tuo Dio, non mi parlare di giornali, massime francesi.

Poter del mondo, a cui giovano i libri? Prima gli uomini attesero alle fabbrica della torre di Babele per dare la scalata ai cieli; subito dopo incominciarono a costruire una montagna di libri per seppellirci sotto il senso comune o, come vuole Vincenzo Gioberti, il buon senso. Il povero buon senso, come Encelado sotto l’Etna, badava dando volta a levarsi quella montagna da dosso; qualche volta erompeva; ma tanto è, spossato alfine tornava a cascarci sotto bocconi. Figùrati! Sulpizio scrisse fra gli antichi 180 volumi, Teofrasto 3000, Crisippo 700, Aristarco grammatico fino a 1000, Origine che la volle sgarare 300; dei più moderni non parlo; ma via, morire in cento tomi fu assai comune vezzo. In quanto a biblioteche, Demetrio Falereo raccolse in Alessandria 700,000 volumi, e questi dirimpetto a quella del Museo britannico era niente, il quale possedeva oltre a dodici miglia di scaffali pieni di libri143! Adesso io faccio questo conto [p. 184 modifica]su le zampe: aut, aut, o tutti cotesti libri contenevano cose buone o non le contenevano: nel primo caso, essendo a bastanza chiarito come all’uomo mancassero tempo, organi e mente per leggerli e per ritenerli perchè dunque gli conservava egli? Nel secondo caso, perchè non gli strozzarono nel torchio com’Ercole fece dei Serpenti nella culla? E bada, io di questi libri ne conobbi parecchi, i quali se avessero avuto il veleno della Vipera, due volte tanto gli avrei baciati e riposti in seno a modo dei brevi. — Dei buoni libri avrei desiderato accadesse come degli uomini che, dopo istituiti eredi delle facoltà loro i figliuoli, sotto terra sparivano: sparso pertanto ch’eglino avessero il seme e cresciuto in messe cessassero di dare incomodo: invero i libri nuovi, da qualche giunta in fuori, potevano proprio chiamarsi rifrittura dei vecchi. Ma no: piacque agli uomini delle cose loro conservare tutto, quasi reliquia; e pazienza per le inutili! Almeno avessero abolito i monumenti delle vergogne loro e delle insanie! Metà dei libri di filosofia da capo in fondo metteva sottosopra l’altra metà, e bazza a cui dopo molto avvolgersi di sistema in sistema si trovava al punto donde si era dipartito. Di tante generazioni libri teologici vidi io, che mi parvero scritti a posta per fare smarrire la via del paradiso. Quando ebbero cercato per mare e per terra, e l’orologio del tempo stava per iscoccare [p. 185 modifica]l’ultima ora, una voce fu udita dai cieli, la quale disse agli uomini: matti! posate, la carta geografica del Paradiso Iddio tratteggiò nel cuore di ogni vivente. Le storie umane erano bugie divise in libri e in capitoli: taluna in paragrafi, e non poteva essere a meno, imperciocchè le vicende umane a mo’ di paese posto a mezza costa di un monte rendesse aspetto diverso a cui lo considerava dal comignolo, e a cui da valle: ancora visto dalla lontana per ordinario apparisce giocondo, da vicino si conosce squallido: se il sole gli dardeggia sopra, pare che rida; all’opposto se lo copre un tendone di nuvole nere, sembra che pianga. Tutti gli storici si professano sviscerati della verità: farsi scorticare per lei sarebbe a costoro come andare a nozze, ma nessuno la dice, molti per malizia molti per viltà, molti per pedantesca tracotanza e troppi più per impotenza, avvegnadio gli uomini non mica per itterizia soltanto veggano giallo, bensì per innumerabili infermità dell’anima le cose si presentino loro tinte in verde, in rosso, o in nero; ed ogni ammalato sacramenta, lui essere il solo a vedere dirittamente: ond’ebbi per vera la sentenza di certo uomo dabbene, il quale spesso tentennando il capo costumava affermare, la Verità, ignota Dea ai mortali, dacchè se eglino fossero stati eletti a conoscerla, il Creatore l’avrebbe sospesa alla [p. 186 modifica]volta del firmamento in mezzo al sole e alla luna più gioconda, più bella e più desiderabile di entrambi questi luminari, affinchè tutti la vedessero e amassero.

Che se volendo dare buono per la pace io menassi vere tutte le storie degli uomini, costoro si troverebbero a più tristo partito, avvegnachè i tre quarti delle medesime paiano dettate a posta per fare arrossire i Lupi, caso mai i Lupi sapessero leggere e non avessero il pelo sul muso. Donde accadde che Temistocle, il quale pure fu uomo per imprese condotte a fine virtuosamente chiaro di fama meritata, a colui che volle fargli dono di certa sua invenzione atta a ravvivare la memoria delle cose vetuste, è voce che favellasse: — io mi ti professerei riconoscente davvero se tu m’insegnassi ad obbliare non pure le antiche, ma le fresche altresì. — Siccome poi gli uomini una volta in cento, anche senza corda, confessarono, surse nel secolo decimottavo un insigne italiano vocato Melchiorre Delfico, che compose un trattato su l’odio che ogni uomo di garbo è tenuto a professare contro la storia.

Un giorno il mio desiderio di vedere acceso un falò in onore della Ragione con tutti i monumenti di errore e di menzogna, che si chiamano libri, ebbe a sortire il suo effetto mercè di due papi, uno cattolico e l’altro maomettano, zelatori chi per un [p. 187 modifica]verso, chi per un altro della umana prosperità. Paolo IV, adoperandovi lo zelo di frate Sisto da Siena domenicano, ordinò che di un tratto dodicimila rarissimi volumi degli Ebrei di Cremona si avvampassero144; più bravo di lui il Califfo Omar con lo incendio della biblioteca di Alessandria per bene dieci mesi provvide, l’acqua di quattromila bagni pubblici si scaldasse: ed in questo altro ancora il Califfo superò il papa, che costrinse cotesti arnesi di male, prima di sparire dalla terra, a partorire qualche po’ di bene: all’opposto il papa vinse il Califfo nel buttare sul fuoco i libri con lo scrittore, che a tanta perfezione non giunsero mai ad elevarsi i fedeli di Maometto. Argomento di grave meditazione fummi altresì il racconto, che udii fare intorno ai Goti, i quali, invasa ch’ebbero la Grecia, da certo loro astutissimo capitano furono persuasi a lasciare intatte le Biblioteche; come quelle che servivano maravigliosamente a corrompere i costumi, e co’ costumi buoni a torre via ogni vigore alle anime, del pari che ogni gagliarda ai corpi. Per la medesima causa dal prelodato Califfo fu comandato s’incendiasse la biblioteca del Serapione, pauroso che i mal serbati libri i cervelli dei fedeli in Maometto ingarbugliassero: ed è ragione; ogni papa come ogni pastore bada a tenersi fermo il gregge tanto bipede quanto quadrupede per salvargli l’anima e tosargli la pelle: [p. 188 modifica]anzi la storia noi suoi armadii custodì la lettera che in cotesta occasione Omar scrisse ad Amron suo fidato, la quale parve degna di cedro, ed è questa: — quanto contengono i libri di cui mi parli s’accorda col Corano o non si accorda: se non accorda li giudico dannosi e brucinsi, se accorda li giudico inutili e brucinsi145. — Non vi par egli, che il Califfo Omar apprendesse logica dal padre Soave? La dottrina del buono Omar piacque ai principi tutti, ma Francesco I di Austria fattone estatico ne andò in visibilio così che alla prima occasione (mutando qualche cosa per non parere che l’avesse copiata) di favellare agli Italiani disse loro queste parole rubate al Califfo: — io voglio sudditi che sappiano ubbidire, non che sappiano leggere; — un altro, e credo fosse della sua onesta prosapia, ma non lo ricordo e non saprei affermarlo, non potendo ardere i libri soppresse lo insegnamento della filosofia e della storia; per me lo lodo, che lo studio di tante cose fa entrare il dolore di capo.

Più perversi, che matti; più che matti, infelici si mantennero gli uomini mentre durò il terreno loro pellegrinaggio; e quelli che parvero prosperati dalla fortuna, su tutti gli altri infelicissimi. Ottaviano Augusto nella mente dei popoli stette come simbolo di quanto possano versare copia di bene sopra un capo mortale i fati benigni: ora [p. 189 modifica]dà retta, re Salomone, e senti come su cotesta volpe la tattamelli Plinio il vecchio; — nel divo Augusto, eziandio per giudicio dell’universale fortunatissimo, se avvertiremo diligentemente ci sarà dato osservare mirabili mutazioni di sorte: la repulsa dello zio dalla carica di maestro di cavalleria, ed in opposizione della sua domanda eletto Lepido, l’odio della proscrizione, la compagnia nel triumvirato di cittadini pessimi, nè con profitto pari, anzi quello di Antonio esorbitante, la infermità di Filippi, la fuga, il triduano appiattarsi dentro una palude tumefatto, secondochè Agrippa e Mecenate riportano, per idropisia: il siciliano naufragio, il nuovo nascondersi per le spelonche; rotto dai nemici in battaglia navale supplica Proculeio, che lo ammazzi: le angustie nel tumultuare di Perugia: la trepidanza della giornata aziatica: il pericolo della torre rovinata in Pannonia, tante soldatesche sommosse, tante e tanto gravemente dubbiose infermità del corpo: i voti di Marcello sospetti, e il vergognoso esilio di Agrippa, i frequenti attentati contro alla sua vita, le sospette morti dei figliuoli e più delle perdite i lutti amari: l’adulterio della figlia, e palesi i disegni parricidi di lei: la separazione obbrobriosa del genero Nerone: l’altro adulterio della nipote: l’erario esausto, la ribellione illirica, le cerne degli schiavi, i giovani scarsi, la morìa di Roma: fame e [p. 190 modifica]sete in Italia: egli disperato fino a volersi lasciare perire d’inedia, e già per quatriduana astinenza la morte padrona di molta parte del corpo di lui: la strage delle legioni di Varo, la maestà sua vilipesa, il repudio di Agrippa postumo dopo di averlo adottato, e prima bandirlo e poi desiderarlo invano: quinci il sospetto di Fabio rivelatore dei segreti, quindi le cure cocenti per le trame di Livia e di Tiberio: insomma, per colmo di mali, questo Dio, cui troppo corrivi spalancarono gli uomini le dimore del cielo, moriva succedendogli erede un figliuolo del suo nemico146. — E forse tutto questo non pareggiò il rimorso e l’avvilimento di avere spento la Libertà senza stabilire in casa sua la tirannide; fondato il dispotismo non mica, com’egli credeva, sopra le rovine della Repubblica, bensì sopra quelle del romano impero e del nome latino. Volgari la jattanza e il fato di Creso: meno noti il vanto di Policrate e il tiro che da ultimo gli giocò la fortuna. Costui tiranno di Samo essendo, fu udito lamentarsi della infelicità sua di non potere mai mirare cosa che gli andasse a traverso, onde passeggiando un dì sopra il lido estremo dell’isola, desideroso di sentire qualche dolore, si cavò dal dito uno smeraldo preziosissimo e lo gittò nell’acqua. Il giorno di poi o l’altro appresso i pescatori tirando su le reti presero un pesce mirabile, il quale avendo giudicato degno delle mense reali [p. 191 modifica]essi portaronlo a Policrate, che fattolo sparare gli ritrovò nel buzzo l’anello gettato via. Pertanto mentre costui si assicura di avere inchiodato la ruota della fortuna gli casca addosso Oronte satrapo di Dario, che lo vince in battaglia, lo imprigiona ed alfine lo conficca in croce sul colle di Micale147. Meglio avvisato Filippo il Macedone, ed esperto pur troppo come ogni lieve prosperità si paghi con larga sventura, essendogli stati riferiti in un giorno solo tre annunzi felici, il primo la palma guadagnata dai suoi cavalli nel corso delle quadriglie nei giuochi olimpici, il secondo la vittoria di Parmenione contra ai Dardani e per ultimo la nascita del figliuolo Alessandro, levò le mani al cielo supplicando: — o Fortuna, dopo questi troppi e troppo grandi beni ti prego mandarmi qualche mediocre avversità148. Anzi come se l’uomo pari al giocatore, vinta la posta, dovesse lasciare addirittura il gioco se pure voleva mettere in serbo il guadagnato, il Lacedemonio, visto Diagora giubilante per la prosperità dei nepoti lo abbracciò esclamando: — Muori, Diagora, e non aspettare che si annuvoli il cielo149. — E corse tra gli uomini il grido, in delizia dei Numi ottimi massimi essere stati coloro, che novelli di età furono chiamati a mangiare il pane degli Angioli: ancora neppur qui si rimasero, e Seneca nei Cori delle Troadi predicava di su i teatri ai superbi Romani: — molto più [p. 192 modifica]felici dei mortali abortivi, doversi estimare i non nati. —

Miserabili gli uomini se in fondo alla ruota della fortuna; più miserabili assai se su la cima in procinto di fare, cadendo, il tomo; di un solo conforto eglino goderono veramente reale, e fu la poesia. In obbrobrio di lei parecchi si avvisarono chiamarla sogno di un uomo desto, ignari o dimentichi come lo intelletto umano sovente fosse divino nei sogni150. La poesia precorse il pensiero di Dio quando pose mano al cielo e alla terra, la poesia sostenne le braccia della natura come Hurr, ed Aronne quelle di Moisè; finchè ebbe a durare nella battaglia contro la distruzione, la poesia insegnò al cuore umano il palpito genitore dei gesti, dei canti e dei pensieri magnanimi; la poesia chiuse con un bacio le palpebre alle stelle defunte. L’abbaco e la poesia io tenni in pregio come il buono e il meglio che uscisse mai dai cervelli umani: entrambi vennero di Asia e dalle terre benedette dal sole a fare fede tra noi, che sente più forte quegli, che calcola più giusto. Gli uomini queste verità come se fossero state fisime scorbacchiarono stupidi, e se abbaco e poesia nacquero fratelli, essi immaginarono che ciò fosse avvenuto a mo’ di Caino e Abele, d’Isacco ed Esaù, di Eteocle e Polinice ed altri cotali. Io veramente tra gli avi e discendenti miei non [p. 193 modifica]mi gloriai di un Omero, nè di un Archimede, e tuttavolta fui poeta anch’io, e quando la natura mi fece intimare dalla morte lo sfratto dal mondo, di una sola cosa mi dolse e fu abbandonare i dolci canti, la felice aura di maggio e le care speranze della sacra libertà; se non che scese un conforto dall’alto, il quale atteggiò a sorriso le morenti mie labbra assicurando l’anima che partiva, come ad ogni colpo di ala ella si sarebbe accostata al principio di tutta poesia, alla primavera eterna, che non teme rigori d’inverno, alla libertà non eclissata mai dalle nebbie della maledetta ed aborrita tirannide.

Però li giuro da quell’Asino galantuomo che sono, il disprezzo degli uomini contro le Bestie essere stato ostentazione pretta, non cosa reale, avvegnachè quante volte successe loro di trovarsi convertiti in Bestie (e oggimai conosci, che ciò accadde sovente), a patto alcuno consentirono riassumere la pristina sembianza: di quanto ti affermo fieti testimonio Grillo compagno di Ulisse, il quale, come si legge, tramutato da Circe, con reverenza parlando, in Porco (che per giudizio dei savi universale non fu Bestia la più pulita, nè la più creanzata del mondo), per argomenti che gli adducessero o per preghiera, che gli profferissero, non volle riprendere effigie umana. Quali e quante le ragioni per cui egli si schernisse dall’accettare l’odiato presente, potrai vedere, se ti [p. 194 modifica]capita per le mani, nella Circe di Giovanni Battista Gelli accademico della Crusca. Vuolsi avvertire però che il Gelli ci aggiunse di sue parecchie fila e belle, ma la trama gliela porse ordita l’antico Menandro con la commedia, della quale un frammento scappato dagli artigli del Tempo favella in questa sentenza: «se qualche Dio fattosi al mio cospetto mi dicesse: orsù Cratone, morto che tu sii rinascerai nella forma, che meglio ti va a fagiuolo, o vogli Cane, o vogli Becco, o vogli Castrone, o piuttosto uomo, o Cavallo; fa tu. Io gli risponderei: grazie, la mi faccia il piacere di non darmi noia e lasciarmi come sono. Laddove egli insistesse: no signore, qui non ci è rimedio; figurati! la vuole a questo modo il destino, sicchè scegli e spicciati. — Gua’, replicherei, come la va così mi adatto a ogni cosa purchè non torni uomo: fra tutti gli animali solo l’uomo tristo vediamo esaltato dalla fortuna gioconda; se buono, abbattuto dalla sinistra. I Cavalli migliori sono i meglio governati: il Cane più valoroso accarezziamo in preferenza dello infingardo: al Gallo battagliero apprestiamo maggior copia di cibo che al suo vigliacco avversario; in quanto all’uomo poi non importa mansueta indole, nè si bada a cuor generoso. — Io per me torrei piuttosto diventare un Asino, che vedere il vituperio della gentaccia vulgare [p. 195 modifica]e sfacciata primeggiare su i buoni151". Non ci fu che Platone, il quale prossimo alla morte ringraziava il suo genio perchè nato era uomo, non animale irragionevole152; ma se a parere suo l’uomo ebbe a definirsi animale bipede e senza piume, davvero non si comprende la cagione per cui egli non dovesse desiderare piuttosto di essere nato quadrupede e coll’ale a mo’ degl’Ippogrifi: ma costui in tutta la vita si compiacque fare e dire cose assurde, come a mo’ di esempio recarsi a Siracusa per insegnare a Dionigi tiranno di comportarsi da galantuomo, e sostenere che nelle crespe del viso della sua vecchia Archeanassa egli vedeva averci Citerea deposto il nido degli Amorini.


Note

  1. [p. 197 modifica]S. Gervais, Op. cit., t. 1. Porcacchi, Op. cit. p. l. 2. Io la credeva fandonia; ma non pare così: per la quale cosa sempre più sono venuto nella sentenza di quel grullo di Dante Alighieri che con questi stupidi versi ammaestra:

    Sempre a quel ver, che ha faccia di menzogna,
    Dee l’uom chiuder le labbra quanto ei puote,
    Però che senza colpa fa vergogna. — Inf. 16.

    [p. 198 modifica]Di fatto nella recente opera intorno alla Olanda e agli Olandesi di Alfonso Esquiros trovo quanto segue: La musica attira le Balene a galla: accorrono al fischio, e i marinari se ne prevalgono per prenderle, imperciocchè mentre sollevano, le poverine, il capo per udire la musica essi lo moschettano fra un occhio e l’altro. Quanta materia di similitudine fra le Balene e le Donne!
  2. [p. 198 modifica]Dandolo, Secolo di Pericle, p. 513.
  3. [p. 198 modifica]Archenoltz, Vita di Gustavo Vasa.
  4. [p. 198 modifica]Plutarc. in Pirro.
  5. [p. 198 modifica]Valer. Maxim. lib. 4, c. 7, n 7.
  6. [p. 198 modifica]Plin., I. 10, c. 45.
  7. [p. 198 modifica]Agrippa, De vanit. scient., c. 17.
  8. [p. 198 modifica]Botta l’eunuco è Marchesi, ma lo negano.
  9. [p. 198 modifica]Lampridius, in Alex. Sever., c. 80.
  10. [p. 198 modifica]Erod, c. 18 n. 21
  11. [p. 198 modifica]Sveton., in Domitian, c. 8.
  12. [p. 198 modifica]Plinio, lib. II. c. 48.
  13. [p. 198 modifica]Dante. Inf. IV.
  14. [p. 198 modifica]Alboise e Maquet, Prigioni di Euro.
  15. [p. 198 modifica]Questo giudice vidi a Chiusi.
  16. [p. 198 modifica]Alboise e Maquet, Op. cit., Art. Bastille.
  17. [p. 198 modifica]Stor. della rivol. piem. di S. SANTAROSA, p. 17.
  18. [p. 198 modifica]Leti, Vita di Sisto V, p. 2.
  19. [p. 198 modifica]Let. di G. E. Gladstone con le agg. Massari.
  20. [p. 198 modifica]T. I. lib. 10. c. ult.
  21. [p. 198 modifica]Il Cambiagi è lo stampatore il quale per privilegio stampa le leggi in Toscana, e siccome si costuma imprimerle sopra fogli stragrandi, e spesso su parecchi fogli, così il popolo quando vede le immani leggi impostate su i canti suole chiamarle lenzuoli.
  22. [p. 198 modifica]S. Gervais, t. 2, p. 251.
  23. [p. 198 modifica]Sei mesi al potere di A. Lamartine.
  24. [p. 198 modifica]Nomi che indicano ladri.
  25. [p. 198 modifica]In turco significa boia.
  26. [p. 198 modifica]Titone fu mutato in Cicala. A. Lamartine stampa adesso una cicalata mensile col titolo di [p. 199 modifica]Corso di Letteratura: quivi dice, che a lui è successo come al povero Ammannato — a cui mancò la roba e crebbe il fiato —; e di questo duolmi davvero: poi aggiunge, che il popolo ha tolto in fastidio la libertà e dispera. Il popolo ha preso in uggia i ciarlatani della libertà, e non la Libertà: Infelici sgomenti di coloro, che si cacciano nelle faccende politiche con animo abbiosciato. L’ingegno, dove non sia fermo e profondo, nelle cose di stato anzichè giovare nuoce.
  27. [p. 199 modifica]St.— Gervais, t. 2, p. 177.
  28. [p. 199 modifica]Bonnet, Insectologie, t. I, p. 270.
  29. [p. 199 modifica]Plin., lib. II, c. 16. S. GERVAIS, t. I.
  30. [p. 199 modifica]Flavio Vopisco, in vita Aureliani, c. 42.
  31. [p. 199 modifica]Esopo, Favole.
  32. [p. 199 modifica]Corrispondenza di Giuseppe re di Napoli, pubblicata a Parigi.
  33. [p. 199 modifica]Idem.
  34. [p. 199 modifica]Eutropio, Hist, lib 5, c. 21.
  35. [p. 199 modifica]Plutarc., della industr. degli Animali, c 18.
  36. [p. 199 modifica]Idem, in Mario Valer. Max., lib. I. n. 55.
  37. [p. 199 modifica]Idem, in Antonio Sveton., In Augusto'.
  38. [p. 199 modifica]Plin, lib. 8, c. 82, e lib. 30, c. 7.
  39. [p. 199 modifica]I Monasteri di Oriente, p. 334.
  40. [p. 199 modifica]Plinio, lib. 8, c. 82, e lib. 50, c. 7.
  41. [p. 199 modifica]Plutarco, in Marcello e in Silla.
  42. [p. 199 modifica]Gumble, Vita di G. Monk, p. 57.
  43. [p. 199 modifica]Judic, c. 15, nr. 10.
  44. [p. 199 modifica]Anabasi, lib. 2, c. 2.
  45. [p. 199 modifica]Teofilatte Simocatta citato da Amedeo Thierry nell’opera: I figli e i successori di Attila; all’epoca del fatto narrato imperava Maurizio. A proposito del retorna, retorna frate, il Thierry osserva come la lingua latina fosse diventata volgare nel sesto secolo.
  46. [p. 199 modifica]

    «Ei fu poeta, e fu soldato bravo,
    E si narra che Augusto un dì gli disse:
    Capitan Mecenate, io vi son schiavo.»
     Caporali, Vita di Mecenate

  47. [p. 199 modifica]Raccolta di Rime piacevoli, cit.
  48. [p. 199 modifica]Gius. Martyr, In Apoll. II. p., m. 8.
  49. [p. 200 modifica]Dissertazione, 27.
  50. [p. 200 modifica]Tassoni. Secchia Rapita,' c. 2.
  51. [p. 200 modifica]Viale, Dionomachia. n. 19, c. 5. — In Corsica ove gli Asini sono naturalmente piccoli e di scarsa corporatura, in molti villaggi di qua dai monti si conserva tuttora la memoria e la stirpe di un grosso Asino toscano sotto il nome del fu Asino di prete Rutilio.
  52. [p. 200 modifica]Siccome con gente titolata io non vo’ brighe, e siccome per altra parte so, che di libri ella è vaga come il naso dei tafani; così mi reco a debito ammonirla, che carogna significa corpo morto senza più: per la quale cosa corse fama un tempo, che il Padre Cesari scrivendo del Santo Sepolcro dettasse: — e quivi deposero la carogna del nostro divino Redentore Gesù Cristo —; ma il Padre Cesari protestò chiamandosi calunniato. Ad ogni modo Brunetto Latini nel Tesoro dice: la carogna dell’uomo morto.
  53. [p. 200 modifica]Dionomachia, Poema di S. Viale.
  54. [p. 200 modifica]Cornel. Nepot., in Epam. Cantù, op. c. 1. 2, p. 451.
  55. [p. 200 modifica]Monti, Versi preposti all’Aminta del Bodoni.
  56. [p. 200 modifica]De Nobleville e Salerne, Storia degli Anim. — Anc.
  57. [p. 200 modifica]Num. c. 22, n. 23.
  58. [p. 200 modifica]Arrembarsi parola corsa, accostarsi di forza al muro.
  59. [p. 200 modifica]Raccolta di aneddoti inglesi.
  60. [p. 200 modifica]Gen., c. 22. n. 25—31.
  61. [p. 200 modifica]Gius. Flav., Guerra giudaica, lib. I.
  62. [p. 200 modifica]Riv. Britan., cit. p. 131. Erodoto., Storie. Arrighi Vita di Sampiero di Ornano. Plinio, lib. 8. S. Gervais, t. 1. Val. Max., lib. 1, e. 8, e cita Livio nella parte perduta, Plutarc. e Cornel. Nep. In Hanib.
  63. [p. 200 modifica]St—gervais, t. 2. p. 253.
  64. [p. 200 modifica]Il fatto è narrato nelle lettere di Filippo Sassetti, edizione Lemonnier, p. 419, il quale aggiunge: — in India avvi il monte del Chevi che [p. 201 modifica]vuol dire Topi, per la piaga dei quali si dispopolò qui una grande città, come potrebbe forse addivenire una volta a Goa, dove sono tanti e sì feroci, chè trapassano le mura da una parte all’altra, e quando e’ si adirano davvero stracciano coi denti come i Cani.
  65. [p. 201 modifica]Montaigne, Essais, p. 239. Plin., lib. 8. C. 42.
  66. [p. 201 modifica]Perchè queste parole non paiano maligne odasi un po’ che cosa ardisse ai tempi nostri significare il papa Pio VIII in certa sua omelia. «Egli è mestieri, venerabili fratelli, perseguitare questi perniciosi solisti, denunziare le opere loro ai Tribunali, bisogna dare i capi loro in balia degl’inquisitori, e mercè le torture richiamarli ai sensi della vera fede, della sposa di Cristo.» Briffault, Le secrete de Rome au XIX siècle, Paris, p. 368. — Ci liberi Dio da questa razza spose!
  67. [p. 201 modifica]Plutarc, in Silla.
  68. [p. 201 modifica]Artaud De Montor., Vita di Clem. VIII.... tanti dolori ed accidenti strani da tanti mesi mi assalgono che sono divenuto di supplizio a me stesso, onde io prego Dio che dalla terra mi chiami al cielo usando meco quella misericordia, che io o i miei non usammo mai a tanti popoli, che ce ne richiedevano, e lo prego eziandio, che gli piaccia contentarsi delle mie pene crudeli ed acuti dolori presenti per espiazione delle mie colpe passate. — Testamento politico di Filippo II o Istruzioni a Filippo III.
  69. [p. 201 modifica]Ita feri ut se mori sentiat. Sveton, in Calligul., c. 30.
  70. [p. 201 modifica]Plin., l. 2, c. 13.
  71. [p. 201 modifica]Valer. Maxim., 3, c. 2. n. 23.
  72. [p. 201 modifica]Plut. Industr. degli Anim. Hist. De Anim., 7. 42.
  73. [p. 201 modifica]Plutarc., in Philip.
  74. [p. 201 modifica]Roma città de’ Profeti, REG., lib. I.
  75. [p. 201 modifica]Questa società fu istituita in Baviera dal D. Perner e presieduta dal principe di Sassonia Altenburg. In Francia la legge in prò delle Bestie venne [p. 202 modifica]proposta dal generale Grammoni Dell’Assemblea Nazionale.
  76. [p. 202 modifica]Ed apparecchiami di quelle vivande saporite quali io ami e portamele onde io ne mangi, acciocchè l’anima mia ti benedica prima di morire. Gen. c 27, n, 24.
  77. [p. 202 modifica]Riporto qui la lettera scritta da questo coso di Ministro alla Società delle Bestie di Trieste, levandola dalla pagina quarta dello Indipendente del 21 Aprile 1857.
      "Accetto con piacere il diploma di membro onorario della Società Triestina contro il mal trattamento degli animali, speditomi con pregievole scritto di data 31 marzo a c. numero 14. Nell’atto che esprimo le più sentite mie grazie all’onorevole direzione per questa attenzione usatami, io lo prego di essere persuaso del mio vivo interesse per la prosperità di questa umanitaria istituzione, che riesce onorifica per la città di Trieste."
  78. [p. 202 modifica]Debats. avril. 1850.
  79. [p. 202 modifica]Plin, lib. 3, c. 46.
  80. [p. 202 modifica]St Gervais, t. I, p. 92.
  81. [p. 202 modifica]Buffon, Hist. Nat. S. Gervais, t. I, p. 54
  82. [p. 202 modifica]I frati per iscreditare Maometto inventarono questo miracolo e lo dissero impostura: eglino soli possiedono il privilegio d’inventarne de’ veri; di vero Bayle racconta come il Pocok avendo letto questo atto nel libro VI, De veritate religionis christianae di Grozio, gli domandò donde mai lo avesse ricavato; imperciocchè veruno scrittore Arabo ne facesse menzione; rispose averlo tratto da scrittori cristiani, in ispecie dallo Scaligero nelle note a Mamilio Diction. Maometh., n. 11.
  83. [p. 202 modifica]Domandato a un prete perchè i tre spicchi, egli rispose: hanno da essere quattro per formare la figura della Croce, ma se ne lasciano tre per rammentare ai preti che il quarto spicchio ce lo hanno da mettere con le loro virtù — E lo credo, rispose lo interrogatore, perchè io non ce l’ho visto mai. Raynaud Roph., De Pileo, t. 3, Op. Storia delle Parrucche, p. 117, — Avignone, 1777.
  84. [p. 203 modifica]Fatto narrato da Frileb. S. Gervais, t. 2. p. 147.
  85. [p. 203 modifica]Valeriano, Della infelic., dei lett. morti di cordoglio.
  86. [p. 203 modifica]Child Harold. c. 4.
  87. [p. 203 modifica]Questo trattato fu firmato con penne d’Aquila
  88. [p. 203 modifica]S. Gervais, t. 1 p. 252.
  89. [p. 203 modifica]Idem, 1. 1, p. 258.
  90. [p. 203 modifica]Idem, t. 2, p. 153.
  91. [p. 203 modifica]Idem, l. 2, p. 235.
  92. [p. 203 modifica]Cimbelino, at. 4. §. 2.
  93. [p. 203 modifica]Plutarco, in Ciceron.
  94. [p. 203 modifica]Rivis. britan. t. 9, 1847.
  95. [p. 203 modifica]Agrippa De van. scient.', c. 102.
  96. [p. 203 modifica]Plin., lib. 8, c. 61.
  97. [p. 203 modifica]Valer. Max., lib. II, c. 4, 3.
  98. [p. 203 modifica]S. Gervais, l. 2, p. 255
  99. [p. 203 modifica]Plin., lib. 8, c. 46
  100. [p. 203 modifica]Plutar., in Pelop.
  101. [p. 203 modifica]Plin., l. 8. c. 60.
  102. [p. 203 modifica]S. Gervais, t. 1, p. 278.
  103. [p. 203 modifica]Idem.
  104. [p. 203 modifica]Plutar. in Alexandr.
  105. [p. 203 modifica]Idem, in Pyr.
  106. [p. 203 modifica]Plin., l. 8. c.
  107. [p. 203 modifica]Idem.
  108. [p. 203 modifica]Idem.
  109. [p. 203 modifica]S. Gervais, t. I. p. 125.
  110. [p. 203 modifica]Plutar., in Themist.
  111. [p. 203 modifica]Plutar. Della Ind. degli Animali.
  112. [p. 203 modifica]Riv. britan. cit.
  113. [p. 203 modifica]S. Gervais, t. I, p. 134.
  114. [p. 203 modifica]Blanc, St. di Franc., t. I, p. 260.
  115. [p. 203 modifica]Malesherbes. Vita in capo alle sue poesie.
  116. [p. 203 modifica]Rivis. britan., t. II, an. 1847.
  117. [p. 203 modifica]Relazione della Rivol. del 1850.
  118. [p. 203 modifica]Rivis. britan., t. II, an. 1847.
  119. [p. 203 modifica]Note al verso: — The owl was a bakeir daugter. Amlet., a. 4, s. 5.
  120. [p. 204 modifica]Plin., l. 10, c. 95.
  121. [p. 204 modifica]Idem, l. 10, c. 72.
  122. [p. 204 modifica]Morgante Mag., c. 17, 18.
  123. [p. 204 modifica]St—gervais, t. 2, p. 353.
  124. [p. 204 modifica]Morgante Mag., c. 18.
  125. [p. 204 modifica]Sveton., in Claud., c. 33.
  126. [p. 204 modifica]Idem, in Vitellio, c. 13.
  127. [p. 204 modifica]Plinio. l. 37. c. 46.
  128. [p. 204 modifica]Idem, l. 34, c. 84.
  129. [p. 204 modifica]Idem, l. 10, c. 72.
  130. [p. 204 modifica]JUlius Capitolinus in Maxim., c. 4.
  131. [p. 204 modifica]Flavio Vopisco in Aurelian., c. 49
  132. [p. 204 modifica]Tierry, Storia della cong. dei Norm., t. 1, p. 262.
  133. [p. 204 modifica]Plin., l. 9, c. 31.
  134. [p. 204 modifica]Descuret, Medicina delle passioni, p. 340.
  135. [p. 204 modifica]Plin., l. 9, c. 50.
  136. [p. 204 modifica]Idem, l. 9, c. 77.
  137. [p. 204 modifica]Lampridius, in Heliogabalo, c. 20.
  138. [p. 204 modifica]Child—Harald, c. 4.
  139. [p. 204 modifica]Plin., l. 11, c. 77.
  140. [p. 204 modifica]Reg. II. c. 6, n. 28. Gius. Flavio, Guerra giud., l. 6, c. 8. Ballantyne, Viaggi nella Baia dell’Hudson. Memor. della Lega, l. 4, p. 296. Pignotti, Storia della Toscana, l. 1, c. 2.
  141. [p. 204 modifica]Plutar., In August.
  142. [p. 204 modifica]Idem, in Catone il Censore.
  143. [p. 204 modifica]Riv. Britan. di Firenze, 1851.
  144. [p. 204 modifica]Depping. Ebrei del Medio Evo.
  145. [p. 204 modifica]1Padri Benedettini, Arte di verificare le date. Cronol, dei Califfi, Omar.
  146. [p. 204 modifica]Plin., l. 7, c. 46.
  147. [p. 204 modifica]Valer. Max., l. 6, c. 9, n. 5.
  148. [p. 204 modifica]Plutar., in Filipp.
  149. [p. 204 modifica]Idem, in Pelop.
  150. [p. 204 modifica]Omero, l. I, Iliade.
  151. [p. 204 modifica]Menandro, Fram. di Com. ant.
  152. [p. 204 modifica]Plutar., in Mario.