Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo VI/Libro III/Capo I

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Capo I – Storia

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Tomo VI - Libro III Tomo VI - Capo II

[p. 945 modifica]LIBRO TERZO Belle Lettere ed Arti. Capo I. Storia.

I. i\ el secolo precedente abbiamo osservato che la storia cominciato avea fin d’allora a uscir dalle tenebre fra le quali era stata avvolta in addietro, e a mostrarsi in aspetto alquanto migliore. Assai più lieti progressi fece ella nel secolo di cui scriviamo. I monumenti d’antichità, e le opere dei Latini e de’ Greci venute in luce, furono a guisa di fiaccole che additaron gli errori fin allora incautamente seguiti, e segnaron la via per cui doveasi giugnere allo scoprimento del vero. L’eleganza di stile, di cui appena aveasi idea, cominciò a vedersi ne’ libri; e la storia non paga di essere veritiera, volle ancora mostrarcisi adorna di bellezze e di grazie. Alcuni degli storici di questo secolo possono anche al presente proporsi come perfetti modelli in tal genere d’eloquenza. Che se tra essi se ne incontran più altri che sanno ancor molto dell’antica rozzezza sì nella critica che nello stile, dobbiam riflettere che anche a’ nostri tempi, che pure , secondo la [p. 946 modifica]946 LIBRO comune opinione, son tempi di luce, si veggon talvolta uscire al pubblico cotali storie, che per poco non si crederebbon composte quattro o cinque secoli addietro. Lo scriver bene fu sempre di pochi, e anche al secol d’Augusto tra un Orazio e un Virgilio si frammischiarono importunamente un Mevio e un Bavio. Nè solo per la eccellenza degli scrittori di storia fu illustre il secolo xv, ma per la lor moltitudine ancora. Basti il dire che le giunte e le correzioni sole fatte dall’eruditissimo Apostolo Zeno a ciò che il Vossio avea detto degli storici italiani che scrissero in questo secolo in lingua latina, formano due non piccoli tomi. E nondimeno nè vi si trovan tutti coloro che ci han date storie in quella lingua, e tutti vi mancan quelli che ce la han date nell’italiana. Io sforzerommi adunque di trattare in tal modo un sì vasto argomento, che nulla omettendo, per quanto mi sia possibile, di ciò che è necessario a porre nella giusta sua luce il merito dei migliori e de’ più rinomati scrittori, e lasciando in disparte le meno importanti ricerche, e accennando soltanto ciò che da altri è stato già rischiarato, non si oltrepassino i confini all’idea di questa Storia prescritti.

II. Diasi il primo luogo a coloro che si volsero a coltivare quella parte di storia, la qual fra tutte è la più oscura, e in conseguenza la più difficile, cioè l’antica, col rischiarare, come meglio potevano, i costumi, le leggi e i fatti de’ Romani, de’ Greci e di altre nazioni. Abbiamo altrove lungamente parlato dell’instancabile diligenza con cui molti si diedero a [p. 947 modifica]TERZO ricercare e a raccogliere i monumenti d’antichità. Ciriaco d’Ancona, Niccolò Niccoli, Ambrogio camaldolese, Leonardo Bruni, Bernardo Rucellai, Michel Fabbricio Ferrarini, Felice Feliciano, Giovanni Marcanuova, Girolamo Bologni, Pomponio Leto, e più altri aveano in ciò gareggiato fra loro, e per opera di essi eran tornati in luce innumerabili monumenti che per le vicende de’ tempi giacevan dimenticati per modo, che sembravan perduti. Il Bologni inoltre, come si è detto, avea cominciato forse prima di ogni altro ad aggiugnere a’ monumenti da sè raccolti spiegazioni e comenti per illustrarli; nel che, se non avea sempre colpito nel vero, avea almeno col suo esempio mostrata agli altri la via per cui doveano avanzarsi a scoprirlo. Ma ciò non bastava. I monumenti antichi dovean gio are all1 intelligenza degli antichi scrittori , e le opere di questi a vicenda dovean da quelli ricevere spiegazione e lume. Tra’ primi a illustrare in tal modo l1 antichità fu Biondo Flavio, uomo a que’ tempi assai dotto, e di cui, benchè molte notizie ci abbia somministrare il suddetto Zeno (Diss. voss. t. 1, p. 229), niuno ancora però ha scritta esattamente la vita. Noi dunque ne ricercheremo le epoche e le circostanze più degne di speciale memoria, valendoci a tal fine degli scrittori e de’' monumenti conttmporanei. 111. S’ei debba chiamarsi Biondo Flavio, o Flavio Biondo, ella è quistione non ancor ben, decisa, e poco importa il sapere com’ella debba , decidersi. Ioscrivo Biondo Flavio, perchè così leggesi nell1 iprizion sepolcrale a lui posta, e [p. 948 modifica]948 LIBRO negli antichi Annali di Forlì sua patria pubblicati dal Muratori (Script. rer. itaL vol 21 , p. 226); e così pure lo chiama Francesco Filelfo in più lettere a lui scritte, delle quali diremo fra poco. Che se ciò non ostante altri crede eh ri debba dissi Flavio Biondo, io non perciò vo’ movergli guerra. Così parimente io lascierò che ognun creda ch’ei fosse della nobil famiglia de’ Ravaldini, benchè io non vegga che se ne rechino monumenti abbastanza sicuri. Ei nacque non nel 1385, come afferma il cavalier Marchesi (Imitili. Foro Ih. p 204), ma nel 1388, poichè avea settantacincue anni di età quando’ morì nel 1463. Egli stesso afferma (Ital. illustr. ri’ g 7, p. 102, ed taur. 1527) che ebbe a suo maestro di grammatica, di rettorica e di poesia Giovanni Ballistario cremonese uomo dottissimo; ma non ci dice se questi tenesse scuola in Forlì, o altrove, o s’egli fosse mandato a Cremona per udire sì valoroso maestro. Essendo ancora in età giovanile, fu da’ suoi concittadini inviato a Milano per trattare di alcuni affari (ib. reg. 6, p. 89); Gabbiamo altrove veduto che in quella occasione ei fu il primo a far copia del libro di Cicerone de’ celebri Oratori (l. 1, c. 4, n. 5). Ciò dovette accadere, come sì è allora mostrato, tra’ ’l 1418 e ’l 1427. Di altre cose da Biondo circa quel tempo operate non abbiamo alcuna; certa notizia. Solo veggiamo clic fanno 1 /po egli era in procinto di andarsene alla corte di Roma; ma che essendo stato in quell’anno medesimo destinato alla pretura di Bergamo il celebre Francesco Barbaro, questi che avea grande [p. 949 modifica]TERZO Cj4i) stima di Biondo, gli scrisse pregandolo a unirsi con lui per servirlo da cancelliere; il che si pruova dal P. degli Agostini (Scritt venez. t. 2, p- 04 con una lettera inedita dello stesso Barbaro. Parmi probabile ch’egli accettasse cotale invito; perciocchè non veggiamo eli’ ei passasse a Roma innanzi al pontificato di Eugenio IV, che cominciò nel marzo dell’anno seguente. Non sappiam parimente quando precisamente egli entrasse nell’impiego di segretario sotto questo pontefice. Ma ei certamente vi era fin dal 1434 perciocchè in quest’anno il veggiam inviato da Eugio IV insiem col vescovo di Recanati a’ Fiorentini e ai Veneziani per chieder soccorso nell’angustie in cui ritrovavasi. Lo stesso Biondo ci parla di questa doppia ambasciata da lui sostenuta (Hist. dec. 3, l.5, p. 479» ec.), e descrive come, navigando pel mar di Toscana, egli andava osservando e mostrando al vescovo suo collega i monumenti d’antichità che si vedean qua e là sparsi sul lido; narra il pericol che corse di cadere in mano a’ ni mici; e accenna il poco felice successo della sua negoziazione. All’occasione di questo viaggio a Venezia è probabile ch’egli stringesse o rinnovasse la grande amicizia ch’egli ebbe poi sempre co’ personaggi più illustri di quella Repubblica, come col suddetto Francesco e con Ermolao Barbaro, con Taddeo Querini, con Lodovico Foscarini e con altri (V. Agostini, l. cit t. 1, p. 76, 255; t. 2, p. 85, 317, ec.). Circa l’anno 1441 Biondo era di nuovo a Firenze, come è manifesto dall’elegia di Porcellio da noi pubblicata nel ragionar di [p. 950 modifica]j)5o LIBRO Ciriaco anconitano (l. i, c. 5, ». 7); ma allora è probabile ch’ei vi fosse al seguito dello stesso pontefice, il quale già da più anni ivi si tratteneva.

IV. Quattro furono i romani pontefici a’ quali egli servi nell1 impiego di segretario, come abbiamo nell’iscrizion sepolcrale riferita fra gli altri da monsignor.Bonamici De cl. pontif. epist. Script, p. 151, ed. 1770), cioè Eugenio IV, Niccolò V, Callisto III e Pio II. L’ultimo però di questi pontefici afferma che poco ei fu curato da Niccolò V (Europ. Descript c. 58). E par veramente che sotto questo pontefice ei fosse per qualche tempo assente da Roma. Ei vi era nel 1448 come raccogliam da una lettera a lui scritta dal barbaro (Barb. Epist. Append. p. 24). Ma nel 1450 il Filelfo gli scrisse (l. 7, ep. 50) che avendo spesso cercate nuove di lui, avea finalmente saputo di’ ci si trovava in Ferrara, e che era molto lieto di quel soggiorno. In Ferrara pure cel mostra una lettera scrittagli dallo stesso Filelfo nel marzo dell'anno seguente (l. 9, ep. 17); perciocchè da essa veggiamo eli’ ei trovavasi nello stesso luogo ove era Giovanni Aurispa, e questi era allora in Ferrara, come a suo luogo vedremo. Questa lettera stessa ci fa vedere che Biondo erasi raccomandato al Filelfo, perchè gli ottenesse qualche onorevole stabilimento presso il duca Francesco Sforza. Ma non pare ch’ei riuscisse nel suo desiderio. Di fatto nel 1453 fece ritorno a Roma, con11 egli stesso scrive al Barbaro Barb. Epist. p. 306), e vi fu si amorevolmente accolto da Niccolò, che parve, dice [p. 951 modifica]TERZO 9r I egli, eh’ci non avesse mai (fato orecchio ad alcuna delle calunnie contro di me sparse (da’ miei nemici. Queste parole ci scoprono qual fosse il motivo per cui Biondo fu poco accetto al papa, cioè l’invidia dei suoi rivali, i quali probabilmente lo fecer credere al pontefice reo di qualche delitto, per cui egli lo allontanò dalla sua corte. Nella prefazione però alla Italia illustrata, dettata, come or ora vedremo, da Fi •ancesco Barbaro, ma in cui egli parla a nome di Biondo, e che fu scritta circa il 1451, perciocchè vi si nominano due ambasciadori del re.Alfonso a’ Veneziani, che appunto verso questo tempo furono inviati (Script. rer. ital. vol 22, p. 1138), ei dice che crasi assentato da Roma a cagion della peste. Ma forse amendue queste ragioni si unirono a far di’ egli abbandonasse la corte romana. Aggiunge Biondo nella stessa lettera al Barbaro, che avendo egli offerta al pontefice la sua Italia illustrata, questi l’avea ricevuta con gradimento, e che ora i suoi affari erano in assai miglior condizione. In tal maniera ricuperò Biondo la grazia di quel pontefice, di cui continuò a godere nel breve tempo in cui quegli continuò a vivere. Nè meno caro egli fu a Callisto III e a Pio II di lui successori, da’ quali verisimilmente sarebbe stato sollevato a onorevoli dignità nella Chiesa, se non fosse stato congiunto in matrimonio con Paola di Antonio Michelini. Intorno al qual matrimonio, e a qualche disturbo che ne ebbe non meno Biondo che il suocero, veggasi ciò che racconta Apostolo Zeno sull’autorità di altri scrittori forlivesi. Nel 1459 trovossi presente [p. 952 modifica]9^2 LIBRO con Pio II al concilio di Mantova, come raccogliesi da una lettera a lui scritta da Lodovico Foscarini, e pubblicata dal P. degli Agostini (l. cit. t. 1 , p. 76). Tornato poscia a Roma, ivi finì di vivere a’ 4 di giugno del 1463, lasciando cinque figliuoli tutti ben istruiti nella letteratura, da’ quali gli fu posta l’iscrizion sepolcrale riferita dal suddetto monsignor Bonamici (l. cit.). Della morte di Biondo si fa menzione ancora negli antichi Annali di Forlì, ove però, forse per errore di stampa, si legge il di 24 in vece del 4? e se ne fa questo elogio: Die xxiv Junii Blondus Flavius Foroliviensis Historiographus Romae moritur, qui pro digna ejus memoria multos libros ab ipso luculenter et ornate compositos reliquit, illustrando prolem ejus ex quinque natis, pro aetate doctissimis viris, quos idem in Italia sua appellavit (Script. rer. ital. vol 22, p. 226).

V. Fra le molte opere da lui composte noi dobbiamo qui riflettere principalmente a quelle eli’ egli scrisse a illustrare l’antichità. Il soggiorno da lui fatto per più anni in Roma, e l’osservazion diligente degli iimumerabili avanzi di antichità ch’ivi si conservavano, gli fece concepire l’idea di pubblicare una descrizione, quanto più fosse possibile, esatta del sito, delle fabbriche, delle porte, dei tempj, e d’altri monumenti di Roma antica , che o ancor sussistevano almeno in parte, o erano stati rinnovati; il che egli seguì ne’ tre libri dedicati ad Eugenio IV, a’ quali perciò diede il titolo Romae instauratae, opera di erudizion per que’ tempi maravigliosa, perciocchè tutta fondata [p. 953 modifica]TERZO C)53 sulle testimonianze degli antichi scrittori da Biondo con gran fatica e con instancabile diligenza esaminati. Dopo avere così descritto l’esterno e il materiale di Roma antica, si accinse a descriverne ancora ampiamente le leggi, il governo, la religione, i riti de1 sagri ficii, la milizia, le guerre, e a darci insomma la forma di tutto il regolamento di quella Repubblica; opera non ancor tentata da alcuno, e che dovette costare a Biondo fatica e studio lunghissimo , coni’ egli stesso confessa nella lettera dedicatoria a Pio II, a cui negli ultimi anni di sua vita offerì quest’opera divisa in dieci libri, e intitolata Romae triumphantis. Allo studio delf antichità parimenti possiam riferire l’altra opera di Biondo intitolata Italiae illustratae, in cui egli vien descrivendo l’Italia secondo le quattordici regioni in cui era anticamente divisa; e ricerca l’origine e le vicende di ciascheduna provincia e di ciascheduna città. Quest1 opera fu da lui scritta ad istanza del re Alfonso di Napoli, il quale prima per mezzo di Jacopo vescovo di Modena, poscia di Lodovico Poggio e di Antonio Panormita suoi ambasciadori alla Repubblica veneta, aveagliene fatta istanza, come raccogliesi dalla prefazione allo stesso re, che Francesco Barbaro vi premise in nome di Biondo, e che dal Cardinal Querini è stata data in luce (Diatr. ad. Epist. Fr. Barb.p. 161, ec.). Or in tutte queste opere, benchè si veggano non pochi falli da lui commessi, scorgesi però al tempo medesimo una singolar diligenza nel raccogliere da tutti gli autori quanto giovar poteva al suo intento; ed [p. 954 modifica]Ipi LIBRO essendo esse le prime che in tal genere si pubblicassero, non può negarsi che non ci diano grande idea del vasto sapere e del continuo studio del loro autore. Opera di più ampia estensione è la Storia generale eh ei prese a scrivere , dalla decadenza dell’Impero romano fino a’ suoi tempi. Ne abbiam tre decadi, e il primo libro della quarta; ma la morte non gli permise di continuarla più oltre. Un bel codice a penna ne conserva questa biblioteca Estense, in cui se ne hanno i primi undici libri, e parte del duodecimo con una lettera dedicatoria dello stesso Biondo al marchese Leonello d’Este. Ne abbiam finalmente alle stampe un libro de Origine et Gestis Venetorum. Avea egli avuto più volte in pensiero di scrivere una intera storia di quella Repubblica, ma poscia credette più opportuno l’inserirne le gloriose imprese nelle decadi di Storia generale che andava scrivendo, come egli narra in una sua lettera al Barbaro (Barb. Epist. p. 306, ec.). Scrisse poi nondimeno questo trattato, in cui come in compendio raccolse le cose più memorabili. Ei dedicollo al doge Francesco Foscari; e dalla prefazion raccogliamo che per opera principalmente di Francesco Barbaro egli era stato ascritto alla veneta cittadinanza. Poco innanzi ch’egli morisse, Lodovico Foscari ni di nuovo lo stimolò a stendere una compita storia della Repubblica, e la lettera el11 egli a tal fine gli scrisse, è stata pubblicata dal P. degli Agostini (Scritt venez. t. 1. p. 76, ec.). E forse ei l’avrebbe intrapresa, se avesse avuta più lunga vita. Di altre operette di Biondo, che o son [p. 955 modifica]TERZO f)55 perite, o sol conservansi manoscritte, si vegga il soprallodato Apostolo Zeno (a). Deesi però ad esse aggiugnere un trattato latino non mentovato da alcuno, in cui disputa se alla giurisprudenza, o all’arte militare si debba la preferenza, da lui finito a’ 21 di gennaio dell’anno 1460, e indirizzato con una sua lettera dedicatoria a Borso duca di Modena, di cui conservasi copia , ma mancante del principio , in questa biblioteca Estense. Lo stesso Zeno accenna ancora i diversi giudizj che delle storie di esso da diversi scrittori si son recati, alcuni de’ quali ne riprendon lo stile, che certo non è elegantissimo , altri ne tacciano i falli in cui è caduto; difetti non piccoli , è vero , ma che debbono attribuirsi in gran parte al tempo in cui egli scrisse. A me sembra che più saggiamente di tutti ne abbia giudicato Paolo Cortese, colle parole del quale io terminerò di parlare di questo valoroso antiquario e storico De Homin doctis. p. 31); Flavius Blondus sine Graecis litteris persequtus est /listo ria in diligenter sane ac probe, eamque distinxit et rerum varietate a copia valde prudenter. Admonere (n) Tra le operette di Biondo è quella De locutionc romana, nella quale egli, contro l’opinione di Leonardo Aretino , il quale sosteneva , come altri poi fecero mi secol seguente, che due sorti di lingua latina erano al tempo della Repubblica , una pe’ letterati , I altra pel volgo , sostiene che un solo era il linguaggio a tutti comune. Questa operetta è stata finora creduta inedita. I\la nelle Novelle letterarie fiorentine (.1780, 3o olt. p. f18q) se ne è indicata una antica ranssuna edizione, ma senza data, in cui essa è unita all opera dello stesso Riondo intitolala Roma instaurala. [p. 956 modifica]enim reliquos vide tur, ut majori artificio ac iU lustrioribus litteris Historiam aggrediantur,; In excogitando tamen quid se n bere t, omnibus his viris , qui fuerunt fere ejus aequales, meo quidem jiulitio praestitiL

VI. Meno ampio argomento prese a illustrare un altro scrittor di que’ tempi, cioè Andrea Domenico Fiocchi fiorentino, di cui ancora ci son rimaste più scarse notizie. Apostolo Zeno sperando che dovesse in breve venire alla luce la Storia de’ Canonici fiorentini dell’eruditissimo canonico Salvino Salvini, altro non ce ne ha detto (Diss. v’P.sj’. t. 1, p. 166), se non ch’egli fu fatto canonico in Firenze nel 1427 e che morì nel 1452. Ma l’accennata Storia non è stata mai pubblicata, e noi perciò siamo privi di quella luce che potremmo da essa ricevere. Sappiamo ch’egli fu scolaro di Manuello Grisolora, come afferma Rafaello Volterrano (Comment l. 21), e che fu ancora segretario pontifìcio (a), il clic si asserisce da Biondo Flavio (/tal. illustr. reg. 2, p. 53), e si pruova ancora da alcune lettere di Ambrogio camaldolese (l. 2, ep. 37; l. 4, ep. 14), ed è perciò stato annoverato tra quelli che ebbero simile impiego, da monsignor tìqpnamici (De Script, epist. ponti/’. p, 156). Questo è ciò solo che di lui ci è giunto a notizia. Due libri egli scrisse intorno alla Romana Magistratura, intitolati de Ronianorum (a) Andrea Fiocchi fu scrittore apostolico sotto Gregorio XII e Giovanni XXIII. Da Eugenio IV fu creato notaio nel 1435, ed ebbe alcune parrocchie nelle diocesi fiorentina e fiesolana (Marini, degli Archiatri pontif, t. 2, p. 136). [p. 957 modifica]TERZO y57 Magistratibus, e da lui indirizzati al Cardinal Branda da Castiglione, il che ci pruova ch’egli gli scrisse prima dell’anno 1443 d principio del quale morì il suddetto Cardinal Branda. Questi libri, non si sa come, furon creduti dell’antico gramatico Lucio Fenestella, e col nome di esso comparvero fin «lai 1477* prima che si cadesse in tal Fallo, aveasi già I’ indubitabile testimonianza del sopraccitato Biondo, che al Fiocchi attribuisce i detti due libri. Giglio Gregorio Giraldi fu il primo a scoprire l’inganno; e come con diversi argomenti provò (De Poet. Hist dial. 4) che essi non erano opera di Fenestella, così con un antico codice ch’egli ne avea, avvertì che il vero autore ne era il Fiocchi. Ma ciò non ostante se ne fecero più altre edizioni sotto il nome di Fenestella, finchè Egidio Witsio li pubblicò in Anversa nel 1561 col nome del vero autore. Tutto ciò veggasi più ampiamente provato dal suddetto Zeno, il quale ancora combatte le opinioni di altri scrittori intorno all’autore di quest’opera, e rileva l’errore di chi ha falsamente attribuita al Fiocchi la Vita di Maria Vergine scritta in versi latini da Domenico di Giovanni domenicano. Ne parla ancora l’Oudin (De Script eccl. t. 3, p. a3t)4), il quale riprende la troppo severa censura che di quest’opera ha fatta il Dempstero, giudicandola degna del fuoco, e saggiamente afferma che pel tempo in cui ella fu scritta, è degna di molta lode, e che sarebbe a bramare che non se ne vedessero a’ tempi nostri uscire alla luce più altre molto peggiori. Tiraboschi « Voi Vili. 20 [p. 958 modifica]^58 LIBRO MI. La descrizione di Roma antica fu parimenti T oggetto delle fatiche di Poggio fiorentino, di cui abbiamo un trattato in cui descrive gli avanzi degli antichi edificj di Roma (Op. p. 131,ed. Basil. 1538); ma di lui direm tra gli storici, e qui ragioneremo soltanto di un altro che si esercitò sullo stesso argomento, cioè di Bernardo Rucellai, o, come scrivesi latinamente, Oricellario, uno de’ più colti e de’ più dotti scrittori di questo secolo, e che anche al presente si può proporre come uno de’ migliori modelli da chi prende a scrivere storia. Oltre ciò che di lui in breve ci dicono i compilatori di Biblioteche e di dizionarj!, più copiose e più esatte notizie di lui ci han dato Apostolo Zeno (Giorn. da’ Lclter. T Iial. t. 33,; art. 6), il ch. canonico Bandini (Specim Litterat. flor. t. 2, p. 77), i compilatori degli Elogi degli illustri Toscani (t. 1), e più di tutti il sig. Domenico Beccucci all’occasione di pubblicare il trattato de Urbe Roma del Rucellai (Rer. ital. Script. florent. t. 2, p. 755); dietro ai quali scrittori verrem brevemente dicendo di questo dotto antiquario, rimettendo ad essi chi brami vederne le pruove negli autentici monumenti e negli autori contemporanei da essi citati. Giovanni Rucellai e Jacopa Strozzi, figlia del celebre Palla più volte da noi mentovato , furono i genitori di Bernardo che nacque in Firenze nel 1449 Poco sappiamo de’ primi anni della vita da lui condotta, e degli studj da lui fatti. In età di soli diciasetl’anni prese a moglie Giovanna de’ Medici figlia di Pietro de’ Medici, e nipote di Cosimo il Padre [p. 959 modifica]della Patria, nella quao’occasione Giovanni Rucellai con regale magnificenza profuse fino a 37000 fiorini. Quanto diligente coltivatore delle buone arti e delle scienze fosse Bernardo, basta a provarlo l’amicizia ch’egli ebbe con Marsiglio Ficino, della cui Accademia fu prima uno de’ più degni ornamenti, e poscia il più fermo sostegno. Marsiglio scrivendo fin dal 1478, cioè quando Bernardo contava soli ventinove anni di età, a Naldo Naldi, afferma (Op. t. 1, p. 636) che fra centomila uomini appena si troverebbe chi potesse paragonarsi al Rucellai in ciò che è onestà di costumi e felicità di fortuna. Piene poi di espressioni di affetto e di stima sono le lettere ch’egli gli scrive (ib. p. 661, 665, 836, 859, 906). Poichè fu morto il gran Lorenzo de’ Medici, l’Accademia platonica trovò in Bernardo uno splendido protettore che le diede onorevol ricovero. Fece egli edificare una magnifica abitazione con orti e giardini e boschetti all’uso delle filosofiche conferenze vagamente adattati, e adorna inoltre di monumenti antichi pregevolissimi da ogni parte raccolti, la veduta de’ quali servisse come di stimolo a rinnovare la felicità di que’ secoli di cui richiamavano la memoria. Celebri furono allora gli Orti Oricellarii; e se ne trova menzione in molti scrittori di que’ tempi, come colle loro testimonianze dimostrano il Bandini e il Beccucci. Non era però Bernardo per tal modo applicato alle lettere, che trascurasse per esse i doveri di cittadino. L’anno 1480 fu eletto gonfalonier di giustizia; quattro anni appresso andò ambasciatore della Repubblica a’ Genovesi, poscia nel 1494 [p. 960 modifica]/k LIBRO i Ferdinando re di Napoli, e nell’anno medesimo e ancor nel seguente a Carlo VIII re di Francia. Fu ancora uno de’ deputati sopra l’università di Pisa; ma eli’ ei vi fosse ancor professore, come da alcuni si afferma, io non ne trovo verun documento. Degli altri impieghi da lui sostenuti in Firenze, della condotta da lui tenuta nelle rivoluzioni che sul finire del secolo sconvolser quella Repubblica, dell’ambizione e della incostanza nel favorire or l’uno or l’altro partito , di cui egli è da alcuni accusato, veggansi le ricerche del sopraccitato Beccucci, che lungamente esamina ciò che di lui si racconta, poichè tai cose son troppo lontane dall’argomento di questa Storia. Ei morì in Firenze a’ 7 di ottobre del 1514? e fu sepolto nei tempio di Santa Maria Novella , la cui facciata cominciata già da suo padre era stata da lui con singolare magnificenza condotta a fine. Vili. L’opera per cui al Rucellai si dee luogo distinto fra gl’illustratori dell’antichità, è quella da noi poc’anzi accennata de Urbe Roma, pubblicata sol pochi anni addietro in Firenze, e da lui indirizzata a Palla suo figlio. In essa ei prende a comentare la descrizione di Roma di Publio Vittore, raccogliendo da tutti gli antichi scrittori quanto può giovare a darci una giusta idea delle magnifiche fabbriche di quella gran capitale. Opera veramente grande, piena di erudizione e di critica, e scrìtta con precisione e con eleganza di stile non ordinaria, e migliore assai di più altre che sullo stesso argomento sono state poi pubblicate. Un piò [p. 961 modifica]TERZO (jGl breve trattato egli scrisse inoltre su’ magistrati Romani, che dal ch. proposto Gori mandato a Giannernesto Walchio fu da questo pubblicato in Lipsia l’anno 1752. Esso non porta in fronte il nome del suo autore*, ma la somiglianza dello stile, e la menzione che fa egli stesso di questo suo trattato nel proemio della prima sua opera. ci persuadono abbastanza che da lui fu composto. Delle Storie da lui pubblicate diremo fra poco. Due lettere latine ancora ne ha date in luce il Burmanno (Sylloge Epist. t 2, p. 199)» oltre più altre italiane che se ne conservano nella biblioteca Strozzi in Firenze. Nè fu da lui trascurata la poesia italiana. Tra i Canti carnascialeschi stampati in Firenze nel 1759, vi ha il Trionfo della Calunnia di Bernardo Rucellai. Di altre opere finalmente da lui composte, ma che ora o più non ritrovansi. o giacciono ancora inedite, si veggano i sopraccitati scrittori, i quali ancora accennano le onorevoli testimonianze con cui molti autori di quei tempi ragionano di Bernardo. E degne sono singolarmente d’esser lette alcune epistole di Pietro Delfino generale dei Camaldolesi scritte allo stesso Bernardo (l 6, ep. 405 l. 10, ep. 28), e una a Leonardo Loredano doge di Venezia (l. 7, ep. 45), in cui fa grandi elogi del sapere e della probità di Bernardo. A me basterà il riferir quello che di lui ci ha lasciato Erasmo, di cui non v’era a que’ tempi chi potesse, in ciò che è erudizione ed eleganza di stile, portare più accertato giudizio: Novi Tene fine, die’egli (Apopht. l. 8, Op. t. 4, p. 363, ed. Lugd. fìat. \r]o’ ò)ì fìernardum Ocriculariwn [p. 962 modifica]9^3 LIBRO Civem Florcntinwn, cujus Historias si legisses, dixisses alterum Sallustium aut Sallustii temporibus scriptas; numquam tamen ab homine impetrare licuit, ut mecum latine loqueretur. Subinde interpellabam; surdo loqueris, vir prae» clare; vulgaris linguae vestratis tam sum ignarus, quam Indicae; verbum latinum numquam quivi ab eo extundere.

IX. Nel parlar di coloro che in questo secolo si adoperarono a raccogliere le antichità, abbiam fatta onorevol menzione di Giulio Pomponio Leto. Ma ei dee ancora aver luogo distinto fra quelli che presero ad illustrarle scrivendo, e qui perciò più attentamente dobbiam. di lui ricercare. Il Zeno ne ha parlato colla sua consueta esattezza (Diss. voss. t. 2, p. 292, ec.), valendosi delle opere dello stesso Pomponio, e di altri scrittori di quei tempi, e della breve Vita che Marcantonio Sabellico ce ne ha lasciata. Qualche altra notizia potrem noi aggiungerne tratta dalf elogio che, appena fu egli morto, ne scrisse Michel Ferno milanese, il quale è stato dato alla luce da monsig. Mansi (Append. ad vol. 6 Bibl. med. et inf. Latin. Fabr. p. 6, ec.). Ch’ei fosse bastardo della nobilissima casa di Sanseverino nel regno di Napoli , è certissimo per testimonianza di Giovanni Pontano (de Sermone, l. 6, p. 105, ed. flor. 1520), il quale aggiugne che Pomponio solea studiosamente dissimulare la sua nascita (i). Anzi il Ferno racconta che alcuni, i (a) Agli elogi di Pomponio Leto decsi aggiugnere T Orawon funebre che ne recitò Pietro Marso, che [p. 963 modifica]TERZO CjG3 quJi venivano a Roma per conoscere un uom sì famoso, facendosi a interrogarlo curiosamente chi e donde fosse, ei rispondeva lor bruscamente di non esser già un leone, o un orso, stampata a que’ tempi, ma senza data , in quarto, congedasi presso il eh. sig. don Jacopo Morelli in \ enezia. Esa è intitolata: Petri Marsi funebris Oratio habita runae in obitu Pomponii Laeti; ed è probabile che in Roma, ove fu delta, fosse ancora stampata, benché il p. M. Audifredi non ne faccia menzione nel suo esnttisimo Catalogo delle edizioni romane del secolo. Simbra che il Marso voglia dissimulare l’illegittima nascta di Pomponio, di cui però non si può dubitare dpo la testimonianza troppo autorevole del Fontano. Ei dice che Pomponio nacque in Dianio, castello della Licania , inclito quidem patre Joanne Sancti Serenili i l Marsici , ut nunc appellant, Comite , cujus filius lUberltiS Pomponii frater natu major, et de. more srcccssor cl haeres, primus ex ea familia proavorum inaginibus ornatissima Salerni Principatum paternis et avitis opibus tituliu/ue adjecit. A meglio dissimular qr»sta taccia ci vuol làr credere il Marso che Pompon o (la cui madre però non nomina) fosse perseguitab dalla madrigna , e che per isfuggirne 1’odio egli usisse dalla paterna sua casa. Rammenta un viaggio clu allora in età giovanile egli fece, trasportandosi in Sidia , per ben intender que’ luoghi da Virgilio desoliti; e ngyiugne che ei venne quindi a Roma, ove, dici egli , ebbe a maestri prima Lorenzo Valla , poi , dop la morte di esso , Pietro da Monopoli, nel che sem.ra ch’egli sconvolga l’or din de’ tempi; perciocché abbinio veduto, per testimonianza del Sabellico, die fu pima scolaro di Pietro, poscia del Valla, a cui succdetle nella scuola. Il viaggio da me accennato descrivi più lungamente dal Marso: Ulytsem denique, dice , Homericum imitatus est. A’am felicitatem non mtninam ducens , si polytropos fieret , idest si mores uhi forum hominum vidisset et urbes, ad ipsum Septentrottem , de quo mira quaedam et quasi supra [p. 964 modifica]$64 LIBRO che dovessero sì minutamente osservarlo e eie, come non cercava egli di loro, così essi cesassero di ricercare di lui. Questa stoica indiferenza mostrò egli ancora verso la stessa hmiglia ond’era uscito. Perciocché richiesto pu volle, e istantemente pregato da que’ signoria recarsi a viver con loro, ei fece ad essi, conie narra il Sahellico, questa breve risposta: Poriponitis Laetus cognatis et propinquis suis sirlutern. Quod petitis, Jieri non potest ValeÙ. Qual nome egli avesse al battesimo, non è be, certo; e si posson vedere su ciò le ricerch del Zeno. E certo solo che il nome di Pomponio fu da lui preso per amore di antichit. Quello ancora di Leto, ossia Lieto, fu none jidem studiose legerat , acri animo conversus , Cha ri rutiliorum , Hungarorum, Polonorum, ac Russorum fin bus peragratis, Tartaros attigit, et ad Peucen flectens iter, Scythici arcus formam in Euxino Ponto contemplatus est, et ad montanos Phaeonas Macedonasque spectandarum regionum aviditate divertens Ægoeas insulas prospexit et undas. Ad summam Antonini Cesaris exemplo confectis commentariolis et itinerario, suam Romam, cujus ob jucundissimam et honorati simam Romanorum Civium, a quibus ut numen semper cultus est, consuetudinem , desiderio vel maximo torba tur y avide revisit. Un’altra circostanza finora non conosciuta aggiugne il IVI arso, cioè che Pomponio col consentimento del polenfìce Sisto IV trasportatosi nel mezzo del verno in Alemagna, vi ebbe dairimper.dor Federigo III il diploma della poetica laurea. Parla per ultimo della pietà e della religion di Pomponio ,: ne porta in prova il recarsi che spesso faceva co’ suoi scolari a onorare un’immagine della B. Vergine sul Colle Quirinale, e la divozione con cui innanzi alla morte avea ricevuto il Viatico. [p. 965 modifica]TERZO qltf la lui aggiuntosi, e cambiato talvolta secondo le circostanze de’ tempi in quello d’Infortunato. Così ancora veggiamo ch’ei talvolta si appella Giulio Pomponio Sabino. Recatosi a Roma in età giovanile, fu istruito nelle lettere prima da Pietro da Monopoli, grammatico celebre a que’ tempi , poscia da Lorenzo Valla. E poichè questi fu morto nel 1457 Pomponio fu creduto il più opportuno a succedergli nell’impiego di istruire la gioventù. A ciò egli congiunse l’Accademia romana da lui istituita, come altrove abbiam detto, e che fu poscia origine l’anno 1468 a lui non meno che a più altri delle avverse vicende che a suo luogo abbiamo descritte. Era allor Pomponio in Venezia, ove non sappiamo per qual motivo ei si fosse recato, e sol veggiamo, come si prova dal Zeno, che per tre anni ei trattennesi in casa Cornaro. Paolo II, che sospetta vaio reo della congiura di cui abbiam veduto che accusati furono gli accademici, adoperossi in modo, che l’infelice Pomponio stretto tra le catene fu condotto pubblicamente in Roma, e sottoposto agli esami nella maniera già esposta. Liberatone finalmente , ripigliò ivi l’usato esercizio della pubblica scuola, e continuollo per lo spazio di circa ventolto anni, come afferma il Sabellico, o a meglio dir per 40 unendo asquesti ultimi i primi anni in cui innanzi alla sua prigionia avea insegnato, come narra Paolo Cortese (de Cardin, p. 97). In questo impiego era egli sì diligente, che ogni giorno sul far dell’aurora, e spesso col lume acceso in mano, qualunque tempo facesse, partendosi dalla sua casa andavasene [p. 966 modifica]9^6 LIBRO alla scuola, ed ivi a un1 alfollatissima moltitudine di scolari, gran parte de’ quali era talvolta costretta a star fuori all’aperto, spiegava con incredibile applauso gli autori latini, e talvolta insieme, come narra il Cortese, non potea contenersi dal lamentarsi de’ Romani che non avessero destinate a tal esercizio più ampie e più magnifiche stanze (l. c. p. 104). Il Zeno, dopo aver disputato intorno all’epoca della morte di Pomponio, conchiude, appoggiato all’autorità di un codice della Vaticana additatogli da monsignor Fontanini, ch’essa avvenne a’ 21 di maggio del 1497)Ma io,temo che in quel codice sia corso errore. L’elogio che il Ferno ne inviò a Jacopo Antiquario, fu scritto due giorni soli dacchè Pomponio fu morto. Esso è segnato agli 11 di giugno IIIIdus Junii del 1 {98, e ivi si dice che egli era morto in età di 70 anni la sera de’ 9: A hiatus est... V. Idus sub vesperam; e due lettere, con cui l’Antiquario da Milano risponde al Ferno, sono segnate la prima a’ 18, la seconda a’ 24 di luglio. I quali monumenti sembra che non ci lascino luogo a dubitare di questa epoca. Gianpierio Valeriano afferma (de infelic. Literat. l. 2, p. 87) el11 ei sul finir de’ suoi giorni fu ridotto a tale estremo di povertà, che gli convenne recarsi allo spedale, che ivi finir di vivere sì privo d’ogni cosa, che non avrebbe avuto l’onor del sepolcro , se gli amici non se ne fossero preso il pensiero. Di ciò nulla dicono nè il Sabellico , nè il Ferno. Anzi questi racconta ch’ei lasciò suo erede un certo Mattia da lui prediletto tra’ suoi scolari j la qual eredità però si ridusse a [p. 967 modifica]TEUZO y»\?n picciol podere, a una casuccia, a pochi libri, e a più pochi mobili. Ben ci descrivono anicnduc i detti scrittori, e il Ferno singolarmente, la non ordinaria pompa con cui ne furono celebrate l’esequie, e l’universal dolore con cui tutti ne pianser la morte.

X. E fu veramente Pomponio Leto uno degli uomini più eruditi che vivessero a quella età. Lo studio de’ monumenti antichi fu quello di cui più dilittossi che d’ogni altro. Non v’era angolo in Roma, nè alcun vestigio d’antichità, ch’ei non osservasse minutamente, e di cui non sapesse render ragione. Andavasi spesso aggirando pensieroso e solo fra quelle anticaglie, e arrestandosi a qualunque cosa nuova gli desse sott’occhio, rimaneva a guisa d’estatico, e ne piangeva sovente per tenerezza. Accadde talvolta che trovato da alcuni in tal atteggiamento quasi immobile e astratto da’ sensi t. vestito innoltre, come soleva, assai rozzamente, per poco non fu creduto uno spettro. Viaggiò una volta, come narra il Sabellico, per vedere que’ paesi posti alle rive del Tanai, che da Strabone non erano stati descritti j il che si conferma dal Ferno che afferma di averlo udito descrivere i costumi e la vita de’ popoli che avea conosciuti viaggiando; e aggiugne ch’egli pensava ancora di andar sino nell’Indie, ma che nel trattenne la compagnia degli uomini dotti, di cui godeva in Roma. Fu in fatti Pomponio carissimo a tutti coloro che proteggevano e coltivavan le scienze, ed egli erane in certo modo 1 arbitro e il condottiero, essendo capo [p. 968 modifica]9^8 LIBRO dell’Accademia romana, in cui essi si raccoglievano: delle quali adunanze, e delle feste e delle erudite conferenze che ivi tenevansi, abbiam detto altrove. Uomo a primo aspetto severo e rozzo, parea ancora nel parlar famigliare lento e stentato, e di lingua non bene sciolta. Ma quando parlava pubblicamente, non v’era chi ragionasse con più piacevolezza e più felice eloquenza. Nimico dell’adulazione e del fasto, appena mostrava di conoscere i grandi e osserva il Ferno, che al solo Cardinal di Carvaial non v’era contrassegno d’ossequio ch’ei non rendesse. Ciò non ostante tutti faceano a gara nell’onorarlo, e nel somministrargli denaro, e qualunque altra cosa di cui abbisognasse il che videsi principalmente in una sedizione che eccitossi in Roma a’ tempi di Sisto IV l’anno in cui l’infelice Pomponio si vide spogliato d’ogni cosa. Nel Diario di Stefauo In fessura pubblicato dal Muratori si accenna ciò che allora egli ebbe a soffrire: Et ancora intra l’altre (fu messa a sacco) la casa di Pomponio Leto, al quale forno tolti quanti libri aveva con tutta V altra roba e vestiti; e lui in giubbetto coi borsacchini e con la canna in mano se ne andò a lamentare co’ superiori (Script Rer. ital. t. 3, pars 2, p. li 63). Ma presto ci si vide ben compensato da sì gran danno perciocché, come narra il Sabellico, tante cose gli furono inviate in dono dagli amici e dagli scolari, ch' ei ne fu per avventura provveduto meglio che prima. Questo scriitor medesimo non dissimula una taccia che fu data a Pomponio, cioè di essere [p. 969 modifica]TERZO 9&) stato ne1 primi anni disprezzatore della Religione, aggiugnendo però di aver udito narrare che sul fin della vita avea preso a rispettarla. E abbiam veduto di fatti, che l’uso da lui introdotto di prendere il nome dal gentilesimo, e certe feste da lui celebrate in onore del dì natalizio di Roma, il fecer credere reo d’empietà. Ma il Ferno, che per molti anni gli era stato non solo scolaro, ma intimo confidente, ci assicura eh* ei fu sempre lungi da tal delitto , e che dopo aver piamente vissuto, morì ancora con sentimenti di singolar divozione. Il Zeno produce parecchi elogi che del sapere non meno che della modestia di Pomponio han fatto il Platina, ilPontano, il Sabellico, il Poliziano , con cui veggiamo ch’ei teneva commercio di lettere sopra le antichità (l. 1, ep. 15, 16, 17, 18), Beato Renano, Pietro Martire d’Anghiera, che con lui pure teneva corrispondenza (Petri Mart. Angler. ep. 18), Paolo Cortese, e più altri; le testimonianze de’ quali possono bastare ad opprimere, non che a confutare il sentimento del Vives, che ne ha parlato con molto disprezzo. Non vuolsi però dissimulare che anche Rafaello Volterrano non aveane grande stima; perciocchè sembra ch’ei ne derida la soverchia affettazione dell’antichità: Pomponius natione Calaber Graecorum ignarus, tantum antiquarium se se farti laverai; ac si qua nomina exoleta et portentosa invenerat, scholis ostentabat (Com. Urbana, l.21). E sembra in fatti ch’egli avesse per l’antichità quella soverchia e superstiziosa ammirazione di cui si veggono anche al presente non rari esempj. Il qual [p. 970 modifica]9JP libro difetto però forse era allor necessario per risvegliare dal sonno in cui vergognosamente giaceansi la maggior parte degli uomini, e per togliere interamente il disprezzo in cui quegli studj erano stati fino a quel tempo. E alle medesime circostanze deesi attribuire f altro difetto in cui, come altrove abbiamo osservato, cadde talvolta Pomponio, cioè di adottare per veri alcuni monumenti d’antichità che or si credono, e a ragione, supposti.

XI. Molte, e di genere tra lor diverse, son le opere che di Pomponio ci son rimaste. E cominciando da quelle che più appartengono a questo luogo, parecchi trattati egli scrisse a illustrare i costumi e le leggi della Romana Repubblica , e lo stato di Roma antica; cioè intorno a’ sacerdozj, a’ magistrati, alle leggi, insieme con un compendio della Storia degli liuperadori romani dalla morte di Gordiano il giovane fino all’esiglio di Giustino III Il trattato de Romanae Urbis vetustate, ossia de antiquitatibus Urbis Romae, che pur si ha alle stampe, credesi da alcuni opera supposta a Pomponio. Un opuscolo ancora ne abbiamo intorno all’origine e alle prime imprese di Maometto. Adoperossi egli innoltre non poco in correggere ed in comentare le opere degli antichi scrittori. Le prime edizioni che si fecero di Sallustio, rivedute furono da Pomponio, e confrontate con molti codici; nel che egli giovavasi della scelta e copiosa biblioteca che avea in sua casa raccolta. La stessa diligenza egli usò per riguardo alle opere di Columella, di Varrone, di Pompeo Festo, di Nonio Marcello. [p. 971 modifica]TERZO 1 Cementò inoltre Quintiliano e Virgilio, i quali comenti parimente sono usciti alla luce. Di queste opere, e di alcune altre che son rimaste inedite, o che son del tutto perite, e delle diverse edizioni di quelle che sono stampate, si veggano le osservazioni dell1 eruditissimo Apostolo Zeno, il quale ne ragiona minutamente, e non lascia cosa alcuna a desiderare su questo argomento (*).

XII. A questi illustratori delle antichità romane deesi congiungere un altro che osò ancora di penetrare più addentro nella folta caligine de’ regni e de’ popoli antichi, e si lusingò di aver fatte le più gloriose scoperte. Parlo del celebre Annio da Viterbo, ossia, come egli veramente chiamavasi, Giovanni Nanni, il quale per vezzo d’antichità, ad asempio di molti altri , cambiò il suo cognome in quello di Annio. Non v’ ha forse autore che più spesso e con maggior venerazione si vegga citato singolarmente dagli storici de’ due secoli precedenti, e non v’ ha insieme autore che dalla moderna critica sia più disprezzato e deriso) nè manca ancora chi lo ha in conto di solenne (’) Tra gli illustratori «Ielle romane antichità deesi nominare «ancora Andrea Santacroce patrizio romano e avvocato concistoriale morto nel 147 *, di cui oltre uu Dialogo che contiene gli Atti del Concilio di Firenze, e che si ha alle stampe (Concìl. Colteci, ed. Colei, voi. 18, p. 918) conservasi nella libreria de1 Minori Osservanti dilla Vigna in Venezia un’opera ms. intitolata De noiit publìco nucforitnte approoaiis, in cui Tacendo molto uso delle iscrizioni, tratta delle abbreviature che 111 esse e nelle medaglie si leggono. E di questo codice aucora io debbo la notiz a al eh. sig. dou Jacopo Morelli. \ [p. 972 modifica]972 LIBRO impostore. Prima però di cercare in qual pregio se ne debbano aver le opere, veggiamo in breve ciò che dell’autor medesimo ci è giunto a notizia. Ei nacque in Viterbo circa il 1432, come dimostrano i padri Quetif ed Echard (Script. Ord. Praed. t. 2 , p. 4), ed ivi pure entrò giovinetto nell1 Ordine de’ Predicatori. Lo studio da lui fatto non sol delle lingue latina e greca, ma ancor delle orientali, lo rendette illustre nel suo Ordine, e gli acquistò la stima de’ romani pontefici, e singolarmente di Alessandro VI. il quale avendo promosso, nel febbraio del »499 chiesa di Chio F. Paolo da Moneglia maestro del sacro palazzo, gli sostituì in quell’onorevole impiego Giovanni. Ma poco tempo ei ne godette, essendo venuto a morte l’an 1502 in età di circa settant’anni. Intorno alle quali cose veggansi i due suddetti scrittori. Essi ci danno ancora un diligente catalogo di tutte l’opere di Annio, cosi di quelle che abbiamo alle stampe, come di quelle che son rimaste inedite. Tra esse vi son comenti su’ Libri Scritturali, qualche trattato teologico , e uno ne abbiam rammentato noi pure altrove scritto in difesa de’ Monti di pietà, oltre qualche altro libro che non giova qui rammentare. Noi dobbiam solo esaminare ciò che appartiene alle celebri opere da lui composte sopra le antichità egiziane, caldaiche, etrusche e d’altri popoli.

XIII. Diciassette libri di antichità pubblicò ! egli in Roma nell’anno 1498 (a) con questo (7) Il P. M. Audiliedi sostiene che l’edizione delle [p. 973 modifica]TERZO C)H$ titolo: Antìquitatum Varìarum Volumina XI //, cani Commentarlis Fr. Joannis A unii Viterbicnsis. Dietro alla qual edizione ne venner poscia più altre, in alcune delle quali si stamparon solo le opere che dall1 Annio si credevan trovate , in altre alle opere si aggiunsero i conienti delP editore. Pretese P Annio di far dono agli eruditi delle storie originali di molti scrittori antichissimi, da’ quali la cronologia de’ più remoti tempi dovea essere maravigiosamente illustrata. Tali sono Beroso Caldeo, Fabio Pittore , Mirsilo Lesbio, Sempronio. Archiloco, Catone, Metastene, Manetone ed altri el11 egli diceva di avere fortunatamente trovati. E molti in fatti si lasciarono abbagliare dalla luce di sì gl andi nomi, e crederon gemme di gran valore que’ libri; e singolarmente gli storici di alcune città e provincie particolari d’Italia furon lietissimi di ritrovarvi il fondamento della lor gloria nell1 antichissima origine che alle lor patrie si assegnava da quei classici e infallibili autori. Ma deesi ancor avvertire a onor delP Italia , che molti de’ nostri, appena furono pubblicate le Antichità Anni a ne, gridaron tosto 0 all1 impostura’o all’errore. Tra essi furono i primi Marcantonio Sa belli co (Enti. 8, l. 5), Pier Crinito (De honesta Discipl. I. , c. 12), e Rafael Io Volterrano (Comm. Urbana l. 38), tutti scrittori di que’ tempi (a). Ciò 11011 ostante Antichità di Annio fatta l’anno 14)8 fu la seconda, e che la prima era stata fatea pure in Roma P anno precedente (Calai. rom. Edit. saec. xv, p. 343). (a) 11 sig. abate Masdeu, nel tomo primo della sua Tiràboschi, Voi Vili. 21 [p. 974 modifica]974 LIBRO non son mancati parecchi che non solo hanno adottali come oracoli i libri di Giovanni Ànnio, ma ne hanno intrapresa ancora 1 apologia contro coloro che ardivano di rigettarli come Storia critica di Spagna (p. 41) afferma che la Spagna ha prodotti i primi e i più valorosi impugnatori delle favole s,Inaiane. 1-d ei si fa a provarlo. Il portoghese Gaspare Barreyras al tempo medesimo che si pubblicarono le opere di quell’autore, ne scoprì con finissima critica e ne convinse le falsità in una censura de’ libri Anniani, pubblicata da lui prima in latino , poi in portoghese. Confesso ch’io non so intendere con qual franchezza pretendono alcuni stranieri d’imporci, e si persuadano che niuno fra gli Italiani sia per rilevare le loro imposture. Il Barreyras dunque al tempo medesimo in cui Annio pubblicò le sue favole , prese a confutarle? E non ha dunque f abate Masdeu letta la Bibliotheca Novo-Hispana del suo Niccolò Antonio? E se 1’ ha letta, non ha egli osservato (Bibl. hisp nova. p. 398) che l’opera del Barreyras non fu da lui diretta e dedicata al celebre F. Marco da Lisbona, che 1‘ anno i 557 , sessantanni dopo la pubblicazione degli scrittori Anniani? E sessant’anni di differenza non impediscono che possa dirsi che due autori scrissero al tempo medesimo? Aggiungasi che un altro abbaglio ha qui preso l’abate Masdeu; perciocchè ei dice che il Barreyras pubblicò la sua opera prima in latino , poi in portoghese. E l’Antonio dice al contrario, che il Barreyras pensava bensì di pubblicarla in latino, non in portoghese, ma che nol fece: quas et Latine cogitabat non Lusitane in vulgus emittere; e soggiugne che ciò eh’ei non potè fare, il fece poi Andrea Schotto , nella cui Bibliotheca Hi spanica vedesi inserita in latino l’opera del Barreyras. L’abate Masdeu rammenta poscia il Vives, che ventiquattro anni dopo la stampa de’ supposti scrittori di Annio non li credette degni di fede. Ma i tre Italiani da me ricordati, il Crinito, il Volterrano , il Sabellico, già da più anni 1’aveano in ciò preceduto; e non si può quindi se non con evidente [p. 975 modifica]TERZO C)75 supposti. E in questo secolo ancora, in cui per altro la critica ha fatti sì lieti progressi, si è veduto taluno uscir di nuovo in campo a difesa di questo omai abbandonato scrittore (Franc. Mariani de Etruria Metropoli, et Oratic prò Annio / iterò.). Ma tutti questi non son che inutili sforzi a sostenere una causa troppo falsità affermare che gli Spaglinoli furono i primi a confutare le imposture Anuiane. Che fosser poscia i più valorosi , r abate Masdeu 1’ ha affermato, ma non si è puie accinto a provarlo; nè io sono perciò in dovere di fargli su questo punto risposta alcuna. Mi sia qui lecito il ribattere un’altra accusa ingiustamente datami dall’abate Masdeu , poiché il tomo primo della Storia di Spagna non mi è giunto in tempo il parlarne in luogo più opportuno. Egli (p. ipa), dopo avere confutato il sistema delle Origini Italiche di monsignor Guarnacci, e dopo avere annoverati gli eccessivi elogi con cui da alcuni Italiani è stata celebrala quell’opera, soggiugne che anch’io mi son degnato di prestargli pubblico omaggio; colle quali parole par che voglia indicare eh’io pure mi son latto sostenitore, o approvatorc di quel sistema. Ei cita in fatti le giunte alla mia Storia. Ma s’egli avesse voluto scrivere sinceramente, avrebbe osservato che io a quel luogo non lodo altro in quello scrittore, che le pruove arrecate a mostrar il valor degli Etruschi nelle arti liberali, nel che solo io ho adottilo il suo sentimento; e che del sistema intorno alle Origini Italiche nè ivi nè in alcun altro luogo ho mai parlato con lode; c 1’ ho soltanto accennato al principio di questa Storia, ove ho indicati gli autori che su questo argomento hanno scritto, senza «lare alcun segno di preferenza all’uno piuttosto che all’altro. Del che monsig. Guarnacci poscia si dolse meco in una lettera, che fu la sola ch’ei mi scrìvesse. Con qual fondamento adunque l’abate Masdeu mi unisce agli altri encomiatori di un’opera eh’io solo in una picciola parte ho lodata, e non mai in quella nella quale egli giustamente il confuta? [p. 976 modifica]97^ LIBRO per se medesima rovinosa. Non v’ ha al presente uomo mediocremente versato ne’ primi elementi della letteratura, che non si rida degli storici dall’Annio pubblicati, e del loro comentatore. E io stimerei di gittare inutilmente il tempo nel recar prove di ciò, di che non può dubitare se non chi è incapace di esser convinto. Si può disputar solamente se Giovanni Annio debba aversi in conto di impostore, ovvero debba sol credersi troppo semplice ed ingannato. Molti gli dan la taccia di aver arditamente supposta ogni cosa; anzi aggiungono che era questa una frode di cui spesso egli usava, nascondendo sotterra statue, bronzi e altri recenti lavori, e disotterrandoli poi, e spacciandoli come venerandi avanzi d’antichità. Tale accusa però io non veggo che sia abbastanza fondata sulla testimonianza di scrittori degni di fede, e seguo perciò volentieri il sentimento del ch. Apostolo Zeno , il quale (Diss. voss. t. 2 , p. 188, ec.) crede che l’Annio si lasciasse troppo facilmente ingannare da qualche impostore; e a provarlo reca fra le altre cose la testimonianza del dotto P. le Quien domenicano, il quale afferma che nella biblioteca Colbertina trovavasi un codice di oltre a due secoli anteriore all’Annio, in cui erano inserite le finte Storie di Beroso, di Megastene, e d’altri. È degno d’esser letto ciò che il suddetto Zeno va disputando sopra questo argomento, ove si troveranno raccolte molte notizie intorno a’ difensori e agli oppugnatori di questo scrittore , e intorno alle diverse.opinioni che molti hanno in ciò sostenuto; nè fa d7 uopo [p. 977 modifica]TERZO 9?7 perciò eh’io mi arresti a parlarne più stesamente (*). (•) Il eh. sig. abate Giambntista Favre, nella sua opera pubblicata poco prima della sua morte nel 1779 in difesa del marmo Viterbese del re Desiderio , non ha lasciati senza difesa anche gli scrittori di Annio, non sol difendendolo, come io pure ho fatto, dalla taccia d’impostore, ma da quella ancora di credulo; e perchè io ho detto qui che non giova il trattenersi a provare che quegli autori sono supposti, perchè di ciò non può dubitare se non chi è incapace d’essere convinto, egli risponde che ciò è dire ingiurie, non recare pruove. Io non ho preteso con ciò d ingiuriare, ma di appellare al senso comune , ed ad esso appello di nuovo; e mi lusingo che a un tal tribunale il nome dell’abate Favre sarà giudicato degno di grandissima lode , perchè nel difendere questa causa ha mostrato un ingegno non ordinario e una vastissima erudizione; ma che insieme si deciderà che degli scrittori di Annio si continui a giudicare, come si è da’ saggi giudicato (finora, Io vorrei solo che alcun ci dicesse (giacchè l’autore non è più in grado di farlo) qual sia, e ove esista quella opera del famoso Sigonio sopra le Imprese, della quale egli sull’autorità di un certo Domenico bianchi scrittore di una Storia inedita di Viterbo cita un passo in lode degli scrittori di Annio. Niuno ha finora conosciuta , ch’io sappia, questa opera del Sigonio, ed essa certo non si trova tra quelle di questo dotto scrittore pubblicate in sei tomi in Milano. « Cosi io scrissi nelle Giunte alla prima edizione della mia Storia. Il suddetto sig. abate Masdeu ha impiegata una delle Illustrazioni aggiunte al tomo primo della sua Storia critica di Spagna (p. 175, ec.) nel confutar questa nota: nè io posso attribuirlo che alla gentilezza sua nel favorirmi, giacchè essa nulla ha che fare sulla Storia di Spagna; e degli scrittori di Annio sente egli pure come sento io. Riporta egli dunque l’ultimo passo di questa nota: io vorrei solo , ec. E poi mi rimprovera perchè io abbia dimandato conto all’abate Favre dell’opera sulle Imprese del Sigonio da niuno finor conosciuta; e aggiugue [p. 978 modifica]97$ LIBRO

XIV. Ad illustrare P antichità giovarono ancor non poco coloro che intrapresero a scrivere cronache, o storie generali; perciocché salendo colle loro ricerche fino a’ .secoli più remoti, si studiarono di rischiararne, come poteano meglio, Pepoche e le vicende. Il primo di’ io dovca chiederlo al Bianchi, il cui passo si cita a questo proposito dall1 ab. Favre. Ma se il sig. abaie Masdeu intende l’italiano, mi dica di grazia, ove ho io chiesto conto di quell’opera all’abate Favre? Non ho anzi io detto tutto al contrario; vorrei solo che alcun ci dicesse, giacché V autor non è più in grado di farlo , ec. Per questa stessa ragione sarebbe stata cosa ridicola , s’io n1 avessi chiesto conto al Bianchi, che pur non è più tra’ vivi, Io ho dunque pregato alcuno, chiunque sia in istato di farlo, a indicarci che opera sia quella del Sigonio, che dal Favre sull’autorità del Bianchi si cita. E certo io ho con ciò voluto indicare che dubito assai che quell' opera sia supposta a quell’illustre scrittore, del qual dubbio non potrò liberarmi , finchè alcuno ci indichi ove essa sia. Confesso ancora che, quando scrissi questa nota, io credetti che a torto si annoverasse il Sigonio tra quelli che legittime avean riputate le opere di Annio. Ma come io conobbi che a negarlo conveniva esaminarne attentamente le opere , nè io avea allora agio a farlo , mi astenni avvertitamente da qualunque espressione che sembrasse negarlo. Anzi ora debbo aggiugnere che non si può difendere il Sigonio dalla taccia di essersi lasciato ingannare da’ frammenti Anniani, e che l’abate Masdeu avrebbe ragione di rimproverarmelo, s’io avessi sostenuto il contrario. Gli eruditi però debbon sapergli grado di questa Illustrazione, perchè in essa egli prima di ogni altro ci ha data una notizia che dovrassi aggiugnere a quelle tante che dalla Spagna son venute in Italia, cioè che il Sigonio era Bibliotecario di Modena, e rimarrà solo di’ egli ci indichi a qual biblioteca prese desse. [p. 979 modifica]TERZO Cj-tj scrittore di tale argomento che in questo secalo ci venga innanzi, è S. Antonino arcivescovo di Firenze, di cui già ragionato abbiam tra’ teologi. Una lunga Cronaca divisa in tre parti fu da lui scritta, in cui cominciando dalla creazione del mondo, e scendendo fino all’anno in cui egli finì di vivere, che fu il 1459 viene successivamente narrando le cose di maggior importanza in ogni età avvenute. La prima edizione ne fu fatta in Venezia l’anno 1480, e più altre poscia ne venner dopo in questo secolo medesimo e nel seguente. Io nol proporrò come autore che si possa seguir ciecamente senza pericol d’inganno. Egli raccolse e unì insieme ciò che trovò da altri già scritto. L’arte di esaminare le tradizioni e i racconti degli storici antichi, di confrontargli cogli autentici monumenti , di separare il certo dal dubbioso e dal falso, non era ancor ritrovata. Quindi se le guide da lui seguite eran cadute in errore, vi cadde egli pure. Questa Cronaca ciò non ostante è la più ampia e la migliore che finallora si fosse veduta; e nelle cose de’ tempi suoi ci dà lumi e notizie molto opportune, e che presso altri scrittori si cercherebbono invano.

XV. Dopo S. Antonino entrò nel campo medesimo Pietro Ranzano domenicano; ma la Cronaca da lui composta non ha avuta la sorte di uscire alla pubblica luce. I PP. Quetif ed Echard (Script. Ord. Praed. L 1, p. 876), dopo il Mongitore, ci han di lui date copiose notizie. Più esattamente ancora ne ha ragionato Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 1, p. 96, ec.), correggendo [p. 980 modifica]980 unno alcuni errori de’ primi. Ma ancor più dili. gente è la Vita che, dopo essi, ne ha pubblicata il sig. Valentino Barcellona (Opusc, d AUt. sic il. l. ri, p. '75, ec), traendola dalle: stesse opere inedite del Ranzano, ch’ei viene fedelmente allegando per pruova di mano in. mano. Palermo fu la patria di Pietro, che ivi nacque nel 1428. Dopo aver appresi i primi elementi da Antonio Casarino professor celebre in quella città, recossi ancor giovinetto insiem con Teodoro Gaza a Pisa, e poscia; Firenze, ove ebbe a maestro il famoso Carlo Marsuppini. Passò indi a Perugia alla scuola di Tommaso Pontano, e ivi l’an 1441 conobbe Ciriaco d’Ancona. Due anni appresso si trasferì all’università di Pavia, ove allora teneva scuola Apollinare Offredi filosofo à que’ tempi rinomatissimo. Così dopo aver vedute le più illustri università italiane, e dopo aver dati in esse felicissimi saggi del suo ingegno, tornò a Palermo, ove in età di circa sedici anni entrò nell1 Ordine de1 Predicatori. Dopo qualche anno fu da’ suoi superiori mandato di nuovo a diverse scuole d’Italia; ed egli in Pisa, in Pistoia, in Firenze, in Roma e in altre città continuò per circa sette anni i suoi studj, e in amicizia si strinse con molti de’ più celebri letterati di quel secolo, de’ quali egli stesso fece menzione nella sua Storia. E narra fra le altre cose di se medesimo, che Lorenzo Valla, avendo allora intrapresa la traduzion di Tucidide, gliela veniva successivamente mostrando, perchè egli la rivedesse; il che ci mostra ch’era [p. 981 modifica]TERZO ()8l il Ranzano in fama iT uomo assai dotto in quella lingua. In età di soli vcnlolto anni fu nominato provincial del suo Ordine nella Sicilia; intervenne ancora a parecchi Capitoli, e in diverse occasioni fu destinato a ragionare pubblicamente, e scrisse perciò quelle molte Orazioni che ancor si conservano manoscritte. Fatto indi maestro del sacro palazzo, e due volte inviato da Pio II a bandir la crociata contro de’ I urdù, fu poi da Ferdinando I re di Napoli destinato a maestro del suo figliuolo Giovanni; e finalmente da Sisto IV nell’anno 1476 fatto vescovo di Lucera. Ma poco tempo ei potè assistere alla sua chiesa; perciocchè nel 1482 il veggiamo in Sicilia inquisitor generale; poscia nuncio del pontefice in Francia, non sappiamo precisamente a qual tempo; indi l’an 1488, come pruova il Zeno, alla corte di Mattia Corvino re d’Ungheria , alla cui morte ancora ei trovossi presente l’an 1490 e ne recitò nelP esequie Porazion funebre. Tornato per ultimo in Italia e alla sua chiesa, ivi non molto appresso finì di vivere nel 1493XVL Delle opere dal Ranzano composte diligente sopra ogni altro è l’indice del suddetto Barcellona, perchè egli molte ne ha avute sottocchio, e attentamente disaminate. Gli Annali di tutte l’età da lui scritti in latino, che si conservano nella libreria di S. Domenico in Palermo , erano in otto volumi; ma il quarto già da oltre ad un secolo si è perduto. Tutta l’opera è divisa non in 61 libri, come credesi comunemente, ma in 50, e in essa cominciando dalla creazione del mondo, giunge fino a’ suoi [p. 982 modifica]9^2 LIBRO tempi, cioè fino all’anno 144^* questa Cronaca non è compita, e vi si veggon qua e là molti voti, che dall’autore si sarebbon forse rimpiuti, se avesse avuta più lunga vita. Di un’opera di sì ampia mole due soli libri son venuti alla luce, ne’ quali egli tratta delle cose avvenute in Ungheria a’ suoi tempi; ed essi si hanno alle stampe nelle antiche e nelle moderne raccolte degli storici di quel regno. Essi però non sono che un breve compendio, il qual può nondimeno bastare a darci una giusta idea della storia di quegli anni. Più altre opere avea egli scritte, delle quali fa egli stesso menzione ne’ suoi Annali, come parecchie Orazioni, un compiuto trattato di Geografia, le Vite di Santa barbara e di S. Vincenzo Ferreri, la qual seconda è stata data alla luce da’ Bollandisti (ad d. V apr.), alcune poesie latine, un trattato dell’antichità e dell’origine di Palermo, che conservasi manoscritto nella libreria del monastero di S. Martino delle Scale, e che è stato non ha molto pubblicato (Opusc. (d’Aut. sicil. t. 9,p. 1), ed altre operette di vario argomento, della maggior parte delle quali sappiamo bensì che furono dal Ranzano composte, ma non sappiamo se in qualche luogo ne sia rimasta copia.

XVII. Più noto è un altro scrittore di storia generale, cioè f Jacopo Filippo da Bergamo agostiniano dell’antica e nobil famiglia Foresti, la cui Cronaca più e più volte stampata ne ha renduto celebre il nome. Ma appunto poco più altro che la Cronaca e il nome ne è conosciuto; e della vita da lui condotta appena si sa cosa alcuna, sì perchè tutto intento a’ suoi studi [p. 983 modifica]TERZO yjtf visse lungi da quegli impieghi che poteangli conciliare maggior distinzione, sì perchè poco di lui hanno scritto gli autori di que’ tempi. Nulla pure di lui ci ha detto Apostolo Zeno, perchè non è giunto colla sua opera al passo ove il Vossio di lui ragiona. Alla gentilezza e alla erudizione del P. Giacinto dalla Torre agostiniano, da me mentovato più altre volte, io son debitore di quelle notizie che ne verrò qui brevemente accennando, e ch’egli ha raccolte da’ monumenti del convento di S. Agostino in Bergamo , ove Jacopo Filippo passò la maggior parte della sua vita. Ei nacque in Solto feudo della famiglia nel 14^4? e l’anno 1451 vestì nel suddetto convento l’abito agostiniano dalle mani del venerando Giovanni Nibbia novarese, uno de’ fondatori della Congregazione di Lombardia; e prese allora il nome di Jacopo Filippo, perchè nel giorno sacro a questi due Apostoli rendettesi religioso. L’anno 1478 trovandosi in Brescia, poco mancò che la peste non lo togliesse dal mondo; ed ei riconosce la sua guarigione da’ meriti di S. Niccolò da Tolentino (Suppl. chron. ad an. 144^)- ® solo inipiego che reggiamo a lui conferito nella sua Religione, è quel di priore, di’ ei sostenne in Imola nel 1494, e in Forlì nel Ei morì finalmente in Bergamo in età di anni 86, a’ 15 di giugno del 1520, come trovasi registrato nelle Memorie di quel convento, checchè altri ne abbia scritto diversamente. La storia generale di tutti i tempi, ch’egli compose, fu da lui intitolata Supplementum Chronicorum, perchè egli intese con essa di raccogliere quanto in [p. 984 modifica]9^4 LIBRO più altre cronache era disperso, e di supplire a ciò che in esse mancava. Essa fu stampata in Venezia nel 1483. Quattro altre edizioni fattene in quel secolo stesso, e più altre ancor nel seguente, che si rammentano dall’Oudin (De Script, eccl. t. 3, p. 2737), e dal Fabricio (Bibl. med. et inf. Lat. t. 4, p. 15), ci fan vedere con qual plauso fosse quest1 opera accolta. Il Foresti andò poscia accrescendola e migliorandola successivamente colf aggiunta di ciò che dopo le prime edizioni era avvenuto, e anche il titolo fu talvolta in parte cambiato, come in quella del 1503, in cui ella s’intitola: Novissimae historiarum omniun repercussiones, quae supplementum supplementi Chronicarum nuncupantur. Lo stile non è molto elegante, e la critica è qual poteva essere allora. Un pregio nondimeno ha quest1 opera che a poche altre è comune, cioè la notizia che al fine singolarmente di ciaschedun libro egli ci dà degli uomini illustri in sapere che fiorirono in ogni secolo. E di lui in fatti si sono giovati molto il Tritemio e gli altri che sono stati i primi a darci cataloghi di scrittori. Alcune altre opere ne abbiamo alle stampe, cioè un trattato de Claris Mulieribus Christianis, e una Vita della Madre di Dio, stampate in Ferrara amendue nel 1496 e 14f7? e u,la Somma di teologia morale intitolata Confessionale. Innanzi alle Enneadi del Sabellico (opera che appartiene pure a questo argomento, ma del cui autore diremo trattando degli storici particolari delle città italiane) leggesi la Vita di questo storico scritta dal Foresti. Finalmente se ne cita un Comento [p. 985 modifica]TERZO 985 a penna sull’Evangelio di S. Luca, ma non ci si dice ove esso conservisi. Il P. Calvi aggiunge (Scena letter. p. 197) ch’egli arricchì la libreria del suo convento di Bergamo di molti e scelti volumi. E veramente ei non avrebbe potuto darci la sua gran Cronaca senza l’aiuto di moltissimi libri, i quali si veggon sovente da lui citati, prova del lungo studio e dell’immensa fatica da lui sostenuta nel compilarla (*)• (*) Alcune cose si debbon correggere nelle notizie di F. Jacopo Filippo da Bergamo , delle quali io son debitore singolarmente al più volte lodato P. Tommaso Verani. Non nel 1451, ma l’anno seguente vestì l’abito dell’Ordine di S. Agostino, come egli stesso afferma nelle due prime edizioni della sua Cronaca, benchè poscia nelle altre per errore degli stampatori si sia cambiato il 52 in 51. La Vita della B. Vergine non è opera diversa da quella de Claris Mulieribus (che questo n’ è il titolo , e non quello da me riferito de Claris Mulieribus Christianis) , stampata in Ferrara nel 14f7 » nelle quali Vite quella della Madre di Dio tiene il primo luogo; il Foresti vi ha anche buonamente inserita quella della papessa Giovanna. Il Confessionale non è veramente una somma teologica, ma un breve Interrogatorio ad uso dei confessori. La Vita del Sabellico attribuita al Foresti non è altro che l’elogio di esso, da lui inserito nella sua Cronaca dell’edizion veneta del 15o3 \ e il P. A crani nelle osservazioni su ciò mandatemi riflette assai bene, che è assai probabile che la lettera xiv del libro secondo tra quelle del Sabellico, la quale è da lui diretta Foresio suo, si debba creder diretta al Foresti, e che per errore di stampa siasi scritto Foresio invece di Foresto. perciocchè il Sabellico indica chiaramente in essa la Cronaca scritta da quello stesso a cui dirige la sua lettera , il che non può convenire a quel Sebastiano Foresio poeta fiorentino, a cui la crede diretta Apostolo Zeno. In essa il Sabellico manda al Foresti, che gliele avea richieste, alcune notizie de’ suoi genitori, de’ suoi maestri, [p. 986 modifica]LIBRO

XVIII. I due Palmieri, Matteo e Mattia, fiorentino il primo, pisano il secondo, meritano a questo luogo distinta menzione. Matteo nato circa il 14o5, come raccogliesi dall1 anno in cui dotte sue opere, ec., e di queste notizie si valse poscia il Foresti per formare l’accennato elogio. Finalmente deesi togliere dal catalogo delle opere del Foresti il Comento su S. Luca. La esistenza di esso non è appoggiata che a un passo dell’opera di F. Jacopo degli Alberigi intitolata: Compendiarti Ilis tori ar uni Sancitasitane et gloriosissimae Firginis Dei par ae de Populo Almae Urbis, stampata in Roma nel 1599, in cui parlando dell’immagine di Maria , che credesi dipinta da S. Luca, dice: prout R. P. Fr. Jacobus Philippus de Bergamo.... in Lucam testatur dicens , ec. , e ne reca un passo il quale è tratto dalla Cronaca del Foresti, ove parla di S. Luca. E questa citazione poco esatta ha data occasione all’errore. Forse più di queste minute ma necessarie osservazioni piacerà a’ lettori una lettera del Foresti al Cardinal Ippolito d' Kste il vecchio, ch’io ho trovata in questo ducale archivio segreto, la quale e per le notizie finora non avvertite, e per la semplicità con cui è scritta, è degna di essere qui riportata. Rrve rendi ss. Domino D. Ippolito Estensi Sanctae R. Ecclesiae Cardinali ac Mediolanensi Archiepiscopo digrassi ino D. Jesus. Medio latti in Arce Jovis. In Domino Jesu plurimmn salve te, RevcretulLs. Domine , et patrone semper collendissime. Ne gli anni proxime passati mi Reverendiss. patrone stagando io a Ferrarat quanto fosse grato et accepto a la Excellenzia del Signore vostro padre, da più persone fu conosciuto. Et questo credo fusse in prima per la sua innata clemenza, et poi anche conosciuto parte del mio studio et diligentia, quale havea pigliato in ornare la soa Illu. Famiglia Estense de scrivere cun ogni vigilati zia tutti li Annali et gesti de li soy principi passati , et anche in Vita di soa Excelle tizi a, et non [p. 987 modifica]TERZO 987 finì (li vivere, fa figlio di Marco Palmieri e di Tummasa Sassolini, amenduc di antica e illustre famiglia , benché i Palmieri , secondo il costume de’ Fiorentini, fossero aggregati all’arte degli speziali. Ciò diede occasion di errore a Giambatista Gelli, che annoverò il Palmieri tra gli uomini nati di bassa stirpe, e saliti per merito ad alti onori (Capricci, ragionarti. 3, solutn de li homini ma ancora de le donne famose di essa. Et per questo quando me accadeva qualuncha necessitade per la persona mia, facendolo intendere a soa pietosa Segnoria, subito me faceva provvedere. Et nune sciando io dilongato corporaliter da Soa Segnoria humanissima, io ho fatto persupposito di pigliare V. Reveriti Ss. S. qua a noy propinqua in loco sui: et a quella ali mey bisogni ricorrere como a la Soa Excellentia. Questi itaque anni passati, havendone soa Excellenzia mandato a donare una bella Mulla per mio usare, la acceptay cum gratiarum actione, et poy statim cognosceme ancora gagliardo di posser caminare a’ piedi, gela remauday. Ma di presente sciando molto invecchiato , ei appresso a li settanta anni di ctade; non possendo quasi più caminare, cum una indubitata fede me voglio ricorrere a la piientissima Vostra Sergnoria, che quelia a suo divotissimo Oratore gli piaqua donarli una qualche honesta Cavalchatura; et questo prima per amore di Dio, et per conoscimento di tante mie fatiche, che hoe pigliato in ornare tutta la Illustrissima Casa Vostra. Et di questo anche ne hoe scripto ali vosti Servitori Monsignore Antermo et Monsign. Feltrino , che vogliamo essere mey intercessori apo la riveritiss. S. Questo serae pocho a Vostra S. et a me vecchyarello povero di Christo grande adjuto. Vale Ecclesiae Romanue futurum Vexillum. Bergomini 4 Septembris 1498. Ejusdem Rever. D. amator et Orator Frater Jacobus Philippus Ordinis Eremitarum Observantiae Sancti Augustini. [p. 988 modifica]9^8 ’ LIBRO p. 4^ j ed. Fir. 1548). Ma egli è stato con ragioni fortissime confutato da Apostolo Zeno (Di ss. voss. t. 1 , p, 100, ec.), il quale prima di ogni altro ci ha date intorno a questo scrittore le più esatte notizie, confermando ogni cosa con autentici monumenti. Ma nulla egli ci ha detto de’ primi studj, e dei maestri di esso; e noi ne abbiam la notizia alla prefazione di Leonardo Dati a’ suoi Comenti su’ libri della Città di Vita dello stesso Matteo, pubblicata dal ch. canonico Bandini (Specim. Literat. flor, t. 2, p. 50 ec.). In essa egli dice che fin da’ più teneri anni cominciò Matteo a studiar l’aritmetica; e che passando poscia a cose migliori, apprese da Sozomeno da Pistoia la gramatica e la rettorica j e che finalmente da Ambrogio camaldolese e da Carlo aretino fu diligentemente istruito a scrivere con eleganza in greco e in latino. A’ quali maestri di Matteo aggiugne Paolo Cortese anche Giovanni Argiropulo (De Homin. doct. p. 43). Nel 1439) intervenne al concilio generale in Firenze. Più volte fu in sua patria onorato de’ pubblici magistrati, ed ebbe ancora la suprema dignità di gonfalonier di giustizia. Più volte fu incaricato di onorevoli ambasciate , come nel 1455 ad Alfonso re di Napoli, nel 1466 a Paolo II, a’ Sanesi e al Cardinal legato di Bologna, e per ultimo nel 1473 a Sisto IV. Alle quali ambasciate due altre ne aggiugne il suddetto Leonardo Dati, cioè a Callisto III e all’imperador Federigo III, benchè io non so intendere come la prima si dica da lui intrapresa in età giovanile, adhuc adolescens ad Calixtum III Pont. Maxperciocché [p. 989 modifica]TERZO 989 Callisto essendo stato eletto pontefice nel 1455, contava allora Matteo circa cinquanta anni di età. Essendo morto nel 1453 Carlo Aretino, il palmieri fu destinato a recitarne l’Orazione funebre , la qual è stata data alla luce dal canonico Salvini (Fasti consolar, p. 525.). Ei morì in età di settanta anni nel 1^5 y e ne abbiamo certa testimonianza negli Annali di Bartolommeo Fonti pubblicati dal Lami: 147^Matthaeus Palmerius lxx aetatis anno Florentiae obiit: funus honorifice elatum est. Laudavit e suggestu insigni cum oratione funebri Alamannus Rinuccinus in Sancti Petri Majoris aede (Cat. Bibl. Riccard. p. 196). Questa Orazione conservasi ancora in Firenze nella Strozziana , e il Zeno ne ha dato al pubblico qualche tratto , in cui si esaltano con somme lodi le virtù di Matteo.

XIX. Egli ancora a somiglianza di altri intraprese a scrivere una Cronaca generale dalla creazion del mondo fino a’ suoi tempi. Il Zeno annovera alcuni codici in cui questa Cronaca si legge intera, e avverte che l’autore divide le età anteriori alla venuta del Redentore in dodici periodi, e che in poche parole se ne spedisce. Questa parte non è mai uscita alla luce, come pur quella che dalla nascita di Cristo giunge fino all’anno 447* La,parte posteriore, che giunge fino all’anno 1 44q? è stata più volte stampata insiem colle Cronache di Eusebio e di Prospero d’Aquitania; delle quali diverse edizioni parla a lungo l’eruditissimo Zeno, a cui io aggiugnerò solamente, che una nuova e più corretta edizione di questa Cronaca, Tirabosciii, Voi. Vili. 22 [p. 990 modifica]990 LIBRO cominciando però solo dall’anno 1294, è stata fatta in Firenze l’anno 1748 (Script. Rer. ital. florent. t. 1 , p. 215, ec.) insieme col proemio a Pietro di Cosimo Medici. Presso lo stesso scrittore si posson vedere gli elogi di cui questa Cronaca è stata onorata; e pregevole è Fra gli altri quello di Paolo Cortese, il qual di Matteo dice che conservatis temporum ordinibus multorum annorum memoriam breviter et accurate compica:us est. (De Homin doct p. 43). Nè questa fu la sola opera del Palmieri. Egli scrisse ancora la Vita di Niccolò Acciaiuoli gran siniscalco del regno di Napoli più volte da noi mentovato nel precedente tomo, il cui originale latino è stato pubblicato dal Muratori (Script Rer. ital. vol. 13, p. 1201), e il libro de Captivitate Pi sa rum, che dopo altre edizioni di nuovo ha veduta la luce per opera del medesimo Muratori (ib. vol. 19, p. 165; gli Annali de’ Fiorentini dal 1432 fino al 1474 che si conservano nella Strozziana in Firenze, e una Storia della traslazione del corpo di Santa Barbera stampata nel 1471. Quattro libri inoltre egli scrisse della Vita civile in forma di dialogo, che furono più volte stampati , e tradotti ancora in lingua francese. Ei fu finalmente poeta, e a imitazione di Dante scrisse un poema in terza rima diviso in tre libri, e intitolato Città di Vita, di cui si hanno copie a penna in alcune biblioteche. Questo poema fu onorato di grandi encomj , e Marsiglio Ficino scrivendo all’autore lo chiamò per riguardo ad esso poeta teologico (Epist l. 1). Ma alcuni errori ch’ei vi sparse per entro, e quello singolarmente che [p. 991 modifica]TERZO 991 le anime nostre fossero quegli Angioli che nella ribellione contro il lor Creatore si rimaser neutrali , furon cagione che questo poema venisse solennemente dannato. Alcuni giunsero a dire che insiem col libro ne fosse dato alle fiamme l’autore; ma l’insussistenza di questa opinione si mostra ad evidenza dal Zeno che assai lungamente di ciò discorre, a cui io rimetto chi brami di essere in ciò più minutamente istruito. Si può ancora vedere ciò che eruditamente su questo argomento ha raccolto il padre Giuseppe Richa della Compagnia di Gesù nelle sue Notizie storiche delle Chiese fiorentine (t. 1 , p. 153, ec. (*)•

XX. La Cronaca di Matteo Palmieri fu continuata da un altro dello stesso cognome e di somigliante nome, benchè di diversa famiglia e di altra patria, cioè da Mattia Palmieri pisano, il qual la condusse fino a tutto il 1482.. Questa continuazione suol andare congiunta alla Cronaca di Matteo. Dell’autor di essa sappiamo assai poco, e solo ne abbiamo onorevol menzione nel Diario di Jacopo Volterrano, ove se ne narra la morte accaduta a’ 21 di settembre del 1483, ed egli è detto segretario apostolico, uom dabbene e incorrotto , e dotto nella lingua greca e nella latina (Script. rer. ital. vol. 23, p. 189). Apostolo Zeno ne riporta l’iscrizion (*) Della Città di Vita di Matteo Palmieri, nn codice del qual poema conservasi nella Luurerniaria , ci ha dato di Iresco un diligente ed esatto ragguaglio nel Catalogo di essa il sig. can. Bandini, il quale ne ha ancor pubblicali parecchi tratti (Codd. italic. p. ec.). [p. 992 modifica])92 LIBRO sepolcrale (Diss. voss. t. 2, p. iCr)) che ne contiene le medesime lod17 e il dice morto in età di sessanta anni, non a’ 21, ma a’ 19 di settembre la). In essa ancora si accennano le opere da lui composte, e sono la traduzion dal greco della Storia della Version de’ Settanta attribuita ad Aristea, e di alcune altre opere. La prima si ha alle stampe in più edizioni j delle altre annovera il Zeno alcuni codici a penna, in cui si leggono le traduzioni da lui fatte delle Meteore d’Aristotele, e della Storia di Erodoto. Affermasi ancora nell’iscrizione medesima ch’egli scrisse de Bello Italico, della qual opera non si ha alcuna notizia. Ma forse, come riflette il Zeno, sì è voluta con ciò indicare la continuazion della Cronaca di Matteo, in cui egli tratta principalmente delle guerre avvenute in Italia (b). Circa il tempo medesimo (a) Di Mattia Palmieri altre notizie ci ha date il valoroso abate Gaetano Marini , presso cui si posson vedere i molli bencficii ecclesiastici rie’ quali fu arricchito (Archiatri pontif. t. 1, p. 14^)(b) Monsig. Fabroni ha pubblicata una lettera scritta da Roma nel 4? 4 lla Giovanni Tornabuoni a Lorenzo de’ Medici suo nipote in raccomandazione di Mattia Palmieri Pisano, huomo docto, Secretario partecipante di N. S. antichissimo Cortigiano et interamente da bene; e dice ch’egli è sempre stato famigliare di casa, et continuamente ci ha mostra, una singulare benevolentia et affetione; e gliel raccomanda perciò per un beneficio che avea ottenuto, ma che da altri eragli contrastato i e un’altra latina ne ha pur pubblicata dello stesso Palmieri a Lorenzo, in cui dice di essere stato alunno in certo modo della famiglia de’' Medici , vivendo fin dai primi anni in casa dei genitori dello stesso Lorenzo (f ita Laur. Med. t. 2, pag. 353). [p. 993 modifica]TERZO 99J fiorì Sozomeno prete e canonico pistoiese, nato nel 1387 , intervenuto al concilio di Costanza , e morto nel 1458, di cui il Muratori (Script. rer. ital vol. 16, p. 1059) ci ha dato prima d’ogni altro notizia , e poi più ampiamente ne ha scritto il ch. abate Zaccaria (Bibl. Pistor. p. 29), valendosi de’ monumenti da lui esaminati nella stessa città di Pistoja. Egli scrisse una Cronaca generale dal principio del mondo fino al 1455, di cui i suddetti scrittori citano parecchi codici a penna. Il Muratori l’ha data in luce, cominciando però soltanto dal 13()2. Ma ciò che segue dopo il 1410 , è perito; e ciò ancor che ne abbiamo, non è molto pregevole , sì pel rozzo stile con cui è scritto, sì perchè in molti passi ei non è che semplice copiatore.

XXI. Questi e alcuni altri compilatori di non ispregevoli cronache, de’ quali non giova far distinta menzione , corsero colle lor opere il vastissimo campo di tutti i secoli. Altri al tempo medesimo, lasciando in disparte le età rimote, presero a scrivere generalmente delle cose a’ tempi loro avvenute. E uno abbiamo tra essi , che per estension di sapere e per altezza di dignità è. degno di special ricordanza, cioè* il pontefice Pio II, detto prima Enea Silvio dei Piccolomini di patria sanese, ma nato a’ 19 di ottobre del 1405 nel castello di Corsigniano, che da esso fu poi sollevato all’onore di città vescovile, e dal suo nome medesimo detto Pienza. Tutte le storie di quest’età ci parlano ampiamente delle grandi cose da lui operate, poichè fu innalzato a’ pubblici onori. Ed egli l [p. 994 modifica]994 LIBRO slesso distesamente racconta nelle sue Storie le principali vicende della sua vita, intorno alla quale perciò appena vi ha cosa che esiga di essere rischiarata. Alcune circostanze però ne troviamo in altri scrittori da lui omesse, e che non debbono da noi passarsi sotto silenzio. Ei fu istruito nelle lettere e nelle scienze nell’università di Siena sua patria. E qual fama ei fin d’allora ottenesse, lo possiamo raccogliere da un opuscolo che Girolamo Agliotti abate benedettino scrisse in difesa di esso, alla occasion di un libello che contro di lui già pontefice si sparse da alcuni: Ben mi ricordo, ei dice (Aliott Epist. et Opusc. t. 2 ,p. 349 ec-) » di avere passato nelle, scuole di Siena un intero lustro , cioè dall anno 1 fino al i j lo, nel qual tempo conobbi ivi Enea de’ Piccolomini. Era egli allora scolaro , e per universale consentimento era creduto il più dotto nel Diritto civile; talchè egli, benchè scolaro , sosteneva per lo più V impiego di professore, e interpretava pubblicamente le Leggi, non so bene, se a ciò destinato con pubblico stipendio, ovver sostituito a qualche professore assente. Attendeva io allora a studj diversi, nè perciò esaminava con attenzione tai cose. Ma sarà bene il rammentare con qual virtù , con qual scrino y con qual modestia passasse egli quegli anni giovanili. Fa qui l’Agliotti una lunga enumerazione di professori e di scolari famosi ch’erano a que’ tempi in Siena, e che potean fare testimonianza di ciò ch’egli afferma , e poscia prosiegue: Tutti asserirebbono che Enea, allora laico, era nondimeno pe’ costumi, per [p. 995 modifica]TERZO 995 la modestia, per la continenza somigliante ad uom religioso, e venerato perciò sommamente da tutti quegli scolari. Niuno innanzi a lui era ardito di proferir parola indecente, o sconciai tanta era la stima in cui tutti ne aveano la probità e C innocenza.... Attese poscia con più impegno allo stadio dell* amena letteratura, cui però non avea prima negletto , e esercitossi con diligenza nello scrivere in versi non men che in prosa. Da Siena passò Enea a Milano; e abbiamo F epoca e il motivo di questo viaggio in una lettera che Francesco Filelfo scrisse in questa occasion da Firenze a Niccolò Arcimboldi giureconsulto milanese a’ 5 di novembre del 1431: Quegli, gli scrive egli (l.2, ep. 8), che ti consegnerà questa mia , è un giovane sanese , di nome Enea Silvio, nato di onorata famiglia, e a me carissimo, non solo perché i ho avuto per due anni a scolaro , ma ancora perchè alti eccellenza dell’ingegno e alf eleganza del ragionare ei congiunge, onesti e politici costumi. Mosso dal desiderio di veder Milano, viene costà. Io dunque a te il raccomando, quanto più posso. Qualunque servigio che tu a lui presterai, io lo crederò prestato a me stesso. Si vanta qui il Filelfo di essere stato maestro di Enea Silvio j anzi altrove aggiunge (l. 26, ep. ad Leodris. Cribell.) che essendo questi allora poco agiato di beni della fortuna, egli si adoperò perchè un certo Lodovico cavalier siciliano, che abitava in Firenze, prendendoselo in casa, gli desse mezzo con ciò di continuare più facilmente i suoi studj. Ma dovremo vedere altrove che alcuni contrastarono, [p. 996 modifica]99^ LIBRO e non senza qualche ragione, al Filelfo la gloria di aver formato un sì celebre alunno.

XXII. Questo viaggio di Enea a Milano nel 1431; non ebbe altro motivo, come si è detto, che il desiderio di vedere quella insigne metropoli; e dopo avere ottenuto ciò che bramava, è probabile che si rendesse alla patria. Ma poco appresso ei vi fece ritorno per tutt’altra cagione. Rotta la guerra tra’ Fiorentini e’ Sanesi, Enea costretto a interromper gli studj si pose al servigio dal Cardinal Domenico Capranica, delle cui vicende abbiamo altrove parlato, e con lui andossene un’altra volta, fra molti pericoli che da lui stesso ci son descritti (Coment l. 1), a Milano, e indi al concilio di Basilea. In quella grande adunanza ei diede frequenti e luminose pruove della dottrina e della destrezza di cui era fornito. Ma egli ebbe la sventura di entrare a parte delle funeste discordie che si accesero tra quei Padri e il sommo pontefice Eugenio IV, e fu per molti anni uno de’ più fermi sostenitori del partito ad esso contrario, finchè poi ravvedutosi, e venuto a’ piedi di Eugenio, ne ottenne il perdono, e fu poscia da lui medesimo adoperato in più rilevanti affari. Avea egli frattanto cambiato spesso padrone, e dopo il Cardinal Capranica avea servito in impiego di segretario a Nicodemo dalla Scala vescovo di Frisinga, a Bartolommeo Visconti vescovo di Novara, e al santo cardinale Niccolò Albergati, e da quest’ultimo singolarmente era stato impiegato in diverse ambasciate, or seguendo il medesimo cardinale, or inviato da lui alle corti; e servì ancora più anni nello stesso [p. 997 modifica]TERZO QQ7 impiego d* segretario all’imperador Federigo III. Io non verrò annoverando i viaggi da lui intrapresi, e gli affari che gli vennero addossati. Ma, a darne pur qualche idea, recherà l’elogio che ne fece in una sua lettera Giannantonio Campano, in cui si hanno come in compendio raccolte le più memorabili cose da lui operate. Non vi ha al inondo, dice egli (l. i, cp. i), provincia cristiana eh* ei non abbia veduta, non mare che, non sia stato da lui navigato. È incredibile quante volte egli abbia passate le più scoscese Alpi. Egli ha penetrato fin nella Scozia, e più volte è stato nella gran Brettagna. Ha veduta ancor V Ungheria, e si è innoltrato fino a’ più remoti abitatori delV Oceano: alcuni anni ha soggiornato in A Ilemagna; spesse volte si è recato in Francia. Non v ha fame, o monte, o città tra ’l Settentrione e l’Occidente, che da lui non sia stata veduta. Nè ha già egli viaggiato solo per brama di veder cose nuove; ma tutti questi sì lunghi e sì frequenti viaggi sono stati da lui intrapresi per gravissimi affari. Egli è stato ambasciatore più volte ai principi e a’ sommi pontefici; e sì sovente , eh* ei numera forse più ambasciate che anni; ne vi ha principe alcuno con cui non abbia trattato di negozi rilevantissimi. Dall’imperador Federigo egli è stato annoverato tra’ suoi famigliari; e lo stesso onore ha ottenuto dal re Alfonso 7 il più illustre fra quanti principi hanno mai regnato in Italia. Carissimo a’ romani pontefici Eugenio IV, Niccolò V e Callisto III, dal primo è stato sollevato alla sede vescovil di Trieste, dal secondo a quella di Siena , dal [p. 998 modifica]$9$ LIBRO terzo arrotato tra cardinali, i quali onori non son già stati da lui con viltà mendicati, ma per la fama di non ordinaria virtù ottenuti. In mezzo a tante occupazioni egli ha innoltre saputo trovar qualche ora di ozio; e con ciò ha scritto più libri che qualunque altr uomo in ciò solo occupato, e ha spediti a un tempo esso più affari che qualunque altr uomo tutto ad essi rivolto. Siegue poi il Campano annoverando le memorabili imprese da lui operate ne’ primi anni, che allor correvano, del suo pontificato; parla delle molte opere da lui composte , e delle molte orazioni da lui recitate innanzi a principi e a splendidissime adunanze, delle virtù d’ogni genere di cui era adorno, e continua a fare di questo pontefice uno de’ più magnifici elogi che di alcuno siano mai stati scritti. Delle cose da lui operate a vantaggio delle lettere e degli studiosi abbiam favellato a suo luogo. Nè io aggiugnerò qui altro a ciò che allor se n’è detto; nè più oltre mi stenderò a ragionar della vita da lui condotta, e delle cose da lui operate; essendo inutile il dir di nuovo ciò che presso tanti altri scrittori si può vedere ampiamente disteso. Possiamo invece dar qualche idea degli studj di ogni maniera da lui coltivati, e de’ saggi che nelle opere da esso composte ce ne sono rimasti.

XXIII. I dodici libri de’ Commentarj debbono qui nominarsi innanzi ad ogni altro. Avea egli intenzione di scrivere generalmente la storia delle cose a’ suoi tempi in tutta l’Europa avvenute; anzi avea già posta mano all1 impresa. [p. 999 modifica]TERZO 9J)9 Ma atterrito dalla difficoltà di accertare il vero parlando di troppo lontane provincie, ne depose il pensiero, e si ristrinse a scrivere delle cose accadute in Italia. Ei comincia la storia dal tempo in cui egli nacque, e scorre in breve i primi anni della sua vita, unendo ad essa un compendioso racconto de’ fatti più memorabili avvenuti in Italia. Poscia più stesamente descrive la storia del suo pontificato fino alT ultimo anno di esso. Si può adunque quest’opera considerare come una storia generale d’Italia dal 1405, in cui nacque Pio II, sino al 14^3 5 ed ella è scritta con eleganza di stile per quel tempo non ordinaria, con eloquenza, con forza, e ben diversa dalle fredde compilazioni, e da’ rozzi racconti per lo più usati in addietro. Egli è vero storico che esamina i fatti, ne ricerca l’origine, ne osserva gli effetti, descrive i costumi degli uomini, il diverso loro carattere, le lor passioni. Quindi Paolo Cortese di lui ragionando dice (De Cardin. l. 1, p. 39) che in lui prima che in altri si vide il principio di quel cambiamento felice che poscia seguì nella letteratura; che cominciò egli ad usare di uno stile più ornato; che non v’era chi fosse più di lui dolce in poesia, più preciso nella storia, più copioso nell1 eloquenza; e che, se fosse vissuto a’ tempi migliori , sarebbe stato oggetto d’ammirazione. Questi Comentarj non vennero a luce che 120 anni dopo la morte del loro autore, e furono pubblicati come opera di Giovanni Gobellino vicario (di Bonna e segretario di Pio II. E forse lo stesso pontefice avea lor posto in fronte [p. 1000 modifica]IOOO LIBRO quel nome per isfuggire la taccia di avere egli stesso scritta la propria sua Vita. Ma che essi siali veramente opera di Pio II, e i più autorevoli codici, e tutti gli autori contemporanei ci fan certa fede; di che veggansi le riflessioni del diligentissimo Apostolo Zeno (Diss. voss. p. 321). Nè questa e la sola opera storica ch’ei ci abbia lasciata. Mentre era al concilio di Basilea, e mentre con più calor sosteneva il partito contrario ad Eugenio, scrisse in due libri la Storia delle cose in quel Concilio avvenute fino al 1440 e in essi ci dà a vedere il suo animo mal prevenuto contro il pontefice, e tutto imbevuto de’ sentimenti che condusser quei Padri allo scisma. Quest’opera era troppo utile a’ disegni de’ Protestanti del secolo xvi, perchè essi non la divolgassero. Fu dunque pubblicata la prima volta, senza data d’anno e di luogo, poco dopo la condanna delle opinioni di Lutero, della qual prima assai rara edizione si ha copia in questa biblioteca Estense. Fu poi di nuovo data alla luce da Ortwino Grazio l’anno 1535 nella Raccolta intitolata; Fasciculus rerum expetendarum , ec., e altre edizioni ancora se ne son poscia fatte. Ma i Protestanti editori a operare sinceramente doveano avvertire che Enea Silvio prima ancora di esser pontefice cambiò sentimenti, e in altre sue opere scrisse molto diversamente sull’autorità del vicario di Cristo, e che finalmente l’anno 1463 con una sua bolla fece solenne ritrattazione di tutto ciò che in quell’occasione avea scritto. Il lungo soggiorno da lui fatto in Germania gli diede occasione di esaminar lo [p. 1001 modifica]TERZO IOOI stato di quelle provincie, e a ciò dobbiamo la Storia della Boemia stampata in Roma fin dal 1475, e quella del Regno di Federigo III, che prima d’ogni altro fu data in luce dal Boeclero e dal Kulpisio l’anno i(585, e la Storia dell’Austria che conservasi manoscritta nell’imperial biblioteca di Vienna, e che è stata data in luce dal dottissimo custode di essa, il sig. Adamo Francesco Kollar (Analecta vindob. t. i, ec.), la qual per altro, com’egli stesso avverte, non è diversa dalla sopraccennata Storia di Federigo III, ma è assai più ampia e più corretta di quella che era stata già pubblicata; e due altri opuscoli inediti del medesimo Enea Silvio sono stati ad essa aggiunti, cioè un dialogo e una lettera ad Artungo Capella in difesa del concilio di Basilea. Abbiamo ancora la Cosmografia ossia la descrizione dell’Europa e dell’Asia minore, in cui, oltre il darci un’idea delle provincie e dei regni di cui ragiona, accenna ancora le cose più memorabili in essi avvenute. E da quest’opera si sono poi staccati alcuni tratti particolari, c separatamente stampati. Di lui parimente si ha alle stampe un compendio delle Storie di Biondo Flavio, un Comento sopra i libri di Antonio Panormita de’ detti e de’ Fatti del re Alfonso, e un compendio della Storia de’ Goti di Giornande pubblicato nel 1730 dal P. Raimondo Duellio. Aggiungansi a queste opere più altri trattati e dialogi di diversi argomenti, e orazioni, delle quali, oltre le già stampate, molte hanno di (fresco veduta la luce per opera del [p. 1002 modifica]1002 LIBRO eh. monsignor Mansi, e una aneor più recentemente ne è stata pubblicata negli Aneddoti romani (l. 3, p. 287), e le moltissime lettere, delle quali si hanno più edizioni (a); e non potremo a meno di non maravigliarci altamente che un uomo continuamente occupato in lunghi e disastrosi viaggi e in gravissimi affari avesse agio a scrivere sì gran copia di libri, e tali che appena a quel tempo si sarebbon potuti sperare da chi non fosse vissuto che alla letteratura. Ei coltivò ancora la poesia; e alcuni componimenti latini se ne accennano dal Fabricio e da monsignor Mansi (Bibl. med. et inf. Latin, l. 1, p. 26, ec.; t. 5, p. 301). Nel quale studio egli ottenne alla corte dell1 imperador Federigo tal nome, che questi lo riputò degno della corona d’alloro, e gliene concedette l’onore l’anno 1442 con l,n diploma pieno di elogi che si ha alle stampe (Guden Sj lloge Mommi, p. 679; Mencken. Script. rer. German. t. 3, p. 2039). Alla poesia ancora si può riferire la Storia de’ due amanti da lui scritta in prosa latina a foggia di romanzo, benchè si creda che in essa egli abbia descritti sotto finti nomi i non finti amori di Gasparo Sclick cancelliere cesareo con una gentildonna di Siena, mentre ivi trovavasi colf imperador Sigismondo nel 143a. (a) Molte lettere inedite di Pio II conservansi nella Lauieuzi.ma, delle quali ci lia dato un esatto catalogo d cb. sig. canonico Bandini (Gìl. Codd. latin. Bibl. Pinell t. 2, p. 658; 3, p. 606, ec.), sarebbe forse cosa utile alla stona di que5 tempi, chi le desse alla luce. [p. 1003 modifica]TERZO 1003 Quest’opera ancora però fu da lui poscia disapprovata, e desiderò ch’ella fosse dimenticata (ep. 409). Ma io non finirei sì presto, se tutte volessi accennare le opere edite e inedite di questo instancabil pontefice; nè ciò è proprio di questa mia Storia, in cui a me basta il dar qualche idea del molto che a lui debbon le lettere, e singolarmente la storia che da lui fu molto illustrata. Più minute notizie se ne potranno vedere presso i due poc’anzi accennati scrittori, e il più volte lodato Apostolo Zeno.

XXIV. La Storia de’ suoi tempi di Pio II fu continuai’ *, dal Cardinal Jacopo degli Ammanati, che a lui fu debitore dell’alto stato a cui venne. Io non ho veduta la Vita che ne ha scritta il P. Sebastiano Pauli della Congregazione della Madre di Dio, citata da Apostolo Zeno; ma questo secondo scrittore ci dà sufficienti notizie intorno alla vita di questo celebre cardinale (Diss. voss. t. 2, p. 87, ec.), di cui ancora molto ragionano gli scrittori di que’ tempi. Egli è detto comunemente, anzi egli stesso si dice di patria lucchese. Ma il suddetto Zeno afferma avere il P. Pauli chiaramente provato ch’egli era nato in una villa dei distretto di Lucca poco lungi da Pescia. E io mi lusingo che gli argomenti addotti a provarlo sieno più forti di quello che qui si aggiunge dal Zeno, cioè che lo stesso Jacopo si confessa humili loco natimi, 11 che, dice egli, non può convenire a Lucca. Perciocchè chi scrive latinamente, ancorchè parli d’alcuno nato nella più illustre metropoli, s’egli è uscito d’ignobil famiglia, lo dice humili loco natum. Carlo e Leonardo Aretini , [p. 1004 modifica]I 004 IJBRO Guarino dn V*mnn #» t-iannozzo Manetti furon nelle lettere e nelle scienze j ed ei si diede a vedere degno discepolo di sì valorosi maestri. L’anno 1450 recatosi a Roma, fu preso a suo segretario dal Cardinal Capranica, e per dieci anni vi menò vita sì povera, che appena avea di che farsi rader la barba. Convien dire ch’ei non avesse occasione di farsi conoscere a Niccolò V perciocché questo gran pontefice non avrebbe dimenticato un uom degno pe’ suoi talenti di miglior sorte. Callisto III lo sollevò all’onore di segretario apostolico. Ma assai più felice ei fu sotto Pio perciocchè questi non solo il confermò nel medesimo impiego, ma diedegli ancora il cognome della sua famiglia. Quindi nel maggio del 1460 l’elesse vescovo di Pavia e a’ 18 di dicembre dell’anno seguente lo pose nel numero de’ cardinali, onde fu poi detto comunemente il Cardinal di Pavia. Il pontificato di Paolo II non fu dapprima ugualmente felice a Jacopo. Questi non temè di opporsi palesemente e in voce e in iscritto al pontefice , quando ei dichiarò di non esser tenuto ad osservar certe leggi da lui e dagli altri cardinali giurate in conclave e perciò, benchè Paolo ne facesse gran conto, ei nol provò nondimeno sì favorevole come il predecessore. Sisto IV, successore di Paolo, il dichiarò nel 1472 legato di Perugia e dell’Umbria, e vescovo tusculano nel 1477? dalla qual chiesa fu poco appresso trasferito a quella di Lucca. Ma due anni dopo, cioè nel 1479 per ignoranza di un medico che a guarirlo dalla quartana gli diè coloro sorte di essere istruito [p. 1005 modifica]TERZO 1005 senza le dovute cautele l’elleboro, preso da gravissimo sonno, in poche ore morì agli 11 di settembre. Così vien narrata la morte del Cardinal Jacopo Piccolomini degli Ammanati da Jacopo Volterrano scrittor di que’ tempi, che ne scrisse brevemente la Vita , la qual suol andare innanzi a’ comentarj e alle Lettere del medesimo. In quelli ei proseguì la Storia da Pio II cominciata dal 1 |G4 ove questi la interruppe, fino al dicembre del 1469. Lo stile è meno elegante; ma fuor di questo, egli ha gli altri pregi che nella Storia di Pio abbiamo indicati, e che proprj esser debbono di ogni storico. Ad essi si aggiungono 682 lettere da lui scritte a diversi, e da diversi a lui; le quali alla storia di que’ tempi somministrano non poco lume. Delle edizioni di queste opere, e di altri libri che da lui furon composti, ma or più non si trovano, o sono inediti, si vegga il soprallodato Zeno; e veggansi parimente presso il Giacomo, f Ughelli ed altri scrittori di storia ecclesiastica più altre notizie intorno a questo cardinale, ch’io tralascio per brevità.

XXV. Opera di somigliante argomento, ma di più vasta estensione, fu circa il medesimo tempo intrapresa da Giovanni Michele Alberto da Carrara nobile bergamasco. All’eruditissimo Zeno siam debitori delle belle notizie che prima di ogni altro ci ha date (l. c. p. 27, ec.) di questo scrittore, traendole singolarmente da’ codici a penna che di alcune opere da esso composte ei serbava nella scelta sua biblioteca. Egli era nato nel 1438, ed era lìglio di Guitlo Tiràbuscui, J^ol. Vili. a3 [p. 1006 modifica]1006 LIBRO ila Carrara filosofo e medico illustre, e di Donnina Suardi; ed egli stesso scrisse la Vita di suo padre morto nel 1456, la quale non è mai stata data alla luce, e la indirizzò a Giovanni Baroni vescovo allora di Bergamo, e poi patriarca di Venezia. E questo è il libro per cui dal Vossio ha avuto luogo fra gli storici di quel secolo. Ma diritto assai migliore gli danno a questo onore i quaranta libri di Storia delle cose ai suoi tempi avvenute in Italia. Il P. Calvi afferma (Scena letter. p. 299) che era stata quest’opera cominciata da Guido, e che fu poi dal figliuolo condotta a fine. Ma questi, come dimostra il Zeno, afferma altrove di averne già scritti trentadue libri, e di volerne scriver più altri, onde o niuna, o assai piccola parte potè aver Guido in questo lavoro. Giammichele Alberto a somiglianza del padre esercitava egli ancora la medicina, e con questo impiego trattennesi qualche tempo in Chiari nel territorio di Brescia (a). 11 Calvi afferma che in (a) llsig. canonico Lodovico Ricci di Chiari, da cui pure ho avuto un diligente e copioso estratto del poema di Giammichele poco appresso rammentato , mi ha trasmessi alcuni partiti da quel Pubblico presi per la condotta di esso. Non trovasi il primo tra essi, 111.1 da un atto di quel Comune de’ 21 di settembre del 1477 raccogliesi che allora egli era colà aspettato tra poco. Nel 1382 ei fu ricondotto; al che egli acconsentì a patto che non gli si scemasse punto il consueto stipendio, il qual però non sappiamo qual fosse. Nel 1484 era finita la sua condotta, e gli fu sostituito Michele Baietto: e finalmente, oltre l’esser medico di quel Comune, ei fu ancora ivi l’an 1482 luogotenente del podestà Benedetto Belasi, come dagli Atti stessi ricavasi. [p. 1007 modifica]TERZO!007 un’elegia alla Madre di Dio ei parla a lungo di sè medesimo, de’ suoi studi, ile’ suoi travagli, e di altre circostanze della sua vita. Ma il Calvi dee aver preso equivoco, e forse in vece di elegia dovea dire un lungo poema in versi eroici diretto alla Madre di Dio. Esso conservasi ms. con molte altre opere del Carrara presso i signori conti Carrara Beroa nobili bergamaschi; e di questo codice e delle opere in esso contenute io ho avuta un esattissima descrizione dal sig. ab. Carlo Foresti, in cui tutto ciò che al Carrara e ad altri scrittori in quelle poesie nominati appartiene, ha con somma diligenza raccolto. I confini tra’ quali la natura di quest’opera mi costringe a racchiudermi, non mi permettono di stendermi lungamente su ciò. Ma sarebbe desiderabile che alcuno prendesse a esaminare anche tutti gli altri codici che delle opere del Carrara si trovano in diverse biblioteche, e ne formasse un’esatta Vita di quest’uomo, che merita di esser più conosciuto, che non è stato finora. Io sarò pago di accennare che dal suddetto poema raccogliesi che il Carrara ancor fanciullo, mentre col padre per sottrarsi alle calamità della guerra fuggiva da Bergamo, fu fatto prigione dagli Sforzeschi e trattato barbaramente; che riscattatosi poscia, trovossi ridotto a una estrema povertà; che passò indi a Padova per attendere agli studi; e che e ivi e in Bergamo, ove talvolta dovette fare ritorno , fu soggetto a molte disgrazie, che da lui descrivonsi con patetico stiie; che ebbe due mogli, Margarita della famiglia dei Proposuli detta ora de’ Passi, e, mortagli quella in età [p. 1008 modifica]IO08 LIBRO giovanile, Lisabetta Commendona; che fu a diverse città chiamato per curarvi ragguardevoli personaggi; e più altre circostanze ci narra della sua vita , che lungo sarebbe il riportare distesamente. L’elogio che di lui ci ha lasciato F. Jacopo Filippo da Bergamo, ci dichiara abbastanza quanto grand’uomo egli fosse, e con quale ardor coltivasse ogni sorta di studio: Michel da Carrara, dice egli (Sappi. Chron. I. 15 ad extrem.), cittadino di Bergamo, figlio del gran medico Guido, e medico valoroso egli pure, e il primo tra tutti i filosofi del suo tempo, essendo maravigliosamente versato in ogni genere di letteratura , supera tutti gli uomini dotti de’ nostri tempi co’ libri da lui pubblicati. Quelli ch’io ne ho avuto alle mani, sono i seguenti, ne’ quali ei mostra al certo che non vi ha cosa nella filosofia e nelle altre scienze a lui sconosciuta , e che egli è fornito d ingegno più che umano, e di memoria vastissima, e che in ogni cosa ha tanta ampiezza di cognizioni, quanta può averne un uomo. Siegue poscia il catalogo dell’opere che F. Jacopo Filippo ne avea vedute; e in esso, per cominciar dalle storie, troviam nominati i suddetti quaranta libri della Storia d’Italia, i quali non sappiamo ove ora conservansi; ma essi furon veduti da Pietro Spino, che li cita nella sua Vita di Bartolommeo Colleone (l. 1, p. 7). Ei descrisse ancora in versi eroici la guerra de’ Veneziani sotto la condotta di Jacopo Marcello; il qual poema, come dice Apostolo Zeno, si conserva manoscritto in Venezia nella libreria di Santa Maria della Salute. Finalmente egli scrisse. secondo [p. 1009 modifica]TFREO HWt) F. Jacopo Filippo, la Vita «lolla li. Chiara da Montefalco, e di un’Orsola da Padova (a); delle (a) Ln li. Chiara da Montefalco non soffrirebbe di buona voglia la compagnia di quell7 Orsola qui detta da Padova, perciocchè questa era l’amica del Carrara, e l’amicizia ch’egli ebbe per lei, non fu senza frutti, come dalle poesie di esso raccogliesi. Ella ha nondimeno diritto di essere qui ricordata, perchè fu coltivatrice della poesia , e come tale la loda spesso il Carrara, e singolarmente in un’ode di morte di essa composta, e in un’elegia a lei diretta, che ha per titolo Ad dorititinnì Ursulam Poetissam, in cui dice: Sed quod pulcra facis tot carmina, ec. e in altri componimenti. Io l’ho detta da Padova, perchè ivi ella lungamente visse. e ivi morì, come dalle poesie del Carrara è manifesto; ma in esse ancora abbiamo argomenti a provare eh1 ella ebbe per patria Bergamo , e che recossi a Padova solo per non esser lontana dal suo amante. Basti qui l’accennare due elegie , in una delle quali a lei scrivendo la esorta a preservarsi dalla peste che infieriva in Bergamo: Saevit Bergomea crudelis pestis in urbe: Hei mihi contactus te timuisse decet. Nell’altra la induce a parlare, e le fa descrivere i patimenti che per seguirlo essa sostenne: Atque illum (il Carrara’ ) ut peterem per muta silentia noctis Ex patria Paduam nuda puello peto. Egli è vero però, che in un codice della Commedia del Carrara, di cui altrove diremo, il qual conservasi presso i pp. Domenicani delle Zattere in Venezia , leggesi tra’ componimenti di diversi poeti in morte di Orsola l’epigramma di un certo Joannes J. B, che comincia: Quam tellus gremio genuit Patavina pudico Ursula , ec. Ma sembra che maggior fede si debba al Carrara, che non a questo altro qual che si fosse poeta, il.qual [p. 1010 modifica]loio LIBRO quali non sappiamo che sia avvenuto, e ad esse si può aggiugnere la sopraccennata Vita , unita all’apologia , di Guido suo padre. E ciò per riguardo alla storia. Ma non v1 ebbe oltre ciò sorta alcuna di amena e di seria letteratura che non fosse da lui coltivata. Egli oratore, e molte orazioni ne accennano F. Jacopo Filippi e il Calvi da lui dette in più occasioni; fra le quali una nell’esequie di Bartolommeo Colleone è stata data alla luce nella nuova edizione della Vita di quel gran capitano fatta in Bergamo fanno 1^32 (a). Egli poeta nella latina ugualmente che nell1 italiana favella, e i suddetti scrittori ne citano, oltre il mentovalo poema, elegie, epigrammi, egloghe, commedie, trionfi, rime e canzoni, e più altri somiglianti componimenti (b). Egli teologo, egli filosofo, egli dall’udirla chiamar padovana potè crederla veramente naia in Padova. (a) Una delle orazioni di Giammichele Alberto da Carrara qui accennate, cioè per le nozze di Giampiero da Vimercate cremasco con Lisabetta figlia del conte Niccolò di Calepio, è stata pubblicata e illustrata con note in Bergamo l’anno 1784 dal sig. Giannantonio Soardo cittadino e giureconsulto bergamasco. Ed egli nella prefazione, oltre il codice del co. Giulio da Calepio da me rammentato, ne descrive due altri che sono presso il sig. Giuseppe Beltramelli più volte da me lodato , uno de’ quali contiene una latina commedia , di cui altrove diremo, l’altro sei egloghe latine di questo medesimo fecondo scrittore , di cui ancora si hanno quindici satire in un altro codice presso il sig. Sebastiano Muletti in Bergamo. E nelle note all’Orazione trovasi ancora un frammento de’ xl libri ch’egli avea scritti della Storia de’ suoi tempi. (A) Nell’altro codice sopraccennato de’ signori conti [p. 1011 modifica]TERZO 101 I medico, e in tutte queste scienze si accennano dagli scrittori medesimi molte opere da lui divulgate e una intitolata De Orbis constitutione conservasi tuttavia in un codice a penna della pubblica biblioteca in Torino (CaL Codd. mss. fìibl. Taurin. t. 2, p. 9-). Egli finalmente filologo, come diede a vedere in un libro da lui composto c intitolato De choreis Musa ri un, ossia De origine Scientiarum, di cui avea copia Apostolo Zeno. Esso è dedicato al Cardinal Gabriello KanC.irrora Bcroa , che è dall’autor dedicato con alcuni versi eroici al senatore Francesco Diedo, contengonsi poesie latine in diversi metri dirette alla sua favorita Orsola, detta ancora Ursina, al suddetto Diedo, a Paride A *igaJro patrizio venero, al principe Niccolò da Correggio, a Candiano Bollani, a Marno Filelfo e a Teodora di lui figlia; un elogio di Bartolommeo Colleone , un epitalamio per le nozze di Ottaviano Martinengo con Antonia Sforza, un lungo poema De statua naturae et gratiae, un’orazione latina recitata in die. Parasceve in Brescia nella chiesa de’ SS. Faustino e Giovita, un’egloga sopra la nascita di G. C., il poema già indicato sulle sue disgrazie, e molti epigrammi. Ma pregevole singolarmente è un poemetto diretto a un Crispo pittore, in cui a lungo ragiona di molti uomini in lettere illustri usciti dalla sua nobil famiglia, le cui immagini ei voleva che nella sua camera fosser dipinte, e un’elegia, in cui parimente annovera gli uomini per saper rinomati , che la sua patria avea prodotti. E veramente, per quanto appartiene agli uomini dotti della famiglia Carrara, in una Matricola del Collegio de’ Medici di Bergamo scritta nel 1584, e indicatami dal sig. Giovanni Mariani da Ponte, di niuna famiglia più che di questa trovasi copioso numero tra gli antenati ben meno che tra’ coetanei o discendenti di Michele Alberto; e molti di essi uomini celebri e rinomati pel lor sapere anche in altre scienze alla medicina estranee. [p. 1012 modifica]1012 LIBRO gone vescovo d’Agria, che da alcuni è stato creduto della nobilissima famiglia modenese di questo nome. Ma, come osserva il Zeno, lo stesso Carrara nella dedica del.suo libro lo dice nato in Chiari di non ignobile ma non molto ricca famiglia (a). Di tante opere nondimeno niuna se n’ha alle stampe, trattane la poc’anzi accennata orazione, e un libro De omnibus in{’(niis augendae memoriae stampato in Bologna nel 1491 di cui si ha copia in questa biblioteca Estense. In Bergamo presso 1’ornatissimo sig. co. Giulio de’ Conti di Calepio si conservano ancora nove Orazioni latine da lui del te in diverse occasioni, un trattato della Passione di Crisi o, e alcune poesie latine. Le altre tutte non sappiamo se sian perite, o se conservinsi altrove. E tanto più è ammirabile la moltitudine e la diversità di queste opere da un sol uomo composte, se è vero ciò che si afferma dal P. Calvi, cioè ch’ei morisse in età di soli cinquantadue anni. Questi aggiugne che l’anno 1488 egli ebbe da Federigo III il titolo di conte Palatino, e ne fissa la morte a’ 26 di ottobre del 1490 come già avea fatto F. Jacopo Filippo, il qual però l’assegna al mese di settembre. Io lascio altre onorevoli circostanze della vita di questo illustre scrittore rammentate dal P. Calvi, cioè eli’ ei non solo fosse chiamato per esercitare la medicina alle più cospicue città (n) Pel Cardinal Gabriello Rangnne si è parlato più a lungo nella Biblioteca Modenese; e si è dimostrato sempre piti ad evidenza eh ei non fti modenese, ma da Chiari (l. p- 2g3). [p. 1013 modifica]TERZO IOl3 d’Italia, ma in Allemaguo ancora e in Francia, e alle corti de’ più potenti sovrani. Le quali cose saran vere per avventura *, ina io non le veggo appoggiate ad autorevoli documenti.

XXVI. Più breve, ma nulla meno pregevole, è l’opera che intorno alla Storia de’ suoi tempi ci ha lasciata Leonardo Bruni, che da Arezzo sua patria è detto comunemente Leonardo Aretino. Il parlare di questo illustre scrittore ci introduce naturalmente a dire di quegli storici che illustraron le cose della lor patria, perciocchè egli scrisse non solo generalmente le cose a’ suoi tempi avvenute, ma una Storia ancora della città di Firenze, che avendolo onorato della sua cittadinanza, fu da lui rimirata non altrimente che sua patria. Dopo le notizie che di lui ci han date, oltre più altri, Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 1, p. 82), Fabate. Me bus (Fifa Leon. Aret. ante vol. 1 ejus Epist.) e il conte Mazzucchelli (Scritt ital. t. 2, par. p. 2196), può sembrare inutile il parlar di lui lungamente, e io di fatto accennerò solo le cose da essi ampiamente provate. Ma spero insieme di potere aggiugnere qualche cosa alle loro ricerche, valendomi singolarmente della sopraccitata Storia de’ tempi suoi , in cui molto egli parla di sè medesimo. Ei nacque di onesta famiglia nel 13(9, come si afferma nella Cronaca di Matteo Palmieri, la qual di fresco è stata di nuovo data alla luce (Script: rer. ital. florent. t. 1), benchè altri ne anticipino, altri ne differiscan di un anno la nascita; di che è inutile il disputare. Era egli giunto all età di circa quindici anni quando le truppe francesi [p. 1014 modifica]1014 libro condotte da Engeramo di Coucy l’anno 1384 unite a’ Fuorusciti d’Arezzo, e entrate in quella città, la riempirono di confusione e di strage. Lo stesso Leonardo racconta (De temporib), suis, p. 9), ed. Lugd 1539) che in quell’occasione suo padre insieme con Giovanni vescovo di Arezzo e con altri ragguardevoli cittadini fu condotto al castello di Pietramala, e stretto in carcere; e di se medesimo narra che fu condotto prigione nel castel di Quarana, e, per riguardo alla sua età fanciullesca, chiuso in una camera appartata ed onesta, ove avendo trovato un ritratto del Petrarca, egli tenendo continuamente ad esso rivolti gli occhi, sentivasi accendere gran desiderio d’imitarne gli studj. Fin quando stesse ivi rinchiuso Leonardo, egli noi dice, nè altronde il sappiamo. È certo solo ch’ei recossi qualche tempo appresso a Firenze, e che ivi continuò gli studj già cominciati in Arezzo. Udiamo da lui medesimo ciò che di essi ci narra all’occasione della venuta a Firenze di Manuello Grisolora: Io attendeva atlora, dice egli (l. cit. p. 14 » cc.), al Diritto civile, non però trascurando gli altri generi di letteratura; perciocchè e io era naturalmente inclinato alle scienze, e avea coltivata diligentemente la rettorica e la dialettica. Quindi, poichè fu giunto il Grisolora, io fui lungamente dubbioso, parendomi per V una parte di non dover abbandonare le leggi, e per l’altra , che fosse gran danno il lasciar sì bella occasione if apprendere la lingua greca. Poscia dopo aver esposti i motivi che l’inclinavano al nuovo studio, prosiegue: Vinto all’ultimo da queste ragioni, [p. 1015 modifica]\ TERZO ini 5 mi diedi al Grisolora con tale impegno, che ciò rii io apprendeva fra giorno, andavalo tra ’l sonno stesso ripetendo meco medesimo. Ebbi più condiscepoli. ma due nobili fiorentini singolarmente , che sopra gli altri s’avanzarono in tale studio, Roberto Rossi, e Palla di Onofrio Strozzi. Era alla medesima scuola un certo Jacopo et Angiolo, a cui doveasi principalmente la venuta del Grisolora. Vi venne poscia Pietro Vergerio Giustinopolitano, il (quale godendo di gran nome nell’università di Padova, era venuto a Firenze sol per udirlo. Fra questi Roberto, il Vergerio, e Jacopo et Angiolo erano in età assai più di me avanzati; Palla mi era quasi eguale. Oltre a due anni frequentai con molto mio frutto la scuola del Grisolora, finchè venuto l’imperador greco in Italia, e avendo egli chiamato a sè il Grisolora, questi partì da Firenze, e andò ad unirsi al suo signore in Milano. E già era l’an 1400, ec. Fin qui Leonardo, il cui passo ho voluto recar per disteso , perchè ci dà molti lumi intorno alla storia letteraria di quel tempo, di cui altrove dovrem valerci. Prima del Grisolora avea egli avuti a suoi maestri in Firenze Giovanni da Ravenna, come affermasi dal Biondo Flavio (Ital. illustr. reg. 6) , e Coluccio Salutato, di cui narra Vespasiano fiorentino nella Vita inedita di Leonardo (Mehus praef ad Epist. Ambr. camald. p. 16) che questi ebbe da lui grandissimo favore nel dare opera alle lettere latine.

XXVII. Poichè fu partito il Grisolora, Leonardo ritornò alle leggi. Ma non molto dopo per opera di Poggio chiamato a Roma l’anno 145; [p. 1016 modifica]!0lG LIBRO vi ebbe ila Innocenzo VII V impiego ili segretario apostolico a preferenza del soprannomato Jacopo d Angiolo; e la lettera che in tal occasione scrisse Coluccio al pontefice (Coluc. Epist. t. 1, ep. 2, ed. Rigacc.), ben ci dimostra in quale stima egli avesse Leonardo, e quanto felice credesse la scelta che aveane fatta Innocenzo. Era allor Roma fimosi unente sconvolta dalle interne discordie; e Leonardo, che orane spettatore al tempo medesimo e parte, ci ha lasciata la descrizion delle stragi che ivi seguirono, del pericolo che corse egli stesso, e del fuggir che fece da Roma a’ 6 d’agosto dello stesso anno il pontefice seguito dalla sua corte e con essa da Leonardo (Comment. p. 18, ec.). Tornato poscia insiem col pontefice a Roma, ebbe da esso l’esibizione di un vescovado; ma egli il ricusò (Leon. aret. l. 2,» ep. 11). Morto Innocenzo , fu ugualmente caro a Gregorio XII, ed egli costantemente il seguì ne’ suoi viaggi più, dice egli stesso (Comment p. 28) , per la famigliarità di cui il pontefice mi onorava, che perchè ne approvassi il procedere.... Nè lo abbandonai, finchè da un comando dei Fiorentini non fui richiamato. Tornò nondimeno Leonardo al servigio della Curia romana, e fu segretario di Alessandro V, e di Giovanni XXIII, il quale secondo pontefice fu da lui seguito in più viaggi, benchè chiamato di nuovo a Firenze vi fosse onorato della carica di cancelliere, cui egli non tenne allora che per breve spazio di tempo. Frattanto lasciato l’abito clericale, di cui finallora avea usato, prese a moglie una giovane di illustre famiglia, [p. 1017 modifica]TERZO IO!' e ne ebbe un figlio che fu eletto Donato. Trasferitosi poscia col pontefice Giovanni al concilio di Costanza, poichè vide che il partito di esso andava ogni giorno più rovinando, ei credette opportuno il porsi in salvo fuggendo, e dopo molti disagi si ritirò a Firenze. Colà essendosi poscia recato il nuovo pontefice Martino V, ed essendo questi sdegnato co’ Fiorentini, perchè eransi uditi alcuni andar per città canticchiando: Papa Martino non vale un quattrino, riuscì a Leonardo di calmarne l’animo esacerbato con un eloquente discorso ch’egli gli tenne, e che da lui medesimo ci vien riferito (ib. p. 38, ec.). Fu indi a non molto eletto di nuovo cancelliere della Repubblica, benchè il papa cercasse di seco condurlo a Roma, ed ei tenne quell’impiego fino alla morte , onorato insieme di cospicui magistrati e di diverse ambasciate a’ principi ed a’ romani pontefici, la cui serie si può vedere presso i suddetti scrittori. Finalmente morì in Firenze ai 9) di marzo del 1444? della qual epoca si recano certe pruove dal conte Mazzucchclli (a). Solenni ne furono l’esequie, e Giannozzo Manetti ne recitò l’orazion funebre, che è stala data alla luce dall’abate Mehus insieme con un1 altra di Foggio in lode del medesimo Leonardo (ante vol. 1 Epist Leon. Aret). Lo stesso Manetti, mentre ne recitava l’elogio, per pubblica autorità coronollo d’alloro, e gli lu (a) \ eggasi una lettera di Alamanno R intieri ni in morte del Bruni, pubblicata da uionstg. Labbroni (l’ila Cosm. Mtd.. t. a, p. 217, ec.). [p. 1018 modifica]I018 LIBRO posta inoolti’e sul petto la Storia fiorentina da lui composta, la qual cerimonia solenne è ampiamente descritta da Naldo Naldi nella Vita del Manetti (Script. rer. ital, vol 20, p. 643, ec.). Se ne vede ancora il bel sepolcro di marmo nella chiesa di Saula Croce. XXV ILI. Leonardo (fu avuto in conto di uno de’ più dotti uomini del suo tempo; e Vespasiano, citato dal co. Mazzucchelli, afferma di aver veduti egli stesso più forestieri spagnuoli e francesi venuti a Firenze sol per conoscerlo di presenza; e che uno spagnuolo fra gli altri, che dal suo re era stato incaricato di visitarlo, gli s’inginocchiò innanzi, e a gran fatica s’indusse a rialzarsi; e aggiugne che Alfonso re di Napoli invitollo colla speranza di grandi onori alla sua corte, ma inutilmente. Se ne lodano ancora communemente i savj ed onesti costumi; e l’unico vizio che, secondo Rafaello Volterranno (Comment l. 21), in lui videsi, fu l’avarizia. Ei fu lontano comunemente dalle ostinate e furiose inimicizie che ardevano allora fra’ letterati; e solo contro di Niccolò Niccoli ei si rivolse con un’amara invettiva, che è inedita, intitolata Oratio in Nebulonem male diclini , del che abbiamo altrove esaminata l’origine, e abbiam veduto che in questa occasione non si può Leonardo difendere dalla taccia o di adulatore, o di calunniatore (t. 6, par. 1, p. 121). E questa discordia spiacque a tutti per modo, che lo stesso Poggio, il qual per altro non pareva l’uom a ciò più opportuno, si adoperò ad estinguerla (Poggii Op. p. 306, 347, ed. Basil. 1538); e una lettera di Ambrogio 0 [p. 1019 modifica]I TERZO 1 O1Q camaldolese (l. 8, ep. i(i), e un’altra del medesimo Poggio (post Pogg. l. de Variet. Fortun, p. i(5i)? ci mostra che in fatti essi si riunirono. Egli era per altro ugualmente facile a concepire che a deporre lo sdegno; e una bella pruova ne abbiam nel fatto che narrasi da Naldo Naldi nella Vita di Giannozzo Manetti, eh1 io recherò qui tradotto nella volgar nostra lingua , perchè ad amendue questi celebri uomini ugualmente onorevole. Ei racconta adunque (Script. rer. ital. vol 20, p. 523, ec.) che in una pubblica disputa filosofica che si tenne in Firenze, in cui ebbe parte ancor Leonardo già cancelliere della Repubblica, essendosi Giannozzo distinto per modo, che tutti gli astanti nel lodarono altamente, Leonardo sdegnossi che (quegli avesse il primo luògo d onore, e profferì contro di lui parole ingiuriose. Risposegli Giannozzo con tale piacevolezza, che Leonado ne arrossì, e si dolse della sua imprudenza. Finita la disputa, e tornati tutti alle loro case, Leonardo si fece a pensare tra sè medesimo quanto male ei si fosse portato riguardo a Giannozzo. Quindi appena fu giorno, senza riguardo alla sua dignità, andossene a lui. Egli, poichè vide venire alla sua casa un uomo di autorità e di fama sì grande, disse che si stupiva che un tale uomo, qual era Leonardo, fosse venuto a trovarlo, mentre ben conveniva ch’egli minor d età gli rendesse questo uffizio. Ma Leonardo gli ingiunse senz’altro di venir seco, perchè avea a parlargli segretamente. Poichè giunsero alle sponde dell Arno, che passa per mezzo alla cittàj Leonardo voltosi a Giannozzo, ieri, [p. 1020 modifica]1020 LIBRO gli disse , sul finire del giorno mi sembrava di avervi gravemente ingiuriato; ma tosto ne ho portata la pena, perciocchè ho vegliato tutta la notte, nè ho potuto mai aver pace, finchè non venissi a confessarvi sinceramente il mio fallo. Giannozzo rispose dolcemente a Leonardo , che non avea motivo di chiedere scusa a lui, il quale non solo lo amava, ma per l’ingegno e il sapere di cui era fornito, lo stimava assai, e sempre V avrebbe avuto in conto di padre; che perciò egli avea volentieri sofferta q udunque ingiuria, e che solo spiacevagli che Leonardo avesse avvilita la sua dignità, venendo alla casa if un uom privato, ciò cheprima non avea usato di fare.

XXIX. Grande è il numero delle opere da lui composte, e grande non meno la varietà delle materie da lui in esse trattate. Al genere storico appartengono i due libri delle cose ai suoi tempi avvenute, e la Storia fiorentina in dodici libri divisa, in cui dall’origine di Firenze ei viene scendendo fino all’anno 1404 Amendue furono da lui scritte in latino; ma la Storia di Firenze uscì dapprima tradotta in lingua italiana da Donato Acciaiuoli l’anno 1473 e l’originale latino non fu stampato che l’anno 1610 in Argentina. Di argomento storico parimente è l’operetta De origine urbis Mantuæ pubblicata dall’ab. Mehus Leon. Aret. Epist. t. 2, p. 217), e quelle De Romæ origine, e De nobilitate florentinæ Urbis, che sono inedite. Anche la storia antica fu da lui illustrata coi due libri della Guerra Cartaginese, i quali per altro son a un dipresso que’ di Polibio recati in « [p. 1021 modifica]TERZO I | latino, e co1 Comenlarii delle case greche, e co’ quattro libri della Guerra contro de’ (Goti, pe’ quali ei fu da alcuni tacciato come plagiario, per aver fatta sua la Storia di Procopio, intorno a che veggasi il co. Mazzucchelli. La stessa storia letteraria gli dee non poco per le Vite del Petrarca e di Dante, che da lui abbiamo avute in lingua italiana. Ei dee parimente aver luogo tra quelli che più giovarono a propagare colle lor traduzioni la lettura e lo studio de’ greci autori. I libri Economici, Politici e Morali d’Aristotele, e alcuni opuscoli di Plutarco, di Demostene, di Eschine, di Senofonte, di Platone, di S. Basilio e di altri da lui furon recati in lingua latina. Che direm poi de’ trattati e degli opuscoli d’ogni maniera da lui composti, molti de’ quali han veduta la luce, altri sono ancora sepolti nelle biblioteche 1 Aggiungansi l’epistole più volte stampate , e di nuovo ancor pubblicate dall’ab Mehus. Flor (1741. vol 2 ift-8) con nuove aggiuntey e le Orazioni da lui dette in diverse occasioni, delle quali pure se ne hanno alcune in istampa; e le Poesie italiane e latine, fra le quali abbiamo una commedia latina intitolata Polissena, stampata più volte in Lipsia al principio del xvi secolo, ma da me non veduta (*). lo non ho agio di pur accennare ogni cosa , e godo di poter rimandare chi legge al diligentissimo articolo che intorno alle opere di Leonardo ci (*) La Polissena di Leonardo Aretino è scritta in prosa, e non in versi. Tiraboschi, Voi. VI IL a 4 [p. 1022 modifica]1022 LIBRO Ita dato il co. Mazzucchelli. Aggiugncrò solamente che l’opuscolo de Militia, che da lui si annovera tra le altre opere inedite, è poi stato pubblicato dal ch. sig. avvocato Migliorotto Maccioni al fine delle sue Osservazioni sul Diritto feudalej che l’Orazione di Leonardo recitata quando da’ Fiorentini si diè il baston di comando a Niccolò da Tolentino, che da esso parimente credesi inedita, era già stata stampala nelle note all1 Epistole di Ambrogio camaldolese (l. 1 , ep. 5), e che alcuni altri opuscoli di Leonardo sono stati pubblicati da monsignor Mansi nella nuova sua edizione de’ Miscellanei del Baluzio (t. 3, p. 150, ec.). Lo stile di Leonardo non è molto elegante, ed ha quella asprezza che è propria comunemente di tutti quegli scrittori latini che vissero nella prima parte di questo secolo, come più volte dovremo osservare. Egli ha però forza ed energia nello scrivere, talchè le opere e singolarmente le storie se ne leggono con piacere e con frutto. Ad Enea Silvio ne piacque talmente lo stile, ch’egli scrisse che dopo Lattanzio non v’era ancora chi più di lui si fosse accostato a quello di Cicerone (ep. 5i) (*). (*) Alcune Lettere inedite di Leonardo Bruni si conservano nella libreria Farsetti in Venezia, il cui codice potrebbe giovar non poco a rendere più corrette anche le già pubblicate (Bibl. mss. Farsetti, p. 46, ec.). Molti codici di diverse opere di Leonardo Bruni si conservano ancora nella biblioteca di S. Michele in Murano, nel cui Catalogo se ne potranno vedere diffuse ed esatte notizie (p. 658, ec.). Ma più di tutte ne abbonda la Laurenzi.ina in Firenze (Band. Cat. Codd. Bill. Laur. t. 2 , p. 541, ec.). [p. 1023 modifica]TERZO 1023

XXX. Contemporaneo a Leonardo Bruni fu il celebre Poggio fiorentino, di cui pure abbiamo una Storia in otto libri divisa della stessa città di Firenze, nella quale, dopo aver fatto un cenno alle cose più antiche, si fa a raccontar per disteso le cose ivi avvenute dal 1350 fino al 1455. Il sig. Giambattista Recanati patrizio veneto, che l’an 1715 ne pubblicò per la prima volta in Venezia l’originale latino (poichè non se n’aveva finallora alle stampe che la versione italiana), vi ha premessa una diligente ed esatta Vita dell’autore di essa, di cui in gran parte si valse il Sallengre nel compilare la sua, che non molto dopo ne pubblicò Mem, de Litter. t. 2, part. 1, p. 1). Jacopo Lenfant volle pochi anni appresso entrare nella medesima messe, e nel 1720 diè alla luce due tomi intitolati Poggiana, nei quali alla Vita, alle sentenze e a’ motti del Poggio da lui insieme raccolti congiunse un compendio della suddetta Storia. Il Recanati pubblicò l’anno seguente in Venezia alcune Osservazioni, in cui scoprì i molti gravissimi errori ne’ quali il Lenfant era caduto; il che pure fece nel 1722 M. de la Monnoye nelle sue Remarques sur la Poggiana. Il Lenfant cercò di difendersi con tre opuscoli inseriti nella Biblioteca germanica (t. 1,4)Ma come suole avvenire, col difendere una non buona causa ei l’ha renduta peggiore. Nè io perciò mi tratterrò a rilevarne gli errori, se non quando’ mi avvenga in cosa degna di esame; ma accennando le cose già ben provate dal Recanati, o da Apostolo Zeno, che parimente con molta esattezza ha parlato di questo scrittore {Diss. [p. 1024 modifica]1024 LIBRO voss. t. i , 36, ec.), aggiugnerò ancor qualche cosa da essi non osservato. Poggio non era già, come alcuni han creduto, nome di famiglia, ma sì nome proprio di questo storico, che ebbe per padre Guccio Bracciolini natio di Terranova castello del contado di Arezzo. Intorno a che i monumenti prodotti da’ due mentovati scrittori non lascian luogo a dubitarne. Ei però comunemente vien detto Poggio fiorentino per la cittadinanza ottenuta. Se crediamo al Valla Antidot in Pogg. l. 2, p. 277 Op. ed. Basil. 1540), il padre di Poggio era condottier d’asini. Ma egli è testimonio troppo sospetto per ottener fede. L’anno della sua nascita fu il 1380; perciocchè egli aveva settantanove anni quando morì nel 1459. Recatosi a Firenze per motivo di studio, vi ebbe a maestro, se crediamo a Biondo Flavio (Ital. illustrat. reg. 6), Giovanni da Ravenna; e poscia ancora, secondo il Giovio in Elog. Chrys.), Manuello Grisolora nella lingua greca. Non pago Poggio di queste due lingue, coltivò ancora l’ebraica; il quale studio però sembra ch’ei facesse più tardi, cioè quando andossene al sinodo di Costanza , come raccogliam da una lettera che allora egli scrisse ejus Op. p. 297, ed. Basil. 1538). Il desiderio di migliorar condizione condusselo a Roma, e ivi circa il 1401 fu eletto a scrittore delle lettere pontificie; epoca che si raccoglie da ciò che narra egli stesso, cioè che giunto a setlantadue anni, ossia al 1452, dopo aver servita la corte romana lo spazio di presso a 50 anni, fece ritorno a Firenze (De miseria condit, hum. l. 1 init). Nè però egli soggiornò [p. 1025 modifica]TERZO I0115 stabilmente in Roma, ma confessa egli stesso nel principio del suo dialogo sulla infelicità dei Principi da lui scritto, quando già da trentaquattro anni serviva a’ romani pontefici, che in tutto quel tempo non aveva mai passato un anno intero in una stessa città, ma quasi sempre era andato viaggiando da un luogo ad un altro (Op. p. 392). Troviamo in fatti ch’egli intervenne al concilio di Costanza, e abbiamo altrove vedute le belle scoperte ch’egli e ivi ed altrove fece di molti antichi scrittori. Ei viaggiò ancora circa il 1418 nell’Inghilterra, benchè non si sappia precisamente per qual motivo; del qual viaggio fa egli stesso più volte menzione (ib. p. 108, 109)5 e pare che ci si trattenesse non poco tempo, perciocchè egli dice (ib. p. 311) che dopo lungo intervallo tornò finalmente alla corte. È probabile ch’ei seguisse i pontefici Martino V e Eugenio IV ne’ molti viaggi che intrapresero, e che altri ne facesse per ordin loro (a). In uno di essi ei fu fatto prigione da’ (a) Le epoche del servigio di Poggio nella corte romana sono state più esattamente (fissate dal ch. sig. abate Marini Degli Archiatri pontif. t. 2, p. 127). 1.gli crede probabile che l’impiego di scrittore apostolico gli fosse conferito da Innocenzo VII , il qual tenne il papato da’ 17 di ottobre del 1404 fino a’ 6 di novembre del 1 ioti, il che non si discosta molto da ciò che abbiam detto ch’ei fosse a quell’impiego trascelto circa il 1402. Giovanni XXIII nel terzo anno del suo pontificato, cioè o verso la fine del 1412, o ne’ primi mesi del 1413 , lo nominò scrittore delle lettere della penitenzieria. Fece poscia da segretario, benchè non fosse che scrittore, co’ pontefici Martino V, Eugenio IV, Niccolò V e Callisto III, da cui fu sollevato veramente all’impiego di segretario [p. 1026 modifica]

  • 026 LIBRO

soldati di Niccolò Piccinino. Egli stesso lo accenna nel dialogo poc’anzi citalo, dicendo di esser di fresco liscilo dalle mani de ladroni, e più chiara menzione ne abbiamo in una lettera da Ambrogio camaldolese scritta per ottenerne la liberlà (l. 5, cp. io). Fino al 1435 visse celibe e in abito cnericale, benché non molto provveduto di beni di Chiesa. Avea nondimeno avuti tre figli, come ci mostra una lettera da lui scritta su questo argomento al Cardinal Cesarmi (Post. I. de variai. Fort. p. 207). Giunto dunque all’età di cinquantacinque anni, determinossi a prender moglie, e si unì con Selvaggia di Ghino Manenti de’ Buondelmonti fanciulla di soli diciolto anni, da cui ebbe 600 fiorini in dote. E in questa occasione egli scrisse un dialogo che non è stato mai pubblicato, e di cui avea copia Apostolo Zeno, nel quale esamina se a un uom provetto convenga il menar moglie. La corte romana non fu per Poggio così feconda di ricchezze e di onori, con11 ei lusingavasi. Egli stesso se ne duole sovente, e singolarmente in una orazione da lui recitata innanzi al pontefice Niccolò V assai chiaramente gli dice: Sani jam veteranus in Curia a’ 20 di aprile del 1455 , nel qual giorno Callisto fu eletto pontefice; e in quell’impiego egli era ancora l’anno seguente a’ 26 di giugno. Quindi non solo bisogna differire la partenza da Roma del Poggio all’an 1453, come io avea osservato nelle Giunte alla prima edizione; ma anche almeno fino al 1456. Alcune altre notizie intorno alle commissioni a Poggio affidate , e ad altre circostanze della vita di esso si posson vedere presso il suddetto scrittore. [p. 1027 modifica]TERZO io:»** mileSj ut qui eam annos quadraginta fuerim secutus, et certe minori cum emolumento. quam deceat eum, qui non omnino fuit alianus a virtù te et studiis humanitatis (Op. p. 292). Ma o fosse che le sue speranze anche sotto questo pontefice non fossero soddisfatte, o fosse che i Fiorentini il volessero ad ogni patto, egli giunto all’età di settantadue anni, cioè nel 1452, partì da Roma, e fece ritorno a Firenze, ove ebbe l’onorevole impiego di cancelliere, e fu ancora una volta eletto priore delle arti. Questi ultimi anni della sua vita passò egli in gran parte in una sua villa poco lungi dalla città , come raccogliamo da due lettere, una di Enea Silvio a Poggio, l’altra di Poggio al medesimo Enea Silvio (ep.307,309), e ivi attese singolarmente a scrivere la sua Storia, finchè giunto all’età di settantanove anni, a’ 30 di ottobre dell’anno 1456 finì di vivere. Fra gli altri onori con cui i Fiorentini ne illustrarono la memoria » 11110 fu quello della statua di marmo che gli fu posta a Santa Maria in Fiore, la quale poi, come si afferma dal Recanati, colf andar del tempo fu destinata, il che pure più altre volte è avvenuto, a rappresentare un Apostolo.

XXXI. Il medesimo Recanati ha raccolto gli encomj con cui han favellato di Poggio molti scrittori di que’ tempi, come Benedetto Accolti, Bartolommeo Fazio, il poeta Porcellio, Carlo Marsuppini, Donato Acciaiuoli, a’ quali si possono aggiugnere alcune lettere a lui scritte dall’ab. Girolamo Agliotti, in cui non sa finir di lodarne l’erudizione e la dottrina (l. 1, ep. 15, 285 l. 2, cp. 4l- \y’?p 5, 6; ec.). E certo [p. 1028 modifica]Io28 LIBRO non può negarsi clic Poggio eolia scoperta di molti classici autori, collo studio da lui fatto su’ monumenti di antichità e colle molte opere da lui composte non sia stato un di coloro che gradatamente promossero in questo secolo il risorgimento delle lettere e delle scienze. Ma conviene ancor confessare che le arrabbiate contese ch’egli ebbe con molti de’ più dotti uomini di quell’età, e le indecenti villanie che contro di essi egli scrisse, ne offuscaron non poco la gloria. Appena vi fu allora uom celebre per sapere , contro di cui furiosamente non si volgesse. Lasciamo star l’invettiva contro l’antipapa Felice (Op. p. 155), in cui benchè egli avesse per le mani un’ottima causa, troppo oltrepassò nondimeno i confini che si dovean tenere nel ragionare di un uomo che se non altro per riguardo alla nascita era degno di gran rispetto. Le quattro Invettive contro di Francesco Filelfo da lui scritte in difesa di Niccolò Niccoli (ib. p. 164, ec.), e le cinque contro Lorenzo Valla (ib. p. 188), la quarta delle quali è perita , e che furono da lui scritte perchè credette opera di Lorenzo una critica pubblicata contro certe sue lettere, sono un monumento troppo obbrobrioso alla memoria di questo scrittore, che in esse non tiene modo nè misura alcuna, ma si scaglia colle più gravi villanie, e ancora con le oscenità più infamanti contro de’ suoi avversarj. Il Valla ne’ suoi Antidoti e il Filelfo nella sue satire gli risposero nel medesimo stile. In difesa del Valla contro di Poggio levossi anche Niccolò Perotti, che a questa occasione era stato dal medesimo Poggio assai [p. 1029 modifica]TERZO 102) maltrattato. Così le lettere da Poggio scritte in questa occasione, come 1' invettiva contro di esso del Perotti, sono state separatamente date alla luce (Miscell di varie Operette t. 8, p. 181) (*). Non meno ferocemente ei si volse contro Guarino veronese, perchè questi avea riprovata l’opinione del Poggio, che giudicava Scipione il maggiore doversi antiporre a Giulio Cesare, e per difendere il suo sentimento caricò l’avversario di villanie e d’ingiurie (Op. p. 3(35, ee.). Ei diede ancora a vedere il suo mal talento nel libro de Nobilitate (ibid. p. 64), in cui della nobiltà veneta scrisse in maniera cotanto ingiuriosa , che Lauro Quirini ne intraprese l’apologia, e Poggio credette opportuno il ritrattarsi (V. Ago st. Scritt. venez. t. 1, p. 209, 215). Contro l’ordine de’ Minori egli sfogò inuoltre il reo suo umore, e costrinse il B. Alberto da Sarziano a ribatterne le calunnie con una lunga lettera, che abbiamo alle stampe (inter ejus Op. p. 203). Una sanguinosa invettiva scrisse ei parimente contro Jacopo Zeno vescovo di Feltre, uomo per altro per sapere non meno che per virtù ragguardevole della quale aveva copia a penna il P. degli Agostini (l. cit. p. 305). Altri (*) Un* Invettiva di Foggio contro Niccolò Peroni conservasi ms. nella Laurenziana, ove pure se ne hanno moltissime lettere inedite (Cad. Codd. lai. fìdd. l.aur. t. 2, p. 400 ì l- 3, /». 488, ec.); e molte ancora se ne hanno nella libreria Nani in Venezia (Crdd mts. Bibl. Nan. p. 109), e in quella di S. Michel di ’Murano, nel cui Catalogo alcune ne sono state pubblicate, colle notizie di altre opere che ivi se ne conservano (p. 99, cc.). [p. 1030 modifica]\ Io3o LIBRO uomini illustri maltrattali (la Poggio si annoverano dal Valla nel primo de’ suoi Antidoti, come Francesco Vellata parente del Cardinal Branda da Castiglione, Giovanni Aurispa, Tommaso da Rieti e Ciriaco d’Ancona (Op. p. i*5(). Finalmente in due delle sue opere si fece Poggio a screditare e a deridere non uno solamente, ma più personaggi ad un tempo, e la maggior parte di essi uomini di molta fama e di alto stato. La prima è il Dialogo contro gl’ipocriti del suo tempo, in cui calunniosamente tra essi annovera molti per virtù e probità a que’ giorni illustri, come il B. Cardinal Giovanni di Domenico, il B. cardinale Luca Manzuoli, Ludovico Barbo vescovo di Trevigi, Ambrogio camaldolese, e più altri. La seconda è il libro delle Facezie, in cui, oltre i motti e i racconti oscenissimi di cui son piene, nomina spesso con insoffribile impudenza personaggi ancora vivi, e narra di essi tai cose che troppo ne oscuran la fama. Non dee nondimeno dissimularsi ciò che osserva il Recanati, cioè che in alcuni codici a penna non veggonsi certi più osceni racconti che si hanno negli stampati, onde non è improbabile che alcune cose vi siano state intruse posteriormente da chi sotto il nome di Poggio ha voluto render più celebri le ribalderie ivi narrate.

XX.X.1I. Trattane però la traccia di scrittor maledico e calunnioso, da cui Poggio non può difendersi, ei dee aversi in conto di un de’ più dotti che allor vivessero. La moltiplicità degli argomenti nelle sue opere da lui trattati ci fa veder quanto estese fossero le cognizioni di cui [p. 1031 modifica]TERZO (o3l egli eru fornito. Alcune già ne abbiamo accennate nel compendiare la vita. Molte son di argomento morale, come quelle De avaritia, de nobilitate, De humanæ conditionis miseria, De infelicitate Principum, e quella De varietate fortunæ stampata la prima volta in Parigi nel 1723, nelle quali insieme veggonsi sparsi 11011 pochi lumi di varia erudizione. Altre son filologiche, come i tre dialoghi da lui intitolati Historia Convivalis, fra1 quali è degno di riflessione il terzo, in cui esamina e ribatte il parere di Leonardo aretino, che a’ tempi degli antichi Romani la lingua latina fosse propria de’ soli dotti. Ne abbiamo alcune Orazioni, e fra esse quattro funebri, alle quali un1 altra deesi aggiugnere da lui detta in morte del suddetto Leonardo da noi già mentovata, e un’altra non mai pubblicata in morte del Cardinal Cesarini, di cui fa menzione l’abate Mebus (Vita Ambr. camald. p. 419). Molte ancora ne sono le lettere; e oltre quelle pubblicate tra le altre opere dello stesso Poggio, altre 57 ne son venute a luce dopo il sopraccennato trattato De varietate fortunae; una assai lunga al re Alfonso, e un’altra a Niccolò Niccolodi ne ha pubblicata monsignor Mansi (Miscell Baluz. t. 3, p. 154? i#3), e altre se ne trovano inserite tra quelle di altri scrittori di quel tempo. Assai più copiosa raccolta avea ideato di pubblicare il celebre abate Mebus, e ne era già innoltrata la stampa; ma per giusti riguardi ei giudicò più opportuno I* interrompere questa edizione. La Storia Fiorentina è la più ampia tra le opere di Poggio, ed è scritta, come le altre, non dirò già con quella [p. 1032 modifica]I03a LIBRO purezza di siile che è propria de’ migliori scrittori , ma con maggior eleganza della più parte degli autori di quel tempo. Egli è tacciato però come scrittor troppo parziale pe’ suoi Fiorentini , e abbiam su ciò un leggero epigramma del Sannazzaro: Dum patriam laudat, damnat dum Poggius hostem, Nec malus e si civis, nec bonus historicus. Jacopo figliuol di Poggio le diede l’ultima mano , e vi premise la dedica a Federigo duca d’Urbino, e insieme recolla in lingua italiana. La qual traduzione fu in quel secolo e nel seguente data più volte alle stampe, rimanendo inedito fino all’anno 1715, come si è detto, l’originale latino. Di Jacopo, che fu ucciso l’anno 1478 come reo della congiura de’ Pazzi, di alcune opere da lui composte, e di altri figli di Poggio che co’ loro studj seguiron gli esempj del padre, veggansi le notizie raccolte dal Recanati e dal Zeno (Diss. voss. t. 2, p. 140, ec.), presso i quali scrittori più altre osservazioni si troveranno intorno alle opere di questo storico. Ei fu innoltre tra quelli che promosser lo studio della lingua greca col traslare in latino alcuni degli antichi scrittori. Di lui infatti abbiamo la traduzione de’ primi cinque libri della Storia di Diodoro Siculo, e della Vita di Ciro di Senofonte. Il Zeno ha difeso Poggio dalla taccia che il Vossio ed altri gli appongono, affermando che amendue queste versioni furon lavoro di Giovanni Frea inglese discepolo di Guarino, e che Poggio ingiustamente se ne usurpò f onore. Di queste due traduzioni [p. 1033 modifica]TERZO ,o33 ragiona ancora monsig. Giorgi (Vita Nicol. V, p. 176, ec.) , il quale osserva che Giorgio da Trabisonda si dolse di Poggio, che avendogli egli prestato continuo aiuto nella traduzione di quelle due opere per comando del pontefice Niccolò V, il solo Poggio ne avesse avuta tutta la gloria. Io terminerò di favellare di questo famoso scrittore, riferendo l’elogio che ce ne ha lasciato Paolo Cortese, uno de’ più saggi giudici di quell’età in ciò che appartiene ad eloquenza e a stile (De Homin. doct. p. 22, ec.): Illis temporibus in Poggio Florentino quaedam species eloquentiae apparuit, in quo si tale artificium fuisset, quale ingenium ad scribendum fuit, omnes profecto ejus aequales dicendi gloria vicisset. Is Orationes reliquit, quae et facundiam et mirificam ingenii facilitatem ostendunt. Tendebat toto animo et quotidiano quodam usu ad attingendum M. Tullium. Sed habet hoc dilucida illa divini hominis in dicendo copia , ut aestimanti se imitabilem praebeat, experienti spem imitationis eripiat. Eam igitur dicendi laudem Poggius si non facultate, at certe voluntate complectebatur. Scripsit etiam Historiam. Sed est magnum munus historia , et, ut paulo ante, dixi, omnium rerum difficillimum. XXXUI. Dopo questi celebri storici un altro n’ebbe Firenze, il quale però non ottenne di andar con loro del pari , nè di veder le sue storie accolte con ugual plauso che quelle. Ei fu Bartolommeo Scala detto ancora Vopisco, perchè gemello, natio di Colle in Valdelsa, e figliuol di un mugnaio, come con certissimi [p. 1034 modifica]1034 LIBRO monumenti dimostra Apostolo Zeno , il quale belle notizie ci ha date di questo scrittore (Diss. voss. t. 2, p. 253, ec.), che unite alla Vita pubblicatane nel 1678 dal sig. Domenico Maria Manni appena ci lasciano intorno ad esso cosa alcuna a bramare. Ei nacque circa il 1430, e verso il 1 f5o venuto a Firenze, fu ivi condiscepolo di Jacopo degli Ammanati poi cardinale, cui ebbe a compagno non sol negli studj, ma nella povertà ancora e ne’ disagi a cui per essa amendue erano sottoposti, come lo stesso Ammanati ricorda poscia allo Scala (ep. 438, 473). Cosimo e poscia Pietro de’ Medici, conosciutone il non ordinario talento , il presero al lor servigio, e con ciò non solo gli agevolarono l’in noi trarsi nella già cominciata carriera de’ suoi studj, ma gli aprirono ancora il sentiero agli onori della repubblica, da cui fu sollevato a’ più cospicui magistrati e alle splendide cariche di cancelliere e di gonfaloniere , e arrolato all’ordine senatorio ed equestre, e inviato l’anno 1484 ambasciadore al pontefice Innocenzo VIII, innanzi al quale recitata avendo una sua orazione, che si ha alle stampe, ne ebbe in premio il titolo di cavaliere dello spron d’oro, e di segretario apostolico. Ma poscia, non si sa bene per qual ragione, scomunicato pubblicamente in Firenze, dovette tornare a Roma in atteggiamento di reo per averne l’assoluzione. Gli onori ottenuti, come furon sorgente allo Scala di molte ricchezze, colle quali, oltre una magnifica villa presso Firenze, ei fabbricò ancora in città un superbo [p. 1035 modifica]terzo io35 palagio, così il gonfiaron non poco, e il fecero rimirar con disprezzo coloro a’ quali credevasi superiore. Ed egli il diede a vedere singolarmente in una contesa che ebbe con Angiolo Poliziano per questioni in lingua latina, in cui corsero tra amendue non poche lettere, le quali si hanno alle stampe tra quelle del Poliziano (l. 5, 12), rispettose da prima e civili, ma poscia fiere e mordenti, singolarmente per parte di Bartolommeo, che parla di sè medesimo con insoffribile orgoglio. Sembra eli’ ei fosse geloso della gloria di scrittor colto ed elegante, a cui per altro non avea molto diritto, e che perciò soffrir non potesse la stima in cui in tal genere d’erudizione era il Poliziano. Questi ancora non era insensibile a una tal gloria, e rispose perciò allo Scala collo’ stile usato comunemente a quel secolo in somiglianti contese. Ma forse, al par che la gloria, ebbe parte in questa battaglia f amore, come sospetta non senza buon fondamento il Menkenio (Vita Ang. Pol. p. 380, ec.) Avea Bartolommeo una figlia detta Alessandra, celebre poetessa, di cui diremo a suo luogo, e, non meno che per poesia , per bellezza famosa. Il Poliziano l’amava assai, come ne fan fede molti epigrammi ad essa indirizzati; e non potè veder senza sdegno che Bartolommeo la desse in moglie al poeta Marullo. Quindi la collera del Poliziano dovette accendersi vie maggiormente; ed ei la sfogò non solo nelle lettere già accennate, ma più ancora in un epigramma in cui a somiglianza di quel di Orazio contro il liberto Mena [p. 1036 modifica]io36 LIBRO si scaglia furiosamente , benchè senza nominarlo, contro di Bartolommeo. Eccone il principio: Jlu. ic quem videtis ire fa oso gifulu , Servis Munente») pulii iris , Vel hinniente per forum vehi capax Equo, quod omnes despuant , Turbam superbo praeterit fastidio; Qui civium stomachantium , Gravique cunctos ora torquentes retro De«pectat insolenti.i; Intraque tutum moenibus pomaerium Agros patentes possidet; Villamque dives publico peculio Insanus urbanam struti, ec. Epigr. p. 32 ed. Lugd. Così continua rimproverandogli la viltà della nascita, e la superbia e il fasto con cui vivea, e predicendogli una imminente rovinosa caduta. Ma il Poliziano non fu felice nel profetare. Lo Scala visse alcuni anni più del suo avversario , e morì nello stesso grado d’onore in cui era vissuto fino al » 497? e dopo morte ne furon celebrate solennemente l’esequie nella chiesa della Nunziata , in cui fu sepolto. Avea egli intrapresa un’ampia e generale Storia della città di Firenze in venti libri divisa , ma non potè innoltrarla che fino al quinto, il quale ancora non fu finito, e termina nell’apparecchio della battaglia tra Carlo I re di Napoli e Corradino di Svevia. Questi libri furono stampati la prima volta in Romanci 1677, e poscia dal Burmanno inseriti nella sua Raccolta delle Storie d’Italia. Ad essi si aggiugne la Vita di Vitaliano Borromeo celebre ministro di Filippo Maria Visconti [p. 1037 modifica]TERZO 10^7 duca di Milano. Due Orazioni ancora se ne hanno alle stampe , cioè la mentovata poc’anzi a Innocenzo VIII, e un’altra in lode di Costanzo Sforza signor di Pesaro, quando fu dichiarato capitano de’ Fiorentini r e inoltre un’Apologià della città di Firenze. Di altre opere di Bartolommeo in prosa e in verso, che si conservano manoscritte, ragiona minutamente il sopraddetto Apostolo Zeno. In esse però non si vede molta eleganza; ed egli è ben lungi dal poter entrare a confronto con più altri scrittori di questo secolo (*).

XXXIV. I tre storici or mentovati ci diedero sulla storia della lor patria opere ampie e diffuse. Altri più brevemente ne scrissero, o perchè sol qualche fatto presero ad illustrarne, o perchè ne scrissero brevi e compendiosi annali. Tale è la Storia fiorentina di scrittore anonimo dal 1406 fino al 1438 pubblicata dal Muratori (Script. Rer. ital. vol 19, p. $50) y c quella della guerra di Pisa del 1406 scritta da Matteo Palmieri scrittore già da noi mentovato; e la Storia del tumulto de’ Ciompi seguito in Firenze nel 1378, e della espugnazione (*) ^Irune lettere scritte da Ilari olnranieo Scala, mentre era cancellier del Pubblico in Firenze, sono state pubblicate dal eh. sig. canonico Baudmi (Collcelio trf. Momim. /1. 10, ee.). In occasione della celebre congiura de’ Pazzi ordita in Firenze 1' anuo 14r8 lo Scala come cancelliere della Repubblica l»» destinato a scriverne una Relazione clic dovea pubblicarsi a difesa della Repubblica e di Lorenzo de’ Medici. Essa è stata data alla luce da monsig. Fabbroni (Vita Laur. Med. t. 1, p. 167, ec.). Tira boschi, Voi. Vili. [p. 1038 modifica]lo38 LIBRO .suddetta «li Pisa, scritta da Gino (-apponi insieme co’ Cemental i delle cose accadute dui 14 19 lino al 145(5, scritti da Neri figliuolo di Gino tutte le (quali opere han veduta la luce per opera del Muratori, che vi ha ancora premesse erudite notizie de’ loro autori (ib. vol. 18, p. 1099) e gli Annali di Bartolommeo Fonti più volte da noi mentovati, e quelli di Pietro Minerbetti dal 1285 fino al 1487 scritti in lingua italiana, e pubblicati non ha molto in Firenze (Script. rer. ital. flor. t. 3) e la Storia della guerra de’ Fiorentini contro Volterra nel 1472 scritta da Antonio Ivano da Sarzana cancelliere della stessa città di Volterra, come pruova il Muratori che 1? ha pubblicata (Script rer. ital. vol. 23, p. 1), e autore innoltre di un Compendio della Descrizione di Roma di Biondo Flavio, che conservasi alla Laurenziana (Band. Cat. Codd. lat. Bibl. Laur. t. 2, p. 29), e grande amico di Marsiglio Ficino, di cui abbiamo quattro lettere ad esso scritte (Ficin. Op. t. 1, p. 778, -84, 806, 843) la Cronaca di Buonaccorso Pitti dal 1412 fino al 1430, in cui molto egli parla di sè medesimo, e che dal Manni è stata data alla luce nel 1720. Dovrebbe qui aver luogo Bernardo Ruccellai, di cui abbiamo la Storia della Guerra Pisana , e quella della venuta di Carlo VIII in Italia, stampata l’anno 1733 colla data di Londra, oltre alcune altre che si conservano manoscritte. Ma di questo veramente colto ed elegante scrittore abbiam già raccolte quelle notizie al principio di questo capo, che ci è avvenuto di rinvenire. Per questa ragion medesima lascerem qui di parlare di Lorenzo I [p. 1039 modifica]TERZO , f,3() fftionincontro, di cui abbi am ragionato altrove tra gli astronomi di questo secolo, e di cui abbiamo gli Annali ivi da noi mentovati. E più altre cronache o annali delle cose spettanti a Firenze , che o si hanno in luce , o ancor giacciono inedite, potrei qui indicare, se credessi che questa fatica fosse per riuscire più utile che noiosa (*).

XXXV. Nè prive furon di storici le altre città di Toscana. Parecchi ne ebbe Siena, come Agostino Patrizj da noi mentovato nel primo capo del libro secondo, il quale, oltre un opuscolo di poco pregio, intitolato de, Sienæ urbis antiquitate, scrisse la Storia della sua patria dal ii 86 fino al 1388, nella quale ei confessa di aver ricevuto non poco aiuto dal Cardinal Francesco Piccolomini suo padrone, che parimente scrisse la Storia di Siena fino al 1386. Amendue sono inedite, come pure un’altra di Angiolo di Tura del Grasso, da cui credono alcuni che il Patrizj traesse la sua; intorno a che veggansi le osservazioni dell1 esattissimo Zeno (Di ss. voss. t. 2, p. 104, ec.). Tre libri latini della Storia di Siena pubblicò Agostino Dati, che con altre opere del medesimo furon poi raccolti da Niccolò di lui figliuolo, e stampati nel 1503. Di Agostino ha scritta distesamente la Vita il P. Alessandro Bandiera, stampata (*) Tra gli storici fiorentini di questo secolo doventi anche annoverare Domenico Buoninsegni, morto ne!l’anno 14t5, «li cui. e della Storia da lui pubblicata, minute ed esatte notizie si posson vedere presso il conte Mazzucchclli (Scritf. ital. 1. a, par. , p. 34i)7 *c.). [p. 1040 modifica]I IO.Jo LIBRO in Roma nel 1-733. Allegretto degli Allegretti scrisse egli ancora un Diario san e se in lingua italiana dal 1450 fino al 1496? che dal Muratori è stato dato alla luce (Script. rer. ital. vol. 23, p. 763, ec.)j il qual pure ha pubblicata ib. t. 20, p. 1, ec.) la Storia di Siena de’ tempi suoi dal 1402 fino al 1422, scritta in latino da Giovanni di Bandino de’ Bartolommei sanese, e continuata da Francesco Tommasi di lui pronipote e da Pietro Rossi fino al 1468 intorno alle quali opere e a’ loro autori si posson leggere le riflessioni dell’editore e del chiarissimo co. Mazzucchelli Scritt. it. t. 1 , par. 1, p. 502; t. Hjpar. i,^. 470). Uno straniero ancora si congiunse a’ Sanesi nel tramandare a’ posteri le glorie dei loro concittadini. Ei fu Francesco Contarini nobile veneziano, laureato in Padova nel 1442 in età di ventun anni, professor di filosofia nella stessa università, e uomo versato nell1 eloquenza, nella lingua greca e nelle antichità, di cui era amatissimo. Adoperato dalla Repubblica in importanti affari e in onorevoli ambasciate, fu destinato l’an 1454 a condurre l’esercito che i Veneziani mandarono in aiuto ai Sanesi contro de’ Fiorentini. Ei dunque prese a scrivere la Storia di quella guerra, e divisela in tre libri, i quali furono per la prima volta pubblicati fanno 15(Ì2, e se ne fecer poscia più altre edizioni. Di che e di qualche altra opera del Contarini veggasi il più volte lodato Apostolo Zeno (l. cit. t. 1, p. 189). Pistoia ebbe un egregio scrittore della sua storia in Giannozzo Manetti j ma di questo dottissimo uomo ci riserbiamo a parlare ove trattcrem [p. 1041 modifica]TERZO 104l dello studio delle lingue straniere, in cui egli fu celebre singolarmente. Due ne ebbe Lucca , cioè Giovanni Ser Gambi, cbe l’anno 1400 fu gonfaloniero di quella Repubblica, e scrisse in rozzo stile italiano le cose della sua patria dal detto anno fino al 1409, la quale Storia ha veduta la luce per opera del Muratori (Script. rer. ital. vol. 18, p. 795); e Niccolò Tegrimo, che adoperato dalla stessa Repubblica in onorevoli ambasciate e in difficili affari, visse fino al 1527, e di cui abbiamo la Vita di Castruccio Antelminelli Castracani celebre guerriero del secolo xiv, da lui scritta in latino, e dedicata al duca Lodovico Maria Sforza, che dopo altre edizioni è stata di nuovo pubblicata dal medesimo Muratori (ib. vol. 11, p. 1309). Finalmente Antonio Agostini verso il 1448 scrisse in assai rozzi versi italiani l’assedio di Piombino, che avvenne in quell’anno stesso; la qual opera è stata pur pubblicata dal Muratori (ib. vol. 25, p. 319, ec.). Di questo autore non ha fatta menzione alcuna il co. Mazzuccbelli.

XXXVI. Ampio argomento di storia somministrò a’ suoi scrittori di questo secol Venezia pel rapido dilatar ch’ella fece colf armi non men che col senno le sue conquiste; e molti perciò ella ebbe che ce ne tramandarono la narrazione. L’eruditissimo Foscarini ha illustrato questo punto di storia letteraria per tal maniera, che non possiamo sperare di aggiugnere cosa alcuna a ciò ch’ei ne ha detto. Ei parla (Letterat. venez. p. 143,ec.) delle Cronache in questo secolo scritte da Pietro di Giustinian Giustiniano, da Filippo Domenichini, da Girolamo [p. 1042 modifica]LIBRO Mi notti, dal buranese, dal Conti, da Zaccheria da Pozzo, da Bartolommeo Paruta, da Pier Delfino diverso dall’abate camaldolese di questo nome, dal patriarca Tommaso Donato; delle vite de’ Dogi scritte da Antonio Donato e da Pier Marcello (ib. p 249); da Lorenzo de’ Monaci, che circa il 1428 scrisse in sedici libri la Storia di quella Repubblica di cui prima un solo frammento si avea alla luce (ib p. 239, ec.), e che poi è stata pubblicata intera nel 1758 dal ch. senatore Flaminio Cornaro, e di più altri, le fatiche de’ quali però o son del tutto perite , o si giacciono inedite tra la polvere delle biblioteche , o almeno 110:1 hanno gran nome. Marino Sanudo, di cui F. Jacopo Filippo da Bergamo ha tessuto un magnifico elogio (Suppl. Chron.)7 dicendolo uomo di egregio ingegno, di singolare dottrina, di rara modestia , e che fra le cure de’ pubblici affari non cessava mai di coltivare gli studj, e di crescere sempre più la copiosa sua biblioteca; Marino Sanudo, io dico, scrisse un’ampia Cronaca dell’origine della Repubblica fino al 15oi, che è stala pubblicata dal Muratori (l. cil. vol. 22, p. 4o6) (*). Ei visse fino al 1535, come pruova il Foscarini (l. cit. p. 164) il quale esamina i (*) Marino Sanudo fu anche autore delle T ite de’ sommi Pontefici da S. Pietro fino a Pio III, che mss. si conservano nella libreria Nani (Codici mss. della libr. Nani, p. 70). Un’altra opera dello stesso scrittore , cioè la Storia della guerra di Ferrara che ebbe la Repubblica di Venezia col Duca Ercole d Este, conservasi nella libreria Farsetti (Bibl. mss. Farsetti, p. 337). [p. 1043 modifica]TERZO IO|3 pregi insieme e i difetti di questa Storia, e avverte che un’altra operetta pubblicata dal medesimo Muratori (l. cit. voi 2.41 P- ‘1, e da lui attribuita al Sanudo, in cui si uarran le cose della Repubblica degli ultimi sei anni di questo secolo, è probabilmente di altro autore. Di Giovanni Bembo, che fiorì verso il principio del secolo xvi, abbiamo nella raccolta del Muratori (vol 12 , p. 515) un frammento di Cronaca dal 1382 fino al 1410, ed esso sembra stralciato da altra più grande opera del medesimo autore , la qual però non è noto ove conservisi (Foscarini, p. 156, ec.). Della Cronaca di Andrea Navagero pubblicata pure dal Muratori (vol 23, p. 924) parleremo nella storia del secol seguente, a cui più propriamente appartiene. E frattanto lasciando questi e più altri scrittori di Cronache, di Giornali, di Memorie appartenenti alla storia veneziana, de’ quali si posson vederle notizie presso il soprallodato Foscarini, passeremo a dire di quelli che delle vicende e delle imprese de’ Veneziani presero a formare un seguito corpo di storia.

XXXVII. Fin dal principio di questo secolo cominciarono i Veneziani a bramare che, invece di sterili e rozze cronache, qualche dotto scrittore prendesse a ricercare con diligenza e a descrivere con eleganza l’origine e le cose più memorabili della loro Repubblica. Pierpaolo Vergerio, di cui diremo fra poco , a richiesta di uno di essi scrisse un opuscolo, ora smarrito , intorno all’origine di Venezia, come pruova il Foscarini (l. cit. p. 227). Lodovico Foscarini dottissimo patrizio, da noi mentovato altre [p. 1044 modifica]1 044 LIBRO volte , concepì prima di ogni altro l’idea di scegliere un cruento scrittore die per pubblico ordine si accingesse a scrivere la storia veneziana. Ei dunque propose che fosse destinato dalla Repubblica a scriverne la storia Biondo Flavio, che avea già pubblicato il) suo opuscolo dell’origine e delle imprese de’ Veneziani Ma essendo allora divisi i pareri de’ senatori, altri de’ quali bramavano che a ciò fosse trascelto Giorgio da Trabisonda, altri Pietro Perloni, altri Giammario Filelfo, il desiderio del Foscarini fu senza effetto. Ei ripigliò nondimeno a trattare con Biondo; ma la morte di questo storico circa quel tempo accaduta troncò la speranza di ottenere ciò che bramavasi. Guglielmo Pagello nobile vicentino dopo la metà del secolo compilò dieci libri della Storia veneziana dnlf origine della città fino alla guerra di Chioggia; ma essi sono periti, o almeno non è finora riuscito ad alcuno di vederne copia, come osservano il Foscarini (l. cit p. 232) e il P. Angiolgabriello da Santa Maria (Bibl. de’ Scritt. vicent. t. 2 , p. 244) che rammenta alcune orazioni (a) e alcuni altri opuscoli di questo autore. Il primo adunque che, se non per pubblico ordine, con pubblica approvazione almeno, desse alla luce una compiuta Storia della Repubblica veneta, fu Marcantonio Sabellico. Essa fu pubblicata la prima volta l’anno 1487 e dopo questa edizione più altrese (a) Alcune notirie di Guglielmo Pagello da aggitignersi a quelle che ce ne ha date il P. Angiolgabriello , si posson vedere nella più volte lodata opeia dell1 abate Marini (l. 2 , p. 174)• [p. 1045 modifica]TERZO 1o45 nc son fatte; cd è stata ancor inserita nella Raccolta degli Storici veneziani che hanno scritto per pubblico decreto (ti, ec.), fatta da Apostolo Zeno , il quale vi ha premessa una diligente ed esatta Vita di questo storico. Noi ne sceglieremo le più importanti notizie, lasciando che ognuno ne vegga le pruove presso il suddetto scrittore. XXXV 111. Marcantonio figlio di Giovanni Coccio nacque circa il 143( in Vicovaro nella Campagna romana, e venuto a Roma si diede a scolaro a Pomponio Leto , di cui ancora frequentò l’accademia. In essa, ad imitazion di più altri, cambiossi il cognome, e volle esser detto Sabellico per riguardo a’ Sabini detti ancora Sabelli, a’ confini dei quali era nato. Circa il 1475 fu chiamato a Udine professor d’eloquenza , nel qual tempo egli attese ancora a istruirsi nella dialettica, nelle mattematiche e nella lingua greca. Il soggiorno di più anni da lui fatto nel Friuli (a) lo invogliò di ricercare (a) Alcune più distinte notizie intorno al soggiorno che il Sabellico fece nel Friuli , posso ora produrre, comunicatemi dal sig. abate Domenico Ongaro piovano di Colloredo da me più volte rammentato con lode. Ei fu condotto, mentre ivi trovavasi col vescovo di Feltre e vicario del patriarca, a professore di belle lettere in Udine nell' ottobre del 1473 per lo spazio prima di un anno, poscia di un altro, e finalmente essendosi egli fatto conoscere per uom dottissimo, confermato per altri cinque, collo stipendio prima di ottanta , poi di novanta, e per ultimo di cento ducati. I partiti ne’ quali la città era allora divisa, fecero che il.Sabellico, benchè riputato concordemente uomo di somma dottrina, vi avesse nondimeno molti nimici, i quali sotto diversi [p. 1046 modifica]le antichità e la storia di quella provincia, e dello studio in ciò fatto ci lasciò in pruova i sei libri da lui composti e intitolati De vetustate Aquilejae. Verso il 1484 da Udine passò a sostenere il medesimo impiego in Venezia. La peste da cui questa città poco appresso fu travagliata, lo costrinse a ritirarsi a Verona, ove nello spazio di soli quindici mesi scrisse le tre decadi, e parte ancor della quarta, ossia ventidue libri della Storia veneziana, che, come si è detto, furon per la prima volta dati alle stampe l'anno 1487. Essa piacque allora per modo a quella Repubblica, che assegnò con suo decreto all’autore 200 zecchini di annuale stipendio; ed egli grato a tal dono, quattro

pretesti raggiraron l’affare per modo, che a gran pena passato l'ultimo termine de' cinque anni potè esser ricondotto per un altro anno solo. Volle egli tentare rii guadagnarsi la benevolenza ancora de’ suoi nimici, e perciò nell’ottobre del 148?. presentatosi al pubblico Consiglio, gli offerse l’opera che sulle Antichità «li Aqnileia e del Friuli avea egli composta; e il Consiglio gradi il dono dell’autore, gliene rendette grazie , e ordinò che il libro fosse stampato, ancorché la comunità dovesse in ciò spendere dieci ducati. Il codice dal Sabellico offerto al Consiglio di Udine sembra quel «lesso che ora è presso il sig. co. Filippo Florio cavaliere udinese e «Ielle patrie antichità studiosissimo, appiè «Iella prima pagina del quale vedesi 1’arme della città. Ma ci«’ non dovette bastare ad acchetare i nimici che ivi avea il Sabellico, e questi pcrciì» nel settembre del 1 483 volle onninamente avere il suo congedo, e 1 ottenne. E nondimeno, come il Sabellico continuò ad amar sempre quella città e a scriverne con molta lode , cosi questa «liede a lui lontano più pruove «Iella sua stima di «juello che avesse fatto [p. 1047 modifica]TERZO 1017 altri libri aggiunse alla suddetta sua Storia, i quali però non sono mai usciti alla luce, e la Descrizion di Venezia in tre libri, e un dialogo ancor pubblicò intorno a’ veneti magistrati, e due poemetti in lode della Repubblica stessa. A lui parimente fu confidata la cura della pubblica biblioteca, benchè essa non avesse ancora una stanza fissa e opportuna al bisogno. Questi onori non fecer punto rallentare al Sabellico la continua applicazione agli amati suoi studj, e chiare prove ei ne diede nelle moltissime opere che venne successivamente mettendo in luce. Molti degli antichi scrittori furono da lui illustrati con dichiarazioni e con note, come Plinio il vecchio, Valerio*Massimo, Livio, Orazio, Giustino Floro ed altri. Molte parimente son le orazioni, molti gli opuscoli morali, filosofici, storici, molte le poesie latine; tutte le quali opere occupano quattro tomi in foglio, oltre più altre che non han veduta la luce. Fra le stampate la più voluminosa è la Storia generale dalla creazione del mondo fino al 1503, da lui intitolata Rhapsodiæ Historiarum, opera in cui la critica è qual poteva essere allora; e lo stile non è per certo il più elegante del mondo, ma che fu nondimeno accolta comunemente con grandissimo plauso, e recò all’autore encomj e premj non piccoli. Di tutte queste opere, e de’ giudizj di esse dati dagli uomini dotti di quella età , di più altre cose appartenenti alla vita di questo storico, e singolarmente dell’accademia da lui adunata in Venezia, veggasi la Vita scrittane da Apostolo Zeno. Il Sa bellico finì di vivere nel 1506 dopo una [p. 1048 modifica]148 LIBRO pallosissima malattia die per più anni lo travagliò crudelmente (feeder Jan. de infel. Litterator. p. 28), e il suddetto scrittore ne ha pubblicato il testamento da lui fatto l’ultimo di febbraio dello stesso anno. E io finirò di ragionare di esso col recare l’imparziale e saggio giudizio che della Storia veneta da lui composta ha dato il ch. Foscarini: Poco dopo, dice egli (/ cit. p 232, ec.), si accinse a questa intrapresa Marcantonio Sabellico, e fu astretto a consumarla in soli quindici mesi per l’impazienza che qui se ne aveva. Della qual verità, atu’ he senza l’ingenua confessione di lui, ci assicura il contenuto della Storia medesima condotta sopra Annali di poca autorità , e dove r autore stesso dice apertamente di non aver veduti quelli del Dandolo. Anzi nella franchezza di palesarci cotanta negligenza ci fa comprendere c/i egli fu ali oscuro circa il valore di queli opera, nella quale presso che univocamente vienci conservata memoria delle cose nostre; onde r accusa mossagli contro da Giorgio Merula , cioè che alla fede incerta delle Cronache troppo si rapportasse, non è del tutto senza fondamento, giacchè peccò trascurando le buone. Però) non dee recar meraviglia, se trovandosi lo Storico in penuria di lumi, commise gli errori già notati da noi. A che aggiugner potremo , che non indaga quasi mai le circostanze , o i veri motivi delle cose, toltane la guerra di Ferrara avvenuta a dì suoi, circa della quale Pietro Cirneo a torto lo accusa di poca fede. Fuor di ciò, se in qualche altro luogo appar diligente, ne hanno il merito le [p. 1049 modifica]TERSO ,049 altrui narrazioni, di egli trascrive; siccome Jra C altre osservasi nelle azioni di Pier Mocenigo, riportate a parte a parte colle parole di Coriolano Cippico Nobile di Traù, la cui opera dettata con molta fedeltà e rara eleganza di stile era comparsa in luce dieci anni avanti. XW1X. Benché la storia del Sabellico ricevesse T onor della pubblica approvazione, niuno però nel corso di questo secolo fu da quella Repubblica destinato a continuare il lavoro. Bernardo Giustiniani circa il medesimo tempo prese ad illustrare la storia della sua patria, e il fece con assai felice successo. Copiose notizie di lui si hanno nelle Dissertazioni vossiane di Apostolo Zeno (t. 2, p. 154? ec.), e perciò qui ancora potrò in breve spedirmi nel ragionare. Era egli figlio di Leonardo Giustiniani, di cui diremo altrove, e di Lucrezia da Mula, e nipote del patriarca S. Lorenzo Giustiniani, e nacque in V enezia 1’anno 1408. Guarini da Verona, Francesco Filelfo e Giorgio da Trabisonda gli furon maestri, come afferma il suddetto scrittore, e col secondo egli ebbe frequente commercio di lettere (Philelph. l. 6, ep. 13, 19; l. 7, ep. 4, 14, 29, 40, ec.). Nel 1451 cominciò ad essere adoperato dalla Repubblica in onorevoli ambasciate, essendo destinato a ricevere l’imperador Federigo III nel passar eli’ ei facea per gli Stati della Repubblica. La fama ch’egli avea di dicitore eloquente, fece che in questa e in più altre occasioni ei fosse scelto a parlare; e le molte Orazioni da lui recitate si hanno alle stampe Oltre la suddetta ambasciata egli ebbe ancor quella a Ferdinando [p. 1050 modifica]1 050 LIBRO re di Napoli nel 14^9 • a’ pontefici Pio II, Paolo II e Sisto IV. Ma più di tutte onorevole fu per Bernardo quella a Luigi XI re di Francia nel ìjjGi j perciocché in essa ei fu onorato e da quel sovrano col grado di cavaliere, e dalla università di Parigi, da cui ebbe visita e complimento solennej e ad amendue questi onori corrispose egli con due orazioni pubblicamente recitate, nella seconda delle quali al rendimento di grazie eli’ egli doveu a quel sì ragguardevole corpo, congiunse la ricordanza del molto di che esso era debitore all’Italia; / os eni/n, dice egli, memore s latinas li te ras ab Jtalis ac ce pis se, Italis edam designavistis Collegium amplum et illustre, cui tu nunc praees, vene rubilis Donate pater, de utroque certe nomine tam Gallico quam Italico optime meritus. Nè minori furono gli onori a cui fu sollevato dalla Repubblica, essendo stato eletto nell’anno 1467 capitano di Padova, quindi ammesso nel Consiglio de’ Dieci, poi consigliere e savio grande, e finalmente nel 1 4t4 proccurator di S. Marco. Morì nel 1489. Oltre la Vita del santo suo zio, di cui si hanno più edizioni, e tre opuscoli intorno alla vita, alla traslazione e all’apparizione di S. Marco, abbi a m di lui quindici libri dell1 antica Storia veneta dalla fondazion di Venezia fino a’ primi anni del ix secolo dell’era cristiana, che è stata più volte stampata, e inserita ancora nella sua Collezion dal Burmanno (t. 5, pars 1). In essa ei tratta per connession di argomento della guerra de’ Goti, il che ha data ad alcuni occasion di errare affermando ch’egli avea scritta la Storia [p. 1051 modifica]é TERZO Io5l gotica. Ne abbiamo ancora , come si è accennato, le Orazioni e le Epistole colla traduzione del libro d’Isocrate a Nicocle, e con alcune lettere di Leonardo di lui padre. Il Zeno osserva che questo volume per assai grave motivo è stato quasi affatto soppresso, e però da pochissimi in oggi se ne ha conoscenza. Se ne ha però copia in questa biblioteca Estense. Lo stesso scrittore ha prodotti gli elogi che di Bernardo han fatto due scrittori di que’ tempi, Paolo Cortese e Rafaello Regio. Io recherò in lor vece il sentimento dell’eruditissimo Foscarini che della Storia veneta da lui composta così scrive: Il primo saggio (l. ciL p. 245) di ben regolato lavoro circa le memorie patrie si ebbe da Bernardo Giustiniano, che dopo risorte le lettere può dirsi novello padre della Storia Veneziana, siccome lo fu Andrea Dandolo nella barbarie de’ tempi. Conciossiachè a molta letteratura unendo quegli prudenza non ordinaria, e certa gravità di giudizio propria delle persone lungamente esercitate nelle cure dei Governi, pigliò a descrivere non già una guerra particolare, ma i principii medesimi della città fino ad Angelo Patriciaco primo Doge creato in Rialto f anno ottocento e nove. Alla qual opera, se l’autore, che in vecchiaja vi si accinse, avesse potuto dar perfezione, nulla resterebbe a desiderarvisi o in pienezza di notizie, o in castigatezza di stile, giacchè fu essa ciò non ostante ben raccolta, e da’ Lodovico Domenichini traslatata in volgar lingua. E in vero nessuno avanti del nostro autore s’era internato ne’ tempi più remoti dalla memoria, \. [p. 1052 modifica]I0^a LIBnO siccome egli fece col sussidio di tutta quella erudizione che a’ suoi giorni era in essere; e però diede bando a molti racconti popolari, nè dubitò per fine di lasciare il Dandolo, ove s’.avvide stare buone ragioni contro l’autorità di esso; e ricavò la storia dei mezzani tempi non da scritture sospette , ma da’ fonti migliori che fossero allora a cognizione de’ dotti. XL. A questi storici veneziani possiamo aggiugnere ancora il poeta Porcellioj poichè comunque ei fosse famoso verseggatore, assai maggior lode nondimeno gli è dovuta per le sue storie , che pe’ suoi versi. Egli scrisse la guerra che il celebre generale Jacopo Piccinino condoltiere dell1 esercito veneto mosse al duca Francesco Sforza , e le vicende di essa negli anni 1452 e 1453. E questa Storia divisa in due parti è stata in diversi tempi data in luce dal Muratori (Script. rer. ital. vol. 20, p. 67 j voi. a5 , p. 1). Ei vi ha premesse le notizie dell1 autore, di cui pure ragiona Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 1, p. 15). Ma più altre notizie mi è riuscito di ricavarne da un piccolo codice di Poesie inedite di questo poeta, che si conserva in Carpi presso il sig. avvocato Eustachio Cabassi, uomo fornito di molte pregevoli cognizioni , che mi ha gentilmente permesso di farne uso. E da esso conosciamo primieramente che Porcellio era della famiglia de’ Pancioni, * e sempre più si conferma ch’egli era di patria napoletano. Ecco l1 iscrizion sepolcrale da lui stesso compostasi, che tra que’ versi si legge: Qui cecini egregias laudes vatumque ducumque, Condor in hoc tumulo carmine perpetuo. [p. 1053 modifica]TERZO 1053 Pnrcelius noinen, Pandonus sanguine. Romani Incolui egregiam: patria Parthenope. Hic sita sit conjux dignissima vate marito, Hic soboles quanta est, hic sua posteritas. Da esse innoltre raccogliesi che a’ tempi di Eugenio IV ei fu punito di carcere e di esilio j e sembra che ciò accadesse all occasioii del tumulto, per cui nel 1434 fu quel pontefice costretto a uscir di Roma, nel qual forse ei fu accusato di aver avuta parte. In un epigramma da lui composto su quella sedizione ei lo accenna dicendo: Mille quadrigenti terdeni quatuor anni Currebant: labes hinc mihi prima mali. « Abbiamo in fatti nel medesimo codice molte elegie da lui scritte a diversi, nelle quali descrive loro i disagi della prigione, e li prega a ottenergli pietà da Eugenio, e una singolarmente a Cincio, in cui così gli dice: Est mihi Tartareus Flegeton sine sole, sub atra Sede premor, turpi sunt loca senta situ. Hic mures saevique gerunt nova praelia catti, Huc scabro concurrit, centupedumque manus. Quin etiam veniunt incognita monstra ferarum , Pascitur illa dapes , et bibit illa merum. Non mihi phulcra inopi, non sunt mi hi lintea, non sunt Tegmina; sed mollem dat mihi terra thorum. Squallida barba gravis , dependent fronte capilli, Crura premunt pulices sexcupedesque caput; Nec capiunt dulces umquam mea luminosa somnos , Hinc curae vigiles , hinc premit ossa solum. Illa eadem mihi mensa est, quae dat mihi mappa cubilet Hic facit officium sexus uterque suum. T 1RA.B0SCJII, Voi Vili. 26 [p. 1054 modifica]io54 Mimo Mixtus odos cereri et dapibus pornisque meroque. Et veniens tetro carcere mixius odos. Comprdibns duro» pnt.tur una tibia callos; Omnia sunt in orti» cauta suprema , ve. Così siegue descrivendo i patimenti della sua prigionia, e aggiugue di essi lo condurrebbono alla disperazione , se ’l pensiere della moglie e de’ figli nol serbasse in vita. Sembra che la carcere gli fosse poi cambiata in esilio - perciocché in altra elegia or si duole d’essere già da più anni lontan dalla moglie, or dice che aspetta stagion più lieta per tornarsene a Roma (a). 1 otte le poesie contenute nel detto codice furono probabilmente composte o prima di queste sue sventure, o nel tempo di esse, poiché 11011 vi troviamo menzione de’ diversi padroni a’ quali poscia servi. Fu segretario di Alfonso re di Napoli. e per ordin di lui andossene al campo de’ Veneziani per fare una esatta storia di quella guerra. Servì poscia ancora a Federigo di Montefeltro conte e poi duca d’Urbino, e a Sigismondo Mal a te sta signor di Rimini; e in nome del secondo fu invialo (a) Delle vicende di Porcellio, e dell’odio in cui per lungo tempo ei fu presso tutti, parla anche Alberto Carrara in un suo epigramma inserito ne1 codice giii citato de’ sigg. conti Carrara Beroa:

Homines tua jurgia , cari uni,

Diquc horrent, et te protinus urbe fugant; Te Insubres, te ltoina lugal, Palai iuaque non vulta Terra pati, ec. In altre poesie ancora ei declama contro Porcellio non meno che contro Antonio Panormita per le laidezze, di cui imbrattavano i loro versi; ma li fa egli stesso in maniera che resta dubbioso chi tra lor sia più osceno. [p. 1055 modifica]TERZO 1055 al duca Francesco Sforza, come pruova lo Zeno colf autorità di alcune lettere del Filelfo , che ne parla con lode, benchè poscia a lui ancora si dichiarasse nemico. Questi impieghi però non bastarono a sollevarlo dalla povertà in cui era nato; se pur non erano anzi effetto di una insaziabile sete i lamenti ch’ei faceane sovente* a Lodovico Foscarini, citati dal Zeno. Il veggiamo ancora onorato col titolo di poeta laureato, il qual onore però non sappiam quando o da chi fossegli conferito. Se ne hanno in fatti molle poesie latine in stampa, oltre più altre inedite, e avea egli in ciò, come raccoglie il medesimo Zeno da alcune lettere inedite del suddetto Foscarini, un’ammirabile facilità. I più saggi però di quel secolo stesso ne ebbero in poco pregio i versi, riputandogli incolti e privi di vera eleganza; talchè Paolo Cortese, fra gli altri, dall’applauso con cui essi furono accolti, inferisce (De Homin. doct p. 33) quanto pochi fossero allora i valorosi poeti. Raffaello Volterrano ancora ne parla con poca lode, dicendo (Comm. Urbana, l. 21) ch’egli era uomo senza studio e senza dottrina; che facendo scuola leggeva ogni anno e spiegava in lingua italiana le cose medesime; e che i versi ch’egli faceva, eran più lodevoli per la facilità che per l’eleganza; che nondimeno Federigo duca d’Urbino lo ebbe in pregio, e volle eli egli scrivesse le sue imprese. Assai migliore è lo stile ch’egli usa nelle sue Storie, benchè pure non vi si vegga un certo nitore che è proprio de’ migliori scrittori. Di altre opere da lui composte , ma inedite per la più parte, veggasi il sopraccitato Zeno. A quelle [p. 1056 modifica]1 56 LIBRO fierò, ch’egli annovera, deesi aggiungere, oltre le poesie mentovate poc’anzi, una lunga lettera sulla Vita attiva e sull’oziosa, pubblicata dall’abate Lazeri (Miscell. Coll. rom. t. 1.p. 163)^ e un’orazion da lui detta all imperadore Sigismondo in Roma , data in luce da monsignor M ansi (Miscel. Baluz. t. 3, p. 18B). Crederi di’ ei morisse in Roma a’ tempi di Paolo II, a’ quali ei giunse; ma non se ne ha documento sicuro. Solo da un passo del Valla raccogliesi (Op. p. 347) che Porcellio era alquanto maggior di età di lui, e clic era stato maestro di un suo fratello; e il Volterrano poe’ anzi citato afferma eli’ ei mori in Roma assai vecchio. Una novella intorno a costui ci narra il Bandello (par. 1, nov. 6), la qual se è vera, convien dire ch’egli avesse i costumi corrispondenti al suo nome. XLI. Le altre città che or forman lo Stato veneto, e che in questo secolo per la più parte passarono sotto il dominio di questa Repubblica, ci offrono esse pure buon numero di storici valorosi. Padova, e i principi Carraresi che ne furon signori, ebbero Pier Paolo Vergerio. soprannomato il vecchio a distinzione dell’altro che visse al secol seguente. Il Muratori che ne ha pubblicata la Storia (Script. Rer. ital. vol. 16, p. 113, ec.), ci ha date ancora alcune notizie intorno all’autore di essa; e più copiose le abbiamo avute da Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 1, p. 51, ec.), il quale pensava innoltre di scriverne ad altra occasione più stesamente. Ma non so s’egli abbia eseguito il suo disegno. Poco ne ha detto il Bayle nel suo Dizionario, [p. 1057 modifica]TERZO 105; e poco il P. Nicrron nelle sue Vite degli Uomini illustri (t. 38, p. 57). Ed ei nondimeno dee annoverarsi tra’ più felici coltivatori della seria non meno che dell’amena letteratura, che a questo secol fiorissero; e noi procureremo perciò d1 illustrarne, come meglio ci sarà possibile, la memoria. Egli era nato in Giustinopoli, che or dicesi Capo d’Istria, ed era, come egli stesso afferma (Epist. de more card. Zabar. Script. rer. ital. vol. 16, p. 201), circa dieci anni più giovane del Cardinal Zabarella, e convien perciò fissarne la nascita circa il 134*)- H Zeno, che ebbe tra le mani un codice in cui contengonsi 147 lettere inedite del Vergerlo, e che afferma di scrivere sull1 autorità di sì pregevoli monumenti, dice che il Vergerio fece i primi suoi studj in Padova; che di là passò a Firenze, ed ivi in età assai giovanile fu professore di dialettica; e che ivi pure alla scuola del Zabarella, che fu poi cardinale, studiò l’uno e f altro Diritto, e a quella di Manuello Grisolora la lingua greca; il che ci conduce fino al 1397, perciocchè solo a questo tempo recossi il Grisolora a Firenze. È certo che il Vergerio circa il 1387 fosse in Firenze discepolo del Zabarella, lo afferma egli stesso nella lettera in cui piange la morte di quel dottissimo cardinale seguita l’anno 1417* Florentiae illum primum novi ante triginta fere annos, quum ibi studiorum causa versarer, ec. (ib. p. 199-). Ch’ei parimente vi fosse professore di dialettica , si pruova dal Zeno colle parole dello stesso Vergerio: Dialecticam ibi juvenis docui; ove il detto scrittor ci assicura che intende il Vergerio [p. 1058 modifica]io58 LIBRO di parlar dì Firenze. Questi inoltre, nella lettera sopraccitata, ci nan a che, poiché ebbe appreso a conoscere il Zabarella, a lui si strinse costantemente, e che il seguì nel viaggio ch’ei fece al tempo di Bonifacio IX. Or come il Zabarella di Roma passò a Padova, ed ivi per più anni tenne scuola di Canoni, di che altrove abbiamo ragionato (t. 5, p. 57:4) » così il Vergerio, divenutogli ormai indivisibil compagno, colà il venne seguendo. In fatti il Papadopoli ci assicura di aver trovata memoria negli Atti di quella università (Hist. Gymn. pat. t. 1.p. 284) che il Vergerio dal 1393 fino al 1400 fu ivi professore di dialettica, e che in questo impiego continuò ancora fino al 1403. In Padova pure cel mostrano nel 13i)i, nel 1393 e nel 1402 alcune delle sue lettere e delle sue orazioni pubblicate dal Muratori (l. cit. p. 194, 222, 23(i), e una sua lettera del 1396 citata dal Zeno, in cui descrive f indefessa sua applicazione agli studj. Questo soggiorno però non fu stabile per modo, che non ne partisse sovente per diversi viaggi. E il troviam di fatto in Firenze V anno 1398, come ci dimostra una lettera da lui scritta al Cardinal di Bologna citata dal P. degli Agostini (Scritt. venez. t. 2, p. 507), in cui appunto egli afferma di aver vedute molte città e molte provincie. E nella stessa città convien dire ch’ei si trattenesse allora per qualche tempo, poichè altrimente non avrebbe potuto avere a suo maestro il Grisolora, che ivi non fu che tra ’l 1397 e ’l 1400. Questi viaggi ei fece probabilmente in compagnia del Zabarella, di cui lo stesso Vergerio racconta (l. dtp. 199) che, [p. 1059 modifica]TERZO mentre era professore in Padova, interdum legationis munus ad magna dominia et oli maximas causas jussus Principantium inivit. Tornato a Padova, vi continuò lo studio della giurisprudenza, e finalmente nell1 età già avanzata di cinquantacinque anni nell’anno 1404 ne prese la laurea, come altrove abbiamo accennato (t. 5, p. 5;.). XL1I. In Padova ottenne la grazia e il favore de’ Carraresi, di che abbiam pruova nelle orazioni da lui dette in lor lode; e pare ancora, ch’ei fosse destinato a istruire i giovani principi, e che a questa occasione scrivesse il trattato De ingenuis mori bus, che si ha alle stampe, indirizzato a Ubertino da Carrara figliuol di Francesco il giovane. La lor protezione però non fece ch’ei non vivesse, com’era nato, in assai povero stato, benchè di nobil famiglia; ed ei medesimo ce ne assicura, benchè con sentimenti di generosa costanza, in una sua lettera citata dal Zeno. Il Papadopoli narra che quando il suddetto Francesco il giovane da Carrara mosse la guerra, che gli fu poi tanto fatale, contro de’ Veneziani, prese in sospetto il Vergerio, sì perchè era nato nel dominio della Repubblica, sì perchè avealo sempre dissuaso da tal consiglio; ch’egli perciò, chiesto congedo, andossene a Venezia, e ivi trattennesi per due anni, finchè caduti i Carraresi, egli risoluto di tornarsene alla patria, già erasi posto in nave, ma trattenutone dal Zabarella, spedito da’ Padovani ambasciadore a Venezia, con lui fece ritorno a Padova. Di tutto ciò non [p. 1060 modifica]1060 Limo reca il Papadopoli pruo\a alcuna, ma nondimeno il fatto sembra assai verisimile. Non così ciò che narra il P. Niceron, cioè che il Zabarella fosse non molto appresso fatto vescovo di Padova, e che ciò rendesse sempre più caro al Vergerio il soggiorno di quella città; perciocchè abbiamo a suo luogo osservato che il Zabarella fu bensì nominato a quel vescovado, ma el11 egli se ne sottrasse. Qualche tempo ancora trattennesi il Vergerio in Rimini , come raccogliam da una lettera, in cui egli amaramente si duole del Cardinal d’Aquileia, che avealo costretto a sloggiar dalla casa ivi da lui presa a pigione (Script. rerum. ital. l. cit. p. 235). Ma come la lettera è senza data di tempo, così non possiamo sapere a qual anno ciò appartenga. Insieme col Zabarella fatto già cardinale andossene al sinodo di Costanza, ed ebbe ivi il dolore di perdere in lui il principal suo protettore , il quale morendo gli diede l’ultima pruova del suo affetto , lasciandogli per legato alcuni de’ suoi libri (ib), p. 201). Fin quando vivesse il Vergerio, non si può accertare. Fra Jacopo Filippo da Bergamo, citando l’autorità di Pio II, lo dice morto in Ungheria a’ tempi del concilio di Basilea (Supplirà. Chron. ad an. 1428). Ma questo pontefice afferma bensì (Desc. Europ. c. 2) el11 ei morì in Ungheria, e che morì ai suoi giorni, nostra ætate, ma non afferma che ciò avvenisse in tempo del suddetto concilio. Probabilmente ei fu condotto colà dall’imperador Sigismondo, che potè conoscerne il sapere in Costanza e ciò sembra [p. 1061 modifica]TERZO IO(j, indicarsi dal Volterrano , che di lui parlando dice: Decessit in Pannonia contubernalis Sigismundi Imperatoris (Comm. urbana. l. 4). Bartolommeo Fazio, che parimente il dice morto in Ungheria, racconta (De Viris ill. p. 9) che negli ultimi anni egli impazzì, in maniera però, che talvolta tornava in senno. Sub extremum vitae tempus mente captus est, ira tamen, ut nonnunquam resipisceret. Apud Hungaros vitam finiit, dignus et perpetua animi san Hate, et qui totam in Italia vitam scribens exegisset. XL111: L’opera per cui il Vergerio a questo luogo dee nominarsi, è la Storia de’ Carraresi, che cominciando dalla origine della famiglia, giunge fino a Jacopino predecessore di Francesco il vecchio, e che è scritta con eleganza maggiore assai dell’usata comunemente a que’ tempi. Il Muratori la pubblicò come inedita nel 1 ^30, ma otto anni prima ella avea già veduta la luce in Olanda (Thes. Antiq. ital. t. 6, pars 3). A questa Storia fece ei medesimo alcune annotazioni, che dal Tommasini si citano manoscritte (Bibl. mss. patav. p. 63). Alcuni gli attribuiscono una Storia dei Signori di Mantova , ma niuno ce ne dà distinta notizia. Non fu però sola la storia a cui il Vergerio rivolgesse il suo studio. Il Fazio e più altri scrittori di que’ tempi lodano in lui il sapere nel diritto civile, nella matematica, nella filosofia e nell’eloquenza e nella lingua greca.- Di quest’ultimo studio diede egli pruova nella sua traduzione della Storia di Alessandro scritta da Arriano, da lui intrapresa ad istanza del l’imperador Sigismondo. Essa conservasi nella [p. 1062 modifica]

  • o62 LIBRO

Vaticana, e il Zeno ne ha pubblicata la lettera dedicatoria al medesimo imperadore, e son da leggersi le riflessioni eli* ri fa su questa versione. Il Fazio, il quale nella traduzion da lui fatta dello stesso storico sembra parlar con biasimo di quella del Vergerio, nell’elogio da noi citato di questo scrittore espressamente dice che avvertitamente trascurò il Vergerio in quella versione l’eleganza, perchè ella non riuscisse troppo difficile a intendersi a Sigismondo, il qual non era dottissimo nella lingua latina. Ma in ciò ancora sembra al Zeno che il Fazio abbia anzi cercato di accrescer pregio alla sua traduzione, che di darci una giusta idea di quella fatta già dal Vergerio, e mostra quanto sia lungi dal vero l’accusa data all’imperador Sigismondo di non intendere la lingua latina (Diss. voss. t. 1, p. 62). Delle altre opere del Vergerio, cioè dell’invettiva contro Carlo Malatesta signor di Rimini per la statua di Virgilio da lui atterrata in Mantova, la qual da alcuni è stata per errore creduta di Leonardo Bruni, da altri di Guarin veronese, del libro De ingenuis moribus, della Vita del Petrarca pubblicata dal Tommasini, dell’orazioni e delle lettere pubblicate dal Muratori, oltre più altre lettere che si conservano manoscritte, di una commedia latina che si ha in un codice a penna nell* Ambrosiana di Milano, e di più altre opere inedite dello stesso Vergerio, abbastanza han già ragionato il Muratori, il Zeno e il padre Niceron, perchè io debba dirne più oltre. Fra queste il libro De ingenuis moribus piacque allora per modo, che pubblicamente spiegava*! [p. 1063 modifica]TERZO 1063 nelle scuole, mentre eran fanciulli Paolo Cortese e Paolo Giovio, com’essi stessi raccontano (Cortes, de Homin. doct.p. 16; Jov. E log. p. (68). Il primo però (di questi scrittori ne parla con poca stima, dicendo che, benchè abbia uno stile ornato, non è però colto per modo, che possa più leggersi senza noia; e che quel libro vix comparet, et bene olet, ut dici tur, quod nihil olet. E certo niuno ora ardirebbe di proporre il Vergerio come modello di latina eleganza. Ma al tempo in cui visse, ei potè a ragione goder la fama di un de’ più colti e de’ più dotti scrittori che allor fiorissero. I suddetti autori però non fan menzione di un opuscolo del Vergerio, che si conserva in questa biblioteca Estense, intitolato: De statu veteris et inclitae urbis Romae; ed è a vedersi ancora ciò che osserva il Joly su un compendio di Quintiliano a lui attribuito (Remarq. sur le Dict, de Raj le, art Verger). XL1V. Due altri scrittori padovani dobbiam qui accennare, Michele Savonarola, di cui abbiam detto più a lungo nel parlare de’ medici, e di cui abbiam due libri intitolati: De magnificis ornamentis regine c ivi tatis Paduacy dati in luce dal Muratori (Script. Rer. ital. voi. , p. ii 35, ec.) , nei quali tratta delle cose più ragguardevoli, e degli uomini più illustri di quella città; e Giandomenico Spazzarini autor di un’opera latina inedita da lui intitolata’ Storia Veneziana , ma che veramente si può anzi dire Storia Padovana, perchè di Padova e de’ Padovani principalmente ragiona. Di questa Storia , che giunge fino al 1509), e dell’autor di [p. 1064 modifica]1 0(4 LIBltO essa ci Ita data esatta notizia Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 2, p 195, ec.), che ne avea veduto un codice a penna (a) presso il eh. Foscarini. Dell’autore però sappiamo assai poco, cioè eli’ei fu padovano di nascita, figliuolo di Daniello; che fu cancelliere della sua patria; che nel *11 invialo in ambasciata a Venezia; che 1’anno seguente passò a Verona a servire di cancelliere a Paolo Barbo elettone capitano, a condizione però, che. Unito quel reggimento, tornasse a Padova per esser la mano destra de magnifici deputati; che l’anno 1009 avendo i V eneziani ricuperata Padova , ei fu inviato e tenuto per qualche tempo prigione a Venezia; e che finalmente morì in Padova nell’età decrepita di novant’anui nel 151c. XLV. Vicenza ancora ebbe uno storico diligente in Giambatista Pagliaròli nobile vicentino nato nel 145. Egli scrisse in lingua italiana la Cronaca della sua patria dalla fondazion di essa fino al 1435, benché ei vivesse molto più oltre, almen fino a’ tempi di Sisto IV; e ha errato perciò il Vossio , seguito da altri , nell’annoverarlo fra gli scrittori latini. Intorno (a) 11 sig. abate Dorighello, più volte da me lodato, mi assicura che il codice della Storia dello Spazzarini, di cui parla Apostolo Zeno, è certamente originale, e che il codice de Bello ferrariensi, che si conserva nella biblioteca di S. Marco in Venezia, non è opera punto diversa, trattone qualche leggier cambiamento di voci sul cominciamento di essa. Questa storia è sommamente pregevole per la gran copia di autentici e interessanti monumenti che l’autor vi inserì, e che forse senza ciò sarebber periti. [p. 1065 modifica]TERZO I o65 a che veggansi le rillessioni di Apostolo Zeno (Diss. voss. t. i , p. i 24, ec.). Notizie ancor più copiose, così dell’autore, come della Storia da esso composta, ci ha poi date il P. Angiolgabriello da Santa Maria nella sua Biblioteca degli Scrittori vicentini (t. 3. p.88, ec.). Niuno storico di qualche nome ebbe in questo secol Verona; o niuno almeno ne accenna, che degno sia di special ricordanza, il march. Malìei. Ninno parimenti ne ebbe Bergamo; perciocchè il Poresti e il Carrara, già da noi mentovati, più solleciti furono di narrare le cose generai-^ mente avvenute in Italia e in Europa , che di esporre le vicende della lor patria. Non così Brescia, che priva ne’ secoli precedenti di storico , tre ce ne mostra in questo. Il primo è Jacopo Malvezzi, che nel 1412, com’egli stesso nell’esordio ci narra , ritiratosi da Brescia sulle sponde del lago di Garda per isfuggir la pestilenza , prese a scriver la Storia della sua patria , cominciandola da’ più antichi tempi. Ma o egli non potè condurla al suo fine, o ne è perita la parte che dovea esser la migliore, cioè dal 1332 fino a’ suoi tempi. La parte che ce n1 è rimasta, è copiata in gran parte da’ più antichi scrittori, e piena perciò delle favole da essi adottate , oltre quelle che vi ha aggiunto egli stesso. Ella nondimeno giova un poco a farci conoscer la storia di quella città ne’ tempi meno dall’autore lontani, e le tradizioni che ivi allora si conservavano. Il Muratori, a cui ne dobbiamo la pubblicazione (Script rer. ital. voi. 14y p. 773), osserva che l’autore s’intitola dottore di medicina, e eli’ei fu di nascita [p. 1066 modifica]io 66 Libno illustre, e insieme colla pruova di alcuni monumenti tratti dall’archivio di questa città di Modena osserva che l’antica e nobil famiglia de’ Malvezzi fioriva fin dal XII secolo in questa stessa città. Il secondo è Cristoforo da Soldo parimente bresciano, di cui abbiamo la Storia della sua patria dal 1437 fino al 1468, scritta nel volgar dialetto bresciano, e pubblicata dal Muratori, correttone alquanto lo stile (ib. vol. 21, p. 787). Ei vivea a que’ tempi medesimi, e parla spesso di sè, e degli onorevoli impieghi, singolarmente riguardo alla guerra, che a lui furono addossati, come osserva il Muratori suddetto nella prefazione a questi Annali premessa. Finalmente Evangelista Manelmi di patria vicentino, ma vissuto più anni in Brescia, scrisse in latino la Storia del celebre assedio che questa città coraggiosamente sostenne l’an 1438 dalle armi di Niccolò Piccinino, mentre ne era rettore Francesco Barbaro. Essa non fu pubblicata che nel 1728 dall’ab. Astezati. Il P. Angiolgabriello da noi poc’anzi nominato ha prodotti alcuni pregevoli monumenti intorno a questo scrittore (Bibl. dei Scritt. vicent. t. 2, p. 44), e insieme si è fatto a provare più lungamente ancora che non bisognava, l’autore di questa Storia essere il Manelmi, e non Francesco Barbaro, come avea procurato di dimostrare il Cardinal Querini (Diatr. ad Epist. Barb. p 184, ec.; Epist. tres ad. Andr. Quirin.), e che l’autore doveasi credere della nobil famiglia de’ Manelmi di Vicenza, e non della sconosciuta de’ Manelini, come il P. degli Agostini avea sostenuto (Scritt. venez. t. 1, p. 54, ec.). [p. 1067 modifica]TERZO lo6; A me sembra eh1 egli abbia provata assai bene la sua opinione; ma parmi ancora, che i due scrittori da lui combattuti, e con essi il conte Mazzucchelli, dovessero essere confutati con espressioni più rispettose di quelle eh’egli ha usate. XLVI. La Marca Trivigiana per ultimo e il Friuli ebbero i loro storici. La prima ci mostra Andrea Bedusio da Quero, il quale un ampia e voluminosa Cronaca scrisse dalla creazion del mondo fino a’ suoi tempi, cioè fino al 1428. Il Muratori, che T ebbe intera tra le mani , osserva che l’autore altro non avea fatto che ricopiare con picciole mutazioni la Cronaca di Ricobaldo e la Storia de’ Cortusi. Perciò lasciando in disparte tutto ciò ch’era inutile il pubblicar di bel nuovo, egli ce ne ha data sol quella parte che comincia dal 1368 Script rer. ital. vol. 19, p. 737). Nella quale ancora però ei mostra che il Redusio si è fatto bello delle altrui spoglie, e singolarmente ove parla di Girolamo da Praga (ib. p.829), il cui supplicio egli ha tratto interamente da Poggio fiorentino. Questo difetto però è a lui comune con quasi tutti gli scrittori di cronache, i quali comunemente copiano ciò che trovano scritto da altri. Anzi lo stesso Redusio confessa sinceramente, come avverte il Muratori, di essersi giovato delle fatiche altrui, benchè non nomini i fonti a’ quali ha attinto; difetto esso ancora frequente a que’ tempi, e talvolta ancor necessario, perchè i codici eran non rare volte mancanti del nome de’ loro autori/ Benchè egli scriva generalmente le cose avvenute in [p. 1068 modifica]io68 LIBRO Europa, si stende però più ampiamente su quelle che appartengono a Trevigi; e nelle cose de’ tempi suoi è scrittor fedele ed esatto. Lo stile è rozzo e somigliante i^quel de’ cronisti de’ secoli precedenti, trattone ove egli ha la sorte di ricopiare qualche più elegante scrittore. Il Muratori ha premesse alla Cronaca le notizie dell’autore tratte dalla medesima; dalle quali raccogliesi ch’egli era uomo di nobil famiglia, parente de’ conti di Collalto, cancelliere del comun di Trevigi, e adoperato più volte dalla sua patria non meno che dalla Repubblica veneta in affari di guerra e di pace, delle quali cose ei ragiona sovente nella sua Cronaca., Alla storia di Trevigi appartien parimente l’opuscolo di Girolamo Bologni sull’origine delle terre soggette a* Trevigi, e su gli uomini illustri da esse usciti, pubblicato nel Supplemento al Giornale de’ Letterati d’Italia (t. 2, p. 115). Ma del1* autor di esso abbiam già favellato nel trattar de’ raccoglitori d’antichità, e ne diremo di nuovo nel ragionar de’ poeti. Per la storia del Friuli abbiamo una lunga lettera di Jacopo da Udine canonico d’Aquileia scritta a Francesco Barbaro , nella quale ei fa un compendio della storia d’Aquileia e di que’ patriarchi dalla fondazione di quella chiesa fino a Popone; storia però non seguita e continua, ma che corre qua e là, come meglio piace all’autore. Essa è stata pubblicata nella Miscellanea detta del Lazzeroni . 2), e merita di esser letto ciò che di essa e dell’autore della medesima e di alcune altre opere da lui composte , e di altre senza ragione a lui attribuite , osserva 1’eruditissimo [p. 1069 modifica]TERZO I069 sig. Giangiuseppe Diruti (Notizie de’ Letter. del Friuli. t. 1 , p. 365 , ec.). XLVII. Grande teatro di strepitosi e memorabili avvenimenti fu in questo secolo la città e lo stato di Milano, e molti perciò furon gli storici che ne tramandarono a’ posteri la memoria colle loro opere. Andrea Biglia milanese dell’ordine di S. Agostino, celebre ugualmente per la nobiltà della sua famiglia che per la moltiplice erudizione e per le singolari virtù, per cui da alcuni è onorato col titolo di beato, Fu il primo a scriver la storia delle cose ivi avvenute a’ suoi tempi. F. Jacopo Filippo da Bergamo, che gli fu correligioso e in parte contemporaneo, ce ne ha lasciato un magnifico elogio, scrivendo (Suppl. Chron. l. 15) eli* ei fu filosofo e teologo celebre per tutta Italia, e in somma stima pel suo sapere e per la santità de’ costumi; che seppe le lingue latina, greca ed ebraica; che non v’ebbe genere alcuno di scienza che da lui non fosse illustrato; che fu dotato di sì tenace memoria, che letta due o tre volte una cosa vi rimaneva fermamente scolpita; e che finalmente avendo giovato molto alla Chiesa non meno che al suo Ordine, morì in Siena. Un altro simile elogio se ne ha nella Cronaca de’ conti d1 Oldenburg pubblicata dal Meibomio (Script. rer. german. t. 2, p. 164)• Ma , come mi ha avvertito il più volte lodato P. Giacinto della Torre, esso è tratto intera-’ inente dalla Cronaca del Coriolano. Con gran lode ancora ne ragiona Bartolommeo Fazio, le cui parole, poichè non veggo che da alcuno si arrechino, reciterò qui stesamente: Andreas Tiraboschi, Voi. Vili. 27 [p. 1070 modifica]IO7O LIBRO Mediolanensis, dice egli (De Viri; ill p.), ex 1). Augustini Online inter Philosophas ac Theologos clarus Senis et. alibi Philosophiam professus est. Studia quoque humanitatis coluit, historiam sui temporis scripsit, in qua, quae sua aetate contigerint, annotavit. Volumen praeterea de verborum latinorum interpretatione haud parvum reliquit. Inter Oratores non multo minor quam inter Philosophos judicatus ex praedicationibus quoque magnam laudem promeruit. Ei non debb’essere diverso da quell’Andrea da Milano deir Ordine Eremitano, che dall1 Alidosi si dice (Dott. forest. p. 4) professore in Bologna di rettorica e di filosofia naturale e morale dall’anno 1423 fino al 1429, laureato ivi in teologia e ascritto a quel collegio, peritissimo nella lingua greca, e soprannomato un altro Dottore Angelico. L’Argelati aggiugne (Bibl Script, mediol, t. 1, pars 2, p. 159) el11 ei fu reggente nel suo convento di S. Marco in Milano l’anno 1432, il che è assai più probabile che ciò ch’ei segue, dicendo cioè che nell1 anno 1434 intervenne al concilio di Firenze; perciocchè nè in quell1 anno avea ancora avuto principio il detto concilio, e quand’esso fu adunato, il Biglia più non viveva. Ma anche la reggenza in Milano nel detto anno parmi dubbiosa; perciocchè il P. Gandolfi nell1 anno stesso il dice reggente in Bologna (De CC Script. August. p. 60). Secondo la comune opinione ei morì l’an 1435 in Siena, essendo ivi vicario provinciale. Benchè alcuni il dicano morto assai vecchio, parmi nondimeno più verisimile ch’ei morisse in età giovanile, sì perché, [p. 1071 modifica]TERZO lO^I oltre gli autori citati dal conte Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 2, p. 1220), così afferma il Coriolano scrittore contemporaneo dello stesso Ordine nell’elogio sopraccennato, sì perchè così sembra raccogliersi da una chiosa da lui fatta alla sua Storia, che però leggesi solamente in un codice di Apostolo Zeno, ove narrando le turbolenze avvenute dopo la morte di Giangaleazzo Visconti seguita nell’anno 1402 dice: quae puerulus vidi (Script.. rer. ital. vol. 19, p. 27). Or se egli era fanciullo nel 1402, era certo in età ancora assai fresca nel 1435 quando finì di vivere. La Storia milanese scritta dal Biglia comincia dall’anno 1402, e giugne fino al 1431 ed è uno de’ migliori monumenti che di questo secolo ci sian rimasti, sì per la fedeltà del racconto, sì ancora per l’eleganza che per riguardo a quel tempo non è ordinaria. Avea in animo di pubblicarla Apostolo Zeno (Lettere, t. 1, p. 53). Ma il primo a darla alle stampa fu il Burmanno (Thes. Antiq. Ital. t. 9, pars 6), di che convien dire che non avesse contezza il Muratori, il quale pure alcuni anni dopo la pubblicò come inedita (Script. Rer. ital. l. cit.). Delle altre opere dal Biglia composte ognun può vedere i lunghi ed esatti catalogi che ce ne han dati il Muratori medesimo e l’Argelati. Il co. Mazzucchelli avverte che il trattato De Ordinis Eremitarum propagatione, che da essi citasi come inedito, fu stampato in Parma nel 1601. Tutte le altre opere non bau veduta la luce, e si conservano manoscritte in Milano nell’Ambrosiana , c nel convento di S. Marco, e nell’Angelica in Koma. Esse sono [p. 1072 modifica]io72 LIBRO ili diversi argomenti, e che ben dimostrano la varia erudizione di Andrea: traduzioni dal greco di alcune opere d’Aristotele, e comenti sulle medesime, prediche e orazioni diverse, trattati ascetici e teologici, opuscoli contro lo scisma di Benedetto XIII e di Egidio Mugnos, e in difesa del suo Ordine, comenti sopra diversi libri della sacra Scrittura, sopra il primo libro del Maestro delle Sentenze, e anche sopra le Commedie di Terenzio; e altre opere di diverse materie. Il che ci basti di avere accennato per non dilungarci oltre il dovere. Di un altro trattato da lui scritto contro il metodo di predicare di S. Bernardino da Siena diremo altrove. XLVI1I. Filippo Maria Visconti e Francesco Sforza, il primo per le varie vicende del lungo suo dominio, l’altro per le rare doti di cui fu adorno, somministrarono ampio argomento di storia a Pietro Candido Decembrio. Il Cotta (Museo Novar. p. 250), il Sassi (Hi st. typogr. mediol. p. 292), l’Argelati (Bibl. Script, mediol, t. 1, pars 2, p. 2099), Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 1 , p. 202) e più altri scrittori molto han di lui favellato, e noi ne trarremo le più importanti notizie, aggiugnendo solo ciò che sia loro per avventura sfuggito. Pietro Candido fu figlio di Uberto Decembrio natio di Vigevano, uomo dotto esso pure, segretario di Pier Filargo da Candia, che fu poi papa Alessandro V, e poscia di Giammaria Visconti duca di Milano, e morto podestà in Triviglio nel 1417 L’Argelati di lui pur ci ragiona (l. cit. p. 2106), e ne annovera molte opere, niuna però delle quali si [p. 1073 modifica]teuzo v 1073 ha alle stampe, c sono poesie latine, trattati di filosofia morale e di politica, e traduzioni dal greco, tra le quali dee rammentarsi quella de’ libri della Repubblica di Platone, a cui diede l’ultima mano Pier Candido di lui figliuolo. Questi nacque nel 13t)9 in Pavia, e per riguardo al suddetto Pietro da Candia ebbe il nome di Pier Candido. L’argomento premesso a una lettera da lui scritta ad Ambrogio camaldolese, e pubblicata insieme con quelle di questo monaco (l. 24? ep 69), sembra indicarci ch’egli studiasse la lingua greca sotto Manuello Grisolora. Ma, a dir vero, il Decembrio ivi afferma soltanto di aver conosciuto in età fanciullesca il Grisolora non già in Firenze, ma in Milano, come ha già avvertito l’ab. Mehus (praef ad Ep. Ambr. camald. p. 14) 5 e che Liberto suo padre eragli amicissimo. In età ancor giovanile fu scelto a segretario del duca Filippo Maria Visconti e scrisse la risposta a uno scritto pubblicato dai Genovesi a scusa della lor sollevazione contro quel duca. Essa conservasi inedita in questa biblioteca Estense, e il Muratori avea promesso di pubblicarla (Script. rer. ital. vol. 20, p. 984); ma, non so per qual motivo, ei non ha attenuta la sua promessa. Ella è intitolata: In Januenses Responsiva per P. Candidimi Ducale ni Secretarium et Oratore ni, ed è segnata: Mediolani XII Kalendas Martias 143o («). Il Cotta, citando (a) L’anno 1430 è veramente segnato nel codice Estense. Ma dovea scriversi 1436, perciocchè solo nel dicembre del 1435 scossero i Genovesi il giogo del Visconti. [p. 1074 modifica]io74 libro una lettera dello stesso Pier Candido, afferma che il pontefice Eugenio IV cercò di averlo a suo segretario, ma inutilmente. Egli stette alla corte di Filippo Maria fino alla morte di questo duca avvenuta nel 1447 e ne’ torbidi che dopo essa si sollevarono, ei fu uno de’ difensori più costanti della libertà de’ Milanesi, per tal maniera, che, quando essi stretti per ogni parte dall1 esercito dello Sforza risolverono di sottometterglisi, avendo essi dato al Decembrio l’incarico di consegnar la città in mano del vincitore, egli ricusò di farlo, come egli stesso racconta (ib. p. 1042). E fu forse nell1 interregno che corse tra Filippo Maria Visconti e Francesco Sforza, ch’ei fu da’ Milanesi mandato ambasciatore al re di Francia e ad altri principi di quel regno, come narran tutti coloro che di lui ci ragionano. Quando poi egli vide che la libertà milanese era del tutto spirata , determinossi a cercare altro soggiorno, e chiamato da Niccolò V all’impiego di segretario apostolico, volentieri abbracciò questo onorevol pretesto di abbandonare Milano, e di andarsene a Roma. Una lettera da lui scritta a Francesco Barbaro, e la risposta fattagli dal Decembrio (Barb. Epist. p. 315, 316) ci fan vedere che nel settembre del 1453 egli era già in quell'impiego, e sembrano indicarci che non molto prima l’avesse avuto. E deesi qui correggere l1 anacronismo dell1 Argclati , il quale afferma che il Decembrio fu segretario prima di Niccolò V, poscia di Filippo Maria, perciocchè quel pontefice non fu eletto che l’anno stesso in cui Filippo Maria finì di vivere. [p. 1075 modifica]TEftZO lOyS L’iscrizion sepolcrale riferita dall’Argelati ci mostra che il medesimo impiego ei sostenne presso Alfonso d’Aragona re di Napoli. Qualche tempo ancora ei soggiornò in Ferrara, e ivi ce lo additano due lettere da lui scritte nel 1461 e nel 1468 accennate dal Sassi (l. cit. p. 296, 297). Ma che egli ivi fosse maestro del marchese Leonello, come afferma il Borsetti (Hist. Gymn. ferr. t. 2, p. 290), ciò in niun modo può convenire coll’ordin de’ tempi, essendo morto Leonello nel 145o \ e ciò pure non può attribuirsi ad Angiolo fratel minore di Pier Candido, i quali sembra che dal Borsetti si confondano in un solo. Tornò poscia il Decembrio di nuovo a Milano, ove morì a’ 12 di novembre del 1477» e fu sepolto nella basilica di S. Ambrogio. XLIX. Nella sopraccennata iscrizione sepolcrale si afferma che Pier Candido scrisse oltre a centoventisette libri, lasciando anche in disparte gli opuscoli di minor conto. Ma per quanta diligenza siasi fatta dal Sassi e dall’Argelati nel raccoglier le opere e stampate e inedite del Decembrio, il lor catalogo è assai inferiore al numero espresso nell’iscrizione. Alle stampe ne abbiamo le due Vite al principio accennate di Filippo Maria Visconti e di Francesco Sforza amendue duchi di Milano, la prima pubblicata già altre volte, la seconda data in luce dal Muratori , che vi ha congiunta la prima con una orazione dello stesso Decembrio in lode di Niccolò Piccinino tradotta in italiano da un certo Polismagna, e uno squarcio di un’orazion del medesimo in lode di Milano (Script. [p. 1076 modifica]076 T.jttno Her. lUil. voi. 20, o 983). Le suddette due Vite furono dal Decembrio distese a somiglianza di quelle di Svetonio, il cui stile egli ha non infelicemente imitato. Stampate son parimente le traduzioni da lui fatte dal greco della Storia di Appiano, intorno alla quale è da vedersi Apostolo Zeno, e dal latino della Storia di Quinto Curzio. Quella eli’ ci fece de’ Comentarj di Cesare, è rimasta inedita (*). Paolo Cortese rammenta inoltre la traduzione in lingua italiana de’ primi dieci libri di Livio da lui fatta per comando del re Alfonso, da cui fu magnficamente ricompensato (De Cardinal, p. 7). Ei tradusse ancora dal greco in prosa latina i primi dodici libri dell’Iliade di Omero, la Storia di Diodoro Siculo, e più altre opere di antichi scrittori. Ardì parimente in età giovanile di cominciare un libro da aggiugnersi alf Eneide (**). Delle altre opere del Decembrio, (*) Del volgarizzamento di Cesare fallo dal Decenilu-io un bel codi e in pergamena scritto nel 144a conserva in Torino presso il eli. sig. Imi con Giuseppe Vernazza. Nella libreria di S. Salvadore in Bologna conservasi un ’pregevol codice ms. in cui contengonsi otto libri di lettere latine dello stesso Decembrio \ in una delle quali a Cambio Zambeccari ei parla di una commedia da se composta: Comoediae Aphrodisiae parliculam ad te mitlo, quarti ut picturae in modum , in qua solita colo rum lenocinia nondum adjecta suoi A intuearis velim, quippe diligentius emendare et carniere est animus. (**) Fra le opere mss. di Pier Candido Decembrio, che si conservano nella Laurenziana in Firenze, havvi una lettera da lui scritta a Giovanni II re di Castiglia, e premessa alla Vita di Omero da lui composta. In essa ei gli dice di avere per ordin di esso composta [p. 1077 modifica]TERZO 1077 che sono orazioni, trattati di varj argomenti, Vite di alcuni uomini illustri, poesie latine e italiane, trattano ampiamente il Sassi e l’Argelati, perchè io non debba dirne più a lungo. Il secondo però di questi scrittori è caduto in più falli, affermando, a cagion d’esempio, ch’egli scrisse la Vita di Ercole duca di Ferrara, il quale morì quasi trenta anni dopo Pier Candido, attribuendo allo stesso Decembrio un opuscolo di medicina , intitolato De genitura, che si ha veramente alle stampe sotto il nome di Candido, ma che è certamente diverso dal nostro , il (quale non fu mai medico, e dicendo nell’elogio di questo scrittore, che nella poesia italiana imitò il Tibaldeo, il quale fu molto più giovane del Decembrio. Fra tutte però le opere di questo scrittore niuna sarebbe più utile al pubblico, che i molti libri di lettere da lui scritti, i quali si conservano inediti in diverse biblioteche, e che darebbe gran luce alla storia letteraria e civile di questo secolo. Il Zeno ha prodotti, o almeno accennati gli elogi con cui egli fu onorato dagli scrittori di que’ tempi , a’ quali si può aggiugnere quello che ce ne ha lasciato Bartolommeo Fazio, il quale lo dice la Vita medesima, e loda quel re, come doctissimunì virurn , intcgrrrimurn hominem , ac doctorum omnium amatorem defensoremque... altrrurn Philoxophorum et Medicorum Homerum (Cai. Codd. MSS. taf. Bill. Laur. f. 1, p. 702). Da essa ancor si raccoglie che quel principe godeva di avere alla corte uomini dotti, fra i quali erano il marchese di Villena, il marchese di Santillana, Giovanni de Mena, Malatesta Novello signor di Cesena, e più altri. [p. 1078 modifica]IO/8 LIBRO (De Viris ill p. 2^) uomo nelle greche e nelle latine lettere assai erudito, e accenna parecchie opere da lui composte. Ma quanto ei fu da altri lodato, altrettanto fu vilipeso e ingiuriato da Francesco Filelfo, il quale in molte sue lettere ne ragiona con insofferibil disprezzo (l 6, ep. 2; l 7, ep. 23; l. 11, ep. 2; l. 16, ep. 34, ec.), e nelle sue Satire ancora lo prende spesso di mira, e gli dà non so per qual ragione il soprannome di Leuco. Non fa bisogno però di fare apologie del Decembrio, perchè non v’ ha chi non sappia quanto maledico fosse il Filelfo, e quanto facile a mordere e ad insultare anche i più dotti, quando non avean la sorte di piacergli. Nè vuolsi qui passare sotto silenzio Angiolo Decembrio fratello di Pier Candido, uomo dotto egli pure nella greca e nella latina favella , e caro non men che il fratello a’ duchi di Milano, pe’ quali ancora sostenne un’ambasciata al pontefice Pio II. L’Argelati ne ha fatto l’elogio (l. cit. t. 1, pars 2, p. 547;) annoverandolo tra gli scrittori milanesi, perchè nacque in Milano. Egli ne annovera ancor le opere, fra le quali quella che gli ha ottenuto qualche nome, sono i sette libri intitolati De pulitia litteraria stampati in Basilea nel 1526, nei quali a somiglianza delle Notti attiche di Aulo Gellio va disputando di varie questioni appartenenti a letteratura e ad erudizione. L. Le virtù e l’imprese di Francesco Sforza, e di Sforza da Cotignola di lui genitore, furon pur l’argomento che prese a illustrare Leodrisio Crivelli nobile milanese. Ma o egli non potè condurre a fine!la sua fatica, o ne è [p. 1079 modifica]TERZO 107 (J perita gran parte; perciocchè ciò che ne abbiamo, e che è stato prima d’ogni altro pubblicato dal Muratori (Script rer. ital. vol. 19, p. 623), non giugne che alle prime spedizioni di Francesco, cioè fino all1 anno 14^4» e quasi solo ragiona del padre. Abbiamo ancora di Leodrisio Crivelli la narrazione dell’apparato per la guerra turchesca fatto da Pio II, data alla luce dal medesimo Muratori (ib. vol. 23, p. 21), un’elegia in lode di Lazzaro Scarampi eletto vescovo di Como nel 1461, che si ha presso l’Ughelli (ItaL Sacra t. 5 in Episc. commens.), e prima di lui era stata da Benedetto Giovio inserita nella sua Storia di Como (l. 2), la traduzione dell’Argonautica di Orfeo stampata da Aldo nel 1523, di cui però si sa solamente che è autore un Crivelli, alcune orazioni per ultimo in lode di Francesco Sforza , e sopra altri argomenti, qualche traduzion dal greco, e qualche altra opera inedita, il cui catalogo si può vedere nella prefazione dal ch. Sassi premessa alla sopraccitata Storia di Francesco Sforza , presso l’Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 1, pars 2, p. 512; t. 2, pars 2, p. 1982), e presso Apostolo Zeno (Diss. voss.t. 1, p.346,ec.). La difficoltà sta nel decidere se tutte queste opere si debbano attribuire ad un medesimo autore, o non anzi debban dividersi in due, o forse più ancora. Il Sassi è stato il primo a pensare che almen due Leodrisi Crivelli vivessero al tempo stesso (l. cit. et Hist. typogr. mediol. p. 7, 9, 14^); e Y autorità di un sì dotto scrittore ha tratti molti nel medesimo sentimento. Ei crede adunque che il Leodrisio [p. 1080 modifica]• t)8o LIBRO Crivelli autor della Vita di Sforza, e delle Orazioni in lode di Francesco di lui figliuolo, fosse quello cui gli scrittori milanesi annoverano al collegio de’ nobili giureconsulti dal 1444 fino al 1463 , e dicono die ebbe la carica di commissario del sale, e fu onorato di più ambasciate a’ principi e a’ romani pontefici, e inoltre, secondo alcuni, sollevato al grado di senatore; e inoltre perciò esser dovrebbe quel Leodrisio Crivelli che veggiam destinato l’an 1448 professor di Canoni in Milano collo stipendio di 390 fiorini (Corti, Medici milan. p. 281). L1 autor poi della Storia della Guerra turchesca, e di alcune altre dell7 opere or mentovate , giudica egli che sia un altro Leodrisio Crivelli, cioè quegli a cui abbiamo più lettere di Francesco Filelfo (l. 5, ep. 15, 34; l. 9, ep. 59, 72, 75), che avendolo avuto scolaro, ed essendogli dapprima stato amicissimo, gli divenne poscia mortal nimico, e sfogò la sua bile contro di esso con una lunghissima e velenosissima lettera scritta nel 1 {65 (l. 26, ep. 1), e quel medesimo che veggiam fatto da Pio II abbreviatore delle lettere apostoliche nel 1464. Le ragioni per cui egli crede diverso l’uno dall’altro, sono che il primo dicesi morto nel 1463, il secondo viveva ancora alcuni anni dopo; il primo era carissimo a Francesco Sforza, e adoperato in onorevoli impieghi, e non è perciò verisimile ch’ei passasse all’impiego di abbreviatore in Roma, nè che il Filelfo sì furiosamente si rivolgesse contro un uomo sì caro al principe , sotto il cui dominio ei viveva in Milano. Finalmente il Filelfo parla del suo [p. 1081 modifica]TERZO 108l Lcodrisio, come d’uomo di nascita illustre bensì, ma infame pe’ suoi vizj, e cacciato da diversi padroni, cui preso avea a servire; laddove l’altro era sempre stato in cospicui gradi d’onore. Io veggo la forza di queste ragioni, e più di esse mi muove l’autorità di sì erudito ed esatto scrittore, qual è il dottor Sassi. Nondimeno mi rimane ancor qualche dubbio, intorno al quale avrei a caro che chi ha più agio di me, consultasse gli autentici monumenti per accertare il vero. È egli certo che quel primo Leodrisio Crivelli morisse nel 1463? Gli scrittori milanesi eli’ io ho potuto vedere, dicon soltanto eli’ ci trovasi nominato nel collegio de’ giureconsulti fino al 1463, non dicono che in quell’anno ei morisse. Ei potè vivere ancor più anni, e non aver più luogo in quel ragguardevol collegio. Rifletto di fatti che il Zeno, citando l’autorità di monsignor Ciampini nella sud Disertazione intorno al collegio degli abbreviatori (libro da me non veduto), racconta (l. cit p. 348) che il Crivelli, fuggito e sbandeggiato dalla patria e dallo stato per più misfatti , e per tema di grave gas figo, crasi ritirato in Roma, dove da Pio II fu ammesso l. anno 1 ,{64 al Collegio degli Abbreviato ri (a). Or {a) Lcodrisio Crivelli non fu eletto segretario apostolico nel 1464, come sull’autorità del Ciampini afferma Apostolo Zeno, ma a’ 17 di ottobre del 1458 come ha osservato il dil.gcntissimo abate Marini (Degli Archiatri pontif. t. 2, p. 158), il quale avverte che nella bolla di Pio II perciò spedita egli è detto laico, perito nelle due lingue, ed integro di vita. Egli aggingne die ira Ui •evi di Pio II ne ha uno al Crivelli scrillo da Situai [p. 1082 modifica]

  • «82 LIBRO

se Leodrisio fu esiliato dalla sua patria, non è maraviglia che di lui più non si trovi menzione ne’ monumenti di essa dopo il 1463; eh* egli costretto dalla necessità accettasse il posto di abbreviatore, benchè inferiore a quelli che avea prima occupati, e che il Filelfo non temesse di offender lo Sforza, nel caricare di villanie il suo avversario. Quanto poi al diverso carattere del Crivelli, che ci fa il Filelfo, da quello ch’esser doveva in un uomo onorato di sì cospicui impieghi, la maldicenza di quello scrittore,.e l’insigne impudenza da lui usata più volte, ci può far dubitare ch’egli abbia o finte in gran parte, o esagerate almeno non poco le cose che gli oppone. In fatti Giovanni Sitone di Scozia, uomo nella genealogia milanese versato quant’altri mai, afferma, come osserva il medesimo Sassi, di non aver trovata menzione che di un sol Leodrisio Crivelli in tutte le carte di questo secolo, e un sol Leodrisio parimente si rammenta dal Fazio, che ne loda assai l’eloquenza, e ne accenna la Storia di Francesco Sforza De Viris ill. p. 15). Quindi, finchè non si producano più validi raoa1 27 di febbraio del 14^9i con cui ne accompagna un altro pel duca di Milano; e un altro ne ha ancora allo stesso duca scritto da Mantova a’ 7 di luglio , in cui dice: Vvnil ad nos dilectus filius Loysius Cribellus (che sembra lo stesso che Leodrisio) civis luus Medio- , lancmis, quem consuetudine nostra Libenler nudivimut aìque audimus; e siegue dicendo che il Crivelli aveagli presentato un suo opuscolo, e che come egli era pien di ossequio pel duca, così e per ciò e per la sua virtù meritava di esser da lui amato e favorito. [p. 1083 modifica]TERZO I o83 munenti, io inclino a credere che un solo scrittore di questo nome si debba ammettere, e a lui attribuire le opere tutte che abbiamo sotto un tal nome, e tutte le cose che di un Leodrisio Crivelli si narrano a quell’età. Della sopraccennata contesa eli’ egli ebbe con Francesco Filelfo, nata dal difender che il primo fece il pontefice Pio II, dal Filelfo indegnamente oltraggiato, non giova il dire più a lungo, avendone già abbastanza parlato il Zeno e il Sassi. Quando e dove ei morisse, non ne trovo vestigio. LI. Più ampiamente prese a trattare lo stesso argomento Giovanni Simonetta fratello del celebre Cicco da noi altrove lodato. In trentun libri ei descrisse le imprese di quel gran principe dall’anno 1423 fino al 1466 che fu l’ultimo della vita del duca Francesco. Egli è storicoesatto e sicuro; perciocchè venuto al servigio di esso l’anno 1444 appena mai gli si era staccato dal fianco, e perciò narra cose delle quali comunemente era stato ei medesimo testimonio. Lo stile ancora ne è elegante ed ornato, e congiunto a un’eloquenza e ad una precisione a que’ tempi non ordinaria. Ei fu carissimo non men che Cicco suo fratello a quel duca , e gli servì nell’impiego di segretario con sì buon nome, che non v? ha fra gli storici di quell’età chi non ne dica gran lodi, e.fra essi dee annoverarsi il Filelfo, il qual certo non era l’uomo più facile a far elogi. Ei fu parimente accettissimo e a Galeazzo Maria figliuolo, e a Giangaleazzo Maria nipote di Francesco , e a quest’ultimo dedicò la sua Storia. Ma [p. 1084 modifica]io84 LIBRO la sua fedeltà medesima verso il suo principe gli fu fatale. Quando Lodovico Sforza si usurpò il dominio , Cicco e Giovanni, costanti nel loro attaccamento al legittimo loro sovrano, furono per ordine di Lodovico arrestati e inviati prigioni a Pavia l’anno *479» ovc Tanno seguente, decapitato Cicco, Giovanni fu rilegato a Vercelli (Corio, Stor. di MiL ad an. 1479» 1480), e probabilmente ei dovette la vita alla sua Storia medesima, vergognandosi Lodovico di dannare a morte chi avea renduto sì celebre il nome di suo padre. Par nondimeno el11 ei tornasse poscia a Milano, poichè se ne vede il sepolcro nel tempio di Santa Maria delle Grazie. È probabile clT ei morisse nel 11? poi~ chè in quell1 anno ei fece il suo testamento. Altre notizie intorno a Giovanni si posson leggere presso il Muratori (Script. Rer. ital. vol. 21, p. 167) che ne ha pubblicata di nuovo la Storia , più altre volte già uscita in luce, e presso il Sassi (Ili st. tjpogr. mediol. p. 203, ec.), e T Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 2, pars 2 , p. 3169)... LII. Mentre questi scrittori illustravano co’ loro libri le gesta degli Sforzeschi, Giorgio Merula salendo a’ tempi più antichi si diede a ricercare 1’origine e a narrare le imprese de’ Visconti loro predecessori. Di lui ancora hanno lungamente parlato il Sassi (l. c. p. 197), l’Argelati (l. c. p. 2134) e Apostolo Zeno (l)iss. voss. t. 2, p. 62) ,• e io perciò ne accennerò solo ciò che è più importante a sapersi, rimettendo a’ suddetti scrittori chi pur ne brami più copiose notizie. Giorgio era natio della [p. 1085 modifica]TERZO Io85 città d’Alessandria detta volgarmente della Paglia; ed era della famiglia dei Merlani, il qual cognome per vezzo di antichità fu da lui cambiato in quello di Merula. Ebbe a suoi maestri nella greca e nella latina favella Francesco Filelfo e Gregorio da Città di Castello. La mag-. gior parte di sua vita passò insegnando lettere umane or in Venezia, or in Milano, cioè, secondo i computi di Apostolo Zeno, dal 1454 fino al 1464 in Milano , poscia fino all’anno 1482 in Venezia , indi di nuovo in Milano (fino al 14i)4 in cui finì di vivere. Parmi però, che un tal computo soffra difficoltà da ciò che il Minuziano scolaro del Merula afferma nella prefazione premessa alla prima edizione della Storia de’ Visconti, cioè che il Merula la maggiore e la miglior parte di sua vita passò tenendo scuola in Venezia: viri eruditissimi, quos ex remotissimis terrarum partibus , nedum ex universa Italia , Georgii fama... Venetias attrahebat , ubi majoretti melìoremque vi toc partern... docendo commentandoque transivit. Or, secondo il Zeno, egli sarebbe’ vissuto più anni in.Milano cliein Venezia, cioè ventidue nella prima città, diciotto nella seconda. È certo però, che il secondo soggiorno da lui fatto in Milano fu di dodici anni, cioè appunto dal i.j8a fino al 1494, come afferma Tristano Calchi nella prefazione alla sua Storia di Milano, il quale aggiugne ch’ei fu colà richiamato per opera di Lodovico il Moro , sì per tenere pubblica scuola, sì per formare la Storia di quella illustre città. La scuola però fu da lui tenuta almen per qualche tempo in Pavia; perciocché Tir a boschi, Voi. Vili. 38 [p. 1086 modifica]io*86 LIBRO negli Atti di quella università all’anno si accenna questo decreto: LiteracJàvore D. Georgii Merulae Lectoris Rhetoricae pro ejus Historia Vicecomitum augmentum salarii et encomium. Di questa storia aveasi già da gran tempo la prima decade, che giunge fino alla morte del gran Matteo, e che più volte è stata data alla luce. I quattro primi libri della seconda , ne’ quali il Merula giunge fino alla morte di Azzo, sono stati per la prima volta pubblicati in Ali Inno non sono molti anni per opera del ch. proposto Irico (Script. Rer. ital. vol. 25, p. 71). Egli è storico, quanto allo stile, elegante e colto; e sembra ancor talvolta dotato di buona critica nel confrontare che fa tra loro i sentimenti diversi di diversi scrittori. Ma nondimeno in ciò che appartiene all* origine de’ V isconti, egli ha troppo leggermente adottate le antiche favole intorno a’ conti d’Anghiera, e in più altre occasioni è caduto in gravissimi falli, del che il Calchi or mentovato, che l’ebbe a maestro, afferma di aver udito lui stesso dolersi talvolta , accusando la mancanza di monumenti e di lumi in cui si trovava. Mi si permetta però il proporre qui un mio dubbio su’ libri poc’anzi accennati della seconda decade. L’editore ci assicura ch’essi son lavoro del Merula, ed io son ben lungi dal dubitare che il codice di cui egli ha usato, non ne porti in fronte il nome. Ma io rifletto che il Merula nell’argomento premesso alla sua Storia, in cui ne accenna il contenuto, così, conchiude: Haec omnia complexi Antiquitatem Vicecomitis in Matthaei morte tenninamus. 11 che pare che ci indichi clic [p. 1087 modifica]TERZO I087 più oltre non volesse avanzarsi. Innoltre Tristano Calchi, che fu destinato a continuarne la Storia , dice nella sua prefazione ch’egli avea cominciato a scrivere de’ figliuoli e de’ nipoti di Matteo: Sic filios et nepotes Mattinaci / icecor mitis traclare coepi. Non sapea dunque il Calchi che il Merula proseguita avesse la Storia dopo la morte ancor di.Matteo. Io però non ardisco decidere su questo punto; e ognuno per me ne creda come meglio gli piace. Questa Storia, qualunque ella sia, non è forse il lavoro che maggior fama abbia ottenuta al suo autore. Ei fu un di coloro che con più fatica si adoperarono a disotterrare le opere degli antichi scrittori, e ad illustrarle con note. Ei fu il primo a darci insieme congiunti i quattro scrittori latini d’agricoltura, Catone, Varrone, Columella e Palladio , che colle sue annotazioni pubblicò in Venezia l’anno 1472 Ei fu il primo ancora a pubblicar le Commedie di Plauto nella stessa città e nello stesso anno, dietro alla qual edizione ne avvenner più altre, e quelle singolarmente di Trivigi nel 1482 e di Milano nel 1490, riveduta e corretta da Eusebio Scutario vercellese scolaro del Merula , de’ cui studj ragiona il sopraccitato Sassi (l.c.p. 198). Le Satire di Giovenale, gli Epigrammi di Marziale, le poesie d’Ausonio, le Declamazioni attribuite a Quintiliano, ed altre opere somiglianti furono o da lui primamente date alla luce , o illustrate co’ suoi comenti; e a lui par che debbasi attribuir la scoperta di moltissimi codici fatta nel monastero di Bobbio l’anno 14947 di cui parla il Volteranno (Conine. Urbana [p. 1088 modifica]I088 LIBRO l. 4)- Tradusse ancora dal greco le Vite di Traiano, di Nerva, di Adriano scritte da Sifilino abbreviator di Dione. Ne abbiamo finalmente alle stampe un’altra operetta storica intitolata Bellum Scodrense , in cui descrive l’assedio che i Turchi posero a Scuteri nel 1474? oltre più altre , di cui non giova il parlare, e il cui catalogo si può vedere presso i mentovati scrittori. Tra essi il Zeno ha prodotti gli elogi con cui ne han parlato molti de’ più dotti uomini che allor vivessero, da’ quali il Merula è detto uomo fi’ ingegno, di studio, d’erudizion non volgare. Ma a tali elogi andaron congiunte ingiurie e villanie in buon numero. Avea il Merula il difetto del secolo, cioè di voler essere il solo uom dotto, e di credersi incapace di errare, e perciò rivolgeasi contro chiunque mordevalo , e talvolta ancor provocava chi non avealo mai oltraggiato. Abbiam già altrove accennata la lite eh* egli ebbe con Galeotto M arzio pel trattato De. Homine che questi avea pubblicato. Il Filelfo, che pur eragli stato maestro , e che era presso il Merula in altissima stima, ardì di riprenderlo, perchè avesse scritto Turcas invece di Turcos. E questo bastò perchè due sanguinose lettere ei pubblicasse l’an 1480 contro lo stesso Filelfo. Domizio Calderini avea mostrato in qualche modo di sospettare che il Merula non sapesse di greco, e questi perciò diede in luce una fiera critica de’ Comenti dallo stesso Calderini divolgati sopra Marziale {a). Ma più calda contesa egli (a)!l Marchand ha apposta al Merula una grave [p. 1089 modifica]TERZO 1 o8() ebbe col Poliziano. Questi ne’ suoi Miscellanei avea lodato il Merula antiponendolo apertamente al Calderini, ma insieme in alcune cose aveane combattuto il parere. Il vedersi antiposto al suo odioso rivale non ebbe tal forza, che maggior dispiacere non provasse il Merula in vedersi combattuto dal Poliziano. Contro di lui adunque si volse, e corser su ciò tra essi più lettere, le quali tra quelle del Poliziano sono stampate { l. 11, ep. 1, 2). Esse non son certamente molto onorevoli al Merula, il qual ci si scuopre pieno di ambizion letteraria , e ardito disprezzatore di un uom sì dotto, qual era il Poliziano. Questi al contrario sembra un gigante, il qual si ride di un cagnolino che gli si scaglia contro inutilmente abbaiando. Jacopo Antiquario e Lodovico il Moro si adoperarono invano a sopir tal contesa, la quale non ebbe fine che colla morte del Merula avvenuta nel marzo del 1 4sj4* Q,iesl- vicino a morire mostrò desiderio di riconciliarsi col suo avversario, e ordinò che si cancellasse da’ suoi seri Iti letteraria accusa, tacciandolo di aver nominata barbaro ritrovato la stampa (I/ut. de l1 lniprùn. p. cjo) , e 1« stesso avea poscia asserito anche M« Mercier (Sappi, à I Hist de rimprim. p. t)0)..’a questo secondo esatto e sincero scrittore lia poscia avvertito die non sono state ben intese le parole del Merula nella prefa rione adì Scrittori d’Agricoltura da lui pubblicali, e eh’egli detesta solamente 1 abuso e la temerità di alcuni, i quali facevano edizioni guaste c corrotte (Lei’ere à tura. le.* A ut e tir x du Jotirn. des Stivarti , p. 8). Pareva di fatto impossibile che uno il quale si grand’uso avea fatto della stampa, Volesse contro esa si duramente scagliarsi. [p. 1090 modifica]

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ciò clic vi avea contro di esso inserito. A ciò nondimeno opponevasi il Poliziano, il quale anzi bramava che ogni cosa si pubblicasse, qual dall’autore era stata lasciata. Ma il Moro, per togliere ancor la memoria di tal contesa, non volle, e sotto pretesto che pochissimo fosse ciò che il Merula avea scritto in tale argomento , ordinò che tutto fosse soppresso. LIII. Se abbiam riguardo al titolo elf ei pose in fronte alla sua opera, Donato Bossi nobile milanese avrebbe dovuto aver luogo tra gli scrittori di cronache. Ma egli benchè si prefigga di darci una Cronaca generale, si vede però, che prende di mira singolarmente la storia della sua patria, e questo perciò ci è sembrato il luogo più acconcio a parlarne. Ci ha lasciata egli stesso memoria dell’anno e del giorno in cui nacque, cioè a’ 5 di marzo del 1436 (Chron. ad h. a.). Esercitossi, come egli stesso racconta nell’esordio della sua Cronaca , nel trattar le cause nel foro, e nell1 ore cbe questo impiego lasciavagli di riposo, nello spazio di 15 anni scrisse la sua Cronaca dalla creazione del mondo fino al 1492 in uno stile semplice, come le altre opere di tal natura, benchè alquanto meno incolto, e lodato perciò da Matteo Bosso con una sua lettera prodotta ancora dall’Argelati (Bibl. Script mediol, t. 1, pars 2, p. 211) e dal Sassi (Hist typogr. mediol. p. 342). Egli ancora ha le sue favole, ove tratta di cose antiche. La genealogia però de’ Visconti è presso questo scrittore assai più esatta che non presso altri; e generalmente parlando, ei si mostra uomo non privo di critica / [p. 1091 modifica]TERZO I 09I c di buon senso. Alla Cronaca ha aggiunta la serie degli arcivescovi di Milano fino all’an 1489, la quale però riguardo a’ tempi più antichi non è molto esatta. Quest' opera fu data alla luce nel 1492 e dopo questa prima edizione niu111 altra più se u' è l’atta, benché ella pur fosse degna assai più di molte altre di uscir di nuovo in pubblico. Nulla sappiamo delle particolari circostanze della vita da lui condotta, ed è incerto ancora in qual anno ei morisse. L1V. Tutti questi scrittori avean distese le loro storie in lingua latina. Un altro ne ebbe Milano, che accintosi a formare una nuova e più diffusa Storia della sua patria , volle in ciò usare della lingua italiana. Ei fu Bernardino Corio, uomo per nobiltà di stirpe e per onorevoli impieghi illustre, ma più ancora per l’opera che ci ha lasciata. Ei nacque agli 8 di marzo del 1409, come egli stesso racconta (Hist ad h. a.), nominando sette nobilissimi personaggi che intervennero al suo battesimo; e nel 1474 egli era già cameriere del duca Galeazzo Maria (ib. ad h. a.). Nella prefazione alla sua Storia e nel decorso della medesima (ad a. 1 485) narra che 1* anno 1485 essendo travagliata la città di Milano da grandissima pestilenza, egli, ritiratosi in villa, prese a scrivere la detta Storia per comando di Lodovico il Moro, il quale ancora a tal fine gli assegnò un annuale stipendio; e che con fatica insieme e con ispesa non ordinaria continuò in tal lavoro fino al 1502, e terminolla poscia, come avverte nel fine di essa, a’ 25 di marzo del 1503. In quest’anno medesimo ella fu data alle stampe, l [p. 1092 modifica]109a LllìttO «* questa prima edizione è di una singolare magnificenza. Paolo Giovio racconta (in £ log:) clic avendola egli fatta a sue proprie spese, ne ebbe non leggier danno, il che però io non so su qual fondamento da lui si asserisca. Ei certo non si mostra nel parlare del Corio molto bene istruito; perciocchè dice che esso morì prima di giugnere al sessantesimo anno, dappoichè i Francesi furon signori di Milano, per dolor conceputo nella disgrazia del duca Lodovico Maria e del Cardinal Ascanio Sforza di lui fratello; perciocchè il Corio non potea giunger dappresso al sessantesimo anno, se non vivendo fino verso il 1518, e la prigionia del duca e del cardinale era avvenuta fin dal 1500, e il secondo, ricuperata presto la libertà , era poi morto nel 1505. Quindi o il Corio non morì per dolore delle loro sventure, o morì prima de’ cinquanta non che de’ sessant’anni. L’Àrgclati avverte (Bibl. Script, mediol, t. 1, pars 2 , p. 466) che da una carta del 1513 si raccoglie che il Corio in quest* anno ancora vivea, e che avea la carica di decurione; e credo perciò probabile ciò che altri hanno affermato , cioè eli’ ei morisse circa il 1519 Ma a me sembra che la morte del Corio si debba anticipar di più anni. Tra le poesie di Lancino Corti milanese di questi tempi due ne abbiamo, nelle quali si fa menzione del Corio, e che da ninno, clic io sappia , sono state.sinora avvertite. Il Corti era stato dapprima grande amico del Corio, e aveane fatto pubblicare l’an 1502 un dialogo italiano contro l’amore, di cui parlano il suddetto [p. 1093 modifica]TERZO 1093 Àrgelali e il Sassi (Hist. tipogr. mediol, p. i io). Ma poscia per non so qual ragione nacque tra loro un’ostinata discordia, di cui ci son pruova i due indicati epigrammi. Nel primo accenna un tradimento che il Corio avea ordito contro il suo cognato: Uxoris fratrem Corius cur prodidit? Illi Ille prius sua, se, ac omnia prodiderat. L. 15 Epig. p. 68. La moglie del Corio era Agnese Fagnana. Ma chi fosse il fratello di Agnese, e come ei fosse tradito dal Corio, io non ho indicio a conoscerlo. Nel secondo epigramma fa il Corti l’epitaffio del Corio, accenna di nuovo il tradimento or mentovato, biasima e morde la Storia da lui composta, e sembra indicare ch’ei morisse in Roma esule dalla patria. Ma questo epigramma è sì oscuro, che non è facile l’accertarne talvolta il senso. Epi. Bernardini Corii Mediolanen. Annalium inversor fide obvia impingens , Cum patria qui prodidit gregem agnatum, Et fulcro iniquus sanguini suo jniunxit, Idem ille amici qui obfuit sub umbra , omne Ut proditorum excederet genus, tandem et Se prodidit, factusque inops , vagus, diris Mentem scelestam urgentibus, sui ipse exul, Igni ac aqua interdictus, impiam halavit Animam; solum corpus recusat: tybris Patens vorago sordium expuit: monstrum hoc Corium esse liei nardinum habes ne? atra monstrum Quod omnia ad tormenta tartari pendet. Ib. p. 84. » Io sono totalmente all’oscuro de’ fatti che qui [p. 1094 modifica]1094 LIBRO si accennano, e desidero che si consultino da chi ne ha l’agio i monumenti milanesi di questi tempi, per rischiarar questo punto. Ma quanto all’epoca della morte del Corio, il Corti, che gli ha fatto il surriferito epitaffio, morì nel 1511, come afferma l’Argelati (l. cit p. 542) provarsi da una lettera di Jacopo Antiquario, il qual pure morì nel 1512. Era dunque anche il Corio già morto, quando il Corti finì di vivere. Ma che direm noi della carta del 1513 accennata dall1 Àrgelali? Forse ivi si nomina un altro della stessa famiglia e del medesimo nome; forse è corso qualche errore nell’anno. Checchè ne sia, noi troviamo su ciò dei nodi difficili a sciogliersi senza un più esatto studio delle memorie di quell’età (*). Or tornando alla Storia, ella è scritta in lingua italiana, ma assai rozza, e accostantesi molto al latino, secondo il costume d’allora. Ne' tempi antichi egli ancora è scrittor favoloso. Ma quando viene (*) Il dubbio qui da me proposto, che forse due Bernardini Corii vivessero al tempo stesso in Milano, cambiasi in certezza coll’autorità di un codice che si conserva in Milano presso il sig. abate don Carlo de’ marchesi Trivulzi. Contiensi in esso la nota de’ beni che si mettevano alle grida in Milano; e all’anno 1491 si legge: Spectabilis Domina Agnes de Fagnano filia quondam Domini Franc.iscì et uxor spectabilis Domini Bernardini de Coyris porte Vercelline Parochie SS. Naboris et Felicis , ec. E questi è lo storico ch’era figlio di Marco. E all’anno 1499 si legge; Dominus Bernardinus de Coyris filius quondam Domini Johannis porte Verrei line Parochie Monasterii Novi Mediolani. Par nondimeno che l’epitaffio del Corti appartenga allo storico , come ci mostra quell’espressione: Annalium inversor. [p. 1095 modifica]TERZO!Oq5 a que’ tempi, ne’ quali da pubblici archivi, che gli furon aperti, ha potuto raccogliere le opportune notizie, egli è scrittore esattissimo, minuto talora fino all’eccesso, e diligente nel corredare la Storia di molti autentici monumenti che la confermano e la illustrano mirabilmente. Ella fu poi ristampata più altre volte, e intorno a queste diverse edizioni, e ai cambiamenti che il Porcacchi singolarmente in quella del 1565 a suo capriccio vi ha fatti, degne sono da leggersi le osservazioni di Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 2, p. 276). Di questa Storia e dell’autore di essa parla con molto disprezzo il Vida nelle sue Orazioni in favore de’ Cremonesi. Ma egli è stato difeso con un’Apologia che ne ha pubblicata l’anno 1712 il P. Giampaolo Mazzucchelli Somasco. Alla Storia di Milano va unita una compendiosa Storia degli Impcradori da Giulio Cesare fino a Federigo Barbarossa, opera del medesimo Corio, di cui ancora si hanno inediti due libri delle Vite d’uomini illustri. LV. L’ultimo tra gli storici milanesi di questo secolo riguardo al tempo, ma il primo riguardo a’ pregi e alle doti che proprie sono di uno scrittore, fu Tristano Calchi. Egli era parente del celebre Bartolommeo Calchi da noi mentovato con lode nel primo libro, e che da lui vien detto fitmiliae no strac decus et diluitati s rncae auctor (praef. ad Hist), e secondo i monumenti accennati dall’Argelati (l. c.p. 425) era nato circa il 1462. Ebbe a suo maestro Giorgio Merula, di cui egli parla con molta lode. Poichè questi fu morto nel 1494 lasciando [p. 1096 modifica]/

  • 9^ LIBRO

imperfetta la sua Storia, non essendosi per lo spazio di due anni offerto alcuno a continuar quel lavoro, Bartolommeo Calchi la addossò a Tristano, il quale poc’anzi erasi adoperato nel riordinare la biblioteca che era in Pavia, ed era perciò ben versato ne’ monumenti dei Visconti , che ivi in gran parte si ritrovavano. Ei prese dunque a continuare la Storia del Merula, e cominciò a scrivere de’ figliuoli e de’ nipoti del gran Matteo. Ma essendosi poi con diligente esame avveduto che la Storia del Merula era troppo mancante e troppo ingombra di errori, perchè non avea avuta la sorte di attingere a buoni fonti, credette miglior consiglio il formarne una nuova. Tutto ciò narra egli stesso nella sua prefazione. Ciò che in essa mi fa maraviglia, si è che avendo il Corio fin dal 1485 cominciato a stender la sua Storia, e dovendo ciò esser ben noto al Calchi, poichè il Corio scriveala per ordin sovrano, egli però non ne fa pure un cenno. Ma più strano ancora mi sembra che essendo la Storia del Calchi di gran lunga migliore di tutte f altre ^ ella non abbia mai veduta la luce fino all’anno 1628 in cui per la prima volta fu pubblicata in Milano. Ne uscirono allora i primi venti libri, ne’ quali egli dalla fondazione della città scende fino all’anno di Cristo 1313. Poscia nel 16.{3 per opera del Puricelli ne venner in luce due altri, co’ quali conduce la Storia fino al 1323, nè pare che più oltre ei si avanzasse, prevenuto forse dalla morte. A questi due ultimi libri vanno congiunti tre opuscoli dello stesso Tristano, nel primo de’ quali scritto nel 1489 descrive le nozze di [p. 1097 modifica]TERZO I097 Giangaleazzo Alaria Sforza con Isabella d1 Aragona; nel secondo scritto nel 1491 quelle di Lodovico il Moro con Beatrice d’Este, e di Alfonso d’Este con Anna nipote di Lodovico; nel terzo scritto nel 1494 quelle dell’impcrador Massimiliano con Bianca sorella del duca Giangaleazzo Maria. Questa Storia, come si è accennato, è una delle migliori che abbiamo fra le scritte a que’ tempi, e la critica è assai più esatta che non potrebbe sperarsi. Lo stile ancora ne è elegante e grave; e io sono ben lungi dal sentimento del Clerc, il quale dice (Bibl. choisie, t. 5, p. 22) che il Calchi scrive men bene del Merula. Ei fu avuto in gran pregio non solo dagli Sforzeschi, ma ancora dal re di Francia Luigi XII, da cui fu,scelto a suo segretario, come pruova il Puricelli nella prefazione premessa a’ due succennati libri; il qual dimostra ancora che il Calchi morì tra ’1 1007 e il 15i(3, benché non si possa precisamente determinare in qual anno. Alcune altre operette ne annovera 1 Argelati (Bibl. Script, mediol. t. 1, pars 2, p. 427), ej fra le altre, l’edizione che a lui dobbiamo dell’operetta di Censorino intorno al*Dì natalizio, ch’ei pubblicò l’anno 1503. Due lettere a lui scritte dal Poliziano (l. 4, ep. 5,6) ci fan vedere eli’ ei dileltavasi di andar ricercando gli antichi autori, e che godeva l’amicizia di quell’elegante scrittore, di cui infatti era ben degno. LVI. Nulla meno fecondo di memorabili avvenimenti fu il regno di Napoli, e nulla perciò minore fu il numero dei valorosi storici [p. 1098 modifica]I0(8 LIBRO el11 esso ebbe, singolarmente a’ tempi del re Alfonso splendido protettore de’ dotti. Io non farò qui menzione di Lorenzo \ alla, di cui abbiamo tre libri dei Fatti di Ferdinando re d’Aragona padre del suddetto re Alfonso; poichè di questo scrittore sarà luogo a parlare ove tratterem de’ gramatici. Bartolommeo Fazio fu il primo che prendesse a scriver la Storia di quel gran principe , ed il primo perciò, che debb’esser qui nominato. Il sig. ab. Mehus ne ha scritta eruditamente la Vita premessa all’opera del medesimo Fazio De Viris illustribus da lui pubblicata in Firenze colla data di Colonia; e molte notizie già aveacene date Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 1, p. 62, ec.). Egli era natio della Spezia nella Riviera orientale di Genova, ed avea avuto a suo maestro il famoso Guarin veronese, di cui perciò parla sovente con molta lode. Lorenzo Valla implacabil nemico del Fazio, come fra poco vedremo, fra le altre cose gli rimprovera la viltà della nascita (Jiwect. inBart. Factum, Op. p. 460, ed. Basil. 1540), dicendo ch’egli era figlio di un calzolaio de’ marinari della Spezia, e che questi lo pose dapprima a servire presso la famiglia degli Spinola. Forse ciò è vero; ma il Valla è scrittore di cui si può sospettare che abbia seguita la passione più che la verità. È certo però, che per qualche tempo ei fu in Genova, coni’ egli stesso afferma in una sua lettera (Post l. de / iris ili. p. 84), ove, secondo il Valla (l. c. p. 46») ei cominciò a scriver la Storia della guerra di Chioggia, che finì poscia più anni dopo. Ei [p. 1099 modifica]TERZO IO99 passò quindi alla corte del re Alfonso, da lui invitato, e accolto con onorevoli distinzioni, ma non sappiamo precisamente in qual anno, e ivi soggiornò il rimanente della sua vita (*). Ei morì nel novembre del 14^*7 5 bitomo alla qual epoca veggansi le osservazioni del Zeno, che confessando di avere dapprima in ciò errato, mostra ancora eli’egli avea già conosciuto e corretto il suo errore, e si duole perciò dell’ab. Mehus che ne avverte il fallo, e ne tace la correzione. Amendue questi scrittori ci han dato un esatto catalogo delle opere del Fazio, sì pubblicate che inedite. Tra le prime sono i dieci libri de’ Fatti del re Alfonso stampati la prima volta nel 1560, la Storia della guerra di Chioggia cominciata nel tra i Veneziani e i Genovesi, con altre operette storiche, alcune però delle quali non han mai veduta la luce. Ei fu un de’ primi a illustrare la storia letteraria de’ tempi suoi scrivendo gli elogi poc’anzi accennati degli uomini illustri, singolarmente in lettere, dei quali assai spesso in quest1 opera abhiam fatta menzione. A questi elogi l’abate Mehus ha aggiunte ancora alcune lettere finallora non pubblicate del Fazio (**). Due operette (*) 11 Fazio fu ancora per qualche tempo in Firenze, alfine di studiarvi la lingua greca , e abbiamo due lettere di Antonio Panormita (Epist. p. d, ed. Veti. 15’3), colle quali il raccomanda a Carlo Aretino e a Niccolò Niccoli, e ne dice loro gran lodi. (**) Alcune lettere di Bartolommeo Fazio sono state pubblicate di fresco (Bibl. Al SS. S. Michael. Venet, p. 372, ec.), che potranno arrecar nuovi lumi a chi voglia scriverne più minutamente la Vita. [p. 1100 modifica]lioO LIBRO morali inoltre se ne hanno alle stampe, la prima De hamanae vi tue felicitate, la seconda De excellentia ac praestantia hominis. Un poemetto latino finalmente da lui indirizzato a Giannantonio Campano ha veduta di fresco la luce (Anecd. Rom, t. 3, p. 425). Egli ebbe lunghe ed ostinate contese col Valla, alle quali diede origine principalmente la vicendevole lor gelosia di ottenere il primo grado di onore e di stima presso il re Alfonso, e il vicendevole criticar ch’essi fecero le loro opere. Quindi vennero i quattro libri d’Invettive del Valla contro il Fazio, e i quattro del Fazio contro il Valla, i quali secondi però sono per la più parte inediti, trattine due frammenti che non ha molto han) veduta la luce (Miscell. di varie Opere, Ven. 174^? 71 P- 334). Finalmente egli era ancora assai dotto nella greca lingua, e ad istanza del medesimo re Alfonso tradusse di greco in latino la Storia di Alessandro scritta da Arriano da Nicomedia, la qual traduzione pure è stata stampata , rimanendo inedita al contrario quella fatta già dal Vergerio, di cui abbiamo poc’anzi fatta menzione. Lo stile del Fazio è comunemente colto ed elegante, singolarmente se si paragoni a quello della maggior parte degli altri scrittori che vissero nella prima parte di questo secolo. LVn. Lo stesso re Alfonso somministrò argomento di storia ad Antonio Beccadelli, detto comunemente dal nome della sua patria il Panormita, e talvolta ancora appellato Bologna, perchè da questa città era oriunda questa famiglia. Il Mongitore (Bibl. sicula, t. 1, p. 55, ec.); [p. 1101 modifica]TE11ZO 1 I o I Apostolo Zeno (D/ss. voss. t. i, p. 3o5, ec.) e il dottore Domenico Schiavo (Opusc. Sicil. t 217) son quelli che di lui ci han date più ampie e più copiose notizie, alle quali però potremo forse aggiugnere ancor qualche cosa. Ei nacque in Palermo da Arrigo Beccadelli l’anno 13t)4 e i primi studj in patria, fu inviato circa il 1420 per pubblico ordine all’università di Bologna colf annuo assegnamento di sei once. Ivi afferma il Mongitore clipei prese la laurea nelle Leggi. E infatti da una delle invettive del Valla contro il Fazio raccogliesi che il Panormita usava di dirsi dottore (Op.p. 630). Il Valla però nega costantemente el11 egli avesse mai ricevuto tal grado d’onore. Ma basta egli un tal testimonio a farcene fede? Quanto tempo si trattenesse Antonio in Bologna, non abbiamo indicio a conoscerlo. La prima delle sue lettere che si hanno alle stampe, ci mostra ch’ei si offerse al servigio del duca di Milano Filippo Maria Visconti; e questi veramente lo accolse, e se lo tenne in corte con sommo onore , e con lauto stipendio di 800 annui scudi d oro, come si prova dal dottor Sassi (praef. ad Hist. typogr. mediol. p. 6) e dal Zeno. Il Giovio aggiugne (in Elog) che il Panormita tenne scuola di storia a quel principe. Ei fu innoltre professore di belle lettere nell’università di Pavia, e il veggiam nominato negli Atti di quella università del 1430, benchè probabilmente ei soggiornasse allora in Milano. Il Zeno da una lettera del Filelfo al Panormita (l.2, ep 9) dimostra infatti che questi era in Milano nel 143a. Tiraboschi, Voi Vili. 29 [p. 1102 modifica]1102 LIBRO Al clic io posso aggiugnere ch’egli era certamente in Pavia nel 1.03, quando giunse colà Ciriaco d’Ancona3 perciocchè lo Scalamonti, nella Vita di questo celebre viaggiatore altrove citata, afferma ch’egli venuto nel detto anno in Pavia, ivi accompagnato dal Panormita, vide il sepolcro di S. Agostino, e quel di Boezio. E appunto in quell’anno troviamo negli Atti di quella università, che a’ 29 di marzo ei fu eletto a professor di rettorica. Circa questo tempo medesimo egli ebbe l’onore della corona poetica per mano dell’imperador Sigismondo, come pruova il Zeno coll’autorità del Fazio. E ciò fu probabilmente nel 1432, nel qual anno Sigismondo si trattenne più mesi in diverse città della Lombardia. In fatti il Valla, che non lascia passar occasione di mordere il suo avversario, dice (Op. p. 630) che il Panormita ottenne da Guarnieri Castiglione, il quale dovea andarsene a Parma all’imperador Sigismondo in nome del duca di Milano, che il conducesse seco, affine di ottener con tal mezzo, come gli venne fatto, di esser coronato poeta. Non è parimente ben certo quando egli passasse a Napoli. Ma lo stesso Zeno da un’altra lettera del Filelfo (ib. ep. 30) raccoglie eli’ei già vi era nel 1436. A me sembra assai verisimile che quando il re Alfonso nel 1435 fu condotto prigione a Milano, e vi riebbe tra poco la libertà, conosciuto il Panormita, seco il conducesse. E quanto a quest’epoca, un’orazione dal Panormita recitata in nome ancora di un suo fratello al re Alfonso, e di cui il Zeno recita un tratto, ce la rende ancor più probabile. In essa [p. 1103 modifica]TERZO 1 (03 ei dice clic per quindici anni si è andato aggirando per le università più famose d’Italia: Fapia enim, Placentia, Bononia, Fatavi uni, nos ternis lustris his artibus disciplini sepie dcditos viderunL Or s’ei venne in Italia nel 1420, i tre lustri ci conducono appunto al 1435. Egli d’allora in poi seguillo costantemente in tutti i viaggi e in tutte le guerre, e fu carissimo a (quel sovrano , da cui ancora fu ascritto alla nobiltà napoletana e al Seggio di Nido, arricchito di beni e di una dilettevole villa da lui detta Sisia, e onorato con ragguardevoli impieghi e con frequenti ambasciate. Di queste ci fanno testimonianza le diverse orazioni che ne abbiamo alle stampe, le quali ce lo mostrano ambasciatore d’Alfonso a’ Genovesi, a’ Veneziani, alfimperador Federigo III e ad altri principi. Morto il re Alfonso l’anno 1.408, nulla meno ei fu caro al re Ferdinando di lui figliuolo e successore, a cui pure servì nell’impiego di segretario e di consigliere. Giunto finalmente all’età di setlantasette anni finì di vivere in Napoli a’ 6 di gennaio del 1471 O* (*) Dopo la pubblicazione di questo tomo mi è riuscito di aver copia della rara edizione delle Lettere del Panormita stampate in Venezia nel 1553. Da esse molte altre particolarità ho raccolte della vita del loro autore, delle quali io accennerò qui le più importanti. Egli ebbe a moglie Laura Arcelli napoletana , e perciò a Francesco di lei fratello indirizzò la prima parte delle Lettere stesse, che contien quelle da lui scritte, mentre era al servigio del duca Filippo Maria Visconti. Era stato qualche tempo studiando in Bologna e in Siena, e indi passò a Pavia •, perciocché egli giunto a questa città scrive che da quelle altre due città aspettava i [p. 1104 modifica]1 I O.j LIBRO LVHI. Intorno alle opere del Panormita io non lio elie aggiugnere a ciò che ne han detto i sopracitati scrittori. I quattro libri de’ Detti c de1 Fatti del re Alfonso, di cui abbiamo più edizioni, c che furono fin d’allora illustrati con giunte e con note da Enea Silvio Piccolomini, e f opuscolo intitolato Alphonsi Regis triunisuoi libri (Episf. p. 38), e a Pavia egli passò per consiglio dell’arcivescovo di Milano Bartolommeo Capra da lui trovato in Genova, ove per non so quale occasione si era portato (ib. p. 7). In Pavia attese principalmente allo studio della giurisprudenza (ib. p. 38), e da questa città sono scritte per la più parte le lettere che ne’ primi quattro libri si leggono. Ma esse non han data, e son disposte senza alcun ordine, e perciò non se ne trae per la storia quel vantaggio che se ne potrebbe sperare. In una di quelle lettere ei parla a lungo della nobiltà della sua famiglia oriunda da Bologna , e de’ suoi illustri maggiori; e nomina principalmente Arrigo suo padre, che da Martino re di Sicilia era stato onorato delle divise di cancelliere ib. p. 47). Nomina nella stessa lettera un’altra sua moglie detta per nome Filippa (p. 74)1 che fu probabilmente la prima ch’egli ebbe, mentre era in Lombardia; poichè colla Laura Arcelli già nominata egli vivea, quando stava nel regno di Napoli. Parla di una sua orazione detta ai Genovesi (p. 89), che è quella probabilmente che si ha alle stampe, in cui gli esorta a guerreggiar contro i Turchi. Dopo le lettere vedesi nella mentovata edizione l’orazione da me accennata al re Alfonso: e il leggerla mi ha fatto conoscere che le mie congetture intorno al tempo e al luogo in cui Antonio la recitò, non erano ben fondate; perciocchè egli è evidente che fu da lui recitata in Sicilia, ove ei si era recato per rivedere i suoi. Più altre circostanze intorno alla vita dal Panormita si potrebbono indi raccogliere, se il timore di non estendermi troppo in queste mie giunte non me ne ritenesse. [p. 1105 modifica]TERZO IIo5 phus, che va ad essi unito, e in cui descrive il solenne ingresso di Alfonso in Napoli a’ 26 di febbraio del 1443 sono le opere storiche che ne abbiamo; e la prima, come afferma il Pontano (De Liberalitate), fu dal re Alfonso ricompensata con un dono di mille scudi d’oro. Egli avea ancor preso a scriver la Vita del re Ferdinando successore di Alfonso, ma di questa nulla ci è pervenuto. Se ne hanno ancora cinque libri di lettere (a), alcune orazioni , e alcune poesie latine , oltre più altre clic si giacciono inedite. Fra queste ultime è l’opera in versi intitolata Herniaphrotlitus, di cui si conservano pochi codici a penna in alcune biblioteche; opera che se ottenne in que’ tempi all’autore la fama di elegante poeta, gli recò ancora la taccia di scriltor lascivo ed osceno (ò). Poggio, che pur non era il più casto uomo del mondo, non potè a meno di non » (a) Non vuolsi ommettere che una raccolta delle Epistole del Panormita col titolo Antonii Panormitae Epistolae familiares et Campanae era già stata fatta in Napoli fin dal secolo xv, ma senza data d’anno. Di essa ragionano il P. Audifredi (Catal, rom. Edit. p. 174;) e il sig D. Jacopo Morelli (Bibl. Pinell. t. 2, p. Della vita e delle opere del Panormita veggasi ancora il Soria (Storici nap. t. 1, p. 72, ec.). (b) Si può vedere l’esatta descrizione che di uno de’ codici dell’Ermafrodito, cioè di quel che conservasi nella Laurenziana , ci ha data il ch. sig. canonico Bandini (Cat. Codd. lat. Bibl. Laur. t. 2, p. 106, ec.), il quale riporta i titoli di ciaschedun epigramma. Ei ne ha anche pubblicate alcune epistole inedite (t. 3, p. 606, ec.). [p. 1106 modifica]l»o6 LIBRO biasimamelo; e abbiamo ancora le lettere che intorno a ciò si scrisser Y un 1’altro (Poggii Op. p. 343, ec.). Antonio da Ro dell’Ordine dei Minori scrisse contro quel libro una lunga invettiva 7 che si conserva manoscritta nell’Ambrosiana (Sax. praef. ad Hist. typogr. mediol. p. 6), e un certo frate Mariano da Volterra certosino compose contro il medesimo un lungo poema, di cui avea copia a penna Apostolo Zeno. l)a’ pergami ancora si declamò contro questa opera, e S. Bernardino da Siena, e f Roberto da Lecce, se crediamo al Valla (Op. u. 3(4), in Milano, in Bologna, in Ferrara lo gittarono pubblicamente alle fiamme. Anzi egli aggiunge (ib. p. 543) che in Ferrara, mentre ivi era adunato in concilio, e in presenza del papa, e in Milano innanzi a un immenso popolo, il Panormita medesimo fu arso in effigie. Ma, come già abbiamo osservato, il Valla è testimonio troppo sospetto, e se dovessimo credere tutto ciò eli’ egli scrive contro del Panormita, non sarebbe mai stato al mondo l’uomo più scellerato; sì gravi sono i delitti ch’egli gli appone nelle sue Invettive contro del Fazio, e ciò perchè il Fazio era amico del Panormita. Cotali invettive son veramente libelli infami, che presso i saggi non debbono aver forza o autorità alcuna. E deesi osservare a qualche scusa del Panormita, ch’egli stesso ebbe poi pentimento e rossore di aver pubblicata quell’opera, come pruova il cardinale Querini , che ha data in luce parte di un epigramma, in cui esprime questi suoi [p. 1107 modifica]TERZO I 107 sentimenti (Diatr. ad Epist. Barb. p. 60) (a). L’amicizia ch’egli avea col Fazio, gli meritò da questo scrittore il magnifico elogio ch’egli ce ne ha lasciato nel suo libro degli Uomini illustri (p. 4)• Questo però potrebbe parer sospetto non men che le ingiurie del Valla. Io ne recherò perciò invece il giudizio di Paolo Cortese, scrittor dotto al tempo medesimo ed imparziale , che così ne dice (De Hom. doct. p. 28): In aliquo igitur numero fuit Antonius Panormita, homo doctus, et Juris bene peritus. Diligenter etiam satis loquutus est, et ut esset paullo politior, elegantiam sermonis Plautinam volebat imitari; sed ab eo aberat illa orationis integritas , ac sententiosa concinnitas: itaque sunt epistolae ejus languidiores. Fuit tamen perargutus Poeta, et illis temporibus non contemptus: nam is primus versus ad mensuram quandam numerosumque sonum revocavit; antea enim fractis concisisque numeris parum admodum versus a plebejis ry thmis differebant, quamquam ejus fere tota Poesis est obscena. Più severo ancora è il giudizio che ne ha dato il Giraldi, il quale, benchè confessi egli pure che il Panormita è scrittor faceto e piacevole, non sol ne riprende le oscenità, ma ne scuopre i difetti per modo, che conchiude non doversi esso dire nè buon poeta , nè buon oratore (7) Anche in una lettera allo stesso F. Antonio da Ro suo impugnatone, che ms. conservasi nella biblioteca di S. Maria del Popolo in Roma, dichiara il Panormila il dispiacer che prova per aver composti* quell’opera, dicendo fra le altre cose: Ncque ìfermaphroditus euiquam magis quam mihi ipsi odio est. [p. 1108 modifica]II08 LIBRO (De Poet. suor. temp. dial. 1). Deesi aggiugnere ciò che altrove abbiamo avvertito, del)’accademia da lui fondata in Napoli, e della sollecitudine da lui usata nel raccogliere libri, fino a vendere un podere per comprare un codice della Storia di Livio. LIX. Niuno di questi scrittori avea intrapreso a scrivere una storia generale di quel regno, ma si eran ristretti a trattare de’ principi a cui servivano. Pandolfo Collenuccio da Pesaro (*), benché forestiere e benché lontano da Napoli , distese in compendio la Storia delle cose in quel regno avvenute da’ tempi piò addietro fino a’ suoi, e la indirizzò al duca di Ferrera Ercole I, a cui tutte le sue opere furon da lui dedicate. Questo principe era stato allevato in Napoli alla corte di Alfonso; e perciò a ragione credette Pandolfo di offerirgli cosa che gli dovesse riuscire gradita. Ei la scrisse in lingua italiana, come dice il Giovio (in Elog.), perchè Ercole non sapea di latino; proposizione che mostrerem falsa altrove, ove diremo di qualche commedia latina da lui tradotta. Essa fu poscia volta in latino, e piò volte stampata in amendue le lingue. Lo stesso Giovio (*) Io dubito che quel Pandolfo Coldonese, di cui abbiamo alle stampe una curiosa operetta intitolata Philotino, in cui s' introducono a ragionare la Berretta e la Testa, e vi sopraggiugne in terzo il duca Ercole I di Ferrara, sia il medesimo che Pandolfo Collenuccio. Nella Biblioteca delf Hayin (ed. Milan. 1773, t.2, p. 376) se ne cita l’edizione di Bergamo fatta nel 15q4Ma una assai più antica ne ha questa biblioteca Estense fatta in Venezia per Niccolò Zoppino nel 1518. « [p. 1109 modifica]TERZO I|OQ racconta eh’egli ebbe la carica di potestà nelle più illustri città d’Italia, e che fu impiegato in molte ambasciate, nelle quali ottenne la fama di eloquente oratore. Fra le altre una ne sostenne in nome del suddetto Ercole I all’imperador Massimiliano , e l’Orazione da lui detta in quella occasione si ha alle stampe (Freher. Script. Rer. german. t. 2). L’attaccamento del Collenuccio a questo duca ci rende probabile ch? ei soggiornasse almeno per qualche tempo nella corte di Ferrara; e perciò il Borsetti crede ancor verisimile (Hist. Gymn, ferr. t. 2 , p. 39) ch’ei fosse in quella università professore. Nel 1496 troviam ch’egli era in Venezia (V. Agostini Scritt. venez. t. 1, p. 554) forse per qualche altra ambasciata. Sul finir dei suoi giorni ritirossi a Pesaro sua patria, ma non vi trovò la quiete, di cui forse si lusingava. Perciocchè l’an 1500 essendo egli stato scoperto complice di un trattato di cedere quella città al duca Valentino, che in fatti se ne fece signore, Giovanni Sforza signor di Pesaro, dopo avergli data speranza di perdono, il fece strozzare in carcere, come narrano il Giovio e il Valeriano (De in/clic. Lite rat. p. 79) (*). Oltre (*) Il ch. sig. Annibale degli Abati Olivieri , che la morte ci ha tolto nello scorso anno 1789, mi ha gentilmente trasmessa la relazione della morte del Collenuccio da lui raccolta dagli autentici monumenti che ha avuti sotto gli occhi. Avendo il Collenuccio una lite civile con altri due gentiluomini di Pesaro, ottenne con una supplica al duca Valentino un decreto favorevole, e in quella supplica parlò separatamente e con soverchia libertà di Giovanni Sforza già signore di Pesaro. [p. 1110 modifica]Ilio LIBRO la Storia e l’Orazione accennata, abbiala di lui un trattato intorno alla vipera, una apologia di Plinio contro Niccolò Leoniceno , quattro apologi, ossia dialogi morali, e alcune poesie italiane. Il Giovio formando il carattere di Pandolfo , dice eh’egli era uomo di grande ingeguo e di vastissima erudizione, ma che avido e impaziente di sapere ogni cosa, benché fosse di professione giureconsulto, non era eccellente in alcuna, e che troppo di leggieri facevasi a riprendere e a criticare le opere de1 più famosi scrittori in qualunque sorta di scienza. Diversamente però giudicavane Angiolo Poliziano, il quale nella prima delle due lettere, clic abbiamo, Cacciato poscia il Valentino, e tornato lo Sforza a Pesaro, il Collenuccio, la cui lite pendeva ancora, scrisse da Ferrara allo Sforza , e si fece anche raccomandare dal marchese di Mantova e dal fratello. Rispose lo Sforza a’ 3 di giugno del 1504 al Collenuccio, e a chi avealo raccomandato, con termini equivoci, e che sembravano dare speranza ch’ei dovesse essere ben ri* cevuto. Ad essi affidato Pandolfo, tornò a Pesaro, espose le sue ragioni allo Sforza, e insiem con esse la supplica da lui già data al Valentino, e il decreto favorevole ottenutone. Lo Sforza, letta la supplica, fece tosto chiuder prigione in Rocca Pandolfo, e a’ 3 di luglio del 1504 ne diè avviso a M. Bernardo Monaldi suo oratore in Venezia, acciocchè ne avvertisse il senato: e quindi agli 11 del mese e dell’anno stesso (non nel dicembre del 1505, come nella Vita del Diplovataccio ha scritto il medesimo sig. Annibale) gli fece tagliare la testa. Il sig. Annibale avea copia di sua disposizione, che potrebbe dirsi testamento, scritta dal Collenuccio per governo de’ suoi figli, poco prima di morire; e nella sottoscrizione dice: Scripta in loco et tempo de tribulatione et de angustia a dì xi Luglio 15o4* [p. 1111 modifica]TERZO 1 1 I ( a lui scritte (l. 7, ep. 32 , 35), così gli dice: Io mi maraviglio, come tu possa sì ben soddisfare a tanti e sì diversi impieghi. Tu regoli ed amministri gli affari del tuo Principe colla più prudente cautela. Tu rispondi a chi ti consulta, in modo che pochi in ciò ti vanno innanzi. In verso e in prosa scrivi con tale eleganza, che appena sei inferiore ad alcuno. Ti volgi ancora a lle pia recondite scienze , e ne scopri qualche cosa ogni giorno sconosciuta a’ medesimi professori. E finalmente così bene dividi il tuo studio fra molte cose, che sembri tutto intento a una sola. Nè ti mancano le domestiche sollecitudini, che richieggon pensieri e fatiche non picciole , talchè sembra che a dispetto della fortuna tu coltivi le lettere. Nella stessa lettera lo ringrazia il Poliziano dell1 indice che trasmesso gli aveva, de’ libri da lui trovati in Allemagna, e il prega a mandargli l’orazione ivi da lui recitata, che è quella probabilmente che abbiamo accennata poc’anzi. Di lui ancora parla con molta lode Giovanni Pico della Mirandola, che lo dice dottissimo nella giurisprudenza , e in ogni sorta di lettere perfettamente istruito, e accenna di essersi con lui trovato a Bologna (in Astrol. l. 2 , c. 9); e un bell’elogio ce ne ha ancor lasciato il Giraldi (De Poet. suor. temp. dial. 2). Questi lo dice uom versato in tutte le scienze, competitore di Niccolò Leoniceno, e poeta ancora non dispregevole; ne rammenta due panegirici singolarmente in lode di Firenze il primo , il secondo di Lorenzo de’ Medici; e riporta una lettera del Poliziano a Giovanni Pico, in cui racconta con quanto piacere ei [p. 1112 modifica]LIBRO l1 udisse in Firenze recitare il primo di questi panegirici, detto da Pandolfo, quando ivi fu podestà. LX. Potrebbe qui aver luogo Gioviano Pontano, di cui abbiamo sei libri intorno alla guerra che Ferdinando I re di Napoli sostenne contro Giovanni duca d’Angiò, scritti con molta eleganza. Ma, poichè questo scrittore più che per le sue Storie è celebre per le sue Poesie, ci riserberemo a parlar di lui tra’ poeti. Di Michele Ricci ancora, le cui Storie non furono pubblicate che al principio del secol seguente, ci riserbiamo a parlare ove ragionerem di quei tempi. Giovanni Albino verso la fine di questo secolo scrisse egli pure le cose a’ suoi tempi avvenute in quel regno (V. Tafuri, Scritt del Regno di Nap. t. 2, par. 2, p. 373; Mazzucch. Scritt ital. t. 1 , par. 2 , p. 334) (AiTri stano Caraccioli nato circa il 1489, e morto verso il 1517, ci ha lasciati alcuni opuscoli (a) Di Giovanni Albino scrittor certamente elegante e coltissimo, di cui il sig. Napoli Signorelli si duole (Vicende della Coltura nelle due Sicilie, (.3, p.?,56) ch’io appena abbia mentovato il nome, e il P. d’Afflitto troppo severamente mi accusa di non averne fatta parola (Mem. degli Scritt. napol. t. 1, p. 164) 1 si posson vedere più copiose e più esatte notizie presso questi due scrittori, i quali annoverano gli onorevoli impieghi da lui sostenuti, e avvertono ch’egli ebbe anche 1 onore della corona poetica. Prima di essi avea anche di lui ragionato con esattezza il sig. Francescantonio Soria (Notiz. degli Stor. napol. t. 1, p. 5, ec.). Questo scrittor medesimo ragiona a lungo di Tristano Caraccioli, e ci dà il catalogo di altre opere che ne son rimaste inedite (ivi, p. 148» ec.). [p. 1113 modifica]TERZO 1 1 I 3 storici intorno al regno di Napoli, come le Vite della reina Giovanni I, di Sergiano Caraccioli gran siniscalco, e di Giambattista Spinola conte di Cariato, e gli opuscoli della varietà della fortuna, in cui ragiona delle diverse vicende de’ principi, e di altri gran personaggi de’ suoi tempi, e dell’Inquisizione introdotta nel regno di Napoli, della genealogia di Carlo I e di Ferdinando re di Aragona, e de’ pregi della nobiltà napoletana; libri tutti scritti in latino e in istile assai colto. Essi sono stati pubblicati dal Muratori (Script rer. ital. vol. 22, p. 1, ec.), il quale vi ha premesse le opportune notizie del loro autore. Al Muratori stesso dobbiamo i Giornali napoletani dal 1266 fino al 1478 scritti nel dialetto di quel paese (ib. vol. 21, p. 1029, ec.), e i brevi Annali del medesimo regno dal 1197 fino al 1486 scritti in italiano da due Lodovici da Ramo, il vecchio e il giovane (ib. vol. 23, p. 219, ec.), e il rozzo poema italiano di Niccolò Ciminello della Guerra dell’Aquila nel 1423 e 1424? e Cronache della stessa città di Niccolò da Borbona e di Francesco d’Angeluccio da Bazzano, la prima dal 1364 fino al 1424 1 bi seconda dall’anno 1436 al 1485 (Antiq. ital. t. 6), e qualche altro opuscolo somigliante, di cui non giova il far più distinta menzione. LXI. Benchè non ce ne sia rimasta alcuna opera storica, merita nondimeno di essere qui rammentato con lode Antonio Ferrari soprannomato Galateo, perchè nato in Galatona ne’ Salentini presso Nardò. L’abate Domenico de Angelis ne ha scritta con diligenza la Vita (Vite [p. 1114 modifica]1U4» LIBRO de’ Letler. saientini, par. i, p. 34), poscia ancor più esattamente il signor GianibaLista Pollidori (Calog. Racc. L 9, p. 293), e finalmente, oltre alLri scrittori napoletani, ne ha ragionato ancora il celebre Apostolo Zeno (Diss. voss. t 2, p. 2185), e basterammi perciò il dirne sol brevemente. Antonio figliuol di Pietro Ferrari e di Giovanna di Alessandro, e nato nel 1444 dopo fatti i primi suoi studj in Nardò, passò a Ferrara, ove sotto la direzione di Niccolò Leoniceno e di Girolamo Castelli voltosi alla medicina, ne prese solennemente la laurea. Recatosi poscia a Napoli, fu in molta stima presso il re Ferdinando I, e gli altri che gli succederono, da’ quali fu scelto a lor medico, e fu non men caro per la sua erudizione al Sanazzaro, al Pontano e agli altri uomini dotti che in gran copia fiorivano in quella città (a). In (a) Il sig. D. Baldassarre Papadia di Lecce, da me più altre volte lodato, mi ha trasmesse alcune altre notizie intorno alla vita del Galateo da lui raccolte singolarmente da due opuscoli inediti di questo illustre scrittore, uno sul Pater Noster, l’altro intitolato De inutilità te Literarum ad Belisarium Aquavivam. Nel fi rimo ci dice di esser disceso da’ preti greci dotti nella lor lingua non meno che nella latina. Nel secondo narra con qual cortesia fosse egli accolto in Roma dal Cardinal Giovanni de’ Medici, che fu poi Leon X, e come egli gli mostrasse la ricca biblioteca che ivi aveva. Fa ancora in esso grandi elogi del re di Napoli Alfonso II che dal Giannone ci si descrive come poco curante delle lettere e de’ letterati (Stor. civ. di Nap. t. 3 , l. 28, c. 11), e afferma che, benchè egli non fosse molto versato nella letteratura, amava nondimeno e favoriva gli uomini dotti, e molti ne annovera che da lui erano stati magnificamente premiati; e di se stesso [p. 1115 modifica]TERZO I I l5 Lecce, ove visse per alcuni anni, fondò egli pure un’accademia a imitazione di quella che il Panormita e il Pontano aveano formato in Napoli, e di cui egli ancora era membro. Il favore però de’ principi, e la stima dei dotti, di cui godeva, nol sottrasse agli incomodi della povertà, a’ quali innoltre si aggiunsero e le malattie, singolarmente della podagra, a cui era soggetto, e le sventure che sostener gli convenne in occasion delle guerre onde quel regno fu travagliato, e più ancora la cattività in cui cadde, preso dai corsari circa il 1504, e tenuto da essi per qualche tempo prigione. Morì in Lecce in età di settantatrè anni a’ 22 di novembre del 1517; uomo d’ingegno e d’erudizione non ordinaria, unì in se stesso gli studj della filosofia, della medicina, dell’antichità, della storia, della poesia. Abbiamo altrove veduto quai saggi ci abbia egli lasciati del suo sapere nelle quistioni filosofiche; e a ciò che allora abbiam detto, deesi aggiugnere il trattato Del nascimento e della natura di tutte le cose,’ clic, essendosi egli l’anno 1502 recato in Francia per trovare il suo re Federigo ivi Scrisse in lingua francese, e che conservasi ancora manoscritto in lingua italiana in Taviano presso la famiglia de’ Franchi signora di quel luogo , come affermasi dal Pollidori. V uolsi ancora eli’ ei fosse de’ primi a formai’ ancor dice che aveane ricevuti elogi c bcneficii, e che sperava di riceverne ancor de’ maggiori. Del Galateo si possono ancor vedere le copiose notizie che ci ha date il sig. Fnmccscautonio Soria (Storici tw/jol. t. t, p. 254). [p. 1116 modifica]

  • 1*6 LIBRO

carte geografiche e idrografiche. Aggiungansi tre lettere latine date alla luce dal Tafuri (Scritt. del Regno di Nap t. 3 , par. 4 , p. 385), e molte poesie latine e italiane, delle quali però non so se alcuna abbia veduta la luce, e più altri opuscoli di diverso argomento inediti. Ma niun’opera ha ottenuta maggior fama ad Antonio, che la descrizion latina della Japigia, di cui abbiamo più edizioni, opera veramente dotta , scritta con eleganza e piena d’erudizione, con cui egli va illustrando quanto appartiene alla geografia e alla storia antica e moderna, naturale e civile di quella provincia. Di somigliante argomento è la descrizion di Gallipoli, che ad essa si aggiugne. Di altre opere da lui composte veggansi i sopraccitati scrittori , fra’ quali il Pollidori parlando del racconto della guerra di Otranto del 1480, che l’anno 1583 fu pubblicata in lingua italiana da Giammichele Marziano, come traduzione dell’originale latino scritto dal Ferrari, mostra di dubitare che tal opera fosse mai da questo autore composta (a). LXn. Più scarso numero di storici valorosi ritroviamo nelle altre provincie d’Italia. Dopo i molti scrittori di cronache che Genova avea (a) Par nondimeno che su questo argomento scrivesse un opuscolo il Galateo col titolo de Capta Tlydruntc\ perciocché lo stesso Pollidori in certi suoi scritti veduti dal sig. abate Gaetano Marini accenna che egli indjrizzollo con sua lettera ad Eleonora d’Aragona moglie di Ercole 1 duca di Ferrara, come mi ha avvertito il valoroso sig. D. Michele Ardito napoletano, diligentissimo raccoglitore di tutte le opere del Galateo. Ma questa lettera nc esiste in questa ducal biblioteca, nè tm è avvenuto di trovarla nel ducale urcliivio segreto. [p. 1117 modifica]TF.RZO I I in avuti nel secolo XIII, niuno avea ancora pensato a continuare le loro fatiche. Giorgio Stella, figliuol di Facino cancelliere della Repubblica al principio di questo secolo, si accinse a quest’opera, dolendosi, come dice ei medesimo nella sua prefazione, che da oltre a cent’anni non avesse questa città avuto storico alcuno. Nel primo libro ei premette alcune ricerche sulla fondazione di Genova , e fa un breve compendio dell’antica storia di essa; nel che s ei non è sempre felice nelle sue congetture, mostra però erudizione e critica a que’ tempi non ordinaria, singolarmente nel rigettare la popolar tradizione che attribuisce a Giano la fondazione di quella città. Quindi passa a continuare le antecedenti cronache cominciando dal nel che ei giunse fin circa il 1410. Interrotto poscia il lavoro , anzi venuto a morte Giorgio verso il 1420, Giovanni di lui fratello continuò questa Storia fino «al 1435. Storici ameni lue poco felici quanto allo stile, ma assai degni di lode così per l’esattezza, come per la imparzialità con cui scrissero la loro Storia. Essa è stata pubblicata dal Muratori (Script. rer. ital. vol. 17, p. 947, ec.). Da lui pure abbiamo avuto la Storia di Genova dal 1488 fino al 1514 scritta in istile alquanto migliore da Bartolommeo Senarega (ib. vol. 24 , p- 511, ec.), uomo adoperato ai suoi tempi dalla Repubblica in onorevoli commissioni e in frequenti ambasciate a diversi sovrani; ma di cui non sappiamo fino a quando vivesse. Tra gli storici genovesi si può annoverare ancora Bartolommeo Fazio per la narrazion che ne abbiamo Tiraboscbi, Voi. Vili. 3o [p. 1118 modifica]1 1 ‘8 LIBRO «Iella famosa guerra di Chioggia. Ma di lui abbiam parlato poc' anzi. Antonio Galli genovese egli pure, e segretario del magistrato di S. Giorgio verso la fine di questo secolo, ci ha lasciati tre opuscoli scritti essi ancora in latino e non senza eleganza (ib. vol. 23, p. 243, ec.). Il primo descrive la guerra de’ Genovesi contro gli Aragonesi nel 1466, il secondo le imprese de’ medesimi dal 1476 al 1478 il terzo finalmente ci dà un’assai breve notizia della navigazion del Colombo. Alla storia di Genova appartien! parimente l’opuscolo delle lodi della famiglia Doria, composto circa il 1480 da F. Adamo da Montaldo dell’Ordine di S. Agostino, pubblicato dal Muratori (ib. vol. 21, p. 1173, ec.). Di questo scrittore, e di altre opere da lui composte, poche però delle quali si hanno in istampa, parla a lungo il P. Gandolfo (De 200 Script, august.), e ne cita alcune orazioni, poesie latine ed altri opuscoli. Ma ciò che ne è alla luce, non è di tale eleganza che c’invogli di veder pubblicato ciò che tj inedito. Qui deesi ancor rammentare la Storia di Corsica da’ tempi de’ Romani fino al 1506, scritta non molto elegantemente in latino da Pietro cherico di Aleria, che «lalP isola di Corsica, ond1 era natio, vien detto Cirneo, col qual nome era anticamente appellata quell' isola. Nella qual opera, s' ei cade in errori riguardo alle cose antiche, è degno però di fede, ove narra i fatti a’ suoi tempi, o non molto prima, avvenuti. Nel quinto libro di questa sua Storia ei parla lungamente di se medesimo, e delle avverse vicende a cui la sua povertà e l’altrui malizia lo esposeroj [p. 1119 modifica]TERZO | i argomento, a dir vero, come ben riflette il Muratori (l cit. vol. 24, p 411 ec-) nella prefazione premessa a quest1 opera da lui pubblicata da un codice della real biblioteca di Parigi, poco (degno di storia, e di cui perciò è inutile el11 io dica più oltre. Di questo scrittor medesimo ha il Muratori dato in luce (ib. vol. 21, p. 1191, ec.) il racconto della Guerra de’ Veneziani contro Ercole I, duca di Ferrara, dal 1482 fino al 1484. L\11I. Il più elegante fra gli storici genovesi di questo secolo fu Jacopo Bracelli natio di Sarzana, dottore in ambedue le leggi, e dal suo saper sollevato alla carica di cancelliere della Repubblica verso il 14^1 - Di lui, oltre gli scrittori genovesi, parlano Apostolo Zeno (Diss. voss. t. 2, p. 266) e il co. Mazzucchelli (Scritt ital. t. 2, par. 4» p• ij)63, cc.). Questo secondo scrittore, dopo aver chiaramente provato che il Bracelli era cancelliere fin dal 14^ 1, crede più verisimile ch' ei fiorisse verso l’an 1496 il che non può conciliarsi colla detta epoca già stabilita. 1/ argomento el11 egli ne reca, si è che Antonmaria figliuol di Jacopo vivea, secondo il P. Oldoini, verso il if»(io. Ma converrebbe provare che il P. Oldoini non avesse preso errore, e non avesse confusi insieme due Antonj Bracelli, amendue rammentati dallo stesso co. Mazzucchelli (l. cit p. 1962) , uno che visse verso il 14t0» e cl*e I’ 11 forse figliuol dello storico, l’altro verso il 1560. Jacopo certamente fiorì prima della metà del secolo xv, e ne fan pruoVa non solo la carica di cancelliere da lui avuta verso il 1431; ma l’amicizia [p. 1120 modifica]1120 LIBRO e la corrispondenza el11 egli ebbe con Francesco Barbaro, con Francesco Filelfo, con Poggio fiorentino, con Ciriaco d’Ancona, di che veggansi le pruove addotte dal medesimo conte Mazzucchelli; e noi già abbiamo veduto che nel viaggio che nel 1433 fece Ciriaco a Genova, egli il nomina tra’ più dotti uomini che ivi allora viveano. Biondo Flavio ancora ne fa menzione tra quelli che ivi a’ suoi tempi fiorivano per sapere (Ital. illustr. reg. 1). Egli scrisse in cinque libri la Storia della Guerra de’ Genovesi contro Alfonso re d’Aragona, cominciando dal 1412, e scendendo fino al 1444* (|ua^e Storia, di cui si hanno più edizioni, suol andare congiunto un libro intorno a’ celebri Genovesi, e la Descrizione della Spiaggia ligustica. Il P. Mabillon ne ha pubblicata ancora (Iter italic. p. 227) una Relazione delle più illustri famiglie di Genova; e alcune Epistole innoltre e alcune Orazioni se ne accennano dai due suddetti scrittori. LAIV. Due soli storici di qualche nome troviam negli Stati che or formano in Italia il dominio della real casa di Savoia. Il primo di essi è Antonio d’Asti (a), clic prese a scrivere in versi elegiaci la Storia della sua patria. Egli pure avea intenzione, come raccogliam dal principio, di condurla fino a’ suoi giorni, cioè fino alla metà del secolo xv, e forse egli lo fece. Ma (a) Alcuni libri inediti di Elegie di Antonio cl’A sii conservatisi in un codice in pergamena della biblioteca pubblica di Grenoble (Vemazia Vita di Benvm. da Sa/igiorgio , p. 62). [p. 1121 modifica]TERZO i | a | ciò che ne abbiamo e che è stato pubblicalo dal Muratori (Script. Ber. it. voii^p. 1007, ec.), non giunge che all1 anno 134 *• Tutto il primo libro e parte ancor del secondo da lui s’impiega nel ragionare di se stesso; ed egli ci narra che nacque nel 14 13 in Villanuova nel territorio d1 Ast15 che nel 1427 fu inviato dal padre alle scuole in Torino, ove instruito nella gramatica e nella rettorica, e poi da un certo Simone Tronzano nella logica, passò nel 1429) a Pavia; che ivi ebbe a suoi maestri Maffeo Vegio e Lorenzo Valla, e fu raccolto in casa da un cittadino, perchè istruisse un suo figliuol nelle lettere; che nel 1431 la peste il costrinse a fuggir da Pavia, e che ritiratosi a Genova, tenne ivi pure scuola a molti di que’ giovani, e si strinse in amicizia fra gli altri con Bartolommeo Guasco, che era ivi professor di gramatica; che la peste il costrinse a uscire da Genova, e a portarsi a Savona, donde, passato f Appennino, venne a Savigliano, e finalmente recatosi in Asti ad istanza di suo padre, s’impiegò, ma sol per un anno, ad insegnar la gramatica pubblicamente. Tutto questo racconto non può, a dir vero , interessar molto chi legge. Ma esso nondimeno è scritto con una sì amabile sincerità, benchè senza alcuna eleganza, che non si può leggere senza piacere. Le notizie poi , eh1 ei segue a darci di Asti, son tratte per la più parte, com’egli stesso il confessa, dalle più antiche Cronache altrove da noi mentovate; talchè poche son le notizie delle quali a lui solo siam debitori. Più utile sarebbe stata f ultima parte di questa [p. 1122 modifica]1*22 I.IBRO poetica cronaca, in cui egli ilovea narrare le cose a’ suoi tempi avvenute. Ma essa, come ho detto, o non è stata dal suo autore composta. o è perita. LX.V. Assai più pregevole è l’altra Storia di una di quelle provincie, cioè quella del Monferrato , scritta da Benvenuto da Sangiorgio della nobilissima e antichissima casa de’ conti di Biandrate. Abbiam veduto parlando di Bernardino Corio, eh1 ei fu uno de’ primi a corredar la sua Storia di monumenti e di carte tratte da’ pubblici archivj. Ma prima ancora di lui ottenne Benvenuto tal lode; perciocchè egli cominciò la sua Storia a’ tempi di Guglielmo VIII marchese di Monferrato, a cui dedicolla, e il quale morì nel 1483. Continuolla però Benvenuto fino al 1490 e benchè ei vivesse ancora più anni dopo, non sappiano se si avanzasse in essa più oltre. Ei ne fece prima un compendio latino, che fu stampato due volte nel 1516 e nel 1521. Quindi più ampiamente ne stese la Storia in lingua italiana, e questa non fu stampata che nel 1639, e poscia pubblicata di nuovo dal Muratori (Script. rer. ital. vol. 23, p. 307). Egli vi ha premesse le notizie che di questo autore ci han date il Cotta, il Rossotti, il Chiesa ed altri scrittori, i quali accennano la dignità di presidente del senato, a cui egli fu sollevato in Casale, la reggenza dello Stato, e la tutela de’ giovani principi a lui affidata dopo la morte del marchese Bonifacio, e le ambasciate da lui sostenute al pontefice Alessandro VI e all’imperador Massimiliano I. Nondimeno uno storico sì [p. 1123 modifica]TERZO llaJ illustre meriterebbe di avere chi più stesamente e più esattamente ne sponesse la vita (*). La Storia da lui lasciataci, benchè non sia mancante di errori e di favole (e come era possibile di non cadervi fra tante tenebre?), ciò non ostante è forse la più utile e la più interessante tra quelle di questo secolo, atteso il gran numero di bei documenti ch’egli vi ha inseriti; ed ella ci pruova ancora F erudizione e lo studio del suo autore nei moltissimi scrittori di’ ei va citando, c di’ ci mostra di aver consultati. Se ne ha ancora un’orazione alle stampe da lui detta ad Alessandro VI nel 14*)3 in occasione d’una sua ambasciata, e un opuscolo inedito intorno all’origine della sua illustre famiglia (**). (*) Il eh. sig. barone Giuseppe Vernarla , nefa bella ed esattissima Vita di Benvenuto da Sangiorgiò, da lui premesso olla nuova edizione della Cronaca del Monferrato pubblicata in Torino nel i-So, ha con ottime ragioni mostralo che la detta Cronaca lu da lui scritta in principio del secolo xvi, c inoltre eh’cgl. scrisse la Cronaca italiana prima che la latina, centra ciò eli’io, seguendo il Muratori cd altri, aveva opinalo. (**) Un’altra operetta di Benvenuto da Sangiorgio finora non conosciuta da alcuno, stampata in Basilea nel 1519) da Andrea Cratandro, mi In addita1 a il eh. sig. don Jacopo Morelli che ne ha copia. L Ila è intitolata j De Origine Gucl/)hneuni et Gibe’ linorum. f/uibux olim Germania , nunc Italia exardet, libellus eruditus, in quo ostenditur, quantum hac in re cbiristinti Script or ex, Bnrlolus , Panortni’ .aniis , Blondus , Platina, et Grorgius Menda dir jian.tr finis, a vrritatr. aberraverint. Benvenuto la dedica a Guglielmo VIII marchese di Monferrato, e racconta di aver composto quel libro all’occasione che stando in Colonia ambasciadore del marchese di lui padre all’unperador [p. 1124 modifica]Iia4 I.IBRO LXVI. Due storici ancora ebbe Mantova, che han veduta la luce, Buonamente Aliprandi e il celebre Platina. Il primo mantovano di patria, ma, come prova l’eruditissimo co. Giulini (Continuaz. delle Memor. milan. par. 3, p. 237'), oriundo di Monza , al principio di questo secolo scrisse la Storia della sua patria in terza rima fino al 1414 5 opera a cui poco dee la poesia, e poco ancorala storia, poichè lo stile ne è rozzo, e moltissime sono le favole di cui l’ha imbrattata, e ne abbiam veduta altrove una pruova nel ragionar di Sordello. Migliore e più esatto è il racconto che Massimiliano I, Marcoaldo Breysach segretario di Cesare gli avea dato a leggere ciò clic intorno all’origine di quelle fazioni avea scritto Ottone da Frisinga. u Oltre poi l’Orazione nd Alessandro VI qui rammentata, due altre Orazioni di Benvenuto da Sangiorgio rammenta 11 eh. abate Gaetano Marini, una detta in Ferrara l’anno 143 nella morte «iella duchessa l’ieonora d' Aragona moglie del duca I* tvole I, l’altra all’imperudov Mns-simibnno «Iella in Ispruch l’anno 14o4 m nome «lei marchese «li Monferrato , stampale nmendue circa il tempo medesimo (Degli Archimi i pontif. t. a, p. 3*6 •». Prima ancor d*l Sangiorgio cominciò a far uso de’ documenti nella storia Giofliedo «Iella Chiesa di antica e nobil familia di Snltizzo in Piemonte, che una Cronaca della sua patrio ben corredata di tai monumenti scrisse, giugnendo in essa fino al 14*9- Di lui ragionano gli autori delle Biblioteche degli Scrittori piemontesi, e singolarmente il sig. collaterale Gaetano Giacinto Loya torinese (Piemontesi ili. t. p. 60). Ma la Cronaca da lui composta, benclrè citata da’ migliori storici di quelle provmcie, non ha avuto l’onore della pubblica luce , e solo se ne conservano alcune copie a penna , una delle quali è presso il sopralodato signor barou Vernazza. [p. 1125 modifica]TERZO J 1 a5 ci fa de’ suoi tempi; e perciò il Muratori l’ha creduta degna di venire almeno in parte alla pubblica luce (Antiq. ital. t. 5). Il Platina, che verso la fine del secolo scrisse più ampiamente in latino la Storia della stessa città fino al 1464, attinse per sua sventura a questa fonte; e ne trasse le favole singolarmente intorno al mentovato Sordello, che altrove abbiam confutate. Poco egli ha de’ tempi più antichi, e ciò che ne dice, appena merita d’esser letto..Ma ne’ tempi a lui più vicini è scrittor saggio non men che elegante, benchè alcuni il taccino di soverchia parzialità pe’ Gonzaghi. Nè è a maravigliarne, poichè egli la dedicò al Cardinal Francesco Gonzaga suo gran protettore. Il Lambecio prima di ogni altro la diede alla luce in Vienna l’anno e ne illustrò il primo libro con ampie note. Ella è poi stata di nuovo pubblicata dal Muratori (Script. rer. ital. vol. 20, p. 611 , ec.). Ma dell’autore di essa abbiam già in questo tomo medesimo parlato a lungo. Ad essi dee aggiugnersi Paolo Attavanti, di cui diremo più a lungo nel parlar de’ sacri oratori. Egli ancora scrisse una Storia di Mantova e de’ Gonzaghi. Ma ella non è mai stata pubblicata. Qualche altro storico mantovano, che non ha mai veduta la luce, si accenna dal chiarissimo ab. Bettinelli (Delle Lettere e delle Arti mantov. p. 39). LXVII. Piacenza avea nello scorso secolo avuti due diligenti storici, Pietro da Ripalta e Giovanni de’ Mussi, dei quali a suo luogo abbiam ragionato. Due ne ebbe in questo secolo ancora, Antonio da Ripalta c Alberto di lui [p. 1126 modifica]I I aG LIBRO figliuolo. Il primo continuò la Storia della sua patria dal i \oi fino al 1463, nel qual anno finì di vivere. Alberto la proseguì fino al 14^4 * *1 qual forse Iti 1 ultimo della sua vita. Anzi l’eruditissimo proposto Poggioli (Stor. di Piac, t 8, p. 89) osserva che, benchè Alberto si valesse delle memorie da suo padre distese, ei però scrisse seguitamente tutta la Storia, e che oltre ciò un’intera Cronaca di Piacenza dalla prima origine della città fino a’ suoi tempi fu da lui compilata, di cui più copie a penna conservansi nella stessa città. Di amendue questi scrittori troviam molte notizie nelle lor medesime Cronache, che sono state, cominciando dal 1401! , pubblicate dal Muratori (l. cit. vol. 20, p. 86-), il quale ha in breve raccolto , nella prefazione ad esse premessa, ciò che concerne la loro vita e le loro vicende. Io osserverò solamente che Alberto parlando della morte di Antonio suo padre gli fa un magnifico elogio, dicendolo uomo di sperienza. di senno, di prudenza grandissima, scrittore elegante di storia, di poesia, di lettere, e continuamente occupato o negli studj, o nell’esercizio delle opere di cristiana pietà (ib. p. 912), e che lo stesso Alberto narra da se medesimo di aver apprese le scienze nelle università di Pavia, di Bologna, di Torino, e presa la laurea legale in Piacenza nel 1465 (ib. p. 896,909,913, ec.). Amendue ancora furono incaricati dalle lor patrie di onorevoli ambasciate; e abbiamo altrove veduto che Alberto fu uno dei difensori dei privilegi di essa intorno al conferire la laurea. La loro Cronaca è più pregevole per l’esattezza de’ [p. 1127 modifica]TERZO I | 2fatti, che per Y eleganza dello siile; il clic pur dee dirsi del Diario di Parma dal 1477 fino al 1482 pubblicato dal medesimo Muratori (ib. vol. 22 , p. 245) , il quale sospetta che ne sia autore Jacopo Caviceo, di cui si ha memoria che a questi tempi scrivesse qualche opera di tale argomento. Modena non ebbe in questo secolo scrittore alcuno di storia. Ebbevi nondimeno chi continuò a tesserne gli Annali, che venuti poi alle mani di Alessandro Tassoni, nato nel 1488, e diverso dal celebre poeta di questo nome, furon da lui ridotti in un corpo solo, e son que’ medesimi che dal Muratori sono stati dati alla luce (ib. vol. 11 , p. 51, ec.). LXV11I. Ci resta a dire per ultimo delle città onde al presente è composto lo Stato pontificio. Gli scrittori della storia de’ romani pontefici possono ancora considerarsi come scrittori della storia di Roma, e noi gli abbiam già nominati trattando degli studj sacri. Qui debbon ancora aggiungersi il Diario romano di Antonio di Pietro dal 1404 fino'al 1417 scritto semplicemente in latino (ib. voi. 147 p- 9&))? e l«i Mesticanza ossia le Miscellanee di Paolo di Lelio Pe troni, cbe sono in somma la Storia di Roma dal 1433 fino all’anno 446 scritta in lingua italiana (ib. p. 1003), il Diario italiano dall’anno 1481 all’an 1492 scritto da un anonimo (ib. t. 3, pars 2, p. 1069), e l’altro Diario di Stefano Infessura parte italiano e parte latino dal 1294 fino agli ultimi anni del secolo xv (ib. p. 1109), e finalmente il Diario dal 1472 al 1484 scritto da Jacopo da Volterra (ib. vol. 23, [p. 1128 modifica]1128 LIBRO p. 83) (a), il quale c per lo stile con cui è disteso, e per l’esattezza con cui vi si narrano i fatti, è di gran lunga migliore de’ precedenti. L autore fu per più anni segretario del cardinale Ammanati, poi di diversi pontefici; e si possono intorno a lui e ad altre opere da lui composte vedere più ampie notizie presso il Muratori (ib.), e presso Apostolo Zeno Diss. voss. t. 1, p. 353 , ec.), e presso monsignor Buonamici, il quale ha ancor pubblicata una breve orazione da lui detta a’ suoi colleghi , quando fu fatto segretario pontificio da Sisto IV (De cl. Pontif. Epist. Script, p. ao(i); e un’altra orazione per una controversia tra i segretarj e gli avvocati concistoriali ne è stata inserita negli Aneddoti romani (vol. 1 , p. 117). Girolamo da Forlì dell’Ordine de’ Predicatori scrisse gli Annali della patria dal 13(7 fino al 1433, verso il qual tempo sembra ch’ei finisse di vivere; di che veggasi il Muratori, che prima d1 ogni altro gli ha pubblicati (vol. 19, p. 871), e il Zeno (l. cit. t. 2, p. 212). Guernieri Berni da Gubbio scrisse al tempo medesimo in lingua italiana gli Annali della sua patria dal 1350 fino al 1472 (Script. Rer. ital. vol 21, p. 919); Tobia dal Borgo veronese continuò la Cronaca della famiglia de’ Malatesta cominciata nel secolo precedente da Marco Battaglia (Calog. Racc. cT Opusc. t. 44) e f*11 ancora autore di (a) Di Jacopo da Volterra, che. fu della famiglia Glierardi, nuove notizie ci Ita date il sig. aliate Marini (Degli Archiatri ponti f. t. l, p. ec.) che ricorda ancora un registro di lettere da lui scritte, e nc riferisce alcuni versi. [p. 1129 modifica]TERZO I I UiJ orazioni, (li epistole, ili poesie diverse (V. Mazzucch. Scritt ital t. 2 , par. 3,p. 1762, ec.). Un Diario ferrarese scritto in assai rozzo dialetto italiano, ma assai minuto ed esatto, dal 1409 fino al 1502, è stato pubblicato dal Muratori (Script. rer. ital. vol. 24, p- 171 ec.). Nello stesso argomento si esercitò F. Giovanni da Ferrara dell’Ordine dei Minori, il quale scrisse in latino la Storia della casa d’Este dall origiu di essa fino a’ suoi tempi, e dedicolla al duca Borso. Ma il Muratori troncandone saggiamente ciò che appartiene a’ tempi più antichi, ove egli non narra cose che non sieno o favolose o già note, ne ha pubblicata sol quella parte che serve di continuazione agli Annali del Delaito dal 1409) fino al 1454 (ib. vol. 20, p. 439 ec.). Di Pelegrino Prisciani, che molto si affaticò intorno alla storia di Ferrara, direm nel secol seguente. La storia di Ravenna ancora fu assai bene illustrata da Desiderio Spreti, di cui abbiamo tre libri De amplitudine, vasta (ione, et instaurati (vie civitatis Ravennae, più volte stampati. Ei fiorì verso la metà del secolo, e pi 11 ampie notizie se ne posson vedere presso il P. ab. Ginanni (Scritt ravenn. t. 2, p. 378, ec.), il quale osserva a ragione che lo Spreti fu il primo tra’ Ravennati a raccogliere e a pubblicare le antiche iscrizioni di quella città. LX1X. Bologna tra le città dello Stato ecclesiastico fu la più copiosa di storici, o, a dir meglio, di annalisti. Matteo Griffoni nato nel 1351, adoperato da’ Bolognesi in cariche e in ambasciate di molto onore, e sempre a lor caro, [p. 1130 modifica]1 13o LIBRO trattine pochi mesi in cui fu costretto ad andarsene in esilio, e morto poi nel 1426, scrisse in lingua latina gli Annali della sua patria, che giungono dal 1109 fino al 1428, avendovi qualche cosa aggiunta un anonimo continuatore. Brevi son questi Annali e scritti senza eleganza, ma assai pregevole ne è f esattezza e 1 imparzialità con cui sono distesi. Il Muratori, da cui gli abbiamo avuti (l. cit. vol. 18, p. 103), vi ha premesse più minute notizie intorno alla vita dell1 autore. Dal Muratori stesso abbiamo avuta innoltre una più ampia Cronaca italiana della stessa città (ib. p. 239), scritta in gran parte da frate Bartolo torneo della Pugliola dell’Ordine de’ Minori, e tratta per lo più da una più antica di Jacopo Bianchini, e poscia da più altri continuata fino al 1471* F. Girolamo Borselli, ossia degli Albertucci, bolognese, dell’Ordine de’ Predicatori, scrisse egli ancora in rozzo stile latino gli Annali della sua patria fino al 14i7 » i quali sono stati dati alla luce dal medesimo Muratori (ib. vol. 23, p. 865), ommettendone però ciò che precede al 1418. Nella prefazione ad essi premessa , ei ci dà alcune notizie intorno al loro autore e ad altre opere che da lui si dicon composte, ma or più non si trovano. Giovanni Garzoni nobile bolognese, professore in quella università, onorato in patria di ragguardevoli cariche, e morto nel 1506, ci ha lasciato un latino opuscolo in lode di Bologna , intitolato de Di giti tale Urbis Bononiae di cui deesi la pubblicazione allo stesso Muratori (ib. vol. 21, p. 1141)• Questa però non è che una piccola parte delle molte opere da [p. 1131 modifica]TERZO lI3I lui composte. Uomo di universale vastissima erudizione, appena vi ebbe parte alcuna di grave o amena letteratura, che da lui non fosse illustrata scrivendo. Il catalogo delle molte opere da lui composte, parecchie delle quali si hanno alle stampe, si può vedere presso gli scrittori bolognesi (a). Qui finalmente dobbiamo ancor far menzione e di Benedetto Morando, del quale abbiamo rammentata più volte un’Orazione detta innanzi al pontefice Sisto IV in lode di Bologna , e di Niccolò Burzio parmigiano , di cui insieme con altre poesie latine alcune ne abbiamo in lode della stessa città, ove egli fece lungo soggiorno (Mazzucch. Scritt ital. t. 2, par. 4, p. 2449). LXX. Tutti questi scrittori si occuparono intorno alla storia d’Italia, la qual veramente diede ampio e copioso argomento di scrivere. Altri scrisser le Vite di alcune de’ celebri ge(i) Il sig. conte Fan tozzi ci ha date esatte notizie della vita e delle opere ilei Garzoni, valendosi singolarmente, quanto alla \ita, di quella elle con molta eleganza c con uguale accuratezza ne ha scritta il eh. P. Vincenzo F assi ni dell1 Ordine de’ Predicatori, professore nell1 università di Pisa , sotto il nome di Dionigi Sandelli. Essa dovea precedere all’edizione el11 ei meditava di lare di molte delle lettere del Garzoni, ma è poi stata separatamente stampala nel 1781 in Brescia. Egli ha osservato che il Garzoni non morì nel 15o6, come io seguendo la maggior parte degli.scrittori avea asserito, ma nel 1 5oj (Senti, baiagli, t. p. 78). Presso lo stesso scrittore si posson anche vedere più esatte notizie della vita e delle opere di Matteo Griffoni 1 iW, t. 4 1 P- 297) e di Girolamo Alberinoci de’ Borselli e di Bartolonuueo della Pugliola (ivi, t. \,p. l56; t. 7 , p. 138). [p. 1132 modifica]11^2 LIBRO iterali che in questo secolo ebber gran nome. Così il Platina scrisse la Vita di Neri Capponi (Script. rer. ital vol. 20, p. , Giannantonio Campano, di cui direm tra’ poeti, quella di Braccio perugino (ib. vol. 19, p. 431), Pier Candido Decembrio quella di Niccolò Piccinino (ib. vol 20, p. 1047), e così altri di altri. V’ebbe ancora chi si fece a narrar solamente qualche particolar fatto d’armi; de’ quali e d’altri più minuti scrittori lascio di ragionare, per isfuggire una soverchia lunghezza. Ma a guisa di un fiume che per soverchia pienezza non può tenersi racchiuso nelle natie sue sponde, e fuor trabocca e si sparge per le vicine campagne, così gli ingegni italiani di questo secolo, quasi non avessero entro la loro patria bastevol materia ad esercitarsi scrivendo, scorsero ancora ad altre provincie, ed illustrat oli la gloria de’ regni stranieri. La guerra che quattro secoli prima era stata dai Cristiani intrapresa sotto la condotta di Goffredo da Buglione per togliere Terra Santa dalle mani degli Infedeli, fu elegantemente scritta in latino in quattro libri da Benedetto Accolti aretino fratello del celebre Francesco , di cui tra’ più famosi giureconsulti abbiam fatta menzione. Di lui, dopo altri, ha diligentemente trattato il conte Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1 , par. 1, p. 59(), ec.), traendo ogni cosa da autentici monumenti e da scrittori contemporanei. Ei nacque in Arezzo nel 1415, e dopo aver coltivati gli studj legali in Firenze e in Bologna, in questa seconda città ne prese una laurea. Tornato poscia a Firenze, fu ivi pubblico professore di Leggi, nel [p. 1133 modifica]TERZO 1 i 5.J quale impiego il troviamo nel 14^ i; ed egli si conciliò per tal modo l’amore e la stima de’ Fiorentini, che aggregato da questi alla lor cittadinanza, fu poi anche nel 1459 dopo la morte di Poggio, eletto cancelliere di quella Repubblica. Questa onorevol carica fu da lui sostenuta con lode fino al 1466, in cui finì di vivere. Benchè egli avesse coltivata per molti anni la scienza legale, abbandonolla poi nondimeno, annoiato dalle cavillazioni de’ giureconsulti. Quindi, trattine alcuni Consulti sparsi in diverse raccolte, appena vi ha di lui in tal genere cosa alcuna alle stampe. La Storia della Guerra sacra mentovata poc’anzi fu avuta allora in gran pregio, e se ne posson vedere gli elogi nei molti scrittori citati dal conte Mazzucchelli. Ma dappoichè la critica ha rischiarate meglio le cose, vi si sono scoperti più falli, i quali però più che all’autore attribuir si debbono al secolo in cui egli visse. Ne abbiamo ancora un dialogo latino De praestantia virorum sui aevi, pubblicato la prima volta in Parma nel 1689, e poscia più altre volte, nel quale ei prende a provare che gli uomini de’ suoi tempi non erano in alcuna sorta di lode inferiori agli antichi, e molto singolarmente ragiona di Cosimo de’ Medici. Amendue queste opere sono state da alcuni attribuite per errore al Cardinal Benedetto Accolti nipote di quello di cui scriviamo. Altre opere da lui composte, ma o smarrite, o non ancor pubblicate, si annoverano dal conte Mazzucclielli. Tiraboschi, Voi Vili. 3i [p. 1134 modifica]II34 LIBRO LXXI. Io non farò che accennare Niccolò Sagundino natio di Negroponte (*), si perchè egli fu di patria straniero, benché in certa guisa adottato da Veneziani,.sì perchè di lui ha parlato con grande esattezza il eh. Apostolo Zeno (Dist. voss. t. 1, p. 333) (a). Venuto coll’imperador greco a Ferrara e a Firenze in occasion del concilio , servì a quei Padri d’interprete, uomo dottissimo, com’egli era, in amendue le lingue. Dopo il concilio passato a Venezia, vi fu onorato della carica di ducal segretario; e ivi perciò fissò egli la sua dimora, e tutta vi condusse da Negroponte la sua famiglia. Un viaggio eli’ egli intraprese verso la patria, gli fu fatale, perciocché ei si vide rapir sotto gli occhi dall’onde la moglie, due figli e una figlia, e ingoiarsi ogni suo avere, ed egli stesso cogli altri suoi figli a grande stento campò la vita. Questo naufragio fu da (*) Avrebbe egli mai creduto Niccolò Sagundino natio di Negroponte di divenire spagnuolo di nascita? E pure tale vuol farcelo credere il sig. abate Lampillas (Saggio , ec. par. 2, t. 1, p. 129, nota) che lo suppone natio di Sagunto, città da tanti secoli addietro distrutta. Ma forse ne reca egli qualche pruova? No certo. Egli l’afferma; e perchè non dobbiamo noi crederglielo? « Non è però stato il sig. abate Lampillas il primo ad affermare che Niccolò Sagundino fosse da Sagouto. L’ Hody prima di lui avea affermato ch’egli era bensì greco, ma oriundo da Sagonto (De Graecis ill. p. 181). Ma ei pure non si compiace di recarcene pruova alcuna ». (a) Alcune altre notizie intorno a Niccolò Sagundino si posson vedere nella bell’opera del sig. abate Gaetano Marini (Degli Archiatri pontif. t. 1, p. 20 r, ec.; t. 2, p. 136). ■ [p. 1135 modifica]TERZO | |35 lui medesimo vivamente descritto in una sua lettera al Cardinal Bessarione, che è stata non ha molto stampata insiem con un’altra che Pietro Perleone da Rimini gli scrisse per confortarlo (Miscell, di varie Operette, t. 2, p. 1, ec). Ivi però è corso error nella data clic è de’ 21 d’agosto del 1462, mentre il Zeno avverte che nel codice da lui veduto si legge 1460. La Repubblica veneta a sollievo di sì grave sventura gli fece contare 600 ducati, lo rimise nella carica di segretario , a cui avea rinunciato , coll’annuo stipendio di 200 ducati, e provvide d’impiego anche un tenero figlio che gli era rimasto. Passò poi al servigio di Pio II, e, dopo aver con lui fatti diversi viaggi, morì in Roma a’ 23 di marzo del 1463. Il Zeno ci ha dato un diligente catalogo di tutte le opere del Sagundino, che sono epistole, traduzioni dal greco, e opuscoli di diversi argomenti, fra’ quali io rammenterò solo, perchè appartiene a questo luogo , la Genealogia dei Principi turchi , che si ha alle stampe, in cui descrive ancora l’ultimo assedio e l’espugnazione di Costantinopoli. LXXII. Le rivoluzioni nell’Allemagna e nell’Ungheria e nelle vicine provincie in questo secolo avvenute furon parimente l’oggetto delle fatiche di molti scrittori italiani. Già abbiamo accennate le opere che su ciò scrissero il pontefice Pio II, Galeotto Marzio ed altri. Antonio Bonfini natio di Ascoli nella Marca, dopo essere stato per alcuni anni professore di belle lettere in Recanati, chiamato da Mattia Corvino re d’Ungheria alla sua corte nel 1484 , [p. 1136 modifica]I I 36 LIBRO ivi stette più anni coll’impiego di maestro della regina Beatrice d’Aragona, e ricevette non ordinarj onori sì dallo stesso Mattia , che da Ladislao succedutogli nel 1490 da cui fu ancora aggregato alla nobiltà palatina, e onorato delle reali insegne. Morì nel 1502 in età di settantacinque anni, e lasciò tre decadi di Storia d’Ungheria fino al 14f4 hù scritte con molta eleganza , e che furon poscia stampate nel 1543. Più altre edizioni ne furon poi fatte, delle quali si può vedere il catalogo presso il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 2, par. 3, p. 1621 , ec.), che più altre notizie ancora potrà somministrare intorno al Bonfini, e ad altre opere da lui composte, e principalmente intorno alle traduzioni eli’ ei ci diede di greco in latino delle opere di Filostrato, di Ermogene e di Erodiano. Ei fu fratello di quel Matteo Bonfini ascolano (*) di cui si hanno alle stampe alcune annotazioni sulla poesia d’Orazio , e qualche operetta grama ti cale. Giovanni Garzoni, da noi nominato poc’anzi, scrisse due libri in latino delle cose della Sassonia , della Turingia e di altri circostanti paesi, che furon poscia stampati in Basilea nel 1518, e la Vita di Federigo langravio di Turingia, che (*) Di Matteo Bonfini, e delle opere da lui pubblicale , e di altre che nih non si trovano, ci ha «late minute e diligenti notìzie il eh. sig. abate Gianfrancesco Lancelloti (Slem. di Angelo Colucci, p. 107). Egli era nato circa il 1441 • Fu prima professor d’eiotpienza in Roma , poi segretario di vari principi, e anche del Comune della sua patria, ove inoltre tenne pubblica scuola; il clic pur fece in Foligno e in Fano. [p. 1137 modifica]TERZO II37 venne a luce in Francfort nel 1580. E più altri scrittori di somigliante argomento potrebbon qui aver luogo. Ma a sfuggire lunghezza, basti il dire di un solo, che per le varie vicende a cui fu soggettto e per la moltiplice erudizione di cui fu adorno, è degno di più distinta menzione. Egli è Filippo Buonaccorsi, detto comunemente Callimaco Esperiente, intorno a cui però è inutile il far nuove ricerche, dopo l’esattissimo articolo che ce ne ha dato il Zeno (Diss. voss. t. 2 , p. 316), da cui io non farò che trascegliere le più importanti notizie. Egli era oriondo da Venezia, ma nato in S. Gimignano in Toscana a’ 2 di maggio del 1437 da Pietro della nobil famiglia de’ Buonaccorsi. Trasferitosi in età giovanile a Roma , fu uno dei fondatori dell’Accademia romana, le cui leggi seguendo, cambiò il cognome di Buonaccorsi in quel di Callimaco per le ragioni che presso il Zeno si posson vedere, e vi aggiunse poi il soprannome d1 Esperiente , alludendo alle sue diverse vicende che gli avean fatta conseguire una esperienza non ordinaria. La tempesta da noi altrove narrata , che si sollevò contro quell’accademia , involse lui ancora • e Callimaco fu avuto in sospetto di aver tramata congiura contro il pontelìcc Paolo II. Il Platina nel farne il racconto cel descrive come uomo a cui mancavano e forze e senno e destrezza ed eloquenza , per tentar tale impresa , e il dice ancora lento di lingua, e quasi privo di vista. Ma nell’aggiugner ch’ei (fa, che tra lui e Callimaco era gran nimicizia, viene a sminuir di molto la forza della sua asserzione. Che però Callimaco [p. 1138 modifica]1 • 38 LIBRO fòsse nllor giovane di costumi non troppo onesti, lo afferma Paolo Cortese di lui concittadino (De Cardinal, p. 77) ina insieme soggiugne che, fatto saggio dalle sue disavventure, cambiò interamente condotta. Callimaco frattanto temendo di cadere nelle mani dello sdegnato pontefice, come ad altri era accaduto, si salvò colla fuga, e dopo essersi per lungo tempo aggirato per la Grecia, per l’Egitto, per l’isole di Cipro, di Rodi, ed altre dell’Arcipelago, e per la Tracia , e per la Macedonia , rifugi ossi finalmente in Polonia , ove un’ostessa fu la prima onorevole accoglitrice el11 ci ritrovasse. Fattosi poi conoscere a Gregorio Samoceo arcivescovo di Leopoli , e da lui introdotto alla corte del re Casimiro, questi il diè per compagno a Giovanni Dlugosso, celebre storico di Polonia, nell1 istruir nelle lettere il suo figliuolo Alberto, e nominollo ancora suo segretario. Da lui parimente fu inviato in varie ambasciate al pontefice Sisto IV, al Gran Signore, a Federico III, alla Repubblica veneta , e ad Innocenzo VIII. Parla il Zeno di un incendio che gli arse nel 1488 la casa ei libri, e rammenta una lettera inedita di conforto che Benedetto Brognolo professore in Venezia gli scrisse. Al che io aggiungo che una lettera su ciò gli scrisse anche Marsiglio Ficino (Op. t. p. 891), di cui pure ne abbiamo alcune altre allo stesso Callimaco (ib. p. 8G.{, 870 , j)5(ì), le quali ci mostrano l’amicizia che passava tra loro. Poichè fu morto nel 1402 ' re Casimiro, Alberto di lui figliuolo e successore più ancor del padre prese ad onorare Callimaco, [p. 1139 modifica]TERZO , I l3(J divenuto omai arbitro di tutti gli affari della corte e del regno. Una sorte sì favorevole eccitò contro Callimaco l’invidia e l’odio di molti, e non vi fu raggiro che non si ponesse in opera per atterrare un tal favorito. Ma checchè ne dica il Giovio, confutato qui ad evidenza dal Zeno, Callimaco seppe mantenersi costante negli onori e nelle grazie del suo sovrano fino alla morte, da cui fu preso in Cracovia il primo dì di dicembre dell’anno 1496& Si può veder presso il Zeno la magnifica pompa con cui ne fu accompagnato il cadavero, e l’iscrizione con cui ne fu onorato il sepolcro nella chiesa della Trinità. LXXIU. Il soggiorno da Callimaco fatto nelP Ungheria doterminollo a illustrarne la storia , anche per mostrarsi riconoscente al re Casimiro che P onorava di tanto. Egli scrisse adunque in tre libri la Storia del re Ladislao fratello e predecessore del detto re , e della battaglia di Varna, in cui egli infelicemente fu ucciso l’anno 144 4; della qual battaglia ei fece ancora in una sua lettera una narrazion più distinta. Di lui abbiamo ancora la Vita d’Attila, per cui il nome degli Ungari cominciò ad esser famoso , e un opuscolo intorno alle cose tentate da’ Veneziani per muovere i Tartari e i Persiani contro de’ Turchi; sul qual argomento vi ha ancora un’orazion da lui letta a Innocenzo VIII. Tutte queste opere insieme con qualche altra orazione e con alcune lettere sono state più volte stampate , e il Zeno diligentemente ne annovera le diverse edizioni, e vi aggiugne il catalogo di altre opere del Callimaco • *. [p. 1140 modifica]1 *40 LIBRO non mai pubblicate, fra le quali son molte poesie latine, che si conservan ne’ codici della Vaticana e di altre biblioteche (rt).*Lo stile di Callimaco è elegante comunemente e vibrato; c il C ìio\io. il qual per altro nell1 elogio (’he cc ne ha fatto, ha commessi non pochi falli, pensa che dopo Tacito non fosse ancor sorto storico alcuno che a lui si potesse paragonare. Quindi il Zeno conchiude che farebbe cosa assai vantaggiosa alle lettere, chi prendesse a fare una compiuta edizione di tutte l’opere e già pubblicate e inedite di questo colto scrittore. LXXIV. Sarebbe qui luogo a parlare ancora di Carlo Verardo cesenate, di cui abbiam due opuscoli, uno intorno all’espugnazion di Granata fatta dal re Ferdinando il Cattolico, l’altro intorno alla congiura contro lo stesso principe ordita. Ma come appartengono più alla poesia teatrale che alla storia, riserberemo ad altro luogo il parlarne. Accenneremo invece uno storico di cui appena abbiamo notizia alcuna, cioè un certo Tito Livio ferrarese , che in alcuni codici è detto de Filonistis, o de Fralovisiis. Il Vossio (De Jlistor. lat. l. 3 , pars 2) e l’Oudin (De Script, eccl. t. 3 , p. 2309)) ne rammentano una \ ita da lui scritta latinamente di Arrigo V re d’Inghilterra , e da lui dedicata ad Arrigo VI di lui figliuolo , e insieme l’elogio in versi esametri di un vescovo inglese, i quali due opuscoli si (a) 11 sig. canonico lìnndini ci ha dato un esalto ragguaglio di ii— componimenti podici di Callimaco, che si conservano nella I.aurenziana, e ne ha ancor pubblicato alcuni per saggi0 (Cat. Codri. lat. JJibl. Laur. t. 3, p. 8i i, ec.). [p. 1141 modifica]TERZO 1 14 I conservano in alcuni codici delle biblioteche dell’Inghilterra (f). 11 primo di essi ci mostra 1’età a cui visse 1’autore , cioè verso la metà del secolo xv, mentre regnava Arrigo VI; e il vederlo occuparsi nello scriver la Vita di un re di quell’isola, c dedicarla al re successore, ci può persuadere el11 ei fosse passato a vivere nelF Inghilterra, e forse chiamatovi dal duca di Gloucester, il quale appunto in quel tempo invitò alcuni Italiani a trasferirsi in quel regno, come vedremo nel favellar de1 gramatici. Ma chi egli fosse, se il nome di Tito Livio gli fosse proprio, ovvero aggiunto, c s’ei col suo stile imitasse l’eloquenza di quello storico di cui portava il nome, tutto ciò è oscuro ed incerto. Gli scrittori ferraresi non fanno menzione alcuna di questo loro concittadino. LXXV. Molti scrittori ebbe parimenti in questo secol l’Italia, ebe intrapresero a illustrare - la storia delle scienze e de’ loro coltivatori. Io non parlerò qui di alcune Vite particolari, come (J) Dopo aver scritto (in qui, trovo che la Vita di Arrigo V scritta da questo Tito Livio moderno è stata pubblicata in Oxford l’anno 1716 da Tommaso Hearne, e ne debbo la notizia agli Atti degli Eruditi di Lipsia all’anno 1717 (p. 167). Ivi però questo scrittore non è detto Ferrariensis, ma Forojitlensis; e f Idearne crede che il nome di Livio sia stato preso dallo scrittore italiano per mostrar qual modello avesse ei tolto ad imitare, benchè l’abbia fatto con successo poco felice. Avverte ancora l’editore che questo Livio, il cui vero nome è ignoto, era venuto d’Italia in Inghilterra a’ tempi del duca di Gloucester, e che ei dedicò quella Vita al figliuolo del re medesimo, di cui avea il titolo di cameriere segreto. [p. 1142 modifica]il13 LIBRO ili quelle di Dante, del Petrarea e del Boccaccio, scritte da Leonardo Bruni, da Giannozzo Manetti, e da altri, nè di quella dello stesso Manetti scritta da Naldo Naldi cittadin fiorentino (Script rer. ital. vol. 20, p. 521), di cui s’incontra spesso menzione nelle opere del Ficino e del Poliziano, e di cui pure si hanno alle stampe alcune poesie latine (t. 6 Carm, ill. Poet. ital.), oltre più altre cose che sono inedite (V. Band. Cat. Cod.il. lat. Bibl. Laur. t. 25, p. 211); nè di quelle di alcuni uomini illustri del suo tempo scritte da quel Vespasiano fiorentino da noi assai spesso citato. Sol mi ristringo a dire di alcune opere che o per la loro ampiezza , o per l’erudizione e per l’eleganza con cui sono distese, son degne di special ricordanza. Tra esse deesi il primo luogo ad una a cui non erasi ancor veduta l’uguale per estension di argomento e per copia d’erudizione. Parlo di quella che sotto il nome di Fons memorabilium Universi scrisse e divolgò al principio di questo secolo Domenico di Bandino d’Arezzo, opera che potrebbe sotto qualunque capo venir compresa, perchè appena vi ha materia di cui essa non tratti; ma ch’io ricordo qui volentieri, perchè, più che ad altri argomenti, ella è utile alla storia letteraria. Poco di quest’autore e dell’opera da lui composta ci ha detto il co. Mazzucchelli (Scritt. ital. t. 1, par. 2, p. 1024). Assai migliori son le notizie che ce ne ha date il sig. ab. Mehus (praef. ad Epist. Ambr. camald, p. 129, ec.), che le ha raccolte dalle stesse opere di Domenico e di altri scrittori di que’ tempi. Nato in Arezzo circa [p. 1143 modifica]TERZO 1 |^3 il 13jjo da quel Bandino che abbiamo altrove nominato tra’ professori di gramatica (t.5, p. 580), passò a Bologna, ove fu professor di eloquenza, e di là recatosi a Padova, vi conobbe il Petrarca negli ultimi giorni in cui visse, e comunicatagli l’idea della sua opera già da lui cominciata, e lettagliene ancor qualche parte , fu da lui esortato a continuarla e a finirla. Tornato a Bologna, continuò la sua opera insieme e la sua scuola fino al 1.4 • 3, se crediamo all’Alidosi, che lo dice Domenico Accolti D’Arezzo professore di gramatica e di rettorica dal 1378 fino al detto anno (Dott. forest, p. 19). Par nondimeno eh’ei ritornasse per qualche tempo ad Arezzo; perciocchè, come pruova il Mehus, occupata a’ 18 di novembre del 1381 quella città dalle truppe del co. Alberigo da Barbiano, gli furono involati i libri che già avea composti, e non potè riaverne che parte. Convennegli dunque rifare ciò che avea smarrito, e in questo faticoso lavoro continuò fino al 1412 circa il qual tempo esso fu da lui pubblicato, nè par ch’egli sopravvivesse di molto. Questa grand’opera non è mai stata data alle stampe; e ora sarebbe inutile il pubblicarla intera, ma ben potrebb’essere vantaggioso il darne alla luce alcuni estratti. E così infatti afferma l’ab. Mehus che si pensava di fare; ma finora non si è eseguito. Solo alcuni frammenti ne ha pubblicati lo stesso Mehus nella Vita di Ambrogio camaldolese, e nella prefazione ad essa premessa, e alcuni elogi de’ professori dell’università di Bologna ne ha pur pubblicati l’eruditissimo P. ab. Sarti (De cl. [p. 1144 modifica]Il 44 ✓LIBRO A re hig. Jìon. Pm/ess. t. 2, pars 2, p. 2o5). Si conservano in alcune biblioteche copie di questa immensa opera: ed ella è divisa in cinque parti, ed ogni parte in più libri. La prima parte è teologica, e contiene i dogmi di nostra Fede e le opinioni de’ teologi su diverse quistioni. La seconda, dopo spiegata la creazione del mondo, descrive il cielo e tutto ciò che spetta ad astronomia. La terza parte contiene il trattato degli elementi e di tutto ciò che appartiene alla storia naturale dell’aria e dell1 acque. La quarta descrive la terra e tutto ciò che vi ha in essa di più memorabile. Nella quinta finalmente, che è la più utile, trattasi degli uomini illustri, delle sette de’ filosofi, delle eresie e de’ loro autori, delle donne celebri , e delle virtù teologiche e morali. Nel parlare degli uomini dotti, e singolarmente de’ Fiorentini, usa sovente delle stesse parole di Filippo Villani, la cui opera altrove abbiam mentovata; e come essi vissero al medesimo tempo, potrebbe dubitarsi a chi si dovesse la taccia di plagiario. Ma è certo, come abbiamo provato (t. 5,p. 38), che il Villani pubblicò il suo libro innanzi alla fine del secolo xiv, ove al contrario Domenico, come pruova l’ab). Mehus, non divolgò il suo che circa il 141 2? ed è perciò assai verisimile che questi si giovasse del libro del suddetto Villani; e molto più ch’egli stesso protestasi, nè in opera di tal natura potea farsi altrimenti, di aver da diversi scrittori raccolto ciò che al suo scopo era opportuno. Di qualche altra opera di Domenico inedita si vegga il suddetto Mehus, a cui aggi ugnerò solamente che la [p. 1145 modifica]TERZO II45 lettera dell’abate Agli otti in lode di esso , da lui citata come inedita, è poi stata data alla luce insieme colle altre di quel dotto monaco (Aliotti Epist. t. 1, p. 451) OLXXVL Nè picciola lode ottenne a’ suoi tempi in questo genere Secco Polentone, che dagli scrittori di que’ tempi dicesi comunemente Sico, o Xicus Polentonus, e a cui i Padovani aggiungono il cognome di Ricci. Ma quello di Polentone dovea essere il proprio della famiglia; perciocchè veggiamo nella Storia de’ Gatari tra le famiglie che intervenivano al gran Consiglio, nominata quella dei Polentoni (Script. rer. ital, vol. 17, p. 77). Giovanni Erardo Kappio pubblicò in Lipsia nel 1733 una dissertazione intorno a questo scrittore, che io non ho veduta. Ma l1 ab. Melius si duole (praef. ad Epist. Ambr. camald. p. 130) ch’ella sia piena d’errori. Questo scrittor medesimo ce ne ha date migliori notizie tratte dall’opera stessa di Secco, di cui ora diremo. Era egli stato scolaro del celebre Giovanni da Ravenna, mentre questi era professore in Padova. Fu cancelliere del Pubblico nella sua patria, e nel 1414 uno di que’ che intervennero alla scoperta delle credute ossa di Livio, e scrisse su ciò la lettera a Niccolò Niccoli, altrove da noi rammentata (t. 1, p. 277) (**). Stese in latino gli Statuti di (*) Forse è opera di questo stesso Domenico di Bandino d' Arezzo quella intitolala Ma gì siri Dominici de Aretio Rosari turi Artis Grammatica greca, che si conserva nella libreria Nani (Codd. MSS. Bibl. Nan. P »*7)(**) Alcune minute notizie iulomo a Secco Polentone, [p. 1146 modifica]I l46 LIBRO Padovaj c fu autor di più opere di diversi argomenti, che si annoverano, dopo gli scrittori padovani, dal Fahricio (Zi’ibi mal. et inf. Latin. t. G, p. 2), alle quali deesi aggiugnere la , Vita del Petrarca, che dal Tommasim fu pubblicata. Questa però non è che un frammento della grand’opera da Secco composta, e in diciotto libri divisa, e intitolata de Scriptoribus illustribus latincie lingnae. Essa non è mai stata data alle stampe, benché se ne abbia piò codici nelle biblioteche, e poco veramente ne potrebbe giovare la pubblicazionej perciocchè, benchè egli v’impiegasse lo spazio di 25 anni, e molto si affaticasse nel raccogliere le notizie di tutti gli antichi scrittori latini, e di alcuni ancor tra’ moderni, non fu nondimeno molto felice nè nella scelta delle materie, nè nel modo di esporle. Nè io posso recarne miglior giudizio, che riportando quello di Paolo Cortese, il quale così ne dice (De Homin. doct. p. 16): Alterius (cioè il Secco) sunl vi giriti ad filium libri scripti de claris Scriptoribus (forse erra il Cortese dicendo che venti sono tai libri, mentre comunemente non se ne veggono che diciotto , ma forse ancora ei n1 ebbe un codice / diviso in venti) utiles admodum, qui jam fere ab omnibus legi sunt desiti. Est enim in judicando parum acer, nec servit aurium voluptati, quum tractat res ab aliis ante tractatas: sed tratte da1 monumenti degli archivi padovani, ci ha date il eh. sig. abate Brunaoci (De re niunniar. palavin. l. 12?), il quale osserva che in essi egli è detto Aico Srr Bartolomaei dirli Polentoni de Riciis de Levici e eh’ci cominciò ad esercitare l’arte di uotaio uel [p. 1147 modifica]TERZO ||47 hoc fercndiun. Illud certe molestum est, dum alienis verbis sententiisque scripta infarcit et explet sua; ex quo nascitur maxime vitiosum scribendi genus, quum modo lenis et candidus, modo durus et asper appareat, et sic in toto genere tamquam in unum agrum plura inter se inimicissima sparsa semina. Credesi ch’ei morisse circa il 1463. LXXV1I. Assai più pregevoli sono, benchè assai più ristretti, i due opuscoli che degli uomini dotti de’ loro tempi ci han lasciato Bartolommeo Fazio e Paolo Cortese. Di amendue questi dotti scrittori abbiam già favellato, e qui perciò basterà il dir brevemente di questi lor libri. Il Fazio intitolò il suo de Viris illustribus; e in esso ci dà brevi elogi degli uomini più famosi che vissero a’ tempi suoi, accenna le principali vicende della lor vita e le opere loro più celebri j ed esamina ancora il loro stile e i lor pregi e i difetti. Dopo aver parlato degli oratori, de’ poeti, de’ grani alici, de’ giureconsulti, de’ medici, dei teologi, tratta ancora de’ professori delle belle arti, de’ generali d’armata, de’ principi e d’altri per altri titoli illustri. Quindi molto debb’esser tenuta la letteratura italiana al sig. ab. Mehus che ha dato in luce quest’opuscolo finallora inedito, e con ciò ci ha somministrate molte notizie che non aveansi altronde. Il Cortese ristringe la sua opera a’ soli uomini dotti, e in un dialogo, che suppone da sè tenuto in un’isoletta del lago di Bolsena con Alessandro Farnese, che fu poi Paolo III, e con un certo Antonio, va ragionando di tutti coloro che in Italia erano [p. 1148 modifica]Il48 LIBRO stati in quel secolo più celebri per sapere, singolarmente nell’amena letteratura) e assai più felicemente ancora del Fazio, e in uno stile assai più elegante, giudica di essi e delle loro opere, a somiglianza del dialogo di Cicerone intorno agli illustri oratori. Era allor Paolo in età assai giovanile, perchè non oltrepassava il XXV anno) e tanto più perciò è ammirabile che (fin d’allora ei potesse scrivere sì coltamente, e recar sì saggio giudizio di tanti scrittori, nel ragionare de’ quali ei si mostra per lo più avveduto discernitore de’ lor pregi non meno che dei loro difetti. Quindi Lucio Fazinio Maffei vescovo di Segni e Angelo Poliziano gli scrissero in somma lode di questo dialogo due lettere, che sono state pubblicate da chi ha dato alla luce la prima volta ed illustrato con note questo eccellente opuscolo in Firenze l’an 1734, che credesi essere il sig. Domenico Maria Manni. LXXV1II. In più ristretto argomento s’esercitarono Pietro Crinito di patria fiorentino e Giovanni Tortelli natio d’Arezzo. Il primo, come si afferma dal Giovio (in Elog.), da’ capegli arricciati di suo padre avea avuto il cognome di Riccio, cui egli cambiò latinamente in quel di Crinito. Fu discepolo del Poliziano, e poichè questi fu morto, adoperossi egli ancora con altri a raccoglierne le opere, come veggiam da due lettere da lui scritte ad Alessandro Sarti, che son tra quelle del Poliziano (l. 12). Egli era ancora amico di Gianfrancesco Pico della Mirandola, tra le cui lettere ne abbiamo alcune di Pietro (l. 2). Il Giovio aggiugne eh’ ci fu [p. 1149 modifica]TERZO | successore del Poliziano nella scuola di eloquenza; che ne imitò ancora i disonesti amori, e che questi gli furono occasione d’immatura morte; perciocchè in un troppo geniale convito, gitta togli addosso un secchio di acqua fredda, pochi giorni appresso morì, non compiti ancora i quarant’anni. Io non so quanta fede si meriti in questo racconto il Giovio, che molte cose ei narra non ben fondate, o inventate a capriccio; e mi sembra strano che nulla di ciò si accenni da Giampierio Valeriano, vicino esso ancora a que’ tempi, il quale avendo studiosamente raccolte tutte le morti infelici de’ letterati , di questa non fa parola. Chechessia di ciò, abbiam del Crinito venticinque libri da lui intitolati de honesta disciplina, ne’ quali a somiglianza di Aulo Gallio tratta di varie erudite questioni, ove però fra molte cose utili e dotte molte ne ha ridicole e favolose. Ma ciò che qui dobbiamo considerare, è l’altra opera che va ad essa congiunta, cioè la Storia de’ Poeti latini in cinque libri divisa , che cominciando da Livio Andronico giunge fino a Sidonio Apollinare. Essa non è nè copiosa nè esatta molto; ma essendo la prima in questo genere, ha meritata non poca lode al suo autore. Ne abbiamo ancora molte poesie latine, e più altre opere si apparecchiava egli a comporre, se la morte non l’avesse sorpreso, di che veggansi il P. Negri (Scritt. fiorent. p. 462) e il Fabricio (Bibl med. et inf. Latin, t. 1, p. 435). Del Tortelli parleremo più a lungo, ove tratteremo della lingua greca. Qui basti avvertire eh* egli scrisse Tiraboschi, Voi. Vili. 32 [p. 1150 modifica]I 150 LIBRO una Storia della Medicina e dei Medici più famosi, di cui Apostolo Zeno rammenta un codice a penna da lui veduto (Diss. voss. t. 1, p. 15i). LXX1X. La storia finalmente delle virtù e de’ vizj ebbe essa pure uno scrittore fra noi in Battista Fulgosio ossia Fregoso, detto ancora da altri Campofregoso, nobilissimo patrizio genovese. Tutti gli storici di quella Repubblica parlano lungamente di lui, che ebbe non piccola parte nelle vicende di essa. Perciocchè sollevato l’an 1478 alla dignità di doge, ne fu spogliato e cacciato insiem dalla patria cinque anni appresso dal Cardinal Paolo suo zio e arcivescovo di quella città, il quale ottenne di essergli successore. Battista rilegato a Frejus non cessò di macchinare la vendetta contro r usurpatore della sua dignità, cui vide finalmente deposto neir anno 1488, ma non perciò potè egli ricuperarla. Ei cercò dunque sollievo alle sue sventure nella lettura degli antichi e de’ moderni scrittori, e giovandosi delle cose che leggendo apprese, a imitazione di Valerio Massimo, compose nove libri de’ Fatti e de’ Detti memorabili. Egli scrisse in lingua italiana; ma non se ne ha che la traduzione latina fattane da Cammillo Ghilini Alessandrino; intorno a che veggasi il diligentissimo Zeno, che di quest’opera e di altre dal Fregoso composte ragiona con molta esattezza (ib. t. 2, p. 215). LXXX. Dalla storia non dee disgiungersi la geografia, di cui pure alcuni pochi scrittori ebbe in questo secol l’Italia. Abbiam già altrove parlato di Cristoforo Buondclmonti, che [p. 1151 modifica]TERZO I I J) i verso il 14^2 viaggiò in Oriente, e riportonne parecchi codici, e che essendo in Rodi scrisse una Descrizione delle Isole dell1 Arcipelago, e di quella di Candia, di cui si hanno copie a penna in alcune biblioteche (Mazzucch. Scritt ital, t. 2, par. 4) p• 23^4)• Tra’ geografi deesi annoverare ancor Biondo Flavio per la sua opera dell1 Italia illustrata; ma di lui si è già detto abbastanza al principio di questo capo. Più ampia opera intraprese Francesco Berlinghieri nobile fiorentino, uno degli accademici Platonici, e assai caro a Marsiglio Ficino , di cui abbiamo più lettere ad esso scritte (Op. t. 1, p. 671, 812, 827, 832, 841, 855). Egli dunque essendo in età di soli venticinque anni prese a scrivere in terza rima un ampio ed intero trattato di Geografia, che fu stampato in Firenze verso l’an 1480, come pruova il conte Mazznccbelli, che di quest’opera e del1’autore di essa ci ha date esatte notizie (l. cit. t. 2, par. 2, p. 356). Essa non è già, come altri ha creduto, una versione di Tolommeo, benchè pure molto si sia giovato di quell’antico scrittore. Così ne fosse più felice lo stile e l’edizion più corretta, giacchè comunque ella sia magnifica pe’ caratteri , per la carta e per le tavole aggiunte, sonovi nondimeno non pochi nè leggeri errori. Una vasta opera geografica avea intrapresa Lorenzo Astemio maceratese, che visse alla fine di questo secolo, e fu professore di belle lettere in Urbino, e bibliotecario del duca Guidubaldo. Ma non sembra eli’ ei la compiesse e la pubblicasse. Di lui e di alcune altre sue opere parla il conte [p. 1152 modifica]ii 5t libro Mazzuccliclli (ScritL ital. t. i,par. 2, p. 1181). Due libri innoltre abbiamo di descrizion dell’Illirico di Palladio Fosco, di cui diremo altrove (V. c. 5, n. 42). Di Raffaello Volterrano, che anche tra’ geografi potrebbe aver luogo, ragioneremo nel secol! seguente, in cui principalmente fiorì (*); e porrem qui fine a questo lunghissimo capo, in cui, se l’immensa folla di storici , di cui ci è convenuto di ragionare, è stata per avventura di qualche noia a chi legge, io il pregherò a riflettere che assai maggior numero nc avrei potuto schierare innanzi, se non avessi voluto aver riguardo alla scelta più che alla moltitudine. Anzi saravvi forse chi si dorrà di qualche ommissione da me fatta, e chi crederà (*) Deesi qui aggiugnere il cominciamento delle carte geografiche in questo secolo di nuovo introdotte. Perciocchè, oltre quelle aggiunte alla Geografia del Berlinghieri. questa biblioteca Estense ha un bellissimo codice di Tolommeo colle carte geografiche, poco esatte ma vagamente miniate; ed è probabilmente questo quel codice di Cosmografia per cui il duca Borso a’ 30 di marzo del 1466 ordinò che fosser pagati cento fiorili d’oro a Niccolò Tedesco, che gheP avea presentato, come si raccoglie dagli Atti di questa ducale (omputisteria. Inulti e nella biblioteca di S. M ichel di Murano si conservano sei tavole marittime segnate a varj colori e ornate d’oro, d segnate nel 14-71 Grazioso Benincasa anconitano (li hi. Al SS. S. Ali eh. Venet. p. 123). Veggasi ciò che di esse e di altre si è detto nel ragionar del Colombo. Di due tavole geografi’ he dipinte nell’anno 1479 da Antonio Leonardi veneziano fa menzione il P. degli Agostini (Scritt. venez. t. 1, p. 165). Vuolsi anche avvertire che dell’opera del Buondelmonti qui accennata si è pubblicata la prefazione con qualche saggio nel Catalogo de’ MSS. nella detta Biblioteca di Murano (l. cit. p. 15a). [p. 1153 modifica]terzo 1153 die più altri scrittori dovessero qui essere rammentati. Ma quando avrebbe mai fine questa mia Storia, se di tutti gli autori dovessi parlare? Ciò cilene ho detto, basta, s’io mal non m’appongo, a rendere immortale l’Italia, che in questo secolo ebbe un numero prodigioso di storici, e molti di essi assai valorosi; mentre tutte le altre nazioni insieme raccolte appena hanno a contrapporcene uno scarso e non troppo illustre drappello. LXXXl. Dopo aver fin qui ragionato degli storici di questo secolo, dobbiamo ancora accennare la prima cattedra di Storia che in una pubblica università si trovi eretta. Milano ebbe in ciò l’onore di dare l’esempio alle altre, e Giulio Emilio Ferrari di patria novarese, che ivi era stato scolaro di Giorgio Merula, dopo aver tenuta per qualche tempo la cattedra dell’eloquenza, fu destinato verso la fine del secolo a spiegare pubblicamente la storia. Il Sassi ha diligentemente raccolte tutte le notizie intorno alla vita e alle opere di questo celebre professore (Hist. typogr. mediol.p. 44j 322), di cui però nuli’ altro abbiamo alle stampe che 1* edizione delle Poesie di Ausonio, colla Vita di questo poeta dal Ferrari raccolta dalle opere di lui medesimo. Nella fatica di questa edizione egli ebbe a compagno Giovanni Stefano Cotta milanese, uomo dotto esso pure, e di cui si hanno alcune poesie latine, come si può vedere presso il suddetto scrittore (ib. p. 323).